Almanacco dei misteri d' Italia


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le notizie del 2002
8 gennaio 2002 -  LETTERA CARLO LUCARELLI AL RESTO DEL CARLINO
'Da esperto di misteri italiani dico: attenti alla dietrologia'
Caro Carlino,
ho letto sia il vostro articolo che la cosiddetta controinchiesta apparsa su internet a cui fate riferimento e mi permetto di fare un'osservazione, non più da figlio di Lucarelli né da "giallista" ma da esperto di "misteri italiani". Una piccola e semplice osservazione: attenti alla dietrologia. Quando c'è qualcosa di incredibile come i dieci morti di questa bruttissima vicenda è facile costruire cattedrali di ipotesi, tutte logicamente conseguenti e apparentemente ben documentate, ma di solito false. E' facile spiegare tutto e il contrario di tutto e di solito, facendo così, la verità si allontana. C'è una parola per questo, ed è una parola che conosciamo tutti: depistaggio. L'unica è restare con i piedi per terra.
Il 17 gennaio ci sarà la sentenza del giudice Andreucci. Mio padre e il direttore Fiorenzuolo potrebbero essere ritenuti responsabili di quello che è successo al reparto di ematologia, e sarà una sentenza autorevole e sicuramente ponderata con la quale dovremo fare i conti. Oppure potrebbero risultare innocenti e allora si dovrà aprire un'altra inchiesta per sapere cosa è successo davvero in quel reparto e chi sia responsabile di quei dieci morti. Ci dovranno essere delle ipotesi ma dovranno essere formulate e credute in base a quello che distingue la verità dalla fantasia: prove concrete, riscontri oggettivi, testimonianze credibili, confronti, perizie, fatti. Anche quella del sabotaggio, naturalmente, che pure ha meritato un supplemento di indagine da parte del giudice Andreucci e che a me personalmente pare un po' più credibile di un pazzesco complotto di albanesi assassini e scienziati psicopatici, privo di fonti di prima mano e coperto dall' anonimato di internet.
Di tutta quella "documentata" controinchiesta mi sento di avvallare soltanto il riferimento a Ustica e a Piazza Fontana, Misteri Italiani che conosco bene, come tanti altri. Anche lì la dietrologia, la formulazione indiscriminata di ipotesi sempre più pazzesche e sempre più complesse (come quella espressa dalla "controinchiesta"), anonime e nascoste, ha sempre fatto il gioco di chi vuole confondere le acque e coprire la verità. Qualunque sia.
Carlo Lucarelli

11 gennaio 2002 - NUOVO SITO "PORTALE DELLA MEMORIA"
Il Centro di Documentazione Storico Politico, costituito dall'Istituto Storico Regionale per la storia della Resistenza Ferruccio Parri e la Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna, hanno messo in rete il "PORTALE DELLA MEMORIA" che può essere visionato presso il suo sito Web: www.cedost.it . In questa sezione del sito - spiega un comunicato - è contenuto, fra l'altro, l'archivio elettronico "Cronologia italiana 1945-1999: cronologia  delle stragi, del terrorismo e dei progetti eversivi avvenuti in Italia dal 1945 ai giorni nostri". Questo strumento informatico è composto da circa 2000 schede informative sugli eventi relativi a stragi, attentati terroristici e trame oscure della storia dell'Italia repubblicana. Ad ognuna di queste "schede-evento" sono collegati: riferimenti bibliografici, indagini giudiziarie, quadro istituzionale e un dizionario delle organizzazioni citate. L'archivio sarà via via aggiornato fino ad arrivare ai giorni nostri. A breve sarà inserito un ulteriore archivio "Violenza politica in Europa 1969 - 1989", una cronologia dei fatti di terrorismo europeo correlata da bibliografia e documenti. Anche questa cronologia verrà costantemente aggiornata.

15 gennaio 2002 - VICENDA SOFFIANTINI-DELFINO: RINVIATI A GIUDIZIO 2 UFFICIALI DEI CARABINIERI
ANSA:
Il giudice per le udienze preliminari Silvia Milesi ha accolto la richiesta, presentata dal pm Antonio Chiappani, di rinvio a giudizio, con l' accusa di abuso d' ufficio, per due ufficiali dei Carabinieri, Antonio Pinto e Arnaldo Acerbi. I fatti, per cui il tenente colonnello Pinto e il capitano Acerbi saranno processati il 28 ottobre 2003, risalgono all' epoca del sequestro dell'imprenditore Giuseppe Soffiantini, quando, tra la fine del 1997 e l' inizio del 1998 il generale dei Carabinieri Francesco Delfino, secondo i magistrati, riusci' a farsi consegnare un miliardo dai familiari del rapito, con la promessa di aiutarli. Delfino e' gia' stato condannato, nei tre gradi di giudizio, a 3 anni e 4 mesi di reclusione per truffa. Secondo Chiappani, la mancata segnalazione, da parte di Acerbi e Pinto, delle trattative tra Delfino e chi gli consegnava i soldi per conto della famiglia Soffiantini, costitui' un abuso d'ufficio.

18 gennaio 2002 - BOMBA VENEZIA: ARRESTATO UNO DEGLI INDAGATI PER ESPLOSIVO
"Il Gazzettino" scrive che e' stato arrestato e portato in carcere Cristiano Rifani, uno dei due veneziani, simpatizzanti di estrema destra, indagati per detenzione di esplosivi nell'ambito delle indagini sulla bomba al Tribunale di Venezia, il 9 agosto scorso. Il provvedimento di custodia cautelare e' stato firmato dal gip di Venezia Licia Marino e non farebbe riferimento formale alla bomba a Rialto, ma esclusivamente alle tracce di tritolo e T4 (il primo e' il tipo di esplosivo usato per l'attentato) che i periti dell'accusa hanno trovato su un paio di pantaloni sequestrati nella casa di Rifani. I risultati della perizia chiesta dal pm Felice Casson sono stati contestati ieri a Rifani, durante un interrogatorio al termine del quale e' stato notificato al giovane l'ordine di custodia per il pericolo di reiterazione del reato. Il gip ha stabilito un termine di 30 giorni per la misura detentiva evidenziando nel suo provvedimento la micidialita' della miscela esplosiva nella disponibilita' dell'indagato e l'evidente esistenza di contatti di Rifani con persone, allo stato ignote, che gli hanno procurato gli esplosivi in questione. Secondo il gip non esiste agli atti alcun elemento che giustifichi quell"'intimo contatto" con la miscela avendo Rifani dichiarato di essere disoccupato e di prestare saltuariamente attivita' lavorativa nel locale dell' amico William Capriati, sui cui abiti non e' stata reperita alcuna traccia di materiale esplodente benche' egli avesse trascorso la serata e la prima parte della notte tra l'8 e il 9 agosto in compagnia proprio di Rifani. Secondo il gip, inoltre, Rifani, dopo essersi procurato l'esplosivo, non solo lo ha necessariamente trasportato ma deve averlo altresi' consegnato a terzi poiche' dell'esplosivo non si e' trovata traccia nella sua abitazione. Diversa, infine, la ricostruzione dei due amici sui loro movimenti la notte dell'attentato: entrambi concordano di averla trascorsa insieme bevendo una birra in un locale, ma Capriati ha sostenuto che passarono nei pressi del tribunale, mentre Rifani ha negato tale circostanza indicando un percorso, e un orario, diverso. Rifani, che ha un passato da simpatizzante di estrema destra, ha ipotizzato nell'interrogatorio di ieri, come ha riferito oggi il suo avvocato Mario D'Elia, che le tracce rinvenute sui suoi pantaloni siano spiegabili forse con il fatto che la mattina dopo l'esplosione si reco' sul luogo dell' attentato per curiosita'. "Lui comunque - ha detto il legale - si dichiara estraneo alla vicenda e mi ha riferito di aver iniziato lo sciopero della fame. E' paradossale - ha aggiunto l'avvocato - che lo si arresti, mettendolo pure in isolamento, dopo quattro mesi con la motivazione del pericolo di reiterazione del reato: vuol dire che per tutto questo periodo Venezia e' stata soggetta al rischio di altri attentati. Invece Rifani in questo periodo aveva anche iniziato a lavorare perche' il Comune gli aveva concesso la tanto sospirata licenza".

21 gennaio 2002 - BOMBA VENEZIA: RIFANI A GIP, NON SO NULLA
Secondo il racconto del suo legale, avv. Mario D'Elia, Cristiano Rifani ha ribadito al Gip di Venezia Licia Marino di non avere nulla a che fare con l'attentato al tribunale di Venezia e di non spiegarsi come possa essere venuto in contatto con l' esplosivo, il T4, di cui sono state trovate tracce su una tasca sinistra di un paio di suoi pantaloni. Rifani, che e' mancino, ha ipotizzato che questo possa essere accaduto quando, il giorno dopo l'esplosione, e' andato a curiosare nei pressi del Tribunale di Rialto, e qui potrebbe aver toccato con la mano le strisce adesive di demarcazione della zona dello scoppio. L'avv. D'Elia, ricordando lo stato d'indigenza dell'uomo e la sua incapacita' nel ricordare con puntualita' e logica quanto accadutogli la sera dello scoppio, ha sottolineato come Rifani si vesta con abiti riciclati, frutto di donazioni parrocchiali se non addirittura attraverso il recupero tra le immondizie. Un fatto questo - secondo D'Elia - che potrebbe giustificare le tracce di esplosivo, maneggiato da un precedente possessore degli abiti. Il legale ha contestato - davanti al Gip - che non siano state messe a disposizione della difesa le perizie fatte effettuare dal Pm Felice Casson, ma anche l'arresto cautelare del suo assistito a cinque mesi dall'accaduto. "L'arresto non ha senso - ha detto d'Elia - se solo avesse temuto per se', Rifani avrebbe potuto comodamente fuggire ovunque, oppure avrebbe potuto commettere chissa' quanti altri attentati".

24 gennaio 2001 - BOMBA A INTENDENZA FINANZA MILANO: COMINCIATO PROCESSO
Davanti alla prima Corte d' Assise di Milano, presieduta da Luigi Domenico Cerqua, comincia l' interrogatorio di Luca Giannasi, l'uomo accusato di tentata strage per uan una bomba collocata nel 1998 davanti all'ingresso dell' Intendenza di Finanza di via della Moscova a Milano e poi, nell' aprile successivo, un altro ordigno all' Universita' Bocconi. Il motivo di questi gesti sarebbe stato quello di acquisire credito nei confronti dei servizi segreti, coi quali collaborava, e di mostrare che le sue previsioni si avveravano. Giannasi, che e' assistito dall' avvocato Civitello, ha sempre negato l' addebito, sostenendo di avere avuto le informazioni sui due attentati da tale Marcu, ex mercenario nella guerra di Bosnia.

25 gennaio 2002 - GEN. SABATO PALAZZO CEDE COMANDO ROS A GEN. GIAMPAOLO GANZER
Il generale di divisione Sabato Palazzo ha ceduto il comando del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei Carabinieri, per assumere, da domani, l' incarico di comandante interregionale di Napoli. A lui subentra il generale di brigata Giampaolo Ganzer, gia' vicecomandante del Ros.

28 gennaio 2002 - MORTO PREFETTO UMBERTO IMPROTA
Muore a Roma il prefetto Umberto Improta, 69 anni. Improta, malato da alcuni mesi, era ricoverato dall' 11 dicembre scorso nella casa di cura Ars Medica, a Roma, nel quartiere di Vigna Clara. Improta aveva partecipato da protagonista ad alcune grosse vicende di terrorismo, come la liberazione di Dozier. Nato a Napoli il 4 agosto 1932, fu dirigente dell'Ucigos, questore di Cosenza, direttore del servizio antidroga, dell' Interpol, del servizio antiterrorismo, poi questore a Milano e a Roma, quindi prefetto.

28 gennaio 2002 - BOMBA INTENDENZA FINANZA: GIANNASI, NON SONO LEGHISTA
Luca Giannasi, imputato a Milano di strage per l'esplosione di una bomba davanti all'Intendenza di Finanza (settembre 1998) e per l'ordigno trovato inesploso all'Universita' Bocconi (aprile 1999), interrogato dal pm Stefano Dambruoso, ha detto ai giudici della prima Corte d'Assise di Milano di non essere leghista. Giannasi ha spiegato di essersi avvicinato al Carroccio durante le elezioni amministrative del 1997 a La Spezia, ma, ha sottolineato, "quando ho scoperto che le idee politiche generali erano razziste mi sono allontanato perche' in realta' sono un socialista". Della sua presunta appartenenza alla Lega aveva parlato Giuseppe Fregosi, spezzino come lui, e accusato di furto e detenzione di armi e materiale esplosivo. Questo materiale, aveva messo a verbale Fregosi due anni fa, gli sarebbe stato chiesto anche da Giannasi. Giannasi e' stato chiamato a fornire spiegazioni relative ai suoi rapporti con un tale Marku (un mercenario conosciuto in Croazia nel '92 che gli "aveva riferito di questi attentati a Milano"), e ad alcuni disegni ritrovati sul suo computer che riguardavano progetti per la costruzione di armi ("sono progetti per costruire armi giocattolo che si usano per la guerra simulata").

1 febbraio 2002 - DONATELLA DI ROSA CONDANNATA PER DIFFAMAZIONE
"Il Mattino di Padova"
Diffamò un giudice: condannata "Lady Golpe" insieme al marito
m.ch.
MESTRE. Condanna a tre mesi, pena sospesa, per "Lady Golpe" e il marito. Dovranno anche risarcire il giudice istruttore Giuseppe Millozza che nel 1997 li denunciò per diffamazione e calunnia.
Donatella Di Rosa, romana di 44 anni e il marito, il tenente colonnello Aldo Michittu, 53 anni, sono comparsi davanti al giudice monocratico di Mestre per rispondere dell'accusa di aver offeso, pur sapendolo innocente, il giudice istruttore Millozza, all'epoca in servizio in Friuli. I due presentarono al presidente del tribunale civile di Udine una istanza di ricusazione del giudice in cui lo si accusava di corruzione in atti giudiziari e abuso d'ufficio. La coppia (entrambi sono contumaci) è stata condannata dal giudice mestrino Rocco Valeggia, l'altro ieri, solo per il reato di diffamazione mentre sono stati assolti per la calunnia. De Rosa e Micchittu sono stati così condannati ad una pena di 3 mesi, con la sospensione condizionale, al pagamento delle spese processuali e a un risarcimento danni di 50 milioni. La somma dovrà essere messa a disposizione di un ente indicato da Millozza, difeso dall'avvocato pordenonese Bruno Malattia. La Di Rosa e Michittu fecero parlare di sè nei primi anni Novanta con le loro rivelazioni su un intrigo di traffici di armi e progetti golpistici che provocò uno scandalo nell'Esercito e costrinse alle dimissioni polemiche del capo di stato maggiore, il generale Goffredo Canino. Nel 1993 i due finirono in carcere con l'accusa di autocalunnia con finalità eversive. I coniugi tornarono liberi venti giorni più tardi e le loro rivelazioni finirono nel dimenticatoio.

