1996

12 aprile

LE RIPRESE

Si alla tv, no a Internet

G. Ga.

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - Prima udienza, e il processo Pecorelli emette già una prima sentenza di condanna: il presidente Nannarone ha ammesso la presenza delle tv in aula (tranne che per Pippo Calò, che non vuole essere ripreso), ma ha vietato che il dibattimento venga trasmesso su Internet. A causa "della incontrollabile diffusività del mezzo", ha spiegato. Come dire che la rete planetaria via computer è un mezzo anarchico, potenzialmente eversivo, comunque manipolabile. E' la prima vo lta che l'autostrada informatica compare in un processo penale. Ed esordisce con una sconfitta. Decisione opinabile, diranno i fans della navigazione notturna. Antistorica. Ma si sa, quelli di Internet sono ancora dei pionieri. E per i pionieri gli e sordi non sono mai facili. Fino a pochi anni fa del resto nelle aule di tribunale il presidente dettava a un cancelliere le parole dei testimoni: la registrazione su nastro era considerata come un'eresia. E ancor oggi ci sono processi in cui la tv no n è ammessa, o la teleconferenza considerata una stravaganza.

 

Perugia: esce dal dibattimento anche il presunto killer del giornalista di Op, Michelangelo La Barbera

Il processo Pecorelli Badalamenti

Stralciata la posizione del boss. Andreotti: spero non si giudichi la Prima Repubblica

Difficolta per la trasferta di don Tano

Il senatore a vita seduto davanti a Calo

 

Giuliano Gallo

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - Giacca grigia, inverosimile camicia a grandi righe arancione, Pippo Calò se ne sta tranquillo in seconda fila, protetto da un muro di giganteschi agenti di custodia. Giulio Andreotti è seduto proprio davanti a lui. Immo bile come un geco, i capelli un poco più grigi dell'ultima volta, la schiena forse un poco più curva. Scrive senza posa, ogni tanto si regge la testa con le mani. Ma non si gira mai indietro. Quasi volesse esorcizzare quella presenza massiccia e sile nziosa che avverte alle sue spalle. Stavolta le suggestioni non stanno solo nei luoghi. Stavolta non c'è solo l'aula bunker di Palermo, con i suoi fantasmi, a suggerire una contiguità imbarazzante, negata quasi con disperazione: nell'ex palestra de l carcere incompiuto di Capanne, per la prima volta, un boss di Cosa nostra siede a meno di un metro da uno degli uomini che hanno fatto la storia di questo Paese. E la contiguità diventa fisica, definitiva, ineluttabile. A chi gli ha chiesto, mentre entrava in aula, "Dicono che questo sarà un processo alla prima Repubblica", Andreotti ha risposto: "Non sono io a dover fare i commenti, ma spero proprio di no". Si apre il secondo processo a Giulio Andreotti, anche se la burocrazia della legge l o definisce asetticamente "processo a Badalamenti più quattro". E proprio nel nome di don Tano, capo supremo della mafia che ha perduto, si combatte la prima delle tante battaglie procedurali della giornata. Badalamenti è detenuto negli Stati Uniti, e nei confronti di questo processo ha un atteggiamento ambiguo: per due volte ha chiesto di potervi assistere, e poi per due volte ha rinunciato. Adesso il suo avvocato americano annuncia che ci ha ripensato per la terza volta: vorrebbe esserci, ma i l 29 aprile negli States comincia il suo processo d'appello. E dunque servirebbe un rinvio. Le autorità americane fanno sapere che si sono stufate, che hanno già speso troppi soldi dei contribuenti per spedire dei marshall in Italia a preparare il te rreno per la trasferta. E quindi, se dipendesse solo da loro, don Tano potrebbe continuare a restarsene nella sua cella. Ma in questo processo il vecchio boss ha un ruolo fondamentale, soprattutto per la difesa. Perché smentisce le dichiarazioni di Tommaso Buscetta sul "favore" che Cosa nostra avrebbe reso ad Andreotti facendo uccidere Mino Pecorelli. Che fare, allora? Prima camera di consiglio, e alla fine il presidente Paolo Nannarone (sereno, sicuro e rilassato) prende la sua decisione: la posizione di Gaetano Badalamenti verrà stralciata dal dibattimento, e per lui il processo s'inizierà il 4 luglio. Quando, si spera, le complicatissime pratiche burocratico-diplomatiche saranno state espletate. E così il processo perde un primo pezzo. Il secondo lo perde qualche ora più avanti. Quando viene sollevata un'altra eccezione, stavolta su Michelangelo La Barbera, killer di Cosa nostra accusato di essere uno dei due esecutori materiali del delitto. Il problema è che il presidente Nanna rone ha fatto parte di un collegio del Tribunale della libertà che doveva decidere la scarcerazione di La Barbera. E nelle motivazioni di quella sentenza (che ovviamente negava la libertà all'imputato) Nannarone aveva in pratica "anticipato" una sort a di giudizio complessivo sul suo ruolo nella vicenda. Era stato lo stesso presidente a sollevare la questione, con grande onestà intellettuale. E sul problema ora deve pronunciarsi la Corte costituzionale. Ma la sentenza non arriva. Nannarone avev a già emesso un'ordinanza per far slittare l'inizio del processo, e la legge non gli consente di emetterne un'altra uguale. Nuova camera di consiglio, e nuovo stralcio: anche La Barbera tornerà in aula il 4 luglio, per un processo tutto suo. Né lui né Badalamenti potranno più "rientrare" nel processo principale. Una sconfitta per l'accusa? Fausto Cardella, uno dei due pm, giura che non è così: "La legge talvolta consente, o addirittura obbliga, a procedere separatamente nei confronti di imputati dello stesso reato - dice -. Si tratta di meccanismi processuali che di sicuro sono stati applicati correttamente". Certo, il processo a carico di Badalamenti e quello contro La Barbera verranno riunificati in un unico procedimento. Sul qua le dovrà pronunciarsi un'altra Corte d'Assise, con altri giudici popolari. Ma si tratterà comunque di un paradosso giuridico: due processi diversi per un unico reato. Con gli stessi atti, gli stessi testimoni. Si ricomincia il 27 aprile.

 

28 aprile

Effetto Consulta: il giudice rinuncia

Pecorelli-Andreotti

processo da rifare

PERUGIA - Il processo per l'assassinio di Mino Pecorelli, uno dei due processi che vedono imputato Giulio Andreotti, è la prima "vittima" della recente sentenza della Corte Costituzionale, che sancisce l'illegittimità della presenza in un processo di un giudice che abbia già dovuto giudicare - in altre circostanze - gli stessi imputati. Il processo di Perugia dunque dovrà ricominciare daccapo, con un'altra Corte d'assise. Ieri mattina infatti, dopo appena dieci minuti di udienza, Paolo Nannarone , presidente della Corte d'assise di Perugia, ha annunciato la sua astensione. Era l'unico modo per obbedire alla sentenza della Corte Costituzionale, e per evitare che il processo si dividesse addirittura in quattro tronconi. Erano già infatti uscit i dal dibattimento sia don Tano Badalamenti, che Michelangelo La Barbera, accusato di essere uno dei due killer di Mino Pecorelli. Ora la sentenza della Corte, che ha in qualche modo "allargato" la sfera delle incompatibilità possibili. E il presiden te Nannarone si era trovato ad essere "incompatibile" anche nei confronti di un terzo imputato, Massimo Carminati. Ma Perugia rischia di essere solo il primo caso di una lunga serie: adesso infatti potrebbe toccare al processo per la strage di Capa ci, che a Caltanissetta è ormai arrivato alle ultimissime battute e che rischia di dover ricominciare daccapo. Stessa fine potrebbe fare anche quello di Milano a Silvio Berlusconi, giunto alla tredicesima udienza.

 

30 aprile

MISTERIOSI LADRI

Minacce all'ultima compagna di Pecorelli

Franca Mangiavacca vive da due anni sotto protezione

Giuliano Gallo

ROMA - "Erano le otto e mezzo di sera, stavo guardando il Tg2 assieme a mia madre. Ho sentito uno dei cani, il pastore tedesco, precipitarsi verso casa abbaiando come un disperato. Non sono uscita in giardino, ho chiamato subito i carabinieri. E sono stati loro a trovare il buco nella recinzione...". Franca Mangiavacca è stata l'ultima compagna di Mino Pecorelli. Al giornalista di Op, assassinato il 20 marzo del '79, ha dato anche un figlio, che oggi è un uomo fatto. Il suo uomo è morto ormai da 17 anni, ma per lei non c'è ancora pace. Due anni fa, a giugno, un uomo le aveva telefonato a casa, e la telefonata era stata così pesante, così carica di toni minacciosi ("una telefonata mafiosa", dice adesso), da convincere i carabinieri a forni rle una protezione. E domenica sera qualcuno ha cercato di introdursi nella sua villetta di periferia. "Un ladro, un balordo", minimizza lei. "Ne sono sicurissima. Anche se sicuramente hanno visto che c'era gente in casa: mi sono mossa per le stanz e, ho cucinato... E poi c'era la televisione accesa". Strani ladri, dunque. Che non aspettano neppure che sia buio per entrare in azione. Strani e inquietanti. I carabinieri si sono messi subito al lavoro di gran lena, sull'episodio. Anche se diffici lmente si riuscirà a scoprire qualcosa. Franca Mangiavacca comunque ostenta una grande tranquillità, anche se un poco contraddittoria: "Sono riuscita anche a dormire, stanotte. No, non mi sento in pericolo. Oltretutto in casa non c'era nulla da por tar via", dice. Ma poi racconta che, subito dopo aver chiamato i carabinieri, è andata a tirar fuori la pistola di suo figlio. "E regolarmente denunciata, ma non è mai stata usata. Adesso voglio farmi dire dai carabinieri se è ancora in grado di spar are. Ieri sera avrei voluto sparare un colpo in aria, ma avevo paura che non funzionasse, che fosse inceppata". Non ha paura perché, dice, "quello che sapevo l'ho già detto e scritto". E di cose da dire ne aveva sicuramente molte, la signora Mangia vacca. Che oltre ad essere la compagna di Pecorelli era anche la sua segretaria, e dunque al corrente di tutti i suoi incontri, i suoi spostamenti. E in questi giorni, diciassette anni dopo, si è cominciato faticosamente a celebrare il processo per q uel delitto. Un processo nel quale Franca Mangiavacca sarà testimone, e proprio in una delle pagine più delicate e controverse: quella sui rapporti fra Mino Pecorelli e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. "Si conoscevano e si frequentavano", ha detto ai magistrati. "Era una conoscenza nata nei giorni del sequestro Moro...". Una prima conferma era venuta dall'agenda del 1978 del giornalista ucciso, dove figurava diverse volte il nome del generale. E un'altra conferma era venuta da Egidio Ca renini, ex parlamentare democristiano, doroteo e piduista, che aveva confermato di essere a conoscenza di diversi incontri tra Pecorelli e Dalla Chiesa. E quegli incontri, hanno ricostruito poi i giudici, ruotavano attorno a uno dei più profondi "b uchi neri" della nostra tormentata storia, il memoriale di Aldo Moro. Trovato solo in parte nella base brigatista di via Montenevoso a Milano il primo ottobre del '78, e misteriosamente comparso (ma stavolta in versione integrale) nel '90, nascosto i n un'intercapedine dietro un termosifone. In quelle pagine il presidente dc prigioniero parlava di tutte le vergogne e i misteri dell'Italia repubblicana: Sindona, Gladio, la Sir di Nino Rovelli, l'Italcasse. Secondo Franco Evangelisti, defunto bracc io destro di Giulio Andreotti, il "principale" conosceva quelle carte, perché era stato proprio il generale Dalla Chiesa a fargliele leggere. Circostanza che Andreotti ha peraltro sempre smentito con decisione: "Quanto dice Evangelisti non è una cosa vera, se Franco l'ha detto se l'è sognato". Di quel memoriale in ogni caso Mino Pecorelli aveva dimostrato di sapere molto. Sapeva che quello ritrovato nel '78 era incompleto, sapeva che attorno al sequestro Moro si stava agitando un mondo fatto d i uomini della banda della Magliana, mafiosi, piduisti, agenti dei servizi puntualmente deviati. Per quei segreti molto probabilmente è morto, e forse per quei segreti c'è ancora qualcuno che cerca di intimidire i sopravvissuti.

