Almanacco dei misteri d' Italia


Altre notizie
le notizie del 2003: secondo semestre
1 luglio 2003 - A QUESTION TIME CONSULENZA BARALDINI CON COMUNE DI ROMA
ANSA:
"Vogliamo sapere se l'assunzione di Silvia Baraldini quale consulente del comune di Roma, non contrasti con gli accordi intercorsi con gli Stati Uniti per l' estradizione dell' ex terrorista". E' quanto chiede Alleanza Nazionale, con un question time, a prima firma del capogruppo Ignazio La Russa (sottoscritto da tutti i deputati di An) che sara' illustrato domani, alla Camera. "L' interrogazione - si legge in una nota di An - e' il seguito del caso sollevato dal consigliere di An al comune di Roma Marco Marsilio: l'assunzione per nove mesi di Silvia Baraldini come consulente esterna del comune di Roma, con un compenso di 12mila euro, presso l' osservatorio sull' occupazione all' assessorato alle politiche del lavoro".
"La questione - sottolineano i deputati di An in un atto di sindacato ispettivo indirizzato al Ministro della Giustizia - ha sollevato molto clamore nellþopinione pubblica, indignazione fra le forze di polizia, e disappunto presso l'ambasciata americana a Roma, che ha inviato richiesta formale di spiegazioni al Governo e al Campidoglio". L'iniziativa dei deputati di An e' stata definita "quanto mai opportuna" dal gruppo di Alleanza Nazionale al consiglio comunale di Roma. "Innanzi tutto, come riportato nell'interrogazione, e' necessario capire - e' detto in un comunicato - se l'iniziativa del Campidoglio sia in linea con gli accordi stipulati in fase di estradizione della donna dagli Stati Uniti d'America. Vorremmo inoltre sapere cosa ha fatto in questi anni il Comune di Roma in favore delle vittime del terrorismo, se qualcuno si e' mai preoccupato delle famiglie colpite da questa piaga, se qualcuno, dalle parti della capitale politicamente corretta, ha mai dimostrato altrettanta generosita' nei confronti dei figli e delle vedove dei caduti per fatti di terrorismo, magari - conclude la nota - offrendo un posto di lavoro o una consulenza a favore di chi ha sofferto le conseguenze terribili della lotta armata".

2 luglio 2003 - MORTO FERNANDO MASONE
"Il Nuovo"
Morto Fernando Masone
Ex capo della polizia ed attuale direttore del Cefis. Aveva 67 anni ed era malato da tempo. Nella sua lunga carriera in polizia Masone è stato capo della squadra mobile di Roma e questore della Capitale
ROMA - E' morto a Roma Fernando Masone, ex capo della polizia ed attuale direttore del Cefis. Aveva 67 anni ed era malato da tempo. Nella sua lunga carriera in polizia Masone è stato tra l' altro capo della squadra mobile di Roma e questore della Capitale.
Per tre anni responsabile della supervisione dei servizi segreti, per sei capo della polizia, Masone, nella sua lunga carriera, ha ricoperto le più alte cariche. Nato a Pesco Sannita il 6 aprile del 1936, il prefetto Fernando Masone, ricopriva, dal 2000, l'incarico di segretario generale del Cesis, il comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza. Entrato in Polizia nel 1963, subito dopo la laurea in giurisprudenza, Masone viene destinato, come vice commissario in prova, alla questura di Campobasso. Il primo dei tanti incarichi operativi che ricoprirà nel corso della sua lunga carriera. Dal 1964 a Roma, per 12 anni rimane alla squadra mobile della capitale, dal '73 al '79, come capo.
Sono questi gli anni dei sequestri di persona (a Roma, tra gli altri, quello di Paul Getty jr), degli attentati sanguinosi delle Br, del terrorismo nero e dell'infiltrazione della mafia siciliana nella capitale. Tra i funzionari di quella squadra mobile anche l'attuale capo della polizia, Gianni De Gennaro a cui Masone affida la sezione narcotraffico. Nel '79 passa a dirigere la Criminalpol del Lazio, poi il primo distretto della capitale, infine, promosso questore, nel '88, viene destinato a Caserta. Dopo due anni , il trasferimento a Palermo, in prima linea nella lotta alla mafia, per riportare serenità nelle forze di polizia dopo la stagione dei "veleni", l'uccisione di Montana e Cassarà, la morte sotto interrogatorio di Salvatore Marino. Un compito che gli riesce, anche se nei due anni in cui resta a Palermo non mancano le emergenze da fronteggiare, dall'attentato dell'Addaura, all'uccisione dell'agente Agostino, alla 'vendetta trasversale' che fa strage delle donne della famiglia del 'pentito' Francesco Marino Mannoia. Nel '91 e' di ritorno a Roma come questore della capitale. Le "emergenze" da affrontare sono diverse rispetto al capoluogo siciliano, come quella scattata con le aggressioni dei naziskin e i cosiddetti "sequestri anomali". Nell'agosto del 1994 viene nominato dall'allora ministro dell'Interno, Roberto Maroni, capo della polizia, incarico che ricoprirà fino al 2000. Sono gli anni delle imprese della banda della 'Uno bianca' e della lotta contro la 'Cupola' mafiosa che aveva dichiarato guerra allo Stato. Le forze dell'ordine, alla fine, ottengono grandi successi, come l'arresto del boss della 'mafia del Brenta', Felice Maniero e quello, clamoroso, dei fratelli Brusca in Sicilia. Il 26 maggio del 2000 la nomina a segretario generale del Cesis, incarico che ha ricoperto sino alla fine, malgrado la grave malattia che lo aveva colpito negli ultimi tempi.

3 luglio 2003 - MORTE MASONE: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
Da Pasolini a Moro, dalla mafia alle Br. Aveva confidato un anno fa: "C'è meno spazio per le iniziative autonome delle forze dell'ordine, è il pm che conduce il lavoro"
E' morto Masone: indagò sui delitti d'Italia
L'ultimo discorso dell'ex capo della polizia: "L'attività dell'investigatore si è affievolita, troppa fiducia nelle prove scientifiche"
ROMA - P er quarant'anni esatti, dall'ingresso in polizia nel 1963 fino al giorno della sua scomparsa, Fernando Masone ha visto scorrere il tempo e i mutamenti che quel tempo ha provocato nel suo Paese e nel suo lavoro. E' cambiata l'Italia: dal boom economico dei Sessanta alla recessione dei Settanta, dal riflusso degli Ottanta alle trasformazioni del sistema politico dei Novanta. Ed è cambiato il mestiere di poliziotto: dai sopralluoghi insieme con i fotografi che facevano scoppiare i flash, dopo essere arrivati a bordo della Giulia verde marcio, alle indagini super-tecnologiche a base di Dna e tabulati telefonici. Da uomo moderno e misurato qual era, Masone non s'è mai lamentato di quei mutamenti. Li ha vissuti cercando di adeguarsi nel modo migliore, pronto ad affrontare con tutti i mezzi a disposizione in quel momento le continue emergenze che il lavoro di sbirro gli ha messo davanti. Ma da vecchio impiegato della lotta al crimine non ha mancato di notare i difetti che emergevano accanto ai pregi del cambiamento, mostrando un po' di sano scetticismo. E un anno fa, a proposito delle polemiche sui "gialli" senza fine e i delitti irrisolti, si lasciò inusualmente andare. "Oggi l'attività dell'investigatore s'è affievolita - disse proprio al Corriere -, perché il nuovo codice impone da subito l'intervento del pubblico ministero; poliziotti e carabinieri agiscono quasi esclusivamente su delega del magistrato. C'è meno spazio per iniziative autonome, per lavorare a tutto campo e sviluppare la creatività e l'intuizione del professionista dell'indagine. Una volta riferivamo ai magistrati le nostre conclusioni, ora bisogna fare subito il rapporto, ed è il pm a condurre il lavoro. Confidando in maniera eccessiva, a mio avviso, nelle prove cosiddette scientifiche. Anche noi chiedevamo aiuto agli specialisti, ma erano un supporto all'indagine classica, non un surrogato".
Non c'era alcuna nostalgia nelle parole di Fernando Masone, che pure da capo della polizia aveva creato, all'interno della Scientifica, quell'Unità di analisi del crimine violento che vive proprio di computer e laboratori. C'era però l'invito a non smarrire il fiuto del vecchio investigatore, rivolto soprattutto ai più giovani da chi è arrivato al vertice dell'istituzione partendo dalla strada, dall'esame dei cadaveri sul luogo del delitto e dagli inseguimenti a bordo di quelle vecchie Giulie.
Dal 1963 (quando vinse il concorso come vice-commissario in prova, a 27 anni, dopo la laurea in Legge) fino al 1988, Masone ha lavorato a Roma. E da capo della Squadra Mobile della capitale si trovò, nel 1975, faccia a faccia con l'assassino di Pier Paolo Pasolini, per dire di uno dei delitti che hanno segnato la storia d'Italia e quella di un poliziotto sempre sulla breccia. Tre anni dopo, la mattina del 16 marzo '78, era in via Fani insieme con i colleghi dell'Ufficio politico, per fronteggiare l'attacco al cuore dello Stato sferrato dalle Brigate rosse che avevano appena sequestrato Aldo Moro. Nel frattempo la malavita romana stava cambiando anche lei, soprattutto per via del traffico di droga, passando dal clan dei Marsigliesi ai criminali della Banda della Magliana, più efferati e senza regole, che finirono per ammazzarsi tra loro. E si accavallavano i sequestri di persona - circa settanta in tutta Italia, nel solo 1977 - tra cui, a Roma, quello famoso di Paul Getty junior.
E' tra queste continue emergenze che si afferma il poliziotto Fernando Masone, lavorando sodo e affidando consigli e fiducia ai giovani funzionari che crescevano al suo fianco. Come Gianni De Gennaro, al quale aveva affidato la sezione Narcotici. Nel 1988 Masone diventa questore, e lo mandano a Caserta, sede non di prestigio ma complicata, dove servono uomini che sanno risolvere situazioni difficili. E da lì a Palermo, un anno dopo, nel pieno della stagione dei veleni sparsi dal Corvo sugli uffici dell'Antimafia, di nuove uccisioni di poliziotti e di nuovi pentimenti importanti dopo quello di Buscetta: Francesco Marino Mannoia, per esempio, del quale Cosa Nostra si vendica sterminandogli mezza famiglia.
Nel '91 Masone torna a Roma come questore, nel periodo dei naziskin e dei sequestri-lampo, finché nel 1994 il primo governo Berlusconi lo nomina capo della polizia. Vedrà sfilare davanti a sé cinque presidenti del Consiglio (dopo l'attuale premier, Dini, Prodi, D'Alema e Amato) e sei ministri dell'Interno dalla grande stanza al secondo piano del Viminale. Un ufficio dal quale Masone si trova ad affrontare ancora emergenze: dalle "mele marce" nella questura di Bologna legate alle scorribande omicide della Uno Bianca al ritorno delle Brigate rosse con l'assassinio di Massimo D'Antona, passando per l'immigrazione clandestina che diventa di massa, le manifestazioni dei produttori di latte che bloccano le città, la violenza sempre più violenta negli stadi. E ottenendo soddisfazioni come l'arresto di grandi latitanti della mafia a opera dei "suoi" uomini, da Giovanni Brusca a Pietro Aglieri.
Intorno a sé, Masone fa lavorare una squadra - Gianni De Gennaro, Antonio Manganelli, Alessandro Pansa e altri - che nel 2000 prende il suo posto al vertice della polizia quando lui va al Cesis, entrando nel mondo dei Servizi segreti per fronteggiare ulteriori emergenze (il terrorismo internazionale, per esempio) da un'altra angolazione: più analisi e informazione, meno intervento. Ma anche da lì Fernando Masone ha continuato a seguire la cronaca e i delitti troppo spesso insoluti, invitando i giovani colleghi a non smarrire il fiuto investigativo che serve a risolvere un caso. A far bene il poliziotto, insomma. Il suo mestiere.
Giovanni Bianconi

4 luglio 2003 - ILARIA ALPI: RINVIATO A GIUDIZIO TESTE CHE ACCUSO' RAJOLA
ANSA:
Rinviato a giudizio per calunnia Giampiero Sebri, il testimone del processo per gli omicidi di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin, che accuso' l'ex colonnello del Sismi Luca Rajola Pescarini e l'uomo d'affari in Somalia Giancarlo Marocchino di far parte di un sodalizio criminale dedito al traffico delle armi e responsabile dell'agguato del 20 marzo '94 agli inviati del Tg3.
La decisione e' stata presa nel tardo pomeriggio dal gup Giorgio Maria Rossi, che ha accolto la richiesta firmata dal procuratore Salvatore Vecchione e dal sostituto Franco Ionta. Il processo comincera' il 9 dicembre prossimo.
Secondo l'accusa, Sebri, nell'udienza del 24 maggio dello scorso anno del processo di appello bis per il duplice omicidio avvenuto a Mogadiscio, chiamo' in causa Rajola e Marocchino, sapendoli innocenti, e parlo' di alcuni incontri nel corso dei quali gli sarebbe stato riferito che era stata "sistemata la giornalista comunista" in grado di rendere di pubblico dominio l'esistenza di un traffico di rifiuti nocivi e di armi verso la Somalia.

