Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2004 |
7 gennaio 2004 - ATTENTATO AL PAPA: DAGLI ARCHIVI USA
"La Stampa"
UNA NUOVA SERIE DI DOCUMENTI DAGLI ARCHIVI AMERICANI. LE PREOCCUPAZIONI E I DUBBI D'OLTREOCEANO SULLE INDAGINI SEGUITE ALL'ATTENTATO AL PAPA
AGCA
Maurizio Molinari
NEW YORK LA pistola di Mehmet Ali Agca era stata armata da una cospirazione internazionale, ma il processo condotto dai magistrati italiani aveva fallito l'obiettivo di provarlo. La pista ormai si stava raffreddando, rendendo molto improbabile che la verità sul tentativo di uccidere Giovanni Paolo II sarebbe mai venuta a galla. Questa è la conclusione a cui era arrivata la Cia nel 1987, sulla base di vari documenti ottenuti da La Stampa. Un vuoto nelle conclusioni definitive che lasciava aperte tutte le ipotesi, compresa quella piu' accreditata in Vaticano di un complotto gestito dall'Unione Sovietica. I servizi segreti americani si erano subito messi in moto, dopo i colpi sparati in Piazza San Pietro il 13 maggio 1981. Sei giorni dopo un rapporto aveva raggiunto la centrale di Langley, per avvertire che "gli interrogatori iniziali delle autorità italiane non hanno stabilito collegamenti tra Mehmet Ali Agca e qualsiasi gruppo terroristico internazionale o cospirazione, nonostante le continue speculazioni dei media in questo senso. Le sue asserzioni di molteplici viaggi in Europa e Medio Oriente durante l'ultimo anno e mezzo non sono state confermate, come neppure i suoi legami con la formazione di estrema destra turca Nationalist Action Party. Agca sostiene di essere "anti imperialista" e di favorire i palestinesi radicali". Il turco era stato condannato subito all'ergastolo come esecutore materiale, ma un anno e mezzo dopo anche l'inchiesta sulla presunta cospirazione che c'era dietro di lui aveva fatto progressi, battendo la pista bulgara, e quindi la Cia aveva cominciato a guardare il tentato omicidio del Papa attraverso la lente della guerra fredda e delle relazioni tra i due blocchi. Un rapporto del 13 dicembre 1982, infatti, commentava così la decisione del ministro degli Esteri italiano Colombo di richiamare a Roma per consultazioni l'ambasciatore in Bulgaria: "Sofia è chiaramente imbarazzata dalle accuse italiane e preoccupata per l'impatto negativo sulla sua immagine all'estero. Probabilmente i dirigenti bulgari speravano che l'arresto la settimana scorsa di Bekir Celenk - un trafficante basato in Turchia e accusato dai media truchi di coinvolgimento nel complotto per uccidere il Papa - avrebbe aiutato il paese a ripulire la sua reputazione. Ma con l'attenzione occidentale concentrata anche sulla disponibilità di Sofia ad offrire asilo ai trafficanti di armi e droga, e il possibile sostegno al terrorismo, sarà difficile per la Bulgaria limitare i danni". Il 22 dicembre 1982 anche l'Urss era entrata nel quadro, dopo la dichiarazione pubblica con cui il paese comunista aveva smentito ogni coinvolgimento nell'attentato, e la "forte protesta" avanzata dal suo ambasciatore a Washington riguardo la copertura data dai media americani al complotto: "Finora Mosca - scriveva un agente della Cia nel suo rapporto - ha evitato la partecipazione diretta alla controversia, ma il suo recente attivismo suggerisce una nuova preoccupazione che il caso danneggi i propri interessi. I sovietici potrebbero essere particolarmente sensibili alla questione per le speculazioni della stampa occidentale secondo cui il segretario generale Andropov, durante il suo servizio come capo del Kgb, avrebbe svolto un ruolo nell'attentato. L'ambasciatore sovietico presumibilmente sperava di persuadere il governo italiano a sminuire la questione. Mosca probabilmente continuera' a difendere la Bulgaria contro i suoi accusatori". La Central Intelligence Agency era attenta anche alle implicazioni del caso sulla politica interna italiana. Infatti un rapporto del 4 febbraio 1984, dopo l'incriminazione del funzionario delle linee aeree Sergey Antonov da parte del magistrato Ilario Martella, notava che "gli sforzi di Andreotti per migliorare le relazioni con la Bulgaria hanno fatto un passo indietro il mese scorso, quando il primo ministro socialista Craxi ha messo il veto sul piano di mandare un nuovo ambasciatore a Sofia nel prossimo futuro. Il disaccordo della settimana scorsa tra i membri della coalizione, riguardo la politica economica e le nomine di alto livello, suggerisce che Craxi sarà sempre più occupato nelle prossime settimane con le dispute nel gabinetto. Il caso Antonov è una delle varie questioni che potrebbero provocare nuovi scontri nel governo del pentapartito. I democristiani e i socialisti hanno visioni differenti dell'affare. I socialisti, che appoggiano la teoria di un ruolo bulgaro nell'attentato, sarebbero imbarazzati dalla decisione di rilasciare Antonov. I democristiani, che stanno chiedendo a voce sempre più alta l'alleggerimento delle tensioni tra Est ed Ovest, potrebbero credere di usare il rilascio a loro favore". Poco dopo, però, il governo italiano aveva nominato l'ambasciatore in Bulgaria, e un rapporto della Cia datato 21 aprile 1984 aveva annotato le sue prime dichiarazioni: "Il nuovo ambasciatore ha detto che nonostante il suo governo processerà Antonov, lui crede che le prove contro il bulgaro siano troppo deboli per una condanna. I commenti del diplomatico presumibilmente riflettono i briefing estensivi ricevuti prima della partenza, nonostante il ministero degli Esteri non sia ufficialmente a conoscenza delle carte dei procuratori. Il magistrato è convinto che le prove contro Antonov siano solide, ma altri esponenti del governo dubitano della sua obiettivita' nel caso". Alla fine del 1984, però, il processo sulla cospirazione era ormai imminente, e quindi la Cia aveva cominciato a valutare le possibili strategie delle parti. "La Bulgaria - diceva un rapporto del 27 ottobre - cercherà di distruggere la credibilità di Agca, principale accusatore dei propri cittadini, sottolineando le contraddizioni nella sua testimonianza e accusando i servizi segreti italiani di avergli passato le informazioni sugli imputati bulgari. Sofia potrebbe chiedere l'aiuto sovietico per evidenziare gli effetti negativi del processo sulle relazioni Est-Ovest, e minacciare in privato ritorsioni contro i diplomatici italiani in Bulgaria". Il 25 gennaio 1985, invece, l'agente americano analizzava l'impatto della crisi sul leader di Sofia Zhivkov, che "vuole maggior accesso alla tecnologia occidentale, in parte per compensare il declino degli aiuti sovietici, e ha ragione di temere che le crescenti critiche internazionali possano portare a sanzioni economiche contro la Bulgaria". Perciò il 24 aprile, alla vigilia dell'apertura del processo prevista per il 27 maggio, l'uomo della Central Intelligence Agency avvertiva Washington: "I bulgari stanno preparando un controprocesso a Sofia, disegnato per smontare la testimonianza di Agca ed implicare la Cia in un complesso complotto per screditare la Bulgaria". Due anni dopo, a processo concluso, il Director of Global Issues della Central Intelligence Agency, David Cohen, firmava un rapporto confidenziale inviato ai suoi superiori per tirare le somme del caso. Il documento portava la data del primo aprile 1987 e si intitolava così: "Il processo sulla cospirazione per l'assassinio del Papa: risultati inconclusivi". "Mentre il procedimento - scriveva Cohen - ha fornito poche prove per sostenere il coinvolgimento bulgaro nell'attentato papale, ha anche fallito nel discolpare gli imputati bulgari e turchi accusati di cospirazione". Secondo il rapporto della Cia, "l'evento che è stato definito come "il processo del secolo" ha prodotto più domande che risposte. Così ha confermato il punto di vista di molti, secondo cui la verità riguardo l'attacco contro il Papa potrebbe non essere mai conosciuta". L'agente indicava cinque problemi fondamentali: "Il processo ha fornito prove circostanziali che suggeriscono con grande probabilità qualche tipo di cospirazione, ma ha fallito nel dimostrarla. Ha sollevato l'interrogativo se Agca fosse un attore astuto e calcolatore, o semplicemente pazzo. Non è riuscito a chiarire le circostanze riguardo l'omicidio del direttore di un giornale turco Abdi Ipekei, avvenuto nel febbraio del 1979, che Agca ha confessato; la fuga di Agca dalla prigione turca pochi mesi dopo; la sua minaccia scritta contro il Pontefice se avesse visitato la Turchia nel novembre del 1979, come previsto; e la correlazione tra questi eventi, se esiste, col successivo attacco al Papa. Ha mancato di scoprire la natura del rapporto tra Agca, l'organizzazione di estrema destra turca dei Lupi Grigi, la rete di trafficanti nota come la "Mafia turca", e le autorità bulgare. Ha fallito nel determinare le vere ragioni di Agca per cercare di uccidere il Papa, nonchéi suoi motivi per minare il processo. Dopo tutto è stata proprio la mancanza di credibilità dell'attentatore che ha dato il colpo fatale al procedimento". Il rapporto, quindi, finiva citando un documento del giudice Santiapichi, il quale attribuiva "credibilità all'ipotesi che i presunti cospiratori turchi fossero stati "commissionati" da "un altro gruppo", che voleva mascherare la motivazione politica dell'atto". Quale "altro gruppo"? L'agente della Cia non lo diceva, ma nei dispacci precedenti aveva citato il possibile ruolo del leader sovietico Andropov nell'attentato. Dietro ad Agca, quindi, si poteva intravedere l'ombra del Kgb, come ha scritto il biografo americano di Giovanni Paolo II, George Weigel, nel suo libro
Testimone della Speranza. Secondo Weigel, il Vaticano aveva sempre sospettato che la cospirazione fosse stata organizzata a Mosca, e i dubbi della Cia lasciano quanto meno aperta questa pista.
