Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2003 |
7 gennaio 2003 - IL DENARO DELLA MAFIA CONTRO L' URSS ?
"La Sicilia"
L'oro della mafia contro Mosca?
Sindona e Calvi.
I due banchieri (poi uccisi dai boss) diedero soldi allo Ior che finanziava la rivolta in Polonia
Tony Zermo
Ecco come la mafia siciliana contribuì, inconsapevolmente, alla caduta del regime comunista. Sembra il titolo di un "giallo" di fantasia, ma approfondendo si vedrà che ci sono molti punti di contatto con la realtà. Il fatto è che tutti noi abbiamo sotto gli occhi gli eventi, ma li vediamo in maniera spezzettata, contingente, senza avere la capacità di legarli insieme in un contesto, anche perché si tratta di episodi apparentemente senza relazione tra loro. La mafia sembra troppo distante dalla grande finanza, dal Vaticano e dai conflitti internazionali: e invece non è così.
Diciamo che la storia comincia all'incirca negli anni '70 quando Cosa Nostra prende a trafficare droga, a mettere su le raffinerie (molte in via Messina Marine a Palermo) e a far soldi a palate. Questa montagna di denaro dev'essere investita, una parte va nelle banche svizzere, un'altra ancora in Borsa e agli insediamenti turistici fuori dalla Sicilia, un'altra parte viene affidata al banchiere di Patti Michele Sindona. Quando fa bancarotta nonostante il tentativo di salvataggio di Andreotti, Sindona viene arrestato e poi ucciso nel supercarcere di Voghera con un caffè all'arsenico: come anni addietro all'Ucciardone era capitato a Gaspare Pisciotta, l'uccisore di Salvatore Giuliano.
Sparito dalla scena Sindona, Cosa Nostra era alla ricerca di un banchiere importante e più affidabile di Sindona che potesse investire bene il suo denaro, ed ecco spuntare Roberto Calvi che da semplice "ragiunatt" era diventato presidente del potente Banco Ambrosiano.
Calvi, il "banchiere dagli occhi di ghiaccio", sembrava l'uomo giusto e i fiumi di denaro della droga finirono all'Ambrosiano. Del resto "pecunia non olet" e nessuno potrà mai provare con certezza che quel denaro affluito al vecchio Ambrosiano era di Cosa Nostra.
Ma Calvi era un ambizioso irrefrenabile, pensava che legandosi al Vaticano, ed esattamente allo Ior, l'istituto bancario della Santa Sede gestito da mons. Marcinkus, avrebbe avuto porte aperte in tutto il mondo e ottenere protezione dai partiti politici italiani. Fu così che centinaia e centinaia di miliardi passarono dall'Ambrosiano allo Ior: e in mezzo a questo denaro c'era anche quello sporco. Con questo denaro il Vaticano finanziò "Solidarnosc" di Walesa che alla lunga riuscì a porre fine al regime comunista in Polonia. Dopo la democratizzazione di questo Paese seguì a catena la caduta dei regimi degli altri Paesi satelliti dell'Urss.
Naturalmente tutto questo era avvenuto senza che Cosa Nostra ne sapesse niente: aveva affidato i suoi "risparmi" a Calvi perché li facesse fruttare, non perché li desse a Marcinkus e da lì a "Solidarnosc". E fu così che anche Calvi fece la fine di Sindona e venne trovato penzolante da una corda sotto il ponte dei "Frati neri" sul Tamigi. A distanza di venti anni s'è capito che quello non era suicidio, bensì un delitto di mafia, forse affidato da Cosa Nostra siciliana alla camorra, e in particolare a quel Vincenzo Casillo che poi saltò in aria con la sua auto a Roma. Meglio togliere di mezzo testimoni pericolosi.
Al di sopra di questo sordido traffico sotterraneo di miliardi della mafia c'era però il più alto contesto politico, la Storia che cambiava. Che Papa Wojtyla volesse far cadere il regime comunista nella sua cattolicissima Polonia lo sapevano in molti, soprattutto i servizi segreti sovietici. E fu allora che il Kgb decise di ucciderlo. Per non agire direttamente chiese l'intervento dei servizi segreti bulgari, i quali fecero pressione sui colleghi turchi affinché si trovasse un killer disposto a sparare al Papa. Era Alì Agca, condannato a morte, un mistico fanatico dalla mira infallibile. Agca venne fatto evadere da un carcere di massima sicurezza, venne aiutato dai "lupi grigi" di Oral Celik, nelle sue peregrinazioni passò anche da una locanda di Palermo e il 13 maggio 1981, festa della Madonna di Fatima, si presentò con la pistola in pugno davanti al Papa. Il killer turco stavolta sbagliò mira, forse veramente la Madonna volle salvare Wojtyla per consentirgli di completare la sua missione in Terra.
In questo grandioso scenario politico, accorgersi che la mafia fu gabbata e che i soldi del diavolo finirono non in crusca, ma forse servirono per operazioni contro i nemici della Cristianità fa un certo effetto a volerci pensare. In fondo i mafiosi senza saperlo sono stati anche in questo caso anticomunisti come volevano essere. Curiosa la vita.18 febbraio 2003 - PAPA: 30 GIORNI, COME IL KGB SPIAVA IL CARD.WOJTYLA
ANSA:
L' ufficio a Cracovia del Kgb, il servizio segreto russo, negli anni Settanta punto' sul polacco padre Andrzej Bandecki per spiare l' allora card.Karol Wojtyla. Lo scrive, oggi, il mensile '30 giorni', diretto dal sen. Giulio Andreotti, che pubblica un estratto del volume L'archivio Mitrokhin, le attivita' segrete del Kgb in occidente, dello studioso inglese Cristopher Andrewaa. Padre Bandecki, assistente del card.Karol Wojtyla che incontrava ogni 15 giorni, era controllato da due elementi del Kgb, Gennadiy Bliyabin in codice 'Bogun' e Ivan Ivanovic Bunky soprannominato 'Il Filosofo'; il primo in azione dal 1971 e il secondo dal 1977. Commenta Andrewaa: "Senza dubbio il Kgb non prevedeva nel 1971 che meno di otto anni piu' tardi Wojtyla sarebbe diventato il primo papa polacco, ma mostro' una certa capacita' di intuizione nell' identificarlo come potenziale minaccia al regime comunista". In relazione al tentato assassinio del Papa da parte del killer turco Ali' Agca, nel pomeriggio del 13 maggio 1981 in piazza San Pietro, ancora Andrewaa rileva: "Se il Papa fosse morto, senza dubbio il Kgb sarebbe stato felicissimo. Eppure non troviamo traccia in nessuno degli archivi esaminati da Mitrokhin del suo coinvolgimento nell' attentato".20 febbraio 2003 - EMANUELA ORLANDI: IMPOSIMATO, RAPITA PER RICATTARE PAPA
ANSA:
Papa Giovanni Paolo II e Aldo Moro, due figure destabilizzanti per gli equilibri Est-Ovest nel clima della guerra fredda. Due uomini nel mirino di chi aveva interesse a mantenere lo status quo: Kgb in primis, per conto di un regime sovietico che provava a ritardare la sua agonia. Si spiegano cosi' anche i rapimenti di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, usati come strumento per fare pressione su un Papa che stava portando vento nuovo all' Est. Questa la tesi portata avanti dall' ex giudice Ferdinando Imposimato, nel libro "Vaticano - un affare di Stato" (Koine' editore), presentato oggi nella sede della stampa estera. E' una tela complessa quella che Imposimato ha provato a dipanare attraverso venti anni di ricerche portate avanti "nonostante ostacoli di ogni genere". Dalle indagini sul rapimento di Moro nel 1978 all' attentato al Papa nel 1981, dai casi Orlandi e Gregori nel 1983 all' uccisione del comandante della Guardia svizzera Alois Estermann, nel 1998. Dietro questi eventi, un intreccio di spie ed interessi: Lupi grigi, Brigate Rosse, servizi segreti bulgari, la Stasi, il Kgb. "Purtroppo - ha spiegato Imposimato - su queste vicende c' e' una chiusura impenetrabile da parte dei servizi segreti dei Paesi dell' Est. I reati non sono ancora prescritti e dunque e' possibile che finche' le persone coinvolte non saranno morte, non si sapra' tutta la verita'". Secondo Imposimato, "c' era un progetto comune da parte di Brigate Rosse e Lupi Grigi (la formazione terroristica cui apparteneva Ali Agca, l' attentatore del Papa) per compiere atti terroristici in Italia, su istigazione di alcuni esponenti deviati dell' ambasciata bulgara a Roma, probabilmente legati al Kgb". E Agca, prosegue, "non era un mitomane squilibrato come qualcuno ha voluto far credere, ma un terrorista serio, che aveva un obiettivo preciso. Lo stesso di chi ha rapito Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. Si tratta di episodi di quel vasto complotto che ebbe al centro Giovanni Paolo II fin dal momento della sua ascesa al soglio pontificio. Ma questi attacchi riuscirono solo a ritardare il corso degli eventi, non ad impedirli". "Secondo le informazioni che sono riuscito ad avere - rileva poi l' autore del libro - fino al '97-'98 la Orlandi era probabilmente ancora viva. Me lo hanno detto diversi esponenti dei Lupi Grigi. Che l' obiettivo del sequestro fosse il Papa e' dimostrato dal fatto che i rapitori non vollero parlare con i suoi familiari, che pure offrirono ben 2 miliardi per la liberazione, ma direttamente con il segretario di Stato vaticano". Secondo il criminologo Francesco Bruno, che ha scritto la prefazione del libro, "Emanuela Orlandi potrebbe essere stata rapita con l' ausilio della banda della Magliana. La ragazza in seguito e' stata uccisa e sono stati uccisi anche i suoi killer".24 febbraio 2003 - L'ATTENTATO AL PAPA DIVENTA FRANCOBOLLO
ANSA:
Un francobollo stampato (o forse si potrebbe dire coniato) in argento e 25 normali francobolli di carta che riproducono una foto-simbolo per ogni anno di pontificato, inclusa un'immagine dell' attentato del 1981: e' l' emissione filatelica congiunta Vaticano-Polonia che vedra' la luce il 20 marzo per solennizzare il quarto di secolo di pontificato di Giovanni Paolo II. Tutte le foto utilizzate per la serie di francobolli sono a colori tranne quella dell' attentato di Ali Agca al Papa che si presenta in bianco e nero: una scelta - spiega il capo dell' Ufficio filatelico vaticano Pier Paolo Francini in un' intervista anticipata dal mensile specializzato "Cronaca Filatelica" - giustificata dal fatto che "si e' trattato di un momento di particolare tristezza in tutto il mondo cattolico". Gli eventi scelti per illustrare i 25 anni di pontificato faranno entrare nella filatelia vaticana le immagini del presidente Pertini, di Fidel Castro e di Gorbaciov. Per quanto riguarda il francobollo d'argento, la lamina del metallo prezioso avra' un spessore di 0,1 millimetri; il francobollo rechera' l' immagine del Papa e avra' un valore facciale di 2,58 euro; nonostante l' inconsueto materiale sara' normalmente applicabile sulle lettere.1 aprile 2003 - PINO NICOTRI SU CASO EMANUELA ORLANDI
"Il Barbiere della sera"
Quarto motivo: il caso Emanuela Orlandi
di Anonimo
Come promesso, Pino Nicotri spiega qual è il quarto motivo che gli fa storcere il naso di fronte all'anatema scagliato contro la ormai famosa copertina de L'Espresso (quella tacciata addirittura di pedofilia). Ce n'è per tutti
Ah, ecco, dicevo del "Quarto motivo"... Eh già, nel mio intervento sulle polemiche feroci suscitate dalla copertina de L'Espresso tacciata di pedofilia avevo citato sul Barbiere tre motivi che mi facevano storcere il naso per le proteste dei Dal Boca, Giulietti, Orsetti più o meno padani, ecc., ecc.