 

7 giugno

Due testi sui nastri di Moro

Pecorelli, un pentito: Vitalone incontro

boss della Magliana

Giuliano Gallo

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - E' come un nodo gordiano, che nessuno ha il coraggio di tagliare con la spada: il processo Pecorelli si avvita su se stesso, si paralizza in un gioco perverso di veti incrociati, sembra ripartire e invece di nuovo si bl occa. Anche ieri mattina è andata così: nuova Corte d'Assise, nuovo presidente (Giancarlo Orzella), nuova voglia di riuscire a decollare. Invece niente: una mattinata di eccezioni e distinguo, una raffica di camere di consiglio, un mortificante balle tto sul calendario delle prossime udienze, e infine il rinvio al primo luglio. "Non posso farci niente", commenterà alla fine un rassegnato Giulio Andreotti. "Forse quando facciamo le leggi dovremmo stare attenti a che le applicazioni non abbiano poi tempi biblici...". La procura di Perugia avrebbe intanto depositato il testo di un interrogatorio dell'aprile scorso ad un camorrista pentito: Federico Salvatore avrebbe parlato di presunti incontri tra Claudio Vitalone, esponenti della banda dell a Magliana e della Nuova camorra. I due pm, Fausto Cardella e Alessandro Cannavale, continuano a sfornare nuovi atti istruttori. L'ultimo è la richiesta di inserimento di tre nuovi testimoni nell'elenco depositato presso la Corte: sono il direttore del Sisde Gaetano Marino e due parenti dell'ex brigatista Anna Laura Braghetti: il primo deve spiegare il percorso di una vecchia intercettazione ambientale, che risale addirittura al 1979. Un'intercettazione nella quale i due brigatisti detenuti pa rlano del sequestro Moro. Tra un accenno al fatto che "non gli fosse stato torto un capello" e un tributo alla dignità del prigioniero ("non si è fatto vincere, non si è fatto prendere dal panico, non è stato zitto"), i due infilano anche una frase i mportante. Una frase che interessa sia il processo Pecorelli che quello di Palermo: "...i loro compagni hanno tolto gli originali, infatti hanno ancora tutti gli originali dei nastri...". I nastri, gli ormai leggendari nastri dell'interrogatorio di Aldo Moro. E adesso, dicono i due Br (che erano già in carcere al momento del sequestro), sono nelle mani di quelli che hanno gestito la seconda fase dell'operazione. I protagonisti di quei 55 giorni hanno sempre giurato e spergiurato che quei nastr i erano stati distrutti. Ma da chi? E perché? "Averli fatti sparire...", dicono i due brigatisti. Poi la registrazione si interrompe. Ma sembra che vogliano dire: è stato un errore. Perché la frase successiva è questa: "Sarebbe un buon colpo elettora le da parte delle...". Delle Br, probabilmente. Quanto ai due parenti della Braghetti, dovranno confermare che Anna Laura, nel presentare loro suo marito - Prospero Gallinari - lo aveva chiamato Maurizio. Perché "Maurizio" era appunto il nome di ba ttaglia di Gallinari, fino a pochi anni fa considerato l'assassino materiale di Aldo Moro. E nel dicembre del '78 Mino Pecorelli aveva scritto su OP, la sua rivista: "... e poi vedrete quando diremo chi è "Maurizio il macellaio"...". Annunciava rivel azioni sul presunto assassino di Aldo Moro, fornendo il nome di battaglia (noto a pochi) e regalandogli un soprannome. Ma come faceva a sapere che era proprio lui?

 

9 giugno

I depistaggi sul caso Pecorelli

L'amico del boss della Magliana ucciso:

In prigione un agente gli porto cocaina

Donatella Miliani

PERUGIA - Danilo Abbruciati, uno dei capi "storici" della banda della Magliana, contava su aiuti che gli potevano venire da persone delle istituzioni. A raccontarlo è stato ieri il romano Franco Collalti, uno dei testimoni al processo "per false d ichiarazioni al Pm" nell'ambito dell'inchiesta sull'omicidio Pecorelli, in cui sono imputati tre "007" del Sisde: Paolo Fabbri (questore), Giancarlo Paoletti (colonnello dei carabinieri) e Vittorio Faranda (maresciallo in pensione della PS). Collal ti, un pregiudicato amico del boss ucciso il 27 aprile dell'82, durante il fallito attentato al vicepresidente del Banco Ambrosiano di Calvi, Roberto Rosone, ha riferito che Abbruciati gli aveva confidato di avere "agganci con persone delle istituzio ni, negli ambienti giudiziari" e che proprio per questo gli aveva anche offerto aiuto per risolvere i suoi problemi con la giustizia. Ad avvalorare il fatto, Collalti ha raccontato che il boss, il giorno stesso in cui venne arrestato (era ricercato per un deposito di armi scoperto in un capannone del ministero della Sanità), il 13 marzo dell'82, gli telefonò proprio da un luogo in cui era detenuto per tranquillizzarlo che sarebbe uscito prestissimo. "Prima di Pasqua, mi disse" racconta Collalt i, e così poi avvenne. "In seguito - dichiara ancora il testimone - Danilo mi raggiunse a casa e mi raccontò che quell'arresto l'aveva sorpreso molto, così come le strane cose che gli erano accadute nel carcere di Rebibbia dove fu trasferito pochi gi orni prima della liberazione". Fu proprio là, infatti, che il boss della banda della Magliana ricevette la visita di Paolo Virgili, un dipendente della Usl all'epoca collaboratore del Sisde, che gli portò anche un "tiro" di cocaina. "Danilo - ha de tto Collalti - fu sorpreso dalla visita di Virgili, che gli propose di collaborare con i servizi, ma lui rifiutò...". A confermare la "visita" nel carcere di Rebibbia e anche il particolare della droga, è stato poi lo stesso Virgili, che ha aggiunto anche che ad accompagnarlo furono due dei tre "007" imputati: "Non mi ricordo se andai con Fabbri, con Paoletti o con tutti e due...". Dell'episodio della "coca" aveva parlato per prima Fabiola Moretti, la pentita della banda della Magliana, ex com pagna di Abbruciati, che tra l'altro sostiene che l'ex senatore Claudio Vitalone, uno degli imputati al processo Pecorelli, si sarebbe più volte incontrato con esponenti di spicco della stessa organizzazione criminale cui avrebbe fatto dei "favori". Che Virgili avesse avuto un "permesso" particolare per entrare a Rebibbia sembra evidente, visto che in nessun altro modo avrebbe potuto portare la droga in carcere. Particolare quest'ultimo del quale il capo del centro Sisde di Roma 2, l'imputato Pa olo Fabbri, ascoltato nel pomeriggio per più di tre ore in aula, ha detto di essere stato all'oscuro. Quell'incontro in cui si sarebbe cercato di ottenere da Abbruciati informazioni sull'eversione di destra, e che fu proposto dal Virgili a Fabbri, si verificò circa tre mesi prima dell'attentato a Rosone e quindi della morte del boss (che tra l'altro fu arrestato in marzo proprio grazie all'informazione che Virgili fornì a Enzo Cioppa, ex agente dei servizi da cui sarebbe stato allontanato perc hé iscritto alla P2). Pochi giorni dopo quel contatto, come annunciato all'amico Collalti, Abbruciati uscì dal carcere. E qui si innesta un "giallo" relativo a un'agenda del boss, trovata dalla sua ultima compagna, Milva Bonamore (anche lei ascoltata ieri) e consegnata al Virgili, suo amico che sapeva essere "vicino" ai servizi. Che cosa conteneva? Quanti e quali numeri telefonici? Impossibile dirlo visto che venne buttata via. Così almeno ha detto ieri Paolo Virgili. "Dopo un po' di tempo - ha spiegato poi il questore Fabbri - Virgili venne da me dicendo che aveva l'agenda di Abbruciati. Di lui non mi fidavo e alla fine rifiutai". Il processo proseguirà il 25 giugno. Saranno ascoltati altri due "007" imputati.

