13/04/1999
Pagina: 15
Il caso Pecorelli
Per Andreotti un'altra
richiesta di condanna
PERUGIA. Dopo Palermo anche a Perugia il processo nei confronti del
senatore a vita Giulio Andreotti, accusato, (in questo caso insieme
al senatore Claudio Vitalone) di essere il mandante dell'omicidio
del giornalista Mino Pecorelli, e' giunto a conclusione.
Concluso il dibattimento, con la rinuncia, da parte sia della
difesa che dell'accusa, dell'audizione dell'ultimo testimone, il
presidente della Corte di Assise di Perugia, Giancarlo Orzella, ha
fissato, a cominciare da oggi, il lungo calendario delle udienze
richieste dai Pm Fausto Cardella e Alessandro Cannevale.
In tutto i due pubblici ministeri hanno chiesto ed ottenuto nove
udienze per illustrare le tesi dell'accusa su mandanti,
organizzatori ed esecutori materiali dell'omicidio del direttore di
"O.P.". Mino Pecorelli fu assassinato la sera del 20 marzo 1979,
alle ore 20, in via Tacito con un colpo di pistola 7,65 alla testa.
(Agi)
14/04/1999
Pagina: 12
IN BREVE
Processo Pecorelli
La parola all'accusa
R_CRI
PERUGIA. "Se Giulio Andreotti siede oggi qui e' per volere del
Parlamento, senza la cui volonta' e consenso questo processo non si
sarebbe potuto svolgere": e' uno dei primi passaggi chiave della
requisitoria nel processo per l'omicidio di Mino Pecorelli,
cominciata ieri davanti alla corte d'Assise di Perugia. Il primo a
prendere la parola e' stato il sostituto procuratore Cardella. Tra
gli imputati presenti Claudio Vitalone, Giuseppe Calo' e
Michelangelo La Barbera. Assente invece Andreotti, impegnato in
Senato per la questione Kosovo. "La procura di Roma - ha detto
Cardella - chiese e ottenne dal Parlamento l'autorizzazione a
procedere. E' stato quindi un organo politico a stabilire che
Andreotti non e' stato vittima di un complotto basato su accuse
infondate". Franco Coppi, uno dei difensori del senatore, ha cosi'
commentato: "Mi pare esagerato sostenere che la nostra difesa e'
fondata sulla tesi del complotto ed e' offensivo attribuirci la
pretesa di un trattamento di privilegio che il mio assistito ha
sempre rifiutato". (r. cri.)
18/04/1999
Pagina: 10
Dai pm una raffica di ergastoli?
Perugia, si sta per concludere la requisitoria contro Andreotti e
gli altri imputati
Pecorelli, processo dimenticato
BIANCONI GIOVANNI
Giovanni Bianconi
inviato a PERUGIA
Seduto in prima fila, di fronte ai giudici popolari, c'e' Claudio
Vitalone, l'unico imputato che non s'e' perso un'udienza. Alla sua
destra e dietro siedono i due mafiosi, Michelangelo La Barbera e
Pippo Calo'. Poi basta, tranne un pugno d'avvocati e la sorella
della vittima, la signora Rosita. Giulio Andreotti, l'imputato
"piu' eccellente", sta a Roma, ad occuparsi della guerra del
Kosovo. Gli altri sono chissa' dove. Eppure siamo all'atto
conclusivo, la requisitoria dei pubblici ministeri che - in
ipotesi, ma sembra un'ipotesi non solo astratta - potrebbero
chiedere una sfilza di ergastoli, uno per ognuna delle persone che
hanno portato alla sbarra.
I due pm, Fausto Cardella e Alessandro Cannovale, stanno parlando
da quattro udienze, e nell'Italia del 1999 succede anche questo:
che mentre il Paese si interroga e si divide sulla guerra e sul
referendum elettorale, sulla presunta mafiosita' di Dell'Utri e sul
processo Marta Russo, in un carcere nuovo ma mai entrato in
funzione piazzato nel mezzo della campagna umbra, un paio di
magistrati discutono nella totale indifferenza dell'omicidio di
Mino Pecorelli, giornalista "scomodo" ammazzato il 20 marzo di
venti anni fa per ordine - questa e' l'accusa - di un sette volte
presidente del Consiglio, ventuno volte ministro e oggi stimato
senatore a vita. Ma nessuno se ne cura. Quando si apri' l'inchiesta
- nel 1993, insieme al processo palermitano per mafia contro lo
stesso Andreotti - si scateno' un terremoto; oggi si puo' leggere
solo qualche trafiletto di giornale.
La requisitoria va avanti a singhiozzo, due o tre pomeriggi a
settimana, perche' improvvisamente Calo' e La Barbera (il primo
accusato di aver fatto da tramite tra mandanti ed esecutori, il
secondo di essere uno dei killer che uccise Pecorelli insieme
all'ex-terrorista "nero" Massimo Carminati) hanno deciso di non
rinunciare a nessuna udienza. E siccome sono contemporaneamente
impegnati in altri processi a Caltanissetta e altrove, a Perugia
rimangono solo i ritagli di tempo. In precedenza s'erano pressoche'
disinterssati del delitto Pecorelli, ora vogliono esserci. E se si
va avanti cosi', chissa' quando finira' la discussione e quando
arrivera' la sentenza.
Ma tant'e'. Costretti a rifare ogni volta il riassunto delle
puntate precedenti, i rappresentanti dell'accusa stanno
ripercorrendo tutte le fasi dell'indagine e del dibattimento che ha
portato alla sbarra Andreotti e Vitalone come mandanti, Calo' e
l'altro boss di Cosa Nostra Tano Badalamenti come intermediari, La
Barbera e Carminati nella parte di esecutori materiali del delitto.
E che intendano arrivare a richieste di condanna si puo' intuire
dai toni utilizzati fin qui.
"Il nostro timore - hanno detto all'inizio rivolgendosi
soprattutto ai giudici popolari - e' che si possa ritenere
pregiudizialmente assurdo che un ex-presidente del Consiglio venga
processato per omicidio. Ma anche i capi di governo possono
uccidere per motivi personali, e noi dimostreremo che Giulio
Andreotti e' stato un presidente del Consiglio diverso dagli altri,
per comportamenti e per contatti suoi personali, per una storia non
assimilabile a quella degli altri, per vicende che riguardano solo
lui e non un partito, una Repubblica o un corpo elettorale".
All'origine di questo processo ci sono le dichiarazioni di Tommaso
Buscetta, il quale disse di aver saputo da Badalamenti che
l'omicidio Pecorelli l'avevano fatto "loro" su richiesta dei cugini
Salvo, nell'interesse di Andreotti. A Buscetta, sostengono i pm, si
deve credere non per "un atto di fede", ma perche' le sue
dichiarazioni "hanno sempre trovato verifiche e riscontri, e quando
non sono state riscontrate comunque non s'e' dimostrato che fossero
false". Don Masino nel 1993 era un uomo libero che aveva pagato
tutti i suoi debiti con la giustizia, "e avrebbe potuto
tranquillamente disinteressarsi delle vicende politiche e
giudiziarie italiane; il silenzio sarebbe stato per lui molto piu'
conveniente".
Come per Buscetta, i due pm difendono l'attendibilta' degli altri
"pentiti" su cui e' fondato questo processo, da quelli di mafia a
quelli della banda della Magliana che hanno tirato in ballo
l'ex-senatore andreottiano Claudio Vitalone, che nel 1979 faceva il
magistrato a Roma; per questo il processo si celebra a Perugia.
Lui, Vitalone, ha semre detto che quei pentiti - Mancini,
Abbruciati, Moretti e altri - mentono spudoratamente, e mentre il
pm spiega come e perche' Antonio Mancini detto "l'accattone"
racconta la verita' anche quando dice che "l'omicidio Pecorelli fu
organizzato dalla mafia nell'interesse di un gruppo politico
finanziario di cui faceva parte Vitalone", scuote la testa. Prima o
poi parleranno anche i suoi avvocati per smontare l'accusa, ma
visti i ritmi del processo e' impossibile prevedere quando. Un
giorno tocchera' pure a quelli di Andreotti, il quale ricorda
sempre di avere sulla coscienza tanti peccati, ma non i contatti
coi mafiosi ne' il delitto Pecorelli. La fine del processo che vede
un ex-presidente del Consigio accusato di omicidio e' solo
cominciata.
01/05/1999
Pagina: 3
MORTE E SEGRETI
Il giornalista Don Chisciotte
che scherzava con il fuoco
CECCARELLI FILIPPO
Filippo Ceccarelli
MINO Pecorelli, in ogni caso, qualcuno l'ha ammazzato...
E in che modo, poi. Una sera buia, un posteggio, un giovane con
l'impermeabile che fa toc toc sul cristallo della Citroen del
direttore di Op e prima che questi faccia a tempo a prendere la
pistola nel cruscotto, quattro revolverate, la prima in bocca, il
vetro infranto, la portiera dell'auto aperta e sangue dappertutto.
Op: "Una raffica di notizie", recitava la pubblicita' dell'ex
agenzia trasformata in settimanale, con tanto di fori di proiettile
a formare il logo, nero su campo rosso. Una manchette in seconda
pagina avvertiva: "Al fine di tutelare la riservatezza delle nostre
fonti e con essa quella di alcuni collaboratori autorevoli, in
questo giornale non comparira' che la firma del direttore
responsabile".
Ucciso appunto vent'anni orsono. Era molisano, di buona famiglia
provinciale. S'era arruolato giovanissimo con gli alleati che
risalivano la penisola. Uomo d'ordine, anticomunista. Per qualche
tempo aveva fatto l'avvocato, ma scrivere ed esprimersi attraverso
i giornali gli piaceva da morire - nel caso di Mino Pecorelli
l'espressione va intesa nel senso piu' assoluto e tragico. Quando
questo accadde aveva 51 anni.
