Almanacco dei misteri d' Italia


Ali Agca e l' attentato contro papa Giovanni Paolo II
le notizie del 2002
3 gennaio 2002 - TESCHIO IN CHIESA ROMA: SI FARA' IL TEST DEL DNA
ANSA:
Il procuratore aggiunto di Roma Italo Ormanni e il sostituto procuratore Maria Minutolo, titolari dell' inchiesta sul teschio trovato il 13 maggio 2001 in una chiesa a Roma, incaricano i carabinieri del Cis di Parma di effettuare il test del Dna per verificare se sia quello di Emanuela Orlandi. Il Cis avra' 60 giorni di tempo per effettuare il test. I genitori di Emanuela dicono di non credere che quei resti appartengano alla figlia, ma hanno comunque dato il consenso in quanto ritengono di non doversi sottrarre all' esame di laboratorio. La procura, invece, ha deciso di non eseguire piu' la proiezione computerizzata del teschio (che e' privo della mascella) e che avrebbe permesso di ricostruire il volto della donna per poi confrontarlo con quello di Emanuela Orlandi e verificarne la compatibilita'.

26 aprile 2002 - AGCA FORSE LIBERO TRA 5 ANNI
"Il Nuovo"
Ali Agca forse libero entro 5 anni
I legali dell'attentatore del Papa chiedono che il suo caso rientri nell'amnistia approvata dal governo turco. Sulla stampa locale l'accusa di aver approvato il provvedimento di clemenza "ad hoc" per il "Lupo grigio".
ISTANBUL - L'attentatore del Papa mira a usufruire di un'amnistia e: Mehmet Ali Agca potrebbe essere libero entro cinque anni, vedendo la propria pena ridotta di dieci anni. L'avvocato Can Sevket Ozbay, legale dell'uomo che attentò alla vita di Papa Giovanni Paolo II nel 1981, ha spiegato che Agca potrebbe beneficiare dell'amnistia approvata ieri dal parlamento turco. Il legale sta per presentare la richiesta perché il caso di Agca rientri nei criteri dell'amnistia.
Il "Lupo grigio" ha già scontato venti anni di carcere per aver sparato al Papa in Piazza San Pietro. Ora è in carcere in Turchia dove sconta anche altre due condanne per un totale di 17 anni di carcere. Agca è stato condannato anche per l'assassinio del giornalista turco Abdi Ipekci nel 1979 e per una rapina in un'industria di Istanbul. Se l'amnistia venisse applicata al suo caso, la pena verrebbe ridotta a sette anni, di cui due già scontati. Agca, aveva compiuto l'attentato al Pontefice dopo essere evaso da una galera turca.
L'estradizione verso la Turchia fu concessa dopo il perdono da parte del Papa. L'organizzazione di cui fa parte, i Lupi Grigi, è legata al partito nazionalista ora al governo in Turchia. Per l'assassinio di Ipekci Agca era stato condannato a morte, ma la pena fu poi tramutata a dieci anni di reclusione da un'altra amnistia, concessa nel 1991. Sulla stampa turca il nuovo colpo di spugna ha sollevato aspre polemiche. "Ci vergogniamo", titola il quotidiano Milliyet dove lavorava Ipekci. "Agca - ha detto la figlia del giornalista ucciso - non si è mai pentito e non ha mai chiesto scusa, perché dovrebbe essere perdonato?".
L'accusa rivolta al governo è di aver approvato l'amnistia per favorire Agca e Haluk Kirci, un altro ex militante nazionalista contro cui pende l'accusa di aver assassinato sette studenti di sinistra nel 1978. La Turchia ha fatto spesso ricorso ad amnistie per far fronte al sovraffollamento delle carceri.

27 aprile 2002 - TURCHIA: ECEVIT CONTRARIO A ECCESSI ALLARGAMENTO AMNISTIA
ANSA:
Il primo ministro turco Bulent Ecevit ha affermato di "non poter digerire" l'emendamento approvato giovedi' scorso dal parlamento, estensivo dell' amnistia del dicembre 2000, del quale dovrebbero beneficiare anche personaggi colpevoli di omicidio, tra cui l'attentatore alla vita del papa, Mehmet Ali' Agca. "Io non posso digerire e non appoggio un provvedimento cosi' estensivo" - ha detto Ecevit dopo che lo stesso provvedimento ha provocato varie critiche da parte dei partiti di opposizione e nell'opinione pubblica proprio per il fatto che esso dovrebbe produrre una riduzione di dieci anni della detenzione di alcuni personaggi responsabili di gravi crimini e che gia' hanno goduto dei benefici dell'amnistia del 1991, come lo stesso Agca e Haluk Kirci, un militante di estrema destra che nel 1978 uccise sette studenti di sinistra. Agca, dopo la sua estradizione dall'Italia nel giugno 2000, e' detenuto in Turchia per l'omicidio del direttore del quotidiano Milliyet, Abdi Ipekci e per una rapina a mano armata in una fabbrica di bevande. Grazie alla commutazione della sua originaria pena di morte ed a varie riduzioni di pena, egli, attualmente risulta condannato a una pena complessiva di 17 anni e 4 mesi, di cui due gia' scontati. Grazie poi all'emendamento di giovedi' scorso, che, tra l'altro, sopprime la non cumulabilita' dei benefici, la sua pena residua sarebbe ridotta a soli 5 anni. Ecevit si trova in un grande imbarazzo perche' a promuovere la legge di amnistia del 2000 e il successivo emendamento e' stata sua moglie Rashan, che e' anche vicepresidente del partito di sinistra democratica (Dsp) di cui Ecevit e' presidente e che si trova ora al centro delle polemiche. "Anche mia moglie Rashan ha reagito aspramente contro quel provvedimento. Lei era contraria alla sua estensione a gravi crimini. Spero che i suoi effetti saranno bloccati"- ha detto Ecevit dando l'impressione di voler invitare il presidente Ahmet Necdet Sezer, che entro 15 giorni dovrebbe promulgare il provvedimento, a non firmarlo ed a rinviarlo, invece, in parlamento per un riesame.

28 aprile 2002 - TURCHIA: AGCA, PRESIDENTE BLOCCA LEGGE AMNISTIA
ANSA:
Il presidente turco Ahmet Necdet Sezer ha bloccato la nuova legge sull'amnistia ai prigionieri che avrebbe portato al rilascio anche di Ali Agca, l'uomo che nel 1981 compi' l'attentato contro papa Giovanni Paolo II. Giovedi' scorso il parlamento turco ha approvato un emendamento alla legge di amnistia varata nel 2000 con il quale 5.000 prigionieri potrebbero riacquistare la liberta' e Agca potrebbe avere un forte sconto di pena. Agca fu condannato per l'attentato e sconto' 19 anni in prigione in Italia, quindi nel 2000 ottenne la grazia e contestualmente fu estradato in Turchia come chiesto dalle autorita' del suo paese. Agca e' ora detenuto in Turchia per l'omicidio del direttore del quotidiano Milliyet, Abdi Ipekci e per una rapina a mano armata in una fabbrica di bevande. Grazie alla commutazione della sua originaria pena di morte ed a varie riduzioni di pena, egli, attualmente risulta condannato a una pena complessiva di 17 anni e 4 mesi, di cui due gia' scontati. Grazie poi all'emendamento di giovedi' scorso, che, tra l'altro, sopprime la non cumulabilita' dei benefici, la sua pena residua sarebbe ridotta a soli 5 anni. Non tutti i giuristi turchi sono convinti che di questo emendamento possa beneficiare anche Agca. Il presidente Sezer, che piu' volte si e' scontrato col governo su altre misure adottate, ha bloccato l'emendamento e ha rinviato al Parlamento la legge che a questo punto necessita di passare senza ulteriori modifiche per superare il veto presidenziale.

30 aprile 2002 - AGCA NON AVRA’ RIDUZIONE PENA
ANSA:
Il ministro della giustizia turco, Hikmet Sami Turk, ha dichiarato che Mehmet Ali Agca, che nel 1981 attento' alla vita del papa, non beneficierebbe della riduzione di pena di 10 anni, anche se una legge recentemente approvata dal Parlamento fosse riapprovata senza modifiche. «E' fuori questione che di questa legge possano beneficiare Agca e Kirci»- ha detto il ministro riferendosi anche ad Haluk Kirci, un militante di estrema destra che nel 1978 uccise sette studenti di estrema sinistra. La possibilita' che della legge sul «rilascio condizionato» potessero beneficiare Agca e Kirci ha suscitato in Turchia vaste reazioni ed una divisione tra i giuristi, per alcuni dei quali, tra cui ovviamente il legale di Agca, la legge si applicherebbe ai due personaggi. Agca e' in prigione in Turchia condannato a 17 anni e 4 mesi (di cui due scontati dalla sua estradizione dall'Italia nel giugno del 2000) per l'omicidio del direttore del quotidiano Hurriyet, Abdi Ipekci e per una rapina a mano armata. La legge era stata rinviata del capo dello stato, Ahmet Necdet Sezer, al parlamento per una nuova votazione. La ragione di tale decisione non riguarda i contenuti della legge, ma la maggioranza che la ha votata. Secondo il presidente Sezer, trattandosi di una legge di amnistia, essa avrebbe dovuto essere votata da tre quinti del Parlamento e non a maggioranza semplice. Il ministro della giustizia Turk sostiene, invece, che non si tratta di una legge di amnistia, ma di una legge ordinaria sul «rilascio condizionato».

12 maggio 2002 - PAPA CONSACRA DATA DEL 13 MAGGIO
"Il Messaggero"
In quella data, 64 anni dopo, anche l'attentato di Agca: così il ricordo di Wojtyla sarà perpetuato nei secoli
Il 13 maggio, giorno di Fatima, entra nel calendario della Chiesa
di ORAZIO PETROSILLO
CITTA' DEL VATICANO - Forse è la più straordinaria "consacrazione" di un evento dei nostri tempi. Passato, in appena 21 anni, dagli annali del pontificato al calendario universale della Chiesa. Sublimato, in tal modo, dalla cronaca alla liturgia che sfida i millenni. E così quel fatto verrà ricordato per sempre, nei secoli dei secoli, e dappertutto, in ogni angolo della terra. Ecco cos'è avvenuto dell'attentato a Giovanni Paolo II, di quel 13 maggio 1981 quando Alì Agca cercò di mettere fine, in piazza San Pietro, ad un pontificato che stava alterando gli equilibri politico-ideologici del mondo. Non ci vuol molto a capire come abbia tutto il senso di un ex-voto papale l'introduzione nel calendario generale della nuova edizione ufficiale del Messale romano, e dunque a partire da quest'anno, della memoria della Beata Maria Vergine di Fatima che sarà celebrata ogni 13 maggio.
L'episodio più drammatico del pontificato wojtyliano - per la misteriosità del "disegno" (non i fin troppo riconoscibili mandanti terreni) e la evidenza del "segno" (dal richiamo dell'anniversario alla sorprendente salvezza del Papa ferito a morte) - rimarrà per sempre legato al 13 maggio 1917, giorno della prima delle sei apparizioni della Madonna ai tre pastorelli di Fatima. Nel voler rendere omaggio alla sua celeste salvatrice, decidendone l'inserimento della festa nel calendario, papa Wojtyla ha senza volerlo eretto il più duraturo monumento alla sua stessa memoria. Tra alcuni secoli, solo gli studiosi di storia della Chiesa ricorderanno le grandi realizzazioni di questo pontificato. Ma la gente? Chi di noi, per esempio, sa cosa fece Giovanni II (532-535), primo papa a cambiare il proprio nome (Mercurio) perché pagano? E pochi sanno che Paolo II (1464-1471), il veneziano Pietro Barbo, fece costruire per sé il famoso Palazzo Venezia. Invece, anche tra un millennio, ad ogni 13 maggio, nel celebrare la ricorrenza della Madonna di Fatima, tutti si ricorderanno delle apparizioni in Portogallo e dell'attentato di Roma. Un po' come, ogni 7 ottobre, la memoria della Beata Vergine del Rosario ricorda a tutti i fedeli la strepitosa vittoria della flotta cristiana su quella turca a Lepanto, abbinata al santo pontefice Pio V, che non viene certo ricordato per i suoi meriti nel far applicare il Concilio di Trento.
Due anni fa, il 13 maggio 2000, proprio nel santuario portoghese, quell'attentato ebbe già una sua prima "consacrazione" perché, con il consenso della veggente superstite suor Lucia, venne riconosciuto come profetizzato nella famoso terzo segreto di Fatima. In una visione apocalittica di persecuzioni contro la Chiesa nel XX secolo, annunciava l'uccisione e non il ferimento del Papa. Perciò qualcuno non fu convinto dall'identificazione con Wojtyla, anche se le visioni non sono filmati di eventi futuri. In ogni caso, d'ora in avanti, la coincidenza del 13 maggio favorirà il ricordo di Giovanni Paolo II più dei suoi gesti, dei suoi documenti e dei suoi viaggi.
Quell'attentato sarà visto in futuro quasi come un epifenomeno delle apparizioni. Non c'è alcun dubbio che tra le apparizioni mariane, quelle di Fatima sono le più "incarnate" nelle vicende del secolo: oltre al richiamo evangelico "alla penitenza e alla preghiera" come ricorda l'orazione-colletta della messa, esse "legano" misticamente le due guerre mondiali, il trionfo e la caduta della Russia comunista e, si può dire, la salvezza di Wojtyla nell'81 con il successivo '89 della fine del comunismo in Europa.
Non è ovviamente solo questa la novità proposta dalla terza editio typica del Messale romano, che è normativo per tutta la Chiesa salvo le aggiunte di feste locali. Tra le novità riguardanti il calendario, va segnalata la accresciuta internazionalizzazione con l'aggiunta di memorie di martiri: coreani, vietnamiti, filippini, giapponesi, messicani e cinesi, oltre a santi la cui devozione è ormai diffusa in tutto il mondo, da Adalberto al Monfort, dal Kolbe ad Edith Stein e alla famosissima Rita da Cascia. Il Papa ha voluto ripristinare tre celebrazioni tolte nel '70: il Nome di Gesù (3 gennaio) e il Nome di Maria (12 settembre) e S. Caterina d'Alessandria d'Egitto, la cui soppressione era stata bonariamente rimproverata al Pontefice dall'arcivescovo ortodosso Damianos del monastero del Sinai, durante la visita del 26 febbraio 2000.

13 maggio 2002 - PRESIDENTE BULGARO A RADIOVATICANA SU ATTENTATO AL PAPA
ANSA:
Cosa pensa il Papa della pista bulgara, cioe' dell'ipotesi che sia stato il regime comunista di Sofia ad armare nell'81 la mano di Ali Agca? Lo si puo' intuire da quanto il Papa disse al primo presidente bulgaro democraticamente eletto, Jelio Jelev, in un'udienza nel '95. Jelev ha ricostruito per Radiovaticana l'incontro col Papa. Secondo la ricostruzione Giovanni Paolo II non da' un giudizio sulla attendibilita' della pista bulgara ma, anche se fosse vera, non ritiene per questo colpevoli i bulgari come popolo. "L'incontro con il Papa - racconta Jelev all'emittente pontificia - fu per me molto commovente; durante il colloquio gli chiesi se veramente credesse che i bulgari, all'epoca fossero stati coinvolti in qualche modo con l'attentato; sottolineai che per noi conoscere la sua opinione era molto importante perche' se il coinvolgimento fosse stato provato la colpa la si sarebbe dovuta far ricadere sul regime comunista di allora, viceversa il nome della Bulgaria sarebbe dovuto risultare libero dalla macchia del dubbio. Lui - continua il racconto di Jelev - riflette' un attimo, poi sorridendo rispose: 'guardi, la colpa e' sempre personale, un intero popolo non puo' avere delle colpe, anche se ci fossero' e congedandosi dalla nostra delegazione disse ripetutamente 'viva la Bulgaria'". Jelev riferisce inoltre di aver fatto di tutto durante il suo mandato presidenziale, dal '90 al '95, per far luce su eventuali complicita' bulgare, ma che "alla fine non e' uscito un bel niente'". "Credo - ha aggiunto - che noi dobbiamo continuare a collaborare finche' si arrivi alla verita', anche perche' noi siamo direttamente interessati".