1. ContinuaIL MAGISTRATO CHE SEGUÌ L'INCHIESTA IPOTIZZA UN INTRECCIO CON IL KGB E I TRAFFICANTI DI DROGA
Palermo: "Ma io vidi lo zampino Usa"
ROMA FRA i tanti misteri del Vaticano, è il più grande; ed anche il più indisponente, perché nessuno, al di là del Portone di Bronzo, probabilmente neanche il Pontefice, ne ha le chiavi. Di papi morti ammazzati la storia, nei primi difficili secoli di vita della chiesa, ne ha offerto non pochi: martiri, o vittime di lotte politiche che non erano più garbate allora di quanto lo siano adesso. Ma si sapeva, era chiaro il mandante. Invece per l'attentato commesso contro la vita di Giovanni Paolo II il 13 maggio 1981 in piazza San Pietro non esistono certezze; un nodo di mistero che neanche il colloquio-confessione avvenuto anni dopo in prigione fra Papa Wojtyla e Ali Agca è servito a dipanare. Complice l'evidente resistenza del killer turco a cooperare; "Agca non dice tutto quello che sa" fu il commento lapidario che raccogliemmo da persona vicinissima al Pontefice quando si discuteva della possibilità della "grazia" per l'ex Lupo Grigio. "A Mosca, a Mosca"! fu il grido subito dopo l'attentato, un indicazione di colpevolezza immediatamente avallata da una martellante campagna pubblicistica, culminata nel libro della giornalista statunitense Claire Sterling. E certo è un'opinione ancora adesso condivisa largamente, dentro e fuori del Vaticano. Anche se, a indebolirla, c'è l'assenza di riscontri, e il fatto che nemmeno dalle rovine della caduta del Muro e dagli sconquassi dell'ex Impero del Male sia venuta a galla, come è normale dopo un naufragio, qualche "pistola fumante", o almeno qualche proiettile usato. Il processo compiuto in Italia non riuscì a trovare altri responsabili, oltre all'esecutore materiale dell'attentato. C'è però chi continua a cercare di dare una risposta ai molti interrogativi: Carlo Palermo, ex magistrato con grande esperienza di Mafia e dei suoi rapporti internazionali non condivide il giudizio espresso dai responsabili della Cia. "Mi pare un'impostazione molto limitativa, quella che lei mi ha riassunto. Bisogna tener presente che i processi, i processi penali incontrano dei limiti oggettivi; il limite delle carte, quello della competenza, e così via. Disconoscere importanza a quell'inchiesta solo perché non è pervenuta ad accertamenti di responsabilità penali ulteriori rispetto ad Ali Agca è sbagliato". Perché è sbagliato? "Perché da quel processo sono emersi molti elementi di responsabilità. Soltanto altro è parlare di elementi di responsabilità penali, accertabili giudizialmente in un processo, e altro è parlare di responsabilità in senso ampio. Quando ad esempio ci fu il gran clamore sulla pista bulgara e poi ci si è accorti e resi conto che era una pista pilotata; questo è un elemento che forse può non valere come responsabilità penale, però sotto un profilo storico si deve tenere in conto. Così dal processo sono nati più che dubbi, quelle che si possono dire ipotesi di responsabilità dei servizi americani, che possono essere effettuati in una lettura un po' più ampia di quella strettamente processuale svolta dal dottor Priore". Carlo Palermo ha scritto un libro, Il quarto livello, che ha aggiornato dopo l'11 settembre, e in cui tenta di dare una risposta ad alcuni grandi misteri. È una pista, quella seguita dall'allora magistrato, che parte da lontano: "Forse fui io il primo a rendermi conto, perché interrogai Ali Agca, che era stato imboccato, perché dicesse quello che aveva detto davanti al dottor Priore. Interrogai lui, interrogai Celenk; furono percepiti chiaramente già allora i legami esistenti fra questi personaggi e i servizi americani". È un quadro estremamente complesso, quello tracciato da Palermo in relazione all'attentato del Papa nel 1981; tentando di semplificare un'analisi molto complessa e dettagliata, si può parlare di un "esecuzione dei Lupi grigi guidata dai servizi segreti e da componenti occulte dell'Ovest e dell'Est", a cui non sarebbero state estranee, nella ricostruzione di Palermo, elementi della massoneria, della mafia internazionale della droga, e del fondamentalismo islamico. In realtà nel 1981 Giovanni Paolo II dava fastidio a molti; si presentava come un evidente elemento scardinante di una realtà consolidata negli equilibri mondiali. "Prove scritte non potranno mai esserci, ma ci sono state convergenze di interessi e convergenze di posizioni. Suffragate da alcuni fatti inconfutabili; il fatto che Agca sia stato pilotato dopo, è un elemento di massima rilevanza". Nel 1981; e ora? "Il pericolo per Giovanni Paolo II non risulta ancora finito. Egli costituisce ancora un obiettivo per questa strana "organizzazione" fatta di trafficanti di droga, di fondamentalisti islamici e di uomini dei servizi segreti".10 gennaio 2004 - PARLA UNO DEI MEDICI CHE HA OPERATO IL PAPA
"Trentino"
"Così ho operato il Papa ferito da Agca"
Il prof. Salgarello vive a Cles: per la prima volta racconta il dramma dell'81
CLES. La nomina a Grand'Ufficiale della Repubblica è arrivata senza clamori nella casa di Cles dove il professor Giovanni Salgarello, 77 anni, vive quasi stabilmente, con la moglie e uno dei quattro figli. Una lunga carriera, quella del professore. Ma una data che certamente non scorderà è il 13 maggio 1981 quando, sul lettino della sala operatoria, si trovò Papa Wojtyla, colpito dai proiettili di Alì Agca. Oggi Salgarello racconta come sono andate esattamente le cose, al di là della versione mediatica che di quell'intervento venne data. Un esempio? "Il proiettile - ricorda il professore - quando intervenimmo era già uscito".
CLES. La nomina a Grand'Ufficiale della Repubblica è arrivata senza clamori nella casa di Cles dove il professor Giovanni Salgarello, 77 anni, vive quasi stabilmente, con la moglie e uno dei quattro figli. Una lunga carriera, quella del professor Salgarello. Ma una data che certamente non scorderà è quel 13 maggio 1981 quando, sul lettino della sala operatoria, si trovò Papa Wojtyla, colpito dai proiettili sparati da Alì Agca. Oggi il professor Salgarello racconta come sono andate esattamente le cose, al di là della versione mediatica che di quell'intervento venne data.
Quel giorno, davanti all'allora 54enne docente della cattedra di chirurgia d'urgenza nella facoltà di medicina ad Ancona e capo dell'équipe di turno al Policlinico Gemelli di Roma, arrivò dunque il Papa, colpito gravemente all'addome. "Una vicenda che umanamente mi ha molto segnato. Ripensandoci adesso mi vengono ancora i brividi" ammette il professore.
Le cronache dell'epoca, con i riflettori di tutto il mondo puntati sulla sala operatoria del Gemelli dove era in forse la sopravvivenza del Papa, hanno presentato una versione mediatica dell'intervento redatta secondo la prassi consolidata. Il registro operatorio, scritto di proprio pugno dal professor Salgarello al termine dell'intervento, fa riferimento alla composizione gerarchica dell'organigramma accademico. "In realtà, non appena giunto in sala operatoria l'illustre paziente, con il collega professor Wiel Marin abbiamo iniziato l'intervento chirurgico. Essendo fuori sede il professor Giancarlo Castiglioni, direttore dell'Istituto di clinica chirurgica del nostro ateneo, ho ritenuto opportuno avvertire telefonicamente il professor Francesco Crucitti che, in quel momento, si trovava in via Aurelia alla Casa di cura Pio XI, dove esercitava la sua attività privata. L'arrivo del professor Crucitti evitò che un'équipe esterna ci sostituisse" ricorda il professore. Sono le cronache dell'epoca ad annotare che cinque specialisti stranieri in chirurgia addominale erano giunti a Roma d'urgenza per un consulto: iniziativa del Ministro della sanità polacco su pressione, si presume, di Gabriel Turowski, amico e medico personale del Papa. Verso le 19.30 arrivò a Milano anche il professor Castiglioni.
Le lesioni subite dal Papa, ricorda il professor Salgarello, mostravano nella loro gravità l'azione dirompente provocata da un proiettile che, entrato ad un centimetro dall'ombelico, ne era uscito provocando un foro della larghezza di una moneta delle vecchie cento lire. L'intervento venne effettuato in due fasi, la prima rapida, la seconda più complessa. E fu proprio in questa seconda fase che intervenne anche il professor Castiglioni.
Una "vicenda chirurgica" raccontata, anche in tempi recenti, con versioni contradditorie e che ora il professor Salgarello ricostruisce nella sua essenzialità.
Tra le carte conservate gelosamente c'è la lettera del cardinale segretario di Stato Vaticano, Agostino Casaroli, indirizzata al professor Giovanni Salgarello e "collaboratori", in cui il Papa, il giorno del ritorno nel palazzo apostolico, ha ringraziato per l'intervento che gli ha salvato la vita. Il professor Salgarello ricorda come in un film al rallentatore quei momenti convulsi. "La decisione di operare è stata fulminea: del resto le condizioni del Santo Padre non lasciavano alternative". L'intervento venne documentato anche fotograficamente. "Quelle diapositive non le ho né stampate nè tantomeno distribuite: le ho messe in busta sigillata e consegnate alla segreteria di stato vaticana". Salgarello conserva invece gelosamente le fotocopie degli atti e del registro operatorio, un ricordo prezioso che rimarrà custodito dalla sua famiglia.
Che cosa ricorda dell'intervento? "Due momenti, soprattutto la profondità dell'incisione per arrivare al peritoneo ed una massa muscolare addominale notevole, di persona atletica e forte, abituata all'attività fisica. Il secondo è lo stato dell'intestino tenue straziato e semisommerso nel contenuto liquido fuoriuscito copiosamente. A differenza di quanto si è scritto, noi non abbiamo trovato il proiettile che come era entrato era anche uscito: questo lo abbiamo documentato con l'esame radiologico dell'addome". Una tensione particolare pensando di dover operare il Papa? "In quel momento non dovevo pensare che sotto i ferri c'era il Papa, ma una persona da salvare. E ho fatto quello che ho sempre fatto come chirurgo d'urgenza".
A testimonianza del ruolo avuto dal professor Salgarello, il giudice Severino Santiapichi lo ha convocato come teste in aula, così come l'assistente dottor Franco Citterio nel corso del processo ad Alì Agcà, celebrato nel bunker del tribunale di Roma.
"Il 4 ottobre dello stesso anno - conclude il professor Salgarello - il cardinale segretario di stato Casaroli mi onorava della notizia che il Sommo Pontefice mi aveva concesso l'ordine cavalleresco di San Gregorio Magno, prestigiosissima onorificenza dello Stato Vaticano".LA SCHEDA
Gli spari di Agca in piazza S. Pietro
g.e.
13 maggio 1981, ore 17.19: dei colpi risuonano tra la folla accorsa in piazza San Pietro per l'udienza generale. Giovanni Paolo II, colpito, si accasciò sull'automobile scoperta. Il papa, ferito gravemente all'addome, rischiò di morire dissanguato durante la corsa all'ospedale Gemelli, dove subì un lungo e delicato intervento, grazie al quale riuscì a sopravvivere.
Giovanni Paolo II ha sempre attribuito il fatto di non essere morto in quell'attentato all'intercessione della Madonna di Fatima, la cui festa cade proprio il 13 maggio.
Un destino che ha strettamente legato l'attentato a Fatima: nel 2000, in occasione del Giubileo, Giovanni Paolo II ha reso pubblico il contenuto del terzo segreto di Fatima, interpretandolo proprio come la profezia di un attentato contro il Pontefice. Per la pubblicazione del terzo segreto, il 13 maggio di sette anni fa, papa Wojtyla si recò a Fatima, per ringraziare la Madonna.
A suggello della sua devozione Giovanni Paolo II, infatti, aveva donato al santuario di Fatima la pallottola estrattagli dall'intestino, proiettile che, come una gemma, dall'84 è incastonato nell'aureola della corona della statua della Madonna.5 febbraio 2004 - RAITRE: SCOMPARSA EMANUELA ORLANDI A 'ENIGMA'
ANSA:
RAITRE: SCOMPARSA EMANUELA ORLANDI, TEMA DI 'ENIGMA'
E' dedicata alla scomparsa di Emanuela Orlandi la puntata di 'Enigma', in onda domani alle 21, su Raitre. Un caso che rimane avvolto nel mistero, e nonostante sia stato archiviato dalla Procura di Roma nel '97 per mancanza di prove, lascia spazio a numerosi interrogativi irrisolti.
In studio saranno ospiti: Ferdinando Imposimato, magistrato e studioso del caso Orlandi, Francesco Bruno, criminologo, e all'epoca della scomparsa consulente scientifico del Sisde, Severino Santiapichi, ex presidente Corte d'Assise che giudico' Ali Agca, Andrea Tornielli, vaticanista, il Professore Giampiero Benedetti, perito fonico/linguistico, che analizzera'le voci delle telefonate ricevute dalla famiglia e una cara amica di Emanuela, Patrizia Caiffa. In esclusiva un' intervista al padre della ragazza scomparsa, Ercole Orlandi.7 febbraio 2004 - EMANUELA ORLANDI: PER IL PADRE E' VIVA
"Il Messaggero"
La figlia del messo vaticano scomparve nell'83. L'ex giudice Imposimato: questa pista fu indicata dai Lupi Grigi Caso Orlandi, la Turchia: collaboriamo Il padre di Emanuela: sono sempre più sicuro che sia viva, si trova in Anatolia
di CRISTIANA MANGANI
ROMA - Un mistero lungo più di vent'anni. Un giallo al quale non è stato possibile mettere la parola fine e una famiglia che ha ancora voglia di combattere. Emanuela Orlandi, la sua scomparsa il 22 giugno del 1983. Il dolore dei genitori, le mille inchieste, i depistaggi e ora Ercole, il padre, che dice: "A distanza di tempo si prospetta sempre più la possibilità che Emanuela sia viva e che sia in qualche zona della Turchia. Noi come suoi familiari chiediamo alle autorità turche che ci venga data una mano a ritrovarla. Possiamo venire a cercarla, ma senza un aiuto locale, purtroppo, non potremmo fare tanto. Quello che chiediamo è di aiutarci".