Appariva elegante, secondo i moduli della Roma politica di quel
periodo: giacche strette, collettoni, cravattoni, scarpe con
fibbione; era molto cortese, un po' misterioso, talvolta
curiosamente abbronzato. Giornalista troppo negletto in vita, visto
e vissuto dai colleghi dei giornali piu' ricchi e affidabili con
qualche anche ragionevole diffidenza: Pecorelli pubblicava le cose
meno maneggiabili e piu' spaventose. "Si sentiva l'unico, in
Italia, a poter attaccare certe persone - ha raccontato dopo la sua
morte uno dei capi dello spionaggio militare italiano, il generale
Maletti - aveva una baldanza che gli piaceva, si divertiva
immensamente in quel suo gioco".
Ma troppo presto, dopo l'assassinio, venne liquidato come
"ricattatore". Parola massimamente ambigua, nel mondo del potere,
che non di rado vive appunto di ricatti. Il poliziotto gastronomo
Federico Umberto D'Amato, capo degli Affari Riservati del Viminale,
ha raccontato che, una volta confezionato l'articolo contro
qualcuno, Pecorelli si presentava alla presunta vittima e gli
manifestava le proprie difficolta' economiche (che al direttore di
Op in realta' non mancavano mai).
A un certo punto della conversazione si apriva all'interlocutore e
spiegandogli che per far uscire il giornale si era venduto tutto,
gli era rimasto solo un quadro. Se questi l'avesse acquistato, beh,
per quell'articolo le cose si sarebbero aggiustate. A detta di
D'Amato, il quadro era di solito una riproduzione del Poligrafico
dello Stato.
E tuttavia, dopo la morte, a smentire la leggenda delle estorsioni
creative, si scopri' che in realta' non aveva una lira da parte.
Non solo, ma tutti quelli che poi si sono professionalmente
occupati di Pecorelli (a parte i giudici esistono almeno quattro
biografie, piu' un'antologia di oltre mille pagine curata dalla sua
compagna) sono rimasti affascinati dal personaggio. Alcuni hanno
avuto il sospetto di averlo compreso in una sua dimensione
idealistica, forse addirittura letteraria, per quanto
donchisciottesca. Altri, in modo piu' impegnativo, hanno finito per
ritenere che quella sua spaventosa morte fosse dipesa in ultima
analisi dall'esser venuto Pecorelli a capo dell'inconfessabile
mistero del potere in Italia: un anti-Stato criminale trasformatosi
nello Stato.
E tuttavia, il paradosso della sua vicenda e' che per il grande
pubblico, lungo l'arco ormai di un ventennio, questo giornalista e'
stato sostanzialmente dimenticato. O forse ancora meglio: oscurato,
nella sua identita' e nella sua stessa fine, dalla gigantesca
figura dell'imputato, Andreotti, che lui chiamava "il divo Giulio"
o "il Biscione". E con cui intrattenne un singolare scambio di
lettere sul mal di testa e certe supposte curative.
Una vita comunque piena di presagi, di contraddizioni e in fondo
addirittura di sottigliezze. Lo stile giornalistico, la prosa di
Pecorelli evocavano ad esempio sempre qualcosa di sottinteso, una
specie di "chi-deve-capire-capisca", non di rado
lasciando immaginare diversi livelli di comprensione. Era un
espediente narrativo e insieme un abito mentale. Ma alla lunga la
figura del lettore si confondeva con quella del destinatario delle
allusioni e degli ammiccamenti cifrati. Insomma: saltava il codice
informativo, Op richiedeva un approccio necessariamente strumentale.
Lui se ne rendeva conto. Un giorno gli incendiarono la macchina e
pubblico' una nota - proprio cosi' volle intitolarla: "a futura
memoria". Diceva: "I nostri lettori, coloro che ci stimano
saprebbero riconoscere immediatamente la mano che ha armato chi
vorra' torcerci anche un solo capello". Ma quando quella mano
spinse il grilletto, Pecorelli poteva essere stato ucciso da
quattro-cinque distinte entita' con altrettante motivazioni e un
numero ancora piu' elevato di moventi. Panorama usci' con una
scritta di copertina tanto generica quanto minacciosa: "Questo
morto non vi fara' dormire". Ma chi? Si disse la P2, i servizi
segreti, italiani e non, i contrabbandieri di petrolio, la Guardia
di Finanza... Passo' un anno e in un processo, a sorpresa e non
richiesto, l'ex fa ctotum di Moro Sereno Freato se ne usci': "Mica
l'abbiamo ammazzato noi, Pecorelli". "Noi" erano appunto i morotei,
che in quella fase erano ai ferri corti con i dorotei e gli
andreottiani.
Con gli occhi di oggi Mino Pecorelli faceva parte a pieno titolo
della nomenklatura di quella che non si chiamava ancora la Prima
Repubblica. Nel Palazzo batteva le zone meno frequentabili: bagni,
guardiole, serragli, portinerie, anti-cucine, ripostigli e
nascondigli. Era "amico" di generali, carabinieri, poliziotti,
spioni, massoni, faccendieri, politici di serie B. Con quasi tutti,
pero', capitava spesso che litigasse, anche perche' afflitto da
Incontinentia publicandi. Cioe' non sapeva resistere, ogni tanto
saliva sul cavallino bianco e, zacchete, faceva l'articoletto - per
poi gustarsi le reazioni, secondo logiche che forse gli davano
l'illusione di determinare le mosse, in ultima analisi il gioco dei
potenti. Oppure impostava - non si capiva mai bene in base a quale
mandato - campagne dietro cui si agitavano, perloppiu' incompresi,
se non derisi, fantasmi moralistici.
Elencarle freddamente e alla rinfusa, tutte queste campagne
pecorelliane, puo' sembrare vano, ma serve invece a dare un'idea di
quanto Op fosse interna ai meccanismi di un potere che gia' allora
pareva parecchio inquinato. E comunque: traffico d'armi con la
Libia; scalata di Rovelli alla Montedison; caso Verzotto ed Ente
minerario siciliano; Lockheed e casa Leone; faide Miceli-Maletti
nel Sid; vicenda Italcasse-Caltagirone; affaire
petroli-Mi.fo.biali; Gelli doppiogiochista; scandalo danni di
guerra; ruberie nelle giunte rosse; import-export della carne nei
Paesi dell'Est; separatismo siciliano; falsi De Chirico; crack
Fassio e caso Egam; imbrogli farmaceutici; Sip; banda della
Magliana e Moro.
Questi ultimi due hanno tutta l'aria di essergli stati fatali.
01/05/1999
Pagina: 2
LE REAZIONI DI VITALONE E DEI FAMILIARI DEL GIORNALISTA
"Mio fratello ucciso dai colletti bianchi"
GIO_BIA
inviato a PERUGIA
"Io lo pensai e lo dissi vent'anni fa, subito dopo la morte di mio
fratello Mino: fu un delitto di Stato, organizzato dai colletti
bianchi. Oggi ne abbiamo avuto la conferma". E' emozionata Rosita
Pecorelli, la sorella del giornalista ammazzato nel 1979.
Emozionata e "sconvolta", dice, "perche' e' sconvolgente lo
scenario che e' stato disegnato con tanta precisione e dovizia di
riscontri. Ed e' sconvolgente, oltre che paradossale, il fatto che
un capo di governo e un senatore abbiano fatto questa fine".
Ma vent'anni fa pensava proprio a Giulio Andreotti come mandante
dell'omicidio di suo fratello? "Si' - risponde la signora Pecorelli
sul piazzale del carcere di Capanne, dove si celebra il processo -,
perche' tutta la storia dell'agenzia e della rivista O.P., dirette
da mio fratello, riconducono ad Andreotti. Lo pensammo fin da
allora insieme all'avvocato Franco De Cataldo, che in quell'epoca
assisteva Mino".
De Cataldo e' morto, come sono morti - quasi tutti ammazzati,
tranne l'avvocato e l'esattore Nino Salvo - altri protagnisti della
trama disegnata dai pubblici ministeri: Ignazio Salvo e il boss
mafioso Stefano Bontate, i capi della banda della Magliana Franco
Giuseppucci e Danilo Abbruciati.
Oggi, al fianco di Rosita Pecorelli, c'e' un altro legale, Alfredo
Galasso, che commenta: "Nonostante tanti anni di esperienza
processuale, resto impressionato dall'accusa mossa e dalla pena
chiesta per un politico che ha governato l'Italia per cinquant'anni
e per un magistrato diventato ministro. Non sono le solite
richieste per i capimafia alle quali siamo abituati. Ma con la mole
di elementi raccolti, i pm non potevano fare altrimenti".
Quel che piu' interessa a Rosita Pecorelli, comunque, e' che nella
requisitoria dei magistrati dell'accusa c'e' anche una sorta di
riabilitazione di suo fratello, anche se postuma: "Dal 1979 mi
batto per questo. Dopo l'omicidio hanno distrutto pure la sua
immagine, e invece oggi sappiamo che Mino diceva e scriveva cose
vere. Si tratta di una riabilitazione totale".
Negli scritti di Pecorelli, hanno sostenuto i pm, c'e' "la traccia
di una passione civile sempre vigile, affermata con troppo chiari
accenti di sincerita' per non essere autentica, anche se posta al
servizio di valori e scelte discutibili".
Con le notizie di cui era in possesso e che "altri non sapevano" -
dalle parti del memoriale Moro rimaste sconosciute nel 1978 ai
retroscena degli scandali Italcasse e Imi-Sir, fino ai segreti
condivisi col generale Dalla Chiesa, anche lui assassinato: tutti
elementi legati uno all'altro nella trama ricostruita dall'accusa -
quel giornalista "rappresentava una turbativa imprevedibile e
pericolosa". Per questo fu ucciso su mandato di Giulio
Andreotti, secondo la procura di Perugia. E Rosita Pecorelli
conferma: "Si', per questo fu ucciso. Oggi e' stato dimostrato, ma
io lo so da quella sera del 1979".
(gio. bia.)
01/05/1999
Pagina: 3
Carcere a vita anche per l'ex pm Vitalone, i boss Badalamenti e
Calo' e i due presunti killer
"Condannate all'ergastolo Andreotti"
Perugia, la richiesta dell'accusa per l'omicidio Pecorelli
BIANCONI GIOVANNI
Giovanni Bianconi
inviato a PERUGIA
E' successo. Pochi minuti dopo le 18 di ieri, in un'aula di
giustizia persa nella campagna umbra, e' successo che due pubblici
ministeri di provincia hanno fatto quello che nessuno, fino a pochi
anni fa, avrebbe immaginato. "Vi chiediamo di dichiarare Giulio
Andreotti colpevole del reato ascrittogli, e di condannarlo alla
pena dell'ergastolo", dice con voce ferma il pm Sandro Cannevale, a
conclusione di una requisitoria durata otto udienze e 40 ore.