22 maggio 2002 - PRESIDENTE BULGARIA: IL PAPA NON CREDE A PISTA BULGARA
"Il Corriere della sera"
DA SOFIA
Il presidente: "Neanche il Pontefice crede alla pista bulgara"
DAL NOSTRO INVIATO
SOFIA - Agitate dal vento, le bandierine bianche e gialle del Vaticano ti ricevono all'aeroporto e ti accompagnano fin nel cuore di Sofia.
Sono la testimonianza, quasi surreale, di un'altra storica svolta.
Nella capitale che fu accusata (e poi scagionata) d'aver ordito il complotto per ucciderlo, il 13 maggio di 21 anni fa, domani arriva proprio la vittima sopravvissuta di quell'attentato, Giovanni Paolo II, che sarà accolto con onori persino superiori a quelli che furono riservati a Bill Clinton. Accanto all'ufficio del capo dello Stato, in un salone illuminato a giorno, sono già pronte la passerella rossa, le insegne e le bandiere per la cerimonia ufficiale. Fuori dalla finestra, nel palazzo che fu la roccaforte del potere comunista, accanto al tricolore della Repubblica sventola anche il vessillo blu della Nato, che qui, tra pochi giorni, terrà una riunione.
Il presidente, che un anno fa non avrebbe mai pensato di diventarlo, si prepara a ricevere il Papa con il piglio di un orgoglioso padrone di casa. E' socialista, il 44enne Gheorghi Parvanov, uno storico che ha sempre creduto nel riformismo, ed è uno che parla chiaro.
Signor presidente, che cosa si aspetta dalla visita del Pontefice? Spera che troverà il modo per liberare la Bulgaria anche dai residui sospetti?
"E' un appuntamento davvero storico, per tre ragioni: è la prima volta che un Papa cattolico visita la Bulgaria; è un riconoscimento della civiltà europea del nostro Paese: i santi Cirillo e Metodio, che il Pontefice onorerà il 24 maggio, sono i testimoni delle nostre radici e della nostra appartenenza; è una presenza preziosa, che potrà essere catalizzatrice per l'unificazione della Chiesa ortodossa bulgara".
Insisto: confida che il Papa troverà le parole per scagionare la Bulgaria dalle accuse che le furono rivolte?
"Non so che cosa dirà Sua Santità. So però che tutte le delegazioni bulgare che lo hanno incontrato, in tutti questi anni, sono tornate a casa con segnali precisi: che il Papa non crede alla cosiddetta pista bulgara".
Insomma, non vi è alcuna traccia di possibili complicità con l'attentatore, il turco Alí Agca.
"La Bulgaria è innocente. Da capo dello Stato dichiaro che non esiste alcuna traccia di complicità. Nessuna. Non solo. Esistono invece precise testimonianze raccolte in quegli anni. Il regime comunista di allora fu assolutamente colto di sorpresa da quelle ingiuste accuse".
Presidente, lei sostiene che il Papa cattolico potrà favorire la riconciliazione all'interno della Chiesa ortodossa bulgara, oggi assai divisa. Non le pare strano?
"Sua Santità ha sempre sostenuto la necessità della riconciliazione fra tutte le Chiese cristiane e ha lottato, con coraggio, per raggiungerla. Il suo messaggio è chiaro, il suo impegno prezioso, anche se le divisioni all'interno della Chiesa ortodossa bulgara dovranno essere risolte qui, nel nostro Paese".
Un anno fa l'ex re Simeone è stato eletto primo ministro. Sei mesi dopo il popolo ha scelto come presidente lei, cioè il leader dell'ex partito comunista. Non c'è contraddizione?
"No. Abbiamo ottime relazioni e lavoriamo bene insieme, nonostante lo scetticismo espresso da molti".
Ma la gente vi chiede di fare di più contro la corruzione e la criminalità.
"Abbiamo fatto ciò che non era mai stato fatto prima, incaricando solennemente il Consiglio di sicurezza nazionale (cioè presidenza, governo e tutti i partiti) di agire severamente contro corruzione e criminalità".
La Bulgaria vuole entrare nella Nato e nella Ue. Quando sperate di raggiungere il primo traguardo? Quando il secondo?
"Pensiamo che a novembre, a Praga, Sofia riceverà l'invito a entrare nella Nato. Per l'ingresso nell'Ue c'è ancora molta strada da fare".
Antonio Ferrari

24 maggio 2002 - PAPA: BULGARIA; FINE DELLA 'PISTA' IN COMUNICATO CONGIUNTO
ANSA:
«Il Santo Padre ha detto che non ha mai creduto nella cosi' detta 'pista bulgara', e cio' a causa del suo affetto, della sua stima e del suo rispetto per il popolo bulgaro». E' ufficialmente questa la frase di Giovanni Paolo II al presidente Parvanov. In tal modo e' infatti scritta sul comunicato congiunto, diffuso dal governo bulgaro. Nel documento, in dieci punti, il Papa esprime anche il suo appoggio perche' la Bulgaria possa divenire 'membro a pieno titolo» della Comunita' europea, portandovi il suo contributo con la sua storia e la sua cultura, anche in quanto «ponte» tra l'occidente e l'oriente. Le parti esprimono poi un auspicio per la pace in Medio oriente, da realizzare con il ritorno al negoziato di israeliani e palestinesi e con il rifiuto della violenza, per una soluzione del conflitto comprensiva, giusta e definitiva. La speranza di una soluzione del conflitto, prosegue il comunicato, va cercata sulla base del principio «terra in cambio di pace» e delle risoluzioni delle Nazioni unite, garantendo il diritto a tutti i Paesi della regione a vivere in pace e sicurezza all'interno di confini internazionalmente riconosciuti. Nel documento c'e' poi la condanna di «razzismo, xenofobia ed intolleranza etnica» e la richiesta di «attive misure» contro il terrorismo, il crimine organizzato, la tratta delle persone, la pornografia infantile e lo sfruttamento del lavoro minorile.
Il Papa non ha mai creduto alla «pista bulgara», perche' ha troppa stima per il popolo di questo Paese. E' stato lo stesso Giovanni Paolo II a dirlo, secondo il portavoce vaticano Joaquin Navarro, nel corso del suo incontro con il presidente Parvanov. «Non ci ho mai creduto - ha risposto il Papa ad una domanda del presidente - perche' ho troppa stima del popolo bulgaro». Il desiderio del Papa di chiudere la 'pista bulgara' era emerso gia' ieri, al suo arrivo a Sofia, quando aveva detto: «a tutti dico che in nessuna circostanza ho cessato di amare il popolo bulgaro». In quelle parole, che, a quanto si e' saputo, era state molto pesate in Vaticano, c'era l'eco di quel giudizio, «la responsabilita' e' sempre personale. Un intero popolo non puo' avere delle colpe, anche se ci fossero», espresso nel 1995 all' allora presidente Jelev, che gli aveva chiesto cosa pensasse di quell'ipotesi che voleva la Bulgaria responsabile dell' organizzazione dell'attentato. La frase di allora, che non esprimeva giudizi sulla «pista bulgara», ma negava la responsabilita' di un popolo, fu detta in un colloquio privato e raccontata poi dal capo di Stato bulgaro. La cosiddetta pista bulgara fu imboccata ufficialmente il 25 novembre 1982, quando fu arrestato Serghej Ivanov Antonov, da tre anni in Italia come caposcalo alla Balkan Air, con l'accusa di concorso nell'attentato al Papa. Antonov, che respinse sempre le accuse di essere l'organizzatore dell'attentato, era stato coinvolto da Ali Agca insieme con altri bulgari, Teodor Ayvazov e Vassilej Kolev, rispettivamente cassiere e segretario dell'ambasciata di Bulgaria a Roma. Ma i due funzionari era stati gia' da qualche tempo richiamati in patria. All' origine dell'attentato, si diceva, ci sarebbe stato il timore di Mosca per un possibile «contagio» dalla Polonia, dove si era affermato il primo sindacato libero del mondo comunista: Solidarnosc. Sostenuto dal Papa. L'arresto provoco' scalpore e tensione internazionale. In sede processuale, alcune circostanze riferite da Agca avevano trovato riscontri obiettivi, come la descrizione dell' appartamento di Antonov, altre no. E mentre polemiche e accuse coinvolgevano i servizi sovietici e statunitensi, le prove per condannare Antonov non furono mai trovate. Oggi Antonov vive a Sofia.

25 maggio 2002 – MARINI E IMPOSIMATO: I DUBBI SULLA PISTA BULGARA RESTANO
ANSA:
«Non siamo riusciti a scoprire chi abbia armato quella mano. Ma ci sono dei punti fermi: Ali' Agca non agi' da solo e non ha mai detto la verita'. Il Papa dice di non aver mai creduto alla pista bulgara? Non mi permetterei mai di interpretare le parole del Pontefice, ma, da magistrato, ho l'impressione che stia applicando, come alla fine abbiamo dovuto fare noi, il principio della presunzione di non colpevolezza». Antonio Marini, il procuratore che indago' sull'attentatore di Giovanni Paolo II, commenta cosi', in un'intervista a REPUBBLICA, le affermazioni del Pontefice sulla pista bulgara, confermando tutti i suoi dubbi di inquirente su Agca. «In quest'indagine - ricorda Marini - abbiamo incontrato trabocchetti, ostacoli, depistaggi di ogni tipo. Siamo riusciti a evitarli, ma alcuni anelli della catena che da Agca portavano ai mandanti si sono comunque spezzati. In particolare non abbiamo mai potuto ascoltare Celenk, il mafioso turco che Agca aveva indicato come il tramite tra i servizi bulgari e i Lupi grigi. La Bulgaria non ce lo volle consegnare».
 «Quantomeno sorprendenti» sono giudicate dal magistrato Ferdinando Imposimato, che indago' sulla «pista bulgara» per l' attentato al Papa, le dichiarazioni fatte ieri a Sofia da Karol Wojtyla, il quale ha detto di non aver mai creduto in quella pista, secondo quanto e' stato scritto in un comunicato congiunto Santa Sede-Bulgaria. «Nel corso delle indagini sulle Br di cui mi occupavo - ricorda Imposimato in un' intervista a Radio Radicale – alcuni brigatisti, tra cui Antonio Savasta, parlarono dei contatti che avevano avuto con esponenti della diplomazia bulgara a Roma con la mediazione di personaggi quali Loris Scricciolo e suo cugino, i quali avevano rapporti con i bulgari, ed in particolare con uno di essi, Ivan Donticev. Il nome di Donticev torna anche negli interrogatori di Ali' Agca, che ne parla come di uno di quelli che avevano progettato un attentato contro l'allora leader polacco Lech Walesa, che doveva essere eseguito a Roma nel gennaio 1981, cioe' quattro mesi prima dell'attentato al Papa. L'attentato a Walesa poi non ci fu, in quanto avrebbe impedito la realizzazione dell'attentato contro il Pontefice, giudicato evidentemente piu' importante. Dunque – prosegue Imposimato - la 'pista bulgara' non emerge solo dalle discutibili dichiarazioni da Agca, ma anche da altre indagini fondate su elementi molto precisi che trovarono poi puntuali riscontri. Voglio anche ricordare che la sentenza della Corte di Assise di Roma che giudico' i bulgari coinvolti, fu di assoluzione per mancanza di prove, pur in presenza di provati collegamenti tra i bulgari ed Ali' Agca, il quale aveva anche trascorso in precedenza due mesi a Sofia gradito ospite del Governo. Sono molti i fatti, dunque, che risultano storicamente accertati, sulle attivita' dei bulgari e sui loro rapporti con le Br». «D'altra parte - dice ancora Imposimato – io inviai al Pontefice nel settembre 1997 una lettera importante che mi fu consegnata da Agca che ricostruiva la 'pista bulgara' in maniera alquanto precisa. Il Papa rispose attraverso Monsignor Re con una lettera in cui diceva di condividere la mia strada per la ricerca della verita' in ordine a questo filone di indagini. E questo e' evidentemente un fatto. Non penso - conclude Imposimato - che il Papa possa aver fatto una dichiarazione di questo tipo. Forse qualcuno gliela l'ha attribuita, forzando un po' la mano rispetto a cio' che per ragioni ecumeniche bisognava dire. Non si tratta quindi di riaprire processi, quanto invece di appurare una verita' storica che ci ha riguardato».

25 maggio 2002 - PISTA BULGARA; 'ERA ORA', DICE NIPOTE ANTONOV
ANSA:
La dichiarazione di non aver «mai creduto alla cosiddetta pista bulgara», pronunciata ieri da Giovanni Paolo II a Sofia in relazione all'attentato perpetrato da Mehmet Ali Agca, era attesa da tempo ed «e' bene che egli l'abbia fatta». Cosi' hanno reagito i familiari di Serghiei Antonov, l'ex caposcalo della Balkan Air a Roma, che e' stato in carcere per oltre tre anni a Roma, prima di essere liberato, nel 1986, per insufficienza di prove. «Era ora», ha dichiarato in serata alla televisione bulgara Btv Mariana Gheorghieva, nipote di Antonov. «E' bene che (il Papa) l'abbia detto, ho sempre voluto questo, e anche il popolo bulgaro», ha aggiunto. Tuttavia - ha proseguito la donna riferendosi allo zio - «questo non puo' farlo felice». «E' distrutto, e cio' non cambiera' nulla. Negli ultimi 20 anni, nessuno si e' interessato a lui», ha affermato ancora la donna, con le lacrime agli occhi. La telecamera ha allora mostrato Antonov - che soffre a quanto sembra di una malattia psichica - abbattuto e che si allontanava per evitare i giornalisti. Antonov era stato arrestato il 25 novembre 1982 per «concorso attivo» nell'attentato nel quale, il 13 maggio 1981 in Piazza San Pietro, il Papa rimase ferito in modo grave. Con lui erano stati chiamati in causa da Agca altri due bulgari - Teodor Aivazov e Vassili Kolev, rispettivamente cassiere e segretario dell' ambasciata di Bulgaria a Roma - che pero' erano gia' stati richiamati in patria. Dopo la scarcerazione, Antonov ritorno' a Sofia.

