§ 3 - Il regalo fatto dal sen. Andreotti in occasione delle nozze della figlia di Antonino Salvo
In data 6 settembre 1976 venne celebrato il matrimonio tra la figlia primogenita di Antonino Salvo, Angela Salvo, ed il dott. Gaetano Sangiorgi.
Alla cerimonia nuziale parteciparono, tra gli altri, alcuni esponenti di primario rilievo della corrente andreottiana, come l’on. Salvo Lima e l’on. Mario D’Acquisto.
La presenza dei predetti uomini politici è stata ricordata, nella deposizione resa all’udienza del 23 ottobre 1996, dal teste Armando Celone.
Il teste Antonio Pulizzotto, all’udienza del 22 maggio 1996, ha riferito che una nota della Questura di Palermo del 17 gennaio 1985 evidenziava la presenza, tra gli invitati, dell’on. Salvo Lima, il quale aveva regalato agli sposi una pirofila in argento.
Da più elementi probatori tra loro convergenti è emerso che, in occasione delle nozze, il sen. Andreotti inviò agli sposi un vassoio d’argento.
Una precisa indicazione in questo senso fu fornita nell’agosto 1993 dallo stesso Sangiorgi all’avv. Pietro La Forgia (allora sindaco di Bari, eletto nelle liste del P.D.S., successivamente divenuto senatore ed infine deceduto nel 1995), come è stato riferito dalla vedova di quest’ultimo, sig.ra Rosalba Lo Jacono, nella deposizione testimoniale resa all’udienza del 27 marzo 1997, di cui si riportano i passaggi più rilevanti:
P.M.: Ecco, la mattina del 4 Marzo di quest'anno, lei ha chiesto di essere sentita dal dottor Michele Emiliano, Sostituto Procuratore della Repubblica di Bari. Per quale motivo ha chiesto di essere sentita?
LO JACONO R.: Perché ero a conoscenza di alcuni fatti riguardo a questo processo e ho ritenuto opportuno riferire quello che sapevo.
P.M.: Cosa l'ha spinta a recarsi alla Procura di Bari?
LO JACONO R.: Niente, per poter dare un piccolo contributo alla verità e alla giustizia, tutto qua, non certamente per giudicare o condannare qualcuno.
P.M.: Ho capito. Lei e suo marito avete conosciuto i coniugi Gaetano Sangiorgi ed Angela Salvo?
(…)
LO JACONO R.: Si, li abbiamo conosciuti nel 1993.
P.M.: Ecco, vuole raccontare al Tribunale come è avvenuta questa conoscenza?
LO JACONO R.: Alla... all'albergo delle isole Borromeo a Stresa, nel 1900... Agosto del 1993, il giorno non lo ricordo, ma era d'Agosto.
P.M.: Ecco, come mai vi trovavate lì?
LO JACONO R.: Noi eravamo andati lì come... forma di villeggiatura.
P.M.: Noi intende lei e suo marito?
LO JACONO R.: E c'era in quel periodo una possibilità di frequentare una Beauty Farm, no? E quindi siamo andati lì, abbiamo cominciato a fare queste cure presso l'Hotel delle isole Borromeo. Dopo qualche giorno sono arrivati questi signori Sangiorgi, noi (…) non sapevamo chi fossero e comunque, come succede di solito negli alberghi, quelli che arrivano dopo si rivolgono a quelli che sono già per chiedere come va, come non va e quindi abbiamo conosciuto questi signori, hanno frequentato anche loro la Beauty Farm.
PRESIDENTE: La? Che cosa hanno frequentato?
LO JACONO R.: La Beauty Farm, è una forma di... di cura di salute e di benessere e naturalmente la sera si usciva insieme con altri signori che erano anche lì. Dopo non so se, non ricordo bene se dopo due giorni o tre giorni, mio marito dopo una passeggiata insieme a tutti gli ospiti dell'albergo mi disse: sai chi sono questi signori che sono arrivati pochi giorni fa? Io naturalmente non lo sapevo, dice sono i signori Sangiorgi, la signora è la figlia di Salvo e il marito è il dottor Sangiorgi e aggiunse e questo lo ricordo bene, lui mi ha dichiarato che ha conosciuto Andreotti e che al matrimonio hanno ricevuto un vassoio d'argento.
P.M.: Un vassoio d'argento...
LO JACONO R.: Non aggiunse altro, né ricordo altro, ricordo solo questi due particolari.
P.M.: Il vassoio d'argento da chi l'aveva ricevuto?
LO JACONO R.: Da Andreotti. Non posso aggiungere altro perché non ricordo e poi io, non demmo troppa importanza alla cosa. Dopo qualche anno mi pare che il dottor Sangiorgi, perché siccome si segue sui giornali vari processi, lessi che.... leggemmo che era stato arrestato e naturalmente restammo un po’... scioccati. Poi mio marito nel '85 (rectius ‘95: n.d.e.) è morto e io seguendo gli sviluppi di questo processo, ho ritenuto opportuno fare quello che certamente avrebbe fatto mio marito.
P.M.: Ah, quindi lei ha detto seguendo gli sviluppi di questo processo, cioè lo sviluppo che l'ha indotto, ecco, ad andare alla Procura di Bari, siccome lei l'ha già riferito al Procuratore di Bari, se vuole...
LO JACONO R.: Perché...
P.M.: Esatto, cos'è che l'ha spinto da ultimo.
LO JACONO R.: (...) perché leggendo i giornali e seguendo questo processo, ho letto che ci sono dichiarazioni smentite, dichiarazioni e smentite, oggi si dice una cosa, domani si smentisce, allora ho ritenuto opportuno dire quello che so io.
P.M.: Ecco, lei dice dichiarazioni e smentite di qualche soggetto in particolare o in generale?
LO JACONO R.: No, particolari proprio no, non...
P.M.: E... perché lei il 4 Marzo ha detto queste stesse cose che sta dicendo stamattina e ha detto: (…) si, perché quando ho letto sui giornali che questo dottor Sangiorgi prima aveva ammesso una cosa e poi ha ritrattato, perché mi pare che abbia detto che è stato spinto dai magistrati a dichiarare il contrario di quello che aveva detto, allora ho detto.
LO JACONO R.: Perché leggendo Repubblica, ripeto e seguendo i vari processi, mi pare i primi di Marzo lessi una dichiarazione, una relazione sul processo, dove si diceva che il dottor Sangiorgi aveva smentito la conoscenza di Andreotti e il regalo del vassoio d'argento, aggiungendo che era stato spinto dai magistrati.
P.M.: Ed è a questo punto.
LO JACONO R.: Allora questa cosa mi ha portato ad, a dire quello che io so.
Alla teste sono quindi state mostrate alcune fotografie scattate in occasione del suddetto periodo di vacanza e da lei consegnate al P.M. presso il Tribunale di Bari. La teste ha riconosciuto i coniugi Gaetano Sangiorgi ed Angela Salvo nelle immagini in cui essi erano effigiati. Le fotografie sono state acquisite al fascicolo per il dibattimento.
La teste, nel prosieguo dell’esame, ha dichiarato quanto segue:
P.M.: E signora, poi lei ha avuto modo di parlare personalmente con la signora Angela Salvo?
LO JACONO R.: Si.
P.M.: Ecco.
LO JACONO R.: Con la signora, sapete come succede, durante le passeggiate e niente e non, non entrò in particolari, l'unica cosa che mi diceva e si rammaricava di... aver perso il consenso di tutti gli uomini di potere di Palermo e che quando il padre morì in carcere, lei chiese insistentemente la possibilità a queste persone che aveva conosciuto a Palermo, di poter visitare il padre, ma che non... non le avevano mai dato ascolto ed era molto, molto amareggiata per questi fatti.
P.M.: Uh! Senta, le parlò di... amicizie con uomini politici?
LO JACONO R.: No, nomi no, no, parlava di uomini di potere che erano...
P.M.: Che erano?
LO JACONO R.: Conosciuti e frequentavano casa, loro erano molto ossequiati, riveriti e che invece poi avevano voltato le spalle.
P.M.: Avevano voltato le spalle.
LO JACONO R.: Si.
P.M.: Disse.
LO JACONO R.: Solo questo.
P.M.: Disse uomini di potere o indicò anche un partito o dei partiti politici?
LO JACONO R.: No, tutti gli uomini di potere. (…) Poi non posso ricordare perché sono passati tanti anni.
(…)
P.M.: Senta questi dialoghi con la signora Angela Salvo avvenivano soltanto tra voi due oppure c'erano anche altre persone presenti quando c'erano questi colloqui su questi argomenti specifici?
(…)
LO JACONO R.: No, no, no, no, parlava con me, perché non lo so, avevano simpatizzato un po’, il Sangiorgi con mio marito e la signora con me.
(…)
P.M.: Senta, Sangiorgi raccontò anche a suo marito di essere stato interrogato da magistrati di Palermo?
LO JACONO R.: Non lo so, non lo so perché mio marito non me l'ha mai riferito.
(…)
P.M.: Ho capito, quindi ritornando sul punto iniziale. Suo marito le disse che Sangiorgi gli aveva confidato esattamente che cosa?
(…)
LO JACONO R.: Che conoscevano benissimo Andreotti e che al matrimonio avevano ricevuto in regalo un vassoio d'argento.
P.M.: Da parte di chi?
LO JACONO R.: Da parte di Andreotti.
P.M.: Questo lo ricorda con certezza.
LO JACONO R.: Questo me lo ricordo bene.
(…)
BONGIORNO G.: Quanto è durata la vostra permanenza a Stresa?
LO JACONO R.: Dieci giorni.
BONGIORNO G.: Quanto è durata la permanenza a Stresa del dottore Sangiorgi e della moglie?
LO JACONO R.: Loro arrivarono dopo di noi, credo in paio di giorni dopo e non ricordo se partirono prima di noi o ... credo prima.
BONGIORNO G.: Lei è in grado di dirmi, quindi, per quanto tempo, per quanti giorni siete stati insieme a Stresa?
LO JACONO R.: Con precisione no, ma certamente perché il pacchetto di queste cure era una settimana, noi ci fermammo 10 giorni, quindi probabilmente questi signori si sono fermati per una settimana. (…) Quindi arrivando qualche giorno dopo di noi probabilmente non so se li lasciammo lì.(…) O partimmo prima noi, prima loro, non mi ricordo.
(…)
BONGIORNO G.: Ora quello che le chiedo è questo. Secondo il racconto che le fa suo marito, Sangiorgi nella medesima serata, cioè nella stessa serata gli avrebbe detto io sono Gaetano Sangiorgi e gli avrebbe pure detto Andreotti mi ha regalato questo vassoio, sono suo amico? Cioè nello stesso momento in cui si presenta? Nella stessa serata?
LO JACONO R.: Si, perché... non mi ricordo se fu la prima sera di conoscenza con queste persone o la seconda, però tornando dalla passeggiata mio marito disse: sai chi sono quei signori? Dico no, no, chi sono? E mi disse sono tizio, caio e sai che mi hanno.. mi ha detto che conoscono bene Andreotti e che... quello che ho già riferito a...
BONGIORNO G.: Si, quindi dico, che lei mi conferma che nello stesso contesto Sangiorgi si presentò e fece queste rivelazioni, nella stessa serata, nello stesso momento.
LO JACONO R.: Si.
BONGIORNO G.: Nel corso dello stesso colloquio.
LO JACONO R.: Si, nella... durante questa passeggiata.
BONGIORNO G.: Appena si presentò, si.
LO JACONO R.: Al ritorno in albergo.
BONGIORNO G.: Senta signora, lei ricorda con precisione le parole che le disse suo marito oppure oggi ci sta riferendo il contenuto del discorso che le fece, il senso del discorso che le fece?
LO JACONO R.: No, le cose più che chiare che io ricordo che mio marito disse sorpreso:sai chi sono questi signori? (…) E mi disse sono Sangiorgi e la signora Salvo. E sai che conoscono, mi ha detto che hanno conosciuto, conoscono Andreotti e che al matrimonio hanno avuto in regalo il vassoio d'argento. Il discorso finì lì.
BONGIORNO G.: Si, io le chiedo questo, suo marito le disse se il senatore Andreotti aveva partecipato a quelle nozze o se era stato invitato a quelle nozze?
LO JACONO R.: No, questo assolutamente no.
