1997

12 gennaio

PERUGIA / La deposizione di Vittorio Carnovale, pentito della Magliana

Donatella Miliani

PERUGIA - "L'omicidio del giornalista Mino Pecorelli? Mi risulta che fu un favore a Claudio Vitalone...". Berretto di lana in testa, camicia color crema e gilet a striscie, Vittorio Carnovale, quarant'anni, uno dei componenti della banda della Maglia na e da circa tre anni pentito (dallo scorso settembre gli è stato revocato il programma speciale di protezione ma è comunque attualmente sottoposto a misure di vigilanza), ha rilanciato ieri al processo di Perugia, in teleconferenza da una località segreta, le sue accuse nei confronti dell'ex senatore Dc. "A volere l'omicidio Pecorelli - ha spiegato con spiccato accento romano Carnovale, spalle alla telecamera - a detta di Renato De Pedis, erano stati i "siciliani", che avevano chiesto un favor e ai "testaccini". I siciliani dovevano fare a loro volta un favore, sempre secondo De Pedis, al senatore Claudio Vitalone". Parole pesanti quelle pronunciate dal "coniglio" (questo è il soprannome del pentito) e risuonate nell'aula bunker del carcer e di Capanne dove dallo scorso aprile è in corso il dibattimento, parole alle quali Vitalone, imputato insieme ad Andreotti appunto come mandante di quell'assassinio, ha reagito però con aria indifferente. "Informazioni apprese da altri", ha infatti cercato di minimizzare il suo avvocato Carlo Taormina. Carnovale alla Corte d'Assise perugina ha spiegato di aver appreso dal cognato Edoardo Toscano, anche lui malavitoso della banda della Magliana, che il magistrato Vitalone era il mandante dell'om icidio del direttore di O.P.". Informazione che il cognato aveva a sua volta avuto da Renato De Pedis, uno dei boss della banda. "Toscano mi disse anche che gli esecutori materiali dell'omicidio erano stati Massimo Carminati - ex Nar - ed un certo An gelo il siciliano", che poi la procura di Perugia ha identificato in Michelangelo La Barbera, entrambi imputati come esecutori materiali del delitto. "Fu questo Angelo mi disse Toscano, a sparare", ha poi aggiunto Carnovale. Le presunte rivelazioni d i Toscano risalgono a dieci anni fa e vennero fatte in un'aula di tribunale, a Roma, alla presenza di altri due boss della Magliana: Antonio Mancini e Marcello Colafigli. Udienza al termine della quale Carnovale evase clamorosamente.

 

4 febbraio

Omicidio Pecorelli: confronto Sica-Alfieri

Versioni diverse sulla stessa telefonata

PERUGIA - Confronto ieri a Perugia tra il prefetto Domenico Sica e il colonnello dei carabinieri Carmelo Alfieri su una telefonata giunta la sera dell'omicidio di Mino Pecorelli, durante una cena a cui partecipavano, tra gli altri, lo stesso Sica, il colonnello Varisco e Claudio Vitalone. Chi, e perchè il 20 marzo 1979 chiese la presenza di Sica sul luogo del delitto pur essendo già presente il magistrato di turno? "Fu il procuratore De Matteo. Stavamo a cena insieme, a casa di Maria Palma, e lui ricevette una telefonata. Mi disse di andare perchè sembrava un fatto ricollegabile alle Br. Ed io mi occupavo di terrorismo". Questa la spiegazione di Sica, ascoltato come testimone dalla Corte d' Assise di Perugia. "Fui io a telefonare a casa P alma e parlai direttamente con Sica, non con De Matteo", ha detto invece il colonnello Alfieri, all'epoca capitano. "Arrivai tra i primi sul posto e il colonnello Cornacchia mi disse: "Il magistrato vuole Sica. Cerca di trovarlo. Ma non fece riferime nto a piste terroristiche". La Corte d' Assise di Perugia ha dunque disposto un confronto: Alfieri ha ribadito la sua versione e così Sica, precisando di "non ricordare" di aver parlato al telefono con l' ufficiale e di essere andato sul luogo del delitto, accompagnato dallo stesso Alfieri (che lo andò a prendere), su delega di De Matteo. "Lasciai il procuratore in casa Palma - ha detto Sica - con gli altri ospiti: c' erano i Vitalone e il colonnello Varisco". Sulla telefonata c'è anche una terza versione: è quella di Maria Palma, la padrona di casa la quale sostiene che la chiamata era per Vitalone. La parola definitiva passa a De Matteo che sarà sentito nei prossimi giorni.

 

 

1 marzo

PROCESSO PECORELLI / Gaetano Sangiorgi ritratta in aula tutte le dichiarazioni verbalizzate provocando una nuova bufera

Il senatore a vita: . Ma interviene Caselli:

