Almanacco dei misteri d' Italia


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11 gennaio 2005 - FALSO DOSSIER ARIOSTO: CHIESTA CONDANNA DEMARCUS A 7 ANNI
ANSA:
FALSO DOSSIER ARIOSTO: CHIESTA CONDANNA DEMARCUS A 7 ANNI
SOLLECITATA CONDANNA ANCHE DI ELEONORA SARCONA
Per la vicenda del falso dossier in cui Stefania Ariosto, la principale testimone di accusa nel processo milanese contro le toghe romane, veniva definita agente dei servizi segreti, il pm di Roma Maria Monteleone ha chiesto oggi la condanna a sette anni di reclusione di Angelo Demarcus, ex militare della Marina ritenuto artefice del confezionamento dei falsi documenti utilizzati per redigere il dossier, ed a quattro anni e sei mesi di Eleonora Sarcona, titolare dell' agenzia di investigazioni "Blue Fox".
I due imputati, a seconda delle posizioni, devono rispondere di falso, furto e sottrazione di atti custoditi in pubblici uffici e diffamazione. Per Demarcus e' stata sollecitata anche una multa di 200 euro e l' interdizione perpetua dai pubblici uffici (cinque anni l' interdizione chiesta per la Sarcona). Nella vicenda giudiziaria fu coinvolto anche il senatore Cesare Previti, ma la sua posizione fu successivamente archiviata.
Demarcus e la Sarcona sono accusati di aver confezionato il falso dossier, pubblicato nel gennaio del 1998 dall' "Avanti della domenica", contenente, oltre a note e atti della questura, un rapporto della Criminalpol in cui si affermava che la cosiddetta "teste Omega" dell' inchiesta milanese sulla corruzione nel palazzo di giustizia di Roma era nel libro paga dei servizi segreti. Un carteggio, sospettarono subito gli inquirenti, confezionato ad arte per screditare l' immagine della Ariosto.
Il dossier, oltre a chiamare in causa la Ariosto, tirava in ballo anche Flavio Carboni, Francesco Pazienza, monsignor Pavel Hnilica ed altri personaggi gia' coinvolti nell' inchiesta sulla ricettazione della borsa di Roberto Calvi. Il dossier, secondo l' accusa, doveva essere lo "strumento" di una vera e propria manovra di screditamento della Ariosto nel periodo in cui la giunta delle autorizzazioni doveva esaminare la posizione di Cesare Previti. Il processo proseguira' il 21 gennaio prossimo con le arringhe dei difensori.

11 gennaio 2005 - LIBRO SU GIOVANNI BONZIO "GIBO", CRONISTA DEL NORDEST
ANSA:
STORIA DI UN CRONISTA, LE VICENDE DI 40 ANNI NEL NORDEST
(di Antonella Barina)
Un affresco inedito del territorio veneziano ferito prima dalla guerra, poi dalla ricostruzione selvaggia e dallo "sviluppo tumorale" dell'industria e infine da complotti internazionali e terrorismo: la storia di questo territorio di rado varcava i confini regionali, quando Gibo (Giovanni Bonzio), lavorava come giornalista per il Gazzettino, dagli anni quaranta agli ottanta, registrando le vicende del Nordest.
Prima aveva portato i fuori sacco in redazione nelle pause tra un bombardamento e l'altro, raccogliendo notizie tra la gente: la gavetta tutta intera, narrata in "Scusate, sono un timido" (Marsilio), il libro di Gianpaolo Bonzio che, attraverso gli articoli del padre, ricostruisce oggi quei quarant'anni di informazione e di storia. Ne emerge un'immagine non stucchevole di Venezia e del Nordest, in cui campeggiano le figure del primo bandito veneziano, il mitico Kociss, di rapinatori zingari e dei Mandrake della finanza, ma anche dei borsaneristi diventati, scriveva Gibo, "i grandi costruttori di Mestre, altri si sono dedicati al settore dei trasporti".
Mestre, appunto: la citta' dormitorio che nei primi anni settanta, ricorda Gianpaolo, registrava una media di venti centimetri quadrati di verde per residente, dove i ragazzi facevano motocross sui fanghi di lavorazione di Marghera. Gli incidenti industriali che Gibo documentava vincendo l'omerta' erano all'ordine del giorno: nel 1973, l'Ispettorato Provinciale del Lavoro prescrisse a tutti i lavoratori di Porto Marghera "una maschera individuale respiratoria che dovevano tenere con se' all'interno della fabbrica", prescrizione poi disattesa, ma illuminante rispetto alle sequenze dei "non sapevamo". Un film in cui scorrono tra l'altro le immagini dei resti dell'Argo 16, precipitato nel 1973 a sfiorare gli impianti di fosgene del fosgene di Porto Marghera, con il suo carico di morti, armi e soldi. Uno schianto dovuto a sabotaggio, ipotizzeranno dopo decenni le indagini. Dalla cronaca a volte Gibo emergeva da protagonista, come quando, nel 1975, durante una rapina con ostaggi a Marghera, tratto' con i rapinatori armati, a mani alzate sulla porta del bar in cui si erano asserragliati. Come "amico e avversario" Gibo ebbe il capo della mobile, Arnaldo La Barbera, che combattera' e sconfiggera' Brigate Rosse, mafia del Brenta, rapitori degli industriali veneti e poi, a Palermo, gli assassini di Falcone e Borsellino: "Andavamo alla ricerca entrambi, sia pure su fronti diversi, della stessa cosa: la verita"", ha scritto La Barbera commemorando Gibo. E in sua memoria fece piantare un albero nel cortile del Terzo Distretto.
L'identita' del Nordest poggia anche sul clima che porta all'ambigua escalation del terrorismo di destra e di sinistra: a prescindere dal coinvolgimento di veneti nelle grandi stragi (prima tra tutte quella di Piazza Fontana), dalla bomba che nel 1978 ammazza una guardia giurata, Franco Battagliarin davanti alla sede di Venezia del Gazzettino agli attentati di fine anni settanta agli omicidi del vicedirettore del Petrolchimico Sergio Gori, del commissario dell'antiterrorismo della Digos Alfredo Albanese, del direttore del Petrolchimico, Giuseppe Taliercio, tra il 1980 e il 1981. Gibo fara' ancora in tempo a registrare gli omicidi di Roberto Succo, il ragazzo che a Mestre uccide i genitori prima di spargere morte in mezza Europa, antesignano di una follia che non era ancora quotidiana. Quindi, per Gibo, scende il sipario su un Nordest, le cui lacerazioni potevano essere raccontate senza veli, a volte, soltanto nell'immediatezza della cronaca.

18 gennaio 2005 - CASSAZIONE: TERRORISMO; PASQUINELLI ESTRANEO A EVERSIONE TURCA
ANSA:
CASSAZIONE: TERRORISMO; PASQUINELLI ESTRANEO A EVERSIONE TURCA
Il leader del campo antimperialista Moreno Pasquinelli e Maria Grazia Ardizzone (esponente di spicco dell'associazione di estrema sinistra 'Direzione 17') sono estranei al progetto di eversione del governo turco perseguito dal gruppo dissidente 'DHKP-C': per questo la Cassazione ha confermato la loro scarcerazione. In particolare la VI Sezione penale della Cassazione - con le sentenze 901 e 902, depositate oggi - ha rigettato il ricorso del procuratore della Repubblica di Perugia contro l'ordinanza del tribunale perugino che, il 23 aprile 2004, aveva accolto la richiesta di scarcerazione avanzata da Pasquinelli e dalla Ardizzone arrestati in quanto indagati per partecipazione ad associazione con finalita' di terrorismo. I due erano accusati di aver aiutato il dissidente turco Er Avni tra l'altro, a cercare casa a Perugia. La Suprema Corte, d'accordo con il Tribunale del Riesame, ha ritenuto "insussistenti" i presupposti della carcerazione in base agli indizi raccolti. Ad avviso di Piazza Cavour e' plausibile che Pasquinelli e la Ardizzone - almeno a quanto emerge dalla prima fase delle indagini - abbiano solo voluto aiutare Er Avni "quale dissidente e non quale terrorista". Rileva la Cassazione che "i gravi indizi devono riguardare la partecipazione a un'associazione terroristica avente per programma la destabilizzazione degli assetti politici esistenti in Turchia anche con azioni terroristiche, programma che deve essere interamente e incondizionatamente 'sposato' e voluto: la sopravvenuta conoscenza di ogni profilo della attivita' di Er Avni, da parte dei due italiani, non e' sufficiente per dare concretezza ai gravi indizi di colpevolezza con riferimento a tale volonta' partecipativa".

CASSAZIONE: PASQUINELLI, GIOIA MA IMPEGNO CONTINUA
Gioisce per la sua "legittimazione politica", ma pensa ai due turchi ancora in carcere nell' ambito della medesima inchiesta, Moreno Pasquinelli, il portavoce del Campo antimperialista, commentando le motivazioni della conferma della sua scarcerazione da parte della Cassazione.
"Le motivazioni della Cassazione - ha affermato - sono la conferma eclatante della macchinazione ordita il primo aprile (il giorno dell' arresto, ndr.) da parte di Ros e Digos, e procura della Repubblica compiacente. Di quanto ingiusta sia stata la campagna di linciaggio contro il Campo antimperialista e quindi di quanto ingiusti siano stati i nostri arresti".
"In pratica - ha aggiunto Pasquinelli - la Corte di Cassazione smentisce radicalmente non solo l' impianto accusatorio, ma la tesi politica della procura della Repubblica, ovvero legittima l' attivita' propria del Campo antimperialista e cioe' il discorso del sostegno a coloro che combattono in altri Paesi che non equivale a far parte di qualche associazione cosiddetta terroristica".
Pasquinelli ha sottolineato, tuttavia, che "i turchi stanno ancora in galera a Rebibbia in virtu' di una ingiusta carcerazione preventiva: e a loro - ha detto - va il nostro pensiero. Inoltre la Corte di Cassazione non entra nel merito del giudizio sull' attivita' specifica dei due compagni turchi, nel senso che non ci dice se e' vera la tesi dell' accusa, che siano dei terroristi, o se e' vera la nostra tesi, che siano dei rivoluzionari democratici che combattono per la democrazia in Turchia. Su questo ovviamente noi continueremo a dare battaglia perche' noi insistiamo nel ritenere, quali che fossero le loro attivita' specifiche in Turchia, che sono dei perseguitati politici".
"Quindi - ha detto ancora Pasquinelli - non vale solo il principio che era nostro dovere aiutarli, ma qui si tratta di smontare tutto il criterio dell' articolo 270 sull' associazione sovversiva cosi' come modificato dal Parlamento che, adottando il criterio delle liste nere e del terrorismo internazionale, non solo voleva mettere noi in galera ma di fatto ci ha rinchiuso due turchi in base ad un principio per cui il movimento di liberazione sarebbe composto da tutti terroristi. Su questo la Cassazione non dice e su questo - ha concluso - noi continueremo la nostra battaglia".