E avevo accennato a un quarto motivo. Che però, per non stufare, rinviavo a una "puntata" successiva. Et voilà, arrieccomi qua con la puntata promessa.
Dunque: "Quarto motivo. A proposito di minorenni... e di presentatori non solo sanremesi".
Lo scorso 3 dicembre Pippo Baudo ha dedicato una puntata della sua trasmissione, "Novecento", alla scomparsa della cittadina vaticana Emanuela Orlandi, avvenuta nel 1983, quando aveva appena 15 anni e mezzo di età. Dal Boca, Giulietti &C ne converranno: era una minorenne. O no? Bene.
Gli atti giudiziari dimostrano senza possibilità di equivoci che il Vaticano ha nascosto con accanimento il mistero di quella scomparsa dietro un silenzio imbarazzato e imbarazzante.
E come se non bastasse, ad avere ricevuto un avviso di reato per concorso nel sequestro della ragazza è stato niente di meno che il vice capo della Vigilanza della Città di S. Pietro.
Esiste ancora il relativo stralcio dell'inchiesta giudiziaria, fermo davanti al silenzio delle mura leonine.
Tutte cose a Baudo ben note. Infatti, in vista di quella puntata una sua collaboratrice mi aveva chiesto un paio di copie del mio libro sull'argomento ("Mistero vaticano: la scomparsa di Emanuela Orlandi", edito lo scorso luglio da Kaos). Copie prontamente inviate e ricevute.
Inoltre, poiché conosco i miei polli, avevo prudentemente spiegato a Baudo via e-mail, cioè per iscritto e in modo documentabile, il succo della vicenda, anche per metterlo in condizione di evitare tranelli perché, come vedremo, l'argomento ben si presta.
Ho anche telefonato per sapere se era tutto chiaro. Sì, era tutto chiaro.
Bene. Ciononostante, Baudo ha permesso senza fiatare che un suo ospite, Orazio Petrosillo, presentato come vaticanista del quotidiano Il Messaggero, rifilasse dalla tv di Stato ai telespettatori, che pagano il canone, due sorpredenti affermazioni. Prima: "Il Vaticano ai magistrati non ha nascosto nulla, anzi ha sempre collaborato".
Seconda: "Di recente ho fatto una scoperta. Il Vaticano durante le indagini mise a disposizione della polizia italiana il suo centralino telefonico".
Sogno o son desto? S'è non sogno, beh, allora c'è da sprofondare per la vergogna.
In bocca all'ineffabile Petrosillo, e in faccia all'ancor più ineffabile Pippo, si è volatilizzato persino l'avviso di reato al vice capo vaticano per il non trascurabile reato di concorso nel sequestro della minorenne Orlandi!
A Napoli dicono: "Cos' 'e pazz'!". A Milano: "Robb de matt!". I telespettatori, si sa, sono imbecilli. O no? "Vènghino, signori, vanghino".
E mica è finita! Gli ospiti della trasmissione, raggirati a mo' di comparse, hanno fatto da degno contorno a tanta pietanza.
Beppe Severgini, col viso ultra pensoso da indagatore di ferro, ha fatto domandine da incompetente, idem la bellona Alba Parietti.
L'importante non è partecipare? Ben venga quindi un po' di pubblicità, anche se sulla pelle di una ragazzina sbranata da non si sa bene chi.
Allibito, ho inviato una e-mail a Severgnini, che ha onestamente risposto scusandosi e ammettendo la sua totale impreparazione e ignoranza dell'argomento.
Mica deve scusarsi con me! Dovrebbe semmai spiegare, a se stesso e ai telespettatori, perché cavolo va ad esibirsi a mo' di indagator pensoso, senza macchia e senza paura, su temi mica da niente e di cui non sa una mazza.
Comunque, mi ha chiesto lumi e li ha avuti. Poi però mister Italians è sparito: amen.
Meglio le chiacchiere e l'acquasantiera che il fastidio dell'impegno odoroso di zolfo luciferino. W gli Italians.
La Parietti ha ammesso la sua ignoranza sulla vicenda, ma s'è mostrata desiderosa di rimediare e non solo a chiacchiere. Insomma, un Pater, Ave, Gloria e via, assolta. Basta che non ci ricaschi.
Alberto Bevilacqua, ospite pure lui, è stato preso in contropiede ed è rimasto di sale, lo si capiva dalla faccia sgomenta.
La vicenda Orlandi lui la conosce, eccome, motivo per cui all'ineffabile Petrosillo ha chiesto proprio, chiaro e tondo: "Il Vaticano nasconde qualcosa?".
Ma il Te Deum del vaticanista è stato talmente sfacciato da ammutolire l'interlocutore: Bevilacqua mica poteva prendere a sberle in diretta un "esperto" del Pippo.
Impossibile ribattere in modo adeguato quando, oltre al fiato pippesco sul collo, c'è un contorno di nani e ballerine a comando.
E il buon Petrosillo? Gli ho chiesto via e-mail, cioè in modo che posso documentare, se per cortesia poteva illuminarmi circa il suo grande scoop, visto che, in un paio d'anni di lavoro per il mio libro, m'era sfuggito.
La sua risposta è la migliore prova che, a onta delle sparate in tv, del caso Orlandi non sa assolutamente nulla: infatti, tira in ballo un magistrato che di quel caso non si è mai occupato. "Cos' 'e pazz'!" oppure "Robb de matt!"? Decidete voi.
Intanto però porgo una domanda: come sono possibili di questi trucchi televisivi a danno di una minorenne fatta sparire? E i Dal Boca, Giulietti e Orsetti? Mah, mi sa tanto che non basti un intero rosario.
Pino Nicotri12 maggio 2003 - ATTENTATO PAPA; DOMANI 22° ANNIVERSARIO
ANSA
Erano le 17 e 19 del 13 maggio 1981, un assolato pomeriggio romano, quando dei colpi di pistola risuonarono tra la folla accorsa in piazza San Pietro per l'udienza generale: Giovanni Paolo II, colpito, si accascio' sulla papamobile scoperta, sorretto dai suoi collaboratori piu' stretti, in una corsa disperata verso l'ospedale.
Sono passati 22 anni dall'attentato di Ali Agca, da quel tentativo fatto dal killer turco di uccidere Karol Wojtyla, di fermare il corso della storia.
Il papa, ferito gravemente all'addome, rischio' di morire dissanguato nel trasporto all'ospedale Gemelli, dove subi' un lungo e delicato intervento, grazie al quale riusci' a sopravvivere nonostante il colpo ricevuto. Giovanni Paolo II ha sempre attribuito il fatto di non essere morto sotto i colpi di Agca all' intercessione della madonna di Fatima, la cui festa cade proprio il 13 maggio, in ricordo della prima apparizione, nel 1917 ai tre pastorelli portoghesi.
Un destino che ha strettamente legato l'attentato a Fatima: nel 2000, in occasione del giubileo, Giovanni Paolo II ha reso pubblico il contenuto del "terzo segreto di Fatima" interpretandolo proprio come la profezia di un attentato contro il Pontefice e identificandosi con quel Pontefice. Per la pubblicazione del terzo segreto, il 13 maggio di tre anni fa, papa Wojtyla si reco' a Fatima, dove gia' era stato dopo l' attentato in segno di ringraziamento alla Madonna.
A suggello della sua devozione Giovanni Paolo II, infatti, aveva donato al santuario di Fatima la pallottola estrattagli dall'intestino, proiettile che come una gemma dall'84 e' incastonato nell' aureola della corona della statua della Madonna. La fascia bianca insanguinata che portava il giorno dell'attentato, invece, e' nel santuario polacco di Jasna Gora, la cui Vergine e' venerata da secoli come simbolo della nazione polacca.
Un aspetto particolare dell'attentato e' il perdono che Giovanni Paolo II ha dato ad Ali Acga: il turco fu perdonato dal papa pochi giorni dopo l'attentato, durante il primo Angelus che Karol Wojtyla pronuncio' quattro giorni dopo essere stato ferito dalla sua stanza dell'ospedale Gemelli. Giovanni Paolo II rinnovo' il suo perdono ad Agca il 27 dicembre 1983, quando incontro' Agca nel carcere di Rebibbia: "Quello che ci siamo detti - spiego' il Pontefice successivamente - e' un segreto tra me e lui. Gli ho parlato come si parla ad un fratello che ho perdonato e gode della mia fiducia". Ali' Agca ebbe poi, nel giugno 2000, durante il Giubileo, la grazia dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e - dopo aver trascorso oltre 19 anni nelle carceri italiane - fu estradato in Turchia, dove sta ora scontando le pene per reati commessi in quel Paese.13 maggio 2003 - ATTENTATO PAPA: MONS. BERTONE, MADONNA DEVIO' PROIETTILE
ANSA:
Il 13 maggio del 1981, la Madonna "protesse in modo particolare" il Papa, "deviando" la pallottola che il turco Ali Agca gli sparo' contro in piazza San Pietro: a ribadire questa tesi e' mons. Tarcisio Bertone, attuale arcivescovo di Genova ed ex segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, in un'intervista oggi alla Radio Vaticana.
