08/01/1997

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In aula confessa: <Mi bastano appena per non morire di fame>. Fini:

<E' uno scandalo>

Bufera sulla paga del pentito

Cancemi: prendo 2 milioni e 800 mila al mese

GIO_BIA

ROMA. Dopo la vedova di mafia, ecco il pentito che - protetto da un

paravento - parla del suo stipendio e offre nuovi argomenti o

pretesti per le polemiche. Nell'aula- bunker alla periferia di

Perugia dove si celebra il processo per l'omicidio Pecorelli, e' di

scena Salvatore Cancemi, uno dei <collaboratori di giustizia>

chiamati a sostenere l'accusa contro Giulio Andreotti, Claudio

Vitalone, boss mafiosi e criminali comuni. L'avvocato di Pippo Calo',

Corrado Oliviero, chiede: quanto prende dallo Stato? <Quello che

basta per non morire di fame>, risponde il pentito, che sostitui'

proprio Calo' alla guida del <mandamento> di Porta Nuova, a Palermo.

L'avvocato insiste e vuole le cifre. <Ho cominciato con

cinquecentomila lire al mese - dice Cancemi -, poi settecento, un

milione e duecento, fino a due milioni e sette, due milioni e otto.

Lo stipendio e' aumentato gradualmente, durante la collaborazione, ma

non ho mai chiesto piu' di questo>. L'avvocato Oliviero, che mira a

distruggere la credibilita' del pentito, non e' soddisfatto e chiede

a Cancemi se lo Stato gli ha restituito dei beni. E lui ribatte: <Non

beni, ma una villa che avevo fatto con cose lecite. Invece ho

consegnato io stesso allo Stato dei terreni, societa', e anche 5-6

miliardi che avevo nascosto in Svizzera, in un bidone, di cui solo io

conoscevo l'esistenza>. A collegarsi alle polemiche degli ultimi

giorni, a questo punto, e' proprio il legale che commenta:

