la Repubblica - Mercoledì, 8 gennaio 1997 - pagina 18
Alvaro Fiorucci
Gli stipendi a chi collabora: le dichiarazioni in
aula a Perugia alimentano la polemica
'LO STATO MI DA' QUATTRO SOLDI'
L' ex boss Cancemi: 'Meno di 3
milioni al mese' Il pm Cardella: 'Non cedere all' emozione' Folena del Pds:
'Una legge per i familiari delle vittime' Il Vaticano 'Niente a che fare col
perdono di Stato'
PERUGIA - E' quando l' avvocato Corrado Oliviero,
difensore del cassiere della mafia Pippo Calò, completa l' interrogatorio del
collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi, coinvolto nelle stragi di Capaci
e di via d' Amelio, che la polemica sulla gestione dei pentiti irrompe nel
processo per l' omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Il legale chiede:
"Lei dallo Stato quanti soldi riceve?". "Quelli che servono per
non morire di fame", risponde il numero due della famiglia di Porta Nuova.
Risposta vaga, "sia più preciso". "All' inizio 500 mila lire,
poi 700 mila e quindi 1 milione e 200 mila; adesso percepisco un mensile di 2
milioni e 800 mila lire; come dicevo quanto basta per campare". E le
proprietà le sono state restituite? "Soltanto un' abitazione, una villa mi
è stata restituita, ma l' avevo costruita con soldi puliti; il resto è rimasto
allo Stato compresi i 5 miliardi che avevo nascosto in Svizzera e che ho fatto
ritrovare". Uno stipendio di 2 milioni e 800 mila lire dunque: troppo?
Poco? Giusto? Ingiusto? Sicuramente più di quello che lo Stato dava al marito
di Tina Montinaro, morto in uno degli agguati di mafia dei quali si è pentito
Salvatore Cancemi. "Comprendo lo stato d' animo delle parti offese - dice
il pubblico ministero Fausto Cardella - ma lo Stato non può essere emotivo.
Deve valutare se è utile o meno il contributo dei pentiti. Se questo è produttivo,
come io credo che sia, ci sono delle situazioni che devono essere tutelate come
è ovvio che tutte le leggi possono essere criticate e migliorate sulla base di
esigenze reali". Claudio Vitalone, che è accusato di essere uno dei
mandanti del delitto Pecorelli proprio da alcuni pentiti, è categorico:
"Siamo allo stravolgimento delle regole democratiche perché si fa un uso
criminogeno del pentitismo". "Bisogna avere fiducia anche se si sono
subiti lutti gravissimi perché i contributi dei pentiti sono importanti",
commenta invece Rosita Pecorelli, sorella del giornalista ucciso. La polemica
monta. Le riflessioni di Concetta Montinaro "aprono - secondo l'
Osservatore romano - seri interrogativi" sulla gestione dei collaboratori
di giustizia. "La sua è una riflessione coerente che va oltre le
discussioni spesso fuorvianti sul perdono, che è atto personale e non può
trasformarsi in perdonismo di Stato, e che supera in qualche modo lo stesso
dibattito sui pentiti che le sue parole in qualche modo hanno contribuito a riaprire".
"Una enorme cantonata, una enorme rinuncia allo stato di diritto", ha
affermato il deputato di Forza Italia Tiziana Maiolo che ha scritto una lettera
ad Andreotti, Martelli e Scotti che come membri del governo favorirono la nascita
della legge sui pentiti. Per Rocco Buttiglione del Cdu "è inammissibile il
capovolgimento dei valori per cui l' assassino che si pente diventa un esempio
di mitezza e di umanità; lo Stato non dovrebbe mai dimenticare la differenza
tra il bene e il male". "Stiamo lavorando ad una legge a sostegno dei
parenti delle vittime - spiega Pietro Folena responsabile dei problemi delle
istituzioni per il Pds - una cosa infatti è la legislazione sui collaboratori
di giustizia, un' altra quella sui parenti delle vittime; il rischio di una
confusione dei due piani è reale". "La riforma è opportuna",
secondo i difensori di Gaetano Badalamenti, Paolo Gullo e di alcuni degli
imputati delle stragi, Paolo Petronio. "Troppo tardi, il peggio è
successo", secondo Raffaele Costa dell' Unione di centro secondo il quale
"del pentitismo simoniaco si è fatto strumento di baratto".
"Basta con il vitalizio di Stato ai pentiti; serve una legge che imponga
tempi certi all' uscita dai programmi di protezione", propongono i
sindacati di polizia Sap e Siap.
la Repubblica - Venerdì, 10 gennaio 1997 - pagina 25
Francesco Viviano
GIUSTIZIA LO STATO E LA MAFIA Parlano le compagne di
Giovan Battista Ferrante e Calogero Ganci
'MA VOI NON SAPETE IL DRAMMA DI NOI,
MOGLI E FIGLI DI PENTITI'
E dall' aula bunker di Perugia il
collaboratore Giuseppe Marchese dichiara: 'Lo Stato non mi ha dato niente.
Voglio farmi una vita pulita'
PALERMO - "Comprendo il dolore della vedova
dell' agente di polizia Montinaro, ma la gente deve anche sapere il dramma che
noi, mogli e figli di pentiti, viviamo ogni giorno, con il rischio e la paura
di essere riconosciuti ed ammazzati". Dal luogo dove vivono protette, le
mogli dei pentiti Giovan Battista Ferrante e Calogero Ganci hanno ascoltato e
visto in tv Concetta Montinaro scagliarsi contro i collaboratori di giustizia
che "fanno la bella vita". Giovan Battista Ferrante si è accusato di
aver partecipato tra l' altro alle stragi dei giudici Chinnici, Falcone e
Borsellino; Ganci ha confessato oltre cento omicidi e tra questi anche quello
del suocero. "Siamo mogli - dicono le due donne nello sfogo raccolto dall'
avvocato Lucia Falzone che difende i due collaboratori di giustizia - che non
hanno scelto di vivere con degli assassini e i nostri figli si ribellano ai
padri che non hanno chiesto loro il permesso né quando hanno stipulato il patto
scellerato con Cosa Nostra né quando hanno deciso di collaborare con lo
Stato". Concetta Ferrante ha scelto di seguire con i figli il congiunto
quando decise di collaborare con la giustizia. "Tra i miei figli e il
padre c' è un rapporto conflittuale. Mio figlio gli rimprovera di averlo
costretto a vivere da latitante e a lasciare la sua città, i suoi amici, gli
affetti più cari, senza avergli dato la possibilità di scegliere". Anche
Isabella Ganci, resa orfana del padre dal proprio marito, ribadisce che la
scelta del congiunto che ha anche "tradito" il padre e i fratelli,
accusandoli della strage di Capaci, non è stata facile. "Mio marito ha
ucciso mio padre, costretto dal 'sistema' di Cosa Nostra e io l' ho perdonato
per quello che mi ha fatto. Lo amo e l' ho seguito quando ha deciso di pentirsi
- afferma Isabella Ganci - comprendo il dolore delle vittime, ma questo dolore
spero sia servito a far capire, anche a mio marito e a tutti gli altri, quello
che hanno fatto". Intanto dall' aula bunker di Perugia, deponendo nel
processo per l' omicidio del giornalista Mino Pecorelli, il pentito Giuseppe
Marchese smentisce di ricevere un lauto compenso dallo Stato. "Lo Stato
non mi ha dato niente e io non ho chiesto niente, non voglio soldi, voglio solo
uscire da Cosa Nostra che mi ha distrutto, voglio farmi una vita pulita".
