06/10/1998
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Delitto Pecorelli, primo interrogatorio del senatore: "Con i suoi
memoriali voleva convincere le Br a non ucciderlo"
"Moro ci accusava per salvare se stesso"
Andreotti si difende in aula
PERUGIA
DAL NOSTRO INVIATO
L'hanno voluto togliere di mezzo, dice. Perche'? "Perche' davo
molto fastidio a chi voleva cambiare le cose in Italia. Fastidio
politico". Chi? "Questo ancora non lo so, ma non mi acquietero'
finche' non l'avro' scoperto. Se lei mi aiuta, procuratore, le
saro' gratissimo. Perche' io non c'entro niente, ne' con Pecorelli
ne' con la mafia".
Chiede aiuto alla pubblica accusa, Giulio Andreotti, nel giorno
del suo primo interrogatorio da imputato di omicidio davanti a una
corte d'assise. A quasi ottant'anni, chiuso nel cardigan e nel
doppiopetto blu, il sette volte presidente del Consiglio risponde
per oltre 6 ore alle domande di chi l'ha portato alla sbarra come
mandante dell'assassinio del giornalista Mino Pecorelli.
E l'ironia della storia ha voluto che il faccia a faccia tra
l'uomo simbolo del potere in Italia e i suoi accusatori,
nell'aula-bunker di un carcere perso nella campagna umbra, cadesse
mentre a Roma, nei palazzi della politica che Andreotti conosce
meglio di chiunque altro, si consuma una crisi di governo.
Lui, che di crisi ne ha vissute tante, nella pausa del pranzo
commenta: "L'Italia c'e' abituata, credo che sia una condizione
irreparabile. In media ce n'e' una all'anno, Prodi e' durato di
piu'. In ogni caso io sono sempre contrario ad elezioni anticipate,
anche se ormai sono senatore a vita e quindi per me sarebbe
indifferente. Pero' oggi mi devo occupare d'altro". Altro vuol dire
l'omicidio di un giornalista che - secondo l'accusa - gli dava
fastidio, ammazzato il 20 marzo 1979, giorno in cui Andreotti
formava, tanto per cambiare, un nuovo governo. "Ognuno conosce bene
il proprio mestiere - dice al pm che cerca di semplificare i
passaggi di quella crisi di vent'anni fa - le trattative intorno a
un governo sono lunghe e complicate; se non ho letto male i
giornali, qualcosa di simile accade anche oggi".
Ma ai pubblici ministeri Fausto Cardella e Alessandro Cannevale
interessa quello che accadeva ieri, cioe' vent'anni fa.
Pm: "Senatore, lei conosceva la rivista Op?".
Andreotti: "Leggevo gli articoli sulle rassegne stampa, quando
c'era qualcosa che mi riguardava".
Pm: "Che giudizio aveva del suo direttore, Mino Pecorelli?".
A.: "Faceva una pubblicazione con gli aculei, pungente, che
probabilmente aveva entrature con gli ambienti militari. Io pero'
non ho mai saputo che facesse ricatti".
Pm: "Ha mai espresso lamentele contro Pecorelli?".
A.: "No. Forse lo sottovalutavo, ma preoccupazioni non ne ho mai
avute".
Pm: "Lo conosceva?".
A.: "No. L'ho visto solo in qualche foto, che non sono una
meraviglia".
Pm: "Eppure nel 1970 fu capo ufficio stampa del ministro Sullo".
A.: "Con tutto il rispetto, non mi importava niente di chi fosse
il capo ufficio stampa di un ministro senza portafoglio. Poi a
gennaio del '79 gli mandai delle pillole per il mal di testa".
Pm: "Chi le disse che Pecorelli ne soffriva?".
A.: "Franco Evangelisti. Ancora oggi c'e' gente che mi scrive per
l'emicrania, perche' si sa che io ne soffro; e' un rapporto di
solidarieta' tra emicranici".
Agli atti del processo c'e' la famosa storia degli "assegni del
presidente", una vicenda di finanziamenti alla corrente
andreottiana di cui Pecorelli era venuto a conoscenza; voleva
pubblicarla su Op, ma all'ultimo momento non lo fece. In precedenza
Op aveva parlato di altri assegni che "svolazzavano" intorno ad
Andreotti, che il senatore smenti'. Nel corso delle indagini,
l'accusa ha scoperto un finanziamento di Rovelli del 1975.
