Almanacco dei misteri d' Italia
|
le notizie del 2001 (dove non e' citata un' altra fonte, la notizia e' tratta dall' agenzia Ansa) |
29 gennaio – Ali Agca compare davanti ad un tribunale di Istanbul come testimone al nuovo processo per l'uccisione del giornalista turco Abdi Ipekci, per la quale sta scontando nove anni di prigione dopo essere stato estradato dall' Italia. Agca ha sostenuto davanti al giudice di essere innocente dell'assassinio Ipekci, chiedendo un nuovo processo. Rendendo la sua testimonianza, per la quale si e' rifiutato di prestare giuramento, Agca, a quanto riferisce l’ agenzia Anadolu, ha detto di essere stato "torturato in prigione per 20 anni" in Italia e che Emanuela Orlandi e Mirella Gregori sarebbero state "rapite e uccise”. Agca, scrive 'Anadolu', "ha sostenuto che sono stati gli agenti dei servizi segreti del Vaticano e non Abdullah Catli e Oral Celik ad avere rapito ed ucciso le due ragazze italiane". "E i servizi segreti dell'Europa occidentale lo sanno bene" avrebbe aggiunto. E' la prima volta, se la citazione e' esatta, che Agca sostiene che Emanuela Orlandi sia stata uccisa. Inoltre nessuno ha mai espressamente accusato Catli o Celik del rapimento di Emanuela Orlandi, sollevando cosi' il sospetto che possa trattarsi di un ennesimo messaggio cifrato del 'profeta' dal carcere.22 febbraio - Il quotidiano online "Il Nuovo" pubblica un articolo di Gianni Cipriani sul Sismi che spiava anche papa Giovanni Paolo II:
"Un fascicolo corposo. Con molti rapporti dettagliati e molte indiscrezioni sulla diplomazia segreta e gli orientamenti politici. Un afosse il suo atteggiamento verso la politica italiana e - cosa ancora più importante - il suo ruolo nella "crisi polacca" e la nascita del sindacato Solidarnos, vicende che determinarono il primo segnale dell'irreversibile crisi in cui sarebbero precipitati di lì a poco i regimi del blocco orientale. Anzi - anche se non esiste la certezza assoluta - da un documento del fascicolo sembra che in Vaticano fosse stata addirittura installata una centrale d'ascolto, per registrare le conversazioni. Le "tracce" di questa attività spionistica del servizio segreto militare nei confronti del Papa sono state trovate in un carteggio a suo tempo sequestrato dal giudice Rosario Priore nell'ambito dell'inchiesta su Ustica e che è finito dimenticato (anche perché non riguardava l'indagine in corso) tra le migliaia e migliaia di documenti depositati agli atti del processo. In realtà il carteggio è un vero e proprio "pozzo" di indicazioni che consentono di ricostruire molte attività spionistiche del Sismi (siamo all'epoca del SuperSismi di Santovito) alcune delle quali - apparentemente - poco ortodosse. In particolare, i documenti saltati fuori fanno parte del cosiddetto "archivio parallelo" del colonnello Demetrio Cogliandro, già capo del Raggruppamento centri di Controspionaggio (Rccs) e riguardano un periodo compreso tra il 1979 e il 1981. Un archivio che in parte è stato distrutto e del quale sono rimasti - con alcune eccezioni - solo i registri. Ma perché spiare il Papa? Sicuramente si è trattato di un'attività discutibile. Inconfessabile. Però, in una logica da servizio segreto, inevitabile. O forse doverosa. Il Vaticano e il Papa, infatti, rappresentano non solo per il Sismi ma per i servizi segreti di mezzo mondo uno degli obiettivi principali, perché la Chiesa è universale, le parole del Papa possono avere ripercussioni nel mondo intero, perché il Vaticano è uno Stato del tutto particolare, in grado con la sua diplomazia parallela di intervenire nelle crisi internazionali. Papa Woityla non è stato l'unico Pontefice spiato e, probabilmente, il Sismi non si è limitato a controllarlo solo tra il 1979 e il 1981, ma ha proseguito anche negli anni successivi. Più semplicemente, di quel periodo esistono due registri scampati alla distruzione e finiti tra gli atti pubblici di un processo. Dai documenti disponibili appare che su Giovanni Paolo II, in quel periodo, sono stati raccolti 55 rapporti, che riguardavano essenzialmente tre filoni spionistici: il ruolo del Papa nella crisi polacca e i suoi contatti riservati con l'Unione Sovietica; gli orientamenti di Woityla rispetto alla politica italiana, il suo presunto "freddo" verso la Democrazia Cristiana e la diplomazia sotterranea con i socialisti e i comunisti; i dissapori, dentro la Curia romana, di alcuni monsignori che non vedevano di buon occhio il nuovo corso woityliano. Una delle fonti di informazione era sicuramente - come è scritto in un documento - un agente che il Sismi era riuscito ad inserire in una struttura periferica del sindacato Solidarnosc, attraverso il quale il servizio segreto era in grado di conoscere tutti i contatti tra il sindacato stesso e il Vaticano e comprendere gli orientamenti del Papa per intervenire nella crisi politica del suo paese. Dal carteggio appare anche che altri informatori del Sismi dovevano trovarsi tra alcuni monsignori della Curia molto bene introdotti, dal momento che molti rapporti riguardano notizie che potevano provenire solamente da quell'ambiente. Spie in Vaticano, dunque. E microfoni segreti. Ad esempio un rapporto datato 24 maggio del 1979 ha come titolo: "Vaticano: impianti di ascolto". Dalle note risulta essere stato considerato un documento molto importante, inviato dalla struttura periferica direttamente al direttore del Sismi, che in quel momento era il generale piduista Giuseppe Santovito. Ancora, un successivo rapporto del 21 settembre 1979 aveva come titolo "Vaticano e vita politica italiana". A margine del registro, in questo caso, c'era una annotazione: "Il direttore lo ha utilizzato al suo livello". Che significa che i vertici del Sismi ritennero che in quegli appunti ci fossero notizie molto importanti da poter "scambiare" con altri servizi paralleli collegati o utili per qualche referente politico italiano. Altri tre appunti sono molti indicativi sia degli interessi del Sismi sul Papa, sia del sistema spionistico attraverso il quale veniva controllata la Curia: il 31 ottobre 1 il 14 novembre 1979 al uffici del Controspionaggio arrivarono due rapporti: " Vaticano, critiche alla politica religiosa del Papa" e "Vaticano dissapori tra la Curia e il papa". Nello stesso giorno il fascicolo su Giovanni Paolo II si arricchì di un altro appunto: "Interesse per la politica italiana".Ma i rapporti, come detto, sono 55. E per ognuno di loro le indicazioni contenute nei registri sono comunque illuminanti. Si comprende, ad esempio, che non si trattò di informazioni raccolte quasi per caso, ma di una vera e propria attività sistematica coordinata dall'alto. Il Papa spiato, dunque, intercettazioni e informatori del Sismi in Vaticano. Un'attività occulta le cui tracce sono state fatte sparire. Però alcuni rapporti sembra siano "scampati" alla distruzione e siano ancora custoditi negli archivi della prima Divisione del servizio segreto militare. Il prossimo parlamento, se volesse, potrebbe chiedere conto di quell'attività, sicuramente illegittima, che avvenne in uno dei momenti più delicati della politica italiana e internazionale, quando in molte vicende c'era la longa manus della P2. In quello stesso periodo ci fu la strage di Ustica e quella della stazione di Bologna. E c'era un Papa da controllare, perché quel polacco che era intervenuto con così tanta energia nelle vicende internazionali (e italiane) poteva comunque diventare pericoloso. Sicuramente, oltre al Sismi, c'erano decine di altri servizi segreti. Poi, come è noto, dopo qualche tempo in piazza San Pietro arrivò un turco, Ali Agca con il compito di assassinare il Papa. A distanza di anni i retroscena non sono stati chiariti. L'unica cosa certa è che sullo sfondo apparivano le torbide manovre di molti servizi segreti. Tutti con le loro spie e i loro microfoni.4 aprile - La corte di appello di Ankara conferma la condanna a sette anni e due mesi di reclusione inflitta in primo grado ad Ali Agca per una rapina e per il furto di un'automobile.
12 aprile - Il gesuita padre Francesco Farusi, nel 1980, aveva riferito, di ritorno dalla Turchia, che un gruppo di Lupi grigi, da poco scarcerati, stava progettando un attentato al Papa, ma non fu creduto. La vicenda inedita e' ricostruita dal giornalista Angelo Montonati nel suo libro "Dario Spallone - Un comunista anomalo" (edizioni San Paolo). Padre Farusi, morto il 13 ottobre 1996, aveva raccontato quella vicenda allorche' come direttore della Radio Vaticana aveva parlato dai microfoni della televisione privata abruzzese AV Sette, di proprieta' della famiglia Spallone, essendo da tempo un paziente del chirurgo Dario Spallone. Scrive in proposito Angelo Montonati: "All' informazione non fu dato peso, come non era stato dato peso alla lettera, apparsa sul quotidiano turco Mylliet (La Nazione) il 28 novembre 1979 - giorno dell'arrivo del Papa a Instanbul per la sua storica visita - in cui un certo Ali Agca disse di voler uccidere 'il comandante dei crociati Giovanni Paolo II"'. Scrive ancora Montonati: "Dopo l' attentato del 13 maggio 1981 al Papa - racconta Dario Spallone - si ando' immediatamnente alla ricerca di quella registrazione ma non se ne trovo' piu' traccia: qualcuno l' aveva fatta sparire in anticipo".
10 maggio - In un' intervista ad Elisa Pinna, dell' Ansa, il card. Achi1le Silvestrini, che allora era segretario per gli affari pubblici dalla Chiesa e uno dei piu' stretti collaboratori di Karol Woytjla, dice che molte segnalazioni di possibili atti terroristici contro Giovanni Paolo II, in particolare di un avvelenamento, erano giunte in Vaticano prima dell'attentato del 13 maggio 1981. Quando Ali' Agca colpi' il Papa in piazza San Pietro, nella Santa Sede si ipotizzo' subito che il gesto portasse la matrice dei regimi dell'Est, e che fosse da collegarsi con Solidarnosc. Silvestrini ricorda quei momenti drammatici e spiega che la polizia italiana ed anche i servizi di sicurezza europei erano stati allertati, ma il Papa, e "in particolare questo Papa", non poteva essere tenuto chiuso nei suoi appartamenti. Silvestrini ritiene che sulla vicenda difficilmente sara' fatta piena luce; personalmente esorta a vedere nell'attentato un "significato spirituale", che ha contribuito non poco a quell'immagine tanto amata di un papa che e' passato attraverso tutte le vicende di una vita, anche quelle piu' aspre, senza mai perdere il coraggio e la forza che gli viene dalla fede.
Domanda - Che idea vi siete fatti in Vaticano di quell'attentato?
Risposta -"Quel terribile attentato cadde in un momento in cui la persona del Papa era esposta in prima linea in un confronto con i regimi comunisti, in particolare in Polonia, dove aveva dato il suo incoraggiamento a Solidarnosc. Era spontaneo allora come adesso pensare all'ipotesi che l'obiettivo di questo atto terroristico potesse essere in qualche modo legato con la tensione che c'era tra Est ed Ovest e con la figura del Papa che, dopo il viaggio trionfale in Polonia del 1979, aveva svegliato nella sua patria e nei paesi dell'Est un desiderio e una speranza di liberta'. Senza dover ricorrere alla domanda "Cui prodest?" (a chi giova?) di ispirazione machiavellica, non era difficile pensare che il Papa rappresentasse un ostacolo per quei regimi comunisti. In piu' in Polonia, in quello stesso mese di maggio, era ammalato gravemente il cardinale Stefan Wyszynski (primate della Chiesa polacca e grande oppositore del regime di Varsavia che sarebbe morto di li' a qualche settimana n.d.r.).La scomparsa di due personalita' di quel livello e prestigio, di quel significato, avrebbe avuto come effetto di mettere una pietra tombale sull'esistenza della Polonia. Come escludere il sospetto dell'interesse dei regimi dell'Est all'avverarsi di una soluzione simile?".
D. - Nei mesi precedenti il 13 maggio 1981, avevate avuto segnalazioni di possibili attentati contro il Papa?
R. - "Segnalazioni, preannunci di possibili attentati erano gia' arrivati in occasioni precedenti. Per esempio, si metteva in guardia da possibili avvelenamenti. La polizia italiana era all'erta ed anche altri servizi di sicurezza europei. Bisogna pero' pensare che il Papa in quanto tale, e sopratutto Giovanni Pao1o II in particolare, non poteva non avere quotidiani contatti con la gente ed essere esposto senza difesa in una grande quantita' di occasioni, dai viaggi all'estero alle visite in parrocchia, fino alle udienze. Di fatto, l'attentato avvenne in Piazza S. Pietro".
D. - Come viveste le ore successive all'attentato?
R. - "Furono ore terribili di emozione, di ansia e di preoccupazione. Con il card. Casaroli mi recai al Gemelli, e rimanemmo li' la sera e la notte, fino a quando i medici, terminata l'operazione chirurgica, rassicurarono che non era in pericolo la vita del Santo Padre. C'era con noi anche il presidente della Repubblica Sandro Pertini che volle rimanere fino all'ultimo, mentre da tutto il mondo ci tempestavano di telefonate chiedendo notizie. Forse, il piu' tranquillo era proprio lui, il Papa, perche', come ci disse nei giorni successivi, era convinto che si sarebbe salvato da quella tremenda prova".
D. - Parlavate spesso con il Papa dell'attentato e in che termini?
R. - "Ne ha parlato sempre molto sobriamente. Sottolineava la sua gratitudine alla protezione di Maria. Aveva avuto la netta sensazione che una mano lo avesse protetto, e spiegava che fin dal primo momento fu convinto che si sarebbe salvato".
D. - Pensa che l'attentato abbia contribuito a costruire l'immagine di questo Papa?
R. - "Ritengo che l'evento sanguinoso dell'attentato abbia dato alla figura dei Papa una dimensione di grandissimo valore spirituale: si e' visto il suo coraggio, la fiducia con cui ha superato la prova, la generosa prontezza con cui ha dichiarato il suo perdono verso l'attentatore, la semplicita' con cui non ha nascosto mai la sua immagine nella debolezza di un malato. L' attentato ha contribuito a quella figura nuova di un papa 'disinibito', che passa attraverso tutte le vicende possibili di una vita umana. Dal vigore atletico del nuotatore e dello sciatore alla fragilita' di un corpo ferito e indebolito nell'ospedale di tutti, come capita a tanti esseri umani, ma sempre con la forza e il coraggio intrepidi che provengono dalla fede. Se si confrontano le foto dei primi anni di pontificato con quelle del dopo attentato e quelle di oggi, si vede crescere nel suo sguardo l'espressione di una forza volitiva che si alimenta di una energia del tutto soprannaturale. E questa la ragione per cui la gente che gia' lo ammirava adesso lo ama profondamente come una icona del dolore, della sofferenza, della fede e del coraggio".
