12/04/1996

Pagina: 2

IL CASO L'UDIENZA PER IL DELITTO PECORELLI

Tra Andreotti e Pippo Calo' faccia a faccia senza parole

BIANCONI GIOVANNI

PERUGIA DAL NOSTRO INVIATO In prima fila c'e' Giulio Andreotti,

seduto a prendere appunti come faceva ai congressi democristiani.

Fuori c'e' la campagna elettorale, coi faccioni di Prodi e Berlusconi

che sorridono dai manifesti, ma lui e' qui. Non a un'assemblea di

partito ne' a un comizio, ma nei sotterranei blindati del super-

carcere di Capanne, davanti alla Corte d'assise che dovra' decidere

se e' colpevole o no di omicidio volontario aggravato. Quello di Mino

Pecorelli, ammazzato una mattina di sedici anni fa, a Roma, con

quattro colpi di pistola. <Che cosa mi aspetto da questo processo? Ve

lo potete immaginare>. Qualcuno dice che e' un processo alla prima

Repubblica. <Mi auguro di no>. Non parla granche' Andreotti. I

giornali sono pieni di titoli sui pentiti della mafia, alcuni dei

quali l'hanno trascinato qui dentro. <Su questo non voglio fare

polemiche>. Dietro Andreotti, stretto fra tre guardie carcerarie,

siede il boss della mafia Pippo Calo', giacca a quadretti e camicia a

righe. Andreotti nemmeno si gira, Calo' fissa la sua nuca,

silenzioso. Sono coimputati, secondo l'accusa il boss avrebbe

reclutato i killer per conto di Cosa Nostra (Bontade e Badalamenti, a

loro volta interessati dai cugini Salvo) per fare un favore ad

Andreotti. Poco piu' in la', stessa fila, ecco l'altro imputato

eccellente, l'ex senatore Claudio Vitalone, andreottiano di ferro,

altro anello di congiunzione - nella catena costruita dall'accusa -

tra mandanti ed esecutori dell'omicidio Pecorelli. <Mi sento come al

giardino zoologico - dice - solo che stavolta io sono in gabbia.

Questo processo e' una vergognosa montatura giudiziaria, costruita

sul nulla>. Il suo difensore e' l'avvocato Carlo Taormina, candidato

alla Camera per il Polo; per un giorno l'anti-Di Pietro per

eccellenza veste i panni della colomba, e sulle polemiche che

infiammano il dibattito elettorale dice: <A Berlusconi e Violante

consiglio di riflettere sulle cose, senza abbandonarsi a sfoghi che

non risolvono i problemi>. Nell'aula-bunker, pero', si discute di

altro. I giurati popolari - quattro uomini e due donne - ascoltano le

questioni preliminari. La prima riguarda l'altro presunto mandante

del delitto, l'ex capo di Cosa Nostra Gaetano Badalamenti, detenuto

negli Stati Uniti; ha detto che vuol essere presente ma non puo'

perche' a fine mese ha un processo negli Usa. I due pubblici

ministeri, Fausto Cardella e Sandro Cannevale, chiedono che sia

dichiarato contumace e si vada avanti, ma la Corte decide che no,

c'e' un <legittimo impedimento> a presenziare che impone lo stralcio

della posizione Badalamenti. Quindi lui sara' giudicato a parte, in

un altro processo per lo stesso delitto, che comincera' il 4 luglio.

Con l'uscita di scena di <don Tano> il processo perde un imputato, e

la seconda questione preliminare ne toglie di mezzo un altro. E' il

killer di Cosa Nostra Michelangelo La Barbera, presunto esecutore

materiale dell'omicidio Pecorelli insieme all'ex terrorista nero

Massimo Carminati. Il presidente della Corte d'assise, Paolo

Nannarone, s'e' gia' occupato di lui quando - da presidente del

tribunale della liberta' - ha respinto la richiesta di scarcerazione

di La Barbera. Dunque conosce parte degli atti del processo, e

secondo una complessa disputa approdata alla Corte costituzionale non

potrebbe giudicarlo ora. Si discute a lungo, i pm chiedono un altro

stralcio, le difese vorrebbero un rinvio. La Corte stavolta si

schiera con l'accusa e separa anche la posizione di La Barbera, che

sara' processato insieme a Badalamenti. Un altro processo, per gli

stessi fatti, probabilmente celebrato davanti a un'altra corte. E

questo, da <Badalamenti piu' 5>, diventa <Calo' piu' 3>. Alla vigilia

dell'inizio, la procura ha depositato nuovi atti per sostenere

l'accusa contro Andreotti e Vitalone. Uno e' l'interrogatorio dell'ex

leader di Autonomia operaia Daniele Pifano: ha raccontato che

Vitalone, nel '78 avrebbe <condotto personalmente, in contatto

diretto con le autorita' di governo, trattative per la liberazione di

Aldo Moro>. In un colloquio con Pifano, Vitalone gli avrebbe

confidato che c'erano <trattative in corso a Torino>; che potrebbero

essere, secondo l'accusa, proprio quelle condotte attraverso la mafia

rivelate da Buscetta. In quelle trattative erano coinvolti personaggi

- Frank Coppola, Ugo Bossi, Angelo Mangano - che compaiono in

un'altra vicenda vecchia di vent'anni, le intercettazioni telefoniche

a proposito dell'evasione di Liggio. Nelle trascrizioni di quelle

intercettazioni compariva anche il nome di Vitalone, e dopo

l'omicidio Moro furono pubblicate da Pecorelli su <O.P.>.

<Enfatizzando, piu' di quanto la realta' dei fatti giustificasse, il

ruolo del dottor Vitalone nella vicenda>, dicono i pubblici

ministeri. Per loro e' un elemento di sospetto in piu' a carico

dell'ex <fedelissimo> di Andreotti; ma di questo si discutera' alla

ripresa del dibattimento, il 27 aprile. Giovanni Bianconi

 

12/04/1996

Pagina: 2

LA POLEMICA

No al processo su Internet

PERUGIA. La corte d'assise di Perugia, se da un lato e' stata di

manica piu' larga rispetto al processo contro Giulio Andreotti a

Palermo sulle riprese radiotelevisive (ha autorizzato delle

trasmissioni a tutte le emittenti che ne hanno fatto la richiesta),

dall'altro dice no ai nuovi strumenti di diffusione telematica. In

particolare ad Internet. Nella sua ordinanza, il presidente Paolo

Nannalone ha infatti vietato l'utilizzo della diffusione di atti

processuali tramite Internet data l'<incontrollata diffusivita' del

mezzo>. Un fatto nuovo, questo, che non pregiudica l'informazione, ma

che resta un caso anomalo, per la prima volta in un'aula giudiziaria

si parla infatti di Internet. (Agi)

 

28/04/1996

Pagina: 1

Effetto-bomba della sentenza della Consulta

<Salta> il processo Pecorelli-Andreotti

Si ritirano il presidente e un giudice A giugno si decidera' come

ripartire

ROMA. <Salta> il processo Pecorelli-Andreotti. Dopo la sentenza-bomba

della Corte Costituzionale, il presidente della corte d'assise di

Perugia, Paolo Nannarone, l'ha rinviato di due mesi: <Ritengo di

dovermi astenere da questo processo e rinvio il tutto a una nuova

corte>, ha detto. Ma sono molti altri i processi in corso che devono

ripartire da zero. Il governo corre ai ripari, pensa di varare

misure- tampone. Ma per spostare i tribunali del riesame nei

capoluoghi di distretto giudiziario serve una legge. Il ministero, da

parte sua, potrebbe ricorrere a semplici circolari per tre piccoli

escamotage: <applicazione> di magistrati nei tribunali distrettuali,

trasferimenti incrociati tra i magistrati che debbono rinunciare a

processi, utilizzo di vicepretori onorari. Ne parleranno domani Dini

e il ministro Caianiello, che discuteranno anche di un eventuale

decreto allunga-termini della carcerazione preventiva per evitare

l'improvvisa scarcerazione di boss della mafia.

07/06/1996

Pagina: 14

IL CASO CORSA A OSTACOLI IN AULA La procura chiama il capo del Sisde

a deporre sui nastri registrati da Moro durante la prigionia

Pecorelli, nuovo stop al processo

Rinvio a luglio, Andreotti: <No ai tempi biblici>

BIANCONI GIOVANNI

PERUGIA DAL NOSTRO INVIATO Non riesce a cominciare, il processo per

l'omicidio Pecorelli. L'imputato eccellente, Giulio Andreotti, e'

sempre seduto li', primo banco a destra, ma quando sembra che tutto

sia pronto per il via, dopo l'ennesimo rinvio, eccone un altro:

<L'udienza e' tolta>, annuncia il presidente della Corte,

appuntamento al 1o luglio. Andreotti si alza, raccoglie le sue carte

- gli appunti per il libro sui 50 anni dell'Italia repubblicana, che

scrive nei tempi morti delle continue sospensioni - e si avvicina

all'auto. <Forse - commenta col solito sorrisetto - quando facciamo

le leggi dovremmo poi stare attenti a fare in modo che le

applicazioni non abbiano sempre tempi biblici>. L'altro presunto

mandante del delitto Pecorelli, l'ex-senatore Claudio Vitalone,

dichiara: <Noi siamo pronti a rinunciare alla pausa estiva, vogliamo

che il processo si faccia>, anche se l'ultimo rinvio ha preso spunto

proprio da una richiesta del suo avvocato. Doveva iniziare il 2

febbraio, il processo, ma dopo oltre quattro mesi non sono ancora

state discusse le questioni preliminari. Prima ci si e' messa la

Corte costituzionale, con la sentenza che ha costretto il presidente

della Corte d'assise a rinunciare. Nel frattempo, pero', le posizioni

di altri due imputati, i boss mafiosi Gaetano Badalamenti e

Michelangelo La Barbera, erano state stralciate e affidate ad un

nuovo procedimento. Adesso, col nuovo presidente, il processo e'

stato riunificato, ma la Corte ha dovuto concedere altro tempo ai

difensori di La Barbera per studiare gli atti. Rinvio di una

settimana, aveva annunciato il presidente Orzella, ma a quel punto

sono insorti gli altri difensori. E Pippo Calo' che, seduto dietro

Andreotti, s'e' alzato e ha preso la parola per la prima volta:

