Almanacco dei misteri d' Italia


Altre notizie
le notizie del 2003: primo semestre
27 gennaio 2003 - MAGISTRATO ROMANO DOLCE ASSOLTO IN APPELLO A BRESCIA
ANSA:
Il magistrato Romano Dolce e' stato assolto oggi in appello dall'accusa di detenzione d'armi in concorso per la quale era stato condannato a tre anni e otto mesi di carcere dal tribunale di Brescia nel 2001. La prima sezione della corte d'appello di Brescia, presieduta da Giacomo Sartea, nel corso della medesima udienza ha inoltre ridotto da 8 a 5 anni la pena nei confronti di Aldo Anghessa, assolto per uno degli episodi per cui era stato condannato in primo grado. I fatti risalgono alla fine degli anni '80 e all'inizio degli anni '90 e si svolsero a Como, dove Romano Dolce all' epoca ricopriva l'incarico di sostituto procuratore. Anghessa e Romano erano stati rinviati a giudizio e condannati in primo grado per vicende legate a operazioni di polizia in cui venivano recuperate sostanze radioattive, dollari, esplosivo e armi. Secondo l'accusa quelle operazione venivano ideate da Anghessa solo per alimentare la fama di super investigatore di Dolce. Il magistrato oggi e' stato assolto per non aver commesso il fatto. Anche il sostituto procuratore generale Francesco Nuzzo ne aveva chiesto l'assoluzione motivandola con il fatto che "l'ipotesi di concorso a carico di Dolce e' priva di una consistenza materiale". Poco dopo la richiesta di assoluzione da parte di Nuzzo, Dolce e' andato, in una pausa dell'udienza, a stringergli la mano commosso. Al termine dell'udienza, poi, Romano Dolce ha dichiarato: "Ho sempre avuto fiducia nella giustizia, ma sono stato deluso da molti uomini". Nel corso dell'udienza di oggi e' stato valutato anche il ricorso presentato da Franco Fraquelli un'altra persona giudicata nel medesimo procedimento e prosciolta per prescrizione. La sentenza in questo caso e' stata confermata.

1 febbraio 2003 - DECRETO PER FAMIGLIE VITTIME TERRORISMO
"La Stampa"
DECRETO LEGGE APPROVATO IERI DAL CONSIGLIO DEI MINISTRI
Subito indennizzo per le vittime degli attentati
ROMA. Lo Stato sarà più vicino alle famiglie delle vittime del terrorismo. Nella riunione di ieri del Consiglio dei ministri è stato approvato infatti il decreto legge che prevede "disposizioni urgenti in favore delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata", proposto dal presidente del Consiglio e dal ministro dell'Interno. Il testo di legge dispone che alle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata, o ai loro parenti, sia assegnato il 90% dell'indennizzo previsto prima della sentenza del processo agli autori della violenza. Il decreto, tra l'altro, istituisce anche borse di studio per le vittime o per i loro parenti. E´ salita l´attenzione sul pericolo di una nuova stagione del terrorismo, dopo i delitti D´Antona e Biagi e i recenti allarmi in Sardegna per le buste esplosive fatte ritrovare dai Nuclei combattenti per il comunismo. "È giusto e necessario apprestare forme di maggiore sostegno, morale e materiale, alle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata", ha commentato il ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, che ha fortemente voluto il decreto legge e si è detto "particolarmente soddisfatto" per l'immediata approvazione da parte del Consiglio dei ministri. "Il provvedimento "proposto dal Presidente Berlusconi e da me - ha aggiunto il ministro Pisanu - ha trovato subito adesione dei colleghi nella comune considerazione che sia giusto prevedere forme di maggior sostegno per le vittime di mafia e terrorismo". "Mi auguro che la vicinanza dello Stato a queste persone ed ai loro familiari, sovente colpiti negli affetti più cari - ha concluso Pisanu - comporti in futuro ulteriori interventi nel segno di quella solidarietà istituzionale e umana che è un irrinunciabile valore di civiltà e di coesione sociale".
e.st.

14 febbraio 2003 - TROVATO ORDIGNO IN STRADA A TORINO, DISINNESCATO
ANSA:
Momenti di tensione stasera a Torino per il ritrovamento di un ordigno nei pressi di un muro, in via Ghedini, nella zona nord della citta'. La bomba e' stata disinnescata dagli artificieri. Perfettamente funzionante, pare fosse di piccole dimensioni. L' esplosivo, con i fili e un timer, era dentro una piccola scatola collocata all' interno di un cortile, appoggiata al muro di una casa popolare i cui abitanti, in via precauzionale, sono stati allontanati. Pare che l' ordigno fosse composto da 800 grammi di gelatina e materiale ferroso. Al momento non ci sono state rivendicazioni, ma sul posto sono giunti il magistrato e il funzionario della Digos che si occupano di terrorismo: il procuratore aggiunto Maurizio Laudi e Giuseppe Petronzi. Presente anche il comandante del nucleo operativo dei carabinieri Mauro Masic.

Nessun allarmismo, ma preoccupazione. Sulla matrice terroristica nessuna certezza, ma qualcosa in piu' di un' ipotesi investigativa. Questa, in sintesi, la posizione degli inquirenti che stasera a Torino sono giunti nel cortile di una schiera di case popolari dove ignoti avevano collocato un ordigno. Una bomba che e' stata disinnescata dagli artificieri grazie alla tempestivita' dell' allarme dato da un' inquilina dello stabile che ha notato due sacchetti di plastica sospetti, ma che, se fosse esplosa, avrebbe potuto fare del male. Su questo gli investigatori sembrano nutrire pochi dubbi. Era composta, infatti, da nove candelotti di gelatina da cava, tre chili di chiodi, un doppio circuito di fili elettrici, due batterie, altrettanti detonatori che sarebbero stati in grado di innescare l' ordigno in caso di calo di tensioni di una, o entrambe, le batterie. Un calo di tensione che poteva verificarsi da un momento all' altro. Non si sarebbe trattato, dunque, di un' esplosione a titolo dimostrativo perche' l' onda d' urto sarebbe stata notevole, sarebbe andata a colpire anche i palazzi di fronte, da cui la bomba era separata da un giardino. E se ci fossero state persone nei pressi, sarebbe stata una strage. L' allarme e' scattato alle 18.30 alla centrale dei carabinieri. In via Ghedini 18, nella zona nord della citta', tra vecchie palazzine a tre piani, in un cortile, appoggiati al muro di una delle case, erano stati notati due sacchetti di plastica, bianchi, di quelli che si usano per la spesa. All' arrivo delle forze dell' ordine, tra curiosi e residenti, si sono formati piccoli capannelli. Le operazioni di disinnesco sono state immediate, ma hanno richiesto l' evacuazione di una decina di famiglie. Non sono mancati momenti di insofferenza, soprattutto a causa del freddo che, con l' avanzare delle ore, si faceva sempre piu' intenso. Dopo cinque ore, quando l' ordigno e' stato neutralizzato e portato via, tutti hanno potuto fare ritorno alle loro abitazioni. Scongiurato ogni pericolo, si apre ora il capitolo difficile delle indagini. Significative questa sera le presenze del magistrato, del funzionario della Digos e del comandante dei Ros che si occupano di terrorismo: il procuratore aggiunto Maurizio Laudi, Giuseppe Petronzi e il maggiore Vittorio Santoni. Sul posto anche il nuovo comandante del comando provinciale, Cosimo Damiano Apostolo. "E' una cosa seria. Si tratta ora di capire - ha detto Laudi - quale obiettivo avesse e di quale matrice sia". Tra le ipotesi avanzate stasera non e' esclusa quella del regolamento di conti legato alla criminalita', tanto che sono stati avviati accertamenti per verificare se nella zona abiti qualche personaggio con precedenti penali e che comunque potrebbe essere nel mirino di bande malavitose. Non e' neppure scartata, pero', l' ipotesi che l' ordigno non sia stato appositamente collocato in quel luogo, ma semplicemente abbandonato da qualcuno che voleva disfarsene e che forse non sapeva neppure di quale potenza fosse il contenuto dell' involucro.

25 marzo 2003 - UNABOMBER CONTRO TRIBUNALE PORDENONE
"Il Messaggero veneto"
di ELENA DEL GIUDICE
Unabomber sfida gli inquirenti. Un ordigno, del tipo di quelli confezionati dal misterioso "bombarolo", è infatti esploso, verso le 12.15 di ieri, all'interno del palazzo di Giustizia di Pordenone. La bomba era stata posizionata all'interno di una vaschetta per wc in uno dei servizi igienici del secondo piano, di fronte all'aula dedicata a Falcone e Borsellino.
Colpito al cuore l'apparato investigativo che da circa un decennio dà la caccia all'attentatore che ha seminato il terrore nelle città del Nord-Est
Ordigno in tribunale, torna Unabomber
Era stato collocato nella vaschetta di uno dei wc. Al momento dell'esplosione, il locale era deserto: nessun ferito L'edificio passato al setaccio dagli artificieri. La pista porta al misterioso bombarolo
L'esplosione è avvenuta nel momento in cui il giudice Alberto Rossi stava transitando davanti alla porta delle toilettes, ed è stata distintamente avvertita dalla maggior parte del personale, magistrati compresi, presenti nel palazzo. All'interno dei servizi igienici, invece, non c'era nessuno e la deflagrazione non ha provocato feriti.
Immediatamente agenti della Questura e dei Carabinieri di servizio in tribunale hanno provveduto a delimitare l'area e a far sgomberare l'edificio, ancora affollato da testi e imputati delle diverse udienze che a quell'ora si stavano svolgendo al primo piano. Nel luogo dello scoppio il pm di turno, Daniela Bartolucci, e la titolare delle inchieste du Unabomber, Annita Sorti. Nell'arco di pochi minuti altri rinforzi sono giunti in viale Martelli. Oltre agli agenti della scientifica e, un paio d'ore più tardi, il personale della Polizia scientifica di Padova, anche alcuni artificieri per la "bonifica" dello stabile. Gli inquirenti hanno infatti voluto escludere ogni possibilità che, così com'è già accaduto in passato, nel caso che il gesto andasse ascritto al "bombarolo", una seconda bomba potesse essere stata nascosta in qualche altro luogo.
Concluse anticipatamente con rinvii ad altra data, le udienze in calendario per la tarda mattinata, e gli uffici, di fatto, hanno chiuso le porte al pubblico alle 13, lasciando l'edificio, posto temporaneamente sotto sequestro, interamente nelle mani degli esperti.
Sono state acquisite anche le registrazioni video realizzate dalle telecamere posizionate nei pressi di tutti gli ingressi del palazzo. I nastri saranno attentamente visionati cercando di risalire alla persona che, forse solo ieri mattina, ha piazzato l'esplosivo.
Nel tardo pomeriggio, pur non escludendo altre piste, come quella che porterebbe ai terroristi degli Nta, gli investigatori hanno ammesso la possibilità che possa essersi trattato di un nuovo episodio a opera di Unabomber, il folle che dissemina ordigni esplosivi nel Friuli occidentale e nel Veneto. I frammenti della bomba, la presenza di fili elettrici e di quel che è rimasto di una batteria e di un timer, oltre al posizionamento dell'ordigno in una vaschetta contenente dell'acqua, e la particolare cura adoperata per proteggere l'esplosivo dall'umidità, hanno fatto piazza pulita degli ultimi dubbi. L'abilità e la perizia dispiegate anche in questa occasione, unite ai particolari tecnici simili all'ultimo ordigno, quello esploso nella chiesa di Cordenons la notte di Natale, vengono considerati come la "firma" distintiva del folle.
Altri elementi che conducono al misterioso dinamitardo, sono l'assenza di rivendicazioni relative all'attentato, e di minacce specifiche a inquirenti e magistrati. La valenza simbolica del gesto è, in compenso, chiarissima: ha voluto colpire il "cuore" dell'apparato investigativo che, fino ad ora vanamente, sta indagando su di lui. Una sfida e, allo stesso modo, un gesto di sfregio.

26 marzo 2003 - DIRETTIVA SULL' ATTIVITA' DEL VIMINALE PER IL 2003
"Il Messaggero"
Tra le priorità i servizi di protezione individuali e la digitalizzazione dell' archiviazione dati
di MASSIMO MARTINELLI
ROMA - L'obiettivo è ambizioso. E al Viminale lo danno per "sicuro". Si tratta di "recuperare il controllo del territorio dello Stato", che evidentemente in parte è sfuggito. E poi, di "recuperare la legalità". Tutto entro il prossimo autunno, attraverso un articolato piano d'azione che coinvolge tutte le diverse forze di polizia e individua un manipolo di nemici duri a morire: i terroristi nostrani e quelli internazionali in primo luogo; poi i pedofili, i mercanti di schiave, i pirati della rete Internet, i clandestini. Contro tutti questi soggetti e contro i fenomeni che essi rappresentano, il ministro dell'Interno Pisanu ha diramato nei giorni scorsi la Direttiva sull'attività del Viminale per l'anno 2003.
E la parte più impegnativa dell'operazione, ribattezzata appunto "Obiettivi sicuri", coinvolge Antiterrorismo, Criminalpol e l'Ucis, il Ufficio che calibra le scorte per i personaggi più in vista a seconda del livello di pericolo che li riguarda.
La Digos cambia faccia. Il piano prevede un innalzamento della lotta al terrorismo nazionale e internazionale, anche attraverso la riorganizzazione delle Digos e corsi di formazione per gli agenti che si occupano di terrorismo. Soprattutto, aumenterà l'addestramento degli uomini all'uso delle tecnologie telematiche più sofisticate per le operazioni di controllo. In altre parole, ci cercherà di evitare in futuro che agenti specializzati non riescano per giorni a "leggere" i segreti criptati nascosti nelle agende palmari di due terroristi come Mario Galesi e Nadia Lioce, arrestati dopo la tragica sparatoria del 2 marzo scorso sul treno Roma-Firenze. E siccome l'Antiterrorismo segnala che proprio gli spostamenti con i treni sono i preferiti dai terroristi latitanti, sta per essere completato un piano per controllare con pattuglie miste (italiane-francesi-spagnole) anche i treni che provengono dall'estero. Sempre in questo contesto, la direttiva prevede un potenziamento delle strutture per contrastare la criminalità on-line, cioè le intrusioni nei siti internet istituzionali e di aziende private, soprattutto da parte di hacker simpatizzanti No-Global, che il ministro definisce "criminalità informatica in ambito G8".
I Nocs, ancora più addestrati. Il mitico reparto speciale della Polizia di Stato, autore di tante operazioni delicate andate a buon fine, si migliora nell'addestramento e nella capacità di coordinarsi con altri reparti speciali. Il progetto è quello di utilizzare sempre più questa sorta di superuomini nelle operazioni contro il terrorismo, interno e internazionale, sotto il coordinamento del direttore della Polizia di Prevenzione, Carlo De Stefano. Il quale, inoltre, dovrà provvedere alla informatizzazione di tutti gli archivi che riguardano il terrorismo, con un sistema in grado di recepire e incrociare dati con gli archivi telematici delle altre polizie d'Europa.
Le scorte mirate. Dopo gli imbarazzi ministeriali e le inchieste penali per la morte evitabile di Marco Biagi, il ministro ordina: "Migliorare la qualità dei servizi di protezione individuali, aggiornare i criteri di assegnazione, modificare e revocare le misure a seconda del livello di pericolo". Anche in questo caso, il Viminale manderà in campo uomini addestrati alle migliori tecniche dei servizi di scorta, e non più appuntati presi di peso dai commissariati di zona.
La piaga dei clandestini. Anche in questo settore, il Viminale si affida ai sistemi ultramoderni. Pisanu annuncia un "potenziamento delle tecnologie per l'individuazione di immigrati clandestini". E si riferisce ai sofisticati sistemi per localizzare dall'alto e da terra i natanti che fanno la spola tra le coste nordafricane e quelle siciliane e calabresi.
Furti e rapine. Anche quello della criminalità comune, organizzata o meno che sia, rappresenta un problema per il Viminale. Così, accanto al potenziamento dei sistemi investigativi nei confronti dei sodalizi criminosi più organizzati, il ministro Pisanu annuncia l'estensione a tutto il territorio nazionale del "Catalogo On-line", per consentire a chi ha subito un furto di cercare nel sito Internet della Polizia se per caso la sua refurtiva è stata recuperata nel corso di qualche operazione.

