§ 3 – La posizione del sen. Andreotti

Sulla base degli elementi di convincimento sopra riassunti, è rimasto dimostrato che:

- il forte legame sviluppatosi, sul piano politico, tra il sen. Andreotti e l’on. Salvatore Lima, si tradusse in uno stretto rapporto fiduciario tra i due soggetti;

- l’on. Lima era solito mettere in evidenza il suo rapporto fiduciario con il sen. Andreotti allo scopo di accrescere la propria autorevolezza;

- l’on. Lima assunse il ruolo di capo della corrente andreottiana in Sicilia e raggiunse una posizione di rilevante forza politica rispetto agli altri esponenti del partito ed ai rappresentanti delle istituzioni, sia in sede locale sia a livello nazionale;

- l’on. Lima attuò, sia prima che dopo la sua adesione alla corrente andreottiana, una stabile collaborazione con "Cosa Nostra", ed esternò all’on. Evangelisti (uomo politico particolarmente vicino al sen. Andreotti) la propria amicizia con un esponente mafioso di spicco come Tommaso Buscetta, esprimendo altresì una chiara consapevolezza dell’influenza di quest’ultimo soggetto;

- il problema dei rapporti esistenti tra la corrente andreottiana siciliana e l’organizzazione mafiosa fu portato all’attenzione del sen. Andreotti dal gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa già nell’aprile 1982.

Non è, però, rimasto provato che il sen. Andreotti abbia tenuto specifici comportamenti suscettibili di assumere rilevanza penale.

La circostanza che l’imputato fosse il capo della corrente in cui era inserito l’on. Lima - nel periodo in cui l’attività politica di quest’ultimo si proiettò sul piano nazionale - non è sufficiente ai fini dell’affermazione della sua responsabilità penale per il reato di partecipazione all’associazione mafiosa ovvero per quello di concorso esterno nella stessa, in mancanza di ulteriori elementi idonei a dimostrare inequivocabilmente che, nell’ambito di questo intenso legame di tipo politico, il sen. Andreotti sia attivamente intervenuto per consentire all’associazione delittuosa di raggiungere le sue illecite finalità.

Sul punto, occorre premettere che – come si è osservato nel capitolo II - la soglia minima del contributo partecipativo penalmente rilevante è ravvisabile nella manifestazione di impegno, con cui il singolo mette le proprie energie a disposizione dell'organizzazione criminale, ampliandone la potenzialità operativa. L’inserimento organico del soggetto nella struttura associativa può configurarsi anche indipendentemente dal ricorso a forme rituali di affiliazione, e desumersi da facta concludentia, purchè si tratti di comportamenti che denotino la presenza dell'affectio societatis, manifestando la cosciente volontà di partecipare all'associazione di tipo mafioso con il fine di realizzarne il particolare programma e con la permanente consapevolezza di far parte del sodalizio criminoso e di essere disponibile ad operare per l'attuazione del comune programma delinquenziale.

Va altresì rilevato che - poiché la condotta del concorrente esterno consiste non nell’assunzione di uno dei ruoli o dei compiti che caratterizzano l’apparato strutturale-strumentale dell’associazione di tipo mafioso nella sua normale operatività, bensì nella realizzazione di un apporto che "serva per consentire all’associazione di mantenersi in vita" in una situazione anormale o patologica - per affermare la responsabilità penale del singolo in ordine al reato di cui agli artt. 110 e 416 bis c.p. occorre accertare che il medesimo soggetto si sia effettivamente attivato per compiere l’intervento richiestogli dall’organizzazione criminale, con la consapevolezza di sostenere l’illecito sodalizio.

Applicando questi principi al caso di specie, deve osservarsi che non è rimasto sufficientemente provato che l’imputato, nell’ambito dei suesposti rapporti politici con l’on. Lima, abbia posto in essere una condotta di inserimento organico nella struttura dell’associazione di tipo mafioso, ovvero abbia effettivamente realizzato specifici interventi univocamente diretti ed idonei ad assicurare l’esistenza o il rafforzamento di "Cosa Nostra" in una fase patologica della sua vita.

Alcuni dei collaboratori di giustizia che hanno riferito in merito ai contatti dell’on. Lima con esponenti mafiosi hanno, anzi, esplicitato di non essere a conoscenza di specifiche iniziative favorevoli a "Cosa Nostra" adottate dal sen. Andreotti su richiesta dell’on. Lima.

In particolare, Tommaso Buscetta, all’udienza del 10 gennaio 1996, ha compiuto le seguenti precisazioni:

DOMANDA - Lima le ha mai detto di essersi servito dell'on. Andreotti per ottenere a Roma favori richiestigli dalla mafia?

RISPOSTA - A me?

DOMANDA - A lei, certo.

RISPOSTA - No.

(…)

DOMANDA - Può indicare colloqui tra il senatore Andreotti e l'on. Lima, aventi per oggetto fatti specifici attinenti a Cosa Nostra?

RISPOSTA - Non li so.

DOMANDA - Può indicare alcuna fonte?

RISPOSTA - No.

DOMANDA - Può indicare iniziative specifiche assunte dall'on. Andreotti in favore della mafia, su richiesta dell'on. Lima o su richiesta dei cugini Salvo?

RISPOSTA - Non li so.

Angelo Siino all’udienza del 18 dicembre 1997 ha specificato che i rapporti tra esponenti della corrente andreottiana e l’associazione mafiosa avvenivano attraverso il vertice rappresentato dall’on. Lima, ed ha chiarito che il sen. Andreotti non era a conoscenza delle vicende relative alla gestione degli appalti in Sicilia. Le dichiarazioni rese sul punto dal Siino sono di seguito riportate:

P.M.: Ho capito. Senta, per chiudere il capitolo mafia- politica, lei sa di eventuali rapporti tra esponenti della corrente andreottiana e la mafia? E in questo caso, ci vuole dire quali sono questi rapporti e tra chi sono questi rapporti?

SIINO A.: Ma c'era un rapporto particolare con ... debbo dire che in una elezione nazionale, PINO LIPARI ordinò a tutti di votare per MARIO D'ACQUISTO.

P.M.: Quali sono queste elezioni?

(…)

SIINO A.: Primi anni '80.

(…)

SIINO A.: Praticamente D'ACQUISTO era molto legato a PINO LIPARI e praticamente ... cioè era un personaggio che mandava avanti ... però era una questione personale con PINO LIPARI e l'entourage corleonese.

P.M.: Poi?

SIINO A.: Poi praticamente diciamo che il contatto con la corrente andreottiana era di vertice, cioè era LIMA che decideva sempre chi si doveva appoggiare o meno. Per cui chiaramente il contatto che avevano era sempre con LIMA. Poi tutti gli altri contatti che avevano era sporadici. Non erano ben determinati. Era LIMA che dava gli input, si fa così, parlava, non parlava, questo era.