6 febbraio 2002 – LADY GOLPE: GIUDICE MILLOZZA DEVOLVE RISARCIMENTO IN BENEFICIENZA
"Il Messaggero Veneto"
Alla Via di Natale i soldi di "lady Golpe"
Giudice diffamato dalla Di Rosa devolve in beneficenza un risarcimento da 50 mila euro
di FABRIZIO FERRARI
Cinquantamila euro (quasi 100 milioni di lire) interamente devoluti alla Via di Natale. Autore del gesto è il dottor Giuseppe Millozza, fino a pochi anni fa giudice istruttore e presidente della sezione fallimentare del tribunale di Udine, il quale ha deciso di devolvere in beneficenza la somma assegnatagli dal tribunale penale di Venezia a titolo di risarcimento dei danni subiti come vittima del reato di diffamazione per il quale sono stati condannati Donatella Di Rosa ("Lady Golpe") e il marito Aldo Michittu, ai quali sono stati inflitti tre mesi di reclusione col beneficio della sospensione condizionale della pena.
I fatti contestati risalgono al febbraio '97, quando Millozza era giudice istruttore in un processo civile che vedeva contrapposti i coniugi Michittu all'avvocato Livio Bernot, il quale rivendicava il pagamento della sua parcella per l'attività professionale svolta nell'interesse dei suoi ex assistiti. Durante il procedimento, i Michittu avevano ricusato due volte, senza esito, il giudice Millozza, arrivando a presentare una terza istanza di ricusazione nella quale accusavano Millozza di "collusione" con Bernot, nei confronti del quale sarebbe stato debitore, a loro dire, di importanti favori. Ovviamente, Milozaa sporse subito querela e decise di astenersi dalla causa civile.
Le accuse di natura penale mosse alla Di Rosa e al marito (il caso era stato assegnato ai giudici di Venezia) avevano condotto, dopo la fase preliminare, al rinvio a giudizio della coppia.
E veniamo ora al processo vero e proprio, per definire il quale ci sono volute ben sei udienze dibattimentali con l'audizione di numerosi testimoni. Bernot e Millozza si erano costituiti parte civile, ottenendo, alla fine, piena soddisfazione. Infatti, è emerso che tra i due non c'era mai stata alcuna frequentazione (l'avvocato Bernot, deponendo come teste, ha affermato di non aver mai preso nemmeno un caffè col magistrato e di aver avuto con lui soltanto i normali rapporti di tipo professionale).
La complessa istruttoria dibattimentale ha così portato alla sentenza sfavorevole a Michittu e alla Di Rosa: il giudice Sara Natto li ha ritenuti responsabili di diffamazione, condannandoli, come detto, alla pena detentiva (sospesa) e al risarcimento dei danni al dottor Millozza (che era assistito dall'avvocato Antonio Malattia di Pordenone). L'ingente cifra andrà interamente, come già ricordato, alla Via di Natale per la sua meritoria attività di assistenza ai pazienti oncologici in cura al Cro di Aviano.

7 giugno 2002 - DIARIO: LA TANGENTOPOLI LUCANA
"Diario"
Il Nostro Inviato nelle Mazzette della Nuova Repubblica
Cosa vuoi di più? Un lucano
L'uomo-chiave della Tangentopoli di Potenza: Claudio Calza, banchiere emergente, amico di Cossiga, uomo del parlamentare Angelo Sanza. Al centro di tanti affari. Targati Berlusconi
di Luca Andrei
ROMA.
Un bel sabato d'agosto a Porto Rotondo, l'anno scorso. È uno di quei giorni, e uno di quei posti, in cui la gente comune si accalca per sbirciare le celebrità in vacanza. I vip invece fanno la coda per mettersi in mostra e guardarsi tra loro. Con le barche, grandi piccole e piccolissime, che intasano il porticciolo per conquistare l'attracco. Giorno fortunato, quel 25 agosto del 2001, per i cacciatori di facce famose. "Ecco Silvio, è Silvio", annuncia qualcuno. La folla si apre. Si ferma. Spunta una coppia in tenuta da jogging che corricchia verso la banchina: sono Silvio Berlusconi con il fido Emilio Fede, reduci da una delle tante ville sarde del presidente del Consiglio. Gridolini, saluti, invocazioni. Il capo del governo però si dirige deciso verso una vecchia conoscenza. Tra la gente sbuca Francesco Cossiga. Un breve scambio di saluti e poi Berlusconi e l'ex capo dello Stato scompaiono a bordo di una barca ormeggiata lì vicino, nel porticciolo. A fare gli onori di casa sulla bella goletta El Gaya è Claudio Calza, banchiere. Sì, proprio lui, lo stesso Claudio Calza finito agli arresti martedì 28 maggio per la nuova Tangentopoli con epicentro a Potenza. Sospetti pesanti, accuse. E lui in cella a negare tutto. Mai smistate mazzette. Mai gestiti soldi in nero dei quattro fratelli Antonio, Francesco, Lucio e Michele De Sio, i costruttori lucani al centro dello scandalo. E Angelo Sanza, il deputato forzista su cui pende una richiesta d'arresto? Era un amico e niente più, protesta Calza.
L'autodifesa dell'illustre carcerato non potrebbe essere più netta. Ma ci sono le intercettazioni, quelle maledette intercettazioni ordinate dalla Procura di Potenza, migliaia e migliaia di pagine raccolte in mesi di indagini. "Quello sta tutte le sere a mangiare con Cossiga", dice un non meglio identificato Carmine parlando di Calza in una telefonata agli atti dell'inchiesta. Millanterie, forse. Paroloni per convincere un interlocutore dubbioso. E poi che cosa c'entra quella frase con le presunte tangenti e i fondi neri? Ma di certo il rampante Claudio Umberto Saule Calza (questo il nome completo) ci metteva del suo per far nascere queste storie. Lui stesso amava presentarsi come amico e collaboratore dell'ex presidente della Repubblica. E poi capitava spesso, spessissimo, di trovarli insieme, il banchiere e Cossiga, a incontri mondani, cene, serate di gala, appuntamenti culturali. Per Calza, 40 anni appena compiuti, origine lucane, era un onore. Il segno riconoscibile e riconosciuto di una carriera velocissima e ancora molto promettente.
Era cresciuto in fretta il giovane Calza. Collezionando incarichi, riconoscimenti e amici. Tanti amici, alcuni molto influenti. Cossiga e Sanza, ma anche il generale dei carabinieri Stefano Orlando, ora in forza al Sisde (il servizio segreto civile), più volte intercettato nei mesi scorsi mentre parla al telefono con il banchiere finito sotto inchiesta. I magistrati sospettano addirittura che l'alto ufficiale, già responsabile della sicurezza al Quirinale con i presidenti Scalfaro e Cossiga, avrebbe addirittura avvertito Calza delle indagini a suo carico. Possibile? Possibile che un oscuro piccolo finanziere sia finito al centro di una rete di relazioni così estesa e potente? La riposta, forse, arriverà dalle indagini della Procura di Potenza. Per adesso non si può far altro che raccontare la straordinaria e velocissima ascesa dell'amico del presidente-picconatore.
In banca, Calza aveva esordito solo cinque anni fa, nel 1997. Ma era partito alla grande, addirittura da presidente della piccola Popolare del Sinni, un istituto di credito tascabile con soli due sportelli, 13 dipendenti, pochi miliardi di lire di raccolta e sede a Chiaromonte, in Basilicata. Le popolari, in genere, sono banche cooperative con decine, centinaia, a volte migliaia di piccoli soci. Ma la Popolare del Sinni era tale solo di nome. Tanto per cominciare aveva lo statuto di una società per azioni e poi, in base ai documenti ufficiali, l'azionista sarebbe stato soltanto uno, un certo Antonio Accettura da Rotondella, provincia di Matera. Faceva capo a lui l'intero capitale sociale della banca, pari a 10 milioni e 329 mila euro, cioè 20 miliardi di lire.
Storie vecchie, superate dai fatti, perché nel gennaio del 2001 la banchetta lucana finisce nell'orbita di un grande gruppo del Nord: la Banca popolare dell'Emilia, una popolare vera con sede a Modena. Questa, giusto un anno fa, compra anche il Banco di Sardegna, un istituto quotato in Borsa ma pieno di problemi. Negli ambienti finanziari si dice che l'operazione godeva di uno sponsor eccellente: il sardo Francesco Cossiga, accreditato di ottimi rapporti con i vertici di entrambi gli istituti. Fatto sta che l'affare si chiude a tempo di record e Calza, dalla piccola Popolare del Sinni, viene catapultato sulla poltrona di amministratore del Banco di Sardegna. Bel colpo davvero, che gli è servito anche a far salire le sue quotazioni negli ambienti della Roma da salotto. Il giovane banchiere lucano ama aprire la sua bella casa dei Parioli per cene e serate mondane. I cultori della materia ricordano una festa a cui parteciparono, oltre all'amico Cossiga, anche l'ex ministro Paolo Cirino Pomicino, il giornalista Paolo Liguori, la protagonista del Grande fratello Roberta Beta, e poi altri volti noti della tv come Susanna Messaggio e Sabrina Colle.
Il rampante Calza non perde un colpo. L'esibito legame con l'ex presidente della Repubblica gli spalanca molte porte. Nel giro degli amici spunta Angelo Sanza, deputato di Forza Italia, già democristiano, anche lui tra gli intimi di Cossiga. Il rapporto è cementato anche dagli affari. Tra gli azionisti della società romana Job Oriented Business, presieduta da Calza, figura Manuele Sanza, figlio del parlamentare. Ma gli investigatori di Potenza sospettano molto altro, molto di più. Gerardo Gastone, l'ex dipendente dei De Sio che con le sue dichiarazioni ha messo in moto tutta l'inchiesta, ha fatto mettere a verbale che "in passato sicuramente Calza ha smistato tangenti per Sanza". La gola profonda arriva addirittura a definire il banchiere una "testa di legno" del deputato. E per trovare riscontri a queste affermazioni la Procura di Potenza si è messa al lavoro per sbrogliare la matassa di società, aziende, aziendine e conti bancari in cui di volta in volta compaiono i nomi dei protagonisti della vicenda. Già, perché Calza, a quanto pare, amava diversificare interessi e attività: lo troviamo nel consiglio direttivo dell'Igi, l'Istituto grandi infrastrutture, ovvero un centro studi (eufemismo per dire lobby) a cui partecipano alcune banche e tutte le grandi imprese di costruzioni nazionali, dalla Vianini dei Caltagirone alla Astaldi, dall'Impregilo alla Pizzarotti, dalla Pontello alla Tecnimont e molte altre ancora.
Il presidente dell'Igi è l'ex democristiano Giuseppe Zamberletti, altro cossighiano di ferro tornato alla ribalta in questi giorni dopo anni di oblio politico. Il governo lo ha designato alla presidenza della Società per lo stretto di Messina, ovvero la concessionaria pubblica che dovrà gestire la realizzazione del ponte tra Scilla e Cariddi. Sulla poltrona di vicepresidente vicario dell'Igi siede Franco Nobili, già presidente dell'Iri ai tempi della Prima Repubblica, mentre un altro incarico di vicepresidente spetta a Giancarlo Elia Valori. Calza invece, secondo i documenti ufficiali del centro studi, partecipa al Consiglio direttivo in rappresentanza della Popolare dell'Emilia.
Lavoro duro quello dell'Igi. La lobby dei costruttori si è data un gran da fare per restaurare l'immagine dei professionisti delle opere pubbliche uscita distrutta da Tangentopoli e adesso attende con ansia il varo del programma di grandi lavori promesso da Berlusconi. Nel suo piccolo, a quanto pare, Calza si occupava anche di questo, ma doveva restargli molto tempo libero. Quanto basta, per esempio, per occuparsi anche della Pierrel, marchio noto anche se un po' decaduto della farmaceutica. Il giovane finanziere lucano si è conquistato un posto di consigliere anche in questa società. E a fargli compagnia troviamo Flavio Briatore, l'ex accompagnatore di Naomi Campbell, il gran mattatore dei rotocalchi rosa e delle piste, anzi dei box, della Formula 1.
Calza, però, ormai di casa a Roma, restava un uomo dai mille rapporti anche nella natia Lucania. E allora, quando due anni fa partì l'operazione Anthill, non poteva non essere della partita. Forse adesso se lo ricordano solo pochi addetti ai lavori, ma il consorzio Anthill (in inglese "formicaio") nell'estate del 2000 si candidò a conquistare una licenza per la telefonia mobile Umts. Era l'epoca in cui la new economy era di gran moda e quella partita valeva migliaia di miliardi di lire. Si iscrissero all'asta tutti i colossi della telefonia nazionale: Tim, Omnitel, Wind, oltre a Blu. Un minuto prima che scadessero i termini per le offerte, spuntò dal nulla Anthill, con base a Matera. "E questi chi diavolo sono?", si domandarono manager e banchieri nel mondo delle telecomunicazioni. Ebbene, tra le cinque società, tutte lucane, che formavano il consorzio c'era anche la minuscola B&B (Business and Brokerage) di Calza. Era chiaro che Anthill non aveva nessuna possibilità di vittoria. Anzi, non possedeva neppure i requisiti per partecipare all'asta. L'improvvisa apparizione dell'outsider aveva tutta l'aria di un'azione di disturbo. "Non è vero", spiegava ai giornali il giovane banchiere di Potenza, promettendo che di lì a poco sarebbero arrivati alleati dalle spalle forti e denaro in quantità.
Non arrivò nulla. Anthill non fu ammessa all'asta e il misterioso consorzio uscì di scena con la stessa velocità con cui era apparso. Peggio: i soci litigarono tra loro e Calza finì per andarsene sbattendo la porta. La sua breve avventura nel mondo dei telefoni finì prima di iniziare. Il destino aveva ben altro in serbo per lui: una richiesta d'arresto nel computer di un magistrato napoletano con nome inglese, Henry Woodcock, accettata con scrupolo da una "giudice ragazzina", Gerardina Romaniello, che tanto ha fatto arrabbiare Cossiga.

12 febbraio 2002 - BOMBA INTENDENZA DI FINANZA DI MILANO: IL PM CHIEDE 16 ANNI PER GIANNASI
Il pm milanese Stefano Dambruoso chiede ai giudici della prima Corte d'Assise di Milano, presieduta da Luigi Cerqua, la condanna a 16 anni di reclusione per strage per Luca Giannasi, il "confidente esterno" dei servizi segreti finito sotto processo per la bomba scoppiata all'intendenza di finanza di Milano nel settembre 1998 e per l'ordigno inesploso ritrovato sul davanzale dell' Universita' Bocconi nell'aprile 1999. Dambruoso, dopo la sua ricostruzione e aver sostenuto che lo scopo di Giannasi, accusato anche di detenzione e furto di esplosivi e armi da guerra, era segnalare ai servizi segreti il pericolo di attentati, quelli da lui progettati (come all'intendenza di Finanza), per acquisire credibilita' e "farsi assumere", ha aggiunto, riferendosi a Fregosi: "La norma non ci ha permesso di introdurre in quest'aula confessioni non estorte" ed "e' clamoroso che accertamenti di fatti che hanno messo a rischio cosi' tanto la sicurezza pubblica siano impediti da un cavillo giuridico". Il pm ha quindi invitato la corte ad interpretare la legge per salvare la verita' che e' stata raggiunta nel corso delle indagini, sostenendo che altrimenti ci si troverebbe di fronte all'impossibilita' di trasformare una verita' storica in una verita' processuale. Durante la sua requisitoria Dambruoso non ha tralasciato di citare il presunto piano secessionista progettato dai due imputati, i furti dell'esplosivo e delle armi da guerra alla Oto Melara di la Spezia. Inoltre ha evidenziato l'assenza di filtro da parte dei servizi segreti sulla credibilita' dei propri informatori: perche', dopo lo scoppio della bomba all'intendenza di finanza "non hanno messo in moto un apparato di intelligence adeguato" ma hanno inviato a Milano Luca Giannasi? Dambruoso, nel fare la sua richiesta, ha domandato alla corte, qualora non dovesse riconoscere il reato di strage, di condannare Giannasi a una pena di 10 anni di carcere.