BONGIORNO G.: No, non glielo ha detto oppure no, non sa se ha partecipato?
LO JACONO R.: No, no, non ne abbiamo parlato proprio o perlomeno, anche se ha parlato io non lo ricordo. (…) E poi io sto riferendo le cose che ricordo bene.
BONGIORNO G.: Si signora, però lei nel precedente, nelle precedenti dichiarazioni che ha reso, esattamente abbiamo detto che sono quelle del 4 Marzo '97, lei ha detto: la cosa che non ricordo è se mio marito mi disse o che era stato invitato Andreotti o che aveva partecipato, come se una delle due cose l'avesse detta.
LO JACONO R.: Eh e questo io non, non lo ricordo, non lo ricordo.
BONGIORNO G.: Allora signora, lei ricorda (…) che suo marito le disse, le parlò anche se Andreotti aveva partecipato, o era stato inviato o non lo ricorda?
LO JACONO R.: No, non ricordo.
BONGIORNO G.: Va bene, andiamo avanti. Suo marito le disse dove Sangiorgi aveva conosciuto il senatore Andreotti?
LO JACONO R.: No.
BONGIORNO G.: Signora, suo marito le disse esplicitamente che Sangiorgi gli aveva detto questo oppure forse lo esprimeva con un suo pensiero in base alle cose che gli aveva detto Sangiorgi?
LO JACONO R.: No, no, no, mi disse: sai, hanno confermato che conoscono bene Andreotti.
BONGIORNO G.: Perché ha confermato?
LO JACONO R.: Come confermato?
BONGIORNO G.: In che senso ha confermato?
LO JACONO R.: Cioè mio marito disse che Sangiorgi confermò che conosceva Andreotti.
BONGIORNO G.: Si, la mia domanda è questa. Confermò in che senso, quindi già nel '93 voi eravate a conoscenza del fatto che c'era questa questione se Andreotti conoscesse o meno i Salvo?
LO JACONO R.: Credo di si, certo.
BONGIORNO G.: Crede di si o ne è sicura?
LO JACONO R.: Si, si, perché me l'ha detto.
(…)
BONGIORNO G.: Gliela dico in un altro modo. Lei ricorda se quando suo marito venne da lei quella sera e le disse: io ho appreso questo fatto, presentò questa notizia come qualche cosa di eclatante?
LO JACONO R.: E certo, sa, perché...
BONGIORNO G.: Eh e lei mi dice quindi che certamente era eclatante, ora io le chiedo. Perché era eclatante, se voi non aveste saputo che c'era in discussione il problema dei rapporti Salvo-Andreotti, non ci sarebbe stato nulla di eclatante. Ecco perché le chiedo, quindi voi eravate già a conoscenza di questa questione, cioè che c'era il problema giudiziario di stabilire i rapporti fra Salvo e Andreotti.
LO JACONO R.: Si.
BONGIORNO G.: Oh e allora le dico, se già nel '93 eravate a conoscenza di questo problema, lei perché ha aspettato il '97 per dirlo?
LO JACONO R.: Perché in quel momento non ritenevamo opportuno dirlo, man mano che il processo è andato avanti, ho ritenuto opportuno dirlo.
BONGIORNO G.: Eh signora, può spiegare le ragioni?
LO JACONO R.: Perché poi mi pare che l'anno dopo Sangiorgi fu arrestato, credo, nel '94.
BONGIORNO G.: Eh e quindi?
LO JACONO R.: Noi, il rapporto nostro finì a Stresa.
BONGIORNO G.: Si, si, io l'ho capito, la domanda è un'altra. Lei già nel '93 definisce, lei dice: queste notizie che mi dette mio marito erano eclatanti. Lei stessa mi dice per me erano eclatanti perché effettivamente appuravo una cosa che era controversa in via giudiziaria. (…) Io le chiedo, perché lei nel '93 non ritenne di riferire queste cose all'Autorità Giudiziaria o suo marito che era ancora in vita?
LO JACONO R.: Va bè, perché in quel momento non lo ritenevamo opportuno, poteva (…) E non so, era una dichiarazioni di Sangiorgi.
BONGIORNO G.: Che vuol dire era una dichiarazioni di Sangiorgi, ancora lo è.
LO JACONO R.: Era Sangiorgi e aveva confermato questo rapporto di conoscenza con Andreotti.
BONGIORNO G.: E si signora, ma lei non risponde, la mia domanda è questa: per quale ragione voi, in quel momento che già sapevate, cioè, suo marito per quale ragione non ritenne lui stesso che aveva ricevuto questa confidenza, di andarlo a riferire all'Autorità Giudiziaria.
LO JACONO R.: Mi pare che non c'era un processo in corso allora, Sangiorgi era libero. (…) Era un uomo libero, stava in albergo, non... perché dovevamo accusarlo, non lo so, che dovevamo fare?
BONGIORNO G.: Signora, se lei dice che già sapeva che c'era in questione questo problema, comunque poi eventualmente ci torniamo, per ora andiamo avanti. Quando suo marito le riferisce questa notizia eclatante, le dice anche di tenere questa notizia segreta, nascosta, oppure le dice che lei può parlarne con chiunque?
LO JACONO R.: No, no, mi riferiva, il discorso finì lì.
BONGIORNO G.: Si.
LO JACONO R.: Non aggiunse altro.
BONGIORNO G.: Non aggiunse altro.
LO JACONO R.: Nè mi disse, non mi ha mai detto non dirlo, dirlo.
BONGIORNO G.: Uh e riprendo una domanda del P.M. per farle eventualmente una contestazione o precisazione, a secondo lei come lo ricorda, cosa mi risponde. Sangiorgi disse a suo marito, per quanto a lei risulta, che un mese prima aveva reso una versione diversa dei fatti all'Autorità Giudiziaria, cioè aveva detto che non era sicuro se questo vassoio era... gliel'ha detto Sangiorgi a suo...
LO JACONO R.: Non...
BONGIORNO G.: Non?
LO JACONO R.: Non lo so.
BONGIORNO G.: E allora, io le segnalo, anzi le contesto che in data 4 Marzo 97 il P.M. le chiede: suo marito (…) le disse se Sangiorgi le aveva rilevato... rivelato di essere stato già interrogato dall'Autorità Giudiziaria di Palermo in merito al regalo? e lei risponde: credo che lui debba aver fatto qualche rivelazione a Pietro, perché si confidava molto, però non posso ricordare. Cioè qui mi dice che forse questa rivelazione gliel'aveva fatta..
LO JACONO R.: No, no, non ricordo assolutamente di aver detto... mi vuole, mi vuole rileggere?
BONGIORNO G.: Si. Credo... sono le sue parole queste, credo che lui debba aver fatto qualche rivelazione a Pietro, perché si confidava molto, però io non posso ricordare.
LO JACONO R.: No, io non posso ricordare, so che mio marito...
BONGIORNO G.: Ma crede di si o di no? Cioè che cosa intendeva dire anzi senza...
LO JACONO R.: No, non ricordo assolutamente.
(…)
BONGIORNO G.: Senta, sempre andando avanti. Suo marito le disse se Sangiorgi gli aveva detto che ufficialmente quella notizia lui l'avrebbe negata? Anche rispetto al gruppo di persone che erano lì a Stresa?
LO JACONO R.: No.
BONGIORNO G.: No. Nè Sangiorgi disse a suo marito che quel vassoio lo aveva occultato, lo aveva nascosto?
LO JACONO R.: No, no, no, no.
BONGIORNO G.: Quante volte lei e suo marito avete discusso di queste notizie che lei mi sta dicendo così eclatanti?
LO JACONO R.: Mai, solamente mi è stata riferita quella sera e basta.
BONGIORNO G.: E non siete più tornati su quell'argomento.
LO JACONO R.: Mai.
BONGIORNO G.: Il dottor Sangiorgi in sua presenza ha mai parlato di questa conoscenza con Andreotti, del vassoio?
LO JACONO R.: No.
BONGIORNO G.: Lei però entrò in confidenza con la moglie, signora Salvo.
LO JACONO R.: Si, si, ma come, come succede discorsi tra donne che si incontrano in un albergo e si parla di...
(…)
BONGIORNO G.: Lei ha mai chiesto alla signora Salvo una conferma e cioè quindi tu mi dici che è vero, hanno effettivamente regalato questo vassoio d'argento.
LO JACONO R.: No, no.
BONGIORNO G.: Non glielo ha chiesto.
LO JACONO R.: No.
BONGIORNO G.: Nè la signora ritenne di dirglielo.
LO JACONO R.: L'unica confidenza della signora è stato questo suo malessere, questo rammarico di essere stata abbandonata. (…) Non, non abbiamo mai parlato di altro.
BONGIORNO G.: Quando la signora si lamentava dicendo ci hanno abbandonato tutti, diceva anche ci ha abbandonato persino Andreotti che ci ha regalato il vassoio d'argento?
LO JACONO R.: No, no, no, no, non faceva nomi.
(…)
AVV. SBACCHI: Signora, mi scusi, lei sta seguendo le vicende giudiziarie di questo processo?
LO JACONO R.: Che cosa?
AVV. SBACCHI: Sta seguendo le vicende giudiziarie del processo contro il senatore Andreotti?
LO JACONO R.: Si, grosso modo, sui giornali, certo.
AVV. SBACCHI: Si, quindi lei si documenta normalmente.
LO JACONO R.: Bè, si.
(…)
AVV. SBACCHI: Che sapeva del processo contro il senatore Andreotti nell'anno 1993, prima di incontrare i signori Salvo, i signori Sangiorgi.
LO JACONO R.: No, no, prima di, di, di incontrare i signori Sangiorgi e Salvo non.. no.
AVV. SBACCHI: Signora lei non ricorda richieste di autorizzazione a procedere contro il senatore Andreotti?
(…)
LO JACONO R.: No.
(…)
AVV. SBACCHI: Signora mi scusi, proseguendo nella domanda, perché allora riteneva eclatanti le rivelazioni di Sangiorgi a suo marito?
LO JACONO R.: Perché grosso modo la storia si sapeva.
AVV. SBACCHI: Allora lei conosceva la storia.
LO JACONO R.: Grosso modo si.
(…)
AVV. SBACCHI: Si. Signora, senta a proposito, quindi, della vicenda come si è evoluta. Quando cominciò il processo Andreotti, lei ha avuto modo di riparlare, perché ho appreso che è deceduto nel '95, ha avuto modo di riparlare con suo marito di questa vicenda con i Salvo, eh, Sangiorgi?
LO JACONO R.: No, l'unico momento in cui...
AVV. SBACCHI: Si.
LO JACONO R.: No che parlammo, quando fu arrestato mi... ci sorprendemmo tutti e due dell'arresto di Sangiorgi.
AVV. SBACCHI: Quindi l'unico fatto è questo, quindi non si è tornato a parlare del processo sul senatore Andreotti.
LO JACONO R.: No, no, no, non parlammo.
(…)
AVV. SBACCHI: (…) Signora io torno a farle una domanda che le è stata fatta, mi perdonerà. Perché lei si è risoluta a dichiarare questi fatti dopo oltre 4 anni o quasi 4 anni, per essere più corretto.
LO JACONO R.: Perché credo che adesso sia entrato un po’ nel vivo il processo e c'è un articolo di Repubblica, dei primi di Marzo, dove c'è il resoconto di un'udienza. (…) Eh, è quella che mi ha lasciata un po’ sorpresa. (…) La dichiarazione di Sangiorgi il quale ha detto: non è vero che io ho conosciuto Andreotti, ma sono stati i giudici a spingermi.... Questo è stato riportato su Repubblica.
(…)
AVV. SBACCHI: Oh, signora, la vicenda Andreotti, mi perdoni, la domanda è un'altra. La vicenda Andreotti lei la conosceva, non riteneva suo dovere di coscienza, da cittadino quale lei ha detto di essere.
LO JACONO R.: Allora...
AVV. SBACCHI: Corretto, di andare a dire le cose che ha detto oggi?
LO JACONO R.: Allora no.
AVV. SBACCHI: Allora no.
LO JACONO R.: Però quando ho cominciato a sentire e... dichiarazioni smentite, smentite, dichiarazioni, ho detto io posso dare un piccolo contributo.
AVV. SBACCHI: Si.
LO JACONO R.: E lo do. Tutto qua.