D. - Pensa che sara' mai fatta chiarezza sull'attentato?
R. - "Difficile dirlo, ma non credo. Penso che rimarra' tutto cosi'".10 maggio – Secondo il giudice Rosario Priore, che ha condotto agli inizi degli anni '90 la terza inchiesta sull'attentato a Giovanni Paolo II senza pero' riuscire a ottenere la condanna dei presunti complici turchi di Ali' Agca, e' il turco Oral Celik "l'uomo che sa tutto sulla dinamica dell'attentato del 13 maggio 1981 al Papa" e che "probabilmente ebbe anche i contatti con gli appaltatori di quell'atto terroristico". Il giudice si e' dichiarato "non pessimista" sul fatto che prima o poi "qualche brandello di verita' verra' fuori":"al momento - ha spiegato - non si puo' dire se sia attendibile la pista dell'Est o la pista dell'Ovest, ma occorre riscontrare, verificare tutte le affermazioni". "Se si continua a lavorare - ha aggiunto - qualcosa verra' fuori. A meno che non si voglia mettere una pietra tombale sull'intera vicenda. Ma non credo perche' c'e' una tendenza alla verita’". Priore, che ormai ha chiuso con la sua inchiesta, ha anche osservato che se dovessero intervenire "elementi nuovi", la Procura di Repubblica di Roma potrebbe decidere di aprire una quarta indagine. Proprio Oral Celik, in una recente intervista al giornalista Paolo Di Giannantonio del Tg1, ha dichiarato che i responsabili dell'attentato al Papa non vanno cercati ad Est o a Ovest ma molto piu' vicino, in Italia e anche in Vaticano. Il turco, che ricopriva un alto grado nell'organizzazione dei Lupi grigi, sta per pubblicare un proprio libro, dal titolo "Il giorno dei cardinali", in cui spieghera' la sua verita' e fara' anche i nomi degli italiani coinvolti. Stasera, intanto, alla presenza dello stesso Priore e di Di Giannantonio, e' stato presentato, nella sede della stampa estera a Roma, un libro della giornalista tedesca Valeska Von Roques, "Perche' Ali' Agca ha sparato al Papa", uscito per ora solo in Germania, in cui si sostiene che i veri mandanti dell'attentato furono gli americani, desiderosi di criminalizzare l"'Impero del Male" sovietico e una parte della Curia che si opponeva ad un Papa troppo filo-Opus Dei.
11 maggio - "Il Corriere della sera"
L'INTERVISTA / Ercole Orlandi, il padre della ragazza sparita 18 anni fa inVaticano: credo abbia cancellato il suo passato
"Emanuela fu rapita dai servizi segreti. Sono sicuro che è viva"
"Il sequestro e il complotto contro il Pontefice furono organizzati da qualcuno che viveva in Italia"
ROMA - "La chiave è sempre lì nella serratura. Da quella sera non l'ho più tolta. Se lei torna, può entrare subito". Fra poco più di un mese, il 22 giugno, saranno passati diciotto anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi. Ma il padre, Ercole Orlandi, non ha perso la speranza di vedere, all'improvviso, rispuntare come per magia sua figlia. "La testa va sempre lì col pensiero. Oggi ho 71 anni, ho lasciato il mio impiego di dipendente vaticano, ma finché mi resterà un filo di vita continuerò ad aspettarla. Se torna adesso, ha 33 anni". Ne aveva 15 quando cominciò l'incubo. Come ricorda quel giorno? "Emanuela era andata a scuola di musica. La sera aveva appuntamento con l'altra mia figlia, Cristina, di 2 anni più giovane. Avrebbero preso insieme l'autobus per tornare a casa. Invece alle 8 e 30 Cristina tornò da sola". Lei fece subito brutti pensieri? "Subito. Mi precipitai al primo distretto di polizia, in piazza del Collegio Romano, dove esitavano a prendermi sul serio. "Ma lei - mi dicevano - si preoccupa per un'ora di ritardo? Sa i ragazzi come sono". Gli altri ragazzi non lo so, ma i miei sempre precisi. Perciò avevo motivo per essere allarmato. Invece quelli insistevano: "Lasci perdere. Non facciamo verbali, aspettiamo domani perché magari si risolve tutto e rimane poi questa denuncia antipatica". Io credo che quell'atteggiamento di sufficienza fece perdere un mucchio di tempo prezioso. Le indagini partirono in ritardo". Seguirono settimane di silenzio, finché arrivò quello strano messaggio dei Lupi grigi, il gruppo al quale apparteneva il turco Ali Agca. Diceva che Emanuela l'avevano rapita loro. Per il rilascio chiedevano un intervento del Vaticano a favore della liberazione di Agca. "Rimango convinto che era veramente quella la ragione del rapimento. Mi si aprì il cuore quando il Santo Padre disse pubblicamente in piazza San Pietro che si sarebbe fatto tutto il possibile per far tornare Emanuela". Sui muri della città comparve quel manifesto di sua figlia, un volto pulito con una fascia scura sulla fronte, casomai qualcuno l'avesse vista. Lei ha mai ricevuto qualche segnale? "Mai. Una diecina di anni fa, dal carcere di Ancona Ali Agca mi mandò una lettera, che era anche molto bella, umana. Prometteva che appena uscito dalla prigione si sarebbe dato da fare per riportare subito Emanuela a casa. Lo hanno liberato, ma finora non è successo nulla. Voleva che andassi a trovarlo in Turchia. Mi ha mandato a dire che aveva piacere di incontrarmi. Io gli ho fatto chiedere se aveva novità da raccontarmi. Ha risposto di no, e allora non sono andato". Ma lei che idea si è fatta? Furono veramente i Lupi grigi a rapire sua figlia? "Io credo che tutta la faccenda sia stata architettata da qualche servizio segreto. Qualcuno che operava qui, nel nostro Paese. Anzi, mi sono convinto che tutto il complotto per uccidere il papa sia stato concepito qui in Italia". Ma se il caso di sua figlia è legato alla liberazione di Agca, perché adesso lei non torna? "Io sono sicuro che sia viva, oggi più di ieri ne sono convinto, ma credo che stia vivendo un'altra vita. Penso che abbia cancellato il suo passato per non soffrire e magari non si chiama neanche più Emanuela Orlandi. Lei deve aver sofferto pensando alla famiglia e si è creata una nuova vita. Ha cercato in questo modo di trovare tranquillità, di vivere serena. Solo che vorremmo essere tranquilli anche noi, avere un segnale". Come se la immagina oggi? "Non riesco a pensarla grande. In testa mi è rimasta l'immagine di lei bambina. Tutti i ricordi me la fanno vedere piccola. Per me non è cresciuta. Vedo gli occhi e il sorriso che aveva da bambina". Ci sono oggetti ai quali lei era affezionata? "Ci sono le sue bambole. Gliele avevo regalate alla befana. Ci teneva molto. Poi ci sono i suoi vestiti, gli album, le penne, i quaderni. Ho conservato tutto. La sua stanza è un po' cambiata. Abbiamo dovuto far spazio ai nipotini. Abbiamo quattro figli e sei nipotini. Mi danno grande gioia. Manca solo lei. E ora solo il pensiero che si avvicina il 22 giugno, giorno in cui fu rapita, mi fa venire i brividi".
Marco NeseAncora "Il Corriere della Sera"
L'attentato al Papa, 20 anni di misteri
Il 13 maggio 1981 Ali Agca sparò a Wojtyla. Ma il nome del mandante resta ignoto
ROMA - Era un caldo mercoledì pomeriggio, e la bianca figura del Papa, in piedi sull'auto scoperta, scivolava in mezzo alla folla che gremiva piazza San Pietro. La mano del turco Mehmet Ali Agca si sollevò sulle teste dei fedeli stringendo una Browning calibro 9. Esplose due colpi. Un solo proiettile raggiunse papa Wojtyla che fu rapidamente trasferito all'ospedale Gemelli, dove gli asportarono gran parte dell'intestino. Sono passati vent'anni da quel 13 maggio 1981. Era il giorno della Madonna di Fatima e il Papa, fermamente convinto di essere salvo grazie a un miracolo, fece collocare nel santuario di Fatima il proiettile che gli aveva attraversato il corpo. Invano le inchieste giudiziarie hanno cercato di scoprire chi e perché voleva morto il Papa. Un complotto, di sicuro. Ma ordito da chi e in quali oscuri ambienti? Al di là delle poche notizie fatte mettere a verbale dall'attentatore, non è stato possibile tirar fuori un solo indizio in grado di dare una svolta alle indagini. Per di più le dichiarazioni di Agca sono risultate spesso confuse, contraddittorie e in alcuni casi palesemente inattendibili. Ciò che rimane oggi è un grande mistero. Il motivo per il quale Wojtyla doveva morire ci è ancora sconosciuto. Non fosse stato per una piccola donna, suor Lucia, che si aggrappò al suo braccio, perfino l'attentatore sarebbe riuscito a confondersi in mezzo alla folla. Agca aveva 22 anni e ai magistrati che cercavano di capire chi lo aveva mandato oppose lunghi e ostentati silenzi. Fu descritto come "un professionista, psicologicamente ben addestrato a reggere gli interrogatori". Due mesi dopo, fu portato davanti alla Corte d'Assise che gli inflisse la condanna all'ergastolo "per attentato a capo di Stato estero". Non presentò appello e la condanna divenne subito definitiva. Il sipario sembrava calato su questo enigmatico personaggio e sui suoi mandanti. Di colpo però Agca cominciò a far riempire pagine e pagine di verbali al giudice istruttore Ilario Martella. I suoi racconti facevano venire i brividi. Disse che erano stati servizi segreti bulgari a reclutarlo a Sofia con l'incarico di sparare a Giovanni Paolo II. Altri bulgari lo avevano aiutato a Roma. Fu un vero choc internazionale quando fece i nomi dei funzionari Serghey Antonov, caposcalo della Balkan Air a Roma, di Todor Ayvazov e Zeliko Vassilev, rispettivamente cassiere e addetto militare dell'ambasciata bulgara. I tre finirono in prigione. Era nata la "pista bulgara". Il processo, però, si concluse nel marzo del 1985 con l'assoluzione, sia pure per insufficienza di prove. Agca fece il matto, cominciò a proclamarsi in aula il nuovo Gesù Cristo. Distrusse col suo atteggiamento le accuse che aveva lanciato. Disse poi di averlo fatto per paura, perché i bulgari lo avevano minacciato di morte. Il Papa andò a trovarlo nel carcere romano di Rebibbia, lo perdonò. E a giugno dell'anno scorso il presidente della Repubblica Ciampi gli accordò la grazia. Agca è tornato in Turchia portandosi dietro i suoi misteri. Ora uno dei suoi vecchi amici turchi, Oral Celik, il quale ha già cambiato versione più volte, ha scritto un libro in cui sostiene che a piazza San Pietro c'erano con Agca 6 attentatori, 3 turchi e 3 di altra nazionalità. Dice anche che Emanuela Orlandi, rapita per chiedere la liberazione di Agca, è viva. Anche una giornalista tedesca, Valeska von Roques, ha scritto un libro e attribuisce l'attentato a "persone all'interno del Vaticano". Secondo il giudice istruttore Rosario Priore per eliminare il Papa si prese in esame anche l'ipotesi di avvelenare i suoi cibi confezionati in Polonia. Mentre l'ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato ha scoperto nelle carte dei servizi segreti dell'Est che i sovietici hanno tenuto costantemente il Vaticano sotto controllo: "Avevano infiltrato un loro agente perfino nell' Osservatore Romano ".