13 febbraio 2002 - DIARIO SU 'AIUTI' DELLA CIA AL POOL 'MANI PULITE' DI MILANO
Il settimanale "Diario" scrive che Bruno De Mico, l' architetto che fu coinvolto della vicenda "carceri d' oro", segnalo' a Piercamillo Davigo la disponibilita' di "ambienti americani" a ad aiutarli a riportare in Italia Silvano Larini e a garantire la loro sicurezza. Il colloquio, secondo la ricostruzione di "Diario" si svolse nel luglio del 1992, quando l' avvocato Franco Sotgiu, che assisteva De Mico, prospetto' la possibilita' di tale incontro al magistrato. Il colloquio si svolse poi nella caserma dei carabinieri di via Moscova e De Mico non volle che le sue dichiarazioni fossero verbalizzate. In quella occasione, comunque, l' architetto parlo' della disponibilita' di ambienti americani che sarebbero entrati in azione dopo un segnale da parte del pool, e cioe' la partecipazione di un magistrato, preferibilmente Di Pietro, a "Sixty minutes", un noto programma trasmesso dal network Cbs. De Mico, per parlare di tali possibili contatti, avrebbe preso spunto dall' arresto di Salvatore Ligresti, sostenendo che il costruttore avrebbe avuto rapporti con circoli criminali italoamericani, ben diversi, dice, dagli ambienti con cui lui stesso sarebbe invece in contatto. Davigo sospetta un "trappolone" e apre un' indagine a carico di De Mico ipotizzando il reato di spionaggio per conto di stati stranieri. In un secondo colloquio, che pero' Davigo affida ad un ufficiale dei carabinieri, De Mico arriva ad ipotizzare, sempre secondo la ricostruzione di "Diario", che il ritorno di Larini in Italia possa concretizzarsi con una specie di "rapimento" del "cassiere". Ma e' lo stesso ufficiale a diffidarlo dal compiere reati ed i rapporti con De Mico si interrompono. Ma la sigla del servizio di informazione statunitense ricompare nell' autunno del 1993, quando il capitano dei Ros Massimo Giraudo, che collabora con il magistrato Guido Salvini, impegnato in quegli anni nelle indagini sulla strage di Piazza Fontana, raccoglie le dichiarazioni di un "personaggio dell' ambiente criminale eversivo, Biagio Pitarresi - ricostruisce 'Diario' - il quale racconta di essere in contatto con un uomo della Cia in Italia, Carlo Rocchi, che gli ha chiesto di passargli informazioni sulle indagini di Salvini e Giraudo". Le verifiche porteranno ad accertare che davvero Rocchi lavora per gli americani. Ma Pitarresi aggiunge anche che Rocchi gli avrebbe chiesto di "rintracciare Larini prima che lo trovassero le forze di polizia italiane". Il particolare e' contenuto in un rapporto del Ros del 17 dicembre 1993 nel quale si riferisce anche che Pitarresi "faceva presente che tra qualche mese sarebbe stata effettuata un' operazione di screditamento del dottor Di Pietro, basata su un servizio da esso prestato presso la polizia di Stato".

13 febbraio 2002 - BOMBA INTENDENZA DI FINANZA DI MILANO: ARRINGA DIFENSORE DI GIANNASI
Al processo per la bomba all' intendenza di finanza di Milano, il difensore di Giannasi, avv. Alessandro Civitillo, in piu' di cinque ore di arringa, ha chiesto l' assoluzione del suo assistito, ha tentato di smontare le tesi dell'accusa contestando gli indizi emersi durante le indagini e dall'istruttoria dibattimentale. Civitillo ha sostenuto che dal processo sicuramente e' emersa "la personalita' originale del Giannasi" in quanto lavorava come consulente dei servizi segreti, "ma non una figura di terrorista". Il legale ha sostenuto che Giannasi non voleva, come ritiene l'accusa, accreditarsi presso i servizi segreti mettendo bombe e poi segnalando il pericolo: "Non aveva alcuna intenzione di essere assunto dal Sismi - ha detto Civitillo -: voleva solo collaborare come libero professionista".

14 febbraio 2002 - BOMBA INTENDENZA DI FINANZA DI MILANO: GIANNASI ASSOLTO
La sentenza della prima corte d'assise di Milano condanna Luca Giannasi a 8 mesi di reclusione per detenzione di esplosivo e lo assolve dall'accusa di strage per lo scoppio della bomba, nel settembre 1998, davanti all'Intendenza di Finanza di Milano e per l'ordigno trovato inesploso nell'aprile 1999 all'Universita' Bocconi. La decisione, con la conseguente immediata scarcerazione dell' imputato, e' presa dai giudici dopo 4 ore di camera di consiglio. Giannasi e' stato assolto oltre che da quello di strage anche da altri reati. "Finalmente qualcuno ha guardato seriamente gli atti", ha detto Giannasi, con le lacrime agli occhi, dopo la lettura del dispositivo.

16 febbraio 2002 - 10 ANNI DI MANI PULITE: LA STAMPA SU 'SUGGERITORE'
"La Stampa"
Mani Pulite e l´ombra del "suggeritore"
FRA i vari conflitti che si sono intrecciati attorno all'anniversario di Mani Pulite - festa o lutto, garantisti contro giustizialisti, "toghe rosse" versus toghe e basta, vera o finta rivoluzione giudiziaria - ce n'è uno latente, o meglio strisciante, comunque in linea con la storia italiana e ancora di più con le sue suggestioni.
IL DILEMMA COSPIRATIVO E' il conflitto tra chi ritiene che, a partire dal 17 febbraio del 1992, sia tutto andato semplicemente come doveva andare; e chi invece, in forme e misure diverse, si è via via convinto che l'inchiesta su Tangentopoli sia stata ispirata, assecondata, incoraggiata, quando non organizzata e teleguidata da agenti esterni al Palazzo di Giustizia, fino ad arrivare alle sue enormi - e mirate - conseguenze. Una disputa che con qualche inevitabile forzatura vede contrapposti "complottisti" e "spontaneisti". Questi ultimi, va subito detto, hanno la verità in tasca. Nulla di certo, infatti, autorizza a credere che la regia di Mani Pulite provenga da fuori, da fuori Italia. Ma questo non appare un problema; e non solo perché i più accesi fans del partito per così dire "cospirativo" traggono proprio dalla mancanza di prove uno stimolo supplementare nell'idea di una congiura ben riuscita. No, il punto è che i dubbi in questo senso - in un senso cioè che appare prossimo a una dinamica prestabilita o a una qualche forma di strategia - ecco, nelle ultime settimane questi dubbi sono stati espressi da personaggi di livello, con alte responsabilità alle spalle, per giunta presenti nei due o tre (forse) attuali schieramenti.
SOSPETTI ECCELLENTI Primo personaggio, Cossiga: "Nessuno mi convincerà che tutto quel che è successo ha avuto origine da una modesta mazzetta di sette milioni passata all'amministratore del Pio Albergo Trivulzio in danno ai vecchietti ivi ricoverati" ha detto nella lunga intervista che introduce "L'inverno della giustizia" di Arturo Gismondi, in uscita per Bietti. Fatta tale premessa, l'ex presidente della Repubblica disdegna il termine "complotto". Nessuna altra parola risulta in effetti più calda e più povera, così egli preferisce identificare Mani Pulite come "punto terminale di una serie di vicende e di spinte che hanno concorso a mettere in moto". Ma il punto non è tanto lessicale. Pur mantenendosi nel vago ("taluni ambienti economici e finanziari"), e con l'artificio della fantapolitica ("Se dovessi scrivere un romanzo di fantapolitica"), Cossiga finisce a parlare di America, di amministrazione Clinton, di dc e psi "abbandonati", di grandi nazioni che per essere tali, come disse Curchill a Montanelli, devono avere "capacità d'ingratitudine".
SERVIZI SEGRETI
ANGLOAMERICANI Secondo personaggio (oggi schierato con il centrosinistra), Ugo Intini. In un colloquio con Barbara Palombelli per il Corriere della Sera, il braccio destro di Craxi ha ricordato che Mani Pu- lite non fu, dopo la caduta del muro, un fenomeno solo italiano. Analoghi repulisti vennero compiuti in Giappone, in Messico, in India, nel quadro di "una guerra commerciale mondiale. Altro che toghe rosse - ha detto Intini - Sono convinto che abbiano avuto un ruolo anche i ser- vizi segreti anglo-americani". Due settimane prima, sempre sul Corriere , era stata la volta di Paolo Cirino Pomicino. L'ex ministro andreottiano, oggi vicino a Berlusconi, è stato meno vago di Cossiga e meno international di Intini. Però il suo ricordo coincideva con quanto detto da De Mita nell'autunno del 1992.
IL RUOLO DI CUCCIA Per non farla troppo lunga: prima ancora che fosse pizzicato Mario Chiesa, il banchiere Cuccia avrebbe espresso il desiderio di far fuori la dc; a questo scopo aveva prima favorito un accordo tra psi e pds, poi delegando il tutto a Segni con la collaborazione di La Malfa: "Fu lui il primo a parlare di Mani Pulite". Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ora: sia Cirino, che Intini, Cossiga e chiunque, in fondo, sia interessato alla storia recentissima d'Italia tende a valutarne lo svolgimento sulla base, appunto, dei risultati e quindi delle imprevedibili conseguenze politiche, delle trasformazioni avvenute grazie all'opera dei pm dal 1992 in poi. Si sa: gloriosi partiti distrutti, potenti ministri finiti in galera, quasi un'intera classe di governo spazzata via.
COL SENNO DI POI E' anche vero che tutto questo ha sempre avuto spiegazioni di tipo extra-giudiziario, che andavano cioè al di là delle inchieste tecnicamente infallibili di Di Pietro e del pool: la fine dell'Urss, il confine geopolitico spostato, poi la Lega, i referendum, il maggioritario, l'arroganza partitocratica, la spesa pubblica, la mafia e una classe politica in via di abdicazione. Però è anche vero che mentre il sistema cadeva a pezzi già allora esisteva un'area del sospetto che, sia pure esprimendosi per allusioni, mezze parole e correlazioni, faceva capire o forse si sforzava di far capire che nel crollo della Prima Repubblica c'era qualcosa in più.
L'INCUBO DEL "BRITANNIA" C'era pure, ovviamente, una certa quota di paccottiglia cospirativa, un po' da bancarella mediatica, quindi iper-semplificata, deterministica e - caratteristica fondamentale per il riconoscimento - del tutto priva di risvolti ironici: la solita massoneria, la finanza cattivissima, gli amerikani, la Bundesbank, gli azionisti, il Mossad, la Patria terra di conquista dello straniero. Gli incubi insomma di quelle culture politiche che dieci anni orsono si potevano già considerare in via di esaurimento, o superstiti, forse addirittura residuali. Così accadde che mentre i potenti cadevano giù come birilli, per contagiosissimo incanto gruppi di fascisti, di comunisti, di cattolici e anche di socialisti si ritrovassero tutti a credere fermamente e simultaneamente nel ruolo del "Britannia": la barca (ora venduta) di Sua Maestà che nel giugno del 1992, al largo di Civitavecchia, avrebbe ospitato una riunione di investitori, i British Invisibles, che con i loro complici italiani avrebbero deciso le privatizzazioni. Ne "I giorni dell'Iri" (Mondadori, 2000) Massimo Pini calcolò una torta di 100 mila miliardi. E chissà che altro sarà stato deciso a bordo. Rispetto a ipotesi del genere è buona norma essere scettici, giacché la storia va dispiegandosi sulle piazze, nei parlamenti e ora anche in tv piuttosto che nelle segrete stanze o sugli yacht dei presunti congiurati.
LA VENDETTA DI SIGONELLA Eppure, nel discorso con cui nel febbraio del 1993 Bettino Craxi si dimise da segretario del psi, si legge un passaggio che a proposito di Mani Pulite dice: "Si è aperto un varco a una generale e traumatica destabilizzazione. Attraverso di essa si muovono insieme finalità politiche diverse che sono di carattere nazionale e probabilmente anche internazionale". Pochi giorni prima aveva parlato di "una mano invisibile". E dov'era il braccio? In America. La risposta suona oltremodo generica. Per Craxi, in ogni caso, molto meno. Anche Andreotti, che non si può esattamente considerare uno sprovveduto, tantomeno dal punto di vista del linguaggio, contribuì un paio d'anni dopo a dirottare l'attenzione al di là dell'Atlantico. Era un fatto di rogatorie, di pentiti che lo accusavano da laggiù, di programmi di protezione che conoscevano delle deroghe quando si trattava di dargli del mafioso. Trovò il modo di creare l'immagine di un "suggeritore"; quindi evocando "narcotrafficanti", poi "misteriosi commensali nascosti nel groviglio delle concentrazioni di grandi capitali mondiali senza patria". Formula invero complessa, messaggio destinato a un pubblico scelto, anzi sceltissimo. Insieme con Craxi, Andreotti aveva in effetti qualche conticino in sospeso dopo Sigonella. A distanza di dieci anni ritenerli entrambi vittime di Washington sarebbe senz'altro grossolano e superficiale; ma il fatto che due ex presidenti del Consiglio la potessero vivere in questo modo, o non si preoccupassero che questo si potesse pensare di loro, rientra francamente nel novero delle faccende politiche come qualcosa di non proprio trascurabile.
LA COSTANTE DIETROLOGICA
O almeno: in un atteggiamento del genere sembra di riscontrare una costante. Ogni passaggio traumatico, ogni momento che testimonia la fine di un ciclo di potere si accompagna in Italia a una quantità di suggestioni, dietrologie, gialli, segreti e misteri: abbastanza per impiantarci sopra un compiuto sistema di sospetti, troppo poco per derivarne una verità. E' stato così con l'esecuzione di Mussolini, il caso Montesi, la P2 e l'uccisione di Moro. E' qualcosa che va al di là delle singole vicende e del loro effettivo svolgimento. Qualcosa che travalicando la misera dimensione complottarda inquadra questi momenti come riti di passaggio. Qualcosa che contribuisce a formare il senso comune. Per questo vale la pena di farci un pensierino. "Strani movimenti intorno alle diverse ondate giustizialiste in questo decennio italiano e europeo esistono e sono abbondanti" ha scritto sul Foglio Giuliano Ferrara, pur convinto con Stendhal, che "la betise est de conclure", la stupidità sta nella deduzione. Ma intanto continuavano a uscire libri. Ne "L'anno dei complotti" (Baldini & Castoldi, 1995) gli autori Andriola e Arcidiacono ne segnalavano ben otto, "a volte sovrapposti l'uno all'altro". Non bastassero gli arresti, le confessioni e le mortificazioni di Mani Pulite, in quello stesso 1993 c'erano la mafia, la guerra in Somalia, la speculazione sulla lira, l'affare Broccoletti e Donatella Di Rosa. Riviste oggi sembrano stupidaggini, ma stava rovesciandosi un ordine mentale. E un potere sconfitto trovava la ragione della sua rovina nell'intervento di un potere ancora più grande.