 

13 giugno

INCONTRO CON GELLI

INCONTRO CON GELLI Il ruolo di Coppetti In relazione all'articolo apparso sul Corriere dell'11 maggio dal titolo "Un Forattini contro Andreotti", prego di rendere noto che l'affermazione a me riferita non risponde al vero. In realtà, durante la m ia audizione quale persona informata dei fatti, il giorno 3 maggio, davanti alla procura della Repubblica di Palermo, ho parlato articolatamente di un contesto molto complesso dell'epoca (1978) nel quale, tra l'altro, poteva ipotizzarsi l'intenzione del signor Gelli di sostituire Pecorelli al vertice di O.P. e che, sempre in ipotesi, tale sostituzione poteva avvenire con il giornalista Coppetti che all'epoca mi era sembrato godere di considerazione ed assoluta fiducia da parte del signor Gelli. Quanto riferito, quindi, nell'articolo in questione dal giornalista Felice Cavallaro distorce ed altera, certamente per necessità di sintesi, il reale senso di quanto ho riferito davanti al magistrato circa il ruolo avuto dal signor Coppetti nella vi cenda del mio incontro con il signor Gelli. In tal modo si è recato danno all'immagine del signor Coppetti che è persona degna della massima stima e, come fu possibile accertare in seguito ed in modo non dubbio, non legata, all'epoca dei fatti in dis cussione, da vincoli di sorta al signor Gelli ed alla sua organizzazione. Prego, pertanto, voler rettificare nel senso che precede quanto attribuitomi nell'articolo in argomento. Umberto Nobili Roma

 

2 luglio

RIPRESO IL DIBATTIMENTO A PERUGIA

L'invito del pm ai giurati. Andreotti: non c'entra la prigionia di Moro

Giuliano Gallo

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - Cinque mesi dopo il suo inizio teorico, il Grande Processo inizia per davvero. E comincia con due paradossi, enunciati dai due pubblici ministeri. "Questo processo vi costringerà a ripercorrere eventi particolarmente dr ammatici - dice ai giudici popolari Fausto Cardella -. E tuttavia non dovrete giudicare un pezzo di storia patria: questo è un normale caso di omicidio". E' la stessa linea seguita dai Pm nel processo di Palermo, dove Giulio Andreotti deve rispondere del suo "rapporto organico" con Cosa Nostra. Il secondo paradosso lo regala alla corte d'assise Sandro Cannavale, l'altro Pm: "Il testimone principale di questo processo è Mino Pecorelli. Sono i suoi articoli, il suo mestiere di giornalista, la pa ssione che ci metteva. Un giornalista discutibile, certo. Ma anche uno che ha inventato un modo nuovo di fare questo mestiere". Andreotti non condivide. E regala una delle sue battute velenose: "Su Pecorelli non sono io che devo dare giudizi. Oltre tutto sono di una scuola che dice: dei morti si parla solo se se ne può dire bene. Per lui comunque parla la sua agenzia...". Non è piaciuta, al senatore, l'introduzione dei Pm: "Per come conosco i fatti, l'infondatezza è totale. Ma soprattutto mi di spiace veder rimessa in discussione la prigionia di Moro. Del resto chi lo ha interrogato è vivo, e quindi...". Sopire, placare. Sindona? "Sono andato a New York, a quella riunione che si teneva tutti gli anni, c'era un sacco di altra gente". I due m emoriali Moro? "Fra il primo e il secondo non ci sono molte differenze. E comunque né lei né io sappiamo cosa avremmo scritto in quelle condizioni...". Un paio di file più indietro siedono Michelangelo La Barbera e Pippo Calò, che però lasceranno l 'aula quando tocca ai pm: i segni sono tutto, nel linguaggio di Cosa Nostra. "Angelo il siciliano", killer prediletto di Stefano Bontate e presunto assassino di Pecorelli si rivolge a don Pippo con un rispettoso "lei". Finora "il siciliano" no n si era interessato al processo, e perfino il difensore è rimasto sorpreso nel trovarselo di fronte. "Volevo vedere cosa succede", ha spiegato. Rosita Pecorelli ha visto ieri per la prima volta uno dei due uomini che accusano di aver ucciso suo frat ello. "E' un'emozione forte. Avevo paura di questo incontro", dice. Massimo Carminati, l'altro presunto killer, dovrebbe essere scarcerato fra breve, per le sue pessime condizioni di salute. E Rosita non ha niente da obbiettare: "Poverino, se sta in quella situazione, umanamente mi dispiace, ma non sono io che lo faccio stare in carcere". Cardella e Cannavale iniziano, dunque, il loro lungo viaggio. Cercando di spiegare come questo "normale processo per omicidio" finisca per lambire alcuni dei p iù grandi misteri italiani: dal caso Moro allo scandalo Italcasse, dall'"affaire Sindona" alle attività della banda della Magliana. Il pm Cardella avverte i giurati che "la prova si formerà davanti a voi", e li invita a partire da un preciso punto di vista: "Ponetevi nell'ottica della presunzione di innocenza degli imputati, e desistete dal tentativo di giudicare le singole prove. Tenete sospeso il giudizio fino alla fine: soltanto una valutazione complessiva potrà condurvi ad un giusto convin cimento". E siccome il nuovo codice lo consente, l'accusa continua a portare acqua al suo mulino: il 20 giugno Cardella e Cannavale sono volati a Johannesburg a interrogare Gianadelio Maletti. Capo dell'ufficio "D" del Sid negli anni '70, Maletti è u n uomo che sa molto. Ma ai magistrati ha regalato poco. La "rivelazione" (anticipata in un'intervista al Corriere 9 mesi fa) che Pecorelli gli aveva raccontato di aver ricevto la visita dell'"emissario" di "un importante esponente di governo dc". L 'emissario, aveva raccontato Pecorelli (20 giorni prima di essere ucciso), gli aveva offerto una modesta somma di danaro per non pubblicare un articolo su "Op". Niente di eclatante, comunque. Così come la seconda chicca regalata dall'ex generale: un Claudio Vitalone che lo interroga sul golpe Borghese. E che, 5 anni dopo, si presenta candidato per la Dc in un collegio "influenzato", guarda caso, da un colonnello del Sid.

 

3 luglio

Colpo di scena al processo

Pecorelli: la difesa di Andreotti presenta un nuovo testimone

E' Alessandro D'Ortenzi, uomo della malavita

Giuliano Gallo

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - Alla ricerca disperata di un'altra pista, di una traccia qualsiasi che allontani dal suo assistito il sospetto di aver ordinato un omicidio, il professor Franco Coppi approda infine ad Alessandro D'Ortenzi, in arte "Zan zarone". Un asso nella manica, lascia capire il difensore di Giulio Andreotti. "Un testimone che afferma di conoscere fatti relativi all'omicidio Pecorelli che farebbero pensare ad una pista assolutamente diversa da quella prospettata dal capo d'impu tazione". Ci tiene tanto, a D'Ortenzi, il professore: "Rinuncerei a tutti gli altri testimoni tranne che a questo", si sbilancia. Ma chi sarà mai, questo supertestimone dell'ultima ora? Alessandro D'Ortenzi detto "Zanzarone" è un vecchio arnese del la mala romana: rapinatore in celebri "paranze", quattro anni di manicomio criminale alle spalle ("ma avevo scelto io di andarci, per evitare la galera"), si definisce nazi-fascista ("ho sempre professato questa mia religione politica e non la rinneg o per nessun motivo") e gli piace da matti finire sui giornali. Cosa abbia esattamente da dire sul delitto nessuno lo sa. I giudici di Perugia lo hanno già convocato due volte e lui non si è mai fatto vedere. Pare comunque che la sua teoria sia que sta: Pecorelli è stato ucciso da qualcuno della banda della Magliana, perché aveva "venduto" al generale Dalla Chiesa alcune confidenze. La sua "rivelazione" più clamorosa: nella villa del professor Aldo Semerari, il criminologo decapitato dalla camo rra, si riunivano il procuratore di Roma Giovanni De Matteo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il colonnello Antonio Varisco (ucciso dalle Br), il professor Franco Ferracuti (criminologo piduista, legato alla Cia), il defunto capo della polizia Vincenzo Parisi e altri notabili. E che facevano? "Pensavano di creare più caos possibile con degli attentati, da eseguire nelle varie città. Per poi, con lo Stato allo sbando, prendere il potere...". E lui era lì, in prima fila. Non pago, il prof essor Coppi chiede anche una convocazione di testimoni senza precedenti per la giustizia italiana: l'audizione di tutti gli abitanti dell'isola di Lipari, nelle Eolie. I ventimila isolani dovrebbero dichiarare se davvero il senatore Andreotti abbia i ncontrato a Lipari i cugini Salvo, in vacanza con il loro yacht. E' pronto a tutto, il professore, per dimostrare l'innocenza di Giulio Andreotti. Perché ne è assolutamente convinto, al di là di ogni ragionevole dubbio: "Soprattutto perché man ca il movente: se Andreotti avesse dovuto far uccidere tutte le persone che gli hanno dato fastidio, forse non sarebbe bastato un cimitero intero per raccogliere le spoglie...".

