I RAPPORTI DEL SEN. ANDREOTTI CON I CUGINI ANTONINO E IGNAZIO SALVO, L’ON. SALVATORE LIMA E VITO CIANCIMINO
SEZIONE I - I rapporti tra il sen. Andreotti ed i cugini Antonino e Ignazio Salvo
§ 1 - L’inserimento dei cugini Antonino e Ignazio Salvo nell’organizzazione mafiosa ed i loro rapporti con i diversi schieramenti di "Cosa Nostra"
L’affiliazione di Ignazio Salvo all’associazione criminale "Cosa Nostra" è stata accertata dalla sentenza n. 91/90 emessa il 10 dicembre 1990 dalla Corte di Assise di Appello di Palermo a conclusione del secondo grado di giudizio nel c.d. maxiprocesso.
In particolare, con riferimento alla posizione di Ignazio Salvo, nella motivazione della predetta pronunzia giurisdizionale si sono evidenziate le circostanze di seguito riportate, che appaiono dotate di indubbio rilievo anche ai fini della prova dell’appartenenza di Antonino Salvo al sodalizio criminale:
Osserva (…) la corte che va condiviso il convincimento espresso dai primi giudici in ordine all'affermazione di responsabilità dell'imputato per associazione per delinquere di tipo mafioso (…).
La corte di primo grado, con la sentenza impugnata, aveva infatti rilevato come la figura del SALVO (unitamente al di lui cugino Antonino, deceduto nelle more del processo) fosse stata adeguatamente messa in luce dalle stesse informative nel tempo acquisite dagli organi investigativi (ed il fatto, oggetto di contestazioni difensive anche specifiche, peraltro evidenziato per il giusto inquadramento della personalità dell'imputato, per altro verso destinatario di notevole considerazione a cagione dell'alto livello di inserimento imprenditoriale, è stato vieppiù stigmatizzato - ma ingiustamente, per quanto qui si specificherà - dalle difese sul rilievo di una pretesa valutazione indiscriminata della posizione dei due cugini, in collegamento allo stesso tenore di varie fonti probatorie espresse con riferimento a "i SALVO").
Avevano dunque osservato i primi giudici che i SALVO (sintetica espressione univocamente riferita ai due cugini qui imputati), in vari rapporti informativi redatti dai carabinieri, erano stati ritenuti inseriti nel contesto associativo mafioso, anche in dipendenza di una conosciuta tradizione familiare (il padre di Ignazio, per quanto qui interessa, era stato considerato in un certo periodo perfino il "capo-mafia" di Salemi).
Erano state, in realtà, le dichiarazioni di Tommaso BUSCETTA che avevano confermato in modo chiaro ed inequivocabile l'attribuzione al SALVO (e al cugino) della qualità di "uomo d'onore"; perchè le stesse erano assai precise e circostanziate e per di più suffragate da obiettivi riscontri processuali.
Il dato di maggiore portata indiziaria era infatti riposto nel fatto che nel dicembre del 1980 il BUSCETTA, con i suoi familiari, aveva potuto trovare comoda (rectius, lussuosa) ospitalità presso la villa dei SALVO adiacente al complesso alberghiero "La Zagarella", dove aveva ricevuto visite da entrambi i cugini e dopo che i familiari avevano effettuato un viaggio dal Brasile utilizzando un aereo privato noleggiato da una società (…) formalmente gestita da Ignazio LO PRESTI (imprenditore "vicino" ai "perdenti" e defilatosi in periodo di "guerra di mafia") ma sostanzialmente, secondo le deduzioni che ne erano state tratte, a carico dei medesimi SALVO.
In particolare, alcune intercettazioni telefoniche (anch'esse storicamente incontestabili, salve le deduzioni difensive sul loro tenore, di cui si dirà) avevano messo in luce uno strano interesse dei SALVO (idest, anche dell'odierno imputato) in ordine alla figura del BUSCETTA; si era infatti desunto, dalla comparazione di esse, che Ignazio SALVO (mentre il cugino, dopo aver fatto perfino rinviare le nozze della figlia, in piena "guerra di mafia", nel giugno 1981, si era dato a "vacanze" lunghe quanto fuori stagione, a bordo della sua imbarcazione…; … in una telefonata la moglie di LO PRESTI definisce "troppo strani" lo spostamento del matrimonio e la "sparizione" di SALVO) si era attivato per stabilire un contatto con BUSCETTA in Brasile, interessando il LO PRESTI per ottenerne il numero di telefono da un certo faccendiere Carmelo GAETA, comprendendosi dunque che lo scopo sotteso a quell'interesse, letto fra le righe delle conversazioni, era di propiziare il rientro in patria di BUSCETTA (e non è ultroneo qui ricordare il ruolo di costui, decisamente sovrastante, nel quadro degli assetti facenti capo ai "perdenti" in lotta per una riscossa contro i "corleonesi" dopo le prime cruente sconfitte subite in quella primavera…).
Ed ancora, la eloquente vicinanza degli imprenditori (originari di Salemi, ma insediatisi da tempo risalente a Palermo, dove avevano conseguito una eccezionale crescita specie nel settore delle esattorie, a sua volta sospettato di inquinamenti mafiosi) agli ambienti della criminalità organizzata era stata confermata dal ritrovamento nel cadavere di Salvatore INZERILLO del loro recapito telefonico riservato (e l'INZERILLO poche ragioni di confidenziali rapporti poteva avere, nel suo incontestato spessore criminale); dalla "sistemazione" nel settore delle esattorie di due congiunti di Gaetano BADALAMENTI (Silvio BADALAMENTI, ucciso nel 1983 … e suo fratello, di sospetto inserimento mafioso, come da rivelazioni dei collaboratori …), nonchè di altri personaggi di estrazione mafiosa (come Giovanni ZANCA, che faceva da autista a Francesco CAMBRIA, presidente del consiglio di amministrazione della "SATRIS" …); ed infine dalle stesse dichiarazioni di Benedetta BONO (l'amante del capo mafioso Carmelo COLLETTI…) circa la scontata vicinanza dei predetti.
(…)
Chiarito, come la sede processuale impone, che giammai i giudici intenderebbero fondare il loro convincimento sul contenuto di informative di carabinieri, possibilmente basate su fonti confidenziali o comunque incontrollabili, merita osservare che, seppure in qualche caso fosse stato espresso un apprezzamento favorevole, il fatto (fisiologicamente comprensibile) sarebbe comunque certamente neutralizzato dalle numerose e convergenti indicazioni nel senso invece prospettato dall'accusa (…), laddove proprio il padre dell'odierno imputato era stato indicato come il "capo-mafia" di Salemi, a sua volta coinvolto in faide locali per il controllo della supremazia criminale.
Potrà, allora, discutersi se ad una discendenza di quel tipo possa correttamente attribuirsi valore sintomatico (…); ma non potrà contestarsi, come hanno dedotto le difese, che i SALVO, che avevano subìto perfino un sequestro di persona (di Luigi CORLEO, suocero dell'esattore Antonino SALVO…), fossero piuttosto vittime della mafia (quando, specialmente, gli inquirenti avevano messo in luce inquietanti sospetti ai margini di numerosi omicidi in danno di pregiudicati ritenuti a vario titolo responsabili del sequestro medesimo, quasi alla stregua di una ritorsione mafiosa negli assetti contrapposti …).
Il vero è che tali argomenti (…) avevano trovato adeguato e coerente sbocco nelle risultanze processuali. In primo luogo, nelle rivelazioni di BUSCETTA (…).
Ma, ai margini di queste (…), va rilevato come non siano nel giusto le deduzioni circa la specifica inattendibilità del "pentito"; se è vero (…) che costui (ben disposto … a mitigare le chiamate in correità nei riguardi di persone a lui vicine) aveva in un primo tempo (in un contesto ormai di dichiarata collaborazione con la giustizia) perfino negato di conoscere i cugini SALVO, per essere alla fine costretto ad ammettere il contrario, a fronte delle contestazioni circa il contenuto delle telefonate intercettate (e tuttavia mantenendo una linea abbastanza compiacente: ""…il ruolo dei SALVO in "cosa nostra" era modesto …"").
E difatti dalle rivelazioni, inevitabili, di BUSCETTA è emerso che anche l'odierno imputato era un affiliato (ma "non coinvolto nelle vicende di mafia"); che anche lui era andato a trovarlo nella villa contigua alla "Zagarella" (minuziosamente descritta dal "pentito") dove aveva alloggiato alla fine dell'anno 1980; che aveva un rapporto notevolmente confidenziale con Stefano BONTATE (una volta, per scherzo, aveva criticato un tavolo troppo vecchio del BONTATE, proponendo al BUSCETTA di comprarne uno nuovo; un'altra volta aveva ironizzato sulla sua macchina: tutti atteggiamenti dunque di tono decisamente confidenziale), spinto al punto di parlare per esempio di Michele GRECO come di un uomo "senza spina dorsale e in mano dei corleonesi" (…).
Anche il fatto storico della utilizzazione da parte di BUSCETTA del lussuoso rifugio offertogli dai SALVO non è oggetto di contestazione; deducendosi, però, da parte dell'imputato, che questo gesto di solidarietà a favore dell'illustre latitante (ma anche questo depone per comportamenti non da vittima ma da connivente) era stato il frutto di esclusiva iniziativa da parte del (defunto) cugino Antonino. Laddove, ogni questione, anche ai margini delle motivazioni dei primi giudici che hanno ritenuto la linea difensiva artificiosamente costruita e sorretta perfino da testi compiacenti (sul fatto che Ignazio SALVO aveva allegato di avere trascorso all'estero quei giorni di fine d'anno, come da biglietti aerei prodotti, e di avere saputo solo dopo di quanto era avvenuto a sua insaputa), è destinata ad essere decisamente smentita dal rilievo che secondo lo stesso BUSCETTA anche l'odierno imputato era andato a trovarlo (e nulla prova la esatta coincidenza tra il viaggio e la complessiva durata della permanenza a Palermo di BUSCETTA, il quale aveva … ricordato che lo stesso era andato anche a trovare Stefano BONTATE); ed ancora una volta soccorrono le considerazioni di base in ordine alla verificata non animosità del "pentito" ed anzi al suo atteggiamento di segno decisamente contrario (…).
Ugualmente infondate sono le articolate censure difensive ai margini delle intercettazioni telefoniche, la cui sequenza cronologica è essa stessa di sicura portata probatoria.
Il LO PRESTI, infatti, era un sicuro tramite di BUSCETTA, se è vero che a casa sua lo stesso aveva telefonato dal Brasile subito dopo l'omicidio INZERILLO per mettersi in contatto con il fratello dell'ucciso (… egli si qualifica con il nome convenzionale di "Roberto", che la moglie di LO PRESTI, Maria CORLEO, confermerà di avere bene conosciuto perchè era stato pure a cena a casa sua; e dà incarico alla stessa donna di riferire il messaggio al marito; il giorno dopo, … richiama e parla con Ignazio LO PRESTI, che gli si rivolge con tono rispettoso e dandogli del "lei" - "signor Roberto" - mentre lui lo chiama confidenzialmente di "tu", e lo stesso lo avverte che se lui ritiene di dover venire loro avrebbero organizzato tutto, parlando di un certo "Nino" molto interessato alla cosa; si noti che lo stesso LO PRESTI e la moglie avrebbero fatto intendere che costui era il SALVO -… e di questo lo stesso BUSCETTA avrebbe poi fatto confidenza a Fabrizio Norberto SANSONE). Ed è appunto per questo comprensibile che Ignazio SALVO telefoni al LO PRESTI il 22 giugno 1981 (…) per stabilire un contatto finalizzato agli ulteriori sviluppi (la difesa insisterà nel dire che si trattava di affari di prestiti di denaro, ma la telefonata è di tenore tutt'altro che coerente a questo, se è vero che il SALVO invita il LO PRESTI a venirlo a trovare a Salemi - "al paese nostro" - e in un posto chiaramente inadatto a quel fine: "alla casa di Paolo? … in campagna?"; "all'acqua, là …"; "in campagna … dove c'è la fontana …": insomma in luoghi di raduni di tipo diverso); e che il giorno dopo, di buon mattino, lo richiami per dirgli: "hai qualche cosa?" (cioè i soldi che gli doveva, secondo le poco perspicue deduzioni difensive: perchè se fosse vero che "qualche cosa" non può essere il recapito telefonico di BUSCETTA, non sarebbe meno vero che non possa essere neppure, a fortiori, la somma di denaro della quale asseritamente il SALVO era creditore; tanto è vero che il LO PRESTI dice che sia il SALVO stesso a richiamarlo ancora, e questo, a tacer d'altro, contrasta con il tono ossequioso e obbediente del primo: "agli ordini"). Il tutto è comprensibile proprio perchè quello stesso giorno il LO PRESTI si mette in contatto telefonico con Carmelo GAETA (…), con il quale parla dell'amico "Nino", che è "partito", e poi gli chiede il recapito telefonico di "Roberto", che lui deve dare a "Giuseppe, che è il cugino di Nino", sottolineando il sottinteso, che tosto si capirà, con un: "hai capito?", carico di significato, allo stesso modo della risposta ermetica del GAETA: "ho capito" (aggiungendo, a chiarimento … che "Roberto" avrebbe dovuto richiamare lui ma non l'aveva più fatto, solo che "ora invece sia Nino che suo cugino Giuseppe - hai capito? - hanno bisogno di mettersi in contatto con lui"; e "siccome domani mattina [il cugino di Nino] mi deve chiamare …", tanto rivestiva carattere di urgenza).
E difatti il giorno successivo (mentre nelle more il LO PRESTI sarà arrestato) il SALVO ritelefona (…) e parla ancora con la moglie, qualificandosi "Giuseppe" (la CORLEO dirà di avere ben inteso che si trattava di Ignazio SALVO; e si veda pure la deposizione di Vincenzo FALLUCA che lo ha confermato …); laddove la consecuzione logica dei comportamenti non può essere incrinata, nella sua portata indiziaria, neppure ammettendo (per vera la tesi difensiva) che la precauzione fosse giustificata dall'arresto del LO PRESTI (ma si noti che questo fatto viene comunicato alla donna alle ore 15 circa di quel giorno … mentre quella precauzione era stata "adottata" alle ore otto circa del mattino).