3 luglio 2003 - LIBRO SULLA STORIA DI POTERE OPERAIO
"Panorama"
ANNI DI PIOMBO - Un libro ricostruisce la storia di Potere Operaio
E Pancho disse:"tutti clandestini"
Era il 1971 quando Francesco Pardi esortava i suoi compagni a passare al "Lavoro illegale". Da li' a poco alcuni lo avrebbero preso in parola, finendo per incontrare le Brigate rosse
Di Giovanni Fasanella
"Compagni, questo esecutivo... deve poter garantire... che Potere Operaio, da domani in poi... abbia la possibilità di dislocare delle forze ingenti, assolutamente ingenti, sul piano della clandestinità...". Era il settembre del 1971, quando Francesco Pardi, detto Pancho - allora leader di Potop fiorentino, oggi, con Nanni Moretti e Paolo Flores d'Arcais, inventore dei "girotondi" per la giustizia - ebbe l'occasione di passare alla storia.
Era in corso a Roma il congresso nazionale di Potere Operaio, l'organizzazione pìù violenta ed elitaria della sinistra extraparlamentare italiana (fondata due anni prima da Franco Piperno, Oreste Scalzone e Toni Negri). E Pardi, tra i primi a intervenire, infiammò la platea con i suoi ripetuti inviti a costruire l'"organizzazione armata", poiché, "l'avanzamento sul terreno della clandestinità e dell'illegalità... garantiscono l'unico, veramente l'unico progetto di organizzazione degno di essere costruito". Quell'intervento, sottolineato da un'ovazione finale, di fatto dettò la linea. E da quel momento, sospinta anche dalla passione rivoluzionaria del compagno Pancho, la storia di Potop prese un'altra piega, finendo in parte per incrociare, di lì a poco, quella del terrorismo delle Brigate Rosse e di Prima Linea.
A raccontarcela, quella storia, tirandola fuori dagli armadi dei suoi stessi protagonisti e dai cassetti impolverati degli archivi di polizia, è un giornalista della Nazione, Aldo Grandi, autore di La generazione degli anni perduti. Storie di Potere Operaio (Einaudi), in libreria dalla prossima settimana. Dopo il congresso di Roma, scrive Grandi, "la forbice tra chi scelse di fermarsi e chi, invece, di accelerare, si accentuò".
Uno che intuì subito l'andazzo, e decise di andarsene, fu Billy Bilancioni, il figlio dell'ambasciatore. Oggi racconta: "C'era una componente oscura, anche violenta, in Potere Operaio, dalla quale cercavo di tenermi lontano". Le assise romane, del resto, erano state precedute da una serie di episodi di violenza sempre più gravi. Fino all'incendio, a Firenze, dell'Istituto del restauro: tra i responsabili individuati dal questore c'era anche Pancho Pardi. Che Valerio Morucci, all'epoca militante romano di Potop, ricorda come un compagno "simpatico e un po' matterello".
Ai margini del congresso, secondo la ricostruzione di Aldo Grandi, si tennero diverse riunioni ristrette e riservate, in cui il tema dell'organizzazione armata venne affrontato da un punto di vista operativo: si discusse, in particolare, della necessità di un "secondo livello, illegale rispetto a quello ufficiale". Quella struttura paramilitare in seguito si sarebbe chiamata Lavoro Illegale (ElleI). I militanti del "doppio livello" avevano il compito di procurare soldi e di compiere azioni "dimostrative" e "di guerra".
L'incarico di dirigere ElleI fu affidato a Morucci, un compagno con una sfrenata passione per le armi e considerato l'uomo di fiducia di Franco Piperno. Quando si trattava di usare la pistola, Morucci sapeva a chi rivolgersi, al compagno Germano Maccari, di Centocelle: "Era un pirata, freddo, determinato e individualista", ricorda oggi Morucci. In Svizzera, invece, dove andava a comprare mitra e pistole, preferiva farsi accompagnare da un altro compagno romano, Libero Maesano.
Morucci era diventato talmente bravo, che di lui presto si accorsero le Brigate Rosse. "Nel 1972 - racconta - fui contattato tramite i loro adepti romani... Avevano un disperato bisogno di armi. Tanto disperato da affidarsi a canali esterni, come all'epoca ero io". L' emissario brigatista, che arrivava da Milano, si presentò all'appuntamento a bordo di una vecchia Volvo: si chiamava Mario Moretti. "Gli diedi un po' di pistole e altre ne trovai tramite i nostri gruppi del Nord".
Poco dopo, le Br firmarono la loro prima azione di rilievo, il sequestro di Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit-Siemens. I brigatisti fecero arrivare la sua fotografia anche al giornale di Potere Operaio, che la pubblicò sopra un articolo scritto da Piperno: "Gli operai della Sit-Siemens non solo non si sono dispiaciuti del fatto, ma ne hanno tratto l'occasione per rafforzare la lotta".
Un anno più tardi, dopo il convegno di autoscioglimento tenuto a Rosolina, in Veneto, Potop cessò ufficialmente di esistere. E molti suoi militanti andarono a ingrossare le file delle Br. Morucci fu uno degli autori del sequestro Moro. Maccari (morto recentemente in prigione) uno dei suoi 4 carcerieri. Maesano era collegato a un gruppo di presunti brigatisti del covo di via Sant'Elena, a Roma, a pochi metri da via Caetani, dove venne trovato il cadavere di Moro. Intanto, chiamato da Grandi a rispondere delle cose che disse 32 anni fa, Pancho Pardi non si tira indietro. "A Roma - si giustifica oggi - feci un brutto intervento sotto l'influenza dell'emozione, al termine del quale dissi che il convegno avrebbe dovuto ratificare il passaggio alla dimensione del lavoro illegale. Per di più sbagliai termine: volevo dire illegalità e dissi, invece, clandestinità... ma sapevo di aver detto una fesseria".
Una fesseria che contribuì a bruciare centinaia di vite.
 

Quanta agitazione oggi per quelle vicende
Negri che chiede il diritto di bloccare il libro, Balestrini che telefona all'editore...
Aldo Grandi, nella lista dei ringraziamenti per il suo libro, lei cita tutti i dirigenti di Potere Operaio, tranne uno: Toni Negri. Come si spiega questa assenza?
Negri, che ho intervistato, voleva che gli riconoscessi una sorta di diritto di veto, cioè il diritto di bloccare la pubblicazione del libro, nel caso in cui non gli fosse piaciuto. Non potevo che dire di no a una simile richiesta. La cosa che mi ha sconcertato è che, mentre pretendeva un diritto di veto, da sancire addirittura con un contratto con la casa editrice, contemporaneamente presentava alla Einaudi la proposta di una propria autobiografia. Proposta bocciata.
La reazione di Negri?
L'ho chiamato al telefono per un ultimo tentativo di trovare un accordo. Non c'è stato niente da fare. Ha chiuso la telefonata buttando lì una frase che non mi è piaciuta: "Ti stai occupando di cose più grandi di te".
Ed è finita lì?
Ho saputo poi che Nanni Balestrini, amico di Toni Negri, è arrivato al punto di chiamare la casa editrice: voleva leggere le bozze prima della pubblicazione. Per correggere eventuali errori, si era giustificato. Per fortuna la casa editrice gli ha detto di no.

7 luglio 2003 - 'LE DATE DEL TERRORE', CRONISTORIA DEL TERRORISMO IN ITALIA
ANSA
(NOTIZIARIO LIBRI)
"Le date del terrore" e' il titolo del libro-cronistoria del terrorismo in Italia dal dopoguerra a oggi, presentato a Torino alla sede dell'Unicri, l'istituto che si occupa della prevenzione del crimine internazionale per le Nazioni Unite.
Gli autori, il senatore Maurizio Calvi, Alessandro Ceci, Angelo Sessa, Giulio Vasaturo, hanno raccolto gli eventi in piccoli e sintetici capitoli, tracciando una mappa documentata del terrorismo "italiano" in quasi sessant'anni di repubblica. Un terrorismo, come ha detto Calvi, "che continua a essere una minaccia perche' ha carattere essenzialmente eversivo, appare e scompare in modo carsico e quindi provoca incertezza, ha carattere selettivo e colpisce l'idea di servitore dello stato".
Tra gli ospiti, Stefano Dambruoso, il magistrato milanese specializzato in terrorismo islamico (si e' occupato della cellula milanese di Al Qaeda), che ha posto l'attenzione sul fatto che si parli poco di mafia, mentre Cosa Nostra e' ancora una realta' ben viva. Sul terrorismo internazionale ha spiegato come la magistratura italiana prediliga il metodo delle indagini piu' lunghe possibili, per cercare di arrivare al cuore del network terroristico: "E' un errore pensare che le cellule residenti in Italia siano solo costituite da agenti di supporto logistico. Tale supporto, comunque, e' importantissimo, perche' nei campi di addestramento di Al Qaeda non si insegna solo a sparare, ma anche a falsificare carte di credito e a eseguire piccoli furti. "La vita di queste cellule - ha detto - e' estremamente modesta, come esigenze. Basta loro effettuare un solo prelevamento con la carta di credito falsa per approvvigionarsi per un anno. L'Italia e' purtroppo il paese specializzato in documenti falsi e questi ai terroristi servono per spostarsi continuamente e far perdere le loro tracce. Per tale motivo effettuano anche lunghi viaggi per arrivare in Italia. Il problema e' trovare i collegamenti tra queste cellule periferiche: se ci riusciamo, il passo avanti nel ricostruire le organizzazioni e' notevole".
Uno degli autori, Alessandro Ceci, direttore del Ceas, il Centro alti studi per la lotta al terrorismo, ha spiegato che il lavoro ha consentito di approfondire anche gli studi sul terrorismo e in particolare di individuare sei tipologie odierne: il terrorismo di origine marxista, quello insurrezionalista, quello islamico, l'avanguardista, l'ecoterrorismo, le succursali del terrore. E' stata anche effettuata una ulteriore analisi, piu' complessiva, dell' 11 settembre: "Quello fu un atto frutto del collegamento delle parti di un grande network internazionale: il sistema della rete di collegamenti e' la forma dominante del terrorismo di oggi, probabilmente anche di quello del futuro".
Libri come quest'ultimo, ha sottolineato il giudice Dambruoso, "servono non solo come documentazione storica, ma anche per tenere alta l'attenzione sul problema terrorismo".

10 luglio 2003 - BERARDI (VITTIME TERRORISMO) PROTESTA CONTRO VELTRONI
ANSA:
"Vive proteste" nei confronti del sindaco di Roma Walter Veltroni, "per il suo intervento sulla grazia per Adriano Sofri, ieri sera alla Festa dell' Unita', e per la precedente concessione di un contratti di consulenza a Silvia Baraldini". Le ha espresse Bruno Berardi, presidente dell' Associazione vittime del terrorismo-Circolo 'Domus Civitas' di Roma.
Bruno Berardi, figlio del maresciallo Rosario, assassinato dalle Brigate rosse il 10 marzo del 1978, punta il dito "sulle sempre piu' frequenti iniziative di Veltroni, atte a riconoscere i fatti delittuosi promossi da questi individui per l' eliminazione fisica del contraddittorio politico".

12 luglio 2003 - ASSOCIAZIONI FAMILIARI VITTIME STRAGI, CHIEDIAMO VERITA'
ANSA:
Un solo appello 'gridato' all' unisono da tutti i comitati di familiari delle vittime delle stragi italiane, oggi a Genova in occasione delle manifestazioni a due anni dal G8: "Pur avendo fiducia nella magistratura e nelle istituzioni - spiegano - diciamo basta ai silenzi e alle impunita"'. Il 2 agosto rappresentanti delle associazioni parteciperanno ai cortei in occasione dell' anniversario della strage di Bologna.
Familiari, legali e parenti delle vittime delle stragi dell' Italicus, di Piazza della Loggia, di Piazza Fontana, di Via dei Georgofili, ma anche legate ai nomi di Varalli e Zibecchi, Walter Rossi, Peppino Impastato e ovviamente di Carlo Giuliani, si sono dati appuntamento oggi a Genova per discutere, aggiornarsi sulle sentenze e le indagini, rivelare depistaggi e segreti.
"Abbiamo deciso di non essere piu' soli - dicono, senza distinzioni - e di unire le nostre disponibilita' ed energie in una rete di comunicazione che faccia parlare tra di loro tutti i familiari e i rappresentanti delle vittime di decenni di impunita', omerta' e complicita"'.
"Siamo fiduciosi, - dice Lorenzo Guadagnucci del comitato 'Verita' e Giustizia', uno dei giovani picchiati alla scuola Diaz durante il G8 di Genova - anche se purtroppo nessuno ci dara' mai la garanzia che tutto cio' non si ripeta".

16 luglio 2003 - LA BOMBETTA SULL' AEREO DI FALCONARA E UNA STRANA VICENDA DI ARMI
"La Gazzetta del Sud"
"Inquietante" collegamento tra la scoperta fatta nella tenuta di Stefania F. e l'ordigno trovato sull'Atr dell'Alitalia
Bomba sull'Ancona-Roma, il "giallo" dell'arsenale
ANCONA - "Inquietante". Così ieri il procuratore della Repubblica di Ancona Vincenzo Luzi ha definito il ritrovamento di un vero e proprio arsenale in un casolare di campagna all'interno della tenuta ereditata da Stefania F., vedova del ginecologo Paolo Pallucchini e amica di un collega di questi, Sergio Gentili, l'uomo che tentò di impedire la partenza della donna sull'Atr Ancona-Roma per motivi di gelosia, facendo scattare l'allarme bomba risultato poi vero. Le armi erano state recuperate dai carabinieri, su segnalazione della stessa Stefania F., il 28 maggio, 15 giorni prima del rinvenimento dell'ordigno sull'aeromobile. Gli inquirenti non escludono a questo punto nessuna pista, e alle domande formulate dai giornalisti sul ventaglio di ipotesi che si apre (eversione, criminalità organizzata, e persino strutture segrete che richiamano alla memoria Gladio), il pm Irene Bilotta ieri mattina ha risposto che si potrebbe trattare di "molte cose". E si comincia a coltivare l'ipotesi di un collegamento tra la presenza delle armi nel casale e quella dell'ordigno a base di polvere pirica (100-150 grammi circa) sull'Atr 42, appena atterrato all'aeroporto di Falconara e diretto a Roma, che avrebbe dovuto accogliere tra i suoi passeggeri anche Stefania F., diretta a Cagliari per una vacanza. Un avvertimento, forse, alla donna - peraltro da lei smentito - per aver fatto trovare le armi. L'inventario definitivo dell'arsenale, riportato ieri dal Corriere Adriatico, annovera accanto alle armi da collezione, per lo più risalenti alla seconda guerra mondiale, anche materiale degli anni Sessanta in dotazione alle Forze armate, e ancora più recente degli anni Settanta e Ottanta: pistole, fucili, bombe a mano, detonatori, tritolo e pentrite, forse ricavata da un nastro esplosivo, micce e trappole esplosive costruite anche con congegni a pressione. La santabarbara, che sarebbe stata "alimentata" anche in anni recenti, era contenuta in cassette metalliche e in una borsa di tipo sportivo. Pallucchini era un collezionista d'armi, ma il genere del deposito ritrovato farebbe pensare ad altro, a meno che l'arsenale non fosse stato occultato proprio perché non era possibile avere una licenza per alcuni "pezzi". Il pm Irene Bilotta ha riferito che è stato autorizzato il trasferimento delle armi in un deposito militare, a disposizione della stessa magistratura. Non si parla, quindi, di rottamazione, come, stando a indiscrezioni, veniva suggerito in un rapporto. Fonti investigative smentiscono questa circostanza, come pure le voci secondo cui il materiale non sarebbe stato subito repertato con accuratezza, con foto e riprese; le stesse fonti fanno notare che un esperto, dopo l'artificiere antisabotaggio dei carabinieri che le aveva controllate per primo mettendole poi in sicurezza, le ha già esaminate. Inoltre, sono stati disposti accertamenti per confrontare modelli e caratteristiche delle armi con quelle utilizzate per attentati e altri fatti di criminalità. A questo scopo sarà determinante il registro tenuto dalla polizia scientifica. Quanto alle connessioni tra il deposito e l'ordigno sull'Atr, nel primo, fanno notare gli inquirenti, non c'è traccia polvere pirica. Ma sono state rinvenute delle trappole esplosive, che potrebbero essere state presenti anche nel congegno trovato sull'Atr, presumibilmente non così potente da provocare una strage ma in grado di esplodere. Se venisse appurato un qualche collegamento tra i due episodi, dovrebbe essere riconsiderato anche il momento del posizionamento dell'ordigno: più probabile a Fiumicino, dove l' aereo aveva "dormito", e dove gente "esperta" poteva facilmente evitare i controlli, piuttosto che a Falconara, dove oggettivamente ci sarebbe stato meno tempo.