Giuliano Gallo

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - "...Questo l'ho detto io, questo no... Questo lo avevo detto in un altro modo... Questo non l'ho mai detto...". Gaetano Sangiorgi sfoglia, come una margherita, al processo Pecorelli le pagine del suo verbale d'interr ogatorio. Ma quelli che lascia cadere sono petali avvelenati. Perché il dottor Gaetano Sangiorgi di anni 46 - un tempo stimatissimo medico analista, attualmente detenuto per concorso nell'omicidio di suo "zio" Ignazio Salvo - tenta di distruggere la reputazione dei magistrati che lo hanno messo in galera, dei poliziotti che hanno indagato su di lui. E difatti, poco più tardi, arriverà l'indignata replica del procuratore Caselli: "Le affermazioni di Sangiorgi sono false, illogiche, assurde, strum entali". Ma torniamo all'udienza di Perugia. Ed ecco la "verità" di Sangiorgi: "Io avevo detto che non conoscevo Andreotti, e che non mi risultava che mio suocero Nino Salvo conoscesse Andreotti". Alza la voce, si fa rosso in viso: "E loro mi ris pondevano che avevano la certezza che Andreotti fosse amico di mio suocero, e che lo avessi invitato al mio matrimonio...". "Loro" sono i pm palermitani Gioacchino Natoli e Guido Lo Forte, che il 21 luglio del '93 avevano interrogato Sangiorgi sul passaggio forse più delicato della loro inchiesta: il rapporto fra Giulio Andreotti e i cugini Salvo. Sangiorgi è un teste-chiave: i magistrati vogliono sapere se davvero l'ex uomo più potente d'Italia era stato invitato nel '76 al matrimonio del dot tore con la figlia di Nino, Angela. Se davvero aveva regalato agli sposi un vassoio d'argento... Nei verbali c'è scritto che il testimone non aveva negato del tutto la circostanza, ma adesso Sangiorgi li strappa in mille pezzi, quei verbali. "Io avevo detto di non aver mai ricevuto regali dall'onorevole Andreotti, invece sul verbale c'è scritto: "Non ricordo che vi fosse un regalo dell'onorevole Andreotti". Avevo solo parlato degli stretti rapporti tra mio suocero e Salvo Lima, ma non h o mai detto di aver "dedotto" da questo che Nino Salvo conosceva Andreotti. E' vero, ho detto che mio suocero non mi aveva mai parlato della sua conoscenza con Andreotti. Ma non ho mai aggiunto di "aver sentito parlare di questo in tutto l'amb iente palermitano". Il fatto è che prima Lo Forte, poi Natoli mi facevano le domande e poi dettavano, correggendo, quello che si scriveva. "Se lei ci dice qualcosa su Andreotti, torna a casa a fare il medico", mi diceva Natoli. Io gli avevo risposto "scriva tutto quello che vuole, perché di Andreotti non me ne frega completamente nulla. Le firmo tutto ciò che vuole". Me ne volevo solo andare, accusassero chi volevano. Andreotti, Vitalone...". Un'impazienza curiosa, per uno che in quell'epoca era un libero cittadino, un testimone "puro". I guai con la giustizia, infatti, in quell'estate del '93 dovevano ancora arrivare, e il dottor Sangiorgi avrebbe potuto tranquillamente rispondere ai giudici che lui non sapeva niente di nie nte. Poi però Sangiorgi era stato incriminato per l'omicidio di Ignazio Salvo, ucciso il 17 settembre del '92 nella villa di Ignazio a Santa Flavia: il suo nome era stato fatto da due pentiti, Gioacchino La Barbera e Santo Di Matteo, che lo accusavan o di aver guidato il commando all'interno della tenuta. Ma il dottore era stato incastrato soprattutto dalla ricevuta di pagamento di cinque orologi Cartier d'oro (che secondo La Barbera aveva regalato ai vertici di Cosa nostra, Riina compreso) e da una sua impronta digitale trovata dalla Dia sull'auto dei killer. E allora in quel grumo di risentimento che lo soffoca ce n'è anche per i poliziotti: "Dal giorno in cui sono finito in carcere vengo continuamente richiesto di fare dichiarazioni con tro Andreotti. Anche dal dottor Manganelli, che mi è venuto a trovare in carcere, e dal suo successore... Mi hanno offerto benefici se parlavo delle presunte conoscenze politiche di mio suocero: Andreotti, Vitalone, Carnevale. Ma io non sapevo niente "" Sì, dice alla fine delle due drammatiche ore che lo hanno visto protagonista, "sono perfettamente consapevole della gravità delle mie dichiarazioni. So che verrò denunciato per calunnia, ma questi sono fatti reali, circostanziati". E Andreotti ? Andreotti non perde il suo leggendario aplomb. Certo, la scelta degli aggettivi è pesante, ma il tono è di chi oramai non si stupisce più di niente: "Sono esterrefatto, non solo come persona ma come cittadino. Apprendere particolari di manipolazion i di questo genere è sconcertante... Io comunque resto della mia opinione, e cioè che questa storia non doveva nascere. Certo, sono molto colpito. Anche se, sapendo che non c'è niente dietro tutto questo processo, tutto ciò che man mano apprendo non mi sorprende". Pacato anche l'avvocato Coppi: "I giudici giudicheranno come stanno effettivamente le cose. Rimane il fatto che quello che è stato detto, che ha una singolare corrispondenza con quello che abbiamo ascoltato all'inizio del la settimana a Palermo, non può che lasciare sconcertati".

 

2 marzo

Lo sfogo dell'ex killer al processo Pecorelli: vivo in due stanze, mi hanno dato 300 milioni per i figli e i nipoti, ho nostalgia dei gelsomini

Il pentito Mutolo: rovinato dai politici

E Lo Forte sul genero di Salvo:

Il collaboratore:

<>

di poter vendere

i miei quadri

e di prendere

il gelato a Palermo>

Scontro con Calo

 

Giuliano Gallo

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - Signor Mutolo, ma lei quanto guadagna al mese? Chiede l'avvocato Corrado Oliviero. E sembra quasi di avvertire un sussulto, dietro il paravento. Perché ogni volta che Gaspare Mutolo si affaccia in un'aula di giustizia ( e succede quasi tutte le settimane) c'è qualche avvocato che gli chiede quanto guadagna. "Non so se sono autorizzato a dirlo. Ci sono persone del Servizio Centrale Operativo... (un sospiro). Comunque, se vuole rispondo. Io ho 2 milioni al mese e mi p agano anche l'appartamento. Poi ho ricevuto 300 milioni per aprire un'attività commerciale per i miei figli. Tra figli, nipoti e un cognato la mia famiglia è composta da quindici persone. Tutta gente che "prima" aveva delle attività commerciali, che sono state sradicate... La verità è che da quando ho cominciato a parlare di politici e di giudici mi sono tolto la tranquillità". Gaspare Mutolo ha 57 anni. E' entrato in Cosa Nostra nel '73, si è dissociato nel '92. In mezzo ci sono almeno venti omicidi, rapine, estorsioni, traffici di droga e di banconote false. No, dice, in Cosa Nostra non ho mai avuto incarichi di potere. "Mi avevano offerto di comandare una decina, ma ho rifiutato". Cresciuto assieme a Rosario Riccobono, capomandamento d ella famiglia di PartannaMondello, era un uomo da "incarichi speciali". Killer, all'occorrenza. Anche se, spiega adesso ai giudici del processo Pecorelli, "non è che uno fa un corso per diventare killer: in quella realtà un killer è una persona umana . Uccidere era una cosa molto facile...". Ha guadagnato molto, nei suoi diciannove anni da mafioso: anche cento milioni a settimana, quando all'inizio degli anni Ottanta trafficava droga con i cinesi. Da uomo libero possedeva un terreno di 30 mila me tri fuori Palermo, una società che vendeva rubinetti, il 50 per cento di due palazzi da 35 appartamenti ciascuno. Più un appartamento da due miliardi in città, quindici stanze dove adesso "i ragazzini vanno a fare pipì perché sanno che è la casa di M utolo Gaspare". "Non so se me li hanno confiscati, quei beni. Io comunque non ce li ho più. Non ho niente. Tranne la mia coscienza, e la speranza di potermi un giorno guardare allo specchio... Ho nostalgia dei gelsomini e delle rose della mia terra , vorrei andare a prendere un gelato a Palermo. E sogno soltanto, quando avrò finito di collaborare, di poter vendere i quadri che dipingo. Non ho celato gioielli, tesori, niente. So che devo pagare, e sto pagando. Sono agli arresti domiciliari da ci nque anni, con qualche ora di libertà per andare a fare la spesa. Io e mia moglie stiamo in due stanze. Ma tanto io ero abituato al carcere...". Quei trecento milioni, racconta, glieli hanno dati due anni fa. "Ma non per me. Erano per i miei figli: l i vedevo perdersi tutto il giorno davanti al computer, eppure avevano studiato. E a tutti i magistrati che incontravo chiedevo un aiuto. La mia famiglia aveva ancora 200 milioni, volevano rilevare un'attività commerciale ma ne servivano altri 300. Me li hanno dati". Qui a Perugia Mutolo deve parlare soprattutto di Pippo Calò, capo mandamento della famiglia di Porta Nuova, e delle sue "entrature" nel mondo della politica e degli affari della capitale. Nomi per la verità non ne fa, ma il ritratto basta a far imbestialire il vecchio boss. Che chiede la parola per la prima volta dall'inizio del processo. Per raccontare che lui Mutolo lo aveva conosciuto solo nell'86, nel carcere dell'Ucciardone. "Mi aveva anche chiesto un favore, dicen do che aveva i bambini senza scarpe, e la famiglia digiuna. Gli avevo detto: vai in quel tale negozio e poi io mando qualcuno a pagare il conto... Come ringraziamento mi aveva mandato un quadro, che poi ho buttato via. Ma poi abbiamo saputo che era i n rapporto con i servizi segreti. E da quel momento in poi lo abbiamo guardato in un certo modo, e nessuno gli ha confidato più niente...".