E naturalmente, in questo contesto, le pur riluttanti ammissioni di BUSCETTA (…) ai margini di queste vicende non prestano affatto il fianco ad alcuna perplessità; come pure, le ragioni dell'interesse ai contatti con quel personaggio in Brasile non possono che risiedere nei termini esatti dell'accusa.
Di tal che le ulteriori acquisizioni (di CALDERONE che ha confermato che l'imputato era un affiliato da lui conosciuto (…) e di MARINO MANNOIA che aveva avuto analoga notizia nell'ambiente (…) finiscono con il sovrapporsi ad un quadro complessivo di sicura portata probatoria.
Nel presente processo, sono stati acquisiti ulteriori elementi di prova che denotano la particolare rilevanza del ruolo assunto dai cugini Salvo all’interno dell’organizzazione mafiosa e gli intensi rapporti da essi instaurati in un primo tempo con i massimi esponenti dello schieramento "moderato" di "Cosa Nostra" e successivamente con il vertice della contrapposta fazione dei "corleonesi".
Le risultanze dell’istruttoria dibattimentale, inoltre, dimostrano che l’organizzazione criminale attribuiva grande importanza alle relazioni intrattenute dai cugini Salvo con ambienti politici, e che i Salvo in diverse conversazioni con autorevoli esponenti mafiosi esposero il loro stretto legame con il sen. Andreotti.
Il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta all’udienza del 9 gennaio 1996 ha riferito quanto segue, con riferimento al comportamento tenuto, nel corso della seconda "guerra di mafia", dai cugini Salvo:
DOMANDA – (…) quali furono le cause di questa seconda guerra di mafia, quali furono gli schieramenti, e poi andiamo al suo ruolo in particolare?
RISPOSTA - Gli schieramenti sono: da una parte c'è Stefano Bontade, Salvatore Inserillo (rectius Inzerillo: n.d.e.), Gigino Pizzuto, Rosario Riccobono, (…) che venivano informati delle cose che accadevano in seno alla Commissione, sempre con ritardo, e quando dico queste cose intendo dire, per esempio, morte di Capitani dei carabinieri o Colonnelli dei carabinieri uccisi in azioni violente, e questi nominativi che ho fatto prima, non erano a conoscenza di queste decisioni. Decisioni che venivano comunicate dopo e venivano anche respinte quando si chiedevano a queste persone delle chiarificazioni, dicendo: "Ma adesso facciamo riunioni per difendere gli sbirri?".
DOMANDA - E dall'altra parte, l'altro schieramento da chi era formato?
RISPOSTA - L'altro schieramento era formato da Michele Greco, Salvatore Riina, Giuseppe Calò, tanti altri (…).
DOMANDA - E quale fu il suo ruolo all'interno di questa seconda guerra di mafia?
RISPOSTA - Il mio ruolo fu quello di consigliare a Stefano Bontade di demordere dall'opinione di fare fuori Riina, (…) e la mia parte fu di dire: "Io non desidero assolutamente fare parte di queste discussioni e desidero allontanarmi e non essere presente a queste cose", fra l'altro, ho ricevuto anche l'offerta di poter assumere il ruolo che aveva Giuseppe Calò, invitato da lui stesso, e caldeggiato anche da persone estranee della provincia di Palermo, come i cugini Salvo, i quali vedevano in me un mediatore, una persona a cui potersi appoggiare per finire tutti questi soprusi.
DOMANDA - Il ruolo di Calò qual'era, per chiarirlo, che le veniva offerto?
INTERVENTO DEL PRESIDENTE –
Fu invitato da Calò a fare che cosa?
RISPOSTA - Ad entrare in Commissione al suo posto.
(…)
DOMANDA - E quindi queste discussioni con Bontade in che anno si verificano?
RISPOSTA - Nell'anno '80.
DOMANDA - 1980. E, dopodiché, cosa accade? Lei resta in Italia oppure va fuori?
RISPOSTA - Io esattamente credo che il 3, il 4 gennaio, il 5 gennaio me ne vado in Brasile.
DOMANDA - Il 3-4 gennaio di che anno?
RISPOSTA - Del 1981.
DOMANDA - E in Brasile cessano i suoi rapporti con Bontade, con Cosa Nostra, oppure vi sono ancora dei contatti?
RISPOSTA - No no, continuano, continuo ad avere informazioni, poi in Brasile io mi ritrovo con dei Greco, cugini di Michele Greco, mi ritrovo con Antonino Salamone, e abbiamo possibilità di verificare dopo la morte di Stefano Bontade e di dire: "Adesso le cose si mettono in una brutta maniera", il Salamone ritorna in Sicilia, il Greco ritorna in Sicilia, parlano con Michele Greco, e Michele Greco dice che non si devono preoccupare perché era stato fatto fuori Stefano Bontade in quanto aveva tramato per uccidere Salvatore Riina.
INTERVENTO DEL PRESIDENTE –
Chi è questo Greco che ritorna in Sicilia?
RISPOSTA - Nicola Greco.
DOMANDA - C'era qualcuno che le telefonava da Palermo, in quel periodo, per chiedere qualcosa a lei?
(…)
RISPOSTA - Io ho ricevuto delle telefonate che fanno parte degli interrogatori dei processi dove si parlava, dove c'era un certo Lo Presti Ignazio, non uomo d'onore, ingegnere, che era socio di Salvatore Inserillo (rectius Inzerillo: n.d.e.) e cugino dei cugini Salvo, cioè la moglie del suddetto ingegnere Lo Presti era cugina dei Salvo. E’ in queste telefonate (…) si cerca di farmi tornare in Italia dicendomi che ci sono possibilità (…) che io potessi essere ospitato per poter porre fine a tutto quello che sta succedendo a Palermo.
DOMANDA - Chi è che la invitava a tornare in Italia in queste telefonate?
RISPOSTA - I cugini Salvo.
DOMANDA - E perché i cugini Salvo avevano interesse che lei tornasse in Italia?
RISPOSTA - Perché in quel momento quello che succedeva a Palermo era cronaca di tutti giorni e cronache che tutti possiamo sapere, se leggiamo i giornali di quell'epoca.
DOMANDA - E cosa importava ai cugini Salvo della guerra di mafia che era in corso in quel periodo?
RISPOSTA - I cugini Salvo, pur appartenendo a un'altra provincia...
DOMANDA - Quando lei dice appartenendo, in che senso?
RISPOSTA - Come uomini d'onore. Perché quando parlo dei cugini Salvo (…) io parlo di Ignazio Salvo che è sottocapo della famiglia di Salemi e di Nino Salvo che è capoticino (rectius capodecina: n.d.e.) della famiglia di Salemi, e figli di uomini d'onore.
DOMANDA - Io le stavo chiedendo: quale fu il ruolo, qual'era l'interesse dei cugini Salvo allo svolgimento e all'evoluzione di questa guerra di mafia? Loro erano schierati da una parte, dall'altra, che interessi avevano?
RISPOSTA - Gli interessi dei cugini Salvo non era perché erano schierati da una parte all'altra perché loro non potevano intervenire come diritto, potevano intervenire in quanto vivevano a Palermo, e la loro attività si svolgeva a Palermo. Quindi loro erano interessati in virtù di pacifisti, niente di andare contro, o contro uno o contro l'altro, e l'attività che loro volevano da me non era di rivincita ma era un'attività di poter mediare questa guerra.
Dalle suesposte dichiarazioni si desume, dunque, che i Salvo caldeggiarono l’ingresso (poi non realizzatosi) del Buscetta nella "Commissione" di "Cosa Nostra" e, dopo l’esplosione della seconda "guerra di mafia", si adoperarono per favorire il ritorno del Buscetta in Sicilia allo scopo di avvalersi della sua mediazione per ottenere una pacificazione tra gli schieramenti contrapposti.
Il collaboratore di giustizia ha evidenziato che Ignazio Salvo ed Antonino Salvo erano, rispettivamente, "sottocapo" e "capodecina" della "famiglia" di Salemi.
Il Buscetta ha chiarito di avere sentito parlare per la prima volta dei Salvo dal dott. Barbaccia (medico ed esponente politico organicamente inserito in "Cosa Nostra"), nel corso di un periodo di detenzione presso la Casa Circondariale di Palermo, iniziato nel 1972.
Il collaborante ha così riassunto il contenuto dei colloqui con il dott. Barbaccia (verificatisi, di regola, con frequenza settimanale in occasione di visite mediche):
DOMANDA - E nel corso di queste discussioni Barbaccia le parlava dell'on. Lima?
RISPOSTA - Sì, parlava dell'on. Lima, del nuovo stato di cose che si erano instaurate a Palermo, che dopo... Per esempio una cosa che trattavo era che i fratelli La Barbera non c'erano più, Gioacchino Pennino era vecchio, non si interessava più. I nuovi amici che si interessavano per Lima si chiamavano i Salvo. Solo in quell'epoca io appresi che c'erano delle persone che si chiamassero Salvo, prima non l'avevo saputo.
(…)
DOMANDA - Ritorniamo all'appoggio di Cosa Nostra all'on. Lima: cosa le dice più esattamente Barbaccia nel corso di questi vostri colloqui?
RISPOSTA - Che il candidato dei cugini Salvo, di cui mi fa una relazione, chi erano e le importanze che avessero e in Cosa Nostra e come persone di primo piano nel mondo economico, erano i cugini Salvo. Il candidato, l'unico candidato dei cugini Salvo si chiamava Salvo Lima; i cugini Salvo non avevano altro candidato all'infuori di Salvo Lima, nella Provincia di Palermo; quello che io conosco è nella Provincia di Palermo.
Il medesimo collaboratore di giustizia ha aggiunto che nell’estate del 1980, mentre era latitante, prese parte ad un pranzo presso l’abitazione di Giuseppe Calò, a Roma, insieme ad Antonino Salvo, il quale gli comunicò che l’on. Lima desiderava salutarlo e scusarsi con lui per non avere avuto la possibilità di operare in suo favore nel periodo in cui il Buscetta era detenuto ("si vuole scusare per quello che non ha potuto fare durante gli anni della tua detenzione"). Egli quindi si recò presso l’Hotel Flora (sito a Roma) in compagnia di Antonino Salvo, per incontrare l'on. Lima. Antonino Salvo, dopo i saluti, lasciò soli il Buscetta e l’on. Lima.
Dopo la conclusione dell’incontro con l’on. Lima, Antonino Salvo rappresentò al Buscetta che i "corleonesi" creavano gravi difficoltà all’on. Lima attraverso il Ciancimino, il quale era appoggiato da costoro in modo incondizionato ("i corleonesi fanno la vita impossibile a Lima, attraverso Ciancimino, perché Ciancimino è indomabile ed è appoggiato incondizionatamente dei corleonesi").
Dai discorsi fatti dall’on. Lima e da Antonino Salvo, il Buscetta trasse la conclusione che costoro intendevano avvalersi della sua mediazione per la gestione dei rapporti con i "corleonesi". Le dichiarazioni rese sull’argomento dal Buscetta, ed i relativi riscontri, formano oggetto di più approfondita trattazione nella Sezione II del presente capitolo.
Il Buscetta ha altresì dichiarato di avere conosciuto personalmente i cugini Salvo intorno al luglio 1980, subito dopo essersi reso latitante. I Salvo gli furono presentati da Stefano Bontate. Nei mesi successivi, il Buscetta incontrò frequentemente i Salvo, i quali, conversando con lui, gli parlarono più volte in termini amichevoli del sen. Andreotti ("come se potessero, in qualsiasi momento, poter contare sul Senatore").
Il collaborante ha comunque precisato di non essere in grado di indicare alcuna circostanza in cui i cugini Salvo ed il sen. Andreotti si siano incontrati, né alcuna persona che abbia assistito a simili incontri, né alcuna specifica iniziativa assunta dal sen. Andreotti in favore dell’associazione mafiosa su richiesta dei Salvo.
I Salvo gli parlarono in termini amichevoli anche dell’on. Lima, che essi consideravano "come se fosse uno della loro stessa famiglia, (…) come se fosse un parente, (…) come se fosse una cosa loro". I Salvo sostenevano incondizionatamente l’on. Lima perché costui "rispondeva a tutti i requisiti dell'uomo di cui loro avevano bisogno".
Il collaborante ha poi esplicitato di avere trascorso le festività natalizie del 1980, insieme alla propria famiglia (ritornata a Palermo dal Brasile con un viaggio aereo organizzato dall’ing. Lo Presti attraverso i Salvo), presso la villa del genero di Antonino Salvo, Gaetano Sangiorgi ("uomo d’onore" della "famiglia" di Salemi).
Il Buscetta ha precisato che i Salvo avevano instaurato rapporti particolarmente stretti con Stefano Bontate e con Gaetano Badalamenti, i quali furono incaricati anche di ritrovare – dopo il sequestro del Corleo - almeno il cadavere del suocero di Antonino Salvo.
Le dichiarazioni rese in proposito dal Buscetta all’udienza del 9 gennaio 1996 sono di seguito riportate:
DOMANDA - Ritorniamo a Nino e Ignazio Salvo. Lei ha già detto di averne sentito parlare, per la prima volta, nel carcere di Palermo, attraverso il dottor Barbaccia, li ha mai conosciuti personalmente, e se sì, quando?
RISPOSTA - Li ho conosciuti personalmente nell'agosto-luglio, subito dopo che mi sono dato alla latitanza mi sono stati presentati da Stefano Bontade.
INTERVENTO DEL PRESIDENTE –
Quindi siamo nell'anno?
RISPOSTA - 1980, subito dopo la latitanza.
DOMANDA - Quando dice: mi furono presentati, intende...?
RISPOSTA - Ufficialmente, nel senso di uomini d'onore.
DOMANDA - Vuole ripetere che cosa sa della loro esatta qualifica in Cosa Nostra?
RISPOSTA - La qualifica in Cosa Nostra è che sono figli, tutti e due, di uomini d'onore.
DOMANDA - No, loro come qualifica, erano soldati o erano altro?
RISPOSTA - Uno è Ignazio, sotto capo, e l'altro è Capo dei...
DOMANDA - Della famiglia?
RISPOSTA - Salemi, quindi provincia di Trapani.
