la Repubblica - Mercoledì, 10 giugno 1998 - pagina 21
"Il Foglio": Brusca lo disse in udienza
"MORTI IN MENO SE I GIUDICI MI
CREDEVANO"
PERUGIA - "Ci sarebbe stato qualche morto in
meno" di mafia in Sicilia se i magistrati di Palermo, Firenze e Caltanissetta
avessero creduto alle parole di Giovanni Brusca? Il lungo racconto di colloqui
tra Brusca e i magistrati delle tre procure sul tema è riportato sul quotidiano
"Il Foglio" di ieri e il giornalista che lo firma, Lino Jannuzzi,
conferma all' Ansa di aver trascritto le tesi di Brusca "riassumendo, ma
con le parole testuali, la registrazione del l' udienza". Ma né i pm, né
gli avvocati, né i cronisti che la scorsa settimana erano all' udienza del
processo per l' omicidio Pecorelli, a Perugia, ricordano questa frase o altri
riferimenti a Balduccio Di Maggio. L' ex boss di San Giuseppe Jato ha già
deposto due volte davanti ai giudici perugini, all' inizio di maggio e martedì
della passata settimana. In quest' ultima occasione aveva riferito, tra l'
altro, di un presunto incontro tra Totò Riina e Giulio Andreotti che sarebbe
avvenuto dopo le elezioni politiche del 1987 quando la mafia - secondo il suo
racconto - aveva deciso di appoggiare il Psi perchè infastidita dai
provvedimenti contro Cosa nostra adottati dallo Stato. Anche a maggio Brusca
aveva parlato a lungo dell' ex presidente del Consiglio e della decisione della
mafia di uccidere il giornalista Giò Marrazzo. La sua deposizione è durata
complessivamente diverse ore ed è stata trascritta in molte pagine di verbali,
non ancora ritirati da tutte le parti conivolte nel processo Pecorelli. Sempre
secondo Il Foglio, nell' ultima udienza Brusca ha anche detto: "Non solo
non mi hanno creduto, ma la procura di Palermo mi ha anche denunciato per
calunnia...". Tra le prime dichiarazioni fatte dal boss ci fu il racconto
di un presunto viaggio in aereo con il presidente della Camera, Luciano
Violante, episodio poi risultato totalmente falso ed anzi parte di una
strategia di discredito delle isti tuzioni e dei collaboratori di giustizia.
la Repubblica - Martedì, 6 ottobre 1998 - pagina 25
Andreotti in aula: "Non sono io il
mandante"
"PECORELLI? NON LO
CONOSCEVO"
Perugia, il senatore per la prima
volta alla sbarra per l' omicidio del giornalista di "Op"
PERUGIA (a.f.) - Quella di ieri è stata la prima
volta del senatore Giulio Andreotti sul banco degli imputati per un omicidio.
Ha dovuto difendersi dall' accusa di essere il mandante del delitto del
giornalista Mino Pecorelli. Contro di lui le testimonianze di pentiti di mafia
come Tommaso Buscetta e di collaboratori di giustizia che hanno militato nella
banda della Magliana, come Antonio Mancini. L' ex presidente del Consiglio, l'
ex ministro Claudio Vitalone, il boss Gaetano Badalamenti e Pippo Calò sono,
secondo l' accusa, gli ideatori dell' assassinio del giornalista avvenuto a
Roma il 20 marzo 1979. Quattro colpi di pistola per eliminare un giornalista
scomodo esplosi dalle armi di due killer, Massimo Carminati e Michelangelo La
Barbera. La sentenza di rinvio a giudizio individua il movente nelle notizie
che il direttore di "Op" avrebbe potuto pubblicare: dallo scandalo
Italcasse, alle vicende del banchiere Michele Sindona, dai finanziamenti
illeciti alla Dc, ai memoriali di Aldo Moro. Notizie che avrebbero potuto danneggiare
la corrente andreottiana, "il gruppo primavera", come ha più volte
precisato, con puntiglio, durante l' udienza il senatore a vita. L' imputato
Giulio Andreotti ha risposto alle domande dei pubblici ministeri Fausto
Cardella e Alessandro Cannevale per quasi otto ore con l' aiuto dei suoi diari
(diventati successi letterari), ricorrendo all' ironia quando il processo
scivola negli aneddoti, calibrando dosi di sarcasmo quando le domande diventano
dirette ed entrano nel vivo delle accuse. La linea difensiva intanto prende
corpo: l' ex presidente del Consiglio non conosceva Mino Pecorelli; quello che
pubblicava "Op" non rappresentava una minaccia per la sua carriera
politica; i pentiti lo accusano perché sono stipendiati e manovrati da "un
suggeritore". Al "suggeritore", Giulio Andreotti non sa dare un
nome "per ora devo parlare di ignoti", ma, ha detto in aula,
"non mi darò pace fino a quando non avrò individuato i responsabili".
Al pm che chiede di specificare di chi si tratti, l' imputato risponde:
"Se lei mi aiutasse le sarei molto grato". E poi ancora aggiunge:
"Davo molto fastidio - ha aggiunto - a chi voleva cambiare l' Italia in un
senso o nell' altro". Sulla mafia: "Ero ingombrante... Il mio governo
ha adottato i provvedimenti più duri per la lotta contro la criminalità
organizzata". Un altro sorso d' acqua da un bicchiere di carta e continua
a rispondere alle domande chiuso nel suo doppiopetto gessato blu. L'
interrogatorio, sospeso alle 19, riprenderà questa mattina.
la Repubblica - Martedì, 6 ottobre 1998 - pagina 25
di ALVARO FIORUCCI
Botta e risposta con i pm. "Il dattiloscritto
trovato nel ' 78 diverso da quello del 90"
"LE DUE VERSIONI DEL MEMORIALE
MORO" L' INTERROGATORIO
PERUGIA - Il capitolo dei pentiti di mafia è l' unico
che per qualche attimo incrina la calma di Giulio Andreotti seduto sul banco
degli imputati. Gli fanno alzare la voce e non sentire i richiami del
presidente Giancarlo Orzella. "Mi scusi presidente, ma sentirsi dire che
hai fatto uccidere... che la mafia ha ucciso per farti un piacere... ma come si
fa... presidente". è un momento, poi il confronto con la pubblica accusa
riprende per andare avanti senza particolari sussulti per l' intera giornata.