25 maggio 2002 – ATTENTATO PAPA; PISTA BULGARA, DIFENSORE DI ANTONOV
"Il Messaggero"
Consolo: "Così il Papa mette fine alla calunnia"
ROMA - "Il Santo Padre non ha mai creduto nella cosìddetta "pista bulgara", e ciò a causa del suo affetto, della sua stima e del suo rispetto per il popolo bulgaro", così il comunicato ufficiale congiunto Vaticano-Bulgaria, in relazione all'attentato subìto dal Papa in piazza S.Pietro il 13 maggio 1981.
Professor Consolo, lei fu difensore di Antonov, uno dei tre bulgari coinvolti nell'inchiesta, cosa ha provato nel sentire queste parole?
"Le parole del Sommo Pontefice sono per me motivo di grande soddisfazione. Da quando assunsi la difesa di Antonov, potendo insieme con l'avvocato Larussa esaminare quelli che all'epoca erano chiamati indizi di colpevolezza, mi resi conto dell'assoluta infondatezza e falsità della cosiddetta "pista bulgara". Agca, per motivi che ancora oggi non riesco a comprendere, tirò in causa Antonov, Ayvazov e Vassilev, senza che questi fossero minimamente coinvolti".
Perché si convinse dell'estraneità del suo assistito al complotto?
"Furono le bugie e le contraddizioni di Agca a colpirmi subito. Devo dare atto che l'unico politico che all'epoca si schierò contro la "pista bulgara" non fu nè un uomo di destra nè uno di sinistra, fu Giulio Andreotti, che nel suo libro "Urss, visti da vicino" ebbe il coraggio di dare testimonianza scritta delle calunnie che Agca aveva mosso nei confronti di Antonov. Ad esempio, Agca, per provare i suoi rapporti con Antonov, affermò di essere stato nel suo appartamento e di avere visto al centro del salotto, era un monolocale, una porta scorrevole di legno. Ebbene, la porta scorrevole di legno c'era in tutti gli altri appartamenti del palazzo tranne che in quello di Antonov. Dunque disse il falso".
Lei pensa che Agca abbia avuto un suggeritore, chi?
"Come faccio a saperlo? Si possono fare solo ipotesi. Ma di una cosa sono certo: che la "pista bulgara" non è mai esistita. E mi addolora che ancora oggi la si accomuni all'attentato al Papa. Inoltre voglio ricordare che Antonov fu assolto per insufficienza di prove in primo grado, ma in Cassazione fu assolto con formula piena".
M.Cof.

7 giugno 2002 - STRAGE IN VATICANO: IPOTESI DI LEGAMI CON ATTENTATO AL PAPA
"Il Resto del Carlino"
Massacro in Vaticano
Un dossier riapre il caso
VOLLEGES (Svizzera) - "Non ho mai creduto alla pista bulgara", ha detto il Papa nella sua recente visita a Sofia. Ed ecco che, rimasti oscuri i retroscena che portarono Alì Agca il 13 maggio del 1981 a mescolarsi tra la folla di piazza San Pietro per puntare la pistola contro il Santo Padre, torna alla ribalta un altro giallo vaticano.
Mille perplessità
E' quello della strage del 4 maggio 1998, quando alle 21, secondo la ricostruzione fatta e che da sempre ha suscitato dubbi e interrogativi, l'alabardiere Cédric Tornay, 23 anni, sparò con la pistola d'ordinanza, una Sig Sauer calibro 9, ad Alois Estermann, 44 anni, da poche ore nominato comandante delle guardie svizzere, e a sua moglie Gladys.
Un gesto che venne spiegato con un raptus, perché il comandante aveva negato a Tornay, con cui da tempo aveva rapporti difficili, il conferimento di una medaglia che era stata data alle altre guardie. Estermann era stato tra i più pronti soccorritori di Giovanni Paolo II dopo l'attentato e venne descritto come il salvatore del Pontefice, tant'è che la sua promozione fu messa in relazione col debito di riconoscenza che il Santo Padre aveva nei suoi confronti. Poi, dopo il delitto, il giornale "Berliner Kurier" scrisse che Estermann era stato spia della Stasi con il nome in codice "Weders".
Le conclusioni dell'inchiesta vaticana sollevarono dubbi in molti ambienti e in modo particolare da parte di Maguette Baudat, 48 anni, la madre di Tornay, che vive a Volleges, in Svizzera, e che nell'intervista a fianco riapre il caso alludendo in modo oscuro ma determinato a certi collegamenti tra l'attentato di Agca e la strage del '98, in cui morì suo figlio.
La signora Baudat non crede alla tesi del suicidio del figlio. Non ci credono neppure i suoi avvocati, Luc Brossollet e Jacques Vergés, legali di fama internazionale, che dopo quasi due anni di ricerche sono arrivati alla conclusione che quella Tornay fu tramortito con un colpo alla regione occipitale sinistra e trasportato sul luogo del delitto, cioè l'appartamento di Estermann, dove dieci o venti minuti dopo fu ucciso con un colpo di pistola in bocca.
Gli avvocati chiedono che venga riaperta l'inchiesta e hanno inviato un dossier direttamente al Papa, perché sostengono che la magistratura vaticana ostruisce la loro iniziativa.
A pancia in giù
Dubbi sulla ricostruzione, con cui si concluse l'istruttoria, sono stati espressi anche da magistrati della procura di Roma, che sia pure off-record (il caso è di competenza della magistratura di uno Stato diverso) hanno sempre fatto notare che Tornay venne trovato morto a pancia in giù e con la pistola sotto il corpo, dopo essersi sparato in bocca.
Una posizione impossibile, secondo gli esperti, "perché ogni perito balistico sa che, se un uomo si spara in bocca, il cervello schizza sulla parete posteriore e soprattutto il corpo viene scaraventato per terra di schiena. A meno che qualcuno non lo tenga fermo, mentre lo uccide".
Giovanni Morandi

"La chiave della strage
è l'attentato al Papa"
VOLLEGES (Svizzera) - Signora Baudat, perché non crede al suicidio di suo figlio?
"Non è che non ci credo. All'inizio ci credevo, ma poi...", risponde Muguette Baudat, madre di Cédrec Tornay, l'alabardiere delle guardie svizzere vaticane accusato di aver ucciso il 4 maggio 1998 Alois Estermann, appena nominato suo comandante, sua moglie Gladys e poi di essersi suicidato.
"Ci credevo appena mi fu data la notizia dal Vaticano - riprende la madre di Tornay -. Ma poi, quando andai a Roma, cambiai opinione. Avevo parlato con Cédric il giorno stesso e lo avevo trovato calmo. Non era inquieto, non aveva nulla di strano. Mi dissi: ammesso che si stato colto da un raptus, dev'essere successo qualcosa di molto grave per spingerlo a tanto. Mi cominciarono a venire dubbi, quando arrivai a Roma e venni presa in carico da qualcuno del Vaticano. Mi accorsi che c'era qualcosa che non tornava. La storia dell'esplosione di follia di Cédric perché il comandante Estermann non gli aveva dato la medaglia di riconoscimento non reggeva e, se c'erano stati contrasti fra loro due, erano stati del tutto ordinari, come può capitare tra un superiore e un subalterno. Incontrai le guardie e lì capii che tutta la storia era sommersa di bugie".
Perché mai il Vaticano avrebbe nascosto la verità?
"Non lo so, ma allora perché solo dopo qualche ora il mio arrivo mi fu detto: "signora Baudat, questo è tutto". Fu una cosa che mi scioccò. E così decisi di fare ricerche per conto mio".
Crede alla storia che suo figlio era omosessuale e che aveva una relazione con Estermann?
"Ho querelato chi l'ha sostenuto. Hanno detto di tutto di Cédric, che era alcolizzato e drogato. E anche se fosse stato gay, dico gay e non un pedofilo, che c'entra? Comunque non è morto per una relazione omosessuale".
Ma allora chi è l'assassino di Tornay?
"Penso che non sia giusto usare il singolare, penso siano state più persone. Penso ci siano state alleanze, penso a un crimine di Stato".
Perché l'avrebbero ucciso?
"Non lo so, ma dopo quattro anni di ricerche mi son fatta l'idea che c'era un complotto per eliminare Estermann e la moglie".
Perché?
"Perché sapeva delle cose e se quel giorno non fosse stato nominato comandante delle guardie svizzere forse ora sarebbero tutti vivi. Mi sono convinta che l'affare Estermann è legato all'attentato al Papa dell'81. Andate a rivedervi il curriculum di Estermann, quando arriva in Vaticano, cosa succede, poi l'attentato e lui che viene descritto come il salvatore del Santo Padre, come l'uomo che aveva protetto col proprio corpo il Pontefice. Ma se al momento dello sparo lui si trovava a 100, 150 metri... e lo dimostrano le cassette della diretta televisiva quando lo si vede correre verso l'auto del Papa".
Estermann sapeva dell'attentato al Papa?
"Il dramma del 4 maggio '98 ha a che fare con l'attentato dell'81. C'è una continuità. Non dico che Estermann sia stato al corrente dell'attentato, ma certo di quel fatto diventò un attore principale".
Vuol dire che la strage del '98 ha a che fare con quello che fu detto di Estermann, che era un agente della Stasi, la polizia segreta della Germania dell'Est, notizia poi smentita dal Vaticano?
"Non credo abbia a che fare con la storia della Stasi".
E allora?
"A teatro tutti sono dello spettacolo, non solo gli attori principali".
E' vero che suo figlio con altri due amici aveva fatto un'inchiesta sull'Opus Dei?
"L'aveva fatta in precedenza perché, da quel che mi aveva detto, l'Opus Dei aveva fatto opera di proselitismo tra le guardie vaticane: lui non sapeva niente dell' Opus Dei e cercò di informarsi. Ne parlò anche a me e gli feci capire che la consideravo una setta e che era una cosa che non mi piaceva, tant'è che poi non me ne riparlò più".
Chi sono questi due amici?
"Non osano parlare e posso capirli dopo aver visto tanti, tra quelli che sono entrati in questa storia, morire di cancro".
Chi è Ivon Bertoletto, che le si presentò come prete confessore di Cèdric, quando a due giorni dalla strage le disse che suo figlio era stato ucciso?
"E' venuto a trovarmi l'estate scorsa. E' stata l'ultima volta. Se è venuto, mi sono detta, significa che l'ha mandato qualcuno per vedere se continuo le ricerche. Si è presentato come un amico e gli ho detto che non potevo considerarlo tale. Se penso alla mano che ha sparato a mio figlio, non posso pensare a un amico. Penso che anche lui sia legato all'attentato al Papa. Mi ha detto che aveva tagliato i ponti col Vaticano, che aveva ancora contatti e che aveva detto a tutti i suoi amici che, se gli fosse successo qualcosa, sarebbe uscito tutto e si sarebbe saputa tutta la verità".
di Giovanni Morandi

14 giugno 2002 - TESCHIO TROVATO IN CHIESA ROMA E' DI UOMO
"Liberazione"
Il mistero del teschio che cambia sesso
Poteva essere di Emanuela Orlandi
Annibale Paloscia
Una perizia dei carabinieri ha cambiato sesso al teschio lasciato in una chiesa vicino al Vaticano il 13 maggio dello scorso anno, in coincidenza col ventesimo anniversario dell'attentato al papa Giovanni Paolo II. Secondo i carabinieri è il teschio di un maschio e non di una donna come aveva indicato la prima perizia compiuta da due docenti dell'istituto di medicina legale dell'università di Roma: una donna morta tra i 15 e i 20 anni fa in un'età tra i 25 e i 35 anni.
Poteva essere di Emanuela Orlandi, la ragazza, figlia di un dipendente del Vaticano, rapita a Roma il 22 giugno 1983, e forse vittima di una macchinazione ordita dai complici di Ali Agca, l'estremista di destra turco che sparò al Papa. Il nuovo sorprendente responso, comunicato ieri dal centro d'investigazione scientifica dei carabinieri alla procura della repubblica di Roma, chiude definitivamente il caso? In realtà restano aperti molti interrogativi soprattutto sul modo in cui si è giunti al cambiamento di sesso.
Subito dopo il ritrovamento del teschio era stato un criminologo dell'università di Roma ad avanzare l'ipotesi che potesse trattarsi di Emanuela Orlandi. La procura della repubblica decise di fare eseguire la perizia solo tre mesi dopo, quando Liberazione scrisse che quel teschio, per le circostanze in cui era stato trovato, riapriva i misteri del caso Orlandi. Gli esami scientifici furono affidati all'istituto di medicina legale dell'università di Roma che, dopo sessanta giorni, presentò una relazione scientifica che convinse la pm Ada Minutolo a disporre una nuova ricerca sul Dna per accertare la compatibilità cromosomica del teschio con i dati genetici dei genitori della Orlandi, favorevoli all'esperimento. Ma a questo punto succede un fatto inaspettato. L'istituto di medicina legale dell'università di Roma aveva concluso la relazione con la richiesta di fare l'indagine sul Dna. Un istituto, universitario dà ovviamente garanzie di indipendenza e di accuratezza scientifica. La procura di Roma decide invece di affidare l'esame del Dna ai carabinieri. Perché è stata fatta questa scelta?
Dopo sei mesi i carabinieri hanno ottenuto con gli esami del Dna il sorprendente risultato che il profilo cromosomico del teschio è di carattere maschile. Non c'è motivo di dubitare della serietà dell'analisi fatte da un ufficiale dei carabinieri laureato in biologia, ma resta il fatto che un'altra perizia fatta da una istituzione universitaria di altissimo livello scientifico, dice il contrario. Anche se la prima perizia si è basata solo sui dati bio-antropologici perché, come abbiamo detto, non è stata data all'istituto di medicina legale la possibilità di fare l'esame del Dna, il contrasto è grande e solleva dei problemi. Secondo il criminologo Francesco Bruno "a questo punto è necessario affidare un approfondimento degli esami a un collegio peritale, in modo da assicurare la validità scientifica e l'assoluta indipendenza dei ricercatori".
La procura di Roma, invece, è propensa a chiudere il caso.
Quello del teschio è l'ennesimo caso sconcertante nel campo delle perizie. Abbiamo visto quello che sta succedendo a Genova, dove viene sfornata una strana versione peritale, secondo la quale il proiettile che colpì Carlo Giuliani era stato deviato in volo da un sasso; ci sono inspiegabili contraddizioni negli esami balistici sui delitti D'Antona e Biagi: secondo la polizia D'Antona è stato ucciso con una rivoltella, mentre i carabinieri sostengono che nei due assassini è stata usata dalle Br un'unica arma, una pistola automatica; c'è l'incredibile confusione nelle indagini scientifiche sul delitto di Cogne: 30 sopralluoghi dei carabinieri con varie ricostruzioni della dinamica dell'omicidio, che perdono credibilità nello scontro tra i periti, e con annunci poi regolarmente smentiti che si era scoperto come era stato massacrato il bambino; c'è a Roma il caso sempre avvolto nel mistero dell'esperto informatico trovato impiccato: un suicidio a cui nessuno credeva e che dopo un mese è stato rubricato come omicidio.
C'è sicuramente un'egemonia dei carabinieri voluta dalle procure nel campo delle perizie (come in quello delle intercettazioni telefoniche). L'Arma si è dotata di ottimi laboratori scientifici in grado di competere con quelli della polizia di Stato. Ma il problema dovrebbe essere considerato sotto un altro aspetto: una solida garanzia di indipendenza può essere data solo da collegi peritali in cui carabinieri e polizia siano affiancati da istituzioni universitarie e studi professionali di alta qualità.
Si rafforzerebbe l'efficacia delle perizie, evitando lo sconcerto degli errori clamorosi e dei contrasti che hanno il solo scopo di impedire l'accertamento della verità.