26 marzo 2003 - MORTO LUCIANO DELLA MEA
"Il Manifesto"
È morto Della Mea
È morto ieri in una clinica di Firenze Luciano Della Mea, figura di spicco nella storia della politica italiana e del movimento operaio del nostro paese. Aveva 79 anni ed era ricoverato da alcuni giorni in clinica. Nato a Lucca nel 1924, partecipò alla Resistenza e dopo la Liberazione, si è impegnato alacremente per un socialismo di "estrema sinistra", sganciato dai partiti. Giornalista a L'Avanti! di Milano, poi collaboratore e direttore di varie riviste di sinistra ("Il grande vetro" ma ha anche ispirato "Inoltre", poi diretta dal fratello Ivan), consulente editoriale al Touring Club Italiano, Feltrinelli, Jaca Book (dove ha creato la collana "I senzastoria"), Mazzotta, Della Mea sull'onda della sua militanza fondò con Sofri nel `67 Il potere operaio pisano, rivista che poi diresse e intorno a cui nacque in seguito Lotta continua. "Di Sofri, Bompressi e Pietrostefani - diceva - mi considero un fratello maggiore". Negli ultimi trent'anni Della Mea ha rappresentato una sorta di coscienza critica all'interno della vita politica, da Lotta continua al Psiup fino al movimento sindacale. Nel 1996 Luciano Della Mea pubblicò la sua autobiografia Una vita schedata (Jaca book) e tra le sue opere più importanti figura l'espistolario che oltre ad essere una ragnatela di corrispondenze è anche un "pezzo" di storia sociale italiana, per il dibattito culturale che suscita. Tra i titoli da ricordare, Eppur si muove e La notte è dolce. Della Mea ha lasciato in dono la propria biblioteca, corrispondenze e carte alla Fondazione di studi storici di Firenze.
I suoi funerali si svolgeranno giovedì alle 15.30 al cimitero di Torre Alta, Ponte del Giglio (Lucca) e domani, su il manifesto verrà ricordato da un articolo di Alfonso M. Iacono.

1 aprile 2003 - ORDIGNO CONTRO IBM BOLOGNA
"Il Messaggero"
Due anni fa, nei giorni del G8 di Genova, un ordigno simile fu trovato davanti alla Questura
Bologna, pentola-bomba all'Ibm
Doveva esplodere, inceppato il timer. Si segue la pista anarchica
BOLOGNA - Pentola-bomba l'altra notte all'Ibm di Bologna, ma il timer si è inceppato. È questa la prima ipotesi avanzata dagli inquirenti che indagano sull'ordigno disinnescato ieri in via King.
C'è un particolare: il timer dell'ordigno era artigianale, un segnatempo con un tipo di meccanismo dotato solo del conto dei minuti. Il timer, una volta impostato, lascia solo un'ora di tempo per allontanarsi. Invece l'ordigno, scoperto poco dopo le 7, è stato disinnescato attorno alle 8,30. Evidentemente il congegno funzionava male.
Gli investigatori sono anche convinti che il borsone nero contenente la pentola esplosiva sia stato abbandonato nella notte perché il punto in cui è stato trovato, in un'area dove ci sono prevalentemente uffici e negozi, è più "sicura" di notte ed è troppo esposta nelle prime ore della giornata.
L'ordigno è molto simile a quello trovato il 18 luglio di due anni fa, durante il G8 di Genova, in via dei Terribilia, a due passi dalla questura: una pentola, polvere nera come innesco, diserbante come parte esplodente. Con due differenze sostanziali, sottolineano gli inquirenti: prima di tutto il timer non era presente nella pentola trovata davanti alla Questura e poi in questo caso i poliziotti vennero attirati sul posto da una lettera che segnalava droga all'interno del bauletto di una bicicletta. Una trappola vera e propria.
Quello di ieri sarebbe dunque un atto dimostrativo più vicino, invece, all'esplosione il 7 gennaio 2002 di una borraccia metallica davanti alla Banca Agricola Mantovana di via Mascarella. Anche in quella occasione l'ordigno conteneva diserbante. Sugli autori, si sospetta del gruppo anarco-insurrezionalista, ma al Viminale sono molto cauti: a Bologna la formazione anarchica ha pochissimo seguito mentre nel Nord-Est ha radici più diffuse.
A trovare la pentola ieri mattina è stato il custode dell'edificio dell'Ibm che ha chiamato la polizia. Il livello di attenzione nella zona era alto già da qualche tempo. Nella struttura (una serie di edifici collegati, cui si accede da diverse scale) ha sede anche l'ufficio commerciale della Esso italiana, nel mirino dei pacifisti perché la casamadre americana è fornitrice dell'esercito Usa.
"La matrice sembra la stessa dell'attentato di via dei Terribilia - dice il pm Luca Tampieri, titolare dell'inchiesta - La differenza sta nel fatto che in questo caso l'obiettivo pare quello di voler danneggiare le strutture dell'Ibm. Non c'era la trappola. E anche l'innesco è diverso".
A.D.F.

16 aprile 2003 - INVENTO' COMPLOTTO DI FALANGE ARMATA, CONDANNATO A 9 ANNI
ANSA:
Si invento' l' esistenza di un complotto della 'Falange Armata' contro lo Stato italiano al solo scopo di vendere false informazioni alla Guardia di Finanza: con questa accusa Cosimo Zaccaro, 48 anni, e' stato condannato stamattina dal tribunale di Torino a nove anni di carcere.
L' uomo, arrestato nel dicembre del 1998, era un confidente di una unita' speciale delle Fiamme Gialle, e nel perseguire il suo obiettivo, come ha ricostruito il pm Marcello Tatangelo, architetto' una manovra in grande stile: spedi' un fax all' utenza del capo della polizia con l' intimazione a pagare un miliardo di lire (minacciando, in caso contrario, si scatenare una campagna terroristica senza precedenti), orchestro' un finto attentato dinamitardo al Palazzo di Giustizia di Milano e chiamo' in causa il parlamentare Mario Borghezio (che risulto' completamente estraneo). Il tutto per fornire delle "dritte" ai finanzieri che erano in contatto con lui, e che gli versavano il relativo compenso.
Detenuto nel carcere milanese di Opera, Zaccaro e' riuscito a rallentare il ritmo del processo revocando il mandato ai suoi avvocati, invocando (primo caso in Italia in ordine cronologico) il legittimo sospetto in base alla legge Cirami e ricusando il giudice Elena Massucco, con un' istanza che la Corte d' Appello ha giudicato inammissibile nella giornata di ieri. Nella sua richiesta di trasferimento della causa per "legitima suspicione" l' imputato - secondo quanto si e' appreso - sosteneva di essere vittima di un complotto, sottolineando, per accreditarsi, di essere a conoscenza di notizie utili sugli ultimi omicidi delle Brigate Rosse e di poter dare dei consigli su come catturare boss mafiosi latitanti. La Corte di Cassazionenon ha accolto la sua domanda.
I due '007' della Guardia di Finanza che raccoglievano le sue false informazioni si sono costituiti parte civile, e hanno ottenuto il diritto ad essere risarciti.

16 aprile 2003 - FRATELLI MATTEI: DURANTE CERIMONIA PETARDO FERISCE POLIZIOTTI
ANSA:
Due agenti di polizia, in servizio di ordine pubblico, durante la cerimonia di commemorazione dei fratelli Stefano e Virgilio Mattei, figli del segretario della sezione del Movimento Sociale di Primavalle morti nel rogo appiccato al loro appartamento il 16 aprile del 1973, sono stati feriti da un petardo lanciato, probabilmente, dal balcone di uno dei palazzi che si affacciano su via Bernardo da Bibbiena, a Primavalle.
I due poliziotti, si e' appreso, sono feriti in modo lieve ad un ginocchio e ad un braccio. Ad altri due agenti, che erano accanto ai colleghi feriti, e' stata diagnosticata una "ipoacusia", dovuta al forte rumore del petardo, che era di quelli usati abitualmente allo stadio.
Secondo quanto si e' appreso la Digos avrebbe filmato i momenti del lancio del petardo che potrebbero portare alla identificazione degli autori.

18 aprile 2003 - ROGO PRIMAVALLE: ANNULLATA MANIFESTAZIONE ESTREMA DESTRA
ANSA:
E' stata annullata la manifestazione in programma domani a Roma di vari gruppi di estrema destra in piazza Clemente XI, nel quartiere Primavalle, a poca distanza da dove furono uccisi in un attentato incendiario i fratelli Mattei, per rivendicare, come ha detto Forza Nuova, "il diritto a commemorare i nostri morti".
In un comunicato emesso oggi dalla federazione romana di Forza Nuova e' stato spiegato che "l'annullamento e' dovuto a problemi organizzativi e, soprattutto, alla volonta' che si faccia chiarezza sui fatti" di mercoledi' scorso, quando, come aveva detto ieri il movimento di estrema destra, appartenenti ad un centro sociale nel corso della commemorazione avevano lanciato una bomba carta contenente chiodi e petardi in direzione dei manifestanti, che avevano ferito alcuni poliziotti.
Forza Nuova ha detto di riservarsi di "scendere nuovamente in piazza Clemente XI, al momento che la situazione sara' chiarita. Il nostro diritto a commemorare i nostri caduti non puo' essere leso e verra' rivendicato nei tempi opportuni".

24 aprile 2003 - COSSIGA A 'REPORT', SU GIORGIANA MASI HO UN DUBBIO
ANSA:
Non sa chi ha ucciso Giorgiana Masi ma dice di avere ''un dubbio'' insinuatogli da un magistrato e da funzionari di polizia: lo racconta l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga che parla a 'Report', in onda domenica alle 23,15 su Raitre, della Masi, la diciannovenne radicale uccisa a Ponte Garibaldi a Roma il 12 maggio 1977 durante una manifestazione del partito Radicale per ricordare l'anniversario della legge sul divorzio.
Cossiga, allora ministro dell'Interno molto contestato dagli extraparlamentari di sinistra (la doppia esse del suo nome nelle scritte sui muri veniva disegnata con la croce nazista), e' stato intervistato da Bernardo Iovene per il reportage 'Un segreto di Stato' in onda domenica nel programma di Milena Gabanelli. Cossiga ha detto piu' volte di non conoscere chi ha ucciso Giorgiana Masi e di essere pronto ad assumersi la responsabilita' oggettiva, ma nell'intervista, secondo quanto anticipato da 'Report' oggi, fa capire di sapere qualcosa. E dice testualmente: "non l'ho mai detto all'autorita' giudiziaria e non lo diro' mai, e' un dubbio che un magistrato e funzionari di polizia mi insinuarono. Se avessi preso per buono cio' che mi avevano detto sarebbe stata una cosa tragica. Ecco, io credo che questo non lo diro' mai se mi dovessero chiamare davanti all'autorita' giudiziaria perche' sarebbe una cosa molto dolorosa".
Il caso della morte di Giorgiana Masi e' rimasto un mistero irrisolto: non si e' mai saputo chi ha sparato il colpo mortale alle 20 di quella sera a Ponte Garibaldi in una manifestazione (vietata) che doveva essere di festa e fini' in tragedia. L' inchiesta sull' uccisione di Giorgiana Masi venne chiusa il 9 maggio del 1981 dal giudice Claudio D' Angelo con la dichiarazione di non doversi procedere per essere rimasti ignoti i responsabili del reato. La riapertura del caso e' stata sollecitata piu' volte e anche un anno fa Emma Bonino e' tornata a chiedere l'apertura di una commissione d'inchiesta.
Le foto pubblicate allora dall''Espresso' dimostreranno il fatto, smentito in un primo tempo, che nelle strade erano presenti agenti delle forze dell'ordine in borghese, come era prassi comune in quegli anni. Di questo l'allora ministro Cossiga chiese scusa in Parlamento sostenendo di essere stato male informato.
Si parlo' in seguito anche della possibile responsabilita' di personaggi dell'estrema destra o dell'estrema sinistra. Nel 1998, un quotidiano parlo' di un rapporto della Digos secondo cui il colpo mortale poteva essere stato sparato da una pistola calibro 22 poi trovata in un covo delle Br. E anche la struttura 'Gladio' fu ad un certo punto tirata in ballo.

28 aprile 2003 - COSSIGA, INDIGNATO PER MONTAGGIO MIA INTERVISTA A 'REPORT'
ANSA:
"Sono indignato per il fazioso montaggio dell'intervista da me resa a 'Report', intervista in cui avevo risposto con chiarezza e bona fide alle domande, peraltro correttamente postemi da un giovane giornalista la cui onesta' professionale e' stata chiaramente carpita e strumentalizzata dai responsabili del programma e del montaggio". Cosi' Francesco Cossiga protesta dopo la trasmissione sul terzo canale della Rai dell'inchiesta sul segreto di Stato, nel corso della quale e' stato intervistato. "Se questa - aggiunge il presidente emerito - e' televisione al servizio pubblico, e' meglio che Mediaset, La7, MTV e la futura Sky Italia la cancellino rapidamente dai nostri schermi. Protestero', da cittadino e da membro del Parlamento con la presidente della Rai e con la Commissione di vigilanza. Per quanto riguarda i commenti che sono stati fatti a margine alla mia intervista, e' vero che cio' che polizia, carabinieri e magistrati mi sussurrarono, ma che non fu provato, e' che ci fu il tentativo che il governo ed io, allora ministro dell'Interno, che ne attuai le direttive collegiali, riuscimmo ad evitare di innescare una strage, ma au contraire di quanto e' stato affermato, non da parte, ma contro le forze dell'ordine e contro lo Stato, profittando dell'onesta' e dell'ingenuita' degli amici radicali. Per il momento - conclude Cossiga - basta".