AVV. SBACCHI: Signora, un'altra domanda. La signora Salvo con la quale lei è entrata in confidenza, intendo per signora Salvo la moglie di Sangiorgi, esattamente che le disse? Scusi se è ripetitiva o può essere ripetitiva la domanda. La signora Salvo, moglie di Sangiorgi che cosa le disse in questi giorni che siete stati assieme?
LO JACONO R.: quando?
AVV. SBACCHI: Nel '93 a Stresa, signora.
LO JACONO R.: Niente, l'ho detto, si parlava del più e del meno, l'unica dichiarazione che mi fece è questo rammarico, è questo dolore di aver, di non aver potuto assistere il padre in carcere. (…) Perché nessuno le aveva dato questa possibilità.
(…)
AVV. SBACCHI: Lei sa che invece il dottore Salvo non è morto in carcere, bensì è morto in clinica, in Svizzera, assistito dai familiari, perché era stato messo fuori?
LO JACONO R.: A me mi disse, mi disse che è morto in carcere, di cancro e tutto qua.
Dalla suesposta deposizione si desume quindi che la teste apprese dal marito che il Sangiorgi gli aveva confermato due circostanze di sicuro rilievo ai fini della prova dei rapporti intercorsi con il sen. Andreotti: la conoscenza del medesimo esponente politico e la ricezione di un suo regalo nuziale consistente in un vassoio d’argento.
In proposito, è appena il caso di osservare che lo stesso tenore letterale del discorso con cui il La Forgia espose alla moglie le informazioni fornitegli dal Sangiorgi ("che conoscevano benissimo Andreotti e che al matrimonio avevano ricevuto in regalo un vassoio d'argento") denota senza possibilità di dubbio che il rapporto di conoscenza, e la conseguente ricezione del dono, erano riferibili non al Sangiorgi individualmente considerato, bensì alla famiglia formatasi a seguito del suo matrimonio con Angela Salvo; è, del resto, perfettamente logico che il Sangiorgi, collegato da stretti vincoli personali ed economici alla famiglia della moglie, parlando con altre persone riconnettesse anche a se stesso l’intenso legame instaurato con il sen. Andreotti da alcuni dei prossimi congiunti di Angela Salvo.
Il fatto che il Sangiorgi abbia confidato circostanze di tale importanza a persone appena conosciute non può stupire, se si tiene conto delle peculiari connotazioni caratteriali del medesimo soggetto, incline alla loquacità ed incapace di assumere un costante atteggiamento di riservatezza nelle normali vicende della vita di relazione anche in ordine ad argomenti di notevole delicatezza coinvolgenti i suoi rapporti con esponenti di "Cosa Nostra".
Sul punto, sono significative le seguenti osservazioni formulate da Giovanni Brusca all’udienza del 30 luglio 1997:
BRUSCA G.: GAETANO SANGIORGI, che l'ho scoperto nell'ultimo periodo, un po' chiacchierone.
P.M. SCARPIN.: Che vuol dire un poco chiacchierone?
BRUSCA G.: Che si vantava, si vantava, un po'... noi lo chiamavamo un po' pazzo, un po' vanitoso, cioè non era una persona... anche se buono d'animo, però aveva tutti questi... questi, diciamo, attributi, aggettivi, chiamiamoli come si volevano, verso GAETANO SANGIORGI.
P.M. SCARPIN.: Cioè GAETANO SANGIORGI era un uomo d'onore riservato, nel senso che sapeva tenere i segreti?
BRUSCA G.: No, completamente o perlomeno quelli di un certo livello li... ipoteticamente li doveva tenere riservati, ma poi scoprivamo invece che lui parlava a ruota libera.
P.M. SCARPIN.: Ci può fare degli esempi di quando avete scoperto che GAETANO SANGIORGI era uno che parlava a ruota libera?
BRUSCA G.: Per esempio lui se ne andava con il... se ne andava a MAZARA e faceva capire la luna...
PRESIDENTE: Faceva?
BRUSCA G.: Capire la luna.
P.M. SCARPIN.: Che vuol dire, scusi?
BRUSCA G.: Che doveva... che doveva fare uscire soldi a suo cognato per farli avere ai mazaresi, gli ha regalato infatti qualche 50 milioni, non so se di tasca sua o tramite i cognati, poi parlava con il cugino... il cugino o cognato, ma credo cugino, un certo... questo è un rappresentante, uno che aveva farmacia, aveva a che fare con farmacia...
P.M. SCARPIN.: SIRCHIA per caso?
BRUSCA G.: SIRCHIA, sì. Cugino credo che sia, aveva a che fare con farmacie, si ci andava a vantare che lui aveva... si vedeva con me, parlava con me...
P.M. SCARPIN.: Scusi, ma questo SIRCHIA è un uomo d'onore?
BRUSCA G.: No.
P.M. SCARPIN.: E com'è che SANGIORGI, uomo d'onore, si andava a vantare con SIRCHIA, che è un farmacista, del fatto che si incontrava con lei BRUSCA, uomo d'onore? Mi faccia capire.
BRUSCA G.: No, perché il SIRCHIA, tramite il cugino, cioè il SIRCHIA tramite lo zio IGNAZIO SALVO doveva fare avere una farmacia a mio fratello, tramite concorso, al che il GAETANO SANGIORGI, quando viene a conoscenza, va dal cugino, credo che siano cugini e gli va a fare premura per dire ti devi spicciare, muoviti per questa cosa, non te lo dimenticare, il progetto lo dobbiamo sempre portare avanti, cioè lo dobbiamo sempre portare avanti, ne che per quanto non c'è più lo zio ti devi dimenticare di questo fatto e quindi... senza che nessuno lo aveva autorizzato. Poi veniva da me e dice "ma c'è questo fatto?" Gli ho detto sì. Dice io a mio cugino l'ho massacrato di parole in maniera che si svegliasse.
Dalle dichiarazioni rese all’udienza del 22 aprile 1997 dal collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori si evince che altri esponenti di vertice di "Cosa Nostra", preoccupati per la mancanza di riservatezza del Sangiorgi, avevano progettato di ucciderlo. Al riguardo, il Sinacori ha affermato:
"siccome nei primi del '94, nei primissimi del '94, il ricordo che mi viene adesso è che io ho avuto un incontro con il MATTEO MESSINA DENARO a PALERMO, per problemi nostri, e in quell'occasione il MATTEO MESSINA DENARO mi disse che... che a lui avevano detto, LEOLUCA BAGARELLA, che volevano uccidere a TANI SANGIORGI, e mi aveva detto MATTEO a me, mi aveva detto, dice: "se viene TANI, tenitillo", "tenitillo" nel senso… "uccidilo". Io, siccome non vedevo il motivo perché dovevo uccidere TANI SANGIORGI, gli ho detto: "MATTEO vedi che… perché lo dobbiamo uccidere?", lui mi dice che lo dovevamo uccidere… no, perché anche lui non era d'accordo ad uccidere, erano i palermitani che, mi dice MATTEO, i palermitani, siccome si spaventavano che avevano dato delle confidenze a TANI, un pochettino delicate, adesso si preoccupavano… siccome già si era pentito, SANTINO DI MATTEO e LA BARBERA, loro si preoccupavano che ci poteva essere qualche mandato di cattura per TANI… per TANI SANGIORGI, e siccome loro non avevano fiducia, non avevano più fiducia in TANI SANGIORGI, dice, dice… e ci dissi: "ma così, a tutti possiamo uccidere noi, per questo motivo, io se viene non lo faccio, se lo fanno loro", MATTEO dice: "allora, fai finta di niente" e così è stato. Poi, fortunatamente per TANI, l'hanno arrestato perché TANI già era morto, (…) cioè i palermitani lo uccidevano a TANI (…) a me, personalmente, la richiesta perviene da MATTEO MESSINA DENARO, però, il MATTEO MESSINA DENARO mi dice che glielo dice a lui il LEOLUCA BAGARELLA; (…) non ricordo (…) se mi disse pure (…) GIOVANNI BRUSCA".
Il collaborante ha chiarito che la preoccupazione degli esponenti mafiosi palermitani si riferiva alle notizie di cui il Sangiorgi era in possesso con riguardo all’omicidio di Ignazio Salvo ed al tentato omicidio dell’on. Claudio Martelli.
Alla luce dei suesposti elementi di convincimento, non appare per nulla inverosimile che il Sangiorgi abbia parlato di un argomento assai delicato con una persona che, sebbene appena conosciuta, aveva stabilito con lui un rapporto di simpatia e confidenza.
Risultano, poi, perfettamente comprensibili le ragioni che avevano indotto i coniugi La Forgia a non rivolgersi all’autorità giudiziaria nel periodo immediatamente successivo all’incontro con il Sangiorgi.
Sul punto, occorre infatti premettere che, per il La Forgia, una forte remora poteva essere costituita dalla consapevolezza che, se avesse deciso di riferire al P.M. le circostanze comunicategli dal Sangiorgi, avrebbe tradito la fiducia di una persona che gli aveva fatto simili confidenze in virtù di un rapporto estemporaneo ma improntato a cordialità e simpatia.
Né può trascurarsi di considerare che il La Forgia sarebbe rimasto esposto sia ad una probabile smentita da parte della sua fonte di riferimento, sia alle eventuali critiche di avversari politici che avrebbero potuto accusarlo di voler strumentalizzare, in vista delle sue aspirazioni politiche, la deposizione resa in un procedimento penale necessariamente destinato ad un’ampia notorietà.
Non meno comprensibile è il motivo che ha indotto la Lo Jacono, alcuni anni dopo, a troncare ogni esitazione e ad offrire all’autorità giudiziaria il proprio contributo conoscitivo; è, infatti, perfettamente naturale che la teste sia stata colta da un moto di indignazione (ed abbia quindi assunto una ferma e netta risoluzione di collaborare pienamente con la giustizia) alla notizia che il Sangiorgi negava in sede dibattimentale quanto aveva precedentemente confidato nell’ambito di un rapporto di conoscenza privata, e, per giunta, accusava i rappresentanti dell’Ufficio del Pubblico Ministero di averlo spinto a rendere determinate dichiarazioni.
In proposito, deve rilevarsi che la decisione della Lo Jacono di rivolgersi al Pubblico Ministero presso il Tribunale di Bari è stata attuata pochi giorni dopo l’udienza svoltasi il 28 febbraio 1997 davanti alla Corte di Assise di Perugia nell’ambito del processo per l’omicidio di Carmine Pecorelli, nella quale il Sangiorgi aveva tenuto il contegno descritto dalla teste (arrivando addirittura ad affermare, con riferimento al verbale delle dichiarazioni rese il 21 luglio 1993 davanti al P.M. di Palermo: "questo verbale è il frutto di una mia collaborazione forzata con i Procuratori per il fatto che mi era stato richiesto in maniera esplicita di parlare e di dire qualcosa su Andreotti", e sostenendo, in modo assolutamente inverosimile, di avere riferito al P.M. quanto segue: "senta Dottor Natoli, io non conosco Andreotti, io non ho assolutamente nulla da dirla, sono a sua completa disposizione, lei può scrivere tutto quello che vuole, io le firmo tutto quello che vuole, io le dico tutto quello che so purché lei mi lasci andare e mi faccia tornare a casa tranquillo").
Deve inoltre osservarsi che le motivazioni della scelta collaborativa della Lo Jacono non possono in alcun modo ricollegarsi a suoi interessi personali ovvero a vantaggi di qualsiasi genere.
Quanto all’attendibilità della notizia riferita dalla teste, occorre premettere che resterebbe assolutamente inspiegabile l’assunzione, da parte del marito avv. La Forgia, di un atteggiamento mendace nei suoi confronti, non ravvisandosi alcun motivo che potesse indurlo a fornire alla moglie una falsa ricostruzione del contenuto delle confidenze fattegli dal Sangiorgi.
Né può ritenersi che la teste abbia percepito inesattamente le parole del coniuge, poiché le difficoltà uditive (peraltro non gravi) che la stessa ha manifestato, se presenti anche all’epoca del colloquio, dovevano essere ben note al La Forgia, il quale, conseguentemente, doveva certamente utilizzare il tono di voce più adatto a farsi comprendere dalla moglie quando voleva comunicarle qualcosa di importante.
Va altresì osservato che la teste ha mostrato di serbare un ricordo assai preciso del racconto fattole dal coniuge; è, del resto, perfettamente logico che le circostanze riferite la abbiano colpita, ingenerando in lei la convinzione di essere a conoscenza della verità su una vicenda che formava oggetto di controversia in un procedimento penale di notevole rilevanza e diffusa notorietà.