18 luglio 2003 - GIORNO DELLA MEMORIA PER EMILIO ALESSANDRINI
ANSA
Emilio Alessandrini, il sostituto procuratore di Milano ucciso dai terroristi di Prima Linea il 29 gennaio 1979, sara' ricordato dopodomani ad Atri (Pescara) suo paese natale, con una manifestazione intitolata 'Il giorno della memoria'. Al convegno sui temi della giustizia e' stato invitato il vicepresidente del Csm, Virginio Rognoni. La magistratura milanese sara' rappresentata dal sostituto procuratore generale Laura Bertole' Viale.
Alessandrini aveva 37 anni, fu ucciso mentre si recava in tribunale dopo aver accompagnato a scuola il figlio di 8 anni. Il suo nome era legato a importanti inchieste, da quella sulle testimonianze reticenti al processo per la strage di piazza Fontana all'indagine su Walter Alasia e sugli autonomi.

19 luglio 2003 - BANDA VIA IMBONATI: CONFERMATI IN APPELLO TRE ERGASTOLI
ANSA:
Sono state confermate in appello le condanne all'ergastolo inflitte in primo grado all'ex militante di Prima Linea Francesco Gorla, a Sebastiano Mazzeo e Nicola Petrillo, accusati di una serie di rapine tra cui l'assalto al furgone portavalori in via Imbonati a Milano, avvenuto nel maggio del '99, nel quale perse la vita l'agente di polizia Vincenzo Raiola.
La sentenza e' stata pronunciata oggi dalla terza Corte d'assise d'appello di Milano presieduta da Santo Belfiore che ha ritenuto i tre responsabili dell'omicidio di Raiola e del reato associazione per delinquere finalizzata alla rapina. I giudici hanno anche confermato l'assoluzione per l'omicidio di Raiola dell'ex Prima Linea Fabio Canavesi, al quale pero' hanno aumentato di un anno la pena inflitta in primo grado condannandolo a 27 anni di reclusione. Canavesi al quale e' stata riconosciuta la qualifica di 'capo' della cosiddetta banda di via Imbonati e' stato ritenuto responsabile di parecchie rapine tra le quali quella di un centro Castorama nell' hinterland milanese dove venne ferita una guardia giurata. Ridotta la pena da un anno a otto mesi di reclusione per favoreggiamento a Rita Sanvittore, compagna di Gorla ed ex assessore all'ambiente di Cusano Milanino, oggi presente in aula. La donna non ha voluto fare dichiarazioni. La terza Corte d'Assise d'Appello di Milano, che ha parzialmente riformato la sentenza di primo grado su sedici imputati, ne ha assolti cinque dal reato di associazione per delinquere finalizzata a commettere rapine. Tra le persone assolte dall'accusa di associazione per delinquere c'e' anche Davor Slavica, ritenuto uno dei fornitori delle armi alla banda, che si e' visto ridurre la pena da 15 anni e 4 mesi a 4 anni di reclusione e a 1.500 euro di multa. Tra le pene ridotte anche quella per Nicola Dapoto che e' passata da 18 a 17 anni di reclusione e per Domenico Raguso, considerato il basista della banda: da 10 a 5 anni di reclusione. Oltre a ridurre lievemente il periodo di isolamento diurno per Gorla, Mazzeo e Petrillo i giudici, per i tre, hanno confermato la condanna a risarcire complessivamente 630.000 euro ai familiari delle vittime.
I sedici imputati, secondo l'accusa, tra il '97 e il '99 avevano organizzato una serie di rapine in uffici postali, banche e furgoni portavalori tra Milano, l'hinterland e la Svizzera.

19 luglio 2003 - CURCIO A INCONTRO SUL PRECARIATO DEL FORUM EUROPEO
ANSA:
"Il lavoro, in quanto tale, non c'e' piu'. Il lavoro - quello che oggi attende i giovani e non solo loro - e' solo precario". Renato Curcio, sociologo, fondatore delle Br, ha presentato oggi a Genova, nell' incontro sul precariato organizzato dal sindacalismo di base nell' ambito del Social Forum Europeo, i risultati di una ricerca svolta dalla cooperativa "Sensibili alle foglie" di cui e' direttore editoriale.
Lo studio - una socioanalisi fondata sulle interviste - e' dedicato all' "Azienda totale" (da cui il titolo del libro di Curcio) e alla condizione dei suoi lavoratori.
Curcio - che non ha voluto rispondere ad alcuna domanda che esulasse dal suo lavoro di ricercatore - ha preso in esame una serie di grandi catene di distribuzione commerciale, come Esselunga, Standa, Rinascente, Autogrill etc., come modelli di quella che e' l' azienda totale.
"Il rapporto tra capitale e lavoro - ha spiegato Curcio - si realizza oggi, in aziende come la Esselunga che ha 12 mila dipendenti, come la Pirelli negli anni che furono, su uno scambio: l' azienda chiede disponibilita' totale al lavoratore a muoversi da una mansione all' altra e con orari senza limiti, e senza alcun diritto. L' azienda, in cambio, da' al lavoratore una disponibilita' virtuale a mantenerlo nel posto, senza diritti naturalmente. Ma se il lavoratore, che magari e' part-time, si rifiuta di lavorare ben oltre le ore di contratto, la settimana dopo e' licenziato".
"La atipicita' del lavoro, in questo sistema - ha proseguito Curcio - s'e' talmente estesa che un lavoratore in un anno fa 200 tipi di lavoro diverso. Per l' azienda, e nella sua ottica di massimizzazione dello sfruttamento del tuo lavoro, il meccanismo e' perfetto. Un lavoratore va a svolgere tutte le mansioni di cui c'e' necessita"'. E chi si ribella, e' fuori, e' ricacciato nell' insicurezza della mancanza di lavoro. Curcio ha citato diversi casi di licenziamenti in tronco, di cui ha raccolto testimonianza nel corso della ricerca. "Un giovane che si era fatto subito ben volere dai suoi colleghi raccolse le firme per la delega sindacale - ha raccontato Curcio -. Il foglio con le deleghe fu ritirato e a chi lo aveva firmato fu imposto di sottoscrivere una dichiarazione all' azienda in cui diceva di essere stato raggirato. Tutti firmarono e il giovane sindacalista fu licenziato".
Il gruppo di lavoro condotto da Curcio ha individuato le ricadute psico-sociali che la spersonalizzazione del lavoro e il sistema di scambio producono sull' individuo, in primo luogo l' assenza totale della solidarieta' tra persone.
"Primo Levi - ha ricordato Curcio -, nel suo ultimo libro prima di suicidarsi scrisse di questo, chiamando questo spazio sociale la 'zona grigia' e comparando il nuovo sistema di lavoro ai campi di concentramento: laddove il rapporto e' di scambio simbolico tra disponibilita' e sopravvivenza, non ci puo' essere speranza di solidarieta'. Alla Esselunga i lavoratori sono diffidati dal portare sulla loro auto un compagno di lavoro o di accompagnarlo al treno o alla fermata dell' autobus. E se si arriva alla seconda diffida, scatta il licenziamento. Tutto cio' accade perche' l' azienda non vuole che il lavoratore sappia che tipo di rapporto di lavoro ha il suo collega, perche' quel rapporto di lavoro e' frutto di una contrattazione individuale. Questa singolarizzazione distrugge ogni solidarieta'".
"La nozione stessa di lavoro - ha quindi concluso Curcio - riporta ad una societa' precarizzata e polverizzata. Dove la sofferenza e' e resta personale, in un malessere senza nome".

23 luglio 2003 - LIBRO DE MICHELIS SU ULTIMI 50 ANNI
"La Gazzetta del sud"
I nostri ultimi cinquant'anni "letti" dal segretario del Nuovo Psi Gianni De Michelis
Yalta, Dc, Pci e altre storie
Elena Sodano
Nel febbraio 1945 la conferenza della Crimea (Yalta), che riunisce Churchill, Roosevelt e Stalin, adotta la Dichiarazione dell'Europa liberata. In realtà, sancisce la divisione della Germania in zone d'occupazione e la creazione di regimi satelliti dell'Urss nei paesi dell'Europa centrale e orientale. Dal 1945 fino al 25 dicembre del 1991, data che sancisce la conclusione della "guerra fredda", si può dire che il mondo si è retto sulle decisioni adottate a Yalta le cui conseguenze hanno tracciato la storia dell'Europa negli ultimi dieci anni. Ed è proprio da Yalta che il segretario nazionale dei Partito socialista Nuovo Psi parte per tentare di ricostruire gli ultimi trent'anni di storia italiana. Un percorso che Gianni De Michelis ha tracciato nelle pagine di un libro dal titolo appunto "La lunga ombra di Yalta - La specificità della politica italiana", che ha visto la luce grazie alla caparbietà dimostrata dal collega di "Gazzetta del Sud" Francesco Kostner che aveva in testa di realizzare un libro/intervista con il parlamentare socialista. Bandite le negazioni prima e le perplessità poi da parte dell'uomo politico, Kostner è riuscito ad instaurare un dialogo che gli ha portato via due anni di "botte e risposte" con De Michelis, tracciando in poco più di duecento pagine, che scorrono via in maniera molto veloce, la ricostruzione in controluce della genesi dell'assetto politico dell'Italia del dopoguerra e dei destini decisi già durante la conferenza di Yalta. Il volume, alla seconda edizione dopo appena venti giorni dall'uscita, che figura al settimo posto nella classifica dei saggi più letti, è stato presentato nella città capoluogo nel corso di un convegno coordinato dal giornalista della Rai Pietro Melia al quale erano presenti oltre al segretario De Michelis e al giornalista Kostner, anche il deputato della Margherita Agazio Loiero ed il parlamentare diessino Marco Minniti. In una sala gremita erano presenti anche gli assessori regionali Saverio Zavettieri e Aurelio Misiti. Ma perché proprio Yalta? Perché, secondo la teoria di De Michelis, in Crimea ci fu una spartizione dell'Italia, fissando una coabitazione coatta tra Dc e Pci, che solo il Psi di Craxi ha cercato di rompere, con la sua carica riformatrice del decennio Ottanta. "La Dc e il Pci vennero consapevolmente coinvolti nella logica di Yalta e questo spiega il carattere consociativo, "ab origine", del sistema politico dell'Italia repubblicana", si legge nel libro. È la tesi secondo la quale "sotto il tavolo" c'è stata una politica che ha pesato di più di quella "sopra il tavolo". "E tra le cose gestite sotto il tavolo - ha affermato De Michelis - c'è stato anche e soprattutto il finanziamento della politica". Due le verità ancora nascoste che - secondo de Michelis - lasciano al popolo italiano l'amaro in bocca: i fatti mai risolti di Tangentopoli e l'oscuro drappo che cela il mistero della morte di Aldo Moro. "Su tangentopoli - ha detto il segretario del Nuovo Psi - è stato scritto tutto tranne la verità. Si è trattata di un'operazione che non ha eguali in alcun paese perché che ha cancellato dalla scena un sistema politico. Nessun uomo politico ha pagato come Bettino Craxi. Le spiegazioni vendute agli italiani in quel periodo erano che la prima repubblica era giunta ad un livello di degenerazione non più tollerabile. Nulla di più falso e di più strumentale. Si è trattato di un complotto che voleva far fuori un sistema politico". Nel libro infatti si parla del governo Craxi come di un governo che in realtà fu di opposizione e che ebbe contro una parte consistente dell'"establishment" italiano. Quattro anni di governo in cui successero cose importanti come il sequestro di Aldo Moro, dove Craxi, rompendo gli equilibri comunisti-democristiani di Yalta, rifiutò l'idea, comune di Dc e Pci, che si potesse sacrificare la vita di Moro ad una sorta di ragion di Stato superiore o ad una ragione sopranazionale. Per non parlare poi della scelta decisa del leader del Psi a favore dell'installazione degli euromissili Cruise in Italia, che pose l'Unione Sovietica con le spalle al muro. Ma il volume vuole essere principalmente un motivo di confronto non solo con il gruppo dei socialisti ma anche con altre forze politiche: "Vorrei tanto essere invitato ad un festival dell'Unità per discutere del contenuto di questo libro", ha detto De Michelis. Poi rivolgendosi ai parlamentari Minniti e Loiero che non a caso costituiscono l'espressione del Pci e della vecchia Dc, ha detto: "Affondate il vascello su cui state, è una nave prigione senza rotta che naviga in balia delle onde, ma che sottrae forze decisive e importanti al paese. È maturo il momento di cambiare pagina e provare a ricomporre la base della democrazia in questo paese". Verità manipolate o realmente espresse, questo libro potrebbe avere un pregio: incoraggiare altri protagonisti di primo piano di quella stagione politica a "vuotare il sacco" su argomenti che si trascinano senza soluzione oramai dal tempo della "prima Repubblica".

31 luglio 2003 - ARGENTINA: EX BR BERTULAZZI AD UN PASSO DA LIBERTA' TOTALE
ANSA:
(di Maurizio Salvi)
Ormai solo un tenue filo tiene ancora legato alla giustizia il brigatista rosso Leonardo Bertulazzi dopo che a Buenos Aires fonti giudiziarie hanno confermato la sua scarcerazione provvisoria, in attesa che la Corte suprema si pronunci su un ricorso presentato da un magistrato argentino per conto dell'Italia.
Il provvedimento favorevole a Bertulazzi, su cui pendono mandati di cattura emessi dalla giustizia di Roma e Genova, e' stato firmato dal giudice Maria Romilda Servini de Cubria gia' il 5 giugno, sette mesi dopo l'arresto nella capitale argentina.
Collaboratori della Servini de Cubria hanno illustrato invece ieri in tribunale la decisione di non accogliere la richiesta di estradizione italiana, precisando che il brigatista veronese ha liberta' di movimento, ma dentro i confini argentini.
La sentenza, hanno precisato, "si basa sulla giurisprudenza argentina, che non riconosce condanne in contumacia e visto che, nella richiesta, l'Italia non si impegna a rifare il processo, che peraltro non e' previsto dall'ordinamento italiano".
Fonti vicine al caso hanno rivelato all'Ansa che "Bertulazzi e' libero da settimane" e che effettivamente il pm argentino Guillermo Marijuan ha presentato ricorso alla Corte suprema a tutela della richiesta italiana.
"Finora -ammettono- i giudici della attuale Corte suprema hanno respinto richieste basate su sentenze in contumacia, per cui dovrebbero farlo anche per il caso Bertulazzi. Ma c'e' un elemento da sottolineare -concludono- ed e' che il governo del presidente Nestor Kirchner sta operando per un rinnovamento della Corte, e questo potrebbe riaprire alcuni giochi".
Durante la sua permanenza in carcere, il brigatista ha goduto dell'appoggio della Commissione argentina di solidarieta', che ha aperto anche un sito web a suo nome, e dei 'piqueteros' (disoccupati che bloccano le strade) del 'Movimento Teresa Rodriguez', a cui Bertulazzi ha portato soldi per la costruzione di un pozzo a Florencio Varela (provincia di Buenos Aires).
Nato a Verona nel 1951, Bertulazzi e' un brigatista della prima generazione. Faceva parte della colonna genovese '28 marzo' ed e' responsabile del sequestro dell'armatore Costa.
Processato piu' volte, e' stato condannato nel 1997, con un cumulo di pene, a 27 anni di reclusione per associazione sovversiva e banda armata. Le indagini hanno confermato che, pur gravitando nei vertici delle Br genovesi, era responsabile della logistica e che non sarebbe mai stato implicato direttamente in fatti di sangue.
Latitante dal 1980 e residente nel Salvador, dove ha sviluppato collegamenti con il movimento sandinista, fu sorprendentemente arrestato a Buenos Aires il 3 novembre 2002 mentre era in compagnia della moglie tedesca, Bettina Kopcke, con cui aveva realizzato un lungo giro in motocicletta che lo aveva fra l'altro portato anche in Colombia, Bolivia e Cile.
Agenti della polizia italiana e argentina, coadiuvati dall'Interpol, lo sorpresero in una casa del quartiere Monserrat, una delle zone centrali di Buenos Aires.
Ma in realta' era entrato in territorio argentino da un valico di frontiera con il Cile in Patagonia un mese prima. Al momento dell'arresto non era armato e non ha opposto resistenza.
Il suo caso fu assegnato al giudice federale Claudio Bonadio, sostituito poi dalla Servini de Cubria.