29 aprile 2003 - COSSIGA E LE VERITA' DOLOROSE: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
Cossiga e le verità dolorose
"I servizi segreti o sono segreti o sono soltanto servizi": l'assioma del presidente emerito Francesco Cossiga non fa una grinza. E' crudele, ma almeno ha il pregio della sincerità e del realismo. Eppure la storia d'Italia, come la storia di tutti gli altri Paesi, è costellata di misteri, complotti, mezze verità che lasciano l'amaro in bocca a chi immagina di vivere in una società formata, per usare le celebri parole dell'arcivescovo Fénelon, "secondo le regole di giustizia e buona fede". La politica vive anche di verità occulte, impenetrabili per un supposto bene comune, e i servizi segreti non possono agire che in maniera illecita, sono nati per agire così. La bella intervista che Bernardo Iovine ha fatto a Cossiga ("Report" di Milena Gabanelli, Raitre, domenica, ore 23.20) è anche la storia di verità "che è meglio non sapere", di servizi deviati, di una lunga consuetudine dello Stato italiano con le organizzazioni palestinesi (quanti terroristi sono stati gentilmente riaccompagnati a casa, dopo essere stati catturati!), di tentativi di golpe, di rapporti con la mafia, di depistaggi, di traffico d'armi, di associazioni "benefiche" come la loggia segreta P2, di bugie e menzogne. Per questo, dal 1977, il segreto di Stato non è più gestito dall'apparato militare ma direttamente dalla presidenza del Consiglio e non deve restare tale se usato per fini eversivi o come copertura di stragi. Ma, se così fosse, sulle stragi dell'Italicus, della stazione di Bologna, di Brescia, di Ustica dovremmo oggi saperne qualcosa di più e invece... Invece, come racconta Cossiga a proposito della morte di Giorgiana Masi (è forse il momento più intenso dell'intervista), ci sono verità che "sarebbe una cosa molto dolorosa rivelare".
www.corriere.it/grasso

ANSA:
RAI: GIULIETTI, NUOVA PUNTATA 'REPORT' SU GIORGIANA MASI
Una nuova puntata di ''Report'' sul caso di Giorgiana Masi. A proporla ai microfoni di Radio Radicale e' il deputato ds Giuseppe Giulietti che interviene dopo le polemiche tra Cossiga ed i conduttori del programma di Raitre, accusati dall'ex presidente della Repubblica di aver montato in modo fazioso l'intervista realizzata con lui.
''Report - afferma Giulietti - e' una grande trasmissione di giornalismo libero, serio, di gente che non ha paura. L'ex presidente Cossiga e' un anticonformista e va ascoltato con attenzione. Non vorrei che la polemica si chiudesse con una serie di battute e ribattute polemiche''.
Per il deputato Ds, la morte di Giorgiana Masi ''e' uno dei grandi misteri, una vicenda che non e' chiara, sulla quale disse cose importanti Pannella e forse non furono ascoltate con attenzione. Mi permetto di avanzare questa proposta: vorrei che questa stessa trasmissione promuovesse un numero speciale su questa vicenda e sui suoi misteri, facesse parlare nuovamente Cossiga, facesse parlare Pannella, riportasse a confronto donne e uomini di quel tempo''.
L'augurio di Giulietti e' che ''da questa polemica nascesse un beneficio per riaccendere i riflettori di una grande trasmissione libera sulla vicenda di Giorgiana Masi''.

RAI: GABANELLI, TRASMISSIONE NON ERA SU GIORGIANA MASI
''La proposta di Giulietti e' interessante e la vaglieremo ma e' un invito a trattare un argomento diverso rispetto a quello della puntata originale, che era il segreto di Stato. Non possiamo ogni volta fare una nuova puntata su un argomento perche' in mezzo si sono scatenate delle polemiche''. Cosi' l'autrice e conduttrice del programma di Raitre 'Report' Milena Gabanelli commenta l'idea del deputato Ds di fare una nuova puntata sulla vicenda di Giorgiana Masi.
''La trasmissione - spiega Gabanelli - era sul tema del segreto di Stato. Cossiga ha tirato fuori la vicenda di Giorgiana Masi e a noi e' sembrato importante trasmettere quelle affermazioni e cosi' e' stato e da li' sono venute fuori antiche polemiche che ci riguardano solo marginalmente. Cossiga ci ha accusato di faziosita' e noi abbiamo messo a disposizione della commissione di vigilanza l'intero materiale girato dalle telecamere''.
Ci sono due motivi che suscitano la perplessita' dell'autrice del programma a fare una nuova puntata sulla vicenda. ''Siamo in chiusura di ciclo - spiega Gabanelli - e poi lo scopo ed il taglio di 'Report' non e' ricostruire situazioni storiche. Comunque valuteremo la proposta di Giulietti''.

RAI: COSSIGA, DOPO 'REPORT' MAI PIU' A TRASMISSIONI AZIENDA
Francesco Cossiga non intende dare ''nessun seguito particolare'' alle sue proteste contro la trasmissione di Raitre ''Report'', salvo annunciare che si asterra' ''da qualunque contributo alle trasmissioni telefoniche e televisive della Rai finche' - spiega - rimarra' in carica l'attuale Cda, l'attuale direttore generale e finche' questa improbabile giornalista, autrice e conduttrice del programma di Raitre, Milena Gabbanelli, continuera' a percepire in quota Ulivo, non so se 'sotto categoria Giulietti', la sua certo pingue retribuzione''.
L'ex presidente della Repubblica spiega di non voler fare altro perche' - afferma - ''conosco troppo bene da vecchio e navigato politico, la realta' dei rapporti tra maggioranza e opposizione, e soprattutto tra partito della Cdl e partito dell'Ulivo all'interno di Fi. Ed i compromessi e le collusioni tra gli esponenti ds, in termine di divisione dei posti, di prebende, di consulenze e di lavori outsourcing, e conosco troppo bene quali siano quindi gli impegni che i due partiti hanno preso per il rispetto delle zone di influenza, per aspettarmi alcunche'''.
Del resto, aggiunge Cossiga, una certa quota ''di ore di apparizione televisiva di Berlusconi, e di Gianfranco Fini, debbono di necessita' essere pagate con la tolleranza verso trasmissioni come quella di 'Report', anche se offensive nei confronti di chi, come il sottoscritto, non fa parte, ne' dentro ne' fuori la Rai, di nessuno dei due partiti. E poi sullo sfondo - sottolinea - vi sono sempre, a garantire questa situazione di equilibrio interno dell'azienda, i ben piu' importanti e delicati rapporti commerciali tra RAi e Mediaset''.
Dunque l'unico atto di contestazione da parte dell'ex Capo dello Stato sara' quello di disertare le trasmissioni Rai: ''Ma non appartenendo io alla categoria 'culi e tette' non credo che la cosa interessi molto la elevata programmazione della Rai! Attendiamo che qualcosa cambi e speriamo anche migliori - conclude - con l'approvazione della nuova legge sull'emittenza televisiva''.

GIULIETTI A COSSIGA,IMPORTANTE E' CHE SI RIAPRA VICENDA MASI
''Ognuno ha lo stile che ha, Cossiga ha il suo, e le sue insolenze non mi interessano affatto''. Giuseppe Giulietti risponde a Francesco Cossiga. '' Resto invece convinto che, Cossiga o non Cossiga, sarebbe opportuno che la Rai o qualsiasi altra emittente voglia approfondire nuovamente la vicenda di Giorgiana Masi alla luce delle dichiarazioni di queste ultime ore''.

5 maggio 2003 - GIORGIANA MASI, INTERROGAZIONE DOPO DICHIARAZIONI COSSIGA
ANSA:
Un'interrogazione alla presidenza del consiglio ed al Ministro dell'Interno per conoscere la verita' sulla morte di Giorgiana Masi, avvenuta il 12 maggio del '77. L'iniziativa e' degli onorevoli Valter Bielli (Ds) e Giovanni Russo Spena (Prc), dopo che, ricordano, "il senatore Cossiga, nel corso di una recente intervista ha riferito che in merito alla morte della giovane egli ha 'un segreto che non confesserebbe neppure se chiamato dalla magistratura'".
Bielli e Russo Spena ricordano che allora Cossiga era Ministro dell'Interno, che "sulla morte di Giorgiana Masi non e' mai stata accertata la verita' " e che "le dichiarazioni di Cossiga adombrano l'ipotesi che effettivamente quel 12 maggio la morte della ragazza non fu una fatalita' occorsa a causa di incidenti di piazza".
Per questo, nell'interrogazione a risposta in commissione, chiedono al Ministro dell'Interno "se e' a conoscenza dell'esistenza di fascicoli o documenti che possano avere rilevanza giudiziaria; se esistono fascicoli non inoltrati all'autorita' giudiziaria; se negli archivi del sisde e se negli archivi che hanno ereditato i fascicoli dell'ex ispettorato antiterrorismo esistano notizie di interesse riguardanti l'omicidio della ragazza".

6 maggio 2003 - FALANGE ARMATA: ACCUSATO DI ESSERE TELEFONISTA, RISARCITO
ANSA:
Sei mesi trascorsi in carcere, nove anni al centro di indagini, una carriera professionale stroncata, un rapporto familiare compromesso. Dopo aver ottenuto in via definitiva l'assoluzione dall'accusa di essere uno dei telefonisti della Falange Armata, l'operatore penitenziario Carmelo Scalone ha saldato il conto anche per l'ingiusta detenzione: 35 mila euro di risarcimento.
A disporre la condanna del ministero dell'Economia e delle Finanze a corrispondere a Scalone la somma a titolo di riparazione e' stata la quarta sezione penale della corte di appello di Roma, presieduta da Enzo Rivellese.
Ritenuto uno dei telefonisti della 'Falange Armata', Scalone, 66 anni, fu arrestato nel 1993 a Taormina, dove risiede, con le accuse di associazione per delinquere finalizzata all'eversione di minacce, e torno' in liberta' dopo sei mesi. Il procedimento in cui era coinvolto l'operatore penitenziario si riferiva al periodo compreso tra il 1990 e il 1993, quando la Falange Armata rivendico' numerosi attentati e rivolse minacce, tra gli altri, all'allora Presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, a Silvio Berlusconi, a giornalisti e imprenditori.
Ad inchiodare l'operatore penitenziario, per i giudici di primo grado, fu l'identificazione del suo numero telefonico dal quale risultavano essere partite delle chiamate a nome della 'Falange'. Il 17 marzo '99 Scalone, assistito dagli avvocati Fiamma Crimisi e Francesco Greco, fu condannato a tre anni di reclusione. Sentenza riformata in appello due anni dopo, quando l'imputato venne riconosciuto estraneo ai fatti sulla base di una nuova perizia, e confermata dalla Cassazione nel luglio 2002.
Non solo, la corte di appello che assolse Scalone affermo' anche che "stando agli atti del procedimento, la Falange Armata appare non un'organizzazione con caratteristiche eversive, ma come un' "etichetta" utilizzata da persone che a suo nome rivendicavano fatti gia' accaduti senza pero' offrire alcuna prova di avervi partecipato, o profferivano insulse minacce, dando sfogo alla propria mitomania o ad intenti di sciacallaggio".

"Non e' facile sintetizzare in poche parole le sofferenze, le umiliazioni, il disastro morale, esistenziale e affettivo accumulati durante questi lunghi e tormentati anni. Della mia esistenza e della mia salute e' stato letteralmente fatto scempio". Per Carmelo Scalone, l' ex operatore penitenziario siciliano accusato di essere uno dei telefonisti della Falange Armata, il risarcimento deciso dalla corte di appello di Roma per ingiusta detenzione non potra' cancellare mai l' esperienza di questi anni.
"E' stato sconvolto e distrutto il normale corso della mia vita familiare - ha detto Scalone, che oggi esercita la mansione di educatore nel centro servizi sociali di Messina - non parliamo poi del mio lavoro e del mio onore. Il tutto, ed e' la cosa che mi rattrista di piu', nel silenzio e nell' indifferenza generale. Io sono abbandonato da tutti, marchiato a vista, vivo da anni in uno stato di completa solitudine. Quando fui arrestato ci furono titoloni sui giornali, tutti si occupavano di me. Dopo la mia assoluzione neanche un trafiletto, forse e' proprio questa la cosa piu' desolante".

9 maggio 2003 - GIORGIANA MASI: CENTO CHIEDE COMMISSIONE PARLAMENTARE
ANSA:
"Le recenti parole di Cossiga sull'uccisione di Giorgiana Masi durante la puntata di "Report" di domenica scorsa hanno riaperto un caso che troppo velocemente e' stato chiuso": lo afferma ancora una volta il deputato Verde, Paolo Cento, che propone di istituire una commissione parlamentare di inchiesta per far luce sulla vicenda sulla quale troppo velocemente e' calata l'impunita'".
La diciannovenne studentessa radicale, ricorda Cento, e' stata uccisa a Ponte Garibaldi, a Roma, il 12 maggio 1977 durante una manifestazione del partito Radicale per ricordare l'anniversario della legge sul divorzio, e nel 1981 il caso venne chiuso. "Da allora - sostiene il deputato Verde - sono passati 26 anni: e' giunto il momento che il Parlamento riapra il caso e faccia chiarezza. Non c'e' dubbio che la morte di Giorgiana si inserisce in quegli anni tragici per l'ordine pubblico ma oggi, a distanza di tempo, la situazione puo' essere affrontata con piu' liberta' e serenita'".
Accogliendo le varie richieste presentate nel corso degli anni da piu' parti di far luce su questo mistero, i Verdi propongono l'istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta. La proposta sara' illustrata da Paolo Cento domenica prossima a Roma, a Ponte Garibaldi, nel luogo in cui fu uccisa la studentessa, dopo aver depositato una corona di fiori in suo ricordo. Nell'occasione Cento lancera' anche un appello a farsi avanti ai depositari di verita' nascoste:"chi e' in grado di raccontare come si sono svolti i fatti lo faccia".

