INDICE
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Premessa
pag. VIII
INTRODUZIONE
1. I collegamenti internazionali. Dove eravamo rimasti? pag. 5
2. Il vuoto artificiale negli archivi non solo della Commissione pag. 8
3. Molteplici indizi rarefatti e polverizzati pag. 11
4. Quel gene nel Dna della sinistra pag. 12
5. L’Apparto di Vigilanza Rivoluzionaria pag. 14
6. L’Orizzontale Latina pag. 18
7. Il Centro Estero del Partito pag. 20
8. Il ruolo di Pietro Secchia pag. 22
9. La tradizione internazionalista della lotta di classe pag. 26
10. Le centrali d’irradiazione: Trento, Trieste e Padova pag. 28
a) - Trieste: zona di confine
b) - Trento: crocevia con l’Est
c) - Padova: il polo direzionale
11. Il fronte comune dell’insorgenza rivoluzionaria pag. 36
CAPITOLO I
Genesi dell’inseminazione internazionale
1. Le pianificazioni strategiche da parte dell’Urss pag. 41
2. Ulteriori elementi di riscontro pag. 51
3. Il carteggio Havel pag. 54
4. La collaborazione tra Sisde e funzionari degli ex apparati cecoslovacchi pag. 59
5. Moranino e Radio Praga pag. 60
6. Conclusioni al Capitolo I pag. 63
CAPITOLO II
Le nuove frontiere dei contatti internazionali
Il ruolo strategico di Giangiacomo Feltrinelli
1. La dinastia Feltrinelli pag. 66
a) - Il padre: Carlo Feltrinelli
b) - La nascita di Banca Unione e la successiva cessione al Vaticano
c) - Nel cuore dell’alta finanza e dell’industria energetica nazionale
d) - L’ottenimento del monopolio sul legname sovietico
e) - Il possibile contatto tra l’agente Dario e Feltrinelli
f) - Un ulteriore elemento di contatto: Ruggero Zangrandi
g) - La morte di Carlo Feltrinelli
h) - L’eredità di Giangiacomo
i) - L’arruolamento nella Divisione Legnano e i contatti con gli Alleati
l) - Erede assoluto
m) - L’ombra dei Servizi Informativi sovietici
n) - Il tenente Alvaro
o) - Il Grande Vecchio del terrorismo: l’ipotesi Bertani
p) - L’Organizzazione internazionale di Henri Curiel
prosegue
CAPITOLO II
3. Medio Oriente, America Latina, Grecia pag. 109
4. Feltrinelli, Secchia, Lazagna pag. 117
a) - L’origine di Soccorso Rosso: la figura di Vittorio Vidali
b) - I collegamenti con la rete di Richard Sorge
c) - Il congelamento della struttura di Soccorso Rosso
5. La logica dell’insurrezione e l’alibi del colpo di Stato pag. 130
6. La rete dei Gruppi d’Azione Partigiana (GAP) pag. 133
7. La rete di sicurezza in Svizzera pag. 136
a) - Klassenkampf
b) - Il Roten Stein
c) - Armi, munizioni, esplosivi
8. Feltrinelli, Viel e gli appoggi in Cecoslovacchia pag. 141
9. I contatti con Ulrike Meinhof pag. 144
10. La piattaforma di lancio: Cuba pag. 146
a) - La rivoluzione castrista
b) - L’eliminazione del colonnello Roberto Quintanilla
c) - Gli appoggi di Monica Ertl in terra elvetica e i contatti con Feltrinelli
d) - I contatti con Silvano Girotto e l’eliminazione di Monica Ertl in Bolivia
11. L’epilogo: allarme rosso nella rete sovietica in Italia pag. 159
CAPITOLO III
Potere Operaio, Brigate Rosse, 2 giugno, Raf
Il grande disegno sovversivo in Europa
1. Le confessioni di Carlo Fioroni pag. 163
2. L’entrata in Potere Operaio e i primi contatti internazionali pag. 164
a) - Contatti in Unione Sovietica
b) - I legami con Cuba
c) - L’accordo del settembre 1972: insurrezione in Europa
3. Dallo scioglimento di Lavoro Illegale alla nascita delle Faro pag. 173
4. Il ruolo di Jaroslav Novack pag. 174
5. La centralità di Potere Operaio nel grande disegno internazionale pag. 178
a) - I fondatori. I vertici. La classe dirigente
b) - Il Partito Invisibile - La Direzione Strategica
c) - Il Partito Comunista Rivoluzionario
d) - Potere Operaio e Brigate Rosse
e) - L’organo di direzione internazionale di Zurigo
f) - L’attività sotterranea. Il convegno di Rosolina e l’autoscioglimento
6. I depositi di armi in Svizzera pag. 193
7. Sui contatti tra Potere Operaio e Feltrinelli pag. 201
8. Fioroni sulla morte di Feltrinelli pag. 204
9. Missione: obiettivo Germania pag. 206
a) - La figura di Oreste Strano
b) - I contatti con l’agente Volker Weingraber
c) - L’appunto del Sismi del 14 aprile 1978
d) - La galassia marxista leninista italiana
e) - La figura di Giuseppe Maj
f) - La figura dell’agente Vittorio II, alias Luciano Raimondi
g) - La figura di Sergio Spazzali
h) - Spazzali e la centrale di Milano
i) - Sergio Spazzali e la nascita della Cellula
l) - L’agendina di Susanne Mordhorst
m) - Carlo Fioroni, Petra Krause e i latitanti della 2 Giugno
n) - La figura di Giovanni Zamboni. I contatti con i vertici della Raf
CAPITOLO IV
L’integrazione strategico-tecnico-operativa con la resistenza palestinese:
il terrore in Europa. Il ruolo del Mossad e la complessa figura di
1. Giuliana Conforto e la rete sovversiva venezuelana pag. 285
a) - I francesi a caccia di Carlos - I fatti di rue Toullier 9
b) - La controversa figura di Petra Krause
c) - I fatti di Fiumicino e il cambio al vertice nella rete palestinese a Parigi
d) - Moukharbal informatore del Mossad
2. Giuliana Conforto e i suoi contatti con Douglas Bravo pag. 317
a) - Le bombe a mano del blitz di Mogadiscio
b) - Missione in Venezuela
c) - Douglas Bravo e Carlos
3. La figura di Carlos pag. 336
a) - Le prime operazioni a Londra
b) - L’attentato a Le Drugstore in Boulevard Saint-Germain
c) - Il fallito attentato all’aeroporto di Orly
d) - L’appunto del Sisde del 26 novembre 1979 e i missili di Ortona
e) - L’assalto alla sede dell’Opec a Vienna
f) - Il contatto tra Carlos e Toni Negri
g) - Il Braccio della Rivoluzione araba
h) - Il memorandum del Sismi del 23 luglio 1990
i) - La figura di Gabriele Kröcher-Tiedemann
l) - Alcuni aspetti mai chiariti attinenti alla vicenda Moro
m) - Il progettato viaggio di Giovanni Moro nello Yemen del Sud
n) - La figura dell’avvocato Jacques Verges
4. Rogatoria in Germania pag. 385
5. La figura e il ruolo di Rita Porena pag. 395
a) - Il rapporto della Questura di Trieste del 26 aprile 1975
b) - Le confessioni di Archamides Doxi
c) - La nota dell’Ispettorato Antiterrorismo del 14 agosto 1975
d) - La sua intervista ad Abu Ayad del 19 settembre 1980
e) - I contatti con il col. Giovannone e la collaborazione con il Sismi
f) - I riscontri nell’ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni
g) - Dal verbale d’interrogatorio reso da Stefano Giovannone
h) - La sua collaborazione con il ministero dell’Interno
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Questo lavoro intende colmare un vuoto nella storia della sovversione e dell’eversione in Italia. L’argomento che abbiamo trattato concerne le implicazioni internazionali del terrorismo. Dall’esame della complessa, spezzettata e variegata materia, è andata man mano emergendo una estesa mappa geopolitica del grande disegno della violenza politica. Seguendo, passo passo, i punti di contatto o di saldatura fra le varie organizzazioni eversive, gruppi rivoluzionari e movimenti clandestini attivi su scala mondiale, ci siamo resi conto (sia in termini geografici che cronologici) delle logiche che hanno guidato e sospinto i molteplici tentativi di sovvertimento repentino e violento dell’ordine politico-istituzionale, non solo in un determinato Stato (per esempio, l’Italia), ma addirittura sul piano globale, a far data dai primi anni Sessanta.
L’Europa ha iniziato ad assistere alla nascita di focolai rivoluzionari in un periodo che possiamo agevolmente collocare tra la fine della rivoluzione castrista, la drammatica crisi dei missili sovietici a Cuba, la guerra in Vietnam e una serie di iniziative su larga scala attuate dalla dirigenza sovietica a partire dal 1964. Riprendendo un’antica pianificazione strategica, l’Urss - in armonia con quelle linee e quei principi di politica estera, aggressivi e di minaccia, così come erano stati delineati e messi in atto dal regime di Mosca all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre per consolidare le proprie posizioni e il proprio ruolo egemonico, sia sul piano interno che su quello internazionale - richiama in attività quel piano di disturbo e indebolimento del fianco Sud della catena NATO in Europa, che - in origine - aveva assunto la denominazione di
Orizzontale Latina. Tuttavia, queste misure attive toccheranno e interesseranno per primi i Paesi dell’America Latina, laddove era stata più forte e incisiva la precedente azione di destabilizzazione da parte dell’Urss nei confronti dell’assetto post-coloniale - a cavallo tra gli anni Venti e Trenta - in un preciso contesto di aggressione del quadro degli interessi dell’imperialismo nord-americano e più in generale di matrice occidentale, che - decenni dopo - troverà nei livelli di comando delle organizzazioni terroristiche internazionali il proprio fronte di lotta più condiviso e perseguito. Come si vedrà, infatti, la lotta e la guerra senza quartiere contro l’imperialismo sarà uno dei grandi temi e uno dei grandi motivi di comunione tra i vari gruppi terroristici, fino ai nostri giorni (basti vedere l’assassinio dell’addetto militare dell’Ambasciata britannica ad Atene, Stephen Saunders, da parte del gruppo 17 Novembre, l’8 giugno di quest’anno).Il Sud America (con Cuba e Bolivia in testa) costituirà il banco di prova, la piattaforma di lancio del complessivo progetto insurrezionale. Gli uomini, i gruppi, le formazioni e le organizzazioni che si alterneranno su questo frastagliato fronte di lotta saranno sì frutti genuini, autentici e indigeni della loro terra, ma la pianta sui quali andranno a crescere e maturare - a ben vedere - risulta da un seme portato da altrove. Anche il terreno di coltura è fertile e genuino, ma nelle zolle concimate sono state piantate sementi aliene. La capacità di crescita e di radicamento di questi fenomeni sono state armoniche e proporzionali al livello, al grado e all’intensità dell’umiliazione e della malversazione delle popolazioni locali da parte dei governi, delle grandi compagnie e delle multinazionali occidentali. Sulle ingiustizie, sul malcontento e sui mille rancori covati da decenni se non secoli di sfruttamento economico-sociale, attecchiranno i vari focolai rivoluzionari latino-americani. Un po’ in tutto il continente assistiamo al fiorire di formazioni e gruppi armati che decidono di scendere in campo e combattere la propria guerra di liberazione. Gli strumenti sono quelli della guerra a bassa intensità (e a basso costo), del touch-and-go: pianificazioni operative molto simili a quelle adottate - con grande successo - nella Penisola Indocinese, specie in Vietnam, dalla resistenza locale contro le forze regolari prima francesi e poi americane.
Chi importerà in Europa i semi della sovversione, della rivoluzione e della destabilizzazione sarà proprio Giangiacomo Feltrinelli, il quale - potendo contare su un gigantesco impero finanziario, su appoggi interni di alto livello istituzionale e su ramificatissimi contatti internazionali - riuscirà nel volgere di dieci anni a mettere in contatto e coordinare l’attività di svariati gruppi sovversivi, sia in America Latina che nel Vecchio Continente. L’editore di Milano seguirà molto da vicino (attraverso la sua rete dei Gap) la nascita e lo sviluppo, per fare degli esempi, di Potere Operaio e delle Brigate Rosse. Su questo versante, la Commissione - è doveroso dirlo - si è trovata pericolosamente sguarnita, sia sul piano documentale che su quello testimoniale. I gangli del sistema nervoso della struttura creata in Italia da Feltrinelli sono stati decisivi e fondamentali nel successivo sviluppo del disegno eversivo, sia in Italia che all’estero. L’integrazione e l’insieme delle relazioni internazionali (con l’Est e con l’Ovest, con il Sud e con il Nord) hanno finito con il produrre fenomeni intensissimi e violentissimi, come quelli che - a partire dal 1973 - hanno rischiato di travolgere non solo l’Italia, ma Paesi quali la Germania, la Francia, la Grecia, la Spagna, i Paesi Bassi ed aree del Medio Oriente.