 

 

13 luglio

Giacomo Lauro, ex uomo della 'ndrangheta, ricevette l'incarico da una persona che si qualifico come finanziere

Un pentito:

REGGIO CALABRIA - Nuove sensazionali rivelazioni sul delitto Pecorelli, per il quale a Perugia è in corso di svolgimento il processo in cui sono imputati il senatore a vita Giulio Andreotti e Claudio Vitalone. Nel marzo del 1979 il pentito della 'ndr angheta Giacomo Lauro avrebbe ricevuto l'incarico da una persona che si era qualificata come ufficiale della Guardia di Finanza di uccidere il direttore di OP, appunto Mino Pecorelli. L'incontro tra Lauro e il sedicente ufficiale si svolse a Roma nel la sede del Comando generale della Guardia di Finanza, in via Sicilia. Lo ha riferito ieri lo stesso Giacomo Lauro durante la deposizione nel processo in corso a Reggio Calabria contro l'ex parlamentare socialdemocratico Paolo Romeo, accusato di co ncorso esterno in associazione mafiosa. Lauro, che nel 1979 era latitante, ha detto che l'uomo che incontrò in via Sicilia era in borghese. Il pentito non eseguì il mandato affidatogli poiché successivamente, come ha riferito nella sua deposizione, si rese "latitante nella latitanza". Lauro ha detto che trascorse il periodo della latitanza a Roma e che all'incontro nella sede del Comando generale della Guardia di Finanza fu accompagnato da un generale in pensione dell'Esercito, Antonino Sacc à, appartenente ai servizi segreti e iscritto alla massoneria, successivamente deceduto. Lauro ha detto che fu Saccà a parlargli per primo della possibilità di affidargli l'incarico di uccidere Mino Pecorelli. Lauro ha detto di essere stato anche in rapporti a Roma con un pediatra, Mario Zambone, oggi allevatore di cavalli, anch'egli, sempre secondo il pentito, appartenente ai servizi segreti. Il pentito ha riferito inoltre di avere appreso da Zambone e Saccà del progetto elaborato per consent ire la fuga dell'estremista di destra Franco Freda e ha parlato anche del progetto di Freda e Paolo Romeo di organizzare in Calabria una "superloggia" massonica. Secondo Lauro, inoltre, Romeo, arrestato per la fuga di Freda, fu detenuto nel carcere d i Reggio Calabria nella stessa cella in cui era rinchiuso Paolo De Stefano, "a dimostrazione - secondo Lauro - dell'affiliazione dell'ex parlamentare alla 'ndrangheta. Lauro ha anche detto di avere ricevuto in carcere confidenze e particolari sul r uolo che Paolo Romeo avrebbe avuto nella 'ndrangheta, nella massoneria, nei servizi segreti e nell'eversione di destra dallo stesso Paolo De Stefano, ucciso in un agguato a Reggio Calabria nell'ottobre del 1985. Il pentito ha riferito infine degli "appoggi elettorali" che Romeo avrebbe avuto da diverse famiglie mafiose di Reggio Calabria.

 

 

30 luglio

Perugia, il difensore di Andreotti mette in dubbio l'attendibilita della testimonianza di un maresciallo

Decolla il processo Pecorelli, ed e subito scontro in aula

Giuliano Gallo

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - Ed è subito scontro. Scontro duro, senza esclusione di colpi. In un afoso pomeriggio di mezza estate il processo Pecorelli, dopo mille rinvii e false partenze, decolla per davvero. E la difesa fa capire, fin dalle prime battute, che non sarà un processo facile: gli avvocati hanno intenzione di contendere metro per metro il terreno all'accusa, di smantellare tutti i testimoni del pm. Ad andarci di mezzo è l'incolpevole vice brigadiere dei carabinieri Ciro Formuso, che ha l'unica colpa di essere passato per caso, la sera del 20 marzo 1979, per via Orazio. Il povero Formuso aveva solo vent'anni, era ancora allievo carabiniere, e se ne stava andando a spasso. Una donna lo aveva avvicinato: "Presto, venga, c'è un uomo in quella macchina...". E lui era andato, aveva visto una Citroen con il finestrino distrutto, e sul sedile un uomo che sembrava privo di vita. Era corso a telefonare alla centrale operativa dell'Arma, poi era tornato alla Citroen e aveva sfila to il portafogli dalla tasca dell'uomo, per identificarlo. Poi era arrivato un tenente e poi altra gente ancora, fino a tarda notte. Lui aveva dettato a un maresciallo una concisa relazione su quello che aveva fatto, e se n'era tornato in caserma. Un teste "tecnico", dunque. Non attribuibile né alla difesa né all'accusa. Eppure gli avvocati difensori hanno cominciato a bersagliarlo di domande, ad aprirsi varchi fra i suoi "non ricordo", neanche fosse stato Tommaso Buscetta. Un avvocato, preso dalla foga, è arrivato a chiedergli perentorio: "Ma lei è sicuro che quello fosse un cadavere?". Il fatto è che il vicebrigadiere molti anni dopo, nel 1993, era stato avvicinato da due uomini della Dia, la Direzione investigativa antimafia. Che gli a vevano chiesto di ricostruire di nuovo quella serata. E lui aveva ricostruito, attingendo alla memoria. Già questo banalissimo supplemento di indagine era stato preso a pretesto dalla difesa per lavorare sulla capziosità dei pubblici ministeri. Qua ndo poi si è scoperto che uno dei due funzionari, il maresciallo dei carabinieri Antonio Pesce, era presente in aula fino a pochi istanti prima dell'inizio della testimonianza, allora gli avvocati si sono scatenati: "Questo episodio ci inquieta", ha scandito il professor Coppi, difensore di Giulio Andreotti. Che ha chiesto formalmente di poter interrogare il maresciallo sul perché della sua presenza. Richiesta condivisa dagli altri difensori, ma respinta dalla Corte. Anche Antonio Ugolini, il perito balistico che lo ha seguito alla sbarra, non ha avuto sorte migliore. Ugolini nell'ambiente è una piccola leggenda, uno che ha fatto perizie su tutte le pallottole "importanti" degli ultimi trent'anni. Da Moro a Castellari, da Semerari a Ilari a Alpi. Ma ha avuto l'ardire di raccontare che la busta con i proiettili trovati nel corpo di Mino Pecorelli gli era stata consegnata lacerata, e che mancava una delle pallottole. Aggravando la sua posizione con un parallelo fra le pallottole del del itto Pecorelli e quelle trovate al ministero della Sanità. Ovvero quelle dell'armeria della banda della Magliana. Che aveva fra i suoi custodi Massimo Carminati, indicato come uno dei killer di Pecorelli. Secondo Ugolini quelle pallottole erano della stessa partita, con una certezza dell'85 per cento. E fino a notte si è battagliato su questo.

 

31 luglio

OMICIDIO PECORELLI / Colpo di scena al processo di Perugia: l'ex ufficiale dei carabinieri Cornacchia da una mano all'ex senatore Dc

Teste-chiave aiuta Vitalone:

Giuliano Gallo

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - "Claudio, tu in questa storia non c'entri un c... Quello che poteva raccontare la verità sull'omicidio Pecorelli è stato fatto secco...". Due aloni di sudore che gli deturpano la giacca, la faccia tirata dalla stanchezz a, Antonio Cornacchia regala un brandello della sua verità a microfoni spenti, quando tutti stanno già correndo ad ingurgitare un panino. Ex ufficiale dei carabinieri, oggi semplice procuratore legale a Foligno, Antonio Cornacchia è un personaggio-ch iave di questa e di tante altre storie. Era il capo del reparto operativo dei carabinieri ai tempi del sequestro Moro, aveva diretto le indagini su tutti i delitti romani delle Br, era riuscito perfino ad infiltrare un suo uomo all'interno della colo nna romana. Poi erano saltati fuori gli elenchi della loggia P2. E lui c'era, numero di tessera 2154. Anche se adesso lui nega, e giura che si trattava di un caso di omonimia. Un ex potente, comunque. Custode di molti segreti, che però non è ancora disposto a rivelare. Ma all'antico conoscente Claudio Vitalone, che frequentava negli anni belli della procura romana, qualcosa alla fine concede: quell'accenno sibillino ad altri mandanti e ad altri esecutori, un lampo di ambigua "verità" che l'imp utato Vitalone si affretta ad accogliere come un assetato nel deserto. Finita la pausa-panino, Vitalone e il suo avvocato mettono dunque al corrente la Corte della "confidenza" di Cornacchia, e il presidente decide che il verbale dell'udienza venga s pedito in Procura, perché si apra un'indagine sull'accaduto. Una manna, per l'ex senatore. Che come unica speranza di salvezza ha il cercare di convincere i giudici che esistono altre piste, per l'assassinio del direttore di Op. La deposizione dell'e x carabiniere dura tutta la mattina. Ed è come aprire un brutto libro di ricordi: le prime indagini, la "pista" Licio Gelli segnalata da una telefonata anonima al procuratore De Matteo e subito scartata da Cornacchia, tanti "non ricordo" e alla fine una rivelazione: sì, ammette con finta ritrosìa l'ex colonnello, avevo un infiltrato nella colonna romana. E dice anche il nome: si chiamava Paolo Santini. Ma è una rivelazione con la muffa. Perché il nome di Santini era uscito su un settimanale addi rittura nell'aprile dell'81. Il pomeriggio invece è tutto per Antonio Tomaselli, capo del reparto operativo della Dia di Roma. Anche lui colonnello dei carabinieri, ma di tutt'altra pasta: ex uomo dei Ros del colonnello Mori, alla Dia fin dall a fondazione, investigatore di razza, Tomaselli è l'ufficiale che in quel lontano marzo del '79 aveva cominciato a indagare sull'omicidio. Aveva steso il primo verbale di interrogatorio di Franca Mangiavacca e Paolo Patrizi, i due collaboratori di Pe corelli, aveva guidato la perquisizione negli uffici e nella casa del morto. Poi però era stato messo da parte: Domenico Sica, il pm che aveva preso in mano l'inchiesta, non gli aveva più ordinato niente. E Tomaselli era tornato al lavoro di tutti i giorni. Taormina, che si è accaparrato il testimone in esclusiva, punta a dimostrare che su quel delitto non si era indagato allora e in fondo non si è indagato nemmeno negli ultimi anni, quando i magistrati di Perugia avevano imboccato la "pista" Andreotti-Vitalone trascurando tutti gli altri possibili filoni di indagine. Tomaselli si difende con pacata sicurezza. Ma il difensore di Vitalone insiste, ripercorre passo passo tutte le strade, anche le più fantasiose: l'ex compagna di Pecorelli come possibile mandante dell'omicida, un misterioso killer assoldato dal generale Giudice per far fuori il giornalista, le "rivelazioni" di Raffaele Cutolo a proposito di un suo uomo che gli aveva chiesto delle armi per uccidere Pecorelli... Tutt o, purché l'ombra del sospetto si allontani dal suo assistito.