21 gennaio 2005 - FALSO DOSSIER ARIOSTO:DEMARCUS CONDANNATO A 4 ANNI E 10 MESI
ANSA:
FALSO DOSSIER ARIOSTO:DEMARCUS CONDANNATO A 4 ANNI E 10 MESI
L'ex militare della Marina Militare Angelo Demarcus e' stato condannato oggi a quattro anni e dieci mesi di reclusione a conclusione del processo scaturito dal falso dossier in cui Stefania Ariosto, la principale testimone di accusa nel processo milanese contro le toghe romane, veniva definita agente dei servizi segreti. Condannata a un anno e otto mesi di reclusione, con sospensione della pena, anche Eleonora Sarcona, titolare dell'agenzia di investigazione "Blue fox".
Demarcus e' stato condannato anche all'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, al pagamento delle spese processuali e a versare alle parti lese, oltre alla Ariosto l'uomo d'affari Francesco Pazienza, diecimila euro ciascuno sotto forma di provvisionale. Il risarcimento dei danni, secondo quanto previsto dalla sentenza, sara' discusso in sede civile.
Il pm Maria Monteleone aveva chiesto al giudice della settima sezione monocratica la condanna a sette anni di reclusione per Demarcus, ritenuto artefice del confezionamento dei falsi documenti utilizzati per redigere il dossier, e a quattro anni e sei mesi per la sua collaboratrice Sarcona.
I due imputati, a seconda delle posizioni, erano accusati di falso, furto e sottrazione di atti custoditi in pubblici uffici e diffamazione per predisposto il falso carteggio, pubblicato nel gennaio del 1998 dall' "Avanti della domenica". Il dossier conteneva, oltre a note e atti della questura, anche un rapporto della Criminalpol in cui si affermava che la cosiddetta "teste Omega" dell'inchiesta milanese sulla corruzione nel palazzo di giustizia di Roma era nel libro paga dei servizi segreti. Un carteggio, sospettarono subito gli inquirenti, confezionato ad arte per screditare l'immagine della Ariosto.
Il dossier, oltre a chiamare in causa la Ariosto, tirava in ballo anche Flavio Carboni, Francesco Pazienza, monsignor Pavel Hnilica ed altri personaggi gia' coinvolti nell'inchiesta sulla ricettazione della borsa di Roberto Calvi. Il dossier, secondo l'accusa, doveva essere lo "strumento" di una vera e propria manovra di screditamento della Ariosto nel periodo in cui la giunta delle autorizzazioni doveva esaminare la posizione di Cesare Previti. Quest'ultimo fu coinvolto nella vicenda giudiziaria, ma la sua posizione fu successivamente archiviata.

25 gennaio 2005 - PARMALAT: INDAGATI A PARMA MUTTI, GENNARI E ROVERARO
ANSA:
PARMALAT: INDAGATI A PARMA MUTTI, GENNARI E ROVERARO
INDAGINI PUNTANO SU QUOTAZIONE IN BORSA
Puntano sulla quotazione in Borsa di Parmalat avvenuta nel 1990 le indagini della Procura di Parma che indaga sul crac del gruppo agroalimentare: sono stati infatti iscritti sul registro degli indagati l' ex patron di Tecnosistemi, Mario Mutti, l' ex presidente di Finanziaria Centronord, Giuseppe Gennari, e il banchiere Gianmario Roveraro.
Tutti e tre erano stati citati da Calisto Tanzi nel penultimo interrogatorio avvenuto il 15 gennaio scorso a Parma e che era appunto incentrato sulla quotazione in Borsa di Parmalat.
Mario Mutti sarebbe stato il personaggio - secondo la ricostruzione fatta da Tanzi - che avrebbe messo in contatto l' ex patron di Parmalat con la banca Akros di Roveraro, fondamentale per la sbarco in Borsa della societa'. La quotazione era avvenuta attraverso la Finanziaria Centronord di Gennari: Tanzi ne aveva infatti acquisito la maggioranza per poi cambiarne il nome, il 30 ottobre 1990, in Parmalat Finanziaria.
Mutti e' indagato anche dalla Procura di Milano nell'ambito del crac di Tecnosistemi e nell'aprile 2004 era stato ascoltato come persona informata dei fatti dai magistrati emiliani. A meta' di febbraio dello stesso anno alcune carte erano state inviate alla Procura di Parma dai pm milanesi, proprio in seguito a una perquisizione nell'abitazione e negli uffici di Mutti. Erano spuntati collegamenti con Gianni Grisendi, l'ex presidente di Parmalat Brasil successivamente indagato a Parma.

9 febbraio 2005 - TERRORISMO: A ROMA RIUNIONE PM DI TUTTA ITALIA
ANSA:
TERRORISMO: A ROMA RIUNIONE PM DI TUTTA ITALIA
E' cominciata da pochi minuti nella sede della corte d'appello di Roma una riunione, a parte chiuse, a cui prendono parte una trentina di magistrati di tutta Italia che si occupano di inchieste di terrorismo.
Al vertice, che si tiene periodicamente, partecipano i pm dei pool antiterrorismo di Roma, Milano, Brescia, Firenze, Bologna, e di numero altre citta' italiane. Alla riunione e' presente Cesare Martellino rappresentante italiano di Eurojust.

TERRORISMO: RIUNIONE PM, SERVE BANCA DATI CENTRALIZZATA
MA DOPO LE RECENTI POLEMICHE ANCHE SEMINARI SU GIURISPRUDENZA
Una banca dati centralizzata sul terrorismo internazionale, ma anche, forse sull'onda del clamore suscitato dalla sentenza del gup di Milano Clementina Forleo, corsi di formazione per i magistrati impegnati su questo fronte. Queste alcune delle richieste avanzate dai pubblici ministeri di tutta Italia che si sono riuniti oggi a Roma in rappresentanza di 21 procure.
Si e' trattato di uno dei confronti periodici con cui i magistrati impegnati in indagini sul terrorismo, fanno il punto sulle rispettive inchieste, scambiandosi informazioni. Ma discutono anche di questioni generali, come quella della banca dati, di cui da tempo le procure invocano l'istituzione.
"Abbiamo affrontato il tema della drammatica mancanza di una banca dati che il ministro non puo' istituire per mancanza di fondi" riferisce il procuratore aggiunto Armando Spataro, responsabile a Milano del pool anti-terrorismo. E quanto sia grave questa carenza lo dimostra il fatto che le procure stanno intraprendendo la strada del "fai da te". "Ci stiamo attrezzando con buona volonta': ogni procura si creera' la sua banca e poi troveremo il modo di scambiarci i dati", racconta ancora Spataro.
L'attenzione non e' rivolta solo agli strumenti informatici, ma anche alla formazione dei magistrati. Per questo i rappresentanti delle procure hanno anche concordato sull' utilita' che il Csm organizzi seminari sulla giurisprudenza e dunque sull' applicazione della norma del codice penale (articolo 270 bis) che colpisce le associazioni con finalita' di terrorismo.
E non sono passate in secondo piano nemmeno le questioni organizzative: i rappresentanti delle procure hanno evidenziato l'anomalia della situazione italiana nel dare attuazione ad Eurojust, l'organismo europeo nato per rafforzare la lotta alle piu' gravi forme di criminalita'. La normativa Ue prevedeva che ogni paese indicasse, oltre al delegato, un proprio referente nazionale; il ministro della Giustizia Castelli ha invece segnalato tutte le 26 procure distrettuali. E lo stesso delegato italiano ad Eurojust, Cesare Martellino, presente alla riunione di oggi, ha evidenziato le difficolta' di rapportarsi a cosi' tanti interlocutori.

12 febbraio 2005 - PHONEY MONEY: DAI GIORNALI
"L'Opinione"
Un procedimento durato quasi nove anni e costato qualche decina di miliardi di vecchie lire è finito ieri nel nulla dopo l'archiviazione della gip Giuseppa Covatta
Intervista, "Ecco come è naufragata l'inchiesta Phoney money"
Parla Gian Mario Ferramonti dopo il flop dell'indagine
di Dimitri Buffa
L'inchiesta "phoney money" ha fatto discutere mezza Italia prima di finire nel dimenticatoio. Ecco come ce la racconta Gian Mario Ferramonti uno degli imputati prosciolti ieri a Roma dalla gup Giuseppa Covatta nell'udienza preliminare svoltasi nella settima sezione penale gip di Roma.
Signor Ferramonti, che cosa era l'inchiesta Phoney money?
Questa inchiesta nasce nella primavera del 1996 ad Aosta nelle stanze del sostituto procuratore David Monti che ipotizza l'esistenza di una lobby occulta in grado di interferire nei gangli dello stato e con i suoi adepti in grado di truffare qualcosa come 20 mila miliardi che in seguito sarebbero divenuti centomila..
Boom...
Non c'è niente da ridere, io mi sono fatto 30 giorni di galera su queste farneticazionie solo ieri sono stato prosciolto definitivamente dopo mesi se non anni di gogna mediatica con questo signore che andava in tv quasi tutte le sere a dire che erano coinvolti capi di stato esteri e con presunti testi che facevano nomi che andavano da Bill Clinton all'ex presidente delle Ferrovie Lorenzo Necci, passando per l'attuale capo del Sismi Nicolò Pollari, Licio Gelli e l'immancabile P2, Fini, Maroni, Bossi, Berlusconi, Tatarella..
Mancavano solo la Madonna e il bambinello...
Appunto, ma se non gli avessero tolto per fortuna l'inchiesta dopo tre mesi a quel pm non è escluso che ce li avrebbe infilati.
Come è potuta nascere una simile inchiesta?
Grazie ad alcuni giornalisti in rapporti molto intimi .. di amicizia con questo pm che sono riusciti a fare un can can incredibile partito dalla sede Rai di Aosta e irradiatosi in tutta Italia. Questo è riuscito a fare sfilare come testi sotto le telecamere gente come Pinuccio Tatarella, Roberto Maroni, Silvio Berlusconi, Umberto Bossi, Roberto Maroni.
Ricordo che gli levarono l'inchiesta...
Si la sua capa ad Aosta capì che questo si era esaltato, ma lui riuscì a farla passare per insabbiatrice e il Csm gli credette, roba dell'altro mondo.
Ricordo anche che Monti alla fine venne trasferito a Firenze. Ma l'inchiesta che fine fece?
Quel pm per un periodo si è anche dovuto curare alcuni disturbi del comportamento e le inchieste vennero spezzate in tre tronconi, l'ultimo dei quali è stato archiviato ieri dopo avere fatto tre volte andata e ritorno tra Roma e Aosta per strani giri di competenze incrociate.
Ma da che nacque tutto ciò?
Un domanda da un milione di euro. Nessuno lo sa. Non ci furono pentiti, solo intercettazioni telefoniche trascritte male e capite peggio. Un casino incredibile di cui oggi nessuno sa darsi conto con sullo sfondo, unica cosa reale, un grande problema che nessuno sa che affliggerà l'attuale stato tedesco per chissà quanti anni.
Che c'entra la Germania?
Forse nasce tutto da lì, precisamente dai German gold bond emessi nel 1928 della repubblica di Weimar con validità trentennale che un mio conoscente, tale Chester Gray possedeva in gran quantità, per un valore intorno ai duemila miliardi di lire.
Non mi dica che erano ancora esigibili? Allora era questa la truffa?
Nessuna truffa, questi bond dovevano essere esigibile nel 1958, ma nessuno dei due stati in cui era divisa la Germania li riconobbe. Poi però con la riunificazione voluta da Kohl riacquistarono valore e molti magistrati hanno dato ragione a chi li possedeva e pretendeva il loro pagamento dal governo tedesco e siccome da mille dollari l'uno che era il prezzo di emissione erano lievitati a quasi 550 mila dollari ogni singolo titolo lei si può fare i conti di quanto denaro la Germania ancora deve ai sottoscrittori del debito pubblico di Weimar.
Quanti soldi in tutto?
Il calcolo non è mai stato fatto ma si parla di cifre oltre il milione di miliardi di dollari attuali, una follia.
E il suo amico che c'entra con l'inchiesta?
Quando venni arrestato ero appena stato a Mosca per negoziare la compravendita di questi bond dal governo russo che aveva dimostrato interesse a comprare il debito pubblico tedesco per poi compensare il debito della Russia verso la Germania con i titoli rastrellati. Qualcuno volle fermare tutto ciò e nacque un'inchiesta finita nel nulla tra le risate generali.
Ma questi titoli sono concretamente esigibili?
So che questo Gray campa mettendone ogni tanto in pagamento uno in Germania. I due mila miliardi tutti insieme non li vedrà mai, ma qualche milione di dollari a spizzichi e a bocconi sì.
Vuol dire che il suo portafoglio di German gold bond gli è stato restituito?
Con tante scuse, lui poteva provare la provenienza di ogni bond e questa era l'unica condizione da soddisfare per la legittimità del possesso e della pretesa risarcitoria. E ciò perchè nel dopo guerra alcuni di questi bond erano stati trafugati dagli uomini dell'Armata rossa giuntia Berino e la conditio sine qua no per poterli incassare era solo di poterne dimostrare la legittima provenienza e il possesso. Hanno provato dire che erano falsi ma una perizia li ha smentiti e oggi la Germania vive con questa spada di Damocle economica perennemente sospesa sopra la propria testa.
Certo se facessero tutti come questo Gray la Germania starebbe fresca.
Lo capisce da solo. E di signori Gray pieni di questi titoli del debito pubblico di Weimar ce ne sono a migliaia, il governo tedesco prima o poi dovrà trovare una soluzione negoziale.