<Signor presidente, io in quei giorni devo essere a Palermo al

processo per l'omicidio Cassara', e ci sono le deposizioni dei

pentiti. Non me le posso perdere. E a questo processo voglio essere

sempre presente>. Nuove consultazioni, ed ecco l'ulteriore rinvio, ci

si rivede il primo luglio, a 5 mesi da quando il processo avrebbe

dovuto prendere il via. Andreotti ironizza sui <tempi biblici>, e

poco prima aveva detto: <Mi hanno giocato questo brutto tiro, non ho

ancora capito chi e' stato, comunque spero di uscirne presto>. Fa una

battuta sul Messaggero, il giornale della sua citta', comprato da

Caltagirone: <Questo qui lo conosco appena, comunque non mi pare che

prima il giornale appartenesse ad un'Opera pia>. Sotto il braccio ha

la Storia dei Servizi se greti in Italia, <lo sto leggendo per farci

una recensione>. I Servizi hanno molto a che fare con questo

processo, e la procura di Perugia - che ha depositato anche il

verbale di un pentito della camorra, gia' denunciato per calunnia da

Vitalone, dove si parla di presunti incontri tra l'ex senatore ed

esponenti della malavita romana e napoletana - ha appena chiesto che

venga a deporre il capo del Sisde, generale Marino, per svelare il

significato di una misteriosa intercettazione carpita proprio dal

Sisde, nel 1979, a due brigatisti detenuti in un carcere speciale.

Nel colloquio - gia' agli atti del quarto processo Moro, ma non

utilizzato - i due terroristi parlano tra l'altro delle registrazioni

degli interrogatori del leader dc assassinato dalle Br. <I loro

compagni - dice uno dei due a proposito della colonna romana delle Br

- ci hanno tolto gli originali, infatti hanno ancora tutti gli

originali con i nastri...>. E poco piu' avanti continua: <Averli

fatti sparire... sarebbe stato un buon colpo elettorale da parte

delle...>. Quello dei nastri del sequestro Moro e' uno dei nodi

cruciali di questo processo, come di quello palermitano ad Andreotti;

Pecorelli infatti, nei suoi articoli-avvertimenti su O.P., scrisse

proprio di quei nastri, mai ritrovati. E uno dei possibili moventi

per il suo omicidio, secondo l'accusa, sta nei segreti del caso Moro

di cui il giornalista sarebbe stato a conoscenza. Ora si tentera' di

capire, dal Sisde, chi erano i due brigatisti che parlavano, e che

fine hanno fatto quei nastri. Se ne riparlera' dal primo luglio, se

non ci saranno altri rinvii. Giovanni Bianconi

 

02/07/1996

Pagina: 10

IL CASO GUERRA AL PROCESSO

<Pecorelli, teste d'accusa>

Il pm: bisogna rileggere i suoi scritti

GIO_BIA

PERUGIA L'IMPUTATO principale e' un ex presidente del Consiglio e

senatore a vita; al suo fianco siede un ex ministro ed ex senatore;

ulteriori anelli della catena sono tre boss mafiosi e un terrorista

<nero>. E la corte d'assise sara' chiamata a ripercorrere i piu'

rilevanti e inquietanti misteri d'Italia, dal caso Moro in giu'. <Ma

questo - avverte il pubblico ministero Fausto Cardella, rivolto

soprattutto ai giudici popolari - non e' un processo alla storia

patria; e' un normale, comune caso di omcidio, anche se

particolarmente complesso. E voi dovete porvi nell'ottica della

presunzione di innocenza degli imputati... Sospendete il vostro

giudizio fino alla fine del dibattimento>. L'omicidio e' quello del

giornalista Mino Pecorelli, ammazzato a Roma la sera del 10 marzo

1979; alla sbarra, 17 anni dopo, come presunti mandanti ed esecutori,

ci sono Giulio Andreotti, Claudio Vitalone, Gaetano Badalamenti,

Pippo Calo', Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati. L'accusa,

che ha chiesto e ottenuto il giudizio, indica i testimoni che

portera' nell'aula-bunker del carcere di Capanne, ma l'altro pm,

Sandro Cannevale, dice: <Il nostro teste princiale e' proprio Mino

Pecorelli, lui e la sua creatura O.P.. Sono gli scritti di Pecorelli

che dovremo rileggere, quelli che lui, giornalista appassionato,

aveva scritto nella sua rivista che era la sua vita, tra un mal di

testa e l'altro>. Un riferimento non casuale, quello all'emicrania,

visto che Andreotti ha sempre detto che l'unico contatto con

Pecorelli fu per consigliarsi un medicinale per combatterla. A pochi

metri dal pm, il senatore vita ascolta e - come sempre - prende

appunti. Dietro di lui, i boss della mafia Calo' e La Barbera,

presunti killer insieme a Carminati, arrivato a Perugia dal

supercarcere dell'Asinara. Ad ascoltare c'e' anche Vitalone, che alle

ricostruzioni dei pm commenta: <Aria fritta, parole in liberta'>.

Poco dopo Andreotti, stimolato dalla <rivalutazione> fatta

dall'accusa del giornalista assassinato, aggiunge: <Su di lui non

devo dare alcun giudizio. Oltretutto appartengo alla scuola secondo

la quale dei morti si parla solo quando se ne puo' dire bene. Non ho

motivi personali per avercela con Pecorelli; il giudizio ciascuno lo

da' leggendo la sua agenzia e i commenti che ne venivano fatti>. I

pubblici ministeri spiegano che Pecorelli, prima con l'agenzia e poi

con il settimanale, puntava il dito sugli scandali e i misteri

d'Italia, dai fondi neri dell'Italcasse alla bancarotta di Michele

Sindona, fino al caso Moro. E' Pecorelli - dicono - a confermare con

i suoi scritti su Moro quello che ha dichiarato il pentito di Cosa

nostra Tommaso Buscetta: il delitto fu deciso perche' quel

giornalista conosceva alcuni segreti sul rapimento e l'uccisione del

leader dc. Segreti di cui era a parte anche il generale Dalla Chiesa,

ammazzato dalla mafia nel 1982. <L'accusa e' in grado di provare -

anticipa il pm Cannevale - i rapporti che ci furono tra Pecorelli e

Dalla Chiesa proprio durante il sequestro Moro>. Andreotti commenta:

<Qui dobbiamo cercare di stabilire con esattezza chi e perche' ha

ammazzato Pecorelli; poi tutte le discussioni di carattere politico e

generale si possono fare, ma in altre sedi>. Dopo la relazione

introduttiva dell'accusa, tocchera' alle parti civili e alle difese.

Intanto nel processo entrano le dichiarazioni raccolte in Sud Africa

dell'ex generale del Sid Gianadelio Maletti, negli Anni Settanta

bersaglio di molti articoli di Pecorelli col soprannome di

<Anisetta>. Manetti ha detto ai magistrati che fin dalla sera

dell'omicidio penso' ad un delitto di mafia. Perche' un colpo fu

sparato in bocca alla vittima e perche', un mese prima della morte,

Pecorelli gli aveva detto di essere stato avvicinato dall'<emissario>

di un <importante esponente di governo, democristiano>, il quale gli

offri' dei soldi per non pubblicare un determinato articolo. Collegai

questo episodio, dice Maletti, con <il fatto, invero notorio, che la

mafia costituisse un grosso serbatoio di voti utilizzabili dai

politici>. (gio. bia.)

 

03/07/1996

Pagina: 13

IL CASO IL PROCESSO DEI MISTERI Delitto Pecorelli: e' un ex della

banda della Magliana

<Un teste scagiona Andreotti>

La difesa: interrogatelo, sa la verita'

BIANCONI GIOVANNI

PERUGIA DAL NOSTRO INVIATO I due mafiosi, Calo' e La Barbera, sono

rimasti nelle loro celle. Andreotti invece e' venuto, e per un'ora

smette di scrivere la sua storia dell'Italia repubblicana. Parla il

suo difensore, l'avvocato Franco Coppi, che attacca: <Se il senatore

Andreotti avesse dovuto far uccidere tutti quelli che gli hanno dato

fastidio, non basterebbe un cimitero>. Dice che non ci sono moventi

per un omicidio del giornalista Mino Pecorelli ordinato dall'ex

presidente del Consiglio, <tanto che l'accusa - spiega Coppi - ne ha

dovuti ipotizzare piu' d'uno>. E snocciola una lista di testimoni

lunghissima: <Chiediamo di sentire anche tutti gli abitanti

dell'isola di Lipari, per sentire se hanno mai visto il senatore

Andreotti in compagnia dei cugini Salvo>. E' il <tormentone> di

questo processo, come di quello di Palermo, la storia della presunta

conoscenza tra il senatore a vita e gli esattori mafiosi, sostenuta

dall'accusa e negata dalla difesa. Ma la carta a sorpresa

dell'avvocato Coppi e' un'altra. <C'e' un testimone - dice - al quale

non possiamo rinunciare; a tutti, ma non a lui. Si chiama Alessandro

D'Ortenzi, e da quello che abbiamo appreso ha da fare dichiarazioni

sul delitto Pecorelli che si discostano dalle tesi dell'accusa. Noi

chiediamo che venga qui, e lo consegniamo al giudizio della Corte>.