 

4 marzo

PROCESSO PECORELLI / Abbatino: . Poi insulta l'avvocato di Vitalone

Il pentito minaccia Taormina: ti sparo

A Catania due morti in un agguato, assassinato il nipote di un boss collaboratore

Giuliano Gallo

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - Sembrava quasi annoiato, stanco di dover ripetere sempre le stesse cose. Per ore e ore era stato lì dietro il paravento a rispondere a tutte le domande, anche se gliele ripetevano cinque volte. Poi, poco prima che calas se il sipario, Maurizio Abbatino, pentito storico della banda della Magliana e testimone-chiave del processo Pecorelli, scatta come un cobra: "Se succede qualcosa ai miei familiari, l'avvocato Taormina è il primo che viene sparato in testa". Il difen sore di Claudio Vitalone - "colpevole" di avere fatto domande che lambivano troppo da vicino la vita privata del pentito - non perde la sua collaudata freddezza: "Vorrei solo sapere se la minaccia l'ha fatta per eseguirla personalmente". "Certamente. Sarei disposto ad eseguirla io stesso. Sta succedendo qualcosa alla mia famiglia". Taormina: "E che m'importa a me della sua famiglia?". "Neanche a me frega niente di lei, avvocato". Gli agenti del Servizio Protezione intervengono di corsa e si port ano via il loro protetto. Che nel frattempo è schizzato fuori dal paravento e in piedi continua a insultare l'avvocato. Uno dei poliziotti per placcare il suo uomo cade rovinosamente sulla pedana, batte il ginocchio. Brutta botta, ma quello tiene dur o. E anche mentre lo portano via Abbatino regala un ultimo minaccioso gestaccio al suo avversario. Un indice alzato all'americana o invece l'antico gesto della P38 tanto caro agli autonomi del '77? E Taormina? Alla domanda su che "tipo di iniziative intende prendere contro il pentito", l'avvocato risponde: "È avvenuto in udienza, sotto gli occhi di tutti. Ci penseranno i pm". E aggiunge: "Certo, non mi faccio intimorire da un uomo come Abbatino". Ma nel frattempo gli avvocati insorgono contro l' eccessiva "morbidezza" dei pubblici ministeri. E Sandro Cannavale si scusa. Il fatto è che, pentito o no, "Crispino" è pur sempre un uomo di malavita. Uno che non si ferma davanti a niente, e che pensa che una buona pistola possa risolvere molti pr oblemi. Pensare che al cuore del processo, alla fatidica frase che aveva dato inizio a tutto, Maurizio Abbatino ci era arrivato subito, dopo pochi minuti di udienza: "Mino Pecorelli fu ucciso perché stava indagando troppo su una persona politi ca... Lo stava ricattando, stava facendo un certo tipo di indagine... Stava andando oltre". Ecco. Abbatino non fa il nome del politico, perché non l'ha mai fatto prima. Ma non serve, a questo punto. Per l'impianto dell'accusa non è importante: ci son o altri pentiti che quel nome l'hanno fatto. E secondo i pubblici ministeri le loro dichiarazioni si incastrano alla perfezione con quelle di Abbatino. Ma "Crispino" stavolta ha deciso di ravvivare la sua monotona deposizione. E allora eccolo racco ntare un episodio inedito: "All'inizio degli anni '70 ero stato arrestato per una rapina: mi avevano riconosciuto da un tatuaggio che ho sul polso. Ma "Renatino" De Pedis mi disse di stare tranquillo, perché del mio caso si occupava Claudio Vitalone. Uno che "aggiustava" i processi, mi spiegò De Pedis. Io non so se ci fu un interessamento di Vitalone. So solo che fui scarcerato dopo pochissimi giorni". L'avvocato Taormina gli farà più tardi notare che i giorni in realtà erano 53. "Per una rapina a mano armata e un tentato omicidio sono pochissimi", risponde Abbatino dall'alto della sua esperienza. In realtà Vitalone non si era più occupato di quella rapina, perché uno degli arrestati (Alessandro D'Ortenzi detto "Zanzarone") durante un inter rogatorio aveva sferrato un calcio nei testicoli al pm. Il caso era passato a un altro magistrato. E De Pedis si era preso 6 anni tondi tondi. "Forse proprio perché Vitalone è stato tolto dall'inchiesta", commenta serafico "Crispino".

 

5 marzo

PROCESSO PECORELLI / Un maggiore della Guardia di Finanza racconta i retroscena della copertina di sugli