4 marzo 2005 - TERRORISMO: BERARDI, PRIMA GIORNATA MONDIALE VITTIME IL 10 MARZO
ANSA:
TERRORISMO: BERARDI, PRIMA GIORNATA MONDIALE VITTIME IL 10 MARZO
L'Associazione nazionale familiari vittime del terrorismo 'Domus Civitas', presieduta da Bruno Berardi, ha organizzato per il 10 marzo a Roma, insieme ad altre associazioni, la prima giornata mondiale delle vittime del terrorismo, cui parteciperanno anche i rappresentanti delle vittime del terrorismo dell'11 settembre di New York e dell'11 marzo di Madrid.
La cerimonia, rende noto Berardi, "avra' luogo giovedi' mattina alle 10 nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Piazza Esedra, e saranno presenti tutte le delegazioni delle associazioni dei familiari delle vittime delle stragi che si sono succedute dagli anni di piombo fino ai nostri giorni".

21 marzo 2005 - A DON CIOTTI LA VILLA DEL BOSS DELLA MAGLIANA
"Il Corriere della sera"
A don Ciotti la villa del boss della Magliana
Roma, giornata della memoria per le vittime di Cosa Nostra. Oggi l' incontro con Ciampi in Campidoglio ROMA - Dal Campidoglio sono scesi in corteo fino a via dei Fori Imperiali. Poi, superata salita Magnanapoli, i familiari delle vittime della mafia si sono fermati sotto la palazzina confiscata a Michele Zaza, sei piani nella centralissima via IV novembre che il Tribunale ha tolto a un boss della banda della Magliana e che ieri sono stati assegnati a "Libera", che riunisce 1.200 associazioni antimafia, per farne la sua sede nazionale. "Oggi la mafia ha perso qualcosa, lo Stato avanza", ha commentato don Luigi Ciotti presidente di "Libera". "Ma occorre che le procedure per le assegnazioni siano più veloci. La società civile aspetta con impazienza di riavere ciò che la criminalità ha sottratto alla collettività. Bisogna sostenere e far funzionare la legge 109 che confisca e assegna i beni mafiosi. Ci sono troppe lungaggini burocratiche". La cerimonia è stata semplice e commossa. I familiari dei caduti, oltre un centinaio di persone, sono sfilati di fronte alla foto di Saveria Antiochia, la madre del poliziotto ucciso per difendere la vita di Nini Cassarà al quale è dedicato l' immobile e a cui più tardi è stata intitolata anche una via della città, e sono entrati in massa nella palazzina per prenderne materialmente possesso. La stessa scena si ripeterà il 21 aprile quando a villa Osio, nell' ex residenza del cassiere della Banda della Magliana Enrico Nicoletti, sarà inaugurata la nuova "Casa del jazz". Sul muro di Villa Osio figurerà anche l' elenco dei 639 nomi di vittime della mafia. In precedenza, al mattino, l' aula Giulio Cesare del Campidoglio aveva registrato gli interventi per la "Decima giornata della memoria e dell' impegno in ricordo delle vittime della mafia", una due-giorni che sfocerà oggi nel raduno allo stadio Flaminio di settemila studenti provenienti da tutta Italia e poi di nuovo in Campidoglio, alla presenza del Capo dello Stato, nella lettura pubblica di tutti i nomi delle vittime della mafia. Nell' aula capitolina i familiari sono arrivati in tanti dalle regioni più colpite del Mezzogiorno, ma anche dal Nord. In testa Claudia Loi ed Edna Cosina, sorelle di due agenti della scorta del giudice Borsellino. Vicino c' erano la madre e il fratello di Agostino Catalano, della scorta di Falcone. E poi Giovanni Impastato, fratello di Peppino, e Gina Longo, la vedova del sindaco di Capaci con i suoi tre figli. Un' Italia avvilita ma resistente, pronta ad applaudire con calore Rita Borsellino, presente con la figlia Marta, che dopo gli interventi del sindaco Walter Veltroni e di don Ciotti, ha ricordato: "È questa l' Italia che tiene, che c' è e galleggia anche quando il Paese rischia di affondare. Questo è il nostro Paese vero, che ha una voce sola e vuole continuare la strada dei nostri cari". Paolo Brogi
Brogi Paolo

30 marzo 2005 - ASPIRANTI AVVOCATI STUDIANO MISTERI D'ITALIA
"La Repubblica"
UN CICLO DI LEZIONI SU ALCUNI CASI DI CRONACA MAI CHIARITI DEL TUTTO
I "Misteri d´Italia" per aspiranti avvocati
SARA SCARAFIA
Conoscere e studiare alcuni tra i più grandi misteri d´Italia: è la proposta che l´associazione "Universando" fa agli studenti di Giurisprudenza. "Misteri d´Italia" è un ciclo di lezioni rivolto ad aspiranti professionisti della legge, ma anche a curiosi e appassionati. Il seminario si è aperto il 22 marzo con una lezione dedicata alla strage di piazza Fontana. Il prossimo appuntamento è martedì prossimo alle 15 nell´aula circolare del dipartimento di Diritto pubblico con una lezione sul terrorismo rosso tenuta dal professore di Diritto penale Giovanni Fiandaca e dallo storico Giuseppe Carlo Marino.
Il 12 aprile, invece, si discuterà della strage aerea di Ustica con il docente Aldo Schiavello. Il 19 sarà la volta dei processi di mafia: i docenti Salvatore Costantino e Costantino Visconti approfondiranno la sentenza Andreotti. Il 26 aprile Giovanni Scala parlerà ai ragazzi di Mani pulite. Il 28 si terrà invece una conferenza conclusiva alla quale parteciperanno lo storico Salvatore Lupo e il magistrato Gerardo D´Ambrosio.
"Lo scopo di questa serie di seminari è quello di offrire un contributo per riflettere sul fondamentale ruolo di conoscenza che la storia recente può, e deve, svolgere nella formazione della classe dirigente di domani - dice il presidente dell´associazione Claudio Costantino - Il fatto di studiare Giurisprudenza, poi, ci spinge a scegliere un´ottica particolare, quella delle vicende giudiziarie. La caratteristica degli incontri non sarà la rivisitazione dei fatti della nostra storia recente, ma l´analisi degli stessi alla luce di come siano stati accertati dal giudice nelle sentenze. Un modo per capire se la conoscenza storica sia deformata dalla lente del giudice e del processo".
Chi parteciperà ai seminari potrà richiedere, dopo il superamento di una prova finale, l´attribuzione di tre crediti formativi. Durante gli incontri verranno inoltre distribuiti 500 cd rom, che contengono il dossier denuncia sull´immigrazione, dai rimpatri forzati ai centri di permanenza temporanea, realizzato dagli attivisti del Laboratorio Zeta, l´unico centro d´accoglienza per i migranti della città.
Universando è nata nel 2003: gestisce un giornale dedicato ai problemi degli universitari e della città e cura un sito Internet. Il 13 aprile avrà inizio anche il cineforum dedicato a Pier Paolo Pasolini: sei appuntamenti tutti i mercoledì alle 21 nei locali dell´ex cinema Edison, in piazza Napoleone Colajanni. 
  
 

3 aprile 2005 - GIUSTIZIA: BERARDI, ANCH'IO SCIOPERO SETE MA CONTRO AMNISTIA

ANSA:

GIUSTIZIA: BERARDI, ANCH'IO SCIOPERO SETE MA CONTRO AMNISTIA

LEADER ASS. FAMILIARI VITTIME TERRORISMO POLEMICO CON PANNELLA

   "Chi ha promosso negli anni '70 la cultura dell'odio e della morte deve scontare, come tutti gli altri detenuti, per intero il proprio debito con la giustizia, senza sconti o perdonismi". Lo afferma Bruno Berardi, presidente dell'Associazione nazionale famigliari vittime del terrorismo, commentando la decisione di Marco Pannella di riprendere lo sciopero della sete per sollecitare un'amnistia.

   Berardi nel comunicato annuncia che "e' in sciopero della fame e della sete, fino a quando non sara' messa la parola fine su questa inaudita sceneggiata", ovvero "l'inopportuna liberazione, nello specifico, di terroristi e di chi ha promosso negli anni di piombo la cultura dell'odio e della morte".

   Quanto al perdono, ricorda Berardi, "spetta solo ed esclusivamente a chi ha subito la cattiveria gratuita di questi signori, cioe' alle vittime del terrorismo".

4 aprile 2005 - FURTO IN TRIBUNALE: QUATTRO ANNI A MASSIMO CARMINATI

"Il Messaggero"

IL PROCESSO

Furto in tribunale: quattro anni a Massimo Carminati

Sette condanne per il colpo al caveau della banca del palazzo di giustizia. Pena pesante anche per Stefano Virgili

di VALENTINA ERRANTE

Sette condanne e sei assoluzioni. Si chiude così il primo capitolo dell'inchiesta per il furto del '99 al caveau della banca di Roma nella cittadella giudiziaria di piazzale Clodio. Un colpo da oltre 50 miliardi di vecchie lire.

L'impianto accusatorio ha retto; e sabato il tribunale di Perugia ha accolto le richieste del pm Antonella Duchini. Quattro anni per furto e corruzione a Massimo Carminati, l'ex militante dei Nar legato alla banda della Magliana gia processato e assolto per l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli; ma la pena più alta è per Stefano Virgili, il "mago delle casseforti", con una condanna a cinque anni e tre mesi. Due anni e mezzo invece sono stati inflitti a Orlando Sembroni, ritenuto responsabile soltanto del furto. Tre anni e sei mesi a Giancarlo Puliga, mentre Vincenzo Facchini e Lucio Smeraldi, ritenuto un basista, sono stati condannati rispettivamente a quattro anni e a tre anni e sei mesi, infine a Piero Tomassi quattro anni e tre mesi di reclusione. Per tutti è invece caduta l'ipotesi di associazione per delinquere. Gli imputati sono stati condannati anche a pagare una provvisionale di 50 mila euro alla banca.