(…)

AVV. COPPI: (…) ANDREOTTI era al corrente di questi metodi, di queste vicende di assegnazione di appalti, interferiva, dava disposizioni per quanto a lei risulta?

SIINO A.: Per quello che mi risulta, no, perchè praticamente solamente in un caso l'Onorevole LIMA mi fece un riferimento ad una interferenza dell'Onorevole ANDREOTTI su situazioni riguardanti appalti o imprenditori. Quando raccomandò a LIMA l'imprenditore CATTI DE GASPERI che disse che era molto vicino ad un personaggio importante.

AVV. COPPI: Questo glielo ha detto LIMA naturalmente?

SIINO A.: Certo.

AVV. COPPI: Per il resto a lei non risulta ...

SIINO A.: Assolutamente no. Mai ho sentito dire che il Presidente ANDREOTTI si sia mai occupato di gestione di appalti di qualsiasi tipo a livello siciliano. Mi scusi, Professore, mi permetta, un'altra volta invece, quando parlandomi della SINCES CLEMENTIN, che era una impresa di Roma, mi disse il LIMA che invece la SINCES CLEMENTIN era inserita in un sistema di appalti romano e manteneva gli impegni. Non so però chi gli disse questa cosa.

AVV. COPPI: D'accordo. Senta, comunque questa raccomandazione che LIMA avrebbe ricevuto dal Senatore ANDREOTTI in quali termini le è stata rappresentata da LIMA? Che cosa chiedeva?

SIINO A.: Mi rimproverò prima in maniera forte per essermela presa con CATTI DE GASPERI. CATTI DE GASPERI io ci ho detto che non me l'ero affatto presa con CATTI DE GASPERI per una questione riguardante un lavoro SIRAP. Poi questo fatto era un problema che era stato raccomandato ... CATTI DE GASPERI per risolvere all'Onorevole LIMA delle noie giudiziarie inerenti il famoso rapporto mafia-appalti.

AVV. COPPI: Ma questo lavoro che fa capo a questo imprenditore il cui nome non provo neanche a pronunciare, lei ha capito di chi stiamo parlando, questo lavoro, questo appalto era stato già assegnato quindi?

SIINO A.: Sì, era già stato assegnato a me.

AVV. COPPI: Ecco, quindi quando LIMA la rimprovera perchè lei aveva avuto questo diverbio, questo contrasto con questo imprenditore, l'appalto era stato già assegnato?

SIINO A.: Sì, era stato già assegnato, però c'erano ... ne erano scaturite questo rapporto giudiziario.

AVV. COPPI: Sì.

SIINO A.: Era proprio scaturito da questo fatto.

AVV. COPPI: Però, mi consenta, prima della assegnazione dell'appalto, LIMA non glielo ha raccomandato dicendo che era un appalto che stava a cuore al Senatore ANDREOTTI?

SIINO A.: No, no, assolutamente. Anzi al Senatore ANDREOTTI era stato raccomandato da un personaggio altissimo. Così mi disse.

AVV. COPPI: D'accordo.

SIINO A.: Da un personaggio importantissimo.

AVV. COPPI: Però ecco ...

SIINO A.: CATTI DE GASPERI non interessava niente ad ANDREOTTI.

Con riguardo alle suesposte dichiarazioni, si è già avuto modo di rilevare che nessun preciso riscontro è stato acquisito in merito alla condotta attribuita al sen. Andreotti.

Dalle ulteriori deposizioni dei collaboratori di giustizia non è possibile trarre la dimostrazione di specifici interventi attuati dal sen. Andreotti in favore di "Cosa Nostra" per il tramite o su sollecitazione dell’on. Lima.

Prescindendo, in questa sede, dalla trattazione delle vicende relative ai tentativi di "aggiustamento" del processo Rimi e del c.d. maxiprocesso, ai riferiti incontri personali tra il sen. Andreotti ed esponenti di "Cosa Nostra", al trasferimento di alcuni detenuti siciliani dall’istituto penitenziario di Pianosa a quello di Novara (che saranno approfonditamente esaminate in altri capitoli), deve rilevarsi che le restanti affermazioni di diversi collaboratori di giustizia in merito alle condotte poste in essere dal sen. Andreotti a vantaggio dell’organizzazione mafiosa in collegamento con l’on. Lima sono caratterizzate da una evidente genericità.

Ciò deve dirsi, in particolare, per le seguenti dichiarazioni del collaborante Gaspare Mutolo:

P.M.: (…) Il secondo versante al quale lei ha fatto cenno con riferimento all'On. Lima è stato quello dell'aggiustamento dei processi. Cosa ha appreso in Cosa Nostra su questo versante.

MUTOLO G.: Guardi, io direttamente prima diciamo dell'81 ne sentivo parlare che l'On. Lima era interessato anche se c'era di parlare con qualche Presidente al Tribunale di Palermo parlava insomma, dopo io nell'81, fine '81 insomma, la data con precisione io non la ricordo, non so se '81 o fine '82, io ho avuto presentato da Saro Riccobono a Ignazio Salvo per aggiustare il processo Cappiello a Roma e Ignazio Salvo (…) disse che si interessava lui, che doveva parlare con Salvo Lima e dopo Salvo Lima parlava direttamente con l'On. Andreotti per cui non c'erano problemi per questo processo per noi tanto importante.

(…)

MUTOLO G.: (…) mi viene presentato ritualmente diciamo Ignazio Salvo, (…) e Saro Riccobono era molto preoccupato, cioè per l'esito che poteva avere il processo Cappiello a Roma e quindi ci diceva di interessarsi e lui con fare così molto rassicurante, tranquillo dice "non ti preoccupare perchè anche a giorni mi devo vedere con Salvo Lima a Roma e dopo si parla con l'On. Andreotti e ci pensa lui, non ci sono problemi" (…)

P.M.: Lei ha fatto riferimento parlando di questo incontro nella villa di Saro Riccobono sita a Santo Canale, a preoccupazioni di Riccobono per il processo Cappiello. In quel momento in cui voi avete questo incontro, il processo per l'omicidio dell'agente Cappiello in che fase era, se riesce a ricordarlo?

MUTOLO G.: Guardi, noi siamo tutti liberi, anche Salvatore Davì, diciamo, sono tutti liberi, solo c'è la preoccupazione perchè c'è l'appello della Procura di Palermo e quindi la preoccupazione di Saro Riccobono qual'è, che Roma possa passare il processo, possa rinviare il processo a Palermo e magari trovare una Corte che non dava l'assoluzione e siccome per Riccobono era diciamo, questo processo un martello, perchè da quando da fidanzati il Michele Micalizzi andò in galera per questo omicidio, la figlia Margherita era sempre che piangeva, (…) insomma, era una cosa che (…) Riccobono sentiva diciamo molto forte e logicamente sicuramente da qualche persona diciamo competente, sapeva che il processo (…) poteva finire male per come è finito male, perchè dopo Riccobono viene diciamo ucciso.