22 giugno 2002 - ATTENTATO AL PAPA: ORAL CELIK ANNUNCIA LIBRO
"Il Tempo"
CELIK SUL PAPA "Farò i nomi dei mandanti dell'attentato" "DOPO 22 anni ho deciso: in questo libro rivelerò chi ha fatto sparare al Papa, chi ha organizzato l'attentato e perchè, in nome di quale ideologia. Inoltre, racconterò come mai, in seguito, sono stati coinvolti certi apparati e gruppi di potere". Oral Celik, il turco considerato l'uomo-chiave dell'attentato a Giovanni Paolo II, rivela che sta per uscire un suo libro sulla vicenda, dal titolo "Mistero dei misteri".
Condannato dalla Corte d'Assise il 29 marzo 1986 insieme ad Ali Agca e Omar Bagci, il lupo-grigio Celik è stato successivamente prosciolto, uscendo indenne dal processo sull'attentato di piazza San Pietro, avvenuto il 13 maggio 1981. Ora vive in Turchia.
Scettici gli osservatori: "Non credo che Oral Celik sia detentore di grandi verità. Ritengo che prometta rivelazioni sull'attentato al Papa per rendere interessante il libro e farlo vendere". Così Giuseppe Consolo, ex legale del bulgaro Sergei Antonov ed ora esponente di An. "A torto, Celik era stato identificato come l'uomo che scappava con Agca in piazza San Pietro dopo l'attentato. Da questo a coinvolgerlo ce ne corre - aggiunge Consolo - Anche successivamente i fatti hanno dimostrato che i complici dell'attentatore fungevano da supporter in giro per l'Europa, in Austria, Svizzera e Bulgaria, ma non per la preparazione all'attentato. Su questo punto, nonostante le ricerche delle Polizie di tutto il mondo, non si è mai trovata una sola prova".
"L'idea che mi sono fatto, dopo aver letto le 50 mila pagine del processo, è che Ali Agca sia partito ed arrivato da solo ed i servizi segreti in buona fede si siano fatti convincere. Idea supportata da diverse prove anche processuali".
Sulla stessa linea Ferdinando Imposimato, giudice istruttore del processo sull'attentato al Papa: "Da Celik non potrà mai arrivare alcuna verità. È impossibile - aggiunge - che da Celik venga un seppur minimo barlume di chiarezza. Lo considero un uomo che fin dall'inizio non è stato affidabile, ancora meno di Ali Agca".

28 giugno 2002 - ATTENTATO PAPA: PER CELIK NACQUE DA COMPLOTTO INTERNO VATICANO
ANSA:
L'attentato al Papa del 13 maggio 1981 nacque da un complotto interno al Vaticano per eliminare Giovanni Paolo II inviso ad alcuni cardinali "perche' polacco". Ad affermarlo e' stato Oral Celik, il presunto complice di Ali' Agca, nel corso di una conferenza stampa di annuncio del suo libro 'Il segreto dei segreti', che dovrebbe essere pubblicato "nel giro di un mese". Secondo Celik un certo cardinale Pecci (il nome non risulta negli annuari vaticani dell'epoca dell'attentato) avrebbe ordinato ad Agca l'assassinio del Papa, con l'assistenza dei servizi segreti italiani (Celik ha nominato Brocconetti, probabilmente Broccoletti, e il gen. Musumeci) e francesi, ai quali si sarebbero aggiunti in un secondo momento quelli tedeschi e svizzeri.
Sono le oltre cinquantamila carte processuali a dimostrare che la tesi di Celik, secondo la quale il Vaticano sarebbe stato coinvolto attraverso un non meglio identificato card. Pecci nell'attentato al Papa, e' pura fantasia. E' quanto afferma l'avvocato Giuseppe Consolo, senatore di An e difensore di Serghej Ivanov Antonov, il caposcalo della Balkan Air a Roma all'epoca dell'attentato, arrestato e rimasto in carcere tre anni in relazione alla cosiddetta' "pista bulgara". "La tesi di Oral Celik - afferma Consolo - e' clamorosamente smentita dalle carte processuali che dimostrano in modo inequivocabile come Mehmet Ali Agca abbia agito senza effettivi mandanti. Si tratta esclusivamente di dichiarazioni volte a richiamare l'attenzione sul libro di Oral Celik appena pubblicato".

5 luglio 2002 - STRAGE IN VATICANO: LEGALI TORNAY, RAPPORTO CON CASO ORLANDI
ANSA:
C'e' "un rapporto" tra la strage in Vaticano del maggio 1998, l'attentato al Papa e il rapimento di Manuela Orlandi. Lo hanno sostenuto gli avvocati francesi Jacques Verges e Luc Brossollet, legali di Muguette Baudat, la madre di Cedric Tornay, il vicecaporale della Guardia svizzera accusato di aver ucciso il suo comandante, Alois Estermann e la moglie Gladys, prima di toglersi la vita. In una conferenza stampa svoltasi oggi a Roma, presente la madre di Cedric Tornay, i legali hanno contestato le conclusioni dell'inchiesta vaticana sulla strage del 4 maggio 1998, in base ad una controinchiesta da essi condotta, i risultati della quale saranno pubblicati in un libro in vendita da lunedi' prossimo. Verges e Brossollet, in particolare, hanno detto di aspettarsi dal Papa, al quale si sono rivolti, non un pronunciamento personale, ma "due cose: la riapertura dell'inchiesta e che essa sia affidata ad un'autorita' estranea" al Vaticano, in quanto la giustizia vaticana e' caratterizzata da "silenzio, segreto e disprezzo". Sono queste caratteristiche che hanno fatto evocare il caso Dreyfus, condannato perche' la difesa non pote' avere prove. E, nella vicenda del giovane vicecaporale, alla signora Baudat e' stato "rifiutato l'accesso" agli atti dell'inchiesta. Sul piano concreto, i due legali contestano la ricostruzione del tribunale vaticano, secondo il quale il giovane si e' sparato stando in ginocchio e con la testa bassa, mentre secondo i loro periti era a faccia in su; affermano che e' un falso la lettera di Tornay alla madre, nella quale si spiegano i motivi del gesto; sottolineano che il foro di uscita del proiettile e' piu' piccolo del calibro della pistola, anche se, hanno ammesso, i periti sostengono che cio' e' possibile, data l'elasticita' della pelle. Quanto al rapporto con altri casi accaduti in Vaticano, i legali hanno ricordato che dopo la strage fu chiesto un "giuramento di segretezza" alle guardie svizzere, cosi' come era stato chiesto alle sei guardie svizzere che vegliarono la salma di Giovanni Paolo I. Quanto all'attentato a Giovanni Paolo II, nell'affare Orlandi ed anche nei segreti di Fatima ci sono stati documenti poi risultati falsi, cosi' come per Cedric c'e' una lettera "attribuita a lui, ma non scritta da lui".

5 luglio 2002 - EMANUELA ORLANDI: IN UN LIBRO I LEGAMI CON IL CASO ESTERMANN
ANSA:
Potrebbe esserci un collegamento tra le scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori del 1983 e la strage del comandante delle Guardie Svizzere Alois Estermann, sua moglie e il vice caporale Cedric Tornay del 1998. E' una voce che circola insistentemente all' interno del Vaticano, afferma il giornalista Pino Nicotri nel libro "Mistero Vaticano", per la Kaos Edizioni, pubblicato in questi giorni. La voce non si limita a mettere in relazione le diverse tragedie: estende ad un unico disegno l'attentato al Papa a San Pietro del 1981 e fa riferimento a un presunto ruolo della Stasi, la polizia segreta dell' ex Repubblica Democratica Tedesca. Si tratta di voci che non hanno alcun riscontro ma che da sussurro vanno trasformandosi in urla sempre piu' forti, rafforzate da un atteggiamento del Vaticano che sembra dare una lettura semplificata di queste vicende se non scarsamente collaborativa, come emerge piu' volte dal libro-inchiesta. Nicotri, inviato del settimanale "L' Espresso" e autore di vari libri-inchiesta, fonda la sua tesi su fatti, documenti e testimonianze nella convinzione che all' origine della scomparsa di Emanuela Orlandi non vi sia un atto politico-terroristico ma una oscura vicenda tutta interna al Vaticano. D' altronde, di misteri se ne contano molti dietro le alte mura leonine. E' il caso dell' attentato del killer turco Ali' Agca che il 13 maggio 1981 sparo' a Giovanni Paolo II; una figura sempre avvolta da una densa nebbia; per non parlare del movente di quel gesto, che non e' mai stato accertato. E' anche il caso, due anni dopo, il 7 maggio 1983, della scomparsa della quindicenne romana Mirella Gregori, italiana e 45 giorni piu' tardi, il 22 giugno, di un' altra quindicenne, Emanuela Orlandi, cittadina vaticana, figlia del commesso della prefettura della Casa pontificia Ercole Orlandi. Sembro' un doppio sequestro finalizzato ad ottenere la scarcerazione di Ali' Agca. Oggi pero', Agca e' tornato nel suo paese ma delle due ragazze non si hanno piu' notizie. O meglio, notizie ne ha fornite proprio lui, l' ex Lupo Grigio, nel gennaio 2001, quando sostenne da Ankara che le ragazze erano state rapite ed uccise. Precisando che a farlo erano stati gli agenti dei servizi segreti del Vaticano e non Abdullah Catli e Oral Celik. Ma Agca ci ha abituato a dichiarazioni fumose, contraddittorie e contraddette da lui stesso. Dal canto suo, Ercole Orlandi nel maggio 2001 ancora diceva di essere convinto che Emanuela fosse in vita e che la scomparsa della figlia fosse in qualche modo collegata all' attentato al Pontefice. Il 4 maggio 1998, l'ultimo e piu' cruento mistero: un tremendo atto di violenza. La morte di Alois Estermann, da poche ore comandante delle Guardie Svizzere, di sua moglie Gladys Meza Romero e del vice caporale Cedric Tornay. Nella versione ufficiale l' omicida sarebbe stato Tornay che, ammazzato il suo superiore e la moglie, si sarebbe sparato in bocca. L'inchiesta, interna al Vaticano, coincidera' con la versione ufficiale ed e' stata infatti archiviata. Ma proprio in questi giorni se ne riparla con forza anche nei media italiani, stimolati dalle indagini condotte dai legali della madre di Tornay, per nulla convinta della versione ufficiale dei fatti.

6 luglio 2002 - LEGALI TORNAY PUBBLICANO CONTROINCHIESTA
"Il Messaggero"
Scontro a distanza tra Vergès e Brossollet e i magistrati d'Oltretevere che decideranno se riaprire il caso del maggio del '98. Pubblicata la contro-inchiesta
"Vaticano, la strage legata al caso Orlandi"
I legali della famiglia Tornay: analogie anche con l'attentato al Papa. I giudici: offese inaccettabili
di ORAZIO PETROSILLO
E' un attacco in grande stile al Vaticano. Un attacco mediatico la cui testa d'ariete o cavallo di Troia nella Città leonina, è il caso di Cédric Tornay, il protagonista-vittima della strage del 4 maggio '98 in Vaticano, ma la cui posta in gioco appare essere ben maggiore, nell'assalto "ai misteri e ai segreti nascosti "del" e "dal" Vaticano", dichiarando un "probabile" legame tra l'attentato al Papa dell'81, il rapimento di Emanuela Orlandi, la stessa strage del '98, con l'aggiunta di non meglio precisati sospetti sulla fine di papa Luciani e sul segreto di Fatima. Gli strateghi di questa operazione, quali "Ulisse del foro internazionale", sono due avvocati francesi, Jacques Vergés e Luc Brossollet, che hanno già "cavalcato" casi famosissimi, come quelli del terrorista Carlos e di Milosevic il primo e di divi dello spettacolo il secondo. I due avvocati difendono ora la signora Muguette Baudat, madre del vice-caporale della guardia svizzera Cédric Tornay, convinta - contrariamente ai risultati dell'inchiesta vaticana, archiviata il 5 febbraio '99 - che il figlio non sia stato l'assassino del suo neo-comandante Alois Estermann e di sua moglie Gladys, prima di suicidarsi, bensì vittima del triplice omicidio da parte di uno sconosciuto assassino. In una conferenza stampa tenuta ieri pomeriggio nella Sala stampa estera, i due avvocati, presente la signora Baudat, hanno elencato tutte le "prove" che a loro giudizio dovrebbero portare alla riapertura dell'inchiesta, archiviata dal giudice istruttore del Tribunale Vaticano, Gianluigi Marrone, che accolse la tesi del pubblico ministero, Nicola Picardi. L'incontro con i giornalisti è servito per lanciare il volume "Assassinati in Vaticano", ed. Kaos, che esce lunedì. E' in gran parte dedicato all'istanza da loro inviata l'11 aprile 2002 al Papa per la riapertura dell'inchiesta. I cardini di tale contro-inchiesta riguardano gli aspetti medico-legali e balistici (per loro Tornay non si è ucciso con la testa in avanti ma è stato ucciso con la testa all'indietro), la presunta ultima lettera di Cédric alla madre (per i legali è apocrifa e scritta da altri in Vaticano) e sulla personalità del giovane (non era depresso e non era un drogato). I legali non hanno ancora ricevuto risposta da questa istanza, rimasta fino a qualche giorno fa in Segreteria di Stato. Poco dopo la conferenza stampa, il Vaticano ha reso noto che la richiesta dei legali della signora Baudat si trova "attualmente" all'esame dell'autorità giudiziaria del Vaticano. Spetterà cioè al pubblico ministero Picardi esaminare le eventuali prove e, se le riterrà valide, chiedere al giudice del tribunale, Marrone, di riaprire l'inchiesta. Il comunicato della Sala stampa vaticana respinge le offese e le insinuazioni di Vergès e Brossollet: "Sono del tutto inaccettabili le dichiarazioni offensive, oltre che prive di fondamento, rivolte contro la Santa Sede, lo Stato della Città del Vaticano e i suoi organismi giudiziari".
Nella conferenza stampa, i due legali hanno dichiarato "di voler denunciare la giustizia vaticana per il suo atteggiamento nella vicenda fatto di "segreto, silenzio e disprezzo"" e di perseguire l'obiettivo con l'appoggio dei mass media. La "plusvalenza" del loro attacco è svelata dall'intenzione - dichiarata ieri - di far celebrare un processo sulla strage in Vaticano... fuori del Vaticano, ricorrendo, per esempio, alla magistratura svizzera.
Nell'attaccare con molta disinvoltura le autorità del Vaticano e la sua magistratura, i due legali hanno messo tutto in un gran polverone. La lettera a loro dire manipolata di Cédric rientrerebbe nel filone di false lettere ricorrenti sia nel caso Orlandi come nella vicenda del terzo segreto di Fatima. A proposito di segreti, citano quello imposto a sei guardie svizzere che non si sa cosa avrebbero visto mentre vigilavano la salma di papa Luciani. Veleni e insinuazioni a piene mani sul Vaticano soprattutto per il caso Orlandi: "Conosce la verità ma non vuole dirla". Se il cavallo di Ulisse avesse sollevato un tal polverone, non sarebbe mai entrato senza sospetti in Troia.