18 febbraio 2002 - 10 ANNI DI MANI PULITE: SCOTTI E MARTELLI SAPEVANO PRIMA ?
"Il Corriere della sera"
"Scotti e Martelli sapevano prima di Mani Pulite"
Carra, simbolo degli eccessi della detenzione: c'era chi sperava di ereditare le poltrone lasciate dai grandi vecchi
A dieci anni dall'avvio delle inchieste giudiziarie che sconvolsero il sistema politico (17 febbraio 1992), parlano protagonisti e testimoni di un periodo controverso della storia italiana.
ROMA - "Per celebrare il primo anniversario di Tangentopoli e per diffondere nel mondo un'immagine della Dc in catene, loro curarono i dettagli come in una sceneggiatura. Una mattina, poco dopo l'alba, ci hanno portato nelle cantine della prigione di San Vittore: assieme a cinquanta detenuti, per lo più peruviani, eravamo legati con un'unica catena di ferro, lunghissima. Ci hanno caricato in due cellulari e ci hanno portato nelle segrete sotterranee del palazzo di Giustizia di Milano. Gli altri furono liquidati in qualche ora. Alla fine rimasi solo. Affamato, saranno state le 14, dietro alle sbarre, quelle larghe tipo film western. Un carabiniere si impietosì e mi portò un panino con la mortadella. Quando mi hanno chiamato, il maresciallo dice: non c'è bisogno dei ferri. Squilla il telefono, parlotta e invece chiede gli schiavettoni, serra le manette e saliamo due rampe di scale. Le telecamere si avventano e comincia quella terribile passeggiata". Enzo Carra è stato a lungo il portavoce del segretario democristiano Arnaldo Forlani. E' poi diventato l'uomo-simbolo degli eccessi spettacolari di Mani Pulite. Condurre in aula con i ferri ai polsi un imputato come lui, uno che è stato poi condannato per reticenza, neppure per falsa testimonianza, per non aver voluto (o potuto) confermare di avere sentito con le sue orecchie dell'esistenza di una tangente di 5 miliardi versata dall'Eni alla Dc, negli stessi giorni in cui tutti i giornali scrivevano di mazzette provenienti dall'affare-scandalo dell'Enimont, ma soprattutto, "nello stesso giorno in cui Totò Riina salutava a mani libere il pubblico dei telegiornali dal suo scranno siciliano" fu giudicato da tutti come un eccesso di zelo ingiustificato. Il pomeriggio successivo a quella passeggiata, i magistrati del pool furono costretti a spiegare in un'affollata conferenza stampa che il trattamento riservato a Carra era standard, che non si trattava di una messa in scena, "e invece è stato proprio così: serviva alla strategia di allora un'immagine della Dc prigioniera e sconfitta. E' capitato a me, poteva capitare ed è capitato anche di peggio ad altri. Mi sono salvato grazie alla mia coscienza pulita, a una durezza che solo il carcere ti può tirare fuori e al senso dell'ironia che per fortuna non mi ha abbandonato mai. Oggi, quei giorni sono lontani".
Stringerebbe la mano a Di Pietro? "Quando mi arrestò, gli urlai, dandogli del tu: ti rimorderà la coscienza tutta la vita, per quello che mi fai oggi. Lui rimase colpito. Molti mesi dopo, chiamò a Milano mia moglie Olga e quasi per scusarsi le disse: può capitare a tutti, di frequentare cattive compagnie, pensi a me, che ero amico del sindaco di Milano. Olga, che è di Cuneo, parlò poco e ascoltò stupita quelle parole. Non so se oggi... ma forse sarebbe un bene per tutti, chiudere con il giustizialismo".
Incontro Carra nel suo piccolo ufficio di deputato dell'Udeur-Margherita. Ci conosciamo da un'infinità di anni: nei primi anni Ottanta eravamo colleghi cronisti parlamentari, lui scriveva sul Tempo e curava una rivista di Carlo Donat Cattin, Terza Fase , che intrigava molto noi giovani democristianologi. Negli anni del potere, una parola di Carra era in grado di spostare equilibri politici, negli anni del crollo, c'era chi - al bar Ciampini in piazza in Lucina - spostava la sedia per non doverlo salutare (e spesso erano gli stessi che avevano chiesto, implorato e magari ottenuto un favore). "Fu grazie a Giovanni Minoli che riuscii a superare il dopo-carcere - racconta - mi affidò una serie di documentari, me ne andai in giro per il mondo, dalla Cina all'Afghanistan, scrivevo sceneggiature, libri, cercavo di dimenticare. Tutti gli altri, a parte pochissimi amici, erano occupati a fare prediche, a corteggiare e omaggiare giudici, leghisti, nuovisti di tutti i tipi e qualità".
La fine della Prima Repubblica Enzo Carra l'ha vista dalle finestre di Piazza del Gesù. E le sequenze, la successione degli eventi e le mosse dei protagonisti compongono la trama di un film.
Scena prima: "Siamo alla primavera del 1991. Qualcuno, sotto la pressione del referendum di Segni e delle prime campagne di stampa contro la corruzione e il caso Enimont, invoca le elezioni anticipate. Andreotti, che è a capo del governo, si rifiuta. Forlani è cauto. Il Pci è lacerato in due, Armando Cossutta prepara la scissione e Bettino Craxi frena. Massimo D'Alema ha raccontato che lo fece per aiutare Achille Occhetto e la sua svolta. A me Bettino disse invece, sperando in una loro sconfitta: lasciamo fare a Cossutta, aspettiamo che lui porti via al Pds tutta la struttura e l'organizzazione e andiamo a votare in autunno. Nel ragionamento di Craxi c'era anche una personale preoccupazione: nel Capodanno 90-91 era stato male, voleva rimettersi in sesto prima di una nuova campagna elettorale. Intanto, la Dc viene indebolita da un governo che lasciava andare le cose, promuoveva tutti, sembrava non contrastare la corruzione. E da due morti, quella di Donat Cattin, che era un genio, e di Franco Malfatti, un uomo di grande raffinatezza politica. Si ammala Gava".
Scena seconda. "Un giornalista importante mi chiama, era la fine dell'estate del 1991, e mi dice una cosa del tipo: gli ordini sono cambiati, dobbiamo mettere in luce tutti gli scandali di Bettino Craxi, cominceremo da Milano. E' una grande occasione per la Dc. Lì ho capito che eravamo finiti tutti".
Scena terza. Scattano le prime indagini di Mani Pulite, è il febbraio 1992. Dalla scrivania di Carra si vedono due grandi vecchi, Andreotti e Forlani, che puntano soltanto al Quirinale "e sottovalutano le inchieste di Milano, pensano che sia una delle solite vicende locali". Si vede un Craxi che punta al grande ritorno a Palazzo Chigi, ma non è più l'uomo di una volta. E' fisicamente indebolito, "a Montecitorio i velinari professionisti dicevano che gli avevano amputato un piede, che portava una specie di scarpone finto, che non aveva più le dita".
Intanto, tutte le mattine, come un orologio, il Picconatore Cossiga lavora alla demolizione della Dc. "E noi riunivamo l'ufficio politico del partito, con De Mita presidente del consiglio nazionale e Forlani segretario, per capire come affrontarlo. Parlavamo di cliniche, di medici. Di terapie, di pasticche, di preti, di esorcisti. Quando lo raccontavo al capo dello Stato, lui rideva soddisfatto". In questo clima surreale, il 5 aprile 1992 si vota: il quadripartito prende la maggioranza, "ma i partiti erano fuori gioco, non avranno il potere di imporre nulla: né il capo del governo, né i ministri. Appena un mese dopo, arrivano gli avvisi di garanzia per il dc Severino Citaristi e il repubblicano Antonio Del Pennino. In codice, significava che Forlani e Spadolini si erano giocati la presidenza della Repubblica. Persa quella, grazie anche ai sabotatori capeggiati da Cirino Pomicino, che, sperando in un'impossibile elezione di Andreotti, fecero mancare pochi voti all'elezione di Arnaldo, la valanga successiva ci avrebbe travolti". Esce di scena il Caf, inizia la stagione dei governi scelti dal neopresidente Oscar Luigi Scalfaro.
Dieci anni dopo, c'è chi attribuisce la disfatta dei partiti a un complotto delle toghe rosse. Chi a un forte condizionamento della Confindustria e dell'alta finanza. Chi alla sana rivolta della società civile, capeggiata da Mario Segni e appoggiata dai grandi editori. Chi al trionfo dell'Antipolitica contro una classe dirigente diventata inutile dopo il crollo del Muro di Berlino. "Si erano consumate, in un duello estenuante, le due grandi linee politiche che ci aveva consegnato la morte di Moro. Quella di Berlinguer-Andreotti-De Mita, che puntava all'accordo fra i due blocchi e quella di Craxi-Forlani-Donat Cattin, di un centro-sinistra chiuso al Pci. Si erano consumati gli uomini, chi era morto, chi era invecchiato, non potevamo andare avanti sempre con il tirare a campare, come aveva fatto il Caf. Non so dire oggi se in quegli anni i partiti fossero peggiori, resta il fatto che la gente non li sopportava più. Eppoi, diciamo la verità: fra noi, c'erano alcuni che seguivano con passione il succedersi degli eventi, forse speravano di ereditare tutto il potere, tutte le poltrone lasciate libere dai grandi vecchi".
Fuori i nomi, Carra. Lui si ferma un attimo, guarda in alto e sospira - proprio come faceva Forlani - poi sussurra "ma vogliamo credere che il ministro degli Interni e il ministro di Grazia e Giustizia non sapessero nulla di quanto stava per scatenarsi nelle Procure? Il patto fra Enzo Scotti e Claudio Martelli puntava dritto a due successioni: nel mirino c'erano Forlani e Craxi. Basta ricordare il discorso di Martelli, nel luglio 1991, al congresso di Bari, sulla moralità dei dirigenti socialisti".
(7 - continua. Le puntate precedenti, con D'Alema, Andreotti, Violante, Pomicino, Segni e Intini sono state pubblicate il 7, 14, 21, 28 gennaio e 4 e 11 febbraio 2002).
bpalombelli

18 febbraio 2002 - MANI PULITE: SCOTTI E MARTELLI REAGISCONO A CARRA
Claudio Martelli reagisce all’ articolo del Corriere della Sera, in cui Enzo Carra sostiene che lo stesso Martelli e l'allora ministro dell'Interno Scotti erano stati preavvisati che sul sistema politico italiano si stava per abbattere Mani Pulite: "Il decennale di Mani Pulite – dice Martelli - anziche' occasione di verita' e di riconciliazione civile, si sta trasformando in un caravanserraglio di giudizi e contestazioni che rinnovano l'ottusita' e la violenza di quegli anni". "Nel luglio del '91 dalla tribuna del congresso di Bari del Psi - ricorda Martelli - avvertii che dopo il crollo dei muri nulla sarebbe rimasto come prima: il vento dell'Est avrebbe sferzato anche in Occidente e anche chi era al potere. Specie un paese di frontiera come l'Italia e un sistema politico che dava da vivere ad almeno un milione di persone". E sempre a proposito di quell'intervento congressuale, citato da Carra nella sua intervista, Martelli rivendica: "Riletto oggi, quello di Bari appare un discorso politico lungimirante, se non profetico: altro che notizie riservate attinte dalla Procure! Chiedevo al Psi e alle altre forze democratiche un impegno vero e una vera svolta di rinnovamento. Non venni ascoltato. Dopo l'assassinio di Falcone, mi ritrovai solo a continuare una battaglia che doveva essere combattuta, mentre i professionisti dell'antimafia si dichiaravano sconfitti e il ministro degli Interni veniva liquidato dalla Dc". Martelli infine confuta l'accusa principale che gli rivolge Carra: quella di aver sperato di poter succedere a Craxi grazie alle inchieste di Milano. "Quando parti' l'onda lunga del giustizialismo - ricorda l'ex ministro della Giustizia – dovetti difendermi non solo da Di Pietro e dal pool di Mani Pulite, ma anche da Craxi e da quanti sospettavano anche delle richieste di rinnovamento. Altro che ambizioni ereditarie! Ormai minoranza in un Psi braccato dalla Procure, sconfitto nell'unico consiglio nazionale in cui si voto', indagato in seguito alle rivelazioni di Larini, mi dimisi da ministro e dal Psi, e per anni ho fatto parte solo con me stesso e ho avuto per compagna solo la solitudine". Anche l’ ex ministro dell’ Interno Dc Vincenzo Scotti non ci sta: "E' pura fantapolitica l'esistenza nel '92 di un patto con Martelli per sostituire qualcuno. Ci fu un tentativo di utilizzare questa favola per sbarrare la strada del Governo a Craxi". "Quello che nel marzo del '92 - aggiunge Scotti - da ministro dell' Interno dovevo dire e fare per tutelare le istituzioni e denunciare tentativi di destabilizzazione sta agli atti dei giornali del periodo, del Senato e dell'autorita' giudiziaria. Ma nessuno dei leader mi diede ascolto". Andando a rileggere gli archivi del periodo infatti si scopre che nel marzo del '92 Scotti invio' a tutti i prefetti una circolare nella quale si parlava di un 'piano destabilizzante' per l'Italia. Una circolare che sollevo' un mare di polemiche e di reazioni. A cominciare da Bettino Craxi che invito' ad "evitare i falsi allarmi che rischiano di innescare un clima terribile fatto di intimidazioni e cortine fumogene". La circolare di Scotti si basava per lo piu' su un' informativa della magistratura di Bologna (che aveva interrogato a lungo Ciolini, un testimone gia' condannato per depistaggio delle indagini per la strage di Bologna) nella quale si parlava di alcuni "fatti intesi a destabilizzare l'ordine pubblico in un quadro di 'riordinamento politico' della destra europea deciso a Zagabria nel settembre del '91 e di accreditamento in Italia di un nuovo ordine generale".

20 febbraio 2002 - DE LUTIIS; IN ITALIA MILLE MILIARDI ALL' ANNO PER I SERVIZI
"Il Messaggero veneto"
Conferenza di Giuseppe De Lutiis, esperto di intelligence
Servizi segreti, ogni anno l'Italia spende mille miliardi
La storia è un susseguirsi di eventi ai quali difficilemte riusciamo a dare riposta: la marionetta degli accadimenti si esibisce sul suo palcoscenico, il burattinaio tira i fili nascosto dietro il teatrino di cartone e cosa ci sia sotto tante pagine lo ignoriamo.
Ieri sera la conferenza di Giuseppe De Lutiis non ha dato risposte precise, ha aperto solo spiragli d'interpretazione sfogliando la storia dell'ultimo cinquantennio. Lo studioso, esperto d'intellingence, autore di numerosi saggi e consulente della commissione parlamentare stragi per due legislature, ha parlato sul tema "Le radici dell'Italia sotterranea, le deviazioni dei servizi segreti", in un incontro organizzato dal gruppo consiliare provinciale e dal circolo di Gorizia del partito della Rifondazione Comunista.
I servizi segreti esistono dall'inizio del secolo scorso, ma è solamente con la conclusione del secondo conflitto mondiale che non vengono più smantellati o ridotti nel personale e nelle competenze, come vorrebbe la fine di una guerra, ma sono mantenuti in piena forza: si erano formate due sfere d'influenza e il mantenimento della pace comportava un controllo sull'equilibrio del terrore. Occorrevano, a questo scopo, uomini competenti e, nei paesi occidentali, fermamente anti-comunisti. Stringendo l'obiettivo sull'Italia, su un paese dove si incrociano gli assi Nord-Sud e Est-Ovest, questo comportò un ripescaggio di uomini dell'Ovra, la polizia politica dell'epoca del fascismo.
In ogni caso, prima della caduta del muro di Berlino, si moltiplicano in tutto il mondo gli uomini impiegati nei servizi. Arrivati gli anni Settanta, l'Italia scoppia: "Dal '69 all'84 - ha affermato De Lutiis - possiamo parlare di un concorso di eversione: terrorismo nero, rosso, mafia, stragismo, P2. Dobbiamo chiederci, solamente, se questi fenomeni sono genuini o se si rifanno, magari, a disegni di dei manovratori".
Passato l'89, finita l'illusione di una possibilità di pace, ci si è resi conto che i servizi segreti continuano ad essere indispensabili, tanto più dopo l'11 settembre. "La situazione - afferma peraltro De Lutiis - è mutata e una riforma dei servizi si rende necessaria, sia sul piano finanziario (l'Italia, comunque, ha avuto l'anno scorso una spesa di 990 miliardi di lire a favore di strutture segrete d'informazione), che della regolamentazione delle operazioni coperte. Tra qualche giorno si discuteranno le proposte, quella governativa di Frattini e quella del comitato parlamentare servizi segreti portata avanti dall'ex-ministro Bianco. Tra le proposte di riforma la più importante è che, quando un agente si troverà ad operare al di là del codice penale, dovrà ricevere l'autorizzazione del ministro competente e del presidente del consiglio".
Giovanna Culot

26 febbraio 2002 - AUDIZIONE DIRETTORE DIA AL COPACO
ANSA:
C' e' massima attenzione sui possibili collegamenti tra l' azione di gruppi appartenenti alla criminalita' organizzata italiana e frange terroristiche interne o internazionali. Lo ha detto, secondo quanto si apprende, il direttore della Dia (Direzione investigativa antimafia), Agatino Pappalardo, nel corso di un' audizione al Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti (Copaco). Il direttore della Dia ha affermato che nell' attivita' istituzionale, questo tipo di ipotesi vengono attentamente monitorate, e non da oggi. Quanto alla criminalita' organizzata interna (mafia, camorra, 'ndrangheta), ha sostenuto Pappalardo, il fenomeno sembra essere passato in secondo piano per l' opinione pubblica, ma non per gli addetti ai lavori che mantengono alto il livello di attenzione.