Sono stati assolti per non aver commesso il fatto invece Flavio Amore, carabiniere del Reparto Magistratura impegnato nella sorveglianza del palazzo di giustizia, che era stato rinviato a giudizio per non avere impedito il furto, e l'avvocato Antonino Juvara, accusato di istigazione alla corruzione. Stesse motivazioni anche per Manlio Vitale, difeso dagli avvocati Massimo Amoroso e Corrado Oliviero, per Vincenzo Cassetta, Claudio Bottoni e Mario Arciero.

Sarebbero stati in sette a organizzare "il colpo" nella notte tra il 16 e il 17 luglio '99, con tanto di bombole e fiamme ossidriche e alcune copie della chiavi. Su 997 cassette cassette di sicurezza, 174 furono aperte e altre 23 forzate senza che i malviventi riuscissero ad scassinarle. Un bottino da cinque quintali d'oro, due chili di cocaina e molti documenti riservati. Alcune cassette erano in uso a magistrati del distretto della Corte d'appello di Roma e per questo motivo, il fascicolo fu immediatamente trasmesso alla Procura di Perugia, competente su tutte i reati nei quali i colleghi della capitale sono parti offese o indagati.

I ladri erano riusciti a introdursi nella cittadella giudiziaria utilizzando un furgone camuffato: era identico a quello in uso ai carabinieri. Dagli accertamenti emersero anche le responsabilita dei basisti. Quattro uomini dell'Arma e un dipendente della banca sono stati condannati con rito abbreviato nel 2001.

5 aprile 2005 - MOBY PRINCE, L'ALTRA VERITA'

"Famiglia cristiana"

ESCLUSIVO

UN LIBRO SVELA IL MISTERO DEL TRAGHETTO INCENDIATO

MOBY PRINCE, L'ALTRA VERIT·

Quella sera del 10 aprile 1991 la nebbia non c era. Ma allora come è stata possibile la collisione che ha provocato 140 vittime'

La risposta nell'inchiesta di Enrico Fedrighini.

Fitta nebbia, un comandante distratto dalla partita di calcio, una rotta sbagliata, la "tragica fatalita". Nella memoria degli italiani, evoca questi ricordi il "Moby Prince", il traghetto della Navarma che alle 22,25 del 10 aprile 1991 si è infilato nella fiancata della petroliera Agip Abruzzo prendendo fuoco: 140 vittime, un solo sopravvissuto, la più grave sciagura della marineria civile italiana. Questa "verita", confezionata all'indomani della tragedia, è rimasta indelebile nel ricordo collettivo.

Ma non è la verita. La vicenda del traghetto-passeggeri torna alla ribalta per la tenace ricerca di Enrico Fedrighini, milanese, gia consigliere presso il Comune e la Provincia di Milano. Ma, soprattutto, uno col "vizio della memoria":

"Un bel giorno ho incrociato questa storia, per caso. Ho cominciato a leggere e a scavare. Poi, non so quando sia successo, mi sono reso conto di aver oltrepassato la soglia di non ritorno, quella oltre la quale decidi che devi andare fino in fondo".

L'ha fatto. La ricerca di Fedrighini è diventata un libro: Moby Prince. Un caso ancora aperto (edizioni Paoline), in uscita in questi giorni. In quattro anni l'autore s'è studiato tutto sul Moby: faldoni processuali, relazioni, inchieste amministrative, perizie. "Ebbene, c'è tutto nelle carte. Occorreva metterle insieme. Nell'impressionante mole di documenti c'è quanto basta per dire che quella verita è fasulla e che nella rada del porto di Livorno è accaduto ben altro. Qualcosa che abbiamo diritto di sapere. Perch‚ è una brutta storia, una storia che fa paura".

Il terribile rogo della "Moby Prince" generato dalla collisione

contro la petroliera Agip Abruzzo (foto Barontini).

Non è vero che c'era nebbia, n‚ che il comandante Ugo Chessa fosse distratto, n‚ che avesse scelto una rotta pericolosa. E' accertato invece che il tratto di mare antistante Livorno quella sera era affollato: navi, imbarcazioni e bettoline che andavano e venivano. Per fare cosa'

Quella del 10 aprile è una bella sera di primavera. Il mare è calmo, la visibilita è di 5-6 miglia. "Una leggera brezza salmastra mischiata ai vapori della ciminiera della nave penetra nelle narici e accarezza i volti dei pochi passeggeri rimasti sul ponte esterno del traghetto a osservare le luci della citta", scrive Fedrighini. "Sono le 22,03 quando la nave passeggeri molla gli ormeggi e si allontana scivolando sulle acque scure e oleose". Destinazione Olbia. I passeggeri vengono accolti a bordo dalle note musicali di una canzone degli anni '60, Quando, quando, quando. Accadono le solite cose: c'è chi si prepara per la notte, chi chiacchiera, chi beve una birra al bar. "Non si tratta di una sceneggiatura, purtroppo", aggiunge Fedrighini. "Quelle piccole cose banali che ogni persona compie rappresentano gli ultimi istanti di un'intera vita. Centoquaranta persone stanno scrivendo le ultime parole sulle pagine di un libro che per loro è destinato a interrompersi di lì a pochi minuti".

I minuti saranno esattamente 22, quando il "Moby Prince" perfora con la prua l'imponente Agip Abruzzo, alta come un palazzo di dieci piani e lunga 280 metri. Ciò che avviene subito prima è il mistero che il libro prova a chiarire. Come pure nelle 16 ore successive (tanto è trascorso prima che le squadre di soccorso salissero sul traghetto), durante le quali si è consumata la lenta, terribile agonia delle 140 persone a bordo, chiuse nella sala antifuoco con l'incendio che divampa tutto intorno.

Un puzzle da ricomporre

Quindi, che accade' Fedrighini ricostruisce puntigliosamente i frammenti del puzzle, incrociando testimonianze, perizie, deposizioni processuali. Ebbene, la sera del 10 aprile '91 è appena finita la Guerra del Golfo e ci sono cinque navi militarizzate americane in rada a Livorno. Una di queste sta trasbordando materiale bellico e armamento su altre ignote imbarcazioni. Un elicottero - non identificato, ma certamente non italiano - controlla dall'alto l'operazione. Nel contempo, alcune "bettoline" riforniscono di carburante le navi. Qualcosa va storto, un'esplosione, un incendio. Alcuni testimoni parlano di vampate e bagliori che si sviluppano prima dell'impatto del "Moby Prince" contro la petroliera. Il traghetto transita poco lontano. All'improvviso gli arriva contro un'imbarcazione "impazzita" che si allontana dal luogo dell'incidente.

Il Moby è costretto a virare, repentinamente. Il timone si blocca, il suo destino è segnato: l'impatto è inevitabile.

Da quel momento inizia la parte più angosciante del giallo. I radar impazziscono, le comunicazioni radio vengono disturbate. Un misterioso "cono d'ombra" mette il silenziatore ai disperati appelli del Moby. Per ore va alla deriva, in fiamme, mentre i passeggeri in vita, sempre di meno, attendono invano i soccorsi. Il relitto fumante verra riportato in porto solo a mezzogiorno dell'11 aprile.

Il "dopo", ossia questi 14 anni in cui i familiari delle vittime hanno chiesto verita, è la parte più inquietante della vicenda: un'inchiesta amministrativa conclusa a tempo di record (11 giorni); manomissioni sul relitto; tracciati radar mai chiesti e altri con un'inspiegabile zona buia proprio sull'area della tragedia; i processi senza colpevoli; le dichiarazioni contraddittorie di alcuni protagonisti. E la contraffazione dell'unico filmato amatoriale girato a bordo, scampato all'incendio: quando giunge nelle mani del magistrato il video "presenta una giunzione effettuata in modo non professionale". Cioè, il nastro è stato tagliato e incollato con una parte di nastro vergine. Queste e molte altre "stranezze" scovate da Fedrighini fanno della più dimenticata strage italiana la più inquietante. L'ennesimo mistero d'Italia.

Luciano Scalettari

SCENDE IN CAMPO ANCHE MINOLI

Non solo il libro. In occasione dell'anniversario del disastro anche Giovanni Minoli, direttore di Rai Educational, riporta l'attenzione sul "caso Moby Prince". Lunedì 11 aprile, alle 22,50 (Raidue), La storia siamo noi sara dedicata alla vicenda con una puntata dal titolo Moby Prince, il porto delle nebbie di M. Buono e P. Riccardi. "Quest'indagine giornalistica alla fine lascia grande angoscia", dice Minoli. "Emergono grosse novita rispetto alla "verita ufficiale".

Il "Moby Prince" è un'altra Ustica, di cui non erano conosciuti, finora, i contorni inquietanti. Il mio auspicio è che, alla luce di queste novita, presto ci si occupi del caso con una commissione d'inchiesta".

Tra le novita scoperte c'è il coinvolgimento nella vicenda di una nave della flotta Shifco, la "21 ottobre II". La Shifco (sei pescherecci donati dalla Cooperazione italiana alla Somalia) è gia stata oggetto di inchieste della magistratura (poi archiviate) per sospetto traffico d'armi. Ed è anche la flotta su cui indagava Ilaria Alpi nel suo ultimo viaggio a Bosaso, nel marzo 1994. Ebbene, la "21 ottobre II" il 10 aprile '91 era ormeggiata a Livorno e quella sera - nonostante fosse ferma per riparazioni - si è rifornita di carburante. Non solo.

Una testimone ha messo a verbale che quella notte la nave ha lasciato l'ormeggio. E un altro testimone ha dichiarato che un peschereccio bianco con un focolaio d'incendio a bordo si allontanava dal luogo della sciagura. Andrebbe accertato se quella sera, a Livorno, ci fossero due pescherecci. Entrambi di colore bianco.

l.sc.

9 aprile 2005 - AMNISTIA: BERARDI, 4 GIORNI SCIOPERO FAME PER MOTIVI OPPOSTI

ANSA:

AMNISTIA: BERARDI, 4 GIORNI SCIOPERO FAME PER MOTIVI OPPOSTI

"Anch'io proseguiro' lo sciopero della fame, ma per motivi opposti a quelli di Pannella". Bruno Berardi, presidente dell' associazione tra i familiari delle vittime del terrorismo Domus Civitas e' giunto al quarto giorno di astensione dal cibo per opporsi all' ipotesi di un provvedimento di amnistia.

   "Pannella ha tirato in mezzo il Papa: proprio lui che ha combattuto contro molti dei precetti della Chiesa", ha aggiunto Berardi secondo il quale "quando si discutera' della legge si cerchera' di far uscire insieme ai poveri cristi anche quelli che tali non sono". "Se ci sara' un provvedimento - ha concluso - deve essere una cosa seria, che preveda solo l' eventuale liberazione di chi e' pentito o di detenuti ai quali manca poco alla fine della pena".

10 aprile 2005 - MOBY PRINCE: GIULIETTI, VIGILANZA ACQUISISCA INCHIESTA MINOLI

ANSA:

MOBY PRINCE: GIULIETTI, VIGILANZA ACQUISISCA INCHIESTA MINOLI

SIA VALUTATA POSSIBILITA' ISTITUIRE COMMISSIONE INCHIESTA

Il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti ha annunciato che chiedera' alla Commissione parlamentare di Vigilanza di acquisire la registrazione dell' inchiesta sulla strage del Moby Prince curata da Giovanni Minoli che andra' in onda domani sera su Raidue.