L'appello di papà Orlandi viene fatto ai microfoni della trasmissione "Enigma", condotta da Andrea Vianello, andata in onda ieri sera su Raitre. E ha un effetto immediato: l'ambasciata turca in Italia si è offerta di collaborare. "Non abbiamo idea né alcuna informazione - precisano - circa il fatto se Emanuela Orlandi sia ancora viva e si trovi in Turchia. Si tratta di un caso umano, e vorremmo fare di tutto per aiutare la famiglia, ma deve arrivare una richiesta".
In attesa sembra che ci siano "nuovi spiragli concreti" tali da far credere che la giovane sia ancora viva dopo vent'anni. La conferma arriva anche dal legale della famiglia, Massimo Krogh: "Non siamo ancora in grado di giudicare se nelle ultime indicazioni ci sia qualcosa di veramente solido - spiega - Certo, qualche sviluppo vi è stato. Adesso si tratta di vedere se verrà l'aiuto richiesto alle autorità turche". Proprio lì porterebbero le nuove indicazioni, nel paese degli ex Lupi grigi e di Alì Agca, l'attentatore del Papa rinchiuso in un carcere di massima sicurezza.
Le indagini sulla scomparsa della ragazza sono sempre state legate al più drammatico intrigo internazionale che è l'attentato al Papa del 13 maggio dell'81. Ercole Orlandi racconta: "Siamo andati avanti sentendo diverse cose, chi ne diceva una, chi ne diceva un'altra, ma di concreto non c'è mai stato nulla. Comunque noi tutti in famiglia crediamo che Emanuela sia ancora viva e stia in qualche parte del mondo. Me la raffiguro come nel quadro che ho qui a casa dove non è bambina, ma una donna adulta, come credo che sia oggi. Noi speriamo che sia, veramente, ancora viva e andiamo avanti finché ci sarà la salute, per arrivare alla verità. La verità dovrebbe giungere".
Dello stesso parere è sempre stato l'ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato. "Gli elementi ci sono - afferma - gli stessi Lupi Grigi, dai quali la ragazza venne rapita su incarico del Kgb e dei servizi bulgari, dissero che era stata portata prima in Germania, dalle parti di Francoforte. Tra i sospettati del sequestro vi erano Ysmal Sagyn e Yalcin Ozbey, entrambi molto legati a Oral Celik. Proprio Ozbey cominciò a collaborare con i giudici italiani Santiapichi e Marini, ma a seguito di un intervento dei servizi bulgari, si afflosciò". Successivamente, la Orlandi sarebbe stata condotta in Francia, in una località vicino Parigi. "Lì - prosegue Imposimato - doveva essere ospite di una villa nella disponibilità di Oral Celik. Ci fu anche un'operazione congiunta della polizia italiana, francese e tedesca che fallì per un soffio perché qualcuno fece una spiata. Dalla Francia, Emanuela fu portata in Turchia e le ultime notizie, che risalgono al 2000, delle quali fu tramite il fratello di Ali Agca, la danno presente a Maladia, città di origine dell'attentatore del Papa".8 febbraio 2004 - EMANUELA ORLANDI: IMPOSIMATO
"Il Messaggero"
L'ex giudice, ora avvocato della madre, rilancia la pista dell'attentato al Papa dietro la scomparsa della ragazza "Emanuela è viva, ho prove certe" Caso Orlandi, Imposimato: con le nuove carte spero che l'inchiesta sia riaperta
di CRISTIANA MANGANI
ROMA - Il sequestro di Emanuela Orlandi come la proiezione dell'attentato al Papa. Il tentativo di fermare la politica di superamento dei blocchi contrapposti messa in atto dal Pontefice in quegli anni. C'è questo e molto di più dietro la ricostruzione che fa della vicenda l'ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato. Lasciata la toga da magistrato, ora è l'avvocato della mamma della giovane scomparsa il 22 giugno dell'83. E insieme con il collega Massimo Krogh porta avanti le legittime pretese dei familiari.
Avvocato, Emanuela Orlandi è viva?
"Ho prove documentali certe. In questi anni non sono stato fermo un attimo, ho viaggiato. Ho sentito Alì Agca, l'attentatore del Papa, suo fratello Adnan. E ora anche un giornalista turco molto ben inserito in alcuni ambienti. Mi ha dato delle indicazioni precise, andremo a verificarle".
La Turchia, attraverso la sua ambasciata, ha offerto la collaborazione. Come pensate di muovervi?
"Presenterò una richiesta formale alla sede diplomatica. Non so però se basterà per ottenere reale collaborazione. Credo che si aspettino una richiesta ufficiale da parte delle autorità italiane".
Bisognerebbe che ci fosse un'inchiesta aperta".
"Ho tantissime carte e spero di riuscire a far sì che la magistratura torni a occuparsi del caso. Nel '97 il fascicolo venne archiviato con spiegazioni che non condivido. È ormai chiaro come sono andate le cose. E soprattutto l'obiettivo era il Papa, fermarlo a tutti i costi. Ma l'attentato è fallito".
Emanuela aveva 15 anni. Il suo rapimento come poteva fermare la politica di Giovanni Paolo II?
"I signori della Stasi avevano fallito due volte: la prima non riuscendo a uccidere il Pontefice, la seconda non riuscendo a evitare che Alì Agca venisse arrestato. È chiaro che lui, all'epoca ventiduenne, non poteva aver agito da solo. C'era un disegno. Così hanno ripiegato su qualcuno che colpisse l'opinione pubblica. La scomparsa di un prete non avrebbe avuto lo stesso effetto di una ragazzina. Serviva altro".
E così si è pensato alla Orlandi?
"Non solo a lei. Proprio per il mio mandato di avvocato sto svolgendo delle indagini difensive. Ho raccolto la testimonianza di Raffaella Gugel, la giovane che abitava sullo stesso piano di Emanuela, figlia di Angelo, l'aiutante di camera del Papa. Mi ha detto che, dopo l'attentato, era stata pedinata per settimane da un turco e che altrettanto era successo alla sorella Flaviana. Il padre lo sapeva, glielo avevano detto".
Avvocato, Agca conosce la verità?
"Tre mesi dopo la scomparsa di Emanuela si presentarono da lui in carcere due presunti giudici bulgari. Erano spie. Il turco aveva cominciato a fare rivelazioni. Non hanno potuto ucciderlo, ma lo hanno minacciato per farlo tacere promettendo lo scambio con la Orlandi. Agca fa il pazzo, mi dice: questo processo lo devo demolire. Scopro che il 14 marzo precedente in una villa di Berlino si erano riuniti uomini del Kgb e della Stasi, per concordare le mosse su Agca e sulla "disinformazia" sul caso Orlandi. Emanuela è sempre servita viva, per questo continueremo a cercarla".10 febbraio 2004 - MORTO SOSTITUTO PROCURATORE GENERALE NINO ABBATE
ANSA:
GIUSTIZIA: MORTO SOSTITUTO PROCURATORE GENERALE NINO ABBATE
Il sostituto procuratore generale in Cassazione Nino Abbate e' morto la notte scorsa, colto da un infarto.
L'alto magistrato era candidato a capo della Procura di Roma.
Nino Abbate, 66 anni, sostituto procuratore generale presso la Cassazione ed ex presidente dell' Anm, era uno dei candidati per guidare la procura della Repubblica di Roma.
Proprio all' inizio di febbraio la nomina del nuovo procuratore della capitale aveva provocato una spaccatura nel Csm. Dopo aver tentato per ore di trovare una soluzione unitaria, la Commissione sugli incarichi direttivi aveva licenziato una proposta con due nomi, rimettendo di fatto la scelta al plenum. La maggioranza dei voti (quattro) era andata ad Abbate, sostenuto da Unicost, Magistratura Indipendente e dai laici della Cdl. Due, invece, i consensi per Giovanni Ferrara, presidente della sezione gip al tribunale di Roma, espressi dai consiglieri di magistratura democratica e del Movimento per la Giustizia.
Al centro del contendere, la questione anzianita': secondo i togati di sinistra andava privilegiato Ferrara, che in passato e' stato a capo dell'Ispettorato del ministero della Giustizia, proprio perche' ha una maggiore anzianita' rispetto al suo concorrente, oltre a poter vantare una piu' ampia esperienza nel settore requirente. Un ragionamento a cui la maggioranza aveva replicato sottolineando la qualita' dei processi di cui si era occupato Abbate (tra gli altri quelli sull'omicidio di Aldo Moro e sull' attentato al Papa) e le sue doti umane e professionali.
Nino Abbate ha firmato di recente il provvedimento con il quale la Procura generale della Suprema Corte di Cassazione ha disposto che il procedimento a carico dei poliziotti indagati in relazione ai fatti del G8 del luglio 2001 resti di competenza della procura di Genova.11 febbraio 2004 - ROMANZO SU MORTE PAPA LUCIANI
"Il Corriere della sera"
FANTAPOLITICA
"Papa Luciani? Venne ucciso dal Kgb"
La morte di Giovanni Paolo I nella notte del 28 settembre 1978, dopo soli 33 giorni di pontificato, ha sempre eccitato le fantasie di scrittori e registi innamorati della teoria del complotto. È rimasta famosa la sequenza del "Padrino parte III" di Coppola in cui si vede il Papa ucciso da una tisana avvelenata. Mandante la mafia, che per i rapporti fra Sindona e lo Ior, la banca vaticana allora diretta dal cardinale Marcinkus, voleva eliminare il pontefice ostile ai traffici del porporato-finanziere. Ora Robert Littell, ad apertura del suo romanzo, ci propone una nuova teoria. Il Papa, si legge, fu ucciso dal Kgb, che aveva interessi con lo Ior e il Banco Ambrosiano. Si serviva, cioè, di queste banche per far passare su conti occidentali un'ingente quantità di dollari, che un giorno, immessi sul mercato, avrebbero travolto la valuta americana provocando una crisi economica peggiore di quella del 1929. Quanto c'è di vero, Mr Littell, in questa ricostruzione? "Non c'è nessuna prova storica. È fiction , mi sono preso la libertà di immaginare gli uomini del KGB come killer del Papa. Così come non c'è nessuna prova del "lavaggio" del danaro del Kgb attraverso il Banco Ambrosiano o lo Ior: anche qui ho lavorato d'immaginazione. Ma nel contesto della Guerra fredda, dove sono avvenute tante cose molto strane, potrebbe essere senz'altro successo che delle banche occidentali lavassero danaro del Kgb, consapevolmente o meno. Un giorno, comunque, durante la presentazione di The Company a Washington, si presentò un signore con tre copie del romanzo. Lavorava per la Cia, mi disse. E aggiunse che era stato un vero colpo di fortuna che i russi non avessero inventato quel piano durante la Guerra fredda. Un'idea più che plausibile per lui e i suoi colleghi".
(R. Po.)5 marzo 2004 - MORTO IL PADRE DI EMANUELA ORLANDI
ANSA:
VATICANO: E' MORTO IL PADRE DI EMANUELA ORLANDI
E' morto Ercole Orlandi, padre di Emanuela, la ragazza scomparsa nel 1983 mentre tornava a casa, in Vaticano, e della quale non si sono mai piu' avute notizie.