(…)

MUTOLO G.: (…) quindi Roma passa il processo e dopo conferma diciamo le condanne per il Davì, Micalizzi e Buffa, quindi la preoccupazione era fondata che aveva il Riccobono, non è insomma che era una preoccupazione infondata o era diciamo un processino già con l'assoluzione, dice "va bene, se sono assolti perchè ci deve essere l'intervento?" no, era una assoluzione diciamo un pochettino forzata per non dire forzatissima, perchè insomma quando ci fu l'assoluzione (…) ci fu una forzatura (…).

P.M.: E questo in appello.

MUTOLO G.: In appello sissignore.

P.M.: E quindi l'annullamento al quale ha fatto riferimento lei, per chiarirlo, intanto Saro Riccobono se vuole ripetere quando viene ucciso per quello che le risulta?

MUTOLO G.: 30 novembre 1982.

P.M.: 1982. E questo annullamento della Cassazione avviene prima della morte di Riccobono o dopo?

MUTOLO G.: Dopo.

P.M.: Dopo la morte.

MUTOLO G.: Dopo la morte di Riccobono in Cassazione fanno diciamo il ricorso e passano il processo e il processo ritorna a Palermo. Dopo il processo lo fa un altra Corte in cui (...) riconferma diciamo la condanna che era stata inflitta nel primo grado.

P.M.: Ed allora come mai nonostante l'intervento richiesto da Saro Riccobono a Ignazio Salvo il quale avrebbe parlato per quello che vi disse, con l'On. Lima che a sua volta avrebbe parlato con l'On. Andreotti, il processo viene annullato, cioè la sentenza di assoluzione viene annullata dalla Cassazione con rinvio?

MUTOLO G.: Ma certamente dopo la morte del Riccobono questi personaggi non è che non sanno se Riccobono è morto o è vivo, dopo la morte di Riccobono non ci fu più nessuna pressione, non ci fu nessun interessamento. Certamente se Riccobono era vivo, un mese prima, due mesi prima che si facesse il processo, gli rinfrescava le idee e quindi la sentenza certamente sarebbe stata in una maniera diversa.

(…)

P.M.: Lei ha detto che l'On. Lima si rivolgeva all'On. Andreotti per i problemi che voi gli sottoponevate con riguardo all'aggiustamento dei processi. Questo da chi...

DIFESA: Non ha detto questo.

PRESIDENTE: Ha detto soltanto dell'episodio che Salvo...

DIFESA: Non ha detto questo.

P.M.: Lei da chi l'ha appreso, se le ha apprese queste notizie.

PRESIDENTE: Quali?

MUTOLO G.: Guardi, io le ho apprese, ma guardi, non solo se... Ora sembra che c'era diciamo, che si disturbava magari all'On. Andreotti soltanto per i processi. Non è così, cioè si disturbava per i processi e anche per qualche altra cosa. Io per esempio ho sentito dire più volte da Riccobono e Bontate che quando c'era un fattore importante ma che poteva prescindere dal processo, per esempio come spostare un personaggio importante, non so, in Prefettura, alla Questura, cioè c'erano i modi e a Roma, che a Roma facevano questi movimenti, cioè l'On. Lima interessava diciamo all'On. Andreotti, l'On. Andreotti sapeva come muoversi, insomma, e quindi non so, faccio un esempio, un Questore, va bene, che poteva dare disturbo, non lo so, gli davano la promozione, lo portavano...

(…)

AVV.COPPI: Riccobono conosceva Lima?

MUTOLO G.: Certo.

AVV.COPPI: Poteva parlare direttamente con Lima?

MUTOLO G.: Se voleva, sì.

AVV.COPPI: E come mai per raccomandare il processo Cappiello ha avuto bisogno di convocare Ignazio Salvo e non si è rivolto direttamente a Lima?

MUTOLO G.: Guardi, perché in quel periodo, diciamo, c'era quel cambiamento, diciamo, che Stefano Bontate morto, quindi c'erano delle regole ben precise e oltre, diciamo, il Lima poteva essere già parlato anche di Ignazio Salvo e quindi il ... il Riccobono non si è voluto mettere nelle condizioni ... perché quello era un periodo in cui, diciamo, Salvatore Riina attacca qualsiasi mafioso per il minimo ... cioè per la minima scusa, insomma, lo attacca. Quindi il Riccobono cerca di fare le cose regolari; chiama a Ignazio Salvo e Ignazio Salvo, insomma, ci dice: per parlare si chiama Roma, per l'intervento si chiama Roma. Doveva parlare con Lima perché quella persona che stava bene con l'onorevole Giulio Andreotti era Salvo Lima.

(…)

AVV.COPPI: Va bene. Senta, ci può indicare qualcuna delle richieste, ma devono essere indicazioni precise e puntuali, le richieste che sarebbero state fatte all'onorevole Lima da parte di Cosa Nostra da trasferire a Roma? Non esempi ma fatti specifici, richieste puntuali e precise di cui lei sia a conoscenza diretta?

MUTOLO G.: Io l'ho detto poc'anzi. Io l'ho detto poc'anzi che io sentivo parlare di queste cose, però ...

AVV.COPPI: No, no. Io voglio sapere ...

MUTOLO G.: ... cosa (...) io so che l'onorevole Lima si è interessato di alcuni funzionari, ora io non so se appartenevano alla Polizia, alla Prefettura o a qualche altra cosa ...

AVV.COPPI: E vale quello che ha già detto ...

MUTOLO G.: ... Che erano scomodi e quindi c'era l'intervento dell'onorevole Lima tramite Roma ...

AVV.COPPI: E allora, ci dica chi è intervenuto ... ci dica chi è intervenuto ... ci dica ...

MUTOLO G.: ... il senatore Giulio Andreotti. Però io non mi ricordo chi ... i nominativi non me li ricordo.

AVV.COPPI: Quindi lei non ci può dire ne chi è intervenuto presso l'onorevole Lima, ne contro chi si sarebbe intervenuto, ne che cosa è successo.

MUTOLO G.: No, chi è intervenuto con ... presso l'onorevole Lima, sono i personaggi mafiosi, Stefano Bontade, ...

AVV.COPPI: No no no, noi non vogliamo sapere genericamente, voglio sapere se con riferimento a questi trasferimenti di personaggi scomodi ci sa fare il nome di un personaggio scomodo, di chi è intervenuto presso l'onorevole Lima e che cosa si è ottenuto da parte dell'onorevole Lima. Se lo sa mi risponda, se no mi dice che non lo ricorda e andiamo avanti e facciamo prima.

