la Repubblica - Venerdì, 15 gennaio 1999 - pagina 8

di CONCITA DE GREGORIO

 

Quel che resta della Dc saluta a Palazzo Madama gli ottant' anni del senatore. Il telegramma di Giovanni Paolo II

L' ASSOLUZIONE DEL PAPA PER LA FESTA DI ANDREOTTI "SE FOSSI ARRIVATO ALLA SECONDA VITA SUI TAPPETI ROSSI AVREI RISCHIATO L' INFELICITÀ ETERNA PER LA LEGGE DEL CONTRAPPASSO" LA CERIMONIA

 

ROMA - Ha compiuto ottant' anni e non centocinquanta, c' era già quando c' era il re e c' è ancora: identico, il profilo è sulle monete dei giochi in scatola della politica, magro e diritto, cravatta coi nodi da vela che nemmeno Marini si azzarda, da giovani ci si veste da vecchi per sembrare autorevoli, Marini potrebbe con abbondanza essere suo figlio e difatti è lì che dice: "Molto, mi ha insegnato Andreotti. Prima di tutto a prestare attenzione a ciascuno, sempre...". Tre cravatte di Hermes, gli ha regalato. Nove e mezzo di mattina, al Senato. Quel che resta della Dc di allora è qui ad aspettare Giulio Andreotti che nel frattempo è già stato a messa, è passato dall' ufficio, ha parlato al telefono con D' Alema che lo chiamava per gli auguri ("sapesse, presidente, quanto la penso adesso che sono dentro palazzo Chigi"), ha ricevuto il telegramma del Papa, ha richiamato in Vaticano per ringraziare, ha sbrigato la corrispondenza del giorno ed è arrivato a piedi, il telegramma del papa in tasca perchè va letto, scusate la mancanza di discrezione ma va letto, è una specie di assoluzione plenaria che suona così: "Auspichiamo che le pene e le sofferenze su di lei avversatesi possano rivelarsi fonte di bene per lei e per l' intera società italiana". Le sofferenze provocate da Caselli, che giusto in queste ore lima e rilegge la sua imminente requisitoria al processo di Palermo, come viatico verso la gloria nell' alto dei cieli. Gloria sua e dell' Italia tutta, parola di papa. Perciò nessuno stupore se l' inaccessibile imperscrutabile custode della storia politica italiana qui si commuove, e si schiarisce la voce un istante. Tutti gli auguri fanno piacere, ma quando il papa ti scrive che le disgrazie (giudiziarie, si suppone: altre non sono rilevate, salvo una sorella morta a diciott' anni ma Giovanni Paolo II scriveva testi di teatro, allora) quando il papa dice che i processi ti procureranno il Paradiso c' è di che meditare un momento, e proporre il tema alla collettività. I presenti sono infatti parecchio impressionati, più d' uno (Nicola Mancino, Ombretta Carulli) annuisce. Andreotti spiega il senso dell' assoluzione papale, caso mai non fosse chiaro: "Se fossi arrivato alla seconda vita pieno di elogi e coi tappeti rossi forse la legge del contrappasso mi avrebbe condotto a rischiare l' infelicità eterna". Invece così, con tutte quelle faccende che i giornali tedeschi, per dire, giusto oggi rielencano (l' omicidio di Pecorelli, Sindona, "scandali di corruzione e mafia, un gigantesco indebitamento pubblico e la paralisi burocratica, economia disastrosa eredità dell' epoca in cui era alla guida del Paese", i processi per mafia), così, dice Andreotti, "chissà che non mi riesca di conquistarmi un posticino anche in Paradiso". è possibile, significano gli applausi ora di seguito. "Le auguro di uscire presto dalle sue vicende più amare", si rallegra Nicola Mancino. "La Procura di Palermo per fortuna non è "lo Stato". Lo Stato è anche questo che festeggia gli ottant' anni di un uomo di eccezione", ragiona Francesco Cossiga che tiene nel frattempo una privata sessione di interviste su Prodi e su Marini, sul governo e sulla storia, su come siano buone le patate cotte nello strutto che si cucinano a Bruxelles, Prodi che è un bongustaio emiliano ci pensi bene a rinunciare all' Europa per una vana ripicca con palazzo Chigi, che tanto è già occupato, sul senso di essere democristiani: "Siamo una razza, noi". Della vecchia razza però qui oggi sono in pochi. Magari gli altri partecipano ai festeggiamenti privati a casa del senatore. Qui c' è Taviani, c' è Elia che ha portato in dono le Epistole di Cicerone, ci sono piuttosto notabili di altri partiti: Salvi, Del Turco, Maceratini. Qualcuno ricorda che anche la Tass, l' agenzia russa, celebra Andreotti: nessun cenno alle vicende giudiziarie, un encomio per il fatto che in commissione Esteri è "tra i componenti più disciplinati e presenti". Disciplina, certo. Lui ascolta e dice che gli pare di essere commemorato da vivo, che fa un certo effetto. Poi torna al tema prediletto, il tema papale. "Anche Giulio Cesare commise degli errori: nominò moltissimi senatori credendo di essersi circondato di amici, ma la mattina che non gli andò bene in Senato non c' era nessuno: erano tutti in missione o in congedo". La mattina che neanche ad Andreotti andò bene non c' era la folla intorno. Poi sono tornati tutti: a festeggiarlo, a dire vedrai che passa e porta bene, l' ha scritto anche il papa.

 

la Repubblica - Sabato, 1 maggio 1999 - pagina 2

dal nostro inviato GIOVANNI MARIA BELLU

 

"Pecorelli sapeva troppo, il senatore ordinò di ucciderlo"

I PM: ERGASTOLO PER ANDREOTTI

 

PERUGIA - Ergastolo. Per Giulio Andreotti, senatore a vita ed ex presidente del Consiglio; per Claudio Vitalone, ex ministro della Repubblica e magistrato. Ergastolo anche per Gaetano Badalamenti, vecchio boss della mafia perdente detenuto negli Usa, e per Pippo Calò, faccendiere di Cosa Nostra recluso in Italia. Furono loro - secondo la pubblica accusa - a ordinare l' omicidio di Carmine Pecorelli, noto Mino, giornalista discusso e scomodo che alle 16,07 di ieri ha avuto - a vent' anni dalla morte - una pubblica, appassionata e inaspettata riabilitazione: "Uno spregiudicato e scanzonato avventuriero della notizia", l' ha definito il pm Alessandro Cannevale. Rosita, la sorella del giornalista, alla parola "ergastolo" ha pianto: "Avevo detto immediatamente che quello di Mino era un delitto di Stato". Erano le 20,30 del 20 marzo 1979 - vale a dire mille anni politici fa, poco dopo il sequestro Moro, nel pieno degli anni di piombo - quando Pecorelli, subito dopo essere salito a bordo della sua Citroen verde parcheggiata in via Orazio, a Roma, fu ucciso con quattro colpi di pistola. Esecutore materiale, secondo l' accusa, Angelo La Barbera, killer di Cosa Nostra. Fornitore dell' arma e "palo" Massimo Carminati, membro di una gang che all' epoca controllava buona parte dei traffici illeciti nella capitale, la Banda della Magliana. E sono gli altri due ergastoli chiesti ieri. Movente: tappare per sempre la bocca a un personaggio incontrollabile che custodiva nella sua testa e nel suo archivio un autentico arsenale di notizie che avrebbero potuto distruggere la carriera politica dell' attuale senatore a vita. Ma quando si arriva ad articolarlo, questo movente, le cose diventano complesse. C' è intanto una storia di finanziamenti illeciti, per un totale di 150 milioni, che Andreotti ricevette da Nino Rovelli, presidente del gruppo Sir. "Gli assegni del presidente" li chiamava Pecorelli che aveva intitolato proprio così un numero della sua rivista "Op, osservatorio politico" che non andò mai in edicola perché alla fine del gennaio del 1979, durante una cena con Vitalone e altri personaggi in un ristorante romano, accettò di bloccarne la distribuzione in cambio di trenta milioni. Ma Pecorelli non sapeva solo la storia degli assegni. Attraverso un' altra futura vittima delle trame nazionali - il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa - conosceva la parte dedicata ad Andreotti e allo scandalo Italcasse del memoriale scritto da Aldo Moro durante la sua prigionia. Proprio la parte che sarebbe emersa solo undici anni dopo, a Milano, in via Montenevoso, durante i lavori di ristrutturazione di un ex covo brigatista. Per questo - benché avesse accettato quei trenta milioni - si decise che andava comunque ucciso. Pecorelli, con quelle notizie, era una mina sempre innescata sotto le varie poltrone di Andreotti. Fu Vitalone, dopo aver informato l' attuale senatore a vita, ad avviare la catena di comando. Si rivolse a due suoi amici, i cugini Salvo, Nino e Ignazio (un altro morto ammazzato). Questi informarono Badalamenti e Bontate (l' ha detto Tommaso Buscetta) che misero in azione Pippo Calò, rappresentante di Cosa Nostra a Roma, in contatto con la banda della Magliana. Il reperimento dei due killer fu facile: uno per ciascuna gang. C' era uno strano clima ieri nell' aula-bunker di Capanne, a venti chilometri da Perugia, dove da tre anni si tiene il processo. Le gabbie vuote, in aula un solo imputato dei due liberi, Claudio Vitalone: un abito grigio in mezzo a una moltitudine di toghe nere. C' era clima di attesa e di stupore: come se improvvisamente si scoprisse che quell' eterna e spesso tediosa serie di udienze (centoventotto) era un processo vero. Un processo per "un delitto feroce e freddamente premeditato", come ha ricordato Cannevale poco prima di pronunciare la parola "ergastolo" (più le ' pene accessorie' che, per Andreotti, significa la perdita del seggio). Quasi ovvio, quasi scontato. L' ha riconosciuto anche la difesa: con quelle premesse la conclusione non poteva essere che il carcere a vita. Eppure... "Uno shock", ha detto la stessa sorella dell' imputato. Il "Padrino", il "Superpadrino", "il divo Giulio" - come Pecorelli chiamava Andreotti nei suoi articoli - mandante di un omicidio. Dal Senato a vita al carcere a vita. Un processo indiziario, con una accusa sostenuta da un complicatissimo mosaico di riscontri incrociati, di dichiarazioni di pentiti, di minuziose indagini sulle amicizie degli imputati. Un processo che per buona parte s' intreccia con quello di Palermo dove Andreotti rischia altri quattordici anni per concorso in associazione mafiosa. C' è dunque il bacio di Riina (a cui anche qua l' accusa crede), ci sono i viaggi di Andreotti in Sicilia. Ci sono Michele Sindona, c' è il delitto Ambrosoli. C' è l' omicidio di Salvo Lima. C' è, in più, la figura di Claudio Vitalone, con le sue conoscenze nella mala romana. C' è anche l' atteggiamento processuale dei due imputati a proposito del quale il pm Fausto Cardella (la requisitoria, durata oltre 40 ore, è stata pronunciata a staffetta da due pubblici ministeri alla presenza del procuratore capo) ha avuto parole durissime: "Solo Andreotti e Vitalone continuano a mentire". E ancora: "Da come Andreotti si difende sembra che sia vissuto in un altro pianeta, ma soprattutto vorrebbe che voi giudici foste di un altro pianeta". Un Andreotti-Belzebù, e forse anche un po' peggio: freddo, cinico, spietato. E consapevole di tutto. Perché non poteva che essere consapevole un uomo che, nel 1975, aveva incontrato Badalamenti latitante per parlare di un processo da aggiustare (è un' altra accusa di Buscetta). Un uomo che, secondo l' accusa, cominciò a legiferare contro la mafia solo nel 1989 quando ormai la rete di relazioni dentro la quale era maturato l' omicidio Pecorelli non serviva più. "La malafede di Andreotti - ha detto ancora il pm - è chiara".