4 maggio 2003 - ANCORA 'FAMIGLIA CRISTIANA' SU UNABOMBER
"Famiglia Cristiana"
TERRORISMO
L'ATTENTATO DI TREVISO CHE HA FERITO FRANCESCA
UNABOMBER NON SI FERMA
Anche l'esplosione del pennarello mostra singolari coincidenze con le precedenti. E da una perizia "dimenticata" emerge la pista della Falange armata.
Unabomber ha colpito ancora. Una scia di sangue lunga 30 attentati, tutti nel Nordest. Una scia di sangue che, per ora, termina il 25 aprile nella manina straziata di Francesca, nove anni, colpevole di aver raccolto sul Piave, vicino a Treviso, un bel pennarello giallo, un oggetto innocuo trasformato in trappola esplosiva.
Il "solito Unabomber", si è detto. Eppure sembra che gli inquirenti comincino a seguire nuove piste, se il Procuratore capo di Venezia Vittorio Borracetti ha dichiarato che "la figura di Unabomber è un'invenzione giornalistica". Già, perché più l'attentatore diventa inafferrabile, più la teoria del maniaco solitario perde di consistenza.
Anche in questo caso, come in alcuni attentati precedenti, è stata usata una microcarica di esplosivo, per confezionare una bomba che gli investigatori considerano frutto di una "tecnologia quasi militare". Cioè opera di esperti.
Ma c'è di più. Un paio di mesi fa Famiglia Cristiana (n. 8 del 2003) aveva descritto una serie di date e "codici" ricorrenti negli attentati del Nordest. Un messaggio comprensibile solo da chi ne conosce il linguaggio. La cosiddetta "rivendicazione ambientale": osservando il teatro dell'attentato se ne ricava la paternità. In numerosi atti terroristici la rivendicazione ambientale ruotava intorno alla parola "vittoria" o alla data in cui ricorre la memoria di santa Vittoria, cioè il 17 novembre.
Ebbene, nell'attentato che ha sfigurato la piccola Francesca, il codice funziona. Ancora una volta la scelta del luogo e della data rimanda alla parola "vittoria": è stata scelta la festa del 25 aprile, vittoria sul nazifascismo; e il pennarello giallo è stato posto sull'argine destro del fiume Piave, proprio nel punto dove, nel giugno 1918, l'esercito italiano sfondò la linea del fronte e vinse la battaglia del Piave. Tanto per fare un esempio, l'ultima delle azioni di Unabomber, quella dell'attentato di Natale 2002 a Cordenons (Pn), è stata portata a termine nella chiesa in piazza Vittoria. Insomma, la ricorrenza di questi messaggi in codice è tale da escludere la semplice coincidenza.
Ma c'è un elemento più inquietante. La stessa "firma" è stata usata anche nelle stragi mafiose del 1993 a Roma (i tre attentati sono stati realizzati in giorni dedicati a san Vittore), come pure nelle bombe di Firenze e di via Palestro a Milano. Com'è noto, quelle erano bombe della mafia siciliana. Ma le rivendicazioni telefoniche furono fatte dalla "Falange armata-Gruppo 17 novembre". La Falange, all'epoca, fu al centro di queste e altre rivendicazioni, al punto che la Procura di Roma, verso la fine del 1993, mise sotto inchiesta 22 ufficiali del Sismi (Servizio segreto militare), perché accertò che alcune di queste provenivano da telefoni in uso ai nostri Servizi.
Unabomber, mafia, Falange, servizi segreti: possibile che gli attentati del bombarolo del Nordest continuino la stagione di paura del '93? Qualche legame è già stato accertato dai processi. È acclarato, ad esempio, che la rivendicazione di quegli attentati da parte della Falange faceva parte di un piano coordinato tra Cosa nostra e misteriosi interlocutori istituzionali. E di questo ha parlato ai giudici un pentito di mafia, Tullio Canella, secondo il quale il boss Bagarella assicurò che "vi era la possibilità di accollare le stragi a organismi terroristici del tipo "Falange Armata"".
Un ulteriore collegamento
Famiglia Cristiana, tuttavia, è in grado di svelare un ulteriore collegamento tra quelle rivedicazioni e Unabomber: uno degli uomini coinvolti nelle indagini per gli attentati del Nordest è anche il telefonista della "Falange Armata-gruppo 17 novembre" che ha rivendicato le stragi mafiose del 1993. A sostenerlo è una perizia fonica, ordinata dalla Procura di Udine, finita nel dimenticatoio dopo una serie di archiviazioni e stralci d'indagine. Quella perizia, redatta dal consulente tecnico Andrea Paoloni, aveva accertato che ben cinque delle rivendicazioni della Falange (tra cui quelle delle stragi mafiose) erano state effettuate da un professore friulano. Telefonate attribuibili con certezza al gruppo terroristico, perché il professore aveva usato i codici "vittoria" e il numero "763 321", che la Falange aveva fornito per "autentificare" le proprie comunicazioni, un numero utilizzato per la prima volta nel 1992 per rivendicare l'attentato al giudice Borsellino.
Questo insegnante/telefonista era stato smascherato proprio grazie alle indagini su Unabomber: in occasione dell'attentato alla spiaggia di Lignano del '96, aveva "svelato" il meccanismo della rivendicazione ambientale e del codice "17 novembre", tentando di attribuirlo non alla Falange, ma a un inesistente gruppo terroristico greco. Il codice "763 321", utilizzato dal professore/telefonista, è significativo. Le prime tre cifre non hanno ancora una spiegazione. Ma sulle altre non si può non notare che il giorno dell'anno numero 321 è proprio il 17 novembre, santa Vittoria.
Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari

LA PRIMA COMPARSA NEL '94
Una bomber compare il 21 agosto '94: a Sacile (Pordenone) l'esplosione di un tubo-bomba riempito con polvere da sparo e biglie d'acciaio provoca tre feriti. Altri tubi-bomba esplodono alla Standa a Pordenone (17 dicembre '94) e, il giorno dopo, sul sagrato della chiesa di Aviano. Il 5 marzo '95 due tubi esplodono ad Azzano Decimo (Pordenone). Il 30 settembre due ordigni esplodono a Pordenone.
Il 4 agosto '96 sulla spiaggia di Lignano (Udine) lo scoppio di un tubo-bomba ferisce gravemente Roberto Curcio, 33 anni. Pochi giorni dopo, sulla spiaggia di Bibione (Venezia) un bagnino trova un altro ordigno. Le esplosioni si susseguono in altre località fino al 6 luglio 2000: un carabiniere in pensione trova, sempre sulla spiaggia di Lignano, un tubo-bomba che esplode ferendolo al viso.
Il 31 ottobre 2000 viene scoperto un ordigno in una confezione di uova acquistata in un supermercato di Portogruaro (Venezia). Nello stesso luogo il 7 novembre 2000, Nadia Ros, 37 anni, acquista un tubetto di pomodoro che le esplode fra le mani. Il 18 novembre 2001 un ordigno viene rinvenuto in un tubetto di pomodoro, acquistato nello stesso supermercato.
Il 2 novembre 2001, nel cimitero di Motta di Livenza (Treviso), esplode una bomba nascosta in un cero. Il 24 luglio 2002 esplode un barattolo di Nutella comprato in un ipermercato di Porcia (Pordenone). Il 2 settembre, fra le mani di un bambino esplode un tubetto di bolle di sapone comprato al Mercatone Zeta di Pordenone.
La sera della vigilia dello scorso Natale scoppia un ordigno nel Duomo di Cordenons (Pordenone); il 24 marzo uno scoppio in uno sciacquone di un bagno del Palazzo di Giustizia di Pordenone.

8 maggio 2003 - COMUNICATO UNIONE FAMILIARI VITTIME PER STRAGI
Associazioni delle stragi di: Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Treno Italicus, Stazione di Bologna del 2 Agosto 80, Rapido 904, Firenze Via dei Georgofili
Comunicato stampa
Abolizione Segreto di Stato
Il Senato della Repubblica, nella giornata di ieri, ha approvato la legge 1513 "Modifiche ed integrazioni alla legge 24 ottobre 1977, n° 801, recante istituzione ed ordinamento dei Servizi per l'informazione e la sicurezza e disciplina del segreto di Stato."
Pur avendo depositato al Senato la legge d'iniziativa popolare per l'abolizione del segreto di Stato nei delitti di strage e terrorismo, sottoscritta da Parlamentari dell'opposizione e della maggioranza che l'Unione ringrazia per la sensibilità dimostrata, ogni speranza è stata disattesa e su quei delitti sarà ancora possibile porre il segreto di Stato.
Una grave lacuna un'occasione persa per far avanzare la verità e la giustizia nel nostro paese. I familiari delle vittime denunciano l'insensibilità di quei Senatori che non hanno ritenuto validi i contenuti della proposta d'iniziativa popolare promossa dall'Unione già dal lontano 1984.
Quando la legge passerà alla Camera dei Deputati , vedremo se la disponibilità annunciata e conclamata durante gli anniversari delle stragi darà dei risultati concreti e positivi.

15 maggio 2003 - UNABOMBER E IL TERRORISMO
"Il Mattino di Padova"
"Unabomber, un terrorista"
Paolo Carlotto Segretario generale regionale Silp per la Cgil del Veneto
Ora anche gli ignobili atti criminali di Unabomber sono terrorismo. Non solo le stragi, da Piazza Fontana alle Torri Gemelle, o le vigliacche esecuzioni, da Moro a Biagi, o l'assassinio di poliziotti come Petri. La definizione di terrorismo si amplia, abbandona il ristretto ambito dell'eversione, della politica, per ritornare al suo significato più originale, più terribile e, al di là degli effetti pratici, più inquietante.
Il termine terrorismo deriva dal Regno del Terrore durante la Rivoluzione Francese, anche se tornando più indietro nel tempo non mancano esempi di atti terroristici, dagli antichi greci in poi. E' però nel ventesimo secolo che il terrorismo assume quella connotazione politica che tutti conosciamo. Non esiste, però, una definizione universalmente accettata che chiarisca cosa sia un atto terroristico e questa è una delle maggiori difficoltà che si incontrano a livello internazionale nella lotta a questa forma di criminalità ormai su larghissima scala.
Per combattere il terrorismo che ha ucciso le incolpevoli persone che si trovavano l'11 settembre dentro le Torri Gemelle vi è stata una straordinaria mobilitazione internazionale che ha portato all'intervento in Afghanistan. Ma non abbiamo solo il terrorismo internazionale. In Italia, dopo gli anni di piombo, pensavamo che quella stagione fosse definitivamente tramontata. Purtroppo ci siamo dovuti ricredere e D'Antona, Biagi e Petri sono stati uccisi. E ora anche l'Unabomber.
La domanda che mi pongo è se l'Italia sia in grado, abbia gli strumenti per combattere tutti i terrorismi, sia quello internazionale che quelli nazionali e locali. Dopo l'11 settembre la competenza per gli atti terroristici è stata data alla Direzioni Distrettuali Antimafia unificando a livello distrettuale le indagini, per il Veneto è competente la Procura di Venezia, come già accadeva per la criminalità organizzata - ma non sono forse terrorismo anche la strage di Capaci o le bombe a Firenze? Anche le Forze dell'Ordine hanno le loro loro "squadre speciali": la Polizia di Stato ha la Digos, anzi le Digos in ogni provincia, dove trova spazio e specializzazione sia l'attività di indagine che quella di intelligence. Ma nel Veneto, da dopo l'omicidio D'Antona, non è certo aumentata l'attenzione verso questo settore: il numero di poliziotti addetti alle Digos non è stato minimamente incrementato, anzi; non sono stati fatti corsi di aggiornamento; sono aumentati i servizi non strettamente legati alla prevenzione e repressione del terrorismo; per non parlare poi dei mezzi e degli aspetti logistici.
Ultimamente è stata emanata una disposizione che prevede una riorganizzazione delle Digos con la creazione di una particolare sezione a Venezia con compiti di coordinamento di tutte le province e di supporto specifico alla Direzione Distrettuale Antimafia. Ma non un solo poliziotto in più è stato destinato alla Digos.
Il timore è che le buone intenzioni rimangano, come purtroppo spesso accade, solo sulla carta. Se la lotta al terrorismo, di qualsiasi tipo esso sia, è veramente una priorità del nostro Governo, allora è necessario che vengano investite le risorse necessarie: uomini, mezzi, aumento di professionalità. Non basta parlare di lotta al terrorismo, bisogna anche farla.

15 maggio 2003 - ATTENTATO A SEDE CISL CAGLIARI
ANSA:
Torna l' incubo terrorismo in Sardegna e ancora una volta nel mirino e' finita la Cisl, gia' colpita nel recente passato con altri atti intimidatori. Un ordigno, a basso potenziale, e' stato collocato vicino all' ingresso di una palazzina, nella zona della Fiera di Cagliari, dove si trovano gli uffici della segreteria regionale della Cisl.
La deflagrazione, avvenuta verso l' una di notte, non ha provocato danni ingenti. I primi accertamenti della Digos portano a seguire la matrice terroristica. "Appare come un atto di terrorismo politico", ha spiegato il questore di Cagliari, Antonio Pitea. Sul posto sono intervenuti gli agenti della Digos e una squadra di artificieri della Polizia di Stato.
L' attentato della scorsa notte e' l' ultimo di una serie che ha preso avvio negli ultimi due mesi dello scorso anno. L' escalation della tensione e' cominciata, infatti, fra novembre e dicembre con una serie di episodi rivendicati dai Nuclei proletari per il comunismo: attentati e atti di matrice terroristica contro altre strutture della Cisl a Sassari e Olbia, a un punto McDonald's a Oristano, ad alcuni distributori della Esso (dove erano state trovate scritte antiamericane durante la guerra in Iraq).
Immediate le reazioni e le manifestazioni di solidarieta' espressi da tutto il mondo politico e sindacale, non solo dell' Isola. Il ministro dell' Interno, Giuseppe Pisanu, ha espresso "piena e convinta solidarieta' ai dirigenti e agli iscritti al sindacato. Spero che dopo questi ultimi episodi ci si fermi tutti a riflettere - ha affermato Pisanu, a conclusione del vertice sull'attentato che si e' tenuto questa mattina al Viminale -e spero soprattutto che gli irresponsabili che hanno organizzato le aggressioni verbali ad un sindacalista coerente e coraggioso come Savino Pezzotta si rendano conto della gravita' dei loro atti e delle conseguenze che, anche senza volerlo, si possono produrre".
Il leader della Cisl, appena appresa la notizia, ha ricordato che "quando mi hanno fischiato il 25 aprile qualcuno ha commentato che i fischi sono democratici e gli insulti una espressione del dissenso. Adesso spero che costoro abbiano il buon senso di non dire che anche le bombe sono espressioni del dissenso. Oggi i commenti non bastano piu': le cose che stanno succedendo sono sconcertanti".
Solidarieta' anche dal segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. "Voglio esprimere il mio personale sdegno per quanto accaduto questa notte a Cagliari. L' attentato alla sede della Cisl e' da condannare fortemente. Alla Cisl voglio esprimere la piu' convinta solidarieta' della Cgil. Il sindacato italiano non si fara' intimidire da vili atti di violenza". E un comunicato unitario, Cgil, Cisl e Uil sostengono che questo attentato rappresenta "un fatto gravissimo verso il quale Cgil, Cisl e Uil nazionali esprimono la loro convinta condanna senza riserva alcuna. Il sindacato italiano, da sempre impegnato nelle grandi sfide di civilta', liberta' e democrazia non si fa intimidire da chi pensa di interloquire nella dialettica democratica e civile con atti di violenza e di oltraggio verso chi rappresenta un simbolo di civilta', democrazia e tolleranza".
Ferma anche la condanna di Sergio Cofferati:"Ancora una volta si colpisce il sindacato confederale per colpire la civilta' e la democrazia. Contro il terrorismo e la violenza, in qualsiasi forma si esprimano, non ci puo' essere alcuna tolleranza".
Il presidente della Regione sarda, Mauro Pili, si e' detto certo che la solidita' democratica e l' impegno sociale del sindacato non saranno minimamente condizionati da un episodio che e' l' ennesima dimostrazione di un tentativo messo in campo da gruppi operanti in Sardegna per cercare di introdurre elementi di destabilizzazione, sfruttando le gravi difficolta' economiche e sociali che attraversa l' Isola. "Sono fatti che non vanno ovviamente sottovalutati - ha concluso - ma che non possono minimamente scalfire la democrazia e la convivenza civile".
Per il momento non e' giunta nessuna rivendicazione per un attentato, che appare un chiaro episodio dimostrativo (stante il basso potenziale esplosivo). Sulla base dei primi accertamenti, gli investigatori hanno stabilito che l' ordigno era simile ad altri compiuti contro la sede Cisl di Olbia o contro amministratori: polvere esplosiva inserita dentro un tubo di ferro, incastrato ieri notte tra una inferriata e una porta a vetri.