Carcere a vita, dunque, per l'uomo-simbolo di cinquant'anni di
potere democristiano, accusato di aver voluto un omicidio - quello
del giornalista Mino Pecorelli, ucciso a Roma il 20 marzo 1979 -
insieme all'ex-senatore dc Claudio Vitalone, ai boss mafiosi
Gaetano Badalamenti e Pippo Calo' che l'avrebbero organizzato, e ai
presunti killer Angelo La Barbera e Massimo Carminati. Per tutti
l'accusa chiede l'ergastolo, il massimo della pena prevista dal
codice penale per un delitto "feroce e freddamente premeditato, per
il quale nessuna attenuante e' concepibile, ne' per chi lo ha
deliberato, ne' per chi lo ha organizzato, ne' per chi lo ha
eseguito".
E' successo alla vigilia dell'elezione di un presidente della
Repubblica. E pensare che la volta scorsa Andreotti era uno dei
candidati meglio piazzati per quella carica; oggi lo vogliono
condannare al carcere a vita. Il pomeriggio del 23 maggio del '92
Andreotti era a colloquio nel suo studio con Claudio Martelli, per
ottenere l'appoggio del Psi nella corsa al Quirinale; una
telefonata interruppe il dialogo, l'avviso della strage di Capaci.
Il giudice Falcone era saltato in aria con cinquecento chili di
tritolo che oggi, sette anni dopo, riecheggiano nell'aula della
corte d'assise di Perugia come una delle chiavi di volta per
chiedere la condanna di Andreotti.
"Quando muore Giovanni Falcone - spiega il pm Cannevale - Tommaso
Buscetta decide di parlare fino in fondo, anche dei rapporti tra
mafia e politica. Non ha nulla da chiedere in cambio, lo fa
soltanto perche' sente che questo avrebbe voluto Giovanni Falcone".
Buscetta si abbandono', allora, ad una nuova cascata di
dichiarazioni, compresa quella che diede inizio a questo processo:
Tano Badalamenti mi disse che Pecorelli era stato ucciso da loro,
su richiesta dei cugini Salvo, nell'interesse di Andreotti. "Quando
Buscetta ha spiegato il perche' dele sue nuove rivelazioni, avrete
colto nelle sue parole un accento di inconfondibile sincerita' -
dice il pm ai giudici della corte -. Questo e' un testimone vero, e
dei migliori".
Da quella frase di don Masino sono cominciati tre anni di indagini
e tre di processo, culminati con le richieste di condanna. Perche'
al primo pentito di Cosa Nostra si sono aggiunti altri
"collaboratori di giustizia" che hanno offerto ciascuno una tessera
di mosaico, sempre coincidente con le altre, fino alla
ricostruzione del quadro finale. L'altro mafioso Toto' Cancemi, e
poi i "bravi ragazzi" della banda della Magliana: Carnovale,
Abbatino, Mancini e Moretti. "Nessuno dei collaboratori conosce
tutta la storia - argonentano i pm -, non ce n'e' uno che ha
dettato il compito e gli altri che hanno copiato; non c'e' nessun
complotto ai danni degli imputati". Il movente dell'omicidio sta
nei segreti custoditi da Pecorelli, "spregiudicato e scanzonato
avventuriero della notizia", il quale "come ci dice ancora un
Buscetta oggettivamente riscontrato oltre ogni ragionevole dubbio,
era in possesso di notizie riguardanti l'af faire Moro; notizie
inedite e pericolose per Giulio Andreotti". Nel 1978, nella
prigione delle Br, Moro "aveva svelato ai suoi carcerieri gli
ignobili retroscena dei vertici bancari", grazie ai quali Andreotti
aveva dato una mano a Caltagirone nella vicenda Italcasse; in piu',
"Pecorelli conosceva gia' nel '77 i legami finanziari tra Andreotti
e Nino Rovelli, legami cosi' imbarazzanti da indurre Andreotti non
solo a una rituale smentita, ma anche, piu' tardi, a tentativi di
inquinamento probatorio".
Il giornalista minacciava di pubblicare quelle notizie, e si
arrivo' alla "soluzione finale" decisa da Andreotti e dal suo
braccio destro Claudio Vitalone. Secondo l'accusa e' stato lui, il
magistrato eletto senatore subito dopo il delitto, a chiedere ai
cugini mafiosi Nino e Ignazio Salvo di occuparsi di Pecorelli: "Ai
Salvo bastava rappresentare il problema, e l'urgenza della sua
soluzione". I cugini si rivolgono ai boss Bontate e Badalamenti, ma
"al progetto doveva partecipare anche Pippo Calo', da tempo
referente piu' importante degli affari romani di Cosa Nostra".
Bontate spedisce a Roma La Barbera, "un ragazzo valido, che aveva
gia' ucciso e che era gia' stato nella capitale"; Calo' invece si
rivolge al boss della Magliana Franco Giuseppucci (ucciso nell'80)
che "cerca le armi e sceglie Massimo Carminati" per il ruolo di
copertura sul luogo del delitto.
E' cosi' che muore Mino Pecorelli. E per i pm di Perugia non e'
credibile che il primo anello di questa lunga catena, cioe'
Andreotti, fosse solo un "inconsapevole beneficiario". Questa
teoria, spiega l'altro pm Cardella, "mal si concilia con l'incontro
avuto da Andreotti con Badalamenti", raccontato sempre da Buscetta.
"Un omicidio non e' un'azione umanitaria, e non si mette in atto se
non si e' sicuri che il beneficiario davvero lo voglia e se non si
e' certi di poter contare su ritorni positivi". Cardella si
sofferma a lungo sulla mafiosita' di Andreotti dibattuta al
processo di Palermo, nel quale altri pm hanno chiesto 15 anni di
carcere per il senatore a vita. Ritorna sui faccia a faccia coi
boss Bontate e Riina, ma soprattutto si sofferma sulle "assurde
bugie" che Andreotti avrebbe pronunciato "in malafede" nel suo
interrogatorio davanti ala corte: "Ha avuto l'improntitudine di
negare di sapere che Caltagirone finanziava la sua corrente...
Parla come se venisse da un altro pianeta, o come se voi giudici
foste vissuti su un altro pianeta. Riflettete, giudici della corte
d'assise, sul fatto che l'imputato ha preferito mentire piuttosto
che chiarire pure i piu' piccoli episodi. Anche un frammento di
verita', per Giulio Andreotti, e' piu' temibile di una plateale
menzogna".
Dal 24 maggio parleranno gli avvocati di parte civile e le difese.
Poi la corte entrera' in camera di consiglio, riflettera', e dira'
se davvero Andreotti e gli altri imputati sono colpevoli di
quell'omicidio di vent'anni fa. E se meritano l'ergastolo.
11/08/1999
Pagina: 14
Ferie blindate per i giudici di Andreotti <<Questo e' un processo
che non si puo' fermare>> UN AGOSTO <<DIVERSO>> NEL CARCERE DI
PERUGIA TRASFORMATO IN TRIBUNALE reportage Giovanni Bianconi Gli
imputati liberi sono in ferie Nel bunker restano difensori e
magistrati <<O andiamo avanti a tappe forzate o rischiamo di non
finire mai piu' questo dibattimento>>
BIANCONI GIOVANNI
PERUGIA IL giudice Giancarlo Orzella e' un tranquillo signore
che a novembre compira' 65 anni. Viene da Arsoli, un paese al
confine tra Lazio e Abruzzo, fa il magistrato dal 1963 ed e'
presidente della Corte d'assise di Perugia. Le vacanze, da sempre,
le passa in montagna. Tranne quest'anno. Nell'estate dell'eclisse
di sole e delle polemiche sulla <<par condicio>> lui, il suo
collega Nicola Rotunno e altri sei giudici popolari - quattro uomini
e due donne - hanno rinunciato alle ferie e trascorrono il mese
d'agosto nel carcere di Capanne, un mostro di cemento armato
ancora in costruzione, piazzato nel bel mezzo della campagna umbra,
tra i campi di grano e una centrale elettrica in disuso.
Obiettivo: stabilire il piu' presto possibile se il sette volte
presidente del Consiglio Giulio Andreotti e gli altri cinque
imputati dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli meritano
l'ergastolo - come sostengono i pubblici ministeri - oppure no.
Bisogna fare in fretta, perche' dal 16 settembre due degli
accusati, i boss mafiosi Pippo Calo' e Michelangelo La Barbera,
saranno impegnati in altri processi, e non potranno venire a
Perugia. Cosi', per arrivare al verdetto entro quella data, la
Corte d'assise ha deciso di procedere a tappe forzate, udienze
tutti i giorni, mattina e pomeriggio, unica interruzione dal 14 al
16 agosto. Il presidente Orzella non ne fa un dramma: <<O facciamo
cosi' oppure questo processo rischiamo di non finirlo piu', quindi.
.. Ai magistrati capita spesso di dover rinunciare alle vacanze
per motivi di lavoro, stavolta e' toccato a noi>>. E le ferie?