MUTOLO G.: No no, io mi ricordo perfettamente che quando si parlava, cioè c'erano più persone, io non è che parlavo con una persona. Ma il discorso era su ... un discorso che andava a parlare all'onorevole Lima, o Stefano Bontade o Mimmo Teresi, oppure Vitale. Però io ora non so chi ci andava a parlare. O il fratello di Greco Michele, però io non è che gli dicevo: ma chi ci è andato a parlare? Si parlava e si commentava che l'intervento era stato fatto.

(…)

AVV.COPPI: Va bene, più o meno abbiamo capito. Senta, le risulta, venendo adesso alle ragioni, lei ha già risposto e quindi non ritorno sull'argomento, aggiungo soltanto una richiesta di precisazione. Fra le varie ragioni che lei ha indicato essere alla base dell'omicidio Lima, c'era anche il fatto che Lima era considerato il maggior simbolo della parte politica che fino a poco tempo prima aveva appoggiato gli interessi di Cosa Nostra? Sempre secondo le valutazioni della stessa Cosa Nostra?

MUTOLO G.: Sì, era il maggiore simbolo nel senso che era la persona a più stretto contatto con l'onorevole Andreotti.

AVV.COPPI: Ah, questo sarebbe il significato di maggiore ...

MUTOLO G.: Perché la persona importante è l'onorevole Andreotti, l'onorevole Lima sì, è importante, ma non è che io posso paragonare l'onorevole Andreotti con l'onorevole Lima. Cioè, l'importanza che aveva l'onorevole Andreotti era un'importanza nazionale, quella dell'onorevole Lima era più piccolina. Però per noi era una persona importantissima di Palermo, della Sicilia, perché noi sapevamo però che a Roma si rivolgeva ad altre persone.

(…)

AVV.COPPI: (…) Da chi lei ha saputo che l'onorevole Lima si rivolgeva abitualmente ad Andreotti? Le faccio la domanda e le richiedo una risposta solo nell'ipotesi in cui lei sappia indicarci anche qui il nome preciso e la circostanza in occasione della quale, lei apprese questa notizia.

MUTOLO G.: Cioè, uno quello sicuro, certo al cento per cento che le posso dire e Ignazio Salvo. Dopo in altre occasioni, se ... a distanza di sei sette anni, va bene? c'erano altre persone che dicevano anche questo, però io non so chi è che le portava dentro il carcere queste notizie. Cioè, io le posso dire chi ce le diceva a noi, ma come lo sapevano io non lo so. Certamente dai familiari.

AVV.COPPI: Quindi lei ...

MUTOLO G.: Parlo di familiari di mafiosi.

AVV.COPPI: Quindi lei ... lei soltanto ... lei soltanto in occasione della raccomandazione richiesta da Riccobono apprese e da Ignazio Salvo che Lima aveva rapporti con l'onorevole Andreotti?

MUTOLO G.: Cioè, di quello sicuro, però in tempi prima ... cioè io l'avevo sentito ma non ... ecco ora lei mi dice, io le sto citando questo discorso di Ignazio Salvo perché è una persona, perché se dopo io ci dico lo sentito dire da Badalamenti Gaetano, lo sentito dire da Stefano Bontade, lo sent ... lei mi dice la data e il luogo. La data e il luogo che io non ci posso dire.

AVV.COPPI: No, se l'ha sentito dire da Badalamenti ce lo dica, visto che Badalamenti è vivo e potrebbe ... mentre gli altri invece purtroppo sono tutti morti, quindi sa, è un po' difficile controllare quel che lei dice.

MUTOLO G.: Ma guardi, se lei vede le mie dichiarazioni che ... trova anche Badalamenti.

PRESIDENTE: Senta Mutolo, mi scusi, queste persone glielo hanno detto oppure no?

MUTOLO G.: Sissignore.

PRESIDENTE: Queste persone sono Badalamenti ed altri? Dica i nomi..

MUTOLO G.: Signor Presidente, io prima di entrare in galera, io parlo intorno al '76, non al '76, al '77, già si parlava che l'onorevole Lima, va bene? sempre per discorsi politici, era sempre in contatto con l'onorevole Andreotti, va bene? Questo era un ... fattore di politica insomma. Dopo nel tempo, parlando sempre di certe cose, io sapevo che quando l'onorevole Lima aveva di bisogno per esempio, di un favore importante che lui non poteva risolvere, e si trattava di Roma, cioè per trasferire qualche persona importante da Palermo, non lo so, gli davano la promozione, facevano qualche cosa, però insomma ... sono questi i periodi ... Dopo in periodi successivi, io parlo nell'81, l'ho sentito parlare a Ignazio Salvo, ed era solo, ecco perché io dico Ignazio Salvo, in altri periodi successivi ancora, mentre sono in galera, e parlo dell'86-87, l'ho sentito dire da diverse persone. Però ora non è che io posso sapere come ...

PRESIDENTE: Chi erano queste persone?

MUTOLO G.: ... queste persone lo sapevano.

PRESIDENTE: Mutolo? L'avvocato voleva sapere chi erano queste persone oltre ad Ignazio Salvo.

MUTOLO G.: Ah, Stefano Bontade era un mafioso, un capo mandamento di Santa Maria di Gesù.

PRESIDENTE: No. no, Chi le diceva questo? I nomi. Che Lima si rivolgeva ad Andreotti. Chi oltre ad Ignazio Salvo?

MUTOLO G.: Ah, non lo so, questo lo sanno loro va, io non lo so signor Presidente, io non è che ... io non lo so questo.

PRESIDENTE: A lei, chi l'ha detto a lei?

MUTOLO G.: Ce lo diceva lo stesso Lima, io non lo so questo ...

PRESIDENTE: No Mutolo, non mi ha capito. Chi l'ha detto a lei questo? Che Lima si rivolgeva ad Andreotti?

MUTOLO G.: A me?

PRESIDENTE: Sì, chi gliel'ha detto ... questo che Lima si rivolgeva a ...

MUTOLO G.: Chi l'ha detto a me?

PRESIDENTE: Chi gliel'ha detto, questo vogliamo sapere.

MUTOLO G.: E non l'ho detto, signor Presidente. Incominciando da Bagarella da Riccobono, Pippo Calò a Francesco Madonia a Pino Leggio, parlandone con Mariano Agate a Salvatore Montalto ...

PRESIDENTE: Senta, Mutolo, tutti questi le dissero che Lima si rivolgeva ad Andreotti per le questioni di Roma.

MUTOLO G.: Signor Presidente, ma non è che me lo dicevano perché ... si parlava perché ci interessava ... cioè quello che faceva l'onorevole Andreotti. Si parlava sempre perché c'era un discorso del maxiprocesso.