DOMANDA - I Salvo, lo ha già accennato, erano in rapporti con Salvo Lima. Sa qualche cosa di più di ciò che ha detto su questi rapporti tra i cugini Salvo e Salvo Lima?
RISPOSTA - Qualcosa di più, i rapporti sono elettorali, perché ho detto poc'anzi che il candidato per i cugini Salvo era Salvo Lima, e logicamente consideravano Salvo Lima come se fosse uno della loro stessa famiglia, intendo dire famiglia, non Cosa Nostra, come se fosse un parente. Loro parlavano di Salvo Lima come se fosse una cosa loro, Salvo Lima significava per loro difenderlo e portarlo incondizionatamente perché Salvo Lima rispondeva a tutti i requisiti dell'uomo di cui loro avevano bisogno.
DOMANDA - Dopo questo incontro, durante il quale le vengono presentati, cioè l'incontro dell'hotel Flora al quale partecipa Nino Salvo. Successivamente, lei ha modo di incontrare, di avere altri rapporti?
INTERVENTO DEL PRESIDENTE –
L'incontro all'Hotel Flora quando avviene?
RISPOSTA - Avviene durante l'estate dell'80, perché è un'estate caldissima.
DOMANDA - Quindi, dopo questo incontro, ha modo di incontrare altre volte i cugini Salvo?
RISPOSTA - Sì, li incontro moltissime volte, sia nella tenuta di Michele Greco, Favarella, ma anche nel mese di dicembre, volendo passare le feste natalizie insieme alla mia famiglia, mi offrono...
DOMANDA - Perché durante questo suo periodo di latitanza lei a Palermo era stato da solo?
RISPOSTA - In questo periodo sì. In questo periodo che è l'estate del 1980 sì. Poi, quando si avvicinano le feste natalizie, provvedo a far venire la mia famiglia dal Brasile, i miei figli, mia moglie e mio suocero.
DOMANDA - E come avviene questo rientro, come arrivano a Palermo?
RISPOSTA - Loro sbarcano a Parigi, e a Palermo vengono con un aereo privato.
DOMANDA - Di chi era questo aereo privato, o chi aveva provveduto a quest'aereo?
RISPOSTA - Chi aveva provveduto era Salvatore Inserillo (rectius Inzerillo: n.d.e.), ma so che chi si interessava di queste cose, era l'ingegner Lo Presti attraverso i cugini Salvo.
DOMANDA - Quindi chi aveva provveduto, nel senso di chi aveva pagato, o chi si era interessato di organizzare la cosa?
RISPOSTA - Chi aveva pagato ricordo che era Salvatore Inserillo (rectius Inzerillo: n.d.e.), chi aveva organizzato era l'ingegner Ignazio Lo Presti.
DOMANDA - Questo che ha detto che era in che rapporti con i Salvo, vuole ripetere?
RISPOSTA - Cugino acquisito.
DOMANDA - Quindi lei ha detto che fa venire la famiglia per passare le festività del Natale '80 a Palermo. Dove le trascorre?
RISPOSTA - Le trascorro in una villa del genero di Nino Salvo.
DOMANDA - Come si chiamava questo genero?
RISPOSTA - Gaetano Sangiorgi. Questa villa è situata a 50 metri dalla villa del suocero di Nino Salvo, ed è a 50 metri dalla villa di Ignazio Salvo.
DOMANDA - Ricorda il nome della località?
RISPOSTA - Zagarella.
DOMANDA - Gaetano Sangiorgi era uomo d'onore?
RISPOSTA - Sì, era uomo d'onore della famiglia di Salemi.
DOMANDA - Quali erano i rapporti, se ve ne erano, tra i cugini Salvo, Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti? E` a conoscenza di questi rapporti, se ve ne erano?
RISPOSTA - I rapporti c'erano, ed erano molto intimi. Gaetano Badalamenti (…) era tanto stimato dai cugini Salvo, che insieme a Stefano Bontade, fu l'incaricato principale di poter trovare, quanto meno, il corpo del sequestrato suocero di Nino Salvo, se non vado errato, Corleo. E Badalamenti si profuse veramente nell'opera di trovare quanto meno il corpo del suocero.
DOMANDA - E come mai i Salvo si rivolgono a Badalamenti, anch'essi uomini d'onore si rivolgono a Badalamenti per sapere dove ritrovare il corpo del suocero sequestrato? Cosa aveva causato questo sequestro?
RISPOSTA - Il prestigio, in quegli anni, di Gaetano Badalamenti, era immenso. Il prestigio di Gaetano Badalamenti, dopo l'arresto di Luciano Liggio, diventa lui il capo della provincia di Palermo, ed è lui che gestisce tutte le cose più importanti che succedono in Cosa Nostra. Gaetano Badalamenti era senza dubbio l'uomo più qualificato per poter fare una richiesta simile, ma questa richiesta è una cosa che costa cara a Badalamenti. La ricerca del corpo del suocero di Nino Salvo costa a Badalamenti di essere il capo di Cosa Nostra, tra le altre cose, per il suo interessamento. Perché negli anni si è saputo e che a fare il sequestro del suocero di Nino Salvo fosse stato in persona proprio Salvatore Riina insieme a Scarpuzzedda.
DOMANDA - E questo all'insaputa di Gaetano Badalamenti?
RISPOSTA - Ma questo all'insaputa di tutti quanti, era una cosa molto segreta ed arrivano a queste conclusioni proprio attraverso le cose che giorno dopo giorno riusciva a racimolare Gaetano Badalamenti.
(…)
DOMANDA - Le avevo chiesto dei rapporti tra i cugini Salvo, Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti, lei ha accennato a questi con Gaetano Badalamenti. Con Stefano Bontade vi erano rapporti, e se sì, di che natura, di che intensità?
RISPOSTA - Uguali a quelli di Gaetano Badalamenti, tanto che poi Stefano Bontade rimane sempre nella Commissione, mentre Gaetano Badalamenti viene espulso, e chi chiede il favore della casa per ricevere i miei familiari, è proprio Stefano Bontade, per i quali loro si offrono e, anzi, con molto piacere. Ma per spiegare che Stefano Bontade rimane in rapporti buonissimi con i cugini Salvo.
(…)
DOMANDA - Le chiedevo: i cugini Salvo le ebbero mai a parlare di esponenti politici?
RISPOSTA - Sì.
DOMANDA - Di chi?
RISPOSTA - Mi parlarono di Andreotti, del Senatore Giulio Andreotti.
DOMANDA - In che termini gliene parlarono?
RISPOSTA - Come se potessero, in qualsiasi momento, poter contare sul Senatore. Me ne parlarono in termini, direi, proprio di intima confidenza. Addirittura con me lo chiamava "Lo zio", però questo "zio" non deve rappresentare che chiamassero lui, al Senatore come una persona, come si intende nei termini siciliani, lo zio tale, forse per omettere il nome. Anche loro stessi parlandone solo con me omettevano il nome e lo nominavano come "Lo zio".
DOMANDA - Gliene parlarono una sola volta o più volte?
RISPOSTA - I cugini Salvo vennero a trovarmi prima che arrivasse la mia famiglia alla Zagarella, direi, quasi tutte le sere per tenermi compagnia, e nelle innumerevoli volte che vennero parlavamo di politica.
INTERVENTO DEL PRESIDENTE –
Tutti e due?
RISPOSTA - Sì, tutti e due insieme perché tutti e due avevamo le ville oltre a quella del genero, nello stesso posto dove c'era la villa del genero.
DOMANDA - Avete parlato più volte di politica, nel corso di questi numerosi incontri, e di questo loro rapporto con l'onorevole Andreotti, gliene parlarono una volta o più volte?
RISPOSTA - Più volte. I termini erano sempre amichevoli, erano sempre di amicizia fra loro e il Senatore Andreotti, tra loro e Salvo Lima e Salvo Lima con Andreotti. Di cose specifiche non ne abbiamo parlato perché in Cosa Nostra non esiste molta curiosità. Io non ho mai chiesto ai Salvo come abbiamo fatto ad avere l'Esattoria Comunale, non ho mai chiesto che cosa fossero le sue attività, perché questo è il comportamento di un uomo d'onore: "non chiedere". Se gli viene detta una cosa la apprende, se non gli viene detta è una cosa che non si chiede.
Nella successiva udienza del 10 gennaio 1996 il Buscetta ha compiuto le seguenti precisazioni:
DOMANDA - Può fare il nome di persone che abbiano assistito ad incontri tra i cugini Salvo ed Andreotti?
RISPOSTA - Io non ce l'ho.
DOMANDA - Può indicare delle circostanze che a lei risultino, in cui queste persone si siano incontrate, i due Salvo e Andreotti?
RISPOSTA - Non ce l'ho.
(…)
DOMANDA - Può indicare iniziative specifiche assunte dall'on. Andreotti in favore della mafia, su richiesta dell'on. Lima o su richiesta dei cugini Salvo?
RISPOSTA - Non li so.
DOMANDA - Passiamo ai Salvo. Queste persone erano importanti in Cosa Nostra?
RISPOSTA - L'ho detto ieri, sì.
DOMANDA - Ricorda le dichiarazioni che ha reso al dottor Falcone nell'interrogatorio del 10 novembre 1984? (…) Ha detto, in quell'interrogatorio: (…) "Il ruolo dei Salvo in Cosa Nostra era modesto".
(…)
DOMANDA - Lei ricorda di avere escluso, davanti al dottor Falcone, che i Salvo fossero dei violenti?
RISPOSTA - Sì.
(…)
DOMANDA - Ricorda di avere escluso, davanti al dottor Falcone, che i Salvo fossero degli uomini sanguinari?
RISPOSTA - Ho escluso che fossero dei sanguinari.
DOMANDA - Lei ricorda di avere rappresentato al dottor Falcone che i Salvo avevano ricevuto dei soprusi da parte di Cosa Nostra?
RISPOSTA - Ricordo.
DOMANDA - Si ricorda in particolare a quale episodio lei intendeva riferirsi?
RISPOSTA - Al sequestro del suocero di Nino Salvo.
DOMANDA - Lei ebbe occasione di parlare dei Salvo con Badalamenti e con Stefano Bontade, nel corso della sua vita?
RISPOSTA - Sì.
DOMANDA - Le dissero qualche cosa questi due personaggi, in ordine al sequestro Corleo?
RISPOSTA - Sì.
DOMANDA - Le dissero o le fecero capire che in questo sequestro era coinvolto anche Totò Riina?
RISPOSTA - Me lo dissero anche i Salvo.
DOMANDA - Quindi i Salvo erano consapevoli del fatto che Riina era uno degli autori del sequestro del suocero?
RISPOSTA - Erano consapevoli ma non avevano la certezza per poterlo ancora dimostrare.
DOMANDA - Qual è, per quel che lei sa, il motivo per il quale è stato ucciso Ignazio Salvo?
RISPOSTA - Io non lo so, come faccio a saperlo, non lo so.
(…)
DOMANDA - Ricorda quando i Salvo, o uno di essi, ed in questo caso quale per primo, conobbe - l'epoca quindi - quando conobbe Badalamenti e perché lo conobbe? Ricorda l'epoca in cui i Salvo o uno di essi per primo, conobbe Badalamenti e la ragione di questa conoscenza?
RISPOSTA - Io non lo ricordo.
DOMANDA - Le risulta che Nino Salvo abbia versato a Bontade 2 miliardi e mezzo per ottenere la liberazione o, perlomeno, la restituzione del cadavere del suocero?
RISPOSTA - Non solo non mi risulta, ma so che è anche bugiarda questa espressione.
DOMANDA - Cioè non è vera?
RISPOSTA - Esatto.
DOMANDA - Quando ha sentito parlare, per la prima volta, dei cugini Salvo?
RISPOSTA - Quando sono tornato a Palermo, intorno agli anni '72, '73.
DOMANDA - In che termini le vennero rappresentati questi cugini?
RISPOSTA - Come esattori, ricchi, come le persone che appoggiavano la candidatura di Lima.
DOMANDA - In quell'epoca già le vennero rappresentati come uomini d'onore o lo seppe più tardi?
RISPOSTA - No, certamente lo sapevo già in quell'epoca, anche se non li conoscevo personalmente.
DOMANDA - Quando li ha conosciuti personalmente?
RISPOSTA - Nel 1980.
DOMANDA - Dopo la sua evasione, così lei l'ha definita, da Torino, quanto tempo lei è rimasto in Italia?
RISPOSTA - Dal giugno '80 ad inizio gennaio '81.
DOMANDA - Quindi la sua frequentazione con i Salvo durò soltanto in questi 6 mesi, 7 mesi?
RISPOSTA - Esatto.
DOMANDA - Senta, lei disse al dottor Falcone che i Salvo avevano amicizie di natura politica?
RISPOSTA - Non mi ricordo se glielo ho detto, ma credo di no, e non volevo affrontare questo problema.
DOMANDA - Nel cosiddetto maxi-processo ci fu un avvocato di parte civile che, con riferimento alle sue dichiarazioni rese al dottor Falcone, la invitò a fare i nomi dei politici a cui lei aveva fatto cenno, sia pure senza rivelarne il nome, negli interrogatori al dottor Falcone?
RISPOSTA - Non ricordo.
DOMANDA - Quindi non ricorda che l'avvocato Galasso la incitò a fare i nomi?
RISPOSTA - Non ricordo.
DOMANDA - Quindi lei non ricorda neppure di avere negato di avere mai fatto riferimento a conoscenze politiche?
RISPOSTA - Non ricordo.
DOMANDA - Non ricorda che le venne contestato un passo delle sue dichiarazioni, in cui si sosteneva il contrario, che lei disse che allora evidentemente doveva essere frutto di un equivoco o di un fraintendimento del giudice istruttore?
RISPOSTA - Non ricordo questo passo.
DOMANDA - Quando lei ha parlato dei Salvo al dottor Falcone, non temeva di aprire il fronte della politica? Perché con Lima lo si sarebbe aperto e con i Salvo no, visto la loro caratura, anche politica?