Ercole Orlandi, che abitava ancora in Vaticano, e' morto ieri in ospedale. I funerali verranno celebrati domani alle 10 nella chiesa di sant'Anna, la parrocchia del Vaticano.
Orlandi era ricoverato nella clinica
Quisisana, dove e' morto ieri pomeriggio. "Dopo l' intervento abbiamo vissuto questo mese tra attese e speranza. Invece... " ha detto la figlia Federica.
Ercole Orlandi, fin dai primi giorni della scomparsa di Emanuela, aveva affrontato con grande dignita' una vicenda che ha messo per anni la sua famiglia sotto i riflettori dei mezzi di comunicazione di mezzo mondo. La sparizione della ragazza vaticana divento' subito un "giallo" in cui si sono inseriti personaggi misteriosi e ambigui, servizi segreti, fantomatiche organizzazioni che rivendicavano la paternita' del rapimento chiedendo la liberazione di Mehmet Ali' Agca, e nel quale lo stesso attentatore del Papa gioco' un ruolo di spicco. Giovanni Paolo II, che ha visitato spesso i familiari di Emanuela, fece numerosi appelli in favore della ragazza.
Il padre di Emanuela, come la moglie Maria, non aveva mai perso la speranza di riabbracciare la figlia e aveva sempre manifestato fiducia verso il lavoro delle forze dell' ordine e della magistratura. Una fiducia fatta anche di piccoli gesti, come non aprire il regalo portato a Natale dal Papa, o lasciare giorno e notte la chiave infilata all' esterno della porta di casa: "Servira' ad Emanuela - spiego' la madre Maria - per entrare a qualunque ora ritorni".
Il 5 febbraio scorso, Ercole Orlandi fu intervistato dal programma di Rai Tre "Enigma" dedicato al caso di Emanuela e lancio' l' ennesimo appello. "A distanza di tempo - disse - si prospetta sempre piu' la possibilita' che Emanuela sia ancora viva e che sia in qualche zona della Turchia. Noi come suoi familiari chiediamo alle autorita' turche che ci venga data una mano a ritrovare Emanuela".
"Possiamo venire in Turchia, possiamo venire a cercarla, ma senza l' aiuto dell' autorita' turche, purtroppo, non potremmo fare tanto. Quello che chiediamo e' di aiutarci" - spiego' - Noi tutti in famiglia, dopo vent' anni, crediamo che Emanuela sia ancora viva, viva in qualche parte del mondo. Mi raffiguro Emanuela come nel quadro dietro di me, non come una bambina ma da donna adulta, come credo che oggi sia. Andiamo avanti sempre con questo pensiero ed in famiglia la speranza e' sempre viva, perche' mai nessuno ha parlato di Emanuela come morta, ma tutti, sempre, come viva. Noi speriamo veramente che sia ancora viva e andiamo avanti, finche' ci sara' la salute, per arrivare alla verita'".EMANUELA ORLANDI:GIALLO FORSE RESTERA' PER SEMPRE TALE
TANTI DUBBI E SOSPETTI,NESSUNA CERTEZZA SULLA RAGAZZA SCOMPARSA
Era una domenica di giugno di 21 anni fa e l' Italia stava ancora provando ad uscire dagli incubi e dalle ansie del sequestro e dell' omicidio di Aldo Moro e dell' attentato a Giovanni Paolo II in piazza San Pietro. Di ritorno dalla scuola di musica, Emanuela Orlandi, 15 anni, figlia di un modesto e fino ad allora sconosciuto messo presso la prefettura della casa pontificia, viene inghiottita per sempre oltre le portiere di una 'Bmw' nera.
La nota per l' ultima volta, mentre parla con il conducente dell' auto, un vigile urbano in servizio davanti al Senato. Della ragazza , da quel giorno, nessuna traccia. Il suo caso, pero', diventa un giallo internazionale e avra' da quel momento un' eco sempre piu' vasta: il presunto rapimento dell' estate del 1983 finisce infatti per intrecciarsi con le vicende e le inchieste collegate all' attentato contro Papa Woytila che il 'lupo grigio' Mehmet Ali' Agca aveva compiuto il 13 maggio di due anni prima.
Ancor oggi ci si chiede cosa realmente c' e' di vero o soltanto di verosimile nel complesso mosaico di indagini, ricerche, telefonate anonime, appelli e taglie che hanno soltanto contribuito ad addensare l' impenetrabile cortina attorno alla vicenda di Emanuela, allontanando via via qualsiasi ipotesi di soluzione o speranza di restituire la ragazza ai genitori, ed in particolare al padre, ieri deceduto ma fino all' ultimo convinto, anche al di la' delle logiche della ragione, che Emanuela fosse viva, tenuta prigioniera in qualche parte del mondo.
La presenza di Emanuela, nel corso degli anni, viene collegata con il caso di Mirella Gregori, un' altra giovane scomparsa a Roma pochi mesi dopo. Nel maggio del 1987 le famiglie Orlandi e Gregori offrono due miliardi di lire a chiunque possa aiutarli a ritrovare le giovani vive, e 750 milioni a chi contribuira' a ritrovare i loro resti.Un ventennio di indagini, condotte lungo ogni direttiva possibile, non autorizza a scartare alcuna ipotesi sulla sorte della ragazza, ma, soprattutto, non dipana dubbi e sospetti sul possibile coinvolgimento di organizzazioni terroristiche.
Il ricatto di quei primi mesi di angoscia, giunto attraverso telefonate all' Ansa ma anche lungo i fili di una linea telefonica diretta che l' allora segretario di Stato del Vaticano, il cardinale Agostino Casaroli, volle fosse aperta, legava la vita e la liberazione di Emanuela Orlandi al rilascio da parte delle autorita' italiane proprio dell' attentatore di Piazza San Pietro. Agca, che pur ha sempre puntato il dito contro i servizi segreti dell' Est e ha disegnato il complotto internazionale contro il Papa polacco, si e' dissociato da quelle iniziative, ma ha lasciato piu' volte intendere, tra le tante e farneticanti dichiarazioni che fece nel corso del processo al Foro Italico, che Emanuela poteva essere stata realmente vittima di un sequestro per cosi' dire 'politico' e sarebbe stata insomma una preziosa merce di scambio. Il 30 giugno 1997, per effetto della mancata concessione della proroga da parte del Parlamento, l' inchiesta sulla sparizione di Emanuela Orlandi condotta dal giudice istruttore Adele Rando, viene chiusa definitivamente senza l' identificazione dei responsabili.
In almeno due occasioni, il Pontefice e' intervenuto personalmente nella vicenda, chiedendo pubblicamente la liberazione della ragazza.
Eppure, se da una parte si possono escludere prove giuridicamente valide o inconfutabili che colleghino l' attentato al Papa con il caso Orlandi, non si puo' fare a meno di constatare quanto siano state numerose le volte in cui la vicenda si intreccia, piu' o meno casualmente, con l' attentato del 13 maggio 1981. Al di la' di tutto cio', il caso Orlandi resta un giallo avvincente ed intricatissimo di cui sfuggono sempre i contorni esatti e le precise motivazioni.6 marzo 2004 - MORTE PADRE DI EMANUELA ORLANDI: DAI GIORNALI
ANSA:
PAPA: ERCOLE ORLANDI, UNA VITA FORTEMENTE PROVATA
Quella di Ercole Orlandi e' stata "una vita fortemente provata" dalla scomparsa nel mistero della figlia Emanuela.
Lo ha ricordato il Papa in un messaggio alla famiglia letto durante il funerale di Ercole Orlandi dal parroco di sant'Anna in Vaticano, don Gioele Schiavella.
Alle esequie del papa' della ragazza scomparsa nel giugno del 1981, mentre faceva ritorno a casa, hanno partecipato centinaia di persone, tanto che era difficilissimo l'accesso alla chiesetta che funge da parrocchia per la Citta' del Vaticano."Il Corriere della sera"
IL RITRATTO
La chiave nella porta, un piatto in tavola...
La vita sconvolta di un impiegato della Segreteria di Stato vaticana, che non aveva accesso a nessun segreto
La chiave infilata nella porta di casa. Finchè un ladro non l'aveva costretto a toglierla. Avveniva poco tempo fa, dopo anni e anni di attesa affidata a quell'immagine in attesa di un miracolo registrata dal pianerottolo dell'appartamento degli Orlandi, in piena città del Vaticano vicino a Porta Sant'Anna. Chissà se andrà all'inferno quello spregiudicato predatore, ben intrufolato dentro la città del Papa, che aveva tolto anche quest'ultima speranza al povero padre? Agli Orlandi era rimasto in tavola un piatto sempre pronto per questa terza figlia scomparsa nel nulla, la piccola Emanuela. Un piatto destinato a restare pulito e da ritirare alla fine dei pasti. Così è trascorsa in questi ultimi 21 anni la vita di Ercole Orlandi. Aspettava il ritorno di questa figlia inghiottita per sempre oltre le portiere di una Bmw nera tanto tempo fa.
All'inizio era stata fatta un po' di confusione intorno a questo padre di famiglia, dipendente del Vaticano con casa dentro la cerchia delle mura d'Oltretevere. Ercole Orlandi, cittadino "vaticano" dal lontano 1932, lavorava alla Segreteria di Stato. Nella nomenclatura delle cose vaticane quelli sono uffici di grande rilievo. Uffici in cui il signor Orlandi, addetto allora a Monsignor Monduzzi, andava avanti e indietro portandosi dietro la sua fede incrollabile. Ma il signor Ercole, col suo accento della provincia romana e con una moglie ad aspettarlo a casa, casalinga silenziosa di nome Maria, era solo un commesso. Non deteneva segreti Ercole Orlandi e il suo stipendio era quello di un semplice impiegato di serie B. Uno stipendio basso: "Non potremo mai pagare riscatti se ce li chiedono", ripeteva Ercole Orlandi, indeciso se sperare in una rivendicazione o se ricordare piuttosto ai suoi ignoti interlocutori il suo modesto train-de-vie.
Aveva trovato prima un avvocato capace di seguire fatti internazionali, Gennaro Egidio, che si era occupato perfino di una Rothschild. Poi dieci anni fa gli aveva affiancato Massimo Krogh che mentre Egidio rallentava per l'età gli impegni si era dedicato con rinnovato fervore alla causa Orlandi. Questa causa consisteva in un solido punto fermo, un credo: "Emanuela è viva, sicuramente avrà perso la memoria o sarà impedita da qualche fatto più forte di lei, ma prima o poi tornerà..."
Per questo c'era stata quella chiave nella serratura, per questo c'era ancora il piatto in tavola. Di voci ne erano circolate tante. Qualcuna alimentata anche da alte gerarchie ecclesiastiche come il cardinale Oddi. Ercole Orlandi sembrava non prestare ascolto. Gli erano restate in testa le tre telefonate che aveva ricevuto quando passava le giornate incollato alla cornetta del telefono di casa, un numero affisso su tutti i muri della città (6984.4982), un numero della selezione passante (6982) del Vaticano. Tre telefonate in successione: di un certo Pierluigi, di Mario il barista poi e alla fine di un certo "americano". Quei tre facevano capire di sapere tante cose sulla ragazza scomparsa. Il mistero Orlandi, per Ercole ormai in pensione da una decina d'anni, era fermo ancora lì.