Proprio la questione mediorientale - in un periodo compreso tra il golpe del maggiore Gheddafi in Libia del 1° settembre 1969 e l’attacco egiziano ad Israele del 6 ottobre 1973 (in occasione della festività ebraica dello Yom Kippur) - con tutte le sue implicazioni socio-economiche andrà ad innestarsi in questo grande e destabilizzante fronte di lotta. L’Europa, a partire da questo momento, assisterà ad un crescendo wagneriano della violenza politica, animata da spinte insurrezionali e moti di ribellione locali, da guerre di liberazione e affrancamento dai vecchi ceppi della obsoleta politica coloniale e dai focolai sempre più incandescenti della lotta di classe e della risposta rivoluzionaria e sovversiva al sistema capitalistico occidentale. La spirale di violenza terroristica, abbinata ad una serie sempre più fitta di contatti, accordi, intese e alleanze tattico-strategiche con varie organizzazioni sovversive attive sullo scacchiere del Vecchio Continente, si andrà sempre più avvitando intorno alla doppia questione: liberazione delle terre della Palestina (attraverso la politica del terrore) e questione petrolifera. Si dà il caso che proprio il 1973 sarà ricordato come l’anno nero della crisi energetica internazionale. I foschi ricordi dell’austerity sono ancora presenti nell’anticamera della nostra memoria recente. La grande crisi petrolifera del 1973-1974 (che porterà ad un drammatico e catastrofico aumento dei prezzi del greggio scatenato dall’embargo arabo alle esportazioni di petrolio) avrà sì nella guerra del Kippur il suo start ufficiale, ma vedrà nell’allentamento graduale da parte degli Stati Uniti del contingentamento all’importazione del greggio e nell’abbandono definitivo - nell’aprile di quell’anno - del Mandatory Oil Import Program (programma nazionale anti-inflazionistico di blocco dei prezzi del petrolio sul piano interno e rigide restrizioni all’import del greggio, adottato nel 1971 dall’amministrazione retta da Richard Nixon) le sue disastrose premesse. Con la disarmante presa d’atto da parte dell’Olp dell’impossibilità di risolvere militarmente e definitivamente l’annosa questione dei territori occupati da Israele (la sconfitta dell’attacco egiziano del 6 ottobre cancellerà ogni speranza nell’effettiva possibilità e capacità dei Paesi arabi impegnati nella causa palestinese di battere l’avversario con la forza delle armi e degli eserciti regolari), imporrà un drastico cambiamento di rotta: la lotta di liberazione sarà esportata su altri fronti (specie in Europa) ed attuata con diversi strumenti offensivi (il terrore indiscriminato, l’attacco a obiettivi israeliani, americani o più in generale legati all’imperialismo capitalistico occidentale). Saranno proprio questi gli anelli di giunzione della catena di trasmissione del terrorismo internazionale. Attraverso la condivisione degli obiettivi e soprattutto nella ossessiva e meccanica scelta nel dover aggredire gli interessi e gli uomini di un comune nemico (israeliano-sionista-americano-imperialista), si andrà rapidamente e inesorabilmente costituendo una trincea nella quale scenderanno man mano e di volta in volta terroristi palestinesi, guerriglieri sudamericani, rivoluzionari italiani, francesi, tedeschi e anarchici spagnoli, greci e inglesi. Questa è la tetra e inquietante ipoteca sul futuro di un Paese come l’Italia e di un continente come l’Europa i quali - trent’anni dopo - sono ancora costretti a fare i conti con questa lunga, minacciosa e oppressiva ombra che offusca la visione prospettica del futuro e impedisce di fatto un sereno e democratico sviluppo.
Come si vedrà in seguito, non abbiamo voluto entrare nel falso dilemma, contatti o alleanze, supporto logistico-ideologico-comunanza di strategie, poiché - a nostro parere - ci saremmo trovati di fronte ad un rebus del tutto inutile e quindi deviante. Solo il fatto che (come per esempio la struttura di sicurezza o colonna esterna elvetica) un tal gruppo possa aver fornito aiuti materiali o supporto logistico ad una formazione sovversiva attiva in un altro Paese sta a significare che esiste, oggettivamente, un ambito di condivisione e comunione dei rispettivi fronti di lotta. Spesso, dunque, si parla di alleanza fra organizzazioni terroristiche in maniera inopportuna e imprecisa, volendo distinguere semplici contatti o saltuarie frequentazioni da strategie comuni. Rimane, per contro, assolutamente corretto, a livello storico, distinguere il tipo di alleanze che, di volta in volta, affiorano e si vanno a creare. Va detto, però, che - come accade in un esercito regolare - anche sul fronte della sovversione e della guerra rivoluzionaria, sono esistite (ed esistono ancora oggi) le differenze e le specializzazioni. Ogni teatro di guerra ha i propri reparti che combattono, ogni fronte vede diversi nuclei (con diverse caratteristiche offensive) agire e ingaggiare battaglia. Certo è che, quando a livello di comune manifesto di lotta, ci si trova di fronte ad un unico condiviso obiettivo (quale potrebbe essere quello della Nato), allora dobbiamo renderci conto che l’integrazione e alleanza hanno raggiunto il livello più alto e più pericoloso: quello strategico. Altrimenti, possiamo distinguere in altri due stadi di alleanza, quello solidale e quello logistico. Per quanto concerne le alleanze solidali e logistiche (le più diffuse, soprattutto con i gruppi terroristici mediorientali), vedremo come questi tipi di saldature troveranno proprio tra il 1972-1973 i punti più alti di aderenza. Negli anni Settanta abbiamo assistito a numerosi casi di collaborazione attiva, tecnico-operativa fra organizzazioni eversive di sinistra attive in Europa ed omologhi gruppi con base in Italia. Le relazioni sono diventate - grazie al gran lavoro fatto da Feltrinelli - stabili e durature. I capi e i responsabili di settore hanno iniziato a confrontarsi e a mettersi in relazione con altre realtà. Sempre in virtù di originarie e mutuabili politiche di lotta. Ciò che ha interessato questo studio sono state, in poche parole, la ricerca e la verifica dei vari tipi di contatti. Dall’esistenza di questi punti di giuntura si è passato poi all’esame delle ragioni che hanno reso indispensabile tali collegamenti. Il reticolo dei collegamenti ha dato vita, infine, alla grande ragnatela dei rapporti internazionali.
I materiali sui quali ci siamo soffermati, nel lavoro di ricerca, analisi e ricostruzione, e sui quali abbiamo fondato questo studio sono stati - solo per una minima parte - rinvenuti nell’archivio della Commissione (molti atti e testimonianze sono eredità della vecchia Commissione d’inchiesta Moro). Per il resto, il materiale cartolare è stato cercato e recuperato in prevalenza al ministero dell’Interno (Segreteria Speciale del Gabinetto del ministro e presso l’archivio dell’ex Ucigos), nel corso di ricerche che hanno coinvolto più di un consulente.
Lo sviluppo dell’indagine ha trovato, infine, decisivi punti di riscontro e verifica soprattutto nelle informazioni traghettate in Occidente nel settembre 1992 dall’ex direttore dell’archivio centrale del Kgb, colonnello Vasili Mitrokhin, il quale - nella sua antologia di dossier catalogata e compilata dall’MI5, il Secret Intelligence Service britannico e trasmessa per competenza all’omologo Servizio italiano a partire dal 3 aprile 1995 - ha copiato e sedimentato centinaia di casi riguardanti personaggi (agenti illegali) che hanno avuto un ruolo cruciale, di primo piano nell’ambito delle attività clandestine della rete informativa sovietica in Occidente. Dal complesso e laborioso lavoro di incrocio dei dati è stato possibile mettere in relazione singoli fatti, vicende e circostanze mai prima d’ora prese in considerazione. Come per esempio, tutta la materia riguardante l’attività della centrale di Milano, penetrata da elementi della rete spionistica sovietica e monitorata - addirittura durante il sequestro Moro - da un agente dei Servizi Informativi della Repubblica Federale Tedesca. Inaspettati sono stati i risultati conseguiti, infine, attraverso le audizioni, specie quelle dell’ultimo periodo, di quei personaggi (protagonisti, magistrati, funzionari di polizia o dei servizi di sicurezza) che si sono avvicendati in qualità di testimoni (più o meno sinceri, onesti o collaborativi) in Commissione.
Questa ricerca soffre, di certo, di tutti i limiti del pionierismo. Chi ha avuto il compito di seguirla e terminarla ammette con candore che si tratta di un lavoro-prototipo, di un documento interlocutorio. Serviranno, è chiaro, ulteriori e doverosi riscontri e approfondimenti. La tematica - come si vedrà - è quasi del tutto inesplorata. È, in buona sostanza, un canovaccio, una base di partenza per poter affrontare una delle più rilevanti e inquietanti questioni che hanno toccato e a volte stravolto la storia del nostro Paese nel corso del XX secolo. Una storia, purtroppo, ancora eccessivamente ricca di coni d’ombra e lati oscuri, di misteri e interrogativi. Purtuttavia, seppur con i suoi mille limiti, crediamo che lo sforzo che ha sorretto questa ricerca possa aver fornito qualche risultato positivo. Che tutto questo possa servire per un sereno e obiettivo dibattito sui temi che sono all’oggetto sociale di questo organismo parlamentare d’inchiesta, nella auspicabile prospettiva di un definitivo alleggerimento delle ingombranti zavorre del nostro passato. Un motivo in più degli altri - si spera - per affrontare il successivo lavoro di verifica e confronto in vista di un vero e definitivo atto di riappropriazione della nostra Storia, senza sterili contaminazioni ideologiche o sciocche influenze di parte, in vista di un futuro sgombro dalle mille pietre d’inciampo, che hanno spesso e volentieri - nei passati decenni - ostacolato il sano e sereno sviluppo democratico di questo Paese. Un Paese, il nostro, che si è trovato non solo nella schiacciante polarizzazione Est-Ovest, ma anche al centro di quel lacerante crocevia Nord-Sud che - a partire dal 1967 - ha lentamente ma inesorabilmente condizionato la nostra politica, sia interna che estera. In questi delicati, instabili e a volte imprevedibili scenari geopolitici, l’Italia si è trovata a giocare la propria partita. Alla ricerca di un proprio ruolo, una propria identità e una propria stabilità sia sul piano interno che internazionale. Anche e soprattutto per questi motivi, i fatti e le vicende che verranno descritte e raccontate nelle pagine a seguire non potranno non essere tenute in considerazione, in vista di un auspicabile più che doveroso ritorno alla normalità.
Roma, 31 luglio 2000
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1. I collegamenti internazionali. Dove eravamo rimasti?
"Pur convinta che si debba ulteriormente approfondire la materia, la Commissione ritiene di avere acquisito sufficienti elementi per poter esprimere un primo ragionato giudizio sui rapporti internazionali delle organizzazioni terroristiche italiane. Esso coincide largamente con le opinioni espresse alla Commissione dall’onorevole COSSIGA, dall’onorevole ROGNONI, dal generale DALLA CHIESA, dai capi dei servizi.
Il terrorismo è indubbiamente un fenomeno autoctono, nato ed organizzatosi in Italia ed è stato costantemente diretto da menti italiane, innanzitutto dal cosiddetto nucleo storico delle BR che ha continuato ancora per lungo tempo ad esercitare dal carcere un suo ruolo egemonico.
Esso si è avvalso dell’aiuto di simpatizzanti italiani e stranieri in altri Paesi europei, grazie ai quali i suoi militanti hanno potuto trovare ospitalità e protezione nei momenti di maggiore pericolo. Sotto questo profilo, particolarmente utili alle organizzazioni terroristiche sono risultate le reti logistiche costituite in Francia. Ci sono stati contatti e scambi di esperienze, di armi e di rifugi con altre organizzazioni terroristiche, ma soltanto quelli con la tedesca RAF hanno avuto una certa continuità.
Di grande utilità per i terroristi sono state le forniture di armi fatte nel secondo semestre del 1978 e nell’estate 1979 da gruppi palestinesi particolarmente interessati ad impegnare le BR in operazioni contro obiettivi israeliani e contro la NATO. Da parte dei servizi segreti stranieri sono stati operati tentativi di entrare in contatto con le BR, attraverso offerte di armi e di denaro, al fine di strumentalizzarle. Tali profferte non hanno avuto seguito per la estrema diffidenza delle BR verso tutti i servizi segreti.
Nei tempi più recenti, si è manifestato un interesse dei servizi bulgari a stabilire contatti con le BR in coincidenza con il sequestro DOZIER, prima operazione anti NATO condotta dall’organizzazione terroristica. In questa occasione, le BR, modificando la loro linea tradizionale, hanno mostrato una notevole disponibilità a stabilire il rapporto. Le due maggiori organizzazioni terroristiche (BR e PL) hanno sempre mantenuto una piena autonomia da organizzazioni straniere nella scelta dei loro obiettivi, ma il sequestro DOZIER rappresenta una prima grave eccezione a questa linea.
I più recenti sviluppi del fenomeno terroristico, caratterizzati da una evidente crisi delle organizzazioni eversive e da un affievolito rigore ideologico delle loro ultime prove, coincidendo con il deterioramento della situazione internazionale, potrebbero anche determinare in futuro inquietanti aperture ad influenze straniere".
