2000
2
agosto
Pecorelli:
niente prove su Andreotti
Dino
Martirano
DAL
NOSTRO INVIATO PERUGIA - Assolti perché non tutti i "frammenti"
portati in aula dall'accusa si sono incastrati gli uni con gli altri: e la
"frattura" che si è creata nella ricostruzione della Procura di
Perugia non è "colmabile con deduzioni log iche". Così, in 508 pagine
di motivazione, la Corte d'Assise presieduta da Giancarlo Orzella ha illustrato
il dispositivo della sentenza emessa il 24 settembre '99 al termine del processo
per l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Giulio Andreot ti e Claudio
Vitalone (indicati al dibattimento come i mandanti), Pippo Calò e Gaetano
Badalamenti (l'anello intermedio), Massimo Carminati e Michelangelo La Barbera
(i presunti esecutori), dunque, sono stati assolti per non aver commesso il
fatto. M a per i giudici umbri, che non nascondono l'esistenza di un
"gruppo di potere" dietro quell'assassinio ancora irrisolto,
sussistono "alcune perplessità" in relazione alla "fitta rete di
rapporti politici, sociali ed economici, palesi ed occulti (logg ia P2,
massoneria segreta) che legano i vari personaggi coinvolti nella vicenda".
La catena costruita dall'accusa si è però spezzata a metà. Nel punto in cui
Cosa Nostra e la banda della Magliana avrebbero messo a punto l'assassinio di
Pecorelli "nel l'interesse di Giulio Andreotti": non c'è infatti la
prova del collegamento tra il boss Pippo Calò e il "testaccino"
Danilo Abbruciati, indicati dalla Procura come mandanti intermedi dell'omicidio
avvenuto a Roma il 20 marzo del '79. E così, l'anello mancante ha fatto
crollare tutta l'impalcatura che, dai piani alti occupati da Andreotti e dal
suo ex braccio destro Claudio Vitalone, portava, per il tramite dei cugini
Salvo, alla mafia trasferitasi nella Capitale e agli esecutori materiali. SC
HIZZI DI FANGO- L'assoluzione, tuttavia, è macchiata da uno "schizzo di
fango". Scrive proprio così il giudice estensore, Nicola Rotunno, quando
analizza i rapporti tra Vitalone ed Enrico De Pedis della banda della Magliana:
"Essi sono uno "schizzo d i fango" (per adoperare una
espressione cara all'imputato) che rimarrà attaccato alla persona di Claudio
Vitalone non trovando alcuna giustificazione, se non in rapporti a dir poco non
chiari, che un magistrato della Repubblica italiana, un senatore che ha
rappresentato l'Italia all'estero, intrattenga rapporti con esponenti di spicco
della malavita organizzata romana". ANDREOTTI E I SALVO - E anche per il
senatore a vita, sebbene venga escluso il suo collegamento con la banda della
Magliana e con l'omicidio Pecorelli, la motivazione di Perugia riserva qualche
amarezza. Confermando quando già scritto dal Tribunale di Palermo, Andreotti
non è stato creduto su una circostanza che lui ha sempre smentito: "Deve
affermarsi che vi era conoscen za personale tra Andreotti e i cugini Nino e
Ignazio Salvo e che tale conoscenza permetteva, in via ipotetica, al primo di
chiedere ai secondi l'uccisione del giornalista Carmine Pecorelli". Una
relazione pericolosa, questa, che per la Corte d'Assise ha un punto fermo che
parte dall'uomo d'onore Gaetano Sangiorgi: "Si ha la prova che
effettivamente per il matrimonio con la figlia di Nino Salvo, Andreotti aveva
regalato un vassoio d'argento. Il regalo non è stato fatto per la personalità
dello sp oso, un medico di Palermo come ve ne sono tanti, ma perché diventava
il marito della figlia di Nino Salvo". I giudici hanno voluto
"assolvere" anche i pentiti. Sposando una valutazione ben più netta
di quella adottata nella sentenza di Palermo, "son o stati ritenuti
attendibili" Tommaso Buscetta, Gaspare Mutolo, Francesco Marino Mannoia,
Giuseppe Marchese e Baldassarre di Maggio. Certificazione di attendibilità, con
sfumature diverse, anche per i pentiti della banda della Magliana. Ma è su
Busce tta che si è concentrata la Corte: "Il coinvolgimento di Andreotti e
Badalamenti non è dovuto al rancore e all?astio di Buscetta nei loro confronti:
perché il primo ritenuto responsabile della sua estradizione dal Brasile e il
secondo responsabile de ll'uccisione dei suoi familiari". Semmai,
"sono da ritenersi inattendibili le confidenze fatte da Gaetano
Badalamenti e da Stefano Bontade a Tommaso Buscetta". Per i giudici
perugini, in conclusione, non c'è stato un "complotto" dei pentiti ed