11 luglio 2002 - ARCHIVIATO IL CASO DEL TESCHIO IN CHIESA A ROMA
"Il Messaggero"
ORLANDI, UN TESCHIO NEL MISTERO
di ANTONELLA STOCCO
COSA fa la procura di Roma di fronte all'ennesimo mistero legato alla scomparsa di Emanuela Orlandi? Archivia: il teschio trovato nella chiesa di San Gregorio il 13 maggio del 2001, ventesimo anniversario dell'attentato al Papa, per il pm Maria Minutolo non appartiene alla ragazzina di 15 anni, cittadina vaticana, scomparsa il 22 giugno del 1983. In quel gigantesco intrigo internazionale cominciato con gli spari di Alì Agca a piazza San Pietro. Il grande complotto, il grande ricatto al Vaticano, si disse, mentre Agca sembrava impazzito e in mezzo a una gran danza di spie e diplomazie di mezzo mondo. Ed è di pochi giorni fa l'ennesimo colpo di scena. Gli avvocati francesi che chiedono la riapertura del caso della strage in Vaticano del 4 maggio del 1998 (morirono il comandante della guardie svizzere Alois Estermann, la moglie e il caporale Cédric Tornay) sostengono di poter provare il collegamento tra quel bagno di sangue di cui fu accusato il caporale come assassino e suicida, la scomparsa di Emanuela Orlandi e l'attentato al Papa. Sul filo di omissioni, spionaggio e depistaggi a colpi di lettere, come quelle del "turkesh".
Il ritrovamento del piccolo teschio attrae subito l'attenzione del Vaticano: come un'allusione, una sottile intimidazione, proprio nei giorni difficili del viaggio di Giovanni Paolo II in Grecia e in Siria. Il teschio è affidato ai carabinieri: senza fretta, a novembre, viene consegnato all'istituto di medicina legale della Sapienza per una prima perizia. Ai genitori di Emanuela Orlandi viene chiesto di sottoporsi al test del Dna per fugare ogni dubbio. Dicono di sì. Sapendo che, in caso di esito positivo, svanirebbe ogni speranza. Come sarebbe deflagrante, e destabilizzante, scoprire che qualcuno ha lasciato il teschio di Emanuela Orlandi in un confessionale a pochi passi dal Vaticano, vent'anni dopo....
I medici legali della Sapienza, stretti collaboratori della Procura, stabiliscono che il reperto appartiene a una giovane donna morta da quindici a vent'anni fa; e chiedono di procedere al prelievo del Dna. Nessuna risposta, dalla procura. Si presentano invece i carabinieri del Ris di Parma che portano via il teschio e alcuni mesi dopo sentenziano che appartiene a un maschio adulto. Si procede a una perizia collegiale, come suggerito da Massimo Krogh, il legale della famiglia Orlandi mai informata degli sviluppi della vicenda? Ma no, non vale la pena.

19 luglio 2002 - STRAGE IN VATICANO: SU RICHIESTA RIAPERTURA INCHIESTA
"Il Messaggero"
Strage in Vaticano: primo sì alla riapertura dell'inchiesta
di ORAZIO PETROSILLO e ANTONELLA STOCCO
CITTA' DEL VATICANO - E' una clamorosa notizia quella che è trapelata dalla cittadella vaticana. Per la prima volta, qualcosa di archiviato all'ombra del Cupolone potrebbe riaprirsi...
La magistratura del "più piccolo Stato del mondo", supporto per l'indipendenza del "più grande regno di anime", ossia il governo centrale della Chiesa cattolica (1 miliardo e 75 milioni di battezzati), ha dato una prima risposta positiva alla istanza di riapertura dell'inchiesta relativa alla strage avvenuta in Vaticano, a poche decine di metri dalle finestre del Papa, intorno alle 21 del 4 maggio 1998, con la morte del vice-caporale Cédric Tornay, del comandante della Guardia Svizzera, Alois Estermann, e di sua moglie Gladys. L'istanza fu indirizzata al Papa l'11 aprile scorso dalla signora Muguette Baudat, madre di Cédric, attraverso i due avvocati designati Jacques Vergés e Luc Brossollet. Lunedì scorso, dall'Ufficio del pubblico ministero ("promotore di Giustizia") Nicola Picardi, è partito un plico con un decreto mediante il quale si invitano formalmente i due legali parigini ad esibire la documentazione in loro possesso (perizie ed altri elementi utili) "al fine di valutare se esistano i presupposti per poter riaprire l'inchiesta". Nel decreto, si premette che è stata trasmessa a quell'Ufficio l'istanza inviata al Pontefice dai legali della signora e si ribadisce quanto in più occasioni affermato dal giudice istruttore Gianluigi Marrone, circa la possibilità di riaprire, in qualunque momento e a patto di presentare nuovi elementi probanti, quell'inchiesta che fu archiviata il 5 febbraio 1999 dallo stesso giudice con la conclusione che i coniugi Estermann furono uccisi dal vicecaporale Tornay, il quale subito dopo si tolse la vita, con la medesima pistola d'ordinanza.
Questa tesi viene contestata dalla madre di Cédric e dai suoi avvocati, secondo i quali il giovane non uccise il suo comandante e la moglie ma sarebbe stato assassinato da una quarta persona rimasta sconosciuta. La loro richiesta sarebbe sostenuta dai risultati dell'autopsia compiuta in Svizzera, tempo dopo quella eseguita in Vaticano all'indomani della strage, e dalle relative perizie balistiche circa il colpo di pistola che Cédric si sparò in bocca o che, secondo i legali, qualcuno gli avrebbe sparato per simulare il suicidio. E' ovvio che con questa lettera l'inchiesta non è riaperta ma è un primo significativo passo dopo mesi di silenzio.

19 luglio 2002 - STRAGE IN VATICANO: L'INCHIESTA NON E' STATA RIAPERTA
ANSA:
"Non c'e' nessun elemento che possa far parlare di riapertura dell'inchiesta" sulla strage in Vaticano, nella quale nel '98 morirono il caporale della Guardia Svizzera Cedric Tornay e il neocomandante Alois Estermann con la moglie Gladis Meza. Lo precisano fonti vaticane. Rispetto alla richiesta della famiglia Tornay di riaprire il caso, formulata il 4 luglio, non ci sono elementi di novita'; l' ufficio del promotore di giustizia vaticano Nicola Picardi si e' limitato a formalizzare all'inizio della settimana ai legali della famiglia del caporale accusato di omicidio-suicidio la richiesta "di produrre in copia originale o autenticata le perizie" e eventuali altre prove in loro possesso. Tale richiesta e' la stessa avanzata il 5 luglio dai giudici vaticani, che hanno sempre sottolineato come una eventuale riapertura del caso potrebbe avvenire soltanto in presenza di nuove prove, visto che gli elementi finora esaminati non consentono in alcun modo la messa in discussione dei risultati dell'inchiesta vaticana. Picardi in questi giorni e' in Svizzera, e il suo ufficio precisa che "la notizia di una riapertura del caso e' destituita di ogni fondamento", ne' ci sono elementi nuovi rispetto a quanto dichiarato il 5 luglio". In quella data la sala stampa vaticana diffuse una nota nella quale si affermava che la richiesta di riaprire il caso era all'esame dell'autorita' giudiziaria vaticana, secondo la procedura prevista dal codice di procedura penale, che all'articolo 295 prevede appunto la necessita' di nuovi elementi, perizie e prove per riesaminare inchieste concluse.

23 luglio 2002 - LIBRO NICOTRI SU SCOMPARSA EMANUELA ORLANDI
"La Stampa"
NEL GIUGNO 1983 UNA QUINDICENNE SCOMPARE NEL NULLA, TRASCINANDOSI DIETRO UN MISTERO MAI CHIARITO. UN LIBRO RICOSTRUISCE IL "GIALLO VATICANO" C´era una volta Emanuela Orlandi
CHI si ricorda di Emanuela Orlandi? Era una ragazza di appena 15 anni, abitava in Vaticano, figlia di un commesso, un uomo di fiducia della Segreteria di Stato. Un pomeriggio di giugno del 1983, Emanuela è scomparsa. Nel nulla, come si dice in questi casi con un automatismo che fa torto al carico di ansie della famiglia, allo sgomento di chi ha figli di quell'età, ma soprattutto alla più spaventosa sarabanda di rivendicazioni, sospetti, collegamenti, dicerie, dietrologie, voci e credenze che quella vicenda si è comunque trascinata dietro. Fino a ieri, anzi fino a oggi, se solo si considera la storia recentissima del falso teschio di Emanuela fatto ritrovare in una chiesa di Roma. Il mistero è dunque fermo al 1983. Ma quante cose sono accadute, nel frattempo; e quanti civili insegnamenti, a suo modo, reca a un paese la storia di una ragazza scomparsa. Su Emanuela Orlandi è ora uscito un libro: Mistero Vaticano (208 pagine, 15 euro). L'ha scritto con il piglio dell'inchiesta Pino Nicotri, dell'Espresso; e lo pubblica la Kaos, forse l'unica casa editrice orgogliosamente anticlericale: però quest'ultimo suo libro, a differenza degli altri, ha intenti polemici misurati, a tratti anche prudenti. Forse è l'argomento, che già nasce come in bilico, segnato fin dall'inizio da una specie di tortuosa ambivalenza. La sparizione di Emanuela Orlandi - di cui i romani ricordano il volto grazioso, con una fascia sulla fronte, nei manifesti che invitavano a segnalarne le tracce - offre quanto basta per impiantarci su una storia di intrighi internazionali. O almeno, per la Santa Sede non era certo quello un tempo tranquillo: la fase controversa dell'Ostpolitik, le vicende dell'Ambrosiano e dello Ior, l'attentato a Wojtyla appena due anni prima, Alì Agca che parlava e straparlava dal carcere, i primi focolai di fondamentalismo islamico, la pista bulgara e una mezza dozzina di altre piste, alcune delle quali inconfessabili. Dunque: abbastanza per far crescere i peggiori sospetti di ricatti e spionaggio; ma troppo poco per derivarne una verità e tanto meno un verdetto. Così si resta come obbligati a riconoscere i limiti del mistero: la sola a essere scomparsa è Emanuela, cittadina vaticana; e chi era con lei quella sera è il solo a conoscerne la sorte. E amen. Ma ecco che Nicotri ha scritto un libro onesto e pignolo. Non dice chi è il colpevole, e nemmeno lo fa capire. Lavora sul materiale, che è sterminato, e sulle zone d'ombra, là dove quasi tutto è in ombra, fra depistaggi, polveroni, inquinamenti. A voler semplificare, la ricerca ondeggia tra l'ipotesi che si tratti di una storia nella quale la Santa Sede è vittima di un'azione che proviene dall'esterno; e l'eventualità che la scomparsa della Orlandi abbia invece a che fare con qualcosa di oscuro e subdolo presente in Vaticano, un male interno che opera in ambito genericamente prelatizio, curiale, con tutte le controindicazioni del caso. Come in tutti i veri gialli, le due ipotesi non si escludono a vicenda, ma anzi si compenetrano in una vasta zona grigia entro cui l'intrigo appare intrecciato alla debolezza umana, plausibile generatrice del crimine. Come la famiglia Orlandi, la magistratura italiana appare da subito del tutto in balia della situazione, mortificata dall'atteggiamento di sfiducia che le autorità vaticane nemmeno provano a nascondere nei suoi confronti. La polizia, pure italiana, sbarella ancora più clamorosamente. Fedele ai suoi tradizionali metodi investigativi, basati sull'assioma che prima o poi ci sarà qualcuno, un vicino, un portiere, un passante, un testimone oculare che parlerà, si accorge tardi che al di là del Portone di Bronzo non funziona così. Dapprima non chiacchiera nessuno; poi lo fanno in troppi: vigili, finti amici di lei, preti, a un certo punto (troppo tardi, comunque) perfino cardinali. Vale la pena di ripeterlo: cosa sia realmente accaduto a Emanuela non si sa, ed è difficile anche immaginarselo. Delle due ipotesi interpretative, l'autore sembra indirettamente propendere per la seconda, quella "interna" e prelatizia, con un sovrappiù di dubbi, incongruenze, protezioni e contraddizioni che vanno a parare sul sistema di sicurezza vaticano. Questo sistema è a sua volta duplice, nel senso che c'è la Vigilanza e la Guardia Svizzera; ed entrambi i corpi, come tutti i servizi cui è affidata la sicurezza dei potenti, meritatamente si tirano appresso quell'interrogativo che, sia pure espresso in latino non curiale, fa: quis custodiet custodes? Chi fa la guardia, cioè, a chi fa la guardia? Poi, certo, scomparsa la ragazza, le spie di mezzo mondo manipolano senz'altro la vicenda facendosela tornare per il verso che gli torna utile. Nicotri documenta un intervento della Stasi. Alì Agca, dal carcere, se la gioca da par suo. E le più insistenti, verosimili e inverosimili rivendicazioni. Si fanno vivi l'"Americano", Phoenix, il Fronte Anticristiano Turkesh, ma è solo l'inizio. Sono per lo più comunicati strambi, avvelenati, molti dei quali servono solo a creare scompiglio. Diverse volte interviene anche il Pontefice; ma intanto la storia si affolla, sembra che abbia un qualche legame con la scomparsa di un'altra giovane romana, Mirella Gregori, figlia di un barista; ma questo collegamento complica e dilata una vicenda che dal Vaticano, attraverso la Turchia, arriva a lambire luoghi impensabili come il Costarica, il cui presidente si offre di ospitare Alì Agca pur di riavere in cambio la ragazza. E' viva, dicono, sposata con un turco in Svizzera; no, cercate il cadavere nel laghetto dell'Eur; si è fatta la plastica facciale; è in un monastero, in Colombia. Si susseguono segnalazioni, supposizioni, informazioni di terza o quarta mano, la Segreteria di Stato è guardinga, fin troppo. Comunque il vento soffia nelle orecchie un turbinio di parole, da mal di testa, gli anni passano, le epidemie vociferanti non cessano, ogni eventuale regia occulta sembra ormai avvitarsi su se stessa... E qui vale la pena di mettere un punto. Perché nel tentativo di dare un senso a qualcosa di oscuro e minaccioso, la storia di Emanuela trascende se stessa ed entra in un'altra dimensione, facendo emergere quel che alberga inespresso nel cuore di un popolo, indicando a suo modo quanto c'è di rimosso nel ripostiglio della memoria collettiva. In altre parole: la ragazza che scompare è un archetipo ricorrente; il rapimento di una giovane perbene, evento raro ma sempre temutissimo, lascia affiorare quanto non ha posto nel discorso pubblico, ufficiale, rispettabile, rassicurante. Esaminando quel crimine, è come se la società facesse l'esame a se stessa, ai nuovi tempi, ai valori che ha perso, al potere che la governa. Il punto è che la cronaca, così come la giustizia, ignora gli archetipi. Ed è giusto così. La cronaca e la giustizia conoscono solo i precedenti, così come il giornalismo adora le analogie. E il precedente qui pare abbastanza chiaro, mentre l'analogia - che in ogni caso nel suo scrupolo di cronista Nicotri si guarda bene dal fare - calza a pennello. Ebbene: l'affare di Emanuela Orlandi è quanto di più simile a quello di Wilma Montesi, la ragazza trovata sulla spiaggia di Torvaianica nel 1953. La differenza più sensibile è che in quel caso il mare restituì un cadavere, ma l'inafferrabilità di certezze è la stessa, totale: neanche una prova, ma troppi sospetti, e tutti orientati là dove meno ne dovrebbero nascere. Anche allora, sia dalle viscere del paese sia dai vertici del potere, si rovesciò sull'Italia un maestrale di dicerie in un'unica ombra di sospettata scelleratezza. Anche allora la catena delle voci e delle allusioni raggiunse l'azimut dell'accesso collettivo allucinatorio. Solo che alla metà degli anni Cinquanta la società era meno internazionalizzata, non c'era la televisione, mentre nel 1983 Canale 5, Telefono giallo, Chi l'ha visto, oltre alle batterie dell'informazione scritta, hanno prosperato con "Pierluigi" e "Barbarella", il Guerrigliero Paco, lo studente di teologia indiano, il lupo grigio che non perde il vizio, il calciatore della Lazio e la "Brigata Herbert Kappler". Come il caso della "povera Wilma", così pure quello di Emanuela ha sostenuto spesso gli agguati della farsa, popolandosi di "mitomani, visionari, radioestesisti, sensitivi, medium, veggenti, truffatori, sciacalli, detenuti e latitanti in cerca di vantaggi processuali" (dalla requisitoria del Sostituto Procuratore Generale Malerba). Soprattutto, ieri come oggi, si è capito quasi nello stesso modo che la gente non si mette mai completamente nelle mani del potere. Ma anche perché il potere le mostra quasi sempre un volto oscuro, e una perenne coda di paglia. Viene da chiedersi quanto nella Città Leonina, nella loro antica saggezza, abbiano tratto da questa storia terribile. Certo, quel tesoro di caparbia e arroccata dissimulazione, di gelosa e sbrigativa tutela della propria autonomia, di prudenza e segreto che non di rado sconfinavano nell'omertà, ecco, tutto questo non ha certo giovato alla Santa Sede. Che è santa anche perché deve averne patite tante; e che forse ancora ne patisce così tante da potersi, da doversi illudere che sia meglio coprirle con una pietra tombale. Anche se di Emanuela, la giovane scomparsa nel nulla, non si sa neppure dove sia sepolta.
Filippo Ceccarelli