   Giulietti chiede l' acquisizione perche' la Commissione di Vigilanza possa inviare la registrazione ai presidenti delle Camere affinch‚ sia valutata, sulla scorta di questa e di altre importantissime documentazioni, come il libro di Enrico Fedrighini 'Moby Prince, un caso ancora aperto', la possibilita di istituire una specifica Commissione d' Inchiesta.

29 aprile 2005 - GIORNALISTI: MORTO PINO BIANCO

ANSA:

GIORNALISTI: MORTO PINO BIANCO

   E' morto oggi a Roma il giornalista Pino Bianco. Aveva 65 anni ed è stato per lungo tempo cronista di punta di Paese Sera e del Messaggero e collaboratore di Repubblica e Rai.

   A 'Paese Sera' entrò nel 1967 e seguì fino al 1984 i più importanti fatti di cronaca italiani: dallo scandalo del Number One al caso Moro, dall'arresto di Mamma Ebe alla contestazione studentesca, dal terremoto del 1980 alla strage della stazione di Bologna. Di 'Paese Sera' fu anche capo della redazione di Firenze e capocronista a Roma. Dallo scandalo del Number One trasse il libro 'Droga di classe' edito da Savelli.

   Seguì assieme a Carlo Rivolta la contestazione dall'interno dei cortei. Nel 1980 fu il primo giornalista ad arrivare a Balvano distrutta dal terremoto. Giornalista eclettico e generoso, fu collaboratore fisso anche di giornali entrati nella storia della satira, da Frigidaire a Il Male. Dopo avere svolto il ruolo di portavoce del Siulp di Roberto Sgalla e della Provincia di Roma, negli ultimi anni ha collaborato assiduamente alla redazione di 'Polizia Moderna', il mensile ufficiale della polizia di Stato.

   I funerali di Pino Bianco si svolgeranno domenica alle 18,30 nella chiesa di Sant'Apollinare a Roma.

 12 maggio 2005 - GIORGIANA MASI: CAPEZZONE, MI APPELLO A PRESIDENTE COSSIGA
ANSA:
GIORGIANA MASI: CAPEZZONE, MI APPELLO A PRESIDENTE COSSIGA
Un appello al presidente Francesco Cossiga perche’ “racconti cio’ che sa” sulla morte di Giorgiana Masi, e’ stato lanciato dal segretario dei Radicali italiani, Daniele Capezzone, in occasione del 28/o anniversario della morte della studentessa, uccisa da un colpo di arma da fuoco il 12 maggio 1977 a Ponte Garibaldi, a Roma, nel corso di una manifestazione. Capezzone e’ intervenuto durante una breve cerimonia, insieme con altri rappresentanti radicali e Verdi, sul luogo dove la studentessa fu uccisa, e dove sono stati deposti alcuni mazzi di fiori.
Il segretario dei Radicali italiani ha parlato della vicenda di Giorgiana come di una “storia di straordinaria attualita””, e si e’ rivolto ai “tanti, tanti, tanti che avrebbero tanto da raccontare”, in particolare “con rispetto al presidente Cossiga, ed anche al Partito Comunista Italiano e alla magistratura che ha tutto affossato e insabbiato nonostante le foto e le prove fornite dai Radicali”.
Critica e’ stata anche la tesoriera dei Radicali, Rita Bernardini, che nel giorno della morte della giovane si trovava in piazza Navona dove il suo partito aveva organizzato un concerto ed una raccolta di firme per vari referendum.
Anche il deputato Verde, Paolo Cento, e’ giunto questo pomeriggio a Ponte Garibaldi per commemorale l’ anniversario della morte della studentessa. Cento ha segnalato che gia’ due anni fa i Verdi hanno presentato una richiesta in Parlamento per istituire una commissione d’ inchiesta parlamentare che accertasse la morte della 18enne.
“E’ doveroso - ha detto Cento - ricordare Giorgiana Masi e pretendere verita’ e giustizia su questo caso”. L’ esponente Verde ha anche lodato l’ iniziativa del Comune di Roma di intitolare una strada alla studentessa: “Un riconoscimento tardivo ma importante”, l’ ha definito.
Nella zona sono stati affissi numerosi manifesti con la foto di Giorgiana Masi, alcuni dei quali, firmati “Giovani Comunisti” portano la scritta “Dall’ album dei ricordi di Francesco Cossiga” con i caratteri tipografici utilizzati tradizionalmente per matrimoni ed eventi analoghi.

 

16 maggio 2005 - COSSIGA, GIORGIANA MASI FORSE UCCISA DA ‘FUOCO AMICO’

ANSA:

COSSIGA, GIORGIANA MASI FORSE UCCISA DA ‘FUOCO AMICO’

ME LO DISSE MASONE, FINORA HO TACIUTO PER MOTIVI DI CARITA’

Giorgiana Masi venne probabilmente uccisa da “fuoco amico” sul Ponte Garibaldi, a Roma, il 12 maggio 1977. E cioe’, afferma Francesco Cossiga, ministro dell’Interno all’epoca dei fatti, “da colpi vaganti sparati da dimostranti, forse suoi compagni ed amici con i quali si trovava, contro le forze dell’ordine”.

Il “terribile dubbio”, rivela Cossiga, serpeggio’ allora tra i servizi investigativi e gli e’ stato confermato in tempi recenti dal Prefetto Fernando Masone, ex capo della Polizia.  “Ho taciuto fino ad ora, salvo che con un amico deputato di sinistra radicale - sottolinea il senatore a vita - per motivi di carita’ “.

 “Ho avuto sempre comprensione - dice Cossiga in una dichiarazione da Costa Masnaga - per il rimorso che attanaglia tanti radicali per la morte di Giorgiana Masi, per aver essi voluto, contro le valutazione e le disposizioni dell’autorita’ di pubblica sicurezza, senza avere la possibilita’ di controllarla, convocare a favore di un referendum da loro indetto una vasta riunione a Palazzo Navona, in un periodo estremamente delicato per l’ordine pubblico. Cgil, Cisl e Uil accettarono l’invito del governo a rinviare la celebrazione della Festa del primo maggio, nonostante il servizio d’ordine di cui disponevano, composto per la maggior parte di comunisti militanti e guidato dalla ‘Vigilanza’ del PCI, ricca di esperienza anche nel collaborare con le forze di polizia sia sul piano informativo che su quello operativo, in piazza e nelle strade”.

“Scongiurai Marco Pannella - racconta ancora Cossiga - di disdire il comizio di Piazza Navona: egli non accolse il mio invito. Portai il problema al CIIS che all’unanimita’ dispose che io convalidassi il divieto di svolgimento della manifestazione, che si svolse con l’infiltrazione di numerosi membri d’Autonomia e che culmino’ tragicamente nell’uccisione di Giorgiana Masi. Il reparto dei carabinieri - precisa l’ex capo dello Stato - che si trovava dall’altra parte del ponte, subito accusato di aver aperto il fuoco, per ordine dell’autorita’ giudiziaria fu disarmato da elementi della Squadra Mobile: alla perizia, risulto’ che nessun colpo era stato sparato. Da parte mia, rimossi dalla carica di questore di Roma un caro amico che pero’ mi aveva falsamente informato non esservi in piazza ne’ poliziotti ne’ carabinieri con le armi in mano, il che, come documento’ L’Espresso, non era vero. Ma neanche dalle armi di costoro risulto’ fosse stato sparato il colpo mortale”.

 “L’autorita’ giudiziaria ed i servizi investigativi non giunsero mai ad alcuna conclusione certa. Essi mi confidarono pero’ un terribile dubbio, confermatomi, anche in tempi recenti, poi dal Prefetto Masone e che per primo fu formulato a me, ministro dell’Interno, da uno dei magistrati che conducevano l’inchiesta: che Giorgiana Masi fosse stata uccisa da ‘fuoco amico’, e cioe’ da colpi vaganti sparati da dimostranti, forse suoi compagni ed amici con i quali si trovava, contro le forze dell’ordine”.

“Ho taciuto fino ad ora, salvo che con un amico deputato di sinistra radicale - sottolinea il senatore a vita - per motivi di carita’. Sembra comunque che questo anno, essendo Sergio Cofferati sindaco di Bologna, non vi saranno piu’ le solite manifestazione, per rispetto a D’Antona e Biagi, uccisi per alcuni tragici giudizi ed invettive lanciate autorevolmente contro di loro in assemblee sindacali e che innescarono, tramutandosi le parole in pallottole, la loro barbara uccisione, che poi i ‘sindacal-rivoluzionari’ d’accatto di Sergio Cofferati, a differenza delle Brigate Rosse e dei sindacalisti dell’aerea di Autonomia, specialmente bolognese, dei miei tempi di ministro dell’Interno, non hanno avuto il coraggio, pur essendone politicamente e moralmente responsabili, ne’ di difendere ne’ di giustificare, dovendosi alcuni di loto mantenersi liberi e candidi per candidature di parlamento e di governo nella prossima era del ‘cattolico adulto’ Romano Prodi, forse accanto al noto progressista ‘fiatiano’ , il ‘marchesino’ Luca Cordero di Montezemolo ed altro”.

 

PANNELLA, SU GIORGIANA MASI COSSIGA CONTINUA A MENTIRE

APPARTIENE A CULTURA DOPPIEZZA VERITA’ CIVILE E ISTITUZIONALE

“Francesco Cossiga, dopo avere in quella occasione clamorosamente mentito e fatto mentire dinanzi al Parlamento, adesso torna a mentire”. E’ questa la replica del leader dei radicali Marco Pannella alle rivelazioni fatte dal senatore a vita Cossiga sull’uccisione di Giorgiana Masi (che sarebbe stata colpita da ‘fuoco amico’) con particolare riferimento al fatto che l’allora ministro dell’Interno sostiene che scongiuro’ Pannella di disdire il comizio a Piazza Navona.

Per il leader radicale, Cossiga torna a mentire “naturalmente per coloro che su questi temi, dalle responsabilita’ per l’assassinio di Giorgiana Masi a quello di Aldo Moro, sono disposti a credere che sia animato dall’amore della verita””.

“In realta’ - conclude Pannella - egli appartiene a una delle culture cattoliche (e comuniste) che fondano non solo sulla doppia ma sulla doppiezza della verita’ i propri comportamenti e intereressi nella vita civile e in quella istituzionale”.

 

GIORGIANA MASI: COSSIGA, PANNELLA SCONVOLTO DAL RIMORSO

POVERO MARCO, CAUSA PRIMA DI QUELLA MORTE

“Povero Marco! Il rimorso per essere stato egli con la sua imprudenza e testardaggine la causa prima della morte di Giorgiana Masi gli sconvolge ogni anno la mente!”. Cosi’ il senatore a vita Francesco Cossiga replica a Marco Pannella sulla morte di Giorgiana Masi.

“Rinnovo e confermo a lui, con antica amicizia, la mia comprensione per questo suo tremendo dramma. Egli almeno non e’, come alcuni bolognesi, un ‘professionista del dramma’. E alle sue commemorazioni di Giorgiana Masi, extraparlamentari, non vanno alte autorita’ ne’ dello Stato, ne’ della Regione, ne’ del Comune ne’ la sinistra ufficiale “.

