1998

5 maggio

L'udienza del processo Pecorelli a Perugia

Brusca:

Giuliano Gallo

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - "Non chiedo perdono al padre di Santino Di Matteo. Chiedo perdono a Dio, alla Corte. Io sono un credente, anche se non praticante: se mi vuole credere, un giorno quando arriverò all'aldilà, poi si vedrà...". Frammenti d i psicologia mafiosa. Confessioni di un assassino che ha sulle spalle cento morti e che giura di aver ucciso sempre e solo "nell'interesse di Cosa Nostra, mai per motivi personali". Giovanni Brusca approda nel carcere di Capanne, davanti ai giudici d el processo Pecorelli. Ha perso 15 chili e molti capelli, a guardarlo lì seduto sembra un giovane travet piegato dalla noia. Deve parlare di Andreotti, Giovanni Brusca. Ma lo ha già fatto al processo "parallelo" di Palermo, e dunque non ci saranno novità eclatanti: i pentiti si attengono sempre, processo dopo processo, al medesimo copione. Perché se dicessero qualcosa di nuovo potrebbero essere accusati di aver tenuto nascosta una parte di verità. Ma Brusca un brandello di novità lo regala, an che se per il processo non ha nessuna rilevanza: nell'83 racconta dunque, quando stavamo preparando l'assassinio del giudice Rocco Chinnici, "avevamo deciso di uccidere anche un giornalista, mi pare Marrazzo. Ma poi quello era morto di morte naturale ...". Giuseppe Marrazzo, il leggendario "Joe", inviato del Tg2 che per anni si era occupato di mafia e camorra. Quell'83 resta uno degli anni più sanguinosi della guerra di mafia: solo a Palermo erano rimasti sul terreno cento morti. "E Ignazio Sal vo mi disse che Andreotti gli aveva fatto sapere di frenare questa escalation, altrimenti non avrebbe più controllato la situazione e avrebbe dovuto fare delle leggi speciali". Andreotti, quando Brusca aveva raccontato la stessa storia a Palermo, ave va sorriso acre: "pensare che allora ero solo presidente della commissione Esteri". Ieri invece il senatore non si è nemmeno presentato in aula: per l'interrogatorio basta e avanza il fido avvocato Franco Coppi, che ha già incrociato la lama con Brus ca a Palermo. Assassini, ma non solo. "Ignazio Salvo mi dice di far sapere a Riina che si stava lavorando per non far nominare Giovanni Falcone consigliere istruttore", racconta l'uomo del telecomando di Capaci. "Io vado da Riina e gli dico che mi ero incontrato con don Ignazio, per far intervenire i suoi amici, Lima o Andreotti, perché blocchino la nomina di Falcone. Non mi interessa, mi risponde Riina, tanto io a Giovanni Falcone lo devo uccidere sempre. Sarà questione di tempo, ma lo devo u ccidere". Falcone, i Salvo, Salvo Lima. Un delitto, dice Brusca, "dedicato" proprio a Giulio Andreotti: "doveva essere punito per non essersi interessato alla sorte del maxiprocesso, come invece aveva promesso. Volevamo che quel morto se lo portass e sulla coscienza, ma anche che la corrente andreottiana in Sicilia ricevesse un duro colpo". E infine il bacio tra il senatore e il capo di Cosa Nostra. Brusca è perentorio: Balduccio Di Maggio "non aveva nessun contatto con i Salvo: io ero l'unico contatto con loro. Ai magistrati non ho detto che il bacio era falso. Ho messo tutta una serie di premesse per cui anche un bambino doveva capire che l'episodio era inventato". Quindi secondo lei Riina non avrebbe mai messo piede a casa dei Salvo? ch iede Coppi. "Sì".

 

2 giugno

Nuove rivelazioni sui misteri siciliani del boss di Cosa nostra ora

Siino attacca Di Maggio:

diceva di essere protetto

da un personaggio altissimo

Brusca: il banchiere gli chiese di eliminare Ambrosoli. Lui rispose: non uccidiamo per soldi

