la Repubblica - Mercoledì, 8 gennaio 1997 - pagina 18

Alvaro Fiorucci

 

Gli stipendi a chi collabora: le dichiarazioni in aula a Perugia alimentano la polemica

'LO STATO MI DA' QUATTRO SOLDI'

 

L' ex boss Cancemi: 'Meno di 3 milioni al mese' Il pm Cardella: 'Non cedere all' emozione' Folena del Pds: 'Una legge per i familiari delle vittime' Il Vaticano 'Niente a che fare col perdono di Stato'

 

PERUGIA - E' quando l' avvocato Corrado Oliviero, difensore del cassiere della mafia Pippo Calò, completa l' interrogatorio del collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi, coinvolto nelle stragi di Capaci e di via d' Amelio, che la polemica sulla gestione dei pentiti irrompe nel processo per l' omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Il legale chiede: "Lei dallo Stato quanti soldi riceve?". "Quelli che servono per non morire di fame", risponde il numero due della famiglia di Porta Nuova. Risposta vaga, "sia più preciso". "All' inizio 500 mila lire, poi 700 mila e quindi 1 milione e 200 mila; adesso percepisco un mensile di 2 milioni e 800 mila lire; come dicevo quanto basta per campare". E le proprietà le sono state restituite? "Soltanto un' abitazione, una villa mi è stata restituita, ma l' avevo costruita con soldi puliti; il resto è rimasto allo Stato compresi i 5 miliardi che avevo nascosto in Svizzera e che ho fatto ritrovare". Uno stipendio di 2 milioni e 800 mila lire dunque: troppo? Poco? Giusto? Ingiusto? Sicuramente più di quello che lo Stato dava al marito di Tina Montinaro, morto in uno degli agguati di mafia dei quali si è pentito Salvatore Cancemi. "Comprendo lo stato d' animo delle parti offese - dice il pubblico ministero Fausto Cardella - ma lo Stato non può essere emotivo. Deve valutare se è utile o meno il contributo dei pentiti. Se questo è produttivo, come io credo che sia, ci sono delle situazioni che devono essere tutelate come è ovvio che tutte le leggi possono essere criticate e migliorate sulla base di esigenze reali". Claudio Vitalone, che è accusato di essere uno dei mandanti del delitto Pecorelli proprio da alcuni pentiti, è categorico: "Siamo allo stravolgimento delle regole democratiche perché si fa un uso criminogeno del pentitismo". "Bisogna avere fiducia anche se si sono subiti lutti gravissimi perché i contributi dei pentiti sono importanti", commenta invece Rosita Pecorelli, sorella del giornalista ucciso. La polemica monta. Le riflessioni di Concetta Montinaro "aprono - secondo l' Osservatore romano - seri interrogativi" sulla gestione dei collaboratori di giustizia. "La sua è una riflessione coerente che va oltre le discussioni spesso fuorvianti sul perdono, che è atto personale e non può trasformarsi in perdonismo di Stato, e che supera in qualche modo lo stesso dibattito sui pentiti che le sue parole in qualche modo hanno contribuito a riaprire". "Una enorme cantonata, una enorme rinuncia allo stato di diritto", ha affermato il deputato di Forza Italia Tiziana Maiolo che ha scritto una lettera ad Andreotti, Martelli e Scotti che come membri del governo favorirono la nascita della legge sui pentiti. Per Rocco Buttiglione del Cdu "è inammissibile il capovolgimento dei valori per cui l' assassino che si pente diventa un esempio di mitezza e di umanità; lo Stato non dovrebbe mai dimenticare la differenza tra il bene e il male". "Stiamo lavorando ad una legge a sostegno dei parenti delle vittime - spiega Pietro Folena responsabile dei problemi delle istituzioni per il Pds - una cosa infatti è la legislazione sui collaboratori di giustizia, un' altra quella sui parenti delle vittime; il rischio di una confusione dei due piani è reale". "La riforma è opportuna", secondo i difensori di Gaetano Badalamenti, Paolo Gullo e di alcuni degli imputati delle stragi, Paolo Petronio. "Troppo tardi, il peggio è successo", secondo Raffaele Costa dell' Unione di centro secondo il quale "del pentitismo simoniaco si è fatto strumento di baratto". "Basta con il vitalizio di Stato ai pentiti; serve una legge che imponga tempi certi all' uscita dai programmi di protezione", propongono i sindacati di polizia Sap e Siap.

 

la Repubblica - Venerdì, 10 gennaio 1997 - pagina 25

Francesco Viviano

 

GIUSTIZIA LO STATO E LA MAFIA Parlano le compagne di Giovan Battista Ferrante e Calogero Ganci

'MA VOI NON SAPETE IL DRAMMA DI NOI, MOGLI E FIGLI DI PENTITI'

 

E dall' aula bunker di Perugia il collaboratore Giuseppe Marchese dichiara: 'Lo Stato non mi ha dato niente. Voglio farmi una vita pulita'

 

PALERMO - "Comprendo il dolore della vedova dell' agente di polizia Montinaro, ma la gente deve anche sapere il dramma che noi, mogli e figli di pentiti, viviamo ogni giorno, con il rischio e la paura di essere riconosciuti ed ammazzati". Dal luogo dove vivono protette, le mogli dei pentiti Giovan Battista Ferrante e Calogero Ganci hanno ascoltato e visto in tv Concetta Montinaro scagliarsi contro i collaboratori di giustizia che "fanno la bella vita". Giovan Battista Ferrante si è accusato di aver partecipato tra l' altro alle stragi dei giudici Chinnici, Falcone e Borsellino; Ganci ha confessato oltre cento omicidi e tra questi anche quello del suocero. "Siamo mogli - dicono le due donne nello sfogo raccolto dall' avvocato Lucia Falzone che difende i due collaboratori di giustizia - che non hanno scelto di vivere con degli assassini e i nostri figli si ribellano ai padri che non hanno chiesto loro il permesso né quando hanno stipulato il patto scellerato con Cosa Nostra né quando hanno deciso di collaborare con lo Stato". Concetta Ferrante ha scelto di seguire con i figli il congiunto quando decise di collaborare con la giustizia. "Tra i miei figli e il padre c' è un rapporto conflittuale. Mio figlio gli rimprovera di averlo costretto a vivere da latitante e a lasciare la sua città, i suoi amici, gli affetti più cari, senza avergli dato la possibilità di scegliere". Anche Isabella Ganci, resa orfana del padre dal proprio marito, ribadisce che la scelta del congiunto che ha anche "tradito" il padre e i fratelli, accusandoli della strage di Capaci, non è stata facile. "Mio marito ha ucciso mio padre, costretto dal 'sistema' di Cosa Nostra e io l' ho perdonato per quello che mi ha fatto. Lo amo e l' ho seguito quando ha deciso di pentirsi - afferma Isabella Ganci - comprendo il dolore delle vittime, ma questo dolore spero sia servito a far capire, anche a mio marito e a tutti gli altri, quello che hanno fatto". Intanto dall' aula bunker di Perugia, deponendo nel processo per l' omicidio del giornalista Mino Pecorelli, il pentito Giuseppe Marchese smentisce di ricevere un lauto compenso dallo Stato. "Lo Stato non mi ha dato niente e io non ho chiesto niente, non voglio soldi, voglio solo uscire da Cosa Nostra che mi ha distrutto, voglio farmi una vita pulita". Il collaboratore ha sottolineato di ricevere un compenso che basta soltanto a tirare avanti. "Ma adesso la mia vita è distrutta. Ho perso la mia famiglia, ho perso mia sorella (moglie di Leoluca Bagarella suicidatasi, ndr) e mio padre".