31 luglio 2003 - PROROGATA COMMISSIONE MITROKHIN, INCHIESTA SU UCCISIONE ILARIA ALPI
"Il Nuovo"
Prorogata la Mitrokhin. Inchiesta sull'omicidio Alpi
Dopo l'ennesima giornata di stop and go, la Camera dà via libera alla proroga della contestatissima indagine sul dossier Impedian e all'inchiesta sulla morte della giornalista Rai.
ROMA - Dopo una singolare, e per certi versi grottesca, giornata di stop and go, l'aula di Montecitorio ha finalmente ratificato (come ha già fatto il Senato nei giorni scorsi) la proroga ai lavori delle commissioni bicamerali sul dossier Mitrokhin e varato quella sull'omicidio in Somalia della giornalista della Rai Ilaria Alpi.
L'esito della votazione era scontato, visto che la maggioranza è almeno in questo caso più o meno compatta nel voler proseguire le indagini sulle rivelazioni fatte dall'ex spia del Kgb russo; e visto che sul caso Alpi ad essere d'accordo è in pratica l'intera assemblea. Ma a questo ormai prevedibile doppio sì si è arrivati dopo una serie di avanzate e retromarce procedurali particolarmente frenetica.
Stamani, infatti, sulle prime è mancato addirittura il numero legale quando si è trattato di cominciare ad esaminare i due provvedimenti. Poi a metà mattinata è venuto fuori il problema di privilegiare o meno questo tema all'ordine del giorno rispetto all'impellente approvazione del Dpef.
E proprio per questo Pier Ferdinando Casini ha proposto l'inversione dell'ordine del giorno: per far sì che fosse assicurato innanzitutto entro oggi (che è teoricamente l'ultimo giorno utile di lavori parlamentari) il via libera al documento di programmazione economica.
Una prima riunione della conferenza dei capigruppo ha poi sancito subito dopo questa ipotesi di inversione dei lavori. Anche perché nel frattempo i Comunisti italiani con Oliviero Diliberto annunciavano in aula che si riservavano di attuare da subito un ostruzionismo senza quartiere sulla Mitrokhin. In quanto iniziativa inquisitoria priva di fondamento e tesa solo a demonizzare il partito comunista italiano e i suoi eredi attuali.
"Sfrutteremo tutti gli articoli possibili del regolamento della Camera - affermava Diliberto - per ritardare la proroga di questa commissione che non ha accertato nulla perché non c'e' nulla da accertare. E che è servita solo ad infangare caricaturalmente il Pci, politici della ex Dc ed il governo Prodi sulla base di prove di cui e' stata dimostrata l'infondatezza".
Ma proprio quando ci si apprestava a licenziare un decreto sul tfr per poi affrontare il Dpef si diffondeva fra i gruppi parlamentari l'intenzione di invertire nuovamente l'ordine dei lavori. Cosa era successo nel frattempo? Semplicemente che ci si era resi conto che i due provvedimenti di proroga per le due distinte commissioni erano incardinati. E che quindi rinviare l'uno (Mitrokhin) significava bloccare anche l'altro (Ilaria Alpi).
Solo che, nel frattempo, il Presidente della Camera aveva avuto modo di invitare l'aula a tributare un applauso di saluto e deferenza ai genitori della giornalista uccisa in Somalia. I quali stavano appunto presenziando ad una seduta che li riguardava fin troppe da vicino.
A quel punto è cominciato a serpeggiare l'imbarazzo, forse anche il senso di colpa e il rimorso. E così Diliberto annunciava a sorpresa che proprio per rispetto della memoria della Alpi il suo partito rinunciava all'ostruzionismo precedentemente minacciato. Nel frattempo un altra riunione dei capigruppo ricollocava la proroga dalle commissioni prima del Dpef e quindi ci si avviava rapidamente verso l'ok definitivo al prolungamento delle indagini su entrambe le vicende.

1 agosto 2003 - TERRORISMO: UN SITO WEB PER NON DIMENTICARE LE VITTIME
ANSA:
TERRORISMO: UN SITO WEB PER NON DIMENTICARE LE VITTIME
Un sito Internet per non dimenticare le vittime del terrorismo e il sacrificio di 123 uomini delle forze dell'Ordine e di 9 magistrati, che furono assassinati durante la "stagione di piombo". E' l'iniziativa promossa dall'associazione "Memoria", costituitasi sette anni fa a Firenze, grazie alla collaborazione e ospitalita' della rete civica del Comune di Firenze.
Il sito (http://associazioni.comune.firenze.it/memoria/) e' stata presentato oggi in Palazzo Vecchio dal presidente del consiglio comunale Alberto Brasca, dall'onorevole Valdo Spini, da sempre legato all'associazione e firmatario di varie proposte di legge sulla materia, e dalla presidente di "Memoria", Mariella Magi Dionisi.

5 agosto 2003 - CARLOS CHIEDE RIMPATRIO IN VENEZUELA
ANSA:
TERRORISMO: CARLOS, AVVOCATO VUOLE RIMPATRIO IN VENEZUELA
Isabelle Coutant-Peyre, avvocato del terrorista venezuelano Illich Ramirez detto Carlos, che ha sposato nel 2001 nel carcere parigino della Sante' dove l'uomo sta scontando l'ergastolo, ha sollecitato il governo di Caracas a chiederne il rimpatrio.
Per l'avvocatessa Carlos e' stato incarcerato in Francia nel 1994 illegalmente perche' contro di lui non esisteva mandato d'arresto internazionale. Carlos fu consegnato alla Francia dal governo di Khartoum, ed e' stato condannato il 24 dicembre 1997 all'ergastolo da un tribunale francese per l'omicidio di due poliziotti francesi e del loro informatore libanese, uccisi a
Parigi il 27 giugno 1975.
Il legale ha reso noto di essersi recata in Venezuela in luglio per preparare la domanda di rimpatrio, precisando di non aver potuto incontrare il presidente Hugo Chavez che, ha detto, "non e' informato adeguatamente della situazione".
La domanda di rimpatrio si basa sulla presunta illegalita' della detenzione, ha aggiunto, "e il governo di Caracas ha il dovere di difendere i diritti di tutti i suoi cittadini".

11 agosto 2003 - UN BASCO INDAGATO PER LE BOMBE ALLA QUESTURA
"Il Corriere della sera"
Genova, un basco indagato per le bombe alla Questura
GENOVA - Uno studente basco di 26 anni sarebbe indagato per le bombe esplose - tra l'8 e il 9 dicembre 2002 - nei giardini a fianco della Questura di Genova. Ne ha dato, ieri, notizia Il Secolo XIX . Al giovane - vicino all'area antagonista, che avrebbe partecipato alle manifestazioni anti-G8 di Genova e a quelle per il recente vertice Ue a Salonicco - la Digos sarebbe arrivata visionando i filmati di quella notte, registrati dalle telecamere della Questura e "affiancando" alle immagini i tabulati delle telefonate fatte in zona. Dal cellulare dello spagnolo pare che siano partite 2 chiamate, pochi minuti dopo lo scoppio delle bombe. E sarebbe emerso dalle mappe telefoniche che lo studente era vicino alla Questura. Malgrado la Digos, perquisendone nei giorni scorsi la casa, gli avesse chiesto di non lasciare Genova, lo studente è irreperibile. L'inchiesta darebbe corpo all'ipotesi di una pista basca, avvalorata da un passante che, giorni prima dell'attentato, aveva notato giovani che parlavano spagnolo, mentre si aggiravano per i giardini.

13 agosto 2003 - DURNWALDER (SVP), GRAZIA ANCHE PER GLI EX ALTOATESINI
ANSA:
"Qualora ci dovesse essere un provvedimento di indulto, il gesto di clemenza dovrebbe riguardare anche gli ex terroristi altoatesini degli anni '60". Lo ha detto il presidente Svp della giunta provinciale di Bolzano Luis Durnwalder.
"Si tratta - ha spiegato - di chiudere un capitolo anche per quanto riguarda i sudtirolesi, dato anche che, tra l'altro, sono ormai trascorsi piu' di 40 anni da quelle vicende".

19 agosto 2003 - MISTERI D'ITALIA AL CINEMA E IN LIBRERIA
"La Provincia pavese"
Misteri d'Italia al cine e nei libri
Stanno per uscire molti titoli sulla nostra storia e i suoi protagonisti
ROMA. "Via Fani è il crocevia della storia d'Italia, i nostri nipoti lo studieranno a scuola, come noi lo sbarco dei Mille", diceva Renzo Martinelli presentando il suo film sul caso Moro, "Piazza delle cinque lune". In effetti nelle sale cinematografiche e nelle librerie in autunno arrivano film e libri che raccontano la storia dell'Italia dal dopoguerra agli anni di piombo. La strage di Portella della Ginestra (1 Maggio 1947) ed il ruolo che vi ebbe il bandito Salvatore Giuliano (ucciso in modo che non fu mai chiarito nel luglio del 1950, mentre quattro anni dopo, con un caffè avvelenato, moriva in carcere il suo luogotenente Gaspare Pisciotta), sono raccontati da "Segreti di stato", il film di Paolo Benvenuti in concorso alla Mostra di Venezia. Negli stessi giorni arriva in libreria per Fandango, la sceneggiatura del film accompagnata da una prefazione dello storico Nicola Tranfaglia e da documentazione inedita e fino a qualche mese fa coperta dal segreto negli archivi della Cia. Il caso Moro è oggetto di un altro dei tre film italiani in concorso a Venezia, "Buongiorno notte" di Marco Bellocchio. Ed anche questo film ha una versione per la libreria, edita da Baldini e Castoldi (annunciata a novembre, in catalogo con il titolo "Il caso Moro"). Ancora, sempre alla Mostra del cinema, tra i film italiani fuori concorso "I sognatori" di Bernardo Bertolucci, storia, più intima, di tre ragazzi sullo sfondo del maggio francese. Così come, sul privato di un dirigente del Pci diviso tra moglie ed amante, mentre attorno scorrono gli anni '60 e poi '70 e '80, è centrato il romanzo di Paola Pitagora "Antigone il comunista" che Baldini e Castoldi porta in libreria ad ottobre. La storia di quegli anni è scenario anche di un altro film, fatto per la tv e che sul piccolo schermo probabilmente arriverà a dicembre, ma che è già esploso al festival di Cannes e nelle sale cinematografiche, quello di Marco Tullio Giordana, "La meglio gioventù". "La cosa più importante per me - ha spiegato Giordana - era raccontare le persone, la famiglia perchè è ciò che è cambiato di più in quegli anni". E nella famiglia che racconta c'è una giovane madre che sceglie la lotta armata e la clandestinità. Così come nel libro di Giovanni Bianconi, "Mi dichiaro prigioniero politico", già in libreria da alcuni mesi, Pippo, Augusta, Claudio, Gulliver, Michele, Paola, nomi di battaglia di altrettanti brigatisti, raccontano, in un intreccio indissolubile, le loro scelte politiche e di morte ma anche i legami con genitori, figli, fratelli, amanti e compagni. Ancora, storia privatissima ma nella quale si affacciano Pasolini, noti neofascisti e pezzi di storia collettiva degli anni '70, è quella, autobiografica, raccontata da Antonio Pennacchi nel "Fasciocomunista", portato in libreria nella primavera passata da Mondadori. E ancora, la vita di Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e degli altri giovani terroristi neofascisti dei Nar, è nel libro "A mano armata", che Giovanni Bianconi ha scritto vent'anni fa e che sta tornando in libreria nella collana "Giallo e nero" di Baldini e Castoldi e che diventerà presto anch'esso un film. Non è l'unica riedizione. A settembre Il Mulino riedita il saggio "Sessantotto" di Marcello Flores e Alberto De Bernardi e Feltrinelli, nell'Universale economica, ad ottobre riporta in libreria "Il prigioniero", storia dei 55 giorni del sequestro Moro, scritto dalla sua carceriera, Laura Braghetti, e dalla giornalista Paola Tavella. Arriva invece per la prima volta in libreria "Per Enrico Berlinguer", il volume curato da Francesco Barbagallo che contiene gli appunti integrali scritti da Antonio Tatò, che del segretario del Pci fu portavoce e uomo di fiducia dal 1969 al 1984, una parte consistente del quale riguarda il periodo oscuro del sequestro Moro. Nuovo, anzi "scritto di corsa", precisa l'autrice, la giornalista Rita Di Giovacchino, "Il libro nero della Prima Repubblica", che Fazi porta in libreria alla fine di settembre. Il volume, che prende le mosse dall'ampia documentazione dei due processi al senatore Andreotti, quello perugino per l'omicidio Pecorelli e quello palermitano per mafia, per raccontare le vicende di Gladio, della P2, degli anni di piombo, è chiuso da un'intervista all'ex presidente della commissione parlamentare sulle stragi, Giovanni Pellegrino, che propone una sua lettura della trattativa tra lo Stato e le Br nel sequestro Moro.