PERUGIA - "Cosa nostra non uccide per soldi", parola di Totò Riina e Bernardo Brusca. Con questa motivazione la mafia si sarebbe rifiutata - secondo il boss dichiarante Giovanni Brusca -, di uccidere l'avvocato milanese Giorgio Ambrosoli, liquidatore della Banca Privata di Michele Sindona. La richiesta, dietro il pagamento di mezzo miliardo di lire, sarebbe stata avanzata da Sindona ai capimafia Riina e Bernardo Provenzano tramite i boss Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti, entrambi legati all a massoneria. Ma Cosa nostra avrebbe respinto l'offerta con sdegno. La circostanza è stata riferita ai magistrati da Giovanni Brusca, il quale ha sostenuto di averlo appreso dal padre, Bernardo. Proprio in seguito a queste rivelazioni il dichiarant e, che attende ancora di essere ammesso al programma di protezione previsto per i "pentiti", dovrà deporre nel processo per l'assassinio del giornalista Mino Pecorelli che si svolge nella corte di assise di Perugia. Ad uccidere Ambrosoli, l'"eroe b orghese" che stava decifrando i misteri della banca di Sindona, fu Joseph William Aricò, un sicario fatto venire dall'America per l'esecuzione, avvenuta l'11 luglio 1979. Ad ingaggiarlo provvide Robert Venetucci, altro statunitense recentemente estra dato negli USA dopo una lunga detenzione a Pesaro. Invece Sindona, arrestato per bancarotta, è morto in cella dopo avere bevuto un caffè avvelenato. E sempre a Perugia, ieri è stato sentito Angelo Siino, ex "ministro degli appalti" di Riina. In aul a Siino ha attaccato il "pentito con la pistola" Balduccio Di Maggio. Secondo Siino, Di Maggio avrebbe voluto realizzare una "Cosa nostra due" e non aveva paura di finire in carcere perché sosteneva di poter contare su un "personaggio di altissima le vatura" non meglio precisato. Siino ha fatto riferimento ad un incontro avuto con il pentito - da lui definito "l'utile idiota di Totò Riina" - un anno fa a Pisa. "Quando Di Maggio mi disse cosa voleva fare, gli risposi che lo avrebbero sbattuto in g alera e non sarebbe più uscito. Lui replicò che aveva "i cani attaccati": in dialetto siciliano significa che erano "legati" e non potevano mordere". L'ex "ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra", rispondendo alle domande dell'avvocato Franco Coppi, ha escluso che "i cani" potessero essere la procura di Palermo o il senatore Giulio Andreotti. Ha invece ipotizzato che il "personaggio" sul quale avrebbe potuto contare il pentito, a suo parere, poteva forse essere un investigatore, sottoline ando che le conoscenze di Di Maggio erano però "piuttosto scadenti". Balduccio Di Maggio si sarebbe comunque vantato di essere "indispensabile" per la procura palermitana. "Mi disse che se i magistrati avessero fatto qualcosa contro di lui li avrebbe rovinati".

 

3 ottobre

Al processo di Perugia l'autodifesa dell'ex magistrato

Vitalone: no, non sono stato io

a far assassinare Mino Pecorelli

G. Ga.,

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - + il giorno di Claudio Vitalone, al processo Pecorelli. E l'interrogatorio dell'ex senatore comincia con la domanda più importante, rivoltagli dal pm Sandro Vitalone: "Dottor Claudio Vitalone, lei ha fatto uccidere Mino Pecorelli?" "No", è la risposta. Poi Vitalone, accusato di aver chiesto l'assassinio come un "favore" a Giulio Andreotti, trasforma l'interrogatorio in una pirotecnica autodifesa. Ma alla fine, il suo muro di precisazioni mostra delle crepe. I "buch i" sono almeno tre, e per l'accusa tutti di una qualche importanza. Primo, il numero di telefono dell'allora magistrato, trovato nelle tasche della vittima. Un numero riservato (Vitalone era in quegli anni un magistrato di prima linea) che però Pecor elli era riuscito ad ottenere. Come mai? "Era un numero conosciuto da tante persone", dice ora l'imputato. Secondo punto delicato, l'agenda di Pecorelli. Su cui, per 25 volte in poche settimane, è annotato un nome: quello di Vitalone. Perché? L'ex senatore ha ammesso di aver incontrato Pecorelli due volte: ad un congresso di magistrati a Torino e nella cena alla "Famija piemonteisa", durante cui si era tentato di convincere Pecorelli a interrompere gli attacchi ad Andreotti. E sono proprio i r apporti con Andreotti il terzo buco della deposizione. Perché in istruttoria Vitalone aveva cercato di minimizzarli, spiegando che si erano fatti più stretti solo alla vigilia della sua nomina a senatore. E che comunque erano rapporti quasi occasiona li, fatti di pochissimi incontri. Ieri, invece, ha finito per ammettere che il rapporto con il suo mentore era diventato organico già nel '74, al punto da aver invitato Andreotti alla festa del suo compleanno. E che la frequentazione era piuttosto st retta: si vedevano ogni settimana, talvolta anche più spesso. Oggi si continua, poi toccherà ad Andreotti: forse l'ultimo lampo di interesse prima della sentenza.