2 marzo 2002 - OTTO ANNI DAL MISTERIOSO INCIDENTE DI ELICOTTERO A CAPO FERRATO
"La Nuova Sardegna"
La verità nascosta dietro un muro di gomma
Otto anni fa a Capo Ferrato svaniva nel nulla un elicottero della guardia di finanza
La misteriosa fine del maresciallo Deriu e del brigadiere Sedda
dal nostro inviato Piero Mannironi
SAN PRIAMO. Il vizio della memoria fa vivere i ricordi. E i ricordi sono una parte importante del nostro vivere: sono infatti un passato che non muore e che non si rassegna a svanire. Che resiste, tenace. E ci sono ricordi che non possono, ma soprattutto non devono morire.
Perché resti viva una speranza: che la verità non venga umiliata da indifferenze colpevoli, che vogliono farla sprofondare in un abisso del silenzio. Ecco perché oggi, 2 marzo 2002, è importante ricordarsi di ricordare. Rammentarsi cosa accadde la sera del 2 marzo di otto anni fa, a Capo Ferrato. Un elicottero della Finanza, nome in codice "Volpe 132", svanì dai radar di Elmas e si perse nel nulla. A bordo, due uomini: il maresciallo di Cuglieri Gianfranco Deriu e il brigadiere di Ottana, Fabrizio Sedda. Due uomini in divisa, due servitori dello Stato.
Da allora, sono trascorsi otto anni. Lunghissimi e inutili. E ancora non c'è una verità ufficiale su cosa accadde nella rada di Feraxi in quella sera di maestrale e di stelle fredde. L'inchiesta della procura della Repubblica di Cagliari sembra si sia arenata e ormai tutto fa pensare che sia destinata a un'archiviazione, che equivale poi a un'amara sconfitta. Perché ogni anno che passa è come un passo indietro, che ci allontana dalla verità di quella sera. Sembra che un muro di gomma protegga i segreti di questa Ustica sarda.
E oggi non è possibile non fare una considerazione. Non per rincorrere fantasmi o fantasiose ipotesi, ma è un drammatico dato di fatto che non può più essere sottovalutato. E cioé Deriu e Sedda si sono perduti in un'area della Sardegna dove accadono troppe cose inspiegabili. Questa regione dimenticata è come un buco nero, una stella collassata che, indifferente, inghiotte tutto: testimonianze, dubbi, incongruenze, omissioni e speranze. E allora, come non riflettere sul fatto il mistero di Volpe 132 è un capitolo inquietante di una storia fatta di tanti casi inquietanti, che si sono consumati in questo Sarrabus dove tutto sembra accadere e dove nulla sembra trovare una ragione e una spiegazione? Qui, infatti, in una piccola frazione di appena 150 anime, a ridosso della base militare di Capo San Lorenzo, dieci persone si sono ammalate (e alcune sono morte) di tumore del sistema emolinfatico. Qui, e più precisamente a Escalaplano, ben undici bambini sono nati con gravi deformità negli anni Ottanta. Oggi si parla di esercitazioni fatte con proiettili all'uranio impoverito, ma si sussurra anche di altre possibili cause. E sempre qui si allungano le ombre del mistero di Ustica. Nel 1995, infatti, arrivarono a Capo San Lorenzo il giudice istruttore Rosario Priore e il sostituto procuratore di Venezia Carlo Mastelloni per verificare se la Capo San Lorenzo fosse frequentata anche da militari libici. La testimonianza di un dirigente della società Vitrociset, Valentino Stocchino, il 6 giugno del 1995 confermò la presenza degli uomini di Gheddafi. E lo stesso testimone disse anche che i radar di Capo San Lorenzo coprivano un'area molto vasta: "Si parla dell'intera Sardegna verso il mare" disse. Avrebbero perciò dovuto "vedere" tutto quello che accadeva nell'area che i militari chimano "Papa 39". E invece no. I radar erano incredibilmente ciechi la sera del 2 marzo 1994, quando l'elicottero "Volpe 132" sparì nel nulla.
Nessuno sembra avere considerato il fatto che, se la circostanza fosse vera, costituirebbe un fatto gravissimo. Sul piano della responsabilità e sotto il profilo delle garanzie di sicurezza e di riservatezza. Proprio in quei giorni, erano infatti in corso esercitazioni militari, come risulta dall'ordinanza della Capitaneria di porto di Arbatax. Sta di fatto che gli occhi elettronici di Capo San Lorenzo erano "ufficialmente inattivi", proprio mentre si consumava la tragedia.
Domanda: esiste un'inchiesta della magistratura militare per accertare se si sia verificata una situazione di negligenza tanto grave nella struttura militare? E' comunque davvero difficile credere che nel poligono del Salto di Quirra si sperimentassero tecnologie belliche sofisticate e innovative e non fosse attivo un servizio di controllo. Radar spenti e servizi segreti distratti? Se così fosse, sarebbe davvero gravissimo.
Ma altri occhi non erano spenti. Quelli di alcune persone comuni, che fecero il loro dovere di cittadini, raccontando semplicemente quello che videro e sentirono. Sottovalutati, all'inizio, e qualcuno perfino ingiustamente deriso. Quei tre uomini raccontarono che l'elicottero arrivò poco prima delle 20 sulla rada di Feraxi e, dopo avere sorvolato per qualche minuto una misteriosa nave mercantile, precipitò con un boato.
Nella relazione redatta dalla commissione d'inchiesta militare, che archiviò il caso senza dare risposte, non c'è traccia di quelle testimonianze. Perché questa incredibile omissione? Qualcuno ha chiesto conto ai militari perché arrivarono ad accertare perfino cosa avesse mangiato e bevuto il povero Fabrizio Sedda due giorni prima della morte, ignorando poi il racconto dei testimoni che la sera della tragedia erano a Feraxi?
Ma questo è solo il punto di partenza. C'è infatti di una lunghissima catena di stranezze in questa storia. La più inquietante? Sicuramente il fatto che l'elicottero A-109, con a bordo Deriu e Sedda, sia svanito nel nulla. Sono infatti stati recuperati solo pochi frammenti. Sembra quasi che una mano invisibile abbia fatto sparire tutto. I cacciamine della classe Lerici della Marina militare hanno frugato per mesi nei fondali di Capo Ferrato, senza trovare nulla. Eppure quelle navi sono state capaci di trovare, nell'Adriatico, le piccole e micidiali bombe a frammentazione sganciate dai cacciabombardieri della Nato, durante la crisi serba. La deduzione è semplice: l'elicottero non sarebbe più lì, dove è precipitato. E senza la prova, l'inchiesta non va avanti...
Non c'è infatti la possibilità di verificare, attraverso l'analisi dei resti, cosa abbia fatto precipitare in mare l'elicottero. Non c'è quell'elemento oggettivo che, come un potente magnete, sia in grado di attrarre tutti gli elementi incongrui, i paradossi e le possibili menzogne, confermando così il sospetto che in quella tragica sera di otto anni fa Deriu e Sedda finirono, senza volerlo, in una storia più grande di loro. Dove si poi si persero.
Nessuno, poi, ha finora spiegato per quale motivo si sia tentato di opporre il segreto di Stato alla richiesta di documentazione della procura di Cagliari. Perché si è arrivati a scomodare addirittura la presidenza del consiglio dei ministri? Un atteggiamento incongruo e sproporzionato, soprattutto se poi si va leggere la relazione tecnico-formale. Che dice poco o nulla e arriva a ipotizzare "un incidente". Come non porsi allora la domanda: che senso ha tentare di seppellire un semplice incidente sotto il segreto di Stato?
E poi la nave mercantile Lucina, con il suo carico di segreti e di morte. Secondo alcuni testimoni, era infatti proprio la Lucina la nave mercantile sulla quale volteggiò l'elicottero prima di esplodere e precipitare. La nave che, quattro mesi dopo, si trasformò nel teatro di un'orrenda mattanza, nel porto algerino di Djendjen. I sette uomini d'equipaggio furono sgozzati e un "processo farsa", due anni fa, ha attribuito la responsabilità del massacro ai fondamentalisti islamici del Gia.
L'elenco delle stranezze è lunghissimo. Impossibile riportarlo tutto. Ma c'è soprattutto una stranezza che merita grande attenzione: i cinquanta minuti di silenzio nelle comunicazioni tra Volpe 132 e la base. Un silenzio incredibile, fuori da ogni logica e da ogni protocollo di comportamento nel corso di un'operazione. E' stata fatta una perizia su quei nastri?
Dopo otto anni, ancora nessuna verità. E noi ancora qui, a cercare di capire.

Una storia di inganni e di morte
Dall'apposizione del segreto di Stato al furto dell'A-109
gemello a Oristano. I testimoni dimenticati della tragedia
Tre testimoni raccontano: "Volò su una nave alla fonda in rada. Poi, sentimmo un boato". Inutili le ricerche dei caccia della Marina
pm
SAN PRIAMO. Una storia infinita di stranezze e perfino di grossolani errori. Una storia che l'inchiesta della procura di Cagliari non ha saputo finora leggere e capire. Ma una lunga serie di elementi porta a sospettare che la scomparsa di "Volpe 132" e la morte di Gianfranco Deriu e di Fabrizio Sedda sia molto di più di un giallo. Ecco, in estrema sintesi, i capitoli di questa storia di inganni e di morte.
La scomparsa. La sera del 2 marzo 1994 un elicottero A-109 della Finanza, nome in codice "Volpe 132", svanisce nel nulla, durante una missione sulle coste sud orientali della Sardegna. A bordo ci sono il maresciallo Gianfranco Deriu di Cuglieri e il brigadiere Fabrizio Sedda di Ottana. Le ricerche non danno esito. Vengono infatti rinvenuti solo alcuni frammenti del velivolo e un casco da pilota.
L'inchiesta militare. Due mesi e mezzo dopo l'"incidente", il 16 maggio 1994, la commissione militare archivia il caso. E la conclusione in sintesi è: non esistono riscontri obiettivi per ipotizzare cosa sia accaduto, ma si presume che si sia verificato un incidente.
Il segreto di Stato. Il 9 giugno 1994 il sostituto procuratore della Repubblica Guido Pani, che ha in mano l'inchiesta penale sulla scomparsa dell'elicottero, chiede allo stato maggiore dell'Aeronautica militare una copia della relazione stilata dalla commissione tecnico-formale. Tredici giorni dopo, riceve una nota firmata dal generale Luciano Battisti, con la quale viene informato che il documento è classificato riservato e perciò non può essere trasmesso. Come se non bastasse, l'indomani Pani riceve una lettera dall'ufficio centrale per la sicurezza della presidenza del consiglio, nella quale si ribadisce che la relazione è coperta dal segreto di Stato. Ma la procedura seguita è però sbagliata. Il magistrato cagliaritano, così, ricorre all'articolo 256 del codice di procedura penale e ottiene la relazione. Ma in quella relazione c'è poco o nulla.
L'offensiva delle famiglie. La versione ufficiale non convince i parenti di Deriu e Sedda. In due anni hanno infatti verificato incongruenze, elementi di dubbio, trovato testimoni sottovalutati e perfino strani e incomprensibili "buchi neri" nella relazione tecnico formale. Affidano così a un esperto di fiducia uno studio tecnico sul caso. E la relazione dell'esperto, che aveva partecipato ai lavori di recupero del Dc9 di Ustica, diventa il supporto di un'offensiva giudiziaria che induce la procura a riaprire l'inchiesta.
La Colombina. Secondo la relazione della commissione militare, la sera del 2 marzo 1994 era prevista un'operazione combinata. Cioè, insieme a "Volpe 132", doveva operare anche la motovedetta "Colombina". Ma il comandante dell'imbarcazione, dichiara che le due operazioni erano distinte. Non può però negare di avere visto l'elicottero quella sera e di avere comunicato con i due piloti. Una nave di linea della Tirrenia avvisterà la "Colombina" non lontano dal luogo della tragedia.
Il collaboratore di giustizia. Quando si riapre il caso di "Volpe 132", compare sulla scena un ex collaboratore di giustizia. Si chiama Gianni Zirottu. Racconta di aver fatto parte di una banda di trafficanti d'armi che portava un carico dalla Corsica. I suoi complici, disturbati dall'elicottero, avrebbero lanciato un missile terra-aria che avrebbe abbattuto"Volpe 132". Un racconto inquietante che però non spiega troppe cose.
Interrogazioni senza risposta. Il diessino Angelo Altea e il forzista Piergiorgio Massidda credono alle ragioni dei familiari di Deriu e di Sedda. Altea arriva a coniare un'espressione molto forte per definire il caso: "E' un'Ustica sarda". Le interrogazioni parlamentari restano senza risposta.
I testimoni. Nel 1996 i familiari di Deriu e di Sedda scoprono uno dei testimoni della tragica sera del 2 marzo 1994. E' Giovanni Utzeri, un giardiniere di Feraxi che parlò subito con i carabinieri e la finanza, dicendo di aver sentito, la sera del 2 marzo 1994, l'elicottero sorvolare la rada di Feraxi, proprio sopra una misteriosa nave mercantile, alla fonda da tre giorni. Poi, il terribile boato e la nave che si allontanava nella notte a luci spente. La sua testimonianza era stata compressa in un verbale di appena 18 striminzite righe e non era stata presa nella minima considerazione dalla commissione tecnico-formale. Spuntano poi altri due testimoni: l'essessore comunale di San Vito Antonio Cuccu e il pensionato di Villacidro Gigi Marini. I loro racconti confermano quanto detto da Utzeri.
Le nuove ricerche. C'è un antico detto: "Il mare, alla fine, restituisce tutto". E infatti sulla spiaggia di Feraxi e sugli scogli di Capo Ferrato vengono trovati pezzi di metallo che rappresentano la prova inconfutabile della tragedia. La procura di Cagliari chiede alla Marina di mettere in campo i suoi mezzi e le sue tecnologie per trovare quel che resta dell'elicottero. I sonar dei cacciamine della classe Lerici frugano per alcuni mesi nei fondali di Capo Ferrato. Non trovano nulla.
L'elicottero gemello. Pochi giorni dopo la scomparsa di "Volpe 132", sparisce dalla zona industriale di Oristano un elicottero. E' un A-109 identico a quello di Deriu e di Sedda. Viene ritrovato dalla polizia poco più di un mese dopo a Quartu. Sembra il passaggio poco ortodosso di una disputa commerciale tra due società: la Siam Leasing e la Wind Air. Il processo, per appropriazione indebita, si chiude senza neppure aprirsi per l'inerzia della Siam Leasing. Molti i sospetti sulla Wind Air, che ha tutte le caratteristiche di una società di copertura dei servizi segreti.

22 marzo 2002 - FALANGE ARMATA: ASSOLTO IN APPELLO PRESUNTO TELEFONISTA
ANSA:
Non e' l' operatore penitenziario Carmelo Scalone uno dei telefonisti della 'Falange Armata', sigla con la quale sono stati rivendicati numerosi attentati e minacciate importanti personalita'. Lo ha stabilito la terza corte di appello di Roma che, riformando la sentenza di primo grado (tre anni di reclusione), ha assolto Scalone, il quale ha 65 anni, per non aver commesso il fatto. Nelle 40 pagine di motivazioni della sentenza si afferma, tra l' altro, che «stando agli atti del procedimento, la Falange Armata appare non un' organizzazione con caratteristiche eversive, ma come un' «etichetta» utilizzata da persone che a suo nome rivendicavano fatti gia' accaduti senza pero' offrire alcuna prova di avervi partecipato, o profferivano insulse minacce, dando sfogo alla propria mitomania o ad intenti di sciacallaggio. Questa affermazione trova conferma nella circostanza che le notizie diffuse dagli anonimi telefonisti erano gia' note ad una pluralita' di persone e, di conseguenza, ben potevano essere conosciute dagli anonimi telefonisti». L' assoluzione di Scalone, difeso dagli avvocati Fiamma Cremisi e Francesco Greco, e' arrivata dopo nove anni di indagini e di processi. L' operatore penitenziario fu arrestato nel 1993 a Taormina, dove risiede, con le accuse di associazione per delinquere finalizzata all' eversione di minacce, e torno' in liberta' dopo sei mesi. Il procedimento in cui era coinvolto l' operatore penitenziario si riferiva al periodo compreso tra il 1990 e il 1993, quando la Falange Armata rivendico' numerosi attentati e rivolse minacce, tra gli altri, all' allora Presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, a Silvio Berlusconi, a giornalisti e imprenditori. Ad inchiodare Scalone, per i giudici di primo grado, fu l' identificazione del suo numero telefonico dal quale risultavano essere partite delle chiamate a nome della 'Falange'. Una perizia fonica disposta dal collegio presieduto da Elio Quiligotti ha pero' escluso che la voce di Scalone sia incisa nei brani intercettati. Da qui l' assoluzione per non aver commesso il fatto.