<<Vedremo>>. Il bunker di Capanne, come tutte le carceri, e' un
frigorifero d'inverno e un forno d'estate. Nella palestra
riadattata ad aula di giustizia l'orologio segna le 16,10 anche se
sono le 9 del mattino, e tre ventilatori tentano di rendere il
clima un po' piu' sopportabile. Accanto a Orzella, avvolta nella
fascia tricolore, c'e' una signora che ha spedito al mare marito e
bambini; e' laureata in legge, e tra i giudici popolari e' quello
che mastica meglio il diritto. Di tanto in tanto prende qualche
appunto mentre parla il difensore di Pippo Calo'. L'avvocato grida
e batte i pugni sul tavolo, s'indigna perche' - dice - <<questo e'
un processo politico fondato sul nulla>>. Attacca i pentiti e
spesso ride delle accuse che hanno lanciato contro il suo assistito,
cercando di trascinare la corte dietro le sue ironie. Ma i giudici
rimangono seri e immobili. Oggi va un po' meglio degli altri
giorni, il termometro segna <<solo>> 34 gradi. Fino a ieri i gradi
erano 38 gia' nelle prime ore del giorno, quando il pulmino della
polizia scaricava i giudici popolari prelevati nelle rispettive
case. Anche loro - persone qualunque e mestieri qualunque - hanno
spedito le famiglie nei luoghi di villeggiatura e sono rimasti qui
per ascoltare le arringhe delle parti civili e dei difensori, nelle
quali s'intrecciano i misteri d'Italia che fanno da sfondo
all'omicidio di quel giornalista ammazzato in una strada di Roma
vent'anni fa, nel marzo del 1979: dal caso Moro allo scandalo
Italcasse, dalla vicenda Sindona ai delitti firmati dalla
famigerata <<banda della Magliana>>. Il processo Pecorelli e'
approdato qui perche' tra gli imputati c'e' pure Claudio Vitalone,
ex senatore andreottiano che nel '79 faceva il magistrato nella
capitale, e il codice vuole che i giudici romani vengano processati
a Perugia. La scorsa settimana la Corte dei <<forzati di ferragosto>
> ha dovuto dirimere anche una delicata questione giuridica: un
altro imputato, il boss Gaetano Badalamenti detenuto negli Stati
Uniti, ha fatto sapere che voleva venire ad assistere alle udienze,
ma pare che le autorita' americane non glielo vogliano permettere.
I suoi difensori hanno chiesto lo <<stralcio>> della sua
pozisione, il che avrebbe significato sfilare Badalamenti dal
processo e giudicarlo chissa' quando. La Corte, invece, ha deciso
che Badalamenti rimane un imputato <<contumace>>, come avevano
chiesto i pubblici ministeri. Dagli atti della Corte e
dall'ordinanza della scorsa settimana risulta che da tre anni e
mezzo - cioe' dalla prima udienza - Badalamenti non ha mai fatto
l'unica cosa che secondo i giudici doveva fare per venire in
Italia: presentare formale richiesta per partecipare al processo.
Archiviata questa scaramuccia legale, il processo va avanti con la
pattuglia degli imputati al completo. Nell'aula bollente sono
presenti solo Calo' e La Barbera, camicia bianca a maniche corte
il primo, maglietta a righe verticali il secondo, sorvegliati da un
manipolo di agenti penitenziari. Non c'e' Andreotti e non c'e'
Vitalone, che ha seguito il dibattimento come nessun altro. Manca
pure Massimo Carminati, l'ex terrorista nero accusato di essere
uno dei due killer di Pecorelli. Ai giudici togati e popolari che
si sforzano di mantenere viva l'attenzione sfidando l'afa, la
stanchezza e la difficolta' a districarsi tra le decine di nomi e
delitti che affollano le migliaia di pagine di atti processuali,
gli avvocati che assistono la famiglia Pecorelli hanno chiesto di
condannare tutti gli imputati. Dietro l'omicido del giornalista,
secondo loro, ci sono i segreti del caso Moro, che nel 1979
facevano ancora paura, e un patto di morte tra Andreotti, Vitalone
e la mafia. <<Per quei segreti vennero uccisi prima Pecorelli e
poi Carlo Alberto dalla Chiesa>>, ha tuonato l'avvocato Alfredo
Galasso, protagonista di tanti processi contro Cosa Nostra.
Abbandonati sugli schienali delle poltrone, i volti visibilmente
provati, i giudici ascoltano. In attesa della sospirata camera di
consiglio che li portera' prima all'<<ardua sentenza>> e poi,
finalmente, in vacanza.
19/08/1999
Pagina: 14
Delitto Pecorelli, a Perugia l'arringa dei legali di Andreotti
<<Buscetta ritratto' le accuse ma non venne ascoltato>>
R_CRI
PERUGIA Il memoriale di Aldo Moro trovato il 9 ottobre 1978 nel
covo milanese di via Montenevoso venne <<manipolato>> dalle
Brigate rosse <<in danno della Dc>> nel trascriverlo a macchina, e
quindi l'originale scritto a mano dallo statista, rimasto nascosto
per 12 anni nella stessa base, sarebbe stato <<favorevole, non
certo pericoloso>> per Giulio Andreotti. Lo ha sostenuto ieri
mattina l'avvocato Giulia Bongiorno, difensore del senatore a vita,
nella sua arringa davanti alla corte d'assise di Perugia nel
processo per l'omicidio di Mino Pecorelli. Secondo il legale
Andreotti non avrebbe avuto quindi alcun interesse a far uccidere
il giornalista per evitare - come invece sostiene l'accusa - che
pubblicasse le carte originali di Moro>>. Quanto a Tommaso
Buscetta, che ha definito Andreotti il mandante dell'omicidio
Pecorelli, il legale non ha avuto dubbi: <<E' un'accusa che si
frantuma in 57 giorni>>. Don Masino - sostiene la Bongiorno -
<<prima ha affermato che il senatore ha fatto uccidere il
giornalista, ma poi ha smentito se stesso scagionandolo. Perche' pm
e parti civili non gli hanno mai chiesto la ragione del suo
comportamento?>>. Il legale ha ricordato che Andreotti venne
iscritto nel registro degli indagati della procura di Roma il 14
aprile del 1993. Il provvedimento venne adottato dopo un
interrogatorio di don Masino in Florida, otto giorni prima,
dall'allora procuratore di Palermo Giancarlo Caselli e dal suo
aggiunto Guido Lo Forte. <<Il 2 giugno del '93, cioe' 57 giorni
dopo - sostiene l'avvocato Bongiorno - il pentito esclude pero' in
modo categorico davanti ai pm di Roma di avere mai ricevuto
notizie su una richiesta di Andreotti di uccidere Pecorelli. Quel
secondo verbale e' stato dimenticato da tutti>>. \
20/09/1999
Pagina: 11
Dopo 162 udienze oggi la corte d'assise di Perugia si ritira in
camera di consiglio. La sentenza in settimana Processo Pecorelli,
gran finale Si scioglie il rebus Andreotti
BIANCONI GIOVANNI
Giovanni Bianconi ROMA Un presidente del Consiglio che fa
ammazzare un giornalista - tramite un magistrato futuro senatore,
due boss mafiosi e due killer quasi professionisti - <<non e' una
verita' gradevole>> nemmeno per il pubblico ministero convinto di
aver scoperto la trama e trascinato i colpevoli davanti alla corte
d'assise. Lo dice chiaro, quell'ex ragazzo con la toga sulle
spalle, che quando fu ucciso Mino Pecorelli non era ancora entrato
in magistratura, ma poi aggiunge: <<L'intento di dimenticare per
favorire la riconciliazione nel Paese puo' essere anche
comprensibile, ma questo compito non spetta al giudice>>. Per
questo, a vent'anni e qualche mese dalla sera in cui Pecorelli fu
ucciso in una via di Roma da quattro proiettili calibro 7,65, il pm
di Perugia Alessandro Cannevale ribadisce le sue richieste ai due
giudici togati e ai sei popolari con la fascia tricolore a
tracolla: condannate all'ergastolo Giulio Andreotti, Claudio
Vitalone, Tano Badalamenti, Pippo Calo', Michelangelo La Barbera e
Massimo Carminati, tutti colpevoli di quell'omicidio. E' la scena
vissuta lunedi' scorso nel carcere-bunker di Capanne, quindici
chilometri da Perugia, all'inizio delle repliche finali. Poi, per
quattro giorni di fila, hanno parlato i difensori degli imputati.
<<Il pm di questo processo e' un grande pittore astratto; voleva
fare un ritratto di Giulio Andreotti ma non c'e' riuscito, e cosi'
s'e' buttato sull'astrattismo, tecnica che pero' si estranea dalla
realta'. Assolvete Andreotti, in modo da scoprire chi c'e' dietro
le false dichiarazioni contro di lui>>, dice l'avvocato del
senatore a vita. E quello di Vitalone: <<L'accusa ha finito per
cambiare il movente del delitto, e oggi non si sa piu' qual e'.
Tutto il processo e' fondato su affermazioni che hanno
dell'incredibile>>. Il legale di Badalamenti attacca il pentito
Tommaso Buscetta: <<Don Masino parla per vendetta>>, e via di
seguito tutti gli altri difensori a dire che contro gli imputati
non c'e' uno straccio di prova. Infine, alla penultima udienza,
l'appello accorato di Claudio Vitalone: <<Gli ultimi sei, per me,
sono stati anni di inutili sofferenze. Mai piu' si dovra'
verificare che in Italia venga costruito sul nulla un processo come
questo. Ho la coscienza serena, e nei miei confronti si e' svolta
un'inutile persecuzione>>. L'ultimo appuntamento e' per stamane
alle 9, quando dovrebbe prendere la parola Pippo Calo'. Poi - a
meno di clamorose e inaspettati ritardi - la corte si ritirera' in
camera di consiglio e ne uscira' tra qualche giorno con la risposta
che l'Italia aspetta dal 1992, quando si affacciarono le prime
accuse: davvero Andreotti ha fatto uccidere Pecorelli? E Vitalone?