 

6 ottobre

Perugia, al processo Pecorelli

La difesa di Andreotti:

perche davo fastidio>

<OSTACOLAVO chi voleva

cambiare l'Italia in un modo

o nell'altro>

Giuliano Gallo

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - "...Da quando, auspice Buscetta, è cominciata questa mia avventura...". Il senatore sembra scivolare leggero lungo il fiume dei suoi ricordi, come un nonno saggio che racconti una fiaba ai nipotini. Ma non sono fiabe, l e cose di cui gli chiedono conto, e quei giurati popolari non sono nipotini. Giulio Andreotti siede per otto ore sullo scomodo scranno dell'imputato, e deve costargli molto. La Procura di Perugia lo accusa di essere il mandante dell'assassinio di Min o Pecorelli, un'accusa che vale un ergastolo. Eppure, nelle lunghissime ore durante le quali vengono evocati fantasmi nobili e meno nobili (si parla di Sandro Pertini e Gaetano Caltagirone, di Enrico Berlinguer e Flavio Carboni, di Ugo La Malfa e Mic hele Sindona) il suo leggendario autocontrollo cede una sola volta. "Ringrazio Dio che mi dà una certa serenità interiore... Ma sentirsi dire che ho ammazzato Pecorelli, che ho avuto rapporti con la mafia...". Un sussulto di indignazione e uno scatto d'orgoglio: quando si parla proprio di lotta alla mafia. "Nei confronti della mafia io ho fatto i provvedimenti più gravi che siano mai esistiti. E l'ho fatto con l'ostilità di buona parte del Parlamento: sul decreto Vassalli, che porta anche la mia firma, tutto il Pci tranne un deputato votò contro. Lo fece per garantismo, ma insomma...". Non fa rivelazioni, il senatore a vita. E del resto la sua linea difensiva non è mai cambiata di una virgola. Ma c'è, tra le mille cose che ripete p er l'ennesima volta, un giudizio nuovo, una nuova chiave i lettura per una tragedia vecchia di vent'anni. Perché, si chiede dunque Andreotti, Aldo Moro alla fine del suo calvario aveva manifestato un inaudito disprezzo per la Democrazia cristiana? Pe rché, nel suo memoriale, aveva definitio Zaccagnini "il peggior segretario che la Dc abbia mai avuto", e aveva parlato di Taviani come di un "teppista di Stato", conludendo con la perentoria richiesta di essere cancellato dalla Dc e di venire iscritt o al gruppo misto? "Secondo me - spiega adesso il senatore - perché Moro aveva sperato che la trattativa in corso avesse successo. Quando si accorge che non è invece possibile, mette in atto un'opera di "avvicinamento" alle Br per dimostrare che lui era molto più utile da vivo che da morto. C'è un passo del memoriale nel quale Moro scrive: "Desidero dare atto che alla generosità delle Br sono debitore della mia vita"...". Andreotti aveva sempre sostenuto che gli scritti di Moro non fossero "a lu i moralmente ascrivibili". E ora attribuisce a Moro una lucidità di pensiero quasi luciferina. Ma il cardine attorno al quale ruota il processo non sono le lettere di Moro, è l'omicidio di Mino Pecorelli. Ucciso, secondo l'accusa, perché la sua cam pagna di stampa metteva in serio imbarazzo Andreotti. ""Op", la rivista di Pecorelli, io non la leggevo - dice adesso il senatore - ma la vedevo citata sulla rassegna stampa quando usciva con qualche notizia importante". E quando Franco Evangelisti, suo fido braccio destro, gli era andato a dire che Pecorelli stava per pubblicare un'inchiesta sui famosi assegni dell'Italcasse, "non gli detti peso, perché non mi faceva né caldo né freddo". Pecorelli non l'aveva mai conosciuto, ricorda adesso. "Ma con lui si era creata una sorta di solidarietà tra emicranici: fu Franco Evangelisti a dirmi di aver trovato il giornalista sconvolto dal mal di testa, e così gli inviai una scatoletta di una medicina svizzera che stavo sperimentando, ricevendo poi una lettera di ringraziamento". Evangelisti aveva finanziato "Op" con 30 milioni avuti da Gaetano Caltagirone? Claudio Vitalone ci era andato a cena e aveva contatti piuttosto frequenti con il giornalista? "Non l'ho mai saputo, fino a che non è comin ciata questa storia". Ma chi ha voluto incastrarlo, e perché? "Davo molto fastidio a chi voleva cambiare l'Italia, in un senso o nell'altro. Io non ho mai usato la parola complotto, ma certo che queste cose false qualcuno le abbia messe in circuito è fuori discussione". Chi?, gli chiede il pubblico ministero Fausto Cardella. "Se lei riuscisse a scoprirlo gliene sarei molto grato".