 

GIORGIANA MASI: COSSIGA RIVELA, UCCISA DA ‘FUOCO AMICO’

PANNELLA, EX MINISTRO MENTI’ ALLORA E OGGI TORNA A MENTIRE

(di Paolo Cucchiarelli)

Una polemica politica vecchia di 26 anni - dolorosa e finora irrisolta - per la morte di Giorgiana Masi trova uno sbocco improvviso nelle parole di uno dei protagonisti. Francesco Cossiga, all’epoca ministro dell’Interno, rivela che la ragazza venne colpita da ‘fuoco amico’, proiettili sparati dai dimostranti e non dalle forze dell’ordine durante la manifestazione, vietata dalla Questura, in occasione della celebrazione dei Radicali per la vittoria nel referendum sul divorzio. Glielo aveva detto poco dopo uno dei magistrati che indagava, spiega, e poi, piu’ di recente, l’aveva confermato l’ex capo della Polizia Ferdinando Masone, scomparso nel luglio del 2003.

La vicenda da anni divide, con polemiche sempre feroci e che il tempo non sopisce, il ministro dell’Interno del maggio 1977 e quello che resta il leader dei Radicali, Marco Pannella, che anche oggi ha risposto duramente alle affermazioni che Cossiga.

All’epoca  la vicenda ebbe echi enormi, rinfocolata a breve quando un settimanale diffuse le foto che dimostravano la presenza di poliziotti non in divisa che sparavano ad altezza d’uomo durante le manifestazioni che riempirono di lacrimogeni tutto il centro di Roma. Giorgiana Masi venne colpita dal lato di Ponte Garibaldi verso Trastevere, all’altezza di piazza Belli mentre dall’altro lato era schierato un drappello di poliziotti.  Tra i manifestanti c’erano molti Autonomi e ragazzi che poi fiancheggiarono o entrarono nelle Br. Si e’ affermato che  la pistola che uccise Giorgiana Masi venne ritrovata proprio in un covo Br.

Cossiga, dopo tante allusioni, interviene citando dati e sospetti avuti all’epoca, scioglie cosi’, per la sua parte, un ‘mistero’ che ciclicamente riemerge: la ragazza, dice, mori’ colpita “da colpi vaganti sparati da dimostranti, forse suoi compagni ed amici con i quali si trovava, contro le forze dell’ordine”. Il “terribile dubbio”, rivela Cossiga, serpeggio’ allora tra i servizi investigativi e gli e’ stato confermato in tempi recenti dal prefetto Masone.

“Ho taciuto fino ad ora, salvo che con un amico deputato di sinistra radicale per motivi di carita’ - spiega Cossiga - Ho avuto sempre comprensione per il rimorso che attanaglia tanti radicali per la morte di Giorgiana Masi, per aver essi voluto, contro le valutazione e le disposizioni dell’autorita’ di pubblica sicurezza, senza avere la possibilita’ di controllarla, convocare a favore di un referendum da loro indetto una vasta riunione a Palazzo Navona, in un periodo estremamente delicato per l’ordine pubblico. Cgil, Cisl e Uil accettarono l’invito del governo a rinviare la celebrazione della Festa del primo maggio, nonostante il servizio d’ordine di cui disponevano, composto per la maggior parte di comunisti militanti e guidato dalla ‘Vigilanza’ del PCI, ricca di esperienza anche nel collaborare con le forze di polizia sia sul piano informativo che su quello operativo, in piazza e nelle strade”.

“Scongiurai Marco Pannella - racconta l’ex capo dello Stato di disdire il comizio di Piazza Navona: egli non accolse il mio invito. Il reparto dei carabinieri, che si trovava dall’altra parte del ponte, subito accusato di aver aperto il fuoco, per ordine dell’autorita’ giudiziaria fu disarmato da elementi della Squadra Mobile: alla perizia, risulto’ che nessun colpo era stato sparato”. Analoghe analisi vennero svolte sulle armi dei poliziotti che intervennero agli incidenti camuffati da Autonomi, ma anche queste non avevano ucciso. Magistrati e servizi investigativi non arrivarono mai ad un risultato anche se, anche recentemente, dissero a Cossiga (ultimo Masone) che la Masi fosse stata uccisa da “fuoco amico”.

Pannella non risparmia di rinnovare le sue critiche aspre a Cossiga: Menti’ allora e “torna a mentire oggi”, dice. E l’ex ministro replica: Pannella e’ ancora oggi sconvolto dal rimorso per il “tremendo dramma”.

Nella polemica entrano anche altri parlamentari. Paolo Cento (Verdi) chiede una commissione d’inchiesta ma l’ex capo dello Stato smorza subito la richiesta con una battuta: “Commissione con Cento presidente? Siamo seri, non tutti possono permettersi di essere Pannella”. E a Antonio Di Pietro che gli ricorda l’obbligo che aveva come pubblico ufficiale di riferire al magistrato, il senatore a vita risponde con altrettanto sarcasmo: “Studi finalmente il Codice di procedura penale, furono i magistrati e gli investigatori a riferirmi i loro dubbi e convincimenti e il ministro dell’Interno” non ha facolta’ alcuna rispetto alle indagini”.

 

GIORGIANA MASI:DI PIETRO,PERCHE’ COSSIGA TACQUE CON GIUDICI?

ORA INFANGA SOLO RICORDO DELLA RAGAZZA E RUOLO DEI RADICALI

“Non e’ carita’ citare come testimone un morto per sostenere una tesi indimostrabile”, afferma Antonio Di Pietro, presidente dell’Italia dei Valori, commentando le dichiarazioni del presidente emerito Francesco Cossiga sull’omicidio della studentessa Giuliana Masi, avvenuto nel maggio ‘77 a Roma durante una manifestazione .

“Per altro þ continua Di Pietro - faccio rilevare che nella sua funzione all’epoca dei fatti di ministro dell’Interno e successivamente di capo dello Stato, il presidente Cossiga era un pubblico ufficiale e come tale aveva il dovere riferire alla autorita’ giudiziaria quanto in sua conoscenza sull’accaduto”.

“Ora rischia solo di infangare il ricordo di chi ci ha rimesso la vita e di screditare il nome del partito di appartenenza, tanto piu’ - conclude Di Pietro - che gli esponenti Radicali, organizzatori della manifestazione, si sono sempre caratterizzati per l’esercizio della non violenza”.

 

GIORGIANA MASI: COSSIGA, DI PIETRO STUDI PROCEDURA PENALE

 “Speravo che come mi aveva promesso, il buon Antonino Di Pietro dopo aver cessato di essere magistrato per non incorrere, come e’ noto, nel rigore del Csm si mettesse finalmente a studiare il diritto penale e il nuovo codice di Procedura penale. Mi dispiace che non lo abbia fatto”. Lo afferma il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, osservando che “come al solito questo ragazzo ha l’abitudine di parlare di cose di cui non capisce assolutamente nulla”.

“Devo dire - prosegue il senatore a vita - che adesso Di Pietro fa meno danno perche’ prima faceva cose di cui non capiva nulla, con quella tragica sequela di famiglie distrutte e di gente uccisasi che tutti conoscono; ma adesso incassa, facendo parte dell’Unione, la cambiale di aver forse risparmiato dolori a Romano Prodi. Io  ribadisce - non avevo nessun obbligo di riferire niente a nessuno, perche’ furono i magistrati ed i poliziotti che indagavano che riferirono; come lui avrebbe dovuto sapere Di Pietro se avesse studiato la procedura penale, in Italia a differenza che in altri paese il ministro dell’Interno non ha facolta’ alcuna rispetto alle indagini”.

E, rivolto all’ex Pm, Cossiga aggiunge: “Toni’, stai tranquillo e ringrazia ancora il cielo che ci sono persone che ancora ti prendono sul serio: io ti voglio bene, ma sul serio certo non ti prendo”. 

 

GIORGIANA MASI: DI PIETRO A COSSIGA, CODICE ERA DEL 1977

PERCHE’ FAI RIFERIMENTO A QUELLO ENTRATO IN VIGORE NEL ‘99

“Contrariamente a quanto affermato dal presidente emerito Francesco Cossiga, il ministro dell’Interno e’ un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni quindi e’ tenuto a riferire alle autorita’  sui fatti di cui e’ a conoscenza”. Antonio Di Pietro, presidente dell’Italia dei Valori, controreplica cosi’ alle affermazioni dell’ex presidente della Repubblica sull’omicidio di Giorgiana Masi. Cossiga aveva ricordato che il ministro dell’Interno “non ha alcuna  possibilita’ di intervenire sulle indagini” cosi’ come prevede il Codice di Procedura.

“Chissa’ perche’, poi, Cossiga fa riferimento al nuovo codice di procedura penale þ continua Di Pietro - giacche’, a prescindere dalle considerazioni precedenti, il nuovo Cpp e’ del 1999, mentre i fatti a cui ci riferiamo sono avvenuti nel 1977.  Anche a me spiace constatare che un ex Presidente della Repubblica non conosca la legge, ma lui piu’ di me e’ giustificato e scusato in considerazione dell’eta””.

 

GIORGIANA MASI: CENTO, NECESSARIA COMMISSIONE D’INCHIESTA

COSSIGA NON PUO’ CAVARSELA ALZANDO UN POLVERONE

 Paolo Cento, dei Verdi, sostiene che dopo le affermazioni di Fracesco Cossiga secondo cui Giorgiana Masi potrebbe essere stata uccisa dal “fuoco amico” sparato dai manifestanti, e’ urgente una commissione di inchiesta sui fatti di quel 12 maggio 1977.

“Dopo le affermazioni di Cossiga, allora ministro dell’ Interno e’ ancora piu’ urgente realizzare quella commissione parlamentare d’inchiesta sull’uccisone di Giorgiana Masi che i Verdi hanno proposto da tempo”. Per Cento, tuttavia, “l’unica cosa certa e accertata” resta “la presenza delle squadre speciali del ministero dell’Interno, le foto che ritraggono agenti in borghese che sparano ad altezza d’uomo coperti da blindati di polizia e il tentativo dello stato di far cadere nel silenzio le responsabilita’ politiche e materiali di quella giornata fortemente condizionata dal divieto liberticida di manifestazione imposto dalle autorita””.

Secondo Cento, “sulla morte di Giorgiana Masi serve la verita’ e nessuno, neanche l’allora ministro dell’Interno Cossiga, puo’ cavarsela con una battuta o sollevando un polverone con l’obiettivo di cancellare le gravissime responsabilita’ dello stato e dei suoi apparati di allora”.

 

GIORGIANA MASI: COSSIGA, COMMISSIONE? CON CENTO PRESIDENTE..

SIAMO SERI, NON TUTTI POSSONO PERMETTERSI DI ESSERE PANNELLA

“E facciamo la commissione di inchiesta sulla povera Giorgiana Masi come proposto da Cento e nominiamolo presidente”. Lo afferma il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga commentando la richiesta dell’esponente dei Verdi.

“Ma siamo seri - aggiunge Cossiga - non tutti si possono permettere di essere Marco Pannella”.

 

GIORGIANA MASI: DOPO 28 ANNI NESSUNA VERITA’

INCHIESTA ARCHIVIATA NEL 1981; ANCHE GHIRA ACCUSATO DA IZZO

L’ ipotesi prospettata dall’ ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga che Giorgiana Masi, possa essere stata colpita da “fuoco amico”, cioe’ da “colpi vaganti sparati da dimostranti” riapre un caso in realta’ mai chiuso dopo 28 anni.