(…)

AVV.SBACCHI: Senta passiamo ad altro argomento. Lei ha detto che il processo andò male, esatto? Il processo Cappiello parliamo, dell'omicidio Cappiello. Lei mi deve dire esattamente che cosa ha saputo dopo questo incontro presso villa di Riccobono a proposito dell'interessamento per la soluzione processo Cappiello? Cioè che cosa ha saputo esattamente non quello che lei ritiene, immagina ...

MUTOLO G.: Avvocato Sbacchi, quando c'è un dialogo tra mafiosi non c'è bisogno nè di chiamare un notaio e scriverlo con un notaio ...

AVV.SBACCHI: No, no. Non è questo la domanda signor Mutolo.

PRESIDENTE: Mutolo?

MUTOLO G.: Se è questa la domanda cioè la risposta è che il signor Ignazio Salvo, va bene, ci aveva assicurato nella maniera tranquilla che di lì a poco avrebbe incontrato l'onorevole Lima, l'onorevole Lima avrebbe parlato con l'onorevole Andreotti e non c'erano problemi e dopo ...

AVV.SBACCHI: E dopo? Che seppe dopo?

PRESIDENTE: Dopo che cosa ha saputo Mutolo? Mutolo, risponda alla domanda senza fare polemica.

MUTOLO G.: Che c'era l'interessamento di queste persone al momento in cui si doveva fare il processo. Però lei tenga presente che dopo 10 mesi, 11 mesi, dopo un anno Riccobono muore e quindi questo interessamento non verrà certamente ricordato da alcuna persona quindi l'andamento va male, il processo va male.

AVV.SBACCHI: Queste cose lei le ha dette e non era questo l'intento della difesa. La difesa voleva conoscere un'altra cosa. Lei dopo che finisce il colloquio Salvo, Riccobono, presente lei. Lei ha modo di parlare con qualcuno dell'omicidio Cappiello? Di questo processo per l'omicidio Cappiello?

MUTOLO G.: Io posso parlare dell'omicidio Cappiello ...

AVV.SBACCHI: No, posso parlare ...

MUTOLO G.: ... Con i miei amici che erano Rosario Riccobono, i fratelli Micalizzi ...

PRESIDENTE: Ne ha parlato oppure no?

MUTOLO G.: ... Sicuri, tranquilli della risposta che ci aveva dato Ignazio Salvo io non ... cioè mi facci capire lei cosa vuol sapere io non la comprendo insomma ... cosa lei intende dire. Cioè se abbiamo avuto risposta? Se io ho parlato con qualcuno? E l'avrei detto. Io cioè vedo solo una volta a Ignazio Salvo non è che dico che l'ho visto 50 volte.

AVV.SBACCHI: Quindi lei non ha parlato più con nessuno.

MUTOLO G.: L'ho visto soltanto una volta.

AVV.SBACCHI: Lei di questo non ha parlato più con nessuno?

MUTOLO G.: No, io ... questo era un processo che a Riccobono ci interessava perché per come ho detto poc'anzi aveva la figlia Margherita che non gli dava pace a Rosario Riccobono sempre era preoccupata, anche lui era preoccupato che a Roma se non c'era l'intervento, se non c'era l'interessamento ...

(…)

AVV.SBACCHI: (…) Lei ha detto che il Presidente Andreotti era referente di Lima, che significa? Se me lo può spiegare.

MUTOLO G.: Referente di Lima, cioè Lima si rivolgeva per le cose delicate dove Lima non poteva arrivare per le cose in cui si interessavano i mafiosi palermitani a Roma, si rivolgeva all'onorevole Andreotti. Io questo intendo dire.

AVV.SBACCHI: E ora mi spieghi un'altra cosa. Chi era Lima a dire che si rivolgeva ad Andreotti? O era una supposizione? Me lo spieghi meglio.

MUTOLO G.: Guardi, lei mi fa una domanda che io devo rispondere sempre nella stessa maniera. Io non è che ho parlato con Lima. Io ho parlato sempre con quelle persone che avevano certamente i contatti con dei personaggi importati in cui insomma Lima parlava con l'onorevole Andreotti.

Le circostanze riferite dal Mutolo in merito all’"aggiustamento" del processo per l’omicidio del Cappiello sono caratterizzate da precisione e coerenza logica per quanto attiene all’incontro tra Rosario Riccobono ed Ignazio Salvo, ed all’impegno, assunto da quest’ultimo, di conferire pochi giorni dopo, a Roma, con l’on. Lima affinché costui, a sua volta, prendesse contatto con il sen. Andreotti allo scopo di interferire sull’esercizio della funzione giurisdizionale da parte della Corte di Cassazione, inducendola a confermare la pronunzia assolutoria emessa in grado di appello.

Nessun elemento specifico è stato, invece, esposto dal Mutolo con riguardo ai successivi sviluppi del tentativo di "aggiustamento". Il collaborante, infatti, non è stato in grado di riferire se Ignazio Salvo abbia effettivamente trasmesso la predetta segnalazione all’on. Lima ed al sen. Andreotti, ed ha aggiunto che dopo la morte del Riccobono non vi fu alcun interessamento.

Le suesposte propalazioni del Mutolo – che, oltretutto, sono rimaste sfornite di riscontri estrinseci di carattere individualizzante - non possono, pertanto, assumere valenza dimostrativa in ordine alle accuse mosse all’imputato.

Parimenti generiche sono le ulteriori affermazioni compiute dal collaborante in merito alla circostanza che l’on. Lima si rivolgesse al sen. Andreotti per ottenere il trasferimento di personale in servizio presso la Prefettura o la Questura. Il Mutolo ha chiarito di avere appreso ciò da esponenti mafiosi come il Riccobono ed il Bontate, ma non ha precisato come questi ultimi abbiano acquisito conoscenza di simili vicende, e non è stato in grado di indicare i destinatari dei provvedimenti di trasferimento. Resta, dunque, aperta la possibilità che le fonti di riferimento del Mutolo abbiano esposto, sotto forma di certezza, una semplice deduzione, fondata sul notorio legame politico tra l’on. Lima e il sen. Andreotti.

Pure generiche sono le seguenti dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo all’udienza del 30 ottobre 1996:

DI CARLO F.: (…) Ma poi io c'è stata altre occasioni che ne parlo con Stefano e in qualche modo abbiamo parlato anche del diretto rapporto che i Salvo e i Lima si erano creati.

P.M.: Lo dica allora. Riferisca di queste occasioni.

DI CARLO F.: In altre occasioni mi ha detto, perché con Stefano mi vedevo, in altre occasioni mi ha detto, parlando così, i diretti rapporti che avevano con l'onorevole, con il Presidente Andreotti.