Finito il suo intervento, Coppi avverte: <Non sappiamo con precisione

che cosa ha da dire; certo e' strano che la Procura non l'abbia

ascoltato>. Alessandro D'Ortenzi detto <Zanzarone> - corpulento e

pittoresco rapinatore romano che fu in contatto con ambienti

dell'eversione nera e della banda della Magliana -, agli agenti della

Dia che l'hanno interrogato nel febbraio scorso, s'e' limitato a

dire: <Ritengo di essere a conoscenza di fatti e circostanze, in

ordine all'omicidio di Carmine Pecorelli, di grande rilevanza per il

magistrato inquirente. Si tratta di elementi che ritengo possano

aprire nuovi scenari investigativi ed avvalorare ricostruzioni

dell'episodio contrastanti con l'impianto accusatorio attuale... Di

tali fatti mi riservo di parlare direttamente col magistrato di

Perugia titolare dell'indagine>. Cosa che, per adesso, ha evitato di

fare; per due volte e' stato convocato dalla Procura ma non s'e'

presentato. In un processo a Roma, D'Ortenzi s'e' scagliato contro

uno dei <pentiti> della banda della Magliana e di questa inchiesta,

Maurizio Abbatino, chiamandolo <ladro di polli, bugiardo e infame>.

<Bugiardo> e <pagliaccio> chiama Abbatino, in aula, pure l'avvocato

Bruno Naso, difensore del presunto assassino materiale di Pecorelli,

l'ex terrorista <nero> Massimo Carminati. Naso annuncia di voler fare

una sorta di contro-processo alla cultura del pentitismo e alla

gestione di <pentiti> come Antonio Mancini e Fabiola Moretti, che

secondo lui spacciavano droga quando gia' collaboravano con la

giustizia. Tutti i difensori dicono alla Corte che proveranno

l'innocenza dei loro assistiti. Quello di Vitalone, l'avvocato

Biffani (assente Taormina), spiega che <non c'e' nulla> che leghi il

nome dell'ex senatore al delitto Pecorelli, <salvo le dichiarazioni

di un pentito, Mancini, che riferisce cose apprese da un morto il

quale a sua volta le avrebbe sapute da ignoti>. E chiama a

testimoniare i magistrati che lavorarono con Vitalone, per disegnarne

la <storia professionale>. E poi, Scalfaro, l'ex presidente del

Consiglio Amato e altri nomi, tra cui pure il pm Fausto Cardella,

denunciato da Vitalone e quindi da interrogare come <indagato in

procedimento connesso>. Domani la Corte decidera' quali testimoni

ascoltare. Poi comincera' il dibattimento. Giovanni Bianconi

 

05/07/1996

Pagina: 12

Perugia, da due anni agli atti il verbale dell'interrogatorio del

capo della camorra

<Caso Pecorelli, interrogate Cutolo>

Al processo l'ex giudice Vitalone dice: e' reo confesso

PERUGIA. Al processo Pecorelli, in corso a Perugia, dopo Alessandro

D'Ortenzi, ex uomo della banda della Magliana vicino ai Servizi, la

difesa dell'ex senatore democristiano Claudio Vitalone ha chiesto di

portare come teste Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra

Organizzata, in carcere a Belluno. Il 21 maggio dichiaro' di avere

informazioni sull'omicidio Pecorelli, in pratica scagionando i

mandanti del delitto individuati dall'accusa in Andreotti, Vitalone e

altri. In serata la Corte ha ammesso la deposizione e ha inoltre

deciso l'acquisizione integrale del diario del generale Dalla Chiesa.

Il difensore di Vitalone si era opposto quando i due pm Cannevale e

Cardella avevano chiesto alla Corte di non ammettere come teste

Raffaele Cutolo. Aveva cercato di spiegare, senza poter entrare nelle

motivazioni di merito, perche' voleva citare il teste. Lo ha fatto

invece, con una dichiarazione spontanea, l' imputato Claudio

Vitalone. <Mi avrebbe fatto piacere - ha detto Vitalone - che la

Corte sapesse che questo tal D'Ortenzi, ex appartenente alla banda

della Magliana, si rese autore di una aggressione nei miei confronti

nel carcere di Rebibbia, dove fece cadere una porta, scagliandosi

contro di me. Con me questo signore non ha alcun rapporto, se non il

fatto dei due anni di reclusione comminatigli per quest'episodio dal

tribunale dell'Aquila, e nel dire che Vitalone e Andreotti non

c'entrano. Presidente - ha continuato Vitalone - mi rivolgo ai due pm

per dirvi che da due anni un signore si e' confessato autore

dell'omicidio Pecorelli, da due anni un signore e' andato davanti ad

alcuni magistrati e ha detto di aver procurato la pistola con la

quale e' stato assassinato Mino Pecorelli: questo signore si chiama

Raffaele Cutolo>. E' stato l'avv. Biffani, difensore di Vitalone, a

parlare del verbale di assunzione d'informazioni su Cutolo, pervenuto

alla difesa pochi giorni fa. Cutolo, partendo dal primo

interrogatorio, conferma quanto gia' dichiarato sull'omicidio

Pecorelli ai magistrati di Roma (il 26 aprile '94) in particolare che

Nicolino Selis (membro della banda della Magliana) chiese delle armi

col silenziatore, come una pistola che, a quanto mi disse, doveva

essere utilizzata per uccidere il giornalista Pecorelli>. (Agi)

 

29/08/1996

Pagina: 2

<C'e' sempre una G...>

Pecorelli al cugino <Ho paura di morire>

MARIANO MARIO

PERUGIA NOSTRO SERVIZIO Aspettando Andreotti che, garantiscono i suoi

avvocati, tornera' stamane nell'aula di tribunale dove si celebra il

processo per l'omicidio Pecorelli, si scatena Umberto Limongelli,

cugino del direttore di <Op>, factotum, all'epoca dei fatti, della

rivista. Impiegato amministrativo e, all'occorrenza, anche fattorino.

E proprio a lui, Mino Pecorelli, il giorno prima di essere ammazzato,

consegno' un plico, pieno zeppo di documenti esplosivi. Davanti ai

giudici Limongelli, che ora ha 69 anni, ha raccontato l'incontro con

dovizia di particolari; puntiglioso, sempre, nelle precisazioni. <Vai

in tipografia e consegna questo plico. E' urgente e fai attenzione:

si tratta di roba esplosiva. Se ci va bene, staremo meglio tutti,

anche tu>. Limongelli ripete per filo e per segno le ultime

raccomandazioni ricevute da Pecorelli; il destino lo aveva messo di

fronte a qualche cosa di grosso (di solito toccava ad un

collaboratore della rivista - Marcello Solito - portare in tipografia

i pezzi preparati in redazione). Visto che Pecorelli aveva

un'espressione molto cupa, preoccupata, Limongelli penso' allora di

allentare la tensione: di proposito fece cadere la busta per terra.

Pecorelli non batte' ciglio limitandosi a salutarlo: <Ci vediamo

domani>. <Se campo>, rispose con ironia Limongelli. <Se campo io, se

qualcuno non mi ammazza> fu la replica. Ovvio che a quel punto il

fattorino chiedesse chi aveva interesse ad ucciderlo. <C'e' sempre

una g>, fu la risposta, accompagnata stavolta da una gesto

inequivocabile: stretta di spalle, a mimare una gobba. Chi era il

personaggio che Pecorelli indico' con la lettera g e, appunto, dando

quel dettaglio fisico di non trascurabile portata? Pare certo che la

domanda diretta stamane verra' rivolta a Giulio Andreotti che, c'e'

da scommetterci, non si tirera' sicuramente indietro. <Frasi tipo:

questa volta mi accoppano, Pecorelli le ripeteva spesso, mentre

rileggeva i suoi appunti>, ha voluto precisare ancora in aula

Limongelli, salvo rafforzare la scena della consegna del plico con

grande precisione. Stamane a sfilare davanti ai giudici sara' Franca

Mangiavacca, segretaria e compagna nella vita di Pecorelli, che ha

avuto rapporti burrascosi, pieni di tensione, proprio con Umberto

Limongelli. Tocchera' a lei, ora, descrivere le ultime ore di vita di

Pecorelli, e magari confermare o smentire la versione data da

Limongelli. Mario Mariano

 

30/08/1996

Pagina: 2

IL CASO PROCESSO PECORELLI

<Un suggeritore per pentiti>

Andreotti: chi mi accusa e' guidato

PERUGIA PRESIDENTE, che ne pensa della vicenda Brusca? <Le cose

preferisco esaminarle quando ci sono atti, verbali. Sui sentito dire

si lavora sempre male>. Il senatore Giulio Andreotti e' stato il

primo a giungere al carcere di Capanne, dove e' in corso il processo

per l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Alle 8,45,

accompagnato da uno dei suoi legali, Franco Coppi, era gia' in corte

d'Assise. La questione del falso complotto ai suoi danni e' stata la

domanda di esordio dei giornalisti. Alla prima battuta Andreotti ha

aggiunto: <Il complotto puo' avere diversi significati, certamente

chi ha suggerito ai due che hanno detto di avermi visto questa

calunnia non credo l'abbia fatto per andare a caccia di farfalle>. Ma

Brusca parlava di Violante, gli e' stato fatto osservare. E lui:

<Sono affari che riguardano altri. Non c'entro niente>. A chi gli

chiedeva, invece, se fosse vero che l'attentato al giudice Falcone

avesse lo scopo di fermare la sua corsa al Quirinale, Andreotti ha

detto: <Sono tutte ricostruzioni che non so bene a chi vengano in

testa. Siccome le cronache di quei giorni sono abbastanza pubbliche,

andatevele a guardare>. Una domanda ha riguardato anche l'udienza di

mercoledi' durante la quale Umberto Limongelli ha detto che suo

cugino Mino Pecorelli, il giorno che fu ucciso, gli parlo' di <una g>

che <poteva accopparlo>. <Mi sembra un po' strano - ha risposto

Andreotti - e' stato interrogato molte volte e solo ieri ha riferito

questa circostanza>. A chi gli faceva osservare che Limongelli ha

detto di essere stato ascoltato soltanto una volta, dalla Dia nel

'94, ha risposto: <Ci sono degli atti, gli interrogatori non sono

fatti privati. Comunque, e' certamente una cosa che non ha alcun

fondamento. Pecorelli non aveva alcun motivo di temere me, ne' io

Pecorelli>. Secondo l'avvocato Alfredo Galasso, uno dei legali di

parte civile, il fatto che <Brusca non c'e' piu', almeno cosi'

sembra, non cambia nulla nella nostra strategia processuale.