 

la Repubblica - Sabato, 1 maggio 1999 - pagina 1

di GIORGIO BOCCA

 

PROCESSO AL POTERE

 

ANDREOTTI, ergastolo. La richiesta al processo di Perugia ha percorso il paese, i palazzi del potere, ma anche le case dei cittadini comuni come un fulmine in gran tempesta: gli dei se ne vanno, dopo il muro di Berlino altri muri di poteri indiscutibili sembrano sgretolarsi. Una richiesta di condanna non è una condanna. MA una richiesta di ergastolo per l' uomo che per mezzo secolo è stato il simbolo vivente del potere, di un potere così sicuro di sé da fargli rispondere a ogni attacco con la suprema ironia di un supremo cinismo è sempre qualcosa che scuote la nostra società dalle sue fondamenta. Le richieste dei pubblici accusatori non sono condanne né a Perugia né a Palermo, ma il fatto che due diversi tribunali abbiano chiamato l' uomo politico più potente di Italia, colui in cui quasi si immedesimava il potere democristiano e lo stile, la filosofia, il metodo democristiani, a rispondere di accuse terribili per un cittadino comune, ma mostruose per un uomo di governo a cui gli elettori si erano affidati per il bene comune, accuse come la complicità con la mafia e il mandato per l' assassinio Pecorelli, fanno pensare con angoscia che qualcosa si era rotto nel rapporto fra governati e governanti, che i primi incantati dal benessere avevano rinunciato a ogni controllo e che i secondi erano stati indotti dalla mancanza di ogni vera opposizione a ritenersi impuniti e impunibili. I difensori di Giulio Andreotti come di Bettino Craxi puntano le loro difese proprio su questa schizofrenia fra cittadini e potere: i cittadini che pensavano alla casa, all' auto, ai consumi, a un benessere arrivato troppo tardi, e il sistema politico che si riteneva al di sopra della legge comune. Si legga nel saggio di Massimo Teodori "Soldi e partiti" la storia del finanziamento della politica a partire dalla nascita della Repubblica, dal giorno in cui l' onesto De Gasperi riceve Saragat, apre un cassetto, prende cinque assegni da cinque milioni e li consegna al leader socialdemocratico. E al segretario che lo ha guardato sorpreso dirà: "Se vogliamo sconfiggere i comunisti dobbiamo finanziare i socialdemocratici. è un prezzo che dobbiamo pagare per la democrazia". Il fatto è che quel prezzo, magari accettabile nei giorni di una scelta decisiva, è poi diventato negli anni il collante di una complicità nella violazione della legge che si è estesa a tutti i partiti. Non si capisce la suprema ironia da supremo cinismo di uomini come Andreotti se non si tiene presente che per mezzo secolo la politica e anche la cultura italiane sono state come legate da una omertà generale, impenetrabile, totale sui reati commessi in nome della politica e delle sue superiori e provvidenziali necessità: non assicurava forse la libertà dei cittadini, la libera intrapresa, il riparo da nuovi autoritarismi? Diciamo anche la cultura perché in quel mezzo secolo non ci fu un centro di studi e di ricerche, una università, una scuola superiore che abbia avuto il coraggio di descrivere, di denunciare il Pac della illegalità che aveva coperto l' intero paese. Al punto che la filosofia corrente nei partiti era: il denaro dà potere e il potere serve a far denaro. In questa involuzione della cosa pubblica un potente come Andreotti, leader dell' onnipotente partito di governo, poteva convincersi che tutto o quasi gli era consentito. Perché il processo di Palermo potrà anche concludersi con una sua assoluzione, le confessioni dei pentiti compreso il bacio a Riina potranno anche essere ridicolizzate ma nessuno potrà contestare, negare che per anni nella democratica Repubblica italiana uomini legati alla mafia come Lima e i cugini Salvo e Ciancimino procuravano dei favori a Cosa nostra in cambio di voti, ministro o capo del governo Giulio Andreotti. Nessuno potrà negare o contestare che imprenditori privati potessero ottenere appalti e violare le leggi con la pubblica ostentata protezione dei potenti. "A Fra' che tte serve" dicevano a voce alta a Franco Evangelisti factotum andreottiano. Andreotti, ergastolo. è una richiesta non una condanna che con ogni probabilità non ci sarà per evitare il quarto parricidio dell' Italia unita: prima il re Umberto a Monza, poi Mussolini a piazzale Loreto, poi Moro in una prigione terrorista e ora anche Andreotti in un' aula di giustizia. Ma è un corto circuito che ha trapassato il paese come una scarica elettrica. Gli dei se ne vanno. Ci si chiede se il nostro ceto politico e chi ci vive sopra abbiano capito che almeno l' illusione dell' immunità totale è finita, che non ci sono muri che riescano a contenere per sempre i delitti e le arroganze, che anche la corruzione ha dei limiti.

 

la Repubblica - Sabato, 1 maggio 1999 - pagina 4

PROCESSO AL POTERE

 

MA una richiesta di ergastolo per l' uomo che per mezzo secolo è stato il simbolo vivente del potere, di un potere così sicuro di sé da fargli rispondere a ogni attacco con la suprema ironia di un supremo cinismo è sempre qualcosa che scuote la nostra società dalle sue fondamenta. Le richieste dei pubblici accusatori non sono condanne né a Perugia né a Palermo, ma il fatto che due diversi tribunali abbiano chiamato l' uomo politico più potente di Italia, colui in cui quasi si immedesimava il potere democristiano e lo stile, la filosofia, il metodo democristiani, a rispondere di accuse terribili per un cittadino comune, ma mostruose per un uomo di governo a cui gli elettori si erano affidati per il bene comune, accuse come la complicità con la mafia e il mandato per l' assassinio Pecorelli, fanno pensare con angoscia che qualcosa si era rotto nel rapporto fra governati e governanti, che i primi incantati dal benessere avevano rinunciato a ogni controllo e che i secondi erano stati indotti dalla mancanza di ogni vera opposizione a ritenersi impuniti e impunibili. I difensori di Giulio Andreotti come di Bettino Craxi puntano le loro difese proprio su questa schizofrenia fra cittadini e potere: i cittadini che pensavano alla casa, all' auto, ai consumi, a un benessere arrivato troppo tardi, e il sistema politico che si riteneva al di sopra della legge comune. Si legga nel saggio di Massimo Teodori "Soldi e partiti" la storia del finanziamento della politica a partire dalla nascita della Repubblica, dal giorno in cui l' onesto De Gasperi riceve Saragat, apre un cassetto, prende cinque assegni da cinque milioni e li consegna al leader socialdemocratico. E al segretario che lo ha guardato sorpreso dirà: "Se vogliamo sconfiggere i comunisti dobbiamo finanziare i socialdemocratici. è un prezzo che dobbiamo pagare per la democrazia". Il fatto è che quel prezzo, magari accettabile nei giorni di una scelta decisiva, è poi diventato negli anni il collante di una complicità nella violazione della legge che si è estesa a tutti i partiti. Non si capisce la suprema ironia da supremo cinismo di uomini come Andreotti se non si tiene presente che per mezzo secolo la politica e anche la cultura italiane sono state come legate da una omertà generale, impenetrabile, totale sui reati commessi in nome della politica e delle sue superiori e provvidenziali necessità: non assicurava forse la libertà dei cittadini, la libera intrapresa, il riparo da nuovi autoritarismi? Diciamo anche la cultura perché in quel mezzo secolo non ci fu un centro di studi e di ricerche, una università, una scuola superiore che abbia avuto il coraggio di descrivere, di denunciare il Pac della illegalità che aveva coperto l' intero paese. Al punto che la filosofia corrente nei partiti era: il denaro dà potere e il potere serve a far denaro. In questa involuzione della cosa pubblica un potente come Andreotti, leader dell' onnipotente partito di governo, poteva convincersi che tutto o quasi gli era consentito. Perché il processo di Palermo potrà anche concludersi con una sua assoluzione, le confessioni dei pentiti compreso il bacio a Riina potranno anche essere ridicolizzate ma nessuno potrà contestare, negare che per anni nella democratica Repubblica italiana uomini legati alla mafia come Lima e i cugini Salvo e Ciancimino procuravano dei favori a Cosa nostra in cambio di voti, ministro o capo del governo Giulio Andreotti. Nessuno potrà negare o contestare che imprenditori privati potessero ottenere appalti e violare le leggi con la pubblica ostentata protezione dei potenti. "A Fra' che tte serve" dicevano a voce alta a Franco Evangelisti factotum andreottiano. Andreotti, ergastolo. è una richiesta non una condanna che con ogni probabilità non ci sarà per evitare il quarto parricidio dell' Italia unita: prima il re Umberto a Monza, poi Mussolini a piazzale Loreto, poi Moro in una prigione terrorista e ora anche Andreotti in un' aula di giustizia. Ma è un corto circuito che ha trapassato il paese come una scarica elettrica. Gli dei se ne vanno. Ci si chiede se il nostro ceto politico e chi ci vive sopra abbiano capito che almeno l' illusione dell' immunità totale è finita, che non ci sono muri che riescano a contenere per sempre i delitti e le arroganze, che anche la corruzione ha dei limiti.