Queste sono le conclusioni espresse dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo MORO e sul terrorismo in Italia (istituita con legge 23 novembre 1979, n° 597) nella relazione conclusiva congedata dal presidente, senatore Mario VALIANTE, e comunicata alle Presidenze delle Camere il 29 giugno 1983 (VIII Legislatura) in merito ai collegamenti internazionali del terrorismo italiano (Capitolo IX, da pag. 124 a pag. 151). Un argomento, questo, trattato sulla base delle conoscenze e delle informazioni disponibili all’epoca e quindi abbandonato e lasciato per anni - in maniera del tutto incomprensibile, nonostante le indicazioni, i suggerimenti e i segnali d’allarme lanciati dall’Organismo d’inchiesta - alle poco amorevoli cure dell’oblìo, soprattutto da larghi settori degli apparati istituzionali (di prevenzione e di repressione) preposti e impegnati nell’osservazione, monitoraggio e prevenzione di quelle attività (rivoluzionarie, sovversive o eversive) che costituiscono una minaccia alla sicurezza nazionale, alla personalità dello Stato, all’ordine pubblico e alla stessa sicurezza dei singoli cittadini. "La Commissione - si legge nella Premessa - ha svolto ogni possibile indagine al fine di accertare se nell’organizzazione e nell’esecuzione della strage di via Fani, nella gestione del sequestro e nell’assassinio dell’onorevole MORO abbiano concorso, direttamente o indirettamente, organizzazioni terroristiche straniere o servizi segreti di altri Paesi". I punti salienti sui quali è stata articolata la materia esaminata nel IX Capitolo della Relazione VALIANTE, scritto peraltro dal sen. Salvatore CORALLO (in una nota dell’Ansa del 31 maggio 1983, dato per escluso dalle liste del PCI), sono questi:
1) Premessa
2) L’origine dei primi sospetti
3) L’episodio di Viterbo
4) L’ipotesi di connivenze con Paesi esteri
5) Gli uomini di via Fani
6) Organizzazioni terroristiche straniere
7) Rapporti con i palestinesi
8) L’Hyperion
9) Campi di addestramento
10) L’armamento di provenienza estera
11) I sospetti sulla Cecoslovacchia
12) I servizi segreti stranieri
13) Il tentativo israeliano
14) Il caso di Roland Stark
15) Il milanese "Armando"
16) I bulgari e il sequestro Dozier
17) Conclusioni
Il vuoto artificiale negli archivi non solo della Commissione
2. La materia che tratta dei coinvolgimenti e dei collegamenti internazionali del terrorismo italiano ha risentito nel tempo - se vogliamo spendere giudizi moderati - di comportamenti minimizzatori, di scarsa attenzione, di atteggiamenti sottovalutativi e, in alcuni casi particolari, di gravi ed esiziali tentativi di condizionamento e strumentalizzazione di importanti attività non solo di natura investigativa. Tutto ciò, nonostante che sin dall’inizio il fenomeno terroristico, in Italia ed in Europa, in molte vicende che lo hanno caratterizzato, abbia presentato indizi non trascurabili per ritenere possibile un rapporto internazionale fra i vari gruppi in azione. Basti ricordare poi, fra tutte, le strumentali e devastanti fughe di notizie che, partendo da fonti istituzionali (alcuni hanno citato il ministero dell’Interno) e finendo col colpire alcune estensioni a Parigi (definita pista Hyperion) dell’indagine condotta dalla Procura della Repubblica di Padova, in particolare dal pubblico ministero Pietro CALOGERO, sui vertici del disciolto movimento Potere Operaio e di Autonomia Operaia nell’ambito del procedimento penale a carico di Alisa DEL RE, Toni NEGRI ed altri (cosiddetta Operazione 7 aprile 1979), finirono con il compromettere in via definitiva alcuni accertamenti sulle centrali estere del terrorismo italiano condotti in territorio francese grazie alla collaborazione delle autorità parigine. Come si vedrà in seguito - citando fra l’altro un’analisi del SISDE - la fuga di notizie prese il via da un articolo del quotidiano L’Unità del 19 aprile 1979 (e non, come da più parti si è sostenuto, durante la trasmissione notturna di Radio RAI, Notturno Italia, del 25 aprile 1979) in relazione alla nota inchiesta su Autonomia Operaia promossa dalla Procura della Repubblica di Padova, secondo cui il prof. Toni NEGRI sarebbe stato al vertice di una organizzazione terroristica con ramificazioni internazionali e, in base a tale assunto, funzionari del SISDE, su mandato del sostituto CALOGERO, avrebbero effettuato indagini all’estero ed, in particolare, in territorio transalpino, avvalendosi della collaborazione di funzionari dello SDECE francese. Scrive il giudice istruttore Carlo MASTELLONI, nella sua sentenza-ordinanza a carico di Abu AYAD ed altri del 20 giugno 1989: "È un fatto che la collaborazione con il servizio omologo francese terminò, e con essa le indagini". Ma questo è solo uno dei tanti, forse troppi, episodi che hanno turbato le investigazioni o le inchieste sui coinvolgimenti internazionali della galassia sovversiva di sinistra. Il colpo decisivo sul delicato versante delle investigazioni sui contatti internazionali dell’eversione di sinistra è stato messo a segno all’indomani della pubblicazione su Il Messaggero (4, 5 e 6 maggio 1980) di estratti dei verbali d’interrogatorio del brigatista pentito Patrizio PECI e al successivo arresto del giornalista del quotidiano romano Fabio ISMAN (7 maggio 1980), con l’accusa di concorso nel reato di rivelazione di segreti d’ufficio. Reato, quest’ultimo, contestato all’allora vice direttore del SISDE, Silvano RUSSOMANNO. I fatti risalgono ai primi giorni di maggio del 1980. Il questore RUSSOMANNO, condannato il 24 maggio 1980 a due anni e otto mesi in primo grado (poi ridotti a nove mesi in Appello), ex dirigente dell’Ufficio Affari Riservati, con trent’anni di anzianità in Polizia, era uno dei massimi esperti di terrorismo e collegamenti internazionali. I suoi stretti contatti con i vertici del BKA (Bundes Kriminal Amt) tedesco, consolidatisi negli anni anche per la sua profonda conoscenza della lingua tedesca, furono decisivi per mettere a punto un’attività di collaborazione con una delle forze di polizia più preparate in Europa. Il suo lavoro, soprattutto al SISDE (dal gennaio 1978 al maggio 1980), è stato quasi interamente assorbito dallo sforzo nell’individuazione e nell’accertamento dei contatti internazionali del terrorismo italiano. Il suo arresto e la sua definitiva estromissione dagli apparati d’intelligence (proprio nei giorni in cui si sta mettendo a punto, in collaborazione con l’Ufficio Istruzione di Torino, la delicatissima missione in Messico per sentire su commissione rogatoria l’ex terrorista pentito della RAF, Volker SPEITEL, sulla centrale terroristica internazionale attiva a Milano e legata a doppio filo alla rete di Soccorso Rosso), provocate dal coinvolgimento nella pubblicazione dei verbali di PECI su Il Messaggero, hanno determinato a ben vedere danni di portata incalcolabile a questo cruciale versante della lotta all’eversione e al terrorismo. Si dovranno aspettare la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta, sotto la drammatica ripresa e con il nuovo germogliare del terrorismo di sinistra, per riprendere in parte questo sfilacciato lavoro di accertamento. A dare un nuovo e decisivo impulso alle investigazioni e all’attività di intelligence su vasta scala sulla dimensione sovranazionale del terrorismo italiano sarà proprio il prefetto Vincenzo PARISI, già vice direttore e poi direttore del SISDE e (dal 1987 al 1994) capo della Polizia. In ultima analisi, la fuga di notizie sull’Hyperion, lo scandalo della pubblicazione dei verbali del pentito PECI e il successivo maldestro tentativo di inquinare e deviare le indagini sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 rappresentano le tappe salienti di un’opera di indebolimento e azzeramento di una serie di attività info-operative, di investigazione e di indagine - messe in atto da vari uffici - sul fronte dei collegamenti internazionali del terrorismo. Tutto ciò ha provocato un drammatico e progressivo inaridimento nella sedimentazione delle informazioni da parte delle forze di polizia e dei servizi di sicurezza. A valle del fenomeno, anche gli archivi stessi della Commissione, invasi per anni da carte e documenti provenienti da ogni ufficio che abbia avuto l’onere di seguire o svolgere accertamenti sul terrorismo e sull’eversione, hanno finito col risentire di questa aridità o vuoto artificiale. Eppure, per una scrittura serena e obiettiva del fenomeno terroristico e più in generale dell’eversione di sinistra in Italia e in Europa, era quanto meno auspicabile un più severo, attento e costante lavoro di raccolta, analisi e archiviazione delle informazioni.
Molteplici indizi rarefatti e polverizzati
3. Dall’immane massa documentale acquisita, catalogata e quindi pubblicata dalla Commissione MORO affiorano dunque, qua e là, le tracce di un fenomeno molto più ampio, articolato, e spesso - in via del tutto apparente - indecifrabile. Queste tracce, questi indizi polverizzati negli archivi della Pubblica Amministrazione e della stessa Commissione, quasi fossero i resti di un’inquietante, scomoda e mai decodificata realtà parallela - un po’ per mancanza di tempo, un po’ per scarsa volontà, un po’ per ragioni di natura politica che ancora sfuggono alle nostre capacità di comprensione - sono state lasciate sepolte nelle carte, dimenticate e abbandonate ad un destino sciocco, insensato e, diciamo, irresponsabile. Nel suo lucido e assolutamente unico lavoro ricostruttivo sulle logiche e sulle dimensioni internazionali del terrorismo italiano, il prof. Stelio MARCHESE, ordinario di Storia moderna all’Università di L’Aquila, ha evidenziato, fra l’altro, che "la persuasione che il terrorismo sia drammaticamente collegato con l’evoluzione della storia contemporanea, le sue violente lacerazioni geopolitiche, l’irruenza dei suoi progressi tecnologici, la potenza ipnotica dei mezzi di comunicazione, accentua la necessità di perfezionare un nuovo sistema di indagine che adegui la storiografia e l’analisi politica alla nuova complessità degli squilibri internazionali". E ancora: "Il terrorismo non è un problema che si possa affrontare con i soli mezzi di polizia, anche ammessa la reale volontà politica di stroncarlo. Se poi tale volontà politica appare dubbia, come molti indizi lasciano pensare, prende corpo il sospetto che il terrorismo sia stato protetto, o quanto meno tollerato, per concentrare l’attenzione dell’opinione pubblica su questo dramma e anestetizzarla di fronte agli altri gravi problemi italiani, sul piano interno, e per svolgere un ruolo furbesco ed ambiguo sul piano internazionale".
Quel gene nel Dna della sinistra
4. Fin dalla sua nascita, in perfetta linea con le matrici storico-culturali del marxismo-leninismo, la gigantesca galassia dell’eversione di sinistra (che ha registrato le sue dimensioni più ampie tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta) ha potuto contare su solidi e storici collegamenti con organizzazioni rivoluzionarie di altri Paesi (in Europa, Africa, Medio Oriente, America Latina e Asia). I contatti di natura internazionale hanno caratterizzato in Italia la lotta di classe prima e la lotta armata poi, addirittura a partire dall’immediato dopoguerra in quelle fasi che potremmo definire di guerra civile strisciante prima e di scontro ideologico poi (guerra fredda).Alla struttura paramilitare occulta del Pci, Quinta Colonna sovietica in Italia o Vigilanza Rivoluzionaria (così almeno veniva chiamata dai dirigenti di Botteghe Oscure, responsabile, fra l’altro, della sicurezza dei quadri di comando e degli alti dirigenti del partito) erano demandati compiti ben precisi, di natura rigidamente clandestina. Compiti, questi ultimi, aderenti alle logiche della guerra non ortodossa a bassa intensità, così descritti - agli inizi degli anni Cinquanta - dall’allora Servizio Informazioni Forze Armate (SIFAR):
- IN TEMPO DI PACE: sostenere con azioni di intimidazione e, se necessario, di forza, le agitazioni di carattere politico che tendano a turbare l’ordine pubblico, creando ostacoli all’attività governativa, mantenere l’economia nazionale in stato di turbamento. Premesse necessarie per condurre l’opinione pubblica alla convinzione della necessità di cambiare indirizzo politico per mezzo di una serie di riforme sociali, delle quali il PCI si è fatto promotore nei campi politico, sociale ed economico.
IN TEMPO DI GUERRA: concorrere, con piccoli reparti armati e con nuclei di sabotatori, alla disorganizzazione delle retrovie dell’esercito operante, danneggiamento di opere d’arte, stabilimenti militari, disorganizzando collegamenti e reti di trasporto, seminando il panico tra la popolazione civile, deprimendo il morale in combattimento.
I quadri di vertice della struttura armata clandestina del Partito Comunista, ossia di questo vero e proprio Partito Parallelo - fin dalla fine del secondo conflitto mondiale - venivano addestrati in scuole di sabotaggio, spionaggio e guerriglia concentrate prevalentemente nell’ex Cecoslovacchia. Altre centrali erano dislocate inoltre in Polonia, Ungheria e Bulgaria. Queste strutture (alcune presenti anche in Italia: ricordiamo per esempio quella di Frascati, a pochi chilometri da Roma) godevano della massima copertura da parte degli apparati d’intelligence d’oltrecortina e potevano contare sull’appoggio organizzativo-logistico-strategico sia da parte del KGB che del GRU sovietici, attraverso la massiccia presenza di ufficiali istruttori, personale militare specializzato ed ispettori incaricati dalla Centrale di Mosca alla supervisione e al controllo sulle varie branche di attività. Una delle scuole militari più attive su questo versante era localizzata a Dobrovice, a circa quindici chilometri a nord di Praga. Qui si tenevano i corsi di politica superiore e gli allievi più preparati e affidabili - una volta superate le prove dei vari collettivi - potevano accedere a corsi di specializzazione al sabotaggio e alle lezioni di tecniche militari. Sempre in Cecoslovacchia, erano attivi campi di addestramento a Kosice e a Brno. "Per quanto riguarda la presenza in Cecoslovacchia di un rilevante numero di italiani - si legge a pag. 139 della Relazione VALIANTE - che avrebbero partecipato, secondo i servizi, a corsi di imprecisata natura, va tenuto conto che in quegli anni, stanti i buoni rapporti allora esistenti tra i Partiti comunisti italiano e cecoslovacco, molti militanti del PCI parteciparono presso scuole di partito a corsi sulla storia del movimento operaio, di economia politica, etc. Pure in Cecoslovacchia si rifugiarono in quegli anni cittadini italiani perseguiti per reati commessi durante la Resistenza".
L’Apparato di Vigilanza Rivoluzionaria
5. Lungi dal voler scrivere o riscrivere la controversa storia della cosiddetta Gladio Rossa - gravoso incarico peraltro affidato ad altro consulente di questa Commissione - vale comunque la pena richiamare alla memoria un interessante rapporto del SIFAR (agli atti del procedimento penale n° 8393/92 sull’Apparato di Vigilanza Rivoluzionaria comunista), datato 26 luglio 1955, con il quale il centro di controspionaggio militare di Bologna riesce a registrare alcune informazioni pervenute da un funzionario della Questura di Ravenna circa l’identificazione di un centro mimetizzato di addestramento proprio a Brno, in Cecoslovacchia:
- In occasione di richiesta di nulla osta per espatrio di connazionali nei Paesi d’oltre cortina, il ministero degli Interni, con sua nota dei primi di novembre 1954, comunicava alla Questura di Ravenna, per riservata conoscenza, che secondo fonte attendibile funzionava a Brno (Cecoslovacchia) nel novembre 1953 una scuola di spionaggio e sabotaggio per italiani mimetizzata sotto scuola di botanica. In essa si svolgevano all’epoca due distinti corsi: uno della durata di sei mesi per spionaggio. L’altro, di dodici mesi, aveva lo scopo di preparare i partecipanti ad azioni di quinte colonne in caso di conflitto e, pertanto, veniva particolarmente curato l’insegnamento degli esplosivi.
Con foglio D. 128193/3 del 25 novembre 1954, diretto al Raggruppamento Centri di Controspionaggio di Roma del SIFAR, veniva precisato inoltre che a Brno sarebbe stata in funzione una scuola denominata Smistamento Internazionale e che la vera scuola di spionaggio e sabotaggio - alla quale venivano avviati gli elementi più promettenti - si sarebbe trovata invece in località Nitro (Slovacchia). Non solo. A Dobrovice - sempre stando ad informazioni registrate dal nostro controspionaggio - si tenevano corsi di natura politica superiore ai quali partecipavano allievi selezionati nei corsi politici tenuti in tutti i collettivi che riunivano italiani, fra cui quella di Brno. Nella seconda parte del corso venivano inoltre impartite lezioni militari che integravano la parte politica.