L' attentato contro la sede Cisl di Cagliari, che gli inquirenti ritengono possa essere di matrice terroristica, e' l' ultimo di una serie che ha preso avvio negli ultimi due mesi dello scorso anno.
L' escalation della tensione e' cominciata, infatti, fra novembre e dicembre 2002 con una serie di episodi rivendicati dai Nuclei proletari per il comunismo. Il primo risale alla tarda serata del 13 novembre quando un ordigno era stato fatto esplodere nell' androne di un palazzo, nel centro storico di Sassari, che ospita un' agenzia della Toro Assicurazioni. L' 8 dicembre era stata presa di mira la Cisl di Olbia, con un candelotto di gelatina esploso davanti al portone del palazzo che ospita la sede territoriale del sindacato e anche dell' Apisarda. Mentre il 23 dicembre un ordigno rudimentale e di basso potenziale, una sorta di bomba carta, e' stata fatta esplodere in pieno centro a Sassari distruggendo una cabina telefonica situata di fronte all' abitazione del Procuratore della Repubblica.
Si arriva, quindi, agli ultimi giorni del 2002, quando entra in azione quello che ormai e' stato definito il "postino eversore". Il 28 dicembre, infatti, una busta con dentro gelatina e un messaggio-rivendicazione viene lasciata nello sportello bancomat dell' agenzia di Sassari della Banca San Paolo. Il giorno dopo, una lettera con un proiettile cal. 7,62 (munizione in dotazione alle forze armate) viene recapitata al Palazzo di Giustizia di Cagliari, indirizzata al coordinatore della Direzione distrettuale Antiterrorismo (Ddat), Mario Marchetti. Dopo 24 ore una missiva, sempre con un proiettile cal. 7,62, viene ricevuta nel capoluogo dal segretario regionale della Cisl, Mario Medde. Gli arrivi di lettere con esplosivo o proiettili si interrompono per qualche giorno, per le festivita' di fine anno e per un dettaglio (l' insufficiente affrancatura che ha fatto bloccato dalle Poste alcuni plichi).
Riprendono il 3 gennaio con una lettera con proiettile recapitata al segretario regionale dell' Uil, Gino Mereu, e con una lettera con esplosivo trovata nel centro smistamento delle Poste di Sassari e indirizzata alla sede di Macomer di Banca Intesa. Le lettere risultano tutte spedite da Porto Torres e hanno come mittente un inesistente, ma significativo (per il riferimento), "studio legale Rossi", con sede in "via Walter Alasia", il nome cioe' del giovane ucciso in un conflitto a fuoco il 15 dicembre del 1976 e a cui venne intitolata una delle colonne delle Br.
Nella notte fra il 5 ed 6 gennaio di quest' anno un attentato viene compiuto contro la sede della redazione dell' Unione sarda a Nuoro. Un ordigno e' fatto esplodere contro la porta vetrata del locale che ospita la redazione del quotidiano cagliaritano, in via Brigata Sassari, nel centro della citta'. Mentre a Cagliari fra il 7 e l' 8 gennaio nuove buste con proiettili calibro 7,62 vengono recapitate al presidente della Regione, Mauro Pili, agli assessori regionali della Programmazione, Italo Masala, dell' Industria, Giorgio La Spisa, dei Lavori pubblici, Silvestro Ladu, ed infine una busta con un proiettile viene spedita anche al presidente dell' Associazione degli industriali della Sardegna, Riccardo Devoto.
Il 20 gennaio, dopo una breve tregua (risale all' 8 gennaio l' arrivo delle ultime lettere con proiettili cal. 7,62) sono tornati in azione a Nuoro i "bombaroli-eversori". Un ordigno, composto da cinque candelotti con polvere nera collegati a una miccia parzialmente bruciata, e' stato collocato davanti alla sede dell' Associazione degli industriali, gia' presa di mira il 26 settembre 2002.

15 maggio 2003 (e seguenti) - GIULIANO FERRARA: HO LAVORATO PER LA CIA
da "Dagospia"
"Il Foglio"
Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del '52 da genitori iscritti al partito comunista dal '42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
Vive a Mosca dal '58 al '61, dove il padre è corrispondente dell'Unità. Tornerà a Mosca nel 1990, a regime in dissoluzione (lui ama i regime change) e otto anni dopo essere uscito dall'apparato comunista, al seguito di una moglie americana che lavora nel cinema (una settimana di turismo). Mai stato in un paese socialista dopo il '61 nonostante dieci anni di carriera come funzionario del Pci. Le vacanze a Capri o a Parigi, invece che da Ceausescu, sono una specie di blasone.
Ritorno da Mosca, 1961. Scuola pubblica. Primi amori. Educazione sentimentale piuttosto occidentale. Ma dalla storia di Garibaldi che gli raccontava il papà, versione allegramente frontista (Fronte vince, vota Garibaldi: cose del 1948), il fanciullo trae forte spinta ideologica comunista-nazionale. Maturità classica. Primo viaggio a New York al seguito del fratello, aiuto regista di Luca Ronconi nell'Orlando Furioso in trasferta (è il novembre del 1970, "quando morì Charles de Gaulle" è il ricordo dell'adolescente che conosce tutto Dylan a memoria e ama i politici forti).
Iscrizione all'Università di Roma, facoltà di Filosofia, una bolgia ideologica. Polemiche da destra con il compianto maestro Lucio Colletti, ancora un po' trotzkista e sostenitore della democrazia dei Soviet. Il bamboccio impertinente ripete in polemica col maestro la lezione casalinga di Togliatti sulla "via italiana al socialismo" (la madre era una collaboratrice del tremendo ma intelligente capo del Pci e poi redattore capo della rivista ideologica del partito, Rinascita). Ne nascerà lunga e onorata amicizia con il maestro Colletti, che presto si convertirà con coraggio alla teoria della crisi del marxismo e diventerà un ex comunista liberale anticomunista un po' pazzo, come l'allievo, ma tosto.
Primi lavori di militante alla Stampa e propaganda con Gian Carlo Pajetta, che poi lo invia a Torino, dove arriva il 5 novembre del 1973, per "andare alla scuola della classe operaia e sottrarsi alle insidie della curia romana" (parole di Pajetta). Resterà a Torino fino al settembre del 1982, gli esami di Filosofia sono fermi a undici su venti. Ricoprirà a Torino questi incarichi. Giornalista senza bollini dell'ordine e senza praticantato presso la rivista Nuovasocietà, ideata da Diego Novelli e poi a lungo diretta e rimessa all'onor del mondo da Saverio Vertone (nel '75 Novelli diventa sindaco della città). Amicizia con Novelli, Vertone (vera amicizia, che continua nonostante le sue follie politiche oneste e deliranti), e Adalberto Minucci, supercapofunzionario.
Altri incarichi. Capo dell'organizzazione politica del Pci alla Fiat Mirafiori (che porterà a duemila iscritti, perché è un buon attivista), poi responsabile della sezione problemi dello Stato (lotta al terrorismo), della sezione culturale e del comitato cittadino (organizzazione del partito in città). Il soggetto si caratterizza, tra l'altro, per una spiccata attitudine a parlare senza eufemismi, a criticare l'inviolabile tradizione operaista torinese e la politica della Camera del lavoro che porterà gli operai torinesi a essere bastonati spietatamente da Cesare Romiti e dalla famiglia Agnelli nel novembre del 1980. Coordina riunioni politiche (ha imparato il torinese, che parla fluentemente) nella saletta del comitato federale di Torino, sotto una grande riproduzione di Guernica, con Luciano Violante e Gian Carlo Caselli: il tema è la lotta al terrorismo, Ferrara ci crede sul serio, è esperto di estremismi contigui al terrorismo, si muove in una logica emergenzialista e non garantista, assume con molti altri seri rischi personali per via della sua visibilità (pesa già centotrenta chili). Un suo articolo su Repubblica dell'epoca, dopo il varo del questionario anti terrorismo, si intitola "Diritto di delazione". Sempre eccessivo, ma è con la delazione che le Br vengono sconfitte.
Un anno prima della sconfitta alla Fiat, nel 1979, i sindacati Fiom torinesi combattono duramente la decisione di licenziare 61 dipendenti collegati al terrorismo, che miete vittime quotidianamente in città, incendia le fabbriche e si collega con gli estremisti nel vivaio di Mirafiori, dove cortei sbandati di operai pestano i capi e li costringono a marciare alla testa della folla con la bandiera rossa. La linea di Ferrara contro un sindacato che già allora segue Dario Fo e altri pazzerelloni girotondini antemarcia è: "Siete matti, queste cose fanno vergogna e sono anche la premessa di una sconfitta del comunismo che piace a me" (si chiamava all'epoca eurocomunismo, si estrinsecava nella rivolta berlingueriana contro il partito comunista sovietico che lavorava con Cossutta per farlo fuori, e precipitava nell'assunto secondo cui i comunisti dovevano andare al governo, sacrificando ogni forma di estremismo e avviandosi verso una socialdemocrazia europea con altre forze politiche popolari, in primis la Dc, nel famoso "compromesso storico", diciamo così bipartisan). Per affermare questa linea nel bastione operaista torinese Ferrara fa volentieri compromessi politici: appoggia per qualche tempo la parola d'ordine dell'autoriduzione delle bollette elettriche, e quando alla Fiat tutto precipita con i licenziamenti, si dà da fare ai picchetti della fabbrica e fa la sua parte lanciando uova (vecchio vizio beffardo ed estremista) agli impiegati che vogliono entrare.

Nel 1980, ma dopo aver consumato la sconfitta con i suoi compagni e aver salvato "con le mani" Pierre Carniti da un linciaggio (vecchio vizio), Ferrara si dimette spontaneamente dalla segreteria della federazione e da capo del comitato cittadino, dopo aver partecipato a due vittorie elettorali del Pci ed essere stato eletto (tredicesimo arrivato, secondo i piani, consigliere comunale). Il comunismo non gli piace più tanto. Quello di Breznev gli fa un po' schifo (avendo egli dato del "fascista" a Breznev in un editoriale di Nuovasocietà, un incazzatissimo Pajetta gli dice, in una stanza del mitico Hotel Ligure: "Queste cose per favore le scrivi alla morosa, non su un giornale del partito").
La sua intenzione dichiarata è tornare a Roma e finire gli studi universitari interrotti. Novelli lo recupera abbisciandolo per il posto di capogruppo in Comune, perché F. può sempre servire (non è un servo?), e l'accordo (scandaloso per l'epoca) è che il funzionario, come chiede, si mette a metà tempo e metà stipendio, fa il capogruppo e riprende gli studi. Cosa che avviene sotto il magistero di Gennaro Sasso, un liberale e un grande storico delle idee e filosofo teoretico.
Si arriva al dunque nel settembre dell'82. Il Ferrara a mezzo tempo e mezzo stipendio, che ha ripreso gli studi, si arrabbia contro il maestro Luciano Berio e l'assessore alla cultura Giorgio Balmas. I due avevano organizzato un ridicolo "concerto per la pace" in Piazza San Carlo a Torino, con ridicole poesie di Edoardo Sanguineti che piovevano dal cielo. Solo che quella sera si seppe che qualche migliaio di palestinesi, nei campi profughi di Sabra e Chatila, erano stati ammazzati dai cristiani sotto i riflettori di Tsahal o comunque con la sua connivenza.
A Ferrara, che non ha mai avuto posizioni filopalestinesi alla Mario Capanna e soci (perché è un cacciatore professionale di eresie estremiste) sembra tuttavia normale dedicare il concerto per la pace "ai martiri di Sabra e Chatila". Di fronte al rifiuto del grande musicista e dell'assessore gnomo, s'incazza. Arringa in francese l'orchestra francese saltando sul palco a pochi minuti dall'inizio del concerto (vecchi amori, vecchi odi). Un impiegatuccio insolente dell'assessorato spettegola su di lui e lo insulta, la cosa gli viene riferita, Ferrara scende dal palco e lo prende a schiaffi. Crisi politica. Tutta la Torino perbene è contro Ferrara, con il Maestro Berio e con Balmas (anche il compianto Massimo Mila, che però è per la pena di morte).
Ferrara disprezza moralmente Diego Novelli per il modo in cui si è comportato nell'occasione, cioè facendo lo gnorri, e lo critica sui giornali mentre fa le valigie (abitava in una casa di ex ferrovieri a Borgo San Paolo, di proprietà di un gagliardo redattore sportivo dell'Unità, Nello Pacifico) per tornarsene a Roma e lasciare quello strano Pci dove ormai era sempre in estrema minoranza: battaglia per il voto segreto e per le correnti, critiche dure all'Unione Sovietica, animosità verso gli azionisti torinesi bobbieschi che si stavano impadronendo dell'anima del partito e del sindacato mentre i loro figli un po' violentucci e contigui al terrorismo scorrazzavano per la città, sola battaglia vinta quella per la cittadinanza onoraria di Torino all'odiato Lech Walesa.
Se ne va dapprincipio in silenzio e nel dolore, poiché sa che sta consumando un "tradimento" si appresta a farlo con onestà senza strepito. Ma un amico, Mario Missiroli, gli dice: "Ma scusa, non sei mica un ladro, perché te ne devi andare zitto zitto?". Ferrara gli dà retta e da allora ascolta (quasi) sempre i consigli degli amici. Manda a quel paese il Pci di Torino, con una dichiarazione pubblicata sull'Espresso di Livio Zanetti, e se ne va con le sue quattro carabattole da una città che ha amato. Colletti gli dirà: "La tua uscita è indecifrabile". Mughini gli dirà: "Ma perché sei uscito da sinistra, tu che sei di destra?". Ferrara non pensa che la vera moralità sia di destra o di sinistra, e si scandalizza della domanda (spiega il suo scandalo indecifrabile in un articolo un po' letterario su Nuovi Argomenti, la rivista di Moravia).
F. prende sette milioni di liquidazione per dieci anni di lavoro (niente male, ci sono funzionari del Pci che non hanno preso niente), si installa a Roma prima a casa dei suoi, che gli vogliono bene (il papà, in un libro confessione scritto con Mughini, dirà del bamboccio: "Se ha tradito, ha tradito qualcosa che doveva essere tradito") ma giustamente lo trovano ingombrante, poi in un piccolo appartamento di trentacinque metri quadrati con balcone in Trastevere, che ha comprato sua madre e che si può vedere dalle finestre della odierna redazione romana del Foglio.
Va all'istituto di Filosofia quando può, passa lunghi periodi in campagna, studia Machiavelli e Spinoza, e scopre un maestro di filosofia che si chiama Leo Strauss, che ora è detto anticipatore dei neoconservatori (ma è una lectio giornalistica piuttosto abbreviata). Lasciata la tessera del Pci, prende quella del Goethe Institut, impara il tedesco per leggere i testi giovanili di Strauss (soggiorni a Friburgo, in casa di Frau Weeck come pensionante, e a Berlino- Schoenberg in una casa di sessantottini la cui ospite si chiamava Morlind Tuemler). Ferrara è sempre accompagnato dal suo fedele cane trovatello, di nome Lupo. Mangia come un lupo. Si innamora intellettualmente della questione ebraica, che è lo sfondo del pensiero di Strauss.