L'attentato avvenne proprio nel giorno dedicato dalla Chiesa alla Madonna di Fatima. "E' una connessione molto bella - ha spiegato mons. Bertone -. Sappiamo qual e' la devozione profonda del Papa a Maria, Totus Tuus e sappiamo come Maria ha avuto una protezione speciale per il nostro Papa, deviando quella pallottola in modo da salvargli la vita. Cosi', la Signora del messaggio di Fatima continua a leggere i segni del nostro tempo, a guidare il Papa, a guidare anche noi in questa opera di salvezza".
Riferendosi poi all'iniziativa di Giovanni Paolo II di dedicare quest'anno al rosario, Mons. Bertone ha osservato che e' "ancora troppo presto per verificare i risultati positivi di questa preghiera massiccia e incessante". "Pero' - ha aggiunto - qualche segno si puo' gia' vedere. Anzitutto a me sembra che un segno positivo sia l'atteggiamento dei musulmani che hanno saputo distinguere bene il problema guerra dal problema dello scontro di religione ed hanno apprezzato unanimemente l'azione del Santo Padre e quindi l'atteggiamento della Chiesa cattolica".13 maggio 2003 - IMPOSIMATO, PAPA E' ANCORA BERSAGLIO, EMANUELA ORLANDI FORSE ANCORA VIVA
ANSA:
"E pacifico che vi sia stato un complotto internazionale e che non si tratto' del gesto di un folle. E anche oggi Giovanni Paolo II e' oggetto di possibili attentati da parte di integralisti islamici, e anche altri gruppi religiosi che vogliono il conflitto di civilta'".
L' ex giudice Ferdinando Imposimato, intervistato dalla radio Rtl 102, torna sull' attentato al papa di 22 anni fa e aggiunge che Emanuela Orlandi, rapita il 22 giugno 1983 per "ricattare il papa, potrebbe essere ancora in vita in Turchia".
"Si e' compreso - spiega Imposimato - che il complotto inizio' a essere messo a punto quando Carol Wojtyla fu eletto al soglio pontificio, nell' ottobre del 1978, ma prosegui' sicuramente anche dopo il fallimento dell' attentato. I rapimenti di Emanuela Orlandi, cittadina vaticana, e di Mirella Gregori furono infatti commessi per ricattare il papa, e si tratto' dunque della prosecuzione della congiura contro il Santo padre. Dalle indagini e' emerso che ci fu sicuramente la partecipazione di agenti segreti di alcuni Paesi, come quelli russi del Kgb, quelli tedeschi della Stasi e di agenti segreti bulgari. Giovanni Paolo II dava fastidio a tutti coloro che volevano il mantenimento degli equilibri mondiali stabiliti a Yalta, voleva il superamento di questi equilibri, la prosecuzione della scelta di Aldo Moro".
Per quanto riguarda la Orlandi, Imposimato afferma che "e' stata rapita dai Lupi Grigi, manovrati dai servizi segreti dell'Est. Questa ragazza e' stata sicuramente portata in Germania, da li' in Francia e poi in Turchia. Poi a partire dal 1999 se ne sono perse le tracce, ma potrebbe essere ancora in vita in Turchia".31 maggio 2003 - NEL 1963 ALA DURA KGB VOLEVA ATTENTATO IN VATICANO
"Il Corriere della sera"
RIVELAZIONI
"L'ala dura del Kgb voleva un attentato"
Un attentato in pieno Concilio all'inizio degli anni Sessanta, con lo scopo di interrompere i lavori e cambiare la storia. Un atto di forza che nella mente di Aleksandr Schlepin, allora presidente del Kgb in pieno delirio d'onnipotenza, avrebbe dovuto "mobilitare tutte le forze progressive contro il Vaticano" e stupire il mondo. Scenario apocalittico, che può aver anticipato un altro gesto criminale, quei colpi di pistola sparati a bruciapelo dal lupo grigio Ali Agca contro Papa Wojtyla.
Trama da spy-story internazionale, dunque, e solo apparentemente fantasiosa: le rivelazioni provengono infatti da Anatolij Krasikov, già corrispondente della agenzia Tass in Italia durante gli anni Sessanta; successivamente, addetto stampa del presidente russo Eltsin e oggi, dopo essersi convertito alla religione ortodossa, direttore del centro per le ricerche sociali e religiose dell'Accademia russa delle scienze.
Le rivelazioni di Krasikov appaiono sull'ultimo numero della rivista Religioni e Società , collegata all'università di Firenze (e nel cui comitato internazionale figura tra gli altri lo storico Renato Risaliti). Numerose e diverse le fonti, le più importanti delle quali sono gli archivi del Kgb, la polizia segreta del regime con la quale, a suo tempo, Krasikov deve avere avuto una certa dimestichezza. Ora il giornalista non si limita a raccontare i retroscena del Concilio, visto dal punto di vista sovietico; risale addirittura alla primavera del 1945, quando Stalin - rivela - esaminò seriamente con i suoi collaboratori la prospettiva di scatenare "una guerra accanita" contro il Vaticano, che avrebbe potuto "terminare solo con la sua assoluta distruzione".
Una minaccia reale o la pura esercitazione verbale di un dittatore ansioso di impadronirsi dell'Europa? A giudizio dello stesso Risaliti, si trattò di un piano molto concreto diretto contro la Chiesa. Benché non sia possibile provarlo, è verosimile che la frase di Stalin preludesse al tentativo di provocare uno scisma anticattolico in tutti i Paesi in cui era presente l'esercito sovietico. Il dittatore non riuscì nel suo intento, però finirono in carcere il croato Stepinac, l'ungherese Mindzenty e il polacco Vyshinski, i quali per lungo tempo non poterono dirigere le rispettive Chiese. E anche i greco cattolici "uniati", forti soprattutto in Ucraina, vennero forzatamente inseriti nelle Chiese nazionali vicine a Mosca.
Ancora più impressionanti le rivelazioni di Krasikov che riguardano il Concilio Vaticano, presieduto fino al 1963, l'anno della morte, da Papa Giovanni XXIII. In un clima carico d'ottimismo, con la Chiesa protagonista di quella "apertura a sinistra" che in Italia avrebbe favorito l'ingresso del Psi nel governo e internazionalmente sarebbe culminata nell'udienza concessa dal Pontefice alla figlia di Kruscev, Rada, e a suo marito direttore delle Izvestija , i falchi del Cremlino dunque tramavano un'azione terroristica, capace addirittura di interrompere i lavori del Concilio. Il presidente del Kgb Schlepin, si apprende dai documenti, aveva proposto ai suoi fedelissimi di usare la sua rete di agenti segreti per compiere un gesto clamoroso contro il Concilio. Ma perché bloccare un'evoluzione favorevole ai sovietici, seguita alla pubblicazione dell'enciclica Pacem in terris ? L'unica risposta è che la scuola spietata e criminale del Kgb non eccelleva di certo in sensibilità politica, e non è escluso che quel precedente (questa almeno l'ipotesi) sia servito più tardi a una "cosca impazzita del Kgb" per armare la mano di Ali Agca contro Wojtyla.
C'è poi un parallelo di Krasikov fra Giovanni XIII e Giovanni Paolo II che induce a meditare: entrambi di umili origini e a conoscenza diretta del duro lavoro manuale, entrambi "pacifisti" e decisi a difendere i "diritti dell'uomo e non solo quelli della Chiesa cattolica".
Resta, al di là delle suggestioni, l'interrogativo di fondo. Che cosa sarebbe successo se, a suo tempo, i falchi dell'Urss fossero prevalsi? A questo, per fortuna, oggi possono rispondere soltanto i romanzieri.
La rivista : "Religioni e Società", n. 46
www.religioniesocieta.com
Dario Fertilio13 giugno 2003 - LIBRO SU EMANUELA ORLANDI: E' ANCORA VIVA ?
"Sette", inserto settimanale de "La Repubblica"
EMANUELA E' ANCORA VIVA: ECCO CHI LO PENSA E PERCHE'
Lo credono i genitori che, da quando spari' proprio vent'anni fa, aspettano.
Lo sostiene un libro-inchiesta che chiama in causa il Papa, Agca, la Cia, il Kgb
e le intelligence di mezza Europa. Possibile? (di Brunella Schisa)
Emanuela mia figlia, sparì nel nulla vent'anni fa. Era il 22 giugno 1983. Due anni dopo l'attentato al Papa. Lei aveva quindici anni. Adesso è una donna di trentacinque. Ma in tutti questi anni mia moglie e io non abbiamo mai perso la speranza di poterla riabbracciare. Perché Emanuela è viva. Da qualche parte".
Così Ercole Orlandi e la sua famiglia aspettano il ritorno della figlia inghiottita, vent'anni fa, da uno dei misteri più complicati della nostra storia. Una vicenda che ha coinvolto il papa, Ali Agca, lo Ior di Marcinkus, il crac del Banco Ambrosiano e tutti i servizi segreti dell'Est e dell'Ovest, e che adesso viene ricostruita dal giornalista Antonio Fortichiari in un libro-inchiesta intitolato È viva. Attraverso testimonianze e documenti inediti, l'autore ha riannodato i fili di una storia fatta di indagini sbagliate e depistaggi, ma che è, prima di tutto, una tragedia umana.
Partiamo dal titolo molto ottimista sulla sorte di Emanuela.
"Sì, ottimista, ma sostenuto da alcune riflessioni. Se Emanuela non è stata uccisa subito, potrebbe essere rimasta in vita a lungo. In questi vent'anni né un pentito né qualcuno in cambio di soldi ha mai confermato la sua morte. E l'ultima irruzione alla ricerca di Emanuela in un convento del Lussemburgo risale al 1993, evidentemente su una segnalazione ritenuta affidabile. Allora, se era viva dieci anni fa, perché non potrebbe esserlo ancora?".
Cerchiamo di ricostruire la storia. Da dove partiamo? Da quel 22 giugno del 1983, quando Emanuela, uscita dalla lezione di flauto, mancò l'appuntamento con la sorella davanti al Palazzo di Giustizia?
"No, direi di fare un passo indietro, almeno fino al 1978, quando fu eletto un papa polacco".
Un'elezione dirompente, e tutti capimmo presto che papa Wojtyla non sarebbe rimasto a guardare il mondo dalla finestra di piazza San Pietro.
"Infatti avviò subito una politica sia a Est che a ovest in conflitto con gli interessi internazionali, e così il 13 maggio 1981, attraverso Ali Agca ebbe il primo avvertimento".
Lei scrive che Ali Agca aveva il compito di ferire e non di uccidere il papa, perciò sparò soltanto due colpi e non scaricò l'intero caricatore.