<Certamente quel denaro non e' stato sequestrato a favore della

vedova Montinaro>, provocando l'immediata reazione del pm Fausto

Cardella: <E' un'osservazione completamente estranea al processo>. Ma

intanto un nuovo sasso e' stato lanciato in piccionaia, e poco dopo

il presidente di An Gianfranco Fini dice al Tg2: <E' una vergogna che

un agente di polizia guadagni un milione e mezzo, un milione e sei al

mese e un pentito abbia dallo Stato due milioni di indennita' al mese

piu' vitto e alloggio. E' veramente una cosa scandalosa>. Il

sindacato autonomo di polizia si scaglia contro <il vitalizio di

Stato ai pentiti>, mentre l'Osservato re romano se la prende con il

<perdonismo di Stato>. Il giornale vaticano ricorda il mezzo miliardo

a Balduccio Di Maggio e la protesta della vedova dell'agente

Montinaro, e commenta: <Ci si chiede se esista o meno un concetto di

equita', in quello piu' ampio di giustizia, capace davvero di dare

conto di questo. E se sia sufficiente a spiegare certe cose ai figli

di quanti, in nome di quella stessa giustizia, hanno pagato con la

loro stessa vita>. Sul <perdonismo> interviene pure il segretario cdu

Buttiglione, per il quale <dobbiamo rifiutare un inammissibile

capovolgimento di valori, per cui la vittima che rifiuta il perdono

e' presentata come una persona dura di cuore, mentre l'assassino che

afferma un certo pentimento diventa quasi un esempio di mitezza e di

umanita'>. Ma l'avvocato di molti pentiti (non Di Maggio e nemmeno

Cancemi), Luigi Li Gotti, mette in guardia: <Non e' sull'onda dei

sentimenti che si puo' giudicare la legge sui collaboratori. La vera

questione morale in uno Stato di diritto e' quella di rispettare le

leggi che il Parlamento ha votato, salva la possibilita' di

modificarle o abolirle>. Di modifiche a quelle norme oggi parlano

tutti, lo stesso Li Gotti dice che sono necessarie, <ma la struttura

- aggiunge - deve restare identica, a meno che il Parlamento non

decida che per lo Stato lo strumento del pentitismo non e' piu' utile

e decida quindi di abrogarlo>. Piu' o meno e' quello che sembra

volere Tiziana Maiolo, di Forza Italia, che in una lettera aperta ad

Andreotti e agli ex ministri della Giustizia e dell'Interno Martelli

e Scotti scrive: <Tocca a voi, che oggi non governate piu' questo

Paese, e che di quelle sciagurate norme portate personalmente le

ferite, spiegare ai vostri successori perche' avete preso una

colossale cantonata... Voi siete stati gli artefici di questa

mostruosita', avete creato le condizioni per una colossale

istigazione a delinquere....>. La replica di Vincenzo Scotti arriva

nel giro di mezz'ora: <Bisogna distinguere tra norme, regolamenti e

applicazioni. Ho presente il modo in cui Falcone utilizzo' la legge e

insistette con me a lungo per un consolidamento di quelle norme. La

legislazione richiede giudici e polizia giudiziaria all'altezza del

compito: una pistola nelle mani di un poliziotto puo' essere usata

per difendere i cittadini o per ammazzare, se si abusa del proprio

potere>.(gio. bia.)

 

12/01/1997

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Pentito in aula

<Pecorelli ucciso per fare un favore a Vitalone>

PERUGIA. Vittorio Carnovale, elemento non di primo piano della banda

della Magliana e da tre anni pentito, ha ribadito ieri, davanti alla

corte d'assise di Perugia, di aver appreso che il mandante

dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli era stato il magistrato

Claudio Vitalone. Ha detto di averlo saputo da suo cognato Edoardo

Toscano, altro malavitoso della Magliana, il quale avrebbe raccolto

le confidenze di De Pedis, boss della stessa banda. De Pedis avrebbe

raccontato che <a volere l'omicidio Pecorelli erano stati i

siciliani, che dovevano fare un favore al senatore Claudio Vitalone>.

<Toscano mi disse anche - ha aggiunto Carnovale - che gli esecutori

materiali dell'omicidio erano stati Massimo Carminati (un ex Nar,

legato alla banda della Magliana) e Michelangelo La Barbera; fu

Michelangelo, mi disse Toscano, a sparare>. (Ansa)

 

01/03/1997

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Delitto Pecorelli, teste in aula a Perugia: un pm di Palermo mi

costrinse a fare una confessione forzata

<Fui costretto ad accusare Andreotti>

Il senatore: sono esterrefatto

RAVIDA' ANTONIO

PALERMO. Nel processo per mafia a Giulio Andreotti entra in scena un

altro personaggio inquietante: il medico analista Gaetano Sangiorgi.

Interrogato ieri in Corte d'assise a Perugia come indiziato di reato

connesso nel processo per l'omicidio Pecorelli - in cui Andreotti e'

imputato quale mandante - ha lasciato tutti di stucco. Per due ore e

mezzo, Sangiorgi si e' trasformato in un accusatore, non gia'