 

la Repubblica - Sabato, 1 maggio 1999 - pagina 2

Coppi: le procure non si smentiscono. Bongiorno: moventi alternativi

"GIUDICI IN CORDATA TRA PALERMO E PERUGIA"

 

ROMA (m.g.) - "Non sono né sconcertato, né amareggiato e neanche offeso per queste richieste. Logica conseguenza dell' impostazione data dall' accusa fin dal primo momento". Il professor Franco Coppi, legale del senatore a vita anche a Palermo, è glaciale anche se non gli sfuggirà qualche sarcasmo. "Figuriamoci se una procura può smentire l' altra. In un paese serio si doveva fare un solo processo. Invece, le accuse di mafiosità di Palermo sono usate a sostegno del teorema di Perugia. Ci manca solo che i giudici vadano in camera di consiglio assieme. Speriamo almeno che la cordata si rompa con le sentenze". Secondo Coppi c' è stata una "palese negligenza nel valutare le prove della difesa e le contraddizioni dei testimoni". "Per attaccare Andreotti si sono usati i tre fratelli Brusca, che si sono smentiti fra loro e la cui attendibilità resta molto dubbia". Giulia Bongiorno è l' altro legale dell' ex presidente del Consiglio. Commenta: "è la prima volta che sentiamo parlare di un omicidio con un movente alternativo. è cioè, da un lato, si prospetta l' ipotesi che Andreotti avrebbe fatto uccidere Pecorelli perché preoccupato della diffusione del "memoriale Moro", dall' altro che il mandato fu dato per evitare la pubblicazione della notizia, antichissima perché risale a 3 anni prima, degli "assegni al Presidente" (tangenti dello scandalo Italcasse, ndr). Dopo 20 anni, insomma, sappiamo chi ha ucciso Pecorelli. Forse fra altri venti sapremo perché". Bongiorno ricorda anche che "Buscetta non ha mai detto: ho saputo da Badalamenti di un interesse di Andreotti nell' omicidio. Si limitò ad affermare: è praticità umana crederlo. Dunque, i Pm hanno fatto deduzioni che il principale teste d' accusa non aveva azzardato".

 

la Repubblica - Sabato, 1 maggio 1999 - pagina 2

di FEDERICO GEREMICCA

 

Parla Giulio Andreotti: certi procuratori esagerano, ma io ho ancora fiducia nella corte

"L' UNICA BUONA NOTIZIA È CHE SONO ANCORA VIVO"

 

ROMA - Ironico: "Beh, meno male che non c' è la pena di morte...". Avvilito: "Pensavo che il nostro sistema giudiziario fosse più garantista". Perplesso: "Se vogliono far pagare a me i decenni di governo democristiano, io ripeto: non sono stato il Commissario unico della Repubblica italiana". Fatalista: "Sono sei anni e mezzo che, tappa dopo tappa, assisto a tutto questo: l' unica buona notizia è che posso assistervi perchè sono ancora vivo". è Giulio Andreotti, per chi non l' avesse riconosciuto dall' ironia fredda e da quell' esasperato gusto per il paradosso. è l' uomo festeggiato dal Papa e dai potenti per i suoi recenti ottant' anni; ma è anche l' uomo messo all' indice ieri dal giovane procuratore che in un' aula di tribunale ne ha chiesto l' ergastolo, con la voce che un po' tremava. Adesso che sono le otto della sera di questo afoso venerdì di fine aprile, a tremare - invece - è la voce del senatore. Ma niente equivoci, non si tratta di emozione: è il telefonino che gracchia mentre l' auto percorre un' autostrada e lo riporta da Termoli a Roma, dopo l' ennesima celebrazione in onore di padre Pio. Onestamente, non sapremmo dirvi di che umore è, il senatore: e se anche ne lasciasse trasparire uno, sarebbe pericoloso fidarsi della prima impressione. Del resto, il cimitero politico della Repubblica italiana pare sia pieno di protagonisti e comprimari che hanno commesso l' errore di fidarsi, per una volta, di Giulio Andreotti. Ma comunque, veniamo al punto. Se l' aspettava, senatore? "Cosa, la richiesta di condanna?". Sì, intanto quella. "Direi di sì, avendo visto come avevano impostato il loro castelletto di accuse. Poi, quando ho visto che i procuratori credevano addirittura a quella storia del generale Dalla Chiesa e del giornalista Pecorelli che se ne andavano insieme a nascondere o recuperare delle carte di Moro, ho capito definitivamente che le cose si mettevano male". E l' ergastolo? "Cioè?". Ha fatto parecchia impressione, in giro, il fatto che per lei sia stato chiesto l' ergastolo. "E che vuole che le dica? Non è che mi abbia fatto piacere, ma non sono impressionato: dato il castelletto di accuse, era una delle possibili conseguenze. Magari, se proprio devo dirlo, sono un po' avvilito: pensavo che il nostro sistema giudiziario fosse più garantista". Sa come è stata commentata dall' onorevole Craxi la richiesta dei giudici? "Guardi, sono in auto, non ne so niente...". Ha detto: e perchè non la pena di morte? "Ah, ah... Ma sa che le dico? Meno male che non c' è, la pena di morte". Su di lei pende una richiesta di 12 anni di carcere, avanzata dai procuratori di Palermo, e ora la pena dell' ergastolo sollecitata a Perugia: nulla da rimproverarsi? "Se è per questo, un mucchio di cose. Veda, è possibile che abbia fatto molti errori nella mia vita: ma con la mafia e con l' omicidio del giornalista Pecorelli io non c' entro assolutamente niente". E allora cos' è: una congiura contro di lei? "Intanto, se permette, io ho ancora molta fiducia nei giudicanti, nella corte, dico. Esamineranno gli incartamenti con obiettività, mettendo a fronte gli elementi dell' accusa e quelli della difesa. Potranno verificare l' assurdità di alcuni racconti dei pentiti...". Ce l' ha con i pentiti? "Non ce l' ho con i pentiti in generale: ce l' ho con quei pentiti che, per una ragione o per l' altra, hanno raccontato un cumulo di fandonie su di me". Ce l' ha con i procuratori, allora... "Comincio ad avercela con alcuni eccessi. Intendiamoci: non è che pretenda che loro, come pure dovrebbero, cerchino anche prove della mia innocenza. E capisco pure che chi è tenuto per mestiere a sostenere l' accusa, faccia il suo lavoro con la "cattiveria" necessaria. Ma a tutto c' è un limite! Sono sei anni e mezzo, tra Palermo e Perugia, che vedo una serie di piccole tappe tutte contro di me. L' unica buona notizia è che posso assistervi perchè sono ancora vivo". Lei continua a difendersi ironizzando e minimizzando. Mai una volta che abbia, come si dice, gridato la sua innocenza: non crede che un atteggiamento così possa risultare sospetto? "Amico mio, l' innocenza non si misura a decibel. Io non alzo la voce perchè non ne sento il bisogno, e perchè conosco la verità. E la verità è che io so di essere innocente e spero solo, a questo punto, che la mia innocenza venga riconosciuta finchè sono su questa terra". Il senatore Cossiga, il suo partito di origine - il Ppi - e molti esponenti del Polo non hanno nemmeno bisogno di attendere questo riconoscimento: per loro, lei è già assolto e innocente. Che le pare? "Che mi pare? Che ne sono contento, naturalmente. Veda, si tratta di persone che mi conoscono da anni, da decenni; e mi conoscono certo molto meglio dei procuratori che mi accusano. Che da persone così arrivino attestati di stima e affermazioni di innocenza, non può che confortarmi e farmi piacere. E se devo essere sincero, le dico che sarei veramente rimasto sorpreso del contrario". Qualcuno dice: vogliono far pagare ad Andreotti cinquant' anni di malgoverno e oscurità democristiana. Le è mai venuto questo sospetto? "Intanto, se permette, io rifiuto un giudizio così negativo e a senso unico del ruolo avuto dalla Democrazia cristiana. Le ripeto: errori ne sono stati fatti, ma se poi confrontiamo gli errori nostri con gli errori di qualcun altro in altri paesi, non so che bilancio ne verrebbe fuori. E in ogni caso, non posso che ripetere quello che già dissi all' inizio di questi processi, quando il sospetto di cui parla cominciò a prender piede. Io certamente sono uno che ha contato nella storia e nel governo di questo paese, non lo nego: ma assieme ad altri, a tanti altri, perchè non sono mai stato il Commissario unico della Repubblica Italiana. Dunque sarebbe ingiusto e singolare pensare, oggi, di presentare il conto degli errori passati solo e soltanto a me".