 

la Repubblica - Domenica, 2 febbraio 1997 - pagina 8

Giovanni Maria Bellu

 

POLITICA E GIUSTIZIA Perugia, al processo Pecorelli la testimonianza di Maria Di Bernardo Palma

'VITALONE SALI' SULLA BARCA E ABBRACCIO' NINO SALVO'

 

La signora conferma i rapporti tra l' ex ministro dc e gli esattori siciliani. 'Ma non ho mai visto Andreotti in loro compagnia' . E la difesa fa balenare l' ipotesi di un complotto del grande 'nemico' Vittorio Sbardella

 

PERUGIA - La signora Maria Di Bernardo Palma ha 79 anni, uno più di Giulio Andreotti, e una certezza: l' ex ministro Claudio Vitalone conosceva i cugini Salvo. L' aveva detto durante le indagini, l' ha confermato ieri nell' aula bunker di Perugia. La conoscenza Vitalone-Salvo è uno dei nodi del processo. Per l' accusa i cugini siciliani furono il tramite tra i politici romani sotto accusa (Andreotti, ieri assente, e Vitalone, presente come sempre) e Cosa Nostra per l' organizzazione dell' omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Per la difesa quel rapporto semplicemente non esisteva: Andreotti e Vitalone negano di aver anche solo conosciuto i Salvo. La signora Di Bernardo Palma nel suo primo interrogatorio del luglio '93 - e ieri in aula - ha invece raccontato di cene e crociere dove Claudio Vitalone e i Salvo chiacchieravano come vecchi amici e si davano del tu. L' ha raccontato con l' irritata nonchalance d' una superpotenza dei salotti romani catapultata - suo malgrado, dice - in un caso di omicidio. Dalla stessa sedia dove si sono succeduti pentiti del rango di Tommaso Buscetta, la signora ha parlato degli incontri a Porto Cervo con l' Aga Khan, delle serate nella sua residenza romana, "il castello dell' Olgiata", dei 35 metri della "barca" di famiglia. Avvocato Taormima: "Signora, conosce Tobia Conte?" Maria Di Bernardo Palma: "Sofia Loren? No". Lo scambio di battute non tragga in inganno. L' età avanzata ha indebolito l' udito della testimone, ma non la lucidità né la determinazione. La vedova del padrone della Squibb - tailleur grigio, capelli candidi - ha sostenuto l' interrogatorio d' assalto condotto dall' avvocato Carlo Taormina. Incerta sulle date ("Come posso ricordare? Sono passati vent' anni"), quasi svagata nel riferire i particolari, non ha ceduto di un millimetro sul punto centrale. Due le circostanze, collocabili attorno al 1978. La prima: "Era luglio o agosto. La famiglia Vitalone, con cui eravamo in ottimi rapporti, era ospite sulla nostra barca. Quando abbiamo attraccato, Vitalone è salito su un' altra imbarcazione ormeggiata lì vicino. Ha salutato un uomo, abbracciandolo. Era Nino Salvo. Insieme a lui e alla sua famiglia abbiamo proseguito la crociera per alcuni giorni, ciascuno sulla propria barca. Siamo diventati buoni amici". La seconda: "Era autunno, mi telefonò Lucilla Vitalone (la moglie di Claudio, ndr) per invitarmi a Palermo a nome dei Salvo. In quella occasione conobbi anche Ignazio, a casa di Nino. C' era anche Vitalone". Vitalone ha denunciato l' ex amica per falsa testimonianza. L' avvocato Taormina ha letto alcuni passi del racconto, fatto durante le indagini, dall' ex ministro Italo Viglianesi, nel frattempo deceduto. Parlò di una cena avvenuta nel 1972 a Gela, a casa dei Salvo, presente la stessa signora Di Bernardo Palma. Dunque, ha fatto notare il legale, non può essere stato Vitalone a presentare Nino Salvo alla teste. Lo conosceva già da tempo. Maria Palma non si è scomposta: "Viglianesi - ha detto - era fuori di testa. Aveva paura". E ha collocato l' incontro di Gela in un momento successivo a quello di Porto Cervo. Due tesi inconciliabili. Un racconto che mentre dà un punto alla difesa di Andreotti ("Non l' ho mai visto in barca coi Salvo, né in loro compagnia") crea seri problemi a Vitalone. Per la difesa dell' ex ministro non è sufficiente dire che la teste "dice il falso". E' necessario offrire una spiegazione del perchè. E ieri alcune domande rivolte alla testimone e a suo figlio Antonio Palma, interrogato poco dopo, hanno delineato la possibile strategia. Domande sul rapporto di amicizia tra Antonio Palma (che a confermato il racconto materno) e l' ex boss della dc romana Vittorio Sbardella, storico nemico politico di Vitalone. Sbardella - un altro dei testimoni deceduti, - confermò di aver sentito la signora Palma parlare dei rapporti Vitalone-Salvo. L' amicizia tra gli accusatori, l' inimicizia verso l' accusa, i veleni della Dc romana alla fine degli Anni 80. Può essere stata di Sbardella la regia del complotto contro Vitalone? La difesa dell' ex ministro ancora non lo sostiene in modo esplicito ma già in qualche modo suggerisce questa verità alternativa alla corte d' assise di Perugia.

 

la Repubblica - Mercoledì, 5 febbraio 1997 - pagina 8

POLITICA E GIUSTIZIA IL PROCESSO Martelli depone a Perugia ' Possibile il complotto'

'I BOSS CONTRO ANDREOTTI'

 

Vitalone: 'Con i Salvo incontri casuali'

 