Giuliano Gallo

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - "Gli assegni del presidente", era il titolo che Mino Pecorelli aveva scelto per quel numero della sua rivista. Un numero speciale, nel quale il direttore di "Osservatorio Politico" avrebbe dovuto raccontare la storia di una tangente da un miliardo e 420 milioni. Ne aveva già parlato nel '77, ma in maniera incompleta e imprecisa: quella nuova puntata avrebbe finalmente raccontato tutto il tortuoso percorso di una tangente pagata dalla Sir di Nino Rovelli in c ambio di finanziamenti pubblici per migliaia di miliardi: tanti assegni, intestati a nomi di fantasia. Destinatari, alcuni uomini politici degli anni '70. Fra i quali Giulio Andreotti. Doveva essere lo scoop della sua vita, ma nessuno l'ha mai letto. Il 6 febbraio '79 Pecorelli aveva infatti ordinato di distruggere le copertine di prova. Meno di due mesi dopo era morto. Una storia fondamentale per il processo, ma anche terribilmente complicata. Una storia che Franco Pisano, maggiore della GdF (settore polizia valutaria), cerca adesso di dipanare nel miglior modo possibile. L'inchiesta sui fondi neri della Sir, racconta il maggiore, era stata archiviata nell'83 da Orazio Savia, uno dei giudici finiti nei guai a causa di Pacini Battaglia. M a il fascicolo era poi scomparso: verrà ritrovato negli archivi della Procura di Roma solo nel '95, quando la Finanza deciderà di riaprire l'inchiesta. Un'esigenza basata su elementi concreti: perché alcuni di quegli assegni, dei quali tanto si era p arlato ma che in realtà nessuno aveva mai visto, erano ricomparsi. Nelle mani di Ezio Radaelli, organizzatore di spettacoli musicali. Che aveva raccontato ai magistrati di averli ricevuti da Andreotti, come pagamento per una festa dc. La storia com incia all'inizio degli Anni '70, quando la Sir (Società italiana resine, colosso composto da almeno 120 società operative) presenta un piano di sviluppo industriale del Sud: due insediamenti, in Calabria e Sardegna, che avrebbero dovuto portare lavor o e prosperità. La Sir avrebbe ottenuto finanziamenti dall'Italcasse, garantiti dalla Cassa per il Mezzogiorno, solo dopo che fosse stato accertato lo stato di avanzamento dei lavori. Ma in realtà, racconta adesso il maggiore Pisano, "la commissione incentivi che doveva valutare il progetto industriale venne scavalcata e si arrivò diretti alla segreteria del ministro, che era Giulio Andreotti". Mentre la GdF nell'82 aveva accertato che le zone da "industrializzare" erano ancora dei prati, cospar si di materiale imballato. Dopo il maggiore Pisano tocca al maresciallo Corrado Grassi. Anche lui finanziere, ma oggi in forza alla Dia. Lui ha raccolto la testimonianza di Ezio Radaelli (che verrà ascoltato domattina): "Parte di quegli assegni - r acconta - finirono nelle disponibilità di uomini politici come l'onorevole Giacomo Mancini e il senatore Andreotti. Solo titoli per oltre 140 milioni sono risultati direttamente nella disponibilità di Andreotti. Anche altri però potevano essere teori camente riconducibili a lui". Ma Giulio Andreotti e Giacomo Mancini non erano stati gli unici beneficiari di quegli assegni: alcuni erano stati trovati nelle casseforti della "Sofint", finanziaria di cui era proprietario Florence Ley Ravello, finan ziere italo-svizzero dalle mille inquietanti frequentazioni. Negli uffici della "Sofint" portavano infatti danaro da investire anche Domenico Balducci, "mente finanziaria" della banda della Magliana, e Pippo Calò. Ovvero l'ambasciatore di Cosa nostra a Roma, l'uomo che secondo l'accusa avrebbe organizzato l'assassinio di Mino Pecorelli. E Maurizio Abbatino, con le sue minacce di sparare all'avvocato Taormina? Se ne parlerà venerdì, quando "Crispino" tornerà in aula per completare l'interrogato rio. Per adesso tutti preferiscono smorzare i toni: Taormina non è nemmeno venuto, mentre il pm Cardella si rifiuta di dire se prenderà o meno provvedimenti. L'avvocato Taormina ha avuto nel frattempo la solidarietà della Camera Penale di Roma e la "gratificazione" di un'interrogazione parlamentare, presentata dal suo collega (e deputato dell'Ulivo) Vincenzo Siniscalchi.

 

7 marzo

AL PROCESSO PECORELLI

G. Ga.

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - Udienza breve, funestata da un blackout elettrico, ma importante per il solo testimone sentito, Carlo Zaccaria, venuto a raccontare quello che si può definire l'unico "scivolone" di Giulio Andreotti. Zaccaria, collabor atore di Andreotti ("Fin dal '72", precisa), racconta di una visita fatta nel '93 a Ezio Radaelli, organizzatore di feste di partito. Il suo capo ("Che per me rimane sempre un maestro", chiosa) era già finito nel calderone della doppia inchiesta di P alermo e di Perugia. E si era già cominciato a parlare degli assegni circolari che il petroliere Nino Rovelli aveva dato a dei politici. Alcuni di questi assegni, per 140 milioni, erano finiti a Radaelli. "Il presidente - racconta Zaccaria - mi dis se di andare da Radaelli perché c'erano dei fatti che non capiva, che non ricordava. Aggiunse che, se proprio non era necessario, gli avrebbe fatto piacere se non avesse fatto il suo nome". Quegli assegni sono il cuore del processo: Mino Pecorelli av eva avuto 30 milioni dall'entourage di Andreotti per non scriverne su Op. "Il senatore - dice Zaccaria - non mi disse a chi, né in relazione a che cosa, Radaelli non avrebbe dovuto fare il suo nome". Cardella gli contesta un verbale: "Andreotti volev a sapere - aveva detto Zaccaria - quale dei suoi collaboratori avesse consegnato a Radaelli quegli assegni: se Cecchierini, Bernabei o del Giglio. E chiedeva di non essere coinvolto se possibile, perché già in troppi facevano il suo nome". Radaelli f u conciliante: dica al presidente di stare tranquillo, non farò il suo nome nemmeno se mi mettono in galera. "Ne fui seccato - dice Zaccaria - perché mi sembrò di essere finito in una storia più grande di me".

 

8 marzo

IL PROCESSO PECORELLI / Abbatino richiama in causa Forlani, Piccoli, Darida, Vassalli e pasticcia con le date

Il pentito: Vitalone era piu temibile di tutti

E dopo le minacce di morte a Taormina chiede scusa alla Corte ma non all'avvocato:

Giuliano Gallo

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - Una giornataccia, per il processo Pecorelli. Senza vinti né vincitori, ma con molti feriti. Si comincia con le scuse ufficiali di Maurizio Abbatino, che qualche giorno fa aveva minacciato di sparare a Carlo Taormina, di fensore di Claudio Vitalone. Ma dalle scuse è escluso proprio Taormina: "Mi ha provocato - spiega il pentito - tentando di mettere allo scoperto il programma di protezione dei miei familiari". Le scuse comunque non gli risparmieranno un guaio giudizi ario: il pm ha infatti trasmesso gli atti dell'udienza alla Procura. Il resto è guerra. Taormina insiste per sapere perché Abbatino si sia deciso a parlare di Vitalone solo dopo decine di interrogatori, insinua il sospetto che la cosa gli sia stata "suggerita" durante uno dei tanti "colloqui investigativi", cioè fuori verbale. "Consideravo Vitalone più pericoloso dei magistrati che mi accusavano", risponde secco il pentito. Ma Taormina non demorde: conduce il testimone sul terreno dei rapporti fra uomini della banda della Magliana e politici, gli fa sgranare una serie di nomi altisonanti. Poi cerca di inchiodarlo: "Lei ha parlato di Forlani, di Piccoli, di due ex ministri della Giustizia come Darida e Vassalli, di Pennacchini che è consul ente giuridico del Quirinale. E non ha fatto subito anche il nome di Vitalone?". La risposta è sempre quella: "Il fatto è che ritenevo e ritengo ancora oggi che il dottor Vitalone sia più pericoloso di Vassalli e di tutti questi altri personaggi cita ti". E l'avvocato: "E' una farsa, siamo ostaggi di questi pentiti: prima ha affermato che questi colloqui investigativi ci sono stati, poi ha detto di non ricordare e infine si è avvalso della facoltà di non rispondere". Adesso tocca a Giosuè Bruno Naso, difensore di Massimo Carminati. Che costringe Abbatino a pasticciare con le date del suo incontro con il presunto killer di Pecorelli: Abbatino la mattina aveva detto di averlo conosciuto nel 1980, nel pomeriggio invece aveva "retrodatato" l'i ncontro al '78. Poi l'atmosfera si surriscalda: Abbatino è nervoso, l'avvocato lo irride: "Lei ignora il significato delle parole". E il pentito sbotta: "Per fare il collaborante mica bisogna avere la laurea. L'avvocato Naso mi ha offeso, proprio lui che è una persona poco morale perché prende i soldi dei delinquenti". E infine il gran rifiuto: "Me ne vojo annà". Le voci si accavallano, il pm Cardella invoca una sospensione. Abbatino sembra però averci ripensato: "Risponderò solo se le domande n on sono provocatorie". Ma Taormina schizza in piedi: "Se ha detto che non vuole rispondere deve essere mandato via. La sua deposizione è finita". Il presidente Orzella sulle prime dà ragione a Taormina: se ha detto che non vuole più parlare, non pu ò ripensarci. Poi evidentemente si rende conto che un'aula di giustizia non è un quiz a premi, dove la prima risposta è l'unica che vale. E tenta di mediare. Ma gli avvocati insorgono: si stanno comprimendo i diritti della difesa, chiediamo che il pr ocesso venga sospeso per conferire con le nostre Camere penali. Punto sul vivo, il presidente si irrigidisce: qui i diritti della difesa sono sempre stati tutelati. Poi in camera di consiglio per decidere cosa fare. Dopo un'ora la decisione, salomoni ca: è la Corte che decide se far continuare o no gli interrogatori, e la Corte decide che l'interrogatorio di Naso è finito, ma che può cominciare il contro-interrogatorio dei pm. Infine, Giuseppe Ciarrapico, sentito come testimone, ha detto che un o dei "famosi" assegni della Sir andò a suo padre "forse per una consulenza legale".