P.M.: Cioè riesce a ricordare, riesce ad ancorare il suo ricordo a qualche cosa di specifico? Cioè qual'è l'occasione per la quale parlate di questo argomento con Stefano Bontate?

DI CARLO F.: Ma in altre occasioni che si parlava sempre di problemi che avevano, che c'erano a Palermo di tanti piccolezze che spuntavano, a volte si parlava di politica però non c'era in quel minuto con Stefano, non c'era nessuna riferenza proprio per uno specifico fatto, si parlava così del più e del meno anche perché Stefano aveva altre vedute per Cosa Nostra. Stefano era quello che voleva ampliare, Stefano era quello che voleva portare Cosa Nostra in una via di mezzo tra Cosa Nostra quella violenta e la massoneria (…). Ce ne erano tanti, molti discorsi che si facevano con Stefano, ecco, perché capitava di discutere e si parlava di politica. E dice quando si arriva ad avere uno di Cosa Nostra, che non l'avevamo avuto mai, che può parlare a livello politico nazionale, dice, ancora tengono a un Ciancimino che un po' ci porta una questione e un po' ce ne porta un'altra e si riferiva ai problemi che c'erano, politici, che erano molti politici che succedevano tante cose.

P.M.: Scusi, ma chi era questo uomo politico che poteva parlare con questa persona così importante? I nomi. Chi era il politico e chi era la persona importante?

DI CARLO F.: Ho detto la persona importante chi era. Era Nino Salvo con Lima. Nino Salvo che era Cosa Nostra perché non si era avuto mai uno di Cosa Nostra, a parte quelli di Cosa Nostra antichi che c'erano stati ma la Sicilia non aveva i problemi che aveva la moderna Cosa Nostra, pure che c'erano stati uomini politici Cosa Nostra non si era mai arrivati a parlare con politici nazionali.

P.M.: E i politici nazionali chi sono?

DI CARLO F.: Nino Salvo, sempre Lima e l'onorevole Andreotti. Lui parlava per questa linea.

P.M.: Stefano Bontate glielo fece il nome di Andreotti oppure no?

DI CARLO F.: Certo che me lo ha fatto.

P.M.: Lo dica allora.

DI CARLO F.: Però non c'era stato in quella occasione, questa è stata un'altra occasione. Non so se sono chiaro?

P.M.: Sto dicendo ... stavo facendo riferimento ai suoi, alle occasioni di suoi incontri, di suoi discorsi con Stefano Bontate e le avevo chiesto le fece il nome, le fece i nomi di questi politici nazionali importanti.

DI CARLO F.: Sì, che me l'ha fatto.

P.M.: Qual'è questo nome o questi nomi?

DI CARLO F.: Presidente Andreotti.

P.M.: E le disse qualche cosa in particolare del Presidente Andreotti oppure no?

DI CARLO F.: Che aveva dato modo a Nino Salvo e a Lima di farci vedere che era a disposizione in qualche cosa che l'avevano disturbato.

Il Di Carlo, dunque, pur facendo riferimento ad una disponibilità manifestata dal sen. Andreotti a fronte di istanze rivoltegli dall’on. Lima e da Antonino Salvo, non ha specificato neppure il genere di intervento richiestogli.

Si tratta, evidentemente, di affermazioni che non consentono di individuare alcuna precisa condotta posta in essere dall’imputato a vantaggio di "Cosa Nostra".

Le stesse valutazioni possono essere prospettate con riguardo all’asserzione, compiuta dal collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori all’udienza del 22 aprile 1997, di avere appreso da Salvatore Riina, dopo la conclusione del c.d. maxiprocesso, che "SALVO LIMA era la persona che aveva il tramite con ANDREOTTI; e siccome avevano dato degli incarichi a SALVO LIMA, che SALVO LIMA (…) nel passato si era sempre interessato per processi e cose, siccome per il Maxi-Processo è finita male, si doveva fare terra bruciata su tutti quelli che si erano comportati male con "Cosa Nostra"".

La qualificazione dell’on. Lima come tramite tra l’associazione mafiosa ed il sen. Andreotti, in mancanza dell’individuazione dell’attività posta in essere da quest’ultimo in favore di esponenti dell’illecito sodalizio, può ragionevolmente ricollegarsi alla semplice conoscenza del particolare rapporto fiduciario intercorrente tra i due uomini politici, del resto notorio anche all’interno di "Cosa Nostra", come si evince dalle seguenti dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi all’udienza del 13 marzo 1997:

AVV. COPPI: (…) a lei risulta che il Senatore ANDREOTTI fosse nelle mani dell'Onorevole LIMA?

CANCEMI S.: sì, io... mi risulta, nel senso come l'ho spiegato, che l'ho saputo da... da GANCI, da ANDRE... da... RIINA, da MICHELANGELO LA BARBERA, su questo senso.

AVV. COPPI: quindi ANDREOTTI era uomo di LIMA?

CANCEMI S.: sì, quello che mi dicevano, sì.

AVV. COPPI: quindi non era LIMA ad essere uomo di ANDREOTTI, ma era ANDREOTTI a essere uomo di LIMA, ho capito bene?

CANCEMI S.: no, tutti e due, quello era di suo, e quello era... viceversa.

AVV. COPPI: cioè quindi erano l'uno l'uomo dell'altro.

CANCEMI S.: sì.

AVV. COPPI: va bene.

CANCEMI S.: quello che dicevano RIINA e tutti.

Non può attribuirsi una maggiore valenza dimostrativa alle dichiarazioni rese, sull’argomento, da Giovanni Brusca nel corso del suo esame dibattimentale.

In particolare, all’udienza del 28 luglio 1997 Giovanni Brusca ha riferito quanto segue:

BRUSCA GIOVANNI: '81 in poi, metà '81 in poi. (…) Nel frattempo (…) a Palermo, con lo scoppio della guerra di mafia a Palermo ci sono 3, 4, 5, 6, 7 morti al giorno, quelli che si sanno, perchè poi c'erano pure quelli che non si sapevano. Ad un dato punto mi ricordo che c'era il giornale L'Ora che diceva che era arrivato ad un dato punto a 100 morti in pochi mesi, dietro questo fatto l'Onorevole ANDREOTTI manda a dire tramite i cugini SALVO, dice: "Fai sapere agli amici che se non si danno una calmata, sono costretto, o perlomeno non sono più in condizioni di potere mantenere qua in Parlamento, sono costretto a prendere provvedimenti per la Sicilia, con qualche legge speciale, con qualche cosa di speciale".

P.M.: Questo lei come lo sa?

BRUSCA GIOVANNI: Me lo dice ANTONINO SALVO, cioè NINO SALVO in prima persona.

P.M.: Ecco, ci può descrivere dove, quando, che cosa le dice esattamente NINO SALVO?

BRUSCA GIOVANNI: Guardi, me lo dice in via Ariosto dove loro ...