L’uccisione di Giorgiana Masi risale al 12 maggio 1977. A Roma, durante una manifestazione organizzata dal Partito radicale per l’ anniversario della vittoria elettorale nel referendum sul divorzio, vietata dalle autorita’, quella che doveva essere una giornata di festa si trasforma in tragedia.  Sull’asfalto di ponte Garibaldi, Giorgiana Masi, una ragazza di 19 anni, viene uccisa da un colpo di pistola. L’inchiesta sull’ uccisione di Giorgiana Masi venne chiusa il 9 maggio del 1981 dal giudice Claudio D’ Angelo con la dichiarazione di non doversi procedere per essere rimasti ignoti i responsabili del reato. La riapertura del caso e’ stata sollecitata piu’ volte.

Le foto dimostreranno il fatto, smentito in un primo tempo, che nelle strade erano presenti agenti delle forze dell’ ordine in borghese. L’ allora ministro dell’ Interno Francesco Cossiga affermo’ poi:”Fu un momento drammatico in cui tra l’ altro chiesi scusa al Parlamento, perche’ mi era stato detto che non vi erano in piazza appartenenti alla Polizia o all’ Arma dei carabinieri in borghese. Io affermai questo. Avendo appreso il contrario, quando gli amici de ‘L’ Espresso’ mi diedero la documentazione fotografica, rimossi dal suo incarico uno che era mio amico e che mi aveva fornito, non per colpa sua, queste informazioni. E poi andai davanti al Parlamento e chiesi scusa”.

Si parlera’ in seguito anche della possibile responsabilita’ di personaggi dell’ estrema destra o dell’ estrema sinistra. Il pentito di destra Angelo Izzo disse nel 1997 che a sparare fu Andrea Ghira, usando le armi che avevano in dotazione nel gruppo eversivo di cui faceva parte, chiamato “Drago”.

L’ anno dopo un quotidiano parla di un rapporto della Digos secondo cui il colpo mortale potrebbe essere stato sparato da una pistola calibro 22 poi trovata in un covo delle Br. Ma non si sapra’ mai con sicurezza chi ha sparato il colpo mortale.

Nel 2001, l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga disse:”Non vorrei essere frainteso ma io le dico con estrema onesta’ che come sia morta Giorgiana Masi non lo so”.

Nel 2003, a “Report”, Cossiga confermo’ di non conoscere chi ha ucciso Giorgiana Masi, ma fa capire di sapere qualcosa e dice testualmente: “non l’ho mai detto all’autorita’ giudiziaria e non lo diro’ mai, e’ un dubbio che un magistrato e funzionari di polizia mi insinuarono. Se avessi preso per buono cio’ che mi avevano detto sarebbe stata una cosa tragica. Ecco, io credo che questo non lo diro’ mai se mi dovessero chiamare davanti all’ autorita’ giudiziaria perche’ sarebbe una cosa molto dolorosa”. E in quegli stessi giorni, l’ex presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino, parlando della vicenda Giorgiana Masi, ha ricordato che “Pannella venne a trovarmi e mi diede una traccia, che io purtroppo non ho potuto seguire fino in fondo. La vicenda di Giorgiana Masi rimase un po’ fuori dai nostri accertamenti”. Ma “le affermazioni di Cossiga - ha proseguito Pellegrino - confermano il quadro che ci ha fatto Pannella. Io credo che gia’ allora si volesse determinare una situazione che poi si determino’ in Italia nel 1992-1993”.

 

GIORGIANA MASI: MUGHINI, IO C’ERO, RESTERA’ TERRIBILE DUBBIO

“Rimarra’ un terribile dubbio se il colpo fu sparato dagli agenti o da microterroristi infiltrati”.  Cosi’ lo scrittore e giornalista Giampiero Mughini, ospite di Pierluigi Diaco a ‘Servizio Pubblico’ su Radio 24 þ Il Sole 24 Ore, commentando le rivelazioni di Francesco Cossiga sulla possibilita’ che Giorgiana Masi sia stata uccisa da “fuoco amico”.

“Quel giorno ero li’, a Roma þ ha spiegato Mughini þ perche’ lavoravo per Paese Sera che mi mando’ a seguire la manifestazione. Vagavano molte pallottole ed e’ noto che le pallottole non scelgono le proprie vittime. Ma la situazione era molto incandescente, la manifestazione era un elastico che era stato tirato, tutti avrebbero dovuto fare un passo indietro e invece ne fecero due avanti. Roma in quelle giornate era un inferno, un inferno”.

“Paradossalmente le vittime sono state poche þ ha aggiunto il giornalista þ per come erano messe le cose all’epoca. Me lo dissero anche alcuni carabinieri al termine di una manifestazione”.

 

 “Dagospia”

SENATO DELLA REPUBBLICA

COMUNICATO STAMPA

In relazione alle ancora ripetute intimazioni al Sen.Cossiga, allora ministro dell’Interno, di “dire la verità” sull’omicidio di Giorgiana Masi, l’ex-capo dello Stato ha rilasciato la seguente dichiarazione:

“Ho ormai accettato come una punizione del Signore essere insultato ogni anno quale “assassino” e “complice d’assassini” nelle manifestazioni di piazza per le dolorose ricorrenze della strage della Stazione in Bologna e dell’abbattimento dell’aereo dell’ITAVIA su Ustica, alla presenza di altissime autorità locali e dello Stato plaudenti ed opportunisticamente assenzienti e di alcuni che praticano squallidamente la professione di “amici e congiunti delle vittime”.

Penso di essere il Capo dello Stato che abbia battuto ogni record di convocazione o presentazione spontanea davanti ad autorità giudiziarie o commissioni parlamentari d’inchiesta, dopo la scadenza del mandato: settantaquattro volte.

Ho avuto sempre comprensione per il rimorso che attanaglia tanti radicali per la morte di Giorgiana Masi per aver essi voluto, contro le valutazione e le disposizioni dell’autorità di pubblica sicurezza, senza avere la possibilità di controllarla, convocare a favore di un referendum da loro indetto una vasta riunione a Palazzo Navona, in un periodo estremamente delicato per l’ordine pubblico, mentre la CGIL-CISL-UIL accettò l’invito del Governo a rinviare la celebrazione della Festa del 1° maggio, nonostante il servizio d’ordine di cui disponeva, composto per la maggior parte di comunisti militanti e guidato dalla “Vigilanza” del PCI, ricca di esperienza anche nel collaborare con le forze di polizia sia sul piano informativo che su quello operativo, in piazza e nelle strade.

Scongiurai Marco Pannella di disdire il comizio di Piazza Navona: egli non accolse il mio invito. Portai il problema al CIIS che all’unanimità dispose che io convalidassi il divieto di svolgimento della manifestazione, che si svolse con l’infiltrazione di numerosi membri d’Autonomia e che culminò tragicamente nell’uccisione di Giorgiana Masi.

Il reparto dei carabinieri che si trovava dall’altra parte del ponte, subito accusato di aver aperto il fuoco, per ordine dell'autorità giudiziaria fu disarmato da elementi della Squadra Mobile: alla perizia, risultò che nessun colpo era stato sparato. Da parte mia, rimossi dalla carica di questore di Roma, un caro amico, che però mi aveva falsamente informato non esservi in piazza né poliziotti né carabinieri con le armi in mano, il che come documentò L’Espresso non era vero. Ma neanche dalle armi di costoro risultò fosse stato sparato il colpo mortale.

L’autorità giudiziaria ed i servizi investigativi non giunsero mai ad alcuna conclusione certa. Essi mi confidarono però un terribile dubbio, confermatomi, anche in tempi recenti, poi dal Prefetto Masone e che per primo fu formulato a me, ministro dell’interno, da uno dei magistrati che conducevano l’inchiesta: che Giorgiana Masi fosse stata uccisa da “fuoco amico”, e cioè da colpi vaganti sparati da dimostranti, forse suoi compagni ed amici con i quali si trovava, contro le forze dell’ordine.

Ho taciuto fino ad ora, salvo che con un amico deputato di sinistra radicale, per motivi di carità! Sembra comunque che questo anno, essendo Sergio Cofferati sindaco di Bologna, non vi saranno più le solite manifestazione, per rispetto a D’Antona e Biaggi, uccisi per alcuni tragici giudizi ed invettive lanciate autorevolmente contro di loro in assemblee sindacali e che innescarono, tramutandosi le parole in pallottole!, la loro barbara uccisione, che poi i “sindacal-rivoluzionari” d’accatto di Sergio Cofferati, a differenza delle Brigate Rosse e dei sindacalisti dell’aerea di Autonomia, specialmente bolognese, dei miei tempi di ministro dell’interno, non hanno avuto il coraggio, pur essendone politicamemte e moralmente responsabili, né di difendere né di giustificare, dovendosi alcuni di loto mantenersi liberi e candidi per candidature di parlamento e di governo nella prossima era del “cattolico adulto” Romano Prodi, forse accanto al noto progressista “fiatiano” , il "marchesino" Luca Cordero di Montezemolo ed Altro”.

Costa Masnaga, 17 Maggio 2005

 

18 maggio 2005 – GIORGIANA MASI: DAI GIORNALI

Adn Kronos:

GIORGIANA MASI: PERITO BALISTICO, SPARO' UN PICCOLO CALIBRO CHE NON ERA IN DOTAZIONE A FORZE DELL'ORDINE

 “A colpire Giorgiana Masi fu un proiettile di piccolo calibro. Probabilmente un calibro 22 che non era in dotazione alle Forze dell’ordine”. Lo afferma il professor Antonio Ugolini, che effettuò la perizia balistica e tutti i rilievi sulla dinamica dell’omicidio di Giorgiana Masi e dei due ferimenti avvenuti il 12 maggio 1977 nel centro di Roma durante una manifestazione indetta dai Radicali.

 

18 maggio 2005 - CSM: NOMINE IN CASSAZIONE, PRIMA SCONFITTA PER VITALONE

ANSA:

CSM: NOMINE IN CASSAZIONE, PRIMA SCONFITTA PER VITALONE

PLENUM RESPINGE A LARGA MAGGIORANZA LA SUA RICHIESTA

Prima sconfitta per Claudio Vitalone nella sua battaglia per essere nominato dal Csm presidente di sezione in Cassazione. A larga maggioranza il plenum del Csm ha respinto la sua richiesta di ottenere di diritto l’incarico, in applicazione della “Legge Carnevale”, che ha stabilito il diritto al reintegro e alla ricostruzione della carriera per i pubblici dipendenti sospesi dal servizio in conseguenza di un procedimento penale, concluso poi con l’assoluzione.

La decisione e’ passata con venti voti a favore e cinque contrari, espressi dai laici della Cdl.

Con due memoriali al capo dello Stato, Vitalone aveva denunciato nei giorni scorsi di essere stato ingiustamente penalizzato dal Csm in termini di carriera per “l’ostilita’ preconcetta” nei suoi confronti della corrente di Magistratura democratica. Una tesi respinta dal plenum che con la delibera approvata oggi ha “escluso che si siano verificati pregiudizi di carriera” nei confronti dell’ex senatore democristiano.

Nella delibera il plenum spiega che a Vitalone, attualmente consigliere in Cassazione, puo’ essere riconosciuto solo il diritto di restare in magistratura anche oltre l’eta’ pensionabile, per il tempo (4 anni), in cui e’ stato sospeso dal servizio. Ma che non gli puo’ essere riconosciuto di diritto l’incarico di presidente di sezione in Cassazione perche’ la legge stabilisce solo per chi e’ andato in pensione in conseguenza di un procedimento penale la possibilita’ di ottenere al rientro in ruolo una funzione superiore a quella che esercitava in precedenza. Non si tratta, dunque,del caso di Vitalone che anche dopo il suo coinvolgimento nell’ inchiesta per l’omicidio Pecorelli (conclusasi poi con la sua assoluzione) non ha mai lasciato la magistratura.