PERUGIA - Claudio Martelli arriva a mezzogiorno nell' aula bunker di Perugia. Il suo interrogatorio è brevissimo e quasi irrilevante per il processo. Il presidente della corte d' assise gli chiede di parlare solo di fatti di cui ha conoscenza diretta, non di "voci" raccolte nell' ambiente politico. E di "fatti" sull' omicidio Pecorelli Martelli non ne conosce. Così è fuori dall' aula, coi giornalisti, che dice la cosa più importante: Andreotti potrebbe anche essere rimasto vittima di un complotto di Cosa Nostra. "Non si può escludere che una organizzazione di questo genere - dice l' ex ministro della Giustizia - ne faccia di tutti i colori. Anche che infiltri dei pentiti". Martelli in passato aveva detto di non ricordare un particolare impegno di Andreotti contro la mafia. Ieri ha addolcito i toni. Se Cosa Nostra ha deciso di vendicarsi di Andreotti - ha detto - è perchè è stato il capo del governo che "su iniziativa mia e di Vincenzo Scotti, con la partecipazione di Giovanni Falcone, ha assunto i provvedimenti più importanti di lotta alla mafia". E Andreotti, ha aggiunto, ha dei meriti e delle responsabilità rispetto all' azione antimafia "se non altro perchè l' ha consentita". Più tardi l' avvocato Franco Coppi, legale del senatore a vita, ha diffuso una dichiarazione per lodare l' onestà dell' ex ministro e auspicare che ripeta le stesse cose nel processo di Palermo. Se l' ex Guardasigilli ha ammesso la possibilità teorica di un "complotto", Vitalone ne ha affermato in modo esplicito l' esistenza. Ma prima di tutto ha fatto una precisazione sui suoi rapporti con i cugini Nino e Ignazio Salvo. Ha detto di non escludere affatto di averli incontrati in situazioni pubbliche, magari proprio in quelle occasioni di cui hanno parlato i testimoni: una festa a Palermo, e poi nelle Eolie, durante una tappa di una crociera. Anche durante le indagini Vitalone aveva ammesso questa possibilità. Escludendo sempre - come anche ieri - un reale rapporto di conoscenza e di amicizia con i Salvo. La questione - per l' accusa i Salvo furono il tramite tra i politici romani e Cosa Nostra per l' omicidio Pecorelli - è centrale nel processo: attorno a essa si gioca una parte importante del futuro processuale di Vitalone. Difesa e accusa discuteranno a lungo se ieri l' ex ministro imputato abbia ripetuto una ovvietà. O se invece - vedendo che le testimonianze sui suoi incontri con i Salvo hanno retto alla prova del dibattimento - abbia dovuto rendere meno rigida la sua linea difensiva. Di certo Vitalone ieri ha tracciato la sua linea del Piave: tutti i racconti che - quanto al suo rapporto con i Salvo - descriveranno qualcosa di più di una fugace stretta di mano, vanno fatti rientrare nel "complotto". E ieri ha anche fatto il nome di uno dei possibili ispiratori, il defunto boss della dc romana Vittorio Sbardella, suo storico nemico politico, ma amico di famiglia della sua accusatrice Maria Palma. Nella sua lunga dichiarazione, Vitalone ha minuziosamente confutato la testimonianza della donna. Ha sostenuto che le "menzogne" della Palma hanno ingannato la memoria di altri testi, come il prefetto Domenico Sica.

 

la Repubblica - Venerdì, 7 febbraio 1997 - pagina 19

Giovanni Maria Bellu

 

GIUSTIZIA PROCESSO PECORELLI L' ex agente segreto teste a Perugia. Fu anche collaboratore di Sica

PAZIENZA PORTA IN AULA IL MONDO DEI 'SERVIZI'

 

'Ma se Vitalone andava in yacht con i Salvo!'

 

PERUGIA - Spia poliglotta, consulente internazionale, ex capo virtuale del Servizio segreto militare. Francesco Pazienza attualmente è detenuto. Deve scontare ancora circa tre anni della condanna per calunnia che gli fu inflitta per il depistaggio dell' inchiesta sulla strage di Bologna. Ma a vederlo ieri - elegante e charmant nell' aula-bunker di Perugia dove si celebra il processo Pecorelli - l' avresti preso per un consulente tecnico sui veleni italiani. Pazienza li ha bevuti tutti, alcuni li ha preparati, e continua ad avere un' ottima cera. E' stato interrogato sui rapporti tra i cugini Nino e Ignazio Salvo e Claudio Vitalone. Durante le indagini aveva detto di trovare risibile il tentativo dell' ex ministro democristiano di negare la sua conoscenza coi cugini siciliani. Ieri ha ribadito - con molti particolari - la sua testimonianza. Ma soprattutto ha offerto un quadro "fantasmagorico" - è un aggettivo che usa spesso - del suo mondo. "Un mondo - ha spiegato rispondendo a un avvocato - dove non ha senso tentare di stabilire chi ricatta chi. A certi livelli non ci si ricatta ma si mettono sulla bilancia i pesi. Quando sono equivalenti, si capisce al volo cosa bisogna fare". Pazienza ha offerto questo granello di saggezza nel descrivere i rapporti tra Federico Umberto D' Amato, il potentissimo capo dell' Ufficio Affari riservati del Viminale - scomparso di recente - e l' ex Alto commissario antimafia Domenica Sica. I due, a quanto pare, si odiavano. Sica, quand' era pm, si era persino messo in testa di arrestare D' Amato per una storia di intercettazioni abusive. Ma D' Amato, tramite un comune conoscente, fece fare a Sica un certo discorsetto. Chissà di che genere. Di certo, ha detto Pazienza, dopo quel discorsetto Sica e D' Amato divennero "grandi amici". Nel mondo di Pazienza c' erano molti personaggi "fantasmagorici". Uno di questi era il defunto avvocato Alfonso Tobia Conte. Fu lui il primo a dirgli dei rapporti tra Vitalone e i Salvo. Gliene parlò tra il luglio e l' agosto a Montecarlo descrivendo - durante una chiacchierata a bordo di uno yacht - gli amici delle crociere estive. Tra gli altri c' era appunto l' ex ministro dc. Una decina di anni dopo - quando era da poco scoppiato il caso Pecorelli e sui giornali Vitalone già negava qualunque rapporto coi cugini siciliani - Pazienza e l' avvocato Conte si sentirono al telefono: "A un certo punto mi disse: 'Ma hai visto cosa racconta Vitalone? E dire che andavano assieme sullo yacht' ". Dopo lo scandalo P2, la vicenda dell' Ambrosiano, la morte di Roberto Calvi, le cose cominciarono ad andare male per Pazienza. Nel 1985 fu arrestato a New York. Lo spedirono nella sezione "9 sud" del "Metropolitan Correctional Center" dove conobbe un altro personaggio "fantasmagorico", Gaetano Badalamenti, il boss di Cosa Nostra accusato in questo processo di aver ordinato - su richiesta dei Salvo che volevano fare così una cortesia agli amici Vitalone e Andreotti - l' omicidio di Mino Pecorelli. Un giorno, ha raccontato Pazienza, arrivò a New York il suo legale, anzi ex legale, perchè gli aveva revocato il mandato per un' altra storia intricatissima. Quel che conta è che l' avvocato in questione (che è deceduto qualche anno fa) si chiamava Maurizio Di Pietropaolo ed era - ha spiegato Pazienza - l' emanazione di Andreotti e Vitalone negli ambienti giudiziari romani. Badalamenti quando seppe dal compagno di cella della visita e, soprattutto, di chi fosse "emanazione" l' avvocato, disse che voleva incontrarlo. Pazienza (che si rivolgeva al boss chiamandolo "sultano") naturalmente acconsentì. Ed ecco cosa accadde: "Badalamenti apostrofò molto duramente l' avvocato, che non riuscì a rispondergli: balbettava. Gli disse: voi fate schifo, avete lasciato soli i cugini Salvo, li avete trattati come stracci. Dopo i soldi che vi hanno dato, dopo quello che hanno fatto per voi...". Questo accadde nell' 85. Ma la vita di Pazienza è ricca di colpi di scena. A fine udienza ne ha rivelato uno che ha richiamato la massima sui rapporti "a un certo livello". Si verificò nel 1988 quando lui - già noto alle cronache come pericoloso "faccendiere" - fu invitato a cena da Federico Umberto D' Amato. C' era anche Domenico Sica, il pm che l' aveva fatto arrestare. Alla tavola di D' Amato, noto gourmet, scoppiò un' altra pace: "Sica - ha raccontato Pazienza - mi chiese di fargli da consulente all' antimafia. Gli dissi di sì. Collaborai con lui gratuitamente. Gli spiegavo come funzionava il riciclaggio a livello internazionale".