(…)
RISPOSTA - Nel 1984 io non ammisi al dottor Falcone, agli inizi della mia collaborazione non volevo parlare dei Salvo. Quando finì di interrogarmi, il dottor Falcone uscì fuori con delle trascrizioni, ricavate da bobine, sulle intercettazioni telefoniche fatte sul telefono dell'ingegnere Lo Presti, dove c'era tutta una spiegazione, che si parlava che i cugini Salvo desideravano che io entrassi in Italia, affinché si potesse mettere fine a questa guerra. Di fronte a queste cose io, costretto dalle evidenze che erano nate al dottor Falcone, perché io parlando con Lo Presti, e Lo Presti parlando con Ignazio Salvo, si era creato un circuito che io non potevo più negare. Allora solo a questi fini ammisi dei cugini Salvo, ma fu molto dopo la chiusura del mio primo interrogatorio con il dottor Falcone.
(…)
DOMANDA – (…) leggo dal verbale depositato: "Pur nutrendo qualche dubbio sulla reale volontà dello Stato di lottare alla mafia, ho deciso di riferire parte delle cose che sono tutt'ora a mia conoscenza, ritenendo che ne sia questo il momento, riservandomi di riferire il testo nel prosieguo". (…) Lei ha dichiarato, poco fa, di essersi deciso a parlare dei Salvo solo dopo, e solo perché il dottor Falcone le aveva contestato il contenuto di registrazioni di telefonate intercorse tra lei, Lo Presti, etc. etc.. Nel verbale delle dichiarazioni del 10 novembre 1984, verbale nel quale per la prima volta lei si diffonde sui Salvo, lei esordisce in questi termini: "Pur nutrendo tutt'ora qualche dubbio sulla reale volontà dello Stato di lottare alla mafia, ho deciso di riferire parte delle cose che sono tutt'ora a mia conoscenza", etc.. Ora io le chiedo, perché in questo ravviserei una contraddizione, se ci può spiegare come mai qui, da questo verbale, risulterebbe invece che la decisione di parlare dei Salvo sia in lei maturata autonomamente e non si fa anche riferimento a questa che invece sarebbe stata l'occasione vera del suo ripensamento. Questa è la contestazione.
RISPOSTA - Io posso rispondere brevemente, per dire che la data già di per sé fa vedere che è una cosa che io non volevo parlare con il giudice Falcone, perché il giudice Falcone chiude con il mandato di cattura del mese di settembre del 1984. Il verbale ha una data, del novembre del 1984, significa proprio quello che ho detto prima, che il dottor Falcone viene con le registrazioni telefoniche trascritte e comincia a parlare dei Salvo, a cui io non trovo più scappatoia e deve, irrimediabilmente... Le parole di contorno che sono dette, all'inizio del verbale, è una forma fiorita di scrivere di un giudice istruttore. Io non avrò detto nella maniera com'è scritto nel verbale, ho detto: va bene, vista questa evidenza, continuerò a collaborare. Quindi è probabile, è vero tutto quello che è scritto nel verbale, però nasce da un riscontro processuale prodottomi dal dottor Falcone.
INTERVENTO DEL PRESIDENTE –
Le furono contestate queste dichiarazioni?
RISPOSTA - Le bobine, e dice: "Lei, signor Buscetta, non ha mai voluto parlare dei Salvo, ma mi dica, mi spieghi, come mai si parla dei Salvo?".
INTERVENTO DEL PRESIDENTE –
E questo non è stato messo a verbale?
RISPOSTA - No, io non credo che non è messo. Può darsi che ci siano dei verbali precedenti a questo, non dobbiamo dire cosa succede il 20 novembre, dobbiamo dire cosa succede il 19 novembre anche, non posso rispondere così. Comunque è un dato certo che ho risposto per i Salvo dopo le contestazioni sulle intercettazioni telefoniche.
INTERVENTO DEL PRESIDENTE –
Quindi conferma che le cose andarono così?
RISPOSTA - Confermo.
Le spiegazioni offerte dal Buscetta in ordine alle ragioni per cui egli, dopo alcune iniziali riluttanze, si era risolto a riferire all’autorità giudiziaria quanto a sua conoscenza circa i cugini Salvo (senza però trattare compiutamente il tema delle loro relazioni politiche), trovano conferma nel contenuto della sentenza n.91/90 emessa il 10 dicembre 1990 dalla Corte di Assise di Appello di Palermo. In questa pronunzia, infatti, si è rilevato che il collaborante aveva in un primo tempo negato di conoscere i cugini Salvo, per essere alla fine costretto ad ammettere il contrario, a fronte delle contestazioni circa il contenuto delle telefonate intercettate, e tuttavia aveva ugualmente mantenuto una linea abbastanza compiacente, sostenendo che il ruolo dei Salvo in "Cosa Nostra" era modesto.
Quanto alla credibilità soggettiva del Buscetta, può – ai semplici fini della valutazione delle dichiarazioni da lui rese sull’argomento in esame – osservarsi che la sentenza n.91/90 emessa il 10 dicembre 1990 dalla Corte di Assise di Appello di Palermo ha rilevato come – pur senza nascondersi alcuni suoi aspetti contraddittori, talune reticenze e le riserve mentali tendenti a coprire la sua posizione e quella dei suoi più fedeli amici - sia possibile cogliere una generale attendibilità della sue rivelazioni, che raggiunge valori assai consistenti in relazione alle imputazioni di associazione per delinquere di tipo mafioso (non ravvisandosi alcun motivo che avrebbe indotto il collaborante a coinvolgere persone del tutto estranee all'organizzazione).
L’esattezza delle conclusioni cui è pervenuta la suddetta sentenza n.91/90 è stata riconosciuta dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 80 del 30 gennaio 1992.
Per quanto attiene agli episodi che formano oggetto di esame nel presente capitolo, non emerge alcuna ragione che possa avere indotto il Buscetta ad assumere un contegno calunniatorio nei confronti dei soggetti menzionati nelle sue dichiarazioni.
Non può certamente sostenersi che il Buscetta sia mosso da risentimento nei confronti dei Salvo a causa della loro successiva vicinanza allo schieramento dei "corleonesi". Va, anzi, osservato che il Buscetta, nelle sue iniziali dichiarazioni, rese in un periodo ampiamente successivo a quello in cui i Salvo si erano "messi a disposizione" del gruppo facente capo al Riina, cercò di sminuire vistosamente la rilevanza del loro legame con l’organizzazione mafiosa, ed, anche dopo avere ammesso la propria conoscenza dei Salvo, cercò di non aggravare la loro posizione processuale.
Ad analoghe conclusioni deve pervenirsi con riguardo alle affermazioni compiute dal Buscetta circa le relazioni politiche intrattenute dai cugini Salvo.
Il Buscetta, infatti, prima del 1992, si era rifiutato di riferire compiutamente all’autorità giudiziaria quanto a sua conoscenza sui rapporti tra mafia e politica, pur avendo lasciato intendere già nel 1985 al Pubblico Ministero statunitense Richard Martin di essere in possesso di informazioni relative al sen. Andreotti, nell’ambito della tematica delle relazioni instaurate da "Cosa Nostra" a livello politico.
Il Martin, esaminato quale teste all’udienza del 9 luglio 1996, ha reso le dichiarazioni di seguito riportate in merito alle risposte fornitegli dal Buscetta nel corso di un interrogatorio svoltosi nella primavera del 1985:
MARTIN R.: L'argomento che lui diceva forse potrebbe creare difficoltà era l'argomento del livello politico della "Cosa Nostra". Io ho detto che non potevo pensare come questo potrebbe rilevante nel nostro processo. Però, se venisse fuori qualsiasi domanda su questo argomento, lui doveva rispondere. Lui ha detto che aveva capito, va bene. Poi mi ha detto, per farmi capire il livello del problema che lui ha accennato, lui ha detto per farmi capire questo, ha detto un solo nome, Andreotti.
P.M.: Avete avuto modo di ritornare su questo argomento, su questa preoccupazione o meglio sulla preoccupazione che il Buscetta nutriva per questo argomento eventuale durante la sua testimonianza per essere ben consapevoli che sia lei che Buscetta avevate ben compreso il problema? (…) E' stato un fatto assolutamente casuale, incidentale, oppure su questo problema vi siete soffermati un po' di tempo (…) dal suo punto di vista, per essere ben consapevole che Buscetta avesse capito, e Buscetta per farle capire quale era il livello della sua preoccupazione?
MARTIN R.: E' la seconda, cioè ci siamo fermati a questo
punto per essere assolutamente sicuri che lui ha capito che doveva rispondere a tutte le domande. Poi è stato lui ad accennare a me che c'era un argomento al quale aveva una certa preoccupazione, e sembrava di essere una preoccupazione più per la sua testimonianza qui in Italia. Cioè lui ha detto che era preoccupato se cominciava a parlare a livello politico a quel momento, sarebbe troppo a digerire qui in Italia.
P.M.: Cioè il contenuto delle sue dichiarazioni sarebbe stato difficile da digerire in Italia?
MARTIN R.: Sì.
P.M.: E le disse qualcosa in particolare? Ricorda le parole di Buscetta, per quanto possibile, considerato il tempo trascorso?
MARTIN R.: Mi ha detto che aveva timore che aprendo questo argomento, lui sarebbe preso per un pazzo, preso come uno di ... Vitale ...
P.M.: Chi era Vitale?
MARTIN R.: Leonardo Vitale è uno che ha parlato della "Cosa Nostra" qui in Italia negli anni '60 se non sbaglio, però è stato veramente preso come un pazzo, è stato messo dentro l'ospedale se non sbaglio ... perchè le dichiarazioni sue erano prese come le dichiarazioni di uno matto. Più o meno io ho risposto come ho risposto prima che non ... io non potevo vedere come questo soggetto, questo argomento potrebbe venire fuori durante il processo, ma se qualcuno chiedesse anche su questo argomento, lui doveva rispondere.
P.M.: E Buscetta cosa le rispose?
MARTIN R.: Lui ha risposto, ha capito assolutamente che era d'accordo, ma ... è proprio a questo punto, quando lui ha detto, ma per farsi capire il problema suo, ha detto:-"Io dico un solo nome", ha detto Andreotti.
P.M.: Ricorda in che epoca avvenne questo interrogatorio nel corso del quale Buscetta le fece questo ... le manifestò questa sua preoccupazione? E le fece il nome di Andreotti?
MARTIN R.: Era primavera dell'85.
P.M.: Ricorda dove vi trovavate? Eravate da soli, o c'erano anche delle altre persone?
MARTIN R.: C'erano altri agenti della DEA, questo è avvenuto in una casa (…) era una casa protetta, nella vicinanza di New York, località esatta non sapevo, non volevo sapere. C'erano diversi agenti lì, però il colloquio con Buscetta è stato con me davanti a un agente della DEA che si chiama Petrucci Antony.
La circostanza che nel 1985 il Buscetta, a proposito del tema riguardante i rapporti tra mafia e politica, abbia fatto il nome del sen. Andreotti al Martin, trova riscontro nella deposizione resa all’udienza del 17 luglio 1996 dal teste Anthony Petrucci (già agente speciale della D.E.A., responsabile della sicurezza del predetto collaborante dal marzo al novembre 1985), il quale ha riferito quanto segue:
P.M.: Mister Petrucci lei sa se l'assistant attorny (rectius Attorney: n.d.e.) Richard Martin ha interrogato il signor Buscetta negli Stati Uniti?
PETRUCCI A.: Sì, lo ha fatto.
P.M.: Durante questi interrogatori lei era presente?
PETRUCCI A.: Sì, ero presente.
(…)
P.M.: Ricorda se durante uno di questi interrogatori il signor Buscetta ebbe modo di fare il nome del senatore Andreotti all'attorny (rectius Attorney: n.d.e.) Rick Martin?
PETRUCCI A.: Sì, lo ha fatto.
P.M.: Vuole riferire al Tribunale in che occasione l'ha fatto e che cosa ricorda di questa occasione stessa?
PETRUCCI A.: E' successo durante la primavera del, credo che sia stato, aprile del 1985. In quel periodo il signor Martin stava consigliando il signor Buscetta delle condizioni della sua permanenza negli Stati Uniti per quanto riguarda la sua cooperazione e collaborazione con il sistema giuridico degli Stati Uniti. Il signor Martin ha avvisato il signor Buscetta che lui era obbligato di raccontare tutta la verità durante la sua permanenza in custodia negli Stati Uniti, doveva rispondere in maniera vera a tutte le domande postegli. Buscetta ha dichiarato che in parte non era possibile questo perchè lui ha detto all'Autorità Italiana e in modo particolare al dott. Falcone che lui era disponibile parlare di qualsiasi cosa concernente la mafia e la loro attività però non avrebbe mai parlato di qualsiasi cosa politica. Lui ha dichiarato a noi della DEA che sarebbe disposto a parlare sulla mafia e su qualsiasi partita di droga che è arrivata negli Stati Uniti però non era disposto a parlare sulla situazione politica. Rick Martin ha detto che è importante che lei - parlando con Buscetta - parlasse di tutto. Buscetta ha detto che era troppo complicato, molto complicato, e ha detto che l'unica parola che lui poteva pronunciare sarebbe uno, tanto per fare capire alla DEA quanto era complicata la situazione e ha detto il nome Andreotti. In quel momento il signor Martin ha detto al signor Buscetta che potevano intraprendere i discorsi che riguardavano semplicemente i fatti accaduti e rilevanti per gli Stati Uniti lasciando da parte per ora la situazione politica in Italia che non gli riguardava.
P.M.: Mister Petrucci ha avuto modo di parlare con mister Martin di questo aspetto della preparazione della testimonianza di Buscetta? Oppure ha semplicemente ascoltato questo fatto e poi non ha più parlato con mister Martin di questo?
PETRUCCI A.: L'unico riferimento che ha fatto in quel periodo al signor Martin è stato di chiedergli se quando Buscetta ha pronunciato il nome di Andreotti fosse nel contesto della situazione politica in Italia e poi dopo di che ha affermato che stava parlando della situazione politica e poi, dopo di che non abbiamo parlato più di Andreotti con Martin.
(…)
P.M.: Quando il signor Buscetta ha fatto il nome di Andreotti intendeva riferirsi ad un nome che riguardava i rapporti mafia-politica oppure no?
PETRUCCI A.: Sì, ho capito proprio questo, infatti dalle seguenti conversazioni con Buscetta ho capito questo, sì.
P.M.: Dopo questa occasione, abbiamo sentito mi pare dell'aprile 1985, il signor Petrucci ha avuto modo di ritornare sull'argomento con Buscetta e se sì, quando? Che cosa può dirci?