Paolo Brogi"Il Corriere della sera"
Il decesso è avvenuto in una clinica dove era ricoverato per una disfunzione cardiaca. Stamani, nella chiesa di Sant'Anna, i funerali
Ercole Orlandi è morto aspettando un miracolo
Il padre di Emanuela, scomparsa nel 1983, non si era mai arreso. L'ultimo appello un mese fa
L'ha aspettata più di vent'anni, l'ha immaginata crescere e diventare donna, ha sperato ogni istante che il miracolo si realizzasse: "Eccomi, sono Emanuela, sono tornata". Ma Ercole Orlandi se n'è andato prima che il sogno si avverasse: è morto giovedì pomeriggio nella clinica Quisisana, dopo aver subito un intervento al Gemelli per la sostituzione di una valvola cardiaca. "Abbiamo vissuto questo mese tra attesa e speranza, e invece...", sussurra la figlia Federica. Le complicazioni post-operatorie sono state più forti del cuore dell'ex messo della prefettura della casa pontificia. Orlandi (i funerali oggi alle 10, nella chiesa di Sant'Anna) soffriva di una disfunzione cardiaca da qualche anno, ma né i problemi di salute né il tempo trascorso avevano mitigato il dolore per la sorte di Emanuela, sparita il 22 giugno '83 a 15 anni. "La speranza che la figlia sia viva è ciò che ha permesso a Ercole di affrontare la tragedia per tutta la vita - dice l'avvocato Massimo Krogh, legale di fiducia ma ormai anche amico - Orlandi ha sempre mantenuto una grandissima dignità nella sciagura, ma il suo tormento era anche sapere che cosa fosse accaduto". "Voleva conoscere la verità", conferma Ferdinando Imposimato, ex giudice istruttore e oggi avvocato della signora Maria, la mamma della studentessa.
L'appello più recente degli Orlandi risale a un mese fa, poco prima dell'intervento al cuore. La sera del 6 febbraio, ospite della trasmissione di Raitre Enigma , condotta da Andrea Vianello, Ercole aveva sottolineato: "Tutti noi in famiglia crediamo che Emanuela sia viva e che sia in qualche zona della Turchia. Chiediamo alle autorità turche che ci venga data una mano a ritrovarla. Noi andremo avanti, finchè ci sarà la salute, per arrivare alla verità".
La pista turca è quella "giusta" secondo Imposimato, che colloca la scomparsa di Emanuela al centro di un intrigo internazionale con la Stasi e i Lupi grigi (fra i quali militava Alì Agca, il responsabile dell'attentato al Papa) come protagonisti. Nel '97 una sentenza del giudice Adele Rando ha calato il sipario sul giallo, ma i familiari non si sono mai arresi. "Orlandi desiderava che si tentasse di riaprire l'indagine", sostiene Krogh. Nelle prossime settimane infatti gli avvocati valuteranno se chiedere alla Procura di riaprire l'inchiesta. Ma le autorità di Ankara, finora, non hanno risposto all'ultimo sos lanciato dal papà di Emanuela.
Lavinia Di Gianvito"Il Messaggero"
Imposimato: "Ankara non collabora nelle ricerche"
"La scomparsa di Ercole Orlandi senza che potesse riabbracciare al figlia mi addolora infinitamente. Ma continueremo a cercare la verità, qualunque essa sia, come lui desiderava". Ferdinando Imposimato, il giudice che ha indagato sull'attentato al Papa e sul caso Orlandi, ora è legale della famiglia. "Emanuela è una martire della libertà - dice -; la vittima di una macchinazione infernale cominciata prima del rapimento. E mai finita. Ercole Orlandi sospettava anche le Guardie Svizzere, e diceva che nessuno aveva indagato su di loro. Sospettava di Estermann, testimone di un incontro segreto tra Casaroli e l'avvocato Egidio di cui venne informato l'amerikano".
Dice, Imposimato, che nonostante le ultime dichiarazioni ufficiali, le autorità di Ankara non stanno in realtà collaborando: "Abbiamo individuato alcuni testimoni importanti che vivono in Turchia e in Germania e che potrebbero aiutarci. Ma il governo turco non vuole metterli a disposizione".5 maggio 2004 - EMANUELA ORLANDI: DAI GIORNALI
"Il Messaggero"
I carabinieri del Ris e dei Ros analizzano alcune foto. Imposimato, avvocato della famiglia: non so nulla, chiederò altre indagini Emanuela Orlandi, si riapre il giallo E' viva? Dalla Francia a Roma i misteriosi viaggi di una donna. Nuova inchiesta della Procura
ROMA Si riapre il giallo su Emanuela Orlandi, la ragazza di 15 anni, cittadina vaticana, scomparsa 21 anni fa. La Procura di Roma ha incaricato i Ros dei carabinieri di indagare su una donna (che avrebbe molti elementi in comune con Emanuela) vista più volte nei dintorni del Vaticano mentre entrava in un portone. Alle indagini dei Ros si sommano quelle degli specialisti del Ris, che starebbero svolgendo accertamenti su alcune foto e documenti. Il mistero della scomparsa di Emanuela Orlandi, che ora avrebbe 36 anni, divenne all'epoca un gigantesco intrigo internazionale, intrecciato all'attentato al Papa del 1981.
di ANTONELLA STOCCO e MARIO MENGHETTI
ROMA - Dal buio, dal nulla, da una leggenda o dagli angoli oscuri di un gigantesco intrigo il "giallo" della scomparsa di Emanuela Orlandi, montagne di fascicoli in parte secretati e mai archiviati per ventuno anni, è tornato al centro di un'indagine riservatissima appena aperta dalla procura di Roma. Un'indagine affidata al Ros, il reparto operativo speciale dei carabinieri, e al Ris, il reparto scientifico dell'Arma, che stanno già lavorando ad accertamenti delicatissimi su un input assolutamente clamoroso: Emanuela Orlandi, la cittadina vaticana di 15 anni sparita a Roma la sera del 22 giugno del 1983, oppure una sua sosia, negli ultimi mesi sarebbe stata vista e riconosciuta proprio a Roma. Proprio nei dintorni del Vaticano. Come un fantasma. Emanuela con la sua faccia da bambina, così la ricordava il padre Ercole morto il 5 marzo scorso senza averla potuta riabbracciare, sarebbe entrata in un portone a pochi passi da porta Sant'Anna, a pochi metri dalla sua casa dove aveva vissuto con i genitori e i fratelli fino a quella sera, fino a quel buio che l'ha inghiottita, fino a dentro quell'intrigo internazionale ormai indissolubilmente intrecciato all'attentato al Papa del 13 maggio del 1981. Emanuela la bambina adesso avrebbe 36 anni, se fosse viva. Viva e a Roma in incognito, ma con quali documenti per poter attraversare la frontiera con un altro paese europeo, forse la Francia, dove sempre secondo i primi passi dell'inchiesta risiederebbe adesso? Proprio su alcuni documenti, e su alcune fotografie che circolerebbero a dimostrazione dell'identità di Emanuela, starebbero lavorando gli esperti del Ris. Comparando i due volti, il passato e il presente. Al Reparto Operativo Speciale dei carabinieri spetterebbero invece gli altri accertamenti: su una storia che è un mistero tra i misteri, dalla pista bulgara alla pista turca, dalle speranze al nulla, quel nulla e quel vuoto a cui Ercole Orlandi fino all'ultimo giorno della sua vita non si era voluto arrendere. Dice una leggenda che Emanuela era lì, al funerale del padre nella chiesa di Sant'Anna dentro al Vaticano. Leggende....Ventuno anni fa Emanuela la bambina era uscita da porta Sant'Anna per andare a scuola di musica e non era più tornata. Quell'estate il Papa lanciò otto appelli per lei, un'estate scandita dai comunicati del Turkesh, dalle telefonate dell'Amerikano, dalle richieste di scambio con l'attentatore del Papa, Alì Agca. Poi il buio su un'inchiesta mai archiviata, su una tragedia mai dimenticata.
Ma perché, se Emanuela Orlandi è viva ed è stata vista a Roma, la sua vita è un segreto? Cosa potrebbe raccontare agli inquirenti che hanno speso vent'anni dentro il rebus della sua sparizione? Chi l'ha portata via? E perché? E con chi ha vissuto in tutti questi anni? Cosa potrebbe svelare Emanuela di quell'intrigo internazionale che ha coinvolto governi, diplomazie e servizi segreti di mezzo mondo? E soprattutto, ha riabbracciato la madre, i fratelli? E' categorico, Ferdinando Imposimato, il magistrato che ha passato mezza vita a indagare sull'attentato al Papa e sul rapimento Orlandi arrivando a scoprire che alcune delle lettere con la richiesta di scambio con il lupo grigio Agca, spedite da Francoforte, erano state scritte in una villla alla periferia di Berlino dove si riunivano uomini del Kgb e della Stasi per concordare le operazioni di disinformazia sul rapimento Orlandi. Ai tempi del gigantesco intrigo. E' categorico, Imposimato, adesso legale della famiglia Orlandi: "Né io né i familiari di Emanuela sappiamo nulla di questa inchiesta, nessuno ci ha detto niente". Imposimato ha sempre sostenuto la possibilità che la ragazzina sia ancora viva e più volte annunciato nuove piste da battere, nuove strade che portano laggiù in Turchia, un tempo terra dei lupi grigi, dove ora qualcuno sarebbe disposto a parlare, dopo vent'anni. Il Ros invece indaga qui, intorno alle mura leonine, attorno al più clamoroso dei misteri dell'ultimo secolo. Emanuela Orlandi, se fosse viva e se fosse lei, cosa potrebbe svelare sull'attentato al Papa? Cosa potrebbe raccontare di Mario e di Pierluigi, degli anonimi telefonisti che hanno preceduto l'Amerikano, e dell'Amerikano stesso? Allora il segretario di Stato cardinal Casaroli aveva nel suo studio una linea telefonica installata per le trattative con i rapitori, trattative sfumate, svanite. Oggi Ferdinando Imposimato dice che sarà lui a chiedere una nuova indagine sull'affaire Orlandi, con nuovi elementi. Ma che per ora c'è soltanto il buio e il silenzio di sempre. O forse no.IL RETROSCENA Dossier dei Servizi stranieri: "Sui quarant'anni, due figli"
di CRISTIANA MANGANI
ROMA - La nuova inchiesta su Emanuela Orlandi arriva da lontano e sembrerebbe aver trovato spunto dalla segnalazione di un servizio segreto straniero. Le informazioni parlano di una donna che somiglia incredibilmente alla ragazza rapita parecchi anni fa. Ora, ha una quarantina d'anni, vive a Roma, nelle case che guardano piazza San Pietro. Ha due figli, un compagno che, pare, la chiami Emanuela.
Nel rapporto avviato dalla nostra intelligence sono contenute le sue immagini nelle varie fasi della giornata: mentre con i bambini passeggia nella piazza del Vaticano, mentre torna da scuola, mentre li tiene per mano. Spesso indossa un specie di basco in testa ed è una bella donna, con lo sguardo vivo, acceso. Proprio come sarebbe stata Emanuela oggi.
Di lei si sa praticamente tutto. Parla inglese perfettamente, quasi fosse la sua prima lingua, e lo parla anche con i figli. Naturalmente ha un altro nome e cognome, non si chiama più come la sedicenne sparita dopo una lezione di flauto. Ma si sa, invece, che è stata per lunghi anni in America, dove ha fatto gli studi e dove ha preso una laurea.
Il suo viaggio negli Stati Uniti sarebbe cominciato poco dopo la scomparsa della giovane romana. E in più, gli investigatori starebbero indagando su un vecchio passaporto intestato ad Emanuela Orlandi, fermo a quando lei era ragazzina. Cosa manca, quindi, per chiudere il cerchio? Un riscontro che sembra non sia ancora arrivato dall'esame del Dna. Ma come possono i carabinieri svolgere un esame su una signora che non è indagata?
Certo è che, ora, in piazza San Pietro, una donna somigliante a quella che sarebbe stata la Orlandi ai nostri giorni circola per i viali, tra le colonne. Gli investigatori hanno fotografato la sua casa, registrato le sue parole. Avrebbe una strana abitudine, questa giovane signora: esporre alla finestra di tanto in tanto una statua del Budda. Come se volesse mandare un segnale a qualcuno. A chi?