E ci fu veramente la mediazione della mafia, per arrivare alla
coppia di killer, uno di Cosa Nostra e l'altro della banda della
Magliana? Tre anni e cinque mesi di processo - 162 udienze, 231
testimoni, 326 <<produzioni documentali>> - ci sono voluti per
arrivare al traguardo di oggi. E prima ancora altri tre anni di
inchiesta, cominciata a Roma, passata per il vaglio del Senato
della Repubblica, portata a termine a Perugia dopo l'entrata in
scena di Vitalone, all'epoca dei fatti magistrato in servizio
nella capitale. Un periodo lunghissimo (piu' del tempo medio di un
corso di laurea, e siamo soltanto alla vigilia della sentenza di
primo grado) per ricostruire una trama che - secondo l'accusa -
suona cosi': Pecorelli dava fastidio ed era in grado di ricattare
Giulio Andreotti perche' custode di segreti scomodi per il capo
del governo; segreti legati al caso Moro e alle <<confessioni>>
che il presidente della dc aveva fatto ai brigatisti rossi durante
il suo sequestro. Gli uomini del presidente del Consiglio - il
<<fedelissimo>> Vitalone in testa - si organizzarono cosi' per
toglierlo di mezzo, rivolgendosi ai cugini Salvo, esattori mafiosi
legati a Salvo Lima (luogotenente di Andreotti in Sicilia) i quali
girarono la <<commissione>> ai loro referenti: Stefano Bontate
(ucciso un paio d'anni piu' tardi nella guerra di mafia) e Tano
Badalamenti. Da li', tramite l'ambasciatore di Cosa Nostra a Roma
Pippo Calo', vennero fuori i nomi dei due sicari utilizzati per
sparare al giornalista: Angelo La Barbera, killer mafioso gia'
sperimentato, e Massimo Carminati, terrorista <<nero>> dei Nar che
non disdegnava di lavorare per la banda della Magliana. E due dei
proiettili che hanno ucciso Pecorelli provengono da un <<arsenale>>
della malavita romana che era a disposizione proprio della
Magliana e dei Nar. Nel 1992, a 13 anni dal delitto, l'inchiesta
giudiziaria per l'omicidio Pecorelli dormiva negli archivi della
procura di Roma. Fu Buscetta a farla riaprire, con le sue
rivelazioni seguite alla strage di Capaci, rivelando le
confessioni che gli fece Badalamenti in Brasile parlandogli della
richiesta avanzata dai cugini Salvo, nell'interesse di Andreotti.
<<Ma che dietro il delitto ci fosse Andreotti e' una sua
congettura?>>, gli chiese in aula l'avvocato del senatore a vita. E
don Masino rispose: <<Congettura no, praticita' della vita>>. Poi
arrivarono i pentiti della banda della Magliana, a parlare di
Vitalone. Uno di loro disse che a sparare fu <<un siciliano>>, che
riconobbe nella fotografia di Michelangelo La Barbera. Per i pm di
Perugia era la quadratura del cerchio, nell'autunno del '95
ottennero il rinvio a giudizio, ora hanno chiesto le condanne e
aspettano il verdetto come l'aspettano gli imputati, convinti di
essere finiti nel tritacarne di un complotto o, nel migliore dei
casi, di un'indagine sbagliata. Un verdetto che sara' <<storico>> in
ogni caso, perche' contribuira' a scrivere un pezzo di storia
d'Italia e a leggerne altri, per il passato e per il futuro.
20/09/1999
Pagina: 11
CRONOLOGIA DI UN DELITTO Da Op alle carte segrete di Moro un giallo
all'italiana di vent'anni fa
PERUGIA Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio, e'
accusato di essere stato mandante con Claudio Vitalone, Pippo,
Calo' e Gaetano Badalamenti del delitto Pecorelli. L'omicidio
sarebbe stato invece eseguito da Michelangelo La Barbera, presunto
killer mafioso, e dall'ex estremista nero Massimo Carminati,
considerato anche vicino alla banda della Magliana. 3 Pecorelli
venne ucciso la sera del 20 marzo del 1979 con quattro colpi di
pistola, uno in bocca, poco dopo avere lasciato la redazione romana
di Op. 3 La svolta dell'inchiesta arrivo' nell'aprile '93 quando
Tommaso Buscetta sostenne di avere saputo da Badalamenti che a far
uccidere il giornalista erano stati lui e Stefano Bontate, morto
nel frattempo, su richiesta di Nino ed Ignazio Salvo. L'omicidio -
sempre secondo il pentito - sarebbe stato eseguito nell'interesse
di Andreotti. I pm perugini hanno ipotizzato che l'eliminazione
del direttore di Op, come quella di Carlo Alberto Dalla Chiesa,
fosse stata necessaria per impedire la pubblicazione di una
presunta parte segreta del memoriale di Aldo Moro a disposizione
del generale e del giornalista. 3 Nell'agosto '93 arrivarono
anche le dichiarazioni dei pentiti della banda della Magliana, di
Vittorio Carnovale che accuso' Vitalone, allora pm romano.
L'inchiesta passo' quindi alla procura di Perugia, competente ad
indagare sui magistrati romani. I pubblici ministeri umbri hanno
ipotizzato che quello di Pecorelli fu un delitto di mafia,
eseguito da boss e killer mafiosi, ma non della mafia, cioe' non
autorizzato dalla commissione. Calo', a lungo latitante a Roma,
sarebbe stato il tramite tra mafia e banda della Magliana. 3
L'11 aprile 1996 inizia il processo nell'aula bunker di Perugia.
Delle 29 udienze di quell'anno due furono riservate all'escussione
del superpentito Tommaso Buscetta (9 e 10 settembre '96). Un altro
pentito della Banda della Magliana, Antonio Mancini, convivente di
Fabiola Moretti, parlo' alla corte d'assise per 5 sedute. 3 Nel
1997 le udienze sono state 61: tra i tanti testi chiamati a deporre,
anche ufficiali e sottufficiali del Ros, ma anche esponenti
dell'economia (Mario Sarcinelli), il generale Donato Lo Prete, il
giornalista Eugenio Scalfari. 3 Nel 1998 vennero ascoltati
vari pentiti: da Balduccio Di Maggio, a Fabiola Moretti, Giovanni
Brusca, Emanuele e Bernardo (che si sono avvalsi della facolta' di
non rispondere) Ciro Vollaro, Angelo Siino. Il 2 ottobre viene
chiamato a deporre l'imputato, presunto mandante, Claudio Vitalone.
Parlo' per 2 udienze. Il 5 e il 6 settembre venne sentito il
senatore Giulio Andreotti. Seguirono altri testi, tra cui Raffaele
Cutolo. 3 Il 13 settembre 1999 il pm Alessandro Cannevale ha
chiesto l'ergastolo per tutti gli imputati.
21/09/1999
Pagina: 12
Prima del ritiro della Corte, dichiarazione del boss Calo': <<Ai
pentiti suggerimenti>> Tempi lunghi per la sentenza Pecorelli I
giudici prenotano il pranzo per dieci giorni
R_CRI
PERUGIA Isolati da tutto e da tutti fino al momento della sentenza:
e' l'ultima fatica della Corte d'assise di Perugia impegnata nel
processo Pecorelli. Un sacrificio che pero' non si sa quando avra'
termine: il collegio giudicante non ha fornito alle parti
indicazioni su quanto dovranno aspettare per la decisione. Il
presidente Orzella ha solo detto che tutti saranno avvertiti <<in
tempo utile per poter raggiungere Perugia>>. Alcuni avvocati
sperano in una decisione rapida, nel giro di due o tre giorni.
Altri, piu' realisticamente, ipotizzano il fine settimana. L' unico
dato certo e' che la Corte ha avvertito il servizio catering di
rimanere disponibile da uno a dieci giorni. Ma anche in questo
caso sono possibili variazioni dell' ultima ora. Dal momento del
loro ingresso in camera di consiglio i giudici non possono avere
piu' contatti con l'esterno. Non devono telefonare a casa o vedere
altre persone che non siano i loro colleghi. Unico legame con il
resto del mondo un televisore e i quotidiani. La sveglia suona
nelle camere di buon mattino. Dopo la colazione gli otto giudici
cominceranno a discutere la decisione finale, concedendosi pause
per il pranzo e per la cena. La camera di consiglio si trova al
piano terra, ma le finestre sono state oscurate. Tutta la zona e'
sorvegliata 24 ore su 24. In caso di non unanimita' la
colpevolezza o l'innocenza degli imputati saranno decisi a
maggioranza. Se anche i voti dovessero dividersi equamente, a
prevalere sara' la tesi piu' favorevole all'imputato, cioe'
l'assoluzione. L'ultimo sussulto del processo e' giunto ieri. <<I
pentiti sono stati suggeriti>>: Pippo Calo', boss della mafia
riconosciuto come il cassiere, ha aperto cosi', con una
dichiarazione spontenea, l'udienza. La sua dichiarazione e' stata
una serie di accuse di falsita' contro i pentiti, <<tutti
collaboratori - ha detto - che sono passati in questo processo ma
mai denunciati per calunnia. Non e' possibile che continuino a
rovinare le persone. Loro collaborano a tutto, quello che vengono
suggeriti e sono stati poco intelligenti coloro che hanno
suggerito>>. \
25/09/1999
Pagina: 2
TUTTI I REBUS DI UN OMICIDIO ECCELLENTE Da Op alle carte di Moro in
un giallo all'italiana
GIO_BIA
QUANDO gli spararono quattro colpi di pistola - la sera del 20
marzo 1979 in via Tacito a Roma, nel cuore di Prati, quartiere di
palazzi umbertini e studi di avvocati com'era anche lui, Mino
Pecorelli, che solo dopo aveva preso la strada del giornalismo -
pochi, pochissimi, forse nessuno penso' alla mafia. Eppure in
quell'anno che segno' la fine dell'unita' nazionale targata
Andreotti, Cosa Nostra s'era gia' mossa parecchio, e parecchio si
sarebbe mossa. A Palermo, a gennaio era stato ucciso il
giornalista Mario Francese e il 24 marzo il segretario provinciale
della dc, l'andreottiano Michele Reina. A luglio, a Milano cadde
Ambrosoli e, ancora a Palermo, il capo della Mobile Boris Giuliano.
Ad agosto ricomparve in Sicilia Michele Sindona, ospite del boss
Stefano Bontade, e a settembre uccisero il giudice Cesare Terranova.
Questo era il clima, mentre a Roma un giudice noto per le sue
simpatie di destra metteva sotto inchiesta i vertici della Banca
d'Italia, arrestando il direttore generale, e in tutto il Paese
seminavano morti per le strade o negli androni dei palazzi, quasi
sempre di prima mattina. Mino Pecorelli, direttore della rivista O.