PETRUCCI A.: Sì, abbiamo parlato in diverse occasioni. Quasi ogni volta che un giudice o un magistrato dall'Italia venisse a parlare con il signor Buscetta abbiamo parlato di questo. Durante le loro conversazioni veniva sempre il momento in quanto loro, i giudici e i magistrati chiedevano a Buscetta di questo discorso fra mafia e politica. Il signor Buscetta diceva a loro, come a sua volta diceva pure al dott. Falcone che non voleva entrare nel merito della politica. Dopo questi colloqui fossero finiti il signor Petrucci parlava con Buscetta chiedendogli perchè volevano sapere di questo rapporto mafia-politica e Buscetta rispose che loro, i giudici, non capivano quanto fosse complicato il discorso, e lui credeva che se parlasse di queste persone che lui riteneva molto potenti, che tutti avrebbero pensato che lui fosse matto.
(…)
AVV.BONGIORNO: (…) se lei non sapeva se il nome era stato fatto a Falcone, Falcone era un giudice italiano che sentiva Buscetta, per quale ragione non ha ritenuto di riferire questa circostanza che per l'Italia è molto importante?
PETRUCCI A.: Per quanto mi riguarda quando Falcone parlava con Buscetta, loro parlarono sempre dei fatti accaduti in Italia che non riguardavano nè il mio compito e nè me, quindi. Voglio specificare il mio ruolo: io ero l'agente speciale assegnato a questo caso per la sicurezza. Inizialmente ero responsabile all'inizio per l'investigazione che si chiamava "la pizza connection". E per quanto mi riguardava tutte le informazioni che mi interessavano si trattava dei fatti rilevanti al caso della pizza connection, quello era il mio caso, era la mia responsabilità quel caso. Quando Buscetta all'inizio, per la prima volta menzionò il nome di Andreotti al signor Martin era in questo contesto, che lui Martin dava dicendo a Buscetta, stava raccontando tutte le condizioni necessarie per la sua permanenza negli Stati Uniti quindi lui doveva dire tutto quello che sapeva in questo senso, in questo contesto, e uscì il nome di Andreotti. Siccome noi non eravamo coinvolti in nessuna investigazione in Italia, non c'era bisogno che io parlassi con Buscetta dei fatti italiani, io mi ritenevo responsabile per i fatti negli Stati Uniti.
(…)
PRESIDENTE:. (…) dopo che lui ascoltò le parole di Buscetta che era interrogato da Martin, e fu fatto il nome di Andreotti, lui ha detto che in un momento successivo ne parlò con Martin. In che termini ne parlarono, o no? Con Martin non ne ha riparlato?
PETRUCCI A.: Ma lei vuole sapere i discorsi con Buscetta o con Martin?
PRESIDENTE:. No, se ne riparlò con Martin, non lo so non l'abbiamo capito bene.
PETRUCCI A.: No. So soltanto la stessa data.
Benché si riscontrino sensibili divergenze (dovute, verosimilmente, al lungo tempo trascorso ed alla diversità dell’interpretazione dell’accaduto elaborata da ciascuno dei soggetti coinvolti) tra le precisazioni fornite dal Martin, dal Petrucci e dal Buscetta (nonché tra le stesse asserzioni compiute dal collaboratore di giustizia) sia in ordine alle ragioni per cui non si ritenne di informare della predetta indicazione relativa al sen. Andreotti (ancorchè assai sintetica ed apodittica) le autorità statunitensi ed il dott. Falcone, sia in ordine al restante contenuto del dialogo tra il Buscetta ed il Martin, va comunque osservato che le deposizioni dei suindicati soggetti convergono nell’evidenziare che tale indicazione fu effettivamente compiuta dal Buscetta nel 1985 nel corso di un colloquio con il Martin, in presenza del Petrucci.
Nei successivi interrogatori davanti all’autorità giudiziaria italiana, il Buscetta continuò a rifiutarsi di rispondere sul tema dei rapporti tra mafia e politica.
Un radicale mutamento nell’atteggiamento del collaboratore di giustizia è riscontrabile nell’interrogatorio dell’11 settembre 1992 (acquisito al fascicolo per il dibattimento, trattandosi di atto compiuto nell’ambito di una commissione rogatoria internazionale), in cui il Buscetta, con riguardo all’omicidio dell’on. Lima, ha dichiarato quanto segue:
"premetto che questo argomento si inserisce in una situazione estremamente complessa, che richiederebbe lungo tempo per potere essere spiegata e documentata.
Infatti, per comprendere le vere ragioni di questo omicidio, bisogna andare molto indietro nel tempo, e spiegare quali rapporti esistevano, fin dagli anni Sessanta, tra Cosa Nostra, gli ambienti politici e gli ambienti giudiziari.
In questo momento, ritengo un mio dovere morale dare un contributo alle indagini su questo delitto, poiché ritengo che ciò sarebbe stato considerato giusto dal dott. Giovanni FALCONE, cui, anche in questo momento, vanno i miei più sentiti sentimenti di stima ed ammirazione per ciò che ha fatto nell’interesse della Giustizia.
I tragici omicidi del dott. FALCONE e del dott. BORSELLINO mi hanno colpito profondamente e, dopo dolorosa riflessione, mi hanno indotto a rivedere il mio recente atteggiamento di non disponibilità a rispondere su questi argomenti. (…)
L’on. LIMA era figlio di un uomo d’onore.
Infatti, il padre, il cui nome era forse Vincenzo, apparteneva alla famiglia di Salvatore LA BARBERA (Palermo Centro).
Io lo conobbi personalmente e lo frequentai anche fino al 1963, allorché andai via da Palermo per la prima volta.
Non mi risulta, invece, che fosse uomo d’onore lo stesso LIMA Salvatore.
Riterrei, anzi, di escluderlo, poiché l'avrei saputo certamente da SALVO Ignazio e SALVO Nino, uomini d’onore della famiglia di Salemi, specialmente nelle circostanze di cui fra breve parlerò.
Negli anni Sessanta, io personalmente ebbi più volte contatti con il LIMA Salvatore, al quale mi rivolgevo quando avevo bisogno di favori. (…)
Normalmente, non mi incontravo personalmente con lui, ma prendevo i contatti attraverso Brandaleone Ferdinando. (…)
Proprio nell’estate del 1980, io mi incontrai personalmente, mentre ero a Roma ospite nella casa di Pippo Calò, con il Lima. (…) Invero, l’incontro era stato richiesto dallo stesso Lima, tramite il Nino Salvo, il quale si trovava in quel periodo anche lui a Roma (…).
In quel periodo, tra gli esponenti di Cosa Nostra, LIMA era particolarmente vicino a BONTATE Stefano. Infatti, egli era politicamente in contrasto con CIANCIMINO Vito, a sua volta legato a Totò RIINA ed ai corleonesi.
Peraltro, non era neppure il BONTATE il tramite diretto cui ci si rivolgeva per contattare l’on. LIMA. Detto tramite, invece, era costituito dai cugini Nino ed Ignazio SALVO.
Ho motivo di ritenere che, dopo l’omicidio del BONTATE, sempre il SALVO Ignazio abbia continuato ad essere - insieme a Nino (fino alla morte di questo) - il tramite degli altri esponenti di Cosa Nostra, a partire da Totò RIINA. (…)
Mi consta che LIMA Salvo era effettivamente l’uomo politico a cui principalmente Cosa Nostra si rivolgeva per le questioni di interesse dell’organizzazione, che dovevano trovare una soluzione a Roma.
Per la verità, mi risulta anche, personalmente, che esponenti di primo piano di Cosa Nostra hanno avuto contatti politici a Roma, utilizzando come "ponte" i cugini SALVO, anche senza l’intervento di LIMA Salvo".
Nel successivo interrogatorio del 6 aprile 1993 il Buscetta ha integrato ulteriormente le proprie dichiarazioni, affermando:
"Mi sono indotto a riferire quel che di seguito dirò, nonostante che persistano in me notevoli perplessità circa le conseguenze delle mie dichiarazioni.
Faccio riferimento non solo ad eventuali conseguenze di carattere personale (quel che dirò fa sì che io debba temere non solo più Cosa Nostra), ma anche alle possibili - se non prevedibili - conseguenze di carattere generale, politico e/o giudiziario, che il livello toccato dalle mie odierne dichiarazioni potrà causare.
Ricollegandomi agli ultimi interrogatori da me resi a magistrati della Procura di Palermo, intendo definitivamente sciogliere le riserve che allora avevo ritenuto di fare, poiché ero convinto che non fosse ancora giunto il momento per affrontare argomenti di una delicatezza estrema.
Oggi posso subito precisare che il "referente politico nazionale", cui LIMA Salvatore si rivolgeva per le questioni di interesse di Cosa Nostra, che dovevano trovare una soluzione a Roma, era l’onorevole Giulio ANDREOTTI. Questa mia affermazione si basa da un lato su quello che ho sentito in carcere – dal 1972 al 1980 – da uomini di Cosa Nostra (…); dall’altro sul fatto che me l’avevano esplicitamente detto i cugini Salvo. Quanto a Lima io non ho mai appreso da lui qualcosa che esplicitamente riguardasse questo suo rapporto con Giulio Andreotti relativamente a Cosa Nostra.
Preciso altresì, ricollegandomi ancora una volta a quanto già ebbi parzialmente ad anticipare in precedente interrogatorio (11 settembre 1992), che Lima Salvatore non era l’unico tramite tra i più importanti esponenti di Cosa Nostra e l’onorevole Andreotti.
Dissi infatti, in quell’interrogatorio, che esponenti di primo piano di Cosa Nostra avevano avuto contatti politici a Roma, utilizzando come "ponte" i cugini Salvo, anche senza l’intervento dell’onorevole Lima (…)".
Ai limitati fini della valutazione delle dichiarazioni che formano oggetto del presente capitolo, deve osservarsi che le motivazioni esplicitate dal Buscetta forniscono una logica spiegazione del fatto che egli abbia deciso di affrontare il tema dei rapporti tra mafia e politica soltanto a distanza di diversi anni dall’inizio della sua collaborazione con la giustizia.
Ne consegue, quindi, che la modificazione del contenuto delle dichiarazioni accusatorie del collaborante, intervenuta a seguito delle stragi del 1992, non ne implica la complessiva inattendibilità, discendendo da un genuino ripensamento, e non dall’adeguamento ad altre risultanze processuali.
Il travagliato percorso attraverso cui il Buscetta è giunto a porre a disposizione dell’autorità giudiziaria il proprio patrimonio conoscitivo in ordine alle vicende che formano oggetto del presente capitolo denota, altresì, la mancanza di animosità ed il disinteresse del collaborante, ferma restando la necessità di una approfondita verifica critica delle sue dichiarazioni in relazione a ciascuno degli episodi da lui riferiti, allo scopo di distinguerne il contenuto rappresentativo da quello valutativo, di individuare le eventuali sovrapposizioni di ricordi, di controllare l’affidabilità delle sue asserzioni de relato.
Nel caso di specie, le dichiarazioni del Buscetta sono caratterizzate da un elevato grado di attendibilità intrinseca, poiché riguardano vicende nelle quali egli è stato personalmente coinvolto ovvero argomenti su cui egli ha appreso precise notizie da fonti sicuramente credibili, si sostanziano in una narrazione dettagliata, puntuale ed esente da contraddizioni logiche interne, e si ricollegano ad una spontanea scelta collaborativa.
Le affermazioni del Buscetta sul ruolo ricoperto dai Salvo nell’ambito di "Cosa Nostra" e sui loro rapporti con i massimi esponenti dello schieramento "moderato" dell’illecito sodalizio trovano conferma nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Antonino Calderone e Salvatore Cucuzza.
Antonino Calderone, esaminato all’udienza del 17 settembre 1996, ha riferito che i cugini Salvo intorno al 1975 furono presentati a lui e a suo fratello Giuseppe Calderone da Gaetano Badalamenti, il quale precisò che Ignazio Salvo era "vice-rappresentante" e Antonino Salvo era "capodecina".
Il collaborante ha aggiunto che i rapporti tra i cugini Salvo e Gaetano Badalamenti erano assai stretti, e che il Badalamenti aveva ricevuto l’incarico di ritrovare i resti del Corleo.
Antonino Calderone ha affermato di avere incontrato ripetutamente i cugini Salvo, menzionando i seguenti episodi:
Le dichiarazioni rese dal collaborante sono di seguito riportate:
P.M.: Lei ha mai conosciuto i cugini Nino e Ignazio Salvo?
CALDERONE A.: Si, gli ho conosciuti e me li ha presentanti Gaetano Badalamenti a casa sua ero io e mio fratello. Ce li ha rappresentati come uomini d'onore ci ha detto che Ignazio era vice rappresentante e Nino era capo de cina (rectius decina: n.d.e.). Siamo stati molto vicini ci davamo del tu, mentre loro a Gaetano Badalamenti lo chiamavano o "don Tanino" o "ziu Tanino" e lui li chiamava "dottore Ignazio" "dottore Nino" ma con noi altri ci davano del tu.
P.M.: Senta, quante volte lei ha avuto occasione d'incontrarli?
CALDERONE A.: Ma molte volte.
P.M.: Ne ricorda qualcuno in particolare?
CALDERONE A.: Guardi, ci siamo incontrati con Nino ci siamo incontrati anche nella sua proprietà vicino a Gela, ci siamo incontrati a casa sua a mangiare a casa sua, ci siamo incontrati...
P.M.: Scusi, a mangiare a casa sua a casa di chi e dove?
CALDERONE A.: A casa di Ignazio Salvo che addirittura quando siamo entrati c'erano le guardie, dico: ma cos'è queste guardie? Dice: qua sopra c'è (…) nostro inquilino...
P.M.: Mi scusi è sicuro che fosse casa di Ignazio Salvo?
CALDERONE A.: O di Ignazio o di Nino, uno dei due, abitavano tutte e 2 insieme.
P.M.: Dove si trovava questa casa?
CALDERONE A.: Dove si trovava?
P.M.: si.
CALDERONE A.: Non glielo so dire ora, ma...
P.M.: Comunque era la casa sita nello stesso...
CALDERONE A.: In un palazzo (…) 50 anni, non era una casa nuova.
P.M.: Dicevo in questo palazzo ci abitava...