Negli ultimi mesi la Procura della Capitale ha accelerato i tempi. L'inchiesta ha fatto un grosso salto in avanti, ma serve un elemento che la sblocchi. Prima di morire, nel giorno in cui cadeva l'ennesimo anniversario della scomparsa, il papà di Emanuela in televisione e ai giornali continuava a ripetere: "So che mia figlia non è morta. So che abita in qualche parte del mondo, forse in un villaggio della Turchia". Difficile ora immaginare che non sapesse quello che gli investigatori stavano facendo. Non fosse a conoscenza degli accertamenti scientifici sulla donna che abita in un appartamento con le finestre che guardano il Vaticano.
Gli uomini dell'Arma saprebbero tutto anche del suo compagno. Sarebbe un coetaneo che lavora in banca.OLTRE LE MURA Il Papa implorò per otto volte: liberatela In Vaticano la sparizione della giovane è stata vissuta come un dramma in famiglia
di ORAZIO PETROSILLO
CITTA' DEL VATICANO - Una tragedia in famiglia. La scomparsa di Emanuela Orlandi è stata vissuta in Vaticano, soprattutto nei primi drammatici mesi da quel 22 giugno 1983, come una vicenda che ha colpito al cuore quella famiglia di poche centinaia di persone che vivono oltre le Mura Leonine a più stretto contatto, fisico e giornaliero, con il Pontefice. Giovanni Paolo II ne è stato toccato nell'intimo. Otto volte perorò, supplicò e pregò pubblicamente dalla finestra del suo studio per la liberazione di Emanuela. Non c'era altro motivo diplomatico o di chissà quale natura in questi appelli. Il lutto il Papa l'aveva in casa. La sofferenza di Ercole e Maria Orlandi fu veramente partecipata da papa Wojtyla e dai suoi collaboratori. Poco importava il ruolo marginale del papà di Emanuela. Ma la sua casa era a poco più di cento metri dalle finestre dell'appartamento privato. E in quel Natale dell'83, il primo senza Emanuela, il Papa andò a far visita agli Orlandi. L'ultimo gesto di affetto è stato per papà Ercole il 6 marzo scorso con il messaggio per il suo funerale con quell'omaggio rispettoso e paterno per la "sua vita tanto provata". Sorprese allora che non fosse stato menzionato il sequestro della figlia. E come agli Orlandi era stato concesso l'uso dell'appartamento vaticano anche quando Ercole non ne aveva più diritto, così venne offerta alle sue spoglie come ultima dimora la parrocchia vaticana di S. Anna. E qualcuno pensa ora che Emanuela fosse in incognito ai funerali del padre.
Non occorreva essere grandi investigatori per comprendere che il sequestro della quindicenne cittadina vaticana rientrava in un disegno criminoso che voleva condizionare in qualche modo l'attività papale e che era una conseguenza o comunque collegato al mancato assassinio di Giovanni Paolo II ad opera di Alì Agca, due anni ed un mese prima. Il rapimento avvenne nel penultimo giorno di un difficile quanto trionfale viaggio del Papa nella Polonia da 16 mesi in stato d'assedio, alla vigilia dell'incontro privato con Walesa. Il ricatto non riuscì: basta conoscere gli interventi dell'83 di Giovanni Paolo II. Egli non fu minimamente condizionato da quel sequestro, come non lo era stato per l'attentato contro la sua persona. Ma il collegamento indubbiamente apparirà chiaro dopo. Subito ci si rese conto in Vaticano che l'azione era contro di lui.
Il terzo aspetto di questa vicenda fu lo sciacallaggio ideologico contro il Vaticano. Accusato di sapere e di non dire, di nascondere prove, di non voler giungere alla verità come se ci fossero chissà quali misteri da celare. La collaborazione da parte delle autorità ecclesiastiche fu piena come dimostra l'apertura della centrale telefonica vaticana ai responsabili investigativi. Le rogatorie, quando furono inoltrate, ebbero le oneste risposte. Certo che, quando gli inquirenti italiani pretesero di interrogare personalmente Casaroli e gli alti prelati della Segreteria di Stato, fu logico il rifiuto e la richiesta del rispetto delle procedure. Sono state scritte tante ipotesi fantasiose sul contesto vaticano del sequestro Orlandi, sono state viste spie persino nella segreteria particolare di Wojtyla. Si è dimenticato che dopo la famiglia Orlandi, la prima a volere il ritorno a casa di Emanuela era "la famiglia del Papa".ANSA:
EMANUELA ORLANDI: AVV. KROGH, TROPPA FANTASIA IN VICENDA
IL LEGALE NON RITIENE FONDATE NOTIZIE SU NUOVE INDAGINI
"Emanuela viva, che abita nei dintorni del Vaticano? Temo proprio sia una notizia priva di ogni fondamento e, comunque, al momento io non ne so nulla. Credo, invece, che troppo spesso attorno a questa tragedia si sia scatenata la fantasia popolare".
Non ha molti dubbi, l'avvocato Massimo Krogh, legale della famiglia Orlandi da circa dieci anni, nel pensare che la notizia diffusa oggi da alcuni organi di stampa nei quali si ipotizza una riapertura dell'inchiesta sul caso di Emanuela Orlandi, sia una "ennesima forzatura" che soprattutto non "tiene conto dell'immenso dolore della famiglia". L'avvocato Krogh, leggendo le notizie riportate dalla stampa, e' sembrato quindi molto scettico sul fatto che "una donna che somiglia ad Emanuela sia stata vista piu' volte nei dintorni del Vaticano". Il legale della famiglia Orlandi ha poi aggiunto che verifichera' con "la Procura di Roma se sia vero che e' stata aperta una nuova inchiesta le cui indagini sono state affidate ai carabinieri del Ros e del Ris". Indagini che, al momento, non sono state confermate ne' in ambienti investigativi ne' in quelli giudiziari.
L'inchiesta sulla sparizione di Emanuela Orlandi, figlia di un ex dipendente della Prefettura della casa Pontificia, morto due mesi fa con la speranza che la ragazza "fosse ancora via", risulta ancora aperta. Ma sin dal primo momento, quella domenica 22 giugno 1983, e' stata costellata da colpi di scena ed intrighi internazionali fino ad intrecciarsi con le inchieste collegate all'attentato contro Papa Woytila, avvenuto il 13 maggio di due anni prima.6 maggio 2004 - EMANUELA ORLANDI: DAI GIORNALI
"Il Messaggero"
Il viso della ragazza sparita a confronto con la donna misteriosa. Un pilota: una Orlandi con quel volto vola spesso sul Parigi-Roma "La somiglianza con Emanuela è forte" Ma gli investigatori cercano altre conferme: non bastano le foto, serve l'esame del Dna
ROMA Il confronto fra le foto della donna del mistero e quelle di Emanuela Orlandi, "invecchiate" con una sofisticata apparecchiatura dei carabinieri del Ris, darebbe un risultato di alta somiglianza. Si parla di un ottanta per cento. Per gli investigatori, però, non è sufficiente. Occorre anche l'esame del Dna della donna, che vive nella zona di San Pietro, per compararlo con quello della madre di Emanuela. Le indagini della Procura vanno avanti, anche se lentamente. Molti gli interrogativi aperti. Mentre la famiglia Orlandi nega, spunta la testimonianza di un pilota: "Ho volato con lei a bordo, sul Parigi-Roma".La nuova inchiesta della Procura/ Allo studio le immagini recenti scattate da una fotoreporter a San Pietro Otto possibilità su 10 che sia Emanuela Gli esperti del Ris: le foto della donna corrisponderebbero alla Orlandi "invecchiata"
di CRISTIANA MANGANI e MARIO MENGHETTI
ROMA - Decine di foto scattate in diverse ore del giorno: sono contenute nel fascicolo della Procura della Repubblica, tra quelle migliaia di documenti che riguardano l'inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Le ha consegnate ai magistrati una fotoreporter. Sono le immagini di una donna che potrebbe essere la ragazza sparita. Emanuela come sarebbe stata vent'anni dopo, da adulta. Capelli neri, alta.
La fotografa ha raccolto gli scatti dopo aver avuto un'indiscrezione sulla presenza nella capitale di una persona che aveva una straordinaria somiglianza con la Orlandi. Un'indiscrezione arrivata da qualche 007 molto vicino ai servizi di "intelligence". E la magistratura che non ha mai messo la parola fine a questa storia, ha cominciato a indagare. Le pm Lotti e Maisto si sono passate il fascicolo di mano in parecchie occasioni. Nella vicenda sono entrati anche gli investigatori della polizia giudiziaria, quelli dei carabinieri del Ros, ma soprattutto il Ris (Reparto investigazioni scientifiche) dell'Arma che ha svolto gli accertamenti sulle foto. Che consistono in un "invecchiamento" fatto al computer, tramite un'apparecchiatura molto sofisticata, delle ultime fotografie della ragazza, poco prima che sparisse, circa 21 anni fa. Accertamenti che hanno portato a "pesanti" conclusioni, che potrebbero dare tutto un altro indirizzo all'intera vicenda: Emanuela e la sua sosia sono talmente simili che gli esperti parlano di un ottanta per cento di possibilità che sia lei. Il loro, comunque, resta solo un dato tecnico, un numero. Il percorso e i misteri di questa storia sono un'altra cosa.
La reporter, che è stata sentita dagli inquirenti in diverse occasioni, ha fornito molti particolari sui comportamenti della sospettata. Tutti dettagli poi riscontrati con puntiglio attraverso le indagini. Nonostante questo, però, la Procura della capitale sembra aver creduto sempre poco all'eventualità che Emanuela potesse essere ancora viva. O comunque nascondersi dietro la donna. I magistrati non lo dicono apertamente, ma il rallentamento delle indagini lo conferma. Anche se sono molti gli interrogativi senza una risposta. Perché, ad esempio, non provare a interrogarla? Perché non convocare in Procura una persona che ha una storia personale "compatibile" con quella della ragazza sparita? Perché non chiedere nulla nemmeno ai familiari?
La donna che somiglia a Emanuela abita a pochi metri da San Pietro. Le finestre della sua casa affacciano praticamente sulla piazza. Ha vissuto per molti anni in America e parla perfettamente inglese. Lavora in banca. I familiari la chiamano con un vezzeggiativo. Frequenti anche i viaggi della signora fra Roma e Parigi, dove la donna avrebbe avuto un preciso punto di riferimento. Probabilmente un indirizzo in cui rifugiarsi senza alcun problema.
Per poter escludere che abbia qualcosa a che vedere con la Orlandi, comunque, gli investigatori dovrebbero effettuare l'esame del suo Dna. Per poterlo comparare con quello della madre di Emanuela. Un'operazione, questa, che necessita però di una rogatoria internazionale. La signora, che ha poco meno di quarant'anni, infatti, sarebbe una cittadina del Vaticano. Quindi, una straniera. Il dubbio sembra però non sfiorare i familiari, così come il loro avvocato Massimo Krogh. Eccolo: "Emanuela viva, che abita nei dintorni del Vaticano? Temo proprio sia una notizia priva di ogni fondamento e, comunque, al momento io non ne so nulla. Credo, invece, che troppo spesso attorno a questa tragedia si sia scatenata la fantasia popolare".LA TESTIMONIANZA Un pilota: "Era a bordo, viaggiava col suo nome" Mario, comandante dell'Alitalia: il 26 marzo scorso ho visto Emanuela Orlandi sul volo da Parigi a Roma
di CARLO SANTI
ROMA - Sulla rotta Parigi-Roma e Roma-Parigi, quasi sempre utilizzando vettori della compagnia di bandiera francese, Emanuela Orlandi, o una donna con un biglietto a lei intestato, sembra essere una passeggera abituale, una turista qualsiasi o una pendolare che si muove tra la Francia e l'Italia. Un viaggio al mese, ma qualche volta la frequenza è anche maggiore, spesso in compagnia di un uomo, per la giovane donna che sembra non aver dimenticato la sua casa romana. La testimonianza di questi viaggi arriva da un membro di equipaggio dell'Alitalia (che a Parigi ha lo scalo vicino a quello dell'Air France) che spiega di aver "intercettato" recentemente Emanuela Orlandi.