"Agca era un killer professionista, e come si vede anche dalle fotografie puntò in basso".
Continui.
"L'avvertimento non basto'. Secondo il criminologo Francesco Bruno, che dal '78 all'87 è stato funzionario della divisione tecnico-scientifica del Sisde, il papa voleva inserirsi in una serie di strategie internazionali: da una parte voleva finanziare il sindacato polacco Solidarnosc, dall'altra in America Latina accendeva gli animi, andando a pregare sulla tomba dei martiri del popolo, come il vescovo salvadoregno Oscar Romero. E allora sembra che qualcuno gli abbia voluto dare un secondo avvertimento".
E rapirono una ragazzina soltanto perché era cittadina della Santa Sede?
"Una dei 406 cittadini del Vaticano alla quale il papa era molto affezionato che vedeva crescere sotto i suoi occhi".
Wojtyla fece diversi appelli per Emanuela, che non era la sola ragazza sparita a Roma in quel momento.
"Otto per la precisione, il primo dieci giorni dopo la sua scomparsa, l'ultimo nel 1984, evidentemente dopo due anni pensava ancora che Emanuela fosse viva".
Senza mai nominare Mirella Gregori, sparita a Roma un mese prima?
"No, la sua scomparsa non ha alcun collegamento con quella di Emanuela: metterle insieme fu un chiaro depistaggio".
Uno dei tanti. Severino Santiapichi, che presiedeva la prima Corte di assise che condannò all'ergastolo Agca, sostiene che la connessione con Agca era una bufala.
"Sì, Santiapichi non crede nemmeno alla pista del ricatto al Papa, sostiene che sia stata una speculazione. D'altronde anche Antonio Marini, pm al secondo processo sulla Bulgarian connection, è convinto che Emanuela Orlandi abbia fatto da cassa di risonanza di una serie di interessi internazionali".
In che senso?
"Nel senso che ciascuno l'ha usata per lanciare un messaggio a qualcun altro, ma è impossibile dire a chi, una partita nella quale ogni giocatore cerca di portare la vicenda dove gli fa più comodo, e quando a giocare sono le intelligence di tutto il mondo, diventa difficile capire quale sia la posta in gioco e che cosa stiano scambiando".
Dopo Agca venne la pista Bulgara, poi di nuovo i turchi del gruppo Turkesh.
"Il fatto che si chiamasse Turkesh non significa nulla, anche questo fu un depistaggio, probabilmente creato dai servizi italiani. Nella partita c'erano tutti: il Kgb, la Cia, anzi, i settori deviati e non particolarmente in linea con l'establishment americano. Secondo Bruno la pista bulgara è stata creata dalla Cia, ma è anche vero che in questo genere di operazioni internazionali c'è una sorta di connivenza, per cui non e' escluso che parte degli uni e degli altri abbiano collaborato".
Lei scrive che Rosario Priore, giudice al secondo processo sui presunti complici di Agca, afferma che né il Vaticano né i francesi aiutarono le indagini.
"I servizi francesi impedirono addirittura di arrivare a Oral Celik, l'amico fraterno di Agca, che sembrava tenesse prigioniera Emanuela. Anzi, si diceva che la ragazza fosse innamorata di lui e fosse vittima della sindrome di Stoccolma. Sono sempre servizi francesi che avvisano la Santa Sede di un attentato al papa e poi del rapimento.
II capo dell'intelligence, De Marenches, nell'80 mandò un abate dell'ordine dei Premonstratensi a San Pietro a parlare con alcuni esponenti del vertice vaticano e avvertire il Papa del pericolo di un attentato. Ma il messaggio non arrivò mai a Wojtyla, anzi l'establishment della Santa Sede negò ogni incontro".
Qualcuno in Vaticano voleva fermare il papa polacco.
"Sì, qualcuno su posizioni diverse da quelle di Wojtyla e che poco apprezzava l'Ostpolitik praticata dal Papa che apriva il dialogo con i paesi dell'Est".
Nelle indagini entrano anche i servizi tedeschi, che con la polizia francese fecero un blitz nell'86 in un appartamento di Parigi, dove pensavano di trovare Celik.
"I servizi tedeschi all'epoca erano disposti a offrire 150 mila marchi all'informatore francese che li mettesse sulle tracce di Celik ed Emanuela: anche loro evidentemente convinti che fosse viva".
Eppure tra le decine di telefonate giunte alla famiglia dopo il rapimento, nessuno ha mai dato la prova certa che Emanuela fosse viva.
"Molte informazioni che solo lei poteva avere dato, ma mai la prova inconfutabile".
Lei ha parlato con i genitori di Emanuela diverse volte, come li ha trovati?
"Sereni, sostenuti da una fede incrollabile, aspettano il ritorno della figlia. La loro serenità è risultata sospetta e in molti si sono chiesti: è possibile che non sappiano niente, che non siano conniventi? Sono persone per bene e vivono con dignità una vicenda che prima di essere un giallo internazionale è un dramma familiare".
(Brunella Schisa)14 giugno 2003 - EMANUELA ORLANDI: 20 ANNI DOPO LIBRO RICOSTRUISCE CASO
ANSA:
Domenica 22 giugno saranno venti anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, la ragazza quindicenne, figlia di un dipendente vaticano, sulla cui sorte ancora oggi si discute, dopo che il suo rapimento e' stato messo in connessione con tutte le vicende note e meno note che hanno visto protagonista la Santa Sede in quel periodo, prima fra tutte l'attentato a Karol Wojtyla del 1981.
E a venti anni di distanza c'e' chi, come i genitori di Emanuela, crede che sia ancora viva. E' uscito in questi giorni un nuovo libro sulla vicenda, del giornalista Antonio Fortichiari ('E' viva', Tropea Edizioni) che ricostruisce il caso attraverso testimonianze e documenti inediti, caso che pero' a distanza di tanto tempo "resta aperto".
"Emanuela Orlandi - scrive Fortichiari - e' viva perche' continua a essere sinonimo di un passato oscuro che va svelato per conoscere, per capire, per non dimenticare". Nelle 270 pagine, il libro ricostruisce i pezzi di un puzzle che pero' ancora oggi non puo' essere visto nella sua interezza, se si pensa che anche uno degli elementi piu' conosciuti della vicenda, il legame del rapimento con l'attentato al Papa, non ha certezze: "Il serio lavoro di autorevoli magistrati - scrive Fortichiari - esclude l'esistenza di prove giuridicamente rilevanti capaci, in modo inconfutabile, di collegare l'attentato al papa con il caso Orlandi".
"Tuttavia - aggiunge - non si puo' fare a meno di constatare quante siano numerose le volte in cui la vicenda di Emanuela Orlandi si intreccia, piu' o meno casualmente, o e' deliberatamente connessa con l'attentato del 13 maggio 1981". Anche se c'e' chi l'ha collegata negli anni ad altri eventi della recente storia vaticana, come arma di ricatto, ad esempio, per l' affare Ior-Banco Ambrosiano.
Al di la' di quegli elementi che fanno del caso Orlandi "un giallo avvincente e intricatissimo, di cui sfuggono sempre i contorni esatti e le precise motivazioni, quella di Emanuela Orlandi e' la storia di un dramma umano", sottolinea il giornalista, soprattutto per chi spera di rivederla ancora viva.
"Purtroppo pero', non esiste alcuna possibilita' che Manuela Orlandi sia viva", dice il criminologo Francesco Bruno: "il movente del rapimento e' politico. Perche' i rapitori avrebbero dovuto risparmiare un testimone potenzialmente cosi' scomodo?".
Ma non e' solo il padre della ragazza, Ercole Orlandi, a pensare che Emanuela sia viva ("Ne siamo sicuri. Sicurissimi") ma anche personaggi come l'ex magistrato Ferdinando Imposimato, o il generale dei carabinieri in pensione Domenico Cagnazzo, che segui' in parte le indagini sul sequestro: "Non ho alcuna prova per ritenere che Emanuela Orlandi sia viva. Diciamo che il mio fiuto di investigatore mi porta a pensare cosi'".
Una delle poche certezze di questo vicenda viene proprio da Cagnazzo: si tratta di "un rebus, un mistero, non un normale rapimento". E qui si apre uno dei capitoli piu' inquietanti del caso Orlandi, quello della presenza dello "zampino di qualche servizio segreto non nostrano". Il libro parla del ruolo che i servizi di mezzo mondo hanno avuto, in particolare i francesi, ma anche i tedeschi, per non parlare di quelli dei paesi dell' allora Cortina di ferro. Un lavoro fatto non da "quattro scalzacani" o da "componenti della banda della Magliana" secondo il generale, ma un sequestro "preparato scientificamente da menti al di sopra delle normali intelligenze".16 giugno 2003 - CARD.ANGELINI, ERAVAMO IN 24 INTORNO AL PAPA FERITO
ANSA:
C'erano 24 persone intorno al tavolo della sala operatoria sul quale quel 13 maggio 1981 fu posto il Papa ferito da Ali Agca. L'ha raccontato il card. Fiorenzo Angelini, allora vescovo delegato della pastorale sanitaria della diocesi di Roma, che riusci' ad arrivare al Gemelli subito dopo Giovanni Paolo II.
A rendere possibile l'arrivo fu la scorta di "una macchina dei carabinieri messa a disposizione da Giulio Andreotti": "mi consentirono in cinque minuti a sirene spiegate di arrivare da via della Conciliazione al Gemelli". Il dettaglio inedito e' stato raccontato, oggi, dallo stesso Angelini, da molti anni creato cardinale, durante la presentazione del libro di Corrado Manni "Una vita per la medicina" (ed. Sanpaolo).
Il card. Angelini guardando Manni al suo fianco, che quel 13 maggio 1981 fungeva da anestesista ha affermato: "Intorno a quel tavolo della sala operatoria li ho contati eravamo in 24. Quello che ci teneva in sospeso e' che non si vedeva arrivare un rianimatore". Manni nel suo libro ricorda che dopo quella prima operazione, durata diverse ore, Papa Wojtyla ha trascorso cinque giorni cruciali al reparto rianimazione, al terzo piano del Policlinico Agostino Gemelli di Roma. Al termine di quella fase Manni ha avvicinato il Papa e gli ha sussurrato: "Lei deve star tranquillo. Il peggio e' passato".
L' ultima volta che Manni ha anestetizzato il Papa e' stato nel 1996, con un' ora di intervento. "Si trattava - certifica Manni - di una appendicite".