 

30 agosto

CASO PECORELLI / Al processo, depone Patrizi: Evangelisti consegno ad Op il dossier Italcasse

Il senatore: non ho bisogno della parola di un boss

Giuliano Gallo

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - Si parla di cavalli, sulla Croma blindata che corre veloce in autostrada. Di cavalli e di calcio. Soprattutto di Luciano Gaucci, presidente del Perugia che attraversa un momento difficile e fortunato. Su Giovanni Brusca invece niente. Nemmeno una parola. Giulio Andreotti torna serafico dalle vacanze, e si ripresenta davanti all'aula bunker di Capanne come uno scolaro disciplinato. I cronisti, in crisi d'astinenza, lo assalgono subito e lui non si sottrae. Brusca ha fatto sapere che dirà tutto quello che sa di lei. "Se è così, non può che dire cose che sono utili a me... Contro di me non può dire nulla. Al massimo quello che ha letto sui giornali". E' sereno? "Assolutamente". Lo sgangherato corteo si avvia verso l'aula. Quindi è meglio ascoltare Brusca al più presto? "Beh, su questo credo che abbiano fatto bene i miei avvocati, quando dicono che per dimostrare la mia innocenza non c'è bisogno della parola di Brusca. E comunque non voglio comment are. Aspettiamo gli atti, i verbali". E' serafico, il senatore. Come sempre. Si scompone solo quando qualcuno gli chiede di Limongelli, l'omino che l'altro giorno in udienza ha raccontato la storia del "signor G.", mimando l'aspetto di un uomo con la gobba. "Non so nulla, ero a Roma", taglia corto il senatore. E adesso che il protagonista è arrivato, può anche cominciare l'udienza. Che ha in menu una sola audizione: quella di Paolo Patrizi, principale collaboratore e forse unico amico vero di Mino Pecorelli. Ternano, 51 anni, una lontana e mai rinnegata militanza in Potere operaio, Patrizi non ha grandi rivelazioni da fare. Ma nessuno come lui può ricostruire il mondo di Mino Pecorelli. Un poliziotto-giornalista, diviso fra debiti veri e scoop sognati. Uno, dice Patrizi, "che avrebbe potuto diventare ricco continuando a fare l'avvocato della fallimentare. E che invece quando è morto ha lasciato nei guai finanziari tutti i suoi cari". L'ex giornalista parla per tutto il giorn o. Ed ecco sfilare le figure sbiadite di quegli anni Settanta pieni di morti e di misteri: Licio Gelli che telefonava presentandosi come "il signor Luciani", i "peones" della Dc che fornivano a Pecorelli preziose informazioni, e che lui vedeva ogni m artedì sera all'Elefante Bianco di via Veneto. E poi Miceli, Maletti, Labruna. Capi e gregari dei servizi che Pecorelli attaccava e poi blandiva. In cambio di notizie, dossier, soffiate. O i convegni di Giancarlo Elia Valori, pieni di magistrati di t utta Italia che Pecorelli inseguiva con tutto il suo zelo. E ancora Evangelisti, braccio destro di Andreotti che però consegna all'amico giornalista il dossier sullo scandalo Italcasse. Che a "zio Giulio" avrebbe procurato non pochi guai. Fino a quel 20 marzo, con il nuovo numero di "Op" appena impostato. Aspettava il memoriale di Arcaini, Mino Pecorelli. E anche quello di Sindona. Ma si sarebbe accontentato anche di nuove carte sul caso Moro. Qualcuno gliele aveva promesse. Ma non sarebb ero più arrivati dossier, nella redazione di "Op". E alle nove di sera Paolo Patrizi si era ritrovato a piangere sul marciapiedi di via Orazio. Per un amico morto, per un lavoro perduto e per un futuro tutto da inventare.

 

 

 

1 settembre

IL PROCESSO DI PERUGIA

Le della compagna di Pecorelli

G. Ga.

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - E' durato 18 ore al processo Andreotti l'interrogatorio di Franca Mangiavacca, la compagna di Mino Pecorelli. Gli avvocati della difesa hanno addirittura chiesto che venisse incriminata per reticenza e falsa testimonian za. Per via di una serie di "stranezze" raccontate dalla signora. Strano ad esempio, insinuano i difensori, che sia arrivata davanti all'auto dove Pecorelli stava agonizzando, abbia cercato di soccorrerlo, e poi si sia chinata sul marciapiedi buio pe r raccogliere i bossoli dei killer. "Ero confusa, non sapevo che fare - ha spiegato lei -. Volevo farli analizzare per conto mio...". Ma è strano anche che, pur avendo le mani macchiate di sangue, sui bossoli (che dopo aver raccolto aveva ributtato a terra) non ci fossero invece tracce. Ma la "stranezza" più macroscopica, quella che le ha fatto rischiare un'incriminazione - respinta alla fine dalla corte - è la storia della scatola di una pistola che lei aveva trovato, dopo l'omicidio, nella c asa che Pecorelli aveva comperato: la gettò in una siepe. Uno dei suoi avvocati (Franco De Cataldo, che però è morto da tempo) cinque anni dopo le aveva consigliato di raccontare il fatto ai magistrati. E lei obbediente era andata a palazzo di Giusti zia.

 

10 settembre

LA DEPOSIZIONE

Giuliano Gallo

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - Ha parlato di tutto, don Masino. Non si è limitato a "vendere" la sua ormai celebre frase su Andreotti e i cugini Salvo. Con una premessa granitica: "Un uomo d'onore non poteva mai in nessun caso mentire ad una d omanda di un altro uomo d'onore. Poteva rifiutarsi di rispondere, fino alla tortura. Ma mai mentire". Vediamo allora di fare ordine nella torrenziale deposizione, dividendola in tanti capitoli, come un romanzo. GAETANO BADALAMENTI - "Gaetano Badala menti l'ho conosciuto all'inizio degli anni Cinquanta, e siamo stati amici fino all'82. L'ho conosciuto giovane, non sposato. E poi sposato, padre. L'ho conosciuto soldato, capo della commissione e poi espulso da Cosa Nostra... Quando seppi che era s tato espulso mi fece rabbia, mi fece dispiacere. Da quel momento gli feci sapere che dimenticavo tutti i rancori e lo consideravo ancora mio amico. E continuai ad avere rapporti con lui, anche senza vederlo: era latitante perché si nascondeva da Cosa Nostra... Lo rividi nell'estate dell'82, in Brasile". LA RIVELAZIONE - "Eravamo all'hotel Regent di Belem, avevamo fatto insieme il viaggio da Rio de Janeiro, 5 mila chilometri. La televisione stava parlando del delitto Dalla Chiesa, e andammo fuo ri dall'albergo a parlarne. Il discorso su Andreotti nacque da un equivoco, perché Badalamenti cominciò a parlarmi di Pecorelli senza dirmi che si trattava del giornalista. "U ficimu noautri", mi disse. Lo abbiamo fatto noi, io e Stefano Bontade. Il fatto è che Badalamenti si spiega malissimo, lascia sempre in sospeso su quello che dirà dopo. Parla, e poi rimane lì, con le labbra strette. E' interessantissimo... Io comunque pensavo che si riferisse ad un ragazzo di quindici anni, un certo Pecore lla, che era stato fatto strangolare da Cosa Nostra. Prima gli avevano amputato un braccio, mentre era ancora vivo. "Così non ti servirà per sparare a Riina", gli avevano detto. "Chiarito l'equivoco, Badalamenti si era messo a ridere: ma no, sto pa rlando del giornalista. Lo abbiamo fatto io e Stefano Bontade su richiesta dei Salvo, per fare un favore ad Andreotti... Pecorelli aveva dei documenti che aveva avuto chissà come, documenti che riguardavano Moro...". L'INCONTRO - "Badalamenti mi ra ccontò anche di essersi recato personalmente, assieme a suo cognato Filippo Rimi e a uno dei Salvo, nello studio del senatore. Per ringraziarlo del suo interessamento in un processo. Andreotti gli aveva detto che poteva essere utile all'Italia, se ci fosse stato un Badalamenti in ogni strada. Credo che il processo fosse arrivato in Cassazione: per me che non sono dotto in giurisprudenza, Roma vuol dire Cassazione". IL CASO MORO - "Ho avuto incarico da un uomo malavitoso di Milano, chiamato Ugo Bossi, di interessarmi, se volevo, della liberazione di Moro. Ma a Cuneo, nel carcere dove ero detenuto, era impossibile. Ma ho avuto incarico anche dalla mafia, di vedere se qualche brigatista voleva trattare. Non ci riuscii, e la cosa non ebbe seg uito. Bossi mi disse se potevo fare qualcosa, perché aveva ricevuto delle telefonate di personaggi politici. E tempo dopo, a Milano, mi fece avere le trascrizioni di quelle telefonate, dove un politico diceva che la Dc a Moro non lo voleva vivo. Non mi ricordo chi era che parlava, ma so che in altri verbali ho fatto il nome di Vitalone e Formisano". IL PATTO - "In America ho incontrato l'avvocato di Badalamenti, Schoenbach. Un incontro ufficiale, attraverso le autorità di polizia. Il colloquio è stato anche registrato. L'avvocato desiderava che io testimoniassi per il suo difeso in un processo che ancora continua. Il processo chiamato "Pizza connection". In pratica dovevo tradurre le telefonate fatte in siciliano. In cambio lui si sarebbe astenuto dal fare dichiarazioni contro di me... Ma io avevo risposto che nell'84 avevo fatto un patto con il governo italiano, e che intendevo rispettarlo. Del resto io non potevo essere d'aiuto a Badalamenti dicendo la verità. Anche perché Badalame nti dice che io sono bugiardo...". I SALVO - "Ignazio e Antonino Salvo li ho conosciuti negli anni Ottanta. Sono stato ospite nella villa del genero di Nino, a Natale. Feci venire anche mia moglie dal Brasile. Erano uomini d'onore della provincia d i Trapani: Nino era capodecina, Ignazio sottocapo. Li avevo conosciuti a Favarella, il punto d'incontro dell'élite di Cosa Nostra. Me lo dissero loro, che erano in rapporto con lo "zio". In mia presenza lo chiamavano così, il senatore Andreotti. Da n oi si usa dire così per dire una persona di rispetto". IL BIGLIETTO - "Il biglietto aereo per venire in Italia l'ho pagato io, con la mia carta di credito. Ma solo perché non è arrivato il biglietto mandato dal governo italiano. Però non è vero che ho viaggiato in prima classe: ho viaggiato in business, per le mie condizioni di salute. Soffro di mal di schiena, e non posso stare dieci ore seduto".