"Lo scorso 26 marzo - racconta Mario - stavo salendo sull'aereo quando ho notato quella ragazza. In lei c'era qualcosa che mi ha fatto tornare alla mente Emanuela Orlandi. L'ho fissata e una hostess dell'Alitalia si è accorta di questa mia curiosità e mi ha detto: io so chi è quella donna, e ha pronunciato il suo nome". A quel punto la hostess, secondo il racconto di Mario, che è un pilota dell'Alitalia, avendo accesso ai terminali dello scalo De Gaulle (Alitalia e Air France sono in cooperazione) ha fatto una verifica. "Ha stampato il titolo del viaggio, di quel volo che, se non ricordo male, era l'AF1604 e nel quale compare il vero nome della passeggera, niente coperture, niente nomi finti, bensì il suo, come fosse la cosa più naturale del mondo".
Un poco allarmato, forse stupito, il pilota avrebbe voluto fermare subito Emanuela, identificarla, porre fine a un "inseguimento" durato più di vent'anni. "Sono corso dal mio collega francese: bisogna fermarla, ho detto al comandante dell'aereo. Ma lui non ne ha voluto sapere, preferendo tenersi alla larga". Un ulteriore tentativo sul suolo parigino per chiarire la storia Mario lo ha fatto con la polizia francese. Vano, però, anche quello. "I gendarmi mi hanno risposto che non potevano fare nulla per via della privacy. Certo, se lei fosse stata sul mio volo una volta a Roma, avrei chiesto alle nostre forze dell'ordine di identificarla, essendo nei miei poteri".
Non era, a fine marzo, la prima volta che la presunta Emanuela Orlandi, che oggi avrebbe quasi 37 anni, viaggiava senza mimetizzarsi spostandosi con tranquillità nello scalo parigino quasi non fosse lei la ragazzina quindicenne che nel 1983 s'era dissolta in una sera di fine giugno. "La hostess mi ha confermato che quella donna in passato aveva già preso più volte quel volo, che insomma l'aveva vista e sempre con la stessa naturalezza, senza coperture".LA MADRE "Se fosse stata davvero lei sarebbe venuta al capezzale del padre"
CITTA' DEL VATICANO - La mamma di Emanuela Orlandi continua a sperare che la figlia, "da qualche parte", sia viva ma non ha dubbi sul fatto che la donna misteriosa che si aggira dalle parti di piazza San Pietro e che sarebbe molto somigliante ad Emanuela non possa essere la sua bambina. "Una donna che vive vicino a noi e che somiglia tanto a mia figlia? Ma non è Emanuela. Questa persona non si è mai fatta viva con noi, ma no, non è Emanuela. La vogliono calpestare", dice Maria Orlandi, la mamma della giovane scomparsa la sera del 22 giugno del 1983. Così come ha sempre detto il marito Ercole quando era in vita, anche Maria resta ancorata alla speranza che la figlia sia ancora viva.
"Le nostre speranze di poter ritrovare viva Emanuela non sono mai venute meno, nemmeno oggi", dice la signora Maria che sta ancora soffrendo per la recente scomparsa del marito. "Emanuela - ricorda ancora la mamma - aveva un affetto morboso per la famiglia. Al padre era legatissima. Figuriamoci, se avesse saputo che il papà era morto non ho dubbi nel dire che si sarebbe precipitata al suo capezzale. Invece questo non è avvenuto". Perciò di fronte alle ultime novità la signora si dice molto dispiaciuta. "Ben venga l'apertura di un'inchiesta per fare luce sulla sorte di mia figlia - precisa ancora - Emanuela in incognito ai funerali? Ma questa è una presa in giro. Io stessa ancora non posso credere che mio marito sia morto, figuriamoci se lo avesse saputo Emanuela che ci amava tanto".
La mammma della giovane scomparsa quasi 22 anni fa parla al passato della figlia. Eppure continua a dire: "La speranza di riabbracciarla non muore e mi continua a sostenere ora che ho perso mio marito. In casa continuiamo a custodire gelosamente tanti oggetti di quando era bambina". La signora Maria ripercorre le tante cose che in questi 22 anni sono state dette sul caso Orlandi. "A volte credo che certe cose se le inventino. E mi chiedo: perchè? Chi vuole calpestare la mia Emanuela? Si è detto che oggi avrebbe dei figli, questo può anche essere, dopo 22 anni... Speriamo che finalmente possa uscire qualcosa di buono". Il pensiero di Maria Orlandi corre ai tanti appelli che sono stati fatti: "Anche mio marito prima di morire aveva lanciato un appello. Io aspetto con ansia novità vere su mia figlia ma ora pensare di lanciare altri appelli, a che servirebbe?".7 maggio 2004 - EMANUELA ORLANDI: LA DONNA MISTRIOSA E' LA MOGLIE DEL FRATELLO
"Il Messaggero"
Roma, investigatori e sconosciuti hanno ripreso una donna che ora si riconosce nelle foto. Ma il giallo resta "Macché Emanuela, pedinavano me" E Pietro Orlandi: "E' mia moglie, non mia sorella. Solo ostacoli alla ricerca della verità"
di CRISTIANA MANGANI e MARIO MENGHETTI
ROMA - "Sarei io la donna del mistero? Quella che assomiglia tanto a Emanuela Orlandi?...". Una pausa. Poi ancora: "Adesso ricollego tutto. La sera del 6 marzo scorso, giorno del funerale di Ercole Orlandi, il padre di Emanuela, ebbi l'impressione di essere costantemente pedinata da qualcuno, di essere costantemente controllata e fotografata...".
Chi parla è la donna del mistero, la donna ripresa e seguita per mesi da sconosciuti e investigatori perché sospettata di essere Emanuela Orlandi, la ragazza rapita circa 21 anni fa e di cui si è persa ogni traccia. È al telefono col marito, Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, che le ha appena comunicato la notizia. Dopo aver visionato le foto della donna del mistero, quelle oggetto di accertamenti da parte della Procura di Roma, che Il Messaggero è stato in grado di fornirgli. "Sì, Patrizia (il nome della moglie, ndr), sei proprio tu - gli ha appena detto - è tutto così incredibile...". Pietro aveva finito da poco di passarsi fra le mani le foto, non si era ancora ripreso dallo stupore, quando gli è arrivata sul cellulare la chiamata della moglie.
"Non riesco a credere ai miei occhi - ripete dopo aver chiusa la parentesi familiare - mia moglie pedinata per settimane, per mesi, e sospettata di essere Emanuela. Senza che nessuno degli investigatori alle calcagna la fermasse una volta, le chiedesse le generalità, chiedesse a me o ci chiedesse spiegazioni...". Forse perché è cittadina vaticana, aggiungiamo noi. "No - controbatte subito Pietro - siamo italiani tutti: io, lei, la mia e la sua famiglia. E chi ci ha controllato tutto questo tempo lo saprà senz'altro...". All'amarezza subentra poi quasi un impeto di rabbia. Sentiamolo: "Non riesco a capire però una cosa: se è stato fatto uno scambio di persona, perché dicono che questa donna viaggia spesso, va a Parigi, che ha studiato in America, che parla perfettamente inglese? Non c'è nulla di vero in tutto questo. Almeno per quanto riguarda Patrizia, cioè la persona misteriosa fotografata a più riprese dagli investigatori". C'è poi la storia del Budda, della statua messa fuori dalla finestra ogni giorno. "Anche questa è proprio bella - sottolinea Pietro - È solamente ciò che fa ogni giorno proprio mia moglie, perché per aprire una finestra e dare aria alla stanza occorre spostare quella statua, che io comprai anni fa".
Dopo l'amarezza e la rabbia, Pietro Orlandi lancia anche un'accusa. "Mi viene il sospetto - precisa - anzi ormai, dopo tutti questi anni, ne sono quasi sicuro, che tutte le volte che si cerca di riaprire l'inchiesta, che si cerca di arrivare alla verità, qualcuno voglia depistare le indagini, distogliere l'attenzione dalla via giusta. Uno dei nostri avvocati, Ferdinando Imposimato, l'ha scritto anche nel suo libro (sulla vicenda Orlandi, ndr) che si tratta di un rapimento legato al terrorismo internazionale, in Vaticano ce l'hanno ripetuto sin dal giorno dopo la scomparsa di mia sorella...". Pietro si ferma all'improvviso, il ricordo ancora oggi lo emoziona visibilmente. Quindi continua: "Oggi occorre dire basta a tutte queste storie, a tutte queste menzogne che distolgono forze investigative dalla strada più giusta da percorrere. Perché una cosa è chiara: le persone possono sparire e anche morire, ma la verità resta. E prima o poi, anche se si vuole mandarla a fondo, verrà a galla. Anche perché io e la mia famiglia non abbiamo mai perso la speranza di ritrovarla. Viva. Purtroppo mio padre è morto con questo grande dolore".
Prima del congedo, Pietro ci tiene anche a precisare che lui non conosce nessuna persona col diminutivo "Mandy", uno dei vezzeggiativi con cui verrebbe chiamata la donna del mistero. "Più di una volta chiamo mia moglie "Patri" - precisa - Tutto qui... Questo è un altro elemento che accresce ancora di più il mio stupore. Nelle foto appare mia moglie, mia moglie è stata seguita e pedinata. E poi però si descrive una donna che con Patrizia non ha nulla a che fare. Allora mi chiedo: stiamo parlando di due donne diverse? C'è nell'ombra un'altra figura femminile? E allora perché è stata fotografata mia moglie? Che razza d'indagine è stata fatta? E perché a totale insaputa della mia famiglia?". Un'ultima precisazione: "Abbiamo chiesto lumi alla Procura, tramite i nostri avvocati. Ci hanno risposto che è una storia vecchia. E invece scopro ora che i dubbi di mia moglie di essere stata controllata erano veri. Allora chiedo a nome di tutti i miei familiari che queste bugie, questi depistaggi, finiscano. Che si facciano inchieste serie, che sia cercata la verità nella maniera giusta, senza guardare in faccia nessuno. E che si rispetti la mia famiglia".Parla la moglie di Pietro, fratello di Emanuela Orlandi, il quale accusa: solo depistaggi "Sono io la donna del mistero"
ROMA La donna del mistero, sospettata di essere Emanuela Orlandi, la ragazza rapita 21 anni fa, dice: "E' ridicolo. Adesso ricollego tutto. Al funerale del padre di Emanuela ebbi l'impressione di essere costantemente pedinata da qualcuno". La donna vive con il fratello di Emanuela, Pietro, che dice: "Patrizia è mia moglie. Non va spesso a Parigi, non ha studiato in America e sposta la statua del Budda per aprire una finestra e dare aria alla stanza. Si cerca di nascondere la verità". Il pg Marini: potrebbe trattarsi dell'ennesimo depistaggio. Ce ne sono stati tanti.IL PG MARINI
ROMA "Magari Emanuela Orlandi fosse viva. Sarebbe una notizia bellissima". Lo afferma il pg Antonio Marini, che ha condotto il processo sull'attentato al Papa, mantenendo tuttavia qualche "perplessità" sulle ultime rivelazioni. "Potrebbe anche trattarsi dell'ennesimo depistaggio sulla vicenda, che si verifica puntualmente in coincidenza dell'anniversario dell'attentato al Papa, avvenuto il 13 di maggio. Noi stessi nel corso del processo siamo stati subissati di tentativi di disinformazione".8 maggio 2004 - EMANUELA ORLANDI: DAI GIORNALI
"Il Messaggero"
Giallo in Vaticano/Restano aperte molte domande sull'inchiesta della Procura romana sulla ragazza scomparsa La famiglia Orlandi: dossier pieno di falsità Il fratello di Emanuela: "La seconda donna misteriosa? È mia cognata"
di MARIO MENGHETTI e ANTONELLA STOCCO
ROMA - Emanuela Orlandi sarebbe diventata cittadina vaticana soltanto il 23 marzo del 1983: tre mesi prima di scomparire misteriosamente, quando aveva già 15 anni e dopo un lunghissimo iter di una richiesta di immigrazione presentata nel novembre del 1981. Fino ad allora, pur essendo figlia di cittadini vaticani, e avendo quindi una sorta di diritto "automatico" all'iscrizione anagrafica, sarebbe stata registrata dallo stato italiano come residente presso uno zio, a via Nicolò V, fuori dal Vaticano. Perché? E' soltanto la prima delle domande riassunte nel dossier del criminologo Francesco Bruno che ha studiato il caso ed esaminato le fotografie e i documenti raccolti da una fotoreporter attorno alla donna misteriosa che Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, ha riconosciuto come sua moglie. Quindi, la procura di Roma avrebbe avviato un'indagine riservatissima su una donna che non avrebbe nulla da nascondere. Dice Pietro Orlandi che sarebbe bastato bussare a casa e chiedere un documento. Ma a chi? Secondo lo studio del professor Bruno e le fotografie scattate in questi mesi, la moglie di Pietro Orlandi somiglia in modo sorprendente a Emanuela come sarebbe oggi, a ventun anni dalla sua scomparsa. I gesti, il volto e in particolare l'arcata inferiore dei denti, la calligrafia di questa bella donna bruna e dallo sguardo luminoso hanno suscitato mille dubbi al punto di decidere di indagare anche sulla fotografia della patente della signora Orlandi, molto simile alla fotografia di Emanuela sul tesserino della scuola di musica. Era andata proprio a scuola di musica, Emanuela, la sera della sua scomparsa, il 22 giugno del 1983. Dice il professor Bruno che le analogie sono impressionanti, che sembra un gioco di specchi. Come se Emanuela fosse una donna vissuta due volte. Ma dicono le fotografie del dossier che la moglie di Pietro Orlandi sarebbe una giovane donna bionda e bella, che vivrebbe tra il Vaticano e una grande casa alle soglie della capitale. Sempre più allibito, Pietro Orlandi spiega che la signora bionda in realtà è sua cognata e che qualche volta va a casa dei genitori, in campagna.