Manni, tuttavia, ha avuto altri pazienti illustri. Il 4 novembre 1967, all' interno del Vaticano, ha operato Paolo VI per la rimozione di una ghiandola compromessa da ipertrofia prostatica. Il 14 luglio 1948, al Policlinico Umberto I di Roma, avendo come suo superiore diretto il chirurgo Pietro Valdoni, ha collaborato all'operazione di Palmiro Togliatti, segretario nazionale del Pci, ferito da un estremista catanese di estrema destra. Su quanto avvenne quel giorno, il sen. Giulio Andreotti ha ricordato un dettaglio sconosciuto ai piu'. "Appena uscito dall' anestesia, Togliatti, tramite il suo medico curante, Mario Spallone, aveva informato una mia sorella che era imparentata con Togliatti. Ella era venuta a conoscenza di un messaggio di Togliatti per Alcide De Gasperi, allora presidente del Consiglio dei Ministri che in seguito a quell'attentato in Italia non sarebbe successo nulla e cosi' e stato".6 luglio 2003 - EMANUELA ORLANDI
"Il Barbiere della sera"
Emanuela Orlandi: il silenzio e il depistaggio regnano sovrani
di Franco Serbelli
Pino Nicotri risponde a tutte le domande inviategli su Trenta Righe da Albatros a proposito della scomparsa della ragazza, della manovre costruiteci sopra e della stranissima omertà del Vaticano
Rispondo volentieri alle domande postemi da Albatros a proposito del mio libro "Mistero Vaticano - La scomparsa di Emanuela Orlandi", edito da Kaos Edizioni.
DOMANDA - Nel suo lavoro lei sostiene, con brillanti toni pacati, che la scomparsa di Emanuela Orlandi, avvenuta il 22 giugno 1983, sia stata molto probabilmente "una sordida vicenda tutta interna alla Curia romana, poi solo strumentalizzata dai servizi segreti dell' est nell'ambito della strategia contro il pontificato wojtyliano".
Dunque, i 20 anni trascorsi dall'inizio di questa oscura vicenda senza che la ragazza, oggi trentacinquenne, abbia fatto ritorno a casa, possono avvalorare questa tesi?
RISPOSTA - Temo proprio di sì. Anche perché nel frattempo non solo il silenzio di tomba del vaticano è rimasto tale, ma ha ricevuto aiuti significativi.
Persino un Pippo Baudo si è prestato, nella puntata del 4 dicembre del suo programma Novecento, a tacere e a lasciar propagare autentiche menzogne sapendo per giunta che di menzogne si trattava. Un paio di settimane prima la sua segretaria Wanda Raspolini mi aveva chiesto di inviarle due copie del mio libro dicendomi che Baudo aveva intenzione di invitarmi per una puntata dedicata al caso Orlandi.
Essendo sicuro che Baudo, date le colpe del Vaticano nella vicenda, ci avrebbe ripensato, gli ho inviato una e-mail per spiegargli che:
1) l'inchiesta giudiziaria aveva fatto piazza pulita di tante chiacchiere;
2) uno stralcio accusava di concorso in sequestro di persona non spie del Kgb o terroristi musulmani , bensì - sorpresa! - il vicecapo della Sicurezza Vaticana dottor Raul Bonarelli;
3) una intercettazione telefonica dimostra che la Segreteria di Stato vaticana ha ordinato a Bonarelli di mentire con i magistrati.
Specificavo anche che il silenzio del Vaticano era stato stigmatizzato per iscritto da almeno tre magistrati, compreso il g.i. Rosario Priore, che si era occupato del caso Agca alla ricerca di eventuali complici.
Bene. Non solo Baudo nella sua trasmissione ha taciuto tutto ciò, ma ha lasciato senza fiatare che Orazio Petrosillo, "vaticanista de Il Messaggero di Roma", dicesse una balla clamorosa: vale a dire, che aveva scoperto da poco come il Vaticano non solo avesse collaborato con gli inquirenti italiani, ma avesse addirittura "messo a disposizione della polizia italiana il suo centralino telefonico"!!!!
Una menzogna orribile e spudorata, sparata a freddo, visto che gli atti giudiziari dimostrano l'esatto contrario, e cioè il silenzio omertoso del Vaticano. Ho inviato una e-mail a Petrosillo per chiedergli cortesemente dove avesse appreso la clamorosa notizia sparata in diretta come uno scoop, ma la sua e-mail di risposta dimostra senza possibilità di dubbio che lui del caso Orlandi non sa assolutamente nulla. Non è la prima volta che lo affermo in pubblico, e sfido Petrosillo a un dibattito magari nella sede della stampa estera a Roma. Ma l'ottimo collega "scoopista" non accetterà mai...
C'è qualcuno che pensa che questo mix di silenzio compiacente e balle colossali, possa essere stato mandato in onda per caso?
DOMANDA - Non molto tempo fa Alì Agca è stato estradato in Turchia, ma di Emanuela ancora nulla. Allora veramente la vicenda di politico ha ben poco?
RISPOSTA- La vicenda di politico ha solo ed esclusivamente l'uso strumentale che ne è stato fatto.
Agca in quel periodo era difeso dall'avvocato Ferdinando Imposimato, ex magistrato dell'Ufficio Istruzione del tribunale di Roma, il quale dopo l'estradizione si sbracciò ad assicurare a destra e sinistra che la ragazza sarebbe stata liberata: "Estradato Agca, non c'è più motivo perché la trattengano". Non solo la ragazza non è tornata, ma l'ineffabile Imposimato è diventato legale della madre della Orlandi! E anche lui, ospite di Pippo Baudo, il 4 dicembre si è speso per assicurare che la ragazza è viva.
A mio modesto avviso, la magistratura e l'Ordine degli avvocati dovrebbero chiedergli come mai insiste tanto, e da anni, sul "ritorno" che non c'è.
DOMANDA - E' vero che inizialmente il testo doveva essere scritto "a quattro mani", lei insieme al giudice Ferdinando Imposimato? Quest'ultimo (che in un libro da lui scritto e che ho letto successivamente sembra indirettamente polemizzare con "superficiali e giornalisti a caccia di misteri") in seguito a colloqui avuti in Germania con Bohnsack, ha di recente dichiarato che ci sono tutti i presupposti per riaprire con esisti positivi l'inchiesta relativa al caso Orlandi. Allora c'é possibilità che il mistero restero tale ancora per breve? L'accertamento della verità, sostanzialmente ostruito, come naturale ritenere, dalle autorità vaticane, è vicino?
RISPOSTA - Il "giudice" Imposimato non è in magistratura da molti anni, quindi non è affatto un giudice anche se Baudo lo chiama così in diretta.
L'aria fritta che Imposimato insiste ad attribuire a Bohnsack è dello stesso tipo del "sicuro ritorno" di Emanuela. Le uniche cosa sensate, sensate perché verificabili, Bohnsack le ha già dette a Rosario Priore e a me.
Per il resto, è storia vecchia come il cucco, storia che si ripete come farsa: due o tre anni fa Imposimato mi fece perdere tempo prezioso annunciandomi più volte che aveva "già chiesto" la riapertura delle indagini... Possiedo copia di tutti i documenti della Stasi che lui definisce esplosivi, e dentro non c'è nulla che non sia già stato assodato da Priore e scritto da me.
Non so se la banca Ior del Vaticano o qualcosa di simile abbia nel frattempo pensato di comprare Bohnsack per fargli dire qualche cosa "di forte", utile a continuare nel depistaggio e nell'aria fritta, però sono anni che gli archivi del Kgb e della Stasi sono aperti e visitati da legioni di giornalisti, storici e studiosi: se ci fosse qualcosa di clamoroso, e di nuovo, su responsabilità "rosse" nella scomparsa di Emanuela, sarebbe già venuto fuori.
Veniamo ora alle "quattro mani", storia quanto mai interessante. A suo tempo, mentre mi documentavo sulla vicenda, lessi una intervista di Sandro Provvisionato a Imposimato, fatta dopo l'estradizione di Agca, nella quale il "giudice" veniva presentato come il magistrato esperto del caso e insisteva a dire che la ragazza sarebbe tornata a casa.
Dall'intervista, pareva che avessi trovato il partner ideale per il libro commissionatomi dalla Kaos. Telefonai quindi a Imposimato per proporgli un lavoro a quattro mani, e lui accettò. Conservo a disposizione dei magistrati le sue due stesure e i relativi dischetti: centinaia di pagine per parlare dell'universo mondo terroristico, organizzato ovviamente dal KGB e affini, ma sul caso Orlandi c'erano solo poche pagine striminzite, disinformate e assai mal scopiazzate da una sentenza istruttoria (come ho potuto appurare una volta recuperata per conto mio tale sentenza).
Oltre a descrivere persino quasi il colore delle mutande dei rapitori, il batuffolo di cloroformio utilizzato per sopraffare Emanuela e la località sulla via Appia usata alla bisogna, l'ineffabile Imposimato descriveva persino le passeggiate di Emanuela Orlandi - dopo il rapimento! - su una spiaggia di una località del Mar Nero (Burgas, mi pare)!!!!
Per farla breve, ho scoperto dopo altri otto mesi che Imposimato NON si era mai occupato del caso Orlandi come magistrato e che, contrariamente a quello che avevo sperato, con il suo "contributo" NON avremmo vinto il premio Pulitzer: alla fine, infatti, messo alle strette mi ha candidamente detto che quelle erano solo sue supposizioni, però "sicuramente vere". Evito ogni commento.
Di fronte al mio sbalordimento, l'ex magistrato mi ha detto più volte che a lui interessava una trama del caso Orlandi utile a fare un film, e che quindi sopperiva con la fantasia alla mancanza di notizie, fermo restando che, per lui, si doveva stare nell'ambito del "complotto del KGB" per far fare bella figura al papa e poterci fare su un "bel filmone".
In seguito, mi disse che aveva trovato il modo di accordarsi con una televisione per un filmato o una serie, e che quindi io tenessi a freno la mia mania di stare solo ai fatti certi.
In effetti, mesi or sono un mio collega mi ha inviato un soggetto sul caso Orlandi attribuito a Imposimato e fattogli pervenire per un parere. A parte lo sfacciato utilizzo del mio lavoro "accessorio", il fine di quel soggetto da film era sempre lo stesso: stare alla larga dalla realtà appurata dai magistrati e correre dietro l'assai più redditizio "complotto internazionale". Più redditizio perché permette di fare un "bel filmone" .
Essendo diventato chiaro in modo persino imbarazzante che mi si voleva solo usare, e pro domo vaticana!, ho proseguito il mio lavoro nel massimo segreto.