 

11 settembre

Il legale del senatore a vita tenta di minare la credibilita del collaboratore sui rapporti tra mafia e politica

Buscetta: a Falcone dissi piccole bugie

Il pentito in difficolta. E Andreotti ironizza:

G. Ga.

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - L'obbiettivo è dichiarato. Ed è lo stesso di tutti gli avvocati difensori che in questi 12 anni si sono trovati davanti Tommaso Buscetta: demolirne la credibilità, minare alle fondamenta quella sua dannata tranquillità, far vedere al mondo che anche il principe dei pentiti è un bugiardo, come molti altri suoi compari. Anche il professor Franco Coppi si è cimentato nell'impresa, con tutte le risorse del suo grande mestiere. E alla fine qualche dubbio nella testa dei giudici popolari è riuscito a seminarlo, qualche crepa nella corazza di don Masino è riuscito ad aprirla. Aveva promesso 452 domande, ed è stato di parola. E alla fine qualcuno dell'accusa ha definito l'interrogatorio un'ordalìa. Ovvero un giudizi o divino, come quelli ai quali nel Medioevo venivano sottoposti gli accusati. Coppi ha picchiato a tutto campo: dai soldi che Buscetta (autodefinitosi con un filo di ironia "collaboratore di mestiere"), riceve dallo Stato. Dai rapporti coi cug ini Salvo alle piccole "bugie" dette a Giovanni Falcone nei primi interrogatori. Giù giù fino al vero nodo di tutto il processo: quello che Gaetano Badalamenti aveva raccontato in Brasile sul delitto Pecorelli. Coppi non mette in dubbio che quel colloquio ci sia stato. E' troppo intelligente per farlo. Si accontenta di far dire a Buscetta che Badalamenti non gli aveva detto esplicitamente che Andreotti aveva "ordinato" l'omicidio. "Mi parlò di una cosa fatta nell'interesse di Andreotti" . Anche il più distratto dei giudici popolari capisce che fa una bella differenza: se Andreotti non ha mai chiesto esplicitamente ai Salvo di far tacere Pecorelli, allora può anche essere stata un'iniziativa personale dei due cugini... E l'avvocato a quel punto non riesce a trattenere l'esultanza: "E' una vita che aspetto questo momento". Nello scontro aspro, interrotto di frequente dai Pm che corrono in soccorso del loro testimone, c'è spazio anche per una battuta: "Di Coppi ne conosciamo due ", dice Buscetta. "Uno sulla bicicletta, che è rimasto...". L'avvocato lo interrompe sorridendo: "Io spero di rimanere ancora con i piedi per terra". Tutto sommato sembra più tranquillo, il collaboratore di professione. Perde la pazienza solo nel pomeriggio, quando l'avvocato Gioacchino Sbacchi, difensore palermitano di Andreotti, tira in ballo la moglie. "Io non capisco queste domande di intimità - grida -. Non rispondo a queste domande. Parliamo di cose più serie. Non vedo perché parlar e di mia moglie nel processo". E Andreotti? Anche lui sembrava aver smaltito la tensione di lunedì. E davanti ai soliti microfoni spianati era pronto a riesumare il suo cavallo di battaglia: quello che dietro le accuse piovutegli addosso ci sia un su ggeritore. Il tutto naturalmente condito con la sua personale ironia: "A teatro una volta c'era il suggeritore. E si vedeva. Adesso ci sono tecniche molto più sofisticate... Se dietro a Buscetta ci sia qualcuno, io comunque non lo so".

 

12 settembre

Il processo per l'omicidio del giornalista: dopo Buscetta ascoltato Mancini, della banda della Magliana

Rissa in aula tra il pentito e l'avvocato Coppi:

Giuliano Gallo

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - "...Durante un appostamento a Monteverde - dovevamo ammazzare un bookmaker, un certo Ottaviani - si parlava con De Pedis di come mai Massimo Carminati era tenuto in così alta considerazione dalla banda. E Renatino mi di sse che Carminati, assieme a uno che chiamavamo Angiolino il biondo, aveva ammazzato Pecorelli...". Dalla sofisticata ambiguità siciliana di Tommaso Buscetta, alla viscida, imbarazzante schiettezza romanesca di Antonio Mancini. Una specie di Little T ony prematuramente invecchiato, occhiali dorati e capelli grigi cotonati. Sembra un ragioniere, Mancini. E invece è un assassino confesso, uno spacciatore di droga, un rapinatore. Uno che i pubblici ministeri maneggiano come se fosse nitroglicerina, e che gli avvocati difensori cercano di fare a pezzi appena gli arriva a portata di domanda. Comunque sia, Antonio Mancini dice di aver saputo che l'omicidio Pecorelli era stato "chiesto" da Claudio Vitalone. E di questo ha parlato. Glielo dissero sia Renatino De Pedis che Danilo Abbruciati, tutti e due morti ammazzati. Quel giorno a Monteverde, mentre facevano la posta a uno che dovevano ammazzare, Renatino gli disse di Pecorelli. "Mi mostrò una pistola. Era una 7,65 tutta cromata, con dei gh irigori sul calcio. Vedi, mi disse, questa è la pistola che ha ucciso Pecorelli". Ad Abbruciati invece fu lui, Mancini, a chiedere notizie sull'uccisione del giornalista. "Danilo mi confermò che gli autori erano stati Carminati e Angiolino il biondo. E mi disse che l'omicidio era stato messo in atto per entrare nelle grazie di un potere politico-massonico-giudiziario, al quale faceva capo il dottor Vitalone. E che era stato chiesto dal dottor Vitalone. Secondo Abbruciati l'omicidio serviva al gr uppo per fare un salto di qualità, per avere delle entrature nel mondo giudiziario. Pecorelli, mi spiegò, poteva causare dei danni al gruppo del dottor Vitalone. In seguito ho saputo che Pecorelli era in possesso di documenti che potevano arrecare da nni a quel gruppo. Erano documenti relativi al sequestro Moro". Poi, racconta ancora Mancini, Abbruciati gli aveva spiegato che nella faccenda c'entrava anche Cosa Nostra. "Danilo aveva rapporti ottimissimi con un siciliano che chiamavamo Mario, e che era Pippo Calò. E sapevo che si incontrava anche con Bontade. Era una cosa che sapevamo tutti, tanto che nella banda Abbruciati era chiamato "il mafioso". Comunque mi disse che anche la mafia era interessata a questo omicidio. Anche loro per fare un favore a quel potere...". Perché, a sentire Mancini, la banda della Magliana era ghiotta di favori, oltre che di danaro e cocaina. Più o meno tutti i capi della banda avevano i loro rapporti "importanti": Abbruciati ad esempio secondo lui frequ entava Vitalone, ma anche il defunto braccio destro di Andreotti, Franco Evangelisti. E poi giudici come Adriano Testi, o massoni di rango come Umberto Ortolani. Mentre De Pedis "frequentava un giudice di sorveglianza di Rebibbia, la dottoressa Ianni lli o Iannini". Augusta Iannini, oggi giudice per le indagini preliminari a Roma, ha già querelato Mancini per queste affermazioni. E nella querela ricorda che lei Renatino De Pedis lo aveva arrestato e rinviato a giudizio per tentato omicidio nel gi ugno dell'83. Su questa storia è iniziato un furibondo corpo a corpo verbale tra Mancini, Coppi e il difensore del pentito. Con Coppi che gridava "pensi alle persone che ha ammazzato", e Mancini che urlava più forte ancora. Tutti negli spogliatoi, aveva ordinato allora il presidente.

 

13 settembre

CASO PECORELLI / Deposizione dell'ex capo della banda della Magliana

QUELL'AVVOCATO Gelli... di

Il pentito: mi sembro interessato all'omicidio del giornalista

G. Ga.

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - In aula scambi di accuse incrociate fra difensori e pubblici ministeri. Fuori dall'aula, invece, un'ammissione a mezza bocca rubata a uno dei difensori: "Forse la Corte ci sta credendo, a quello che dice...". Antonio Ma ncini si sta rivelando il vero teste- chiave del processo Pecorelli, grazie all'abilità di far scivolare via le contraddizioni che gli vengono rinfacciate. Anche se con delle defaillances, che ieri hanno fatto gridare gli avvocati alla vittoria. La giornata se la sono divisa equamente a metà Carlo Taormina, che difende Vitalone, e Giosuè Bruno Naso, il coriaceo difensore di Massimo Carminati. Autore del primo scambio di urla della giornata (il secondo è stato appannaggio di Taormina, che ha li tigato invece con il pm Sandro Cannevale): "Lei si comporta come uno che ha la coda di paglia...", ha sibilato al pm Fausto Cardella. Che per un attimo ha perso la sua granitica compostezza: "Lei non si permetta di dire queste cose, io non posso toll erare...". Il presidente ha cercato di mettere pace, Naso ha ritirato la frase, e Mancini è andato avanti a rispondere alla gragnuola di domande. Tirando fuori anche una mezza rivelazione, ripescando una storia raccontata in aula il giorno precedente : nell'81 lui e Danilo Abbruciati erano andati a Milano, a ritirare dei documenti da una misteriosa avvocatessa. E questi documenti dovevano servire per aiutare Francis Turatello, boss della mala milanese in quel momento sotto processo. Dovevano esse re consegnati a personaggi importanti, che in cambio avrebbero aiutato Turatello a salvarsi da una condanna. Uno di questi personaggi, aveva raccontato Mancini, era Claudio Vitalone. Un altro poteva essere invece l'avvocato Maurizio Di Pietropaolo. Un bel nome, un nome grosso. Perché si trattava del difensore di Licio Gelli, di Francesco Pazienza e di Giuseppe Ciarrapico. Solo che l'avvocato è morto nel '91. E soprattutto che la "rivelazione", ammette Mancini, "è solamente una mia deduzione". Perché Di Pietropaolo "era la persona più interessata a quei documenti". Documenti, dice ancora Mancini, "che secondo Abbruciati avevano a che fare con il caso Moro". Alla difesa comunque, soprattutto a Carlo Taormina, va bene anche Di Pietropaolo. S e non altro perché allontana da Vitalone l'accusa di essere l'unico "interessato" all'omicidio. Non è una deduzione invece la storia che riguarda Francesco Masone, oggi capo della polizia. Ma è una storia vecchia, che Masone ha abbondantemente chia rito con i magistrati romani. Racconta dunque Mancini che una volta doveva recuperare un miliardo e 400 milioni da Enrico Nicoletti, il "cassiere" della banda della Magliana. Voleva andarseli a riprendere, se occorreva anche con le cattive. Ma la sua compagna, Fabiola Moretti, lo a-veva consigliato di lasciar perdere: "Nicoletti è culo e camicia con Masone".