Il collaboratore ha sottolineato di ricevere un compenso che basta soltanto a
tirare avanti. "Ma adesso la mia vita è distrutta. Ho perso la mia
famiglia, ho perso mia sorella (moglie di Leoluca Bagarella suicidatasi, ndr) e
mio padre".
la Repubblica - Domenica, 2 febbraio 1997 - pagina 8
Giovanni Maria Bellu
POLITICA E GIUSTIZIA Perugia, al processo Pecorelli
la testimonianza di Maria Di Bernardo Palma
'VITALONE SALI' SULLA BARCA E
ABBRACCIO' NINO SALVO'
La signora conferma i rapporti tra
l' ex ministro dc e gli esattori siciliani. 'Ma non ho mai visto Andreotti in
loro compagnia' . E la difesa fa balenare l' ipotesi di un complotto del grande
'nemico' Vittorio Sbardella
PERUGIA - La signora Maria Di Bernardo Palma ha 79
anni, uno più di Giulio Andreotti, e una certezza: l' ex ministro Claudio
Vitalone conosceva i cugini Salvo. L' aveva detto durante le indagini, l' ha
confermato ieri nell' aula bunker di Perugia. La conoscenza Vitalone-Salvo è
uno dei nodi del processo. Per l' accusa i cugini siciliani furono il tramite
tra i politici romani sotto accusa (Andreotti, ieri assente, e Vitalone,
presente come sempre) e Cosa Nostra per l' organizzazione dell' omicidio del
giornalista Mino Pecorelli. Per la difesa quel rapporto semplicemente non
esisteva: Andreotti e Vitalone negano di aver anche solo conosciuto i Salvo. La
signora Di Bernardo Palma nel suo primo interrogatorio del luglio '93 - e ieri
in aula - ha invece raccontato di cene e crociere dove Claudio Vitalone e i
Salvo chiacchieravano come vecchi amici e si davano del tu. L' ha raccontato
con l' irritata nonchalance d' una superpotenza dei salotti romani catapultata
- suo malgrado, dice - in un caso di omicidio. Dalla stessa sedia dove si sono
succeduti pentiti del rango di Tommaso Buscetta, la signora ha parlato degli
incontri a Porto Cervo con l' Aga Khan, delle serate nella sua residenza
romana, "il castello dell' Olgiata", dei 35 metri della
"barca" di famiglia. Avvocato Taormima: "Signora, conosce Tobia
Conte?" Maria Di Bernardo Palma: "Sofia Loren? No". Lo scambio
di battute non tragga in inganno. L' età avanzata ha indebolito l' udito della
testimone, ma non la lucidità né la determinazione. La vedova del padrone della
Squibb - tailleur grigio, capelli candidi - ha sostenuto l' interrogatorio d'
assalto condotto dall' avvocato Carlo Taormina. Incerta sulle date ("Come
posso ricordare? Sono passati vent' anni"), quasi svagata nel riferire i
particolari, non ha ceduto di un millimetro sul punto centrale. Due le
circostanze, collocabili attorno al 1978. La prima: "Era luglio o agosto.
La famiglia Vitalone, con cui eravamo in ottimi rapporti, era ospite sulla
nostra barca. Quando abbiamo attraccato, Vitalone è salito su un' altra
imbarcazione ormeggiata lì vicino. Ha salutato un uomo, abbracciandolo. Era
Nino Salvo. Insieme a lui e alla sua famiglia abbiamo proseguito la crociera
per alcuni giorni, ciascuno sulla propria barca. Siamo diventati buoni
amici". La seconda: "Era autunno, mi telefonò Lucilla Vitalone (la
moglie di Claudio, ndr) per invitarmi a Palermo a nome dei Salvo. In quella
occasione conobbi anche Ignazio, a casa di Nino. C' era anche Vitalone".
Vitalone ha denunciato l' ex amica per falsa testimonianza. L' avvocato
Taormina ha letto alcuni passi del racconto, fatto durante le indagini, dall'
ex ministro Italo Viglianesi, nel frattempo deceduto. Parlò di una cena
avvenuta nel 1972 a Gela, a casa dei Salvo, presente la stessa signora Di
Bernardo Palma. Dunque, ha fatto notare il legale, non può essere stato
Vitalone a presentare Nino Salvo alla teste. Lo conosceva già da tempo. Maria
Palma non si è scomposta: "Viglianesi - ha detto - era fuori di testa.
Aveva paura". E ha collocato l' incontro di Gela in un momento successivo
a quello di Porto Cervo. Due tesi inconciliabili. Un racconto che mentre dà un
punto alla difesa di Andreotti ("Non l' ho mai visto in barca coi Salvo,
né in loro compagnia") crea seri problemi a Vitalone. Per la difesa dell'
ex ministro non è sufficiente dire che la teste "dice il falso". E'
necessario offrire una spiegazione del perchè. E ieri alcune domande rivolte
alla testimone e a suo figlio Antonio Palma, interrogato poco dopo, hanno delineato
la possibile strategia. Domande sul rapporto di amicizia tra Antonio Palma (che
a confermato il racconto materno) e l' ex boss della dc romana Vittorio
Sbardella, storico nemico politico di Vitalone. Sbardella - un altro dei
testimoni deceduti, - confermò di aver sentito la signora Palma parlare dei
rapporti Vitalone-Salvo. L' amicizia tra gli accusatori, l' inimicizia verso l'
accusa, i veleni della Dc romana alla fine degli Anni 80. Può essere stata di
Sbardella la regia del complotto contro Vitalone? La difesa dell' ex ministro
ancora non lo sostiene in modo esplicito ma già in qualche modo suggerisce
questa verità alternativa alla corte d' assise di Perugia.