Quando avevo ormai le bozze in mano, sicuro che sarebbe successo quello che poi è effettivamente successo, ho lasciato a Imposimato la decisione se firmare o no anche lui. Come avevo previsto, qualche giorno dopo avere preso in consegna una copia delle bozze e avere detto all'editore che a una prima lettura il mio lavoro gli pareva "bbuono", il "giudice" ha iniziato a pretendere via fax tagli assai significativi: decine di pagine, pena querele e sfracelli vari.
Cosa ancora più significativa, gli stessi tagli ha iniziato a pretenderli anche Ercole Orlandi, con un ripensamento assai penoso che parla da solo. So che una copia delle bozze è stata consegnata non da un uccellino alla Segreteria di Stato vaticana, e so anche a chi: ecco spiegati i "ripensamenti" e la pretesa di far sparire le troppe pagine scomode, confermate dai fatti e dagli atti giudiziari.
DOMANDA - A pag. 15 e a pag. 163 lei accenna all'impiego presso l'Ufficio legale del Parlamento di Natalina Orlandi, sorella maggiore di Emanuela. Fermo restando la plausibilità dell'interrogativo sulla probabile incompatibilità riguardante Gianluigi Marrone tra l'essere egli stesso contemporaneamente giudice del Tribunale vaticano e dirigente dell'ufficio legale del Parlamento italiano in ordine al potere di veto vaticano verso rogatorie dello Stato italiano, a che pro lei specifica che Natalina è la di lui segretaria?
RISPOSTA - Mi è stato spiegato che Natalina lavorava in Parlamento già all'epoca della scomparsa.
Ho trovato stupefacente che fosse una delle poche notizie della famiglia Orlandi tenuta di fatto nascosta, nonostante che lo zio paterno, Mario Meneguzzi, al quale la famiglia aveva affidato per un lungo periodo i contatti col mondo esterno, fosse notoriamente un impiegato dello stesso Parlamento.
In questa faccenda non ci vedo il segno di chissacché, bensì solo una incredibile coincidenza in più. Una coincidenza che però provoca qualche riflessioni ulteriore. Marrone è sicuramente una persona per bene, che firma per il Vaticano quello che la Segreteria di Stato gli prepara da firmare, non ha cioè nessun potere decisionale. Come mai la sua segretaria accetta in silenzio la firma dei "niet" relativi alla verità sulla scomparsa della sorella?
A mio modesto avviso c'è solo una spiegazione: quei "niet", decisi in Vaticano, dove gli Orlandi ancora abitano, e controfirmati dal proprio capufficio, possono essere accettati da Natalina senza mettersi a urlare in piazza e senza incatenarsi in S. Pietro per protesta solo nel caso che tutti in Vaticano diano per certo, come per altro a me risulta che diano effettivamente per certo, che Emanuela non fu rapita, e comunque non fu certo rapita per Agca, ma è "solo" rimasta vittima di un qualche fattaccio da cronaca nera. In Vaticano c'è anche chi fa filtrare la voce che la ragazza "prima o poi tornerà". In ogni caso, gli atti giudiziari dimostrano in modo INCONFUTABILE che il Vaticano sa e tace.
E la realtà, da "Novecento" in su e in giù, dimostra in modo altrettanto inconfutabile che tutti fanno finta di non sapere che il Vaticano sa e tace. Ma sì, è meglio fare un "bel filmone" e correre dietro al KGB...
DOMANDA - Quale è lo stato di cose dell'inchiesta della magistratura italiana a carico del sovrastante maggiore della Vigilanza vaticana Raoul Bonarelli, la cui posizione, dopo un'intercettazione telefonica che lei riporta quasi integralmente nel suo libro, è stata stralciata dall'inchiesta che il giudice istruttore Rando conclusa il 19 dicembre 1997, che tra le altre cose, giudica "strumentale" l'accostamento dei casi Orlandi e Gregori?
RISPOSTA - Cosa strana, ma istruttiva, lo stralcio non ha fatto un passo avanti. Non è stato neppure interrogato il monsignore della Segreteria di Stato che ha ordinato a Bonarelli di tacere.
Il perché di questa inazione mi pare chiaro, è della stessa stoffa della disponibilità dei Baudo a lasciar dire balle e dei Petrosillo e affini a dirle. Ci tengo comunque a dire una cosa: sono convinto che Bonarelli sia innocente, perché altrimenti non si spiega il bisogno di telefonargli a casa, il giorno prima di essere interogato come testimone, per ordinargli di tacere.
E' ovvio che se Bonarelli fosse colpevole, con i magistrati avrebbe taciuto senza bisogno che glielo ordinasse qualcuno! Bonarelli non c'entra, però è ancora più chiaro che la Segreteria di Stato sa: sa e non vuole che si sappia. Altro che KGB e simili cazzate! Il KGB, la Stasi, e un sacco di altri loro simili, si sono messi in moto sì, ma solo "dopo".
DOMANDA - La missiva "Testimonianza raccolta in confessione" che è agli atti del giudice Rando, spedita dalla città del Vaticano nell'ottobre del 1993, in che misura puo' essere un elemento probatorio?
E in che misura sono state acquisite ai fini processuali le dichiarazioni del cardinale Oddi rilasciate a suo tempo ad organi di informazione secondo cui, come lei riporta, "l'auto nel tardo inizio serata del 22 giugno 1983 avrebbe riaccompagnato in Vaticano Emanuela Orlandi, e a bordo della quale la ragazzina sarebbe risalita dileguandosi"?
RISPOSTA - La missiva l'ho pubblicata solo per dimostrare come il caso Orlandi si prestasse benissimo ad allusioni e vociferazioni, quindi a ricatti.
Ho volutamente taciuto il nome del "colpevole" in essa indicato, un prelato noto tombeur de femmes e parente stretto di un ex ministro.
Ercole Orlandi non ha gradito la pubblicazione di quella missiva: ma la missiva, essendo a mio avviso non credibile, non mette affatto in dubbio la moralità di Emanuela, bensì la moralità di almeno una fetta di Vaticano.
Ancora nel 1983 lavorava nell'Anticamera del papa il prelato polacco Julius Paetz, diventato in seguito arcivescovo di Poznan e costretto due anni fa dal governo polacco a dimettersi per un nugolo di denunce di pedofilia.
Non dimentichiamo che il Vaticano a suo tempo è stato al centro di uno scandalo, quello della sua banca IOR, che lo ha costretto a risarcire lo Stato italiano con una cifra superiore, al valore attuale, ai mille miliardi di lire. Anche in Vaticano mangiano, bevono, sudano, orinano, eccetera, come tutti i comuni mortali, e come tutti i mortali possono sbagliare. Prova ne sia lo scandalo che ne ebbero sia un uomo pio come S. Francesco e sia uno col pelo sullo stomaco come Lutero, con le note conseguenze.
In quanto a Oddi, la sua testimonianza, a un tempo molto precisa e troppo vaga, resa con 10 anni di assai sospetto ritardo, è stata raccolta dai magistrati ed è agli atti dell'inchiesta tal quale io l'ho pubblicata. Oddi stava per essere rimosso dalla Congregazione, equivalente di un nostro Ministero, che lui guidava in Vaticano: ma dopo la sua strana testimonianza riuscì a restare al suo posto.
DOMANDA - L'oscurità di questa vicenda sembra tanto un grosso teatrino che ruota intorno all'indicibile dramma di una innocente fanciulla forse immolata sull'altare di chissà quali interessi.
RISPOSTA - Più che un grosso teatrino, a me pare una grande tragedia. Contro ogni logica dalla ragione, con il cuore spero anch'io che Emanuela sia viva.
Libera a Mosul in Turchia, come ogni tanto sento dire, oppure, come anche sento spesso dire, chiusa d'autorità in convento come la protagonista di "Magdalene". Questo è un film su un fatto vero, eppure è stato messo all'indice in Italia perché condannato con veemenza tanto accidiosa quanto sospetta proprio dal Vaticano.
Io credo si possa andare in paradiso anche senza leccare il culo ai monsignori: specie se hanno le mani piuttosto lorde, forse anche di sangue. A Banja Luka il papa ha avuto il coraggio di chiedere finalmente perdono per i crimini orribili commessi dai cattolici durante la seconda guerra mondiale. Strano, perché gli zelanti di turno quei crimini hanno sempre negato siano mai esistiti, oppure ci hanno steso sopra un silenzio di sapore baudian-petrosillian-imposimatiano.
Agli zelanti "negazionisti" e "silenziatoristi" il papa ha fatto fare una bella figura di merda a scoppio ritardato. Ritardato o meno, il destino dei leccaculo e dei bugiardi impudenti è sempre lo stesso. Anche se sono più furbi di me e puntano ai quattrini più o meno filmici anziché stare al duro rigore dei fatti certi.
Pino Nicotri15 luglio 2003 - SU EMANUELA ORLANDI
"Il Barbiere della sera"
Emanuela Orlandi, don Abbondio e mentitori vari
di Franco Serbelli
Pino Nicotri risponde anche alle nuove domande di Albatros sulla ormai ventennale vicenda, sempre più imbarazzante, della scomparsa nel nulla della giovane del Vaticano. Con una amara esortazione finale: "Parce sepulto". O meglio, "sepulta"
Vedo che Albatros ci ha preso gusto, e quindi mi rivolge un'altra raffica di altre domande sul caso che ho sviscerato nel mio libro "Mistero vaticano - La scomparsa di Emanuela Orlandi", edito dalla Kaos. Premesso che non sono un Dottore, e che può tranquillamente darmi del tu invece del Lei per me piuttosto indigesto, rispondo anche questa volta.
DOMANDA - Nel continuo tourbillon di comunicati, rivendicazioni di fantomatiche organizzazioni terroristiche e simili avvenuto dopo la scomparsa della ragazza, sono contenuti particolari di Emanuela fisici, personali, su movimenti, su gusti, su abitudini, sulla famiglia, etc, precisi e veritieri. Nei comunicati si parla, tra i tanti dettagli, addirittura di "scarpe bianche in un armadio" di Emanuela, di via Frattina 1982 (strada in cui l'anno prima della scomparsa la ragazza andò a curarsi i denti) e di quanti nei avesse sulla schiena.