29 agosto 2003 - TOLTO NOME DI GIORGIERI A SCUOLA ROMA
ANSA:
TOLTO NOME DI GIORGIERI A SCUOLA ROMA: PRESIDE,GIA' CAMBIATO
SOSTITUITO CON DE ANDRE' DOPO ACCORPAMENTO TRA ISTITUTI
E' ancora chiuso, in attesa dell' inizio dell' anno scolastico, il cancello al numero 100 di via della Nocetta, ai confini di villa Doria Pamphilj. All' interno c'e' la scuola media statale intitolata fino a qualche anno fa a Licio Giorgieri, generale dell' Aeronautica militare ucciso nel 1987 a Roma dai terroristi dell' Unione comunisti combattenti.
Da tre anni l' istituto e' stato accorpato all' ex media 'Giacomo Devoto' di via Fabiola, nel quartiere Monteverde Nuovo, nell' ambito del piano di razionalizzazione varato dal ministero dell' Istruzione. Diventando poi, su delibera del consiglio d' istituto, la scuola media 'Fabrizio De Andre". Un' iniziativa che ha suscitato le proteste di alcuni esponenti di An, a partire dal consigliere del XVI Municipio Fabrizio Santori.
Chiuso il plesso di via della Nocetta, con in bella vista la targa con il nome dello scomparso cantautore genovese, sono invece aperti gli uffici di via Fabiola, l' ex scuola 'Devoto'.
Nel suo ufficio e' al lavoro il preside Florindo Farnocchia, dal '95 alla guida della 'Giorgieri' e poi del nuovo istituto unificato, che conta piu' di 600 allievi.
"Sono allibito da questa polemica - dice il preside - basata sul nulla. Non abbiamo mai cambiato il nome della scuola, come ha spiegato anche la vedova del generale Giorgieri, che conosco bene come ex preside da un anno in pensione". La scuola, secondo Farnocchia, aveva gia' perso il nome di Giorgieri al momento del suo accorpamento con la 'Devoto', ricevendo dal ministero l' appellativo di 'scuola media via della Nocetta 100'. "Dopo circa un anno - ricorda il preside - il consiglio d' istituto decise da dare un nuovo nome all' istituto, che non fosse un semplice indirizzo". E cosi' l' organo collegiale, composto dal preside stesso e da otto insegnanti, otto genitori e un rappresentante del personale non docente, opto' per Fabrizio De Andre'.
"Una decisione presa - secondo Farnocchia - quando gia' la scuola non si chiamava piu' 'Giorgieri', e che quindi non ha tolto proprio nulla alla memoria del generale. Per questo nuovo nome abbiamo chiesto le necessarie autorizzazioni all' allora Provveditorato agli studi, al Comune di Roma e alla Prefettura. Quest' ultima, infatti, deve dare il nulla osta per intitolare strade o scuole a persone scomparse da meno di dieci anni, come nel caso del cantautore".
"La decisione spetta esclusivamente alla scuola - spiega il presidente del XVI Municipio Fabio Bellini - e noi non abbiamo alcuna competenza in questa materia, per cui la polemica di An e' pretestuosa e strumentale. Al generale Licio Giorgieri, nel nostro Municipio, e' stata dedicata una strada nel 1995, nei pressi della via Aurelia, inaugurata dall' allora sindaco Francesco Rutelli".
Ma le polemiche non si placano. "Nessuno vuol discutere le qualita' canore di Fabrizio De Andre' - dice il capogruppo di An alla Provincia di Roma Piergiorgio Benvenuti - ma ci sembra piu' importante ricordare chi e' caduto sotto i colpi del terrorismo comunista. De Andre' ha una piazza a lui intitolata alla Magliana, pur non essendo nato a Roma ma a Genova, e ci sembra fuori luogo intitolare piazze, strade e vicoli a un cantante, rimuovendo dalla coscienza collettiva l' estremo sacrificio di chi coraggiosamente ha difeso le istituzioni in un clima di terrorismo politico".
Benvenuti rivolge quindi al sindaco Walter Veltroni "l' appello, gia' proposto in questi giorni da Ernesto Galli della Loggia, di togliere la denominazione di una via e di un largo a Lenin, fondatore di un sistema dittatoriale fra i piu' spietati e distruttivi che sono esistiti nel corso del '900".

31 agosto 2003 - PERQUISIZIONI A MILITANTI CARC
"La Nazione"
Carc, nuove perquisizioni ai militanti
MASSA - Nuove perquisizioni nelle abitazioni di alcuni militanti apuani dei Carc, ovvero i Comitati d'Appoggio alla Resistenza per il Comunismo: l'operazione risale alla metà dello scorso mese di luglio, ma la notizia si è appresa soltanto nei giorni scorsi.
Le forze dell'ordine erano già entrate in azione nel mese di giugno a livello nazionale, perquisendo le abitazioni di membri della Commissione Preparatoria del Congresso di Fondazione del Nuovo Partito Comunista Italiano: poi in luglio altre perquisizioni hanno colpito militanti che risiedono sul territorio dei Comuni di Massa, Firenze, Milano e Napoli.
Nella nostra città, è la seconda volta che i militanti dei Carc vengono colpiti da simili provvedimenti: il primo "blitz" era stato effettuato nel mese di ottobre del 2002. Dunque, a distanza di nemmeno un anno, altri militanti apuani di questo movimento sono stati "controllati" e sono di nuovo al centro di inchieste da parte degli inquirenti.
"Le perquisizioni - spiega la segreteria nazionale dei Carc in un comunicato, con il quale definisce "repressiva" l'operazione delle forze dell'ordine - sono state ordinate presumendo di trovare materiale utile all'inchiesta in corso contro i Carc: infatti, sono state sequestrate tutte le apparecchiature informatiche e molti documenti. I compagni colpiti dalle perquisizioni - sostengono i Carc - sono considerati un pericolo perché lavorano per la ricostruzione del Partito Comunista. "Noi continuiamo una tradizione gloriosa che risalta in modo sempre più limpido. Abbiamo un passato di cui siamo fieri: il comunismo è il nostro futuro".
Sull'esito delle perquisizioni avvenute anche nella nostra città, gli inquirenti mantengono il massimo riserbo.

31 agosto 2003 - PRESO PER DROGA, AVEVA CIMICI E CARTE G8
"Il Nuovo"
Preso per droga, aveva cimici e carte G8
In casa del pusher non solo una piccola piantagione di marijuana ma anche macchine per clonare carte di credito e minacce contro la polizia. Gli investigatori: "Potrebbe essere un mitomane ma...".
ROMA - Un mitomane abituato a violare la legge o un pericoloso terrorista dormiente, di quelli che non esistono fino al momento in cui prendono la pistola e iniziano a sparare. E' tutte e due queste cose, queste ipotesi, Giovanni Pacchiarotti, 30 anni, arrestato per detenzione e spaccio di hascisc che domani sarà processato per direttissima. Perché dalla perquisizione in casa è saltato fuori un po' di tutto. Non c'era solo una stanza adibita a serra per la coltivazione di piantine di marjuana, con lampade, fertilizzanti e luci speciali. Ma anche materiale cartaceo sul G8 di Genova, scritte su agende e sulle pareti relative alla morte di Carlo Giuliani, una frase riferita ai Nuclei antimperialisti, su un monitor il cognome di un poliziotto con accanto delle croci, cinque microspie per le intercettazioni ambientali (costruite dall'arrestato), manuali sul confezionamento di esplosivi e sulle armi, testi sulla criminalità informatica. E a completare il tutto nell'appartamento al quartiere Prati, zona bene della città, sono stati trovati e sequestrate alcune maschere antigas, una balestra, un machete, delle sciabole, macchinette pos normalmente in uso ai negozianti, tessere magnetiche e materiale per la clonazione di bancomat, carte di credito e carte telefoniche.
Pacchiarotti, che era già stato arrestato il mese scorso per spaccio di stupefacenti e aveva l'obbligo di firma, è stato preso in flagrante mentre cedeva alcuni grammi di hascisc ad un ragazzo in una via del centro della capitale. L'uomo ha reagito in maniera fredda, spiegando che se volesse, con la preparazione che ha in campo informatico, potrebbe essere ricco: "Sono una persona onesta, se avessi voluto, avrei potuto fare di tutto con quelle carte di credito". Il sospetto degli inquirenti è che Pacchiarotti, pur non avendo le caratteristiche del terrorista, possa in qualche modo avere dei contatti con ambienti eversivi. In ogni caso il materiale rinvenuto nel suo appartamento non fa escludere che si potrebbe trattare anche solo di un fanatico. Pacchiarotti divide la casa con la madre, una donna da tempo in cura per disturbi mentali, che durante la perquisizione ha dimostrato di non comprendere cosa stava succedendo.

4 settembre 2003 - SERGIO SEGIO TORNA IN LIBERTA'
"Il Nuovo"
Torna libero Segio, ex di Prima Linea
Ha finito di scontare la sua pena in carcere. Aveva fondato il gruppo di fuoco da cui si era poi dissociato. Negli ultimi anni si è impegnato per le campagne a favore della clemenza ai detenuti.
ROMA - Adesso ha 44 anni. Di questi, 22 li ha passati in carcere. Ma da oggi Sergio Segio torna ad essere un uomo libero. L'ultimo esponente di Prima Linea ancora detenuto ha finito di scontare la sua condanna.
Alle spalle, un passato come fondatore del gruppo di fuoco molto attivo negli anni '70-'80 da cui si era poi dissociato. Più volte ha condannato gli anni di piombo e le scelte da lui fatte durante quella fase storica.
Segio era stato condannato a un pena di 30 anni, poi ridotti a 26, dal Tribunale di Torino, a causa di una serie di reati e fatti di sangue in cui era rimasto coinvolto, tra cui l'omicidio del magistrato milanese Emilio Alessandrini.
Nato in Istria ma cresciuto a Sesto San Giovanni, l'ex esponente di Prima Linea dal '90 aveva cominciato a lavorare per il gruppo Abele in regime di semilibertà, poi dal '99 poi era stato ammesso alla libertà condizionale.
Negli ultimi due anni si è fatto sostenitore, insieme a Sergio Cusani di una campagna a favore di provvedimenti di clemenza per i detenuti, tra cui l'indulto e l'amnistia. "Torno ad essere un uomo libero - dice Segio - ma continuerò ad occuparmi dei problemi dei detenuti dentro e fuori il carcere".
Ora che si è lasciato alle spalle le sbarre del carcere, Segio è infatti pronto a dedicarsi a una nuova battaglia: quella per l'abolizione delle pene accessorie "che - spiega - accompagnano chi ha subito una condanna superiore a 5 anni per tutta la vita".
"Parlo, ad esempio - aggiunge - dell'interdizione dai pubblici uffici e del divieto di voto, ma anche della revoca della patria potestà". "Una afflizione - conclude Segio - che prosegue oltre il fine pena e ostacola pesantemente il reinserimento sociale, tanto sbandierato ma concretamente mai favorito".

5 settembre 2003 - FRANCIA: INDAGATA HELLYETTE BESS
ANSA:
TERRORISMO:ITALIA-FRANCIA, INDAGATA 73/NE EX ACTION DIRECTE
RINTRACCIATA IN RETATA GIUGNO PER ITALIANI MAJ E CZEPPEL
Hellyette Bess, settantatreenne ex militante del gruppo terroristico francese Action Directe (AD), e' stata iscritta nel registro degli indagati dopo essersi assunta la responsabilita' d' avere lasciato documenti falsi in casa di una amica, arrestata nella retata di fine giugno che ha portato in carcere gli italiani Giuseppe Maj e Giuseppe Czeppel.
Hellyette Bess si e' recata spontaneamente a palazzo di Giustizia per farsi notificare l'iscrizione nel registro degli indagati per "appartenenza ad associazione per delinquere legata ad impresa terroristica" e "detenzione di falsi documenti amministrativi".
In una lettera pubblicata dal quotidiano Liberation all' inizio di luglio, la Bess spiego' al giudice Gilbert Thiel, lo stesso che ora ha deciso di indagarla, che una sua amica, messa sotto inchiesta per il possesso di documenti falsi, era innocente, dal momento che quei documenti li aveva messi la stessa Bess proprio dove la polizia li trovo'.
"Ho le chiavi del suo appartamento - scrisse la donna promettendo di recarsi dal magistrato - e a volte dormo da lei. Quello che avete trovato in casa sua ce l'ho messo io. Catherine ne ignora la provenienza, il contenuto e l'esistenza. Si tratta di una mia dimenticanza".
I documenti furono scoperti in casa di Catherine Bastard, 40 anni, durante la retata che porto' al fermo di due italiani dopo una perquisizione su rogatoria della magistratura italiana (Napoli e Bologna).
Quanto a Maj e Czeppel, l'avvocato Jean-Jacques De Felice - che si occupa della difesa della maggior parte dei rifugiati politici italiani in Francia - ha reso noto che entrambi si trovano "a tutt'oggi ancora in carcere, il primo nella prigione parigina della Sante', il secondo vicino a Parigi, a Fleury-Merogis. Ma - ha aggiunto il legale parlando con l'ANSA - la loro situazione dovrebbe evolvere rapidamente, in quanto le accuse di associazione per delinquere in relazione ad impresa terroristica sono inconsistenti".

7 settembre 2003 - ASSEMBLEA CARC A NAPOLI
"Il Mattino"
Assemblea dei Carc
"Scarcerate Maj"
Avrebbe dovuto svolgersi a Santa Maria La Nova, nell'aula dove si svolge il Consiglio provinciale. Invece l'assemblea nazionale dei Carc, per una polemica sollevata nei giorni scorsi da un consigliere di An è stata dirottata prima nella sala Santa Chiara e poi nel pomeriggio nella sede del Filo Rosso a Bagnoli. Ma, oltre a discutere sul futuro del movimento e sulla lotta alla repressione, i Carc (Comitati di appoggio alla resistenza e per il comunismo) i coordinatori nazionale e regionale Pietro Vangeli e Luigi Sito insieme a quanti hanno partecipato al convegno (dagli ex Lsu ora sin Cobas, ai disoccupati della zona orientale all'Asp, associazione solidarietà proletaria) hanno voluto esprimere la loro solidarietà ai "compagni in carcere". Era presente Manuela Maj, figlia di Giuseppe Maj (ex leader dei Carc) che ha raccontato del suo primo colloquio con il padre nel carcere di Fleury-Merogis il 19 luglio e ha detto: le accuse di azioni sovversive contro mio padre sono infondate, dovrebbe essere scarcerato immediatamente". A seguito di un'inchiesta giudiziaria il 23 giugno scorso finirono in manette Maj, ideologo dei Carc e Giuseppe Czeppel, sorpresi durante una perquisizione in possesso di documenti falsi. Entrambi sono in carcere vicino Parigi.