 

la Repubblica - Sabato, 1 marzo 1997 - pagina 22

Giovanni Maria Bellu

 

GIUSTIZIA IL CASO ANDREOTTI Perugia, processo Pecorelli. Depone Gaetano Sangiorgi, genero di Nino Salvo e in cella per l' omicidio di Ignazio. Il senatore 'esterrefatto'

'IL PM MI DISSE: ACCUSA ANDREOTTI ... '

 

Il testimone attacca la Procura di Palermo e ritratta tutto

 

PERUGIA - "Mi auguro, non solo per me ma anche per gli altri, che i pentiti dicano la verità". Giulio Andreotti, sistemato nel solito banco - il primo a sinistra della corte - lo dice ai giornalisti quando l' udienza non è ancora cominciata. Ed è una sorta di premonizione. Perchè pochi istanti dopo un testimone-imputato fa esattamente ciò che, per se stesso, Andreotti si augura: ritratta le accuse, afferma che gli sono state suggerite dai pm di Palermo. Delinea uno scenario che, dirà poi il senatore, meriterebbe la penna di Agatha Christie. Se la ritrattazione sia "vera" è naturalmente tutto da dimostrare. Di certo Gaetano Sangiorgi, 46 anni, medico, attualmente detenuto per omicidio, ieri ha portato a Perugia gli stessi veleni che pochi giorni fa, a Palermo, erano stati diffusi dall' autista Francesco Filippazzo, sullo stesso tema: i rapporti tra i Salvo e Andreotti. I magistrati chiamati in causa dal presunto omicida sono due uomini di punta del pool antimafia palermitano, Lo Forte e Natoli. Con irruenza, spesso alzando il tono della voce, Sangiorgi ha ripreso il suo verbale palermitano e ha distinto quel che oggi definisce "vero" da ciò che invece è "falso": "Io dissi ai magistrati - ha affermato - che non conoscevo Andreotti e che non mi risultava che mio suocero lo conoscesse. Il dottor Natoli mi rispondeva che loro avevano la certezza che Andreotti era amico di mio suocero, che lo aveva invitato al mio matrimonio e ospitato in barca. Aggiunse: se lei ci dice qualcosa su Andreotti torna a casa a fare il medico. Al che io gli dissi: scriva tutto quello che vuole. Le firmo tutto". Il "suocero" di cui ha parlato Sangiorgi era Nino Salvo, il defunto esattore di Palermo che secondo l' accusa avrebbe fatto da tramite tra Andreotti e Cosa Nostra per l' omicidio Pecorelli. Ma il destino di Sangiorgi è stato segnato dall' altro dei Salvo, Ignazio: è in carcere con l' accusa di averlo ucciso. Tuttavia al tempo dell' interrogatorio ritrattato - il 21 luglio del 1993 - Sangiorgi era ancora libero. Venne convocato, assieme a una quarantina di parenti dei Salvo, e interrogato. La ritrattazione è di un detenuto per omicidio, la testimonianza di un rispettabile professionista. Chi dei due abbia ragione sarà, probabilmente, accertato dai giudici di Perugia in un processo per calunnia. E, secondo l' avvocato Franco Coppi, legale di Andreotti, anche da quelli di Caltanissetta (che hanno competenza sui loro colleghi palermitani). Di tutte le sue dichiarazioni Sangiorgi ha confermato solo quella sui rapporti tra suo suocero e Salvo Lima. Il resto "è frutto della fantasia di Natoli", sostenuta e avallata da Lo Forte. Non è vero dunque che da un certo discorso di Nino Salvo "dedusse" la conoscenza tra Andreotti e Ignazio, non è vero che sentì parlare di quella conoscenza "in tutto l' ambiente palermitano", non è vero che Andreotti partecipò al suo matrimonio con la figlia di Nino Salvo, nè che gli regalò un piatto d' argento. Non solo. Secondo Sangiorgi l' accanimento contro Andreotti (ma anche contro Vitalone e contro il giudice Carnevale) era anche degli investigatori. Ed ecco una nuova accusa: "Da quando sono in carcere vengo continuamente richiesto di fare dichiarazioni contro Andreotti anche dal dottor Manganelli e dal suo successore". E così - dopo il pool antimafia - Sangiorgi ha coinvolto nel "complotto" anche il nuovo questore di Palermo. "Esterrefatto" ma non stupito si è detto Andreotti a fine udienza. E a chi gli ricordava i suoi sospetti su un "complotto" di origine statunitense, il senatore a vita ha risposto che le dichiarazioni di Sangiorgi potrebbero far pensare che sia necessario guardare anche in Italia. L' avvocato Coppi, legale del senatore a vita, si è detto "sconvolto". La teoria del complotto s' avvia a diventare centrale nella tesi difensiva.

 

la Repubblica - Domenica, 2 marzo 1997 - pagina 21

Giovanni Maria Bellu

 

GIUSTIZIA IL CASO ANDREOTTI IL PROCESSO Andreotti e il delitto Pecorelli: in aula il pentito Mutolo. Scontro con la difesa

'PARLARE DEI POLITICI E' STATA LA MIA ROVINA'

 

'Non si sarebbe rivolto così a un mafioso...' 'Venderò quadri per rinunciare ai soldi di Stato'

 