 

7 ottobre

Rivelazione del senatore al processo in cui e imputato come mandante per l'omicidio Pecorelli:

Andreotti: i pentiti che deponevano contro di me venivano premiati, me lo disse il prefetto Parisi

G. Ga.

DAL NOSTRO INVIATO PERUGIA - Giulio Andreotti conclude la sua piccola maratona, ma prima di lasciare lo scranno da imputato che ha occupato per due giorni "regala" alla Corte del processo per l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli, in cui è accu sato di essere il mandante, un piccolo colpo di teatro: "Se i collaboratori accusavano me, vedevano triplicati gli emolumenti", rivela. "Me lo disse il prefetto Parisi. L'allora capo della polizia mi disse che era pronto a testimoniare in mio favor e - ricorda il senatore a vita -. Mi raccontò che alcuni collaboratori che avevano deposto contro di me, avevano avuto la triplicazione dei loro emolumenti e lui, lo ripeto, era disposto a testimoniare. "Ma purtroppo Parisi è morto - dice ancora il senatore - e allora ho scritto una lettera al ministro degli Interni dell'epoca, l'ex primo presidente di Cassazione Antonio Brancaccio. Quando è morto anche Brancaccio, ho inviato una lettera a Coronas e poi anche al ministro Napolitano". Nessuno dei tre ministri citati, a quanto pare, gli ha però mai risposto. Ma lui adesso non ha nessuna intenzione di lasciar cadere l'argomento: come strumento di suggestione nei confronti dei giudici popolari è troppo forte per non insistere ancora un po '. E allora eccolo tirar fuori da uno dei suoi dossier un foglietto: è una circolare firmata dal procuratore capo di Palermo, Gian Carlo Caselli, e indirizzata ai maggiori organi investigativi. La circolare, spiega adesso il senatore Andreotti, i nvitava i vertici di questi uffici ad evitare che si facesse "un uso vietato degli incartamenti" sul problema degli stipendi dei collaboratori di giustizia. Chi gliel'ha consegnata quella circolare? Chiede il pubblico ministero Fausto Cardella. " Me l'hanno inviata - replica Andreotti -. Visto che non sono compreso tra i destinatari. Qualcuno me l'ha data". Il pm Cardella insiste: non è proprio normale che un imputato, anche se autorevole, abbia in mano documenti riservati della Procura che lo accusa. Mi fa il nome di chi gliel'ha data? chiede dunque di nuovo il pubblico ministero. "L'ho avuta da una persona che mi ha dato una cosa vera, da una persona che sa che sono un galantuomo e che non vuole farsi mettere i piedi in testa", rib atte ancora il senatore. Che poi ricorda di aver ricoperto per tantissimi anni la carica di ministro. Ma Cardella insiste di nuovo: può fare il nome del suo informatore? La risposta è criptica, e vagamente inquietante: "Se potessi dire questo dir ei tante altre cose...".

 

10 ottobre

Cutolo: volevano accusassi Andreotti

ma Pecorelli fu ucciso dalla Magliana

PERUGIA - "Ammiro Giulio Andreotti perché è il più grande statista d'Italia. Se Andreotti proteggeva Riina o la mafia, l'avrei saputo sicuramente". "Mino Pecorelli venne fatto uccidere dalla banda della Magliana perché faceva il doppio gioco". Sono questi i punti salienti della deposizione, ieri, di Raffaele Cutolo, ex capo della Nco (Nuova camorra organizzata), citato dalla difesa di Claudio Vitalone in Corte d'assise al processo per l'omicidio del direttore di "Op" che si svolge nel carcere di Capanne. Secondo il boss napoletano, che ha fatto una certa confusione di date sull'ultimo incontro (settembre '78, marzo '79) con Nicolino Selis, esponente della malavita romana (oggi in manicomio criminale), fu proprio Selis a chiedergli "armi con il silenziatore e mi disse che dovevano servire per far fuori il giornalista Pecorelli che faceva il doppio gioco, teneva i contatti con la Banda della Magliana e riferiva a Dalla Chiesa con il quale partecipava a blitz e perquisizioni". Informa zione questa appresa nel carcere di Cuneo quando si incontrava con detenuti delle Br. Cutolo non è stato però in grado di fornire nomi di detenuti, trincerandosi dietro i "non ricordo" e sul fatto che da 17 anni vive, ha detto, "in isolamento". Ha ag giunto di avere espressamente accertato che il delitto Pecorelli "non era un favore fatto alla mafia". L'ex capo della Nco ha quindi affermato che per lunghi mesi i pm d'Italia lo hanno "tartassato" con continui interrogatori" perché "volevano che io accusassi Andreotti. I pm non vogliono la verità ma dei juke box nei quali mettere la monetina e sentire quel che vuoi. Io so molte cose sui segreti italiani, ma è meglio rimangano nella melma dei miei pensieri".