la Repubblica - Mercoledì, 5 febbraio 1997 - pagina 8
POLITICA E GIUSTIZIA IL PROCESSO Martelli depone a
Perugia ' Possibile il complotto'
'I BOSS CONTRO ANDREOTTI'
Vitalone: 'Con i Salvo incontri
casuali'
PERUGIA - Claudio Martelli arriva a mezzogiorno nell'
aula bunker di Perugia. Il suo interrogatorio è brevissimo e quasi irrilevante
per il processo. Il presidente della corte d' assise gli chiede di parlare solo
di fatti di cui ha conoscenza diretta, non di "voci" raccolte nell'
ambiente politico. E di "fatti" sull' omicidio Pecorelli Martelli non
ne conosce. Così è fuori dall' aula, coi giornalisti, che dice la cosa più
importante: Andreotti potrebbe anche essere rimasto vittima di un complotto di
Cosa Nostra. "Non si può escludere che una organizzazione di questo genere
- dice l' ex ministro della Giustizia - ne faccia di tutti i colori. Anche che
infiltri dei pentiti". Martelli in passato aveva detto di non ricordare un
particolare impegno di Andreotti contro la mafia. Ieri ha addolcito i toni. Se
Cosa Nostra ha deciso di vendicarsi di Andreotti - ha detto - è perchè è stato
il capo del governo che "su iniziativa mia e di Vincenzo Scotti, con la
partecipazione di Giovanni Falcone, ha assunto i provvedimenti più importanti
di lotta alla mafia". E Andreotti, ha aggiunto, ha dei meriti e delle
responsabilità rispetto all' azione antimafia "se non altro perchè l' ha
consentita". Più tardi l' avvocato Franco Coppi, legale del senatore a
vita, ha diffuso una dichiarazione per lodare l' onestà dell' ex ministro e
auspicare che ripeta le stesse cose nel processo di Palermo. Se l' ex
Guardasigilli ha ammesso la possibilità teorica di un "complotto",
Vitalone ne ha affermato in modo esplicito l' esistenza. Ma prima di tutto ha
fatto una precisazione sui suoi rapporti con i cugini Nino e Ignazio Salvo. Ha
detto di non escludere affatto di averli incontrati in situazioni pubbliche,
magari proprio in quelle occasioni di cui hanno parlato i testimoni: una festa
a Palermo, e poi nelle Eolie, durante una tappa di una crociera. Anche durante
le indagini Vitalone aveva ammesso questa possibilità. Escludendo sempre - come
anche ieri - un reale rapporto di conoscenza e di amicizia con i Salvo. La
questione - per l' accusa i Salvo furono il tramite tra i politici romani e
Cosa Nostra per l' omicidio Pecorelli - è centrale nel processo: attorno a essa
si gioca una parte importante del futuro processuale di Vitalone. Difesa e
accusa discuteranno a lungo se ieri l' ex ministro imputato abbia ripetuto una
ovvietà. O se invece - vedendo che le testimonianze sui suoi incontri con i
Salvo hanno retto alla prova del dibattimento - abbia dovuto rendere meno
rigida la sua linea difensiva. Di certo Vitalone ieri ha tracciato la sua linea
del Piave: tutti i racconti che - quanto al suo rapporto con i Salvo -
descriveranno qualcosa di più di una fugace stretta di mano, vanno fatti
rientrare nel "complotto". E ieri ha anche fatto il nome di uno dei
possibili ispiratori, il defunto boss della dc romana Vittorio Sbardella, suo
storico nemico politico, ma amico di famiglia della sua accusatrice Maria
Palma. Nella sua lunga dichiarazione, Vitalone ha minuziosamente confutato la
testimonianza della donna. Ha sostenuto che le "menzogne" della Palma
hanno ingannato la memoria di altri testi, come il prefetto Domenico Sica.
la Repubblica - Venerdì, 7 febbraio 1997 - pagina 19
Giovanni Maria Bellu
GIUSTIZIA PROCESSO PECORELLI L' ex agente segreto
teste a Perugia. Fu anche collaboratore di Sica
PAZIENZA PORTA IN AULA IL MONDO DEI
'SERVIZI'
'Ma se Vitalone andava in yacht con
i Salvo!'
PERUGIA - Spia poliglotta, consulente internazionale,
ex capo virtuale del Servizio segreto militare. Francesco Pazienza attualmente
è detenuto. Deve scontare ancora circa tre anni della condanna per calunnia che
gli fu inflitta per il depistaggio dell' inchiesta sulla strage di Bologna. Ma
a vederlo ieri - elegante e charmant nell' aula-bunker di Perugia dove si
celebra il processo Pecorelli - l' avresti preso per un consulente tecnico sui
veleni italiani. Pazienza li ha bevuti tutti, alcuni li ha preparati, e
continua ad avere un' ottima cera. E' stato interrogato sui rapporti tra i
cugini Nino e Ignazio Salvo e Claudio Vitalone. Durante le indagini aveva detto
di trovare risibile il tentativo dell' ex ministro democristiano di negare la
sua conoscenza coi cugini siciliani. Ieri ha ribadito - con molti particolari -
la sua testimonianza. Ma soprattutto ha offerto un quadro
"fantasmagorico" - è un aggettivo che usa spesso - del suo mondo.
"Un mondo - ha spiegato rispondendo a un avvocato - dove non ha senso
tentare di stabilire chi ricatta chi. A certi livelli non ci si ricatta ma si
mettono sulla bilancia i pesi. Quando sono equivalenti, si capisce al volo cosa
bisogna fare". Pazienza ha offerto questo granello di saggezza nel
descrivere i rapporti tra Federico Umberto D' Amato, il potentissimo capo dell'
Ufficio Affari riservati del Viminale - scomparso di recente - e l' ex Alto
commissario antimafia Domenica Sica. I due, a quanto pare, si odiavano. Sica,
quand' era pm, si era persino messo in testa di arrestare D' Amato per una
storia di intercettazioni abusive. Ma D' Amato, tramite un comune conoscente,
fece fare a Sica un certo discorsetto. Chissà di che genere. Di certo, ha detto
Pazienza, dopo quel discorsetto Sica e D' Amato divennero "grandi
amici". Nel mondo di Pazienza c' erano molti personaggi "fantasmagorici".
Uno di questi era il defunto avvocato Alfonso Tobia Conte. Fu lui il primo a
dirgli dei rapporti tra Vitalone e i Salvo. Gliene parlò tra il luglio e l'
agosto a Montecarlo descrivendo - durante una chiacchierata a bordo di uno
yacht - gli amici delle crociere estive. Tra gli altri c' era appunto l' ex
ministro dc. Una decina di anni dopo - quando era da poco scoppiato il caso
Pecorelli e sui giornali Vitalone già negava qualunque rapporto coi cugini
siciliani - Pazienza e l' avvocato Conte si sentirono al telefono: "A un
certo punto mi disse: 'Ma hai visto cosa racconta Vitalone? E dire che andavano
assieme sullo yacht' ". Dopo lo scandalo P2, la vicenda dell' Ambrosiano,
la morte di Roberto Calvi, le cose cominciarono ad andare male per Pazienza. Nel
1985 fu arrestato a New York. Lo spedirono nella sezione "9 sud" del
"Metropolitan Correctional Center" dove conobbe un altro personaggio
"fantasmagorico", Gaetano Badalamenti, il boss di Cosa Nostra
accusato in questo processo di aver ordinato - su richiesta dei Salvo che
volevano fare così una cortesia agli amici Vitalone e Andreotti - l' omicidio
di Mino Pecorelli. Un giorno, ha raccontato Pazienza, arrivò a New York il suo
legale, anzi ex legale, perchè gli aveva revocato il mandato per un' altra
storia intricatissima. Quel che conta è che l' avvocato in questione (che è
deceduto qualche anno fa) si chiamava Maurizio Di Pietropaolo ed era - ha
spiegato Pazienza - l' emanazione di Andreotti e Vitalone negli ambienti
giudiziari romani. Badalamenti quando seppe dal compagno di cella della visita
e, soprattutto, di chi fosse "emanazione" l' avvocato, disse che
voleva incontrarlo. Pazienza (che si rivolgeva al boss chiamandolo
"sultano") naturalmente acconsentì. Ed ecco cosa accadde:
"Badalamenti apostrofò molto duramente l' avvocato, che non riuscì a
rispondergli: balbettava. Gli disse: voi fate schifo, avete lasciato soli i
cugini Salvo, li avete trattati come stracci. Dopo i soldi che vi hanno dato,
dopo quello che hanno fatto per voi...". Questo accadde nell' 85. Ma la
vita di Pazienza è ricca di colpi di scena. A fine udienza ne ha rivelato uno
che ha richiamato la massima sui rapporti "a un certo livello". Si
verificò nel 1988 quando lui - già noto alle cronache come pericoloso
"faccendiere" - fu invitato a cena da Federico Umberto D' Amato. C'
era anche Domenico Sica, il pm che l' aveva fatto arrestare. Alla tavola di D'
Amato, noto gourmet, scoppiò un' altra pace: "Sica - ha raccontato
Pazienza - mi chiese di fargli da consulente all' antimafia. Gli dissi di sì. Collaborai
con lui gratuitamente. Gli spiegavo come funzionava il riciclaggio a livello
internazionale".