PERUGIA - E' possibile, dopo aver partecipato a una sessantina di omicidi e averne commessi venti con le proprie mani - in qualche caso premendo il grilletto di una pistola, altre volte stringendo una cordicella al collo della vittima - è possibile provare nostalgia del profumo dei gelsomini e delle rose e ricordare con struggente accoramento il perduto sapore dei gelati di Palermo? A sentire Gaspare Mutolo, 52 anni, è possibile. E forse è, in un certo senso, necessario. Ieri Mutolo - nell' aula bunker di Perugia dove si celebra il processo per l' omicidio Pecorelli - ha parlato dei gelsomini e dei gelati per rispondere a un avvocato difensore che gli chiedeva a quanto ammonti lo stipendio che mensilmente riceve dallo Stato ("Due milioni più la casa") e quanti soldi abbiano ricevuto i suoi familiari come "una tantum" statale ("Trecento milioni"). Sentimenti delicati di un ex killer, palpiti proustiani dell' ex uomo di fiducia di Totò Riina, per rispondere al sospetto - avanzato in modo esplicito dalla difesa - che tra l' arrivo del contributo statale e l' inizio delle accuse ai politici ci sia un rapporto di causa-effetto. Mutolo ha negato che un rapporto esista. Ha affermato che in questa vicenda eventualmente esiste una relazione di tutt' altro genere: tra le accuse ai politici e l' avvio della campagna di denigrazione dei pentiti. "Quando ho cominciato a parlare dei politici - ha detto nel suo stretto accento siciliano - è stata la mia rovina". Alcuni giorni fa in una intervista, l' avvocato Luigi Li Gotti, difensore di Mutolo, aveva fatto una previsione: che a Perugia si sarebbe parlato dei soldi dati dallo Stato al pentito e sarebbe scoppiata una nuova polemica. E ieri Mutolo - protetto da un separè, il viso seminascosto da una coppola, scortato da tre poliziotti col passamontagna - è apparso perfettamente consapevole delle preoccupazioni del suo legale. Ha confermato - come era previsto - le sue accuse al boss mafioso Pippo Calò, ha parlato delle sue relazioni con personaggi come Flavio Carboni, Roberto Calvi e Michele Sindona, dei rapporti della mafia col mondo politico romano. Ha anche nominato Andreotti raccontando una vicenda a dire il vero alquanto misteriosa e confusa legata al tentativo di recuperare la borsa di Roberto Calvi - una sorta di vello d' oro dei misteri d' Italia - attraverso la malavita e il Vaticano. Ha fatto, in definitiva, il suo dovere di pentito. Ma soprattutto ha rivendicato il suo ruolo, la sua identità, l' autenticità di un distacco da Cosa Nostra maturato - ha detto - quando si cominciò ad ammazzare i bambini. E ieri, mai come prima, è apparso chiaro che questi processi di mafia e politica si giocano sulla vita o la morte - giudiziaria, s' intende - dei collaboratori di giustizia. A Perugia, nel giudizio sulla morte di Mino Pecorelli, Mutolo accusa soprattutto Pippo Calò (presunto organizzatore del delitto), Gaetano Badalamenti (presunto mandante diretto) e Michelangelo La Barbera (presunto killer). Calò è uscito dalla gabbia per difendersi e accusare il pentito di essere stato, fin dal 1986, in rapporto coi servizi segreti. Ma è stata la difesa di Andreotti a condurre l' interrogatorio più duro e serrato. Due tipi tosti l' avvocato Coppi e il pentito Mutolo. Il principe del foro conduce interrogatori in punta di fioretto, su particolari all' apparenza insignificanti, poi all' improvviso abbandona la guardia schermistica e dà colpi di clava. Lo scopo è screditare la figura umana del pentito. E dunque: "Quanti omicidi ha commesso?". Mutolo non lo ricorda, dice "circa", dice "quasi". E' un tipo che con naturalezza fa affermazioni come: "Quello? Ah, siamo grandi amici, abbiamo strangolato assieme quell' altro...". Coppi è esasperante, Mutolo arrogante e talvolta agghiacciante. C' è un reciproco: "Attento a come parla". Poi il pentito la dice grossa: "Nell' 84, quando ero un mafioso, non avrebbe usato questo tono". Coppi protesta, s' indigna, annuncia una denuncia. Le parole non sono pietre. Sono lava. Bruciano. Mutolo ricorda il suo patrimonio da mafioso miliardario e lo contrappone all' entità del sostegno statale, l' avvocato di Calò (Corrado Oliviero) gli fa notare che quei soldi dovrebbero andare alle sue vittime. Mutolo poco dopo torna ai gelati e ai gelsomini: ripete che un uomo può cambiare. Le mani dello strangolatore ora tengono il pennello: "Mi piace dipingere, faccio anche dei buoni quadri. Spero di cominciare a venderli presto. Per rinunciare ai soldi dello Stato".

 

la Repubblica - Mercoledì, 5 marzo 1997 - pagina 23

Giovanni Maria Bellu

 

Dopo lo scambio di battute in aula a Perugia durante il processo Pecorelli

'SI', TEMO CHE QUEL PENTITO MI SPARI DAVVERO IN TESTA'

 

L' avvocato Taormina e le minacce del boss Abbatino 'Da mesi mi sento in pericolo ma le autorità competenti non mi ascoltano. Sono deluso anche dai colleghi'

 

ROMA - "Paura? Non sono un imbecille, e solo un imbecille può non aver paura. Quello ha detto che mi sparerà in testa. L' ha già fatto. Uno dei suoi tanti omicidi l' ha commesso proprio così: un colpo alla tempia. Ma una cosa è una consapevole paura, altra è deflettere dal proprio atteggiamento. Questo non accadrà, non c' è Abbatino che tenga...". E' veramente preoccupato l' avvocato Carlo Taormina. E non solo per la minaccia di morte. Si sente solo. Sottolinea che i pubblici ministeri presenti in aula si sono limitati a "parole di esecrazione", rileva che non è stata chiesta dal pm la trasmissione degli atti, ipotizza che Abbatino oggi, in assenza di reazioni, possa addirittura pensare di aver "agito bene". E' amareggiato anche verso i colleghi, giudica "debole" la loro reazione: "Disapprovo la sordità dell' avvocatura". Poco dopo questa dichiarazione le agenzie di stampa hanno diffuso il testo di un documento di solidarietà della Camera penale di Roma e di una interrogazione di Vincenzo Siniscalchi, avvocato celebre e deputato dell' Ulivo, che chiede al ministro dell' Interno che provvedimenti intenda adottare contro il pentito. Ma l' "isolamento" di cui parla Taormina viene da lontano. Risale, sostiene, alle denunce di quelli che chiama "abusi" della magistratura e delle "collusioni" della stessa avvocatura. "Sento in pericolo la mia incolumità fisica, specialmente negli ultimi mesi. E questa preoccupazione è rimasta inascoltata presso le autorità competenti. Evidentemente conoscono dati che fanno ritenere fantasiose queste preoccupazioni. Io però non li conosco". Non chiede protezione. Si dice certo che "resteranno inascoltate" le sue richieste di intervento alle autorità giudiziarie perugine (ieri il pm Cardella non ha voluto commentare la vicenda), al ministro, al pg della Cassazione e al Csm. Assicura che non s' aspettava una simile reazione da parte del pentito. A chi ha avanzato il sospetto che l' incidente sia stato in qualche modo "cercato", che faccia parte di una spregiudicata strategia difensiva, replica con indignazione, ricostruendo minuziosamente quanto è accaduto lunedì. "Non è vero che io abbia fatto domande tali da esporre la famiglia di Abbatino a qualche pericolo. Il fatto è che questo sedicente pentito aveva giustificato le sue numerose menzogne e omissioni presentandole come reazioni alla inadeguatezza delle misure di protezione. Le mie domande dimostravano che questa tesi era incredibile. Ha reagito preannunciadomi un colpo in testa, ha chiarito che l' avrebbe fatto di persona, ha tentato di avventarsi contro di me ed è stato bloccato da un coraggioso poliziotto. Mentre veniva allontanato dall' aula mi ha minacciato ancora, col pollice e l' indice a mo' di pistola. Ha commesso vari reati, mi ha aggredito perché il mio interrogatorio l' aveva messo alle corde". Fotogrammi d' un sacrilegio giudiziario: il processo esiste proprio per evitare che i conflitti tra gli uomini vengano risolti direttamente dai protagonisti. Ma per Taormina quanto è accaduto conferma il suo modo di intendere l' avvocatura. Non ha dubbi. Solo sospetti. Per esprimere il più grave di essi usa un artificio dialettico: lo nega. Dice: "Non credo ci sia una relazione tra le accuse mosse alcuni giorni fa da Gaetano Sangiorgi, che io difendo, verso la procura di Palermo, e le minacce ai miei danni del pentito Abbatino...". E ancora: "Chissà cosa sarebbe successo se una minaccia del genere fosse stata rivolta a un pm". Ieri Taormina non era nell' aula del processo Pecorelli. Non ha assistito alla minuziosa ricostruzione della vicenda Sir-Italcasse, la storia degli assegni con la quale il giornalista tentò di ricattare Andreotti. Non ha sentito il suo assistito Claudio Vitalone che annunciava una querela contro il pentito-killer. Ma sarà presente venerdì. L' interrogatorio di Abbatino infatti non si è concluso. L' avvocato d' assalto e il pentito si troveranno uno di fronte all' altro. Chissà se il primo si scuserà col secondo. "E' una eventualità - dice Taormina - che mi lascerebbe del tutto indifferente".