P.M.: A intanto lei ci va per incarico di qualcuno o viene casualmente questo discorso?

BRUSCA GIOVANNI: Ma credo che ci vado incarico di qualche cosa. In quella occasione mi dice: "L'Onorevole ANDREOTTI ha fatto sapere che in base a quello che succede a Palermo, sono costretto a prendere qualche provvedimento, perchè sono pressato per prendere un provvedimento per la Sicilia"

P.M.: Sono pressato, chi è che è pressato?

BRUSCA GIOVANNI: Non lo so, credo l'Onorevole ANDREOTTI, non so, dagli altri parlamentari, dagli altri deputati, non so chi.

P.M.: Quindi questo è il messaggio che NINO SALVO le da.

BRUSCA GIOVANNI: A me.

P.M.: A lei.

BRUSCA GIOVANNI: E io lo porto a SALVATORE RIINA.

P.M.: E che succede?

BRUSCA GIOVANNI: Al che, io porto questo messaggio a SALVATORE RIINA e SALVATORE RIINA mi dice: "Tornaci" e gli racconto quello che mi è stato detto, cioè: "Antonino mi ha detto di riferire che l'Onorevole ANDREOTTI non poteva più sostenere, in quanto in Sicilia c'erano morti giornalieri, e doveva prendere provvedimenti" Al che mi ci fa ritornare e mi dice: "vacci e ci dice che sta bello tranquillo, cioè di stare tranquillo, di non prendere nessun provvedimento, che ci lasci stare in pace, perchè noi siamo a disposizione, lo saremo sempre stati e per tutti i favori che gli abbiamo fatto".

P.M.: Per tutti i favori che gli abbiamo fatto, a chi?

BRUSCA GIOVANNI: All'Onorevole ANDREOTTI, cioè ai SALVO, a LIMA, cioè una corrente ... Quando io parlo di SALVO, LIMA, noi ci riferiamo subito all'Onorevole ANDREOTTI e la risposta all'Onorevole ANDREOTTI, perchè l'Onorevole ANDREOTTI aveva mandato a dire questo particolare.

Nella successiva udienza del 29 luglio 1997 Giovanni Brusca ha aggiunto quanto segue:

P.M.: (…) Parlando del... l'incontro avuto con Nino SALVO, nel corso del quale Nino SALVO le da un messaggio proveniente dall'Onorevole ANDREOTTI da riferire a RIINA, (...) lei sa che carica rivestiva... carica istituzionale rivestiva in quel momento l'Onorevole ANDREOTTI?

BRUSCA G.: No, non lo so che carica rivestiva, ma credo che abbia poca importanza.

P.M.: Che significa abbia poca importanza?

BRUSCA G.: Ma guardi, per quelle che sono le mie esperienze, non credo che... a volte anche se non ne aveva... cioè la figura di carica, però dietro le quinte quello che gestiva o manovrava o dava ordine era l'Onorevole ANDREOTTI.

(…)

P.M.: Cioè faccia capire meglio con degli esempi, se vuole, il suo pensiero.

BRUSCA G.: (…) anche se l'Onorevole ANDREOTTI non aveva la carica formale, però poi quello che comandava dietro le quinte era quello che realmente aveva la forza, perché la corrente Andreottiana in Sicilia a livello Nazionale l'aveva il 30-40 % dei voti, 35, cioè aveva una forza abbastanza notevole alla Sicilia che comandava l'Onorevole ANDREOTTI.

P.M.: Senta, sempre ritornando a questo incontro e alle risposte (...) delle quali lei è tramite, (…) RIINA, vuole ripetere che cosa le disse di far sapere ad ANDREOTTI per il tramite di Nino SALVO? Sforzi la sua memoria e cerchi di essere più preciso possibile nel suo ricordo.

BRUSCA G.: La risposta che io portai da RIINA ai cugini SALVO fu di lasciarci stare in pace, di non fare leggi speciali, di fare il massimo per impedire che faccia leggi speciali, perché noi gli abbiamo dato... gli abbiamo fatto tanti favori e pure i voti, cioè gli abbiamo dato favori... ci abbiamo fatto favori più tutti i voti, che ogni volta li votiamo per quando ne avevano di bisogno.

P.M.: Lei sa quali erano questi favori a cui faceva riferimento RIINA?

BRUSCA G.: Guardi, i favori... quelli che gli posso dire sono voti, per come gli ho detto, la gestione della Regione e che quando fu eletto Mario D'ACQUISTO è stato un accordo comune, qua Limiani, quindi Andreottiani e qua Salvatore RIINA. Non direttamente perché venivano imposti degli omicidi, ma per riflesso si facevano degli omicidi... e dare forza a quella che era la corrente politica in quel momento, cioè che noi ci appoggiavamo tutti.

P.M.: Scusi, che cosa significa dare forza a quella corrente politica, cogli omicidi

(…)

BRUSCA G.: Se noi andavamo a dare forza con i voti non avremmo avuto mai una forza intimidatoria, la forza intimidatoria avveniva tramite gli omicidi, di quando noi facevamo gli omicidi, gli attentati verso questi uomini politici che non corrispondevano a quelli che erano gli obblighi di Cosa Nostra, quindi obblighi mafiosi o gli interessi di Cosa Nostra, quindi l'jntimidazione andava a rafforzare quelli che erano i modi e quella che era la forza politica Siciliana.

P.M.: Vuole fare qualche esempio, se è in grado di farlo di questi omicidi o di queste intimidazioni che davano forza alla corrente politica?

BRUSCA G.: Tipo quando venne ucciso l'Onorevole MATTARELLA, subito dopo poi è stato eletto Presidente Mario D'ACQUISTO. Michele REINA non so perché è stato ucciso, ma è stato ucciso sempre per problemi politici, quindi tutti questi fatti vengono attribuiti... cioè per dare forza alla corrente politica Siciliana. Quindi non bastava solo...

P.M.: Scusi, corrente politica Siciliana che significa?

BRUSCA G.: Cioè scusi... non Siciliana, cioè corrente politica Andreottiana, cioè quindi LIMA ANDREOTTI, per esempio quando c'erano problemi con CIANCIMINO, nè che si faceva ostacolare CIANCIMINO nel... nella corrente politica di ANDREOTTI, si cercava di farli andare d'accordo in maniera che non c'era scontro frontale, perché c'erano correnti diverse, quindi non è stato mai opera di scontro, e su questo fronte i problemi... gli interventi sono stati molteplici, non è stato uno, due, tre...

P.M.: Scusi un istante, su questo discorso riguardante CIANCIMINO lei ha detto dice "bisognava farli andare d'accordo" eccetera, vuole essere più esplicito, se è in grado di farlo? Che cosa intende dire con questa espressione?