24 luglio 2002 - ROMANZO GIALLO FRANCESE, SI PARLA DI ATTENTATO AL PAPA
"La Gazzetta del Sud"
IL ROMANZO DI DOMINIQUE MENOTTI, "IL SENTIERO DELLA SPERANZA"
L'attentato al Papa sullo sfondo di un thriller
Jean Cantona
I l commissario Daquin, i lavoratori turchi che, nel 1980, si organizzano per uscire dalla clandestinità, il traffico di droga e la bambina prostituta thailandese assassinata. Ma anche Ali Agca, Celik, Sener... Nel romanzo di Dominique Menotti, "Il sentiero della speranza", che Tropea Editore ha portato in Italia, fantasia e cronaca si fondono. E resta il dubbio che la scrittrice, docente di Storia economica dell'università di Parigi, militante della Cfdt (la Cgil francese), riveli dettagli rimasti oscuri dell'attentato a Giovanni Paolo II. Nella montagna di atti giudiziari e ritagli di giornale sull'attentato al Papa, nel 1986 compare una dichiarazione dell'ex capo dello Sdece (servizio segreto francese) Alexandre De Marenches che afferma di aver saputo nel gennaio del 1981 che vi sarebbe stato un tentativo di assassinare il Papa e di averlo segnalato al Vaticano. Ed è realtà che l'identificazione di Agca fu confermata dalla sezione dell' Interpol francese che ne conservava le impronte digitali. Nelle pagine del romanzo giallo di Dominique Menotti, il commissario Daquin, indagando sull'uccisione di una bambina prostituta si imbatte in traffici di droga ed armi ed in Ali Agca che sta preparando un attentato al Papa. Vero o verosimile. Anzi, è proprio la vicenda dei servizi segreti francesi e degli alti funzionari della giustizia che cercano di tener lontano il piccolo commissario del X arrondissement dalla pista politica che porta ai "Lupi grigi", che coinvolge nomi di importanti mediatori d'affari iraniani, quella che sorprende di meno il lettore. Più cinematografica, "americana" secondo il critico del Nouvel Observateur, la parte centrale del romanzo che racconta del club Simon, dove si incontrano con prostitute bambine benestanti signori di mezza età e, tra loro, il trafficante di droga, il pervertito che gode solo assistendo a sevizie sulle ragazze. Così come il personaggio di Soleiman, giovane turco dagli occhi azzurri che è insieme uno dei leader della nascente organizzazione sindacale dei sans papier, l'amante e l'informatore del commissario Daquin. "...Ali Agca non è riuscito ad assassinare il Papa...La zona della mezzaluna d'oro (Afghanistan, Pakistan e Iran) produce il 70 per cento dell'eroina consumata in Europa ed il 20 per cento di quella destinata al mercato nordamericano...Daquin non ha più rivisto Soleiman..." si chiude così, a pagina 316, "Il sentiero della speranza". Ma noi riincontreremo il commissario Daquin: Dominque Menotti, dopo il successo francese ed inglese del suo primo romanzo, ne ha già scritti altri due che Tropea porterà il prossimo anno in libreria.

1 agosto 2002 - UNIONE SARDA RICORDA ATTENTATO AL PAPA
"L' Unione Sarda"
Due spari il 13 maggio di vent'anni fa Ali Agca colpisce il Papa in piazza San Pietro
Roma Il13 maggio 1981, un mercoledì, alle 17 c'è udienza generale in piazza San Pietro. Come di consueto, il Papa esce in piazza San Pietro a bordo di una camionetta bianca, scoperta. La vettura passa tra due strette transenne, a passo d'uomo, e Giovanni Paolo II, in piedi, stringe le mani che gli vengono tese. Una donna gli porge una bambina bionda, il Papa la stringe, la bacia e la rende alla donna. Ancora due o tre metri e rimbombano due spari. Spaventati, i colombi che vivono tra le colonne si alzano in volo. Sono le 17 e 19 minuti. Il Papa per qualche istante resta immobile. La fascia che gli circonda la vita si tinge di rosso; si accascia, sorretto dal suo segretario, mons. Stanislaw Dziwisz, e dal cameriere personale, Angelo Gugel. La camionetta accelera e rientra in Vaticano mentre la folla assiste sgomenta. Il Papa viene posto in terra su una barella: prega mentre i soccorritori si rendono conto che la ferita continua a sanguinare. Poi la corsa in ambulanza verso il policlinico "Gemelli", con la sirena che si rifiuta di funzionare bene.
In piazza San Pietro la gente si è resa conto dell'accaduto vedendo il Papa accasciarsi sulla camionetta. Si accavallano le voci: qualcuno dice che una suora ha deviato la mano dell'uomo, "vestito di scuro, sui 25 anni, bruno, coi baffi, scuro di carnagione" che ha sparato. Altri parlano di una persona, anch'essa vestita di scuro, che si sarebbe allontanata di corsa. Poliziotti e carabinieri si lanciano in direzione degli spari. Viene arrestato un uomo e viene trovata anche una pistola "Browning". Il presunto attentatore si chiama Mehmet Ali Agca e, quando si preparava il viaggio di Giovanni Paolo secondo in Turchia, l'aveva già minacciato di morte.
Il Papa, intanto, è in sala di rianimazione al "Gemelli". La Radio Vaticana invita la gente a pregare; gli altoparlanti di piazza San Pietro ripetono l'invito. Al "Gemelli" comincia l'intervento: il Papa è stato ferito ad una mano ed alla pancia. Fino a sera tardi le notizie sull'andamento dell'intervento si accavallano, fino a quando si saprà che tutto è andato bene. La folla ancora raccolta in piazza San Pietro applaude la notizia.
Al primo intervento, nei giorni successivi, ne seguirà un altro e ci sarà anche un successivo ricovero del Papa, per un'infezione. Ma già la sera del 13 maggio, mentre ancora è alta la tensione sulla salute del Papa, il mondo comincia ad interrogarsi su chi ha armato la mano del killer. Si parla dell'organizzazione terroristica turca dei "Lupi grigi", alla quale Ali Agca. Poi verranno chiamati in causa i servizi segreti bulgari e sovietici. Ma tutte queste piste non verranno suffragate da prove certe.
Il 17 maggio, gli altoparlanti diffondono in piazza San Pietro la voce registrata del Papa che annuncia di aver perdonato il suo attentatore. Ma la giustizia italiana procede il suo corso e il 22 luglio 1981, dopo un processo durato tre giorni, Ali Agca viene condannato all'ergastolo. Ma poco più di un anno fa, accogliendo una sua richiesta, i giudici consentono all'attentatore del Papa di tornare in Turchia per scontare lì la sua condanna.

11 agosto 2002 - LIBRO DI TOM CLANCY SU ATTENTATO AL PAPA
"Il Gazzettino"
LIBRI
Tom Clancy si ispira all'attentato al Papa
Un giovanissimo Jack Ryan, l'eroe preferito di sempre, proiettato indietro nel tempo fino al 1981 e impegnato a cercare di prevenire l'attentato a Giovanni Paolo II: anche Tom Clancy, il re delle spy-story e della narrativa ad alta tensione, si è lasciato conquistare dall'intrigo internazionale legato ai colpi di pistola esplosi a San Pietro da Mehmet Ali Agca. L'attentato al Papa è lo scenario di fondo di "Red Rabbit", il nuovo libro di Clancy, appena uscito nelle librerie americane.

20 agosto 2002 - LIBRO DI IMPOSIMATO: UNA SPIA RUSSA DIETRO CASO MORO, ATTENTATO AL PAPA E EMANUELA ORLANDI ?
"Il Messaggero"
La storia di quegli anni ricostruita dal giudice Imposimato: "L'enigmatico Feodor era un ufficiale del Kgb a tutti gli effetti, solo interrogando lui si può arrivare alla verità"
"Una spia russa dietro tre misteri italiani"
Moro, Orlandi, l'attentato al Papa: tutti gli intrighi di Sokolov, falso giornalista della Tass
di ANTONELLA STOCCO
ROMA - "La verità sui nostri anni di piombo e di sangue è ancora possibile, aprendo gli archivi e convocando chi sa e non ha mai parlato: confortato dai segreti di Stato, dalle omissioni e dai depistaggi. Per primo, Feodor Sergey Sokolov, l'ufficiale del Kgb di cui ho scoperto la vera storia soltanto adesso". Alla vigilia dei lavori della commissione "Mitrokhin" sul dossier dell'archivista sovietico transfuga in Gran Bretagna e sulla rete di spionaggio in Italia tessuta dal Kgb, Ferdinando Imposimato, giudice istruttore dal processo Metropoli al Moro-bis fino a quello per l'attentato al Papa, racconta la stagione più oscura della storia italiana, i suoi inganni. Sullo sfondo della guerra fredda. Diventerà un libro.
E' la mattina del 16 marzo del 1978: le Brigate Rosse sequestrano Aldo Moro. Il 23 marzo Feodor Sergey Sokolov, l'ambiguo studente di scienze politiche che non mancava una lezione dello statista, lascia Roma per Mosca con un volo Aeroflot. Dopo aver organizzato, nell'ambasciata sovietica, l'operazione Shporà (sperone): pura disinformazia che seminerà sulle prime indagini documenti veri e falsi, per indirizzare i sospetti sulla Cia. Negli stessi giorni, l'Aeroflot porta a Mosca il br Alessio Casimirri, che aveva partecipato alla strage di via Fani. L'elusivo Sokolov, che con le sue domande aveva destato cupi presentimenti negli assistenti di Moro, torna a Roma nell'81, poco prima dell'attentato al Papa. Lavora alla Tass, fino all'85. Intanto viene rapita Emanuela Orlandi, si intrecciano le piste turca e bulgara. Tra la morte di Calvi, lo scandalo P2, le ultime stragi e gli ultimi fuochi della lotta armata. In questa ragnatela di spie, fantasmi, burattini e burattinai ogni storia ha il suo rovescio. Nel 1982, Imposimato lavora al processo Moro-bis; nello stesso tempo indaga sulla banda della Magliana e prepara il secondo processo per l'attentato al Papa. Scoprirà i collegamenti tra Magliana, servizi deviati e Br. E sosterrà, sul sequestro Moro, il coinvolgimento con le Br di Cia, Mossad e Kgb. Nell'83 il fratello del giudice, Franco, viene ucciso: è la vendetta trasversale della Magliana e dei poteri occulti. Imposimato è costretto a lasciare i processi, non le sue indagini: per vent'anni, dice, si è inoltrato tra i misteri dell'Est e gli archivi segreti, raccogliendo ricordi, confessioni e documenti. Per ricostruire una sola trama, e spezzare il silenzio. Cominciando da Sokolov.
Dottor Imposimato, lei accusa i Servizi di allora e Viminale di indagini torbide e colpevoli silenzi sulla pista Sokolov: dal caso Moro al rapimento di Emanuela Orlandi. E' un solo intrigo?
"Il sequestro Orlandi era una proiezione dell'attentato al Papa, con lo stesso intento: se non assassinare, intimidire e minacciare il Pontefice per la sua politica di superamento dei blocchi contrapposti: la stessa di Aldo Moro, che per questo era stato ucciso. Sergey Sokolov, la spia e l'allievo di Moro, nell'aprile dell'81 è di nuovo a Roma. Negli stessi giorni Luigi Scricciolo, sindacalista della Uil e uomo della Cia e delle Br, oltre che referente dei servizi bulgari durante il sequestro Dozier, a Vienna incontra il suo ufficiale pagatore, tale Simeon....".
Ma Scricciolo non è stato da poco prosciolto?
"Sì, con mia grande sorpresa: poiché proprio a me aveva reso la sua confessione, mai ritrattata. Aggiungendo, a verbale, che i bulgari lo pagavano con 400 dollari al mese. Poi il fascicolo-Scricciolo sparì. E' stato ritrovato dopo vent'anni, ed è scattata l'assoluzione".
Chi altro c'era a Vienna in quell'aprile?
"Ivan Tomov Dontchev, "contatto" di Alì Agca nel progetto per l'attentato a Walesa. Dontchev e Scricciolo si incontrano. Nelle stesse ore, sempre a Vienna, si riuniscono Agca, Celik e Chatli. Sokolov, a Roma, non lo cerca nessuno. Nonostante gli assistenti di Moro lo avessero denunciato al Viminale, al sottosegretario Nicola Lettieri, come probabile basista dell'agguato di via Fani. Oggi, i nomi di Scricciolo e Sokolov sono insieme nel dossier Mitrokhin".
Br, bulgari, Kgb e lupi grigi. Insieme con quali intenti?
"Con intenti intrecciati e ruoli non secondari di Cia, piduisti e servizi deviati, di cui era infestato il comitato di crisi che avrebbe dovuto indagare sul sequestro Moro: nell'agosto dell'80, Agca e Luigi Scricciolo sono nello stesso albergo: il Vitosha di Sofia. In un rapporto segreto i carabinieri annotano che Sokolov a Roma abitava a Trastevere, in una stradina tranquilla. A pochi minuti da via Caetani, dove venne trovato il cadavere di Moro. L'ho scoperto ora. E un uomo dei Servizi andò all'università a fare domande su Sokolov subito prima o durante il sequestro Moro. Lo stesso Moro, dalla prigionia mandò messaggi che letti adesso significano: cercate Sokolov e troverete me".
E il ruolo di Sokolov nell'attentato al Papa?
"Appare anche qui. Mentre i Nap e le Br si addestrano sul Mar Nero, Sokolov viene formato nella divisione quinta del Kgb, quella delle operazioni speciali: omicidi, attentati e sequestri. Con Wladimir Kuzitchkin, che nel febbraio dell'80 è insieme a Alì Agca a Teheran. L'attentato al Papa è stato già deciso, e anche chi lo avrebbe compiuto. Agca era evaso dal carcere di Istanbul grazie ad agenti del Kgb infiltrati nei lupi grigi".
Questa compagnia rientra in azione nel sequestro di Emanuela Orlandi?
"Sì. Nell'ottobre dell'83, tre mesi dopo la scomparsa della ragazzina, si presentano in carcere da Agca, che aveva cominciato a fare rivelazioni sull'attentato al Papa, due presunti giudici bulgari. Sono spie. Non avendo potuto ucciderlo, lo minacciano perché taccia promettendo lo scambio con la Orlandi. Agca fa il pazzo, mi dice: questo processo lo devo demolire. Infine scopro che dal 14 marzo precedente in una villa di Berlino-Pankov si riunivano uomini del Kgb e della Stasi di Markus Wolf, che ho incontrato diverse volte, con i bulgari. Per concordare le mosse su Agca e la disinformazia sul caso Orlandi".
Oltre a quelle che si chiamavano "misure attive" da parte di agenti dell'Est in Vaticano?
"Almeno tre delle lettere firmate "turkesc" e "nomlac" giunte in Vaticano tra l'83 e l'85 sono state confezionate in questa villa e spedite da Francoforte, sede dei lupi grigi in Germania. Me lo ha raccontato chi le ha scritte. Ricordando che a ogni incontro veniva arrostito un maiale intero per la cena delle spie. Oltretevere, un agente della Stasi reclutato alla fine degli anni '70 era Alois Estermann. Il comandante delle guardie svizzere assassinato nella strage in Vaticano del 1998".
Chi erano gli altri agenti della Stasi in Vaticano?
"Il monaco benedettino Eugen Brammertz, e Hans Jakob Stehle, corrispondente di un colosso editorale tedesco: si incontravano nella redazione estera dell'Osservatore Romano, che affaccia sul cortile che Emanuela Orlandi attraversava ogni mattina per andare a scuola. Nel corso del rapimento, i misteriosi telefonisti che chiamavano la segreteria di Stato sapevano sempre cosa accadeva, chi entrava e usciva dal Vaticano. Estermann, poi, possedeva un dossier sul caso Orlandi che venne trafugato dalla sua cassaforte. Lui, la moglie e il caporale Tornay sono state le ultime vittime di questa tragico gioco di spie".