CALDERONE A.: Abitava il ministro Ruffini.
P.M.: Abitava il ministro Ruffini, che cosa ricorda di questo pranzo? Perchè lo sta ricordando?
CALDERONE A.: Siamo entrati in una stanza molto grande c'era un tavolo, se non era quadrato, ma quasi. Ero io, mio fratello, Di Cristina, Gaetano Badalamenti, Stefano Bontate e i due Salvo non abbiamo visto donne, le loro mogli non abbiamo visto. Abbiamo visto che uscivano da una porticina che forse era annessa alle cucine delle persone, non erano di colore (…) erano... Che lui Nino mi disse che erano gente che venivano non so dalla Polinesia, non so di dove venivano che lì glieli mandavano un'agenzia che erano con grembiuli ci servirono a tavola, parlavano un pò l'italiano e poi...
P.M.: E questo è stato un'occasione...
CALDERONE A.: Un'altra volta siamo andati a mangiare a Zagarella addirittura c'era un mio compare che aveva un cane...
P.M.: Scusi suo compare chi è?
CALDERONE A.: Il Francesco Cinardo, a Zagarella ci fecero mangiare in una stanza un pò appartata un privè, il cane mi ricordo benissimo nel pavimento scivolava, c'era la cera, non so, e l'hanno... e per mangiare gli hanno dato una ciotola d'argento, ha mangiato, e a fine pranzo mi è rimasto impresso che lui ha chiamato un certo Vittorio, una persona molto distinta, alto, elegante e gli disse "Ci porti un pò di quella grappa"
P.M.: Mi scusi signor Calderone, lasciamo stare la grappa. Calderone scusi...
CALDERONE A.: Della grappa fatta proprio casereccia.
P.M.: Scusi signor Calderone, lasciamo stare la grappa, vuole invece ricordare chi eravate a questo pranzo, lei ha detto Francesco Cinardo.
CALDERONE A.: Io, Francesco Cinardo, Pinuzzo Di Cristina, Stefano Bontà e non mi ricordo se c'era Tano e i due (...)
P.M.: Cioè "Tano" è Gaetano Badalamenti
CALDERONE A.: Sì, sissignore.
P.M.: Era Gaetano Badalamenti. E dei Salvo chi era presente?
CALDERONE A.: Tutti e due, Ignazio e Nino. Ma quello più brillante era Nino, Ignazio era, come posso dire, la mente, il grande banchiere, la persona tutta compita. Nino no, scherzava, faceva battute.
P.M.: Scusi, il Vittorio al quale ha fatto riferimento sa dirci qualche cosa in particolare, lo vuole descrivere meglio?
CALDERONE A.: Era il direttore dell'albergo.
P.M.: Ah, era il direttore dell'albergo.
CALDERONE A.: Sissignore, una persona... Ma lui ci scherzava, Nino ci scherzava.
P.M.: Quando avvenne questo incontro. Ecco, riesce a ricordare quando avvenne questo incontro?
CALDERONE A.: Prego?
P.M.: Riesce a ricordare quando avvenne questo incontro.
CALDERONE A.: '76, '77, è facile '76, non mi ricordo, non posso quantificare.
P.M.: Dopo questa occasione vi siete visti altre volte?
CALDERONE A.: Ma ci siamo visti tantissime volte. Una volta avevamo bisogno che c'era un vice Questore a Catania che ci disturbava perchè faceva il proprio dovere e ne abbiamo parlato con loro, siamo andati nell'esattoria. Nell'esattoria ci sono andato diverse volte, quella volta con Di Gristina, delle volte con mio fratello, delle volte da solo ed abbiamo chiesto e abbiamo detto che avevamo questo problema e loro dicono: "Ma questo problema lo può risolvere Salvino"
P.M.: Chi è Salvino?
CALDERONE A.: Salvino Lima, e ci diedero l'appuntamento a Roma, diedero l'indirizzo per il giorno ipsilon, noi siamo arrivati in aereo, abbiamo preso il taxi, siamo andati a Roma, era Roma...
PRESIDENTE: Noi chi?
CALDERONE A.: La Roma anziana, la Roma... no, proprio il cuore di Roma, non glielo sò dire dove.
P.M.: Mi scusi Calderone, voi chi, lei e chi?
CALDERONE A.: Io e mio fratello.
P.M.: E a Palermo all'esattoria chi c'era andato?
CALDERONE A.: Io e mio fratello.
P.M.: E con chi avevate parlato?
CALDERONE A.: Avevamo parlato con Tano Badalamenti, dice: "Parlatene con i Salvo"
P.M.: Scusi, lei e suo fratello prima ne avete parlato con Gaetano Badalamenti il quale vi dice, andatene a parlare, con chi?
CALDERONE A.: "Parlatene con i Salvo", perchè quando si parlava di politica e di cose loro erano, loro erano quelli che avevano tutti gli uomini politici nelle mani.
P.M.: E all'esattoria con chi parlate lei e suo fratello?
CALDERONE A.: Con tutti e due, con Nino e con Ignazio.
(…)
P.M.: Perfetto, ritorniamo quindi a questo incontro in questa zona di Roma che lei ha descritto, dove...
CALDERONE A.: C'era un cordone, saliamo, sulla sinistra mi pare c'era una porta e ci venne ad aprire se non mi ricordo male o era Maniglia o era... ci dissero che erano gli uffici di Maniglia. O era Maniglia o era Nino, ma c'erano e...
P.M.: Scusi un istante, salite a che piano riesce a ricordarlo?
CALDERONE A.: Una grande stanza con un gran tavolo all'antica, c'era una finestra in faccia che si vedeva fuori e subito dopo è arrivato Salvo Lima, io ho detto: "Come mai, ce l'avevano qua?" perchè non è che (…) dovevamo andarci nella mattinata. E' arrivato Salvo Lima e gli abbiamo detto che questo Questore ci disturbava, che noi non potevamo stare tranquilli e lui disse: "ne parlerò con chi di dovere e vi darò delle risposte"
P.M.: Scusi un istante Calderone, questo vice questore che ha citato più volte come si chiama o come...
CALDERONE A.: Cipolla, era della Criminalpol di Catania.
P.M.: Cipolla, e poi lei ha fatto riferimento che vi siete meravigliati dell'avviso improvviso di Salvo Lima, perchè.
CALDERONE A.: Improvviso di Salvo Lima.
P.M.: Perchè questa meraviglia?
CALDERONE A.: Ce l'avevano lì.
P.M.: No, non ho capito il perchè della meraviglia, non avevate un appuntamento?
CALDERONE A.: No, non ne avevamo, avevamo l'appuntamento della giornata, della mattinata, prendiamo l'aereo e veniamo, ma non è che c'era l'orario.
P.M.: Quindi vi siete meravigliati perchè è arrivato immediatamente?
CALDERONE A.: Sì, ci siamo meravigliati però ovviamente, sa poi facevamo commenti dopo (…) "Ma che l'avevano sotto la sedia"
P.M.: Ho capito. Ed ancora un'altra cosa, lei ha detto "Siamo saliti in questo palazzo" e a che piano siete saliti se lo ricorda?
CALDERONE A.: Ma al primo piano se non erro, al primo piano.
P.M.: E siete entrati in un ufficio, in una casa che era dove, sulla destra o sulla sinistra di questo primo piano?
CALDERONE A.: La porta mi pare che era a sinistra.
P.M.: A sinistra quindi salendo.
CALDERONE A.: Poi siamo entrati in questa specie di vestibolo e poi c'era una porta che portava in questa grande stanza. (…) E di rimpetto a questa porta c'era un altro ufficio che questo doveva essere l'ufficio di Maniglia dove c'erano ingegneri o cose, qualche cosa del genere.
P.M.: Quindi l'ufficio di Maniglia era di fronte a questo dove siete entrati?
CALDERONE A.: No, sempre nella stessa casa.
P.M.: Ah, sempre nella stessa casa.
CALDERONE A.: C'era, che io penso che era la stessa casa, ci hanno fatti entrare in questa stanza grande con questo grande tavolo ma così guardando di rimpetto c'era un'altra porta e mi pare che c'erano tavoli, cose, forse quello era l'ufficio di Maniglia, degli ingegneri, non lo so.
P.M.: Scusi un istante intanto, lei ha detto "Forse venne ad aprirci, non ricordo se Francesco Maniglia o Nino Salvo" lei ha conosciuto Francesco Maniglia?
CALDERONE A.: Sì, l'ho conosciuto a Francesco Maniglia, l'ho visto nei suoi studi, nei suoi uffici a Palermo, ci sono andato con Giuseppe Di Cristina ed addirittura era abbigliato che stava dipingendo perchè si dava alla pittura.
P.M.: E quindi non ricorda però se quel giorno venne ad aprirle Francesco Maniglia o altro.
CALDERONE A.: Non glielo so dire, le direi una fesseria, mi pare che c'era ma non sono sicuro.
P.M.: Non è sicuro. Ritorniamo un attimo alla risposta che le diede a suo dire l'Onorevole Salvo Lima, quale fu?
CALDERONE A.: Dopo tempo ci dissero, perchè non ce l'ha data lui.
P.M.: E chi ve la diede?
CALDERONE A.: Ce l'hanno data i Salvo, ci dissero che la moglie di Cipolla era una maestra ed aveva chiesto il trasferimento e sicuramente Cipolla si trasferiva ed allora dice "facciamo passare la cosa inosservata".
P.M.: Lei a seguito di questa attività doverosa del vice questore Cipolla che cosa fece, fece qualche cosa?
CALDERONE A.: Prego, a seguito?
P.M.: Di questa attività che lei ha definito doverosa, dice "faceva il suo dovere anzi era uno dei pochi che faceva il proprio dovere" che cosa fece, subì qualcosa, ebbe una qualche reazione?
CALDERONE A.: Mi mandò a cercare, mi mandava dei biglietti, io mandavo l'avvocato dicendo "Ma che cosa vuole" e l'avvocato le parlò e disse "Senta, se le porto Calderone poi me lo riporto?" lui disse "non le posso dire niente" e allora l'avvocato mi disse "Senta se ne vada da qua, perchè se lo prendono i falchi l'arrestano" mentre invece dopo tanto tempo mi hanno fermato, mi hanno portato da Cipolla e mi hanno levato il porto d'armi.
(…)
P.M.: Ritornando ai suoi incontri con i Salvo, perchè poi abbiamo interrotto un pò il discorso, dopo questo incontro negli uffici di Maniglia a Roma ve ne sono stati degli altri e se sì dove?
CALDERONE A.: Prego, ritornando con i Salvo?
P.M.: Sì.
CALDERONE A.: A Roma, no, a Catania Nino Salvo è venuto. E' venuto perchè ci fu un periodo che Maniglia era quasi fallito o stava fallendo o c'aveva dei grandi problemi perchè gli avevano bloccato i pagamenti, lui c'aveva dei lavori nell'Arabia Saudita, non so dove, fuori, c'aveva tanti lavori e gli avevano bloccato i pagamenti, non poteva pagare, stava fallendo o era fallito o stava fallendo, cercava di aggiustarli e Nino parlò con mio fratello se mio fratello parlasse con Carmelo Costanzo se potevano rilevare questi lavori però loro volevano un 10%, Maniglia voleva un 10% di utile. Diede appuntamento o ci telefonò, dice "Arrivo all'aeroporto di Catania alle 4,30, alle 5,00" non lo ricordo, io e l'autista di Carmelo Costanzo, tale Tano Chinnici, mio fratello rimase alle imprese Costanzo, io e Tano Chinnici siamo andati all'aeroporto a prelevarlo. Aspettiamo, aspettiamo e non arriva niente, chiediamo lì, Tano Chinnici era un pò il (…) dell'aeroporto, perchè era sempre lì all'aeroporto per... (…) Accompagna a questo, accompagna a quello.
P.M.: (…) Quindi Gaetano Chinnici, Tano Chinnici lei ha detto era che cosa?
CALDERONE A.: Ma era l'autista personale del Cavaliere Costanzo e all'aeroporto conosceva tutti, gli faceva regali perchè all'ultimo momento arrivava qualcuno che doveva prendere l'aereo, lo facevano passare, era tutto lì dentro e allora ci vado con lui e gli dico "Senta Tano, chieda se c'è l'aereo che viene o da Palermo o da Roma" dice "A quest'ora non arrivano aerei nè da Palermo nè da Roma" "E come mai se questo ha detto che arrivava alle 5,00? E si informi meglio, si informi meglio" e questi dicono "No, arriva un aereo personale alle 5,15" che viene o da Roma o da Palermo, non lo so da dove. Sta di fatto che subito dopo si vede questo uccello bianco, era bello, un bell'aereo a reattori che si ferma al centro della pista e scende lui, Nino. (…) Nino Salvo. (...) E gli dico "Come mai?" e dice "Non lo sapevi, questi sono aerei di Francesco, Francesco Maniglia" l'accompagnamo nell'impre-sa Costanzo, parlano e Carmelo Costanzo gli disse "No, il 10% non lo possiamo dare, io cercherò se posso parlare con altre imprese per fare una specie di consorzio per levare tutti questi lavori, ma il 10% a Maniglia non lo possiamo dare" perchè Maniglia voleva il 10% per salvarsi. Fatto sta che non se ne fece niente.
P.M.: Scusi signor Calderone, a questo incontro chi prese parte?
CALDERONE A.: Ma mio fratello, Nino e Carmelo. Nei primi momenti c'ero pure io ma poi erano cose che non mi interessavano, mi sono messo con De Luca.
P.M.: E Carmelo chi è?
CALDERONE A.: Carmelo Costanzo.
P.M.: Carmelo Costanzo, quindi...
CALDERONE A.: Il Cavaliere.
P.M.: Il Cavaliere. E riesce a collocare nel tempo questo incontro, questa venuta di Nino Salvo dal Cavaliere Costanzo?
CALDERONE A.: Ma può darsi che sia nel '77, non lo so, lei lo vedrà nelle date di quando Maniglia finirà nei guai, non lo so dire.
PRESIDENTE: Ma Maniglia c'era in quell'incontro?
CALDERONE A.: '76, '77.
P.M.: Maniglia, chiede il Presidente, era presente a questo incontro?
CALDERONE A.: No.
P.M.: Maniglia non c'era.