La Centrale operativa di comando, che aveva il compito di coordinare e supervisionare, in un’ottica geopolitica, le attività delle varie basi e scuole di addestramento, era costituita dal COMINFORM (l’ufficio informazioni dei partiti comunisti non solo dell’area europea: rigido organismo di controllo saldamente nelle mani del Comitato Centrale del PCUS la cui nascita venne istituzionalizzata e ufficializzata il 22 settembre del 1947 a Szklarska Poreba, in Polonia al confine con la Cecoslovacchia, all’apertura della prima storica Conferenza dei Partiti Comunisti di Urss, Bulgaria, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, Romania, Jugoslavia, Francia e Italia). Come è noto, il COMINFORM tenne altre due Conferenze ufficiali. La seconda venne organizzata in Romania, dal 19 al 23 giugno 1948, durante la quale venne decretata l’espulsione della Jugoslavia dal COMINFORM. La terza, a Matra in Ungheria, dal 16 al 23 novembre 1949: in quella occasione vi fu il varo, nel contesto di una gigantesca operazione propagandistica e pubblicitaria, del Movimento dei Partigiani per la Pace e della campagna antiatomica. A Matra venne inoltre consacrata la figura di Michail Andreevic SUSLOV, classe 1902, cresciuto intellettualmente all’Istituto di economia di Mosca, insegnante dell’Accademia Industriale, membro del CC del PCUS, uomo d’apparato e braccio destro di STALIN, il quale venne chiamato da Mosca proprio per dirigere la nuova struttura operativa del COMINFORM, la cui Segreteria, all’indomani della Conferenza di Matra, venne trasferita provvisoriamente da Bucarest a Budapest, in Ungheria appunto. Va aggiunto che SUSLOV - un anno dopo: nel giugno del 1950, proprio mentre le truppe cinesi varcano il 38° parallelo e invadono la Corea del Sud - parteciperà all’atto di fondazione (insieme all’armeno delfino di Lavrentij BERIJA Vagan G. GRIGORJAN e a Boris PONOMARËV) del Fondo Sindacale Internazionale di Assistenza alle Organizzazioni Operaie di sinistra, del quale ne diverrà uno dei massimi propulsori e organizzatori. Il COMINFORM verrà sciolto nel 1956 su ordine di Nikita KRUSCIOV, ma l’insieme combinato della sua struttura, della rete informativa e dei contatti internazionali rimarrà attivo fino alla caduta del regime sovietico.
A conferma dell’esistenza di questo supremo organo di controllo delle attività occulte, esiste un’ulteriore nota del SIFAR - datata 19 gennaio 1950 - nella quale, fra l’altro, si evidenziava che "i dirigenti comunisti [stavano] lavorando intensamente per riorganizzare le unità militari del Partito, evidentemente in seguito a pressioni da parte del COMINFORM". Il controspionaggio italiano, il 22 gennaio 1951, registrò altre notizie relative ai contatti internazionali dei vertici del PCI al fine di consolidare e potenziare l’Apparato militare clandestino. Secondo Il SIFAR, il recente viaggio (ricordiamo che siamo tra la fine del 1950 e gli inizi del 1951) di Luigi LONGO e Pietro SECCHIA a Praga alimentava il fondato sospetto che il reale motivo della loro "improvvisa partenza" era da metter in relazione con l’urgente convocazione della Sezione Militare del COMINFORM. Questo organismo si sarebbe riunito per fornire allo Stato Maggiore sovietico "notizie esatte sulla efficienza delle organizzazioni paramilitari e, in particolare, delle formazioni partigiane e delle squadre di sabotaggio". Sempre secondo quel documento, al convegno avrebbero dovuto partecipare, oltre che i massimi esponenti delle reti clandestine dei vari Partiti comunisti europei, anche ufficiali dei servizi strategici sovietici. Quell’informazione venne poi confermata e suggellata in un altro rapporto - datato 29 gennaio - con il quale il SIFAR notiziava le autorità di governo che "gli onorevoli LONGO e SECCHIA avrebbero partecipato a Praga ad una riunione del Comitato Militare centrale del COMINFORM, la quale sarebbe stata presieduta dal maresciallo BULGANIN". Nel corso del summit, sarebbe stato esaminato il lavoro svolto dalle varie strutture e organizzazioni paramilitari comuniste operanti in Occidente e steso il programma delle operazioni future. Il BULGANIN citato nell’appunto altri non era che Aleksandrovic Nikolaj BULGANIN, già ministro delle Forze Armate sovietiche sotto Josif STALIN e responsabile del KI (Komitet Informatzij) e del GRU, il quale guidò insieme al suo vice Georgij ZUKOV, sotto gli ordini di KRUSCIOV, il complotto per neutralizzare Lavrenti BERIJA e il suo micidiale apparato di polizia politica. Ricordiamo che il GRU (Glavnoe Razvedyvatelnoe Upravlenie), il Servizio di Sicurezza militare sovietico, venne fondato il 21 ottobre 1918 come II Dipartimento Militare (IV Sezione o Bureau) dell’Armata Rossa. Dal 1947 al 1951, il suo Direttorato Estero venne messo alle dipendenze del KI, il quale, in qualità di Comitato per le Informazioni, accentrava tutte le funzioni nell’ambito del settore dello spionaggio e controspionaggio all’estero.
L’Orizzontale Latina
6. Al Comitato Militare centrale del COMINFORM, il quartier generale delle varie strutture paramilitari comuniste attive nell’Europa Occidentale, per quanto concerne l’azione sul piano internazionale, facevano capo varie sottocentrali. Per quanto riguardava il nostro Paese, una delle sottocentrali competenti era quella di Lubjana, nell’ex Jugoslavia, che era strettamente collegata lateralmente con le sottocentrali di Ginevra (Svizzera) per la Francia e di Lisbona (Portogallo) per la Penisola Iberica. Le tre sottocentrali periferiche riunite costituivano la Orizzontale Latina. Come vedremo, il ruolo della linea rappresentata dal fronte Sud dello scacchiere NATO in Europa assumerà, con gli anni, un ruolo sempre più determinante nel contesto geopolitico internazionale, sia per quanto riguarda i rapporti tra Est ed Ovest, sia per quelli Nord-Sud. La penisola italiana, a ben vedere, infatti, essendo collocata perfettamente al centro di questo delicato crocevia, finirà con il patire le pressioni, le spinte e le tensioni sia degli uni che degli altri. Più nel particolare, per quanto riguarda le connessioni estere del fenomeno sovversivo-eversivo, troveremo sempre più nell’occhio del ciclone la pacifica e apparentemente defilata Svizzera: porto franco dei grandi contatti internazionali fra movimenti rivoluzionari, paradiso fiscale anche e soprattutto per le strutture logistiche delle varie organizzazioni terroristiche, luogo protetto e sicuro dove incontrarsi, vedersi e nascondersi soprattutto nei momenti di emergenza o di crisi.
In Italia, il Comitato Centrale Rivoluzionario del Partito (cioè il supremo organo di comando), dagli anni Cinquanta, era composto da Luigi LONGO, Pietro SECCHIA, Ruggero GRIECO e Arrigo BOLDRINI, quest’ultimo con funzioni direttive a carattere nazionale. L’impalcatura dell’Apparato poggiava sull’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), sulle Brigate GARIBALDI, sui GAP (Gruppi di azione partigiana) e sulle SAP (squadre armate partigiane, ex squadre di azione patriottica). Il serbatoio, il bacino di reclutamento principale, era rappresentato invece dalla FGCI: la Federazione dei Giovani Comunisti Italiani. Sarà proprio SECCHIA - per anni responsabile del cruciale settore Organizzazione del PCI, l’uomo che, come sostiene Miriam MAFAI, ha coltivato e fomentato per tutta la vita il sogno della lotta armata su vasta scala - in uno slancio di ammirabile sincerità, a dichiarare che "un partito comunista, un partito rivoluzionario deve avere due organizzazioni, una larga articolata di massa visibile a tutti, ed un’altra ristretta segreta. Questo anche in tempi della più ampia democrazia e legalità perché non si può mai fare affidamento sui piani del nemico". Legato allo staff di SECCHIA sarà, fra gli altri, Antonio CICALINI, detto il mago per la sua straordinaria abilità nel predisporre e fabbricare documenti falsi e valige a doppio fondo. Dell’ala dura del Partito facevano parte, inoltre, accanto a SECCHIA in veste di delfini o luogotenenti, personaggi della caratura di Armando COSSUTTA, Elio QUERCIOLI, Giuseppe D’ALEMA e Paolo BUFALINI, reduce, quest’ultimo, dalla guerra partigiana in Jugoslavia.
Il Centro Estero del Partito
7. Come ricorda sempre la MAFAI, durante gli anni Trenta, i collegamenti che il PCI clandestino intratteneva con il Centro Estero - che storicamente aveva sede a Parigi - erano tenuti da tre giovani donne torinesi, che da tempo avevano scelto la clandestinità: Rita MONTAGNANA, moglie di TOGLIATTI, Lucia SANTIÀ e Maddalena SECCO. Questo dato è centrale e cruciale allo stesso tempo per mettere a fuoco la questione dei contatti esteri del movimento rivoluzionario, sin dalle sue mitologiche o mitizzate origini. Per comprendere quanto la dimensione internazionale fosse intimamente connessa alla stessa tenuta dell’organizzazione occulta del Partito, specialmente sotto il profilo della compartimentazione e del regime di clandestinità adottato dai suoi vertici quali garanzie di sicurezza e impenetrabilità, riportiamo un passo illuminante del libro di Miriam MAFAI intitolato L’uomo che sognava la lotta armata - La storia di Pietro Secchia [Rizzoli, Milano, prima edizione giugno 1984], in cui si ricostruisce le vicende connesse al rientro in Italia dalla Francia del dirigente comunista alla vigilia del Congresso Nazionale del Partito in programma a Colonia:
- SECCHIA lascia definitivamente Parigi la sera del 31 dicembre 1930 con un passaporto belga a nome di certo Jean VERHAGEN, viaggia tutta la notte e la mattina del 1° gennaio scende a Milano. Si è fatto crescere, per cambiare un po’ fisionomia, un paio di baffi neri, è vestito elegantemente di scuro come presuma debba vestirsi un rappresentante di commercio che viene a Milano a organizzare il suo lavoro [...] In qualche modo è persino vero che quel giovanotto fa il rappresentante, solo che la sua ditta, il PCI, è una ditta un po’ speciale. Ed è speciale il compito che gli è stato affidato: organizzare, dovunque ci sia un nucleo consistente di comunisti, il IV Congresso del partito. Sono piccole riunioni clandestine, in cui si discute della linea del partito, si approva la "svolta" e si eleggono i delegati al Congresso Nazionale che si dovrà tenere a Colonia. A questi SECCHIA consegna un passaporto falso, un indirizzo da mandare a memoria e un segno di riconoscimento (una cartolina o un biglietto da dieci lire strappato a metà) con il quale i delegati sarebbero entrati in contatto, a Parigi o a Zurigo, con altri militanti e da questi avvisati, con un altro segno di riconoscimento, a Colonia.
Quante analogie possiamo trovare in questo straordinario racconto, segnatamente al modus operandi dell’attività clandestina dei dirigenti comunisti dell’epoca, con le consuetudini, le tecniche e le ferree regole dell’agire rivoluzionario messe in pratica a partire dalla fine degli anni Sessanta dalle organizzazioni rivoluzionarie comuniste e dai militanti di quelle strutture di supporto come, per esempio, i CARC (i Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo) - legati all’azienda editoriale para-legale di Giuseppe MAJ - alcuni dei quali ancora oggi decidono di passare in clandestinità alla vigilia dell’assassinio del prof. Massimo D’ANTONA (20 maggio 1999 a Roma), consulente dell’allora ministro del Lavoro, Antonio BASSOLINO, ancor prima di essere colpiti - in quel momento - da alcun provvedimento da parte dell’autorità giudiziaria? La domanda è retorica.
L’attività clandestina sopra descritta, tuttavia, non sempre deve intendersi necessariamente di natura "illegale". In quanto la clandestinità in sé racchiude sia l’attività legale che quella illegale, nella stessa forma che sottintende la sola applicazione di misure di sicurezza. Tutto questo, in definitiva, fa parte di uno storico, antico e sedimentato retaggio culturale presente da sempre nel codice genetico dell’essere comunista e della lotta di classe, in relazione al mai risolto dualismo tra Partito (in quanto guida politica istituzionale della massa) e avanguardie militari (intese come punte di diamante presenti ed attive sull’incandescente fronte rivoluzionario).
Il ruolo di Pietro Secchia
8. Tornando all’internazionalizzazione della lotta armata, Pietro SECCHIA fu alquanto esplicito quando ebbe a manifestare il proprio pensiero sulla necessità di trovare una dimensione globale della guerra di classe. Ecco uno stralcio del suo intervento al Comitato Centrale del Partito, intitolato Per una solidarietà attiva con i partigiani e le forze popolari del Vietnam, pubblicato su L’Unità del 19 febbraio 1965:
- Sullo stesso piano internazionale, non dobbiamo esitare a promuovere, a sollecitare in Europa delle iniziative per sviluppare azioni unitarie, azioni comuni per portare avanti la lotta anticolonialista, di solidarietà con i popoli che lottano per l’indipendenza, iniziative per la coesistenza e per la pace. Non si tratta di fare delle frasi, né di avanzare delle proposte velleitarie ma, con tutto il senso di responsabilità e nei limiti della nostra influenza, dobbiamo ricordarci di essere un grande movimento e di avere una forte responsabilità nelle posizioni e negli atteggiamenti che il movimento operaio, comunista e democratico dell’Occidente assume e deve assumere. Abbiamo ripetutamente espressa la volontà di ricercare il collegamento concreto per stabilire nella lotta col movimento operaio e democratico in altri Paesi d’Europa al fine di realizzare un più vasto e compatto fronte contro l’imperialismo, contro il colonialismo, contro la politica dei monopoli, al fine di dimostrare una più concreta e fattiva solidarietà con tutti i popoli che lottano per la loro indipendenza.
Parole, queste, di tragica e inquietante attualità, se messe a confronto con le enunciazioni e i concetti distillati negli scritti e nei documenti di rivendicazione diffusi nel corso degli anni non solo dalle BR, ma anche da altri gruppi attivi sul fronte della lotta armata rivoluzionaria. Soprattutto quando, per citare alcune delle espressioni più di moda, si parla di "fronte comune contro l’imperialismo", "solidarietà internazionale", "lotta contro il colonialismo e contro le aggressioni imperialiste". Ancora sulla teoretica della militanza clandestina: fondamento dell’agire rivoluzionario, da un documento di Potere Operaio, pubblicato nel gennaio 1973:
- La clandestinità è una condizione indispensabile per la sopravvivenza di una organizzazione politico-militare offensiva che operi all’interno delle metropoli imperialiste. La condizione di clandestinità non impedisce che la organizzazione si svolga per linee interne alle forze dell’area dell’Autonomia Operaia. Oltre alla condizione di clandestinità assoluta si presenta perciò, nella nostra esperienza, una seconda condizione in cui il militante, pur appartenendo all’organizzazione, opera nel movimento ed è quindi costretto ad apparire e muoversi nelle forme politiche che il movimento assume nella legalità. Questo secondo tipo di militanza clandestina da un punto di vista politico è alla base della costruzione delle articolazioni del potere rivoluzionario; dal punto di vista militare è a fondamento dello sviluppo delle milizie operaie e popolari. Operare a partire dalla clandestinità consente un vantaggio tattico decisivo sul nemico di classe che vive invece esposto nei suoi uomini e nelle installazioni.