 

14 settembre

IL GIUDICE SULLE ACCUSE DI UN PENTITO

Iannini: s'indaghi sui calunniatori

ROMA - "O mi cacciano dalla magistratura oppure sanzionano la calunnia e indagano sui suoi scopi". Augusta Iannini, giudice del Tribunale di Roma, replica con durezza alle accuse del pentito Antonio Mancini, ex banda della Magliana, condannato a 28 a nni. Il caso è stato riproposto ieri dal Foglio. Mancini ha sostenuto, durante una deposizione al processo Pecorelli, di aver parlato del suo futuro carcerario con Renato De Pedis, un complice che definisce "molto amico della Iannini": De Pedis gli d isse che per aiutarlo ad uscire prima era stato inventato un piano, con finta evasione e successiva collaborazione. La Iannini avrebbe proposto un intervento di clemenza e le condizioni politiche per ottenerlo sarebbero state create dall'intervento d i Gianni Letta, amico di famiglia della Iannini. "Circostanze palesemente false - dice il magistrato - perché da giudice istruttore feci arrestare De Pedis, respinsi una quantità di istanze di revoca degli arresti e mi battei per la sua condanna, che non ci fu. Inoltre, la mia frequentazione con Gianni Letta, amico e corregionale di mio marito Bruno Vespa, è di molto posteriore a quegli anni e divenne di dominio pubblico soltanto quando mi astenni, nel novembre del '93, dal processo che riguarda va l'allora vicepresidente della Fininvest. "Mi domando, e domando per iscritto al Csm, al Pg della Cassazione e al ministro di Grazia e Giustizia: perché la credibilità di questo pentito non è stata verificata, malgrado la mia immediata denuncia c ontro di lui per calunnia?".

 

 

1 ottobre

PROCESSO PECORELLI / Limongelli, imbottito di Valium e whisky, cambia versione

Il cugino ritratta sulla

Giuliano Gallo

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - Bastano poche gocce di Valium e un paio di robuste sorsate di whisky. E la "gobba" evocata con tanta suggestiva precisione svanisce come per magìa. Umberto Limongelli, cugino di Mino Pecorelli e factotum della rivista O P, credeva di aver chiuso i suoi rapporti con il processo di Perugia il 28 agosto scorso. Quando era stato interrogato per un'intera giornata e aveva ricostruito con sana verve popolana le ultime ore del giornalista ucciso. Raccontando fra l'altro di uno strano scambio di battute fra lui e il cugino. Nelle quali Pecorelli, fattosi di colpo serio, aveva adombrato il rischio che qualcuno potesse farlo fuori. Chi? aveva chiesto Limongelli. E lui aveva mormorato: "C'è sempre un G... pronto a farmi f uori...". Sollevando poi le spalle, come a mimare qualcosa. "Avevo capito che voleva dire uno con la gobba...", aveva spiegato candido l'ex factotum. Un episodio minore, assolutamente inutile sul piano strettamente processuale. Ma visto che viviamo sotto la tirannìa delle immagini, quell'alzata di spalle aveva proiettato Umberto Limongelli, pensionato a 700 mila lire al mese, dritto nei titoli dei telegiornali. E lui si deve essere spaventato. Così, quando ieri è dovuto tornare e rifare daccap o la sua testimonianza (la precedente era stata annullata per un vizio di procedura), prima si è imbottito di Valium, poi ha attinto a una bottiglietta di whisky che teneva nel borsello. Ma la miscela, invece di restituirgli coraggio, gli ha solo i mpastato un po' la lingua. E la gobba è sparita, sostituita da una generica "alzata di spalle". E Andreotti? Per carità: "Solo dalla televisione ho saputo che era coinvolto". Io, proclama fiero Limongelli, "di politica non mi interesso: è dal '68 che voto scheda bianca...". Nemmeno quell'accenno ad un "G.", giura adesso, era servito a farlo pensare al Divo Giulio: "Bastava sfogliare la collezione di OP per vedere quanti G. c'erano...". Poi, sempre farfugliando un poco: "Del resto Mino di nemici ne aveva tanti. Io invece non ce l'ho con nessuno...". E questa è la sua verità, quella che rimarrà agli atti del processo: l'altra udienza, quella finita a ripetizione su "Blob", sarà invece cancellata anche fisicamente. Come se non fosse mai esisti ta. Anche se sarà difficile cancellarla dalla mente dei giudici popolari. E Umberto Limongelli se ne torna nell'anonimato. Così come Franca Mangiavacca, che di Mino Pecorelli era la compagna e che ieri è stata sentita anche dagli avvocati difensori . Strano personaggio, pieno di contraddizioni e ombre: una che vede il corpo del suo uomo assassinato e come prima cosa raccoglie da terra i bossoli della pistola che lo ha ucciso. Una che il giorno dopo il delitto si preoccupa di sistemare gli affar i del morto in modo da poterne diventare l'erede. Una che si contraddice su mille dettagli, che giura di non ricordare tante, troppe cose. Comunque nessuno è riuscito a smuoverla dai suoi "non ricordo": alla fine l'hanno congedata per stanchezza, più che per esaurimento delle domande. E infine don Gaetano Badalamenti. Che fa sapere per l'ennesima volta, attraverso il suo avvocato americano Schoenbach, di volere un confronto con Tommaso Buscetta. La Corte però si riunisce e poi accantona l'enne simo fax arrivato dagli States: "allo stato" non è possibile decidere se accettare o meno la richiesta di un confronto. Lo si deciderà dopo aver sentito tutti i testimoni. E dopo, dice il pm Fausto Cardella, che Badalamenti avrà accettato in prima pe rsona di farsi interrogare. E non solo di confrontarsi con il suo ex amico Buscetta.

 

2 ottobre

RIVELAZIONE A SORPRESA DI UN COLLABORATORE

G. Ga.

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - Si chiama Alfredo Di Martino, è un tossicodipendente con alle spalle anni di galera. In mano alla difesa del processo Pecorelli si è trasformato in un'arma micidiale, un'arma con due colpi in canna. Perché Di Martino - che all'inizio degli anni Ottanta faceva lo spacciatore a Trastevere per conto di Fabiola Moretti, oggi uno dei pentiti-chiave del processo - sostiene di aver saputo in carcere che la banda della Magliana non c'entrava proprio niente con l'assassinio del giornalista. E a dirglielo, giura, è stato Renatino De Pedis. La stessa persona che Antonio Mancini e Fabiola Moretti indicano invece come fonte delle loro rivelazioni. De Pedis però è morto da tempo e dunque non può confermare. Il 2 agosto sc orso il pm di Perugia Fausto Cardella è andato nel carcere di Prato ad interrogare Di Martino. Ha verbalizzato l'interrogatorio, e poi lo ha depositato in Procura. Ieri Giosuè Bruno Naso, difensore di Massimo Carminati (uno dei presunti killer di Pec orelli) ha tirato fuori a sorpresa la storia. Accusando Cardella di aver in pratica nascosto alla Corte tutta la faccenda. Sono volate parole grosse, Cardella ha ribadito la correttezza del suo operato, i difensori si sono spinti fino ad insinuare la necessità di un'inchiesta per omissione di atti d'ufficio da parte del pm. La Corte si è chiusa per due ore in camera di consiglio, e ne è uscita con una decisione a sorpresa: d'ora in poi i pm sono tenuti a rendere noti anche alla difesa tutti gl i atti istruttori che hanno compiuto. Non siamo d'accordo ma ci inchiniamo, ha risposto Cardella. Anche se la Procura di Perugia continuerà, in tutti gli altri processi, a non obbedire a questa ordinanza. Secondo il pm la decisione della corte contra ddice una sentenza della Cassazione in materia.

 

 

 

 

3 ottobre

Processo Pecorelli: la deposizione della sorella Rosita favorevole al senatore

Giuliano Gallo

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - "...Un mese prima lo avevo visto piangere per la prima volta: "Non ce la faccio più, sono stanco e solo", mi aveva detto. Quel pomeriggio del 20 marzo, invece, lo avevo trovato tranquillo, sereno. "Mi hanno promesso un contratto con una tipografia a costi convenienti", mi aveva spiegato, "e anche un contratto pubblicitario molto buono". Ma da chi ti sono venute queste cose? Gli avevo chiesto. "Dal gruppo di Andreotti, attraverso l'onorevole Evangelisti", mi aveva r isposto...". Rosita Pecorelli è la vestale della memoria di suo fratello. Si è costituita parte civile, e non ha mai perso un'udienza. Se ne sta lì, in silenzio, attenta, e ascolta. E' una persona mite, gentile. Con una sola incrollabile certezza: Mino Pecorelli non era come lo raccontano, era un uomo onesto e coraggioso. Ieri toccava a lei. Ha detto quello che sa, quello che ricorda, finendo per regalare alla difesa di Giulio Andreotti un frammento prezioso: perché i giudici popolari hanno sentito la sorella del morto, la rappresentante della parte civile, spiegare che suo fratello, poche ore prima di essere ucciso, riponeva tutte le sue speranze proprio nella stessa persona che oggi è accusata di averne ordinato la morte. Franco Coppi , difensore principe di Giulio Andreotti, appariva gongolante: "Siamo molto soddisfatti, perché da parte di una testimone la cui sincerità tutti quanti avete potuto constatare, è venuto il riconoscimento che Pecorelli non aveva motivi di preoccupazio ne nei confronti di Giulio Andreotti...". Funzionaria di una compagnia di assicurazioni, Rosita Pecorelli da 18 anni combatte per cercare la verità sul delitto. Non nutre risentimenti nei confronti di nessuno, tranne che per Franca Mangiavacca, l'e x compagna del giornalista ucciso. "La sera dopo l'omicidio - racconta alla Corte - disse a due amici, l'avvocato Umberto Sebastiani e sua moglie Sylva, di aver visto la mano del killer che aveva ucciso Mino. Solo la mano, non la faccia, aveva giurat o. Ma poi quella cosa non l'ha mai più detta a nessuno. E l'avvocato Sebastiani non è mai stato sentito dai giudici...". Franca Mangiavacca dopo l'omicidio aveva messo le mani sulle poche cose lasciate da Pecorelli: una decina di milioni, una villa in rovina, una piccola barca. "Non aveva nessun genere di sostentamento. Eppure dopo la morte di Mino ha cominciato a vivere nel benessere. Mi chiedo chi ha pagato il suo silenzio... Il giorno del funerale la Mangiavacca venne a casa mia, e davanti a mia madre disse una frase oscura: "E arrivato l'Arcangelo Gabriele e ci ha fatto questa grazia che Mino è finito così. Perché poteva andare anche peggio...". La ripetè due volte, quella frase. Senza mai dare una spiegazione". Poi la signora parla delle incredibili leggerezze commesse dagli investigatori. Per esempio, l'identikit di un misterioso uomo notato da un misterioso testimone davanti alla sede della rivista: fu disegnato il 21 marzo del '79 ma Rosita Pecorelli lo ha visto solo ieri, in aula. Scoprendo così che l'uomo dell'identikit somigliava parecchio a quello che lei aveva visto, per ben due volte, quel pomeriggio del 20 marzo.