29 marzo 2002 - BELLINI NUOVO COMANDANTE DEI CARABINIERI
"Liberazione"
Il generale dell'esercito Guido Bellini sostituisce Siracusa IL NUOVO CAPO DELL'ARMA NON E' UN CARABINIERE Annibale Paloscia Il partito dei carabinieri guidato da Francesco Cossiga non ce l'ha fatta a far nominare comandante generale dell'Arma un ufficiale proveniente dai ranghi interni. L'ha spuntata un generale dell'esercito, col pallino dell'informatica, Guido Bellini, 63 anni, nato a Lecce, con una carriera passata in gran parte nel "genio" e con una esperienza di comando alla brigata motocorazzata del Friuli. Berlusconi ha promesso ai carabinieri che il prossimo comandante sarà un loro ufficiale. Bellini, grande esperto di organizzazione militare, era il candidato più solido, se ne parlava da sei mesi, ma nel consiglio dei ministri si litigava ogni volta che era proposto il suo nome. Questa volta il governo è stato costretto a decidere: non si poteva più prendere tempo perché fra otto giorni andrà in pensione il superprorogato comandante generale Siracusa. In mezzo ci sono le vancanze di Pasqua e fino al 5 aprile non ci saranno altre riunioni del consiglio dei ministri. L'ultimo intervento di Cossiga pro carabinieri, una lettera aperta al Cavaliere pubblicata ieri su "Libero", deve aver poco giovato all'Arma. Cossiga oltre a bocciare la scelta di un generale dell'esercito, ha chiesto "riabilitazione storica della figura del generale Giovanni De Lorenzo", una provocazione (a che fine?) che riapre pagine drammatiche nella storia dei carabinieri. Non è stata mai provata l'accusa contro De Lorenzo di aver cospirato contro le istituzioni democratiche, ma è certo che nella prima parte degli anni Sessanta ci fu una lotta aspra nell'Arma tra ufficiali fedeli alla Costituzione e ufficiali con tentazioni golpiste.
L'esercito non aveva alcuna intenzione di restare spettatore di una successione che rischiava di compromettere l'equlibrio tra le istituzioni militari. Assunta, grazie al centrosinistra, il rango di quarta forza armata, l'Arma è diventata autonoma dall'esercito e dispone di una forza di centomila uomini, che può essere impiegata sia come forza armata, sia come forza di polizia. Esercito, Marina e Aviazione dispongono complessivamente di 190.000 uomini. I capi delle tre forze armate hanno hanno fatto valere l'argomento che nei carabinieri sono concentrati tanti poteri (polizia militare, controspionaggio, polizia di prevenzione e di sicurezza) da rendere fondata e ragionevole l'esigenza di garantire un bilanciamento attraverso la nomina a comandante di un generale non proveniente dai ranghi dell'Arma.
Nuovo Sos terrorismo
La nomina del nuovo comandante dei carabinieri avviene in un momento di alta tensione nei rapporti tra il Viminale e i carabinieri, in seguito al nuovo allarme terrorismo rimbalzato in Italia dagli Stati Uniti. C'è ormai una situazione di marasma. L'allarme lanciato alla vigilia di Pasqua sembra essere stato motivato da un'informativa dei carabinieri passata direttamente alle autorità americane in cui si preannunciava il pericolo di attentati terroristici di matrice islamico-fondamentalista contro Venezia, Firenze, Milano e Verona, dove in questi giorni arrivano da tutto il mondo decine di migliaia di turisti. Le autorità Usa hanno adottato la regola di avvertire i loro turisti via Internet delle minacce di attentanti. Così hanno fatto questa volta dando all'allarme una risonanza devastante. Il fatto è che la stessa informativa era stata giudicata inattendibile dal Viminale. Non sarebbe giusto mettere in dubbio né la buona fede né la professionalità dei servizi antiterrorismo dei carabinieri. Ma non si può tollerare che ci sia un vuoto di responsabilità nella gestione di notizie che riguardano la sicurezza del nostro Paese.
Rispunta Silvio Spaventa
Un vuoto che assume una dimensione grave nel momento della ripresa del terrorismo interno. Lo scandalo della mancata protezione al professor Biagi è un segnale che la situazione di marasma è vicino all'estremo limite. Scajola ha cercato di mettersi subito al riparo dalle conseguenze dello scandalo affidando il compito di accertare le responsabilità dei prefetti al suo capo di Gabinetto Sorge. L'inchiesta, rapidissima, si è conclusa con la formula: tutti responsabili uguale tutti assolti. L'aveva ideata Giulio Cesare per difendere Catilina e i suoi accoliti, ma Cicerone ne aveva dimostrato l'infondatezza. A Biagi, che era nel mirino delle Br per la collaborazione prestata a Maroni sulle problematiche del lavoro, (Maroni ha confermato di ver fatto presente alle autorità prefettizie che Biagi correva lo stesso rischio di D'Antona) era stata sospesa la scorta dopo che il ministro aveva chiesto ai prefetti di ridurre le scorte del 30 per cento.
I prefetti di Milano, Bologna e Modena e l'ex prefetto di Roma, hanno detto a loro discolpa che dopo l'1 settembre le ridotte disponibilità delle scorte dovevano essere concentrate, d'intesa col Viminale, nella protezione degli uomini e degli obiettivi minacciati dal terrorismo internazionale. La stessa direzione centrale dell'ordine pubblico con una nota riservata si era pronunciata per la sospensione della scorta al professore. Insomma tutti responsabili, tutti assolti.
Coordinamento cercasi
La crisi del Viminale e la successione ai vertici dell'Arma hanno dato nuovo alimento alle pressioni da tempo in atto su Scajola per cambiare il capo della polizia. I carabinieri, rassicurati dalla promessa di Berlusconi che al generale Bellini succederà un ufficiale dell'Arma, hanno proposto al governo di fare in tempi rapidi una legge per regolare definivamente la questione annosa dei loro rapporti con la Ps. In sostanza propongono che sia introdotta al Viminale la figura del segretario generale, ridimensionando il ruolo del direttore generale della Ps, che oggi, in quanto ha anche il rango di capo della polizia ha la responsabilità del coordinamento di tutti i corpi della sicurezza. La responsabilità del coordinamento dovrebbe essere affidata al segretario generale in modo da ottenere la piena parità tra i vertici della Ps e dei carabinieri. Una soluzione per niente nuova. Fu sperimentata nei primi decenni del regno d'Italia con risultati negativi. I segretari generali mettevano il loro massimo impegno a ridurre l'autonomia della polizia: riuscirono fino al 1888 a impedire perfino che la Ps avesse una direzione generale con compiti tecnici. Perfino un patriota come Silvio Spaventa fece una pessima figura come segretario generale. Fu artefice dell'angheria d'imporre il celibato alle guardie per evitare "il peso che le traslocazioni degli ammogliati avrebbero avuto sul bilancio dello Stato". Fu responsabile della prima giornata di sangue in un servizio di ordine pubblico. Il 21 settembre 1864 il popolo di Torino scese in piazza per protestare contro il trasferimento della capitale a Firenze. I manifestanti, gridando "Torino a Roma" (volevano subito unire Roma al regno e farla capitale) si riunirono in piazza San Carlo. Spaventa concordò col prefetto di fare affluire truppe e polizia da fuori Torino. Quando questo avvenne, schierati i soldati da un lato e la polizia dalla parte opposta, fu dato ordine di aprire il fuoco. Fu un massacro. Tre giorni dopo Spaventa si dimise da segretario generale anticipando le dimissioni di tutto il Governo. C'è proprio bisogno di far nuovamente i segretari generali?
Il problema vero è quello di mettere finalmente ordine nei rapporti tra il Viminale e i carabinieri evitando le trappole di nuovi diaframmi istituzionali.

29 marzo 2002 - "CAMPIONI D'ITALIA" DI BARBACETTO, 36 STORIE D'ILLEGALITA'
ANSA:
GIANNI BARBACETTO, "CAMPIONI D'ITALIA. STORIE DI UOMINI ECCELLENTI E NO" (MARCO TROPEA, pag.414, euro 15,80).
Il primo (il piu' attento) lettore e' stato un autorevole avvocato milanese, che ha sentenziato: forse qualche querela arrivera', ma le vinceremo tutte, si stampi. Cosi' arriva in libreria la settimana prossima 'Campioni d'Italia" di Gianni Barbacetto, che come dice il sottotitolo e' un insieme di "Storie di uomini eccellenti e no". Sono storie che l'autore, cronista di razza, ha scritto negli ultimi cinque anni per "Il Diario"; storie per lo piu' note ai lettori attenti dei giornali, ma che rilette (e riscritte) una di fila all'altra sorprendono come una inesauribile serie di gialli. E' esemplare fra tante la pagina del minaccioso colloquio segreto a quattro occhi fra Enrico Cuccia (che ne conservo' un appunto) e  Michele Sindona, il banchiere della mafia; o la caduta e la risalita di un uomo politico come il ministro Giuseppe Pisanu, che dieci anni fa dovette dimettersi da sottosegretario per i suoi rapporti con il faccendiere Flavio Carboni (ambiguo collaboratore di Guido Calvi) che gli aveva fatto conoscere l'imprenditore televisivo Silvio Berlusconi, per il quale stava comperando una tv privata in Sardegna. L'insieme delle storie raccontate nel libro e' vario: si va da Flavio Briatore a Roberto Formigoni, da Raul Gardini al brigatista Franco Marra. Un campionario di 36 personaggi, diviso in quattro gruppi: "Viva l'Italia", ovvero nomi della cronaca, qualche volta della moda; "Mani pulite e' finita", che mette insieme i sopravvissuti e riciclati di quei processi; "La mafia non c'e' piu"', che allude esattamente al contrario, poiche'la mafia la trovi anche dove meno te l'aspetti; "Innocenti eversioni", dove si incontra il Grande Burattinaio (Licio Gelli) ed anche uno (Delfo Zorzi), che dichiara "La bomba della strage di piazza Fontana l'ho messa io". L'insieme e' eterogeneo: o piuttosto il primo gruppo sembra lontano dagli altri tre, che rappresentano le grandi illegalita' della vita pubblica italiana (la Corruzione, la Mafia, il Terrorismo). "Lo so -  conviene Barbacetto - ma da una parte non volevo fare un libro che riguardasse solo la politica; dall'altra scie di illegalita' le trovi anche dove meno te le aspetti". Per esempio? "Per esempio in certe bombe che scoppiano e in certe ambigue telefonate nella vita di Briatore, che e' quell'uomo brillante, protagonista della Formula uno e fidanzato di Naomi Campbell. Oppure di quel Stefano Brandini, proprietario di locali alla moda a Miami, accusato dalla DEA di riciclare narcodollari: un uomo la cui storia incrocia quella di Mariano Fasano, ex direttore generale della banca off shore della Fiat, la Overseas Union Bank di Nassau. E cosi via". "Del resto - aggiunge - nessun campionario e' mai completo, nessun catalogo esaustivo. Mi basta aver disegnato un grande coro di facce e di storie italiane, di furberie, di codardie, porcherie e illegalita', e qualche eroismo". C'e' poi un capitolo in piu' chiude il libro: un capitolo incompiuto, dal titolo "Diario minimo del regimetto", ovvero una cronologia ragionata di quel che ha fatto Berlusconi, dal giorno della sua vittoria elettorale (13 maggio 2001) in poi. Barbacetto, del resto, non si ferma nemmeno davanti alle massime autorita' dello Stato. Uno dei capitoli piu' puntigliosi riguarda il presidente del Senato, Marcello Pera: c'e' - scrive l'autore - un "Pera 1", studioso e editorialista della Stampa, sulle cui colonne scriveva vibranti articoli di sostegno ai processi di "Mani pulite"; e, pochi anni dopo, un "Pera due", autorevole esponente di Forza Italia, che  bacchetta i giudici milanesi. Cosi' sono i 'Campioni d'Italia'". "Mani pulite" del resto e' un tema troppo appassionante perche' si concluda qui. E difatti Barbacetto e' autore, con Peter Gomez e Marco Travaglio, di un libro intitolato "Mani pulite'. "La Feltrinelli doveva mandarlo in libreria il 17 febbraio scorso, nel decennale di 'Mani pulite'. Ma poi ha tergiversato, chiesto tempo, cambiato idea. Forse per la materia, forse per le verifiche da fare, forse perche' parlavamo diffusamente anche dele 'tangenti rosse'. Sta di fatto che il libro uscira' in ritardo con un altro editore".

6 aprile 2002 - PAOLO BELLINI IN AULA
"La Gazzetta di Reggio"
Bellini: "Non sto bene"
Fugace apparizione in aula dell'ex primula nera
Ha parlato per poco meno di un'ora e poi, attorniato da infermieri e guardie del corpo, ha lasciato l'aula e il tribunale. Paolo Bellini non sta bene: ha spiegato così, ieri, la sua fugace apparizione di ieri davanti alla Corte d'assise. "Ieri sera - ha detto l'ex primula nera - sono stato male, ho perso sangue dalla bocca. Sono qui solo per rispetto alla Corte, ma oggi devo fare un esame".
La malattia di Bellini torna a condizionare il processo, anche se ormai, il più - per il grande accusatore di Bonaccio e Vasapollo - sembra fatto. Dopo le amnesie e le difficoltà a collocare temporalmente gli eventi, dopo l'ammissione pubblica del male che lo affligge ("Ho la leucemia"), ieri Bellini ha informato i giudici e gli avvocati di quanto gli sarebbe accaduto l'altro ieri e della necessità di sottoporsi a un esame proprio ieri mattina.
Invero, ieri, Bellini ha fatto in tempo a sottostare ad alcune domande e contestazioni da parte dei legali di Bonaccio.
In particolare, a proposito del riconoscimento fotografico fatto da Bellini in questura.
In particolare, secondo quanto emerso dal fascicolo delle indagini, risulterebbe che Bellini avrebbe riconosciuto Bonaccio soltanto al terzo album di fotografie, e dopo averlo confuso con un 'altra persona.
Un particolare non di poco conto per gli avvocati Bigi, Mayer e Stortoni che puntano a sottolineare l'assoluta inconsistenza delle accuse a carico del loro assistito. Con il quale lo stesso Bellini ha ammesso di non aver avuto che pochi e fugaci contatti: "Mi disse che non dovevamo vederci mai", ha detto Bellini.

"Il Resto del Carlino"
"Non diedi alcun ordine di uccidere" "Non sono il mandante degli omicidi". Così Giulio Bonaccio ha risposto alla pubblica accusa che gli chiedeva di spiegare il perché fosse stato accusato da Paolo Bellini. Bonaccio ha aggiunto di non aver mai conosciuto Paolo Bellini, di non spiegarsi perché viene accusato di essere il mandante, e che tutto questo è forse il frutto della fantasia proprio di Bellini. Quest'ultimo aveva terminato la sua deposizione nella mattinata di ieri. Ha spiegato di aver riconosciuto Giulio Bonaccio dalle foto che gli erano state mostrate. Anche se questo non era avvenuto subito. E su questo punto la difesa di Bonaccio e Vincenzo Vasapollo hanno sottolineato le contraddizioni di Paolo Bellini. I difensori hanno insistito sul fatto che Bellini aveva riconosciuto in un primo momento una persona con i baffi che Bonaccio non ha mai avuto.
Bellini ha commentato che il gruppo calabrese pensava di utilizzarlo come Killer a loro piacimento. E ha parlato di "delirio di onnipotenza", nel senso che il gruppo calabrese si sentiva forte al punto di credere di poter fare quel che voleva. Ma Bellini ha pure aggiunto che a un certo punto temeva che volessero ucciderlo. "Chi conosce la mafia e la 'ndrangheta sa che la persona che sembra esserti amica è quella che può ucciderti".