P., fu invece ammazzato di sera, al termine della solita giornata
di lavoro. Molti anni dopo la storia della sua morte si sarebbe
intrecciata proprio con la mafia e con le Brigate rosse, ma quella
sera no, non era affatto chiaro. Prima di spegnere la luce e
chiudere la porta dello studio per l'ultima volta, Pecorelli aveva
confidato alla segretaria che forse l'eterno problema dei soldi si
sarebbe presto risolto. E quel rotocalco povero sul quale scriveva
articoli e lanciava messaggi sarebbe potuto andare avanti ancora un
po'. Invece si fermo' tutto pochi minuti dopo, con quattro colpi di
pistola che lo sorpresero a bordo della sua Citroen. Comincio'
subito la solita indagine diretta dal solito pm dei casi
eccellenti, Domenico Sica, che non approdo' a nulla. Scavo' nel
sottobosco politico romano e nel mondo dei Servizi segreti, il
dottor Sica, che' quelli frequentava e stuzzicava Pecorelli, ma
inutilmente. Qualche anno dopo ci provo' un altro pm romano,
Giovanni Salvi, a trovare gli assassini del giornalista: un paio
di pentiti del terrorismo nero avevano detto che a freddare
Pecorelli erano stati due di loro, Valerio Fioravanti e Massimo
Carminati, capo e soldato dei Nuclei armati rivoluzionari. Per
conto di chi? Di Licio Gelli, era l'ipotesi, il Gran Maestro di
quella Loggia P2 alla quale il giornalista s'era iscritto il 1°
gennaio del '79, tessera 1750: negli ultimi mesi della sua vita -
notarono gli inquirenti - obiettivo degli attacchi giornalistici
di Pecorelli (e forse di qualche ricatto solo accennato negli
articoli) <<era essenzialmente Licio Gelli e la struttura di
potere che intorno a questi s'era coagulata>>. Ma nel 1991, anche
un magistrato esperto di trame e poteri occulti come Salvi si
arrese. Era partito dicendo che per trovare un movente
dell'omicidio c'era solo l'imbarazzo della scelta: <<Semmai e'
proprio la vastita' e la quantita' degli interessi lesi dagli
articoli di Pecorelli che puo' costituire un serio ostacolo
all'individuazione del mandante dell'omicidio>>. In conclusione,
pero', s'era dovuto arrendere: <<Gli elementi raccolti a carico
degli indagati sono di notevole spessore>>, scrisse, ma le prove
per portarli davanti a una corte d'assise non erano sufficienti.
Passo' un altro anno e poco piu', e sul tavolo del pm Salvi
tornarono i faldoni con gli atti dell'inchiesta Pecorelli,
rispolverati dall'archivio. Era successo infatti che il pentito
numero uno della mafia, Tommaso Buscetta, dopo le stragi di Capaci
e via D'Amelio dove erano stati annientati Falcone e Borsellino,
aveva deciso di vuotare il sacco sui rapporti tra la mafia e la
politica; non quella locale, di Salvo Lima e dei cugini Salvo, ma
quella che si faceva a Roma, nei palazzi che contano. Quella di
Giulio Andreotti, svelo' don Masino. Un nome che - finche' ha
potuto vivere - Mino Pecorelli aveva scritto spesso sulla sua
rivista, e non certo per lusingarlo. C'era stata anche la storia
di una famosa copertina di O.P. stampata ma mai pubblicata, con la
foto dell'allora capo del governo e una scritta sotto: <<Gli
assegni del presidente>>. Raccontava di finanziamenti poco chiari
passati per le mani di Andreotti, ed era finita negli atti
dell'indagine sull'omicidio, senza risultati come tutto il resto.
Nelle sue nuove dichiarazioni Buscetta racconto' che nel 1980 il
boss mafioso Stefano Bontate gli aveva confidato che ad ammazzare
quel giornalista romano di nome Pecorelli <<era stata Cosa Nostra,
piu' precisamente lui e Badalamenti, su richiesta dei cugini Salvo>>
. E che tre anni dopo, in Brasile, proprio il boss Tano Badalamenti
gli confermo' la versione: <<Quello di Pecorelli era stato un
delitto politico voluto dai cugini Salvo, in quanto a loro
richiesto dall'onorevole Andreotti... Sembra che Pecorelli stesse
appurando "cose politiche" collegate al sequestro Moro>>. Era la
svolta, condita da un'altra frase di Buscetta sul generale Carlo
Alberto Dalla Chiesa, ammazzato a Palermo nel 1982, tre anni dopo
Pecorelli: anche il generale conosceva i segreti del caso Moro che
preoccupavano Andreotti, <<Pecorelli e Dalla Chiesa sono "cose che
si intrecciano fra loro">>. Ecco dunque comparire sulla scena del
delitto le due <<entita'>> che nel '79 pochi o nessuno potevano
immaginare, anche se erano cosi' presenti nella cronaca di
quell'Italia: la mafia e il caso Moro, gestito e portato a termine
dalle Brigate rosse nella primavera del 1978, ma con tanti, troppi
lati oscuri. Come s'era confermato nel 1990, quando in un vecchio
covo brigatista di Milano, in via Monte Nevoso, scoperto nel 1978,
l'operaio incaricato dei lavori di ristrutturazione rimase a bocca
aperta: dietro un doppio muro, sotto la finestra, c'erano soldi,
armi e le fotocopie di una nuova versione del memoriale Moro, piu'
completa di quella trovata, sempre li', dodici anni prima. Salvi
comincio' l'indagine, lavorando anche su questo: guarda caso
Pecorelli gia' nel '78, dopo la scoperta della base br, scriveva di
un <<doppio memoriale Moro>>. E guarda caso l'irruzione del '78 fu
fatta dagli uomini del generale Dalla Chiesa. Lavorava su questo e
sugli <<assegni del presidente>>, il pm Salvi, quando un pentito
della banda della Magliana - gang romana al servizio di molti -
tiro' in ballo il nome Claudio Vitalone, all'epoca del delitto
magistrato a Roma, poi senatore e ministro dc, andreottiano di
provata fede. L'inchiesta dovette prendere la strada di Perugia,
dov'e' stata ricostruita la presunta catena dai mandanti agli
esecutori - Andreotti, Vitalone, Badalamenti, Calo', La Barbera e
Carminati, piu' una serie di personaggi che nel frattempo sono
morti, quasi nessuno nel proprio letto -, col movente che rimane
quello <<multiplo>> del secondo memoriale Moro (con gli
apprezzamenti sui rapporti tra Andreotti e Sindona, per esempio) e
degli <<assegni del presidente>>, approdata fino al processo che
s'e' concluso ieri. Anche stavolta e' finito tutto in fumo, con
l'assoluzione. Per la giustizia italiana l'omicidio di Mino
Pecorelli e' rimasto <<opera di ignoti>>. \
25/09/1999
Pagina: 1
Delitto Pecorelli, non creduto Buscetta. Scagionati anche Vitalone e
gli altri imputati Assolto Andreotti, bocciati i pentiti Il
senatore: spero di vivere abbastanza per dimenticare
PERUGIA. La Corte d'Assise di Perugia ha assolto per l'omicidio di
Mino Pecorelli il senatore a vita Giulio Andreotti, l'ex magistrato
Claudio Vitalone e gli altri quattro imputati Gaetano Badalamenti,
Giuseppe Calo', Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati. Tutte
assoluzioni con formula piena: per non avere commesso il fatto.
Sconfessati i pentiti, a partire da Tommaso Buscetta. Dopo 20 anni
resta dunque un mistero la morte del giornalista. Soddisfatto il
senatore (<<Ora spero di vivere abbastanza per dimenticare>>) che
ha ricevuto decine di felicitazioni e attestati di stima. Grande
amarezza, invece, e' stata espressa dalla signora Rosita, sorella
di Mino Pecorelli: <<Mi aspettavo questo verdetto, noi non abbiamo
protezioni>>.
25/09/1999
Pagina: 2
Tre anni e mezzo di processo e 102 ore di camera di consiglio:
<<Proscioltiper non aver commesso il fatto>> <<Andreotti non fece
uccidere Pecorelli>> Tutti assolti, <<opera di ignoti>> l'esecuzione
del giornalista
BIANCONI GIOVANNI
Giovanni Bianconi inviato a PERUGIA Tutti assolti, in 102 ore di
camera di consiglio e dopo tre anni e mezzo di processo. <<Per non
aver commesso il fatto>>, come recita la formula di rito. A poco
piu' di vent'anni dal delitto, gli assassini di Mino Pecorelli e i
loro mandanti restano senza nome e senza volto. Qualcuno l'ha ucciso,
certo, ma non i killer della mafia e della banda della Magliana
su ordine dei boss di Cosa nostra e, ancora piu' su, di Claudio
Vitalone e di Giulio Andreotti. Cosi' ha deciso, ieri sera, la
corte d'assise di Perugia, che ha scagionato tutti gli imputati.
Alle 19,15, nella palestra del carcere-bunker di Capanne trasformata
in aula di giustizia, il clima e' teso, lo spazio del pubblico e'
gremito di fotografi, telecamere e giornalisti italiani e stranieri.
Il presidente Giancarlo Orzella, un giudice civile prestato al
penale per questo processo, entra col seguito dei giudici togati e
popolari, annunciato dal suono di una campanella. <<In nome del
popolo italiano>>, comincia a leggere, e subito cita l'articolo
del codice che fa capire a tutti com'e' finita, il 530 della
procedura penale (anche se Orzella, in un lapsus, dice <<civile>>,
ma si corregge subito): tutti assolti. La lettura del verdetto
termina in meno di un minuto, il pubblico ministero Alessando
Cannevale, affiancato per l'occasione dal procuratore di Perugia
Miriano, abbandona l'aula di gran carriera. Rimangono ad esultare
invece - anche se sono tutti visibilmente provati - l'unico
imputato presente, Claudio Vitalone, e gli avvocati difensori.