 

22 marzo

Radaelli:

Andreotti

mi diede

assegni Sir

ROMA - Una strada sbarrata per qualche ora da un corteo di auto blindate, un pugno di giudici popolari costretti in anticamera, un'ora e mezzo per montare l'impianto di registrazione: il processo Pecorelli consuma con qualche affanno la sua prima tra sferta. Da Perugia a Roma, per sentire Ezio Radaelli, l'ex patron del Festival di Sanremo e del Cantagiro. Il quale conferma quello che aveva già detto: cioè di aver ricevuto, nel 1977, direttamente da Giulio Andreotti, 14 assegni per un totale di 17 0 milioni, provenienti dallo scandalo dei fondi neri Sir-Rovelli, intestati a prestanome e poi girati, con i quali il parlamentare aveva pagato uno spettacolo per una campagna elettorale. Radaelli ha ribadito anche un episodio del '93 quando era an dato a trovarlo a casa Carlo Zaccaria, uno dei collaboratori del senatore. L'uomo, parlandogli degli assegni di Rovelli, gli aveva chiesto se fosse già stato sentito dal pm romano Salvi. "No", aveva risposto Radaelli. Lei comunque si ricorda che gl i assegni glieli ha dati Wagner, un collaboratore di Rovelli? aveva detto Zaccaria. E Radaelli aveva replicato, secco: "A dir la verità non me li ha consegnati Wagner, ma il suo capo, Giulio Andreotti".

 

 

5 aprile

A PERUGIA

Mario Sarcinelli al processo Pecorelli

PERUGIA - Storie di banche e di crac miliardari al processo Pecorelli. Ieri al dibattimento che ha come imputato Giulio Andreotti ha testimoniato Mario Sarcinelli, attuale direttore della Bnl ed ex direttore della Banca d'Italia. Argomento le presunt e pressioni di Franco Evangelisti per il salvataggio dell'impero finanziario di Michele Sindona. "Nel settembre del '78 Evangelisti mi convocò a Palazzo Chigi, chiedendomi di esaminare la possibilità di rivitalizzare le banche di Michele Sindona - ha detto ai magistrati Sarcinelli -. Chiesi di poter analizzare i documenti, e comunque feci presente che nessun salvataggio sarebbe stato possibile, al di là delle questioni legali, se non ci fosse stato un completo indennizzo alla collettività: l'e sposizione delle banche sindoniane ammontava infatti a circa 250 miliardi". Andreotti sapeva di questi contatti presi da Evangelisti? "Non ho alcun elemento per dire che Andreotti ne fosse informato - ha replicato Sarcinelli -: certo, il senatore e ra allora presidente del Consiglio, ed Evangelisti il sottosegretario alla presidenza".

 

 

8 aprile

Al processo Pecorelli due testimoni raccontano i rapporti del senatore e di Vitalone con i famigerati cugini

Pranzi elettorali

con trecento

persone,

estati spese

su barche da

30 metri, aerei

privati come

taxi di lusso

G. Ga.

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - Pranzi elettorali da trecento persone, cene per pochi nell'intimità di lussuose ville appartate, pigre estati spese girovagando su "barche" di trenta metri e più, un via vai di aerei privati usati come taxi di lusso per scorrazzare gli amici. Come doveva essere bella la vita, prima del naufragio. Due testimoni raccontano, nell'aula del processo Pecorelli, scampoli di anni ruggenti: gli anni di quando Giulio Andreotti veniva chiamato "eccellenza" da Nino Salvo, di q uando solo a lui il pranzo in piedi veniva servito invece al tavolo, con tanto di carrello e cameriere. E di quando Claudio Vitalone brillava della luce riflessa dal suo protettore". Parlano Vittorio De Martino e suo cognato Francesco Maniglia. Il primo dirigente d'albergo, il secondo costruttore un tempo smisuratamente ricco. Raccontano episodi già raccontati a Palermo all'altro processo. Un processo che pare sempre più il fratello maggiore di questo, celebrato in sordina e a singhiozzo. Vitt orio De Martino racconta dunque di una cena vecchia di quasi vent'anni: era il 7 giugno del '79, e all'hotel Zagarella (di proprietà di Nino Salvo) si era raccolto il potere dell'isola. Trecento persone delle 150 che si aspettavano, tutti stretti att orno a un Andreotti allora all'apice del suo fulgore. E fu proprio Nino Salvo, ricorda adesso De Martino, ad accompagnare in giro l'ospite d'onore. "Lo chiamava eccellenza, e gli vantava la bellezza dell'albergo". Andreotti ha sempre ammesso di aver partecipato a quella cena, ma giura di non ricordare assolutamente che l'anfitrione così ossequioso fosse proprio il potente esattore di Salemi. Maniglia invece parla di Claudio Vitalone. E della sua amicizia con Nino e Ignazio Salvo. Un'amicizia v era, un rapporto di grande cordialità. Al punto che il futuro senatore e l'esattore si davano del "tu", giura il costruttore. "Fui io a presentare i Salvo a Vitalone, nel 1977. Eravamo alle isole Eolie, Vitalone sulla barca di Maria Palma, io in croc iera con i Salvo, che conoscevo molto bene... Poi mi pare che si rividero, sempre in barca, a porto Cervo. E ancora a Palermo, un anno dopo, per il compleanno di mia moglie. Ma ci fu anche un pranzo o una cena a Roma, sempre nello stesso periodo. I r apporti tra loro erano cordiali, tipici di persone che si conoscono. Per questo mi sono sorpreso quando, anni dopo, Vitalone mi disse di non aver conosciuto i Salvo". Successe, ricorda Maniglia, nell'agosto del '93: era già scoppiato l'inferno, attor no a Giulio Andreotti e al suo clan. Che negava, così come faceva Vitalone, di aver mai conosciuto i famigerati cugini Salvo. E il povero Maniglia aveva avuto la pessima idea - erano nello studio dell'avvocato Pettinari, socio di Wilfredo Vitalone - di ricordare all'amico Claudio che invece lui i Salvo li conosceva bene.