La teste ha mostrato di avere nettamente distinto, nella propria memoria, le circostanze che formavano oggetto del racconto de relato del marito dalle vicende a lei esposte dalla sig.ra Angela Salvo. Si tratta di ricordi assolutamente indipendenti ed insuscettibili di influenze reciproche.
Tra le vicende riferite alla Lo Jacono da Angela Salvo, qualcuna appare non rispondente al vero. Ciò deve dirsi, in particolare, per l’affermazione secondo cui Antonino Salvo sarebbe morto in carcere. Deve, tuttavia, osservarsi che Angela Salvo aveva un preciso interesse a colorare il proprio racconto di particolari idonei a suscitare nell’interlocutrice un sentimento di compassione, per rafforzare il rapporto personale sorto tra di loro nel corso del soggiorno a Stresa.
La credibilità di quanto confidato dal Sangiorgi al La Forgia trova, invece, un sicuro supporto nell’assoluto disinteresse della fonte di riferimento. Non si vede, infatti, quale vantaggio potesse trarre il Sangiorgi dalla narrazione ad altri di un episodio come quello del regalo inviatogli dal sen. Andreotti, tanto più che egli aveva già reso, sul punto, dichiarazioni difformi all’autorità giudiziaria. E’ dunque ragionevole ritenere che, nel caso in esame, nel Sangiorgi l’estroversione, la loquacità, e la connessa incapacità di mantenere riservate talune vicende assai delicate di cui era a conoscenza, abbiano prevalso sulla rappresentazione dei rischi cui il medesimo andava incontro comunicando ad altre persone il reale svolgimento di fatti che egli in precedenza aveva ricostruito in termini diversi davanti agli inquirenti.
Del resto, il Sangiorgi ha assunto, in altre circostanze, un contegno del tutto analogo, come si evince dalle deposizioni dei collaboratori di giustizia Gioacchino Pennino e Vincenzo Sinacori.
Il Pennino all’udienza del 15 dicembre 1995, dopo avere specificato di avere incontrato nel 1980 i cugini Salvo, i quali gli furono ritualmente presentati come "uomini d’onore" e gli chiesero di fornire suggerimenti tecnici al Sangiorgi che aveva aperto un laboratorio di analisi, ha precisato che anche il Sangiorgi gli fu presentato ritualmente nel 1981 nel corso di un incontro presso gli uffici di Antonino Salvo, ha evidenziato di avere instaurato rapporti cordiali e frequenti con i Salvo e di avere intrattenuto con il Sangiorgi "rapporti professionali gradevoli" che si erano sviluppati anche sul piano personale, ed ha dichiarato quanto segue:
P.M. SCARP.: (…) ci sono stati incontri con i cugini SALVO, con altri della famiglia, successivamente all'87?
PENNINO G.: sì, con TANI SANGIORGI.
P.M. SCARP.: vuole raccontare?
P.M. SCARP (rectius PENNINO: n.d.e.):
io senta mi sono incontrato con TANI, anche perché svolgeva la mia stessa attività, eravamo in buoni rapporti e, sopratutto questi incontri maturarono nel '93 quando io avevo lasciato già la mia attività professionale, perché lavorando mi era difficile a comunicare, e mi recavo spesso in centro a passeggiare. Mi sono recato alcune volte in... presso il suo studio che era sito in VIA PRINCIPE di BELMONTE e parlando dei nostri problemi professionali perché allora la nostra attività era nell'occhio del ciclone, c'erano problemi. Fra le altre cose lui mi ebbe a dire... mi ebbe a dire che, verso il novembre, che la D.I.A. aveva fatto una perquisizione a casa sua e cercava un regalo che gli avrebbe fatto... gli avrebbe fatto l'On. ANDREOTTI nel caso del suo matrimonio allora. Anzi mi disse che lui l'aveva imboscato, l'aveva nascosto. Si trattava di un vassoio e lui indicava che era grande così con le braccia, era grande e l'ho imboscata, io onestamente siccome lo volevo bene, e..., gli dissi: "ma perché tu ti devi nemicare questa gente? Perché non gliene dai..." insomma che ti interessa di ANDREOTTI, non devi dare nessuna risposta, completamente, assolutamente.
P.M. SCARP.: dottore le disse SANGIORGI di che materiale era quel vassoio?
PENNINO G.: un vassoio d'argento.
(…)
AVV. SBACCHI: senta, lei poc'anzi nel corso del suo esame ha detto di avere incontrato TANI SANGIORGI, cito pressoché testualmente il nome, ha detto di averlo incontrare in un certo nel corso del dialogo, lei avrebbe detto: "perché devi metterti contro costoro", in riferimento al fatto che SANGIORGI aveva nascosto qualcosa.
PENNINO G.: sì sì.
AVV. SBACCHI: ecco, a chi intendeva riferirsi? Quando dice contro costoro?
PENNINO G.: alla DIA.
AVV. SBACCHI: alla DIA.
PENNINO G.: sì, perché lui mi aveva detto che aveva avuto una perquisizione alla DIA.
AVV. SBACCHI: contro costoro, e che timori doveva avere SANGIORGI in que...
PENNINO G.: timori...
AVV. SBACCHI: cioè, perché doveva mettersi contro, cioè che complicazione avrebbe avuto?
PENNINO G.: perché non gli faceva avere il piatto, e invece di inimicarseli l'aveva nascosto.
AVV. SBACCHI: ah, si trattava di inimicarsi quindi con le Forze dell'Ordine.
PENNINO G.: certo
Dalle dichiarazioni del Pennino si evince, dunque, che intorno al mese di novembre 1993 il Sangiorgi gli riferì di avere nascosto il vassoio d’argento regalatogli dal sen. Andreotti in occasione del suo matrimonio, aggiungendo che per la ricerca di questo oggetto era stata eseguita, nei suoi confronti, una perquisizione domiciliare ad opera di personale della D.I.A..
Le suesposte circostanze riferite dal Pennino trovano univoco e puntuale riscontro nella deposizione resa all’udienza del 22 aprile 1997 dal collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori.
Il Sinacori ha riferito di avere partecipato, unitamente auest’ultd Andrea Manciaracina (nella loro qualità di "reggenti" del "mandamento" di Mazara del Vallo), intorno alla fine del 1993, ad una riunione di esponenti mafiosi della provincia di Trapani (tra cui il capo del "mandamento" di Castelvetrano Matteo Messina Denaro, il capo del "mandamento" di Trapani Vincenzo Virga, un rappresentante del "mandamento" di Alcamo, e tutti i componenti della "famiglia" di Salemi, capeggiata da Gaspare Casciolo), organizzata in un fondo rustico sito in territorio di Salemi per dirimere alcuni contrasti di natura economica insorti tra Gaetano Sangiorgi ed Antonio Salvo (nipote di Ignazio Salvo), entrambi "uomini d’onore" della "famiglia" di Salemi.
Dopo la fine della riunione il Sangiorgi, appartatosi con il Sinacori e con il Messina Denaro, riferì di avere subito, alcuni mesi prima, una perquisizione tendente alla ricerca di un vassoio che però non avrebbe potuto essere trovato in quanto egli lo aveva fatto scomparire; si trattava del vassoio regalatogli dal sen. Andreotti in occasione delle sue nozze. Il Sangiorgi aggiunse che "questo processo se lo era cercato Andreotti", al quale sarebbe bastato ammettere il suo rapporto di conoscenza – effettivamente esistito – con i cugini Salvo per evitare di essere sottoposto al procedimento penale.
Le dichiarazioni rese sull’argomento dal collaborante sono di seguito riportate:
SINACORI V.: (…) Quando finì la riunione, ci appartammo io, (…) TANI SANGIORGI e MATTEO MESSINA DENARO e... e TANI, siccome già noi ne avevamo parlato con TANI che... il TANI si lamentava dell'ANTONIO che si... che era... diceva che era un carabiniere, che era tinto, lui diceva che... voleva... ci disse, dice: "è cosa da ammazzarlo, uccidiamolo", il TANI SANGIORGI ci dice a me e a MATTE' dice: "perché non lo ammazziamo a 'sto ANTONIO SALVO - dice - in SVIZZERA ci sono 200.000.000.000 (duecentomiliardi) in nero, e ce ne fossero per tutti". Ci dissi: "TANI lasciamo stare, non sono discorsi da fare qua", anche perché il... l'ANTONIO, aveva un protettore che era GIOVANNI BRUSCA (…) Allora, mettendoci da parte con TANI, ci diceva... prima ci dice questo fatto che ci sono questi soldi in SVIZZERA, lui parlava di 200.000.000.000 (duecentomiliardi) in nero, addirittura, che erano (…) della "famiglia" SALVO, lui... ce ne erano per tutti là.
P.M. NATOLI: per ""famiglia" SALVO", ci faccia capire, a chi intende riferirsi?
SINACORI V.: ad IGNAZIO e NINO, i cugini (…) e in quella occasione, siccome lui era stato oggetto di una perquisizione... da parte non lo so, della D.I.A, non lo so da chi, lo disse però non mi ricordo adesso da chi. E... si lamentava (...) con il Senatore ANDREOTTI, e il Senatore ANDREOTTI nel senso che, lui diceva che questo... se ANDREOTTI avrebbe ammesso la conoscenza che effettivamente aveva con... con IGNAZIO e con NINO, dice: "queste... queste cose non sarebbero successe", nel senso di perquisizione, che erano tutti stati... tutti chiamati, i parenti dei SALVO, che erano tutti stati... ormai erano messi nell'occhio del ciclone. Lui si è lamentato di questo fatto, questo...
P.M. NATOLI: quindi, cerchiamo un attimo di vivisezionare questo suo ricordo. Quindi fa riferimento ad una perquisizione, e poi lei ha detto: al perché, cioè al perché, al fatto che il Senatore ANDREOTTI conosceva effettivamente...
SINACORI V.: sì.
P.M. NATOLI: ...NINO ed IGNAZIO SALVO.
SINACORI V.: sì, lui disse pure che (…) l'oggetto della perquisizione era che cercavano un vassoio d'argento che armai non poteva più trovare, perché lui lo aveva fatto scomparire.
P.M. NATOLI: lui...
SINACORI V.: lui TANI...
P.M. NATOLI: TANI.
SINACORI V.: TANI, che non lo potevano più trovare perché... io pensai che l'avevano sciolto, squagliato, però lui ha detto che lo avevano fatto scomparire.
P.M. NATOLI: lo avevano fatto o l...
SINACORI V.: lo aveva fatto scomparire.
P.M. NATOLI: lo aveva fatto scomparire...
SINACORI V.: scomparire...
P.M. NATOLI: ...SANGIORGI?
SINACORI V.: sì, il TANI, sì.
P.M. NATOLI: e che cosa c'entrava questo vassoio di argento con...
SINACORI V.: no, perché lui disse...
P.M. NATOLI: ...il Senatore ANDREOTTI?
SINACORI V.: perché questo vassoio d'argento glielo aveva regolato il giorno... quando si sono sposati lui con sua moglie, glielo aveva regolato il Senatore ANDREOTTI.
P.M. NATOLI: Signor SINACORI, un attimo il passaggio è importante, quindi lei deve fare appello alla sua memoria, se ne ha. Che cosa esattamente le dice nel corso di questa riunione GAETANO SANGIORGI? Cerchi di sforzarsi nel richiamare alla sua memoria le parole di SANGIORGI.
SINACORI V.: le parole di SANGIORGI sono state, che siccome lui si lamentava che già erano nell'occhio del ciclone, nel senso che già erano stati oggetti di perquisizione. L'oggetto della perquisizione era che cercavano un riscontro contro ANDREOTTI, e... di questo... di un vassoio di argento che ANDREO... che il Senatore ANDREOTTI aveva regalato a loro quando si sono sposati... e che per... e che... che dice: "lo potevano... potevano cercare chissà quanto, ormai non lo possono più trovare". E che lo aveva fatto scomparire, queste sono le parole di TANI SANGIORGI.
P.M. NATOLI: e che cosa le dice a proposito del rapporto di conoscenza tra il Senatore ANDREOTTI ed i cugini SALVO?