CALDERONE A.: No, non ce l'ha detto Maniglia a noi altri, ce l'ha detto Salvo, Nino Salvo.
P.M.: E Nino Salvo ve lo dice sia prima dell'incontro che dopo l'incontro?
CALDERONE A.: Sì, che dice che voleva incontrarsi con Carmelo Costanzo per questi fatti.
P.M.: E scusi, che necessità c'era se si voleva incontrare con Carmelo Costanzo, di rivolgersi a suo fratello o a lei?
CALDERONE A.: Come che necessità c'era? Una cosa è che si rivolgono, anche se si conoscevano, ma non si conoscevano penso, una cosa è che si rivolge così e una cosa è che si rivolge a noi altri uomini d'onore che gli facevamo la protezione ai Costanzo e tutte le altre cose. Non ha la stessa... lo stesso significato.
(…)
P.M.: Facciamo un attimo un passo indietro per cercare di collocare nel tempo quella venuta a Catania di Nino Salvo. Lei ha detto '76-'77, suo fratello è sicuramente vivo, no?
CALDERONE A.: Sì, è vivo.
P.M.: Suo fratello ebbe l'attentato quando?
CALDERONE A.: Ma nel settembre del '78.
P.M.: Settembre del '78, quindi deve essere un periodo antecedente al settembre del '78.
CALDERONE A.: Sì, sì.
(…)
P.M.: L'ultima domanda, signor Calderone. Che rapporti vi erano tra Gaetano Badalamenti e i cugini Salvo?
CALDERONE: Intimissimi, intimissimi, intimissimi. I cugini Salvo lo avevano incaricato di potere avere le ossa del suocero, perchè i cugini Salvo avevano un problema con eredità e cose, e se non si trovava il morto, c'erano problemi. Ma a parte questo, volevano, volevano, volevano le ossa di Corleo. Ed era incaricato Gaetano Badalamenti.
(…)
AVV.BONGIORNO: Signor Calderone, lei ha già parlato dell'episodio relativo al Vice-Questore Cipolla durante l'esame del Pubblico Ministero. Ora io voglio sapere questo: lei ha parlato anche del fatto che i Salvo riferirono poi a suo fratello, dettero una risposta a suo fratello. Io voglio una precisazione sul punto. I Salvo che cosa riferirono a suo fratello? Che Lima aveva fatto un tentativo e che questo tentativo non era riuscito?
CALDERONE: No. Riferirono che Lima si era informato, aveva detto ... e loro gli risposero, siccome la moglie è una maestra e ha chiesto il trasferimento, facciamo passare le cose in sordina. Anche lui si trasferirà. Questa è la risposta.
AVV.BONGIORNO: Senta Calderone, io le contesto che lei invece precedentemente, processo verbale di interrogatorio 27 luglio 1987 innanzi al Tribunale penale di Marsiglia, ha detto così: io le leggo le sue dichiarazioni:-"Successivamente, mio fratello Giuseppe fu informato dai Salvo che l'Onorevole Lima aveva tentato di fare trasferire Cipolla, ma che non c'era riuscito". Quindi lei in queste dichiarazioni parla di un tentativo non riuscito. Lei conferma queste dichiarazioni?
CALDERONE: Non le confermo. Può darsi che è un tentativo no non riuscito! Un tentativo che gli dissero che la moglie doveva essere trasferita, e allora meglio lasciare le cose così. No non riuscito.
PRESIDENTE: Avvocato, però continui, perchè non mi sembra esatta la contestazione.
AVV.BONGIORNO: Sì, perchè lui dice:-"Per dei motivi che ricordo confusamente". Poi dice:- (…) "Sembra comunque che il Ministro competente dell'epoca avesse detto a Lima di pazientare un po', perchè il Dottore Cipolla di lì a poco sarebbe andato via spontaneamente. Forse per dei motivi inerenti il lavoro di sua moglie". (…) E' quello che ha detto stamattina. Io quello che voglio sapere è questo. Quale è secondo me la difformità? Che qui lui parla come se avesse parlato con questo Ministro competente e non avesse fatto nessun tentativo perchè gli hanno detto:-"Guardi, di qui a poco tanto va via". Invece nel verbale sembra quasi che Lima tenta, non ci riesce e poi si rivolge al Ministro competente. Io voglio sapere se a monte c'è un tentativo. E comunque lui ce lo può chiarire adesso. (…) Allora Calderone, Salvo le riferì di un tentativo non riuscito? Oppure direttamente le disse questa notizia:-"Io nemmeno tento, perchè tanto deve essere trasferito"? (…).
CALDERONE: No, ha detto ... "Mi hanno detto che la moglie che è maestra, deve fare ... ha fatto una domanda di trasferimento. Perciò automaticamente si trasferisce pure lui".
(…)
AVV. BONGIORNO: E allora, queste assicurazioni chi le aveva date a Lima? Il Ministro competente così come io le ho letto nel verbale? Questo me lo conferma o no?
CALDERONE: Glielo aveva dato chi di dovere, non lo so se era il Ministro competente, chi era ... Lui ci disse che doveva parlare con qualcuno. Se era il Ministro, se era ... non lo so.
(…)
AVV.SBACCHI: Senta, lei ha detto di avere conosciuto i Salvo, ma non ha detto quando. Ce lo può dire?
CALDERONE: Mah, intorno ... nel 1975.
AVV.SBACCHI: Attorno al 1975 dove?
CALDERONE: A Cinisi, in casa di Gaetano Badalamenti.
In ordine alla credibilità soggettiva di Antonino Calderone, risultano pienamente condivisibili le valutazioni espresse nella sentenza n.91/90 emessa il 10 dicembre 1990 dalla Corte di Assise di Appello di Palermo, che di seguito si riportano:
Nella primavera del 1987, nelle more della celebrazione del dibattimento di primo grado, veniva arrestato in Francia Antonino CALDERONE, il quale aveva successivamente iniziato la sua collaborazione, rivelando tutti i segreti di "cosa nostra" da lui conosciuti. Costui era in realtà fratello di Giuseppe CALDERONE, il quale era stato capo della "famiglia" di Catania e grosso esponente dell'associazione, tanto da rivestire il ruolo di rappresentante nell'organo regionale (o "interprovinciale", secondo la definizione di BUSCETTA) di raccordo tra le varie aggregazioni mafiose. Lo stesso era stato ucciso nel 1978 e il suo posto sarebbe stato preso poi da Benedetto SANTAPAOLA.
Il collaboratore ha raccontato come fosse stato informato da suo fratello, con il quale spesso era solito recarsi ad incontri tra gli associati, dei vari segreti di "cosa nostra", ottenendo spiegazione dei fatti che si svolgevano dinanzi alla sua attenzione. Dopo la morte del fratello, le informazioni gli erano state prevalentemente fornite dal cugino Salvatore MARCHESE, che era ottimo amico del SANTAPAOLA, ma lui stesso ha precisato che in realtà aveva potuto notare che l'originaria fiducia e simpatia della quale era circondato al tempo in cui era in vita, e al comando, suo fratello, era venuta gradatamente scemando fino a trasformarsi in una specie di diffidenza (significativo il racconto del CALDERONE sui progressivi approcci che gli altri, fra cui SANTAPAOLA, facevano per comprendere il suo livello di affidabilità a seguito della eliminazione del fratello, ovviamente caduto nel quadro della faida locale di "successione").
La corte, che ha acquisito le rivelazioni di questo collaboratore ed ha proceduto, in sede di rinnovazione del dibattimento, alla sua audizione, ha tratto il convincimento della notevole attendibilità delle informazioni fornite. Il CALDERONE, infatti, non ha in nessun caso mostrato risentimenti di alcun genere contro nessuno; ha raccontato fatti che, in notevole misura, hanno trovato conferma nelle altre risultanze processuali (in alcuni casi ha perfino scoperto alcune delle reticenze di BUSCETTA, costringendo costui, a contestazione del giudice, a farne ammissione…); non ha quasi mai espresso apprezzamenti soggettivi, se non precisando se e come un certo fatto dipendesse da sue valutazioni personali (…); soprattutto, ha dimostrato una concreta resipiscenza non cercando di sottrarsi alle proprie responsabilità; non ha mai acceduto a retoriche affermazioni di principio cercando di accreditare, come avevano fatto BUSCETTA e CONTORNO (tentazione alla quale non aveva resistito DI CRISTINA, nel suo programma di "lotta" ai "corleonesi" anche tramite i carabinieri), un'immagine di "mafia buona" in contrapposizione alla denunziata crudeltà degli avversari; nè ha cercato di selezionare dati e persone in relazione alla maggiore o minore vicinanza alla sua stessa persona o a quelle che più gli erano state alleate.
Sotto i profili della precisione, della coerenza, della spontaneità e della genuinità, può formularsi un giudizio sicuramente positivo in ordine alle suesposte dichiarazioni di Antonino Calderone, che si fondano su una diretta conoscenza dei fatti ovvero su informazioni comunicategli da persone a lui strettamente legate (come il fratello Giuseppe).
Va altresì rilevata l’esattezza delle indicazioni di luoghi compiute da Antonino Calderone. In particolare, l’on. Attilio Ruffini ha riferito che la sua abitazione e quella di Antonino Salvo erano ubicate nello stesso stabile. Inoltre, l’ing. Francesco Maniglia, nella sua deposizione testimoniale, ha specificato di avere aperto nel 1974 un ufficio a Roma nello stesso stabile (sito in Via Campania n. 31) in cui si trovava lo studio dell’on. Lima, ha evidenziato che entrambi gli appartamenti erano collocati nel primo piano dell’edificio, ha chiarito di avere concesso ai cugini Salvo la possibilità di utilizzare il predetto ufficio per ricevere altre persone senza che costoro dovessero rendergliene nota l’identità, ed ha aggiunto che, quando veniva avvisato preventivamente dai Salvo, assicurava la presenza di un proprio collaboratore nell’appartamento per consentire loro di accedervi.
Si trattava, dunque, di una situazione assolutamente peculiare, che rendeva possibile all’on. Lima di recarsi immediatamente nell’ufficio del Maniglia nei casi in cui fosse richiesta la sua presenza, ed ai Salvo di organizzarvi riunioni il cui oggetto ed i cui partecipanti non venivano portati a conoscenza del titolare dell’appartamento.
Deve pertanto osservarsi che la descrizione delle modalità dell’incontro presso gli uffici del Maniglia (con la precisazione che l’on. Lima era giunto immediatamente dopo l’arrivo dei fratelli Calderone malgrado non fosse stato fissato l’orario dell’appuntamento) presuppone una puntuale conoscenza dei luoghi, e conferma logicamente la partecipazione del collaboratore di giustizia all’episodio da lui menzionato.
La credibilità delle dichiarazioni di Antonino Calderone non è sminuita dalla circostanza che l’ing. Maniglia abbia negato di essere stato presente in occasione dell’incontro svoltosi presso il suo ufficio tra i fratelli Calderone e l’on. Lima. Sul punto, va infatti rilevato che il collaboratore di giustizia non ha affermato con certezza che l’ing. Maniglia si trovasse all’interno dell’appartamento, ed ha prospettato, in alternativa, la possibilità che sia stato Antonino Salvo ad accoglierlo all’ingresso dell’ufficio.
In ordine all’incontro tra Giuseppe Calderone, Antonino Salvo e Carmelo Costanzo, un significativo riscontro alle dichiarazioni del Calderone si trae dalla deposizione del teste Gaetano Chinnici, il quale all’udienza del 24 settembre 1996 – pur negando di avere conosciuto i cugini Salvo - ha riferito di avere accompagnato, su incarico di Carmelo Costanzo, Antonino Calderone all’aeroporto di Catania, dove venne prelevato un individuo. Il teste ha sostenuto di non avere visto quest’ultimo soggetto, aggiungendo però che il medesimo si collocò, insieme ad Antonino Calderone, nel sedile posteriore dell’autovettura guidata dallo stesso Chinnici, fu condotto presso gli uffici del Costanzo, e successivamente fu accompagnato di nuovo all’aeroporto.
Relativamente ai restanti episodi menzionati dal collaboratore di giustizia, non sono stati acquisiti specifici riscontri estrinseci.
La credibilità di Antonino Calderone non può comunque essere sminuita per il fatto che il teste Vittorio De Martino, nella sua deposizione, abbia affermato di non ricordare l’incontro tenutosi, secondo le indicazioni del collaborante, presso l’Hotel Zagarella. Si trattava, infatti, di un episodio non suscettibile di attirare particolarmente l’attenzione del teste, il quale, peraltro, nelle risposte inizialmente fornite all’autorità giudiziaria, ha mostrato vistose carenze mnemoniche su vicende ben più rilevanti, riuscendo a focalizzare solo in seguito i propri ricordi.
Ulteriori significativi elementi di convincimento sui rapporti tra i cugini Salvo e l’associazione mafiosa si traggono dalla deposizione del collaboratore di giustizia Salvatore Cucuzza, esaminato all’udienza del 22 aprile 1997.
Il Cucuzza ha dichiarato che Antonino ed Ignazio Salvo gli furono presentati come "uomini d’onore" della "famiglia" di Salemi da Giuseppe Greco (detto "Scarpuzzedda") nella tenuta agricola "Favarella", di proprietà di Michele Greco, anteriormente alla primavera del 1981 (e cioè in epoca precedente all’esplosione della "guerra di mafia").
Il Cucuzza ha precisato che Ignazio Salvo era sicuramente il "sottocapo" della predetta cosca mafiosa, e che, secondo il suo ricordo, Antonino Salvo ricopriva la carica di "capodecina".
Nel corso della "guerra di mafia", nell’estate del 1981, Antonino Salvo mise a disposizione di Giuseppe Greco un bungalow presso l’Hotel Zagarella. Giuseppe Greco, Giuseppe Lucchese ed il Cucuzza si trasferirono in questo immobile, dal quale si spostavano in altri luoghi ogni volta che venivano informati della possibilità di uccidere qualcuno degli avversari.
Il Cucuzza, il Lucchese e Giuseppe Greco erano stati ospitati presso l’Hotel Zagarella in maniera irregolare, in quanto essi non avevano esibito alcun documento, e nell’albergo non vi era traccia della loro presenza.