Pm. Buscetta afferma che Gaetano Badalamenti avrebbe incontrato Andreotti e che
Andreotti avrebbe detto che "di persone come il boss ce ne vorrebbero una
ogni piazza". Andreotti. "Cose del genere io non le direi neppure per
Rita Montalcini o Carlo Rubbia. La Corte potrebbe informarsi sullo stipendio
che percepiscono i pentiti per capire meglio quanto è accaduto". Pm. Lei
conosceva la rivista Op? Come giudicava quella pubblicazione? A. "Una
pubblicazione con gli aculei che probabilmente aveva entrature negli ambienti
militari. Non la leggevo, ma mi capitava di trovarla nella rassegna stampa
quando conteneva qualche notizia rilevante". Pm. La prego di ricordare...
A. "Certo io sono qui per aiutare la giustizia, il mio atteggiamento vuole
essere collaborativo senza essere un collaboratore". Pm. Conosceva
Pecorelli? A. "Mai conosciuto di persona. Franco Evangelisti mi parlò di
un giornalista che come me soffriva di emicrania e così gli inviai un farmaco
svizzero che stavo sperimentando e ne ricevetti una lettera di
ringraziamento". Pm. Franco Evangelisti Le ha fatto mai vedere la copertina
di Op dal titolo "Gli assegni del presidente"? A. "No. Quando
Franco ipotizzò che Pecorelli potesse scrivere di quella vicenda non gli detti
peso perché a me non faceva né caldo né freddo. Era una storia vecchia di più
di un anno". Pm. Sapeva che Franco Evangelisti finanziava la rivista di
Pecorelli? A. "No, assolutamente". Pm. Della cena alla "Famiglia
piemontese" (una cena alla quale avrebbero partecipato secondo l' accusa
Vitalone e Pecorelli e che sarebbe servita per convincere il giornalista a non pubblicare
il servizio sui fondi neri dell' Italcasse e a cambiare copertina, ndr) che
cosa può dire? A. "Che ne ho sentito parlare soltanto quando ha assunto
rilievo processuale". Pm. Nel marzo del 1979 ci fu una crisi politica...
A. "Successe quello che potrebbe succedere oggi, se non ho letto male i
giornali". Dalle prime battute dell' interrogatorio il senatore Giulio
Andreotti chiede alla Corte "cinque minuti per fare chiarezza" sui
memoriali di Aldo Moro. Li chiede più volte ma dovrà aspettare più di cinque
ore prima di poter affrontare l' argomento che ritiene "importante forse
anche fuori di quest' aula". L' avvicinamento comincia quando i pubblici
ministeri vogliono chiarire i suoi rapporti con il generale Carlo Alberto Dalla
Chiesa dal quale secondo l' accusa avrebbe avuto anticipazioni sul contenuto
dei documenti trovati nella base terroristica di via Monte Nevoso. Pm. Senatore
ha incontrato il generale nei giorni del ritrovamento degli scritti di Aldo
Moro prigioniero delle Brigate rosse? A. "Lo escludo. Non ho mai avuto
incontri con Carlo Alberto Dalla Chiesa che avessero per argomento i memoriali.
La notizia del ritrovamento l' ho avuta dal ministro Rognoni". Pm.
Evangelisti però ha parlato di una visita annunciata... A. "Franco Evangelisti
avrà fatto confusione. Non sapevo nulla di quella operazione". Pm. Si
ricorda che Pecorelli sosteneva l' incompletezza degli scritti? A. "Sì l'
ho letto sui giornali... Ma consentitemi di spendere cinque minuti sull'
argomento. Da due anni si fa una grande confusione. Si sostiene che il
memoriale dattiloscritto e ritrovato nel 1978 sarebbe diverso da quello
manoscritto recuperato nel 1990. Non è così. Tutto quello che mi riguarda
direttamente è identico. C' è una sola variante sulla Montedison, ma è
irrilevante. Ci sono invece delle diversità che non mi riguardano ma che
ritengo importanti. Nel dattiloscritto ad esempio a proposito della vicenda dei
finanziamenti Italcasse c' è l' espressione "grande elemosiniere";
nel manoscritto è diverso e si parla di "canale di rifornimento". Non
è la stessa cosa. Secondo me quando Moro si è reso conto che la trattativa con
le Br non avrebbe avuto sbocchi ha tentato un' operazione di avvicinamento. Ha
cercato di convincere le Brigate rosse che a loro sarebbe stato più utile da
vivo con un ruolo di contrapposizione e motivo di contestazione. Ha cercato di
dare una sensazione di rottura. Questo spiega le accuse a Zaccagnini e a
Taviani, le dimissioni, l' annuncio del passaggio al gruppo misto". Pm.
Scusi senatore sulla sua agenda il 28 ottobre 1978 c' è un appunto: Dalla
Chiesa. A. "L' ho incontrato due volte ma non nel periodo del ritrovamento
dei memoriali, come ho detto poco fa".