la Repubblica - Sabato, 1 marzo 1997 - pagina 22
Giovanni Maria Bellu
GIUSTIZIA IL CASO ANDREOTTI Perugia, processo
Pecorelli. Depone Gaetano Sangiorgi, genero di Nino Salvo e in cella per l'
omicidio di Ignazio. Il senatore 'esterrefatto'
'IL PM MI DISSE: ACCUSA ANDREOTTI
... '
Il testimone attacca la Procura di
Palermo e ritratta tutto
PERUGIA - "Mi auguro, non solo per me ma anche
per gli altri, che i pentiti dicano la verità". Giulio Andreotti,
sistemato nel solito banco - il primo a sinistra della corte - lo dice ai
giornalisti quando l' udienza non è ancora cominciata. Ed è una sorta di
premonizione. Perchè pochi istanti dopo un testimone-imputato fa esattamente
ciò che, per se stesso, Andreotti si augura: ritratta le accuse, afferma che
gli sono state suggerite dai pm di Palermo. Delinea uno scenario che, dirà poi
il senatore, meriterebbe la penna di Agatha Christie. Se la ritrattazione sia "vera"
è naturalmente tutto da dimostrare. Di certo Gaetano Sangiorgi, 46 anni,
medico, attualmente detenuto per omicidio, ieri ha portato a Perugia gli stessi
veleni che pochi giorni fa, a Palermo, erano stati diffusi dall' autista
Francesco Filippazzo, sullo stesso tema: i rapporti tra i Salvo e Andreotti. I
magistrati chiamati in causa dal presunto omicida sono due uomini di punta del
pool antimafia palermitano, Lo Forte e Natoli. Con irruenza, spesso alzando il
tono della voce, Sangiorgi ha ripreso il suo verbale palermitano e ha distinto
quel che oggi definisce "vero" da ciò che invece è "falso":
"Io dissi ai magistrati - ha affermato - che non conoscevo Andreotti e che
non mi risultava che mio suocero lo conoscesse. Il dottor Natoli mi rispondeva
che loro avevano la certezza che Andreotti era amico di mio suocero, che lo
aveva invitato al mio matrimonio e ospitato in barca. Aggiunse: se lei ci dice
qualcosa su Andreotti torna a casa a fare il medico. Al che io gli dissi:
scriva tutto quello che vuole. Le firmo tutto". Il "suocero" di
cui ha parlato Sangiorgi era Nino Salvo, il defunto esattore di Palermo che
secondo l' accusa avrebbe fatto da tramite tra Andreotti e Cosa Nostra per l'
omicidio Pecorelli. Ma il destino di Sangiorgi è stato segnato dall' altro dei
Salvo, Ignazio: è in carcere con l' accusa di averlo ucciso. Tuttavia al tempo
dell' interrogatorio ritrattato - il 21 luglio del 1993 - Sangiorgi era ancora
libero. Venne convocato, assieme a una quarantina di parenti dei Salvo, e
interrogato. La ritrattazione è di un detenuto per omicidio, la testimonianza
di un rispettabile professionista. Chi dei due abbia ragione sarà,
probabilmente, accertato dai giudici di Perugia in un processo per calunnia. E,
secondo l' avvocato Franco Coppi, legale di Andreotti, anche da quelli di
Caltanissetta (che hanno competenza sui loro colleghi palermitani). Di tutte le
sue dichiarazioni Sangiorgi ha confermato solo quella sui rapporti tra suo
suocero e Salvo Lima. Il resto "è frutto della fantasia di Natoli",
sostenuta e avallata da Lo Forte. Non è vero dunque che da un certo discorso di
Nino Salvo "dedusse" la conoscenza tra Andreotti e Ignazio, non è
vero che sentì parlare di quella conoscenza "in tutto l' ambiente
palermitano", non è vero che Andreotti partecipò al suo matrimonio con la
figlia di Nino Salvo, nè che gli regalò un piatto d' argento. Non solo. Secondo
Sangiorgi l' accanimento contro Andreotti (ma anche contro Vitalone e contro il
giudice Carnevale) era anche degli investigatori. Ed ecco una nuova accusa: "Da
quando sono in carcere vengo continuamente richiesto di fare dichiarazioni
contro Andreotti anche dal dottor Manganelli e dal suo successore". E così
- dopo il pool antimafia - Sangiorgi ha coinvolto nel "complotto"
anche il nuovo questore di Palermo. "Esterrefatto" ma non stupito si
è detto Andreotti a fine udienza. E a chi gli ricordava i suoi sospetti su un
"complotto" di origine statunitense, il senatore a vita ha risposto
che le dichiarazioni di Sangiorgi potrebbero far pensare che sia necessario guardare
anche in Italia. L' avvocato Coppi, legale del senatore a vita, si è detto
"sconvolto". La teoria del complotto s' avvia a diventare centrale
nella tesi difensiva.
la Repubblica - Domenica, 2 marzo 1997 - pagina 21
Giovanni Maria Bellu
GIUSTIZIA IL CASO ANDREOTTI IL PROCESSO Andreotti e
il delitto Pecorelli: in aula il pentito Mutolo. Scontro con la difesa
'PARLARE DEI POLITICI E' STATA LA
MIA ROVINA'
'Non si sarebbe rivolto così a un
mafioso...' 'Venderò quadri per rinunciare ai soldi di Stato'
PERUGIA - E' possibile, dopo aver partecipato a una
sessantina di omicidi e averne commessi venti con le proprie mani - in qualche
caso premendo il grilletto di una pistola, altre volte stringendo una
cordicella al collo della vittima - è possibile provare nostalgia del profumo
dei gelsomini e delle rose e ricordare con struggente accoramento il perduto
sapore dei gelati di Palermo? A sentire Gaspare Mutolo, 52 anni, è possibile. E
forse è, in un certo senso, necessario. Ieri Mutolo - nell' aula bunker di Perugia
dove si celebra il processo per l' omicidio Pecorelli - ha parlato dei
gelsomini e dei gelati per rispondere a un avvocato difensore che gli chiedeva
a quanto ammonti lo stipendio che mensilmente riceve dallo Stato ("Due
milioni più la casa") e quanti soldi abbiano ricevuto i suoi familiari
come "una tantum" statale ("Trecento milioni"). Sentimenti
delicati di un ex killer, palpiti proustiani dell' ex uomo di fiducia di Totò
Riina, per rispondere al sospetto - avanzato in modo esplicito dalla difesa -
che tra l' arrivo del contributo statale e l' inizio delle accuse ai politici
ci sia un rapporto di causa-effetto. Mutolo ha negato che un rapporto esista.