RISPOSTA - Intanto non è affatto vero che tutti i particolari fossero "precisi e veritieri". Il primo giudice istruttore, Margherita Gerunda, ha già dimostrato quanto fossero generici. E il padre della ragazza, Ercole Orlandi, mi ha spiegato che ce n'erano anche di decisamente fasulli, come quello che si riferiva a una specie di litigio con la figlia, a suo dire mai avvenuto. I tanto decantati "contenuti particolari" non erano affatto segreti di Stato, ma caratteristiche di Emanuela note a decine di suoi parenti, amici, conoscenti, compagni di scuola e compagni di conservatorio, dentro e fuori il Vaticano. Cosa c'è di sconvolgente nel sapere che il suo dentista era in via Frattina? Forse che le sue amiche non lo sapevano? In quanto al "misterioso" conteggio dei nei, cosa c'è di misterioso? Sono stati gli stessi genitori a raccontare un episodio occorso a Emanuela su via Traspontina mentre era di ritorno dal mare con delle amiche. Forse che al mare Emanuela non faceva il bagno o lo faceva chiusa in uno scafandro? Quante decine di persone avranno notato i suoi eventuali nei? Dico eventuali perché, caro Albatros, se io ti dicessi che tu hai sei nei sulla schiena tu ti troveresti, come tutti, in difficoltà a contarli se non altro per il semplice motivo che il concetto di schiena è piuttosto vago. Io, per esempio, da buoni conoscenti di Emanuela del tempo che fu ho sentito dire che la faccenda dei sei nei è una baggianata.
Le "scarpe bianche in un armadio". Gerunda ha spiegato anche questo. Quale ragazza d'estate non ha scarpe bianche nell'armadio? Non erano già state descritte, come varie altre cose, da amici e parenti che la cercavano dopo la scomparsa? Non erano state visionate da agenti più meno segreti arrivati a casa Orlandi per "collaborare"? Non erano note a decine di amici e amiche, visto che 'ste scarpe le avrà pure indossate? E dove doveva tenerle, le scarpe, nel frigorifero forse?
Fermo restando il fatto che la montatura dello scambio con Agca è evidentemente nata o in Vaticano o nei suoi immediati paraggi, altrimenti non si spiega né l'omertà della Segreteria di Stato né l'ordine dato a Bonarelli di tacere e mentire ai magistrati, è ovvio che qualcuno avrà pescato tra le notizie note ad amici, amiche, compagni, ecc. Emanuela non viveva rinchiusa in una cassaforte, ma all'aria aperta come tutti i suoi coetanei, andava a scuola, anzi a due scuole, camminava, girava, andava al mare, in vacanza, ecc., ecc.
Di Emanuela non è stato fatto trovare NESSUN documento, ma sempre e solo la stessa fotocopia della tessera di iscrizione al conservatorio, che, NON dimentichiamolo, era una scuola di proprietà vaticana. Di sicuro la scuola aveva copia, se non l'originale, di tale tessera di iscrizione, e farsene una o dieci fotocopie non era certo impresa impossibile... O no?
Inoltre, l'allora segretario di Stato Agostino Casaroli era buon amico non solo di Mino Pecorelli, ma anche di alcuni potenti generali responsabili dei servizi segreti italiani. Mettere in piedi un depistaggio, pescando tra i sentito dire in Vaticano e dintorni, era uno scherzo da ragazzi.
DOMANDA - Da quale fonte, a Suo avviso, sarebbero provenuti tali dettagli? Può avere qualche implicazione in ciò la Guardia svizzera pontificia o chi altro?
RISPOSTA - Mi pare di essere stato esaustivo già con la risposta precedente.
DOMANDA - In che misura durante la creazione del libro, Lei si è tenuto in contatto con la famiglia Orlandi? E in quali rapporti prima, durante e dopo?
RISPOSTA - Nella misura giusta, utile e necessaria. Poiché non desidero né tradire la fiducia accordatami né mettere nessuno in difficoltà, evito di dire di più. Gli Orlandi vivono ancora in Vaticano e anche un cieco capisce, senza che debbano starlo a spiegare loro, che si trovano diciamo così sotto "suggestione ambientale". Certo, nessuno fa su di loro pressioni esplicite, e comunque loro non lo potrebbero mai ammettere, ma la capacità di suggestione e convincimento del Vaticano è immensa. Non hanno forse falsificato persino il testamento di Costantino per accaparrarsi l'inesistente eredità di buona parte dell'Italia intera? Non hanno forse usato quel falso con Pipino il Breve e con Carlo Magno per farsi dare effettivamente il primo robusto nucleo dei territori diventati lo Stato Pontificio? non è forse quel documento la vergogna alla base dell'artificiosa nascita di ciò che oggi si chiama Europa? Lorenzo Valla molti secoli dopo scoprì l'inganno, ma per evitare di finire sul rogo si guardò bene dal renderlo noto: infatti il suo libro sull'argomento, libro che segna la nascita della filologia e della paleografia, è stato pubblicato ben cento anni dopo la sua morte, e da un editore tedesco. Come si vede, falsificare una firma o la fotocopia di una firma è, per certi "santi" specialisti, un gioco veramente da ragazzi, con o senza gli amiconi di Casaroli al Sismi. Ancora oggi in Vaticano esiste un apposito ufficio che imita la firma del papa per evitare che debba firmare di suo pugno le centinaia di inviti e convocazioni che "firma" ogni anno. Amanuensi di così lunga tradizione sono capaci di questo ed altro, tecnicamente parlando.
DOMANDA - In base a quali elementi la polizia ha ritenuto falsa ed inattendibile la lettera della ragazza riportata alle pagg.82-83-84 del libro? E il nastro fatto ritrovare il 17 luglio 1983 in via della Dataria con la voce di Emanuela, è da ritenere attendibile anche se Lei lo ha ritenuto in parte montato?
RISPOSTA - La lunga lettera non era scritta a mano, bensì dattiloscritta. Poteva quindi averla battuta a macchina chiunque. In più, la Polizia scientifica appurò che la firma, l'unica cosa scritta a mano, era falsa!!
Il nastro di via della Dataria. Chi dice che la voce è SICURAMENTE quella di Emanuela? Nessuno. Assolutamente nessuno. E i magistrati hanno appurato che si trattava di un riversamento almeno nella parte più offensiva, quella dell'orgasmo tanto prolungato quanto inverosimile specie se sotto "tortura". E comunque quel nastro basta ascoltarlo: una persona stuprata e torturata, addirittura con le unghie strappate come ha asserito qualche interessato Demente, "dopo" non sospira dicendo "lasciatemi dormire"... o no?
Il fatto che un nastro così sbracatamente fasullo sia stato preso sul serio da tanti mass media è, a mio modesto avviso, indice di complicità ad alto livello nel depistaggio. Gli amiconi di Casaroli non devono essere rimasti a girarsi i pollici. NESSUN giornalista avrebbe preso sul serio, senza neppure mezza riserva, quel nastro solo che lo avesse ascoltato, e specialmente dopo che i magistrati lo hanno analizzato, a meno che non gliene avesse garantito l'autenticità qualche "contatto" di lavoro di solito credibile. Non è la prima volta che qualche sottufficiale, o ufficiale, soffia notizie sballate ai nostri colleghi, al fine di avvalorare una pista "utile". E' successo con Valpreda, ma un paio di anni fa è successo persino con un ottimo magistrato di Torino, uscito per sua fortuna indenne da una bella palata di fango.
DOMANDA - "Pierluigi" e "Mario", testimoni oculari e riportatori di particolari dettagliati ed esatti, entrati e subito usciti di scena appena dopo la scomparsa della giovane, chi realmente potevano essere?
RISPOSTA - Caro Albatros, io non desidero né fare ipotesi ardite né leggere palle di vetro. Ho solo fatto la disanima dell'inchiesta e fatto notare alcuni lapalissiani "due più due fa quattro" stranamente trascurati. Di Pierluigi, comunque, ce n'era almeno uno tra gli amici della ragazza e, guarda caso, si trovava al mare, a Fregene, proprio quando in casa Orlandi arrivò la famosa telefonata partita probabilmente proprio da un ristorante al mare, almeno stando a quanto riferito da chi la ricevette.
DOMANDA - Lei concorda sul fatto che se il vigile urbano Sambuco, nello stesso pomeriggio del 22 giugno 1983, avesse elevato contravvenzione a quella famosa Bmw, oggi questa storia sarebbe già da un pezzo risolta? E quell'uomo "della Avon", come è possibile non si sia riuscito ad identificarlo?
RISPOSTA - Sono domande che non vanno rivolte a me. Ammesso che io abbia le mie idee in merito, poiché non sono suffragate da fatti certi preferisco tenerle comunque per me.
DOMANDA - L'attentato al Papa, la scomparsa di Emanuela Orlandi, il triplice assassinio in Vaticano di Estermann, sua moglie e Tornay, fatti gravissimi che hanno segnato il pontificato wojtyliano, quali nessi reciproci possono avere?
RISPOSTA - Idem come sopra.
DOMANDA - Chiudo con delle considerazioni in riferimento alla puntata di "Novecento" del dicembre scorso che Lei ha richiamato nelle precedenti risposte. Di fronte allo "scoop" di Orazio Petrosillo, secondo il quale il Vaticano ha collaborato con gli inquirenti italiani mettendo anche a disposizione un proprio centralino telefonico, noi comuni fruitori dei mezzi di informazione abbiamo due posssibilità:
a)restare sbigottiti di fronte all'inverosimilità di tale "scoop" (ipotesi senz'altro più logica).
b)Credere a tali affermazioni. Tutti coloro i quali hanno amore di verità e giustizia non possono che auspicarsi che quanto detto da questo giornalista sia vero; non possono dunque, da veri cittadini di uno Stato di diritto, che apprezzare il contributo delle autorità vaticane in merito a tale vicenda. Ma, ahinoi, questo non c'è mai stato. Forse Petrosillo si confonde con la linea telefonica con codice messa a disposizione dei presunti rapitori dal Vaticano nel 1983!
Ebbene non stiamo a tribolare più di tanto, purtroppo il salotto buonista di un varietà serale, difficilmente può essere luogo di un'analisi seria, obbiettiva, critica e, se all'occorrenza, aspra. Spettacolo e valida informazione non camminano di pari passo, anzi, sono quasi incompatibili. E non mi sarei meravigliato, a questo punto, se nel salotto baudiano ci fosse stato, a proposito di questa vicenda che tanto ci sta a cuore, un bel quiz a premi. Questa, purtroppo, è gran parte della TV!