SINACORI V.: mi dice che se ANDREOTTI, cioè mi dice che se... che questo processo se lo era cercato ANDREOTTI, perché bastava dire ANDREOTTI che conosceva i SALVO, non gli potevano... che ci conosceva come effettivamente ci conosceva, che non ci potevano fare niente.
P.M. NATOLI: quindi le parole che ha usato è stato dice: "bastava che avesse ammesso il rapporto..."...
SINACORI V.: la sua conoscenza...
P.M. NATOLI: ..."di conoscenza, visto che ci conoscevamo..."...
SINACORI V.: sì.
P.M. NATOLI: ..."... per evitare". Quindi le parole furono...
SINACORI V.: per evitare il processo...
P.M. NATOLI: ...le parole furono queste.
SINACORI V.: le parole furono queste sì.
P.M. NATOLI: o il concetto è questo...
SINACORI V.: no, no.
P.M. NATOLI: ...e le parole furono altre?
SINACORI V.: no, le parole furono queste, e... questo è per quanto riguarda TANI SANGIORGI, siccome poi le stesse...
P.M. NATOLI: no, no, siamo fermi a TANI SANGIORGI, non passiamo ad altro perché complichiamo la ricostruzione dei fatti. Quindi sempre in questo incontro, sul vassoio che cosa dice esattamente TANI SANGIORGI?
SINACORI V.: esattamente dice che l'ha fatto...
P.M. NATOLI: e sulla perquisizione, quindi TANI SANGIORGI era stato oggetto di una perquisizione?
SINACORI V.: sì.
P.M. NATOLI: le dice quando era avvenuta questa perquisizione?
SINACORI V.: qualche mese prima, non lo so di preciso.
P.M. NATOLI: qualche mese prima.
SINACORI V.: qualche mese prima di questo incontro.
P.M. NATOLI: di questo incontro che...
SINACORI V.: che c'erano venuti articoli sul giornale, che si parlava di loro, fotografie di sua moglie... e lui era arrabbiato sopratutto per il fatto di sua moglie che era messa così...
P.M. NATOLI: dopo di che, il passaggio successivo, cioè questo vassoio, continui lei perché...
SINACORI V.: sì. Questo vassoio lui diceva che cercavano questo vassoio, però che ormai non lo potevano più trovare perché lo aveva fatto scomparire.
P.M. NATOLI: quindi il verbo che lui usa è "l'avevo fatto scomparire"...
SINACORI V.: lo avevo fatto scomparire.
P.M. NATOLI: quindi è lei, cioè che poi... ho sentito parlare di scioglimento...
SINACORI V.: sì, sì, questa è una cosa che penso io, perché farlo scomparire secondo me lo ha sciolto.
P.M. NATOLI: cioè non...
SINACORI V.: è una mia deduzione.
P.M. NATOLI: una sua deduzione. Ma lui dice: "scomparire".
SINACORI V.: scomparire.
Le dichiarazioni del Pennino e del Sinacori convergono quindi nell’affermare che il Sangiorgi riferì a ciascuno di essi (in due contesti del tutto differenti) di avere occultato il vassoio inviatogli dal sen. Andreotti come dono nuziale.
L’adozione di questa cautela da parte del Sangiorgi appare conforme al contegno tenuto da tutti i familiari dei cugini Salvo, i quali hanno evitato di fornire approfondite precisazioni sui rapporti precedentemente intrattenuti con esponenti politici (sull’argomento, si vedano le osservazioni formulate nel paragrafo 9).
Non può stupire che il Sangiorgi abbia fatto seguire all’occultamento del vassoio la rivelazione della ricezione del dono nuziale non solo ad "uomini d’onore", ma anche ad un soggetto estraneo all’illecito sodalizio e conosciuto da brevissimo tempo, come il La Forgia. Un simile contegno è coerente con la particolare e complessa personalità del Sangiorgi, il quale appare dotato di alcune caratteristiche tradizionalmente proprie del mafioso (come il rifiuto di collaborare apertamente con l’autorità giudiziaria e la disponibilità a commettere efferati delitti), ma non di altre, come la piena riservatezza sulle questioni destinate a rimanere assolutamente segrete.
La circostanza che il Sangiorgi abbia riferito al Pennino ed al Sinacori di essere stato destinatario di una perquisizione, senza però menzionare questa iniziativa giudiziaria quando aveva parlato con il La Forgia, si spiega sulla base del rilievo che tale argomento rivestiva interesse soltanto per i predetti "uomini d’onore" (per i quali era estremamente importante conoscere nel modo più completo possibile le linee d’azione degli organi investigativi), ma non anche per il Sindaco di Bari, che anzi avrebbe potuto assumere un atteggiamento di distacco e di diffidenza se avesse appreso che il suo interlocutore era stato oggetto di penetranti attività di indagine.
In merito alla credibilità dei suddetti collaboranti, può sicuramente formularsi un giudizio positivo, tenuto conto della loro personalità, del loro grado di conoscenza della materia riferita, della posizione da essi precedentemente assunta all’interno dell’organizzazione criminale, delle ragioni che li hanno indotti alla collaborazione con la giustizia, del loro disinteresse, della mancanza di qualsiasi movente calunniatorio, e delle modalità di esternazione delle loro dichiarazioni.
L’affiliazione del Pennino a "Cosa Nostra" trova riscontro nelle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Giovanni Drago (che all’udienza dell’11 marzo 1997 ha specificato: "il Dottor PENNINO GIOACCHINO è uomo d'onore della "famiglia" di BRANCACCIO") e Tullio Cannella (il quale all’udienza del 18 giugno 1996 ha indicato il Pennino "quale personaggio che da tutti aveva stima, aveva rispetto perchè sapevamo e si sapeva quella che era il suo ruolo anche all'interno dell'organizzazione Cosa Nostra").
Dalla deposizione resa dal teste Ten. Col. Domenico Pomi (in servizio presso la D.I.A.) all’udienza del 5 dicembre 1995 si desume che il Pennino, laureatosi giovanissimo, conseguì l’abilitazione all’esercizio della professione medica nel marzo 1963, svolse una rilevante attività professionale (prima come assistente presso l'Ospedale Civico di Palermo, e successivamente come funzionario dell'INAM - dove ricoprì gli incarichi di dirigente del Poliambulatorio della Gancia, di capo reparto del settore prestazioni mediche generiche per la provincia di Palermo, di Ispettore Sanitario per la provincia di Palermo – nonché come consulente medico legale dell'INAS e come medico di fiducia dell'Ente Sviluppo Agricolo), e divenne titolare di due laboratori di analisi.
Il Pennino assunse un ruolo abbastanza rilevante anche all’interno della Democrazia Cristiana: nel 1977 aderì al gruppo facente capo al Ciancimino, dal 1978 al 1980 fu segretario della sezione di Ciaculli, nel 1982 divenne commissario della sezione di Settecannoli, nel febbraio 1983 si staccò dal gruppo del Ciancimino, aderì quindi alla corrente di base e poi alla corrente dorotea, nel 1984 partecipò quale delegato al congresso nazionale della Democrazia Cristiana. Egli, inoltre, negli anni 1985-1987 divenne segretario provinciale e regionale della CISL-medici e negli anni ’80 ricoprì la carica di vice-responsabile provinciale della sanità di Palermo per la Democrazia Cristiana.
Sin da giovane, il Pennino iniziò a frequentare il Circolo della Stampa (con sede a Palermo in Piazza Verdi), dove entrò in contatto con elementi di spicco della borghesia e della nobiltà palermitana, ma anche con personaggi di grosso spessore criminale tra cui Tommaso Buscetta.
Il teste ha chiarito anche che la famiglia del Pennino presentava rilevanti connotazioni mafiose, essendo emersi precisi legami tra il nonno, lo zio ed il padre del collaborante e l’illecito sodalizio.
Intorno alla fine degli anni ’70 il Pennino fu affiliato alla cosca mafiosa di Brancaccio.
Il Pennino, raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare emessa il 1° febbraio 1994 per i reati di cui agli artt. 416 e 416 bis c.p., in data 8 marzo 1994 fu arrestato a Novigrad, in Croazia. L’estradizione in Italia venne concessa esclusivamente per il reato previsto dall’art. 416 c.p., ma il Pennino in data 30 agosto 1994 accettò di rispondere anche per il delitto di associazione di tipo mafioso, precludendosi la possibilità di essere scarcerato dopo pochi giorni per decorrenza dei termini di custodia cautelare (che sarebbero scaduti il 9 settembre 1994).
Nel corso dell’esame reso all’udienza del 15 dicembre 1995, il Pennino ha ammesso di avere fatto parte di "Cosa Nostra" dalla fine del 1977 al 1993 ed ha così descritto le motivazioni poste a fondamento della sua scelta di collaborazione con la giustizia:
"io ho iniziato a collaborare con la giustizia (…) il 30 agosto del 1994. Il perché? (…) per problemi etici e di coscienza. (…) io come ho detto ho una doppia cultura familiare, dal lato materno e dal lato paterno, quindi oltre ad aver avuto rapporti con questa gente, di cui ho anche intuito lo spessore criminale, avevo rapporti con la società civile, (…) ne condividevo i principi in tutti i sensi. E quindi con la mia educazione, introdotto in "COSA NOSTRA" non potevo entrare, non ho mai interiorizzato questa affiliazione fin dall'inizio, né chiaramente ne potevo condividere, chiamiamoli i valori se di valori si potesse parlare, ma li subivo li avevo assorbito fin dalla tenera età. Quindi li rigettavo in me stesso, soffrivo ero in continua conflittualità con me stesso, sopportavo questa situazione, mi vergognavo di avere rapporti con (…) la grande maggioranza delle persone del mondo civile. In quanto mi sentivo in colpa, mi sentivo in colpa, non mi sentivo inserito perfettamente con loro e mi sentivo un vigliacco, di non reagire a questa situazione, avevo i miei figli piccoli, avevo la mia attività, avevo la mia attività a cui non potevo rinunziare, avevo il terrore. Ero stato cooptato non dico con forza ma quasi per necessità, quindi non avendo interiorizzato questo, questa situazione la mia conflittualità andava avanti. Cercavo, arrivato a un certo punto, quando "COSA NOSTRA" non mi pervenivano ai tempi passati anni '60, '70, atti criminali di un'entità raccapricciante, considerevole, e paziente subìvo "obtorto collo", ma successivamente dopo le rivelazioni di BUSCETTA, dopo gli altri collaboranti si è saputo di tutti i fatti di sangue di cui sono stati colpevoli i componenti di "COSA NOSTRA" e il raccapriccio per danni che loro avevano fatto alle famiglie e tutto il resto, in me faceva ribollire il sangue, in me provocava una crisi interiore non indifferente per cui cercavo sempre di mimetizzare le mie amicizie col mondo civile, cercavo (…) di non venire incontro alle loro richieste, cercavo di essere piuttosto sganciato da loro. Arrivato a un certo punto, quando ho lasciato la mia attività professionale, ho deciso di trasferirmi in CROAZIA, anche perché conoscevo questo paese perché questa mia idea non è che è andata avanti soltanto nel '93, io per il conflitto interiore cercavo d'interrompere il cordone ombelicale con "COSA NOSTRA" che mi legava a doppia mandata. (…) nel '93 quando io ho interrotto la mia attività professionale, (…) prima saltuariamente e poi definitivamente al dicembre '93, avevo deciso di trasferirmi in CROAZIA, proprio per questo, per rompere ogni cordone e ogni legame che mi tenesse vicino a "COSA NOSTRA", per non continuare più rapporti di nessun tipo. Ero andato solo i miei, mia moglie e un paio di figli avevano deciso di venire, e io tant'è che mi ero mosso per cercare di sapere quali erano le modalità per aprire una farmacia perché uno dei miei figli era farmacista, e non aveva dei vincoli sentimentali allora, per cui poteva trasferirsi, il mio figliolo aveva un'attività e desiderava inserirsi in quel mondo nuovo, mia moglie casalinga "obtorto collo", avrebbe deciso di seguirmi, mi aveva mandato difatti i documenti che necessitavano per avviare il mio soggiorno e poi la cittadinanza, in quel contesto nel febbraio del 1994, ebbi sentore che era stato emesso un mandato di cattura o di custodia cautelare nei miei confronti (…) fin quando (…) il 07-08 marzo del 1994, il mio avvocato difensore pro-tempore, nonché mio congiunto, l'Avvocato GAETANO GIACOBBE mi era venuto a trovare nel domicilio nel locale in cui io soggiornavo io, a NOVIGRAD in CROAZIA, per espormi la situazione delle mie imputazioni (…). Mentre noi eravamo riuniti e parlavamo di questo fatto, (…) venne la polizia croata, (…) che mi ha arrestato (…). E io fui tradotto al CARCERE DI POLA, dove sono rimasto (…) circa sei mesi. Non fui estradato subito, e poi la Suprema Corte croata mi estradò (…) non per l'articolo 416 bis e 110 del codice di procedura penale (…) per cui era stato spiccato il mandato di cattura nei confronti … bensì ai sensi dell'art. 416 del codice penale, cioè per associazione semplice. E fui tradotto alle carceri di OPERA. Io pur essendo conscio (…) che di lì a 9 giorni, dovevo riacquistare la mia libertà, pure essendo conscio che non potevano addirittura giudicarmi per quegli articoli, bensì per un articolo che è di gran lunga avrebbe diminuito le mie responsabilità penali, (…) ho fatto la mia scelta civile, ho accettato il carcere, il prolungamento della mia detenzione carceraria per oltre altri sei mesi, pur di interrompere quel cordone ombelicale che mi teneva (…) legato a "COSA NOSTRA", che non desideravo più vivere in quel mondo (…) che era permeato di cultura mafiosa, e che per me (…) è diventato un fatto di (…) assoluto rigetto, in tutti i sensi. (…) Desideravo soprattutto riconciliarmi con me stesso, con la mia coscienza, tant'è, non è che avevo preoccupazione del carcere, (…) né avevo problemi di altro tipo (…) ma soltanto problemi di coscienza, non si può vivere perché una certa sensibilità in conflitto con se stessi, assolutamente, e io sono rinato, ho fatto questa scelta. Ho abbandonato gli effetti (rectius affetti: n.d.e.) più cari, ho perduto gli amici in cui avevo grande stima, sono senza passato, mi sento però di essere rinato, non rinuncio alla scelta che ho fatto, perché mi ha riconciliato con me stesso, con la società civile, con lo Stato".