Ha affermato che in questa vicenda eventualmente esiste una relazione di tutt'
altro genere: tra le accuse ai politici e l' avvio della campagna di
denigrazione dei pentiti. "Quando ho cominciato a parlare dei politici -
ha detto nel suo stretto accento siciliano - è stata la mia rovina".
Alcuni giorni fa in una intervista, l' avvocato Luigi Li Gotti, difensore di
Mutolo, aveva fatto una previsione: che a Perugia si sarebbe parlato dei soldi
dati dallo Stato al pentito e sarebbe scoppiata una nuova polemica. E ieri
Mutolo - protetto da un separè, il viso seminascosto da una coppola, scortato
da tre poliziotti col passamontagna - è apparso perfettamente consapevole delle
preoccupazioni del suo legale. Ha confermato - come era previsto - le sue
accuse al boss mafioso Pippo Calò, ha parlato delle sue relazioni con
personaggi come Flavio Carboni, Roberto Calvi e Michele Sindona, dei rapporti
della mafia col mondo politico romano. Ha anche nominato Andreotti raccontando
una vicenda a dire il vero alquanto misteriosa e confusa legata al tentativo di
recuperare la borsa di Roberto Calvi - una sorta di vello d' oro dei misteri d'
Italia - attraverso la malavita e il Vaticano. Ha fatto, in definitiva, il suo
dovere di pentito. Ma soprattutto ha rivendicato il suo ruolo, la sua identità,
l' autenticità di un distacco da Cosa Nostra maturato - ha detto - quando si cominciò
ad ammazzare i bambini. E ieri, mai come prima, è apparso chiaro che questi
processi di mafia e politica si giocano sulla vita o la morte - giudiziaria, s'
intende - dei collaboratori di giustizia. A Perugia, nel giudizio sulla morte
di Mino Pecorelli, Mutolo accusa soprattutto Pippo Calò (presunto organizzatore
del delitto), Gaetano Badalamenti (presunto mandante diretto) e Michelangelo La
Barbera (presunto killer). Calò è uscito dalla gabbia per difendersi e accusare
il pentito di essere stato, fin dal 1986, in rapporto coi servizi segreti. Ma è
stata la difesa di Andreotti a condurre l' interrogatorio più duro e serrato.
Due tipi tosti l' avvocato Coppi e il pentito Mutolo. Il principe del foro
conduce interrogatori in punta di fioretto, su particolari all' apparenza
insignificanti, poi all' improvviso abbandona la guardia schermistica e dà
colpi di clava. Lo scopo è screditare la figura umana del pentito. E dunque:
"Quanti omicidi ha commesso?". Mutolo non lo ricorda, dice
"circa", dice "quasi". E' un tipo che con naturalezza fa
affermazioni come: "Quello? Ah, siamo grandi amici, abbiamo strangolato
assieme quell' altro...". Coppi è esasperante, Mutolo arrogante e talvolta
agghiacciante. C' è un reciproco: "Attento a come parla". Poi il
pentito la dice grossa: "Nell' 84, quando ero un mafioso, non avrebbe
usato questo tono". Coppi protesta, s' indigna, annuncia una denuncia. Le
parole non sono pietre. Sono lava. Bruciano. Mutolo ricorda il suo patrimonio
da mafioso miliardario e lo contrappone all' entità del sostegno statale, l'
avvocato di Calò (Corrado Oliviero) gli fa notare che quei soldi dovrebbero
andare alle sue vittime. Mutolo poco dopo torna ai gelati e ai gelsomini:
ripete che un uomo può cambiare. Le mani dello strangolatore ora tengono il
pennello: "Mi piace dipingere, faccio anche dei buoni quadri. Spero di
cominciare a venderli presto. Per rinunciare ai soldi dello Stato".
la Repubblica - Mercoledì, 5 marzo 1997 - pagina 23
Giovanni Maria Bellu
Dopo lo scambio di battute in aula a Perugia durante
il processo Pecorelli
'SI', TEMO CHE QUEL PENTITO MI SPARI
DAVVERO IN TESTA'
L' avvocato Taormina e le minacce
del boss Abbatino 'Da mesi mi sento in pericolo ma le autorità competenti non
mi ascoltano. Sono deluso anche dai colleghi'
ROMA - "Paura? Non sono un imbecille, e solo un
imbecille può non aver paura. Quello ha detto che mi sparerà in testa. L' ha
già fatto. Uno dei suoi tanti omicidi l' ha commesso proprio così: un colpo
alla tempia. Ma una cosa è una consapevole paura, altra è deflettere dal
proprio atteggiamento. Questo non accadrà, non c' è Abbatino che
tenga...". E' veramente preoccupato l' avvocato Carlo Taormina. E non solo
per la minaccia di morte. Si sente solo. Sottolinea che i pubblici ministeri
presenti in aula si sono limitati a "parole di esecrazione", rileva
che non è stata chiesta dal pm la trasmissione degli atti, ipotizza che
Abbatino oggi, in assenza di reazioni, possa addirittura pensare di aver
"agito bene". E' amareggiato anche verso i colleghi, giudica
"debole" la loro reazione: "Disapprovo la sordità dell'
avvocatura". Poco dopo questa dichiarazione le agenzie di stampa hanno
diffuso il testo di un documento di solidarietà della Camera penale di Roma e
di una interrogazione di Vincenzo Siniscalchi, avvocato celebre e deputato
dell' Ulivo, che chiede al ministro dell' Interno che provvedimenti intenda
adottare contro il pentito. Ma l' "isolamento" di cui parla Taormina
viene da lontano. Risale, sostiene, alle denunce di quelli che chiama
"abusi" della magistratura e delle "collusioni" della
stessa avvocatura. "Sento in pericolo la mia incolumità fisica,
specialmente negli ultimi mesi. E questa preoccupazione è rimasta inascoltata
presso le autorità competenti. Evidentemente conoscono dati che fanno ritenere
fantasiose queste preoccupazioni. Io però non li conosco". Non chiede
protezione. Si dice certo che "resteranno inascoltate" le sue
richieste di intervento alle autorità giudiziarie perugine (ieri il pm Cardella
non ha voluto commentare la vicenda), al ministro, al pg della Cassazione e al
Csm. Assicura che non s' aspettava una simile reazione da parte del pentito. A
chi ha avanzato il sospetto che l' incidente sia stato in qualche modo
"cercato", che faccia parte di una spregiudicata strategia difensiva,
replica con indignazione, ricostruendo minuziosamente quanto è accaduto lunedì.
"Non è vero che io abbia fatto domande tali da esporre la famiglia di
Abbatino a qualche pericolo. Il fatto è che questo sedicente pentito aveva
giustificato le sue numerose menzogne e omissioni presentandole come reazioni
alla inadeguatezza delle misure di protezione. Le mie domande dimostravano che
questa tesi era incredibile. Ha reagito preannunciadomi un colpo in testa, ha
chiarito che l' avrebbe fatto di persona, ha tentato di avventarsi contro di me
ed è stato bloccato da un coraggioso poliziotto. Mentre veniva allontanato
dall' aula mi ha minacciato ancora, col pollice e l' indice a mo' di pistola.