Tornando a SECCHIA, appena tornato a Roma, reduce da un viaggio di dieci giorni in Cile (dal primo al 10 gennaio 1972), verrà colpito da una misteriosa malattia. Devastato e logorato da continue e inspiegabili forme di delirio - alle quali non riuscirà a dare alcuna spiegazione neanche il medico personale, Dario SPALLONE, fratello minore di Mario, il medico di Palmiro TOGLIATTI - SECCHIA morirà diciotto mesi dopo: il 7 luglio 1973. A minare il già debole sistema nervoso del senatore comunista fu l’imprevista morte di Giangiacomo FELTRINELLI, l’editore-guerrigliero, trovato dilaniato sotto un traliccio dell’Enel di Segrate, alle porte di Milano, mercoledì 15 marzo 1972. SECCHIA in quanto vice segretario del PCI era molto legato a FELTRINELLI. Un gappista, Francesco (detto Cecco) BELLOSI, ebbe a dichiarare: "Per noi, pensare, illuderci che dietro FELTRINELLI ci fosse SECCHIA e l’anima rivoluzionaria del PCI fu determinante: la rivoluzione tradita si trasformava in rivoluzione possibile". Sempre citando le risultanze del prof. MARCHESE, "esiste un nesso di continuità tra terrorismo e alcune frange partigiane del 1945 ed anche dopo. La Volante Rossa continuò anche dopo la guerra ad uccidere nel milanese. I rapporti con i servizi dell’Armata Rossa, iniziatisi durante il periodo partigiano, potrebbero non essere mai stati interrotti, contribuendo a tener desta una certa nostalgia del mancato passaggio rivoluzionario nel ‘45. Secondo Renzo ROSSELLINI, il giornalista che preannunciò il sequestro MORO tramite le emissioni di Radio Città Futura, era noto in alcuni ambienti palestinesi che sin dal 1945 l’Armata Rossa controllava una parte dell’organizzazione partigiana comunista e che, alla fine degli anni ‘60, questa organizzazione paramilitare era stata ristrutturata dai sovietici e rinforzata con elementi addestrati nei Paesi dell’Est. Alcuni ex capi partigiani, come l’avv. Giovan Battista LAZAGNA, in contatto con i primi gruppi terroristici italiani, i GAP di FELTRINELLI e le BR, sembravano intenzionati a ricostituire un’organizzazione paramilitare per bande". Per avere un’idea degli strettissimi legami tra FELTRINELLI e l’apparato organizzativo del Partito guidato da SECCHIA, basti pensare che - fin dagli anni Cinquanta - i coniugi FELTRINELLI (Giangiacomo e la prima moglie Bianca DALLE NOGARE, nata il 27 dicembre a Buenos Aires), quando erano a Roma, vivevano in un appartamento di proprietà, un pied-à-terre in via Archimede al quartiere Parioli, nel quale, nascosta dietro un armadio, era alloggiata una cassaforte. Le chiavi di questa cassaforte erano in consegna da un emissario del PCI. Quando serviva, l’incaricato di Botteghe Oscure prelevava o depositava dalla cassaforte l’occorrente (soldi, lingotti, documenti, ecc.) senza peraltro informare i padroni di casa. L’appartamento di via Archimede era in realtà uno dei rifugi, una delle basi segrete più protette dell’Apparato occulto del PCI. "Alla fine di luglio del 1954 - scrive Aldo GRANDI nel suo recente lavoro Feltrinelli - La dinastia, il rivoluzionario [Baldini & Castoldi, Milano, marzo 2000] - Pietro SECCHIA, amico di Giangiacomo e vice segretario del PCI, vi si recò, disperato, per controllare se il suo braccio destro, Giulio SENIGA, fuggito con i soldi del partito, oltre 400mila dollari, era riuscito a impossessarsi del denaro e dei documenti nascosti in via Archimede. Fortunatamente, rilevò tirando un sospiro di sollievo, che a differenza di altri luoghi segreti, niente era stato toccato". La Commissione - disarmante ammetterlo - sulla figura, sul ruolo e sulle attività di Giangiacomo FELTRINELLI e della sua struttura non ha - in buona sostanza - documenti o elementi di rilievo, tranne quelle rarefatte informazioni condensate nella sentenza della Corte di Assise di Appello di Milano del 9 aprile 1981 a carico di Giovan Battista LAZAGNA + altri (cosiddetta GAP-FELTRINELLI-BRIGATE ROSSE), acquisita agli atti in seguito all’audizione dell’ex giudice istruttore del Tribunale di Brescia, dott. Giovanni ARCAI, poi consigliere estensore di detto provvedimento.
La tradizione internazionalista della lotta di classe
9. Si diceva che i contatti internazionali delle organizzazioni rivoluzionarie affondano le proprie radici nella solida tradizione del marxismo-leninismo. Ciò trova ulteriore conforto e conferma nelle stesse origini dei movimenti e nelle correnti del pensiero politico di sinistra che cercheranno di trovare e suggellare, nella dimensione transnazionale, la propria unità politica e organizzativa. Basti citare l’esperienza della Prima Internazionale, fondata a Londra nel 1864, su iniziativa di un gruppo di delegati operai francesi di ispirazione proudhoniana. Il nascente movimento operaio europeo, con le sue spinte rivoluzionarie (lotta di classe) e tendenze sovversive (rivolgimento violento del sistema, per permettere, attraverso una fase intermedia detta della dittatura del proletariato, l’abbattimento della proprietà privata, degli istituti del dominio e dell’oppressione per poi arrivare al superamento delle gerarchie e delle divisioni in classi della società, secondo il principio comunistico "a ciascuno secondo le sue possibilità, da ciascuno secondo i suoi bisogni"), aveva come organismo di coordinamento e supervisione (potremmo definirla, ci venga passata la definizione, cabina di regìa) fra le varie sezioni dell’Internazionale l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, in seno alla quale Karl MARX si trovò ad assumere un ruolo egemonico. Come giustamente ha rilevato lo storico Rosario VILLARI (negli anni Ottanta membro del Comitato Centrale del PCI), la nuova funzione rivoluzionaria appartiene - nella concezione elaborata dal filosofo tedesco - al proletariato, la classe che, nata dall’industria, è interessata all’ulteriore sviluppo delle forme moderne di produzione e non ad un ritorno indietro. Elemento fondamentale della sua forza è la solidarietà di classe, che nasce appunto dalle stesse condizioni di lavoro e che dalla fabbrica si allarga alla nazione e al mondo intero. In estrema sintesi, tale solidarietà dei proletari - sempre rifacendosi alle analisi di MARX - non è ostacolata da interessi concorrenziali e può estendersi su scala mondiale. Essa è - conclude il VILLARI - la condizione indispensabile del successo della lotta rivoluzionaria: "Proletari di tutti i Paesi unitevi!" è l’appello che conclude il Manifesto. Come è stato lucidamente evidenziato - già nel 1977 - dal sociologo Franco FERRAROTTI, nella logica deviante della lotta di classe comunista, la violenza rende visibili, è un mezzo essenziale di autodifesa e di attacco. Rinunciare alla violenza vuol dire rinunciare a nascere storicamente, rinunciare a cambiare il mondo. Il Movimento, quindi, davanti a questo atlante universale, finisce con l’essere difficilmente identificabile perché la sua natura non è rigida. Si entra e si esce - per prendere in prestito i concetti di FERRAROTTI - comprende tutti, ma non si identifica con nessuno. Può essere immaginato come una serie di cerchi concentrici. Sfugge tutta la gravità del fenomeno perché non si colgono i nessi essenziali fra le parti che lo compongono. Ecco che cosa è stato e cos’è, ancora oggi, l’essenza, l’anima, lo spirito della lotta armata, della rivoluzione, delle frange e dei gruppi che predicano e praticano l’abbattimento dello Stato borghese. Ovunque esso si manifesti, con tutte le sue strutture repressive e oppressive. Queste sono le logiche che hanno animato e alimentato, su scala interna ed internazionale, il terrorismo e che sono state poste in essere - fin dalla sua insorgenza - non tanto per sovvertire quanto per disturbare il quadro istituzionale di molti Stati dell’Europa Occidentale. Obiettivo di queste misure attive era, soprattutto, l’indebolimento e il mantenimento in stato di perenne incertezza e crisi dell’assetto dei Paesi dove più forti erano i consensi dei locali movimenti di sinistra e delle spinte centrifughe rivoluzionarie.
Le centrali d’irradiazione: Trento, Trieste e Padova
10. Ma torniamo alle direttrici strategiche della cosiddetta Orizzontale Latina. In questo ampio orizzonte ricco di implicazioni internazionali, che abbiamo cercato con questa ricerca di esplorare il più possibile, per quanto riguarda lo scenario italiano, si sono messe in evidenza tre istituzioni di primo piano della pubblica istruzione nazionale: le Università di Trento e Trieste e il Politecnico di Padova. Proprio in questi atenei, a partire dagli inizi degli anni Sessanta, sono iniziate a germogliare le prime istanze rivoluzionarie e hanno preso corpo le prime strategie su ampia scala della sovversione. Nel corpo docenti prima e fra gli studenti poi si sono create le condizioni adatte per l’incubazione del pensiero insurrezionale, della lotta di classe ad ampio respiro, in vista ed in preparazione di una grande, totale e inderogabile rivoluzione.
Trieste: zona di confine
a) - L’ateneo di Trieste per esempio - trasformato in Università dal Governo italiano nel 1924 dal precedente Regio Istituto Superiore di Scienze Economiche e Sociali, a sua volta continuazione della Scuola Superiore di Commercio della Fondazione Revoltella sorta a Trieste nel 1877 - riconosciuto al termine della seconda guerra mondiale dal Governo militare alleato della Venezia Giulia e dal Governo italiano, vide la presenza negli anni della contestazione di uno dei più prestigiosi germanisti italiani, il prof. Enzo COLLOTTI, autore, fra l’altro, di Hitler e il nazismo (nella Collana XX Secolo della Giunti Editore, Firenze), Dalle due Germanie alla Germania unita: 1968-1990 (Einaudi Editore, Milano), Razza e fascismo. La persecuzione degli ebrei in Toscana (Carocci Editore, Firenze), co autore, insieme a Mario CACIAGLI, Elvio DAL BOSCO, Piero MEUCCI, Sergio SEGRE e Paolo SOLDINI, della ricerca promossa dal CESPI (Centro Studi di Problemi Internazionali) La Germania della svolta: vecchi e nuovi protagonisti della politica di Bonn (Franco Angeli Editore, Milano), L’Internazionale operaia e socialista fra le due guerre (Istituto Poligrafico dello Stato), nonché membro del direttivo dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia (fondato nel 1949 da Ferruccio PARRI). COLLOTTI - nel febbraio del 1981 - ha ricevuto a Vienna il premio "Victor ADLER" (assegnato per la prima volta dalla sua istituzione, avvenuta nel 1979) per l’edizione italiana, da lui commentata, del volume di Otto BAUER Fra le due guerre mondiali. Nei primi anni Settanta, accanto al prof. COLLOTTI alla Facoltà di Storia Medievale e Moderna di Trieste troveremo (in veste di assistente ordinario) quel Giovanni ZAMBONI, nato ad Amburgo il 9 giugno 1939, grande appassionato e studioso di questioni tedesche, già autorevole esponente di Potere Operaio, uomo di fiducia della struttura di Toni NEGRI nel triestino, al quale il professore di Padova affidò il delicato compito di tenere i rapporti internazionali del gruppo: in particolar modo con le più importanti fabbriche germaniche fra cui la Ford e la Volkswagen, presso la quale svolse per qualche tempo una penetrante attività politica. Grazie alla sua esperienza tedesca entrò in contatto prima con i vertici dell’organizzazione 2 GIUGNO e con la BAADER-MEINHOF e quindi con la dirigenza della seconda generazione del terrorismo tedesco, quella legata alla RAF.
Trento: crocevia con l’Est
b) - Per quanto riguarda l’Università di Trento, invece, ci rimettiamo all’illuminante testimonianza resa da Renato CURCIO, così come è stata consacrata nel noto libro-intervista di Mario SCIALOJA A viso aperto (Mondadori, Milano 1993). Una volta arrivato a Trento (siamo nel 1962), il futuro capo storico delle BR entra in sintonia soprattutto con giovani studenti della Facoltà di Sociologia quali Mauro ROSTAGNO (il sociologo, che diverrà uno dei leader di Lotta Continua con Adriano SOFRI e Marco BOATO, verrà poi assassinato a Trapani nelle campagne di Paceco in Contrada Lenzi la sera del 26 settembre 1988, a pochi metri dai cancelli d’ingresso della comunità terapeutica di recupero di tossicodipendenti Saman da lui fondata e diretta dal settembre del 1981), il quale si era già formato un solido background politico-culturale attingendo e ispirandosi all’esperienza operaia dei Quaderni Rossi e della scuola di Raniero PANZIERI, Mario TRONTI e Vittorio RIESER. Alla domanda di SCIALOJA (con i professori che rapporti avevi?) CURCIO risponde: "In genere li stimavo. Mi è rimasto un bel ricordo del corso di Economia Due tenuto da Nino ANDREATTA e dal suo assistente Romano PRODI: eravamo solo in cinque a frequentarlo perché il programma di studio era solido e loro venivano considerati molto rigorosi ed esigenti [...] Un altro professore che ha certamente contato nella mia formazione è Francesco ALBERONI. Arrivò nel 1969, quando i corsi erano già bloccati e, dopo aver parlato lungamente con noi, ebbe l’idea di trasformare Trento in una specie di Francoforte: un’università sperimentale in cui si esprimessero tutte le tensioni e le esigenze di rinnovamento che erano nell’aria".CURCIO aggiunge poi che l’Università di Trento, poiché era un ateneo privato, non era "ancora riconosciuta dallo Stato. Quando si pose il problema della parificazione, il ministero decise che la laurea trentina equivaleva a quella in Scienze Politiche". E sottolinea: "Noi ci imbufalimmo: ma come, abbiamo studiato tanto per ritrovarci in mano una comunissima laurea in scienze politiche che sul mercato del lavoro vale poco o nulla! Volevamo molto di più, volevamo che la nostra unicità venisse riconosciuta, volevamo essere sociologi: e sulla scia di queste rivendicazioni di bottega iniziammo una lotta furibonda. Con l’appoggio di Flaminio PICCOLI - prosegue CURCIO - il democristiano che aveva voluto la nuova università, una nostra delegazione, composta da Mauro ROSTAGNO, Duccio BERIO e me, partì per Roma". Tuttavia, la molla che fece scattare il meccanismo insurrezionale venne azionata da lontano. "Comunque, l’elemento potente che coagulò attorno a sé questi vari fermenti - spiega CURCIO - e fece scattare la molla dell’azione furono gli echi della ribellione contro la guerra del Vietnam che ci arrivavano dai campus statunitensi. Come facoltà di Sociologia eravamo direttamente collegati a Berkley e, in sintonia con la rabbia degli studenti californiani, ci mobilitammo. Nell’autunno 1967 decidemmo di occupare l’Università [...] Alla fine del ‘67 Trento, anche grazie alla sua posizione geografica, era diventato un crocevia delle pulsioni internazionali: oltre che su Berkley eravamo affacciati su Berlino, Bruxelles, Parigi [...] Riprendemmo a studiare la Scuola di Francoforte, ADORNO, HORKHEIMER, BENJAMIN, MARCUSE, ma anche REICH: non il REICH della rivoluzione sessuale, che noi nel ‘67 avevamo già vissuto, ma quello dell’analisi della psicologia di massa del fascismo. Così ALBERONI, col quale avevamo da tempo ottimi rapporti, ci prese sotto la sua ala e ci aprì una strada concreta".