M.Ne.Ancora "Il Corriere della sera"
L'EX CAPO DEGLI 007 SOVIETICI
Shebarshin: non sapevamo nulla Quel giorno al Kgb fu il panico
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
MOSCA - Nella capitale russa quel 13 maggio era una giornata quasi estiva e nel sobborgo di Jasenevo parecchia gente stava sui prati a godersi il sole. Anche nell'enorme complesso in vetro e cemento che ospitava il primo Direttorato del Kgb l'atmosfera era rilassata. Poi, come una bomba, nel quartier generale dello spionaggio estero sovietico (in gergo: "il bosco") giunse la notizia dell'attentato avvenuto in Piazza San Pietro. Poche righe di telescrivente portate di corsa nella stanza di Vladimir Kryuchkov, capo del Direttorato. "La notizia fu una vera sorpresa per noi. Se ne parlava dappertutto, negli ascensori, alla mensa del primo piano, perfino sugli autobus che riportavano a casa i funzionari". A ricordare quel giorno è Leonid Shebarshin, l'uomo che nel 1988 prese il posto di Kryuchkov al vertice del primo Direttorato, fino a quando nel 1991 non divenne presidente del Kgb all'indomani del fallito golpe. Un incarico che durò solo 24 ore perché Boris Eltsin volle su quella poltrona una persona di fiducia, Vadim Bakatin, che non proveniva dallo spionaggio. "Il capo del primo Direttorato aveva due uffici, uno a Jasenevo e l'altro alla Lubyanka, vicino a quello del presidente del Kgb. Sul suo tavolo c'era un telefono permanentemente collegato con quello del presidente", ricorda ancora Shebarshin. Nel suo ufficio al secondo piano dell'ala destra, Kryuchkov alzò subito quel telefono per parlare con Yurij Andropov, il mitico grande capo dello spionaggio ancora oggi onorato e venerato dagli ex agenti, compreso Vladimir Putin, presidente della Russia. Cosa era successo a Piazza San Pietro? Chi aveva sparato al papa polacco? "Noi sicuramente non ne sapevamo nulla, non avevamo nulla a che fare con l'attentato. Posso dirlo con assoluta certezza per via degli incarichi che ho ricoperto in seguito". Così dopo pochi minuti di conversazione al telefono, Kryuchkov convocò una riunione dei responsabili dei dipartimenti: R (pianificazione), K (controspionaggio), S (agenti illegali), T (misure attive), A (disinformazione), eccetera. "Vennero messi in allerta i capi dei settori, perché contattassero i residenti nei vari paesi", spiega Shebarshin. Quel giorno i servizi americani che monitoravano le trasmissioni tra il Centro e le ambasciate in tutto il mondo registrarono un forte aumento delle chiamate. "La prova che l'Urss non c'entrava c'è stata nel 1991, quando al vertice del Kgb arrivò Bakatin, un uomo fuori dal giro dei servizi e che aveva come scopo principale quello di trovare prove delle "deviazioni" dei suoi predecessori, soprattutto di Kryuchkov". Messo da Andropov al suo posto nell'88, questi era stato appena defenestrato perché aveva partecipato al fallito golpe dell'agosto. "Bakatin si mise a rovesciare gli archivi come guanti. Voleva elementi che gli consentissero di sciogliere il Kgb. E non era solo, aveva portato alla Lubyanka alcuni fedelissimi perché non si fidava di noi spie professioniste - racconta ancora l'ex capo del primo direttorato - Ma non trovò nulla, con suo grande rammarico". E i bulgari? Nella divisione dei compiti tra servizi segreti "fratelli", agli uomini di Sofia venivano affidati i compiti più delicati. Mosca sapeva di poter contare sull'efficienza e sulla riservatezza di Vassil Kozev. "E' vero - conferma Shebarshin - con i bulgari c'era un rapporto di amicizia e fiducia, quasi fraterno". Allora i "fratelli" non avrebbero potuto decidere autonomamente di togliere quella spina dal fianco dell'orso russo? "Lo escludo. I bulgari non avrebbero preso un'iniziativa senza prima consultarsi". Quel 13 maggio Kryuchkov contattò i servizi segreti dei paesi del Patto di Varsavia per sapere cosa avessero su Agca. "Ma i bulgari confermarono di essere estranei", dice ancora Shebarshin. "Ricordo che ancora dopo quattro anni ci recammo a Sofia per una serie di incontri. C'era anche Kryuchkov. Ancora una volta nel colloquio informale con Kozev il mio capo sollevò la questione dell'attentato al papa. E i bulgari ripeterono le loro assicurazioni". Quel giorno l'intero Kgb era assai preoccupato. "Certo non per il destino del papa che anche a me personalmente non interessava affatto, ma per le possibili conseguenze", afferma con candore Shebarshin. Era chiaro che i russi erano i principali sospetti. "Ma noi avemmo invece forti dubbi che dietro il braccio dell'attentatore potesse esserci la Cia, in una classica operazione attiva per gettare la colpa su Mosca".
Fabrizio Dragosei11 maggio - "Il Tempo"
IL COMPLICE DI ALI' AGCA
Oral Celik rivela: "Quel giorno agì un commando di sei persone"
ROMA - Sei persone, tre turchi e tre di altra nazionalità, avrebbero partecipato il 13 maggio del 1981 in piazza San Pietro all'attentato contro Giovanni Paolo II. Lo rivela Oral Celik, il capo dei Lupi Grigi in Europa, in un libro che sta per uscire. Secondo l'ex terrorista turco, inoltre, alte autorità vaticane erano a conoscenza del complotto contro il Papa oltre ad alcuni servizi segreti europei. Intervistato anche da Raiuno, Celik ha inoltre confessato: "il giorno dell'attentato io non ero a Roma, sono stato arrestato dopo e poi portato a Roma dove sono stato interrogato come testimone a conoscenza dei fatti. Tutto questo probabilmente è stato fatto per dare fumo negli occhi alla pubblica opinione". Per Celik sono da ricercare "molto vicino i responsabili dell'attentato. Sono vicini a voi, anzi praticamente sono dentro di voi, è lì che dovete cercare". Secondo l'ex Lupo Grigio, infine, "sulla vicenda dell'attentato al Papa gli italiani hanno nascosto molte verità dall'inizio alla fine. Ad esempio: molte foto, e dichiarazioni delle persone che conoscevano la verità". Celik si è detto anche convinto "che Emanuela Orlandi sia ancora viva". Quel mercoledì 13 maggio 1981 i pellegrini in Piazza San Pietro aspettavano l'arrivo del Papa. Il Pontefice stava percorrendo in auto il secondo giro del sagrato, quando dalla folla partirono due colpi di pistola, una Browning calibro 9. Il primo spezzò l'indice della mano, perforò l'osso sacro ed entrò nell'intestino di Wojtyla. Il secondo sfiorò il gomito e ferì due turiste americane. Il Papa si accasciò, la veste bianca insanguinata: sembrava colpito a morte. Il questore Vincenzo Pasanisi, capo dell' ispettorato Vaticano, gli fece scudo con il suo corpo, lo sorresse. L'esecutore dell'attentato era il turco Memet Ali Agca, appartenente al gruppo terroristico di estrema destra dei "Lupi grigi", coinvolto in traffici internazionali di stupefacenti. Anche lui sembra intenzionato a nuove rivelazioni.11 maggio – Ercole Orlandi, padre di Emanuela Orlandi, in un’intervista al “Corriere della sera” dice:“Sono sicuro che e' viva, oggi piu' di ieri ne sono convinto, ma credo che stia vivendo un'altra vita. Penso che abbia cancellato il suo passato per non soffrire e magari non si chiama piu' nemmeno Emanuela Orlandi”. A 18 anni dalla scomparsa della figlia, Ercole Orlandi non ha perso la speranza di vederla ancora viva. “Rimango convinto – dice - che la ragione del rapimento sia effettivamente collegata all'attentato contro il Papa e ad Ali Agca. A lui lo hanno liberato, ma finora non e' successo nulla”. “Io credo che tutta la faccenda sia stata architettata da qualche servizio segreto. Qualcuno che operava qui, nel nostro paese. Anzi - conclude - mi sono convinto che tutto il complotto per uccidere il Papa sia stato concepito qui in Italia”.
11 maggio - L' avv. Marina Magistrelli, che ha difeso Ali Agca, dice che non e' mai voluta entrare nei misteri del presunto complotto per l' attentato al Papa e tantomeno intende farlo ora. “Il mio compito era rimandare Ali' Agca in Turchia facendogli avere l' estradizione: di questo mi sono occupata e da allora non l' ho piu' sentito”. Impegnata negli ultimi comizi della campagna elettorale, Magistrelli (candidata con l' Ulivo) non commenta le rivelazioni di Oral Celik a “Tv7”, le affermazioni dell' ex pm Antonio Marini sull' esistenza di una pista bulgara dietro i fatti di piazza San Pietro e la speranza del padre di Emanuela Orlandi di rivedere la figlia viva, come Agca gli aveva promesso se fosse stato liberato. Sono cose che “ciclicamente riaffiorano”, osserva il legale, fedele alla linea di difesa 'tecnica' impostata fin dall' inizio: ossia il “diritto di un detenuto che aveva gia' scontato 19 anni di reclusione in Italia ad essere trasferito in un carcere del suo paese”. Cosa che Agca ottenne il 13 giugno del 2000, portandosi dietro tutti i suoi segreti.
11 maggio - A vent'anni dall'attentato al Papa le emozioni, lo stupore e la concitazione di quelle ore restano indelebili nel ricordo di chi le ha vissute da vicino e le ricorda come se fosse oggi. E' un mercoledi'. C' e' udienza generale. Alle 17, come di consueto, il Papa esce in piazza San Pietro a bordo di una camionetta bianca, scoperta. La vettura passa tra due strette transenne, a passo d' uomo, e Giovanni Paolo II, in piedi, stringe le mani che gli vengono tese. Una donna gli porge una bambina bionda, il Papa lo stringe, lo bacia e la rende alla donna. Ancora due o tre metri e rimbombano due spari. Spaventati, i colombi che vivono tra le colonne si alzano in volo. Sono le 17 e 19 minuti. Il Papa per qualche istante resta immobile. La fascia che gli circonda la vita si tinge di rosso; egli si accascia, sorretto dal suo segretario, mons. Stanislaw Dziwisz, e dal cameriere personale, Angelo Gugel. La camionetta accelera, passa sotto l' arco “delle campane”, rientra in Vaticano. Il Papa viene posto in terra su una barella: prega mentre i soccorritori si rendono conto che la ferita continua a sanguinare. La barella viene caricata su un ambulanza che si dirige verso il policlinico “Gemelli”, con la sirena che si rifiuta di funzionare bene. La scelta dell'ospedale dell' Universita' cattolica suscitera', nei giorni successivi, qualche polemica, a causa della distanza dal Vaticano. Non a caso, si rilevera', due turiste ugualmente colpite dai proiettili verranno portate, e in tempi piu' brevi, al piu' vicino ospedale di “Santo Spirito”. In piazza San Pietro la gente, a parte coloro che erano vicini all' attentatore, si e' resa conto dell' accaduto vedendo il Papa accasciarsi sulla camionetta. Si accavallano le voci: qualcuno dice che una suora ha deviato la mano dell' uomo, “vestito di scuro, sui 25 anni, bruno, coi baffi, scuro di carnagione” che ha sparato. Qualcun' altro parla di un' altra persona, anch' essa vestita di scuro, che si sarebbe allontanata di corsa. Poliziotti e carabinieri si lanciano in direzione degli spari. Viene arrestato un uomo e viene trovata anche una pistola “Browning”. Il presunto attentatore si chiama Mehemet Ali Agca e l' archivio elettronico dell' Ansa scopre che, quando si preparava il viaggio di Giovanni Paolo Secondo in Turchia, l' aveva minacciato di morte. Il Papa, intanto, e' arrivato al “Gemelli”. E' portato in sala di rianimazione. Si prepara un intervento chirurgico. Dall' ospedale “Bambin Gesu”' arrivano i flaconi di sangue del gruppo “0 Rh negativo”. La Radio Vaticana annuncia che il Papa e' ferito ed invitano la gente a pregare; gli altoparlanti di piazza San Pietro ripetono l'invito. In piazza del Popolo, dove e' in corso un comizio a favore della legge sull' aborto, per la quale l' Italia si prepara a votare, la notizia dell' attentato suscita qualche applauso. Al “Gemelli” e' cominciato l'intervento: il Papa e' stato ferito ad una mano ed all'addome. La Radio vaticana annuncia l' inizio dell'operazione chirurgica e precisa che le condizioni di Giovanni Paolo II appaiono “meno serie” di quanto sembrava in un primo momento. Da tutto il mondo, intanto, arrivano giornalisti e cameramen. I telegiornali internazionali mandano quei pochi spezzoni di immagini che hanno. Nessuno tra i telespettatori riconosce nell' uomo coi capelli brizzolati in lacrime il responsabile della sicurezza del Papa, Camillo Cibin. Bloccato in Piazza San Pietro da una suora e da un giovane carabiniere, Agca urla “io solo, io solo” e non esita affatto a parlare di se': dall'evasione dal carcere militare turco di Kartal Maltepe alle peregrinazioni per mezza Europa, con frequenti tappe a Sofia, prima di arrivare a Roma. La sala stampa vaticana intanto e' diventata una specie di bivacco, con le informazioni ufficiali date dall'allora portavoce, padre Romeo Panciroli, puntualmente in ritardo su quanto sta avvenendo al “Gemelli”. La redazione dell' “Osservatore romano” e' stata richiamata in servizio ed e' pronta per un'edizione straordinaria. Fino a sera tardi le notizie sull'andamento dell'intervento si accavallano, fino a quando si sapra' che “tutto e' andato bene”. La folla ancora raccolta in piazza San Pitro applaudira' la notizia. Al primo intervento, nei giorni successivi, ne seguira' un altro e ci sara' anche un successivo ricovero del Papa, per un'infezione. Ma gia' la sera del 13 maggio, mentre ancora dura la tensione sulla salute del Papa, il mondo comincia ad interrogarsi su chi ha armato la mano del “killer”, in quanto appare improbabile che l' organizzazione terroristica turca dei “Lupi grigi”, alla quale egli appartiene, sia stata in grado di organizzare da sola l'attentato. E' una storia che continua ancora, anche dopo venti anni e ora che Ali' Agca, graziato dall'Italia per intercesione del Papa, e' in carcere in Turchia. Una storia scandita, di tanto in tanto, da libri che ricostruiscono l' attentato, da transfughi che fanno rivelazioni, da 'scoop” giornalistici. Ma a tutt'oggi non c'e' alcuna verita' certa su chi e perche' armo' la mano di Ali' Agca.
12 maggio - A venti anni dall'attentato al Papa la pista bulgara rimane valida. Lo ha dichiarato a Sat 2000 Antonio Marini, attuale procuratore generale della Corte d'appello di Roma, che e' stato pm nei processi sulle complicita' dell'attentato. L'intervista va in onda nel corso dello Speciale Mosaico che la tv trasmette alle 20. "L'impianto accusatorio del processo che porta alla pista bulgara - ha dichiarato Marini - e' tuttora valido; in realta' il processo, che scandagliava le connessioni tra i Lupi grigi e i servizi segreti bulgari e il loro coinvolgimento diretto nell'attentato del 13 maggio 1981, si e' concluso per insufficienza di prove. Resta un grande interrogativo e spero che Ali' Agca un giorno si decida a raccontare tutto quello che sa sui veri mandanti dell'attentato".
12 maggio - In un' intervista a "La Repubblica" Ali Agca dice:"Parlero' dei miei segreti e dell'attentato al Papa in Vaticano. Un giorno forse lo faro'. Ma prima devo essere libero". Agca apre uno spiraglio per trovare una spiegazione all'attentato, ma si definisce "solo un feritore", artefice di un disegno del destino. "Quello e' un destino che Dio ha disegnato a me e al pontefice - dichiara - altrimenti che cosa c'entro io con questo Papa? Ogni uomo sulla terra ha una missione che Dio gli ha affidato, inclusi il Papa ed io". Agca esclude l'ipotesi di una pista bulgara: "questo e' un fatto che doveva accadere - ribadisce. L'attentato non e' stata una mia volonta', ma un gesto unico, irripetibile nella storia mondiale, e che non puo' essere trattato come un atto di terrorismo". Sempre su "La Repubblica", Carlo Calvi, figlio del banchiere Roberto Calvi ucciso a Londra, dichiara che "L'omicidio di mio padre, come l'attentato al Papa dell'anno prima, servirono a scongiurare la rivelazione dei rapporti tra politica, economia e crimine". Carlo Calvi ricorda che all'epoca il Vaticano doveva risolvere il problema del colossale buco nelle sue finanze, creatosi per l'aggrovigliata storia dei suoi rapporti proprio con il Banco Ambrosiano. "Quando piu' violenta si fece la pressione esercitata su mio padre affinche' mantenesse il segreto sull'uso che si faceva dell'Ambrosiano, e quindi dello Ior, per finanziare attivita' politiche e progetti occulti, lui penso' di difendersi informandone il nuovo Papa". A quel punto inizio' una vera e propria guerra ai danni del Papa e del banchiere. Calvi non ha dubbi: i mandanti dell'attentato a Giovanni Paolo II furono gli stessi che un anno dopo uccisero il padre. "Molti - conclude - si sentivano assediati da un Papa che ormai sapeva".