Pm: "Ha mai ricevuto assegni da Nino Rovelli?".
A.: "Quando la dc sollecito' un impegno straordinario, io chiesi
aiuto a Rovelli, del quale ero amico, spiegandogli che il partito
cercava finanziamenti... Io non me n'ero mai occupato prima, ne' me
ne occupai dopo... Rovelli mi diede, piu' o meno, 150 milioni".
Pm: "Li diede a lei personalmente?".
A.: "Una parte si', ma io nemmeno li guardai. Li girai poi a
Radaelli, quello del Cantagiro, per organizzare delle
manifestazoni. Ma quando usci' la storia degli assegni su Op, io
non pensai a questa storia".
Pm: "Pero' Op non aveva scritto cose inesatte...".
A.: "In quel momento non mi potevo ricordare della storia di
Rovelli".
Secondo l'accusa e quanto riferito da un ex segretario di
Andreotti, Carlo Zaccaria, durante le indagini il senatore avrebbe
mandato il suo collaboratore da Radelli per chiedere di lasciarlo
fuori dalla vicenda. "Mi avra' frainteso", si difende ora
Andreotti.
Pm: "Ma lei gli mando' a dire di non fare il suo nome?".
A.: "Io volevo solo ricostruire la vicenda. Avro' detto che se
rimanevo fuori era meglio, perche' erano gia' uscite le accuse di
mafia e in troppi stavano facendo il mio nome, ma era un auspicio,
non certo un tentativo di condizionare un testimone".
Uno dei capisaldi dell'accusa ad Andreotti sono i memoriali di
Moro scritti dal carcere brigatista, nella doppia versione del 1978
e del 1990. Evangelisti, prima di morire, ha raccontato di una
visita notturna a casa sua del generale Dalla Chiesa, che nel '78
scopri' il primo memoriale in un covo delle Br, il quale gli
preannuncio' una visita anche ad Andreotti.
Pm: "Lei sa che Op scriveva, fin dal 1978, di un doppio memoriale
Moro?".
A.: "Si', ma quello che mi riguarda era gia' contenuto nella
versione del 1978. La verita' e' che Moro scrive cose gravi e
assurde piu' che contro di me, contro Zaccagnini e contro Taviani,
per esempio. Io penso che lui all'inizio sperasse di venire
liberato grazie alla trattativa, ma poi, quando ha capito che non
era possibile, fece una manovra di avvicinamento alle Br rompendo
con la Dc e con tutto il resto. Provava a convicerle che per loro
era piu' utile lasciarlo vivo che ucciderlo".
Pm: "Lei ha avuto contatti con Dalla Chiesa prima e dopo il
ritrovamento del memoriale del 1978?".
A.: "No, in quei giorni non vidi Dalla Chiesa".
Pm: "Come spiega le dichiarazioni di Evangelisti?".
A.: "Non lo so, negli ultimi tempi era in una situazione di totale
disfatta, stava su una poltrona tutto il giorno, senza potersi
muovere. Anche la moglie dice che non ci fu nessuna visita notturna
di Dalla Chiesa".
Alla base di tutto il processo ci sono le dichiarazioni del
pentito di mafia Tommaso Buscetta; e' lui a riferire che
Badalamenti gli disse che Pecorelli fu ucciso dalla mafia, su
interessamento dei cugini Salvo, per fare un favore ad Andreotti.
Secondo l'imputato, dietro tutto questo c'e' un "suggeritore".
Pm: "Chi puo' essere?".
A.: "Non lo so. Certo e' che Buscetta fa affermazioni incredibili,
come quella secondo la quale io avrei detto a Badalamenti che di
persone come lui ce ne vorrebbe una in ogni piazza d'Italia; una
cosa del genere non la direi nemmeno della Montalcini, o di Carlo
Rubbia. E poi l'ho fatto estradare in Italia, su sollecitazione di
Giovanni Falcone, e i miei governi hanno fatto le leggi e i decreti
piu' duri contro la mafia".
Pm: "Anche nel periodo 1976- 1979?".
A.: "A quel tempo le emergenze erano la crisi finanziaria e il
terrorismo".
Oggi si prosegue con il contro- esame della difesa.
Giovanni Bianconi