Erano anni in cui fioriva il mercato del "dissenso comunista". Ferrara non partecipa a questo mercato, e quando Novelli manda in galera i socialisti e anche i suoi più cari amici e compagni per le stecche ai partiti (e non solo ai partiti) nel Comune di Torino (1983), non accetta di fare il delatore e si sottrae alle richieste giornalistiche che gli vengono rivolte nella casa di campagna dei suoi (nonostante il vecchio "diritto alla delazione"). Chissà perché, preferisce Spinoza e l'etica della banda. C'è Scalfari nel suo destino. Il giustizialismo, e gli sgarri da capobanda del sindaco che aveva paura della competizione politica da parte dei socialisti modernizzatori, non gli piacciono.
Ferrara guarda la tv e quando Berlinguer dice: "Tengo Novelli in palmo di mano, perché ha denunciato tutto alla magistratura", trasecola. La mutazione genetica del Pci è cominciata. Sta diventando un partito ridicolo: mezzo leninista ("Vivente e valida la lezione di Lenin", disse il secondo Berlinguer, quello che aveva abbandonato per paura riformismo e governo tutti e due in una volta) e mezzo giustizialista (la "questione morale", la "diversità antropologica dei comunisti").
Poi Berlinguer negherà a Novelli il posto in direzione, altro che "palmo di mano", e la Iotti gli dirà che avrebbe dovuto saper "portare la croce" invece di fare il bullo sui finanziamenti illegali ai partiti (compreso il suo) di cui ovviamente sapeva tutto, preferendogli il pragmatico "uomo Fiat" Piero Fassino. Novelli si arrabbierà molto e diventerà "retino" al seguito di Leoluca Orlando e F. non sa quante altre cazzate ha fatto nel frattempo, perché le persone che disprezza non le segue. Ferrara gioisce, come sempre quando i giustizieri vengono per così dire giustiziati (caso Di Pietro, molti anni dopo).
Come vive Ferrara in questi due anni ('83-'84)? Studia, traduce per campare la vita (un bel librone ordinato da Vittorio Sereni sulla storia della misurazione del tempo, di David Landes, tradotto in coppia con Vertone), e un giorno incontra a una fila per il "passi" per il centro storico Pietro Favari, amico di Rita Cirio, che era diventata caposervizio culturale dell'Espresso. Aveva, come tutti i nuovi capi, bisogno di nuovi collaboratori per reinventare il servizio. Pietro chiede: "Che fai?". Risposta: "Mi arrangio". "Ti faccio chiamare da Rita?", dice. "Grazie", dice Ferrara.
Ecco come entra nel giornalismo "professionale" il Ferrara: con una raccomandazione di Pietro Favari, che è un insigne semiologo e un critico teatrale, autore della nostra rubrica "Attori". Insomma, F. si era messo in coda. Poi all'Espresso Ferrara ritrova Paolo Mieli e, con l'amico comune Pigi Battista e sotto la supervisione del "primario" (chiamavamo così il vecchio espressista Mieli), cura i libretti per i trent'anni dell'Espresso, lavorando nell'archivio del giornale e facendo una sterminata quantità di fotocopie. Impara a conoscere bene l'avversario lavorando nei suoi archivi. Una spia? Sì, una spia.
Lavoretti. Poi arriva Alberto Ronchey. Sono gli anni in cui l'establishment è interessato al destino politico di Bettino Craxi, che nel frattempo è diventato a calci e spintoni presidente del Consiglio. Alberto, persona a F. carissima, è un vecchio amico di famiglia, e lo onora di attenzioni per il suo lavoro, pur non essendo un tipo che dà troppa confidenza. Al Corriere della Sera è arrivato come direttore Piero Ostellino, un liberale ma molto, molto diverso da Piero Ottone, che appoggia Craxi e sarà poi congedato per questo (e perché il Corriere perse il primato di vendite nella battaglia con Scalfari e Repubblica).
Ronchey manda Saverio Vertone e F. da Ostellino. Lettera contratto per qualche articolo, pagamento a cottimo. F. diventa ufficialmente un "convertito". E' risentito verso il Pci e la sua linea politica. Si vuole vendicare. Non nasconde il suo risentimento. Ma è una vendetta politico- intellettuale che dura ormai da vent'anni e più, non una faida da ex. Claudio Magris lo attacca e gli dà di "Maddalena pentita" sul Corriere. Lui risponde per le rime. C'è un'aria di ostracismo intorno agli ex comunisti. Il Pci è diventato il primo partito italiano alle elezioni europee, dopo la morte tragica di Enrico Berlinguer in un comizio anticraxiano che emoziona il popolo.
E l'italiano è attento a chi vince e a chi perde. Craxi sembra già bollito. F. scrive di Amendola, suo maestro nella destra comunista, e delle sue battaglie contro il terrorismo e contro la scala mobile e la demagogia sindacale (Craxi ha appena infilzato la Cgil e salvato l'economia tagliando la scala mobile). I comunisti odiano F. quasi come Craxi (si parva licet), nessuno pensa che sia un venduto per ché tutti sanno come stanno le cose, ma molti lo odiano a tal punto da suggerirlo o da dirlo (e molti però lo rispettano, ciò che basta a F.). Scalfari e i filocomunisti sono felici di trattare a pesci in faccia gli ex, e lo fanno ogni volta che possono. Ma F. non porge mai l'altra guancia.

Arriviamo al 1985. Gli ex di Lotta continua fanno un giornale con i soldi di Martelli (chiedo scusa per la citazione). F. li ama e li odia, li ha combattuti aspramente quando facevano le loro cattive campagne contro Calabresi insieme con Scalfari, con Eco e con Vattimo (scusate la citazione), ma riconosce che il gesto di sciogliere Lc senza infamie (1976) e di appartarsi è stato magnifico, utile nella battaglia contro la violenza e per la verità su quel gran troiaio liberatorio ma anche pericoloso che fu il '68. Giampaolo Pansa va da F. e lo intervista: l'ostracizzato gli risponde, gli dice che Craxi è in grado di guidare una sinistra socialdemocratica seria, che il Pci sbaglia tutto, e che Fassino "dà ordini come un caporale e obbedisce come un soldato semplice" (battuta cattiva, ma che ripeterebbe anche ora).
Scandalo. Repubblica stampa il tutto a piena pagina con il titolo (malizioso?): "Giuliano il Convertito sulla via di Bettino". Craxi chiama F. a Palazzo Chigi il giorno stesso, telefonata dell'indimenticabile Serenella Carloni. Lo aveva incontrato di striscio nel camerino di un teatro anni prima, perché amico di famiglia, per comuni radici milanesi, di sua cognata Adriana Asti. Niente più. F., come la sventurata, rispose. Va a Palazzo e Craxi gli dice: "Sono qui a battermi contro i serpenti con un esercito di Franceschiello, mi dai una mano? Vorresti fare il capolista a Torino dei socialisti?". Novelli era caduto perché il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, nuove elezioni a Torino tre anni dopo la sua uscita dal partito.
F. risponde a Craxi: "Caro Bettino, una sfida è una sfida, ma che io torni a Torino alla testa dei socialisti non è una sfida, è una provocazione. Meglio di no". "D'accordo, dice Bettino, e che altro possiamo fare?". F. gli dice che sta nascendo il giornale degli ex Lc, Reporter (i simpatici colleghi di Repubblica lo chiamavano Revolver, sempre raffinati), e che gli piacerebbe avere un praticantato e lavorare per un giornale, perché a forza di collaborazioni qui si rimediava poco cibo e niente pensione (aveva trentatré anni, ed era previdente).
Dice Craxi che va bene e che ne parlasse con Martelli (scuse per la...). Il giorno dopo il serpente senza sonagli lo chiama: "Dobbiamo avere un banco di lavoro comune, tu stai con me e con Craxi...", dice, e già a F. gli girano le palle. Poi aggiunge: "E se tu facessi il presidente del club dei club?". F. subodora la bufala e insiste: "Veramente con Craxi si era parlato di Reporter". "Ah, va bene", sibila il piccolo cobra de' noantri. Così l'Editore lo assume a Reporter, Carlo Panella vicedirettore lo chiama e gli fissa lo stipendio (buono, due milioni al mese).
Il giornale stava per uscire, Deaglio gli diede l'incarico di fare il cronista politico del giornale, Ostellino gli impose lo pseudonimo generico di Piero Dall'Ora perché sennò gli avrebbero impedito di continuare a collaborare al Corriere. Lavorò lì per un anno (perché Reporter costava troppo e durò solo un annetto). Ma che anno. Era l'85, l'anno del referendum sulla scala mobile e di Sigonella. Si occupò molto di Craxi e dei suoi nemici, il nostro F., e poco dell'Editore. Di qui il risentimento, ma sporco, che ha portato l'Editore a mentire per la gola e per ignobile frustrazione in una recente lettera al Foglio. Ma che ci può fare F. se gli piace più il caviale del succedaneo?
Nell'85 dunque a Ferrara succedono un paio di cose: diventa un leale craxiano e un praticante giornalista (insomma un venduto alla tenera età di trentatré anni), argomenta in pubblico scrivendo le sue tesi alle quali è tanto affezionato che lì è rimasto vent'anni dopo, ed è preso da passione divorante per gli ex Lc e per Adriano Sofri. E' il sogno di una comunità che ha molto sbagliato ma si mantiene unita senza omertà e senza complicità per buone ragioni e intorno a una linea di intervento nella realtà italiana su cui, salvo grosse differenze, il grassone col cane e gli ex Lc a quel punto degli anni Ottanta concordano (con Sofri all'ingrosso gli capita di concordare ancora sull'essenza dei problemi, per comune sventura di quelli che detestano l'uno e l'altro).
Nessuno come i traditori è alla ricerca di un Ersatz, di un sostituto della lealtà e della comunità perduta. Poi Lanfranco Vaccari, tutt'altro che craxiano e direttore dell'Europeo della Rizzoli, gli offre di fare l'editorialista, ciò che farà finché Alberto Statera, anche lui credo un non craxiano, lo soffierà al concorrente per Epoca (questione di soldi). Pare che il ciccione se la cavasse, come cronista e opinionista. Succede. E il fatto di avere la connection con Craxi, certo, lo aiutava. Aiutava lui solo, per carità. E nessuno è mai stato aiutato come lui nella politica italiana. Ma un poco F. si aiutava anche da solo. O almeno, è comprensibile che lui la pensi così.
E questa è la prima puntata di un curriculum abbastanza dettagliato scritto per il piacere dei lettori più giovani. Infatti, a forza di dire la verità ai mozzorecchi giustizialisti, e di sputtanarli, loro tentano di sputtanare l'elefante che il ciccione è diventato, e inventano balle. Le precisazioni continueranno, sempre che non annoino. Segnatevelo. Siamo al 1985. C'è ancora tanto tempo da spiegare. Come dice Paolo Franchi, il passato ce lo dobbiamo raccontare tutto.

Per un anno circa, tra la fine del 1985 e la fine del 1986, tra i tanti lavoretti fatti da F. c'è anche quello di informatore prezzolato della Cia. F. ha spiegato ieri che nella sua bulimia passionale aveva bisogno di una nuova comunità, e che l'aveva trovata in una relazione professionale, civile e politica con gli ex di Lotta continua che facevano Reporter. Ma una comunità e un leader (Craxi era ormai entrato stabilmente nella sua vita, dopo l'outing) non gli bastavano, al bulimico, e l'ex comunista si procurò un altro Stato guida. Da eretico divenne, come nel rendiconto sublime di Isaac Deutscher, un rinnegato. O un piccolo lupo mannaro", così la Pravda definiva i sessantottardi come Marcuse e Cohn Bendit a cui dava di agenti della Cia venti anni prima.
F. ricorda ancora gli incontri, nella stamberga di Trastevere con il giovane sveglio e simpaticissimo agente americano, una cara persona che non vede da quasi vent'anni e di cui serba un magnifico ricordo (il cui nome, naturalmente, F. non farebbe non si dica a richiesta ma nemmeno, come si dice quando si è spavaldi, sotto tortura). Qualcuno aveva corrotto F. e F. si lasciò corrompere senza troppi problemi. E che faceva questo hijo de puta? Ammazzava la gente con l'ombrello avvelenato? Trafugava documenti sulla sicurezza dello Stato approfittando della sua amicizia con Craxi?
Bè, purtroppo F. non era così importante. Non era the quiet italian, non viveva in un romanzo di Greene. Si limitava a "spiegare", cosa che ha fatto tutta la vita, dagli operai torinesi ai riveriti telespettatori. Era l'anno di Sigonella, gli americani erano avidi di sapere chi cavolo fosse questo omaccione che gli aveva mandato i carabinieri contro in una base Usa, erano interessati a capire la sua logica politica. E F. si profondeva in dettagli, analisi, interpretazioni: dalla parte di Craxi, dicendogli quanto era fico e quanto era occidentale. Dettagli molto apprezzati. Una specie di Radio Londra dall'interno del paese più complicato del mondo. Il frisson, il brivido, c'era già a far quattro chiacchiere con l'amico americano, ma tutto cambiò, in meglio, quando cominciarono a offrire qualche dollaro, poca cosa perché mi spiegò, l'amiko, che legge Gramm-Rundmann aveva tagliato i fondi della Cia.
I dollari erano avvolti in una busta giallina, fantastica, del peso giusto. E perdere l'innocenza era meraviglioso. Qualche conversazione avveniva al Pincio, tra i riverberi della più bella luce del mondo, vicino all'orologio ad acqua, e il passaggio di mano della busta aveva qualcosa di erotico, alludeva alla colpa come nell'adulterio perfetto. Nella politica italiana, buste mai: viste tante, prese nessuna. Non piaceva a F. quell'onesto lavoro dei funzionari di partito. Era un suo difetto (detto senza l'ombra dell'ironia). E non essendo ricattabile, era amato dai compagni che sapevano il fatto loro ma trattato come alieno, perché in politica non è la capacità di ricatto che fa le carriere la disponibilità ad essere ricattati. L'innocenza, si diceva. In fondo poi, per tutta la vita, F. non ha fatto che cercare di capire che cosa sia l'innocenza e quanta vita ci voglia per perderla senza rinnegare un elemento spurio di onestà che negli uomini, per fatto di essere uomini, deve starsene appartato, riservato, sennò si diventa sciaguratamente persone perbene.
La faccenda spionistica finì alla fine del 1986, complice la televisione. F. teneva su invito di Antonio Ghirelli, che era direttore del Tg2 e gli dava di Falstaff, a F., una rubrichina notturna politica in cui spiegava Craxi, dalla sua parte, e Andreotti e De Mita e la solita Repubblica, che combatteva apertamente, nella disperazione di Biagione Agnes, rimestando con grazia, sì con molta grazia, nei labirinti avvelenati della prima Repubblica al suo apogeo. Ma se la scrittura è compatibile con la loscaggine, diverso è per la tv. F. la tv la capiva, per così dire, nel profondo della sua coscienza intima. E l'amava come strumento di lotta politica aperta, un altro Ersatz, non era possibile stringere mani di fan e avere quel tipo di riscontro personale, che la parola scritta non conosce, e contemporaneamente continuare con gli incontri al Pincio. Non era possibile per lui. Così disse: basta.
L'amico americano era molto dispiaciuto, tra l'altro cambiava l'interlocutore perché lui se ne rientrava a Langley per altre destinazioni, e tutto venne più facile. Insistettero un po', molto garbatamente, e poi tutto tacque. Molti anni dopo, ai tempi dell'Usa Day dopo la tragedia, ma anche prima in ogni contatto con loro, gli amerikani, F. si domandava: ma lo sanno o non lo sanno che dieci anni fa ero io a confezionargli le schede della politica italiana? E da qualche sguardo birichino, così, nelle more di un cocktail, gli sembrava che sapessero quel che ufficialmente si saprà solo dopo l'apertura degli archivi. Chissà quando.