Anche per quanto concerne Vincenzo Sinacori, dalle risultanze probatorie acquisite emergono sia la profondità del suo anteriore radicamento nella realtà criminale, sia la serietà della sua scelta di collaborazione.
Il teste Dott. Francesco Misiti (vice dirigente della Squadra Mobile di Palermo), escusso all’udienza del 27 gennaio 1997, ha precisato che – secondo le risultanze investigative - il Sinacori, successivamente all'arresto dei tre capi storici della cosca mafiosa di Mazara del Vallo Mariano Agate, Giovanni Bastone e Vito Gondola, assunse la carica di "reggente" della medesima "famiglia".
Anche il collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi, escusso all’udienza del 13 marzo 1997, ha affermato che il Sinacori era uno degli esponenti mafiosi che "reggevano il mandamento di Mazara" in sostituzione di Mariano Agate, mentre quest’ultimo si trovava in stato di detenzione.
La circostanza che il Sinacori avesse assunto la carica di "reggente" del "mandamento" di Mazara del Vallo è stata confermata da Giovanni Brusca all’udienza del 29 luglio 1997.
Gioacchino La Barbera, esaminato all’udienza del 27 giugno 1996, ha dichiarato: "Sinacori Vincenzo assieme a Matteo Messina Denaro sono reggenti della provincia di Trapani. Noi per tutto quello che riguarda la provincia di Trapani ci rivolgevamo o a Vincenzo Sinacori o a Matteo Messina Denaro. (…) loro comandano tutta la zona di Trapani fino ad arrivare a Castellammare del Golfo. (…) Fino a quando c'ero io erano in collegamento strettissimo con Totò Riina".
Il Sinacori, tratto in arresto in data 17 luglio 1996, ha iniziato a collaborare con la giustizia nel settembre dello stesso anno, ed ha quindi ammesso di essere stato affiliato a "Cosa Nostra" nel dicembre del 1981, di avere assunto all’inizio del 1992 – unitamente ad Andrea Manciaracina – la carica di "reggente" del "mandamento di Mazara del Vallo, di avere intrattenuto intensi rapporti con Salvatore Riina, e di avere commesso alcuni gravissimi reati dei quali non era anteriormente sospettato, come l’omicidio del Sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, l’omicidio dell’agente di polizia penitenziaria Montalto, l’attentato nei confronti del Commissario di P.S. di Mazara del Vallo dott. Germanà, consentendo, in tal modo, di far luce su alcuni efferati delitti compiuti in danno di esponenti delle istituzioni. Il Sinacori, inoltre, avvalendosi delle cognizioni derivantigli dalle funzioni espletate all’interno dell’organizzazione, ha fornito una aggiornata ricostruzione dell’ "organigramma" mafioso in provincia di Trapani (v. l’esame reso dal collaboratore di giustizia in data 22 aprile 1997).
Un significativo indice del completo disinteresse del Sinacori rispetto alla posizione processuale del sen. Andreotti è ravvisabile nel tenore delle dichiarazioni rese dal collaborante in merito al significato delle fotografie rinvenute il 1° aprile 1993 nel corso di una perquisizione eseguita presso la sua abitazione sita a Mazara del Vallo.
Si trattava di immagini fotografiche scattate in occasione della cerimonia di inaugurazione della Chiesa "Cristo Re" di Roma, avvenuta il 28 novembre 1987, con la presenza del sen. Andreotti, il quale era stato ritratto mentre si trovava seduto accanto ai genitori ed alla zia del Sinacori, e mentre stringeva la mano ad uno zio del medesimo esponente mafioso.
Interrogato sul punto, il collaborante ha chiarito che le fotografie in questione non assumono alcun rilievo probatorio in ordine a rapporti dell’imputato con esponenti mafiosi, specificando che il sen. Andreotti era stato invitato alla cerimonia dal sacerdote Baldassare Pernice ed era ignaro che questi fosse zio di un "uomo d’onore", ed aggiungendo di avere presenziato alla stessa cerimonia, senza però stabilire alcun contatto con il predetto esponente politico.
Dalle suddette dichiarazioni del collaborante è quindi possibile desumere la completa assenza di un atteggiamento calunniatorio nei confronti dell’imputato.
L’assoluta autonomia della scelta, rispettivamente compiuta dal Pennino e dal Sinacori, di collaborare con la giustizia, l'ampio grado di conoscenza dei fatti che i medesimi hanno dimostrato di avere, e la coerenza logica delle loro dettagliate dichiarazioni, sono elementi che concordemente ed univocamente depongono per una positiva valutazione di tali fonti propalatorie.
Vanno inoltre sottolineate la spontaneità e la precisione delle dichiarazioni rese dal Sinacori e dal Pennino, che non appaiono ricollegarsi ad alcuna situazione di coercizione e di condizionamento, attengono a fatti specifici, non manifestano profili illogici o contraddittori, e presentano un contenuto ricco di particolari e di riferimenti descrittivi, senza limitarsi al solo oggetto delle domande formulate.
Deve pertanto rilevarsi l’intrinseca attendibilità delle dichiarazioni dei suddetti collaboratori di giustizia.
Occorre poi riconoscere come sia assolutamente inverosimile che il Sangiorgi abbia deciso di mentire ad esponenti mafiosi come il Pennino ed il Sinacori su un argomento così rilevante; al riguardo, è appena il caso di osservare che un atteggiamento mendace, rivelatore di inaffidabilità verso l’organizzazione criminale, una volta scoperto, avrebbe esposto il Sangiorgi a gravi conseguenze.
Le considerazioni sopra sviluppate evidenziano che:
Deve pertanto rilevarsi che l’effettivo invio del dono nuziale da parte del sen. Andreotti risulta adeguatamente provato sulla base degli elementi di convincimento sopra menzionati.
Ininfluente è la circostanza che la fonte da cui traggono origine le dichiarazioni de relato della teste Lo Jacono e dei collaboranti Sinacori e Pennino sia unica e si identifichi con le affermazioni di un soggetto imputato di reati connessi a quelli per cui si procede.
Al riguardo, è sufficiente osservare che, secondo la giurisprudenza di legittimità, in tema di testimonianza indiretta, anche nell'ipotesi in cui il referente del testimone indiretto sia una persona che abbia la qualità di imputato nel procedimento, non è necessario che il giudice compia la verifica sull'esistenza di altri elementi di prova che confermano l'attendibilità della dichiarazione, come richiesto dall'art. 192 terzo comma c.p.p.; non può infatti assimilarsi alla chiamata di correo (per cui la legge pretende maggior rigore valutativo e necessario riscontro probatorio, trattandosi di dichiarazione resa al giudice da chi è coinvolto negli stessi fatti addebitati all'imputato) la diversa ipotesi della testimonianza indiretta, in cui il racconto del referente è fatto fuori del processo, sicché la cautela imposta dal legislatore è limitata al controllo delle fonti di conoscenza del testimone de relato (cfr. Cass. Sez. II sent. n. 4976 del 1997, ric. P.M. e Accardo).
Parzialmente difforme dalla ricostruzione dei fatti sin qui esposta appare il contenuto delle dichiarazioni rese, sul punto, da Giovanni Brusca alle udienze del 29 luglio 1997 e del 30 luglio 1997.
Secondo il racconto di Giovanni Brusca, Gaetano Sangiorgi, nel corso di un incontro avvenuto a Castellammare in epoca successiva alla diffusione delle notizie giornalistiche relative alle accuse mosse al sen. Andreotti, gli riferì di avere subito una perquisizione operata da personale della D.I.A. alla ricerca di "un vassoio o un piatto d'argento, che gli avrebbe regalato l'Onorevole Andreotti", precisò di avere preventivamente fatto sparire il medesimo oggetto, ed aggiunse che, anche se il vassoio o piatto d’argento fosse stato ritrovato, "non sarebbe stato (…) un fatto grave in quanto non sarebbero arrivati all'Onorevole Andreotti, in quanto era stato (…) comprato da un avvocato o da un notaio romano" (il cui nome fu indicato dal Sangiorgi al Brusca, il quale però non vi prestò attenzione) ed era stato portato nell’abitazione del destinatario "a nome di questo notaio o avvocato". Il Sangiorgi specificò che, quando il regalo venne esposto in occasione delle visite degli altri invitati al matrimonio, "c'era il bigliettino di visita a nome di un notaio o un avvocato", e manifestò la propria meraviglia per il fatto che il personale della D.I.A. non si fosse accorto della mancanza dell’oggetto, il quale aveva lasciato un alone nel punto in cui era collocato prima di essere rimosso.
Giovanni Brusca ha aggiunto di avere domandato al Sangiorgi: "ma perché non lo distruggi e lo elimini completamente?", e di avere ricevuto da lui la seguente risposta: "sì, sì, lo distruggo".
Spiegando le ragioni che lo avevano indotto a formulare la predetta domanda, Giovanni Brusca ha esplicitato quanto segue: "con la mia mentalità, ogni volta che c'era una prova che poteva portare a un fine, distruggevo tutto e tutto".
Nella stessa occasione, il Sangiorgi riferì a Giovanni Brusca di essersi lasciato "un po' tutte le porte aperte" nel corso dell’interrogatorio cui era stato sottoposto dall’autorità giudiziaria, "non sapendo cosa avevano in mano i Magistrati e cosa gli avrebbero dovuto chiedere".
Giovanni Brusca ha, inoltre, evidenziato che il regalo effettivamente era stato inviato dal sen. Andreotti per il matrimonio del Sangiorgi con la figlia di Antonino Salvo, ed era stato fatto sparire nel 1993. Ha riferito dello stupore espresso dal Sangiorgi per il fatto che gli inquirenti fossero a conoscenza del particolare concernente il dono nuziale. Ha aggiunto di avere chiesto all’interlocutore: "ma, scusa, meglio di voi chi lo può sapere come mai le Forze dell'Ordine sono arrivate a ricostruire o a questo dettaglio, vuol dire che qualcuno li ha usciti i discorsi, cioè qualcuno avrà informato le Forze dell'Ordine, meglio di voi chi lo può sapere?". Ha specificato di propendere per l’assunto che il soggetto che aveva acquistato il regalo fosse un avvocato ("ad acquistare (…) questo piatto d'argento per conto dell'onorevole Andreotti era stato o un notaio o un avvocato, ma di più un avvocato che un notaio").