12 maggio - "Il Corriere della sera"
Rapimento Orlandi Il giudice Marini: "Nessuna prova per collegarlo ad Agca"
ROMA - "Dicono tutti che è viva, ma prove non ne abbiamo". Dopo l'intervista al Corriere della Sera di Ercole Orlandi, padre di Emanuela, il giudice Rosario Priore dice che sulla sorte della ragazza "non c'è nessuna certezza". Finora, aggiunge un altro magistrato che si è occupato del caso, il sostituto procuratore generale Antonio Marini, "i risultati delle indagini non hanno permesso di capire il contesto entro cui avvenne il rapimento". La ragazza, figlia di un dipendente del Vaticano, scomparve la sera del 22 giugno 1983, due anni dopo l'attentato al Papa del 13 maggio 1981. Un misterioso gruppo che si firmava Turkesh rivendicò il rapimento, e in cambio del rilascio chiedeva la liberazione di Mehmet Ali Agca. Lo stesso attentatore del Papa disse subito: "Il rapimento di Emanuela Orlandi è sicuramente collegato al mio caso". Su questo, però, gli inquirenti hanno forti dubbi. "Io devo valutare in base alle carte processuali - dice Antonio Marini -. Dai documenti raccolti posso affermare tranquillamente che la pista bulgara per l'attentato al Papa è quella giusta. Ma riguardo al caso Orlandi le carte non autorizzano a stabilire con sicurezza un collegamento con la vicenda Agca". Marini e la sua collega Adele Rando hanno interrogato i turchi che facevano parte del gruppo di Agca, i Lupi grigi. "Oral Celik - spiega Marini - ci assicurò che Emanuela era viva e stava in Sudamerica. Invece Yalcin Ozbey disse che viveva in Asia e aveva un figlio". Furono giudicate fantasie. E nel 1998 il giudice istruttore Adele Rando chiuse l'inchiesta escludendo che la scomparsa della ragazza fosse legata all'attentato al Papa. L'indagine è stata poi ripresa dalla Procura romana. Ne è titolare Lucia Lotti.
R.R.12 maggio - "La Repubblica"
Il figlio di Calvi: "La chiave del giallo nello scandalo Ior"
"C'è relazione tra l'agguato al pontefice e l'omicidio di mio padre"
L'INTERVISTA
ANNA MARIA TURI
Il 18 giugno 1982 sotto il ponte di Black Friars, nel cuore di Londra, viene trovato morto, impiccato, il presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi. Il processo per il crac dell'istituto di credito era cominciato un anno prima. La
magistratura britannica archiviò la pratica come un caso di suicidio. Solo di recente nuove perizie hanno accertato che Calvi venne assassinato.
ROMA - L'anniversario dell'attentato a Giovanni Paolo II segna un mistero lungo vent'anni. Dal 13 maggio 1981, tre inchieste della magistratura, e nessuna risposta all'interrogativo sui mandanti di un crimine senza precedenti nella storia moderna. Ma ecco giungere dalla Turchia le dichiarazioni di Oral Celik, boss mafioso che dava ordini ad Agca nella sua lunga marcia verso piazza San Pietro: né l'Est né l'Ovest - dice il "lupo grigio" - hanno complottato ai danni di Wojtyla, perché i mandanti vanno ricercati in certi ambienti vaticani, sostenuti da ambienti dei Servizi segreti italiani. E' bene ricordare che all'epoca il Vaticano doveva risolvere il problema del colossale "buco" nelle sue finanze, creatosi per l'aggrovigliata storia dei suoi rapporti con il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. E' perciò a Carlo Calvi, figlio del banchiere assassinato a Londra il 18 giugno 1982, che chiediamo di parlarci dei retroscena a sua conoscenza riguardanti quei crimini e di quanto, eventualmente, è rimasto finora sepolto nel patrimonio dei ricordi di famiglia. Dottor Calvi, torniamo alla fine degli anni Settanta e agli inizi degli anni Ottanta, fitti di delitti e di misteri, i cui nodi sono ancora da sciogliere. Per la parte che ne ebbe suo padre, lei cosa ne sa? "L'omicidio di mio padre, come l'attentato al Papa dell'anno prima, servirono a scongiurare la rivelazione dei rapporti tra politica, economia e crimine. Quando più violenta si fece la pressione esercitata su mio padre affinché mantenesse il segreto sull'uso che si faceva dell'Ambrosiano, e quindi dello Ior, per finanziare attività politiche e progetti occulti, lui pensò di difendersi informandone il nuovo Papa. E lo fece all' insaputa di tutti, anche di Marcinkus. Giovanni Paolo II, una volta eletto, fu per qualche tempo all'oscuro delle attività coperte dei due Istituti, mentre papa Montini ne era stato sempre perfettamente al corrente. Così papa Wojtyla venne informato da mio padre del complesso meccanismo di triangolazione chiamato "conto deposito", che consentiva al Banco Ambrosiano di Nassau di finanziare lo IOR tramite la panamense United Trading Company con conto presso la Banca del Gottardo di Lugano". A questo punto iniziò una guerra a Calvi e al Papa? "Esattamente. Io allora vivevo a Washington e mi sono rimasti particolarmente impressi gli incontri con mio padre che a volte, per raggiungermi, rimandava impegni importantissimi. Lo scopo era di trasmettermi il senso del pericolo incombente sulla nostra famiglia. A me, a dir la verità, quei presagi allora sembravano esagerati. Ma poco prima dell'attentato al Papa, mio padre volle che ci ritrovassimo tutti insieme in Svizzera: e fu allora che lui, fortemente preoccupato per la nostra incolumità, fece pressioni affinché anche mia madre e mia sorella lasciassero l'Italia". A lei raccomandava di guardarsi da qualcuno in particolare? "Da Umberto Ortolani, per esempio, cui attribuiva un potere sinistro, e dal suo giro. Dopo il 13 maggio, mio padre cominciò le pratiche per trasferire mia madre e mia sorella in Canada". Lei dunque sostiene che i mandanti dell'attentato al Papa e quelli che, un anno dopo, uccisero suo padre furono gli stessi? "Esattamente. Concordo, in questo, con le dichiarazioni di Oral Celik. Molti si sentivano assediati da un Papa che ormai "sapeva"". Ma suo padre, all'indomani del 13 maggio, accennò ai nomi dei presunti mandanti? "Mio padre era un uomo riservato. D'altro canto, si guardava bene dal renderci depositari di verità particolarmente scottanti. Comunque, sì, li collocava all'interno del Vaticano, lacerato dalle lotte di potere, dove i rapporti, esasperati, assumevano forme di vera e propria violenza". Prima che si accasciasse sotto i colpi di Ali Agca, quali pensieri avevano angustiato il Santo Padre al quale, come lei ci dice, Roberto Calvi parlava da solo e in confidenza? "Lo angustiavano appunto le divisioni, le lotte, e le posizioni ideologiche e di potere da cui traevano origine". E il debito? "Il Papa non era afflitto tanto dal debito in sé". Suo padre le disse chiaramente: "Hanno colpito il Papa gli stessi che stanno facendo la guerra a me?" "Sì, inquadrò gli eventi nello stesso contesto in cui avvenivano gli episodi di aggiotaggio miranti a colpire lui personalmente. Stesso contesto, stessa regia". A soli sei giorni dall'attentato, un rapporto dei servizi segreti italiani menzionava fatti e circostanze che misero gli inquirenti sulla pista dell'Est. "Ricordo che all'indomani di quel 13 maggio '81 Francesco Pazienza corse da me alle Bahamas e, invitandomi a cena la sera stessa del suo arrivo, non fece che parlarmi dell'attentato suggerendo, ambiguamente, quella che sarebbe diventata la pista bulgara". Parliamo degli esecutori materiali. I magistrati hanno scoperto tracce dei contatti tra Agca e la mafia siciliana. La polizia ha accertato che il turco, pochi mesi prima dell'attentato, soggiornò a Palermo dove giunse dalla Tunisia. Adesso Celik svela che nel capoluogo siciliano avvennero contatti determinanti per l'esecuzione dell'attentato. Questo le fa venire in mente qualcosa? "Mi fa venire in mente l'impiego del crimine organizzato, per esempio, nell'attentato a Roberto Rosone, direttore generale dell'Ambrosiano, da parte di Danilo Abbruciati, boss della banda della Magliana. La caratteristica della banda era di accomunare criminali e terroristi, come gli "espatriati" di estrema destra a Londra, legati al mondo degli antiquari". Il 20 maggio '81 suo padre è arrestato nella casa di Milano. Il 10 giugno inizia il processo per il crac dell'Ambrosiano. Allora lui comincia a rivelare parte dell'intreccio che lega i due Istituti. Questo ne prepara la fine? "Voglio che si sappia che la rogatoria che prese le mosse il 20 maggio fu una vera e propria pallottola assimilabile a quella dell'attentatore, in tutti i sensi. Certamente vi furono anche altre cause della tragedia di mio padre, il quale in quel periodo cercava interlocutori, per sé e per lo Ior, per salvare la sua Banca e l'Istituto vaticano, e per quest'ultima li cercava in quanti erano più vicini alle posizioni ideologiche del Papa. Fino a quel momento la Banca vaticana era stata una torre impenetrabile, ma il processo l'aveva resa penetrabile. Ora l'Opus Dei prometteva un suo intervento per ridurre la posizione debitoria dell'Istituto; in cambio, ovviamente, di un aumento del peso della sua influenza su di esso".Ancora "La Repubblica"
Agca: "Racconterò tutto solo quando sarò libero"
Dal carcere turco in cui è rinchiuso dopo la grazia, parla l'attentatore
il protagonista
MARCO ANSALDO
ISTANBUL - "Parlerò dei miei segreti e dell'attentato al Papa in Vaticano. Un giorno forse lo farò. Ma prima, come ho già detto in passato, devo essere libero. Io ero solo un feritore". A vent'anni esatti da quei due colpi che in piena Piazza S. Pietro piegarono Giovanni Paolo II, Ali Agca sembra aprire uno spiraglio, benché futuro, su uno dei misteri più incrollabili del secolo: chi, dietro la sua pistola, volle colpire la massima autorità spirituale del mondo cristiano. Col tempo, infatti, le resistenze del killer turco paiono affievolirsi. Del resto oggi, in Turchia, Agca non è più dentro a causa di quel gesto, ma per l'assassinio del direttore del quotidiano Milliyet, Abdi Ipekci, e per una serie di furti e rapine. Prima o poi, fa intuire l'impenetrabile "lupo grigio", il velo potrebbe definitivamente rompersi. Rinchiuso nella fortezza carceraria di Kartal Maltepe, sponda asiatica di Istanbul, la stessa da dove pochi mesi prima dell'attentato pure riuscì ad evadere, Ali Agca sconta da 11 mesi la sua pena residua. Ne ha per nove anni, ancora. E dietro lo spesso vetro del parlatorio, dove accetta di rispondere alle domande di Repubblica, mostra di essere impaziente e angosciato. Il killer spietato che nel 1981 cercò di uccidere il Papa appare oggi un uomo smagrito in volto, demoralizzato e depresso. Ha un nuovo tic, e si accarezza di continuo il dorso delle mani. In una confusione di parenti giunti da ogni parte del paese per la settimanale ora dei colloqui, Agca deve urlare per farsi sentire. Ali Agca, sono passati vent'anni dal quel 13 maggio. Che cosa ricorda?
"Dopo più di 22 anni passati in carcere, in totale, ho ancora un sacco di problemi. Sono un uomo solo, e non penso altro che a uscire di prigione. Penso solo alla mia libertà".
Ma oggi che cosa può dire?
"Che quello è un destino che Dio ha disegnato a me al pontefice, altrimenti che cosa c'entro io con questo Papa. E ogni uomo sulla terra ha una missione che Dio gli ha affidato, inclusi il Papa ed io".
E se la sua missione, Ali, era quella di uccidere, dietro chi c'era? Per tanto tempo si è parlato di una pista bulgara, ora invece c'è chi parla di un complotto occidentale. E Oral Celik rivela che nella piazza eravate in sei.
Un cenno di fastidio. "Nessuna pista bulgara. Questo è un fatto che doveva accadere. L'attentato non è stata una mia volontà, ma un gesto unico, irripetibile nella storia mondiale, e che non può essere trattato come un atto di terrorismo".
Eppure lei ha colpito.
"Sì, ma oggi mi sento purificato, io musulmano, di fronte al mondo cristiano. Ho pagato tutto e ho sofferto molto. Sono solo un feritore. È evidente che quello che è successo è un segno del destino".
Ali, che cosa vi siete detti con Giovanni Paolo II il giorno in cui vi incontraste in carcere a Rebibbia? Parlaste del terzo segreto di Fatima?
"Lasciamo perdere quei 22 minuti di colloquio fra me e lui. Quello rimane tra noi. Ma il terzo segreto di Fatima doveva essere già rivelato nel 1960. Ora però basta. Lo ripeto, penso solo alla mia libertà".
Agca, come sempre, come lo era anche in Italia, è il detenuto modello del carcere. E pure questo mese, insieme con un banchiere messo dentro per raggiri nella recente crisi finanziaria turca, è il numero uno nella lista dei carcerati esemplari. Disciplinato, silenzioso, composto, ordinato. In Italia stava meglio? "Anche là ero il detenuto più disciplinato. Qui rispetto le regole, ma anche se non sono un detenuto politico ho delle restrizioni".
Che tipo di restrizioni?
"Ho una cella abbastanza larga, 8 metri per 10. Faccio un'ora di ginnastica tutti i giorni. E ho una tv grande, oltre a un mio spazio per l'ora d'aria, e i giornali. Ma vivo da solo, e per la maggior parte del tempo non vedo nessuno. Non posso ricevere alimenti da fuori. Posso usufruire di soli 35 milioni di lire turche a settimana (50 mila lire circa). Mi è consentito un unico ricambio di tutto, due camicie, due paia di scarpe. E se per caso i secondini mi trovano un paio di calze in più, buttano tutto nella cesta dell'immondizia".