 

la Repubblica - Venerdì, 7 marzo 1997 - pagina 18

Giovanni Maria Bellu

 

L' ex premier: sogno che Caselli ammetta la debolezza dell' accusa

'PENTITI SUPERPAGATI PER FARE IL MIO NOME'

 

Andreotti: quei magistrati in malafede Di Maggio ebbe un miliardo e mezzo 'in acconto' ?

 

PERUGIA - E' guerra aperta tra politici inquisiti e pentiti. Ed è ormai chiaro che questa guerra potrà concludersi solo con la morte giudiziaria degli uni o degli altri. Alla vigilia del secondo round dell' interrogatorio Taormina-Abbatino, è sceso in campo Andreotti. In un' intervista a Panorama l' ex presidente del Consiglio afferma di aver saputo da Vincenzo Parisi (il capo della polizia scomparso nel dicembre '95) che i pentiti si vedevano triplicato il compenso non appena facevano il suo nome. "Quando Parisi morì - afferma Andreotti - scrissi subito al ministro dell' Interno, Antonio Brancaccio, che l' ex capo della polizia mi aveva promesso di testimoniare in dibattimento questa verità, pregandolo di fare in modo che le carte d' archivio del servizio di protezione dei pentiti non fossero manipolate. Poi scrissi le stesse cose ai successori di Brancaccio, Coronas e Napolitano. Speriamo bene". Giuliano Ferrara, autore dell' intervista, integra le affermazioni di Andreotti con una rivelazione: secondo fonti definite "credibili", il pentito Balduccio Di Maggio non ha preso mezzo miliardo ma un miliardo e mezzo, con la dicitura "per acconto". Nessuna reazione, fino a ora, dal ministro dell' Interno. Reagisce invece l' ex ministro Claudio Vitalone, a Perugia per il processo Pecorelli. "Esiste una gestione occulta dei pentiti - afferma - e noi intendiamo verificare se c' è un rapporto tra certi repentini mutamenti di versione, in chiave accusatoria, e il trattamento economico". Secondo l' ex ministro, il timore per questo tentativo di verifica è all' origine della violentissima reazione del pentito Maurizio Abbatino ("Le sparerò in testa personalmente") contro l' avvocato Taormina. Nell' intervista a Panorama, Andreotti parla anche d' altro. Dice di sognare Giancarlo Caselli che ammette la debolezza dell' accusa ("C' è un processo in corso a Palermo, ne attendiamo serenamente le conclusioni" ha detto ieri il procuratore), ma subito dopo afferma di aver visto nel comportamento dei pm "una punta di malafede". Quindi dà un "consiglio" alla stampa: "Andate a guardare l' inquietante mistero del maresciallo Lombardo, quel milite dell' Arma che si uccise alla vigilia di un viaggio in America... Ho l' impressione che gli oltranzisti dell' antimafia non avessero alcuna intenzione di consentire a Tano Badalamenti di tornare in Italia..." Ma ieri - nell' aula bunker di Perugia - un elemento di qualche rilievo per l' accusa ha trovato conferma. Interrogato come teste, Carlo Zaccaria, 61 anni, collaboratore di Andreotti fin dal 1972, ha detto che il presidente del Consiglio gli chiese di andare da Ezio Radaelli per dirgli che gli avrebbe fatto piacere se non avesse fatto il suo nome "a proposito degli assegni". Il fatto risale al '93 quando Radaelli (l' inventore del 'Cantagiro' ) fu interrogato sulla provenienza di assegni per 140 milioni ricevuti da collaboratori di Andreotti per l' organizzazione di spettacoli a favore della Dc. Quegli assegni provenivano dal contributo in nero destinato negli anni '70 dalla Sir di Nino Rovelli ai politici. Perché Andreotti "gradiva" che il suo nome non venisse fatto? Secondo l' accusa perché per quella stessa vicenda, qualche mese prima di essere ucciso, Mino Pecorelli aveva tentato di ricattarlo. La storia degli assegni, se fosse emersa, avrebbe dunque sostenuto uno dei moventi ipotizzato dall' accusa. Radaelli, convocato per l' udienza di ieri, non si è presentato e ha inviato un certificato medico. La corte d' assise ha ordinato una visita medica per stabilire come ascoltarlo. BOX IL SONDAGGIO MA I PARLAMENTARI PDS 'ASSOLVONO' GIULIO "Assolto" in Parlamento Giulio Andreotti dall' accusa di concorso esterno con la mafia. E' quanto emerge da un sondaggio, "non scientifico", svolto da Panorama che il settimanale pubblica nel numero oggi in edicola. Tra i parlamentari intervistati, 52 ritengono che il senatore a vita sia innocente, contro 20 decisamente colpevolisti, 4 che non credono più alla colpevolezza e 24 quelli che aspettano il giudizio della magistratura. Il dato ancora più sorprendente, secondo Panorama, è che gran parte degli innocentisti è di sinistra, in particolare del Pds. Il sondaggio accompagna una intervista ad Andreotti del direttore di Panorama Giuliano Ferrara, che polemizza apertamente con la procura di Palermo, titolare dell' inchiesta sul senatore a vita. "Questo non è un articolo - scrive Ferrara sul filo del paradosso - è piuttosto l' ennesimo capitolo di un complotto per delegittimare la procura, per incrinare la credibilità di Giancarlo Caselli e Guido Lo Forte".