Il collaboratore di giustizia ha chiarito che in precedenza i Salvo erano stati sempre considerati vicini al Badalamenti ed al Bontate. Dopo l’inizio della "guerra di mafia" essi invece passarono dalla parte dello schieramento vincente. Antonino Salvo fece capire che si metteva a disposizione della nuova leadership, facente capo, oltre che al Riina, a Giuseppe Greco.
Vi fu una prima riunione tra Antonino Salvo, Giuseppe Greco e Salvatore Cucuzza nel giardino dell’abitazione di Salvatore Scaduto.
Nel corso della riunione si parlò della forza politica ed economica che i Salvo mettevano a disposizione di questa nuova leadership.
Antonino Salvo, dopo avere esposto che in passato aveva messo "tutto a disposizione" del Bontate e del Badalamenti, prese atto della nuova realtà, espresse l’avviso che "Cosa Nostra" dovesse essere guidata da Palermo, ed offrì ai suoi interlocutori di mettere a loro disposizione le proprie conoscenze, a livello politico e nella magistratura.
Si parlò anche del fatto che alcuni mesi prima Antonino Salvo aveva ospitato il Buscetta. Antonino Salvo affermò di essere stato convinto, in buona fede, che il Buscetta potesse svolgere una funzione pacificatrice o potesse, insieme a lui, convincere il Badalamenti a giungere ad un accordo, e sostenne di essersi prestato solo per questa ragione ad ospitare il Buscetta. Il problema fu quindi superato.
Mentre dimoravano nel bungalow presso l’Hotel Zagarella, nell’estate del 1981, il Cucuzza, il Lucchese e Giuseppe Greco furono invitati al ricevimento nuziale di una figlia di Antonino Salvo.
Il Cucuzza ha evidenziato che i Salvo rappresentavano per "Cosa Nostra" una importante risorsa ("un grosso capitale") a livello economico e politico, pur non collocandosi ai vertici dell’organizzazione mafiosa.
Il collaboratore di giustizia ha chiarito che altri "uomini d’onore" gli riferirono che il sen. Andreotti conosceva i Salvo, ma ha aggiunto che ciò non gli risulta per conoscenza diretta ed ha precisato di ignorare se fossero stati effettuati interventi sul sen. Andreotti da parte di "Cosa Nostra" per il tramite dei Salvo.
CUCUZZA S.: per la guerra di mafia, cioè per affrontare la guerra, perché, effettivamente la guerra, (…) quella che si è combattuta di più, era in questi tre paesi, per esempio CIACULLI, SANTA MARIA DI GESU', e i paesi diciamo vicino... BAGHERIA (…)
P.M. NATOLI: va be', CIACULLI, lo considera paese? Diciamo che (…) è una zona...
CUCUZZA S.: ...era PALERMO...
P.M. NATOLI: un rione di PALERMO...
CUCUZZA S.: sì, PALERMO.
P.M. NATOLI: e quindi (…) cosa fa lei, si mette a disposizione di...
CUCUZZA S.: di PINO GRECO (…). Siamo stati un periodo, così, accampati (…). Poi, PINO GRECO disse (…) di organizzarmi, prendermi qualche cosa, e... e ci trasferimmo tutti (…) in un bungalow, comunque era (…) una dependance dell'albergo "ZAGARELLA", ci venne...
P.M. NATOLI: e come mai andaste lì?
CUCUZZA S.: perché lui era riuscito, PINO GRECO, o gliel'hanno invitato i cugini SALVO, o questo NINO SALVO gli ha dato una... una dependance, là, ed eravamo io, (…) PINO GRECO e GIUSEPPE LUCCHESE e (…) da lì ci spostavamo ogni qualvolta c'era una battuta di... di qualcuno che... che noi cercavamo, che era contro di noi, e poi la sera ritornavo di nuovo in albergo.
P.M. NATOLI: scusi, per farci capire, "c'era una battuta", che cosa significa?
CUCUZZA S.: quando (…) c'era per esempio (…) uno degli avversari che girava per PALERMO, o sapevamo che dormiva in un posto e... c'erano persone libere che potevano girare, e ce lo individuavano, e noi poi scendevamo...
P.M. NATOLI: quindi, "battuta", significa che vi informavano della possibilità (…) di uccidere un avversario.
CUCUZZA S.: sissignore.
(…)
P.M. NATOLI: (…) lei ha detto quindi che in questo bungalow (…) messovi a disposizione, siamo (…) in che periodo?
CUCUZZA S.: nell'81, in estate.
(…)
P.M. NATOLI: viene messa a disposizione di (…) PINO GRECO...
CUCUZZA S.: sì, sì.
P.M. NATOLI: ...PINO GRECO intendiamo ha un soprannome?
CUCUZZA S.: "SCARPUZZEDDA", ci dicevano, sì.
P.M. NATOLI: "SCARPUZZEDDA". Quindi viene messa a disposizione da NINO SALVO, ha detto così?
CUCUZZA S.: sì.
P.M. NATOLI: è la prima volta che lei sente nominare questo nome, NINO SALVO?
CUCUZZA S.: no, no, per la verità, no...
P.M. NATOLI: e allora facciamo...
CUCUZZA S.: ...l'avevo visto...
P.M. NATOLI: ...un passo indietro, e ci dica quando lei sente parlare di NINO SALVO e se per caso, sente parlare anche di IGNAZIO SALVO?
CUCUZZA S.: no, io quando ho sentito parlare (…), li ho visti, per la prima volta li ho visti a FAVARELLA, che venivano quasi sempre assieme con IGNAZIO...
P.M. NATOLI: quindi NINO ed IGNAZIO.
CUCUZZA S.: ...ed IGNAZIO, sì.
(…)
P.M. NATOLI: ...FAVARELLA che cosa è, e che cosa si faceva a FAVARELLA?
CUCUZZA S.: (...) FAVARELLA era una tenuta agricola di MICHELE GRECO, dove...
P.M. NATOLI: e che cosa facevate?
CUCUZZA S.: mah, ci riunivamo là periodicamente, (…) comunque ero fisso là perché c'era questa amicizia, ma comunque venivano da tutta la SICILIA, ma anche persone così importanti, qualche politico, qualche cosa, insomma, c'era un buon rapporto in quei periodi, non...
P.M. NATOLI: quindi è (…) un luogo di riunione (…) di "COSA NOSTRA".
CUCUZZA S.: sì, sì.
P.M. NATOLI: quindi, e lei la prima volta conosce lì, NINO ed IGNAZIO SALVO...
CUCUZZA S.: sì, sì.
P.M. NATOLI: ricorda quando fu, e chi glieli presentò?
CUCUZZA S.: me li presentò PINO GRECO.
P.M. NATOLI: glieli presentò in che qualità?
CUCUZZA S.: di uomini d'onore.
P.M. NATOLI: di uomini d'onore. Sa di quale "famiglia"?
CUCUZZA S.: di SALEMI.
P.M. NATOLI: sa se per caso rivestivano cariche all'interno della "famiglia", o chi di loro rivestisse cariche?
CUCUZZA S.: IGNAZIO, per certezza, era il sotto capo, NINO se non sbaglio, era il capo decina...
P.M. NATOLI: e in che periodo glieli presenta PINO GRECO?
CUCUZZA S.: prima della guerra, (…) diciamo nei primi anni '80, (…) i primi mesi, cioè prima della primavera, che poi scoppia la guerra.
P.M. NATOLI: quindi (…) prima della primavera del?
CUCUZZA S.: '81.
P.M. NATOLI: dell'81. Quindi STEFANO BONTADE è ancora vivo?
CUCUZZA S.: sì, sì.
P.M. NATOLI: ecco, e allora dopo questa occasione, ve ne sono delle altre?
CUCUZZA S.: no, ci siamo visti di queste volte a FAVARELLA, poi dopo la guerra ci siamo rivisti di nuovo a ZAGARELLA...
(…)
P.M. NATOLI: e allora, l'avevo interrotta, dice: "dopo la guerra rivedo i SALVO". (…) cosa intende per "dopo la guerra", per collocarlo nel tempo, in che anno siamo?
CUCUZZA S.: siamo (…) nell'81, a... la primavera dell'81.
P.M. NATOLI: inizia la guerra?
CUCUZZA S.: inizia la guerra, poi dopo un paio di mesi ci siamo ritrovati (…) a ZAGARELLA...
P.M. NATOLI: quindi, quando voi siete ospiti nel bungalow?
CUCUZZA S.: sì, sì. E il primo appuntamento lo abbiamo fatto con PINO GRECO e NINO SALVO nella casa (…) di SALVATORE SCADUTO, il padre di GIOVANNI SCADUTO.
P.M. NATOLI: questa casa dove si trovava?
CUCUZZA S.: (…) a circa duecento, trecento metri da ZAGARELLA, prima di arrivare a ZAGARELLA, comunque.
P.M. NATOLI: quindi, siamo sempre (…) a SANTA FLAVIA?
CUCUZZA S.: sì, sì, nella curva che poi immette (…) nel rettilineo per arrivare a ZAGARELLA.
(…)
P.M. NATOLI: ...perché c'è questa riunione? Cioè perché sta facendo riferimento a questa riunione?
CUCUZZA S.: e perché (…) i SALVO erano stati sempre considerati vicino a BADALAMENTI, a BONTADE, e quindi con la guerra, l'inizio della guerra, queste persone passano di mano, sia a RIINA, e sia diciamo al gruppo di PALERMO, che (…) NINO SALVO riteneva il gruppo di PALERMO, (…) il più vincente, perché lui...
P.M. NATOLI: ci faccia capire che cosa intende (…) con questa frase, "più vincente"?
CUCUZZA S.: cioè diciamo che lui riteneva che adesso (…) diceva lui con le strade, con le autostrade, (…) PALERMO può arrivare ovunque, (…) non ci sono più (…) quelle distanze (…) incolmabili come nei paesi arretrati, quindi adesso PALERMO dominava, diciamo tutta la SICILIA, parlando di "COSA NOSTRA", comunque. E quindi praticamente faceva capire che si metteva a disposizione di questa nuova leadership, che era quella palermitana... PINO GRECO nonostante avesse allora, trenta, trentadue anni, non so, so che era ritenuto a PALERMO quello che guidava le file, a parte diciamo TOTO' RIINA, naturalmente. Quindi specialmente nel mandamento di CIACULLI, era lui insomma, incontrastato, nonostante MICHELE GRECO avesse la carica (…) di segretario (…) della Commissione. E quindi si parlava di... di rapporti che... della forza, diciamo sia politica che economica, che i SALVO mettevano a disposizione di questa nuova... nuova realtà. Perché loro si sono adeguati a questo.
P.M. NATOLI: quindi, mi faccia (…) capire meglio, tutto questo è oggetto di discussione in questa riunione in casa di SALVATORE SCADUTO (…) padre di GIOVANNI?
CUCUZZA S.: sì, sì.
P.M. NATOLI: e quindi siete presenti, chi? Oltre a lei, PINO GRECO...
CUCUZZA S.: io (…) PINO GRECO, e NINO SALVO (…) siamo nel giardino di casa...
P.M. NATOLI: quindi siete voi tre?
CUCUZZA S.: sì, sì.
P.M. NATOLI: eh. Ed allora vada avanti (…) in questo ricordo.
CUCUZZA S.: no, praticamente lui fa (…) delle riflessioni, praticamente e si riferisce al passato, quando c'erano dei rapporti con BADALAMENTI, e adesso prende atto della nuova realtà, perché lui praticamente dice che metteva tutto a disposizione del passato di BADALAMENTI e (…) di BONTADE, eh... quindi adesso...
P.M. NATOLI: e vi dice che cosa è questo mettere tutto a disposizione?
CUCUZZA S.: i SALVO, per chi è palermitano come me, insomma sa che sono una potenza economica, e sono stati sempre diciamo elettori (…) di politici, insomma sono stati molto... dietro le quinte naturalmente, perché non si sono mai esposti in prima persona, come... di portarsi alle politiche, o comunque persone importanti, dal punto di vista economico, e dal punto di vista, diciamo delle amicizie. E quindi, praticamente ne possiamo usufruire, adesso noi.
P.M. NATOLI: cioè questo lo dice (…) NINO SALVO...
CUCUZZA S.: NINO SALVO...
P.M. NATOLI: ...nel corso di questa...
CUCUZZA S.: sì, sì.
P.M. NATOLI: e desidererei che lei facesse uno sforzo di memoria, per tentare di ripetere più fedelmente che sia possibile, quello che vi dice NINO SALVO, più che sintetizzare il suo pensiero (…) se riesce ad utilizzare le sue parole.
CUCUZZA S.: le parole erano queste, che lui riteneva che adesso, ecco PALERMO doveva orchestrare, guidare tutta "COSA NOSTRA", perché non credeva più nei paesi, insomma, no, non credeva più perché non... non fossero efficienti, ma che adesso PALERMO era quella che guidava "COSA NOSTRA", e quindi lui questo lo aveva capito. E naturalmente si offrì, come era giusto che facesse, diciamo perché era un uomo d'onore, e quindi doveva (…) mettere a disposizione le loro... le sue conoscenze, perché non è che potevamo utilizzarlo, per cosa diversa, non è che poteva andare a fare dei reati, diciamo così, o di sangue, o qualcosa. Quindi, lui praticamente diceva a PINO GRECO, che dal momento che adesso questa era... una realtà, parliamo già che alcuni sono morti, diciamo (…) la guerra non è finita, ma comunque lui sapeva già le sorti.
P.M. NATOLI: cioè, (…) in quel momento dello schieramento avversario, chi avevate ucciso? (…) non lei personalmente (…) insomma i suoi alleati. Chi avevano ucciso?
CUCUZZA S.: beh... INZERILLO, BONTADE...
P.M. NATOLI: siamo nell'estate dell'81?
CUCUZZA S.: sì, sì.
(…)
P.M. NATOLI: ed è subito (…) dopo questi omicidi, quindi che (…) NINO SALVO si mette a disposizione?
CUCUZZA S.: sissignore.
P.M. NATOLI: senta, un chiarimento, voi sapevate che NINO SALVO aveva dato ospitalità a TOMMASO BUSCETTA, appena (…) un anno prima?
CUCUZZA S.: sì, sì.
P.M. NATOLI: no, neppure un anno prima, appena qualche mese prima, (…) nel Natale dell'80...
CUCUZZA S.: sì, sì.