In ordine alle motivazioni che inducevano il Sangiorgi a tenere nascosto il dono nuziale fatto dal sen. Andreotti, Giovanni Brusca ha fornito i seguenti chiarimenti: "Gaetano Sangiorgi è uomo d'onore e quindi essendo uomo d'onore tutte le prove che portavano verso la magistratura, ha interesse come tutti gli altri ad eliminare qualsiasi tipo di prova, quindi questa poteva diventare una prova, quindi eliminiamola", ed ha esplicitato che "un uomo d'onore qualsiasi prova che lui è a conoscenza, la distrugge automaticamente".
Nell’interrogatorio reso davanti al P.M. in data 27 luglio 1996 (acquisito al fascicolo del dibattimento a seguito delle contestazioni mosse dalla difesa), Giovanni Brusca aveva dichiarato di avere ripetutamente parlato con il Sangiorgi di un regalo fatto a quest’ultimo non dal sen. Andreotti, ma dal sen. Vitalone, ed aveva aggiunto: "questo regalo pur di non farlo trovare lo andarono a nascondere non so dove. E quando c'è andata la DIA non l'hanno trovato, ma bensì ne hanno trovato un altro che si andava a riferire ad un’altra persona".
Si tratta, comunque, di dichiarazioni cui non può, in concreto, attribuirsi alcun significativo valore probatorio, in quanto esse sono palesemente inquadrabili nel disegno, inizialmente coltivato da Giovanni Brusca, di negare mendacemente l’esistenza di rapporti diretti tra i cugini Salvo ed il sen. Andreotti al fine di distruggere la credibilità delle affermazioni compiute da Baldassare Di Maggio in merito all’incontro tra l’imputato e Salvatore Riina.
Un ulteriore riferimento al regalo del sen. Andreotti era stato operato da Giovanni Brusca nell’interrogatorio del 19 settembre 1996, quando egli aveva dichiarato di avere discusso dell’argomento (apprendendo dal Sangiorgi e dai suoi parenti che a comprare il regalo era stato un notaio od un avvocato amico di Andreotti) nel corso di un incontro con Paolo Rabito, Gaetano Sangiorgi ed Antonio Salvo, svoltosi qualche giorno prima del 30 giugno 1993.
Nel suo esame dibattimentale, Giovanni Brusca ha però chiarito di avere, nel corso dell’interrogatorio del 19 settembre 1996, affermato falsamente che nel predetto incontro cui era presente il Rabito erano stati trattati argomenti dei quali egli, in realtà, era venuto a conoscenza in un momento successivo.
La deposizione di Giovanni Brusca converge con quelle della teste Lo Jacono e dei collaboranti Pennino e Sinacori per quanto attiene all’effettiva esistenza di un regalo fatto dall’imputato in occasione delle nozze tra il Sangiorgi e la figlia di Antonino Salvo, e conferma le dichiarazioni dei collaboranti in ordine al successivo occultamento di tale oggetto ad opera del Sangiorgi. Se ne discosta, però, sul punto relativo all’individuazione del soggetto che aveva materialmente acquistato il dono nuziale, poiché soltanto Giovanni Brusca ha sostenuto di avere appreso che si trattava di un avvocato o notaio romano il quale operava per conto del sen. Andreotti ed aveva inviato a proprio nome il regalo presso l’abitazione del destinatario (dove l’oggetto era stato esposto con un biglietto da visita recante le generalità dell’intermediario).
Quest’ultima indicazione appare assai poco verosimile. Sarebbe, infatti, molto singolare che il sen. Andreotti - il quale nel settembre 1983 esternò apertamente la propria attenzione verso un soggetto strettamente legato ai Salvo come Giuseppe Cambria (cui fu indirizzata una telefonata della segreteria del medesimo esponente politico mentre si trovava ricoverato in ospedale: cfr. sul punto il paragrafo 5) - nel 1976 abbia invece deciso di avvalersi di un intermediario per inviare sotto falso nome un dono nuziale alla figlia di Antonino Salvo.
E’ ovvio che un simile contegno avrebbe assunto un’inequivocabile valenza offensiva nei confronti di Antonino Salvo (il quale allora si trovava al vertice di un importante gruppo imprenditoriale che dominava la vita economico-politica siciliana e sosteneva con forza la corrente andreottiana a Palermo), manifestando chiaramente l’intenzione del sen. Andreotti di non accostare il proprio nome a quello della famiglia del padre della sposa.
Nel 1976, il rischio di una rottura o di un raffreddamento dei rapporti con i Salvo presentava certamente una maggiore gravità rispetto a quello di andare incontro a censure politiche per l’invio del dono nuziale.
I Salvo, infatti, in quel periodo non erano destinatari di iniziative giudiziarie miranti all’accertamento dei loro rapporti con l’organizzazione mafiosa. Siffatte iniziative vennero sviluppate negli anni ’80, trovarono un importante supporto nelle dichiarazioni di Tommaso Buscetta, e sfociarono, in data 12 novembre 1984, nell’arresto dei medesimi soggetti.
La semplice circostanza che i cugini Salvo fossero "chiacchierati come uomini d'affari spregiudicati, come persone che condizionavano la vita politica" (secondo quanto ha riferito il teste on. Attilio Ruffini all’udienza del 20 giugno 1996) non poteva costituire un fattore idoneo a spingere il sen. Andreotti a manifestare inequivocabilmente, in occasione dell’invio del regalo, la propria preoccupazione di rendere noti i rapporti che lo legavano ai Salvo, senza curarsi dell’eventualità che costoro, ritenendosi offesi da una simile presa di distanza, decidessero di togliere il loro appoggio elettorale alla corrente andreottiana e di sostenere altri gruppi politici.
Né può attribuirsi maggiore rilievo alla circostanza che nella relazione di minoranza della Commissione Parlamentare Antimafia della VI Legislatura fossero inserite le seguenti osservazioni: "il sistema di potere mafioso continua a dominare la vita di altre zone della Sicilia Occidentale. Dopo Palermo possiamo dire che la situazione più preoccupante esiste in provincia di Trapani. La Democrazia Cristiana trapanese, infatti, è oggi in mano ad un gruppo di potere che è dominato dalla famiglia dei Salvo di Salemi che, come è noto, controlla le famose esattorie comunali" (cfr. l’esame reso dall’imputato nel processo per l’omicidio di Carmine Pecorelli all’udienza del 5 ottobre 1998 davanti alla Corte di Assise di Perugia). Si trattava, infatti, di mere asserzioni non accompagnate da alcuno specifico elemento oggettivamente apprezzabile che consentisse di stabilire un preciso nesso tra i Salvo, la loro attività esattoriale e la loro influenza politica, da un lato, ed il sistema di potere mafioso, dall’altro.
Oltre che poco verosimili, le dichiarazioni rese da Giovanni Brusca in merito all’utilizzazione di un intermediario per l’acquisto e l’invio del regalo nuziale risultano prive di validi riscontri estrinseci.
Nessuna indicazione convergente su tale punto si rinviene nelle deposizioni della teste Lo Jacono e dei collaboratori di giustizia Sinacori e Pennino.
Né può considerarsi provato in termini di certezza l’assunto del P.M., secondo cui il regalo nuziale del sen. Andreotti si identificherebbe con un vassoio consegnato dal Sangiorgi al Magg. Luigi Bruno (in servizio presso la Direzione Investigativa Antimafia di Palermo) in data 27 luglio 1993, ed acquistato presso la gioielleria Nessi di Roma dal notaio Salvatore Albano.
In proposito, occorre premettere che dalla deposizione testimoniale resa dal Magg. Bruno all’udienza del 15 gennaio 1998 si desume che in data 21 luglio 1993 vennero escussi dal P.M., presso gli uffici del Centro Operativo della D.I.A. di Palermo, alcuni parenti ed affini dei cugini Salvo, tra cui i coniugi Gaetano Sangiorgi ed Angela Salvo. Intorno alle ore 22,45 dello stesso giorno si procedette ad una perquisizione presso l’abitazione estiva dei predetti coniugi, sita nel territorio di Santa Flavia, che si concluse alle ore 23,40 con esito negativo. Alle ore 0,45 del 22 luglio 1993 ebbe inizio la perquisizione dell’abitazione di Palermo del Sangiorgi, sita in Via Principe di Belmonte n.102; in questo appartamento fu notata la presenza di una notevole quantità di oggetti di argento; non fu possibile controllare il contenuto di due cassetti di un mobile antico, posto nella camera da letto; il Sangiorgi affermò di ignorare dove si trovasse la chiave dei cassetti, aggiunse che in essi erano riposte soltanto alcune lenzuola del corredo, precisò che avrebbe domandato informazioni al riguardo alla propria moglie, ed, assumendo un atteggiamento particolarmente collaborativo, si impegnò ad avvertire il personale della D.I.A. una volta rinvenuta la chiave, per consentire di prendere visione degli oggetti racchiusi nel suddetto mobile. Le operazioni di perquisizione ebbero termine alle ore 2,45 senza che venisse prelevato nulla.
Nella mattinata del 27 luglio 1993 il Sangiorgi invitò il Magg. Bruno a raggiungerlo presso la sua abitazione di Palermo, dove gli comunicò di avere trovato la chiave dei cassetti del mobile antico precedentemente indicato, e di avere rinvenuto, all’interno di esso, ventiquattro vassoi d’argento. Prima di allontanarsi dall’appartamento, il Magg. Bruno chiese al Sangiorgi di lasciargli prelevare tre vassoi, uno dei quali recava la targhetta della gioielleria Nessi di Roma. Il Sangiorgi acconsentì e l’Ufficiale predispose un verbale di consegna sottoscritto da entrambi i soggetti.
Sempre nel corso della mattinata, il Sangiorgi, parlando con il Magg. Bruno, lamentò che "tutte le circostanze negative riconducibili o comunque relative (…) ai cugini Salvo (…) si stavano ripercuotendo (…) soltanto su di lui", e diede all’ufficiale alcune indicazioni che, a suo avviso, potevano essere utili alle indagini in corso nei confronti del sen. Andreotti (al riguardo, il Magg. Bruno ha specificato: "chiedeva come mai non fosse stata sentita la propria suocera Corleo Francesca Maria, vedova di Nino Salvo, perché le si potesse chiedere circostanze utili alle indagini, poi disse che tali Pippo Cambria, Paolo Conte, l’Avv. Guarrasi (…) e certo Sottile, quest’ultimo del Giornale di Sicilia, erano molto legati a Salvo Antonino e avrebbero potuto conoscere circostanze utili (…) alle indagini, disse ancora che del patrimonio del proprio suocero se ne occupava Favuzza Giuseppe Maria, marito dell’altra figlia di Salvo Antonino, Maria Daniela, e che la barca del suocero la "Paxo" che era ancora in possesso della Corleo Francesca Maria, quindi della vedova di Nino Salvo, si trovava all’epoca nelle acque di Porto Santo Stefano in provincia di Grosseto, pure essendo ancora intestata alla Marineria di Genova. Il Sangiorgi aggiunse ancora di aver visto il Casimiro Vizzini perorare la causa per la nomina del proprio figlio a Ministro della Repubblica, suggerì all’epoca di tenere presente un certo Guzzardella un socio dell’esattorie che abita a Roma e aggiungeva che Vito Guarrasi, l’Avvocato di cui prima mi aveva riferito, pur essendo anziano sarebbe stato in grado di riferire molte circostanze sulla storia politica di Palermo. Disse anche il Sangiorgi (…) che Salvo Lima aveva la proprietà di un appartamento in Roma, nella Via Veneto, in una traversa di Via Veneto, nella stessa strada in cui (…) è ubicato l’Hotel Flora, e questo appartamento di Lima dovrebbe essere (…) intestato all’epoca delle dichiarazioni di Sangiorgi, o alla figlia Lima Susanna oppure ad una società. Nello stesso stabile, ove si trovava questo appartamento vi sarebbe stato un altro appartamento di proprietà dell’impresario Francesco Maniglia, nel quale all’epoca, secondo il Sangiorgi, doveva alloggiare il commercialista Di Miceli").
Tale atteggiamento collaborativo del Sangiorgi era, all’evidenza, finalizzato ad indirizzare verso altri soggetti l’attenzione degli inquirenti; si tratta di un comportamento perfettamente spiegabile, essendo ovvio che il Sangiorgi nutriva il timore che le indagini, concentrandosi su di lui, potessero pervenire alla scoperta del suo coinvolgimento nell’omicidio di Ignazio Salvo.