dell'eccellente imputato ma dei pm che l'avevano interrogato quasi

quattro anni fa. Il medico ha infatti ritrattato. Ha parlato di

<collaborazione forzata>. Ha denunciato <aggiunte> da lui non volute

alle dichiarazioni che aveva reso. Un comportamento che, se vero,

farebbe immaginare l'esistenza di un <partito dei pm> schierato

contro il senatore a vita. La reazione di Andreotti (<questa storia

non doveva mai nascere>) e del suo primo difensore, il professor

Franco Coppi (<le conclusioni vanno tratte solo alla fine, certo i

due testi citati dai pm non hanno portato acqua al mulino

dell'accusa>) e' stata esultante. Ma al contempo e' stata prudente,

nell'autoconvincimento che per l'accusa e' un colpo duro. La replica

della procura di Palermo, condensata in una nota firmata da Gian

Carlo Caselli e' irritata, parla di <copione tutt'altro che nuovo in

processi di mafia>. E Sangiorgi viene bollato tout court come <teste

falso>. Tirato dal medico nel mucchio di quanti avrebbero partecipato

alla <congiura> contro Andreotti, il neo-questore di Palermo Antonio

Manganelli si e' affrettato a definire <false e calunniose> le

dichiarazioni del teste. <Non ho mai avuto alcun colloquio con

Sangiorgi ne' in carcere ne' altrove, e non ho mai svolto attivita'

investigative riconducibili al processo contro Andreotti>. Manganelli

ha sottolineato di aver diretto invece quelle che portarono l'11

febbraio 1994 alla cattura dell'analista a Biot in Francia dov'era

fuggito in dorata latitanza e di avere solo presenziato a un suo

interrogatorio per rogatoria dopo la cattura ad Aix-en-Provence. E

allora cos'ha detto, in sintesi, Sangiorgi ieri? Ha separato le sue

dichiarazioni <autentiche> rese al procuratore aggiunto di Palermo

Guido Lo Forte e al sostituto Gioacchino Natoli da quelle <aggiunte

da Natoli> e ha precisato: <Tutti i riferimenti ad Andreotti sono

frutto della fantasia di Natoli e Lo Forte ha approvato>. E ancora:

<Dissi ai magistrati che non conoscevo Andreotti e non mi risultava

che mio suocero lo conoscesse. Il dottor Natoli mi rispondeva che

loro avevano la certezza che Andreotti fosse amico di mio suocero,

che l'aveva invitato al mio matrimonio e ospitato in barca. Aggiunse:

''Se lei ci dice qualcosa su Andreotti torna a casa a fare il

medico''. Al che io gli dissi: scriva tutto quello che vuole. Le

firmo tutto>. <A me di Andreotti non interessa un bel niente>, ha

suggellato cosi' il medico la sua deposizione-bomba. Gaetano

Sangiorgi ha narrato nei dettagli la sua versione sull'interrogatorio

a cui fu sottoposto nel luglio 1993 assieme a una quarantina di altri

congiunti dei Salvo convocati negli uffici della Dia, la Direzione

investigativa antimafia. <Con mia moglie arrivai la mattina e fummo

interrogati a notte fonda> ha dichiarato Sangiorgi. E a Natoli che

ripeteva che loro sapevano tutto, che avevano la certezza che Nino

Salvo era amico di Andreotti dissi che avrei firmato tutto quello che

voleva se mi avesse fatto tornare a casa tranquillo>. <So che saro'

denunciato per calunnia, ma questi sono fatti reali, circostanziati>,

ha concluso. Andreotti che ha sempre negato di aver conosciuto i

cugini Salvo accusati di mafia mette al suo attivo questa

ritrattazione dopo quella di lunedi' scorso a Palermo dell'autista di

Salvo Lima, Francesco Filippazzo, che ha pure smentito la presenza di

Andreotti alle nozze della figlia di Salvo. <Certo, apprendere

particolari di manipolazioni di questo genere e' sconcertante>, ha

anche detto Andreotti affermando di essere <esterrefatto>. <Spero che

queste due udienze, quella di oggi e quella di Palermo, aprano gli

occhi>, ha quindi osservato. E sulla nuova normativa per i pentiti,

Andreotti ha risposto: <Per quel che mi riguarda mi auguro che dicano

la verita'. Quanto al loro trattamento e' problema oggettivo su cui

chi e' competente prendera' le decisioni>. Antonio Ravida'

08/03/1997

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<Taormina mi aveva provocato>