10 aprile 2002 - CARABINIERI: ALFIERO LASCIA, CENICCOLA VICECOMANDANTE ARMA
ANSA:
Il gen. Mariano Ceniccola e' il nuovo vicecomandante generale dei carabinieri. Il comandante generale dell'Arma, gen. Sergio Siracusa, ha presenziato stamane all'avvicendamento del gen. Ceniccola, subentrato al gen. Carlo Alfiero. La prossima cerimonia di cambio al vertice riguardera' lo stesso Siracusa che il prossimo 18 aprile lascera' il comando generale della Benemerita al gen. Guido Bellini. Siracusa ha stamane ringraziato Alfiero, 63 anni, con alle spalle un passato di comandi dei carabinieri di grande prestigio, tra i quali il Gruppo Roma I negli anni del terrorismo, la Regione Campania e la prima divisione 'Pastrengo', con competenza territoriale su tutta l'Italia nord-occidentale. "La schietta e sincera collaborazione del gen. Alfiero, oltre che la sua competenza, - ha detto il comandante generale dell'Arma - sono state di fondamentale importanza in un importante momento di trasformazione dell'Arma. I suoi suggerimenti sono stati preziosissimi". Alfiero, che andra' in pensione tra due anni, ha ricoperto la carica di vicecomandante generale dell'Arma dal 10 aprile del 2001 ad oggi. Il generale di corpo d'armata Ceniccola, 64 anni, proviene dal comando interregionale 'Pastrengo' (con competenza territoriale su Lombardia, Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta) che ha retto dal 1997. Laureato in Giurisprudenza e in Scienze strategiche, ha ricoperto l'incarico di Capo ufficio Oaio e Capo di Stato maggiore presso la terza divisione Carabinieri "Ogaden" dal 1986 al 1988. Dal giugno 1993 al settembre 1997 ha comandato con il grado di generale di brigata la Regione carabinieri Emilia Romagna.

13 aprile 2002 - BOMBE MILANO: MOTIVAZIONI SENTENZA ASSOLUZIONE GIANNASI
ANSA:
Non si puo' "individuare con certezza la responsabilita' diretta e personale" di Luca Giannasi nell'attentato all'Intendenza di Finanza del '98 e in quello sventato alla Bocconi nel '99, anche se "il quadro degli indizi nei suoi confronti e' impressionante". Cosi' concludono i giudici della prima Corte d'Assise di Milano nelle motivazioni della sentenza con la quale il 14 febbraio scorso hanno assolto l'informatore del Sismi, il 34enne Luca Giannasi, dalle accuse di strage e di furto e detenzione di armi da guerra, e lo hanno condannato solo a 8 mesi di arresto (e' una contravvenzione) per detenzione di esplosivo: un ordigno fabbricato e ritrovato a casa sua, a La Spezia, "in grado di esplodere", ma che "non aveva potenzialita' offensive maggiori dei fuochi di artificio" e senza alcuna "similitudine" con quello esploso all'Intendenza di Finanza e quello inesploso alla Bocconi. Luca Giannasi, scarcerato due mesi fa dopo la lettura della sentenza, venne arrestato a La Spezia il 7 aprile 2000 nell' ambito dell'inchiesta condotta dal pm Stefano Dambruoso sull' attentato all' Intendenza di Finanza di Milano e su quello mancato alla Bocconi. Con Giannasi venne arrestato anche Giuseppe Fregosi, 27 anni, anche lui spezzino: i due sono stati accusati di concorso di detenzione di arma da guerra e esplosivi rubati alla Oto Melara (per questo c'e' un procedimento aperto a La Spezia). Secondo l' inchiesta, dietro i due ordigni si sarebbero intrecciate diverse vicende: da un lato, un presunto piano secessionista che Fregosi aveva rivelato negli interrogatori; dall' altro, Giannasi che, segnalando ai servizi segreti il pericolo di attentati, quelli secondo l'accusa da lui stesso progettati, avrebbe tentato di rafforzare la sua credibilita' e di "farsi assumere" dal Sismi. Il pm aveva chiesto per Giannasi 16 anni di reclusione. Nelle 43 pagine di motivazioni, la Corte sottolinea che il contesto in cui e' avvenuta la confezione e la detenzione dell' ordigno "e' comunque assai inquietante": e' stato costruito da una persona, che e' pacifico "avesse un forte interesse per le armi e gli ordigni" e "che e' stato un informatore dei Servizi per alcuni gravissimi attentati" orientati a "turbare" la vita e la dialettica democratica del Paese (es, aveva preannunciato l'attentato di settembre '98 e uno alla metropolitana). Ma in conclusione, secondo i giudici, dagli indizi emersi nel dibattimento si ricava che Giannasi "poteva ben essere l'attentatore (ne aveva parlato prima, conosceva i luoghi, sapeva preparare ordigni esplosivi, il suo lavoro non gli dava sufficienti soddisfazioni), ma nessuno degli stessi lo indica con la necessaria certezza come inevitabilmente implicato in prima persona" nei due attentati. Quanto al ruolo di un tale Marku, indicato da Giannasi come un suo informatore, ma per l'accusa personaggio inventato (cio' ha portato il pm a ritenere che Giannasi fosse uno dei protagonisti degli attentati annunciati ai servizi), i giudici concludono: "Non si puo' affermare con ragionevole certezza che non esista" e che "non sia stato la fonte" dell'imputato. Quanto all'assoluzione per la vicenda del furto alla Oto Melara, la sentenza accenna che a tal proposito manca "il collante" delle dichiarazioni di Fregosi. In pratica l'uomo era stato chiamato in aula per testimoniare come imputato di reato connesso ma si era avvalso della facolta' di non rispondere: le regole del giusto processo non hanno consentito di acquisire agli atti le dichiarazioni rese in fase istruttoria. La Procura fara' ricorso contro la sentenza.

18 aprile 2002 – AEREO DA TURISMO SI SCHIANTA CONTRO GRATTACIELO PIRELLI A MILANO: TRE MORTI. INCIDENTE, MALORE DEL PILOTA O SUICIDIO ?
"Il Nuovo"
Quattro morti e una sessantina di feriti nello schianto
Due cadaveri sono stati trovati in strada. Uno è quello del pilota, identificato dal figlio. La terza vittima è rimasta carbonizzata al 26esimo piano. Si teme che ci sia anche una quarta vittima.
di O. Piscitelli
MILANO - Tre persone, compreso il pilota, sono morte oggi nello schianto di un piccolo aereo da turismo contro il Pirellone. Due copri sono stati trovati in strada. Sono quelli di un'avvocatessa, Annamaria Repetti, 41 anni, che lavorava nell'avvocatura che si trova al 26esimo piano ed è stata scagliata in strada dall'esplosione: di Monza, di circa 40 anni, lascia un bimbo di tre anni. L'altro è quello del pilota, identificato dal figlio. Accanto al cadavere c'era la cloche del velivolo. Un terzo cadavere, carbonizzato, è stato rinvenuto al 24esimo piano. La terza vittima è Alessandra Santonocito e, come la sua collega, lavorava al 26/o piano dove avevano sede gli uffici dell'Avvocatura Regionale.
Mentre un impiegato, che sicuramente si trovava all'interno dell'edificio al momento dello schianto, manca all'appello.
Sono ventinove invece i feriti, trasportati all'ospedale Fatebenefratelli. Tre di loro versano in gravi condizioni. Una trentina di contusi invece, sono stati medicati sul posto.
Il primo ad arrivare al pronto soccorso dell'ospedale è stato un bambino di sette anni insanguinato. Il piccolo era in una scuola di via Galvani travolta dall'onda d'urto dell'esplosione.
Già dimessi 12 dei quindici feriti che sono stati visitati al nosocomio milanese, tra i tre ancora sotto osservazione, c'è una donna ustionata, un uomo con problemi ortopedici e un altro che ha subito un trauma cranico.
La prima a lasciare l'ospedale, invece, è stata una ragazza di 27 anni che si trovava al 25esimo piano e che ha riportato ferite all'addome, al viso e alla schiena. "Non mi sono accorta di nulla, ma so che sono viva per miracolo", ha detto ancora sotto choc.
I mezzi di soccorso che sono arrivati prontamente sono ancora sul posto e la protezione civile regionale ha istituito un numero verde riservato a familiari e parenti dell'esplosione al Pirellone (il numero è: 800061160).
Complessivamente nella hanno lavorato dal momento della tragedia, oltre 150 vigili del fuoco, mentre un centro di Emergenza Medica è stato allestito tra via Fabio Filzi e via Galvani. In strada macerie e gente sconvolta, intorno una folla di operatori delle forze dell'ordine e di medici che a decine si sono presentati spontaneamente, tanto che i coordinatori dell'emergenza hanno dovuto allontanarne molti perché la situazione era diventata ingestibile.

Disastro Pirellone, un pilota "cow boy"
Gino Fasulo aveva un'esperienza di cinquemila ore di volo, ma veniva considerato un pilota "spericolato". L'uomo, di nazionalità italiana e svizzera, era proprietario dell'aereo.
MILANO - Luca Pedrolini, istruttore di volo conosceva bene Luigi Gino Fasulo, il pilota ai comandi dell'aereo schiantatosi contro il Pirellone a Milano. E conosce bene anche l'aeroporto di Locarno, dal quale era partito il velivolo.
“Fasulo - ha detto l'istruttore, intervistato dal TG5 - era un pilota con una grande esperienza alle spalle. Non era un pivellino. Comunque - ha aggiunto - era considerato nel nostro ambiente, con tutta la simpatia che posso avere per un mio ex collega morto tragicamente, un pilota un po' cow boy, come si dice nel nostro giro". Pedrolini ha ricordato che qualche problema Fasulo, nella sua carriera di pilota, l'ha avuto: "Ha avuto qualche anno fa un incidente sull'aeroporto di Zurigo dovuto alla mancanza di carburante per arrivare all'aeroporto di destinazione".
L'istruttore ha escluso l'ipotesi del suicidio. "Quando ho saputo chi era il pilota ho escluso che possa trattarsi altro che di un incidente. Gino era una persona lontana da qualsiasi esperienza che lo potesse coinvolgere in un attentato. E tanto meno è stato un suicidio".
Quanto all'ipotesi che si sia trattato di un guasto al carrello, l'istruttore ha sostenuto di escludere che “per un problema al carrello un aereo possa schiantarsi. Con il carrello che non esce o che esce parzialmente puoi volare fintanto che c'è il carburante e, quindi, tentare un atterraggio su una pista assistita. Ma la cosa ancora più stupefacente - ha aggiunto - è che su Milano non si vola: ci sono dei percorsi precisi, dei cancelli di entrata che escludono la possibilità di un incidente che coinvolga la città di Milano e questo funziona per tutte le grosse città. Non capisco cosa potesse aver portato l'aereo in quella posizione se non eventualmente un tentativo di accorciare la propria traiettoria di volo andando sull'aeroporto di Linate evitando il circuito normale”.
Il pilota dell'aereo era un membro dell'aereo Club di Locarno. Era un esperto, dicono a Locarno, uno con 5000 ore di volo alle spalle.
Luigi Gino Fasulo, (secondo quanto riportato dal quotidiano "La regione Ticino"), aveva la doppia nazionalità italiana e svizzera. L'uomo, 68 anni, era in pensione. A Pregassona, centro a pochi chilometri da Lugano, dove il pilota viveva saltuariamente, Fasuloviene ricordata coem persona discreta, tanto che nei dintorni pochi lo conoscevano.
La vittima aveva due figli, di cui uno pilota di professione. L'altro abitava in un quartiere di Lugano. L'aereo era decollato da Locarno-Magadino alle 17 e 15 ed era diretto a Milano Linate. "Fasulo era un esperto e conosceva bene la zona", conferma Pietro Marci, presidente dell'Aereo Club di Lugano.
Alcune testimonianze parlano di Gino Fasulo come di un pilota sicuramente molto esperto, tanto da esser alle volte anche spericolato. L'imprenditrice Rosi Greco, che ha volato diverse volte con Fasulo, ricorda in particolare un atterraggio molto particolare: su un campo di patate. "Un aneddoto - tiene a sottolineare Rosi Greco - più che una spia delle capacità di volo di un pilota esperto come Fasulo".
L'aereo, il Commander A112 era stazionato a Locarno ed era di proprietà del pilota.

19 aprile 2002 – AEREO CONTRO PIRELLONE: DAI GIORNALI
"Il Nuovo"
Il figlio di Fasulo: "Mio padre si è suicidato"
Il figlio del pilota schiantatosi sul Pirellone non ha dubbi: non è stato un incidente. Un amico conferma: "In questi giorni era sconvolto, gli avevano fatto perdere un milione di dollari".
LUGANO - "Mio padre si è suicidato". Marco Fasulo non ha dubbi: il figlio del pilota del piccolo aereo che si è schiantato sul Pirellone, pilota anche lui, alla Swiss, è certo anche del perché: "L'hanno voluto fregare, mettere a terra economicamente, e lui si è ucciso". E agli inviati del quotidiano La Repubblica , arriva una conferma delle difficoltà finanziarie di Fasulo anche da un'altra voce attendibile, quella di "Ginetto" Fasulo: "Era sconvolto in questi giorni, mi aveva detto di essere rovinato - racconta Franco un ex parà italiano - che un grosso gruppo gli aveva tolto un milione di dollari e mi aveva chiesto di andare da lui per aiutarlo a recuperarli". Proprio ieri Fasulo avrebbe denunciato ai carabinieri di Como un ingente ammanco di denaro in una sua società finanziaria: 140 mila euro.
In tanti del resto, tra coloro che lo conoscevano, si sono stupiti moltissimo di quanto è successo: "Era un pilota cow boy", dice di lui l'istruttore di volo Luca Pedrolini , ma aveva migliaia di ore di volo alle spalle, un pilota espertissimo di cui tutti si fidavano ciecamente. Fasulo aveva svolto le attività più disparate, ma si era arricchito proprio grazie al volo, sia come pilota che come proprietario di una piccola compagnia aerea: la "Playmatic aviation", che contava su due velivoli, usati come aerotaxi. Un lavoro che gli aveva consentito di entrare in contatto e diventare amico di tanti personaggi influenti, anche banchieri. A far precipitare la situazione sarebbe stato proprio il tentativo di lanciarsi in un'attività finanziaria.
L'ultimo volo è partito dall'Aeroclub di Locarno, dove riferiscono di averlo visto partire sicuro come al solito in direzione di Linate, per fare rifornimento a costi più bassi al proprio Commander, il velivolo che ieri si è schiantato contro il grattacielo simbolo di Milano.

"Il Corriere della sera"
Polemiche per l'annuncio del presidente, poi smentito dal Viminale. La maggioranza lo difende: era il timore di tutti noi
Pera al Senato: sono i terroristi. L'Ulivo: ci vuole più prudenza
Bassanini: si presumeva avesse informazioni riservate, è grave
ROMA - Le 18 sono passate da due minuti: nell'aula di Palazzo Madama i senatori hanno appena ripreso una seduta che doveva essere di routine . Ma l'atmosfera si è fatta improvvisamente elettrica. Da Milano stanno arrivando le prime, frammentarie notizie sull'aereo che si è appena infilato nel Pirellone. Si teme una strage. Si teme un attentato terroristico. Il pensiero corre inevitabilmente ad altri aerei e ad altri grattacieli: all'11 settembre. Sull'aula aleggia il fantasma delle Torri Gemelle. Arriva Marcello Pera. Sembra scosso. Nell'emiciclo cala un silenzio irreale. Il presidente si alza in piedi e con lui tutti i presenti. "Onorevoli colleghi - dice - le mie informazioni non sono maggiori delle vostre. Mi sono messo immediatamente in contatto con il ministero dell'Interno e per il momento mi è stato confermato che con molta probabilità si tratta di un attentato terroristico. Ma non posso dire di più, perché obiettivamente in questo momento nessuno sa di più". Poi aggiunge: "Credo che la migliore risposta delle istituzioni a questo gesto infame sia quella di continuare i lavori, almeno per adesso...". Il presidente torna nel suo ufficio e la conduzione dei lavori passa a Domenico Fisichella, che prima di sospendere la seduta fa in tempo a informare i "colleghi" che Pera ha appena avuto un colloquio telefonico con il ministro dell'Interno Scajola, il quale gli ha riferito che molto probabilmente si è trattato di "un incidente".
Allora Massimo Brutti, vicepresidente dei senatori ds, scatta: "Quando si hanno cariche istituzionali la prima regola dovrebbe essere la cautela. Perciò sarebbe meglio aspettare, tacere e tentare di acquisire informazioni". La tragedia di Milano porta quindi con sé anche un caso politico. Nella maggioranza si cerca di gettare acqua sul fuoco: Pera ha dato voce a un timore che era di tutti. Ma Franco Bassanini, ex ministro ds, ribatte: "Il problema è che quando la seconda carica dello Stato lancia un allarme del genere, si presume che abbia informazioni riservate. Non a caso le conseguenze sono pesanti...". Luigi Mantica (An), sottosegretario agli Esteri, allarga le braccia, si guarda attorno e lancia una domanda senza risposta: "Ma chi glielo ha fatto fare?".
Francesco Rutelli invita alla prudenza: "Penso che ci si debba astenere prima di pronunciarsi con leggerezza su questi avvenimenti". Ma Agazio Loiero, vicepresidente dei deputati della Margherita, si dice "incredulo" e pone un problema "istituzionale": "Perché è il presidente del Senato e non il ministro dell'Interno a dare una notizia del genere? E perché sceglie, senza avere alcun elemento in mano, la versione meno tranquillizzante?". Dalla Margherita si fa sentire anche Renzo Lusetti, segretario della Commissione Trasporti di Montecitorio, che pone il problema "ancora irrisolto della sicurezza del traffico aereo" e accusa Pera di essersi lanciato in "dichiarazioni avventate".
F. Sa.