Insisteremo nella richiesta di sentirlo come testimone, in tempi

ravvicinati>. Andreotti e' tornato in aula alle 15. Rispondendo a un

giornalista, sempre su Limongelli, ha osservato che <non e' il primo

che mima la mia persona, una volta rimase ingannata anche mia madre>.

Presidente, gli e' stato ancora chiesto, Brusca ha detto che e'

pronto a rivelare tutto quello che sa su di lei, ma che puo' sapere?.

<Non puo' che dire delle cose che sono utili per me, cioe' niente -

ha risposto Andreotti - non credo che possa sapere molto di piu' di

cio' che ha letto sui giornali. Per me e' assolutamente indifferente:

verra' sentito se e quando riterranno opportuno sentirlo>.(Ansa)

 

31/08/1996

Pagina: 6

IL CASO LE RELAZIONI DEL SENATORE

<I Salvo? Non li conosco>

Andreotti: per me sono come Cristoforo Colombo

R_CRI

PERUGIA. <Brusca non crede al bacio di Riina...>. <Beh, non fa una

gran fatica, non ci credo nemmeno io>. Il senatore Giulio Andreotti

ha accolto con un sorriso e una battuta, ieri, i giornalisti che lo

aspettavano al carcere di Capanne, dove e' in corso il processo per

l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli. <Pero' Brusca - ha

insistito un cronista - dice che lei sarebbe stato avvicinato da Cosa

nostra attraverso i cugini Salvo>. Risposta: <I cugini Salvo io li

conosco come conosco Cristoforo Colombo. Ma non quello che era il

trainer di Maradona...>. L'ex presidente del Consiglio ha detto di

<non aver mai negato> di conoscere Salvo Lima, aggiungendo pero' che

<e' una balla> che attraverso l'ex eurodeputato la mafia lo avrebbe

contattato: <Posso dire non solo di conoscerlo, ma di conoscerlo

bene. Non ho mai avuto sensazione che avesse rapporti con la mafia.

Il giorno che questo emergesse mi sorprenderebbe e addolorerebbe>.

<Ma quindi Brusca e' completamente inattendibile?>, gli e' stato

chiesto. <Davanti ad alcune ville - ha risposto Andreotti - si legge

la scritta, in latino, ''guardati dalle conseguenze''. Io non so se

sia attendibile o inattendibile, so solo che non ci ho mai avuto

niente a che fare e quindi se Brusca dice la verita' non puo' che

dire cose a me utili>. <Si parla di rivedere le norme sui

pentiti...>, ha osservato un giornalista. E Andreotti: <Certo, quando

si vede qualche pentito che dichiara: 20 piu' 32 uguale 52, e alla

domanda del mio avvocato su quando avesse ucciso l'ultimo ci ha

pensato un momento e ha detto: l'ho strangolato nell'82, quindi senza

neanche il bisogno di avere armi poiche' gli basta una cordicella, e

questo pentito gira tranquillamente per Roma, beh, questa mi sembra

un'interpretazione estensiva. D'altra parte - ha osservato Andreotti

- la legge e' stata utile in se stessa. Adesso e' passato del tempo e

forse si estende troppo, anche perche' oggi e' difficile capire chi

e' che non si pente, dato che non ha niente da perdere>. Tornando al

falso complotto di Brusca, il senatore ha ribadito: <Bisogna vedere

che cosa vuol dire la parola complotto. Quando io mi trovo di fronte

a un'accusa che si basa su una serie di sentito dire, illazioni,

interpretazioni varie, sono voci, e va bene. Ma quando mi trovo di

fronte al caso di Di Maggio, che parla del bacio in casa di Salvo, e

al caso di Mannoia, che dice di avermi visto in una tenuta di caccia,

ebbene queste sono due calunnie. Di sicuro non se le sono sognate e

qualcuno gliele ha messe in bocca>. Anche a Brusca qualcuno ha

suggerito qualcosa?, gli e' stato chiesto. <Non lo so - ha risposto

Andreotti -, io parlo di due casi che conosco e che so che non sono

veri. Mi avvicino agli Anni 2000 e sono terrorizzato dalla quantita'

dei testimoni da sentire: e' mio interesse che il processo non duri

tempi biblici. Non credo comunque che Brusca sia una fonte tale da

portare nuovi elementi. Se sara' necessario lo sentiremo, senza

troppe emozioni>. <A caccia, in tuta, c'e' stato mai?>, ha domandato

un cronista. <Ci sono stato una volta, da sottosegretario alla

presidenza - ha detto il senatore - nella tenuta di Einaudi, nel '51.

Non ero in tuta e presi talmente tanto freddo che poi il cinghiale e'

passato regolarmente in rivista. Da quel giorno non ci sono piu'

andato. Ma non penso che Mannoia si riferisse a quella battuta di

caccia>. <Il procuratore Vigna sostiene che l'episodio del bacio non

si regge logicamente in piedi...>, e' stato fatto osservare ad

Andreotti, mentre lasciava la sala di udienza per una breve pausa del

processo. <Io ne sono convinto da tempo>, ha risposto. (r. cri.)

 

10/09/1996

Pagina: 7

Perugia: scontro tra accusa e difesa per un interrogatorio del pm

all'ex boss prima dell'udienza

<Pecorelli ucciso per aiutare Andreotti>

Buscetta attacca, poi non risponde ai legali del senatore

BIANCONI GIOVANNI

PERUGIA DAL NOSTRO INVIATO Dopo quasi sei ore di interrogatorio,

quando tocca alla difesa di Andreotti, la voce di Tommaso Buscetta si

fa roca, debole: <Signor presidente, io mi sento male, ho la

pressione bassa, non sono disposto a continuare stasera>. Quella

dell'avvocato Coppi, invece, s'infiamma: <Ah si'? Quando si trattava

di accusare il senatore Andreotti ha parlato per dodici ore di fila,

e adesso dice che non ce la fa piu'?>. Il pentito ribatte: <Avvocato,

lei mi sembra come quei poliziotti che interrogavano con la lampada

in faccia, e andavano avanti finche' uno non confessava... Io in

questo momento non ce la faccio a parlare, chiamate un dottore e

verificate. Domattina rispondero' a tutte le domande che vorrete>.

L'avvocato insiste: <Perche' lei nel 1984 tento' il suicidio?>: <No,

sono stanco>. E Coppi: <Quest'atteggiamento e' un'offesa alla corte e

a tutti noi>. L'udienza si interrompe, la corte d'assise si ritira,

poi torna e rinvia a stamane. Ma nel frattempo e' scoppiato

l'ennesimo <giallo>, che non manca mai quando c'e' di mezzo <don>

Masino. Nei pochi minuti in cui ha a disposizione il testimone

l'avvocato Coppi, punta di diamante della difesa Andreotti nel

processo Pecorelli come in quello palermitano per associazione

mafiosa, incalza Buscetta: <In questi giorni ha incontrato il

pubblico ministero Cardella?>. <Si'>. <Avete parlato anche di fatti

riguardanti l'omicidio Pecorelli?>. <Si'>. <Anche dell'udienza di

oggi?>. <Non ricordo>. <Abbiamo una memoria labile, eh?>. <Sono

stanco... Comunque no>. Prende la parola il pm Cardella: <C'e' stato

un interrogatorio, esiste un verbale>. Ed ecco, bell'e confezionato

alle sei e mezzo di sera, il <giallo>: di che hanno parlato Buscetta

e Cardella? Che urgenza c'era di sentire <don> Masino alla vigilia

dell'udienza? Perche' il verbale non e' a disposizione delle parti?

Accusa e difesa si scontrano: non c'e' niente di strano, e'

un'interrogatorio su fatti recenti e al momento opportuno sara'

consegnato; no, e' uno scandalo, <quel verbale e' stato occultato>,

come insinua l'avvocato Taormina. Alla fine la corte d'assise chiude

il <giallo> stabilendo che l'operato della procura e' legittimo, e

che il verbale puo' anche non essere depositato. In ogni caso, il

nuovo interrogatorio di Buscetta riguarderebbe l'incontro con

l'avvocato Schoenbach, difensore statunitense di Badalamenti, e altri

episodi che <don> Masino chiarisce in aula rispondendo alle domande

dei pubblici ministeri Cardella e Cannevale. Per la prima volta dal

1984 il <principe dei pentiti> viene ascoltato in veste di semplice

testimone e non piu' di <imputato di reato connesso>: e' obbligato a

dire la verita', come un cittadino qualunque, pena l'incriminazione.

<Don> Masino non si scompone, e con tono deciso conferma le sue

accuse ad Andreotti per l'omicidio Pecorelli, il giornalista

assassinato a Roma il 20 marzo del 1979, <su ordine di Stefano

Bontade e Gaetano Badalamenti, che dovevano fare un favore ai cugini

Nino e Ignazio Salvo, nell'interesse del senatore Andreotti. Me lo

dissero Stefano Bontade nel 1980 e Gaetano Badalamenti nel 1982>.