 

9 aprile

Processo Pecorelli: l'ex maresciallo Novembre parla delle telefonate del killer assoldato dal banchiere

Il collaboratore di Ambrosoli: cosi Andreotti voleva salvare Sindona

G. Ga.

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - Un uomo retto, sostenuto dal senso etico del proprio dovere. Silvio Novembre offre alla platea del processo Pecorelli una testimonianza asciutta e drammatica, ma priva di rancore. Racconta, l'ex maresciallo della Guardi a di finanza Silvio Novembre, i giorni aspri e cupi vissuti accanto al liquidatore della Banca privata italiana, Giorgio Ambrosoli. Di quell'inverno del '78, quando il killer mafioso William Joseph Aricò, assoldato da Michele Sindona, telefonava all' avvocato Ambrosoli nel cuore della notte e lo minacciava, lo incalzava. Fino ad annunciargli che sarebbe morto. Racconta e sembra di rivedere un film che tutti hanno visto. Ma non è un film. Joseph Aricò telefonava davvero, e i nastri di quelle tel efonate mettono i brividi ancora oggi. "...Il Grande Capo...", aveva buttato lì, il killer, in una delle telefonate. E Ambrosoli aveva chiesto: chi è il Grande Capo? Sindona? "No, è l'onorevole Andreotti", aveva risposto l'assassino. "Ha parlato con l'uomo di New York, e ha detto che sei tu che ti opponi al salvataggio della banca...". Ambrosoli non era sembrato nemmeno troppo sconvolto, ricorda adesso il maresciallo Novembre: "L'avvocato era un uomo asciutto, di poche parole. "Non avrei mai c reduto che cadesse così in basso", fu il suo unico commento". Andreotti, questa è la verità che il maresciallo ha portato in aula, era la persona più interessata al salvataggio del bancarottiere, del banchiere mafioso, del criminale Michele Sindona . "All'avvocato Ambrosoli venne riferito che la persona più interessata a salvare la Banca privata era l'onorevole Andreotti: era lui che patrocinava i tentativi di salvataggio. Glielo dissero sia l'avvocato Guzzi, difensore di Sindona, sia l'ingegne r Federici, amministratore anziano del Banco di Roma. E fra il '78 e il '79 anche il genero di Sindona, Piersandro Magnoni, gli disse che dietro i tentativi c'erano Andreotti e Fanfani". Andreotti aveva incoronato nel '73 Sindona come "salvatore dell a lira", durante una cerimonia a New York. Poi ha sempre detto di non averlo mai più incontrato. Ma ci sono testimoni (tra cui una lobbista italiana che lavorava per il senatore) che lo smentiscono: il presidente e Sindona si erano visti negli anni s uccessivi. Andreotti non è in aula. Non c'è nemmeno il suo difensore-principe, Franco Coppi. Tocca allora alla giovane Giulia Bongiorno controinterrogare il maresciallo. E l'avvocato usa la sola tattica che le è rimasta: convincere la Corte che l'i nteresse di Andreotti era legittimo, l'interesse di un presidente del Consiglio per la seconda banca più importante del Paese. Ma il pm Cannavale è prontissimo: il senatore fece mai dei passi pubblici per il salvataggio? Si fece mai vivo di persona? "No", risponde secco il maresciallo.

 

10 aprile

L'INTERVISTA / LA REAZIONE DEL FINANZIERE

Il faccendiere sardo: gli ho dato tutto, perche lo avrei voluto morto?

Giuliano Gallo

ROMA - "Ci sono tanti modi per uccidere le persone, ma questo è il più straziante...". Flavio Carboni è nello studio del suo avvocato, Renato Borzone. Gli hanno notificato all'alba l'ordine di custodia cautelare. Si è sentito male, hanno chiamato a nche un medico. "Sono disgustato, affranto, sfiduciato. I capi di imputazione non li ho neanche voluti leggere: io Calò l'ho visto tre volte in vita mia, e non sapevo nemmeno che fosse Calò. Adesso dicono che è diventato mio complice. Ma perché avrei dovuto volere la morte di Calvi, visto che gli ho dato tutto fino alla fine?". Per uno di quegli scherzi cattivi del destino, martedì pomeriggio Carboni era al processo Pecorelli di Perugia. A parlare proprio di Roberto Calvi. Si erano cono sciuti a Porto Rotondo nell'estate del 1981: appuntamento in barca, davanti all'isolotto di Spargi. Un appuntamento che Calvi - uscito di galera da poco - aveva chiesto perché gli serviva denaro liquido per pagare i suoi avvocati. "Un uomo misterioso , che parlava poco, che si faceva capire male". Un uomo fragile che in quei giorni era "gestito" da Francesco Pazienza, "che non consentiva ad altri di interferire". Poi, secondo la Procura di Roma, il povero Calvi era riuscito a sottrarsi alla "gest ione" di Pazienza ("Aveva paura di lui: lo riteneva capace di nuocergli"), ma solo per passare sotto quella del piccolo imprenditore sardo. "Calvi aveva bisogno di me perché io avevo dei contatti che Pazienza non aveva - dice adesso Carboni -. Soprat tutto con il Vaticano: mi aveva promesso 100 milioni di dollari, una cifra astronomica, se fossi riuscito a fargli ricucire i rapporti con il Vaticano. Adesso dicono che volevo la sua morte. Ma perché? Io gli ho dato tutto, fino alla fine. Cer to, lo facevo pensando a quei 100 milioni di dollari. E poi, se davvero avessi voluto farlo uccidere, perché mettere in piedi quella messinscena del ponte: sarebbe bastato un colpo di pistola...". Dicono che la morte di Calvi sia stata decisa a casa di Nicoletti. "Ma io di Nicoletti so solo che era un usuraio, non lo conoscevo". Dicono che a ucciderlo materialmente sia stato il camorrista Vincenzo Casillo. "Ma io Casillo non so neanche chi è". E adesso, Carboni? "Adesso me ne torno a casa. Dovev o partire con mia moglie per gli Stati Uniti, per un viaggio premio che avevo offerto a mio figlio, che ha 17 anni. Perché un viaggio premio? Così, perché se l'era guadagnato...".