22 aprile 2002 - SERVIZI SEGRETI: UN SITO INTERNET PER RECLUTARE GIOVANI
ANSA:
Avverra' attraverso Internet il reclutamento delle nuove leve dei servizi di intelligence. Il sito sara' attivo tra qualche settimana. Lo ha detto oggi a Milano, nel corso di un convegno svolto all' universita' Bocconi, il ministro della funzione Pubblica e coordinamento dei servizi di sicurezza Franco Frattini. Precisando che nel sito vi saranno tutte le informazioni che serviranno ai giovani per capire e per decidere, Frattini ha commentato la decisione osservando che "se lo fanno la Cia e i servizi inglesi, perche' non dovremmo farlo anche noi?". L' intento e' quello, ha spiegato il ministro, di "reclutare i migliori laureati e laureandi. Specialmente per la lotta al terrorismo e alla criminalita' finanziaria - ha aggiunto - dobbiamo affiancare professionalita' nuove al compito che svolgono le forze di polizia. In altri paesi  prendono i migliori laureati e laureandi dalle universita', e noi faremo altrettanto. Abbiamo bisogno - ha aggiunto - di gente preparata nel' intelligence italiana, per aiutarci a stroncare la criminalita' finanziaria". Chi si colleghera' al sito avra', ha concluso Frattini, "la possibilita' di capire come si fa ad entrare nei servizi, che tipo di professionalita' occorrono, ed anche quanto si guadagna".

22 aprile 2002 - SCAJOLA SU AEREO CONTRO PIRELLONE
"Il Corriere della sera"
Scajola: il suicidio? Non è logico Troppe carenze nel controllo aereo
Il ministro dell'Interno: "Quel velivolo non doveva essere lì, servono radar più efficienti Si è parlato anche di terrorismo ma deve essere solo il Viminale a gestire le emergenze"
ROMA - "Sono stati i dieci minuti più difficili da quando sono al Viminale. Dopo lo schianto, abbiamo dovuto fare il massimo sforzo investigativo perché tutto il mondo era con il fiato sospeso. Si stava materializzando lo spettro dell'11 settembre". Superata la paura di un attacco terroristico al cuore dell'Italia, il ministro dell'Interno, Claudio Scajola, affronta i problemi evidenziati dalla tragedia di Milano. Ma parla anche di tutte le altre emergenze che si trova a dover gestire: dall'eversione interna alla minaccia integralista. E annuncia importanti riforme a cominciare da quella sui servizi segreti. Che cosa è successo giovedì, dopo le 17.47?
"Sono stati momenti drammatici. La nostra prima impressione era quella di un atto terroristico, anche se ci sembrava non logico che avvenisse in Italia, a Milano, al Pirellone. In mezz'ora abbiamo verificato che l'aereo era partito dalla Svizzera, chi era il pilota e abbiamo saputo che aveva denunciato problemi gravi. Soltanto quando c'è stata la certezza di poter escludere l'attentato, abbiamo comunicato ufficialmente alle agenzie di stampa che era stato un incidente".
Intanto il presidente Marcello Pera aveva detto in Senato di aver saputo dal Viminale che si trattava probabilmente di un attentato. Aveva parlato con lei?
"La prima persona che ho avvertito è stato il Presidente del Consiglio, al quale ho spiegato che non vedevamo estremi di terrorismo, ma stavamo cercando di capire. Lo stesso ho detto subito dopo al Capo dello Stato. Alle 18.15, quando sono stato contattato dal presidente Pera, dal presidente Casini e da altri ministri ho ripetuto la stessa versione. Non a caso nella prima nota ufficiale ho invitato le istituzioni a mantenere la calma".
Qualcuno si è sbilanciato troppo presto?
"Le emergenze hanno bisogno di gestioni non turbate da iniziative di nessuno. Sono di esclusiva competenza del ministro dell'Interno. Ho visto convocazioni di organismi di crisi proprio mentre stava uscendo la mia dichiarazione con cui escludevo l'ipotesi terroristica. Credo che sarà necessario specificare meglio il rispetto delle competenze. Non ci devono essere più sbavature".
Lei crede alla tesi del suicidio?
"Francamente devo dire che non mi sembra logica. L'inchiesta è in corso e i periti stabilirano le cause del disastro, ma rispetto a questa ipotesi ci sono troppe contraddizioni. Il colloquio con la torre di controllo e il tentativo di apertura del carrello cozzano con i propositi da manuale di chi si vuole suicidare. Anche se il fine fosse stato quello di riscuotere una polizza sulla vita, le modalità sarebbero state diverse".
Lo schianto ha comunque dimostrato che un terrorista può compiere un atto del genere.
"La mia perplessità è proprio questa: come mai quell'aereo era lì? Possibile sia stato così facile raggiungere il centro di Milano? Questi interrogativi dimostrano l'esistenza di carenze nel controllo dello spazio aereo che devono essere assolutamente risolte. Non voglio dire che, se quel velivolo fosse stato avvistato tre o quattro minuti prima, sarebbe stato abbattuto. Ma è necessaria una rete radar più efficiente. In ogni caso la lotta al terrorismo si fa con la prevenzione a terra, con accertamenti capillari negli aeroporti, nei porti, nelle stazioni e attraverso il controllo del territorio".
All'emergenza del terrorismo internazionale si è aggiunta quella brigatista. A che punto sono le indagini sull'omicidio di Marco Biagi?
"Si tratta di accertamenti complessi. Mi sembra però che lo sforzo delle diverse polizie e la collaborazione tra procure stia procedendo con un ottimo metodo. Purtroppo i tempi non saranno brevi e non possiamo escludere che riescano a colpire di nuovo".
Ci sono settori maggiormente a rischio?
"Il folle progetto brigatista dei Comunisti Combattenti è contro tutto ciò che si modifica, si rinnova e cresce. Questo vuol dire che potrebbero colpire il mondo del Lavoro, della Sanità, della Scuola, coloro che si occupano della riforma dello Stato. Vogliono bloccare lo sforzo che l'Italia sta facendo per progredire. Svolgono indagini su diversi possibili obiettivi e alla fine vanno a cercare quello che gli offre la resa maggiore. Per questo ritengo che la polemica politica e le crepe che si aprono in alcuni settori dello Stato facciano il loro gioco".
Lei ha detto che il terrorismo non si combatte con le scorte, però dopo l'omicidio del professor Biagi decine di persone sono tornate sotto protezione. Qual è dunque la strada?
"Noi continueremo a proteggere chi ci sembra più a rischio, ma abbiamo la consapevolezza che, proprio per disarticolare lo Stato, i brigatisti potrebbero puntare a chi è senza tutela. La strada è quella del controllo preventivo del territorio. Se manca ciò, ogni sforzo sarà inutile. Ne abbiamo appena avuto un esempio".
A che cosa si riferisce?
"L'arresto di Antonino Giuffrè, il numero tre di Cosa Nostra. Era latitante da dieci anni, eppure stava in Sicilia, nelle campagne vicino Palermo. E' la dimostrazione che questo controllo ora non è efficace. Al di là del valore investigativo, la sua cattura mi ha fatto piacere perché ha smentito la polemica di alcuni esponenti della sinistra che ritenevano deboli le azioni del governo contro la mafia e le dichiarazioni del procuratore Grasso che ha parlato di guardia abbassata contro le cosche. Io credo che tra le istituzioni ci si debba parlare direttamente e non attraverso i giornali".
La decisione di affidare maggiori poteri ai servizi segreti rientra nella necessità di presidiare le aree di rischio?
"Sì, e lo faremo entro pochi giorni. La scorsa settimana ho inviato la bozza del testo legislativo al presidente del Consiglio e ai ministri competenti. E' il frutto di un lungo lavoro che, ci tengo a dirlo, è stato fatto anche con la collaborazione del comitato parlamentare di controllo. Ma non sarà una riforma globale perché questo potrebbe destabilizzare le strutture in un momento così delicato sia sul fronte interno che su quello estero e dunque abbiamo deciso di focalizzarla su punti specifici".
Gli 007 avranno comunque la possibilità di commettere reati?
"Sì, concederemo le garanzie funzionali perché abbiamo bisogno di avere notizie e informazioni nella lotta al terrorismo e alla criminalità, ma anche perché dobbiamo tutelare gli agenti che avranno così la certezza di non finire sotto processo compiendo il loro lavoro".
E le garanzie per i cittadini?
"Il Presidente del Consiglio avrà il potere di autorizzare questo tipo di operazioni che, una volta terminate, saranno comunicate al comitato parlamentare di controllo. Il vincolo deve però essere quello della segretezza, prevedendo sanzioni gravi per quei deputati o senatori che non rispettino quest'obbligo. Quando parlo di sanzioni gravi arrivo a ipotizzare una decadenza dal Parlamento per indegnità".
Torniamo alle scorte. Che cosa cambierà nei criteri di assegnazione?
"La creazione di una struttura centrale servirà a valutare le esigenze obiettive di protezione e non lo status delle persone. Bisogna evitare quelle soggezioni psicologiche dei funzionari che a livello periferico concedono la scorta in funzione dell'autorità e della forza delle persone che ne fanno richiesta. L'obiettivo è quello di avere uno scenario complessivo dei soggetti a rischio e non, come è accaduto per Biagi, decisioni diverse per ogni provincia".
Il procuratore generale di Milano, Borrelli, è andato in pensione. Porterà avanti la sua querela per il discorso pronunciato alla cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario?
"Io credo che i rapporti all'interno dello Stato non vadano regolati per via giudiziaria. L'offesa di Borrelli era gravissima perché lasciava intendere una volontà punitiva del ministero contro quei magistrati che sostenevano l'accusa contro il premier Berlusconi, privandoli dela scorta. Ciò mi ha ferito. Avevo il dovere di far sapere che non era così e non c'era altro strumento. Oggi posso dire che, d'accordo con Berlusconi, ho dato incarico al mio legale di ritirare la querela".
Fiorenza Sarzanini

3 maggio 2002 – IN ARRIVO NUOVE NORME PER LE SCORTE
"La Stampa"
DOPO L´ANNUNCIO DI SCAJOLA E LE POLEMICHE SUCCESSIVE AL DELITTO DI MARCO BIAGI Nasce l´ufficio unico per assegnare le scorte
ROMA
NASCE oggi il nuovo organismo che deciderà l´attribuzione delle scorte in tutt´Italia. Un organismo deciso all´indomani delle fortissime polemiche seguite all´omicidio del professore Marco Biagi, assassinato dalle Br pochi mesi dopo aver perso la protezione dello Stato. Sarà, infatti, portato stamani in Consiglio dei ministri il provvedimento che istituirà l´Ucis, l´Ufficio centrale interforze per la sicurezza, la struttura interna al Dipartimento di polizia che si occuperà, a livello centralizzato, delle scorte e della sicurezza delle persone ritenute a rischio. La nascita di questa nuova struttura l´aveva annunciata il ministro dell´Interno, Claudio Scajola, il 16 aprile scorso al Senato sui risultati della inchiesta amministrativa sulla revoca della protezione al professore Marco Biagi, assassinato dalle Br. Secondo le indiscrezioni, l´attuale questore di Roma, Giovanni Finazzo, dovrebbe essere nominato responsabile della nuova "task force" formata da rappresentanti delle varie forze di polizia, del Sisde e del Sismi. La decisione di istituire l´Ucis era stata presa dal ministro Scajola proprio a partire dai risultati della indagine amministrativa sulla vicenda Biagi, che aveva fotografato le varie falle che presentava il meccanismo che garantiva la tutela ai soggetti a rischio: "la valutazione parcellizzata" del rischio di un sistema fatto di "molteplicità di servizi e metodologie non coordinate tra loro in modo adeguato, funzionalmente e territorialmente". Il ministro Scajola si era impegnato a promuovere una riforma in tempi rapidi: "L´attuale sistema delle misure di protezione - aveva detto - necessita di una urgente, efficace ed efficiente revisione". L´Ucis sarà l´organo "esclusivo di direzione funzionale unitaria" e di raccordo "allo scopo di elevare il livello di coordinamento" dell´azione di prevenzione, per garantire l´incolumità "delle persone ritenute a rischio". Il modello di riferimento di questa nuova struttura dovrebbe essere quello del Servizio centrale di protezione dei collaboratori e dei testimoni di giustizia. Avrà a disposizione una sua struttura con "autonomia organizzativa", "formazione e modelli operativi e comportamentali omogenei", anche se poi "dovranno essere costituite unità specialistiche in ciascuna forza di polizia". Dunque, l´Ucis dovrà organizzare, a valle, la protezione dei "soggetti a rischio" e, a monte, tutto il lavoro di "istruttoria" delle pratiche: raccolta, analisi ed elaborazione di ogni informazione proveniente dagli organi centrali e periferici dell´Amministrazione della Pubblica sicurezza. Insomma, sarà un sistema "a rete" e piramidale nello stesso tempo in cui le "valutazioni del rischio" potranno continuare a essere operate a un primo livello su base provinciale, ma poi dovranno essere "integrate, formulate e decise", in via definitiva, dall´Ufficio centrale, dal nascente Ucis.
g.ru.

3 maggio 2002 - RIFORMA SERVIZI SEGRETI
"Il Nuovo"
Servizi segreti, via libera alla riforma
Il ministro Franco Frattini ha annunciato l'approvazione del Consiglio dei ministri al disegno di legge che modifica l'organizzazione dei servizi segreti.
ROMA - Via libera alla riforma dei servizi segreti. Franco Frattini, il ministro della Funzione pubblica con delega per i servizi segreti, ha annunciato l'approvazione del Consiglio dei ministri al disegno di legge: "Si tratta di una serie di modifiche -ha spiegato Frattini- che incidono in modo puntuale su una legge in vigore ormai da 25 anni e che sono modifiche finalizzate a obiettivi specifici sui cui il governo ha lavorato in questi primi mesi per la migliore definizione. Obiettivi resi ancora più urgenti e ineludibili dalla intensa azione di cooperazione internazionale anti-terrorismo iniziata prima dell'11 settembre e fortemente rafforzata dopo gli attentati negli Usa".
 "Un provvedimento largamente atteso da quella strategia internazionale di collaborazione antiterrorismo. Uno strumento apprezzato da alcuni ambienti dell'opposizione - ha aggiunto Frattini - i cui contributi il Governo ha raccolto in larghissima parte". "I Servizi - ha assicurato ancora il ministro - non sono né della maggioranza, né dell'opposizione, servono alla sicurezza del Paese"
La riforma prevede modifiche sia in materia di servizi di sicurezza sia per quanto riguarda la disciplina del segreto di Stato: durerà 15 anni, poi i documenti verranno automaticamente declassificati. Al termine dei 15 anni il Presidente del Consiglio in carica potrà prolungare il segreto per un determinato periodo di tempo.
Sul versante organizzativo il disegno di legge pone il Sismi alle dipendenze del ministro della Difesa ed il Sisde alle dipendenze del ministro dell'Interno. Il Ciis, infine, se la riforma verrà approvata senza modifiche, sarà snellito: ne fa