Padova: il polo direzionale
c) - La terza centrale di irradiazione della teoria e della prassi rivoluzionaria e insurrezionale - collocata non a caso in un’area geografica strategicamente delicatissima, il Nord Est del nostro Paese - è quella rappresentata da Padova, città dalla quale il professore di ruolo all’Istituto di Scienze Politiche e Sociali del Politecnico elabora, pianifica e coordina le relazioni e i contatti su scala internazionale, prima utilizzando una serie di strutture (quale la Segreteria del Coordinamento Internazionale promossa dall’Ufficio Internazionale) di Potere Operaio, e poi attraverso le attività estere attuate da Autonomia Operaia organizzata. NEGRI, come abbiamo visto, non solo crea raccordi con l’Università di Trieste, ma stabilisce contatti anche con l’Istituto di Storia della Facoltà di Lettere dell’Università di Genova, nella persona del prof. Gianfranco FAINA, di estrazione anarchica, leader e ideologo dell’organizzazione Azione Rivoluzionaria, alla quale faranno capo i vari Enrico PAGHERA (uno dei primi pentiti nella storia del terrorismo), Daniele PIFANO e il capo cellula cileno Teofilo Juan SOTO PAILLACAR.NEGRI promuove e stabilisce relazioni con i militanti rivoluzionari tedeschi. Come si evince da una lettera spedita da Berlino il 9 luglio 1972 da Gisela BOCK ed indirizzata al professore di Padova, diverse persone hanno cominciato a viaggiare per stabilire una rete di comunicazioni fra loro. Nel comunicare il suo entusiasmo e soddisfazione per aver conosciuto lui (NEGRI) e Potere Operaio, la BOCK spiega le sue ragioni nel non aver lasciato il progetto legato al gruppo Merve Verlag: il cui scopo politico, in prevalenza, consisteva nel propagandare in Germania le lotte in Italia e le attività di organizzazioni come PO. Come si vedrà più avanti, attraverso Carlo FIORONI, il prof. NEGRI consoliderà i legami con la cosiddetta rete di sicurezza svizzera: vera e propria colonna esterna di natura tecnico-logistica, già attiva in terra elvetica e che poggiava su due livelli (uno legale o semilegale e l’altro del tutto clandestino) utilizzati da ponte vero fra l’Italia, la Germania e la Francia. Per il tramite di Laura BETTINI, poi, che lascerà Padova e l’Italia a causa di una crisi psicofisica e andrà a vivere a Parigi, NEGRI prenderà contatti con l’organizzazione francese di Materiaux pour l’Intervention, al quale facevano capo i vari Yann MOULNIER, Daniel COHEN, Pierre EWENZYK, Gian Marco MONTESANO e Martin ANDLER.
La sua attività sul fronte internazionale coinvolge anche gli Stati Uniti, Paese notoriamente meno penetrabile a questo genere di operazioni. Nei confronti degli Stati Uniti l’impegno di NEGRI e dei suoi collaboratori si presentò in modo addirittura più incisivo rispetto agli interventi negli altri Paesi. Tale interesse - così come è stato stigmatizzato nel tempo dai nostri Servizi di Sicurezza - era evidenziato in particolare dal tempo e dal sostegno accordato a due dei suoi migliori collaboratori, Ferruccio GAMBINO e Paolo CARPIGNANO, per la creazione, in quel Paese, di un embrione organizzativo. Contatti con gli Usa furono allacciati perlomeno da parte del prof. NEGRI e di GAMBINO già prima del 1970, l’anno della costituzione dell’Ufficio Internazionale di Zurigo. Il primo residente della struttura internazionale a New York risulta essere un certo PIVA, inviato in America forse nel 1970 per rimanervi fino al 1971.Nello stesso anno, infatti, divenne residente permanente Paolo CARPIGNANO e Ferruccio GAMBINO assunse il doppio incarico per gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Al riguardo della struttura internazionale, va evidenziato inoltre che la sua costituzione è stata portata avanti dal gruppo di NEGRI parallelamente al piano per l’Italia di aggregazione intorno a Potere Operaio dell’area di estrema sinistra riconducibile al movimento rivoluzionario, benché NEGRI abbia sempre manifestato interesse preminente per l’attività internazionale. Il lavoro negli Usa dove NEGRI si recò alla fine del 1972 venne pianificato ed esaminato accuratamente dallo stesso professore con CARPIGNANO e GAMBINO. Si discussero i contatti stabiliti, si parlò di lavoro per la formazione dei quadri. Venne accettata infine la linea di GAMBINO di dare preminenza all’organizzazione del lavoro politico attorno all’attività di ricerca e di studio. In quegli anni (1973-1975) si recarono per periodi più o meno lunghi negli Usa diversi fra i più validi collaboratori di NEGRI, quali Bruno CARTOSIO, Maria Rosa DALLA COSTA, la tedesca Gisela BOCK e forse lo stesso Alessandro SERAFINI. Nel 1975, fu pubblicata la rivista Zerowork che riuscì in tal modo ad aggregare attorno alla pubblicazione piccoli gruppi o gruppuscoli radicali e contestatori del sistema socio-economico nazionale. Sebbene il livello di organizzazione e gli obiettivi politici fossero notevolmente più arretrati rispetto all’Europa, NEGRI sembrò accettarli e si preoccupò di garantire un certo sostegno economico al suo gruppo negli Usa. Anche se i membri di tale gruppo provvedevano da parte loro a raccogliere fondi in loco, NEGRI con il concorso di amici inseriti in vari organismi universitari italiani e con l’accesso ai finanziamenti del CNR e con la copertura di ricerche sugli Usa ottenne fondi da impiegare oltre oceano. Lo stesso fu pure consigliato di chiedere fondi per le sue ricerche all’American Council of Learned Societies ed alla sede di Padova dell’Università di California. Nel 1976, NEGRI si preoccupò di finanziare, almeno parzialmente, il viaggio di rappresentanti del gruppo Usa in Gran Bretagna dove, con la copertura di un convegno, ebbe luogo nel luglio una riunione ristretta dei quadri dell’organizzazione internazionale. All’inizio del 1978, NEGRI espresse compiacimento a CARPIGNANO perché il gruppo Usa si stava confrontando con problemi politici e di organizzazione politica, e prima di settembre dello stesso anno compì una visita negli Stati Uniti. In autunno, iniziò a lavorare a New York Christian MARAZZI, che cooperava con CARPIGNANO. Da quell’epoca, il gruppo attivo negli Usa inizia sensibilmente a rafforzarsi, soprattutto in relazione alle capacità espresse da MARAZZI durante la sua attività a livello di organizzazione internazionale e nei diversi anni trascorsi in Gran Bretagna.
Accanto all’attività delle principali fucine (non solo teoriche) della rivolta e della guerra rivoluzionaria rappresentate da Trieste, Trento e Padova, una posizione di rilievo nell’irradiazione del pensiero e della prassi sovversiva l’ha avuta anche Venezia. Secondo un’analisi elaborata dall’allora prefetto della città lagunare Salvatore PANDOLFINI - datata 21 maggio 1979 e inviata al Gabinetto del ministro dell’Interno - si sottolinea infatti che "anche Venezia ha vissuto tutte le tappe dello sviluppo dell’Autonomia Operaia", alcune addirittura in anteprima. Vediamo: "Nel 1961, il socialista dissidente Raniero PANZIERI fondò la sinistra Quaderni Rossi, intorno al quale si formò una pattuglia di intellettuali, anche veneziani, che avviarono un certo tipo di analisi del capitale e del movimento di classe centrato sulla ricerca di elementi di "autonomia operaia" (intesi come forme di lotta e strumenti organizzativi) in grado di superare le indicazioni e le prospettive strategiche del sindacato e, soprattutto, dei partiti storici del movimento operaio".
Nel 1961, sulla scia della scissione dei Quaderni Rossi, nasce Classe Operaia: primo nucleo, con molti veneziani e padovani, del filone spontaneista della sinistra rivoluzionaria. "Nel 1965-1966 - prosegue la nota prefettizia - prendendo le mosse dal lavoro di Classe Operaia, a Marghera si formò il primo nucleo nazionale di Potere Operaio. Nel 1968, il contenuto extra sindacale e "autonomo" latente nelle lotte operaie degli anni ‘60 si esplicitò chiaramente venendo a contatto con lo scoppio dell’insubordinazione studentesca. Nell’autunno di quell’anno, dopo il Convegno di Venezia (il primo) tra i movimenti studenteschi di tutta Italia, si fusero tra loro Potere Operaio veneto e la componente operaista del movimento romano". Nel 1969, sempre dall’originario filone operaista e spontaneista - anche se con altri contributi - si costituirono a Venezia, Mestre e Marghera alcuni dei primi nuclei nazionali di Lotta Continua e Avanguardia Operaia. Proprio in quegli anni a Venezia, accanto alla figura emblematica e illuminante di Toni NEGRI, si registra l’ascesa di uno dei potoperaisti storici, Massimo CACCIARI, uno dei nuovi filosofi comunisti più accreditati, il quale diverrà poi deputato al Parlamento Europeo e sindaco di Venezia.
Il fronte comune dell’insorgenza rivoluzionaria
11. Sulle valutazioni di natura politico-culturale del fenomeno, il dott. Carlo NORDIO, consulente di questa Commissione, già giudice istruttore quindi sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Venezia, sulla scorta di un quesito formulato dal presidente della Commissione, sen. Giovanni PELLEGRINO, in tema di eversione e terrorismo di sinistra (questa la domanda: se sia vero che le BRIGATE ROSSE e le altre formazioni dell’estremismo di sinistra costituiscono parte della storia della sinistra italiana?), ha avuto modo di rispondere in questi termini:
- La mia risposta è nettamente affermativa. La matrice ideologica, la formazione culturale, il metodo di analisi sociologica, la terminologia, la visione della storia e la prospettiva dalla quale essa è stata vista e vissuta dalle BR sono espressioni tipiche ed esclusive di quella parte della sinistra italiana che si è identificata nel marxismo-leninismo. Questo non significa, ovviamente, che tutti i marxisti-leninisti siano diventati brigatisti e nemmeno che li abbiano appoggiati o abbiano simpatizzato per il Movimento. Sarebbe come dire che tutti i cattolici del Cinque-Seicento erano responsabili dei vari massacri. Significa però che la provenienza politico-culturale dei brigatisti è chiaramente marxista-leninista e come tale costituisce un derivato, per quanto abnorme e perverso, di una parte della sinistra italiana. L’analisi dell’economia fatta dalle BR segue i canoni dell’ortodossia di MARX ed ENGELS.
Sul solco della storica tradizione, dunque, ci ritroviamo di fronte a questa dimensione internazionale o sovranazionale, nella quale i movimenti insurrezionali, rivoluzionari o sovversivi riescono a trovare aiuti, collaborazioni, supporti, punti di contatto logistici o addirittura stringere alleanze strategiche e in un quadro di condivisione degli obiettivi di lotta. Il Movimento, proprio perché poggia saldamente sulla condivisa piattaforma della solidarietà e sulle comuni esperienze del lavoro in fabbrica, dello sfruttamento e dell’oppressione da parte dei padroni e delle strutture economiche capitalistiche, ha inseguito - fin dagli albori, come s’è detto - una propria condizione e un proprio ruolo su scala globale. Prima in America Latina (con la rivoluzione cubana) e poi in altri continenti come l’Europa, il Nord Africa e il Medio Oriente e parte dell’Asia. Dalla comune esperienza, nasce infine il grande disegno strategico complessivo, i contatti e i legami con i compagni e le organizzazioni di altri Paesi, i collegamenti e le spinte collaterali tese a sovvertire ed abbattere l’ordine costituito, lo Stato borghese inteso come apparato coercitivo e repressivo, le società dell’interesse privato prima e le multinazionali poi (le SIM di brigatistica memoria), le grandi catene di alleanze militari (come la NATO) che - come sta accadendo oggi con le nuove leve delle BR-PCC e dei militanti dei Nuclei Territoriali Antimperialisti (NTA) - rappresentano non solo su scala continentale, ma mondiale il grande fronte comune antimperialista internazionale. Un obiettivo di lotta, questo, che si radicherà sempre più nelle coscienze collettive della sinistra non solo rivoluzionaria soprattutto a partire dal 1963 e il febbraio 1964 quando - come reazione ai devastanti rovesci militari americani nella penisola del Vietnam, ad opera della tenace resistenza prima del Vietminh, cioè della lega per l’indipendenza del Vietnam fondata dal Partito comunista indocinese, la quale partecipa alla costituzione del fronte dell’unione nazionale del Vietnam, che si proponeva di coordinare tutte le forze antimperialiste, e poi della guerriglia vietcong - il Nord del Paese veniva per la prima volta bombardato dall’aviazione statunitense. Non solo. La stessa sigla e lo stesso simbolo delle BRIGATE ROSSE (con la tristemente nota stella a cinque punte) derivano da esperienze di lotta armata internazionali, come la Frazione Armata Rossa (RAF) tedesca e della stella sghimbescia dei Tupamaros dell’Uruguay (nata nel 1962 dal nome di Tupac AMARU, che nel XVIII secolo guidò la lotta per liberare il Paese dalla dominazione spagnola). È proprio il capo storico delle BR, Renato CURCIO, a chiarire questi riferimenti di natura internazionale: "A quel punto Margherita [CAGOL, moglie di CURCIO dal 1° agosto del 1969, uccisa in uno scontro a fuoco con i carabinieri il 5 giugno 1975, nda] se ne uscì con un’osservazione: " Secondo me la prima azione di guerriglia urbana in Europa è stata la liberazione di Andreas BAADER compiuta dai compagni della RAF, Frazione Armata Rossa: Armata, mi sembra esagerato nel nostro caso, ma Brigata rossa mi piace. Brigata rossa, che ne dite?". A me suonò bene. Agli altri pure. Così si decise". E sul logo della stella a cinque punte, CURCIO aggiunge: "È la stella sghimbescia dei Tupamaros. Stabilimmo di adottarla per completare il quadro dei nostri riferimenti internazionali [...] Contrariamente a quanto è stato detto da qualcuno, non abbiamo voluto ispirarci alle azioni partigiane e neanche a quelle del movimento operaio tradizionale, sia pure rivoluzionario. Noi volevamo imparare dalle esperienze nuove che si agitavano nel mondo: guardavamo ai Black Panthers, ai Tupamaros, a Cuba e alla Bolivia di Che GUEVARA, al Brasile di MARIGHELLA. Per questo i racconti di FELTRINELLI, che girava il mondo e intratteneva rapporti diretti con i leader di varie guerriglie, avevano un certo fascino ed erano indubbiamente interessanti". Quelli che seguono sono gli snodi principali di questa estesa trama internazionale. Il lavoro sarà organizzato in due parti. La Prima: dalle origini al 1976-1977. La Seconda: dal 1978 ai giorni nostri.