14 settembre 2003 - LIBRO SULLA STORIA DI POTERE OPERAIO
"Alto Adige"
Passato prossimo. Rileggere gli anni Settanta
Storia di Potere Operaio
il gruppo più estremista
"Nella fase attuale - nella crisi capitalistica - compito di un'organizzazione comunista rivoluzionaria è spingere il movimento verso lo sbocco insurrezionale. L'unico modo proletario di occuparsi degli affari dello Stato è la lotta rivoluzionaria per la conquista del potere politico. L'unico modo rivoluzionario di fare politica è la lotta contro lo Stato". ("Potere Operaio", dicembre 1971)
Nati cercando di distillare un marxismo nuovo dalle fabbriche del miracolo economico italiano, si sciolsero discutendo se era meglio essere alleati o rivali delle Brigate Rosse. Mario Tronti, Oreste Scalzone, Franco Piperno, Toni Negri, Valerio Morucci, Francesco Pardi e molti altri militanti: attraverso decine di testimonianze e documenti inediti (provenienti anche da archivi personali), ecco la storia di Potere Operaio - nel gergo di allora Potop -, il gruppo di estrema sinistra più elitario, più estetizzante, più estremista e più rivoluzionario. Per ricominciare a riflettere senza pregiudizi su una stagione politica troppo spesso rimossa o frettolosamente liquidata. Il volume raccoglie per la prima volta le "confessioni" di chi, in questi ultimi trent'anni e nonostante i numerosi processi, non aveva mai accettato di raccontare la propria militanza politica, anche per evidenti motivi di carattere giudiziario. I protagonisti, tanti e tutti militanti a tempo pieno, hanno accettato di guardarsi dentro e di ripercorrere quegli anni, senza revisionismi e senno di poi, convinti che non tutto sia da condannare o, peggio ancora, da buttare: ci furono un modo di innamorarsi, di diventare amici, di credere e di sperare, di fare politica, di essere antagonisti che non necessariamente coincisero con la lotta armata e le sue successive degenerazioni. La Fiat e le occupazioni delle fabbriche, il Sessantotto, il rapporto con gli altri gruppi extraparlamentari, l'esperienza decisiva delle riviste, Panzieri, il Pci, i primi atti terroristici. E la storia di una generazione: l'autore ha voluto prestare particolare attenzione alla ricostruzione dell'atmosfera degli anni Sessanta e Settanta, cercando di restituire e descrivere ritratti, stati d'animo, entusiasmi, speranze, episodi, tatticismi, cinismo e rivalità, senza indulgere in assoluzioni o giustificazioni postume, ma anzi cercando di attenersi il più possibile ai fatti e a un utilizzo rigoroso e verificato delle fonti. Particolare attenzione è dedicata alla rievocazione dei rapporti intercorsi con Giangiacomo Feltrinelli, fondatore dei Gap, morto il 14 marzo 1972, mentre cercava di far saltare un traliccio a Segrate: episodio cruciale.
ALDO GRANDI La generazione degli anni perduti
Einaudi, euro 15,50

17 settembre 2003 - USA: LIBERATA KATHY BOUDIN, PROTAGONISTA ANNI PIOMBO
ANSA:
USA: LIBERATA KATHY BOUDIN, PROTAGONISTA ANNI PIOMBO
POLEMICHE A USCITA CARCERE; BARALDINI ANCORA ARRESTI DOMICILIARI
(di Alessandra Baldini)
I fantasmi degli anni di piombo continuano a dividere l'America: furiose polemiche hanno salutato oggi l'uscita dal carcere di Kathy Boudin, l'ex militante storica dell'organizzazione radicale Weather Undeground condannata per un ruolo non violento nella rapina al furgone blindato della Brink per cui fini' in carcere anche Silvia Baraldini.
Boudin e' stata liberata oggi sulla parola dopo aver scontato 22 anni di prigione, ma il caso "non e' affatto chiuso", ha tuonato contro la decisione il New York Post in un editoriale che non perdona.
Kathy Boudin e' la quarta fiancheggiatrice di quell'azione violenta organizzata dal gruppo Black Liberation Army che esce di carcere: tra analoghe proteste sono state liberate negli ultimi quattro anni Alejandrina Torres, Linda Evans e Susan Rosenberg. Silvia Baraldini, trasferita in Italia nel 1999 dopo aver scontato 17 anni di carcere negli Usa, resta pero' tuttora agli arresti domiciliari che le sono stati concessi per gravi motivi di salute. La sua pena scadra' nel 2008.
Boudin ha lasciato il carcere alle porte di New York stamattina: una volta fuori dai cancelli, si e' voltata a guardare per l'ultima volta il penitenziario in cui si e' costruita una fama di detenuta modello lavorando con le donne malate di Aids e ha agitato per alcuni secondi la mano in cenno di saluto.
La liberazione della ex militante e' stata preceduta da un tentativo in extremis di rovesciare la decisione del Comitato per la Liberta' Condizionata dello stato di New York che in agosto ne aveva deciso il rilascio per buona condotta: fino all'ultimo due associazioni di poliziotti avevano cercato di tenere Kathy in carcere in nome della memoria di Edward O'Grady e Waverly Brown, i due agenti uccisi nella rapina del 1881 assieme alla guardia giurata Peter Paige.
Non e' la prima volta che negli Usa riemergono i fantasmi del terrorismo interno che negli anni sessanta e settanta lacero' e insanguino' il paese: nel gennaio 2001 scoppio' un finimondo quando il presidente Bill Clinton concesse negli ultimi giorni della sua presidenza la grazia a Evans e Rosenberg, anche loro militanti di Weather Underground. Analoghe polemiche aveva provocato, due anni prima, l'uscita di carcere di Alejandrina Torres.
All'epoca della rapina Kathy aveva 38 anni: ne ha oggi 60. Il suo ruolo all'epoca era stato quello della fiancheggiatrice. Si trovava a bordo dell'auto che i terroristi del Black Liberation Army avevano usato per scappare e al processo ne aveva spiegato la ragione: i militanti neri l'avevano reclutata perche' di razza bianca; la loro fuga, con una ragazza bianca a bordo dell'auto, avrebbe dato meno nell'occhio.
Al processo Kathy era stata condannata da 20 anni di reclusione al carcere a vita. Suo figlio Chesa, di 14 mesi, era stato affidato a una coppia di amici che poi l'hanno allevato: qualche mese fa, dopo la laurea a Yale, ha vinto una prestigiosa borsa di studio Rhodes, la stessa che porto' a Oxford da giovane l'ex presidente Clinton.
All'epoca il giudice che aveva condannato Kathy Boudin aveva pronosticato che avrebbe scontato il minimo della pena: Kathy, che aveva flirtato da giovane con i gruppi radicali violenti degli anni sessanta e settanta, non aveva in realta' mai preso parte ad un azione di sangue fino alla rapina della Brink.
La storia di Kathy Boudin e' la storia tipica di una ragazza cresciuta nell'ambiente della New York radical chic degli anni sessanta, piena di rabbia per l'ambiente di privilegio in cui era stata educata e per aver fatto poco per mettere in pratica i suoi ideali di eguaglianza di razza e di classi sociali.
Prima della rapina, Kathy aveva passato undici anni vivendo da nomade sotto falsi nomi, costantemente in fuga dalla polizia che la ricercava per reati minori legati a una dimostrazione a Chicago che nel 1969 era sfociata nella violenza.
"Ne possiamo discutere. Possiamo discutere i miei ideali. Ma adesso io so che ero una persona piena di problemi e che vivevo una vita senza senso", ha ammesso la donna ai giudici del Comitato per la Liberta' Consizionata. Almeno loro le hanno creduto e chiuso la partita decidendone la liberazione.

26 settembre 2003 - UCCISIONE ROSTAGNO: 15° ANNIVERSARIO
"La Sicilia"
Parla la sorella di Mauro Rostagno
"Dall'88 troppi depistaggi ormai sulla morte di mio fratello è sceso il silenzio assoluto"
Trapani. Parla da Torino alla vigilia del 15° anniversario dell'uccisione di suo fratello, Carla Rostagno, sorella di Mauro, il sociologo e giornalista assassinato il 26 settembre del 1988. Un delitto rimasto avvolto dai misteri. Tanti. Troppi da fare dire un giorno ad un magistrato che la figura di Rostagno era così poliedrica che i mandanti della sua morte potevano venire da mille parti. L'ultima tesi è quella mafiosa, ma compare anche quella riguardante uno scenario dove si trovano coinvolti lobbyes, servizi deviati, massoneria e cosche mafiose, governanti di mezza Europa e rais somali, ed ancora aiuti umanitari dati in cambio di riciclaggi internazionali di scorie radioattive, la stessa storia che ha portato alla morte altri due giornalisti italiani, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, e un paio di agenti dei servizi, tra cui l'ex capo struttura di Gladio trapanese Vincenzo Li Causi.
"Troppe cose - dice Carla Rostagno - alla fine ho l'impressione che la matassa si sia fatta tanto grande apposta per non venirne a capo e alla fine senti di non doverti fidare più di nessuno".
Una indagine che è più ricca di archiviazioni che di cose concrete. "È così - risponde - anzi debbo dire che l'ultima delle archiviazioni (quella decisa dalla Dda di Palermo in capo all'ex guru della Saman Francesco Cardella ndr) non mi è stata nemmeno notificata, mi hanno tenuto all'oscuro. La magistratura in tutti questi anni ha perso tempo prezioso, ha perduto di vista indizi che potevano essere importanti e non li ha più ritrovati, debbo dire che l'unico momento in cui fu fatta una indagine seria, rigorosa, fu quando il procuratore Garofalo decise di aprire armadi che erano rimasti chiusi, poi arrivarono depistaggi e polemiche inutili e fuorvianti per fare fallire quell'inchiesta, trasformando le inchieste in rompicapi, attraverso ipotesi che sono state fornite in tutte le salse solo per fare confusione. E oggi debbo dire che dopo tanto tam tam restano solo i silenzi, abbondanti silenzi".
L'indagine infatti finita alla procura antimafia di Palermo è come svanita. Si parlava di boss mafiosi come mandanti, si erano fatti anche i nomi dei killer: "Non sappiamo più nulla, c'è solo il silenzio" rimarca Carla Rostagno.
Quindici anni dopo da quel delitto ha ancora speranze di giustizia?
"Ciò che sta accadendo alla Procura di Palermo - risponde - non aiuta certo ad avere speranze, sarei tentata di dire di non avere speranze ma in effetti una la serbo".
Quale?
"Credo - dice - che i motivi per cui è stata chiusa per sempre la bocca a Mauro sono conosciuti da più persone, ecco spero che una di queste un giorno, prima di morire, scriva ciò che sa, racconti le ragioni, aiutando così le sue figlie a girare una pagina dolorosa della loro vita". Quasi una sorta di appello. "Vedo le mie nipoti, Maddalena, 30 anni, e Monica, 40, vedo la loro sofferenza, la spina dolorosa che si portano dentro, di una bella pagina della loro vita che è stata di colpo strappata".
Rino Giacalone

delitto rostagno. A 15 anni dalla morte conferme ai collegamenti con l'assassinio di Ilaria Alpi
Tra le carte e tra le armi
Rino Giacalone
Chissà se mai qualcuno dei magistrati della Dda di Palermo che hanno tra le mani l'indagine del delitto di Mauro Rostagno ha mai pensato di andare a leggere le carte di una sentenza. Perchè da lì, secondo una serie di ricostruzioni, delle quali da tempo si parla, potrebbero emergenre quei riscontri che - come dice Carla Rostagno la sorella di Mauro, nel contesto dell'inchiesta sull'omicidio del fratello, risalente a 15 anni addietro (oggi è l'anniversario) - si sono persi di vista per una serie di ritardi, lentezze e fuorvianti polemiche. Chissà se mai qualcuno degli inquirenti ha cercato di sapere qualcosa di più dalla Digos di Udine e dal Sisde che - c'è scritto in questa sentenza - non hanno voluto dire più di tanto su una serie di "affari" condotti da un gruppo composto da italiani e somali, che loro avrebbero individuato con nomi e cognomi. Nomi e cognomi che, quella sentenza afferma, potrebbero essere riconducibili a chi decise di uccidere due giornalisti. Chissà se invece in capo agli stessi non vi sia anche l'uccisione di un terzo giornalista, Mauro Rostagno.
La sentenza in questione è quella depositata dalla Corte di Assise di Appello di Roma il 26 giugno scorso con la quale si è condannato a 26 anni il somalo Hashi Omar Hassan, uno dei killer della giornalista Rai Ilaria Alpi e dell'operatore Miran Hrovatin, uccisi in Somalia il 20 marzo del 1994. Uccisi perchè avevano trovato le prove di un colossale traffico internazionale di materiale bellico, scorie; casse con scritto aiuti umanitari che invece finivano in Somalia piene di armi. Avevano scoperto i segreti di Bosaso, una città del Nord-est della Somalia, punto nevralgico di una serie di traffici: armi, rifiuti tossici, scorie nucleari. L'ultimo italiano incontrato dai due prima di essere uccisi in quello che doveva sembrare un "incidente" in piena guerra civile, fu Giuseppe Cammisa, Jupiter, il factotum del guru Cicci Cardella, mandato là proprio da Cardella, ufficialmente per interessarsi di aiuti umanitari. Basta questo per andare indietro con la memoria e ricordarsi del 1988, di quando Rostagno filmò un aereo che nell'ufficialmente chiuso aeroporto militare di Kinisia vide scendere da un aereo delle casse e ne vide caricarne delle altre, fuori i medicinali dentro le armi. È ovvio che non sono questi elementi che portano a sostenere che quella sentenza potrebbe essere illuminante per il "caso" Rostagno. C'è molto altro.
C'è per esempio la coincidenza che una delle "fonti" di Ilaria Alpi potrebbe essere stato un maresciallo del Sismi, Vincenzo Li Causi, partannese, capo struttura di Gladio a Trapani, ucciso anche lui in Somalia (il 12 novembre 1993) in quello che doveva sembrare un agguato "di banditi". Sembra che Li Causi sarebbe riuscito a passare a Ilaria un documento riservato del 9 novembre 1989, a conferma di una serie di traffici che cominciavano dalla fabbrica di armi Oto Melara di La Spezia e passavano per Trapani. Questo il testo. "Est accreditato presso ufficio sped. Oto Melara La Spezia. Est confermato invio materiale vostro Centro come da n. 101/0. Confermata data spedizione. Disporsi adeguate ed efficienti misure copertura visiva in area per detto periodo. Per particolare riservatezza operazione richiedesi presenza Capo Centro Vicari (nome in condice di Li Causi quando guidava Gladio a Trapani ndr). Eventuali difficoltà mi siano immediatamente esposte avvalendosi mezzi più solleciti. Ulteriori comunicazioni in cifra. Trasferimento da farsi con mezzi di superficie M.M. (Marina militare) per vostro deposito Favignana. Vostro specifico materiale est trasferito adiacenze ospedaliere Lenzi-Napola. Est necessario attivazione temporanea campo Milo. Immediata risposta in cifra".
Allora viene in mente quel segreto che Rostagno custodiva e che avrebbe svelato a pochi. Di quell'aereo che di notte a Kinisia scaricava delle casse per caricarne delle altre, lui registrò ogni cosa, teneva la vhs, forse ne fece qualche copia, ma dopo la sua morte quella cassetta svanì per sempre.
Insomma Rostagno avrebbe potuto per primo mettere le mani su ciò che qualche anno dopo sarebbe stato scoperto da Ilaria Alpi: ossia il disfacimento di rifiuti e scorie pericolose, nucleari e radioattive, che sarebbe andato avanti per 20 anni in Somalia, pagato con soldi e armi, coperto dai servizi segreti, non solo italiani. Il suo errore fu quello di parlarne subito con la persona sbagliata. Il nome che viene in mente a questo punto è quello di Francesco Cardella che però ha tutte le ragioni ad oppore ad ogni contestazione una sentenza di archiviazione, lui con quella morte, per la giustizia italiana, non c'entra nulla.