Dietro di lui - che depone senza paravento protettivo, con la faccia

abbronzata e i baffi neri, i capelli abbondanti su un vestito color

senape - non si scompone nemmeno Giulio Andeotti, che si divide tra

la deposizione del suo accusatore e le bozze del libro sui

cinquant'anni di Repubblica italiana che uscira' a Natale. Di tanto

in tanto alza gli occhi e guarda avanti, per ascoltare Buscetta che

attacca: <Io fino alle stragi di Capaci e via D'Amelio non ho voluto

parlare della mafia politica, perche' non vedevo che lo Stato

italiano aveva veramente la volonta' di combattere la mafia... Nel

1992 Andreotti doveva diventare Presidente della Repubblica, se ne

avessi parlato mi avrebbero detto che ero pazzo. Me lo dicono ancora

oggi... Per me Andreotti era, anzi e', un uomo potente>. Il senatore

a vita ascolta e si rigetta nelle sue carte. A fine udienza commenta:

<Non mi pare che ci siano novita', queste cose le ho gia' sentite a

Padova (all'udienza di gennaio per il processo di Palermo, ndr) e le

ho lette almeno cinquanta volte. Oggi c'e' stato il colpo di scena

della fotografia, ma nei film di Perry Mason ho visto di meglio>. La

foto e' quella che Buscetta estrae dalla tasca, si vedono lui e

Badalamenti a caccia di daini in Brasile, nel Mato Grosso. Andreotti

non riesce a trattenere la battuta: <Che Buscetta e Badalamenti si

frequentassero in Brasile nessuno lo mette in dubbio. Che poi fossero

nel Mato Grosso o nel Mato Piccolo cambia poco...>. Cambiera',

invece, se Buscetta risultera' un teste credibile per la corte

d'assise, che deve giudicare se Andreotti e tutta la teoria di

mandanti intermedi ed esecutori, da Vitalone ai presunti killer

Carminati e La Barbera, sono colpevoli o innocenti. <Don> Masino va

avanti come un treno, e ripete le cose che dice di sapere come cose

certe, <perche' riferitemi da uomini d'onore che ad altri uomini

d'onore dicono sempre la verita': e' questa la regola dentro Cosa

nostra>. E allora non solo la mafia fece fuori Pecorelli, che dava

fastidio ad Andreotti perche' probabilmente aveva dei documenti sul

caso Moro che gli aveva dato il generale Dalla Chiesa; ma Andreotti

conosceva i Salvo che erano mafiosi e lo chiamavano <lo zio>; e

sempre il senatore a vita ricevette nel suo ufficio Badalamenti che

voleva ringraziarlo per essersi interessato a un processo del boss

Filippo Rimi. Insomma, l'uomo piu' longevo del potere democristiano

serviva lo Stato e la mafia al tempo stesso. Andreotti, nel suo

completo aviatore, e' quasi seccato di dover replicare: <Non ho mai

conosciuto i Salvo, ne' Badalamenti ne' Buscetta. Se fosse vera la

frase che avrei detto a Badalamenti, che di gente come lui ce ne

voleva ad ogni angolo di strada, sarei da ricoverare in manicomio...

E poi questa storia che un mafioso non puo' dire bugie a un un altro

mafioso... e' una regola che non applicherei nemmeno alle monache di

clausura>. Buscetta parla di Calo' - che ascolta con attenzione - e

del boss mafioso La Barbera, che ha preferito non venire e non dover

incontrare il pentito. Ricorda i misteri del caso Moro, le trattative

segrete con Cosa nostra per arrivare all'ostaggio. Tutte cose che ad

Andreotti non risultano: <Mi sembrano offese al generale Dalla

Chiesa... Sulle carte di Moro bisognerebbe chiedere a Mario

Moretti... Di contatti con la mafia non ho mai saputo nulla>. Se ne

riparlera' oggi, nel contro-interrogatorio. Giovanni Bianconi

10/09/1996

Pagina: 7

Don Masino: Brusca? Penso a un pentimento sincero

LA LICATA FRANCESCO

PERUGIA BUSCETTA preso <in castagna> su un volo di linea, <bruciato>

da un'interrogazione parlamentare che si trasforma in una vera e

propria imprudenza delatoria. Don Masino, in sostanza, ricacciato

indietro di 12 anni, quando - appena pentito - tenta faticosamente di

ricostruirsi una nuova faccia ed una nuova identita'. Buscetta, in

questo momento, non ha nome e cognome. Li aveva, fino al suo ultimo

ritorno in Italia. Non ce li ha piu' perche' un parlamentare della

Repubblica, Domenico Gramazio, ha formulato una interrogazione ai

ministri dell'Interno e della Giustizia in modo tanto maldestro da

rendere facilissima, a chi ne avesse voglia ed interesse,

l'individuazione del <nuovo Buscetta>. La storia e' nota ed ha fatto

registrare qualche polemica. Don Masino - richiamato per testimoniare

a Perugia al processo contro Vitalone ed Andreotti - giunge in Italia

su un volo Alitalia Miami-Roma. A Fiumicino viene riconosciuto, come

ha poi raccontato lo stesso Gramazio, da alcuni passeggeri che hanno

anche notato quell'eccentrico personaggio, con giacca gialla e

camicia hawayana, seduto vicino ad alcuni familiari del ministro

Dini, anch'essi di ritorno dagli Stati Uniti. Che succede, dunque?

Gramazio presenta una interrogazione che - con la speciosa richiesta

di conoscere chi ha pagato il biglietto (il contribuente?) -

specifica dettagliatamente il numero del volo e persino il numero del

posto occupato da don Masino. Da quel momento il pentito e' diventato

di nuovo <a rischio>. Buscetta, infatti, viaggiava con la sua

definitiva e misteriosa identita'. Se qualcuno, percio', volesse

conoscerla non dovrebbe far altro che trovare il nome di chi sedeva

sulla poltrona no 9D del volo ampiamente citato. Per questo le

autorita' italiane e statunitensi sono gia' alle prese con la

burocrazia per avviare una nuova procedura e dare gli ennesimi

documenti a Buscetta e alla sua famiglia. E' una sventura, quella che

perseguita Don Masino. Appena mette fuori il naso dal suo

nascondiglio, c'e' qualcuno che lo <becca>. Gia', quella faccia da

indio, quel profilo scolpito nella memoria degli italiani che hanno

seguito le puntate del maxiprocesso a Cosa nostra, non gli consentono

di riacquistare la liberta', che nel suo caso coinciderebbe col piu'

completo anonimato. E ieri, nell'aula di Perugia quindi durante una

delle <grandi occasioni>, Buscetta ha voluto rispondere - sollecitato

dal pm Fausto Cardella - all'interrogazione dell'on. Gramazio,

precisando che il biglietto Alitalia <incriminato> era stato

acquistato <con la mia carta di credito>. Si', perche' un disguido

aveva ritardato il <prepagato> a spese dello Stato italiano. Anche

l'American Express, dunque, conosce adesso la nuova identita' dell'ex

boss dei due mondi. Ecco perche' la fuga di notizie sul viaggio di

Buscetta si e' risolta in un danno irreparabile per la sicurezza del

pentito. Nessuno scandalo, dunque. Tranne che l'on. Gramazio non

voglia pretendere da Buscetta il ritorno in Italia a sue spese o a

piedi, per non pesare sulle casse dello Stato. Alle soglie dei 70

anni, Don Masino sa ancora come tener banco e percio' non si attarda

nelle polemiche. Piu' tempo passa e piu' il <grande pentito>

abbandona la veste di collaboratore per prendere quella di vero e

proprio consulente dello Stato. Non c'e' vicenda di Cosa nostra che

investigatori e magistrati non gli sottopongano per riceverne spunti

e suggerimenti, interpretazioni e contromisure. Anche su Giovanni

Brusca. Gli e' stato chiesto se bisogna fidarsi del figlio di

Bernardo, vecchio capomandamento ormai in disarmo. Don Masino ha

riflettuto, prima di rispondere ai dubbi dei magistrati. Quindi ha

risposto cosi': <Non bisogna meravigliarsi se la tentazione del

pentimento e' arrivata ai vertici di Cosa nostra, fino ad attaccare

persone come i Brusca e chissa' chi in un prossimo futuro>. <Ma non

vedete - ha insistito Buscetta - in che stato si trova Cosa nostra?

Sono allo sbando, in gravi difficolta' giudiziarie ma anche

economiche. Cosa c'e' di strano che ognuno cominci a prendere

iniziative che mirano esclusivamente al salvataggio della propria

persona e dei familiari piu' stretti?>. In sostanza, il consiglio che

ha dato Don Masino e' quello di insistere negli interrogatori di

Giovanni Brusca: <Ci sono tanti sistemi per capire se la sua e' una

collaborazione onesta e sincera. Niente piu', dunque, ha il potere di

sbalordire il <grande pentito>. Ne ha viste tante, Don Masino, per

poter meravigliarsi delle contraddizioni di Cosa nostra. Tutti

pentiti? Potrebbe accadere, bisogna solo stare con gli occhi bene

aperti e saper distinguere sin dove finisce la debolezza della mafia

<mazziata> e comincia la strategia del fingersi battuti per

riemergere poi piu' forti di prima. No, Don Masino non mette limiti a

nulla. E cosi' ieri pomeriggio, lanciando l'ennesimo messaggio a

Gaetano Badalamenti, l'ex amico detenuto a Memphis, si abbandona

persino al piu' ottimistico degli auspici: il probabile pentimento di

<Tano Battaglia>, re in esilio. Buscetta ha usato la metafora e,

raccontando il colloquio avuto con l'avvocato di Badalamenti,

Lawrence H. Schoenbach, ha insinuato il sospetto. <In quella

occasione - ha calibrato don Masino - Schoenbach mi disse: ''Il mio

cliente sono sicuro che non si pentira' mai'' e poi aggiunse: ''Mai

dire mai''>. Buscetta ha precisato: <Non so se era un messaggio per

dire che forse Badalamenti potrebbe pentirsi. Ma questa era una mia

opinione>. E se lo dice Buscetta, c'e' da crederci. Francesco La

Licata

 

 

11/09/1996

Pagina: 11

DOCUMENTO IL CONFRONTO IN TRIBUNALE

Don Masino: mentii a Falcone

<Una bugia su Pennino, ma c'era un motivo>

ECCO i passi salienti dell'interrogatorio di Buscetta. Avvocato

Coppi: Signor Buscetta, quando e' stato estradato in Italia?