Dell'impianto accusatorio costruito in tre anni di indagini e
illustrato in altri tre e mezzo di processo non e' rimasto in piedi
nulla. Non i due presunti killer: Massimo Carminati, ex terrorista
nero in contatto con la banda della Magliana, e il mafioso
Michelangelo La Barbera. Su di loro c'erano le testimonianze dei
pentiti romani e uno dei proiettili estratti dal corpo di
Pecorelli, che quasi certamente proveniva da un arsenale segreto
della Magliana e dei terroristi neri. Non gli <<intermediari>> di
Cosa nostra: il boss Tano Badalamenti indicato da Buscetta (secondo
don Masino, Badalamenti gli confesso' di aver organizzato il
delitto insieme a Stefano Bontade) e Pippo Calo', <<ambasciatore>>
della mafia a Roma. E soprattutto non resta nulla di tutto cio'
che aveva tirato in ballo i <<pezzi da novanta>> di questo
processo: Claudio Vitalone - ex magistrato, ex senatore ed ex
ministro - e il suo capo corrente, Giulio Andreotti. Contro il
primo avevano parlato i pentiti della banda della Magliana, contro
il secondo ancora lui, Tommaso Buscetta. Ma non e' bastato. La
corte non ha creduto alle loro testimonianze e a tutto cio' che
l'accusa aveva costruito intorno ad esse nel tentativo di trovare
i riscontri. Avevano chiesto l'ergastolo per tutti i sei imputati,
i pm Alessandro Cannevale e Fausto Cardella, il 30 aprile scorso,
ma escono da questa prova a mani vuote. Raccolgono i frutti di sei
anni e mezzo di difesa, invece, gli accusati che in meno d'un
minuto sono passati da presunti colpevoli a innocenti senza piu'
aggettivi, con tutti i crismi della legge. E Claudio Vitalone, il
solo venuto fin qui ad ascoltare il verdetto, commenta: <<E' stata
finalmente resa piena giustizia dopo oltre sei anni di
ingiustificata persecuzione. La corte d'assise ha dimostrato lo
straordinario valore della giurisdizione, superando tutte le
polemiche che in questi anni si sono abbattute sulla magistratura,
ristabilendo una clamorosa e segregata verita'>>. Se la prende
anche per tutto quello che s'e' detto e scritto in questi anni sul
suo conto, l'ex senatore: <<Finche' c'era un'informazione guidata
da indiscrezioni che filtravano da certi uffici, s'e' letto e
sentito di tutto; quando poi durante il processo s'e' scoperta la
verita', allora e' calato il silenzio totale>>. Ma Vitalone
avverte che la sua battaglia non finisce qui: <<Per mettere in
piedi l'impostura di cui alcune persone sono state vittime, si
sono dispiegate enormi risorse istituzionali. Il Consiglio
Superiore della Magistratura si deve occupare di quel che e'
successo in questi anni, e sara' da me debitamente informato. Sono
certo che l'organo di autogoverno non potra' restare indifferente
di fronte ai fatti che sono accaduti>>. Al suo fianco l'avvocato
Carlo Taormina preannuncia una <<vendetta cinica e spietata contro
pm e inquirenti che si sono prestati a questo vergognoso massacro
dei diritti elementari dei cittadini. Quella di oggi e' una
sentenza storica che riporta il Paese nella civilta': chi ha
sbagliato deve pagare>>. Un altro avvocato solitamente battagliero,
Bruno Naso, difensore di Massimo Carminati (e' la seconda volta
che l'ex terrorista esce immune dall'accusa di aver ucciso
Pecorelli; a Roma c'era gia' stata un'inchiesta archiviata nel
'91), dice: <<Prima di fare commenti piu' approfonditi bisogna
aspettare la sentenza, ma intanto una cosa si puo' osservare: il
processo Pecorelli e' il segno dei tempi, nel senso che e' stato
istruito nell'epoca del pentitismo e del giustizialismo, mentre la
sentenza e' arrivata in tempi diversi, in cui sembra recuperata la
giurisdizione secondo la quale per condannare degli imputati ci
vogliono le prove, non i teoremi>>. La corte ha anche trasmesso
gli atti alla procura perche' proceda per <<falsa testimonianza>>
contro Fabiola Moretti, pentita della Magliana, utilizzata come
teste d'accusa. <<Non hanno trasmesso le dichiarazioni di Buscetta
e Brusca - commenta l'avvocato Luigi Li Gotti, difensore dei due
pentiti di mafia - e questo significa che hanno considerato
credibile il loro racconto, che si era limitato al quadro
d'insieme. La sentenza non va caricata di significati
generalizzanti>>.
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<<Nel mio animo non avevo dubbi, pero' non basta aver ragione:
bisogna trovarechi te la da'>> <<Sono fiducioso anche per Palermo>>
Il senatore: spero in un supplemento di vita per dimenticare
GRIGNETTI FRANCESCO
Francesco Grignetti ROMA Stanco, addirittura esausto, ma
raggiante, Giulio Andreotti si sottopone volentieri al supplizio
di un telefono che non smette di squillare. Andreotti e' appena
tornato dagli inferi della giustizia al paradiso della politica.
Tra i mille altri, dal Quirinale si fa sentire il Presidente Carlo
Azeglio Ciampi. <<Mi hanno chiamato in tanti. Si', anche il Capo
dello Stato>>. Ma Giulio Andreotti stasera e' il vincente che ha
sbaragliato i suoi avversari su tutta la linea. Risponde
all'ennesima telefonata, dunque. E pare di vedergli quel sorriso
trionfante sulle labbra che proprio non gli riusciva di trattenere
quando ha affrontato le televisioni sul portone del suo studio. E
a sera andra' proprio in uno studio televisivo, ospite di Bruno
Vespa, per commentare in diretta il suo caso. L'occasione per alcune
battute tipiche delle sue. <<Forse sono stato ballerina di prima
fila troppo a lungo. Forse dava fastidio. O ci pensava la mafia, o
ci pensavano loro>>. <<Se avessi avuto anche un millesimo di colpa,
mi sarei ben guardato dal farmi vedere con il Papa>>. <<Io sono
un popolano romano. Non mi sono montato la testa quando le cose
andavano bene, ne' sono andato sottoterra adesso>>. <<Non ho visto
del freddo intorno a me. Stare in una Cajenna politica e personale
mi avrebbe dato fastidio>>. <<Buscetta disse a Falcone tutto quello
che doveva dire, niente di piu' di quello che il magistrato poteva
credere. Ora so che e' ammalato. Iddio lo aiuti. Ma guasti ne ha
fatti!>>. <<La mia preoccupazione e' di non demonizzare i pentiti
come tali. Servono, ma bisogna stare molto attenti>>. In fondo
se l'aspettava, il colpo di scena. O no? <<Per la verita' qualcosa
mi pareva, negli ultimi tempi. C'era stato un tentativo finale
della procura di presentare altre carte.. Cercavano di non
concludere. Non vedo altra legittimita' per un atto cosi' irrituale.
Pero', insomma, mi pare che anche l'atmosfera... Questi presidenti,
sia a Perugia che a Palermo, conducono bene. Senza soggezioni
verso la procura>>. Certe polemiche sull'appiattimento dei giudici
alle tesi dell'accusa, quindi, non sono giustificate. <<Beh, mi
pare di no. Sono contento anche per il sistema. Naturalmente sono
contento innanzitutto per me. Ma non solo per me>>. Lei, senatore
Andreotti, adesso e' fuori dal processo con tante scuse. Pero' ha
dovuto leggersi suo malgrado tantissime carte. Sentire innumerevoli
testimoni. Si sara' fatta una sua idea su chi potrebbe aver
ammazzato Pecorelli. <<Ah, questo non lo so... Comunque se si
mettono in fila venti piste, erano molto piu' possibili della mia
che era una pista del tutto inesistente. Ma questo, mi lasci dire,
e' un problema che ormai riguarda la giustizia. E' un problema che
esula dalle mie competenze. Io, per me, adesso ho voltato pagina e
non ci penso piu'>>. Ma perche' si imbocco' una pista, la sua, che
lei definisce addirittura <<inesistente>>? <<Non lo so.
Certamente era una pista molto azzardata. Oltretutto il danno che
poteva portare Pecorelli alle persone che fanno vita pubblica era
molto relativo. Che poi ci fossero di mezzo altri intrighi, questo
non lo so. Pero' era un processo strano. Nelle prime udienze la
sorella di Pecorelli era stata molto civile nei nostri confronti.
Poi quelli della parte civile, capisco che ognuno fa il suo
mestiere, si erano accaldati malamente. Comunque tutto questo per
me e' passato. E preferisco non pensarci>>. Ci racconti quale e'
stata la sua reazione a caldo. <<Molta soddisfazione, e' chiaro...
Anche per una ragione di principio. Si dimostra che c'e' una
valutazione libera tra chi giudica e il lavoro delle procure. Nel
mio animo non e' che avessi dei dubbi. Pero' non basta aver
ragione. Bisogna trovare chi te la da'>>. Ma ora, secondo lei, con
il processo di Palermo come si mette? <<Guardi, sono fiducioso.
Pero' sono rispettoso e non faccio commenti. Ma sono contento di
una cosa. E cioe' che anche il processo di Palermo si avvia alle
conclusioni. A ottobre ci sara' l'udienza definitiva>>. Presidente,
che cosa pensa dell'assoluzione anche per tutti gli altri
imputati? <<Sono contento. Mancando l'anello iniziale, cadeva tutto>
>. Ma puo' l'emozione di una sentenza farle dimenticare questi sei
anni? <<Spero di avere un supplemento di vita per poter dimenticare
di piu'>>. Il momento piu' brutto? <<Fu quando mi telefono'
Spadolini per dirmi che c'era questa richiesta di autorizzazione a
procedere. In quel momento mi casco' il mondo addosso, perche'
tutto mi immaginavo fuorche'.... Sono dieci anni esatti, oggi, che
feci il primo decreto legge per lasciare in prigione i mafiosi del
maxi-processo>>. Nel '93, all'inizio del processo, lei disse che
cominciava un calvario. <<Senta, il calvario e' un monte sacro...
e noi siamo dei poveretti>>.
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I DUE AMICI-NEMICI E LE VERITA' DI UN PROCESSO Buscetta, la
sconfitta del grande accusatore Don Masino e Badalamenti: opposto
declino di due mafiosi
LA LICATA FRANCESCO
Da qualunque bandolo lo si afferri, il processo per l'assassinio di
Mino Pecorelli ruota attorno a due personaggi - siciliani, mafiosi,
uguali e opposti - che rappresentano (ognuno per la propria parte,
ovviamente) elementi della stessa cellula che ha generato le
accuse a Giulio Andreotti. Sono Tommaso Buscetta e Gaetano
Badalamenti: due mafiosi della vecchia generazione nati e
cresciuti alla stessa scuola e via via allontanatisi, compiendo
scelte diverse di fronte alla necessita' di salvarsi dalla
<<deregulation>> ordita da Toto' Riina e dalla sua banda corleonese.