 

la Repubblica - Sabato, 1 maggio 1999 - pagina 2

Per i giudici il senatore "ha mentito su tutto". L' incontro con don Tano

"L' HA FATTO AMMAZZARE PER SALVARSI LA CARRIERA"

 

ROMA (m.g.) - Lo scenario finale dell' accusa contro Giulio Andreotti, concretizzato dalla richiesta di ergastolo, è dunque questo: l' omicidio di Pecorelli è stato voluto dall' allora presidente del Consiglio (e da Vitalone) perché quel giornalista era diventato troppo scomodo, sapeva e voleva diffondere i segreti sul caso Moro - il "doppio memoriale" - e sullo scandalo Italcasse degli "assegni al presidente". "Andreotti ha mentito su tutto. Ha sempre affermato che non sapeva nulla della cena al circolo Piemontese, in cui si tentò di convincere Pecorelli a non pubblicare il servizio sui fondi neri Italcasse. Voleva restare fuori da quella storia, non far sapere che i soldi li aveva presi lui. Solo le testimonianza di Evangelisti, Radaelli e altri lo hanno poi convinto ad ammettere. Andreotti e i suoi, inoltre, parlavano spesso di Pecorelli, dunque il senatore non è credibile quando sostiene che non sapeva nulla di quanto il giornalista stava architettando contro di lui. Inoltre, ciò che diceva Moro nel memoriale ritrovato in via Montenevoso era vero quando denunciava la vicenda Italcasse. Il senatore aveva paura per la sua carriera politica". E poi c' è l' incontro con il boss mafioso Gaetano Badalamenti. Lo rivela Buscetta, a cui lo riferì lo stesso "don Tano". Secondo il grande pentito di Cosa nostra, accadde nello studio di Andreotti, nel ' 79. C' era anche uno dei Salvo. In quell' occasione si sarebbe parlato dell' aggiustamento del processo Rimi. Non si fa cenno a Pecorelli. Però per l' accusa la vicenda dimostra dei contatti fra Andreotti e Cosa nostra, esecutore materiale del delitto Pecorelli. Altro elemento di "contiguità": l' interessamento di Andreotti per Sindona.

 

la Repubblica - Lunedì, 3 maggio 1999 - pagina 12

Andreotti accusa i pm di Perugia

LA PECORELLI "IL SENATORE È COSÌ FREDDO" IL CASO

 

PALERMO - Intervistato il primo maggio dal Gr3, Giulio Andreotti commenta di nuovo, e con grande amarezza, la richiesta di ergastolo di cui è oggetto nel caso Pecorelli: "Siccome non mi hanno ammazzato i mafiosi - dice - c' è qualcuno che cerca di sostituirli". Anche Rosita Pecorelli, sorella del giornalista ucciso nel ' 79, torna a parlare di Andreotti, un uomo che "nonostante tutto" - osserva - "incute rispetto, così freddo, impenetrabile". Intanto oggi approderà in Cassazione il processo per i delitti politici di Palermo. Davanti alla prima sezione, sarà esaminato il ricorso di Totò Riina e di altri sei boss condannati all' ergastolo come mandanti dei delitti politici compiuti tra il 1979 e il 1982. A cadere furono il segretario della Dc palermitana Michele Reina, il presidente della Regione Piersanti Mattarella (Dc) e il segretario del Pci siciliano Pio La Torre. Con Riina sono stati condannati Bernardo Provenzano, latitante, Pippo Calò (coinvolto anche nel caso Pecorelli), Michele Greco il "papa", Bernardo Brusca, Francesco Madonia e Antonino Geraci, detto Nenè. Sono stati invece assolti gli estremisti neofascisti Fioravanti e Cavallini: è così caduta l' ipotesi di un patto scellerato che, almeno per il delitto Mattarella, avrebbe unito i boss al terrorismo nero. La tesi di fondo riconduce i tre delitti a un' unica strategia politico- criminale che mirava a eliminare dalla vita politica siciliana i principali protagonisti di un processo di rinnovamento.

 

la Repubblica - Mercoledì, 18 agosto 1999 - pagina 17

IL CASO PECORELLI, PM POLEMICO: TROPPI 5 DIFENSORI PER ANDREOTTI LA POLEMICA

 

PERUGIA - Sono troppi cinque avvocati per difendere Andreotti nel processo Pecorelli. A invocare la "par condicio" processuale è stato il pm Cannevale, secondo il quale il codice limiterebbe la difesa a due legali per evitare squilibri con l' accusa. L' avvocato del senatore a vita, Coppi, ha replicato che in realtà la divisione dei compiti fra i legali porterà a contenere naturalmente il tempo dei loro interventi. La Corte ha deciso che il processo proseguirà "secondo la legge". Coppi ha iniziato ieri la sua arringa, usando parole molto dure: Pecorelli, ha detto, era "un uomo mediocre", "un ricattatore", per Andreotti "era uno zero". Coppi ha cercato di convincere i giudici che il suo assistito non aveva proprio nulla da temere dagli affondi del giornalista assassinato.

 

la Repubblica - Lunedì, 20 settembre 1999 - pagina 15

dal nostro inviato GIOVANNI MARIA BELLU

 

Giurati riuniti per il processo Pecorelli: rischia l' ergastolo I pm convinti che la vittima volesse rivelare notizie compromettenti per l' ex capo del governo

ANDREOTTI, I GIORNI DEL GIUDIZIO L' ALTRO IMPUTATO ECCELLENTE È IL SENATORE VITALONE. INTRECCIO CON MAFIA E MALAVITA

 

Da oggi la camera di consiglio. L' accusa: fu il mandante dell' omicidio del giornalista assassinato vent' anni fa

 