Oggi vuole mandare un messaggio al Papa?
"So che non sta bene - dice in un soprassalto - e mi dispiace molto. Il mio più grande desiderio è rivederlo. Aspetto di uscire di qui per abbracciarlo davanti a tutto il mondo. Chissà chi sarà il prossimo pontefice: mi piacerebbe il cardinale Ratzinger, oppure un Papa che viene dall'America latina".
Le restrizioni di cui il detenuto modello Ali Agca parla si fanno sentire anche all'ora del colloquio. E dopo 20 minuti bisogna sgomberare. Il turco appare teso, mentre si allontana. "Sto soffrendo troppo", fa in tempo a dire, prima che lo portino via, verso la sua cella, in attesa dell'agognata libertà.Ancora "La Repubblica"
L'attentato a papa Wojtyla
un mistero lungo vent'anni
Il 13 maggio 1981 Giovanni Paolo II si accascia tra le braccia del suo segretario in mezzo alla folla di San Pietro
Il mistero di San Pietro
MARCO POLITI
CITTA' DEL VATICANO - Di quel 13 maggio monsignor Dziwisz, segretario del Papa, ricorda l'eco assordante del colpo di pistola e i piccioni di piazza San Pietro, che d'improvviso si alzarono a volo in stormo. E già papa Wojtyla stava riverso fra le sue braccia, mormorando "Maria, mamma mia". Alla vista del pontefice riverso nella vettura, che correva impazzita verso l'Arco delle Campane, una suora polacca, Maria Ehrlich, rammentò in un lampo un verso di Wojtyla dedicata al vescovo martire, san Stanislao: "Se la parola non ha convertito, sarà il sangue a convertire". Comunione e liberazione e il fronte clericale, che voleva l'abolizione della legge sull'aborto nel referendum di quel maggio, tentò di imbastire una speculazione contro i laici avversari del Papa. Invece il killer era un turco, Alì Agca, e dagli archivi saltò fuori che due anni prima, durante la visita di Giovanni Paolo in Turchia, aveva minacciato di morte il pontefice.
Strano personaggio. Aveva assassinato un giornalista progressista di Istanbul, era evaso da un carcere militare di massima sicurezza proprio alla vigilia dell'arrivo del pontefice in Turchia nel 1979 e qualcuno gli aveva fatto scrivere la minacciosa lettera aperta all'indirizzo del Papa. Era membro dei "Lupi grigi", organizzazione fascista turca ben collegata con i generali che avrebbero poco dopo preso il potere in Turchia nel golpe del 1980. Venne fuori che dopo l'evasione aveva viaggiato, ben foraggiato, in Bulgaria, Austria, Svizzera, Iran, Urss e Palma di Maiorca, entrando e uscendo dall'Italia. La base Cia in Italia per alcuni anni non credette a responsabilità moscovite. Furono Reagan e il direttore della Cia Casey a decidere a metà degli anni Ottanta di cavalcare sino in fondo la tesi della "pista bulgara". "E' l'ultimo grande segreto dei nostri tempi", affermò dopo la caduta del Muro di Berlino Robert Gates, capo della Cia postreaganiana. Negli archivi segreti bulgari e sovietici non si trvò mai nulla. Fenomeno singolare: anche dopo la fine dell'Urss nessuna delle potenze occidentali ha mai voluto indagare sul serio sulla macchinazione che ha portato all'attentato. Nel labirinto di un'indagine ancora tutta da fare si intravede l'ombra di schegge di molti servizi e diverse organizzazioni in un'area grigia che va da Est a Ovest. Giovanni Paolo II, apparentemente, non si è mai interessato dei mandanti: "Il Maligno può cospirare in migliaia di modi, nessuno dei quali mi interessa", disse al cardinale Deskur, suo intimo amico. Il pontefice non credette nemmeno alla pista bulgara. Invece Wojtyla rimase convinto da subito che la sua salvezza derivasse da un intervento miracoloso della Madonna. "Una mano ha sparato, un'altra mano ha guidato la pallottola", affermò. Nel primo anniversario dell'attentato si recò a Fatima per ringraziare la Vergine. Con gli anni sviluppò una mistica dell'attentato, considerato segno della "sofferenza" che il Papa doveva patire perché fossero realizzati i piani della Provvidenza sul finire del secolo XX. Primo fra tutti il crollo del sistema comunista. Nell'anno giubilare rese noto il terzo mistero di Fatima e dal Vaticano fu diffusa l'interpretazione che il "vescovo bianco" ucciso dai nemici della fede era una metafora di Giovanni Paolo II.13 maggio - "Il Corriere della sera"
"Senza volto chi attentò al Papa"
L'Osservatore Romano: quelle forze diaboliche sono ancora ignote
ROMA - Sono ancora "senza nome e senza volto ben delineato" le "forze diaboliche" responsabili dell'attentato del Papa vent'anni fa, secondo l'"Osservatore Romano". Per il giornale vaticano ci fu "un preciso disegno criminale dai vari risvolti". Sembra dare quindi un peso alle più recenti ipotesi che chiamano in causa altri "risvolti" più complessi della famosa "pista bulgara", per quanto questa - smentita dai responsabili del Kgb di allora - venga considerata sempre attendibile da alcuni degli inquirenti. Da un primo bilancio delle molte voci che si sono manifestate in questi giorni in cui si ricorda "la violenza barbarica" di quel pomeriggio del 13 maggio 1981, nuove piste tornano a riproporsi. "Cercate lontano, mentre dovreste guardare a casa vostra", ha detto in un'intervista Oral Celik, uno dei capi dell'organizzazione turca di estrema destra "Lupi grigi". Oral Celik, secondo il giudice Priore, è ormai forse uno dei pochi a conoscere tutta la verità. Quasi tutti gli altri personaggi che contano o sono morti "suicidati" e "incidentati", oppure sono scomparsi. Mehmet Ali Agca, era solo un killer che, ha ricordato il giudice, Oral Celik in sua presenza tratta come bassa manovalanza e che, probabilmente, non sa lui stesso molto sui "committenti" dell'attentato. Oral Celik, che rivelerà la "sua" verità in un prossimo libro di memorie, ha fatto allusione a zone deviate dei servizi segreti italiani e francesi e ad alcuni prelati vaticani. Proprio in Francia Celik era stato condannato a dieci anni, poi in gran parte condonati, per traffico di droga. E proprio dalla Francia venne il primo avvertimento al Vaticano su un attentato in preparazione contro papa Wojtyla. Oggi "uomo d'affari" in Turchia, l'ex capo di Ali Agca fu anche il destinatario di tre milioni di marchi, considerati il prezzo della morte del Pontefice. E, come ha confermato, ebbe allora dei contatti con agenti dei servizi italiani non bene identificati. Anche Ercole Orlandi, l'impiegato vaticano padre di Manuela, in un'intervista al Corriere della Sera , accenna a un'origine più vicina ed italiana dell'attentato e del rapimento di sua figlia, scomparsa misteriosamente a Roma il 22 giugno del 1983. Infine Valeska Von Roques, ex corrispondente in Italia di Der Spiegel chiama in causa in un libro la Cia, l'industria bellica americana, le vicende Sindona e Calvi-Marcinkus. Nel corso di un incontro alla stampa estera, la giornalista tedesca ha fatto anche il nome del faccendiere Francesco Pazienza al quale un ex agente del Sismi ha confidato in una lettera che c'erano personalità italiane e vaticane al corrente del possibile attentato ma che non hanno fatto nulla per impedirlo. Insomma, il mistero di quel "cupo" pomeriggio rimane fitto, anche se il giudice Priore si dice convinto che la verità verrà a galla. Da parte sua Giovanni Paolo II lo ricorderà stamane forse solo in privato, durante la messa nella sua cappella. Un'occasione pubblica gli sarà comunque offerta dall'ordinazione di alcuni sacerdoti a piazza San Pietro e dall'Angelus di mezzogiorno. Nel pomeriggio, alle 17.21, l'ora dell'attentato, Andrea Manto, un giovane medico romano divenuto sacerdote, che quel 13 maggio si trovava a pochi metri dal Papa al momento dell'attentato, celebrerà la sua prima messa al Policlinico Gemelli, dove fu portato e salvato il Pontefice morente.
Bruno Bartoloni13 maggio - "La Repubblica"
"Anche una talpa in Vaticano per l'attentato a papa Wojtyla"
Il giudice Priore: "Bisogna ancora dare un volto ai mandanti. Secondo Celik, la mano dei servizi italiani e di una corrente della Santa Sede"
DANIELE MASTROGIACOMO
Roma - "Entità". Il giudice che ha indagato per dieci anni sull'attentato al papa, ricorre ad un termine generico ma chiarissimo per indicare i mandanti dell'agguato in piazza San Pietro. "Quello del mandato", aggiunge Rosario Priore, per lungo tempo titolare delle istruttorie più delicate del dopoguerra (da Ustica a Moro), "è il mistero mai chiarito". Cosa intende per mandato?
"La committenza dell'attentato. Per anni, sulla base delle dichiarazioni di Alì Mehemet Agca, si è attribuito il ruolo del mandante ai Servizi bulgari e attraverso questi al Kgb e al Gru. Ma non ha trovato riscontri".
E sul resto: sugli autori, sul movente dell'agguato ritiene si sia
raggiunta la verità?
"Sulle modalità di esecuzione e sugli autori abbiamo raggiunto un buon grado di certezza. Abbiamo certezze sull'esecuzione e sull'organizzazione che eseguì l'incarico. Non credo che si possa ancora nutrire dubbi che ad agire sia stato uno spezzone dell'organizzazione nazionalista turca dei Lupi Grigi".
Perché parla di spezzone?
"Non penso ai Lupi grigi come partito. Ma a una scheggia che agiva non più sulla base di un'ideologia ma per interessi di altro livello. Magari per il traffico di droga e progetti di terrorismo di ogni genere".
Agca, Celik e Chatli hanno agito come mercenari?
"Ci sono numerosi elementi che vanno in questa direzione. Il gruppo aveva a disposizione moltissimo denaro, armi, falsi documenti di identità e basi. Alì Agca è stato fatto evadere da un carcere di massima sicurezza, nascosto in Turchia, fatto fuggire in Iran, fatto rientrare in patria, di nuovo trasferito in Bulgaria e da qui in Austria. Senza dimenticare che lo stesso Agca aveva sul suo passaporto un visto d'ingresso in Italia dalla Tunisia. Si è detto, inoltre, che sia stato accolto in Sicilia da qualcuno che parlava perfettamente italiano. Forse la stessa persona che ha prenotato, a suo nome, una stanza in un albergo della capitale". Quando parla di "Entità" fa riferimento anche ai servizi segreti dell'Est? Alla pista bulgara?
"E' difficile stabilire il valore di questa pista. La propose Alì Agca. Ma è stato lui stesso a ritrattare quella ricostruzione. Nel corso della lunga istruttoria affermò di essere stato indotto ad accreditarla, su pressione di alcuni personaggi legati ai servizi segreti italiani e statunitensi. Alla fine, proprio sulla base delle sue dichiarazioni, si arrivò all'assoluzione di tutti gli imputati bulgari".
Oral Celik ha fornito una sua versione dei fatti che si avvicina molto alla tesi dell'"Entità". Che idea si è fatta di lui?
"Oral Celik è un personaggio di alto livello nella gerarchia della sua organizzazione. Di gran lunga superiore a quello di Alì Agca, cui era stato affidato il semplice compito di esecutore. E' intelligente e molto astuto. Gioca bene le sue informazioni. E ne possiede moltissime".
Ma può anche mentire.
"Certo, può anche mentire. Ma conosce molto bene i dettagli dell'operazione ed è probabile che sia entrato in contatto con chi l'ha appaltata o con chi ha fatto da intermediario con i mandanti".
Cosa sostiene Oral Celik?
"Che l'attentato al papa è stato organizzato da una parte dei nostri servizi segreti, di quelli francesi e di una corrente del Vaticano contraria all'ostpolitik promossa dal Santo padre, diversa da quella tradizionale della segreteria di Stato".
Indica anche i nomi degli ipotetici mandanti?
"Ha indicato cariche non nomi. Ha detto, lasciato intendere. Poi ha rifiutato di proseguire con la sua collaborazione. Chiedeva contropartite. Si è lamentato per come veniva trattato. Alla fine è stato condannato nel processo per traffico di droga".
E' stato estradato in Svizzera per lo stesso processo. Assolto, è finito anche lui in Turchia. Non le sembra singolare?
"Sono state seguite le procedure. Sul caso Celik pesano molte ombre. Ha ripetuto spesso, in modo quasi ossessivo, che nei suoi confronti non erano stati rispettati i patti".
Quali erano i patti?
"Sul punto non è mai andato oltre. Ma chi sapeva interpretare le sue parole ha sempre sostenuto che si trattava di accordi tra i grandi servizi segreti".
Nelle conclusioni della sua sentenza di proscioglimento lei afferma testualmente: la collaborazione tra gli Stati è stata minima e con alcuni nulla. Indica la Francia e Città del Vaticano.
"Confermo quanto è scritto nella sentenza. Non so se i miei successori hanno trovato migliore udienza presso questi Stati. D'altra parte il mandante ha frapposto una serie di diaframmi con gli esecutori difficilmente superabili. Ma Celik, per il ruolo avuto nell'organizzazione, potrebbe sapere molto sugli appaltatori".
Anche il ruolo di un altro imputato, Mohamed Chatli, è apparso importante. Ma una volta rientrato in Turchia è morto in un misterioso incidente stradale. Cosa pensava di lui?