 

11 aprile

Processo Pecorelli: ex deputato dc ebbe la su via Gradoli e la giro alla polizia

PERUGIA - Il covo delle Br in via Gradoli era noto alla polizia a una sola settimana dal sequestro di Aldo Moro. Lo ha dichirato ieri l'ex parlamentare dc Benito Cazora davanti alla Corte d'assise di Perugia durante il processo Pecorelli. Cazora ha s ostenuto di aver avuto informazioni da un non meglio specificato personaggio chiamato "Rocco", di origini calabresi, e di averle comunicate all'allora questore di Roma. I controlli della polizia, però, diedero esito negativo. "Incontrai Rocco la pr ima volta - ha spiegato Cazora - quando Moro era stato appena rapito. In cambio delle indicazioni, chiese vantaggi per lui e per i suoi familiari, avendo problemi con la giustizia. Spiegò di poter avere informazioni su dove era Moro perché i calabres i a Roma sono 400.000 e possono controllare il territorio". Dopo avere vagliato la proposta con i vertici della Dc, Cazora si recò a un secondo incontro con Rocco e altre persone "fra i confinati calabresi". "Mi portarono sulla Cassia, all'altezza de ll'incrocio con via Gradoli - ha ricordato - e mi dissero: "questa è la zona calda". Riportai l'informazione al questore di Roma il quale però mi telefonò riferendomi di avere fatto controllare "porta a porta" via Gradoli senza trovare traccia del co vo delle Br". "Una volta scoperta la base dei brigatisti - ha proseguito Cazora - Rocco mi telefonò per farmi notare che la sua informazione era giusta. Riprendemmo i contatti e, tramite l'interessamento del segretario di Moro, Sereno Freato, riusc immo a far trasferire dal carcere dell'Asinara a quello di Rebibbia un parente di Rocco (scoprimmo che era una persona che faceva di cognome Varone ed era il fratello di Rocco)". Ieri è stato sentito anche tale Francesco Varone, che non ha però forni to chiarimenti sul punto. Cazora ha, inoltre, riferito di avere consegnato al questore di Roma, poco prima del ritrovamento del cadavere di Moro, alcuni appunti collegati al sequestro, frutto di due colloqui a Rebibbia con "il fratello di Rocco". " A settembre - ha affermato Cazora - venni chiamato dal questore che mi disse di averli dimenticati in un cassetto, chiedendomi di non rivelare quella circostanza ai magistrati. Invece, uscii dal suo ufficio e mi recai in Procura". Cazora ha dichiarat o di avere incontrato Pecorelli ("una delle possibili cause dell'omicidio sarebbero proprio i "segreti" da lui appresi sul caso Moro") una sola volta. Ha poi aggiunto di aver conosciuto marginalmente Carboni.

 

 

12 aprile

SETTI CARRARO AL PROCESSO PECORELLI

G. Ga.

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - Un uomo, una donna e due verità. Al processo Pecorelli sono di scena Maria Antonietta Setti Carraro, suocera di Dalla Chiesa, e Nicolò Bozzo, generale in pensione, per 20 anni collaboratore del prefetto ucciso a Palermo . I due devono raccontare un dettaglio fondamentale: il percorso del memoriale Moro, quella cinquantina di cartelle trovate nel '78 in via Montenevoso nelle quali il prigioniero delle Br si sfogava contro i suoi ex compagni di strada. Andreotti in pr ima fila. Quelle carte furono consegnate nella notte dal generale a Franco Evangelisti, come lo stesso Evangelisti aveva confessato prima di morire? E se fu così, era completo il memoriale, o Dalla Chiesa se n'era tenuto per sé una parte? Antoniett a Setti Carraro non ha dubbi: il generale consegnò ad Andreotti quelle carte. Ma non tutte. "Col cucco che gliele ha date tutte", le aveva confidato - racconta adesso la signora - sua figlia Emanuela un pomeriggio del '79. Dalla Chiesa era andato a R oma a consegnare quelle carte, aveva detto la figlia alla madre. Ma era stata una sua iniziativa o invece una richiesta di Andreotti? La signora fa un po' di confusione. "Andreotti era in una posizione tale da poter chiedere qualsiasi cosa, ma era il generale che ci voleva andare, comunque". A Palermo e nei primi interrogatori aveva invece parlato di una precisa richiesta del presidente del Consiglio. Il generale Bozzo invece non ha sbavature: il generale Dalla Chiesa ebbe le carte in mano solo il 2 ottobre, il giorno dopo l'irruzione. I carabinieri fecero una fotocopia che Dalla Chiesa provvide a consegnare al ministro degli Interni Carlo Rognoni. E a Mino Pecorelli, chi le aveva date? Dalla Chiesa non conosceva il giornalista ucciso. Anch e se avevano un amico in comune: il deputato dc Egidio Carenini.

 

20 aprile

Processo Pecorelli, nuove verita sul caso Moro

Infelisi:

l'idea dei falsi comunicati>

Sorpresa

a fine udienza:

uno dei presunti

assassini

del giornalista

tornera

in liberta

Giuliano Gallo

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - Moro e Dalla Chiesa. La chiave dell'assassinio di Mino Pecorelli sta lì, nascosta nella storia di quegli altri due terribili delitti: come in una bambola russa, il destino e la morte di tre uomini così diversi sembrano incastrarsi uno dentro l'altro. Ineluttabilmente. Così anche ieri, nell'aula bunker di Capanne, si sono rievocati i giorni del sequestro Moro e del terrorismo imperante. Alla sbarra due testimoni di primo piano: il sostituto procuratore generale Luc iano Infelisi e l'ex parlamentare democristiano Egidio Carenini. Infelisi era sostituto procuratore, e si occupava della parte "tecnica" del sequestro. Condividendo dunque con tutti gli investigatori di quei 55 giorni il peso di una sconfitta carica di punti oscuri. Forse è per questo che ora Infelisi risponde alle domande del pm con un tono quasi risentito. Qualcosa da dire comunque Infelisi ce l'ha. Per esempio ricordare un episodio poco noto, che riguarda Claudio Vitalone, anche lui allora sostituto procuratore a Roma: "Fu proprio Vitalone a proporre la strategia dei falsi comunicati per scompigliare le file del nemico. Mi dissi in disaccordo con lui, perché temevo che si potessero inquinare le indagini". Il progetto non venne mai attu ato, perlomeno non a livello ufficiale. Nella storia del sequestro Moro esiste infatti un solo falso comunicato, quello del lago della Duchessa. La cui paternità è stata attribuita a Tony Chicchiarelli. Falsario, informatore dei servizi ma soprattutt o "prestatore d'opera" per la banda della Magliana. E siccome in aula si discute anche dei rapporti tra Vitalone e la banda della Magliana, la testimonianza di Infelisi non deve aver fatto un gran piacere all'ex senatore. Anche Egidio Carenini avre bbe molte cose da dire. Ma non sembra aver molta voglia di aprire lo scrigno dei suoi ricordi. In fondo lui era amico per la pelle di Mino Pecorelli come del generale Dalla Chiesa. Tanto da poter raccontare, con informazioni di prima mano, il calvari o dell'adesione del generale alla P2. "In un momento di debolezza - racconta l'ex deputato - si era fatto convincere dal generale Picchiotti a firmare l'adesione. Ma si pentì subito. Prima telefonò a Gelli ottenendo assicurazioni che la domanda non a vrebbe avuto corso. Poi io mi feci promotore di un incontro a Roma tra i due: Gelli gli assicurò che la domanda era bloccata". Tanto preciso su Dalla Chiesa, tanto vago su Pecorelli. Rosita, sorella del giornalista ucciso, ha sempre sostenuto che i l giorno dopo il delitto, alle sette e mezzo di mattina, Carenini si era precipitato a casa della madre di Mino, chiedendo di poter avere le agende del giornalista. Carenini però adesso smentisce, e allora lo mettono a confronto con la signora Rosita . Ma ognuno resta sulle sue posizioni. L'ex deputato ammette soltanto che a casa della signora Pecorelli c'era andato, ma due o tre giorni dopo. E non per chiedere le agende, ma genericamente dei "documenti". A sera, prima della fine dell'udienza, un a sorpresa per Massimo Carminati, accusato di essere uno dei due assassini di Pecorelli. La corte ha accolto una istanza dal suo difensore, respingendo la richiesta di sospensione della decorrenza termini della custodia cautelare. Il 25 aprile Carminati tornerà libero.