Buscetta: Nel 1984. C.: Le risulta che nel 1984 Andreotti faceva

parte del governo? B.: No. C.: Sa che Andreotti si interesso' per

farla estradare? B.: No. C.: Ha ricevuto aiuti economici dal governo

italiano? B.: I primi aiuti mi sono arrivati nel 1992. Nel 1988 ho

ricevuto 200 milioni, devoluti ai miei familiari. C.: Lei oggi ha

un'occupazione? B.: No. Il sostentamento mi viene dallo Stato

italiano. C.: E sono soldi sufficienti per pagarsi le crociere in

estate? B.: No. Ho guadagnato dei soldi con qualche libro. (...) C.:

Ricorda di aver detto al giudice Falcone, nel 1984, di essere affetto

da tubercolosi renale attiva? B.: No, io ho sempre dichiarato di

fingere quella malattia. C.: No, lei dichiaro' <ero affetto...>. B.:

Avro' detto cosi'. C.: Quindi lei ha mentito al giudice Falcone? B.:

No, io a Falcone gliel'ho spiegato che fingevo... Si sara'

dimenticato... Dissi cosi' perche' la mia cartella clinica diceva

cosi'. C.: Guardi che il giudice Falcone l'ho conosciuto anch'io, e

se lei diceva una cosa lui verbalizzava quella. Dal verbale non

risulta che lei disse a Falcone che non era vero, quindi ha mentito.

Falcone le chiese di Gioacchino Pennino senior? B.: Dissi che non era

mafioso. C.: Anche in questo caso ha mentito... B.: Ma c'era una

ragione. C.: Questo non mi interessa. (...) C.: Da Badalamenti lei

seppe chi voleva far morire il generale Dalla Chiesa? B.: No. C.:

Tanto per andare per le spicce, le risulta che Andreotti diede

l'ordine di far ammazzare Dalla Chiesa? B.: Per l'amor di Dio, no.

(...) C.: Lima le ha mai parlato del suo coinvolgimento diretto con

Andreotti per gli affari riguardanti Cosa Nostra B.: No, Lima non mi

ha mai fatto nessun accenno ad Andreotti. C.: Come ha appreso che il

referente nazionale di Lima per Cosa Nostra era il senatore

Andreotti? B.: Data e circostanze non le ricordo. I fatti erano a

conoscenza di tutti. C.: Tutti? Se io andavo a Palermo e chiedevo in

giro chi era il referente nazionale dell'onorevole Lima mi

rispondevano Andreotti? B.: Io credo di si'. Avvocato, io sono stato

quattro anni e mezzo nel carcere dell'Ucciardone. L'ingresso degli

uomini d'onore era continuo, e queste cose le sapevano tutti. C.: E

non ne sa indicare una, di queste persone? B.: Non una, io le dico

tutte. (...) C.:Che cosa le diceva Falcone quando lei non voleva

parlare dei rapporti tra mafia e politica? B.: Lui chiedeva, ma io

non ne volevo parlare. C.: Di Andreotti non disse nulla a Falcone,

nemmeno in via riservata? B.: No. C.: Nonostante il suo rapporto

confidenziale col giudice Falcone? B.: Ma era una confidenza da

imputato a giudice istruttore... (...) C.: Lei sa di rapporti diretti

tra i cugini Salvo e il senatore Andreotti? B.: No, so che i Salvo

potevano andare da Andreotti... C.: I fatti! B.: Di fatti conosco

solo la visita che mi ha raccontato Badalamenti, con Salvo, nello

studio del senatore Andreotti. C.: Dove e quando Bontade le parlo'

del delitto Pecorelli? B.: Fu a Palermo; quando non lo ricordo. Io

non sapevo nemmeno che Pecorelli era stato ucciso. Chiesi a Bontade

chi fosse, e lui mi disse qualcosa. Non e' facile ricordare tutto.

Disse: l'abbiamo fatto noi perche' ce l'hanno chiesto. C.: Lei non

diede importanza a una notizia che in qualche modo riguardava

Andreotti? B.: No, a quell'epoca avevamo altri problemi... Comunque

il movente erano sempre cose che potevano uscire con Andreotti. C.:

Bontade le disse che l'omicidio fu chiesto direttamente da Andreotti?

B.: No, ha sempre parlato di interesse di Andreotti. (...) C.:

Badalamenti le disse chi aveva commissionato il delitto Pecorelli?

B.: No. C.: Sulla base di quali fatti lei afferma che l'omicidio fu

fatto nell'interesse di Andreotti? B.: Per la circostanza che

Andreotti era intimo amico dei Salvo... C.: E che era l'unico amico

dei Salvo? B.: Non ho detto questo... C.: Dunque l'interesse del

senatore Andreotti e' una sua deduzione? B.: Si'. C.:Ha chiesto

qualcosa a Badalamenti a chiarimento di quell'omicidio? B.: No. (...)

C.: Bontade le ha mai detto di aver fatto dei favori ad Andreotti?

B.: No. C.: Sa qualcosa del contenuto dei documenti in possesso di

Pecorelli che potevano danneggiare il senatore Andreotti? B.: No. C.:

Le risulta che Dalla Chiesa abbia consegnato dei documenti a

Pecorelli? B.: No. C.: Per quello che lei sa, l'omicidio Pecorelli

l'ha organizzato direttamente Badalamenti? B.: No. Quando Badalamenti

mi disse dell'omicidio u ficimu noau tri, cioe' 'lo facemmo noi', non

si riferiva a Cosa Nostra, ma a lui e Bontade. Badalamenti non lo

poteva organizzare come Cosa Nostra, ma puo' dire ''noi'' riferendosi

a Bontade, il quale invece lo poteva fare attraverso i suoi uomini.

 

 

11/09/1996

Pagina: 11

Duro controinterrogatorio al processo Pecorelli. Andreotti: <Da cio'

che si e' sentito e' chiaro che non c'entro>

Buscetta, un giorno di passione in aula

I difensori costringono il pentito a una serie di <non ricordo>

BIANCONI GIOVANNI

PERUGIA DAL NOSTRO INVIATO Alla prima domanda, l'avvocato Franco

Coppi - il <principe del foro> che si appresta ad interrogare per

quattro ore il <principe dei pentiti> - accende subito la miccia:

<Signor Buscetta, oggi se lo ricorda il nome del magistrato che l'ha

interrogata tre giorni fa?>. Dal banco dell'accusa, il pm Alessandro

Cannevale insorge, anche se e' costretto a rimanere seduto perche' la

toga si impiglia nella sedia: <Presidente, questa domanda e'

irrilevante. E poi le dichiarazioni di Buscetta sono da anni su

giornali, libri e riviste. Sono perfino sulle figurine Panini. Qui si

vorra' fare pure il colpo di teatro, ma questa storia che Buscetta e'

stato imbeccato non va bene>. L'avvocato di Giulio Andreotti questa

non se la tiene: <Guardi che qui nessuno cerca colpi di teatro. Io

voglio solo dimostrare che questo testimone e' reticente su ogni cosa

che gli chiede la difesa. E' assurdo non ricordare il nome del

giudice che l'ha interrogato tre giorni fa, la corte dovra' valutare

anche questo>. E l'interrogatorio comincia. S'era preparato 452

domande per il testimone Tommaso Buscetta - di mestiere <collaborante

di giustizia>, come dice lui stesso - l'avvocato Coppi; e nella sua

scaletta s'e' scritto anche le risposte che, in base agli atti del

processo, <don> Masino avrebbe dovuto dare. Ogni volta che le nuove

risposte non coincidono con quelle che l'avvocato s'aspettava lui

incalza, precisa, contesta. E chiede: <Signor Buscetta, come mai ogni

volta sono costretto a rileggerle i passi dei vecchi verbali e poi

lei conferma?>. Il secondo giorno della sua deposizione al processo

per il delitto Pecorelli, <don> Masino viene <consegnato> ai legali

dei sei imputati. Ma soprattutto alla difesa di Andreotti, perche'

Buscetta ha fatto quel nome, ha detto che seppe dai boss mafiosi

Bontade e Badalamenti che il giornalista fu assassinato

<nell'interesse> dell'ex presidente del Consiglio. Gli altri avvocati

- quelli di Vitalone, Badalamenti, Calo', La Barbera e Carminati -

faranno poche domande: dei loro clienti parleranno, nei prossimi

giorni, altri pentiti. Oggi si parla di Andreotti, e il senatore non

legge piu' le bozze del suo nuovo libro; ascolta con attenzione il

botta e risposta tra chi l'accusa e chi lo difende. Alla fine

dell'udienza e' soddisfatto: <Da quello che s'e' sentito e' chiaro

che io non c'entro niente>. Cioe'? <Cioe' ne' Bontade ne' Badalamenti

hanno detto a Buscetta che l'omicidio Pecorelli l'ho organizzato io.

Sono solo sue congetture. E io so che non sono vere>. L'avvocato

Coppi salta da un argomento all'altro, dal rapimento Moro

all'omicidio Dalla Chiesa, dalle regole interne a Cosa Nostra ai

parenti di Buscetta. Contesta al pentito le deposizioni fatte

nell'arco di dodici anni, lo costringe a dire che <ha mentito anche

al giudice Falcone>, e quando Buscetta cerca di spiegare il perche',

lui lo interrompe: <Questo non mi interessa. Se vorranno glielo

chiederanno i pubblici ministeri>. In molte occasioni <don> Masino

deve rispondere <non ricordo>, oppure <io non faccio diari, non

prendo appunti, non posso ricostruire con precisione le date>.