Buscetta - il grande sconfitto della sentenza di Perugia - oggi e'
collaboratore di giustizia, sta negli Stati Uniti, e' ammalato e
spera di poter arrivare alla fine restando vicino all'affetto
della moglie e dei figli. Anche Badalamenti sta negli Usa, ma in
un carcere dove sconta una condanna per traffico di droga. Non ha
mai ceduto alle sirene del pentitismo. Forse e' stato attraversato
dal <<cattivo pensiero>> di tentare la carta di una dissociazione
dai metodi della Cosa Nostra corleonese. Non gli e' riuscito,
pero', il <<colpaccio>> di guadagnare il ritorno in Italia, pagando
un prezzo troppo basso. Un patto del genere non e' stato possibile.
E cosi' don Tano, <<Battagghiu>>, resta in cella sognando il suo
paese, Cinisi, e la remota possibilita' di venire a morire in
Italia. Alla lunga, pero', la sua strategia, la strategia di non
muoversi aspettando tempi migliori, la strategia del silenzio, la
strategia di <<la meglio parola e' quella che non si dice>>, ha
avuto la meglio. Un declino comune, quello dei due mafiosi, eppure
tanto diverso. Don Masino, rassegnato al ruolo di boss spretato,
che con la collaborazione e con le accuse al mondo politico si e'
costruito la corazza per cercare di recuperare anche l'onore
perduto. Don Tano, che e' rimasto prigioniero della sua mafiosita',
respingendo il ruolo di <<infame>>, ma non senza lanciare messaggi
di possibile patteggiamento. E cosi' Buscetta ha interpretato la
parte del grande accusatore, oggi irrimediabilmente sconfitto: <<"
Pecorelli e' stato ucciso dalla mafia per fare un favore al
senatore Andreotti". Me lo disse Bontade: "Quell'omicidio lo
abbiamo fatto noi", e me lo confermo' Badalamenti, aggiungendo che
si trattava di politica e di fatti collegati al sequestro di Aldo
Moro>>. Stefano Bontade e' morto e non puo' testimoniare. Chi
avrebbe potuto dire una parola, forse definitiva, e' lui,
Badalamenti. Che, invece, ha preferito le mezze frasi, i messaggi
cifrati, e persino le interviste propiziate dalla mediazione di
personaggi discussi. Sembrano distanti e invece sono simili, i due
amici-nemici. Buscetta all'inizio della sua collaborazione cerco'
addirittura di lasciare fuori don Tano. E, forse per questo, il
vecchio boss di Cinisi ha respinto le accuse di <<Masino>>. Ma
quasi con garbo. Non c'e' mai stata avversione vera tra i due.
Anzi, nelle varie fasi dei tentativi di <<convincere>> Badalamenti
a testimoniare, gli investigatori hanno intravisto una certa
volonta' del capomafia di <<non smentire>> l'ex amico, ma sempre
prestando molta attenzione a non cadere nella <<trappola>> del
pentitismo. Fino a lasciarsi sfuggire, in una intervista, un
aggettivo per Toto' Riina: <<Belva>>, lo stesso usato da Buscetta.
C'e' stato un momento in cui Badalamenti non nego' le rivelazioni
di don Masino a proposito del rapporto tra il capomafia di Cinisi
e i cugini Nino e Ignazio Salvo, grandi elettori della corrente di
Andreotti. Alle domande su Salvo Lima e sul senatore, se cioe' li
conoscesse, ha sempre risposto un po' piu' criptico: <<Le amicizie
politiche non hanno grande importanza>>. Racconto' come Nino Salvo
fosse andato a trovarlo al soggiorno obbligato per chiedergli di
intervenire nella vicenda del sequestro di cui era rimasto vittima
il suocero, Luigi Corleo. <<Voleva che gli facessi ritrovare almeno
le ossa del suocero>>, verbalizzera' don Tano al maresciallo
Lombardo, il carabiniere poi morto suicida dopo essere stato
esautorato dalla missione americana di riportare in Italia
Badalamenti. Un altro groviglio niente male il suicidio del
sottufficiale. In quella occasione, da perfetto mafioso,
Badalamenti sottolineo' che il contatto con Nino Salvo era
avvenuto sotto gli occhi dei carabinieri, e che l'idea di
coinvolgere il boss nelle ricerche del sequestrato era stata del
colonnello dell'Arma, Giuseppe Russo, lo stesso che sarebbe poi
stato ucciso a Ficuzza all'inizio della guerra di mafia. Quale
sapiente maestria, nel far risultare a verbale - come si trattasse
di normale prassi - le innaturali frequentazioni tra mafiosi,
potenti, politici e <<sbirri>>. C'e', in questa sceneggiatura,
tutta la secolare esperienza del boss navigato, tutta la
tradizionale ambiguita' di una convivenza tra guardie e ladri che in
Sicilia e' andata avanti sotto lo sguardo benevolo di tutti. Per
questo Badalamenti e' considerato in gran parte della vicenda che
ha coinvolto il sen. Andreotti e il sen. Vitalone. Don Tano viene
da lontano, la sua famiglia rappresenta la <<nobilta'>> di Cosa
Nostra, i parenti sono in Italia e negli Usa. Gia', <<gli
americani>> che tornano nell'evoluzione dell'indagine su Andreotti
e tornano nel <<rammarico>> piu' volte espresso dal senatore nei
confronti di mai nominati presunti nemici. Don Tano, come Buscetta,
ha preferito <<nascondersi>> negli States. Gia', ci si puo'
nascondere anche stando in carcere. Ora che le cose sono un po'
cambiate, ora che i corleonesi sono alle corde, solo ora
Badalamenti esterna esplicitamente il desiderio di preferire il
carcere italiano a quello degli Stati Uniti. E c'e' stato un
momento, non tanto tempo fa, che la moglie e' andata a riaprire la
casa madre, nel corso principale di Cinisi. Chissa', dopo
l'assoluzione di Perugia non tutte le speranze sono perdute.
25/09/1999
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Un'avvocatessa di Palermo ha scardinato le tesi dell'accusa Giulio &
Giulia
ABBATE LIRIO
Lirio Abbate GIULIA e Giulio. Perry Mason in rosa e il senatore
dalle <<sette vite>>. Stesso nome, ma profondamente diversi.
Eppure, proprio a questa puntigliosa penalista che ha lasciato la
Sicilia per seguire il suo maestro, il professor Franco Coppi, il
senatore a vita deve una fetta consistente della sua prima
assoluzione. Magra, aggressiva e determinata, Giulia Bongiorno, 36
anni, ariete, penalista per vocazione, figlia del terrore degli
studenti di giurisprudenza palermitani, Gimmi Bongiorno, ordinario
di Procedura civile, e' una scheggia di energia
<<tecnico-giuridica>>. E' lei che due anni fa decise di studiare
le 412 pagine del manoscritto di Aldo Moro, trovato nel '90 in via
Monte Nevoso, dodici anni dopo la prima irruzione quando venne
scoperto il memoriale dattiloscritto. Dopo avere confrontato i due
documenti, Giulia e' pervenuta ad una conclusione che ha
polverizzato il movente dell'accusa: i due memoriali sono identici.
Nelle pagine vergate da Moro, in cui si parla di Andreotti, ha
spiegato Bongiorno alla corte attraverso una memoria di 77 pagine,
non c'e' nulla di piu' di quello che era stato scritto nel
documento dattiloscritto. Bongiorno trova la chiave di volta per
sostenere l'innocenza del senatore a vita e dimostra che nel
memoriale scoperto nove anni fa i toni su Andreotti sono piu'
pacati rispetto al precedente e sostiene che a rinforzare le accuse
sarebbero state proprio le Brigate Rosse. Per lo <<scricciolo
siciliano>> ieri si e' avverato uno dei suoi sogni: dimostrare
l'innocenza di Andreotti. Il primo round e' andato alla difesa. Il
secondo si giochera' a Palermo. Giulia chissa' quante volte avra'
toccato la medaglietta d'oro con il segno dell'ariete che tiene
sempre al collo come portafortuna. Lo continuera' a fare nelle
prossime settimane nel capoluogo siciliano, citta' che ha lasciato
tre anni fa per uno studio legale di prestigio nella capitale. A
Palermo era allieva dell'avvocato Gioacchino Sbacchi, difensore
del senatore a vita. La tenacia, la professionalita' e l'ingegno
che ha messo in mostra nel processo per mafia a Giulio Andreotti,
hanno colpito il professore Coppi che l'ha soffiata al collega
siciliano. Le migliaia di carte dibattimentali, gli allegati ai
rapporti di polizia sono tutti nella sua mente. Spesso accade che
il pm nel corso delle udienze chiedano proprio a lei le pagine in
cui trovare alcune dichiarazioni. A Palermo Giulia Bongiorno ha
lasciato la passione per le motociclette, in particolare quelle da
cross. L'avvocatessa ne possedeva una, e di tanto in tanto andava
per strade sterrate a scorrazzare nella polvere e nel fango, poi
gli impegni professionali l'hanno allontanata da questa passione.
La moto l'ha venduta e adesso si accontenta dei modellini da tenere
negli scaffali della libreria di casa. Qui espone le piccole BMW
che le vengono regalate da un amico. Per chi conosce bene Giulia,
la definisce una <<donna in carriera>>, molto attaccata agli amici
per i quali nutre sentimenti inossidabili. La superficialita' non
le piace, e cosi' accade che per qualsiasi cosa che la interessi
vuole andare in fondo. Le cene, pero', preferisce farle al
ristorante, piuttosto che a casa sua. Nonostante sia una buona
forchetta, ai fornelli non e' cosi' brava come in udienza.
Preferisce quindi ordinare da mangiare ad un bravo chef, sempre che
ne abbia il tempo. Nel suo studio trascorre, infatti, gran parte
delle ore e spesso fa tardi la sera: non riesce a staccarsi dai
fascicoli e dalle carte processuali. Unica, affezionata compagnia,
il fumo dei cigarillos.