"Abbiamo raccolto alcune informazioni sul suo conto che meriterebbero di essere meglio accertate. Chatli era uno dei maggiori responsabili della rete europea dei Lupi grigi".13 maggio - "L'Avvenire"
Il progetto, indicato in codice con il nome di "Pogoda", prevedeva una serie di misure contro la Chiesa
"Eliminate fisicamente Wojtyla"
Così un documento del Kgb inviato ai servizi dei Paesi dell'Est
Giovanni Bensi
Mosca. Alla vigilia del ventesimo anniversario dell'attentato al Papa il giornale ucraino "Svit" ("Il Mondo") scrive: "L'Unione Sovietica temeva l'influenza del capo della Chiesa cattolica sui paesi dell'Europa Orientale... Il Kgb cercava con ogni mezzo di screditare la Chiesa cattolica in generale ed il Papa attraverso la disinformazione e le provocazioni". Può questo timore dei dirigenti comunisti averli spinti ad armare la mano di Mehmet Ali Agca? Di prove certe non ne abbiamo, ma alcuni indizi indicano che sì, la cosa era possibile. Dagli archivi dell'ex Kgb, dicono oggi i difensori del passato sovietico, non è uscito niente di probante. Ma c'è un documento degli ex servizi segreti sovietici, già parzialmente reso noto, che vale la pena però di leggere interamente. Uno di questi documenti arriva dall'archivio dell'Stb, i servizi segreti dell'ex Cecoslovacchia. Poco dopo l'elezione del cardinale Karol Wojtyla al soglio pontificio, il Kgb, sotto la direzione del suo capo Jurij Andropov e per iniziativa di Leonid Brezhnev, allora segretario generale del Pcus, aveva elaborato un progetto di reazione a questo avvenimento e ne aveva inviato una copia "per conoscenza" ai servizi segreti dei "paesi fratelli". Uno di questi era appunto la Cecoslovacchia. Dopo la caduta del comunismo, l'"Ufficio per le indagini sui crimini del comunismo", istituito a Praga, ha ritrovato il testo e, data la sua delicatezza, non lo ha reso pubblico, ma lo ha fatto avere al presidente Václav Havel. Esso sarebbe parte di quell'insieme di documenti riguardanti i rapporti fra il terrorismo "rosso" e la Cecoslovacchia comunista che Havel avrebbe consegnato alle autorità italiane durante la sua visita a Roma nel 1999. Il documento delineava due operazioni "anti-papa", indicate con i nomi in codice "Pogoda" ("Che tempo fa") e "Infektsija" ("Infezione"). Esse prevedevano una serie di misure volte a "screditare la Chiesa cattolica, organizzare campagne di disinformazione e minare (podryvu) la sua attività". Nel caso che questo non fosse bastato a vanificare l'influenza del Papa polacco sui paesi comunisti, il documento contemplava anche "l'eliminazione fisica (nell'originale: fiziceskoje ustranenije) del Papa, se sarà necessario". L'esistenza di questo documento è stata confermata anche da altre fonti. Una di queste è il maggiore Viktor Shejmov, ex capo dell'ufficio cifra del Kgb, fuggito negli Stati Uniti nel 1980. Egli sostiene di aver letto il documento segretissimo" sul Papa, poichè era stato incaricato di trasmetterlo, in forma crittografata, ai servizi segreti degli altri paesi comunisti. L'altra fonte è il ben noto Vasilij Mitrokhin, anche lui ex maggiore del Kgb che nel 1992 chiese asilo all'ambasciata americana a Riga, in Lettonia, portando con sé una parte dell'archivio della Lubjanka. Ex agenti del Kgb, tuttavia, respingono in modo veemente queste accuse. Per esempio Boris Solomatin, che sotto mascheratura diplomatica, era "residente" (cioè capo) della rete del Kgb in Italia dal 1976 al 1982, in un'intervista alla "Izvestija" del 10 aprile 1998 ha affermato: "Con tutta responsabilità dichiaro che il Kgb non ebbe nulla a che fare con questa faccenda. Seppi degli spari in Piazza S. Pietro solo dalla radio italiana". Tuttavia Solomatin ammise: "Talora si fa l'ipotesi che Mosca potesse anche non informare il suo residente a Roma di un'azione in corso contro il Vaticano".
Giovanni BensiAncora "L' Avvenire"
"Se l'attentato fosse riuscito? Gli anni Ottanta sarebbero potuti diventare cupi, drammatici. Per fortuna ci è stato risparmiato"
"Quel giorno la storia accelerò"
Rumi: dal dramma il Papa capì l'urgenza della sua missione
Antonio Giorgi
Vent'anni, e sembra ieri. Due decenni, ma intanto è cambiato tutto. Gli spari in piazza San Pietro, il sangue sulla veste candida del Papa, la corsa disperata al Gemelli, l'emozione e l'angoscia di gran parte dell'umanità vent'anni dopo sono una memoria e un monito: "Potremmo vivere in un mondo diverso e peggiore. Avrebbe potuto esserci un altro futuro, buio, cupo, drammatico. Per fortuna ci è stato risparmiato". E' arduo per uno storico ragionare sulla base dei se e dei ma. Anzi, "è un grande peccato occuparsi delle ipotesi, di quello che non è successo", argomenta pacamente Giorgio Rumi che è storico di razza, uno studioso che dei pontefici del periodo recente sa tutto, anche se si schermisce e minimizza: "Sono quelli che conosco meglio, tutto qui". E allora via, quella riflessione che i suoi colleghi del mondo accademico definiscono controfattuale (se l'attentato fosse riuscito... se la corsa all'ospedale fosse stata vana...) per lo storico di mestiere sarà anche un peccato, ma forse solo veniale. "Sì - spiega Rumi - avrebbe dovuto esserci un altro conclave, il terzo nel giro di quattro anni. Un conclave in una situazione di forte sospetto verso l'Est del pianeta. Tutto l'Est, sia quello comunista che quello islamico. Non riesco ad immaginare il clima che avrebbe potuto crearsi. Al di là degli aspetti umani e religiosi, a livello politico la tensione sarebbe stata enorme". Per fortuna, e qui usciamo dal campo dei se, l'attentato non è riuscito. Lo storico torna a camminare sul terreno solido dei fatti, della realtà. Allora le chiedo: cosa ha significato questo evento per il pontificato di Karol Wojtyla? Giusto, come lo ha segnato? Se teniamo conto del dato cronologico (Agca ha agito agli inizi, agli albori della missione papale di Giovanni Paolo II) è indubbio che quegli spari hanno impresso una accelerazione all'apprendistato - lo chiamerei così - di questo pontefice. Trattandosi di un evento accaduto così vicino alla sua nomina da parte del collegio cardinalizio ha indotto una maturazione improvvisa, umanissima. A parte il senso del miracolo che permea la vicenda - tema in cui non mi permetto di entrare - l'uomo-pontefice, come succede a chiunque superi una prova drammatica, ha maturato la convinzione che non c'era tempo da perdere. Vuole dire che il gesto di Agca ha fatto esplodere quello che già era nell'incubazione di questo pontificato, ma che avrebbe richiesto tempi più lunghi per venire alla luce, esprimersi e concretizzarsi? Gli psicologi insegnano che coloro che si misurano con una grande crisi, una malattia, una disgrazia, una guerra anche, sono poi portati a bruciare le tappe. E' come se avessero ricevuto una lezione sulla precarietà dell'esistenza e sulla doverosità dell'impegno, così da essere indotti a dare veloce compiutezza al proprio disegno o progetto. L'attentato in piazza San Pietro, dunque, visto come momento decisivo di un pontificato, come punto di svolta. Alla luce della fede si può parlare di un segno della Provvidenza... Guardi che anche il più scettico non può non avere un sospetto di provvidenzialità riguardo a tutti i papi del periodo recente. D'accordo, ma nel caso di Wojtyla l'accelerazione dell'apprendistato che lei individua come può essere inquadrata nel momento storico? Infatti tutto accade negli anni Ottanta: la caduta del muro di Berlino, la fine del comunismo, il venire meno della contrapposizione tra i blocchi, la storia che comincia a correre. Vuole che in Giovanni Paolo II non fosse forte la percezione dei tempi che cambiavano, degli eventi che incalzavano? Vuole che non sapesse di non avere davanti a sé una navigazione tranquilla? Del resto, l'accelerazione è tipica dei tempi frenetici che l'umanità sta vivendo. Anni cruciali, gli Ottanta. Probabilmente solo gli studiosi di domani riusciranno a darne una lettura complessiva e magari a dire una parola chiara sull'attentato, al di là della verità processuale emersa davanti ad una corte d'assise italiana. Non crede? Verità della quale io, personalmente, convintissimo non sono. Di tutti i grandi momenti di crisi, di tutti i grandi attentati politici non si è mai saputo bene cosa sia successo. Penso a Kennedy, a Lincoln, a Umberto I, a Trotzkij. Lo storico non riesce mai a rispondere con assoluta serenità. Nel caso del Papa nessuno dubita che un tale abbia sparato. Ma se poi vogliamo sapere perché, come, mandato e aiutato da chi e via dicendo, c'è solo da sperare che lo storico del futuro sia più fortunato e trovi nuovi documenti. Ma non mi farei illusioni, sugli attentati politici la verità è sempre parziale e provvisoria. Concreti, tangibili, reali sono invece i frutti dell'attività instancabile che un Papa pur provato dalle pallottole ha dispiegato a tutto campo. L'attentato non lo ha fermato. Lo ha maturato, lei ricorda. In che modo? Per Karol Wojtyla si è trattato ad un certo punto di essere come un giovane prete mandato subito a svolgere il suo ministero in una parrocchia difficile. Possiamo immaginare come fosse difficile reggere quella parrocchia chiamata Chiesa universale in una situazione drammatica segnata dal comunismo, dall'Islam, dai problemi interni della stessa Chiesa. C'era da rimboccarsi le maniche, da mettersi sul piede di missione. C'era da cominciare ad andare, veramente, come se non ci fosse tanto tempo. C'era da finire la fase di studio e da mettere immediatamente in atto quello che stava nelle idee e nei disegni di un pontificato, nei progetti di un vescovo che veniva dall'Est, scelto dai cardinali perché lo Spirito riteneva necessario per la Chiesa degli anni Ottanta e di questo inizio di secolo un autentico pastore. Che Karol Wojtyla si sia dimostrato bravissimo come uomo planetario (non dirò diplomatico, termine riduttivo) è un altro discorso. Grazie all'azione dello Spirito, il tempo per Giovanni Paolo II c'è poi stato. Infatti i risultati si sono visti. Ma la rapida uscita dall'apprendistato, l'urgenza di concludere, fare, portare avanti credo siano state la sua reazione umanissima al doloroso evento del 13 maggio di vent'anni fa. Quando molti di noi, diciamolo, abbiamo paventato un futuro buio.
Antonio GiorgiSempre "L'Avvenire"
L'ex presidente della Corte d'Assise: "Se non parla è perché chi lo armò dev'essere tuttora vivo e vegeto"
Agca, la mano di un complotto
Il giudice Santiapichi: non è affatto pazzo, eseguì un ordine
Antonio Maria Mira
Roma. L'anziano giudice e il terrorista più famoso del mondo. Il magistrato pieno di esperienza, saggezza e pazienza, e l'uomo dei misteri venuto dall'Oriente. Severino Santiapichi e Alì Mehmet Agca si sono scrutati, confrontati, scontrati per decine e decine di udienze in due storici processi, il primo breve e semplice, il secondo, quello sui presunti mandanti bulgari, lungo e intricato. Lui, il presidente della Corte d'Assise di Roma, lo ha condannato all'ergastolo come killer del Papa e poi ha tentato di far emergere anche quello che c'era dietro. Invano. L'altro ha accettato la sentenza senza battere ciglio ma ha anche cambiato versione, tirato in ballo persone e Paesi in un turbinio di scenari. Uno scontro ad alto livello. Anche perché, afferma Santiapichi senza esitazione, "Agca ha un'intelligenza eccezionale. Nel corso dei miei cinquanta anni di carriera ho incontrato due uomini con un'intelligenza così: un politico e lui, Agca. E se dovessi fare una graduatoria tra i due non saprei chi mettere al primo posto". Non un pazzo, dunque, "ma la pedina di un complotto", si dice altrettanto convinto il magistrato che, malgrado sia ormai in pensione, continua a seguire da lontano il "suo" ex imputato. "Non si sente uno sconfitto. Ora ha un futuro da politico". E avverte. "Chi gli ha ordinato di uccidere è ancora vivo e vegeto". Allora dottor Santiapichi, dopo tanti anni, è riuscito a capire chi fosse veramente Agca? Agca comincia come poeta e finisce come terrorista. Quando era giovane ha scritto delle poesie di un certo spessore. È figlio di una tradizione che viene da molto lontano, più mediorientale che turca. Ed è finito in piazza San Pietro a sparare al Papa. Quindi tutt'altro che un pazzo. No, assolutamente. È piuttosto un uomo di straordinaria intelligenza, che si è trovato ad eseguire questo delitto per conto di altri. Di questo sono fermamente convinto. Ha ricevuto promesse e denaro, che da qualche parte starà. Mi ricordo che quando gli ho chiesto "ma i soldi dove sono?", lui, come si dice in siciliano, è diventato "palombo muto". Per conto di chi Agca ha sparato? Non sono in condizione di dirlo perché altrimenti lo avrei condannato. Non c'erano le prove. Erano insufficienti a carico dei bulgari. E lo dico sinceramente. D'altra parte quando il principale teste d'accusa viene in udienza e comincia ad assumere toni messianici, la sua attendibilità va a farsi benedire. Possiamo comunque parlare di un complotto? È un termine correttissimo. Il motivo? Non è che hanno sparato ad uno scrivano. Hanno sparato al Papa, a questo Papa e a quello che stava facendo. Questo non ci può portare a dire automaticamente "è stato Tizio, è stato Caio". Magari non sarà stato il servizio segreto X, ma un altro è stato. Quali sono i punti certi? Il personaggio chiave è Bekir Celenk che però non ci è mai stato consegnato. Venne invece consegnato in fin di vita alla Turchia e lì morì. Il turco Oral Celik, che quel 13 maggio era in piazza San Pietro, ora tira in ballo i servizi segreti italiani e di un Paese vicino al nostro. Tutto è possibile. Ma la fonte di queste informazioni è da prendere con centomila molle. Comunque quest'uomo, la cui identità è stata a lungo non conosciuta o negata, è stato per molto tempo in carcere in Francia sotto falso nome. Quante difficoltà abbiamo avuto per identificarlo... Anche il padre di Emanuale Orlandi ha recentemente parlato dei servizi. Parlare di questo per me è una grande difficoltà, perché abbiamo dei genitori che umanamente sperano che la figlia sia ancora in vita. Li capisco. Io ho insistito a lungo con Agca per avere notizie su questo episodio e lui mi ha detto e ridetto che non ne sapeva nulla. Però poi anche su questo ha cambiato idea. Non con me. Quando Agca tira fuori la storia di Fatima non lo fa solo per lo spettatore italiano. Lui ha i suoi fan in Turchia e in quel modo si mette al centro della storia. Anzi afferma di essere stato messo lì dalla storia per fare quello che ha fatto. Io ho cercato di sapere da dove venisse questa sua confidenza con Fatima. Ho cercato anche nella biblioteca del carcere. Niente. Non ha mai avuto il dubbio che fosse solo un perfetto indottrinamento? Non c'è bisogno che lo indottrinino. È già indottrinato per sé. E non mi meraviglierei che lui indottrinasse gli altri. Molto si è scritto su strani incontri in carcere. A un certo punto un generale dei servizi segreti è stato accusato di essere andato a trovarlo nel carcere di Ascoli Piceno. Ma poi è risultato estraneo. Però da questo a dire che nessuno ha avvicinato Agca in carcere ci corre e ci corre parecchio. E personalmente non sono in condizione di escluderlo. Secondo lei come finisce la storia di Alì Agca. Indubbiamente farà politica. Anzi la fa già. Non scompare certo. Non si ritira. Almeno di volontà sua. E di volontà d'altri? C'è un solo modo per farlo ritirare. In questo campo non è che si scherza tanto. Ci sono argomenti molto persuasivi. Bisogna vedere in quale gioco di interessi si situa. Oggi, non ieri. Potrebbe alzare la posta, chiedere altro? Non è il tipo. Anche se sicuramente ha in testa qualcosa d'altro. Non si sente uno sconfitto. Lo vede il tono? Da quello dimesso che aveva prima della grazia a quello da leader che ha assunto oggi. Dopo la caduta del muro di Berlino si diceva "adesso sapremo la verità anche sull'attentato a Giovanni Paolo II". Invece, almeno per ora, non è uscito nulla. Quando ero ragazzo si diceva che sui grandi delitti la storia avrebbe fatto giustizia, che avrebbe accertato le responsabilità. Ma non mi pare che sia accaduto sempre. Dunque se Agca non racconta la verità non sapremo mai? La verità può nuocere ancora. A Roma si dice: "a babbo morto" non dovrebbe nuocere. Evidentemente "babbo" è ancora vivo e vegeto.