 

la Repubblica - Sabato, 8 marzo 1997 - pagina 22

Giovanni Maria Bellu

 

Pecorelli: il pentito non si scusa per le minacce. Il legale lo mette sotto torchio

DUELLO FRA TAORMINA E ABBATINO UDIENZA KERMESSE A PERUGIA

 

Scontri, proteste e colpi di scena in aula

 

PERUGIA - Maurizio Abbatino è un pentito che ha compiuto direttamente, e confessato, una decina di omicidi. Claudio Vitalone è un ex magistrato ed ex ministro accusato (assieme a un ex premier, Giulio Andreotti) di averne ordinato uno, quello del giornalista Mino Pecorelli. E' possibile che il primo avesse paura del secondo? Tanta paura da decidere di fare il suo nome solo dopo 46 interrogatori? Questa domanda - che è uno dei nodi del processo - ieri è stata al centro d' una udienza tesissima. Abbatino ha ripetuto le sue accuse all' ex ministro e a Massimo Carminati, a cui ha attribuito il ruolo di killer del giornalista, e ai "siciliani", rappresentanti in questo processo dal boss mafioso Pippo Calò. La difesa l' ha incalzato con decine di domande. Non solo sui fatti, ma anche - e spesso soprattutto - sull' origine delle sue rivelazioni. Il processo Pecorelli è sempre più due processi: quello dell' accusa agli imputati, quello della difesa ai pentiti. La precedente udienza s' era conclusa con una rappresentazione drammatica di questo stato di cose: con Abbatino che minacciava Carlo Taormina, difensore di Vitalone, d' una "pallottola in testa" (è stata aperta una inchiesta per minacce). Ieri Abbatino si è scusato con tutti - la corte, i pubblici ministeri - ma non con Taormina. Ha sostenuto che le domande dell' avvocato sul sistema di protezione rischiavano di creare pericoli ai suoi familiari: "Mi sono sentito provocato". Taormina ha risposto che quelle domande avevano un altro scopo: dimostrare che Abbatino mente quando attribuisce alla 'paura' la sua 'confessione a rate' . "Nei suoi precedenti 45 interrogatori - ha fatto notare Taormina al pentito - lei ha parlato di Forlani, Piccoli, di due ex ministri della giustizia, Darida e Vassalli, di Pennacchini, che è consulente giuridico del presidente della Repubblica, di Torri (procuratore aggiunto a Roma), di un avvocato che ha tirato in ballo Catenacci (attuale prefetto di Cagliari) di Misiani (ex pm romano) di periti che avrebbero addomesticato perizie, di cancellieri compiacenti e via dicendo...". "Perchè - ha continuato Taormina - non ha fatto il nome di Vitalone?" "Perchè - è stata la risposta di Abbatino - ritenevo che Vitalone fosse il più pericoloso". Ci vorranno le arringhe per riuscire a comprendere a cosa serve questo minuzioso e spesso estenuante lavoro di cesello fatto dalla difesa. La tesi di fondo è che a un certo punto ai pentiti, e dunque anche ad Abbatino, qualcuno "suggerì" qualcosa. E' la tesi del "Grande complotto" della quale, nell' udienza di ieri, sono emersi alcuni frammenti. Il momento di maggior difficoltà Abbatino l' ha avuto durante l' interrogatorio condotto da Giosuè Naso, difensore di Carminati. In mattinata il pentito aveva collegato la sua conoscenza di Carminati alle confidenze avute da un complice sull' omicidio Pecorelli. Nel pomeriggio ha mutato versione, e ha parlato d' una conoscenza precedente. E' una circostanza di rilievo. Così quando, in una fase molto concitata dell' interrogatorio, Naso ha parlato di una certa "ignoranza" dimostrata da Abbatino, il pentito ha reagito: "C' è scritto da qualche parte che per fare il delinquente ci vuole la laurea? Non accetto provocazioni". E poi: "Lei, avvocato Naso, è un amorale. Prende i soldi dai delinquenti". Detto questo, Abbatino ha annunciato che non avrebbe più risposto ad alcuna domanda e, infine, ha nuovamente cambiato idea. Qua la confusione ha raggiunto l' apice. L' interrogatorio andava chiuso (tesi della difesa) o invece doveva proseguire (tesi dei pm e della parte civile)? Dopo un' ora di camera di consiglio la corte ha deciso di andare avanti.

 

la Repubblica - Domenica, 20 aprile 1997 - pagina 17

Per il processo Pecorelli

SCALFARI A PERUGIA 'DALLA CHIESA COME DI PIETRO'

 

PERUGIA - "Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa? Per come si comportava mi ricorda tanto Antonio Di Pietro". E' il parere di Eugenio Scalfari, che ha testimoniato ieri davanti alla Corte d' Assise di Perugia nel processo per l' omicidio di Mino Pecorelli. "Dalla Chiesa - ha detto Scalfari - mi ricorda Di Pietro per la sua onnipresenza e perché anche lui si sentiva indispensabile in ogni occasione. Un modo di fare che aveva procurato un certo fastidio nei vertici dei carabinieri".

 

la Repubblica - Sabato, 10 maggio 1997 - pagina 12

POLITICA E GIUSTIZIA

TRE CASI ECCELLENTI

 

Giulio Andreotti L' OMICIDIO DI MINO PECORELLI Cadono le tre testimonianze fondamentali dell' inchiesta NAPOLI - Il processo per l' omicidio del giornalista Mino Pecorelli, con la modifica dell' articolo 513 perderebbe uno dei capitoli fondamentali per l' accusa, quello del movente. Se la corte dovesse stralciare le deposizioni in istruttoria di tre testimoni, indagati per reato connesso e che in aula si sono già avvalsi della facoltà di non rispondere, mancherebbe la ricostruzione della cena (alla quale partecipò anche Claudio Vitalone, imputato nel processo insieme a Giulio Andreotti) durante la quale Mino Pecorelli sarebbe stato convinto a non pubblicare un servizio giornalistico sugli "assegni del Presidente". La cena e le pressioni degli andreottiani su Pecorelli sono la chiave di volta del processo. Le tre testimonianze furono "dichiarazioni assistite" nel senso che erano presenti i legali di fiducia, cosa diversa quindi dalle dichiarazioni di pentiti. Silvio Berlusconi LE TANGENTI ALLA FINANZA Prescrizione certa: i tempi sono troppo stretti MILANO - Il "rischio prescrizione" legato alla modifica dell' articolo 513, per il pool Mani Pulite ha soprattutto un nome: Silvio Berlusconi. E' l' ex presidente del Consiglio, infatti, l' imputato più vicino a vedere le sue accuse cancellate dal colpo di spugna del tempo trascorso: almeno per quanto riguarda il processo principale, che lo vede accusato di corruzione per le tangenti versate dalla Fininvest alla Guardia di finanza. Uno solo dei quattro capi di imputazione è recente, quello per la vicenda Telepiù, dove le tangenti sarebbero state versate nel 1994: ma è anche quello dove le prove sono più vaghe. Se cade questa imputazione, l' accusa meno remota rimane quella per le tangenti Mediolanum, dell' aprile 1992. Per non essere prescritto, il processo dovrebbe arrivare alla sentenza definitiva entro l' ottobre 1999. Prospettiva improbabile. Francesco De Lorenzo LE INCHIESTE SULLA MALASANITA' Sarebbe un 'aiuto' anche per Duilio Poggiolini NAPOLI - I processi sulla malasanità, a Napoli, sono quelli che i pubblici ministeri ritengono a "forte rischio" se passerà il disegno di legge del Senato. Si tratta di due dibattimenti: uno riguarda Francesco De Lorenzo (condannato a 8 anni e 4 mesi in primo grado); l' altro, appena iniziato, vede alla sbarra, con altri 118 imputati, Duilio Poggiolini e Pierr Di Maria. 120 imputati. Nel processo De Lorenzo, quasi 100 imputati in procedimento connesso si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Con la riforma annunciata non sarà più possibile utilizzare le loro testimonianze davanti ai pm e i magistrati ritengono assai improbabile che questi co-imputati accettino di ripetere le accuse in tribunale. Discorso simile per l' altro processo alla malasanità. Senza contare, dicono in procura, che la prescrizione dei reati ormai non è lontana.