A proposito di televisione. Dopo la rubrichina, che era già un successone ma per quattro, cinquecentomila spettatori notturni, venne il botto. F. fu chiamato da Angelo Guglielmi, che era un intellettuale dell'avanguardia letteraria (gruppo '63) e il capo della terza rete, sì, quella "dei comunisti". Il serpente a sonagli scriveva ieri con il veleno della sua lingua biforcuta, su un giornale anch'esso ogni tanto privo di sonagli, che ha raccomandato F. anche per la Rai, bestiale bugiardo per la gola e per la frustrazione che non è altro. Invece le cose andarono così, furono "i comunisti" a fare riccastro e reuccio dello schermo il panzone.
Guglielmi era un eterodosso, infatti l'Ulivo così liberal la prima cosa che fece quando prese il potere fu di ammazzarlo, televisivamente parlando, e metterlo in pensione. L'eterodosso, poi caro amico sempre rispettato, per una trasmissione azzeccata, con una faccia e un ventre riconoscibili, avrebbe fatto carte false, tale la sua passione per il linguaggio televisivo che per un esperimento ben riuscito avrebbe venduto madre, padre e tutti i parenti. Figuriamoci se si sarebbe fermato davanti al problema di dare un'occasione a un ex comunista. E così nacque Linea rovente, un programma in cui F. indossava la toga (eh, eh: la toga, avete letto bene) e "processava" Verdiglione, l'amato Pannella, un ministro socialdemocratico colpito dalle solite accuse, e tanti altri.
Da Tonino e dai suoi cari F. non aveva niente da imparare. Naturalmente quello era un gioco giustizialista, molto barocco e ben gestito dal suo inventore, il vecchio e caro a F. Lio Beghin, un supercattolico veneto che la tv ce l'aveva nel sangue. E da Anna Amendola, una generosa e geniale capostruttura della Rai, calabrese permalosa e comunista, che poi l'azienda non seppe più usare come avrebbe dovuto, deludendola a buon pro di qualche smaniosa o smanioso dei soliti. Era un gioco, ma a Craxi, dicevano a F. i suoi cortigiani, gli rodeva il fegato. Aveva la vista lunga, l'amato amico di F., ormai semplicemente Bettino, e quella toga in tv gli sembrava un cattivo presagio. "Sembra una cosa alla Pecchioli", disse una volta a F. (il compianto Ugo Pecchioli era il ministro dell'Interno del vecchio Pci, un torinese di ferro che avrebbe fatto qualsiasi cosa per sbattere in galera i nemici del partito).
Dopo un sedici, diciassette puntate, F. fu assediato dagli Intini, dai Manca eccetera, che erano la pattuglia in battaglia televisiva nel duello tra Craxi e il vecchio regime che poi seppellirà il Psi con le sue malìe giustizialiste e le sue bugie e le sue monetine. F. doveva passare alla seconda rete, lì c'era ancora più pubblico, dicevano, tutti a sua disposizione. F., che aveva lavorato pagato un tanto a puntata, le prime assai poco ma le seconde il doppio (nel frattempo F. si era sposato con un'americana meravigliosa e pazza esattamente come lui, che sapeva come si trattano i contratti quando si diventa star o vitelli grassi), accettò di andare su Raidue per il resto della stagione, in cambio di una bella cifra tonda (un miliardo l'anno di allora) e inventò con Lino Jannuzzi, nel frattempo arrivato nel suo inimitabile stile come consigliori del consigliori, un fantastico programma, il Testimone, che faceva ascolti ultramilionari sbattendo in faccia al pubblico qualche esagerazione dietrologica sul caso Moro, tutta la verità sul caso di Tortora e dei suoi aguzzini (vecchio vizio, ma Tortora ne morì proprio in quei giorni, del vizio antigiustizialista).
In giro c'era Agostino Saccà, capostruttura socialista, grande mediatore e ruffiano settecentesco, maschera indimenticabile di un certo modo di essere, insieme puttanesco e militante e competente, della vecchia Rai. Svenne quando F. e la sua banda di paese fecero sei milioni e mezzo di spettatori a metà giugno, un tempo in cui la gente la tv la trascura, del 1987.

A proposito. F. non dimentica niente. Il serpente senza sonagli attacca F. con la menzogna, epperò il suo veleno ha l’effetto squisito di convincere F. a un ragguaglio curricolare (bella l’espressione, vero?). E i ragguagli devono essere precisi, sennò il computer si annoia. Per spiegare (“spiegare”, brutto vizio) le ragioni per questa porcata inqualificabile del serpente senza sonagliera, attaccare con la menzogna uno che ti ha difeso dalla galera per anni, sapendo che in fondo proprio tu te la meritavi, deve citare, F., un dettaglio decisivo.
Diceva ieri che Reporter nacque con i soldi di Martelli, aggiunge oggi che morì con i soldi di Craxi, che poi erano sempre soldi nostri, imprese che amano fare cartello e flirtare con la politica (tutte o quasi) e contribuenti che pagano le tasse (pochi, tra cui F.), perché insomma, sì, era contante che veniva dal finanziamento illegale dei partiti. F. ha alcuni ricordi. Deaglio e Panella che lo pregano di andare da Craxi e porgli il problema degli stipendi e della salvezza del giornale, perché gli amici del serpente avevano cessato di versare in un’impresa in perdita.
Altro ricordo. Craxi, interpellato, che mette in imbarazzo F. dicendogli che il serpente voleva mettere su una sua “cricca” e che il giornale doveva uscire dal suo raggio di influenza, se voleva la grana (“non sono noccioline del Brasile”, aggiunse con bella rozzezza). Ecco una delle scaturigini dell’odiosa frustrazione che ha spinto il serp. s. sonagli a cercare di infangare, citando il proprio nome reso fangoso dalla brutta storia di questi anni, il nome suo. Poi gli amici di Reporter, che fu un giornale assolutamente onesto, ve lo dice un bandito, nella cui cucina erano in pochi a guardare (F., al contrario di Giuliano Amato, ha sempre guardato nelle cucine delle case che ha frequentato) e che tutti sapevamo essere finanziato dalla politica socialista dell’epoca (Sofri si faceva il suo Finesecolo, smagliante supplemento culturale, ma a Firenze), mi informarono del fatto, gli amici di Reporter, che Cornelio Brandini, simpatico e matto mozzo di Bettino, era arrivato a chiudere qualche conto con quella che la raffinata Ilda la Rossa definirebbe “una paccata di milioni”.
Ma neanche i forzieri di Craxi sarebbero bastati a salvare quell’impresa, troppi giornalisti, troppo costosa la diffusione, troppo cara la piccola officina di fotocomposizione del Testaccio, costava troppo il sistema Atex, troppo le foto, troppo il settore grafico (informazioni venute utili quando fu fondato il Foglio, undici anni dopo). Che cosa è più scandaloso? La consulenza alla Cia? Essere stati comunisti? Essere usciti dal comunismo ed essere diventati anticomunisti? La raccomandazione di Ronchey per il Corriere? Scrivere per il Corriere liberamente contro i disegni non condivisi di De Mita e a favore di Craxi, contro i mozzorecchi e per gli inquisiti del ’93, senza mai insultare o leccare il culo?
Avere imposto uno stile non falsamente paludato al giornalismo finto dei Biagi&Fattori, una roba in cui si sa cosa pensa chi scrive o parla, si sa da che parte sta? O è più scandaloso aver fatto come Ugo La Malfa il Grande, usare soldi neri per stampare un giornale, non proprio una prima volta nella storia della libertà di stampa, e raccontarlo adesso per la verità, e con una punta di orgoglio? Che cosa conta davvero, il retrobottega o la vetrina, i mezzi o i fini? F. non lo sa, e fa questo tuffo nel passato perché sa che non lo saprà mai.

24 maggio 2003 - A MESTRE COMMEMORATE VITTIME DEL TERRORISMO
"Il Gazzettino"
MESTRE Corteo di commemorazione per i martiri della lotta alla criminalità e i caduti del terrorismo
Un pellegrinaggio sui "luoghi della memoria", dove sangue innocente ha segnato la storia
Mestre
I luoghi della memoria sono angoli nascosti ai bordi delle strade. Dove va bene c'è un cippo, una targa, un mazzo di fiori, ma ormai la gente ci passa accanto senza farci caso. Ieri invece le forze dell'ordine di Venezia hanno voluto percorrere i luoghi del sacrificio dei loro colleghi e di tutti coloro che sono stati uccisi o feriti dalla criminalità o mentre svolgevano il loro dovere. Una lungo serpentone di auto, moto e biciclette per deporre un mazzo di fiori, incontrare i parenti e spendere qualche parola in onore dei compagni di lavoro.
Il percorso inizia a Crea, dove nel 1995 morì Giovanno Menegazzi, un giovane agente della polizia stradale. Vengono deposti i fiori sulla lapide, mentre mamma Caterina accende le fiaccole che verranno portate fino in piazza Ferretto. La marcia riparte verso Marghera e raggiunge via Trieste, per ricordare i piccoli Dario e Federica Stefani, uccisi da una pirata della strada. A Marghera morirono anche l'ingegner Giuseppe Taliercio, il carabiniere Claudio Seliziato e l'agente della Polfer Giovanni Sangiuliano. Per tutti una breve sosta, una benedizione e le lacrime dei parenti più stretti. In via Fratelli Bandiera si saluta Mirko Schio, lasciato in sedia a rotelle da un conflitto a fuoco con la banda Brenno, poi si prosegue verso Mestre, per onorare i caduti del Mare in piazza Barche, e si arriva sul ponte della Libertà, in ricordo della vigilessa Silvia Meggiolaro. Infine a Carpenedo, dove il terrorismo e la criminalità hanno lasciato a terra il vicequestore Alfredo Albanese, l'ingegner Sergio Gori e Totò Lippiello, morto in tangenziale ormai due anni fa.
Alle 17 e 30 il corteo arriva in piazza Ferretto, gremita di parlamentari e di autorità locali. Il ministro Giovanardi ricorda il sacrificio delle vittime, che ci hanno aiutato a vivere in un paese più democratico e sicuro, e saluta i loro familiari. Poco dopo prende la parola Mario Calabresi, figlio del commissario ucciso a Milano nel 1972. L'idea di commemorare le vittime della criminalità è coraggiosa, ed è giusto farlo nell'anniversario della morte di Falcone, perché ha rappresentato la faccia migliore dello Stato. Molti pensano che mio padre sia stato la prima vittima del terrorismo, ma vorrei ricordare chi morì il 12 dicembre 1969 in piazza Fontana. Lì iniziò un filo di terrore, che però in questa piazza vogliamo trasformare in un percorso di speranza.Simone Battaggia