PERUGIA - Tra qualche giorno l' Italia risolverà il dilemma che l' ha coinvolta, all' inizio con grande passione poi con una certa stanchezza, negli ultimi quattro anni. Saprà se una delle figure più eminenti del suo dopoguerra, uno statista cattolico, un interlocutore dei Grandi del mondo, un amico dei papi, si è reso responsabile di un reato abietto. Uno dei più gravi che si possano compiere. L' Italia saprà (provvisoriamente, perché di certo ci sarà un giudizio d' appello) se il senatore a vita Giulio Andreotti - come ritiene la procura della Repubblica di Perugia - è stato il mandante di un omicidio. La legge "uguale per tutti" - come ricorda anche nella plumbea aula bunker di Perugia la lapide posta alle spalle della corte d' assise - la legge, con le le sue sfumature e i suoi cavilli, alla fine pone i problemi con brutale semplicità. Sì, da oggi, in camera di consiglio, due giudici di professione e sei cittadini cominceranno a decidere se le mani di Giulio Andreotti si sono sporcate - per interposta persona, cioè con l' ausilio di un gruppo di killer - del sangue di un altro uomo. E se si sono sporcate di sangue anche quelle di un' altra personalità di Stato, Claudio Vitalone, ex ministro, ex senatore, ex pubblico ministero. E degli altri quattro imputati: due boss di Cosa Nostra, Gaetano Badalamenti e Pippo Calò, un soldato della mafia, Michelangelo La Barbera, e un malavitoso con simpatie neofasciste, Massimo Carminati. Ma per gli ultimi quattro, il problema si pone in termini diversi, benché in ogni udienza pubblici ministeri e avvocati, difesa e accusa, si siano affannati a ricordare quel che c' è scritto sulla lapide: "La legge è uguale per tutti", ma gli imputati non sono uguali tra loro. Dunque questo è stato il "processo contro Andreotti", che l' ha seguito andreottianamente, ingobbito nella prima fila di banchi, a sinistra della corte, ma sempre assorto in qualche lontano altrove. Come se la cosa lo riguardasse relativamente, come se fosse una funzione religiosa obbligatoria vissuta senza pathos. Come se fosse certo della sua assoluzione. Se "la legge è eguale per tutti" hanno anche valore generale i criteri di valutazione della prova. Ma inevitabilmente, nel processo Andreotti (o Andreotti-Vitalone), tra questi criteri se è affermata con forza la valutazione della personalità, e anche del curriculum vitae, degli imputati. E dunque la domanda: "Giudici, ma vi pare possibile che...?" è stato il leit-motiv delle arringhe a difesa dei due Eccellenti. Dalla questione del bacio tra Andreotti e Riina in giù, via via accusando. Ed effettivamente, a tentare di riassumere in due parole le 650.000 carte del processo - un palazzo di venticinque piani, a mettere i fogli l' uno sull' altro - si può arrivare a un unico gigantesco domandone per la corte da oggi riunita: "Vi pare possibile che un uomo di Stato e un suo eminente collaboratore abbiano avuto tanta paura di un giornalista da chiedere a Cosa Nostra e a una gang metropolitana, la banda della Magliana, di cancellarlo dalla faccia della terra, con un colpo di pistola in bocca, la sera del 20 marzo 1979, in Roma?". Il domandone si articola in una serie di sottodomande, la prima delle quali attiene al motivo dell' ipotizzata paura, e cioè alla "causale" del delitto. Al movente. Secondo l' accusa, il motivo di timore c' era. Anzi, ce n' era più d' uno. Si è parlato infatti di "movente multiplo". La vittima del delitto, Mino Pecorelli, direttore di una agenzia di stampa corsara, e di una rivista, OP, grazie a un formidabile sistema di fonti confidenziali aveva raccolto, o minacciava di raccogliere, notizie che avrebbero potuto distruggere la carriera politica di Andreotti. Il primo lotto di queste notizie-bomba riguardava gli scritti prodotti da Aldo Moro l' anno prima del delitto, durante la prigionia nel carcere segreto delle Brigate rosse. Ritrovati in parte nel 1978, poi - con qualche variante (fondamentale secondo alcuni, irrilevante secondo altri) nel 1990 - gli scritti di Moro sono sempre stati ritenuti incompleti. è ancora uno dei più consolidati misteri nazionali. Mino Pecorelli - attraverso un generale che era stato impegnato in prima linea nella lotta al terrorismo, che sarebbe stato ucciso dalla mafia, e cioè Carlo Alberto Dalla Chiesa - si sarebbe avvicinato pericolosamente a quel materiale compromettente. E come se non bastasse avrebbe messo mano su documenti che coinvolgevano Andreotti e la sua corrente politica in un giro di finanziamenti illeciti. La paura di perdere la faccia - è questo il nucleo dell' accusa - avrebbe indotto Andreotti e Vitalone a innescare la catena di comando che, attraverso i cugini Nino e Ignazio Salvo, avrebbe poi coinvolto Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti, quindi, a Roma, Pippo Calò e, per mezzo di questi, la banda della Magliana, fino a giungere alla costituzione di un gruppo di fuoco misto: un killer per parte, La Barbera per Cosa Nostra, Carminati per la gang romana. Di tutto questo non si sarebbe saputo nulla se, dopo la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Tommaso Buscetta, poi seguito da altri pentiti, non avesse deciso di rivelare storie di politica e mafia di cui fino ad allora aveva evitato di parlare: "Andreotti era il referente politico nazionale di Cosa Nostra". Era il 6 aprile del 1993 e l' Italia era nel pieno del psicodramma di Tangentopoli. In quel momento si aprirono i due grandi filoni giudiziari che hanno dato luogo ai processi di Perugia e di Palermo. I due processi - il perugino si concluderà per primo - conterranno dunque una doppia sentenza: contro Andreotti ma, forse, contro i pentiti e il pentitismo. Nelle 160 udienze l' impianto generale dell' accusa è rimasto sostanzialmente lo stesso. Ma qualche modifica rilevante è arrivata sulla individuazione del movente (all' inizio più legato alle carte di Moro, alla fine più "multiplo") e sull' attendibilità dei pentiti, in particolare quelli della banda della Magliana. I pm Fausto Cardella e Alessandro Cannevale sono rimasti fermi nelle loro posizioni: lo scorso 30 aprile hanno chiesto cinque ergastoli. Poi la parola è passata alla difesa. Quindi, per la replica, ancora all' accusa e di nuovo alla difesa. Stamane due imputati - Vitalone e Pippo Calò (gli altri, compreso Andreotti, hanno rinunciato a farlo) - diranno le loro ultime parole prima del consiglio. Probabilmente entro sabato l' Italia saprà.

 

la Repubblica - Martedì, 21 settembre 1999 - pagina 21

Omicidio Pecorelli, da ieri i giudici in camera di consiglio

ANDREOTTI, RIUNITA LA CORTE

 

PERUGIA - è entrata in camera di consiglio poco dopo le 13 di ieri la Corte d' assise di Perugia che deve emettere la sentenza per l' omicidio di Mino Pecorelli. E per il senatore a vita e sette volte presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, accusato di essere uno dei mandanti del delitto, comincia il conto alla rovescia in attesa del giudizio. I due giudici togati e i sei popolari dormiranno nelle camere della polizia penitenziaria nel supercarcere di Capanne. Non ci sono previsioni sui tempi della sentenza ma l' ipotesi è che non si avrà prima della prossima settimana. Dell' omicidio di Mino Pecorelli, giornalista direttore di Op, freddato con quattro colpi di pistola nel marzo del 1979, devono rispondere come mandanti Andreotti, Claudio Vitalone e i boss di Cosa nostra Gaetano Badalamenti e Pippo Calò, mentre Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati sono per i pm i presunti esecutori materiali. Il processo Pecorelli quindi - dopo tre anni e 5 mesi di dibattimento, 160 udienze, 231 testimoni con centinaia di registrazioni e 650 mila pagine che compongono gli incartamenti - è all' epilogo. In camera di consiglio accanto ai giudici togati, siedono tra i giudici popolari due donne (una è avvocato, l' altra operaia), un insegnante, artigiani e imprenditori.

 

la Repubblica - Sabato, 25 settembre 1999 - pagina 2

dal nostro inviato GIOVANNI MARIA BELLU

 

Assolto con Vitalone, tre boss e un ex terrorista I difensori all' attacco dei pentiti come Buscetta che accusavano il senatore a vita di essere il mandante del delitto

ANDREOTTI NON È COLPEVOLE RESTA IL MISTERO PECORELLI PERUGIA, LA SENTENZA AL PROCESSO PER L' UCCISIONE DEL GIORNALISTA DI OP. CADE LA TESI DELL' ACCUSA LA SENTENZA ANDREOTTI

 

Si attende il ricorso della pubblica accusa L' avvocato Taormina: "Questo verdetto è una pietra miliare"

 

PERUGIA - Tutti assolti con una sentenza che sarà, a sentire l' avvocato Carlo Taormina, "una pietra miliare". Tutti innocenti: Giulio Andreotti, senatore a vita, Claudio Vitalone, ex magistrato ed ex ministro, Gaetano Badalamenti e Pippo Calò, boss di Cosa Nostra, Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati, presunti killer. Non hanno ucciso Carmine Pecorelli, la cui morte, ieri, è entrata ufficialmente nel lunghissimo elenco dei "misteri d' Italia". Una pietra miliare. Claudio Vitalone - unico tra gli imputati ad aver assistito alla lettura della sentenza - ha già annunciato che intende scagliarla, questa pietra, contro la cultura del pentitismo: "Ci sono voluti sei anni perché mi fosse tolta di dosso questa montagna di fango. Credo che il Consiglio superiore della magistratura dovrà occuparsi di questa vicenda". Erano le 19,10 - e mancavano cioè venti minuti all' ora che nella mattina era stata comunicata per la lettura della sentenza - quando un doppio "plin plon" ha annunciato l' ingresso della corte: il presidente, Orzella, il giudice a latere, Rotunno, le due donne e i quattro uomini della giuria popolare con la fascia tricolore di traverso sul petto. Nel silenzio assoluto Orzella ha cominciato a parlare. Col tono colloquiale di ognuna delle 162 udienze, ha prima verificato la presenza delle parti e degli imputati. Quindi ha cominciato a leggere il dispositivo. E' bastato un minuto. E la brevità del tempo è un indice della semplicità della sentenza: nessuna delle soluzioni intermedie ipotizzate nell' attesa, nessuna concessione all' accusa: tutti assolti e con formula piena. La corte d' assise non ha creduto al fatto che Andreotti temesse le notizie raccolte da Mino Pecorelli sulle carte segrete di Aldo Moro e sul giro di finanziamenti illeciti che coinvolgeva la sua corrente fino al punto di ordinare l' uccisione del giornalista. Non ha creduto ai pentiti. Non solo. Alla fine del dispositivo è comparso il nome di uno dei "collaboratori" della banda della Magliana - Fabiola Moretti, accusatrice di Vitalone - seguito dall' articolo del codice penale che punisce la falsa testimonianza. La corte, insomma, ritiene che uno dei pentiti non solo sia stato poco credibile ma che possa aver deliberatamente detto il falso. Un crollo completo dell' accusa. Non del tutto inaspettato. Da tempo tirava aria di assoluzione, in particolare per Andreotti. Poi, a catena, per tutti gli altri. Da Vitalone in giù. Ma nello stesso tempo non si credeva che la corte d' assise avrebbe inferto un colpo di mannaia a una ricostruzione accusatoria che, tra l' altro, è ' sorella' di quella contro Andreotti a Palermo. All' interno della procura si ragionava delle ipotesi intermedie: Andreotti assolto con formula piena, ma per Vitalone un dubbio, e per gli organizzatori e il gruppo di fuoco una condanna. Il pm Alessandro Cannevale, lo stesso che lo scorso 30 aprile aveva pronunciato la richiesta dei sei ergastoli, ha lasciato l' aula senza dire una parola. Per circa tre quarti d' ora si è trattenuto, assieme al procuratore capo di Perugia, Nicola Miriano, e ai collaboratori, nel suo ufficio al secondo piano dell' aula bunker da dove è uscito poco dopo le 20. Dovrebbe presentare appello. Fuori c' erano ancora gli avvocati sorridenti, quasi festanti. Non un saluto, nemmeno un cenno del capo. Il pm è andato via con la sua scorta. L' altro pubblico ministero di questo processo, Fausto Cardella, da qualche mese procuratore capo a Tortona, non ha assistito alla fine del giudizio a cui aveva lavorato per tre anni. Una sentenza non sorprendente. E già questo indica la peculiarità del processo Andreotti-Vitalone per l' omicidio del giornalista Carmine Pecorelli: di solito, quando un pm chiede sei ergastoli, non è una assoluzione generale l' ipotesi prevalente. Questa volta lo era al punto che uno dei legali della difesa di Vitalone, Alberto Biffani, subito dopo la lettura del dispositivo ha potuto distribuire una sua lunga dichiarazione dove si ragiona sul significato del verdetto assolutorio: "E' una sentenza che fa giustizia di un processo posticcio, velenoso quanto un depistaggio". Franco Coppi, principe del foro e legale di Andreotti, ha detto di aver raggiunto la certezza di un risultato favorevole dopo aver sentito il primo dei pentiti. I pentiti - a partire da Tommaso Buscetta che, nel 1993 per primo disse che l' omicidio Pecorelli era stato fatto dalla mafia "nell' interesse" di Andreotti - sono forse gli unici "condannati" del processo Andreotti-Vitalone. Se sarà veramente una "pietra miliare" lo sarà per loro, per i magistrati che li hanno utilizzati, per le altre inchieste sostenute dalle loro dichiarazioni. Avevano accusato Andreotti e Vitalone di essere i mandanti di un omicidio e non sono stati creduti. "Nessuno in Italia - ha detto un altro dei difensori di Andreotti, Giulia Buongiorno - ha mai creduto a questa storia, e oggi è stata pronunciata veramente una sentenza in nome del popolo italiano". Anche secondo i familiari di Pecorelli e la parte civile è stata pronunciata una sentenza "in nome del popolo", ma di quello che non accetta le verità scomode. Giudizi opposti, che danno il senso della "politicità", della "storicità", forse, di questo giudizio. Ieri a Perugia è avvenuto un fatto che va oltre il caso dell' omicidio Pecorelli - un altro delitto senza colpevoli - e che segna una svolta nella storia giudiziaria italiana.