Ammissioni che sono musica per le orecchie di Coppi, il quale sembra

aver costruito l'interrogatorio apposta per i sei giudici popolari

che dovranno giudicare il suo illustre cliente. I pubblici ministeri

ascoltano, e alla fine non sembrano colpiti piu' di tanto dai <non

so> e i <no> del testimone. A loro interessa che Buscetta abbia

comunque confermato le informazioni che ebbe dai boss Bontade e

Badalamenti sul delitto Pecorelli, il resto del mosaico accusatorio

lo metteranno insieme nel seguito del processo, quando sfileranno le

centinaia di altri testimoni chiamati a deporre. Una cosa, pero',

vuole sottolineare il pm Fausto Cardella: <Ho sentito dire che

Buscetta sarebbe un pentito teleguidato. Lui ha reso dichiarazioni

nello stesso senso da parecchi anni, e in ogni occasione le ripete.

Gli si puo' credere o non credere, sara' una valutazione della corte

d'assise. Ma sul teleguidato, sono affermazioni che non hanno alcun

fondamento>. A tratti, Buscetta e Coppi scherzano perfino. Come

quando il pentito dice: <Di Coppi ne conosciamo due, uno che andava

in bicicletta e che e' rimasto...>, e l'avvocato ribatte: <Spererei

di rimanere anch'io un altro po', coi piedi su questa terra>. Ma la

sostanza e' nelle contraddizioni vere o presunte che il difensore di

Andreotti cerca di portare alla luce. E sulla scia delle quali

cercano di inserirsi anche gli altri difensori. Ma che pensa

Andreotti di quella vecchia idea del <suggeritore>? <Una volta -

risponde il senatore - a teatro il suggeritore c'era e si vedeva,

adesso ci sono tecniche molto piu' sofisticate. Se dietro a Buscetta

ci sia qualcuno, comunque, io non lo so>. Giovanni Bianconi

 

12/09/1996

Pagina: 10

E' un ex della banda della Magliana: <Fu ucciso perche' aveva

documenti sul sequestro Moro>

<Vitalone decise il delitto>

Caso Pecorelli, un pentito accusa

BIANCONI GIOVANNI

PERUGIA DAL NOSTRO INVIATO Tre o quattro lustri fa, quando viveva di

rapine e omicidi, lo chiamavano <accattone>; oggi invece, per i suoi

ex amici, e' solo un <infame>. Nella banda della Magliana, la gang

criminale che impazzava a Roma tra gli Anni 70 e 80, Antonio Mancini

era uno dei capi; adesso, 48 anni, e' diventato collaboratore di

giustizia <perche' mi ero rotto le scatole di quella vita e perche'

ho capito che ci strumentalizzavano>: rispetto a Tommaso Buscetta, e'

l'altra meta' del processo per il delitto Pecorelli. Se <don> Masino

ha parlato di un omicidio eseguito dalla mafia nell'interesse di

Giulio Andreotti, l'<accattone>, un anno e mezzo dopo, ha aggiunto il

resto: <Ho saputo che ad ammazzare il giornalista Pecorelli furono

Massimo Carminati, un giovane fascista che era in contatto con noi, e

un siciliano che io conoscevo come Angiolino il biondo>. Specificando

anche che il suo amico Abbruciati - altro boss della Magliana, morto

ammazzato nel 1982 a Milano, mentre sparava al vicepresidente del

Banco Ambrosiano Roberto Rosone - gli spiego' che mandante di quel

delitto era <il dottor Vitalone>, il magistrato ed ex senatore dc

<fedelissimo> di Andreotti. Protetto da un paravento nell'aula bunker

alla periferia di Perugia, adesso, Antonio Mancini ripete le sue

accuse. Con l'accento romanesco e l'udito che fa cilecca, risponde

alle domande dei pubblici ministeri; ma si vede che s'e' caricato per

fronteggiare il fuoco di fila degli avvocati difensori: <So che mi

salteranno addosso, ma io dico la verita'>. Con l'avvocato Coppi

scoccano le scintille: <Professore, questa domanda e' mal posta>;

<Lei non si permetta>; <No, io glielo dico>; <Pensi alle persone che

ha ammazzato, invece>, finche' le urla dei due e degli altri legali

costringono il presidente a sospendere l'udienza. Di quel giornalista

ammazzato il 20 marzo 1979, Mancini ha saputo, prima ancora che da

Abbruciati, da un altro capo della banda della Magliana, Enrico De

Pedis, <una persona squisita>, assassinato a Roma nel 1991. <Stavamo

facendo un appostamento contro un allibratore che dovevamo ammazzare

- racconta alla corte d'assise -, e io chiesi ad Enrico come mai

tenevano in cosi' alta considerazione Massimo Carminati. Lui mi

rispose che, insieme a un certo Angiolino il biondo, Carminati era

stato uno degli esecutori materiali del delitto Pecorelli. Aggiunse

anche che la pistola usata in quell'omicidio era la stessa che lui

aveva in quel momento>. L'arma del delitto, secondo Mancini, era

custodita in un arsenale della banda nascosto nei sotterranei del

ministero della Sanita', a Roma, scoperto dalla polizia nel novembre

del 1981. <Io lo so che c'era>, dice l'<accattone>, ma quella

pistola, al ministero, non e' mai stata trovata. C'erano invece dei

proiettili provenienti dallo stesso stock di quelli che uccisero Mino

Pecorelli. Dopo le rivelazioni di De Pedis, continua Mancini, fu

Danilo Abbruciati a dirgli che <gli esecutori materiali erano quelli,

e che il delitto era stato messo in atto per entrare nelle grazie di

un potere giudiziario-politico-massonico al quale faceva capo il

dottor Vitalone; che era stato chiesto dal dottor Vitalone>. L'ex

senatore dc e' seduto tra i suoi avvocati, ascolta, e una volta di

piu' si indigna per <le menzogne di un pluriomicida che ha pensato di

ottenere una riduzione di pena accusando degli innocenti>. Il suo

accusatore va avanti, e spiega che quell'Angiolino il biondo lui l'ha

riconosciuto prima in fotografia e poi di persona nel boss mafioso

Michelangelo La Barbera. Racconta i suoi incontri con La Barbera, con

Pippo Calo' (<Danilo mi ha detto che anche lui sara' interessato al

delitto Pecorelli>), dei legami tra Abbruciati e gli uomini di Cosa

nostra, di aver saputo che Pecorelli fu ammazzato perche' <era in

possesso di documenti relativi al sequestro Moro che potevano dar

fastidio a quello stesso gruppo politico>. Da dietro il paravento

arrivano dettagli sugli agganci della Magliana con politici,

magistrati e <guardie>. Mancini cita Evangelisti, Umberto Ortolani, e

tra i giudici fa i nomi della dottoressa Iannini, oggi gip di Roma,

che l'ha gia' denunciato per calunnia. Il pentito riferisce una

storia che pero' non s'e' mai verificata: De Pedis gli avrebbe

promesso che <tramite il dottor Gianni Letta>, all'epoca direttore de

Il Tempo, sarebbero usciti degli articoli di giornale benevoli nei

suoi confronti, in modo tale che poi la Iannini avrebbe potuto

concedergli i benefici di legge. <Ribadisco che proprio negli anni

cui si riferisce Mancini - ha detto ieri il giudice Iannini - ho

spiccato mandato di cattura nei confronti di De Pedis per tentato

omicidio, rinviandolo a giudizio in stato di detenzione>. Giovanni

Bianconi

 

13/09/1996

Pagina: 15

L'ex senatore: processo? Una pagliacciata

Vitalone contrattacca <Sono tutte menzogne>

Perugia: il pentito della Magliana tira in ballo un avvocato defunto

BIANCONI GIOVANNI

PERUGIA DAL NOSTRO INVIATO L'avvocato Taormina, difensore di Claudio

Vitalone, lo sta interrogando da meno di un'ora; si dilunga sul

significato delle parole, contesta contraddizioni e versioni

contrastanti, chiede continui chiarimenti. Il pentito Antonio

Mancini, l'<accattone> della banda della Magliana che accusa

l'ex-senatore dc di essere il mandante dell'omicidio Pecorelli, non

sempre gradisce, e a un tratto esplode: <Basta, non rispondo piu'.

Non ce l'ho con lei, professore, perche' ogni volta che l'ascolto

resto ammirato... Pero' cosi' me se intreccia il cervello, e io nun

ce capisco piu' gnente>. L'interrogatorio prosegue, ma a parte le

urla tra avvocato e pm - <Lei non suggerisca le risposte>, grida

Taormina al pm Cannevale; <Non si permetta simili insinuazioni>,

ribatte il magistrato - agli atti della Corte d'assise rimangono

consegnate risposte che lette in un certo modo confermano il teorema

dell'accusa e lette in un altro lo smentiscono. Con argomentazioni

colorite (<quando ho cominciato a collaborare mi moglie mi

considerava peggio dello spazzolino del cesso>), Mancini cerca di

spiegare le divergenze tra le sue dichiarazioni e quella di Fabiola

Moretti, la moglie appunto, altro testimone dell'accusa. E nel gorgo

delle domande finisce anche per dire che Danilo Abbruciati, il

bandito della Magliana che gli parlo' del coinvolgimento di Vitalone,

non partecipo' all'organizzazione del delitto Pecorelli.