"MEMORIAL DAY" Nell'anniversario della strage di Capaci anche in Veneto una giornata per ricordare le vittime del terrorismo e della mafia
Il piombo e l'oblio. Gli eroi uccisi due volte
La figlia di Sergio Gori: "Ha dimenticato chi non avrebbe dovuto". Luigi Bacialli: "Non c'è attenzione per chi ha pagato col sangue"
Mestre
C'è Giovanni, che di suo padre non ricorda nulla o quasi: aveva cinque anni quando fu assassinato dalle Brigate rosse perché lui, Giuseppe Esposito, guidava il nucleo anti terrorismo di Genova. E c'è Gabriella, cui gli uomini della banda Vallanzasca nel 1977 uccisero il marito Luigi D'Andrea, poliziotto: "La data di nascita e il nome sono le due cose certe della mia vita: tutto il resto è stato capovolto". Ci sono, davanti a loro, sulla platea del teatro Corso, centinaia di studenti delle scuole superiori di Mestre, muti, che ascoltano nel buio la via Crucis di chi ha avuto la famiglia lacerata dal terrorismo, dalla criminalità o da un incidente durante il servizio, e che ne portano ancora i segni. Come Mirko Schio, l'agente ferito nell'agguato di Marghera del 1995, che dalla sedia a rotelle sulla quale è costretto ha trovato la forza di promuovere l'associazione Fervicredo per onorare le vittime della criminalità e del dovere. O come Alberto Chiarelli, ex poliziotto rimasto illeso dalla bomba contro la Questura di Vicenza del 1977, ma ancora minato dal male oscuro della depressione, che a tanti anni dall'esplosione continua a roderlo dentro.
A undici anni dalla strage di Capaci, il "Memorial day" promosso su dal sindacato di polizia Sap, da Fervicredo e dal Municipio di Mestre deve fare i conti con l'attualità, che finisce per rinnovare l'impegno civile a "non dimenticare", il vero filo conduttore della manifestazione promossa ieri in tutti i capoluoghi del Veneto, e che ha avuto il suo clou alle 17.58 di ieri, con l'accensione simultanea delle fiaccole all'ora in cui una bomba fece esplodere a Capaci l'auto sulla quale viaggiava Giovanni Falcone con la moglie e la scorta. A tener viva la memoria sono nuovi agguati, come quello del 2 marzo nel quale l'agente Emanuele Petri perse la vita nel conflitto a fuoco con due esponenti delle nuove Br: "Quel giorno ho pianto - scrive Barbara, figlia di un'altra vittima del terrorismo, il dirigente del Petrolchimico di Marghera Sergio Gori - e quella sensazione di costrizione al petto è riaffiorata in me sempre viva", nonostante per anni sia stata più forte la tentazione di dimenticare. Ma "la cosa più grave - per Barbara Gori - è che aveva dimenticato anche chi non avrebbe dovuto". Tema, questo, ribadito dal direttore del Gazzettino, Luigi Bacialli, sul palco del teatro Corso assieme al prosindaco Gianfranco Bettin e al presidente nazionale del Sap Giorgio De Biasi: "Le vittime del terrorismo e della criminalità - per Bacialli - non sono sufficientemente tutelate. Nei giornali o in televisione si dà spazio ai carnefici, ma non c'è attenzione per chi ha pagato un tributo di sangue".
A mantenere vivo nelle istituzioni il ricordo del sacrificio c'è, per esempio, Manlio Milani, presidente dell'associazione dei caduti della strage di piazza della Loggia, a Brescia, dove perse la vita sua moglie: "Quei morti non si chiamino vittime ma caduti consapevoli", dice dal palco, ricordando l'impegno civile che aveva portato i bresciani a manifestare, in quel lontano maggio di 29 anni fa, contro l'escalation di violenza in città. Per Milani, che attende ancora che sia fatta giustizia - su piazza della Loggia l'indagine è tuttora in corso - il ricordo è soprattutto un impegno preso nel nome di chi non c'è più: "La nostra presenza si è trasformata in testimonianza viva di quanti hanno saputo guardare oltre l'attimo che è stato". È questo, probabilmente, che spinge a salire sul palco la vedova di Domenico Ricci, uno degli agenti della scorta di Aldo Moro falciati nella strage di via Fani, o Angelo Corbo, agente di scorta di Falcone superstite della strage di Capaci: "La parte di me ancora viva - dice con un filo di voce - oggi è felice di essere qui con voi, perché con la vostra presenza si rende conto che Falcone, Morvillo, Schifani, Montinaro, Di Cillo e tutte le altre vittime non sono morti invano".
Ai giovani si rivolge anche una mamma, Caterina Franzoi, che otto anni fa vide morire suo figlio, l'agente Giovanni Menegazzi, impegnato nei rilievi di un incidente stradale a Crea, o Teresa Friggione, la vedova del commissario Alfredo Albanese, ucciso in via Comelico il 12 maggio 1980: "La vostra presenza - dice - qui è un piccolo, generoso gesto d'amore che alimenta ancora di più il legame che unisce me e mio figlio alla terra veneta". Per evitare che il loro dolore si rinnovi, altre due famiglie straziate dal fuoco delle Br si rivolgono agli studenti in sala: "I terroristi - scrive Marina, la vedova di Marco Biagi - non sono riusciti a toglierci la forza di vivere nella speranza di una società migliore". E per questo, conclude idealmente Antonio Taliercio, vale ancora l'insegnamento del padre Giuseppe, rapito e ucciso nel 1981: "Prima di tutto viene l'uomo - ricorda - Le idee proconcette, gli slogan e le frasi fatte da qualunque parte provengano sono un insulto alla libertà e alla dignità umana, e portano ad aberrazioni come quella di arrogarsi il diritto di togliere la vita di un altro uomo".
Alberto Francesconi

MESTRE "Lezione" sul terrorismo italiano e i suoi effetti per gli studenti: una scoperta per moltissimi
"Non avevamo mai visto piangere qualcuno dal vero per quelle tragedie. Non le conoscevamo"
Mestre
"È stata una bella lezione di civiltà". Dario, neanche 15 anni, studente di una classe prima del liceo scientifico Giordano Bruno, esce dal cinema Corso carico di emozioni per questa esperienza al Memorial Day. Lui, come tanti compagni e studenti delle scuole presenti ieri, ha visto per la prima volta le immagini della strage di Capaci ("All'epoca avevo appena 4 anni") e per la prima volta ha sentito parlare di Alfredo Albanese, Giuseppe Taliercio, Silvio Gori. Tutte vittime del terrorismo rosso negli anni '80, e proprio qui a Mestre. "Quando sento parlare di queste cose in tv mi sembrano tanto lontane, e invece ho scoperto che non è così". Una scoperta per tanti, come aveva detto la professoressa Luca, insegnante di greco e latino al liceo Foscarini di Venezia, prima della proiezione e delle testimonianze dirette: "I ragazzi sono a digiuno di queste cose, non sanno niente. Hanno bisogno di essere informati, questi temi non vengono trattati né in famiglia né a scuola, però sono loro a chiedere di parlarne e questo è un punto di partenza". All'uscita dal Corso agli studenti sono rimaste impresse alcune testimonianze. "Quella della signora che ha perso il figlio poliziotto in un incidente stradale a Crea (l'agente Giovanni Menegazzi, ndr) e quella del carabiniere sopravvissuto alla strage di Capaci - dicono Claudia e Chiara, IV Foscari - sulla mafia sappiamo più cose, molto poco sulle Brigate Rosse. Se pensiamo al terrorismo, per esempio, ci viene in mente Bin Laden o l'Iraq ma non l'Italia". Confermano Ilaria e Gloria (III Morin): "Le Br sono storia raccontata dai genitori, noi non l'abbiamo vissuta in prima persona". E Biagi o D'Antona, allora? "Conosco anche quelli, certo - dice Caterina Nardi, in seconda al Bruno - non so, sarà che il fatto più eclatante è stato quello delle Torri Gemelle. Poi tutte le testimonianze sono state profonde e toccanti: ammiro queste persone che trovano il coraggio di parlarne, sembrano cose incredibili, irreali. Uno pensa che non possano mai accadere. Mi ha colpito come il dolore non possa essere dimenticato, c'è chi ha perso il padre quando era bambino o non era ancora nato ma anche dopo 20 anni deve essere tremendo". Anche la sua compagna Eleonora esce toccata ("Non avevamo mai visto piangere dal vero qualcuno per queste tragedie"). Come pure Daria, a un passo dalla maturità (V Bruno): "Il pianto della moglie di Albanese e il filmato iniziale di Capaci mi hanno emozionato. E io ho paura che tutto questo ritorni visto cosa sta facendo il Governo". Tutti dicono di uscire arricchiti dall'esperienza del Memorial Day. Giacomo e Stefano del Bruno o Andrea del Foscarini: "Non sapevo che le Br avessero colpito anche qui a Mestre, è stato utile per ricordarci che il terrorismo non è lontano come pensiamo". Gli studenti del Massari erano arrivati già preparati. "Siamo stati in gita in Sicilia quest'anno - dicono Rodolfo Manzolli e Stefano Manfreda di terza - un'esperienza utile e intensa, abbiamo imparato molte cose sulla mafia e sul male che provoca. Oggi è stato molto toccante: almeno a noi è entrata nel profondo e ci rimarrà a lungo, ascoltare dal vivo chi è stato colpito personalmente da queste cose è un'altra cosa rispetto alla tv. E sono temi che andrebbero approfonditi a scuola".
Andrea Regazzi

25 maggio 2003 - RIVENDICATO PACCO CON SCRITTA 'BOMBA' PER ASSESSORE MILANO
"Il Nuovo"
Milano, rivendicato il pacco bomba all'assessore
L'ordigno trovato davanti all'abitazione dell'assessore alla Sanità della Regione Lombardia, è stato rivendicato dal Fronte Rivoluzionario per il Comunismo.
MILANO - Rivendicata la paternità dell' ordigno rudimentale che giovedì mattina era stato piazzato davanti all'edificio in cui abita l'assessore alla Sanità della Regione Lombardia Carlo Borsani. In un volantino recapitato per posta oggi al quotidiano Il Giorno,firmato dal Fronte Rivoluzionario per il Comunismo,viene lanciato un duro attacco alla politica sanitaria regionale.
Nel testo, che viene considerato attendibile dalla Digos, si fa anche il nome di Mario Galesi, il brigatista rimasto ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia all'inizio di marzo.
L'episodio risale a giovedì: dentro uno scatolone lasciato di fronte alla casa di Borsani c'erano cinque petardi collegati a un meccanismo che fungeva da timer. Se l'ordigno fosse esploso avrebbe provocato lievi danni. I fili di collegamento erano ben visibili dall'esterno, e allo scatolone erano incollate lettere di giornale a formare la scritta "bomba". Del volantino si occuperà il pool anti-terrorismo della Procura di Milano.
Il gesto, comunque, suona allarmante e spinge lo stesso assessore Borsani a puntare il dito contro "l'esasperazione politica, soprattutto in questo periodo elettorale, in cui molto si è parlato di sanità" che avrebbe "creato un terreno fertile a gruppi che ritengono che il confronto politico si possa effettuare con il tritolo o le minacce di morte".
Ma l'assessore dice anche di non sentirsi intimorito e anzi di avere "uno stimolo in più per continuare in ciò in cui credo perché la mia politica e la mia cultura non insegnano ai giovani questi atteggiamenti".
Intanto l'assessore ha raccolto la solidarietà di molti colleghi e in primis quella del presidente Formigoni. "La rivendicazione conferma che si tratta di un atto voluto, preciso, mirato, molto violento. Un attacco politico, di una politica inaccettabile di cui purtroppo in questo periodo assistiamo a diverse dimostrazioni" ha detto a caldo Formigoni.
"Non stupisce - osserva tra l'altro il Governatore - un attacco del genere, perché si tratta di un attacco che viene rivolto a un esperimento, a una innovazione di carattere chiaramente e fortemente riformista come quella della sanità in Lombardia". "Sappiamo bene - sottolinea il presidente della Regione - che queste forze vedono nei riformatori, e nella classe politica che vuole fare le riforme, i loro primi nemici. Tanto più se questa politica riformatrice viene dal centrodestra, come quella che si sta attuando nella Regione Lombardia". "Di fronte a ciò, guai a sottovalutare il pericolo pensando che si tratti di un'azione dimostrativa di poco conto - ammonisce Formigoni -. Qui si tratta di un attacco politico assolutamente da non sottovalutare".

28 maggio 2003 - PRESUNTA EX TERRORISTA IN CARCERE PER STUPEFACENTI
ANSA:
Dopo 16 anni torna in carcere Laura Motta, conosciuta alla cronaca come la ''presunta terrorista di Comiso'', adesso inquisita per detenzione e coltivazione di marijuana, arrestata ieri sera nella sua casa, insieme al marito Raffaele Intorrella responsabile del Sert di Ragusa. I carabinieri, con il mandato del magistrato, sono entrati nell' abitazione dei coniugi e hanno trovato lo psichiatra che innaffiava le piantine di marijuana, coltivate nel giardino di casa. Le forze dell' ordine hanno eseguito una perquisizione e hanno trovato e sequestrato marijuana. I coniugi saranno processati per direttissima.
Ritorna dunque alla ribalta della cronaca questa donna di 54, anni, che si laureo' in Pedagogia nell' 81, mentre era reclusa nel carcere di San Vittore a Milano. Nel 1980 la Motta fu inquisita nell' ambito dell' inchiesta sull' assassinio del giornalista Walter Tobagi. Marco Barbone, uno dei terroristi pentiti dell'organizzazione ''Brigate XXVIII Marzo'', un raggruppamento affiliato alle Brigate Rosse, che sparo' contro il giornalista che venne assassinato il 28 maggio del 1980 a Milano, indico' la Motta fra i componenti dell' organizzazione. Le rivelazioni del pentito bastarono a fare emettere il mandato di cattura dalla Procura di Milano nell' ottobre del 1980. La donna aveva da appena un anno partorito due gemelli. L' arresto fu eseguito dagli uomini della Digos di Catania, il 14 ottobre di quell' anno. La donna venne fermata con il marito, che fu prosciolto dopo un anno di carcere a San Vittore, mentre la Motta rimase in carcere per le accuse di ''banda armata'' e associazione sovversiva''. In favore della scarcerazione dell' allora laureanda in pedagogia dopo che le venne diagnosticato un tumore all' utero, si mossero l' arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini e molti parlamentari, fra questi Natalino Amodeo, segretario regionale del Psi, e lo scrittore Leonardo Sciascia. Anche il Congresso nazionale socialista, nell' aprile dell' '81 lancio' un appello per la scarcerazione della donna. ''Chiedemmo la scarcerazione per i gravi motivi di salute dell' imputata - spiega Amodeo - e infatti alla signora venne concessa nell' '81 la liberta' provvisoria''. La Corte di Assise di Milano confermo' la condanna a 5 anni e 5 mesi e la sentenza passo' in giudicato il 12 ottobre del 1986. Nel dicembre dell'86 l'imputata fu trasferita nel carcere di Ragusa, per scontare la pena residua di 2 anni e 8 mesi.
''Nell'istanza di grazia che avanzammo al ministero di Grazia e giustizia nell' 86 - afferma Amodeo - abbiamo sottolineato che la Motta ripudio' la scelta fatta nel 1977 di aderire alle Brigate 28 marzo, quindi molti anni prima dell'assassinio di Tobagi. Si dissocio' da allora, sin dal '77, dal terrorismo per spontanea, profonda e matura convinzione senza patteggiamenti per probabili sconti di pena in tempi non sospetti, cioe' quando ancora quei benefici non erano previsti dalla legge''. Il 13 gennaio del 1987 il presidente della Repubblica Francesco Cossiga accordo' la grazia alla pedagogista. I coniugi saranno trasferiti domani al Tribunale della Procura della Repubblica di Ragusa per la convalida dell' arresto.

30 maggio 2003 - VITTIME MAFIA E TERRORISMO: TESTIMONIANZE A BRESCIA
"Il Giornale di Brescia"
In San Barnaba le toccanti testimonianze di quattro vittime di mafia e terrorismo
Strage: emozioni e ricordo
Maria Falcone: l'Italia unita da un filo rosso di dolore e voglia di giustizia
Francesca Sandrini
La storia di Francesca, che ha visto il fidanzato morire nell'incendio di via dei Georgofili, e le lacrime discrete di Daniela, figlia dell'agente di custodia Lorenzo Cutugno, ucciso dalle Brigate rosse; l'emozione confessata da Umberto Ambrosoli parlando del padre Giorgio e il ricordo - accolto da un applauso - della "voglia di pulizia" di Giovanni Falcone da parte della sorella Maria: se è vero, come ha detto nel suo breve eppur intenso intervento il figlio dell'"eroe borghese" Ambrosoli, che le emozioni aiutano la memoria, sono forse stati questi i momenti più "emozionanti" dell'incontro sul tema "Memoria: antidoto alla violenza", tenutosi ieri nell'auditorium San Barnaba nell'ambito delle iniziative organizzate da Comune, Provincia, Cgil-Cisl-Uil e Associazione dei familiari dei caduti di piazza della Loggia per commemorare la strage di 29 anni fa. I numerosi studenti presenti, la cui chiassosa vitalità aveva fatto risuonare la sala prima dell'inizio del convegno, sono infatti ammutoliti ascoltando le vittime della mafia e del terrorismo invitate a portare la loro testimonianza in occasione dell'anniversario, con il coordinamento di Manlio Milani: Umberto Ambrosoli, Giovanna Chelli, Daniela Cutugno e Maria Falcone. Una scelta - quella di coinvolgere testimoni nella commemorazione - compiuta proprio per colpire al cuore i giovani, rendendo "p