 

la Repubblica - Sabato, 25 settembre 1999 - pagina 1

di FEDERICO GEREMICCA

 

Nello studio dell' ex premier tra amici, vecchi collaboratori e un carabiniere di scorta Mamma lo sa? Chiama il figlio: "Sì, è andata bene, mamma lo sa già?" Poi arriva Marini e telefona il cardinale

L' EMOZIONE FREDDA DI GIULIO "AVEVO FIDUCIA NELLA GIUSTIZIA" L' INTERVISTA IMPERTURBABILE IMPERTURBABILE FINO ALLA SENTENZA POI UN GRAN TROTTERELLARE NELLA STANZA

 

Pagina chiusa "Ma che vendetta... Non c' è nessuno che la deve pagare Per me questa è una pagina già chiusa" La ragione br "Nel mio animo non avevo dubbi, ma non basta avere ragione: bisogna trovare chi te la dà"

 

ROMA ECCOLO lì, fermo come un sasso. Sono le sette della sera e nella stanza - primo piano di palazzo Giustiniani, studio del senatore Andreotti - oltre lui, siamo in sei: tre cronisti; un carabiniere della scorta; l' ex sindaco di Roma, Signorello; e l' antico portavoce, Andreani. Chi osservasse la scena dall' esterno, non potrebbe che pensare che a rischiare l' ergastolo siamo indubitabilmente noi. Perché mastichiamo i cappucci della penna e andiamo avanti e indietro nella stanza: mentre lui è lì, un sasso sulla esile poltrona. ADESSO lo sappiamo che non ci crederete, e che molti penseranno "è il solito cliché, lo stereotipo che i giornalisti gli hanno cucito addosso". Ma appunto: avreste dovuto esser lì, alle 19,07 in punto, quando sullo schermo tv è apparsa la corte che rientrava nell' aula del tribunale di Perugia e il presidente Orzella leggeva la sentenza che lo mandava assolto. Avreste dovuto esser lì, così da sentire il primo commento di Andreotti. Avreste teso l' orecchio, atteso e poi tirato un fiato. Niente. Non avreste sentito niente. Non una parola, e va bene. Ma nemmeno un movimento, intendiamo davvero un movimento qualunque di un muscolo qualunque di quell' uomo abbandonato lì, fermo come un sasso, sull' esile poltrona. Dieci secondi di tempo sospeso, di silenzio pesante come piombo. Alla fine, estenuato, Franco Signorello, si è lanciato in un applauso: non ha sortito effetto. Poi, finalmente, il trillo del telefono. Giulio Andreotti è costretto a rianimarsi: si alza, fa quattro passi, solleva la cornetta: "Grazie, grazie... Sì, sono contento, anche perchè così non perdo fiducia nella giustizia. Se l' avessi persa proprio io, avrei dato un cattivo esempio... No, no, ma che vendetta... Non c' è nessuno che la deve pagare. Per me questa è una pagina già chiusa". E si chiuda pure, dunque, la pagina del processo di Perugia. Si allontani il fantasma di un' Italia sudamericana. Il nostro sette volte premier non usava far assassinare i suoi avversari politici: e quanto alla possibile combutta con la mafia del narcotraffico e delle stragi, è in piedi un altro processo e si vedrà. Del resto, che il giorno del giudizio di Andreotti non avrebbe ricalcato quello cupo e annunciato del giudizio universale, lo si era capito sin dal mattino: e non tanto perchè Roma aveva indossato l' abito dei suoi autunni migliori, con un cielo d' un blu abbacinante; quanto perchè l' annuncio che arrivava da Perugia circa la sentenza ormai imminente, toglieva suspance allo storico verdetto. "Breve, troppo breve la camera di consiglio - giuravano gli esperti -. Non si manda all' ergastolo Andreotti da un lunedì a un venerdì". Ma lasciamoli stare, gli esperti ed i fantasmi. E torniamo lì, nello studio di Palazzo Giustiniani, di fronte al sasso finalmente rianimato. Eravamo al trillo del telefono, dunque. Trillerà in continuazione. Alcuni lo cercano sul cellulare, altri attraverso la segreteria. Chiama Coppi, il primo dei suoi avvocati. Chiama il figlio: "Sì, è andata bene, mamma lo sa già?". Telefona monsignor Angelini. Arriva Franco Marini, il segretario: gli stringe la mano, prende una sedia e si accomoda affianco a lui. Andreotti passa da un telefono all' altro ed ecco: se proprio dovessimo dire da cosa si può intuire che è contento, diremmo che lo si capisce da come trotta nella stanza. Adesso sembra avere vent' anni di meno. Allora, è felice, senatore? "Oggi mi sento sollevato. Io ho sempre avuto fiducia, anche perchè in entrambi i processi, questo di Perugia e quello di Palermo, ho visto nei presidenti un atteggiamento tranquillo, sereno, distaccato. Poi, vede, è vero che tutto questo tempo mi è pesato: ma forse anche il fatto che siano passati degli anni ha aiutato, il clima si è fatto più disteso, meno acceso". Veste un gessato blu, camicia azzurra a righe, cravatta in tinta a rombi. Ha trascorso una giornata identica alle altre: a messa la mattina, in ufficio alle nove, colloqui di routine, pranzo a casa, poi di nuovo a palazzo Giustiniani, l' incontro con una amica di famiglia e dunque l' attesa. Il fatto è che anche l' Andreotti del prima e l' Andreotti del dopo-sentenza sono la stessa identica persona. Prendete, per esempio, la discussa e tagliente ironia. Ce l' ha parecchio, e non lo nasconde, con i procuratori che hanno sostenuto l' accusa. Ma la polemica che svolge, si dipana - appunto - sul filo dell' ironia. Ecco quel che dice del procuratore Cannavale: "Sapete che cosa ha sostenuto nella sua requisitoria? Che si rendeva conto dell' enormità di accusare un capo di governo di essere il mandate di un omicidio, ma che la cosa non doveva sorprendere, perchè nella storia c' erano dei precedenti: Stalin fece assassinare Trotzki, Mussolini fece ammazzare Matteotti e anche Lumumba fu fatto uccidere... e non sapeva da chi ed è stato il mio avvocato a dirgli: Adula. Ora io dico: a parte me, ma paragonare Pecorelli a Lumumba e Matteotti...". Ed è addirittura disarmante quando gli si chiede cosa avrebbe fatto se la sentenza fosse stata di condanna: "Avrei fatto appello.". In tutta evidenza, l' interrogativo in questo pacifico venerdì di san Pacifico è lo stesso di questi ultimi quattro anni di processo: come si può andare con tanta tranquillità incontro a un verdetto capace di stravolgere in un sol colpo, vita privata e storia repubblicana? Non c' è risposta. A meno che non si voglia accettar per buona questa: cosa volete che potesse mai contare (e soprattutto cambiare) la sentenza dell' umanissima corte di Perugia, quando ben altro giudizio era stato già emesso da più alti - anche se impropri - scranni? Qui ci soccorrono tre foto. La prima è scattata giovedì 14 gennaio e ritrare assieme, in una sala del Senato, Giulio Andreotti e Ottaviano del Turco, Nicola Mancino e Cesare Salvi, Francesco Cossiga e Leopoldo Elia. Il senatore festeggia i suoi ottantanni: racconta della telefonata del presidente D' Alema ("Sapesse quanto la penso adesso che sono dentro palazzo Chigi") e soprattuto legge il telegramma inviatogli da Sua Santità: "Auspichiamo che le pene e le sofferenze su di lei avversatesi possano rivelarsi fonte di bene per lei e per l' intera società italiana". La seconda foto, una settimana dopo, immortala nel salotto di casa Angiolillo il senatore sorridente mentre intorno a lui alzano il calice per festaggiarlo Cesare Romiti e Franco Tatò, Gianni Letta e il cardinale Silvestrini. L' ultimo fotogramma è del 2 maggio e riprende Giovanni Paolo II che in piazza San Pietro, dopo aver salutato rapidamente Scalfaro, Mancino e D' Alema, si ferma davanti ad Andreotti, gli sorride, gli sussurra qualcosa all' orecchio e poi lo benedice. Sì, a Perugia ed a Palermo continuavano i processi ad Andreotti: ma pensate davvero che avesse ancora un senso? I telefoni squillano tutti assieme, nello studio di Andreotti. "Se avessi avuto un solo dubbio sui miei atteggiamenti - dice ora il senatore - non mi sarei fatto nemmeno vedere dal Papa. Io sapevo, in tutta questa storia, di aver ragione: il problema è che non basta aver ragione, occorre che qualcuno te la dà". Ora che l' ha avuta, è soddisfatto? E qualcuno addirittura azzarda: ora può morire in pace? Il senatore lancia un' occhiataccia: "Sì, è vero, potrei. Però anche Simeone disse "Ora lascia o Signore che il tuo servo vada in pace..." ma non disse subito. Insomma, si può aspettare ancora un po' ". Ancora un po' . Giusto il tempo, evidentemente, per uscire vivo e assolto anche dal processo di Palermo. Lei ci spera, senatore? Andreotti guarda per un attimo la foto che lo ritrae giovanissimo seduto su un gradino assieme a De Gasperi e poi dice: "Sì, ci spero: anche se a Perugia, in un certo senso, era più facile, perchè si trattava di un fatto preciso mentre lì, a Palermo, è tutto più confuso, complicato". Infila la giacca, si guarda intorno e si prepara, da innocente e assolto, a tornare finalmente a casa. Ma dica un po' , signor sette volte presidente del Consiglio, non è che ha qualcosa da mandare a dire ai procuratori di Palermo? "Per l' amor di Dio, né polemiche né rancori, ché la vita diventa ancora più cattiva. Quelli, poi, non hanno ancora deciso. Non sia mai dovessero arrabbiarsi...".