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Le pianificazioni strategiche da parte dell’Urss
1. Il 15 settembre 1995, nell’ambito dell’ultima inchiesta sull’attentato al Sommo Pontefice Giovanni Paolo II (avvenuto a Roma il 13 maggio 1981), il giudice istruttore di Roma, Rosario PRIORE, ordinava alla DIGOS della Capitale di perquisire l’abitazione e lo studio della defunta giornalista-scrittrice americana Claire NEIKIND, nata a New York nel 1919, al pubblico nota come Claire STERLING (dal nome del marito Thomas STERLING). Nella gran massa di materiale conservata dal vedovo della celebre giornalista, gli agenti dell’antiterrorismo sequestrarono una cartellina con alcuni documenti riferiti a tal SEJNA.
Nel fascicolo, erano conservati alcuni fogli scritti a macchina e alcuni vergati a mano dal noto Michael A. LEDEEN, giornalista, pubblicista, laureato nel 1969 all’Università del Wisconsin, esperto di problematiche politiche internazionali. Ha studiato per alcuni anni a Firenze. Ha ricoperto un incarico presso l’Istituto di Storia Contemporanea dell’Università La Sapienza di Roma. Insegnante presso la Washington University, ha ricoperto inoltre l’incarico di esperto di problemi mediterranei presso il Centro Studi Strategici Internazionali (CSIS) dell’Università di Georgetown a Washington. Editore del Washington Quaterly, rivista che si occupa di analisi geopolitiche sulle problematiche di Paesi in via di sviluppo, è stato consigliere speciale per i problemi europei del Segretario di Stato Usa, Alexander HAIG, già generale comandante in capo delle Forze NATO in Europa e Segretario di Stato nella prima amministrazione del presidente Ronald REAGAN. Stando ad alcune informazioni contenute in un appunto steso dal SISDE per il ministro dell’Interno (pervenuto alla Segreteria Speciale del Gabinetto del Viminale il 14 marzo 1985), all’epoca della presidenza del Consiglio retta da Francesco COSSIGA, risulta che Mike LEDEEN ha avuto "rapporti molto stretti con il giornalista de L’Espresso [Luigi] ZANDA LOY, figlio dell’ex capo della Polizia", prefetto Efisio ZANDA LOY, ed il "dott. Arnaldo SQUILLANTE, presidente di Sezione del Consiglio di Stato, all’epoca Capo di Gabinetto dell’on. COSSIGA". Ebbene, il dott. Luigi ZANDA LOY ha ricoperto l’incarico di addetto stampa del ministro dell’Interno Francesco COSSIGA durante il caso MORO ed è stato nominato consigliere d’amministrazione dell’Editoriale L’Espresso. Il carteggio sequestrato il 15 settembre 1995 risaliva all’ottobre 1984 ed era indirizzato alla STERLING.
Il materiale trovato nell’archivio della STERLIN riguardava il dattiloscritto di una intervista raccolta da Giancesare FLESCA, redattore de L’Espresso, al generale Jan SEJNA. Come annotava LEDEEN, quell’intervista non è mai apparsa sulle pagine del settimanale di via Po. Tuttavia, allegato all’intervista, figurava un foglio personalmente vergato a mano da SEJNA, in cui l’ex alto ufficiale cecoslovacco aveva annotato i nomi di dodici cittadini italiani che risultavano essere stati addestrati dal GRU sovietico in campi in Cecoslovacchia. Fra i nomi segnalati da SEJNA troviamo quelli di Fabrizio PELLI, Franco TROIANO, Luciano FERRARI BRAVO, Ferruccio GAMBINO e un tal SPAZZALI (presumibilmente Sergio SPAZZALI, il futuro avvocato leader della rete del Soccorso Rosso internazionale). Come lui stesso spiega per iscritto alla STERLING, la lista degli educandi compilata dal generale SEJNA venne personalmente consegnata dallo stesso LEDEEN a Francesco COSSIGA, quando era "Primo Ministro".
Il generale Jan SEJNA, durante gli anni Sessanta, ricoprì l’incarico di segretario generale della Difesa del Comitato Centrale cecoslovacco. Quindi di primo segretario del ministro della Difesa e membro del Collegio del ministero della Difesa della Repubblica Ceca. Defezionò in Occidente e riparò negli Stati Uniti nel gennaio 1968, alla vigilia dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Da quel momento venne preso in carico dalla CIA alla quale l’alto ufficiale passò preziose informazioni sulle strategie militari del Patto di Varsavia. Questi sono alcuni passi dell’intervista concessa e sottoscritta da SEJNA:
La decisione fu presa in una sessione del POLITBURO sovietico nell’autunno del 1964. In quella riunione si decise di stanziare il mille per cento in più, rispetto agli anni precedenti, per facilitare ed accelerare i processi rivoluzionari nei Paesi dell’Occidente capitalista. In sostanza, si trattava di accrescere l’infiltrazione di nostri agenti all’interno di gruppi esistenti, di destra o di sinistra e di "preparare" nuovi quadri guerriglieri.
Accrescere? Esisteva già una vostra infiltrazione nei partiti o nei gruppi occidentali?
Senza dubbio. Per quanto io ricordo, i nostri servizi segreti, d’intesa con quelli sovietici, intervennero in più di una occasione fin dal 1956. Fu in quell’anno che a Mosca si cominciarono a nutrire i primi dubbi sulla lealtà del Partito comunista italiano. Ricordo che subito dopo l’VIII Congresso del Partito italiano, PONOMARËV [si riferisce a: Boris Nicolaevic PONOMARËV, responsabile, dagli inizi del 1956, della Sezione del Comitato Centrale del PCUS per i rapporti con i Partiti comunisti esteri. Per quanto concerne l’attività di assistenza finanziaria ai Partiti comunisti e alle altre organizzazioni operaie di sinistra - come sottolinea il consulente prof. Victor ZASLAVSKY, nel suo elaborato I finanziamenti sovietici alle forze politiche italiane di sinistra - il 17 gennaio 1950 il POLITBURO decise di creare un Fondo presso l’Associazione Centrale dei Sindacati Sovietici a Mosca. Dopo qualche mese, la Commissione per la Politica Estera, in testa alla quale in veste di presidente c’era l’armeno Vagan G. GRIGORJAN, propose di trasformare questo fondo in un Fondo Sindacale Internazionale per gli Aiuti alle Organizzazioni Operaie di Sinistra nel cui finanziamento dovevano essere coinvolti altri Paesi del blocco sovietico. Il 19 luglio 1950, il Comitato Centrale del PCUS decise quindi di istituire questo Fondo di Assistenza. Tale organismo non fu altro che uno degli strumenti più efficaci nella mani di PONOMARËV nell’ambito di quella che Valerio Riva nel suo immane e straordinario lavoro Oro da Mosca, definisce la "più colossale operazione di intossicazione della storia moderna", nda] ci fece arrivare, sottolineati in rosso, quei brani del discorso di TOGLIATTI in cui si parlava di "policentrismo" nel movimento operaio internazionale e si usava la formula "classi lavoratrici" invece di quella "classe lavoratrice".
Ma nel 1956, i rapporti fra PCI e PCUS erano ancora buoni...
Sì, ma questa differenza esisteva già. Non dovete dimenticare una regola semplicissima: i sovietici vivono in uno stato di perenne sospetto, che è anche frutto della loro scarsa preparazione ideologica per tutto quello che vi è di nuovo e di diverso rispetto al loro mondo comunista. Così, nei confronti del comunismo occidentale, il loro atteggiamento è di tipo viscerale più che razionale.
Questi vostri agenti [l’intervistatore si riferisce ad operazioni di infiltrazione e penetrazione da parte dei servizi dell’Est anche in partiti e movimenti politici italiani, nda] riferivano direttamente all’ambasciata del vostro Paese, o seguivano altri canali per passare le informazioni?
Alcuni di loro, per le questioni di minore importanza, si rivolgevano all’ambasciata. Altri arrivavano fino a Vienna con il loro regolare passaporto italiano. Poi a Praga viaggiavano con un passaporto cecoslovacco che gli veniva fornito dai nostri servizi, e riferivano direttamente alla nostra sede. Altri ancora avevano canali, punti di contatto clandestini in Italia.
Questa infiltrazione aumentò col passare degli anni?
Certamente. Nel 1959, ricevemmo precise istruzioni al riguardo da PONOMARËV. Egli era reduce da una riunione internazionale di tutti i Partiti comunisti, e sembrava preoccupato per la crescente autonomia del PCI. Ordinò di aumentare le infiltrazioni e di cercare di limitare la propaganda e l’influenza degli italiani verso altri partiti e movimenti rivoluzionari, specie quelli dell’America Latina.
Qualche altro esempio?
Sì, Nel 1963, i sovietici erano preoccupati che gli italiani arrivassero al potere troppo presto. Questa preoccupazione ha sempre accompagnato i russi. Loro volevano che il PCI arrivasse al potere, ma dopo che l’Italia fosse uscita dalla NATO, non prima. I comunisti italiani furono sempre di parere opposto: prima andiamo al governo, dicevano, poi facciamo uscire l’Italia dalla NATO.
Ma che tipo di politica era questa? Bastone e carota?
Esatto: bastone e carota. Noi volevamo che i comunisti andassero al potere, ma secondo una strategia e un calendario elaborati dal Cremlino. Ogni deviazione comportava da parte nostra un intervento per "ritardare" o semplicemente per "avvertire" gli italiani e francesi della nostra presenza.
Vuol farci qualche altro esempio di "diversione" sovietica nei confronti degli italiani?
Ecco, nel 1964 fu deciso di creare in Francia e in Italia gruppi maoisti. In Italia ne creammo due. L’uomo che guidò quest’operazione per noi cecoslovacchi fu l’allora segretario del CC Wladimir KOUCKY. Gli obiettivi da raggiungere erano tre. 1) - dimostrare ai comunisti occidentali che i cinesi volevano dividere i loro partiti. 2) - scoprire all’interno di quei partiti chi erano gli elementi filocinesi. 3) - cercare, attraverso quei gruppi, di stabilire contatti con Pechino per sapere qualcosa in più sulle loro intenzioni. Credo che i tre obiettivi furono raggiunti.
La vostra attività si limitava ai partiti comunisti?
No. Avevamo nostri agenti anche in altri partiti. Ad esempio nella Democrazia Cristiana. Dei sedici agenti cecoslovacchi presenti in Italia nel 1968, quattro si dedicavano fluite al PCI, due al Vaticano, gli altri al resto del mondo politico e militare. Posso dire che ottenemmo qualche brillante risultato anche con i democristiani, anche se non posso precisare nomi e circostanze.
Torniamo alla famosa decisione del 1964, quando si stabilì di aumentare l’attività terroristica in Europa. Cosa successe?
Per quanto riguarda la Cecoslovacchia, cominciammo ad ospitare nei nostri campi di addestramento militari giovani di molti Paesi del mondo. I due centri di addestramento per eccellenza erano a Doupov, nel Nord Ovest del Paese, e a Shumperk, nel Nord Est. A Protejov, nel centro della Cecoslovacchia, si seguivano corsi di alta specializzazione, sotto il Comando del Reggimento di paracadutisti di stanza lì. Credo che pochi stranieri ci siano arrivati.
E a Karlovy Vary?
A Karlovy Vary vi è solo una scuola di partito. Ma si fa confusione in Occidente, perché non ci si rende conto che il vero centro di addestramento è a Doupov, che sta a trenta miglia a Sud di Karlovy Vary, sempre nei Sudeti. Doupov è un’enorme foresta di duemila acri, gli impianti sono stati costruiti nel 1950.
In che cosa consisteva il programma di addestramento?
Esercitazioni di sabotaggio, uso delle armi e di mortai, tecniche di guerriglia e così via. Diciamo tutto l’armamentario del terrorista, con qualche elemento di elettronica e di telecomunicazioni. Una delle principali caratteristiche di questi corsi era che ogni educando veniva istruito personalmente e singolarmente. Non doveva accadere che due aspiranti terroristi si incontrassero in esercitazione.
Quanti terroristi stranieri furono addestrati a Doupov e a Shumperk?
All’inizio, nel 1964, furono soltanto 16: 12 italiani e quattro tedeschi occidentali. Germania, Italia e Gran Bretagna erano i Paesi cui s’era deciso di dare una speciale priorità. Successivamente, la voce destinata all’"allenamento per dirigenti di gruppi di diversione straniera", una voce segnata sui fondi neri del bilancio della Difesa, aumentò di anno in anno. Nel 1967, era di 126 milioni di corone cecoslovacche. Decine di milioni di dollari. In quell’anno, addestrammo 96 persone: il 40 per cento veniva da Paesi dell’Europa Occidentale, compresa la Scandinavia, gli altri dal Sud America, dal Medio Oriente e da alcuni Paesi africani.
Lei ha già detto di ricordare che fra gli educandi di Doupov vi furono Giangiacomo FELTRINELLI, Fabrizio PELLI, Augusto VIEL, Alberto FRANCESCHINI. Da dove ha tratto questi nomi?
Prima di partire dalla Cecoslovacchia, nel gennaio 1968, annotai in fretta, per iscritto o a memoria, delle informazioni riservate cui avevo accesso. Questi nomi li trascrissi su un mio diario più tardi, un anno dopo, quando ero al sicuro in America. Su quel taccuino ci sono altri nomi. Quello di Ferruccio GAMBINIO, quello di un certo SPAZZALI (non ricordo il nome) e quello di Antonio NEGRI, allenato a Doupov nel biennio 1966-1967.