Antonio Maria Mira13 maggio - In un' intervista a "La Repubblica", il giudice Rosario Priore dice che "Per anni, sulla base delle dichiarazioni di Ali' Mehemet Agca, si e' attribuito il ruolo del mandante ai Servizi bulgari e attraverso questi al Kgb e al Gru. Ma non ha trovato riscontri". Dietro la vicenda, spiega Priore, potrebbe esserci l'ombra di una "Entita'". Priore non esclude che dietro le parole di Oral Celik, uno dei responsabili dell'attentato, "un personaggio di alto livello nella gerarchia della sua organizzazione", possa nascondersi un nucleo di verita': secondo il Lupo grigio "l'attentato al Papa e' stato organizzato da una parte dei nostri servizi segreti, di quelli francesi e di una corrente del Vaticano contraria all'ostpolitik promossa dal Santo Padre, diversa da quella tradizionale della Segreteria di Stato".
16 maggio - "La Repubblica
"Il proiettile trapassò il Papa
Disse: è al ventre e fa male"
Vent'anni dopo il segretario di Wojtyla racconta
L'attentato di piazza San Pietro e i difficili giorni che seguirono nei ricordi di un testimone di prima fila, monsignor Dziwisz
MARCO POLITI
CITTA' DEL VATICANO - "Durante il secondo giro della piazza si udirono i colpi puntati contro Giovanni Paolo II. Alì Mehmet Agca, un killer professionista, sparò con una pistola, ferendo il Santo Padre al ventre, al gomito destro e all'indice. Un proiettile trapassò il corpo e cadde tra il Papa e me. Udii due colpi.Le pallottole ferirono altre due persone. Io fui risparmiato, benchè la loro forza fosse tale da poter trapassare otto persone. Domandai al Santo Padre: Dove? Rispose: "Al ventre". Fa male? Rispose: "Fa male". E in quell'istante cominciò ad accasciarsi.....".
Parte così il drammatico resoconto dei giorni dell'attentato contro papa Wojtyla. Parla un testimone d'eccezione: don Stanislao, il segretario fedelissimo di papa Wojtyla, che per la prima volta rompe il silenzio su quella vicenda che cambiò il pontificato di Giovanni Paolo II e la storia dell'ultimo scorcio del secolo XX. Non accade mai che il segretario di un pontefice regnante racconti al pubblico retroscena delle vicende vaticane. Se monsignor Stanislao Dziwisz ha infranto questa regola, è perché papa Wojtyla è convinto che l'evento del 13 maggio ha avuto qualcosa di miracoloso e ha prodotto effetti straordinari nella storia degli anni seguenti. Dal racconto di Dziwisz si apprende che Wojtyla tra il 13 maggio e il 14 agosto rischiò la vita almeno quattro volte. Al Policlinico Gemelli, quel pomeriggio del 13 maggio, il Papa arrivò "dissanguato" e il sangue destinato alla trasfusione non risultava adatto. Fu necessario organizzare una colletta... di sangue fra i medici presenti. Ma ciò nonostante, "ad un certo momento il dottor Buzzonetti (medico papale) si rivolse a me, chiedendomi di amministrare l'Unzione degli infermi". Cinque ore e venti minuti durò l'operazione per salvare il pontefice, il presidente italiano Sandro Pertini volle restare accanto al Papa fino alle due di notte. Quando Wojtyla riacquistò conoscenza, esclamò: "Abbiamo recitato la compieta?". Fu una convalescenza tormentata. Il 27 maggio il Papa denuncia dolori al cuore, le sue condizioni peggiorano, si scopre un piccolo embolo ai polmoni, poi riassorbito. Il 9 giugno si manifestò l'attacco insidioso del Cytomegalovirus. "Si fecero sentire dolori acuti. Il pontefice cominciò a perdere le forze. La febbre arrivò a 40 gradi e si mantenne per giorni interi, indebolendo l'organismo". Wojtyla, che il 3 giugno era rientrato in Vaticano, fu costretto a tornare al Gemelli. Il 22 giugno apparvero infiltrazioni ai polmoni, poi gradualmente sparite. Però il 10 luglio "lo stato di salute tornò a peggiorare". Dalla testimonianza del segretario di Wojtyla emerge il ritratto di un pontefice tenace, che non si arrende e segue il più possibile gli affari della Chiesa. Quando si profila la necessità di un secondo intervento chirugico, il Papa partecipa al consulto medico: "Con fermezza chiedeva di essere operato in modo da poter tornare a casa in piena efficienza". Nelle ultime settimane prima del ritorno in Vaticano era attivissimo pur nella sua stanzetta al Gemelli. "Cominciava la giornata con la recita del Piccolo Ufficio in onore della Madonna, le preghiere del mattino e la meditazione; poi le visite dei medici, la recita del breviario, le visite degli ospiti, gli amici che venivano dalla Polonia". Vivacissimo nelle conversazioni: tornava sempre ai temi essenziali della vita della Chiesa e, rivela Dziwisz, alle questioni scientifiche e culturali più rilevanti. Seguiva "intensamente" la situazione polacca: le manifestazioni di Solidarnosc, le notizie sulle manovre militari a scopo di intimidazione, le riunioni del comitato centrale del Pc polacco. Il 14 agosto Giovanni Paolo II tornò definitivamente in Vaticano. Prima di entrare nel palazzo apostolico, fece sosta nella basilica vaticana. "Ho fatto una visita a san Pietro - disse sorridendo ai cardinali di Curia - per dirgli grazie per aver voluto lasciare in vita il suo successore. Ho fatto una visita alle tombe di Paolo VI e Giovanni Paolo I, perché accanto ad esse poteva già esserci una terza tomba". E' in quei mesi cruciali, conferma Dziwisz, che si comincia ad "associare con insistenza la data dell'attentato alle apparizioni di Fatima. Con una sempre maggiore frequenza si parlò della guarigione miracolosa avvenuta per intercessione della Madonna". Dziwisz rivela anche che Alì Agca, quando incontrò il Papa nel carcere di Rebibbia, non gli chiese perdono. "Lo interessava soltanto il mistero di Fatima, turbato dalla forza che l'aveva superato". L'eccezionale testimonianza, pubblicata ieri su tre pagine dell'"Avvenire", è in realtà il discorso ufficiale pronunciato da monsignor Dziwisz a Lublino domenica scorsa in occasione del conferimento della laurea honoris causa. Anche questo ha un valore simbolico. Giovanni Paolo II ha voluto che queste rivelazioni fossero fatte nell'università, dove aveva insegnato da giovane prete e poi da vescovo. Dziwisz non porta nessuna nuova luce sull'attentato. "Rimane un mistero", si limita a dire. Confida, invece, i sentimenti profondi del pontefice dopo l'evento: "E' stata una grande grazia di Dio. Vedo in questo un'analogia con la prigionia del primate (gli anni di detenzione di Wyszynski nella Polonia comunista). Solo che quell'esperienza durò tre anni, e questa...". Fu un martirio fecondo, don Stanislao ne è convinto. I frutti: lo slancio di unione della Chiesa intorno al Papa, il forte impulso di Giovanni Paolo II alla tutela della famiglia e della vita concepita, la "primavera della Chiesa nell' anno 2000". Manca, per discrezione, il crollo del comunismo.18 maggio - "La Repubblica"
"Ecco chi armò la mano di Alì Agca"
un libro choc in germania
Paola Sorge
C'è modo e modo di ricordare, a vent'anni di distanza, l'attentato al Papa: quello scelto da Valeska von Roques, berlinese, corrispondente da Roma dello Spiegel, farà molto rumore. Con il libro appena uscito (Verschworung gegen den Papst, La congiura contro il Papa, Blessing, pagg. 250) la giornalista tedesca fornisce una inquietante versione dei fatti e dei retroscena, che coincide parzialmente con la ricostruzione fornita qualche giorno fa da Oral Celik, compagno dell'attentatore Alì Agca. La von Roques smantella la tesi dei bulgari e del Kgb come mandanti, sostenendo che si tratta del frutto di una operazione di propaganda nata in realtà ad ovest: ad armare il giovane turco che il 13 maggio sparò contro Karol Wojtyla sarebbero stati, secondo l'autrice del libro, i servizi segreti occidentali, quelli americani in primo luogo, quelli francesi e il Sismi. E al complotto contro il papa polacco non fu estraneo il Vaticano stesso, o almeno una parte di esso, ostile a Wojtyla, a Paul Marcinkus, all'Opus Dei. Si tratta, secondo la giornalista, dello zoccolo duro della Curia romana, di una specie di loggia massonica che avrebbe deciso di osteggiare con ogni mezzo la politica del papa in favore della Polonia a cui egli faceva arrivare un flusso enorme di danaro attraverso lo Ior. Si entra così in tortuosi meandri, si cita un articolo di Mino Pecorelli, in cui compare una lista di 121 alti prelati membri di una loggia segreta, si prosegue con il mistero della scomparsa del papa Giovanni Paolo I, con il crac del Banco Ambrosiano e la morte di Roberto Calvi, con il sequestro di Emanuela Orlandi. La ricerca della von Roques, condotta con l'andamento da thriller, parte dall'istruttoria del giudice Rosario Priore e dalla consultazione di una montagna di documenti, tra cui il memorandum privato di un ex agente del Sismi. E ricostruisce uno scenario fosco, a tratti incredibile, in cui si muovono uomini della Cia, i cardinali che nei primi mesi del 1981 si rivolsero a Francesco Pazienza per ottenere una documentazione che incolpasse Marcinkus, lo stesso Ali Agca che dunque, secondo questa tesi, appare assieme al suo complice Oral Celik, protetto dai servizi segreti francesi, uno strumento dell'Occidente. In realtà egli ha dato 20 versioni diverse delle origini del suo gesto, ha raccontato della sua collaborazione con i bulgari facendo nomi di persone che però sono state processate e poi assolte. La ragione per cui Stati Uniti, Francia, Roma, Vaticano vrebbero ordito la congiura ai danni del papa, addossandone la colpa ai bulgari e al Kgb, consisterebbe nel far apparire la Russia come "il regno del male", come l'origine di tutte le azioni terroristiche. Al tempo stesso mirerebbe a destabilizzare la situazione in Polonia e a spaventare Wojtyla, che da allora, scrive la giornalista tedesca, è diventato una sorta di automa nelle mani di chi detiene realmente il potere in Vaticano. A coronamento del piano diabolico, ecco arrivare, l'anno scorso, la rivelazione del terzo segreto di Fatima; ecco "il vescovo vestito di bianco" che viene colpito: la visione, secondo il Vaticano, non è che la profezia dell'attentato subito da Wojtyla. Ma qui cominciano i misteri: come mai il complice di Agca, Oral Celik, ne parla già sei anni prima della "rivelazione" ufficiale con il giudice Priore? E come mai lo stesso Ali Agca compare in una foto scattata tre giorni prima dell'attentato in un gruppetto di persone che circondano Papa Wojtyla? Quando, l'anno scorso, Ali Agca è stato liberato, ha gridato al mondo intero che il Vaticano è "la casa del diavolo, piena di peccati mortali e di delitti contro Dio e contro l'umanità". A conclusioni non dissimili arriva l'autrice del libro che considera l'attentato al Papa il più sporco degli espedienti usati dall'occidente nella guerra propagandistica fra mondo capitalista e mondo comunista.18 luglio - Mehmet Ali Agca, che sconta in Turchia due condanne per un totale di 17 anni e 2 mesi di prigione, dovrebbe tornare libero tra cinque anni grazie ad un allargamento dell'ultima amnistia decretato dal Tribunale Costituzionale. Agca sconta 10 anni per l'assassinio del direttore del giornale 'Milliyet' Abdi Ipecki nel 1979 e 7 anni e 2 mesi per il furto di una macchina e l'assalto ad una gioielleria nello stesso anno. Per l'assassinio, Agca era stato condannato a morte, ma in forza di una amnistia del 1991 la pena gli era stata ridotta a 10 anni. Secondo Sevket Can Ozbay, avvocato di Agca, il provvedimento adottato oggi dal Tribunale Costituzionale cancella i 10 anni di prigione imposti al suo cliente per l'assassinio del giornalista, per cui Agca deve solo scontare la pena per il furto dell'automobile e l'assalto alla gioielleria. Tenuto conto che Agca ha gia' scontato 2 anni e 2 mesi di prigione da quando, dopo tormentate vicende, e' tornato in Turchia, tra 5 anni dovrebbe essere liberato, ha affermato l'avvocato. Tuttavia, Turgut Kaza, legale della famiglia del giornalista assassinato, ritiene che il provvedimento della Corte Costituzionale cancelli la pena per il furto dell'automobile e l'assalto alla gioielleria, ma non quella per l'assassinio. La vicenda verra' chiarita dalla magistratura quando si pronuncera' su un'istanza con la quale l'avvocato di Agca chiedera' che al suo cliente venga applicata l'amnistia per l'assassinio del giornalista.