 

la Repubblica - Sabato, 25 settembre 1999 - pagina 4

di ALVARO FIORUCCI

 

I giudici popolari: il capitolo pentiti ci ha impegnati molto

"SUI COLLABORATORI CI SIAMO DIVISI"

 

PERUGIA - "Certo che abbiamo discusso tra noi e con i giudici togati. Soprattutto sulle carte che riguardano i pentiti... Migliaia di documenti, un lavoro complesso e delicato come avete scritto tutti, ma credo che il confronto tra opinioni diverse ci sia sempre, in ogni camera di consiglio e per qualsiasi processo". Escono alla spicciolata dal supercarcere di Capanne i sei giudici popolari. Sono un pensionato, un avvocato, un artigiano, un ingegnere, un operaio e un commerciante: due donne e quattro uomini, ai quali il processo per l' omicidio di Mino Pecorelli ha cambiato la vita per tre anni. Se ne vanno trascinando valigie, borsoni, sacchi di plastica pieni di indumenti. Sembrano, loro malgrado dei detenuti che hanno finito di scontare la pena. Fuori ad aspettarli familiari e parenti che non vedevano da lunedì: baci e abbracci proprio come al momento in cui il condannato riacquista la libertà. La garanzia dell' anonimato non è sufficiente per una minima infrazione alla consegna del silenzio disposta dal presidente della Corte Giancarlo Orzella. C' è stata discussione durante la camera di consiglio? "è ovvio che ci sia stata - dice uno dei primi ad abbandonare l' aula bunker - ci siamo confrontati sulle risultanze processuali e si sa che questo è un processo nato dalle testimonianze di alcuni pentiti... Ecco questo capitolo ci ha tenuti occupati per parecchio tempo". Pareri e interpretazioni discordanti? "Anche, ma tutto si è svolto in un clima sereno, abbiamo lavorato in tutta tranquillità", risponde un suo collega. La conversazione però finisce alla domanda: Ci sono giudici che si sono pronunciati per la condanna degli imputati? "Questo non lo dirò mai a nessuno", e si allontana di gran fretta. Un altro giudice popolare si infila in macchina portandosi dietro, per ricordo, un faldone di documenti: "Scriva che per me è stata un' esperienza formativa, altro non posso dirle, le mie convinzioni le ho espresse in camera di consiglio". "è stata dura, un processo difficile, ma forse è stato difficile perché non sono un giudice di professione", commenta l' ultimo che poco prima delle venti varca il cancello del carcere in costruzione.

 

la Repubblica - Sabato, 25 settembre 1999 - pagina 4

dal nostro inviato DANIELE MASTROGIACOMO

 

L' amarezza di Rosita Pecorelli: è stato un omicidio di Stato

"MA MIO FRATELLO HA AVUTO GIUSTIZIA" "NON MI ASPETTAVO UNA SENTENZA DIVERSA. ERAVAMO TROPPO SOLI E SENZA PROTEZIONE CONTRO TANTI POTENTI" IL PERSONAGGIO

 

PERUGIA - "Assolti... assolti". La voce della signora Rosita Pecorelli è come un soffio strozzato. Il presidente della Corte d' Assise, Giancarlo Orzella, ha appena letto il dispositivo della sentenza che scagiona Giulio Andreotti, Claudio Vitalone, Pippo Calò, Michelangelo La Barbera, Massimo Carminati e Gaetano Badalamenti dall' accusa di omicidio. Altra gente, altre mani, altre menti hanno ucciso Mino Pecorelli, giornalista e direttore della rivista "Op". I cinque imputati escono pienamente assolti. Per non aver commesso il fatto. Stretta nel suo vestito chiaro, assediata dalle telecamere e dai fotografi, la sorella di Pecorelli stenta a farsi largo. Le mani affusolate, ornate da un paio di anelli, tremano leggermente. Gli occhi chiari sono umidi. Vorrebbe piangere, Rosita. E un po' lo fa: solo qualche lacrima che le riga le guance e che subito asciuga con un fazzoletto bianco. "Non abbiamo protezione". In che senso signora? "Mino, io, la mia famiglia, non avevamo alcuna protezione. Cosa si aspettava, che emettessero un' altra sentenza?". La sorella di Mino Pecorelli abbassa gli occhi. Si asciuga ancora qualche lacrima. Rialza la testa. In silenzio. Riflette: "Mi gira la testa. Penso e ripenso". A cosa, signora? "A quel giorno, a Mino, ai documenti scomparsi, a quello che scriveva. E ripeto: non abbiamo protezione". A differenza degli altri? "Lei che dice?". E' ancora convinta dell' impianto accusatorio dei magistrati? "Certo. Non l' ho mai messo in dubbio e non lo metto ora". Anche di fronte ad un' assoluzione così completa? "Ho fiducia nella giustizia". Crede che suo fratello abbia avuto giustizia? "Sì, sono convinta di sì". Non capiamo, signora: la Corte ha azzerato l' impianto dei pm... "Mio fratello ha avuto una giustizia morale. Esce da questo processo a testa alta. Vi era entrato come un ricattatore. Adesso la gente saprà chi era veramente Mino. Era un giornalista serio, che sapeva quello che scriveva, come e da chi raccoglieva le sue informazioni". Chi ha ucciso Mino Pecorelli? "Si sa, tutti sanno chi l' ha ucciso. Io so soltanto che hanno ucciso il più debole, il più indifeso. Hanno ucciso un moscerino. E' un omicidio di Stato". E' convinta che lo abbiano ucciso anche per i famosi documenti? "Il movente è quello. Del resto, i documenti non sono mai stati ritrovati. Almeno, noi non li abbiamo mai trovati". Si aspettava questa sentenza? "Non mi aspettavo qualcosa di diverso. Le ripeto: ci sono state troppe protezioni. E noi eravamo piccoli, piccolissimi, contro uno stuolo di giganti". Rosita Pecorelli abbassa nuovamente lo sguardo. Si appoggia alla balaustra di legno scuro che divide il settore del pubblico a quello degli avvocati. Scuote la testa, ma resta ferma, dignitosa, stretta in una delusione che controlla a stento. Con lei c' è il figlio di Pecorelli, Andrea, che all' epoca dell' assassinio del padre aveva 14 anni: "Seppi dalla televisione che l' avevano ucciso" ricorda ora l' uomo. L' avvocato Alfredo Galasso, il legale che ha assistito Rosita Pecorelli come parte civile in questo processo, la segue con lo sguardo. Commenta: "Resto convinto dell' impianto dell' accusa. Ma accolgo la sentenza con il massimo rispetto e la massima serenità. Lo avevo detto prima del verdetto, lo ripeto adesso". Fioccano nuove domande. Rosita Pecorelli cede ancora all' emozione. "Penso solo a Mino", dice con un filo di voce. "Sono ferite che si riaprono. E questa è la più dolorosa". Si fa largo tra la folla, sempre con delicatezza. Cammina con passo incerto. Sembra avere voglia di sfogarsi. Ma concede solo risposte telegrafiche. Ripete un concetto. Più volte. "Eravamo troppo deboli. Lo era anche Mino. Come potevamo vincere davanti a tanti potenti?". Claudio Vitalone, ex giudice, ex senatore della Repubblica, indicato come uno dei mandanti dell' omicidio, parla a due passi dalla signora. E' raggiante. Le sue parole arrivano fino al gruppo che circonda Rosita Pecorelli. Ma i due non si cercano con gli occhi. E' l' ora dei commenti e le distanze restano abissali. Sei anni hanno stabilito una prima verità processuale. Un solco profondo che sarà difficile riempire nuovamente con una verità storica. Rosita Pecorelli lo sa bene. "Mino me lo diceva sempre: non è facile scrivere la verità. Aveva ragione. Lo hanno ucciso per questo".