 

la Repubblica - Domenica, 7 settembre 1997 - pagina 16

ATTILIO BOLZONI

 

Dagli Usa la richiesta del boss dopo la deposizione del tenente Canale all' Antimafia

BADALAMENTI INSISTE 'PRONTO A RITORNARE'

 

Vuole parlare di Pecorelli e Andreotti Già nel 1994 don Tano ebbe la possibilità di venire a parlare con un giudice di Perugia. Ma poi non se ne fece nulla

 

PALERMO - Don Tano fa sapere un' altra volta che vuole tornare in Italia. Vuole tornare per raccontare le sue "verità" su Giulio Andreotti e sull' omicidio di Mino Pecorelli, vuole tornare per dimostrare a tutti che quelle del suo vecchio amico Tommaso Buscetta erano solo e soltanto bugiarderie. Come era ampiamente prevedibile, anzi scontato, dopo il "numero" del tenente Canale in commissione antimafia Gaetano Badalamenti ci riprova. E, con grande tempismo, si infila nell' ultimo infuocato "caso Palermo" per smentire procuratori e pentiti. Con la sua parola - la parola di Tano Battaglia, uomo d' onore di Cinisi e trafficante internazionale di stupefacenti condannato dalla giustizia americana a 45 anni di reclusione per traffico di eroina - si apre un' altra pagina (ma proprio questa già letta e riletta tante volte) del libro dei veleni dell' estate siciliana 1997. LA "NOTIZIA" della volontà di un ritorno in Italia di don Tano è stata diffusa nella mattinata di ieri a New York dal suo legale americano, l' avvocato Larry Schoenbach. L' avvocato in questi giorni ha incontrato il boss in carcere, i due hanno discusso della possibilità di "fare nuovi passi per un rientro in Italia" dopo la testimonianza del tenente dei carabinieri Carmelo Canale a palazzo San Macuto. Testimonianza quasi esclusivamente concentrata sul viaggio americano di suo cognato - il maresciallo Antonino Lombardo - proprio per interrogare Badalamenti. Dichiarazione all' agenzia Ansa dell' avvocato Schoenbach: "Ho visto ieri il mio cliente e gli ho fatto vedere gli articoli di stampa sulla deposizione di Canale di cui lui era totalmente all' oscuro. Badalamenti mi ha confermato che è ansioso di tornare in Italia per difendersi nel caso Pecorelli e dire la verità". Ricomincia così, tra Palermo e gli States, la telenovela di don Tano che vuole tornare, di don Tano "ansioso" di raccontare, di don Tano "pronto a vuotare il sacco". Sembra proprio una delle tante mosse di questa partita siciliana, un gioco ad incastro all' ombra del pentimento di Angelo Siino e della assai scomposta difesa del tenente Canale all' Antimafia. Gaetano Badalamenti fa sapere ormai da anni "che vuole tornare", in realtà non ne ha mai avuto alcuna intenzione. Già nel 1994 - tre anni fa ! - don Tano aveva la possiblità di venire qui e spiegare tante cose a un giudice di Perugia che voleva ascoltarlo sul caso Pecorelli. Il boss si è sostanzialmente rifiutato. Perché. Così la racconta lui: "Avevo chiesto alle autorità statunitensi di consentirmi un incontro con il mio avvocato, ma la convocazione in Italia finì per coincidere proprio con quella data...". Per un colloquio in carcere con il legale, don Tano perse l' "occasione" che adesso sembra inseguire così ostinatamente. Possibile? Credibile? Comunque, ieri, l' avvocato Larry Schoenbach ha rilanciato per l' ennesima volta la storia del ritorno di Badalamenti. Cosa ne pensano alla Procura di Palermo? Rispondono i magistrati del pool antimafia: "Noi Badalamenti lo aspettiamo da molto tempo, se viene nessun problema: siamo pronti ad accoglierlo". L' ultimo faccia a faccia tra i procuratori di Gian Carlo Caselli e il vecchio boss di Cinisi c' è stato poco più di un anno fa, in una prigione del New Jersey dove Tano Badalamenti sta scontando quei 45 anni per la Pizza Connection. Una rogatoria internazionale su decine e decine di omicidi avvenuti a Palermo nei primi Anni Ottanta. La prima domanda rivolta a don Tano fu questa: "Lei appartiene all' organizzazione criminale denominata Cosa Nostra?". E la prima e ultima risposta del detenuto eccellente del Federale Correctional Institue di Fairton fu quest' altra: "Di Cosa Nostra ne ho sentito parlare solo sui giornali". Fine dell' interrogatorio.

 

la Repubblica - Domenica, 7 settembre 1997 - pagina 16

L' INTERVISTA Scettico Luigi Li Gotti, il difensore di Tommaso Buscetta

'E' UNA SCIOCCHEZZA, NON VERRA' MAI'

 

ROMA - "Io so che Tano Badalamenti ha rifiutato per due volte di venire in Italia. E lo stesso avvocato Larry Schoebach mi disse durante un colloquio registrato dagli inquirenti: 'Sarei un pazzo a consigliare al mio cliente di lasciare un carcere statunitense per trasferirsi in uno italiano' . A meno che non si penta. Ma conosco Badalamenti...". Luigi Li Gotti, legale di Tommaso Buscetta, sorride con ironia alla notizia di un paventato rientro del boss adesso in cella nel New Jersey, dopo la testimonianza del tenente Carmelo Canale all' Antimafia. Avvocato, Schoebach sostiene di avere incontrato Badalamenti "ansioso di tornare in Italia per difendersi nel caso Pecorelli e dire la verità". Anche per dimostrare che "Buscetta mente e ha mentito per molto tempo". "Badalamenti è imputato a Perugia e, come dispone la legge, è stato già messo in condizione di venire o no. Del resto a ogni udienza l' imputato Badalamenti viene chiamato dai giudici e poi dichiarato contumace. La verità è che Schoebach pensa che in Italia i processi si possano fare con i giornali. Invece non è così". Durante il noto colloquio tra lei e Schoebach, questi sostiene invece di sapere che Buscetta dice la verità e che Badalamenti sarebbe venuto in Italia soltanto in cambio di aiuto al processo 'Pizza Connection' ... "Sì, disse qualcosa del genere. Ma sono parole pronunciate dall' avvocato e non da Badalamenti. A lui in realtà interessava soltanto il processo americano e sapeva benissimo, come risulta dalle registrazioni, che "Badalamenti non avrebbe aperto bocca in un' aula di giustizia". E fu faticosissimo spiegargli che per la legge italiana il silenzio non è assenso, che è silenzio e basta".