14 ottobre 2002 - TOM CLANCY SU ATTENTATO AL PAPA E BIN LADEN
"Il Resto del Carlino" e "La Nazione"
Tom Clancy: "Bin Laden è stato ucciso in Afganistan"
WASHINGTON - Fra i suoi bestsellers figurano "The Hunt for Red October", "Clear and Present Danger", "Patriot Games", "The Sum of All Fears". Hanno ispirato films visti da centinaia di milioni di spettatori e interpretati da divi del calibro di Sean Connery, Harrison Ford, Alec Baldwin, Ben Affleck. La sua fiction si aggancia a situazioni, personaggi, eventi possibili, probabili, reali. E in qualche caso li anticipa. All'indomani dell'11 settembre, il Pentagono lo chiamò e gli chiese di ipotizzare altre eventuali forme di terrorismo.
Incontriamo Tom Clancy reduce da un'intervista alla Fox News. Presenta il suo ultimo libro "Red Rabbit", Lepre Rossa (la cui traduzione italiana uscirà a novembre): 618 pagine dedicate a un complotto per uccidere il Papa.
Come le è venuta l'idea del complotto?
"E' un fatto storico. Il complotto ci fu realmente".
Questo lo sappiamo. Ricordiamo bene che nel marzo 1981 Ali Agca cercò di uccidere Giovanni Paolo II e che dietro l'attentato c'erano i servizi segreti bulgari, vale a dire l'Unione Sovietica. Ma perché secondo lei l'Unione Sovietica voleva far fuori il Papa polacco? "Per il fatto che era polacco e che con Lech Walesa stava destabilizzando l'intero blocco comunista".
Ma come mai è andato a ripescare un evento della guerra fredda, dopo essersi occupato del dopo guerra fredda?
"Per due motivi. Il primo: nella carriera del protagonista di questo e di altri miei romanzi, mi riferisco a Jack Ryan, c'era un lungo salto temporale fra "Patriot Games" e "Red October". Così ho pensato di colmarlo e di collocare Ryan per qualche tempo a Londra, ai primi anni ottanta, come ufficiale di collegamento con il Cis e M16. E lì, a Londra, viene coinvolto nella vicenda".
E il secondo motivo?
"E' storico. Era dal 1986 che non ambientavo più nulla negli anni della guerra fredda. Mi sembrava giusto scrivere qualcosa al riguardo. In fin dei conti si tratta di una vicenda vera, attribuita a un Paese, l'Unione Sovietica, che non ci amava molto".
Passiamo ai giorni nostri. Gli attacchi dell'11 settembre e la guerra al terrorismo le daranno nuove idee?
"Ci sto pensando. Comunque ho già scritto tre libri su vicende legate al terrorismo".
Talvolta ha anticipato fatti reali, come nel caso degli aerei lanciati contro i grattacieli. E' questo il motivo per il quale, dopo gli attentati, il Pentagono l'ha chiamata a far parte del Red Team?
"Sì. Mi hanno chiamato. Volevano che prefigurassi altre azioni di terrorismo per poter preparare una strategia di difesa".
C'è riuscito?
"No. Il mio apporto non è stato molto utile. Anzi è stato decisamente inutile".
Crede che quelle azioni, sequestro di aerei da utilizzare come missili umani, si possano ripetere?
"Credo proprio di no. Vede, l'11 settembre nessuno fra i passeggeri avrebbe potuto immaginare che sarebbero finiti sul World Trade Center o sul Pentagono. Al massimo avranno immaginato di essere dirottati su Cuba e di tornare indietro con qualche scatola di sigari. Così, tolto il caso della Pennsylvania, nessuno si mosse".
E oggi?
"Oggi i passeggeri fanno fronte comune. Hanno imparato che perso per perso è meglio reagire. E questo lo sanno anche i terroristi".
Parlando di terroristi, cosa pensa di Osama Bin Laden
Secondo lei è vivo?
"Ritengo di no. Ritengo che sia morto da un pezzo. Aveva problemi di cuore e di reni, prima ancora dell'11 settembre. Gli hanno dato una caccia spietata e mi sembra impossibile che Osama Bin Laden sia sfuggito alla caccia e ai bombardamenti tirandosi dietro ogni volta, di caverna in caverna, la macchina per la dialisi".
Da cosa ricava questa convinzione?
"Da diversi elementi. Ma da uno in particolare. Come forse lei sa, sono fra i proprietari degli Orioles (la squadra di baseball di Baltimora, ndr). Ebbene, nella partita di apertura, quando battemmo gli Yankee, come nostri ospiti avevano invitato 70 uomini delle forze speciali, reduci dell'Afganistan. Li ho osservati bene e ne ho tratto la seguente conclusione: non vorrei avere questi giovanotti alle calcagna".
Qualche giornale ha scritto che, dopo tanti successi, intende darsi alla politica. E' vero?
"Me lo hanno chiesto diverse volte. Sinora ho resistito. Intendo continuare sulla stessa strada".
di Cesare De Carlo

11 ottobre 2002 - LIBRO NICOTRI SU EMANUELA ORLANDI: DIARIO
"Diario"
Il Nostro Inviato in un Intrigo Internazionale
Mistero vaticano
Tanti depistaggi e tanti servizi segreti, tutti messi in moto dalla sparizione di una ragazzina che si chiamava (e forse si chiama) Emanuela Orlandi. E da un triplice oscuro omicidio
di Pino Nicotri
CITTÀ DEL VATICANO.
Si chiamava Emanuela Orlandi e aveva solo 15 anni e mezzo. Scomparve il 22 giugno della torrida estate del 1983. L'ultima volta che la videro fu attorno alle 19.30, alla fermata degli autobus di piazza Madama, proprio di fronte al palazzo del Senato. È strano sparire così, nel pieno centro del centro di Roma. Emanuela, studentessa di liceo, era una ragazza dai lunghi capelli neri, con gli occhioni scuri e intelligenti. Viveva con la sua famiglia - il padre Ercole e la madre Maria, le tre sorelle Natalina, Federica e Maria Cristina e il fratello Pietro - in Vaticano. Era una delle poche persone con cittadinanza vaticana, come il padre e, prima di lui, il nonno, che era stato stalliere e poi postino del papa. Dopo la scomparsa di Emanuela, il papa rivolge il primo, accorato appello rivolto a "chi abbia responsabilità in questo caso". Di appelli per Emanuela Giovanni Paolo II ne farà poi altri sette. Intanto, viene imbastita la scena di una trattativa clamorosa e senza precedenti: viene chiesto il rilascio della ragazza, in cambio della scarcerazione di Mehmet Alì Agca, il killer turco che due anni prima, nel 1981, aveva sparato al papa in piazza San Pietro. Questa trattativa mette la febbre alta ai mass media e scatena, per anni, i servizi segreti da Mosca sino a Washington.
Ma ci fu davvero una trattativa? Cè motivo di ritenere che fosse una farsa. Imbastita in fretta e furia per depistare le indagini. Induce a pensarlo non soltanto l'analisi dei fatti e il comportamento dei "rapitori", ma anche il fatto che ad Agca alla fine è stato comunque concesso di uscire dalle carceri italiane (e infatti è tornato in patria a scontare la pena), senza che Emanuela fosse tornata. Per la magistratura il suo caso è ancora oggi aperto: dell'inchiesta giudiziaria sul caso Orlandi esiste infatti tuttora uno stralcio, in mano ai magistrati Lucia Lotti e Simona Maisto: riguarda proprio la Santa Sede e un suo funzionario di grado elevato, che ha ricevuto un avviso di garanzia per il reato di concorso nel sequestro di Emanuela. Dallo stralcio e dagli atti che lo precedono esce piuttosto malconcio anche monsignor Giovanni Battista Re, all'epoca assessore alla Segreteria di Stato del Vaticano e ritenuto fino a qualche tempo fa un possibile successore di Wojtyla al soglio di Pietro. Monsignor Re è inciampato nella testimonianza resa ai magistrati da un suo collega, monsignor Giovanni Salerno, ex consulente legale presso la Prefettura degli Affari economici della Santa Sede. Nel verbale del suo interrogatorio, datato 3 dicembre 1993 e condotto dai giudici istruttori Adele Rando (titolare dell'inchiesta sulla sparizione della ragazza) e Rosario Priore (titolare di un'inchiesta sulle complicità di Agca), Salerno dice chiaro e tondo: "Confermo la convinzione che ho sempre avuto, e cioè che la scomparsa della Orlandi potesse in qualche modo costituire un elemento di pressione su ambienti strettamente legati al Sommo Pontefice. Ricordo che all'epoca dei fatti ebbi modo di rappresentare tali convinzioni a monsignor Giovanni Battista Re, all'epoca assessore alla Segreteria di Stato, al quale ebbi modo anche di offrire una mia possibile collaborazione in tale vicenda. Monsignor Re mi disse peraltro che non gli sembrava necessaria una verifica in tale direzione, riferendomi che avrebbe lasciato le cose così come si trovavano". Scacco al Re, dunque: quel cardinale è dipinto da Salerno come assai poco interessato a far luce sulla vicenda, nonostante gli appelli pubblici del papa. Interpellato da chi scrive, Salerno nega, nega tutto, nega persino di avere mai pronunciato le frasi pur verbalizzate e debitamente firmate. Monsignor Re, invece, figura nella lista di prelati che i magistrati italiani hanno più volte chiesto di poter incontrare e interrogare: sempre inutilmente. Appelli e pubbliche preghiere, tante; ma collaborazione reale, zero.
Il viceispettore generale della Vigilanza vaticana, Raul Bonarelli, si ritrova dal 1997 nella incresciosa situazione di essere avvisato del reato di concorso nel sequestro di Emanuela. Situazione imbarazzante, ma che non gli ha impedito di far carriera sino a diventare il numero due del delicatissimo ganglio della Vigilanza. Agli atti dell'indagine giudiziaria c'è l'intercettazione di una telefonata con la quale un prelato della Segreteria di Stato vaticana, alle ore 19.53 del giorno 12 ottobre 1993, ordina a Bonarelli, convocato dai magistrati come teste per il giorno dopo, di tacere e di non dire che la stessa Segreteria ha indagato. Ma che la Segreteria avesse indagato, sino a produrre e custodire "documenti che forse potrebbero essere chiarificatori", lo ha detto ai magistrati lo stesso monsignor Salerno nel suo interrogatorio citato. Come mai i genitori di Emanuela, e i loro avvocati, non hanno mosso un dito per sapere che cosa avesse appurato la Segreteria di Stato vaticana?
GUARDIE SVIZZERE. C'è un altro caso che sembra intrecciarsi con la vicenda Orlandi. È la drammatica sparatoria avvenuta in Vaticano il 4 maggio 1998 e conclusa con tre morti: il comandante delle Guardie svizzere, colonnello Alois Estermann, sua moglie Gladys Meza Romero e il vicecaporale Cedric Tornay. La verità ufficiale, confezionata nel giro di 24 ore, è che a sparare al colonnello e alla consorte, per infine suicidarsi, sia stato il vicecaporale impazzito a causa di un tumore al cervello. Ora, due avvocati parigini, Luc Brossollet e Jacques Vergès (quest'ultimo tanto autorevole e famoso da potersi permettere la scomoda difesa di Milosevic davanti al Tribunale dell'Aja) hanno pubblicato un libro dal titolo piuttosto esplicito: Assassinati in Vaticano, 4 maggio 1998. Nel volume, edito in Italia da Kaos, si sostiene la tesi che la ricostruzione ufficiale del Vaticano sia totalmente falsa. I periti messi in campo dai due avvocati dimostrerebbero che il giovane Cedric venne prima stordito con un oggetto contundente sulla tempia sinistra e, dopo una ventina di minuti, messo a sedere, cioè in verticale, e ucciso con un colpo sparatogli in bocca con una pistola non sua. Per i periti, questa dinamica è provata dalla presenza di muco e sangue nella trachea, presenza impossibile se Cedric fosse davvero crollato subito cadavere a terra, cioè in orizzontale, come sarebbe dovuto inevitabilmente accadere se si fosse fulminato da solo e in quel modo. Inoltre, i due denti centrali degli incisivi superiori mostrano chiaramente, con una piccola frattura a forma di triangolo stretto e allungato, la forma del mirino della pistola che gli sarebbe stata cacciata in bocca con violenza da mani estranee: se fosse stato lui a infilarsela, la bocca l'avrebbe aperta e non si sarebbe certo spaccato i denti. Infine, del tumore al cervello accampato dal perito vaticano come causa scatenante del raptus pluriomicida, non è stata trovata alcuna traccia.
Brossollet e Vergès sono stati scelti come rappresentanti di parte civile dalla madre di Cedric, la signora Muguette Baudat, quanto mai decisa a vederci chiaro e a difendere la memoria del figlio. Ma il Vaticano non ha neppure ammesso i due avvocati come legali della signora. "Il caso è chiuso, non ci sono novità e quindi non c'è alcun motivo per riaprirlo", è la risposta d'Oltretevere, benché il libro dei francesi sia stato inviato, come vera e propria istanza per la riapertura delle indagini, a Giovanni Paolo II in persona, che è anche il capo formale della giustizia vaticana.
IL DIAVOLO FA LE PENTOLE... Ad analizzare la lunga sfilza di telefonate e comunicati inviati dai presunti rapitori di Emanuela Orlandi ai destinatari più disparati, si scopre che non è mai stata dimostrato né che la ragazza fosse davvero nelle loro mani, né che fosse viva. Le pochissime notizie private esibite come garanzia di credibilità erano notizie note nel vasto giro delle amicizie della ragazza. Un paio di bigliettini e una lunga lettera firmata a mano, gli unici fatti trovare dai rapitori come scritti dalla loro vittima, non sciolgono i dubbi, anzi: i bigliettini contengono infatti un numero di parole insufficiente per farne un'analisi grafica certa; e la firma autografa della lettera, il cui testo è stato battuto invece a macchina, si è rivelata certamente falsa. E qui c'è il primo punto di contatto con il caso Estermann-Tornay. Secondo la verità ufficiale vaticana, anche il vicecaporale ha lasciato una lettera indirizzata alla madre per spiegare il perché della sua decisione omicida (un mancato encomio!) e chiederle perdono. Ma diverse perizie hanno dimostrato che la lettera è falsa.
Torniamo a Emanuela. Buona parte dei comunicati dei suoi rapitori è stata fabbricata dai servizi segreti: la Stasi, di quella che all'epoca era la Germania dell'Est. Un ex colonnello della Stasi, Günther Bohnsack, in una sua testimonianza resa al giudice istruttore Rosario Priore ha rivelato, tra l'altro, che il suo ufficio, la Decima Sezione della Divisione Hva della Stasi, ha fabbricato una lettera compromettente al colonnello turco Arsaplan Turkesh, guida spirituale dei Lupi grigi, l'organizzazione di cui faceva parte Agca, l'attentatore del papa. Ebbene: una serie di comunicati del caso Orlandi sono firmati "Fronte Anticristiano Turkesh", proprio come il cognome di quel colonnello turco. Chi scrive ha chiesto alla spia Bohnsack, che vive tuttora nella ex zona Est di Berlino, se ne sapesse qualcosa: "Sì, quei comunicati li ha fabbricati il mio ufficio", ha risposto l'ex colonnello della Stasi, "quelli e molti altri". Lo scopo? Aiutare con i cosiddetti "provvedimenti attivi" il governo di Sofia, in difficoltà per la famosa "pista bulgara" battuta dai magistrati italiani a caccia delle complicità di Agca. Perché ora i magistrati romani titolari dell'inchiesta stralcio su Emanuela Orlandi non interrogano Bohnsack?
Tra qualche mese saranno passati vent'anni esatti dalla scomparsa di Emanuela. E anche i reati, secondo il codice italiano, alla fine vanno in prescrizione: quale che sia la verità sulla povera Emanuela, fuggita, rapita, uccisa o chiusa d'autorità in un convento o in una "lavanderia", il prossimo 22 giugno gli strateghi del silenzio avranno partita vinta. "Parce sepulto"... Ma Emanuela può essere stata vittima di un "provvedimento attivo" della Stasi? A rendere imbarazzante questa ipotesi c'è la notizia apparsa su giornali tedeschi e polacchi nel maggio 1998, secondo cui Estermann, il colonnello delle Guardie svizzere ucciso in Vaticano, era sin dal 1980 un agente della Stasi, nome in codice "Werder", solito inviare le sue informazioni tramite una casella postale sul treno notturno Roma-Innsbruck. Al soldo della Stasi era di sicuro anche un frate benedettino, Eugen Brammertz, nome in codice "Lichtblick" (Raggio di Luce), traduttore di lingua tedesca per il quotidiano papale l'Osservatore romano.
Tra i fatti stupefacenti e apparentemente inspiegabili dell'amarissima Orlandi-story, c'è anche il caso del cardinale Silvio Oddi, all'epoca famosissimo uomo di grande potere nella Curia. Il prelato ha affermato con insistenza, per mesi - ma con ben dieci anni di ritardo - che Emanuela si era eclissata di sua spontanea volontà e che i suoi genitori ben lo sanno. Secondo Oddi, la sera del 22 giugno la ragazza è stata accompagnata davanti all'ingresso vaticano di Porta Sant'Anna da un'auto di lusso, rimasta ad attenderla in disparte come se a bordo ci fosse qualcuno timoroso di essere riconosciuto dalle Guardie svizzere. Emanuela sarebbe andata a casa e dopo una ventina di minuti tornata sull'auto rimasta ad aspettarla.
Oggi Ercole Orlandi afferma: "Per farlo smettere con le sue assurde dichiarazioni, ho dovuto minacciare di andare a reclamare a casa di Oddi". Ma perché allora il padre di Emanuela non ha mai fiatato di fronte all'enormità del caso Bonarelli e della documentata insistenza della Segreteria di Stato nel tacere e nell'ordinare di tacere? Ercole Orlandi ha sempre fatto rilevare, lamentandosene più volte, che i suoi avvocati difensori gli furono "suggeriti" dal Sisde, il servizio segreto civile italiano, che ha pagato anche le ricche parcelle. Perché non li ha cambiati con legali di sua fiducia? Oddi ha spiegato al magistrato e ai giornali di avere basato il suo racconto su quanto sentito dire con le proprie orecchie in Vaticano "da due laici" che erano all'ingresso di Porta Sant'Anna. Due Guardie svizzere? A pagina 89 del loro libro, Vergès e Brossollet accennano proprio a un giuramento, fatto fare alle Guardie svizzere dell'epoca, di non rivelare mai di avere visto rientrare in Vaticano e poi uscire di nuovo Emanuela Orlandi, proprio la sera del rapimento. La "fantasia" di Oddi sarebbe così confermata, se è vero che i due avvocati sono in possesso di precise testimonianze di ex guardie svizzere. A chi scrive, comunque, risulta che i magistrati conoscano i nomi di tre svizzeri che, poco tempo dopo la scomparsa di Emanuela, hanno troncato il servizio in Vaticano con largo anticipo sul dovuto.
LA VOCE DI EMANUELA. A proposito delle dichiarazioni di Bonarelli, Ercole Orlandi ha spiegato a chi scrive che la famosa telefonata è stata equivocata. A suo dire si riferiva solo a un nastro con la voce di Emanuela, secondo i rapitori recapitato in piazza San Pietro, ma ufficialmente mai trovato. Eppure la trascrizione dimostra senza ombra di dubbio che nella telefonata si parla di ben altro. Una copia del nastro con la voce di Emanuela, invece, fu poi fatta trovare all'agenzia Ansa in via della Dataria. I parenti chiamati ad ascoltarlo conclusero che si trattava quasi certamente della voce di Emanuela, sottoposta a sevizie e violenze varie, stupro compreso. Ma basta ascoltare il nastro per rendersi conto che la parte "sessuale" è talmente esagerata, se non grottesca, da parere subito, come parve anche ai magistrati, il riversamento del sonoro di un orgasmo femminile preso da un film porno. In ogni caso è difficile che una persona torturata, seviziata e stuprata concluda il tutto con il semplice, quasi placido e sospirato "mi lasci dormire" che si ode a fine nastro.
Vincenzo Parisi, all'epoca prima numero due e poi numero uno del Sisde, il 9 febbraio 1994 mise a verbale di avere avuto, 19 giorni dopo la scomparsa della ragazza, un incontro con monsignor Dino Monduzzi, all'epoca prefetto della Casa pontificia, ma di essersi sempre trovato, in Vaticano, di fronte a "un diaframma" e a un riserbo assoluto. Il diaframma è tale che Monduzzi ha sempre negato ai magistrati di aver incontrato Parisi, nonostante l'incontro sia stato confermato anche dal funzionario del Sisde Francesco Calamaro. Ma di avere trovato un muro lo hanno messo per iscritto anche tutti i magistrati coinvolti nell'inchiesta, dal sostituto procuratore generale Giovanni Malerba sino ai giudici istruttori Ilario Martella, Rando e Priore.
Oggi, quand'anche nuove rogatorie dei magistrati italiani spiccassero il volo verso Oltretevere, verrebbero impallinate esattamente come le precedenti. Ad apporre la firma sotto il "niet" della Santa Sede sarebbe ancora una volta il suo Magistrato unico: Pierluigi Marrone, che è anche, contemporaneamente, il capo dell'Ufficio legale del Parlamento italiano. Detto in altre parole: l'uomo che firma per conto dello Stato estero Città del Vaticano i "non possumus" affossatori delle richieste inoltrate dalla magistratura della Repubblica italiana, è il capo di un ufficio vitale del Parlamento di questa stessa Repubblica. Un piccolo, imbarazzante conflitto di interessi. E chi è la segretaria di Marrone all'Ufficio legale del nostro Parlamento? È Natalina Orlandi, sorella di Emanuela. A cui non resta che constatare che il Vaticano, con la firma del suo capufficio, rifiuta di dire all'Italia quello che sa sulla sorte della sorella.
Che cosa concludere su questo stupefacente intrigo? Di certo c'è il catenaccio vaticano, che rende difficile fare luce sulla vicenda. E c'è il comportamento dei familiari: non è moralmente ammissibile dubitare del loro dolore, anche se c'è chi fa notare come sia sempre stato molto meno avvertibile che in altri protagonisti di casi simili. Il fatto è che il loro bisogno di sapere si arresta di fronte al muro di gomma, o di bronzo, dei responsabili vaticani. La spiegazione più logica è che la famiglia abbia sempre una sorta di certezza del ritorno di Emanuela (lo hanno ripetuto per anni nelle dichiarazioni rilasciate ai giornali): come se qualcuno o qualcosa a loro contiguo alimentasse ancora oggi negli Orlandi la speranza, o l'illusione, che Emanuela prima o poi torni.
Certo è davvero strano che, in cinque anni di inchiesta, non siano mai stati interrogati né il misterioso monsignore della telefonata a Bonarelli, né l'ex colonnello Bohnsack, né i due avvocati francesi, né un testimone di nome Massimo Lacchei, a suo dire in possesso di elementi che legano il caso Orlandi a quello delle Guardie svizzere.
Pino Nicotri, giornalista, ha di recente scritto il libro "Mistero
vaticano. La scomparsa di Emanuela Orlandi", Kaos edizioni.