 

11 maggio

PROCESSO PECORELLI / Si riaccende il dibattito sulla modifica del <513> che imporra agli indagati di testimoniare

Mannoia tace su Andreotti

Il senatore: il pentito e in difficolta. L'avvocato Li Gotti: parlera la prossima volta

R. R.

ROMA - Il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia, il primo ad aver sostenuto di aver visto Giulio Andreotti in compagnia dei boss mafiosi, annuncia di non voler confermare le sue accuse in aula. Ma poi, nel giro di poche ore, ci ripensa. Ieri mattina - nel bunker perugino del carcere di Capanne, dove si celebra il processo per l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli, nel quale è imputato anche il sette volte presidente del Consiglio - il pentito, collegato in teleconferenza, ave va spiazzato l'accusa dicendo di volersi avvalere della facoltà di non rispondere. "Mannoia - è stato il primo commento di Andreotti - è in difficoltà". Ma nel pomeriggio l'avvocato del collaboratore, Luigi Li Gotti, al quale era stato temporaneament e revocato il mandato, ha incontrato il suo "ex" assistito e lo ha convinto a ritornare sui suoi passi. Che cosa è successo tra il momento in cui Mannoia è stato trasferito dagli Stati Uniti e l'udienza di ieri? Un gesto così clamoroso - proprio al la vigilia della riforma dell'articolo 513 del codice di procedura penale, che imporrà anche ai processi in corso la ripetizione in aula delle dichiarazioni accusatorie rese da imputati in procedimenti connessi - aveva fatto scattare mille ipotesi. Invece, secondo Li Gotti, Mannoia sarebbe stato preso da un momento di sconforto legato alla sua famiglia che come lui vive sotto protezione negli Usa. Il pentito ha preteso qualcosa in più? "Una volta arrivato dagli Usa è stato subito condotto in u dienza - è la spiegazione dell'avvocato - senza poter parlare con me. Non sapeva neanche in che processo avrebbe dovuto deporre. E dagli Stati Uniti il collaboratore si è portato un carico di problemi legati alla sua sicurezza personale. Ecco il moti vo del suo atteggiamento in teleconferenza". Tutto questo non convince Andreotti: "Probabilmente non voleva che si ripetesse quello che è successo a Palermo, perché l'interrogatorio, e soprattutto il controinterrogatorio, lo mette in diffico ltà". Secondo l'avvocato di Andreotti, Franco Coppi, "tutto ciò dimostra come si debba procedere rapidamente ad una revisione di questo articolo 513". Il pm Fausto Cardella ha sottolineato che "Marino Mannoia ha già reso ampie dichiarazioni in un altro dibattimento", con la modifica dell'articolo 513, per quanto riguarda la deposizione di Mannoia non vi sarebbero effetti di rilievo, poiché a Perugia sono già giunti gli atti del dibattimento di Palermo. Il dibattito sulle modifiche all'a rticolo 513, approvate dal Senato, è sempre acceso. "Tra le soluzioni di penalizzare una parte processuale o l'altra, ce ne può essere una diversa: fare in modo che la decisione, la scelta tra rispondere alle domande o no sia fatta una volta per tutt e, all'inizio dell'istruttoria. Uno decide e quando ha deciso deve poi mantener fede per tutto il corso del procedimento": è la proposta del sostituto procuratore di Milano, Gherardo Colombo. Così, secondo il magistrato, si potrebbe "instaurar e il contraddittorio senza perdere gli elementi che si acquisiscono attraverso le dichiarazioni di una persona informata su come sono andate le cose". Il procuratore di Palermo, Giancarlo Caselli, che in linea con il pool di Milano aveva già manife stato le sue apprensioni per le modifiche apportate dal Parlamento, ha ricordato ieri che "il nostro codice appena entrato in vigore aveva smagliature clamorose per rimediare alle quali fu congegnato il 513, che a sua volta oggi rappresenta una smagl iatura, ma nel momento in cui si cerca di rattopparla guai se si determinasse uno strappo peggiore".

 

5 settembre

IL VERBALE DEL BOSS SUL PROCESSO PECORELLI

Badalamenti: voglio venire in Italia, Buscetta dice falsita

Sandra Amurri

PALERMO - La vicenda del tenente Carmelo Canale, stretto collaboratore di Paolo Borsellino, accusato da sette pentiti di essere alle dipendenze di Cosa nostra, ha riportato alla ribalta della cronaca il suicidio del cognato, il maresciallo Antonino Lombardo, e le dichiarazioni rese a quest'ultimo dal boss di Cinisi Tano Badalamenti, rinchiuso negli Usa. Canale disse senza mezzi termini che ad uccidere suo cognato furono le pesanti accuse rivoltegli dal sindaco di Palermo, Orlando, e che dietro il suo suicidio si nascondeva una verità inquietante: impedire a Lombardo di riportare Badalamenti in Italia per testimoniare al processo Andreotti. Durante l'audizione all'Antimafia, il tenente Canale ha consegnato i verbali del famoso interrogator io in cui don Tano, alla presenza del maresciallo Lombardo, dei pm Natoli e Cardella si disse disposto a tornare in Italia e a smontare le dichiarazioni di Tommaso Buscetta che indica in Andreotti il mandante dell'omicidio Pecorelli. "Ho incontrato B uscetta due volte ... ma in nessuna di queste occasioni, né in altre, ho mai riferito al Buscetta le notizie sul giornalista Pecorelli, che egli afferma di aver saputo da me ...". Ma Badalamenti non si ferma qui, ed esprime la sua piena disponibilità a testimoniare davanti al giudice quando afferma: "Sono disponibile a venire in Italia, laddove ciò sarà necessario per le indagini, anche per sostenere confronti con persone che hanno dichiarato cose diverse da quelle che io ho riferito in questi d ue giorni. Faccio presente inoltre che non sono venuto in Italia per partecipare all'incidente probatorio disposto dal gip di Perugia, e ciò non è avvenuto non per motivi che la stampa mi ha attribuito (paura per la mia incolumità), bensì perché avev o chiesto alle autorità statunitensi di consentirmi un incontro, fissato da tempo, col mio difensore americano, e invece la convocazione per andare in Italia finì col coincidere proprio con quella data. Almeno così mi fu detto, ma non so dire se sia la verità". A questo punto Tano Badalamenti chiede di "ricevere lettura, ancora una volta, delle accuse mossegli da Buscetta circa l'omicidio Pecorelli ...". Sempre secondo il tenente Canale la volontà verbalizzata da Badalamenti di testimoniare al processo Andreotti sarebbe rimasta impigliata nelle maglie di una rete strettissima tesa dalla procura palermitana per impedire l'emergere di una verità scomoda. Circostanza smentita dalla procura di Palermo.