RISPOSTA - Gli atti giudiziari dimostrano senza possibilità di dubbio che l'ipotesi b) non sta in piedi. E che l'ipotesi a), troppo buona, va sostituita dal fatto certo e documentato c): Petrosillo ha sparato una balla colossale. Forse era in buona fede, imbeccato a dovere il 3 dicembre dalla Segreteria di Stato in sicura mala fede. E Baudo? Per la tv, e i suoi quattrini, si fa e si lascia fare questo ed altro. Chi se ne frega di una innocente ragazzina di vent'anni fa?!
"Emanuela Orlandi? Chi era costei...?", direbbe don Abbondio facendosela sotto per la paura. Gli Abbondio abbondano sempre, ieri come oggi e domani.
Emanuela? E chi è! Come dice una famosa canzone romana, "Ma che ce frega, ma che c'importa...", trullallero-trullallà!
Caro Albatros: "Parce sepulto". O meglio, sepulta.
Pino Nicotri9 novembre 2003 - LIBRO SU EMANUELA ORLANDI
"Il Corriere della sera"
CRONACA Un libro ricostruisce la vicenda della Orlandi. Sposando la pista della speranza
Emanuela: un mistero lungo vent'anni
Un intrigo internazionale per intimidire il Papa o un giallo legato al caso del banchiere Calvi. Oppure un'azione per uno scambio tra l'ostaggio e l'attentatore del Papa, il turco Ali Agca. Vent'anni dopo, la scomparsa di Emanuela Orlandi resta un capitolo dell'Italia dei misteri. Con il consueto contorno di servizi segreti e depistaggi: una storia, in cui ogni ricostruzione, anche la più dietrologica, sembra possibile. Lo racconta, citando gli atti dell'inchiesta, gli articoli d'epoca e raccogliendo qualche dichiarazione inedita di investigatori e familiari, il giornalista Antonio Fortichiari, nel libro E' viva . Un'inchiesta che entra nella casa degli Orlandi, ripercorre il dramma di una madre e di un padre ancora in attesa di notizie. E intreccia questo dramma con lo smarrimento lungo due decenni di chi doveva trovare movente e colpevoli.
Era il 22 giugno 1983, due anni dopo il ferimento al pontefice in piazza San Pietro. Emanuela, cittadina vaticana, aveva 15 anni, quarta di cinque figli di un commesso del Palazzo apostolico. Poco dopo le 19 saluta un'amica al termine di una lezione di musica. E sparisce. Inizia l'intrigo, che Fortichiari ricostruisce elencando documenti d'epoca e incrociandoli con gli scenari internazionali, dalla pista bulgara per l'attentato al Papa alla P2.
L'unica certezza, tuttavia, resta una soltanto: Emanuela non è più tornata. Dov'è? L'autore elenca più voci. "E' sposata, ha un figlio. Vive in un villaggio di montagna dell'Asia minore" dice il terrorista Yalcin Ozbey. "E' in Olanda, ha avuto un figlio da uno dei suoi rapitori. Ha cambiato identità e faccia con una operazione di chirurgia plastica" per un altro terrorista Samiddin Karali. "Ha vissuto a Parigi, è integrata in una comunità islamica" sostiene il giudice Ferdinando Imposimato. Alla fine, la tesi del titolo sembra reggersi sulla speranza. "E' viva perché non se ne è avuta prova contraria" conclude Fortichiari.
ANTONIO FORTICHIARI E' viva
Ed. Marco Tropea
pagine 288
15
Luciano Ferraro27 novembre 2003 - PAPA: IL GRAZIE DA PARVANOV PER AVER NEGATO PISTA BULGARA
ANSA:
PAPA: IL GRAZIE DA PARVANOV PER AVER NEGATO PISTA BULGARA
EUROPA HA BISOGNO DI COMUNE IMPEGNO DI CATTOLICI E ORTODOSSI
Il ricordo della visita che Giovanni Paolo II compi' in Bulgaria nel maggio 2002, il ringraziamento del presidente bulgaro Georgi Parvanov al Papa che in quell'occasione disse di "non aver mai creduto" alla pista bulgara "che tanto male ha fatto alla nostra nazione", e l'affermazione che l'Europa ha bisogno del comune impegno di cattolici e ortodossi. Questi i punti focali dell'incontro avvenuto oggi in Vaticano tra Giovanni Paolo II ed il presidente di Bulgaria.
Il Papa e' apparso in buona forma ai giornalisti che seguivano l'incontro, durato circa 30 minuti, ha avuto un colloquio privato con il presidente, ha letto personalmente il suo discorso pubblico, anche se con qualche difficolta' nelle prime parole, ha salutato uno ad uno i 12 componenti del seguito presidenziale.
Sia il Papa che Parvanov, nella parte pubblica dell'incontro, hanno ricordato la visita di Giovanni Paolo II. "Ho potuto percepire - ha ricordato il Papa - il fermo proposito di edificare il Paese con ritrovata serenita' e fiducia nell' avvenire, all'interno della grande casa europea. L'incontro cordiale con le autorita' civili di ogni ordine e grado, poi, mi ha persuaso della determinazione di tutti a proseguire con coraggio nell'edificazione pacifica dell'intera societa', senza timore di affrontare le sfide che di giorno in giorno si presentano".
Il Papa ha poi dedicato il suo pensiero al patriarca Maxim, capo della Chiesa Ortodossa di Bulgaria che, ha detto, "ha voluto accogliermi nella sua dimora con fraterna attenzione. Si e' trattato di una ulteriore tappa di una progressiva crescita nella comunione ecclesiale".
"Con loro - ha aggiunto - ho potuto constatare come l'Europa attenda il comune impegno di cattolici e ortodossi in difesa dei diritti dell'uomo e della cultura della vita". Parlando poi della "piccola ma fervente comunita' cattolica" bulgara, il Papa ha sottolineato i "sentimenti di disponibilita' al dialogo e alla collaborazione" che essa verso gli altri cristiani ed ha formulato il "fervido auspicio che tale clima di fattiva intesa possa crescere a tutto vantaggio della reciproca comprensione e del bene dell'intera societa'".24 dicembre 2003 - EMANUELA ORLANDI: ALTRE CITTADINE VATICANE PEDINATE ?
"Il Gazzettino"
CASO ORLANDI
Il giallo della scomparsa della ragazza dal Vaticano si arricchisce di nuovi inquietanti elementi
Con Emanuela altre pedinate
Qualcuno seguiva le figlie di Angelo Gugel e di Camillo Cibin, addetti alla persona del Papa
Roma
Prima di Emanuela Orlandi, un cittadino turco pedinava altre cittadine vaticane: Raffaella Gugel, figlia di Angelo Gugel, aiutante di Camera del Papa, che era sulla macchina del Pontefice al momento dell'attentato in piazza San Pietro, il 13 maggio 1981.Altri obiettivi dopo la figlia di Gugel, scrive Imposimato nel libro 'Vaticano, un affare di Stato' (ed. Koiné), di recente aggiornato sulla base di due rapporti del Reparto Operativo dei Carabinieri, furono la moglie e la figlia di Camillo Cibin, capo della vigilanza della Città del Vaticano. Ai Carabinieri, Raffaella Gugel riferì, il 24 luglio 1984, di essere stata pedinata a lungo sull'autobus che la portava a scuola.Il secondo rapporto, datato 5 luglio 1984, raccoglie la testimonianza di Giusto Antoniazzi, dell'ufficio centrale della Vigilanza Vaticana, al quale Cibin si rivolse poco dopo l'attentato al Papa perché temeva il rapimento della figlia."Dopo alcuni giorni che il Santo Padre fu attentato dal terrorista turco -racconta la Gugel, che abitava nello stesso palazzo degli Orlandi in largo S. Egidio- mio padre mi disse di stare attenta perché nella città del vaticano erano circolate delle voci di un possibile rapimento di un cittadino vaticano in cambio del terrorista turco Ali Agca"."In quel periodo io andavo a scuola in corso Vittorio Emanuela II, all'istituto tecnico commerciale Vincenzo Gioberti, e ogni mattina alle ore 8,15 prendevo l'autobus 64 dal capolinea sulla piazza quasi di fronte a porta Sant'Anna. Alla fermata successiva -riferiva ancora la ragazza- saliva un uomo sui 28-30 anni in giacca e pantaloni sportivi il quale prendeva posto a sedere e notavo che mi osservava ripetutamente. Questo episodio siverificava quasi ogni mattina". Nel rapporto, che l'ex giudice istruttore del processo per l'attentato al Papa, Ferdinando Imposimato, ha ritrovato tra gli atti del primo processo sulla scomparsa della Orlandi, la figlia dell'aiutante di Camera del Pontefice, precisa inoltre che nell'arco di una settimana, le capitava di vedere l'uomo "tre giorni di fila e poi vi era una pausa di un giorno. E successivamente gli altri due o tre giorni reincontrava lo stesso uomo".Fin dai primi incontri, la ragazza riportò l'episodio al padre. Ai Carabinieri, Raffaella Gugel descrisse anche i dati somatici del pedinatore: era alto circa 1 metro e 80, di corporatura snella, carnagione scura, tipo nazionalità turca, capelli scuri ricci con occhi scuri."Per quanto riguarda i discorsi che ho sentito in Vaticano per la scomparsa di Emanuela Orlandi -aggiunge la Gugel- posso dire che nel periodo in cui fu rapita io non ero in Vaticano perché mi trovavo a Caorle, in qualità di assistente ai bambini".- Dopo l'attentato a Giovanni Paolo II in piazza S.Pietro, Gugel si era allarmato temendo il rapimento della figlia e avvertì anche Cibin il quale gli aveva suggerito di controllare gli spostamenti della figlia Raffaella per identificare l'identità del pedinatore. A riferire la circostanza ai Carabinieri, il 5 luglio 1984 è Giusto Antoniazzi, dipendente dell'ufficio centrale di vigilanza vaticana.Antoniazzi racconta di aver saputo dalla madre di Raffaella Gugel del pedinamento della figlia. Ma riporta anche un altro epidosio riferito alla primavera '82. Prima dei Gugel anche Cibin si era rivolto a lui per analoga preoccupazione. "Prima che accadessero gli episodi, anche Cibin, mio capufficio come responsabile della vigilanza vaticana, espresse in privato analoga preoccupazione nei riguardi sia della moglie e sia della figlia" riferisce agli uomini del reparto operativo dell'Arma."Tale preoccupazione -prosegue- era motivata dal fatto che i due famigliari citati erano stati probabilmente pedinati. Ciò scaturiva da una serie di circostanza in cui il Cibin aveva ritenuto che i famigliari fossero oggetto di particolare attenzione da parte di sconosciuti".
Cronologia
Personaggi
Il fatto
Bibliografia
Links
La vicenda di Emanuela Orlandi
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