Si è parlato recentemente di finanziamenti della Skoda italiana a gruppi eversivi. Che ne pensa?
Le filiali di imprese cecoslovacche all’estero, compresa quella della Skoda, sono piene di agenti dei nostri servizi. Tuttavia, se i metodi non sono cambiati in quest’ultimo decennio, mi sembra difficile che si scelga un canale simile per finanziare attività politiche o terroristiche.
Per quanto concerne la presenza dell’ex brigatista Alberto FRANCESCHINI in Cecoslovacchia, al controspionaggio del SISMI - stando ad un’annotazione dell’Ufficio D - risulta che quest’ultimo durante il suo soggiorno in quel Paese (dal giugno 1973 al giugno 1974) avrebbe lavorato nel campo di Ljdice. Mentre per quanto riguarda Fabrizio PELLI, durante la sua permanenza in Cecoslovacchia (dall’aprile 1973 al maggio 1974) avrebbe prestato la propria opera nelle redazioni del giornale Rude Pravo e di Radio Praga.
Sul ruolo centrale della Cecoslovacchia in questo articolato scenario, troviamo ulteriori particolari illuminanti in una lettera (classificata segretissima) consegnata a STALIN dal presidente della Commissione per la Politica Estera del Comitato Centrale del PCUS, Vagan G. GRIGORJAN - del 16 agosto 1950 - elaborata sulle indicazioni fornite dal suo vice, Boris PONOMARËV, reduce da un viaggio a Praga quale inviato della stessa Commissione, in cui fra l’altro si legge: "Il compagno GOTTWALD [in riferimento a Klement GOTTWALD, segretario generale del PC cecoslovacco, nda], ha espresso il proprio appoggio alla partecipazione del Partito comunista cecoslovacco alla creazione del Fondo di assistenza ai partiti comunisti dei Paesi capitalisti, ma durante il colloquio ha ripetutamente sottolineato che il Partito comunista cecoslovacco nell’ultimo periodo ha già fornito sussidi al Partito comunista francese per la somma di 100mila dollari, che in Cecoslovacchia già dimorano in villeggiatura 50 attivisti del Partito comunista francese e 5-7 attivisti del Partito comunista inglese, che esiste una scuola del Partito comunista italiano e che quattromila bambini vivono stabilmente in Cecoslovacchia. Inoltre, come si è espresso il compagno GOTTWALD, "Praga è diventata un ponte verso Mosca", così attraverso Praga una grande quantità di delegazioni e di singoli funzionari dei partiti comunisti va e viene da Mosca. Ha fatto notare come correntemente a Praga si svolgano simultaneamente vari congressi e conferenze internazionali: il Congresso internazionale dei partigiani per la pace, e si riunisce la giuria di questo Comitato oltre ad alcune altre conferenze. Tutto questo richiede non poche spese da parte del Partito comunista cecoslovacco". Il documento qui citato è stato riportato, nella sua versione integrale tradotta in italiano, nell’elaborato del prof. Victor ZASLAVSKY.
Il fascicolo "SEJNA" è stato depositato agli atti dell’inchiesta condotta dalla Commissione l’11 novembre 1999, nel corso dell’audizione del giudice istruttore Rosario PRIORE. Tutta la materia fin qui descritta, afferente agli appunti e alle carte di Michael A. LEDEEN sul generale Jan SEJNA, è stata consacrata dallo stesso magistrato del Tribunale di Roma in un intero capitolo (intitolato: Il sequestro presso STERLING Claire) della sua sentenza ordinanza sull’attentato al Papa del 21 marzo 1998 (proc. pen. n° 2675/85 AGI).
Offrire una valutazione e un giudizio di carattere definitivo sul contenuto delle dichiarazioni rese del gen. Jan SEJNA è – per ora - impresa rischiosa. Purtuttavia, alcuni punti del racconto dell’alto ufficiale cecoslovacco presentano straordinari e molteplici spunti di riscontro. D’altra parte, fin dal suo primo contatto con le autorità e i servizi d’intelligence statunitensi, l’attività di verifica da parte sia del FBI che della CIA alle sue dichiarazioni è stata sì lunga e laboriosa, ma pur sempre positiva. SEJNA riparò in Occidente nel gennaio del 1968. In pratica, proprio nei giorni in cui a Praga il primo segretario comunista di tendenza più liberale, Alexandre DUBCEK, sostituisce alla Segreteria Generale del Partito NOVOTNY, mentre alla presidenza della Repubblica veniva eletto Ludvik SVOBODA. Due mesi dopo, a partire da marzo, viene approvata una serie di misure liberali (Primavera di Praga) e il 5 aprile viene abolita la censura sulla stampa. Il Cremlino, in totale e drammatico disaccordo sull’avvio di queste riforme e dopo alcuni fallimentari incontri sovietico-cecoslovacchi (vertice di Bratislava, del 3 agosto), decide di inviare un contingente militare composto da truppe del Patto di Varsavia (parteciparono i tedesco-orientali, polacchi, ungheresi e bulgari). Nella notte tra il 20 e il 21 agosto scatterà infine l’occupazione militare del Paese. Praga verrà messa a ferro e fuoco.
Altre informazioni dello stesso tenore e della stessa caratura sono state portate in Occidente anche da un altro funzionario degli ex Servizi di Sicurezza della Repubblica socialista Cecoslovacca, Gustav FROLIK, le cui memorie sono state oggetto di un libro, pubblicato in Inghilterra e mai tradotto in italiano, dal titolo The Frolik Defection. In un articolo apparso sul settimanale Gente del 28 maggio 1980 se ne dà notizia, aggiungendo, fra l’altro, che l’alto funzionario dell’STB fornì ampie spiegazioni e chiarimenti sulle attività delle organizzazioni spionistiche cecoslovacche le quali ingaggiarono elementi per squadre terroristiche da inviare all’estero fra i 4.500 studenti stranieri (arabi, africani, ma anche europei), ospiti dell’Università 17 Novembre di Praga. FROLIK svelava alcuni segreti dell’Ufficio Speciale per in Contatti con l’estero alle dirette dipendenze del ministro dell’Interno cecoslovacco, STROUGAL. Fra gli altri episodi citati dal funzionario, vi era quello dell’invio clandestino di armi in Italia destinate a gruppi eversivi e rivoluzionari e l’organizzazione - negli anni 1960, 1961 e 1962 - di attentati in Alto Adige accompagnati da lanci di manifestini a cura di un sedicente Comitato di Liberazione dei cittadini di lingua tedesca. Organismo creato dai Servizi Segreti di Praga (Dipartimento Trucchi Sporchi). Lo scopo - stando sempre alle dichiarazioni rese da Gustav FROLIK - era trasformare in scontro armato la tensione tra Austria e Italia così da indebolire con il terrorismo un Paese del fronte Sud della NATO. "Naturalmente - concludeva FROLIK - noi non volevamo provocare una guerra vera e propria, ma danneggiare l’Italia, che fa parte dell’Alleanza Atlantica, e premere sull’Austria perché si avvicinasse alla nostra parte. Per questo mandammo un largo numero di agenti non solo in Austria, ma anche in Germania Occidentale e nell’Italia Settentrionale perché preparassero attentati con distruzione di linee di comunicazione in Alto Adige".
Ulteriori elementi di riscontro
2. Per quanto concerne l’attività penetrativa messa in atto nel nostro Paese da servizi informativi sovietici e dell’ex Cecoslovacchia citata dal gen. SEJNA, le informazioni dell’alto ufficiale trovano plurimi elementi di riscontro in una serie di atti e rapporti trasmessi alla Commissione, sia dalla Procura della Repubblica di Roma (a partire dal 20 maggio 1998), che dalla stessa presidenza del Consiglio (nella persona dell’allora vice presidente del Consiglio con delega ai servizi di sicurezza, Sergio MATTARELLA), debitamente interessata - segnatamente alla controversa vicenda relativa al ritrovamento del cosiddetto dossier HAVEL - all’indomani dell’acquisizione da parte di questa Commissione del rapporto o Materiale IMPEDIAN (Cfr. elaborato dei consulenti Gian Paolo PELIZZARO e Sandro IACOMETTI intitolato La rete spionistica del KGB in Italia - Lo scandalo del Dossier MITROKHIN - Cronologia ragionata degli eventi dal 13 settembre all’11 ottobre 1999).
In termini meramente formali, tali acquisizioni sono state ben ricostruite nella sesta relazione semestrale sullo stato dei lavori della Commissione, del 31 gennaio 2000. Al § 6 (La documentazione sui rapporti Brigate Rosse-Cecoslovacchia ed il cosiddetto fascicolo Havel), si legge:
- Nella precedente relazione si era già data notizia di un carteggio relativo a contatti e scambi di informazioni intervenuti nell’estate e nell’autunno del 1990 fra gli organi ufficiali della nuova amministrazione cecoslovacca post-comunista ed i Servizi italiani. Il carteggio avrebbe riguardato fra l’altro l’attività delle BRIGATE ROSSE ed il caso MORO. Esso fu trasmesso dal Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica (SISDE) alla Procura di Roma nell’agosto 1998 ed è stato poi da questa inviato alla Commissione nell’aprile 1999.
Va precisato che il documento in questione ha richiamato l’interesse della magistratura romana in relazione alle nuove indagini in corso afferenti il rapimento e l’assassinio dell’onorevole MORO e che esso potrebbe, in particolare, rivelarsi utile al fine di individuare possibili appoggi logistici ed organizzativi dei quali le BRIGATE ROSSE avrebbero usufruito da parte dei servizi segreti dell’Est (e di quelli cecoslovacchi in particolare) prima e durante il sequestro dello statista.
In considerazione dell’interesse che il tema presentava, anche in riferimento ai nuovi elementi emersi dalle rivelazioni di Vasilj MITROKHIN sulla rete spionistica sovietica in Italia, diversi componenti della Commissione hanno chiesto che fosse rimosso il vincolo alla riservatezza sul predetto "fascicolo cecoslovacco" e che lo stesso fosse reso estensibile anche agli organi di stampa. A tal fine, la Presidenza della Commissione ha preso gli opportuni contatti con la Procura di Roma e con il SISDE: le risposte giunte non ponevano ostacoli alla pubblicizzazione del fascicolo processuale. L’Ufficio di Presidenza ha successivamente deliberato, a maggioranza, nella sua riunione del 25 ottobre, nel senso che il documento fosse reso accessibile agli organi di informazione. Nel contempo, l’Ufficio di Presidenza ha voluto anche precisare che la documentazione in questione non risulta costituire quello che è stato denominato, con approssimazione, il dossier HAVEL e che pertanto sarebbero state assunte iniziative dirette a verificare l’esistenza di altro materiale eventualmente consegnato dal presidente cecoslovacco al governo italiano nel settembre 1990, così come da alcune parti è stato ipotizzato.
È opportuno precisare anche che dalla documentazione trasmessa nel 1998 dal SISDE alla Procura della Repubblica di Roma erano rimaste escluse alcune parti, menzionate sommariamente in un elenco ma non afferenti al caso Moro. Quindi non di immediato interesse della Procura stessa, che perciò non aveva ritenuto di farne richiesta. La Commissione invece, ha giudicato opportuno acquisire anche la documentazione non inserita nel fascicolo processuale e ne ha fatto esplicita richiesta, ottenendola dal SISDE in data 29 ottobre 1999. Questa ulteriore documentazione riguarda l’organizzazione del KGB ed il suo attivismo nei Paesi occidentali, nonché le iniziative assunte dal Servizio sovietico nei confronti del Vaticano e della stessa persona del Pontefice Giovanni Paolo II.
Dal canto suo, il vice presidente del Consiglio, al termine della sua audizione svoltasi il 27 ottobre, ha depositato altri atti citati ma non inclusi nel fascicolo inviato alla Procura ed in gran parte di provenienza cecoslovacca. Si può quindi tranquillamente affermare che, a seguito del complesso delle acquisizioni su menzionate, la Commissione dispone ora di tutto il materiale raccolto dai Servizi italiani nel 1990 in virtù del rapporto di collaborazione instaurato con funzionari cecoslovacchi.
Come anzidetto, la Commissione ha voluto attingere ogni possibile notizia circa l’eventuale esistenza di un altro specifico documento consegnato personalmente e direttamente dal capo dello Stato cecoslovacco Vaclav HAVEL a funzionari italiani nel corso della sua visita in Italia, avvenuta nel settembre 1990. Dubbi al riguardo infatti continuano ad essere espressi. Sono state pertanto inviate precise richieste al Comitato esecutivo per i servizi di informazione e di sicurezza (CESIS), al SISDE, al SISMI e alla Presidenza del Consiglio dei ministri e dalle risposte ottenute può desumersi con sufficiente sicurezza che, allo stato, non risulta l’esistenza di un dossier HAVEL così come ipotizzato e che quindi non vi è altra documentazione oltre quella innanzi segnalata.
Come si è visto, dall’articolato lavoro espletato dalla Commissione al fine di raccogliere e razionalizzare il copioso materiale raccolto nel 1990 dai nostri Servizi di sicurezza - grazie alla collaborazione di un alto funzionario cecoslovacco - sulla rete spionistica e sulle attività poste in essere dal KGB e da altri servizi nell’orbita dell’ex Urss in Italia, sono emersi riscontri e conferme a molte notizie fornite al tempo dal gen. SEJNA.
Il carteggio Havel
3. Secondo fonti di varia attendibilità, in prevalenza giornalistiche (vedi Panorama del 15 maggio 1998), si dava per certa la notizia che durante la sua visita in Italia, il 22, 23 e 24 settembre del 1990, il presidente della Repubblica Ceca, Vaclav HAVEL, avrebbe consegnato alle autorità di governo italiane documenti provenienti dagli archivi dei disciolti apparati informativi dell’Est relativi al caso MORO e ai collegamenti tra elementi delle BR con servizi segreti cecoslovacchi (STB). Da questo spunto, la Procura della Repubblica di Roma, nella persona dei sostituti procuratori Piero DE CRESCENZO e Franco IONTA avviavano accertamenti, anche all’estero, per verificare l’attendibilità e la veridicità di tale notizia. Attraverso rogatoria internazionale, i magistrati romani, coadiuvati da personale della DIGOS di Roma e del ROS dei Carabinieri, riuscivano ad assumere sommarie informazioni da funzionari del ministero dell’Interno della Repubblica Federativa Ceca e Slovacca, quali Jiri MULLER, Pavel ZACEK e Jan FROLIK. Dall’esame di questi funzionari emergeva un quadro piuttosto chiaro. Ecco cosa ha dichiarato, per esempio, Jan FROLIK il 29 luglio 1998:
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