27 settembre 2003 - DORIGO ASSOLTO DA ACCUSA RESISTENZA A PUBBLICO UFFICIALE
ANSA:
TERRORISMO: PAOLO DORIGO ASSOLTO DA ACCUSA RESISTENZA A P.U.
Il veneziano Paolo Dorigo, detenuto per banda armata e per l'attentato del 1993 alla base Usaf di Aviano, e' stato prosciolto dal gip di Biella dall'accusa di resistenza a pubblico ufficiale. Lo ha reso noto l'avvocato del foro di Napoli Vittorio Trupiano che assiste Dorigo insieme con il collega veneziano Emanuele Bettain.
Secondo l'accusa, l'imputato il 4 aprile dello scorso anno aveva sferrato un pugno a un commissario di polizia mentre quest'ultimo gli notificava il verbale di sequestro di una macchina per scrivere. "Delle due l'una: o non ha sferrato il pugno, o si e' trattato dell'ennesima provocazione di cui e' vittima da tempo" ha dichiarato Trupiano. Il penalista in una nota ha sottolineato che sul processo a Dorigo relativo all'attentato di Aviano la Corte Europea ha condannato l'Italia per violazione delle norme che regolano il giusto processo.

28 settembre 2003 - TELEKOM SERBIA: INCHIESTA "LA REPUBBLICA"
"La Repubblica"
Ecco le date che rivelano l'inganno. Il conte Igor era già al lavoro prima di incontrare la commisione
Così fu costruita la trappola Marini
Carlo Taormina: non mi dimetto più. Ma il Polo è pronto a prendere atto del flop del faccendiere
di CARLO BONINI e ALBERTO CUSTODERO
ROMA - Quando e come venne assemblato il tableaux della calunnia Telekom Serbia? Repubblica è in grado di documentare che il testimone di fango Igor Marini ebbe modo di cominciare a lavorare al canovaccio della menzogna già nel gennaio di quest'anno, illustrandone la trama al quotidiano il Giornale. Che dell'esistenza di questo sedicente conte, facchino all'ortofrutta di Brescia, delle sue intenzioni, erano per certo a conoscenza un dirigente della polizia di Stato comandato dal Viminale alla Commissione di inchiesta Telekom, un avvocato, un giornalista. È una storia a suo modo semplice, nella sequenza e nei nessi. Di cui è oggi traccia in tre verbali agli atti dell'inchiesta della Procura di Torino.
Vediamo, dunque. Cominciando a riannodare i fili della vicenda per come riferita a questo giornale ieri dal Presidente della Commissione parlamentare. Per Enzo Trantino, le cose sarebbero andate così. L'8 di gennaio 2003 un anonimo segnala a san Macuto che vanno messe le mani su tale avvocato Fabrizio Paoletti e che a lui va chiesto conto del prospetto finanziario da 512 mila dollari la settimana che l'anonimo allega. Perché lì è la prova della tangente Telekom. Il 9 gennaio, il presidente Trantino dispone che Paoletti venga sentito cinque giorni dopo, il 14. E che in gran fretta l'intelligence della Commissione istruisca la pratica.
Ottiene - "a voce" - un cesto di figuri di cui Repubblica ha dato conto nei giorni scorsi. Sono diciotto nomi che delineano la trappola che si va chiudendo su Prodi, Fassino e Dini. Tra questi nomi, Igor Marini, la bocca della calunnia. Trantino dice: "Per me era un perfetto sconosciuto".
Il 14 gennaio, dunque, a san Macuto tutti ignorano Marini. Meglio, chi - nell'intelligence del Palazzo - ne suggerisce "a voce" il nome al presidente Trantino, lo fa in ragione di ignoti percorsi logici. Così, tanto per vedere l'effetto che fa. Su Paoletti, ovviamente. Le cose stanno così? Non esattamente.
Il 10 gennaio 2003 - quattro giorni prima dell'audizione di Paoletti a san Macuto - il dirigente della Polizia di Stato Guido Longo è in movimento. Longo è stato capo centro della Dia a Napoli, presta servizio nella segreteria del Dipartimento di pubblica sicurezza ("ufficio analisi", dice lui), è stato distaccato nell'ottobre del 2002 a san Macuto, per far parte di quell'"intelligence" della Commissione. Bene, quel 10 gennaio 2003, intorno alle 18, Longo infila la porta della stazione carabinieri Aventino, a Roma. In quegli uffici, il conte Igor Marini è di casa da un qualche tempo. Perché in quegli uffici si è attaccato come una cozza al povero maresciallo Giuseppe Quaresima cui va raccontando immaginifiche vicende di riciclaggio internazionale, accreditandosi come agente provocatore. Quaresima conosce bene Marini perché è denunciante e denunciato in un'inchiesta del pm Beatrice Baborini che da mesi non riesce a fare un solo passo avanti. E perché, nel 2002, è stato Marini ad avergli fatto arrestare in "flagranza di reato" l'avvocato Fabrizio Paoletti sulla base di un pezzo di carta che il gip che scarcererà Paoletti riterrà carta straccia.
Dal maresciallo Quaresima, Longo vuole sapere qualcosa. E, interrogato il 17 maggio 2003 dai pm di Torino, la racconta così: "Il presidente della commissione Trantino mi aveva incaricato di chiedere notizie su Paoletti. L'incarico era motivato dal fatto che la Commissione aveva ricevuto due anonimi in cui si faceva riferimento a Paoletti come coinvolto nelle tangenti che sarebbero state pagate per Telekom Serbia. Avevo verificato nei nostri archivi che era pendente un procedimento su Paoletti della dottoressa Barborini e per questo mi ero recato dai carabinieri".
Fermiamoci. Longo sostiene di non essersi mosso autonomamente, ma su incarico di Trantino. Aggiunge di averlo fatto dopo l'arrivo in Commissione di "due anonimi".
Bene, questa è una circostanza semplicemente non vera. Il 10 gennaio, in Commissione esiste un solo anonimo (il successivo arriverà solo il 4 febbraio). Ma è singolare che nel riferirne ai magistrati di Torino, Longo inciampi nello stesso lapsus mnemonico che aveva sempre accompagnato i ricordi di Trantino (almeno fino a ieri). Ricordate? "Paoletti è stato sentito dopo che erano arrivati due anonimi".
Poco male, si dirà. Una coincidenza di ricordi confusi. Longo sarà stato impreciso. Certo è, però, che di fronte ai pm torinesi c'è un'altra circostanza riferita dal dirigente di polizia prestato a san Macuto che non torna. Mandatela a mente. Dice Longo: "Chiesi al maresciallo Quaresima notizie su Paoletti. Quaresima mi confermò solo l'arresto e mi inviò alla dottoressa Barborini".
Longo dice il vero? Sentite cosa ricorda il maresciallo Quaresima.
* * *
Ascoltato il 17 maggio 2003 dalla Procura di Torino, Quaresima così ricostruisce l'incontro: "Ricordo che era pomeriggio. Longo arrivò verso le 18, dopo un preavviso telefonico. Disse di lavorare per la Commissione Telekom Serbia e mi diede anche un biglietto da visita che ho conservato. Era presente anche il mio comandante, il maresciallo Francesco Rocco. Ci chiese di avere notizie sul conto del Marini e del Paoletti. Anche se Marini, in tutte le denunce che aveva fatto, in tutti i documenti che aveva consegnato mai aveva fatto alcun cenno a vicende relative a Telekom Serbia".
Notizie sul conto del Marini e Telekom Serbia.
Ecco dunque il punto. Il 10 gennaio 2003, Longo non chiede solo di Paoletti. Ma anche di Marini. Chi gli aveva suggerito quella connessione, Marini-Paoletti? Trantino, forse? Impossibile, a sentire il presidente, visto che per lui Marini, ancora il 14 gennaio, era un perfetto sconosciuto, "solo un nome". Chi dunque aveva costruito quel nesso? Longo? Qualcuno con cui Longo parlava? O Marini stesso? O qualcuno con cui Marini stava parlando in quei giorni e in quelle ore? Già perché si scopre ora che, quel 10 gennaio 2003, il cacciaballe è al lavoro.
* * *
Marini, il 10 gennaio 2003 - quattro giorni prima dell'audizione di Paoletti, lo stesso giorno dell'appuntamento tra Longo e il maresciallo Quaresima - è in piena agitazione motoria. Quella mattina, intorno alle 10, incontra il maresciallo Quaresima all'interno degli uffici della stazione carabinieri di Roma-Termini, dopo averlo cercato il giorno prima per telefono. Marini sembra avere una sola urgenza. Comunicare a Quaresima che "teme per la vita" e investirlo di "rivelazioni" sul conto del notaio svizzero Gianluca Boscaro, "di cui - ricorda Quaresima nell'interrogatorio reso ai pm torinesi - aveva parlato solo saltuariamente. Mi disse che era la persona che muoveva tutte le fila del denaro riciclato, che era morto in circostanze misteriose".
È chiaro quel che sta accadendo. Marini sa che la danza di san Macuto va a cominciare. Ed è bene dunque lasciare una qualche traccia con l'ultimo e più consueto dei suoi interlocutori (il povero Quaresima) utile a riscontrare la montagna di calunnie che dovrà squadernare. Le minacce di morte, le inutili cartacce depositate presso il notaio svizzero Gianluca Boscaro.
Ma, naturalmente, non basta. All'operazione, manca un tassello. Un quotidiano pronto a menare la gran cassa con le rivelazioni del cialtrone. A ingrassarne soprattutto l'attesa. Viene scelto il quotidiano di proprietà del fratello del presidente del Consiglio, Il Giornale.
A questo quotidiano, il 10 gennaio, viene passato "da imprecisati ambienti parlamentari" l'anonimo che apre il sipario su Paoletti e prepara l'entrata di Marini (il Giornale ne dà notizia nell'edizione dell'11 gennaio). Di più, a questo quotidiano, viene squadernato per intero lo scartafaccio che Marini dipanerà nei mesi a seguire. Lo racconta Gian Marco Chiocci, redattore del Giornale, ai pm di Torino che lo interrogano il 17 maggio. È un verbale lungo, il suo. Che fissa tuttavia alcune circostanze utili da conoscere. Chiocci viene cercato telefonicamente da Marini tra il 10 e l'11 gennaio. Chiocci incontra Randazzo, legale di Marini, il 12 gennaio. Chiocci incontra Marini nello studio di Randazzo, in una data "che - dice - non sono in grado di ricostruire. Comunque diverso tempo dopo il 12 gennaio".
E per dirsi che? "Marini - ricorda il cronista - aveva due o tre faldoni pieni di documenti. Cominciò a parlare di movimentazioni bancarie, personaggi del mondo bancario. Mi disse che aveva riciclato parte della tangente Telekom e che la tangente era destinata a Mortadella, Ranocchio e Cicogna. Mi fece i nomi di Prodi, Dini, Fassino. Mi disse che conosceva Donatella Dini. Mi fece il nome di due persone: Zoran Persen e Tom Tomic, di cui mi diede i numeri di telefono".
Ma guarda un po'. Zoran Persen e Tom Tomic. Due delle vittime di Marini. Due dei 18 nomi di cui il presidente Trantino - che nulla sapeva di Marini - chiederà conto a Paoletti il 14 gennaio. Un'altra deliziosa coincidenza della Grande Trappola. E soprattutto un'altra domanda per il Presidente. Chi glieli aveva suggeriti i nomi di quei due sconosciuti croati? Longo? Il Giornale? Chi?

29 settembre 2003 - COMUNICATO CEDOST-ASSOCIAZIONE VITTIME STRAGE BOLOGNA
Cedost -Centro di documentazione storico politica sullo stragismo Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980
Landis Laboratorio Nazionale per la Didattica della Storia
Terrorismo-Terrorismi: per cominciare a riflettere
Quali sono le domande che, dal nostro presente, possiamo rivolgere a quel passato e quali, le seppur parziali, risposte che possiamo trovare: ciclo di incontri su terrorismo e stragismo rivolto a studenti, studiosi e cittadini, certificato come corso di aggiornamento per insegnanti.
10 ottobre, ore 18, sala del Consiglio provinciale, via Zamboni 13,
Terrorismo, il passato e il presente: trent'anni di indagini.
Incontro con Giancarlo Caselli, Procuratore di Torino.
Saranno presenti: Francesco Berti Arnoaldi Veli, presidente del Cedost, Paolo Bolognesi, Presidente associazione familiari vittime della strage 2 agosto 1980, Vittorio Prodi, presidente della Provincia.
Conduce e coordina Roberto Scardova, giornalista
17 ottobre, ore 17,30 sede del Cedost, via Castiglione 25
Raimondo Catanzaro, università di Bologna Vecchie e nuove Br? Una riflessione su violenza politica e terrorismo nella loro fase storica e sulle nuove Brigate Rosse.
24 ottobre ore 17,30.sede del Cedost, via Castiglione 25
Donatella Barus, ricercatrice Le donne terroriste: rappresentazione ed auto-rappresentazione. Una riflessione sulla declinazione e sulla percezione di una differenza di genere nella violenza politica
31 ottobre ore 17,30 sede del Cedost, via Castiglione 25
Cinzia Venturoli, direttore del Cedost Contesti di stragi, il filo nero del terrorismo stragista e la strategia della tensione.
7 novembre ore 17,30 sede del Cedost, via Castiglione 25
Mattia Miani, università di Bologna, Stragismo, terrorismo e comunicazione,
Comunicazione politica, terrorismo e sistema dei media: l'uso delle nuove tecnologie nella comunicazione dei gruppi terroristici e il cyberterrorismo.
Ingresso libero