Ha commesso vari reati, mi ha aggredito perché il mio interrogatorio l' aveva
messo alle corde". Fotogrammi d' un sacrilegio giudiziario: il processo
esiste proprio per evitare che i conflitti tra gli uomini vengano risolti
direttamente dai protagonisti. Ma per Taormina quanto è accaduto conferma il
suo modo di intendere l' avvocatura. Non ha dubbi. Solo sospetti. Per esprimere
il più grave di essi usa un artificio dialettico: lo nega. Dice: "Non
credo ci sia una relazione tra le accuse mosse alcuni giorni fa da Gaetano
Sangiorgi, che io difendo, verso la procura di Palermo, e le minacce ai miei
danni del pentito Abbatino...". E ancora: "Chissà cosa sarebbe
successo se una minaccia del genere fosse stata rivolta a un pm". Ieri
Taormina non era nell' aula del processo Pecorelli. Non ha assistito alla
minuziosa ricostruzione della vicenda Sir-Italcasse, la storia degli assegni
con la quale il giornalista tentò di ricattare Andreotti. Non ha sentito il suo
assistito Claudio Vitalone che annunciava una querela contro il pentito-killer.
Ma sarà presente venerdì. L' interrogatorio di Abbatino infatti non si è
concluso. L' avvocato d' assalto e il pentito si troveranno uno di fronte all'
altro. Chissà se il primo si scuserà col secondo. "E' una eventualità -
dice Taormina - che mi lascerebbe del tutto indifferente".
la Repubblica - Venerdì, 7 marzo 1997 - pagina 18
Giovanni Maria Bellu
L' ex premier: sogno che Caselli ammetta la debolezza
dell' accusa
'PENTITI SUPERPAGATI PER FARE IL MIO
NOME'
Andreotti: quei magistrati in
malafede Di Maggio ebbe un miliardo e mezzo 'in acconto' ?
PERUGIA - E' guerra aperta tra politici inquisiti e
pentiti. Ed è ormai chiaro che questa guerra potrà concludersi solo con la
morte giudiziaria degli uni o degli altri. Alla vigilia del secondo round dell'
interrogatorio Taormina-Abbatino, è sceso in campo Andreotti. In un' intervista
a Panorama l' ex presidente del Consiglio afferma di aver saputo da Vincenzo
Parisi (il capo della polizia scomparso nel dicembre '95) che i pentiti si
vedevano triplicato il compenso non appena facevano il suo nome. "Quando
Parisi morì - afferma Andreotti - scrissi subito al ministro dell' Interno,
Antonio Brancaccio, che l' ex capo della polizia mi aveva promesso di
testimoniare in dibattimento questa verità, pregandolo di fare in modo che le
carte d' archivio del servizio di protezione dei pentiti non fossero
manipolate. Poi scrissi le stesse cose ai successori di Brancaccio, Coronas e
Napolitano. Speriamo bene". Giuliano Ferrara, autore dell' intervista,
integra le affermazioni di Andreotti con una rivelazione: secondo fonti definite
"credibili", il pentito Balduccio Di Maggio non ha preso mezzo
miliardo ma un miliardo e mezzo, con la dicitura "per acconto".
Nessuna reazione, fino a ora, dal ministro dell' Interno. Reagisce invece l' ex
ministro Claudio Vitalone, a Perugia per il processo Pecorelli. "Esiste
una gestione occulta dei pentiti - afferma - e noi intendiamo verificare se c'
è un rapporto tra certi repentini mutamenti di versione, in chiave accusatoria,
e il trattamento economico". Secondo l' ex ministro, il timore per questo
tentativo di verifica è all' origine della violentissima reazione del pentito
Maurizio Abbatino ("Le sparerò in testa personalmente") contro l'
avvocato Taormina. Nell' intervista a Panorama, Andreotti parla anche d' altro.
Dice di sognare Giancarlo Caselli che ammette la debolezza dell' accusa
("C' è un processo in corso a Palermo, ne attendiamo serenamente le
conclusioni" ha detto ieri il procuratore), ma subito dopo afferma di aver
visto nel comportamento dei pm "una punta di malafede". Quindi dà un
"consiglio" alla stampa: "Andate a guardare l' inquietante
mistero del maresciallo Lombardo, quel milite dell' Arma che si uccise alla
vigilia di un viaggio in America... Ho l' impressione che gli oltranzisti dell'
antimafia non avessero alcuna intenzione di consentire a Tano Badalamenti di
tornare in Italia..." Ma ieri - nell' aula bunker di Perugia - un elemento
di qualche rilievo per l' accusa ha trovato conferma. Interrogato come teste,
Carlo Zaccaria, 61 anni, collaboratore di Andreotti fin dal 1972, ha detto che
il presidente del Consiglio gli chiese di andare da Ezio Radaelli per dirgli
che gli avrebbe fatto piacere se non avesse fatto il suo nome "a proposito
degli assegni". Il fatto risale al '93 quando Radaelli (l' inventore del
'Cantagiro' ) fu interrogato sulla provenienza di assegni per 140 milioni
ricevuti da collaboratori di Andreotti per l' organizzazione di spettacoli a
favore della Dc. Quegli assegni provenivano dal contributo in nero destinato
negli anni '70 dalla Sir di Nino Rovelli ai politici. Perché Andreotti
"gradiva" che il suo nome non venisse fatto? Secondo l' accusa perché
per quella stessa vicenda, qualche mese prima di essere ucciso, Mino Pecorelli
aveva tentato di ricattarlo. La storia degli assegni, se fosse emersa, avrebbe
dunque sostenuto uno dei moventi ipotizzato dall' accusa. Radaelli, convocato
per l' udienza di ieri, non si è presentato e ha inviato un certificato medico.
La corte d' assise ha ordinato una visita medica per stabilire come ascoltarlo.
BOX IL SONDAGGIO MA I PARLAMENTARI PDS 'ASSOLVONO' GIULIO "Assolto"
in Parlamento Giulio Andreotti dall' accusa di concorso esterno con la mafia.
E' quanto emerge da un sondaggio, "non scientifico", svolto da
Panorama che il settimanale pubblica nel numero oggi in edicola. Tra i parlamentari
intervistati, 52 ritengono che il senatore a vita sia innocente, contro 20
decisamente colpevolisti, 4 che non credono più alla colpevolezza e 24 quelli
che aspettano il giudizio della magistratura. Il dato ancora più sorprendente,
secondo Panorama, è che gran parte degli innocentisti è di sinistra, in
particolare del Pds. Il sondaggio accompagna una intervista ad Andreotti del
direttore di Panorama Giuliano Ferrara, che polemizza apertamente con la
procura di Palermo, titolare dell' inchiesta sul senatore a vita. "Questo
non è un articolo - scrive Ferrara sul filo del paradosso - è piuttosto l'
ennesimo capitolo di un complotto per delegittimare la procura, per incrinare
la credibilità di Giancarlo Caselli e Guido Lo Forte".