 

3 dicembre

Perugia, spunta un verbale. Scontro in aula tra l'avvocato Taormina e il teste-chiave Mancini

Un camorrista pentito: Vitalone fece favori alla banda della Magliana

Giuliano Gallo

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - Ai seicento testimoni che sfileranno negli anni a venire nella fredda palestra-bunker di Capanne ieri, a sorpresa, se n'è aggiunto un altro. Si chiama Ciro Vollaro, è un camorrista pentito. Faceva parte del clan Vollaro , una delle bande più feroci tra quelle che hanno insanguinato negli anni passati Napoli e il suo hinterland. Succede dunque che Ciro Vollaro, un bel pomeriggio di ottobre, decida di dire la sua anche sul delitto Pecorelli. O meglio, sui suoi rapport i con Antonio Mancini, che del processo è uno dei testi-chiave. Ad un pm antimafia di Napoli, Vollaro racconta di essere stato detenuto a Pianosa, assieme al padre Luigi e al fratello, tra l'85 e l'87. E a Pianosa, carcere duro a quei tempi, c'era anche Antonio Mancini. Vecchio amico di Vollaro, che aveva conosciuto nel carcere di Chieti e con il quale aveva intessuto una proficua compravendita di droga anni prima. "Conversando in carcere - racconta Vollaro nel suo verbale - Mancini mi disse c he loro, riferendosi cioè alla banda della Magliana, avevano fatto un grosso piacere al magistrato Vitalone e che grazie all'aiuto di questo magistrato sarebbe riuscito ad ottenere il trasferimento dal carcere di Pianosa ad altro istituto. Non solo p er lui, ma anche per me, mio padre e mio fratello". Mancini, dice ancora Vollaro, non mi disse qual era questo "piacere" fatto a Vitalone. E lui naturalmente non glielo chiese: "L'unica cosa importante per me era riuscire ad andare via con i miei f amigliari da Pianosa". In effetti, pochi giorni dopo il colloquio, Mancini era stato trasferito a Busto Arsizio. "E dopo una quindicina di giorni io fui trasferito nel carcere di Bellizzi Irpino", ricorda Vollaro, "e dopo altri quindici giorni mi rag giunse mio fratello. Mio padre restò a Pianosa e rimase lì fino alla chiusura del carcere": Mancini glielo aveva detto, che non era possibile trasferire il capoclan: "Troppo importante e in vista". Il verbale di questo interrogatorio è arrivato ier i all'ufficio del pm e Fausto Cardella si è affrettato a depositarlo, informando i difensori e chiedendo di sentire Vollaro. Secondo Carlo Taormina, difensore principe di Claudio Vitalone, quel verbale però è un petardo con le polveri bagnate. Perché lo stesso Mancini in aula aveva raccontato che a fargli ottenere quel trasferimento non era stato Vitalone, ma Adriano Testi, all'epoca altissimo burocrate al ministero della Giustizia. E comunque, secondo le autorità penitenziarie, il trasferimento era stato chiesto dal pm romano Maria Cordova, perché sembrava che Mancini si preparasse ad uccidere a Pianosa Laudavino De Santis detto "Lallo lo zoppo", sanguinario malavitoso transitato anche per le fila della banda della Magliana. Taormina, Vo llaro a parte, si è in pratica accaparrato tutta la giornata: Antonio Mancini è - assieme alla sua compagna Fabiola Moretti - l'accusatore principale del suo assistito. E dunque l'avvocato ha cercato in ogni modo di minarne, anzi di demolirne la cred ibilità. Insinuando nei giudici popolari il dubbio che Mancini in realtà all'interno della banda della Magliana non contasse nulla, e che quindi non potesse sapere tutte le cose che oggi racconta. Mancini si è difeso con tutta la grinta del malavitos o di lunga militanza, rintuzzando una ad una le accuse dell'avvocato. Si prosegue stamattina, poi toccherà alla Moretti, che verrà sentita in videoconferenza. E ieri mattina la gelida e umidissima aula ha ricevuto anche la visita di una scolaresca: allievi dell'istituto tecnico commerciale "Capitini", ai quali Cardella ha tenuto una veloce lezione di procedura penale. Facile facile. "Lo faccio per farvi capire meglio - si è giustificato il pm -. Poi però, se studierete giurisprudenza, non anda te a dire che sono un somaro".

 

5 dicembre

Un numero di telefono simile a quello del procuratore generale della Cassazione era stato trovato nelle tasche del boss Abbruciati ucciso a Milano

Flick difende Galli Fonseca, ma un pentito lo accusa

Mancini (banda della Magliana) al processo Pecorelli: fui assolto in Corte d'appello per merito suo...

Giuliano Gallo

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - "Un quadro suggestivo, ma infondato e irreparabilmente dannoso". E' anche troppo generoso, il ministro Guardasigilli. Ha appena finito di ricostruire alla Camera un brutto pasticcio poliziesco-giudiziario, un pasticcio che ha finito per sporcare di fango l'ermellino più potente del Paese. Quello di Federico Zucconi Galli Fonseca, procuratore generale presso la Corte di Cassazione. Il suo nome è finito in fondo ad un ordine di cattura. Perché, scriveva il giudice istruttore Otello Lupacchini nel suo provvedimento (l'ordine di cattura per tutta la banda della Magliana), il numero di telefono del procuratore generale era stato trovato nelle tasche di un killer: Danilo Abbruciati, boss della banda della Maglian a ucciso a Milano il 27 aprile '72, subito dopo aver sparato al vicepresidente del Banco Ambrosiano Roberto Rosone. Non solo. Secondo le indagini di polizia Abbruciati, cinque giorni prima di essere ucciso, aveva telefonato a Galli Fonseca da una s tanza del Motelagip di Assago, alle porte di Milano. Come risultava dalle schede dell'albergo. Nel gennaio scorso era uscito un articolo su un quotidiano romano, subito seguito da una raffica di interrogazioni parlamentari sull'argomento. Tra i fir matari l'ex ministro della Giustizia Filippo Mancuso. Prima di rispondere nella sede parlamentare Giovanni Maria Flick ha cercato di documentarsi come meglio poteva: si era fatto mandare da Milano copia di tutti i pezzetti di carta trovati nelle ta sche di Abbruciati e aveva richiesto anche le schede telefoniche del Motelagip. Poi aveva inoltrato una richiesta di spiegazioni anche al giudice istruttore Lupacchini. Risultato di queste verifiche chieste dal Guardasigilli: nelle tasche di Abbruc iati il numero di telefono di Galli Fonseca non c'era. Nel rapporto di polizia infatti non si parlava di foglietti, ma si diceva solo che il numero "era collegato" al killer. Quanto alle schede del Motelagip, la Squadra Mobile di Milano aveva spiegat o che fra i numeri segnati sulla scheda ce n'era uno che poteva essere quello di Galli Fonseca. Aggiungendo però che si trattava di un numero "incerto, in quanto gli ultimi numeri sono incomprensibili". Ma l'annotazione iniziale sparisce ("inspiega bilmente", aggiunge Flick nella sua risposta a Montecitorio) da tutti i successivi rapporti redatti dalla polizia giudiziaria. Alla fine il ministro parla apertamente di un "mero pretesto", che ha permesso di "gettare ombre sull'immagine e la credi bilità del dottor Zucconi". E non risparmia una pesante bacchettata al giudice Lupacchini. Che, dice il ministro, "confonde risultanze investigative diverse e fra loro disomogenee". L'ex ministro della Giustizia Filippo Mancuso si è dichiarato "non solo insoddisfatto, ma scandalizzato della risposta del ministro", e la cosa avrebbe anche potuto chiudersi così, nella sede delle interrogazioni parlamentari. Solo che martedì sera, alla fine dell'udienza del processo Pecorelli, qualcun altro ave va provveduto ad evocare il fantasma di Galli Fonseca: Antonio Macini, collaboratore di giustizia e accusatore di Claudio Vitalone. Sollecitato da Giosuè Naso, difensore dell'ex terrorista nero Massimo Carminati, Mancini aveva raccontato di una "stra na assoluzione" da lui ottenuta il 20 giugno del '79 dalla corte d'appello de L'Aquila. Accusato di rapina e condannato in primo grado a 16 anni, Mancini era stato assolto e condannato solo per falso a quattro anni. "Mi venne indicata una certa m ossa da fare per cambiare il presidente", aveva raccontato Mancini. "Io la feci... E con il cambiamento di presidente fui assolto". Naso gli aveva suggerito il nome del presidente della corte d'appello dell'Aquila, cioè quello di Galli Fonseca. E lui aveva confermato: "Sì, ma che ci posso fare io?". Solo che Federico Zucconi Galli Fonseca all'Aquila ci sarebbe arrivato due anni dopo, il primo aprile dell'81. E come procuratore generale, non come presidente della corte d'appello.