3 ottobre 2003 - TRE PACCHI BOMBA, UNO AL MINISTERO DEL WELFARE
"Il Corriere della sera"
Le missive inviate tutte dalla Sardegna. Nessuna rivendicazione
Roma, pacco bomba al ministero del Lavoro
Altre due buste esplosive recapitate alla sede romana della Regione Sardegna e al comando dei Carabinieri di Cagliari
ROMA - Un pacco bomba è esploso questa mattina al ministero del Lavoro e altri due sono stati recapitati alla sede romana della Regione Sardegna e al comando dei carabinieri di Cagliari. Fortunatamente nessuno è rimasto ferito. Sta bene l'impiegato del ministero del Lavoro che ha aperto il primo pacco. Le missive sono state spedite tutte dalla Sardegna. Finora non è arrivata nessuna rivendicazione. Ma, secondo gli investigatori, la modalità di confezionamento degli ordigni fa pensare a una matrice anarco-insurrezionalista.
L'ESPLOSIONE - Alle 12,15 un impiegato dell'Ufficio corrispondenza che si trova al piano terra del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali ha aperto il pacchetto, che ha fatto "una fiammata e molto fumo", come riferisce un funzionario. L'esplosione del pacchetto - in una busta gialla - non ha provocato feriti né danni materiali, secondo il funzionario. I dipendenti del ministero sono quasi tutti rientrati nei rispettivi uffici.
"E' stato come un fumogeno, c'era una linguetta che usciva e una batteria collegata all'interno. La busta ha preso fuoco. Non ho sentito botti", ha detto il gestore del bar del ministero che si trova proprio davanti all'Ufficio corrispondenza. Sul posto ci sono polizia, Squadra scientifica e Carabinieri.
I TESTIMONI - Il pacco esplosivo era stato spedito dall'ufficio postale di Piazza San Silvestro a Roma e recapitato all'ufficio Corrispondenza del dicastero di via Flavia. Al momento dell'esplosione nell' ufficio corrispondenza del ministero c'erano tre impiegati. Uno di questi, Renato Lodovisio, si è insospettito per l'arrivo di una busta gialla di quelle utilizzate per le spedizioni, giunta questa mattina e indirizzata a un fantomatico dottor Dall'Ara, che non risulta impiegato nel dicastero. All'interno della busta c'era un contenitore per videocassetta Vhs con una linguetta esterna che permetteva di aprire il pacco. Quando l'impiegato l'ha tirata, secondo la testimonianza dei suoi colleghi, si è levata una lingua di fuoco di circa dieci centimetri seguita da una fitta nube di fumo che ha invaso la stanza. Nessuno dei tre dipendenti è rimasto ferito, ma Lodovisio, investito dalla fiammata, si è molto spaventato ed è stato soccorso e portato via da un'ambulanza. Al piano terra del ministero sono state fatte uscire per precauzione le circa 25 persone che lavorano nell'ufficio di corrispondenza, nel centro stampa, nell'ufficio postale e nel bar. Negli altri piani del ministero, invece, non è scattato alcun allarme. In Via Flavia si sono subito recati i segretari confederali della Cgil Achille Passoni e Marigia Maulucci. L'impegato che lo ha aperto spiega: "Si vedeva anche una moletta, come quella per stendere i panni. Ho rimosso la molletta e subito si è sprigionato del fumo, mi sono spaventato e ho gettato a terra il pacco. Poi è scaturita una fiammata alta circa un metro che ha annerito il locale".
L'ALTRO PACCO-BOMBA - Poco prima dell'esplosione al ministero in via Flavia una busta simile era stata trovata in via Lucullo, a poca distanza, negli uffici distaccati della Regione Sardegna. La busta, trovata dal personale addetto allo smistamento della posta alle 10,30, non è esplosa per un difetto del congegno di accensione. Le due sedi dove questa mattina sono giunte le due buste esplosive sono nella stessa zona. E lo stesso sarebbe il mittente indicato su entrambi i pacchi-bomba: la Società editoriale sarda. Una società con sede in via della Pineta 30 a Cagliari e che ha cessato ogni attività. Negli ambienti investigativi, subito attivati dopo le prime segnalazioni del pacco bomba a Roma, è stato rilevato che la modalità di invio degli ordigni che sembrerebbe ricalcare altri episodi (tra i destinatari anche il quotidiano di Cagliari L'Unione Sarda) che sono stati ricondotti all'attività di gruppi eversivi come i Nuclei Proletari per il Comunismo.
UN TERZO PLICO SOSPETTO - Un pacco sospetto, simile a quelli arrivati a Roma al ministero del Lavoro e alla sede di rappresentanza della Regione sarda, è stato recapitato stamane in una caserma dei carabinieri di Cagliari. Il plico è stato aperto nella tarda mattinata nella stazione di Stampace, nella centrale corso Vittorio Emanuele. In tutta la regione è scattato lo stato d'allerta.

ANSA:
TERRORISMO: PISANU, NUOVE BR VOGLIONO COLPIRE RIFORME LAVORO
IL MINISTRO A PANORAMA,LIOCE HA LA STESSA FEROCIA DI MORETTI
Esistono "elementi di continuita'" tra nuove e vecchie Br, anche se il contesto e' completamente mutato e nel mirino dei nuovi brigatisti ci sono "i riformisti che sostengono la flessibilita' del mercato del lavoro e quindi il suo rinnovamento". Cosi' in un'intervista a Panorama, in edicola oggi, il Ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu mette a confronto i terroristi di ieri e di oggi, ed assicura: Nadia Lioce "ha la stessa ferocia rivoluzionaria di un Mario Moretti. Crede che l'assassinio politico e l'uso sistematico della violenza possa ancor oggi spingere le masse alla rivoluzione".
Lo spunto per l'analisi del Ministro e' il film di Bellocchio sul caso Moro, che il titolare del Viminale ha visto nel suo studio assieme a Bruno Vespa. Un film che a Pisanu non e' piaciuto ("non ne condivido quasi niente", dice a Vespa), ma da' l'occasione per ricordare quei 55 giorni (vissuti come "un unico, interminabile, giorno"), la figura di Moro ("la sua mitezza, la straordinaria intelligenza che arrivava sempre al cuore e alla mente dell'interlocutore non prevenuto"), cio' che si e' fatto per salvarlo e quello che forse si sarebbe potuto fare, come ad esempio, suggerisce Pisanu, "qualcosa con lo scambio dei 'prigionieri' ".
Poi, inevitabile, il confronto con i terroristi di oggi. "Penso che ci siano alcuni elementi di continuita' -dice Pisanu- che passano in gran parte attraverso i brigatisti irriducibili ancora in carcere. Naturalmente il contesto storico e' completamente mutato. L' antimperialismo delle nuove Br, per esempio, e' una bandiera che non sventola piu', anche perche' e' scomparsa l'Urss, che rendeva credibile la lotta contro gli americani e l'alleanza atlantica. Oggi le nuove Br sono concentrate sulla difesa intransigente di quel che resta della classe operaia, nella sua accezione marxista-leninista, come unica forza rivoluzionaria ancora disponibile. Per questo si battono contro tutto cio' che puo' alterare la fisionomia ideale della classe operaia e prendono di mira i riformisti". E a Vespa che chiede se non sia stato un gravissimo errore concedere liberta' molto anticipata a brigatisti che custodiscono segreti vitali sul caso Moro e su tante pagine degli anni di piombo, Pisanu risponde: "penso che il dovere preminente dello stato sia accertare tutta la verita' e poi stabilire se e in quale misura essere magnanimi". Il Ministro parla poi delle indagini e spiega che quelle che si stanno conducendo sulle nuove Br "potrebbero aiutarci a completare il quadro complessivo di una vicenda storica non conclusa e che deve concludersi secondo verita' e giustizia". E conclude: "Sono persuaso che se ci sono zone d'ombra in quella vicenda, esse dipendono dal comportamento mai lineare e sincero dei brigatisti ora in liberta' e dal silenzio impenetrabile di quelli che si sono rifugiati all'estero. Su di essi, clemenza o non clemenza, io non ho mai cambiato opinione".

"Il Corriere della sera"
Proseguono le reazioni ai pacchi bomba di Roma e Cagliari
Enzo Bianco: "Le Br non c'entrano nulla"
L'ex ministro dell'Interno smentisce quanto detto da Pisanu:
"I responsabili da cercare tra gli insurrezionalisti sardi"
ROMA - "Le Br non c'entrano niente, devo correggere Pisanu che forse affrettatamente ha parlato di Br". È quanto afferma l'ex ministro dell'Interno Enzo Bianco, presidente del Copaco, il Comitato nazionale dell'ordine e della sicurezza pubblica, in merito ai pacchi bomba ritrovati oggi a Roma e Cagliari. Bianco ha così smentito quanto detto oggi dal ministro dell'Interno secondo il quale "bisogna fare attenzione perché ci potrebbe essere qualche colpo di coda degli epigoni dell'esperienza delle Brigate Rosse". Per Bianco i responsabili di questi atti terroristici questa volta vanno "cercati nell'area dell'anarco-insurrezionalismo che si confonde anche con il separatismo sardo". L'ex ministro ha precisato: "Segnalo che c'è un livello preoccupante e se questa iniziativa viene dai sardi, dimostra un'escalation della loro capacità di muoversi fuori dall'isola".
L'INVITO - Bianco ha rivolto anche un invito: "Stiamo entrando in un autunno caldo, è giusto che ciascuno difenda le sue posizioni, il premier, il Governo, le opposizioni e il sindacato. Ma lo si faccia con senso di responsabilità: il premier eviti di andare il televisione a reti unificate e pratichi la concertazione. L'opposizione e il sindacato facciano sentire la loro voce anche duramente ma senza sconfinare oltre il limite del civile confronto democratico perchè questi segnali non vanno presi sottogamba".

"Liberazione"
Le bombe, ogni volta che il governo ha delle difficoltà
Le bombe nemiche
Caro Curzi, in parlamento il Cavaliere riceve un sonoro schiaffo, in piazza ritorna il gusto della politica. Roma attende due manifestazioni importanti. Ed ecco, puntuali, come un orologio svizzero, arrivano le bombe. Di chi sono? Non mi interessa: sono nemici!
Alessio Battaglia via e-mail
Non vi fate distrarre
Signor direttore, sono tornati. Ricorda la bomba "simbolica" nella stradina vicino al Viminale? Io vi trovo molte similitudini e vorrei che il giornale seguisse con attenzione lo svolgersi degli eventi. Non fatevi distrarre da facili "dichiaranti"...
Lettera firmata
I professionisti del terrore
Caro direttore, riecco i professionisti del terrore, delle bombe vere e finte. Conoscendo un po' di storia di questo Paese me l'aspettavo, ma, in cuor mio, speravo che, almeno questa volta, ci avrebbero risparmiato la sceneggiata (che può anche trasformarsi in tragedia). Solo uno sfogo, caro direttore: chiunque essi siano mi hanno veramente rotto le p...
Marcello Leo via e-mail
La noia e il sospetto
Caro direttore, esplode un pacco bomba al ministero del Lavoro di Roma. Ma com'è possibile che ogni volta che questo governo ha delle difficoltà esce fuori qualcosa che distoglie l'attenzione dalle loro magagne e le "convoglia" verso le Brigate Rosse o verso gli anarchici? Non vi sembra un po' noioso e sospetto?
Livia Testavia e-mail

ANSA:
PACCHI BOMBA: COSSIGA, MA QUALI BR? QUESTE SONO SCIOCCHEZZE
CI SONO NUOVE FORME DI TERRORISMO
"Tutte sciocchezze": questa e' stata la secca risposta dell'ex Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, a chi gli faceva notare che il ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, aveva indicato la pista delle BR per i pacchi bomba di ieri.
"E' facile sparare su chi e' stato sconfitto politicamente e militarmente", ha aggiunto l'ex Capo dello Stato sottolineando che, a suo avviso, "queste sono nuove forme di terrorismo".
A chi gli chiedeva se fosse possibile che dietro i pacchi bomba ci fossero nuovamente servizi segreti deviati, Cossiga ha replicato con una battuta: "purtroppo non c'e' piu' Pecchioli (il senatore del Pci Ugo Pecchioli ndr) che era un grande amico dei servizi di sicurezza...".

ANSA:
PACCHI BOMBA: INCHIESTA PER ASSOCIAZIONE EVERSIVA
E' L'IPOTESI DI REATO PER LA QUALE PROCEDE LA PROCURA DI ROMA
E' associazione eversiva l'ipotesi di reato per la quale la Procura di Roma ha aperto un'inchiesta in relazione ai pacchi bomba di ieri. L'inchiesta e' stata affidata ai pm Giancarlo Cataldo e Giuseppe De Falco che usualmente si occupano dell'area anarco-insurrezionalista.

ANSA:
PACCHI BOMBA: INDAGINI, LA PISTA DEGLI INDIPENDENTISTI SARDI
GLI ESPERTI CERCANO IMPRONTE SUL CONGEGNO DISINNESCATO
Una iniziativa degli anarchici sardi indipendentisti: e' questo uno dei filoni di indagine sui pacchi bomba recapitati ieri a Roma e a Cagliari. La scelta del modo - pacchi confezionati non per provocare danni ma solo per creare allarme - sarebbe giustificata, e' stato fatto notare da un esperto dell'antiterrorismo, appunto per avere visibilita' e grande eco sul continente sulla scia dei piu' classici movimenti eversivi.
I pacchi bomba erano identici a quelli inviati mesi fa dal gruppo delle '5 C', gli anarchici impegnati sul fronte carcerario. In quel caso, pero', gli ordigni era contenuti in libri e non nelle custodie di videocassette e avevano allegato un volantino di rivendicazione. Stavolta mancano sia il volantino e, per ora, anche l'attribuzione della paternita' degli attentati. "Non sono gli stessi", si limita a dire un investigatore ricordando, pero', che in passato gli anarchici hanno lasciato passare alcuni giorni prima di far pervenire la rivendicazione per posta ordinaria, elettronica o via Internet.
In queste ore gli esperti della scientifica stanno passando all'esame il congegno del plico consegnato alla sede romana della Regione Sardegna, l'unico dei tre rimasto intatto perche' disinnescato dagli artificieri. Dai primi rilievi e' risultato che la polvere di clorato di potassio utilizzata era umida, a causa molto probabilmente del viaggio notturno in nave della corrispondenza raccolta in Sardegna il 1 ottobre e destinata al continente. Le analisi puntano a rilevare frammenti di impronte digitali, una eventualita' non remota perche' - e' stato fatto notare - la preparazione di congegni di questo tipo e' delicata richiede una sensibilita' delle dita che l'uso dei guanti ostacolerebbe.

12 ottobre 2003 -EX TERRORISTA GERALDINA COLOTTI RACCONTA LE BR AI RAGAZZI
ANSA:
LIBRI: EX TERRORISTA RACCONTA LE BR AI RAGAZZI
E' 'IL SEGRETO' DI GERALDINA COLOTTI
Si intitola 'Il segreto' e, seguendo una trama di fantasia ma piena di appigli alla realta', racconta le Br viste dall' interno da una adolescente il romanzo dell' ex brigatista Geraldina Colotti che arriva in libreria dopodomani pubblicato da Mondadori nella collana dedicata ai ragazzi.
"Non voglio insegnare niente a nessuno. Penso sia opportuno far sapere che non siamo assassini prezzolati, che c' erano delle idee anche dietro azioni sbagliate" spiega l' autrice in un articolo pubblicato oggi dal 'Corriere della Sera'.
Arrestata per la prima volta quando aveva 16 anni dopo un conflitto a fuoco a Roma in cui rimase gravemente ferita, condannata a 27 anni di carcere per il suo passato, Geraldina Colotti ha oggi 47 anni e sconta in un regime di semiliberta' la pena che le e' stata inflitta. E' scrittrice e redattrice culturale del quotidiano 'Il Manifesto'.
La Colotti, domanda il 'Corriere della Sera' al direttore generale della divisione libri della Mondadori Maurizio Turchetta e' un' ex brigatista che non si e' "pentita" ne' "dissociata", secondo gli schemi della legge, dal suo passato: nessun imbarazzo ad affidarle il compito di raccontare il terrorismo ai ragazzi? "No - risponde Turchetta - perche' il romanzo non contiene una lettura storico-politica degli anni di piombo, ne' ha intenti pedagogici. E' solo la narrazione di una vicenda collettiva vista con gli occhi di una bambina che scopre una sua personale vicenda umana".

14 ottobre 2003 - PROTESTA SCALZONE IN ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA A PARIGI
"Il Resto del Carlino"
PARIGI, - L'ex leader di Potere Operaio rifugiato in Francia, Oreste Scalzone, e un gruppo di militanti del collettivo europe