è "er rato vedere nell'esercizio dell'azione penale lo strumento per una
persecuzione politica" nei confronti di Andreotti e Vitalone. Detto
questo, però, rimane il mistero della morte di Pecorelli "che non era un
ricattatore" ma "un giornalista vero". Il movente dell'omicidio
va ricercato in 5 filoni della recente storia italiana: "Il golpe
Borghese, la vicenda Italcasse, il fallimento delle Banche di Sindona, il
dossier Mi.Fo.biali, il caso Moro". Cinque argomenti, c'è scritto nella
motivazione, "ch e portano oggettivamente alla sfera di interessi di
Giulio Andreotti e parzialmente anche a quella di Claudio Vitalone e Giuseppe
Calò"
3
dicembre
"Pecorelli,
nuovo processo per Andreotti e Vitalone"
Haver
Flavio
Decisione
in extremis dei magistrati di Perugia Pecorelli, chiesto l' appello contro
Andreotti e Vitalone ROMA - Si tornerà a parlare dei rapporti tra mafia e
politica, tra Cosa Nostra e Banda della Magliana. E dei motivi per i quali è
stato assassin ato Mino Pecorelli, il direttore della rivista "Op"
ucciso a Roma il 20 marzo del ' 79. La Procura di Perugia ha depositato l'
ultimo giorno utile l' appello contro l' assoluzione per i presunti mandanti
del delitto, il senatore a vita Giulio Andreot ti e l' ex magistrato ed ex
ministro Claudio Vitalone, per i boss Gaetano Badalamenti e Giuseppe Calò e per
gli esecutori materiali dell' omicidio, l' ex terrorista di destra dei Nar
Massimo Carminati e il killer delle cosche Michelangelo La Barbera, tutti
assolti "per non aver commesso il fatto" dalla Corte d' Assise il 24
settembre del ' 99. "Abbiamo chiesto anche il rinnovamento parziale del
dibattimento", ha annunciato il procuratore Nicola Miriano, che ha firmato
la richiesta per la celebra zione del processo davanti alla Corte d' Assise d'
Appello insieme all' aggiunto Silvia Della Monica e ai pm Alessandro Cannevale,
Mario Palazzi e Sergio Sottani. Nelle motivazioni alla base dell' appello
contro la sentenza di primo grado, i magistra ti si sono soffermati a lungo
sugli argomenti utilizzati dai giudici per assolvere gli imputati. La Procura
di Perugia ha citato numerose sentenze della Cassazione sul valore delle
dichiarazioni testimoniali, ha puntato per l' ennesima volta sulla ve ridicità
delle affermazioni del pentito storico della mafia, Tommaso Buscetta, e ha ricordato
gli accenni alle "bugie" di Andreotti (sui cugini Salvo, esattori
delle cosche) e Vitalone della Corte d' Assise. Secondo l' accusa, il movente
del delitto sarebbe da ricercare nei segreti contenuti nel memoriale scritto da
Aldo Moro durante il sequestro da parte delle Brigate Rosse: documento di cui
Pecorelli era venuto in possesso e che avrebbe contenuto particolari scottanti
su Andreotti. Per questo l' allora leader della Dc avrebbe chiesto aiuto a Cosa
Nostra e alla Banda della Magliana sfruttando i rapporti che, all' epoca,
avrebbe avuto il suo braccio destro, Vitalone. Da qui, per gli inquirenti, la
decisione delle due organizzazioni di manda re propri sicari a uccidere il
direttore di "Op". La sentenza della Corte d' Assise depositata lo
scorso agosto ha riconosciuto l' esistenza di un "gruppo di potere"
dietro l' assassinio, ha messo in evidenza "alcune perplessità" per
la "fitta rete d i rapporti politici, sociali ed economici" (loggia
P2, massoneria segreta) che legano vari personaggi coinvolti nella vicenda. Ma
la catena costruita dall' accusa, secondo i giudici, si è spezzata a metà: non
c' è la prova del collegamento tra Calò e d il boss della Banda della Magliana
Danilo Abbruciati (anch' esso deceduto), indicati dai magistrati come i mandanti
intermedi dell' omicidio. Negli ultimi tempi la Procura di Perugia avrebbe
scoperto nuove carte che proverebbero l' esistenza di que l legame. E questo
avrebbe portato alla richiesta di rinnovare il dibattimento. Di fronte alla
decisione dei pm, la reazione dei difensori dei principali imputati è stata
diametralmente opposta. "Eravamo convinti che non ci fossero motivi per
proporr e appello", ha sottolineato Franco Coppi, difensore di Andreotti
insieme con la collega Giulia Bongiorno. Ironico il senatore a vita, quando ha
appreso la notizia dalla Bongiorno: "E vabbè Giulia, sarà un' occasione
per rivederci...". Soddisfatto inv ece Carlo Taormina, difensore di
Vitalone, secondo cui il processo d' Appello aiuterà a cancellare una serie di "insinuazioni".
Flavio Haver