23 luglio – Ansa:
"Era il 5 luglio 1986: Indro Montanelli, in un incontro a cena con il Papa, ebbe la possibilita' di chiedere direttamente a Karol Wojtyla particolari sulla visita che il pontefice aveva fatto al suo attentatore, Ali' Agca', in carcere. La circostanza emerge dalla deposizione del famoso giornalista, avvenuta il 15 aprile 1994 di fronte al giudice Rosario Priore della Procura della Repubblica di Roma che stava indagando su quell' attentato. Priore aveva rivolto a Montanelli domande su un suo testo inserito nel volume "I XX anni del 'Giornale’", nel quale si riferiva appunto del colloquio. "Parlai con quell'uomo – aveva spiegato Papa Wojtyla a Montanelli - nel carcere di Rebibbia, 10 minuti non piu'. Troppo poco per capire qualcosa dei moventi e dei fini che fanno certamente parte di un garbuglio... si dice cosi'?... molto grosso. Ma di una cosa mi resi conto con chiarezza: che Ali' Agca era rimasto traumatizzato non dal fatto di avermi sparato, ma dal fatto di non essere riuscito, lui che come killer si considerava infallibile,ad uccidermi. Era questo, mi creda, che lo sconvolgeva: il dover ammettere che c'era stato qualcuno o qualcosa che gli aveva mandato all'aria il colpo". Priore nella sua istruttoria annota: "Montanelli ha confermato il contenuto di questa parte del volume. Ha specificato che si parlo' dell' attentato e che il pontefice gli aveva detto che si era recato al carcere a far visita all' attentatore per perdonarlo, che Agca era stato grato per questa visita, ma che non gli aveva fatto alcuna confidenza sul retroscena dell' attentato, come mandanti e organizzazione di appartenenza". Curiose le vicende dell' articolo di Montanelli riportate nel resoconto della deposizione: Montanelli aveva specificato che la pubblicazione dell' articolo era avvenuta "a mia insaputa e contro la mia volonta'. L' articolo fu messo su mia disposizione nell' archivio del giornale. E' stato ripreso in occasione della pubblicazione dei 'Vent'anni del Giornale'. La decisione di pubblicare questo libro e' stata presa dopo la mia uscita dal 'Giornale"'. Montanelli aveva precisato: "io feci bruciare l' articolo, che era stato gia' stampato. Ne sospesi la pubblicazione quando ricevetti la preghiera di Navarro (il direttore della sala stampa della Santa Sede, ndr) di non pubblicarlo".28 agosto - Il Vaticano non commenta il ritrovamento di un teschio in una chiesa romana, sul quale - secondo il quotidiano Liberazione – i carabineri starebbero indagando per verificare se non sia quello di Emanuela Orlandi. Alle domande dei giornalisti, il portavoce della Santa Sede, Navarro Valls, ha fatto sapere di "non avere nulla da dire". Il teschio e’ stato lasciato il 13 maggio, giorno dell’ anniversario dell’ attentato al Papa, accanto ad un santino di Padre Pio, in un confessionale della chiesa di San Gregorio VII, nella omonima via, a Roma, e consegnato ai carabinieri il giorno dopo dal parroco. L' episodio, di cui all' epoca parlarono anche i giornali romani e che sembrava finito li', nasconderebbe in realta' - secondo il quotidiano 'Liberazione' - un intreccio che lega l' attentato al Papa e la vicenda di Emanuela Orlandi. Nel servizio del giornale si parla del ritrovamento del teschio nella chiesa poco distante dal Vaticano proprio nel giorno del ventesimo anniversario del ferimento in piazza San Pietro di Giovanni Paolo II. Tra l' altro, il quotidiano comunista scrive: "La prima ipotesi presa in considerazione dai servizi segreti del Vaticano e dai carabineri e' che potrebbe essere il teschio di Emanuela Orlandi, la ragazza scomparsa a Roma nel 1983, un altro mistero vaticano che dura da 18 anni, legato con gli oscuri intrecci dell' attentato al Papa". Padre Giovanni Lucci, parroco della chiesa di S. Gregorio VII dal 1984, ha confermato di aver trovato il teschio in un confessione il 13 maggio. "Era avvolto in un giornale - ha detto - e poi chiuso in una busta". Secondo il parroco non c'e' alcun collegamento da fare ne' con la scomparsa di Emanuela Orlandi ne' con un gesto di qualcuno che abbia voluto ricordare l'attentato al papa, avvenuto il 13 maggio dell' 81. "Quel teschio avra' almeno cento anni - commenta - altro che Emanuela Orlandi".
Il sacerdote ha aggiunto di averlo portato immediatamente alla stazione dei carabinieri della stazione di Porta Cavalleggeri. "E' la prima volta che mi capita di trovare un teschio - ha spiegato padre Giovanni - ma molte volte recuperiamo oggetti e anche la refurtiva di qualche rapina, che qualcuno lascia qui". Dal giorno del ritrovamento, per quel poco che si e' saputo, il teschio e' stato affidato agli esperti del Cis dei carabinieri incaricati di svolgere una perizia, esami ed accertamenti specifici per stabilire l' eta' del reperto, che comunque, ad un primo esame, sembrerebbe vecchio di alcuni decenni.29 agosto - Nel film di Giuseppe Bertolucci, 'L'amore probabilmente', in concorso alla mostra del cinema di Venezia nella sezione 'Cinema del presente', Fabrizio Gifuni si esibisce in un'imitazione di Ali' Agca. Ma il suo sogno e' quello di interpretare l'attentatore del Papa, che definisce un "personaggio tragicomico" e al quale e' convinto di "assomigliare molto". L'imitazione di Agca, ha spiegato l'attore, "e' stata una mia idea, che ho proposto al regista”.
3 novembre - "Il Corriere della sera"
Ali Agca si offrì per catturare o uccidere Bin Laden
ANKARA - Tredici mesi fa Ali Agca ha scritto una lettera ai servizi segreti turchi offrendo di infiltrarsi in Al Qaeda, andare in Afghanistan e prendere Osama Bin Laden "vivo o morto". L' ha rivela to ieri l' avvocato di Agca, Sevket Car Ozbay. Fu lui a consegnare personalmente la lettera al sottosegretario ai servizi segreti turchi Senkal Atasagun. "L' America ci ha consegnato Abdullah Ocalan come un regalo. Se mi liberate io darò Bin Laden al l' America, come un regalo", scriveva l' uomo che sparò a Giovanni Paolo II. I servizi turchi non hanno mai risposto alla lettera. "Scritta con il proposito di riguadagnare la libertà", ha spiegato l' avvocato di Agca, che sta scontando nel carcere d i massima sicurezza di Senkal le pene per i reati commessi in Turchia. Diversa la spiegazione di Ferdinando Imposimato, ex giudice istruttore dell' inchiesta sull' attentato al Papa. "Ali Agca era inserito in una rete di islamici che avevano basi in Francia, Olanda, Turchia, Italia, Svizzera e che avevano dato prova di una grandissima efficienza - dice Imposimato. Da queste basi provenivano anche alcuni dei dirottatori dell' 11 settembre. Perciò non sottovaluterei la lettera che ha inviato ai servizi segreti turchi. Agca potrebbe aver lanciato un messaggio con il quale vuol far sapere di conoscere molte altre cose e di essere in grado di rivelarle".9 novembre - Secondo la perizia eseguita dalla medico legale Carla Vecchiotti consegnata alla procura di Roma, e' di una giovane tra i 25 e i 35 anni, morta tra i 15 e i 20 anni fa, il teschio trovato lo scorso 13 maggio, giorno del ventesimo anniversario dell' attentato al Papa, in un confessionale della chiesa di S. Gregorio VII, nella omonima via a Roma, vicino al Vaticano. Il ritrovamento potrebbe nascondere un intreccio che lega l'attento al Papa e la vicenda di Emanuela Orlandi. Secondo il quotidiano Liberazione, che citava un' ipotesi dei servizi segreti, quel teschio potrebbe essere quello di Emanuela Orlandi, scomparsa a Roma nel 1983 all'eta' di 15 anni. E' probabile che la Procura possa chiedere una proiezione computerizzata del teschio che permettera', al computer, di ricostruire il volto della donna. Una volta ricostruito il viso al computer, verra' confrontato con quello di Emanuela Orlandi per verificarne la compatibilita'. L' esame del Dna verra' preso in considerazione solo come ultimo accertamento. In ambienti della procura si fa notare che e' presto per dire se il teschio abbia a che fare con la ragazza scomparsa nel 1983, ma gli accertamenti verranno condotti doverosamente dal momento che la consulenza non escluderebbe "la compatibilita' della morte presunta di Emanuela Orlandi in data non definita".
10 novembre - "Il Corriere della sera"
"Quel teschio può essere della Orlandi"
La perizia: è di una ragazza di 25-30 anni. Il pm: c' è compatibilità, indagheremo
Caccia Fabrizio
Era stato fatto ritrovare nel maggio scorso vicino a San Pietro. I genitori credono che sia ancora viva "Quel teschio può essere della Orlandi" La perizia: è di una ragazza di 25-30 anni. Il pm: c' è compatibilità, indagheremo ROMA - "Una croce senza fine", dicono i genitori di Emanuela Orlandi, che si preparano a vivere altri giorni pieni di angoscia, dopo 18 anni, nella loro casa dentro le mura vaticane. Il teschio fatto ritrovare in una chiesa vicino a San Pietro il 13 maggio scorso, ventesim o anniversario dell' attentato a Giovanni Paolo II, potrebbe appartenere alla ragazza scomparsa. "C' è una compatibilità", ha ammesso ieri il pm Maria Rosaria Minutolo, dopo aver letto la perizia del medico legale Carla Vecchiotti. Al computer si cer cherà ora di ricostruire il volto della donna per metterlo a confronto con quello di Emanuela. Se necessario, si farà infine anche la prova del Dna. Emanuela Orlandi, figlia di un messo della prefettura pontificia, oggi in pensione, sparì nel nulla a Roma il 22 giugno 1983. Aveva 15 anni. Erano le sette di sera quando uscì dalla lezione di flauto, diretta alla fermata dell' autobus. A casa però non è più tornata. Secondo la perizia, il teschio rinvenuto, privo della mascella, sarebbe di una giov ane donna, di 25-30 anni, un' europea, morta almeno 15-20 anni fa. Sul cranio risulterebbero segni di violenza: la ragazza fu uccisa. "C' è una compatibilità", ripete il pm. La medicina legale è una scienza abbastanza elastica: se Emanuela, però, fos se morta 15 anni fa, cioè nel 1986, avrebbe avuto all' epoca 18 anni. E non 25, come indicato nella perizia. "E' giusto - osserva il pubblico ministero Minutolo -. Infatti noi prendiamo in considerazione tutte le ipotesi. Purtroppo, sono tante le ragazze di cui in questi anni si son perse le tracce. Potrebbe trattarsi anche di uno scherzo di pessimo gusto. O di un teschio rubato al cimitero chissà per quali scopi". Messe nere? Satanismo? "Tutte le ipotesi sono al vaglio". L' avvocato della famig lia Orlandi, Massimo Krogh, ha parlato ieri con Ercole e Maria, il papà e la mamma della ragazza scomparsa. "Attenderemo l' esito di questi nuovi esami - hanno confidato al legale -. Purchè venga fatta luce". Ma dopo 18 anni, loro non hanno perso ancora la speranza di rivedere viva la figlia, di poterla riabbracciare. Ogni sera i due anziani genitori escono di casa e vanno ai giardini vaticani, dove davanti alla statua della Madonna di Lourdes recitano il Rosario per Emanuela. Ma il problema è c he la verità non si è mai saputa. Emanuela Orlandi fu rapita? Lo stesso Giovanni Paolo II lanciò vari appelli per la sua liberazione. Alla famiglia arrivarono nei giorni successivi alla scomparsa telefonate anonime che rivendicavano il sequestro a no me dei "Lupi Grigi", l' organizzazione dell' estrema destra turca di cui faceva parte Alí Agca, l' attentatore del Papa. Emanuela, cittadino dello Stato del Vaticano, sarebbe stata la pedina di scambio in mano ai rapitori per arrivare alla scarcerazi one di Agca. Una vicenda intricata e misteriosa, che gli inquirenti non sono mai riusciti a chiarire. I genitori della ragazza però sono convinti che sia ancora viva: "Qualcuno sa dov' è Emanuela, forse vive senza sapere chi è, le hanno fatto il lava ggio del cervello". E' questa la spiegazione che loro si sono dati. Proprio nel maggio scorso, poco prima che venisse ritrovato il teschio in un confessionale della chiesa di San Gregorio VII, dalla Turchia, un altro esponente dei "Lupi Grigi", Oral Celik, disse che Emanuela Orlandi poteva essere viva. L' avvocato Krogh rimane scettico: "Alí Agca, nei mesi scorsi, uscendo dal carcere, dichiarò che ci sarebbero stati degli importanti sviluppi. Ma poi non è successo niente".4 dicembre - I genitori di Emanuela Orlandi hanno dato alla procura di Roma la propria disponibilita' a sottoporsi al test del Dna per verificare se il teschio trovato il 13 maggio scorso in un confessionale della chiesa di S. Gregorio VII, nella capitale, appartenga alla figlia. Gli stessi coniugi Orlandi hanno anche detto agli inquirenti di non credere che quei resti siano di Emanuela, ma ritengono di non doversi comunque sottrarre all' accertamento di laboratorio. Il procuratore aggiunto Italo Ormanni e il sostituto Maria Minutolo, titolari dell' inchiesta scaturita dal ritrovamento del teschio, dovranno stabilire data e modalita' del test.
19 dicembre - In una lettera autografa spedita all'Ansa dal carcere turco, Ali Agca scrive di sperare di poter «riabbracciare il papa in un nuovo incontro» e lo invita «a visitare la Turchia come un gesto di fratellanza contro i tentativi diabolici di diffondere odii e zizzannie tra i popoli del mondo». Dopo aver formulato l'augurio di un «buon Natale all'insegna della pace e della fratellanza e del rispetto reciproco fra tutti i credenti di tutte le religioni», Agca conclude esprimendo la sua «sincera condanna di tutti i terrorismi e di tutti i terroristi del mondo».
@ scrivi all' almanacco dei "misteri d'Italia"
Le notizie del 2000
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|