Processo Pecorelli, Abbatino torna ad accusare Vitalone

BIANCONI GIOVANNI

PERUGIA DAL NOSTRO INVIATO Il pentito pronto a <sparare in testa>

all'avvocato che parlava della sua famiglia chiede scusa, <alla corte

e ai pubblici ministeri, perche' l'avvocato Taormina mi aveva

provocato>. Ma non basta. Quando Maurizio Abbatino, ex criminale

della banda della Magliana e oggi testimone d'accusa nel processo per

l'omicidio Pecorelli torna in aula, la tensione sale, le scintille

scoccano, e l'udienza va avanti fra grida, scambi d'accuse e continue

interruzioni. Alla fine il pentito - incalzato dal

controinterrogatorio dell'avvocato Naso, difensore del presunto

killer di Pecorelli Massimo Carminati, chiamato in causa proprio da

Abbatino, che lo fa cadere piu' volte in contraddizione -, dice

basta: <Non rispondo piu', me ne voglio andare, perche' questi mi

provocano e io non voglio prendermi un'altra denuncia>. I difensori

insorgono, l'udienza e' sospesa. Gli avvocati si trasformano in

accusatori. <Siamo alla farsa, alla giustizia gabbata da presunti

pentiti che tengono in ostaggio i magistrati>, tuona l'avvocato

Taormina. Accanto a lui c'e' Claudio Vitalone, altro bersaglio delle

deposizioni di Abbatino che l'ha indicato - ma solo dopo decine di

altri interrogatori - come uno dei personaggi coinvolti nel delitto

del giornalista assassinato. Abbatino ha spiegato di non averne

parlato prima perche' <aveva paura> dell'ex senatore ed ex ministro.

In istruttoria aveva fatto altri nomi <illustri> che s'incontravano o

avevano rapporti, a suo dire, con esponenti della Magliana: dall'ex

segretario della dc Flaminio Piccoli al giudice costituzionale

Giuliano Vassalli, ad altri magistrati. In aula il pentito conferma i

nomi (<Piccoli ebbe contatti ai tempi del sequestro Moro>, Vassalli

<forse per aggiustare processi o per permessi in carcere>), e

Taormina chiede: <Questi nomi non le facevano paura?>. Abbatino: <No,

perche' ritengo ancora oggi che Vitalone e' piu' pericoloso di tutti

questi altri>. Commento dell'ex senatore: <E' un bugiardo che tenta

di arrampicarsi sugli specchi per giustificare le sue menzogne, mi fa

pena>. Nonostante le contraddizioni, l'ex bandito, reo confesso di

una decina di omicidi, conferma le accuse contro Vitalone e contro

Carminati, ex terrorista nero riciclatosi nella criminalita' comune.

Abbatino cambia piu' volte versione quando deve stabilire il periodo

in cui lo conobbe. E l'avvocato Naso: <Lei e' inattendibile, a

leggere i suoi verbali sembra che ripeta gli interrogatori a

memoria>. Il pentito prova a replicare, a spiegare, ma quando Naso lo

definisce <ignorante> sbotta: <Non rispondo piu', perche' l'avvocato

Naso mi provoca per cercare una mia reazione. Sono ignorante, certo,

perche' se avevo studiato non facevo il delinquente. Ma lei e' una

persona poco morale perche' prende i soldi dei delinquenti>. Scoppia

la bagarre, poco dopo il pentito dice di essere pronto a rispondere

ad altre domande <purche' non siano provocative>, ma i difensori si

schierano compatti: no, ha detto che si avvale della facolta' di non

rispondere, non puo' ripensarci. Da dietro il paravento Abbatino

commenta: <Certo, a voi vi fa comodo che io non risponda>. Ci vuole

una nuova interruzione e un'ordinanza della corte d'assise per far

terminare l'interrogatorio con le domande dei pm. E agli atti restano

la richiesta dei legali (respinta) di sospensione del processo per

presunte violazioni dei diritti di difesa, e le scuse di Abbatino. Le

minacce a Taormina finiranno in pretura. Giovanni Bianconi