Così il rebus resta un rebus ed è come se qualsiasi ricerca di verità sfumasse in un abbaglio. Emanuela è viva? Un rosario di ambiguità e depistaggi, ipotizza il professor Bruno, non ce lo fa capire. Emanuela è morta? Quando è stato trovato un teschio in un confessionale, in una chiesa a pochi passi dal Vaticano il giorno del ventesimo anniversario dell'attentato al Papa, si era arrivati a un passo dalla prova del Dna, con l'assenso dei genitori di Emanuela. Poi più nulla. Dice Pietro Orlandi che la loro speranza è sempre viva, così come la loro fede. Chissà con quanta fede avranno accolto, una settimana dopo la sparizione di Emanuela, le parole pronunciate durante un'udienza privata in Vaticano in cui era stata raccolta tutta la famiglia: "Il rapimento di vostra figlia, di vostra sorella, è stato un atto di terrorismo internazionale". Parole pronunciate anni prima che l'atto terroristico come forma di intrigo internazionale e grande ricatto al Vaticano, venisse faticosamente ricostruito, un'inchiesta dopo l'altra. Così come è stato ricostruito che sono stati almeno tre gli altri piccoli cittadini vaticani entrati nel mirino dei misteriosi rapitori prima che portassero via Emanuela, vittima sacrificale per chissà quali trame, in una calda sera di giugno di tanto tempo fa.LO SFOGO "Noi, pedinati come criminali" I familiari: un incrocio di falsità creato ad arte per sviare le indagini
ROMA - La donna misteriosa, il dossier investigativo. Per la famiglia Orlandi "una montagna di falsità", di pure invenzioni per cercare di depistare le indagini. O meglio, come ci tiene a precisare Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, "per cercare di evitare oggi di far riaprire l'inchiesta".
Pietro, infatti, resta incredulo quando viene a sapere che non solo è stata pedinata e fotografata sua moglie Patrizia, la donna del mistero, col dubbio che fosse la sorella Emanuela. Ma che è stata controllata anche la cognata, col sospetto che fosse lei la vera consorte di Pietro. "Un incrocio di falsità spaventoso - precisa - Creato ad arte, non so da chi, con una sola possibile intenzione: depistare le indagini, distogliere l'attenzione dalla giusta via da percorrere". Non è tutto: "Siamo stati pedinati come dei criminali. Seguiti anche durante le nostre domeniche nella casa di campagna dei miei suoceri. Per quale motivo? Pensavano forse che tenevo nascosta mia sorella in casa? Adesso però basta, la nostra pazienza ha un limite". Sulla stessa falsariga anche sua sorella Natalina. Eccola: "È tutto allucinante, ma ormai siamo abituati a queste situazioni fantascientifiche. Il ricordo di Emanuela è vivo e lei è sempre presente nella nostra famiglia".12 maggio 2004 - PAPA: 23 ANNI FA GLI SPARI IN PIAZZA SAN PIETRO
ANSA:
PAPA: 23 ANNI FA GLI SPARI IN PIAZZA SAN PIETRO
A UDIENZA GENERALE RICORDA SOLO FESTA MADONNA DI FATIMA
Domani ricorrono i 23 anni dell'attentato a Giovanni Paolo II in piazza San Pietro, quei colpi di pistola sparati da Ali Agca, destinati all'uomo che ha contribuito, poi, a cambiare il corso della storia, in particolare quella dell'Europa. Una ricorrenza che il papa oggi non ha menzionato, anche se alla fine dell'udienza generale ha esortato i fedeli a rivolgersi "incessantemente e con fiducia" alla Madonna di Fatima, che proprio il 13 maggio viene festeggiata dalla Chiesa cattolica in ricordo della prima apparizione, nel 1917 ai tre pastorelli portoghesi.
Madonna alla quale affidare "ogni vostra necessita"", ha aggiunto il papa, che ha sempre avuto un particolare legame con Fatima, fino a giungere ad incastonare nella corona di Maria una delle pallottole che lo avevano ferito gravemente, ma non ucciso. Giovanni Paolo II ha, infatti, sempre attribuito il fatto di non essere morto sotto i colpi di Agca all' intercessione della madonna di Fatima.
Erano le 17 e 19 del 13 maggio 1981, un assolato pomeriggio romano, quando dei colpi di pistola risuonarono tra la folla accorsa in piazza San Pietro per l'udienza generale: Giovanni Paolo II, colpito, si accascio' sulla papamobile scoperta, sorretto dai suoi collaboratori piu' stretti, in una corsa disperata verso l'ospedale. Il papa, ferito gravemente all'addome, rischio' di morire dissanguato nel trasporto all'ospedale Gemelli, dove subi' un lungo e delicato intervento, grazie al quale riusci' a sopravvivere nonostante il colpo ricevuto.
Un destino ha strettamente legato l'attentato a Fatima: nel 2000, in occasione del giubileo, Giovanni Paolo II ha reso pubblico il contenuto del "terzo segreto di Fatima" interpretandolo proprio come la profezia di un attentato contro il Pontefice e identificandosi con quel Pontefice. Per la pubblicazione del terzo segreto, il 13 maggio di tre anni fa, papa Wojtyla si reco' a Fatima, dove gia' era stato dopo l' attentato in segno di ringraziamento alla Madonna.
A suggello della sua devozione Giovanni Paolo II, infatti, aveva donato al santuario di Fatima la pallottola estrattagli dall'intestino, proiettile che come una gemma dall'84 e' incastonato nell' aureola della corona della statua della Madonna. La fascia bianca insanguinata che portava il giorno dell'attentato, invece, e' nel santuario polacco di Jasna Gora, la cui Vergine e' venerata da secoli come simbolo della nazione polacca.
Un aspetto particolare dell'attentato e' il perdono che Giovanni Paolo II ha dato ad Ali Acga: il turco fu perdonato dal papa pochi giorni dopo l'attentato, durante il primo Angelus che Karol Wojtyla pronuncio' quattro giorni dopo essere stato ferito dalla sua stanza dell'ospedale Gemelli. Giovanni Paolo II rinnovo' il suo perdono ad Agca il 27 dicembre 1983, quando incontro' Agca nel carcere di Rebibbia: "Quello che ci siamo detti - spiego' il Pontefice successivamente - e' un segreto tra me e lui. Gli ho parlato come si parla ad un fratello che ho perdonato e gode della mia fiducia". Ali' Agca ebbe poi, nel giugno 2000, durante il Giubileo, la grazia dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e - dopo aver trascorso oltre 19 anni nelle carceri italiane - fu estradato in Turchia, dove sta ora scontando le pene per reati commessi in quel Paese.24 maggio 2004 - PRIORE IN TV
"Il Manifesto"
XII ROUND
ROSARIO PRIORE
RAIDUE 0.45
Il giudice di alcuni grandi misteri d'Italia, Rosario Priore, sale sul ring di "XII Round" per affrontare alcune spinose questioni legate alle sue più clamorose inchieste: Ustica, l'attentato al Papa, il caso Moro. Priore, tra l'altro, accenna ai misteriosi risvolti internazionali del caso della sparizione di Emanuela Orlandi. Nella seconda parte della trasmissione, si analizza il caso Moro con l'avvocato Nino Marazzita che risponde alle domande di Fausto Carioti, Walter Mariotti, Vittorio Zincone e Stefano Zurlo.8 novembre 2004 - TURCHIA: TRIBUNALE RESPINGE LIBERTA' ANTICIPATA PER ALI AGCA
ANSA:
TURCHIA: TRIBUNALE RESPINGE LIBERTA' ANTICIPATA PER ALI AGCA
ATTENTATORE PAPA INVOCAVA NUOVO CODICE PENALE
Rimarra' in carcere, almeno per ora, Mehmet Ali Agca, l'uomo che cerco' di uccidere Giovanni Paolo II il 13 maggio 1981: un tribunale di Istanbul ha rifiutato oggi la richiesta di liberazione anticipata presentata dai suoi legali, ritenendosi incompetente per decidere sul caso.
Ne ha dato notizia la agenzia Anadolu, secondo la quale l'avvocato di Agca, Dogan Yildirim, aveva presentato l'istanza di liberazione del suo assistito sulla base del nuovo codice penale adottato a fine settembre dai parlamentari per armonizzare le leggi turche con le norme dell'Ue.
Il nuovo codice, in effetti, dimezza all'incirca le pene previste per i reati di rapina a mano armata, uno dei due capi d'imputazione per i quali e' stato condannato in Turchia l'attentatore del Papa.
La richiesta e' stata rifiutata dalla corte di Istanbul, che si e' dichiarata incompetente, ritenendo che l'istanza doveva essere indirizzata ad un altro tribunale. "Presenteremo una nuova domanda alla corte competente", ha detto Yildirim, senza precisare quando.
Graziato in Italia, dopo 19 anni trascorsi in carcere, per l'attentato contro Papa Wojtyla in piazza San Pietro, Agca torno' in Turchia nel giugno 2000. Al suo rientro fu condannato a sette anni di detenzione per rapina a mano armata ed a dieci per l'uccisione di un giornalista.
Cronologia
Personaggi
Il fatto
Bibliografia
Links
La vicenda di Emanuela Orlandi
@ scrivi all' almanacco dei "misteri d'Italia"
Le notizie del 2000
Le notizie del 2001
Le notizie del 2002
Le notizie del 2003
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