Nel dibattito che ha preceduto la decisione tutti gli esponenti di Magistratura Democratica hanno preso la parola per respingere loro le accuse rivolte dall’ ex senatore dc; e per ribadire di aver svolto le loro funzioni di consiglieri con “imparzialita’ e serenita’ “.L’intervento  piu’ lungo e’ stato quello di Giovanni Salvi che era stato invitato da Vitalone ad astenersi per essere stato almeno in una prima fase pubblico ministero nel procedimento Pecorelli: “Non ho mai trattato il procedimento Pecorelli con riferimento a Vitalone -  ha detto il consigliere spiegando perche’ non si sarebbe astenuto - non ho alcuna ragione di personale interesse e tanto meno di inimicizia nei confronti del dott. Vitalone”. Parole che hanno spinto anche il vicepresidente del Csm Virginio Rognoni a dire la sua:

“Sono convinto che tutti i componenti del Consiglio esprimano, secondo coscienza e in conformita’ ai propri convincimenti, le determinazioni di loro competenza nelle pratiche, nessuna esclusa, che sono all’ ordine del giorno delle commissioni e del plenum”.

La partita, pero’, non e’ ancora chiusa. Il plenum, che oggi avrebbe dovuto assegnare nove poltrone di presidente di sezione in Cassazione, ha coperto un solo incarico, affidandolo ad Alessandro Criscuolo, ex presidente dell’ Anm e attualmente consigliere in Cassazione. Una nomina passata all’ unanimita’.  Le altre proposte (che vedevano in due casi Vitalone candidato di minoranza), sono tornate tutte in commissione su richiesta dei vertici della Cassazione, che hanno ribadito le loro perplessita’ sulle modalita’ della procedura di nomina in commissione. Una tesi che ha convinto i togati di Unita’ per la Costituzione e i laici della Cdl, il cui voto e’ stato determinante per il ritorno delle nomine in commissione.

 

23 maggio 2005 - GIORGIANA MASI: QUESTA SERA LA VICENDA A “CHI L’HA VISTO?”

ANSA:

GIORGIANA MASI: QUESTA SERA LA VICENDA A “CHI L’HA VISTO?”

 La trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?”, condotta da Federica Sciarelli, ritorna questa sera sull’omicidio di Giorgiana Masi, avvenuto il 12 maggio 1977.

Dopo le recenti rivelazioni del Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, il quale ha parlato di “fuoco amico” che avrebbe ucciso la donna, la trasmissione proporra’ alcuni documenti di quel giorno e alcune testimonianze, tra le quali quella del fotografo Tano D’Amico, che scatto’ la foto del poliziotto vestito da manifestante. Per la prima volta dopo 17 anni, lo stesso poliziotto rispondera’ ad alcune domande di un redattore di “Chi l’ha visto?”.

 

26 maggio 2005 - MOBY PRINCE: UN LIBRO PER ABBATTERE IL MURO DI GOMMA

ANSA:

MOBY PRINCE: UN LIBRO PER ABBATTERE IL MURO DI GOMMA

 E’ una storia, anzi un mistero, italiano quello del Moby Prince. E come per tutte le storie, anzi i misteri italiani, c’e’ un muro di gomma da abbattere, fatto di manipolazioni, depistaggi, verita’ nascoste e verita’ non dette. Ora ci prova un libro, a cancellarle.

“Moby Prince, un caso ancora aperto” di Federico Fedrighini e’ la storia di quel che accadde la sera del 10 aprile del 1991, quando il traghetto Livorno-Olbia ando’ a sbattere contro la petroliera Agip Abruzzo ancorata in rada davanti al porto di Livorno, provocando la morte di 140 passeggeri e personale d’equipaggio, tutti i presenti a bordo tranne un sopravvissuto.  Una storia fatta non di dietrologia ma di documenti e atti d’inchieste amministrative, indagini e udienze processuali.  “Invece di andare a caccia di fantasmi e di misteriosi complotti, a volte e’ sufficiente far parlare le carte” dice l’autore nell’introduzione.

E le carte, gli atti, parlano. “Le prime ipotesi formulate, la fitta nebbia, una manovra incauta del comandante, una grave distrazione dovuta ad una partita di calcio, hanno impresso un marchio indelebile nella memoria collettiva - scrive ancora Fedrighini - Dalla lettura delle carte emerge pero’ un’altra verita’: la rotta di navigazione seguita dal traghetto era prudente, nessun apparecchio televisivo era presente in plancia comandi. E la nebbia, smentita da diverse attendibili testimonianze e dai bollettini meteomarini, forse, serviva a occultare altro”.

Cosa si voleva dunque nascondere? Cosa e’ accaduto il 10 aprile di 14 anni fa? Il libro avanza un’ipotesi. Quella sera, il porto e la rada di Livorno sembravano un porto americano, anziche’ un tranquillo scalo marittimo italiano: c’era un via vai di navi Usa di ritorno dall’Iraq - dove si era appena conclusa la prima guerra del Golfo - cariche di armi, di navi fantasma (almeno due) e anche di un elicottero, che silenzioso ha assistito a tutta la tragedia. C’era, insomma, un’intensa attivita’ attorno alla Moby, che si e’ trovata la’ in mezzo.  L’autore, alla fine del libro, riscrive la storia del traghetto, basandosi sulle carte processuali. “Ma - avverte - e’ una semplice ipotesi, una delle tante possibili”.

Quel che e’ chiaro fin dall’inizio, pero’, sono i tentativi, finora riusciti secondo Fedrighini e il comitato delle vittime, di allontanare la verita’. “E’ una brutta storia – sottolinea ancora - una storia che fa paura, soprattutto per quello che e’ avvenuto dopo: manomissioni, sabotaggi sul relitto del traghetto, testimonianze dimenticate, documenti scomparsi. E a distanza di tanti anni nessuno e’ ancora in grado di spiegare le ragioni di questa tragedia”. La piu’ grande, la piu’ evidente di queste manomissioni o verita’ non dette e’ quella relativa a Camp Darby, una delle piu’ importanti basi Usa nel Mediterraneo, situata nei pressi di Pisa: non esisterebbero immagini radar e satellitari di quanto accadde quella notte registrate dagli strumenti della base.

Gianni Minoli, che ha scritto l’introduzione del libro e in occasione dell’anniversario della tragedia ha realizzato un’inchiesta per ‘La storia siamo noi’, sostiene che quella del Moby e’ la “piu’ grande tragedia della marineria civile italiana del dopoguerra, una storia che piu’ ci si addentra e piu’ i rimandi ad Ustica si fanno evidenti. Moby Prince e volo Roma-Palermo Itavia sembrano due storie speculari, dove s’intrecciano cose che non possono essere dette, muri di gomma contro cui impattano fatti e prove precise”.

Ad impegnarsi affinche’ questi muri di gomma siano abbattuti e’ stata oggi l’opposizione, con il Ds Valerio Calzolaio, il deputato della Margherita Giovanni Bianchi e Mauro Bulgarelli dei Verdi. I tre, presentando il libro, hanno ribadito di voler arrivare ad una commissione d’inchiesta che faccia giustizia e cancelli “tutte le bugie dette finora”. Una “commissione silenziosa”, l’ha definita il giudice Guido Salvini, “che appuri le finalita’ di chi ha organizzato questa messinscena, facendo volontariamente calare una nebbia che altrimenti non ci sarebbe mai stata”.

Questa “e’ una storia strana, una storia nuova - scrive Fedrighini alla fine del libro, avanzando la ‘sua’ verita’ - non vi e’ traccia di nebbia, non vi sono scellerati timonieri che effettuano pericolose gimcane fra le navi al comando di un traghetto passeggeri. E’ la storia di una tranquilla navigazione che improvvisamente si trasforma in dramma. Una storia senza pretesa di verita’, sebbene costruita su atti, documenti e testimonianze reali. Una semplice ipotesi, una delle tante possibili, in attesa di poter conoscere la storia vera, un giorno”.

 

24 maggio 2005 – FAUSTO E IAIO: DANILA TINELLI, TRATTATI MALE DA MILANO

ANSA:

FAUSTO E IAIO: DANILA TINELLI, TRATTATI MALE DA MILANO

DOPO 27 ANNI ARCHIVIAZIONE IN UN SILENZIO DI TOMBA

Una corona di fiori e “almeno un processo, non un’archiviazione” per l’omicidio di suo figlio: questo ha chiesto Danila Tinelli, la mamma di Fausto, il leoncavallino ucciso il 18 marzo 1978 insieme al suo amico Lorenzo ‘Iaio’ Iannucci, alla commemorazione per il 30/mo anniversario dall’uccisione di Alberto Brasili.

“Fausto e Iaio sono sempre stati trattati male dalla citta’ di Milano - racconta -, di loro se ne e’ fregata, forse per l’etichetta del Leoncavallo. Dopo 27 anni e’ arrivata l’archiviazione in un silenzio di tomba”.

“Eravamo soli - aggiunge parlando dell’associazione che ha istituito con la famiglia di Iaio -, ora si e’ aggiunta la scuola, ma vorrei che altri ci aiutassero a chiedere un processo, anche se questi processi hanno avuto tutti una brutta fine: non posso vedere gli assassini tranquilli e beati sapendo il loro nome e cognome”.

Sulla lapide di Alberto, accoltellato a 26 anni da un gruppo di fascisti, in via Mascagni, questa sera Rosa Piro, la mamma di Dax, anche lui ucciso a coltellate nel marzo del 2003, e un rappresentante dell’Anpi hanno deposto la corona del Comitato permanente antifascista contro il terrorismo per la difesa dell’ordine repubblicano. Poi l’incontro si e’ spostato nella sede dell’Anpi per un convegno in memoria di “tutti i giovani antifascisti caduti a Milano nel dopoguerra”, per ricordare che la maggior parte di loro non e’ “caduta - si legge nell’invito alla manifestazione -, come taluni vorrebbero sostenere, in una sorta di guerra civile scatenata da opposti estremismi”, ma “per difendere la liberta””.

Al convegno hanno fra l’altro preso la parola la mamma di Fausto, seguita da quella di Dax.

“Nessuno di noi ha chiesto vendetta - ha detto Rosa Piro - solo giustizia, una giustizia che in molti casi non e’ mai arrivata”.

 

26 maggio 2005 – IL FILM SULLA BANDA DELLA MAGLIANA

“La Repubblica”

L´ANTEPRIMA

Fra le mura di Rebibbia il film che narra "la Magliana"

Del cast fanno parte anche alcuni reclusi

CLARIDA SALVATORI

Il protagonista alla fine dice: "È una storia di chiacchiere e sangue". E ieri questa storia è stata proiettata in anteprima nella sala-teatro del carcere di Rebibbia, a un passo da quel braccio, il G8, dove per tre settimane il film è stato girato da una troupe mista di attori professionisti e attori detenuti, accomunati da un progetto: raccontare la tragica epopea della Banda della Magliana, uno dei capitoli più enigmatici e sanguinari scritti dalla malavita romana a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta.

Diretto da Daniele Costantini, basato sui verbali delle confessioni dei pentiti