la Repubblica - Sabato, 8 marzo 1997 - pagina 22
Giovanni Maria Bellu
Pecorelli: il pentito non si scusa per le minacce. Il
legale lo mette sotto torchio
DUELLO FRA TAORMINA E ABBATINO
UDIENZA KERMESSE A PERUGIA
Scontri, proteste e colpi di scena
in aula
PERUGIA - Maurizio Abbatino è un pentito che ha
compiuto direttamente, e confessato, una decina di omicidi. Claudio Vitalone è
un ex magistrato ed ex ministro accusato (assieme a un ex premier, Giulio
Andreotti) di averne ordinato uno, quello del giornalista Mino Pecorelli. E'
possibile che il primo avesse paura del secondo? Tanta paura da decidere di
fare il suo nome solo dopo 46 interrogatori? Questa domanda - che è uno dei
nodi del processo - ieri è stata al centro d' una udienza tesissima. Abbatino
ha ripetuto le sue accuse all' ex ministro e a Massimo Carminati, a cui ha
attribuito il ruolo di killer del giornalista, e ai "siciliani",
rappresentanti in questo processo dal boss mafioso Pippo Calò. La difesa l' ha
incalzato con decine di domande. Non solo sui fatti, ma anche - e spesso
soprattutto - sull' origine delle sue rivelazioni. Il processo Pecorelli è
sempre più due processi: quello dell' accusa agli imputati, quello della difesa
ai pentiti. La precedente udienza s' era conclusa con una rappresentazione
drammatica di questo stato di cose: con Abbatino che minacciava Carlo Taormina,
difensore di Vitalone, d' una "pallottola in testa" (è stata aperta
una inchiesta per minacce). Ieri Abbatino si è scusato con tutti - la corte, i
pubblici ministeri - ma non con Taormina. Ha sostenuto che le domande dell'
avvocato sul sistema di protezione rischiavano di creare pericoli ai suoi
familiari: "Mi sono sentito provocato". Taormina ha risposto che
quelle domande avevano un altro scopo: dimostrare che Abbatino mente quando
attribuisce alla 'paura' la sua 'confessione a rate' . "Nei suoi
precedenti 45 interrogatori - ha fatto notare Taormina al pentito - lei ha
parlato di Forlani, Piccoli, di due ex ministri della giustizia, Darida e
Vassalli, di Pennacchini, che è consulente giuridico del presidente della
Repubblica, di Torri (procuratore aggiunto a Roma), di un avvocato che ha
tirato in ballo Catenacci (attuale prefetto di Cagliari) di Misiani (ex pm
romano) di periti che avrebbero addomesticato perizie, di cancellieri
compiacenti e via dicendo...". "Perchè - ha continuato Taormina - non
ha fatto il nome di Vitalone?" "Perchè - è stata la risposta di
Abbatino - ritenevo che Vitalone fosse il più pericoloso". Ci vorranno le
arringhe per riuscire a comprendere a cosa serve questo minuzioso e spesso
estenuante lavoro di cesello fatto dalla difesa. La tesi di fondo è che a un
certo punto ai pentiti, e dunque anche ad Abbatino, qualcuno
"suggerì" qualcosa. E' la tesi del "Grande complotto" della
quale, nell' udienza di ieri, sono emersi alcuni frammenti. Il momento di
maggior difficoltà Abbatino l' ha avuto durante l' interrogatorio condotto da
Giosuè Naso, difensore di Carminati. In mattinata il pentito aveva collegato la
sua conoscenza di Carminati alle confidenze avute da un complice sull' omicidio
Pecorelli. Nel pomeriggio ha mutato versione, e ha parlato d' una conoscenza
precedente. E' una circostanza di rilievo. Così quando, in una fase molto
concitata dell' interrogatorio, Naso ha parlato di una certa
"ignoranza" dimostrata da Abbatino, il pentito ha reagito: "C' è
scritto da qualche parte che per fare il delinquente ci vuole la laurea? Non
accetto provocazioni". E poi: "Lei, avvocato Naso, è un amorale.
Prende i soldi dai delinquenti". Detto questo, Abbatino ha annunciato che
non avrebbe più risposto ad alcuna domanda e, infine, ha nuovamente cambiato
idea. Qua la confusione ha raggiunto l' apice. L' interrogatorio andava chiuso
(tesi della difesa) o invece doveva proseguire (tesi dei pm e della parte
civile)? Dopo un' ora di camera di consiglio la corte ha deciso di andare
avanti.
la Repubblica - Domenica, 20 aprile 1997 - pagina 17
Per il processo Pecorelli
SCALFARI A PERUGIA 'DALLA CHIESA
COME DI PIETRO'
PERUGIA - "Il generale Carlo Alberto Dalla
Chiesa? Per come si comportava mi ricorda tanto Antonio Di Pietro". E' il
parere di Eugenio Scalfari, che ha testimoniato ieri davanti alla Corte d'
Assise di Perugia nel processo per l' omicidio di Mino Pecorelli. "Dalla
Chiesa - ha detto Scalfari - mi ricorda Di Pietro per la sua onnipresenza e
perché anche lui si sentiva indispensabile in ogni occasione. Un modo di fare
che aveva procurato un certo fastidio nei vertici dei carabinieri".
la Repubblica - Sabato, 10 maggio 1997 - pagina 12
POLITICA E GIUSTIZIA
TRE CASI ECCELLENTI
Giulio Andreotti L' OMICIDIO DI MINO PECORELLI Cadono
le tre testimonianze fondamentali dell' inchiesta NAPOLI - Il processo per l'
omicidio del giornalista Mino Pecorelli, con la modifica dell' articolo 513
perderebbe uno dei capitoli fondamentali per l' accusa, quello del movente. Se
la corte dovesse stralciare le deposizioni in istruttoria di tre testimoni,
indagati per reato connesso e che in aula si sono già avvalsi della facoltà di
non rispondere, mancherebbe la ricostruzione della cena (alla quale partecipò anche
Claudio Vitalone, imputato nel processo insieme a Giulio Andreotti) durante la
quale Mino Pecorelli sarebbe stato convinto a non pubblicare un servizio
giornalistico sugli "assegni del Presidente". La cena e le pressioni
degli andreottiani su Pecorelli sono la chiave di volta del processo. Le tre
testimonianze furono "dichiarazioni assistite" nel senso che erano
presenti i legali di fiducia, cosa diversa quindi dalle dichiarazioni di
pentiti. Silvio Berlusconi LE TANGENTI ALLA FINANZA Prescrizione certa: i tempi
sono troppo stretti MILANO - Il "rischio prescrizione" legato alla
modifica dell' articolo 513, per il pool Mani Pulite ha soprattutto un nome:
Silvio Berlusconi. E' l' ex presidente del Consiglio, infatti, l' imputato più
vicino a vedere le sue accuse cancellate dal colpo di spugna del tempo
trascorso: almeno per quanto riguarda il processo principale, che lo vede
accusato di corruzione per le tangenti versate dalla Fininvest alla Guardia di
finanza. Uno solo dei quattro capi di imputazione è recente, quello per la
vicenda Telepiù, dove le tangenti sarebbero state versate nel 1994: ma è anche
quello dove le prove sono più vaghe. Se cade questa imputazione, l' accusa meno
remota rimane quella per le tangenti Mediolanum, dell' aprile 1992. Per non essere
prescritto, il processo dovrebbe arrivare alla sentenza definitiva entro l'
ottobre 1999. Prospettiva improbabile. Francesco De Lorenzo LE INCHIESTE SULLA
MALASANITA' Sarebbe un 'aiuto' anche per Duilio Poggiolini NAPOLI - I processi
sulla malasanità, a Napoli, sono quelli che i pubblici ministeri ritengono a
"forte rischio" se passerà il disegno di legge del Senato. Si tratta
di due dibattimenti: uno riguarda Francesco De Lorenzo (condannato a 8 anni e 4
mesi in primo grado); l' altro, appena iniziato, vede alla sbarra, con altri
118 imputati, Duilio Poggiolini e Pierr Di Maria. 120 imputati. Nel processo De
Lorenzo, quasi 100 imputati in procedimento connesso si sono avvalsi della
facoltà di non rispondere. Con la riforma annunciata non sarà più possibile
utilizzare le loro testimonianze davanti ai pm e i magistrati ritengono assai
improbabile che questi co-imputati accettino di ripetere le accuse in
tribunale. Discorso simile per l' altro processo alla malasanità. Senza
contare, dicono in procura, che la prescrizione dei reati ormai non è lontana.