 

la Repubblica - Domenica, 26 settembre 1999 - pagina 2

di GIOVANNI MARIA BELLU e ALVARO FIORUCCI

 

Perugia, parla un giudice popolare: non c' erano prove "Abbiamo cominciato a valutare il racconto di Buscetta, poi via via quelli degli altri pentiti"

"ECCO PERCHÉ ABBIAMO ASSOLTO ANDREOTTI E I BOSS MAFIOSI" "TRE ANNI, UN BEL PEZZO DELLA NOSTRA VITA. IN TUTTO 162 UDIENZE, PIÙ I 4 GIORNI DI CAMERA DI CONSIGLIO" IL RETROSCENA

 

"Decisione unanime, non c' è stato nemmeno bisogno di votare"

 

PERUGIA - "Quando siamo entrati in camera di consiglio il presidente Orzella ci ha ripetuto quello che ci aveva già detto molte volte in questi tre anni: "Abbiamo davanti degli imputati, degli uomini accusati di un reato grave. Dobbiamo pensare solo a questo: sono degli imputati e il resto non conta. Che siano un contadino o l' uomo più potente della terra, dobbiamo valutare i fatti, le prove". Abbiamo discusso molto. Ricominciando dall' inizio. No, non esisteva una idea prevalente quando lunedi pomeriggio abbiamo iniziato a discutere. Esistevano per ciascuno di noi dei punti da chiarire, soprattutto sull' attendibilità dei pentiti. E' stata la parte che ci ha preso più tempo. Via via che questi aspetti venivano esaminati e chiariti, la decisione prendeva forma. Alla fine non c' è stato bisogno di votare: nessuno ha chiesto che Andreotti e gli altri imputati fossero condannati. Insomma, decisione unanime". A parlare è uno dei sei giudici popolari della Corte d' assise di Perugia che giovedì sera ha assolto Andreotti, Vitalone, Badalamenti, Calò, Carminati e La Barbera dall' accusa di aver ordinato ed eseguito l' omicidio di Mino Pecorelli. Una persona qualunque dalla vita normale, che si è trovata all' improvviso a dover decidere su una delle vicende politico-giudiziare più intricate e delicate del dopoguerra. "All' inizio - racconta - quando siamo stati convocati, eravamo in cinquanta persone. Poi siamo rimasti noi: i sei della giuria, e i supplenti. Sapevamo che stava per cominciare questo grosso processo, ma nessuno aveva ben chiaro quanto tempo ci avrebbe preso. Tre anni, alla fine, un pezzetto della nostra vita. In tutto 162 udienze. Come retribuzione, un gettone di circa centomila lire a udienza. Qual è stato lo "stipendio" di ognuno di noi? Il conto è presto fatto: sedici milioni in tre anni. No, non ci abbiamo guadagnato, anzi. Anche perché le spese erano a nostro carico. Parlo delle spese dei pranzi, per esempio. Sì, in teoria durante la pausa ognuno era libero di tornare a casa sua. Ma quasi sempre finivamo con l' andare a pranzo tutti assieme, al ristorante "Quattro torri", non lontano dall' aula-bunker". Un pensionato, una laureata in legge, un insegnante, un carrozziere, un imprenditore, una operaia. Sessantaquattro anni il più anziano, trentasette il più giovane. Età media, quarantaquattro anni. Quattro uomini e due donne, quasi tutti digiuni di diritto. "Ma il presidente Orzella e il giudice a latere Rotunno sono stati sempre molto pazienti e molto chiari anche con noi. Se c' era da decidere su una questione tecnica, ce la spiegavano in modo semplice, in modo che ognuno di noi potesse formarsi una opinione. E' ovvio però che la nostra attenzione era più concentrata sui fatti, sugli aspetti del processo che potevamo valutare con la logica e col buonsenso. E, per buona parte, questi fatti erano quelli raccontati dai pentiti. Abbiamo cominciato a valutare il racconto di Tommaso Buscetta, poi via via gli altri. Si trattava di stabilire se il complesso delle loro dichiarazioni, unite alle altre testimonianze e ai riscontri oggettivi, potesse assumere il carattere di prove sufficienti a pronunciare una sentenza di carcere a vita, come aveva chiesto l' accusa. Mi chiedete se poi abbiamo concluso che queste prove non c' erano? Certo, non c' erano: d' altra parte la sentenza parla chiaro". La decisione, dunque, non è stata sofferta. Non ci sono state particolari tensioni nei quattro giorni e mezzo di camera di consiglio. Ma si è discusso e si è lavorato molto, con orari rigidissimi. "Facevamo colazione alle 8 e alle 9 cominciavamo a lavorare fino alle 13 circa. Poi il pranzo e un break di qualche ora, fino alle 15. Più o meno gli stessi ritmi ai quali c' eravamo abituati durante le udienze. Attorno alle 19 finivamo di discutere, a parte uno degli ultimi giorni, quando abbiamo proseguito fino a mezzanotte. Ma a quel punto le linee generali della sentenza erano state quasi definite. In tutto abbiamo impiegato circa trentasei ore. Devo dire che ci sentivamo un po' come carcerati, e non solo perché come sapete l' aula-bunker è stata ricavata all' interno del nuovo carcere di Perugia e quindi la struttura architettonica del nostro luogo di lavoro era esattamente quella di una prigione: c' era soprattutto il totale isolamento dal mondo esterno, l' impossibilità di sapere cosa accadeva fuori. Negli uffici dove abbiamo lavorato c' era un televisore, ma era rotto. E quell' oggetto inutile e inanimato ci confermava, con la sua presenza, il nostro stato di reclusi per la giustizia. A un certo punto ci siamo rammaricati di non aver portato un mazzo di carte: qualche partitina avrebbe riempito i tempi morti. Alla fine il nostro svago era una specie di "ora d' aria" prima di cena: passeggiavamo nel cortile della prigione". Sei persone normali che si sono ritrovate unite in una sorta di seminario di tre anni sulla malastoria dell' Italia del dopoguerra. Alla presenza, silenziosa, di uno dei protagonisti di questa storia. "Andreotti visto da vicino non è molto diverso da come me l' ero immaginato prima di diventare un suo giudice. Forse un po' più alto. Per il resto mi ha colpito la sua compostezza: in tutte le udienze a cui ha partecipato era sempre seduto nello stesso posto, concentrato sui suoi appunti, con i piedi immobili, uniti sotto il banco. Devo dire che sono stati i pentiti a colpirmi di più. Non tanto Buscetta, che tutto sommato mi è sembrato una persona relativamente normale, ma Brusca: quel suo parlare di omicidi come se fossero bruscolini. E poi Abbatino. Quando ha avuto quello scontro con l' avvocato Taormina e ha fatto il gesto di andargli contro, per un attimo qualcuno di noi ha pensato: e se avesse in tasca una pistola? Insomma, non ci abbiamo guadagnato una lira ma abbiamo fatto una esperienza straordinaria. Prima di questo processo sentivo parlare di omicidi di mafia, di stragi di mafia. E queste notizie mi colpivano. Ma mai avrei immaginato che dietro potessero esserci intrecci così spaventosi. Se ho modificato la mia idea dell' Italia in questi tre anni? Non saprei... Avevo una mia idea dell' Italia quando il processo è cominciato. Poi l' Italia me la sono vista sfilare davanti: Andreotti, Vitalone, Buscetta, Brusca e tutti gli altri. In fondo non mi ha sorpreso più di tanto. L' Italia è anche gente così".

 

la Repubblica - Domenica, 26 settembre 1999 - pagina 2

Vuole rientrare in magistratura

VITALONE "ORA QUALCUNO DEVE PAGARE" LE REAZIONI

 

ROMA - La prima mossa del senatore Claudio Vitalone subito dopo l' assoluzione nel processo per il delitto Pecorelli era quasi scontata: chiedere subito il reintegro in magistratura. La seconda l' ha annunciata ieri: ora paghi chi deve. L' avvocato dell' ex ministro, Carlo Taormina spiega quali sono gli atti che si prepara a compiere per conto del suo assistito. E quindi, domani Vitalone presenterà al Consiglio superiore della magistratura (Csm) la richiesta di immediata reintegrazione come presidente della Corte di Cassazione. "Vitalone deve essere immediatamente restituito alla sua funzione e alla sua professione e su questo non c' è alcuna discrezionalità da parte del Csm. Dal dicembre del 1995 è sospeso dalla funzione e dallo stipendio", elenca l' avvocato Taormina. Vitalone vuole inoltre che il Csm valuti le responsabiltà dei giudici che hanno condotto l' inchiesta.