L'ex-senatore andreottiano si mostra piu' che soddisfatto: <Abbiamo

dimostrato che appena esce dal seminato dei verbali fatti coi

pubblici ministeri, questo signore brancola nella menzogna. Se si

fosse fatto l'incidente probatorio, come chiedemmo due anni fa, ci

saremmo risparmiati questa pagliacciata>. Dal lato dell'accusa,

naturalmente, non la vedono cosi'. Il processo continua con Mancini

che, tra un <nun me lo ricordo> e un piu' forbito <non mi sovviene>,

alla fine conferma tutto quello che ha dichiarato in istruttoria,

cercando di dare spiegazioni a versioni dei fatti diverse. E aggiunge

nuovi elementi. All'avvocato Naso -, difensore dell'ex-terrorista

<nero> Massimo Carminati, accusato da Mancini di essere uno dei

killer di Pecorelli - l'<accattone> spiega: <Le cose su Carminati le

ho sapute subito; quelle su persone piu' alte, non moralmente

intendo, le ho sapute dopo>. L'avvocato domanda a Mancini se sa a chi

si rivolse Vitalone per <commissionare> l'omicidio Pecorelli ai

banditi della Magliana, e l'<accattone>, dopo aver chiesto il

permesso al presidente, dice che puo' fare solo una supposizione:

<Non ho elementi di prova, ma se devo fare un'ipotesi dico l'avvocato

Di Pietropaolo>. Maurizio Di Pietropaolo, scomparso nel 1991, era un

noto avvocato romano, difensore fra l'altro di Licio Gelli, Francesco

Pazienza e il bandito della Magliana Enrico De Pedis. Mancini lo tira

in ballo perche' lo collega ad un suo presunto viaggio a Milano, nel

febbraio-marzo 1981, durante il quale lui e Abbruciati andarono a

ritirare dei documenti, forse relativi al caso Moro, <che potevano

recare danno al dottor Vitalone>, e che andavano consegnati (cosi'

gli avrebbe riferito Abbruciati) proprio a Di Pietropaolo. Su

sollecitazione dell'avvocato Naso, fioccano anche altri nomi, come

quello del capo della polizia Fernando Masone. Il legale chiede a

Mancini di una vecchia storia nella quale Fabiola Moretti avrebbe

detto al marito che Masone <era culo e camicia> con Enrico Nicoletti,

il presunto cassiere della Magliana. Mancini ricorda ma non sa

spiegare il senso di quella frase, e in serata arriva la precisazione

del capo della polizia: <Il 1o novembre 1995 ho fornito al magistrato

ampi e documentati chiarimenti che dimostrano la mia assoluta

estranieta' ai fatti chiaramente falsi e calunniosi>. Giovanni

Bianconi

 

18/09/1996

Pagina: 3

Lo stupore della Iannini

"Sono perplessa, ma non do giudizi"

GIO_BIA

ROMA. Augusta Iannini, 46 anni, giudice delle indagini preliminari

a Roma, moglie del giornalista Bruno Vespa, e' l' unico magistrato

di quelli che scoprirono la microspia al bar Tombini a non essere

finito in carcere. L' altro giorno pero' , un pentito della "banda

della Magliana" ha fatto il suo nome al processo per l' omicidio

Pecorelli. "Una pura coincidenza temporale, perche' sono

dichiarazioni vecchie di tre anni, tutte palesemente false, e per

le quali c' era gia' una mia denuncia per calunnia", dice la giudice

che sull' uso dei pentiti aveva gia' detto al Foglio: "Questo

permissivismo deve finire, e' fonte di inquinamento giudiziario,

politico e morale della vita civile".

Dottoressa Iannini, che cosa pensa degli arresti dei suoi

colleghi Savia e Napolitano?

"Sono assolutamente stupefatta, ma non conosco i fatti ne' gli atti

processuali, quindi non do giudizi". Ritornano le indagini sul

"porto delle nebbie", sui giudici romani accusati di corruzione...

"Eh, questa nomea non riesciamo a scrollarcela di dosso. Pero' io

penso che a Roma si applicano le leggi senza confondere la

giustizia con l' etica. Insomma, teniamo separata l' applicazione

del

codice penale dall' etica e dalla deontologia, e credo che questa

distinzione vada salvaguardata. Evidentemente altrove non e'

cosi' ".

Sta dicendo che queste inchieste vanno oltre il lecito?

"Sto dicendo che in altri uffici giudiziari c' e' uno stile un po'

meno asettico di quello che abbiamo a Roma, e questo crea molta

confusione".

Lei conosce bene i magistrati arrestati ieri. Si aspettava un

simile epilogo?

"Ma neanche per sogno, non c' era alcun sentore. Con Napolitano

siamo amici, per me e' una bravissima persona, e penso che anche il

suo tenore di vita lo possa dimostrare. Savia e' uno dei tanti

colleghi che lavoravano a Roma".

Anche il suo ex-capo, Squillante, e' coinvolto in questa

inchiesta.

"Dell' indagine non so nulla, e Squillante non lo vedo e non lo

sento dal giorno del suo arresto".

Si discute di "potere forte" dei giudici, di separazione delle

carriere. Lei che ne pensa?

"Sarebbe una rottura troppo forte. Credo che la soluzione possa

essere un' altra, e cioe' la temporaneita' degli incarichi negli

uffici giudiziari, e non solo per i capi. Quando si rimane per

dieci o vent' anni nello stesso posto, anche come semplice sostituto

procuratore, certe relazioni si intrecciano inevitabilmente.

Naturalmente questo non significa che le connivenze illecite siano

automatiche, ma e' un problema di trasparenza che la magistratura

si deve porre".(gio. bia.)

 

30/09/1996

Pagina: 11

IN BREVE

Pecorelli, <don Tano> chiede di testimoniare

PERUGIA. Testimoni <inediti> e altri gia' sentiti dalla corte

d'assise di Perugia, da oggi a mercoledi', al processo per l'omicidio

del giornalista Mino Pecorelli, sul quale pende l'<incognita>

Badalamenti. L'anziano boss - detenuto negli Usa, dove e' stato

condannato a 45 anni per la vicenda <pizza connection> - vuole essere

messo a confronto con Tommaso Buscetta. Questi sostiene di aver

appreso proprio da <don Tano> che l'omicidio Pecorelli lo fecero lui

e Stefano Bontate, su richiesta dei cugini Salvo, nell'interesse del

senatore Andreotti. Badalamenti (accusato di essere uno dei mandanti)

nega di aver fatto a Buscetta quelle rivelazioni. (Ansa)

 

02/10/1996

Pagina: 15

PROCESSO PECORELLI

Spunta un teste per la difesa

R_CRI

PERUGIA. Nel processo per l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli

spunta un nuovo presunto testimone a favore della difesa - un

detenuto che sostiene di aver saputo che la banda della Magliana e'

estranea al delitto - sentito dalla Procura nello scorso agosto,

senza che ne sia stato depositato il verbale, sostengono alcuni. La

circostanza ha scatenato la reazione dell'avvocato Naso, difensore

dell'ex Nar Massimo Carminati, che ha chiesto l'astensione dei pm per

motivi di <opportunita' e di mancanza di serenita'>. Il testimone <a

sorpresa> e' Alfredo Di Martino, tossicodipendente, detenuto per

reati legati allo spaccio e vecchio <cliente> dell'avvocato Naso. Di

Martino aveva chiesto di essere sentito in aula. (r. cri.)

 

03/10/1996

Pagina: 13

IN BREVE

Rosita Pecorelli: Mino non temeva Andreotti

PERUGIA. <Il giorno che fu ucciso, Mino era tranquillo perche'

pensava che la situazione economica del suo giornale si stesse

risolvendo grazie a un contratto di pubblicita' con una

concessionaria milanese. Io gli chiesi: ''Chi ti ha fatto queste

promesse?''. E lui: ''Il gruppo di Andreotti, tramite Evangelisti''>.

Rosita Pecorelli, sorella del giornalista assassinato, in corte

d'assise a Perugia, ha detto che <Mino era sereno, perche' in un paio

d'anni avrebbe sistemato le cose>. La teste ha escluso di aver mai

sentito il fratello riferirle di <paure> riconducibili a minacce da

parte di Andreotti o Evangelisti.(Ansa)

 

05/12/1996

Pagina: 11

PROCESSO PECORELLI

La superteste tace, e' polemica

GIO_BIA

PERUGIA. In istruttoria ha detto che l'ex-senatore Claudio Vitalone,

oggi imputato di omicidio, si incontrava con un boss della banda

della Magliana. Ma ieri, chiamata a confermare le sue accuse, in

video-conferenza e inquadrata di spalle, ha pronunciato solo poche

parole: <Mi avvalgo della facolta' di non rispondere, e confermo i

verbali>. L'ira dell'avvocato Taormina, difensore di Vitalone, s'e'

abbattuta su Fabiola Moretti e su chi l'ha chiamata a deporre come

imputata di reato connesso e non come testimone, <dandole la

possibilita' di quella risposta-farsa>. La Corte d'assise, spiega il

presidente, ha deciso cosi' perche' cosi' impone la legge, e il pm

Cardella dice che anche l'accusa viene danneggiata da questa scelta

della pentita che s'e' voluta sottrarre al contro-interrogatorio dei

difensori.(gio. bia.)

 

07/12/1996

Pagina: 6

Processo a Perugia

Il pentito Cancemi <Pecorelli ucciso da Bontade e Calo'>

R_

PERUGIA. Il pentito di Cosa nostra Salvatore Cancemi ha confermato

davanti alla corte d'assise di aver appreso dal boss Pippo Calo' che

l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli era stato eseguito dalla

<decina> romana di Stefano Bontade e che lo stesso Calo' era

coinvolto nel delitto. Durante la sua deposizione in teleconferenza

Cancemi ha ribadito che secondo quanto a lui riferito da diversi

esponenti di Cosa nostra, i cugini Nino e Ignazio Salvo sicuramente

conoscevano Andreotti che era anche <in rapporto> col boss Gaetano

Badalamenti. Andreotti ieri era assente ma <soddisfazione> per

l'esito dell'udienza e' stata espressa dall'avvocato Franco Coppi,

uno dei suoi legali, perche' Cancemi <ha riferito cose estremamente

generiche in contrasto con le dichiarazioni rese nella fase delle

indagini preliminari>. (r. int.)