Nel pomeriggio del 27 luglio 1993 il Magg. Bruno ritornò nell’abitazione del Sangiorgi unitamente ad altri Ufficiali di Polizia Giudiziaria, portò nuovamente nell’immobile i tre vassoi che aveva precedentemente prelevato, redasse un verbale di restituzione, e realizzò una completa documentazione fotografica su tutti i vassoi. L’attenzione del personale operante si concentrò sul vassoio d’argento con la targhetta della gioielleria Nessi di Roma. Il Magg. Bruno rappresentò la necessità di espletare ulteriori accertamenti su questo vassoio al Sangiorgi. Quest’ultimo consegnò l’oggetto senza alcuna opposizione al personale della D.I.A., e dichiarò spontaneamente di non essere in grado di riferire circa il possesso del vassoio, cioè di non sapere se si trattasse di un regalo o di un acquisto fatto dalla propria famiglia.
Vennero successivamente espletate indagini tendenti ad accertare la provenienza del vassoio.
Dalla deposizione testimoniale resa dal dott. Domenico Farinacci all’udienza del 15 gennaio 1998 si evince che l’argentiere Cristos Nessi, contitolare dell’omonimo negozio con sede a Roma, escusso da personale della D.I.A. in data 31 agosto 1993, dichiarò di avere venduto, circa 18 o 20 anni prima, al notaio Salvatore Albano (residente a Roma ma di origini siciliane) due vassoi, uno dei quali era stato restituito dal destinatario, che abitava a Roma.
A seguito delle dichiarazioni compiute da Giovanni Brusca, venne nuovamente escusso il Nessi, il quale precisò che l’altro vassoio acquistato dal notaio Albano era stato inviato, su incarico di quest’ultimo, in Sicilia, con allegato un bigliettino; che il vassoio rinvenuto nell’abitazione del Sangiorgi recava il bollino utilizzato nel suo negozio di argenteria, proveniva da uno dei suoi fornitori, e presentava attualmente un valore di circa £. 3.500.000; che, al momento della vendita, il costo del vassoio era di circa £.600.000.
Dalla deposizione testimoniale del notaio Salvatore Albano, esaminato all’udienza dibattimentale del 9 dicembre 1997, si evince che:
Il teste ha, comunque, escluso di avere ricevuto dal sen. Andreotti l’incarico di inviare ad altre persone regali per suo conto ma senza che figurasse il suo nome.
Quest’ultima precisazione non risulta contraddetta da altri elementi di convincimento univocamente interpretabili.
La tesi contraria potrebbe essere accolta solo qualora venisse dimostrato:
Tuttavia, dalle risultanze dell’istruttoria dibattimentale non emerge alcun legame personale tra il sen. Andreotti ed il notaio Albano per il periodo anteriore ai contatti finalizzati alla conclusione del suindicato atto di assegnazione di un appartamento, redatto in data 20 Dicembre 1977. Tale atto, peraltro, fu stipulato da un procuratore speciale del sen. Andreotti (invece che da lui personalmente), e con l’intervento non del notaio Albano, bensì di un suo coadiutore.
L’esistenza di rapporti tra l’esponente politico ed il notaio in epoca precedente al 1977 non può essere desunta dalla presenza di talune inesattezze ed incoerenze nelle dichiarazioni rese dall’Albano in ordine alla scansione cronologica dei suoi contatti con il sen. Andreotti. Si tratta, infatti, di imprecisioni dovute verosimilmente a difficoltà mnemoniche connesse al lungo tempo trascorso ed all’età senile del teste, ma comunque prive di una sicura valenza indiziante rispetto al fatto da provare.
Né può ritenersi inverosimile che il notaio Albano, interessato ad elevare il livello della propria attività professionale, abbia deciso, nel 1976, di inviare ai coniugi Angela Salvo e Gaetano Sangiorgi un dono nuziale di valore particolarmente rilevante, allo scopo di rinsaldare i rapporti con Antonino Salvo ed inserirsi più agevolmente nel vasto tessuto di relazioni sociali che quest’ultimo possedeva.
Al riguardo, non può trascurarsi di considerare che l’asserzione dell’Albano di non avere intrattenuto alcun rapporto professionale con i Salvo è contraddetta dalle dichiarazioni del teste Calogero Adamo, il quale all’udienza del 10 febbraio 1998 ha riferito quanto segue:
PUBBLICO MINISTERO: Lei ha conosciuto una persona che fa il notaio e che si chiama ALBANO?
ADAMO CALOGERO: Certo. Era anzi mio notaio e notaio dei SALVO, era un notaio conosciutissimo a Palermo, poi se ne andò a Roma.
PUBBLICO MINISTERO: E cosa ci può dire sul notaio ALBANO, quando l'ha conosciuto?
ADAMO CALOGERO: Ma, quando io l'ho conosciuto, quando lui ha iniziato a piazza Castelnuovo col suo studio, allora ci facevamo fare passaggi di proprietà quando io avevo il super garage in via Amerigo Amari, poi successivamente ho avuto anche altri rapporti, ci mandavo clienti, perché come ... era un grande appassionato di mare in quanto avevamo due barche (...)
PUBBLICO MINISTERO: Quindi, no, e' importante capire il livello di conoscenza, quindi l'ha conosciuto bene il notaio ALBANO?
ADAMO CALOGERO: Certo, ci incontravamo sempre nei porti, stavamo insieme e la vita di mare a bordo ci scambiavamo... io salgo nella tua barca oggi, facciamo pranzo alla tua barca... sempre c'era questo.
PUBBLICO MINISTERO: Ed era... Lei ha detto era il notaio dei SALVO. Lei ha detto era il notaio dei SALVO.
ADAMO CALOGERO: Faceva anche il notaio dei SALVO.
PUBBLICO MINISTERO: Oh, e che si conoscevano quindi ma soltanto per motivi professionali oppure c'era stata, c'erano occasioni conviviali insieme tra il notaio ALBANO e i SALVO?
ADAMO CALOGERO: Siccome io a mare... io... ci incontravamo tutti, il notaio ALBANO veniva principalmente sempre a Palermo dove aveva la mamma, per cui veniva sempre a Palermo e stava 8 giorni, 10 giorni e siamo stati insieme.
PUBBLICO MINISTERO: Insieme vuole dire i nomi?
ADAMO CALOGERO: Insieme nei porti, va bene, che la sera ci vedevamo e andavamo a mangiare al ristorante.
PUBBLICO MINISTERO: Chi, chi?
ADAMO CALOGERO: SALVO. Anche alle isole ci incontravamo...
PUBBLICO MINISTERO: Scusi, andiamo per ordine. Eravamo insieme a Palermo io, quindi lei, SALVO e chi?
ADAMO CALOGERO: E ALBANO
PUBBLICO MINISTERO: E il notaio ALBANO.
ADAMO CALOGERO: Nel porto, ognuno con la sua barca. nel porto ognuno con la sua barca.
PUBBLICO MINISTERO: E quando andavate a mangiare insieme dove andavate a mangiare insieme, sulle imbarcazioni? Ristoranti? In case private?
ADAMO CALOGERO: No, no, o sull'imbarcazione, c'era qualche volta che avevamo qualche... si organizzava in barca, oppure andavamo a mangiare in qualche ristorante, ma piu' che altro nelle isole, no a Palermo.
PUBBLICO MINISTERO: Che anni siamo?
(…)
ADAMO CALOGERO: Si, e allora e' del '73. '72... '71, '72 e '73.
(…)
PUBBLICO MINISTERO: Senta, lei sa se dopo che... lei intanto sa se il notaio ALBANO poi si trasferì a Palermo o in un'altra città?
ADAMO CALOGERO: A Roma.
PUBBLICO MINISTERO: A Roma. Lei sa se i rapporti tra il notaio ALBANO e i SALVO proseguirono anche dopo che il notaio ALBANO si trasferì a Roma?
ADAMO CALOGERO: Certo. Anche a Roma, il notaio ALBANO che ha messo lo studio, mi ricordo che siamo stati invitati da lui in un ristorante di quelli famosi di Roma...
PUBBLICO MINISTERO: Siamo stati invitati, chi e' il plurale? Siamo stati lei ha detto...
ADAMO CALOGERO: C'era il SALVO, c'erano...
PUBBLICO MINISTERO: Quale SALVO, tutti e due?
ADAMO CALOGERO: NINO.
PUBBLICO MINISTERO: NINO. Quindi e' un rapporto che nasce prima a Palermo e poi continua a Roma.
ADAMO CALOGERO: Ma io... prima a Palermo erano i notai di iddi, perché avevano tutti questi società, la SATRIS ha fatto un sacco di cose, tutte l'esattorie di Italia erano amministrate da loro (…).
In proposito, deve altresì osservarsi che la tendenza, manifestata dall’Albano, di sminuire la valenza dei rapporti intrattenuti con i Salvo (anche collocandoli in un periodo successivo a quello in cui essi sorsero), sembra motivata, più che dall’intento di sostenere la posizione difensiva dell’imputato, dalla consapevolezza del disdoro che potrebbe derivare al proprio prestigio sociale (cui il teste ha mostrato di tenere in modo particolare) dall’ammissione di uno stretto legame con soggetti organicamente inseriti in "Cosa Nostra".
Per completare l’esame delle dichiarazioni del teste Albano, occorre verificare quale sia l’effettivo valore indiziario del riferimento al sen. Andreotti, da lui compiuto mentre veniva sentito dal P.M. in data 23 Aprile 1997.
In tale circostanza, dopo avere affermato di essere forse in grado di riconoscere il vassoio inviato in regalo ai coniugi Sangiorgi-Salvo, e dopo averne fornito una sommaria descrizione, l’Albano aggiunse spontaneamente: "ma si tratta di quel famoso piatto che come ho letto sui giornali il Senatore ANDREOTTI avrebbe regalato ai SALVO? Quando ho letto questa notizia ho pensato, ma vuoi vedere che è il piatto che ho regalato io ai SALVO?".
Non può essere condivisa la tesi del P.M. secondo cui
il predetto riferimento all’eventualità che gli organi inquirenti (i quali non gli avevano ancora contestato alcunché) ritenessero che il vassoio di argento da lui spedito ai Salvo fosse un dono del sen. Andreotti potrebbe trovare fondamento esclusivamente nella consapevolezza dell’Albano di essere stato individuato come il tramite di Andreotti nella vicenda in questione.
E’, infatti, ben possibile che con le suindicate parole l’Albano abbia alluso all’eventualità di un equivoco, consistente nella confusione tra il suo dono nuziale e quello che, secondo l’assunto dell’accusa, era stato offerto dall’imputato.
Un simile accostamento di idee poteva, oltretutto, essere ingenerato con facilità dall’ampia diffusione, sui mezzi di comunicazione di massa, della notizia concernente la controversia sorta sul punto nell’ambito del presente procedimento.
Per le considerazioni che precedono, deve riconoscersi che le indicazioni di Giovanni Brusca circa l’utilizzazione di un avvocato o notaio quale intermediario per la consegna del dono nuziale ai Salvo non sono confermate da validi riscontri estrinseci.
Il complesso degli elementi probatori raccolti vale, invece, a dimostrare che il sen. Andreotti inviò, in occasione del matrimonio tra Gaetano Sangiorgi ed Angela Salvo, un dono nuziale consistente in un vassoio d’argento.
L’offerta di un simile regalo presuppone necessariamente la preventiva instaurazione di intensi rapporti, anche sul piano personale, quanto meno con Antonino Salvo.
Non risulta, infatti, che – al di fuori dello stretto legame che lo univa ad Antonino Salvo (e di riflesso ai suoi congiunti) sul piano politico e personale – l’imputato abbia avuto occasione di intrattenere ulteriori relazioni amichevoli con gli sposi, ovvero con la famiglia di origine del Sangiorgi.
Nessuna indicazione in tal senso è stata fornita dal sen. Andreotti, che nelle spontanee dichiarazioni rese all’udienza del 15 dicembre 1995, si è limitato a sostenere (nel quadro di una completa negazione dei propri rapporti con i Salvo) di non avere ricevuto alcun invito o partecipazione per il suddetto matrimonio, e di non avere inviato regali né telegrammi.