29 ottobre 2002 - LIBRO TOM CLANCY SU ATTENTATO ALI AGCA
"La Gazzetta del sud"
Tom Clancy: "Red Rabbit" Lo sparo a San Pietro e i misteri di Alì Agca
TOM CLANCY Red Rabbit Rizzoli pagine 591 - euro 19,00 Carlo De Biase È un chiaro pomeriggio di maggio del 1981 e Giovanni Paolo II, il papa forte e determinato venuto dall'Est, attraversa piazza San Pietro a bordo di un'automobile scoperta, dispensando sorrisi e saluti alla solita folla che lo ha atteso festante. Un giovane, dai capelli scuri, così come scura è la sua pelle, solleva il braccio armato di una pistola verso l'Uomo vestito di bianco e spara. Cerca di fuggire, ma viene rincorso e catturato. È Mehmet Alì Agca, un personaggio che ancora, a distanza di oltre vent'anni da quando cercò di cambiare il percorso della Storia, resta enigmatico, così come è ancora avvolto nel mistero chi lo armò mandandolo, nel cuore della Cristianità, a uccidere il Papa che avrebbe fatto cadere, con la forza della parola, un muro ideologico prima ancora che fisico. In quelle ore un altro uomo, nella "fictio" letteraria, a Londra divide il suo tempo tra un lavoro ufficiale apparentemente grigio e oscuro di insegnante a quello di brillante analista che la Cia ha spedito in Inghilterra per farsi le ossa. Si chiama Jack Ryan, è giovanissimo e negli anni diverrà per il suo Paese, gli Stati Uniti, un simbolo, più che un convinto servitore della Legge e della Libertà. Tom Clancy torna a dedicarsi a Ryan, uno dei suoi personaggi più riusciti, forse anche perché il grande schermo e le majors hanno voluto che avesse il volto di Harrison Ford. Nelle stesse ore in cui i superiori chiedono a Ryan di "interpretare" la lettera - riservata - con cui il Papa minaccia il governo polacco di abbandonare il Soglio di Pietro per tornare in patria se non finirà la repressione del cattolicesimo, un funzionario del Kgb contatta, in Unione Sovietica, due agenti della Cia chiedendo loro di aiutarlo a superare la Cortina di ferro e, quindi, a raggiungere la libertà. E per accreditarsi nei confronti di coloro ai quali ha chiesto aiuto, l'uomo dice che Yuri Andropov, all'epoca capo del Kgb, sta organizzando - in accordo con i vertici del Cremlino, e quindi con lo stesso Breznev - l'eliminazione fisica di Giovanni Paolo II. "Red Rabbit" (è il nome in codice dato alla spia del Kgb che deve fuggire) è la storia della frenetica corsa contro il tempo che Ryan ingaggia per chiarire il mistero che lega gli eventi che lo vedono testimone diretto a quelli che intuisce, prima ancora di capire. Eventi che sa bene possono portare, con la morte di Giovanni Paolo II, anche a un attacco al cuore dell'Occidente. Lo stile di Clancy è quello di sempre, con una partitura fittissima, sia nella definizione delle situazioni, che in quella dei personaggi, che, alla fine, confluiranno - pur nella drammaticità delle vicende narrate - nell'immancabile, ottimistico "happy end" tutto a stelle e strisce.

1 dicembre 2002 - ATTENTATO PAPA: LIBRO DI IMPOSIMATO
"Il Tempo"
I misteri del Vaticano dall'attentato al Papa al caso Estermann Libro del giudice Imposimato L'ATTENTATO contro papa Wojtyla del 13 maggio 1981 è maturato nell'Est Europa, anche se il segretario di Stato cardinale Agostino Casaroli "pensava" che dietro quell'evento ci fosse la Cia. Lo scrive l'ex magistrato Ferdinando Imposimato nel suo "Vaticano : un affare di stato" (Koinè nuove edizioni, Roma), che sarà tra qualche giorno in libreria.
Nei primi anni Ottanta, Imposimato, allora giudice istruttore a Roma, si occupò di riflesso della cosidetta pista bulgara dell'attentato al Papa, durante un'inchiesta sul sindacalista della Uil Luigi Scricciolo, indagato per spionaggio verso la Bulgaria.
Imposimato ricostruisce che dietro la ritrattazione del killer turco Alì Agca, il 28 giugno 1985, rispetto alle sue prime dichiarazioni che elementi bulgari avevano progettato, nel gennaio 1981, di assassinare il leader di Solidarnosc Lech Walesa, vi era stata una forte minaccia. Essa gli era stata comunicata, nel carcere romano di Rebibbia, da Markov Petrov, elemento del servizio segreto sovietico KGB inseritosi nella delegazione di magistrati bulgari giunti a Roma, per avvicinare tre cittadini bulgari residenti nella Capitale, incarcerati per l'attentato a papa Wojtyla (essi, nel 1986, in primo grado furono assolti per insufficienza di prove).
Imposimato, sulla base di una testimonianza inedita, documenta che il magistrato Ilario Martella, titolare della prima inchiesta su Agca, era stato obbligato a abbandonarla in seguito a "terribili minacce" giunte a lui, a una sua figlia e a una nipotina. In merito alla pista bulgara, sconfessata nei mesi scorsi dal papa durante il suo viaggio a Sofia, Imposimato è convinto che essa è frutto "delle menzogne e dei ricatti degli agenti dell'Est" mentre "la pista dell'Est si è rivelata sempre più solida". Il rapimento della cittadina vaticana, il 22 giugno 1983, Emanuela Orlandi e la contestuale scomparsa di Mirella Gregori, sono letti da Imposimato come un "ricatto" sul papa per indurlo a mitigare le sue critiche ai regimi totalitari marxisti dell'Europa dell'Est e della Polonia in particolare. Tra i "basisti" di quel rapimento Imposimato indica il colonnello della guardia svizzera pontificia, Aloysius Estermann, qualificato come "elemento della Stasi", la potente rete informativa segreta della Germania dell'Est, diretta fino all'autunno 1989 dal generale Markus Wolf. Estermann, insieme alla consorte Gladys Moreno, finirà assassinato, in Vaticano, il 4 maggio 1998, per mano, secondo l'inchiesta ufficiale vaticana, del subordinato Cedric Tornay, subito dopo suicidatosi. L'ipotesi che Estermann fosse un collaboratore della Stati, avanzata dal '98 ad oggi in varie occasioni da organi di stampa internazionali e da alcuni libri, è stata sempre bollata dal Vaticano come "una sciocchezza priva di fondamento". Imposimato riporta anche la testimonianza raccolta quest'anno, di Gunther Bohnsack, anch'egli elemento della Stasi che ha confermato come quella organizzazione spionistica si era attivata per "disinformare" e per depistare sulla tragica storia di quelle due ragazze.
 
 

 
 


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