la Repubblica - Domenica, 7 settembre 1997 - pagina
16
ATTILIO BOLZONI
Dagli Usa la richiesta del boss dopo la deposizione
del tenente Canale all' Antimafia
BADALAMENTI INSISTE 'PRONTO A
RITORNARE'
Vuole parlare di Pecorelli e
Andreotti Già nel 1994 don Tano ebbe la possibilità di venire a parlare con un
giudice di Perugia. Ma poi non se ne fece nulla
PALERMO - Don Tano fa sapere un' altra volta che
vuole tornare in Italia. Vuole tornare per raccontare le sue "verità"
su Giulio Andreotti e sull' omicidio di Mino Pecorelli, vuole tornare per
dimostrare a tutti che quelle del suo vecchio amico Tommaso Buscetta erano solo
e soltanto bugiarderie. Come era ampiamente prevedibile, anzi scontato, dopo il
"numero" del tenente Canale in commissione antimafia Gaetano
Badalamenti ci riprova. E, con grande tempismo, si infila nell' ultimo
infuocato "caso Palermo" per smentire procuratori e pentiti. Con la
sua parola - la parola di Tano Battaglia, uomo d' onore di Cinisi e trafficante
internazionale di stupefacenti condannato dalla giustizia americana a 45 anni
di reclusione per traffico di eroina - si apre un' altra pagina (ma proprio
questa già letta e riletta tante volte) del libro dei veleni dell' estate
siciliana 1997. LA "NOTIZIA" della volontà di un ritorno in Italia di
don Tano è stata diffusa nella mattinata di ieri a New York dal suo legale
americano, l' avvocato Larry Schoenbach. L' avvocato in questi giorni ha
incontrato il boss in carcere, i due hanno discusso della possibilità di
"fare nuovi passi per un rientro in Italia" dopo la testimonianza del
tenente dei carabinieri Carmelo Canale a palazzo San Macuto. Testimonianza
quasi esclusivamente concentrata sul viaggio americano di suo cognato - il maresciallo
Antonino Lombardo - proprio per interrogare Badalamenti. Dichiarazione all'
agenzia Ansa dell' avvocato Schoenbach: "Ho visto ieri il mio cliente e
gli ho fatto vedere gli articoli di stampa sulla deposizione di Canale di cui
lui era totalmente all' oscuro. Badalamenti mi ha confermato che è ansioso di
tornare in Italia per difendersi nel caso Pecorelli e dire la verità".
Ricomincia così, tra Palermo e gli States, la telenovela di don Tano che vuole
tornare, di don Tano "ansioso" di raccontare, di don Tano "pronto
a vuotare il sacco". Sembra proprio una delle tante mosse di questa
partita siciliana, un gioco ad incastro all' ombra del pentimento di Angelo
Siino e della assai scomposta difesa del tenente Canale all' Antimafia. Gaetano
Badalamenti fa sapere ormai da anni "che vuole tornare", in realtà
non ne ha mai avuto alcuna intenzione. Già nel 1994 - tre anni fa ! - don Tano
aveva la possiblità di venire qui e spiegare tante cose a un giudice di Perugia
che voleva ascoltarlo sul caso Pecorelli. Il boss si è sostanzialmente
rifiutato. Perché. Così la racconta lui: "Avevo chiesto alle autorità
statunitensi di consentirmi un incontro con il mio avvocato, ma la convocazione
in Italia finì per coincidere proprio con quella data...". Per un
colloquio in carcere con il legale, don Tano perse l' "occasione" che
adesso sembra inseguire così ostinatamente. Possibile? Credibile? Comunque,
ieri, l' avvocato Larry Schoenbach ha rilanciato per l' ennesima volta la
storia del ritorno di Badalamenti. Cosa ne pensano alla Procura di Palermo?
Rispondono i magistrati del pool antimafia: "Noi Badalamenti lo aspettiamo
da molto tempo, se viene nessun problema: siamo pronti ad accoglierlo". L'
ultimo faccia a faccia tra i procuratori di Gian Carlo Caselli e il vecchio boss
di Cinisi c' è stato poco più di un anno fa, in una prigione del New Jersey
dove Tano Badalamenti sta scontando quei 45 anni per la Pizza Connection. Una
rogatoria internazionale su decine e decine di omicidi avvenuti a Palermo nei
primi Anni Ottanta. La prima domanda rivolta a don Tano fu questa: "Lei
appartiene all' organizzazione criminale denominata Cosa Nostra?". E la
prima e ultima risposta del detenuto eccellente del Federale Correctional
Institue di Fairton fu quest' altra: "Di Cosa Nostra ne ho sentito parlare
solo sui giornali". Fine dell' interrogatorio.
la Repubblica - Domenica, 7 settembre 1997 - pagina
16
L' INTERVISTA Scettico Luigi Li Gotti, il difensore
di Tommaso Buscetta
'E' UNA SCIOCCHEZZA, NON VERRA' MAI'
ROMA - "Io so che Tano Badalamenti ha rifiutato
per due volte di venire in Italia. E lo stesso avvocato Larry Schoebach mi
disse durante un colloquio registrato dagli inquirenti: 'Sarei un pazzo a
consigliare al mio cliente di lasciare un carcere statunitense per trasferirsi
in uno italiano' . A meno che non si penta. Ma conosco Badalamenti...".
Luigi Li Gotti, legale di Tommaso Buscetta, sorride con ironia alla notizia di
un paventato rientro del boss adesso in cella nel New Jersey, dopo la
testimonianza del tenente Carmelo Canale all' Antimafia. Avvocato, Schoebach
sostiene di avere incontrato Badalamenti "ansioso di tornare in Italia per
difendersi nel caso Pecorelli e dire la verità". Anche per dimostrare che
"Buscetta mente e ha mentito per molto tempo". "Badalamenti è
imputato a Perugia e, come dispone la legge, è stato già messo in condizione di
venire o no. Del resto a ogni udienza l' imputato Badalamenti viene chiamato
dai giudici e poi dichiarato contumace. La verità è che Schoebach pensa che in
Italia i processi si possano fare con i giornali. Invece non è così".
Durante il noto colloquio tra lei e Schoebach, questi sostiene invece di sapere
che Buscetta dice la verità e che Badalamenti sarebbe venuto in Italia soltanto
in cambio di aiuto al processo 'Pizza Connection' ... "Sì, disse qualcosa
del genere. Ma sono parole pronunciate dall' avvocato e non da Badalamenti. A
lui in realtà interessava soltanto il processo americano e sapeva benissimo,
come risulta dalle registrazioni, che "Badalamenti non avrebbe aperto
bocca in un' aula di giustizia". E fu faticosissimo spiegargli che per la
legge italiana il silenzio non è assenso, che è silenzio e basta".