BRUSCA G.: Vito CIANCIMINO... Vito CIANCIMINO aveva una certa forza politica a Palermo. Questa forza politica a Palermo lui la sfruttava sia per conto suo sia per l'organizzazione mafiosa e in particolar modo...

P.M.: Lui è?

BRUSCA G.: CIANCIMINO.

P.M.: CIANCIMINO.

BRUSCA G.: E in particolar modo per i Corleonesi. In testa Salvatore RIINA poi tutto il resto. Questo qua, essendo... credo che abbia corrente politica diversa di quella di LIMA, LIMA ANDREOTTI, spesso e volentieri c'erano dei contrasti all'interno del partito per... per... per il potere, cioè per andarsi a prendere il posto di Sindaco, no che CIANCIMINO diventasse Sindaco, ma indicare la persona di sua fiducia a farlo eleggere Sindaco o quanto meno gli Assessori per poi lui, dietro le quinte... dietro le quinte gestire, comandare... dalle spalle quello che interessava fare e quello che non interessava fare. E siccome ogni volta c'erano dei contrasti, in quanto LIMA voleva candidare i suoi... i suoi... le sue persone, cioè le sue persone della stessa sua corrente politica, CIANCIMINO voleva comandare lui, e ogni volta c'erano degli scontri. In questi scontri spesso e volentieri interveniva RIINA. RIINA interveniva però per conto di Bernardo PROVENZANO, perché CIANCIMINO si rivolgeva a Bernardo PROVENZANO e Bernardo PROVENZANO si rivolgeva a Salvatore RIINA. Tanto è vero che di tanti questi scontri, cioè di questi problemi politici all'interno del Comune, della Regione Siciliana, Salvatore RIINA a un dato punto dice non ne posso più, dice devo combattere con questo mio paesano, dice deve arrivare al punto che non... lo mando a quel paese, tanti erano gli scontri e i problemi sempre di accordare, accordare, accordare. Per esempio i problemi di USL, che CIANCIMINO gli interessava la USL, credo la 58, se non vado errato. C'erano dei problemi, per esempio c'era la USL dell'ospedale Cervello che lascio questa e ne prendo un'altra, che anche se era padre di Gaetano SANGIORGI, però aveva pure contrasti con LIMA, o per lo meno della corrente di LIMA, e anche in questa occasione c'erano dei contrasti, tanto è vero che il padre di Gaetano SANGIORGI ha mollato, se non ricordo male, ha mollato cioè di interessarsi della USL del Cervello di Palermo, quindi erano tanti, non c'era solo... non c'erano solo i voti, cioè la forza che si dava alla corrente Andreottiana, quindi LIMA, tramite i cugino SALVO erano tanti.

(…)

P.M.: Anche l'esempio (...) che ha fatto lei ieri in cui interviene RIINA sul Cavaliere Carmelo COSTANZO rientra (...) in questa logica di (...) aggiustamento di contrasti all'interno del partito della DC oppure no?

BRUSCA G.: Uguale, la stessa cosa, cioè ogni volta che c'erano dei problemi interveniva Salvatore RIINA.

P.M.: E Salvatore RIINA interveniva per aiutare qualcuno dei contendenti che mi sembra di capire erano da un lato CIANCIMINO e dall'altro LIMA, oppure era in una posizione di equidistanza?

BRUSCA G.: No, Salvatore RIINA in quel periodo, sempre a livello... per quella che era la mentalità di Cosa Nostra, cercava di fare quasi sempre giusto, però favoriva in particolar modo in quel periodo i cugino SALVO e i commenti erano che ogni volta che Salvatore RIINA aggiustava le cose o gli faceva fare buona figura commentavano con mio padre vedi che ora loro si prendono questi meriti, si prendono questi meriti, ora vanno da LIMA e ANDREOTTI per dire come vedi siamo in condizioni sempre di aggiustare e di sistemare o di chiarire un poco tutta la situazione e quindi questi meriti se li prendevano loro per i problemi che riguardavano i problemi politici in Sicilia e in particolar modo a Palermo, ma in Sicilia.

All’udienza del 30 luglio 1997 Giovanni Brusca ha reso le seguenti dichiarazioni:

P.M. SCARPIN.: (…) I piaceri di cui aveva bisogno Cosa Nostra, gli uomini di Cosa Nostra, di che tipo erano?

BRUSCA G.: Ma, guardi, ne che c'erano solo processi che si dovevano aggiustare o...

P.M. SCARPIN.: Ci vuole fare una serie di esempi del tipo? Di piaceri di cui aveva bisogno Cosa Nostra da parte di politici o amministratori, cosa serviva?

BRUSCA G.: Per esempio, noi abbiamo avuto bisogno per finanziamenti alla COOPERATIVA KAGGIO e noi tramite i SALVO, quindi tramite i politici, abbiamo avuto dei finanziamenti con un primo stabilimento li abbiamo avuto regolarmente, poi un secondo e un terzo finanziamento l'abbiamo avuto grazie all'Onorevole... ai cugini SALVO e i cugini SALVO tramite LIMA, tramite la loro corrente politica. Poi quando io sono andato per i finanziamenti per la SIRAP, non è nato nel '91 quando sono arrivati agli appalti, cioè alla gara di appalto, ma bensì è partito molto tempo prima, credo all'88-87, partito questo progetto, quindi l'iter burocratico è stato lungo e per questi fatti IGNAZIO SALVO mi ha dato una buona mano d'aiuto per potere poi arrivare al finanziamento. Questa non è che è una cosa da poco. E questo è un altro favore. Quindi quando si parlava di favori, che non erano per forza di... di processi o di leggi, in questo tipo di favori si mettevano a disposizione.

P.M. SCARPIN.: Ecco, lei ha fatto due esempi. Ci può fare qualche altro esempio? Abbiamo parlato di finanziamenti, abbiamo parlato di appalti, ci può fare esempio di altro tipo di intervento, che può servire?

BRUSCA G.: Tipo, per esempio, a PALERMO c'erano gli interessi economici sia di RIINA e di tanti altri uomini politici per le aree edificabili nel palermitano, ne che era una cosa da poco. Quindi sotto questo profilo si indirizzavano, si indirizzavano i terreni, cioè si davano indicazioni ai vari Sindaci o rappresentanti, cioè i Presidenti di Regione, chi era in quel momento, o le persone forti, perché per esempio anche se c'era il Presidente della Regione D'ACQUISTO MARIO, tanto per dire un esempio, però la persona forte era sempre LIMA, quello che dava indicazioni come potere dare un certo tipo di problema. Per esempio, un altro fatto che PROVENZANO BERNARDO era interessato ad appalti per la fornitura ospedaliera e ogni volta c'erano contrasti tra CIANCIMINO e i limiani e, quindi, si interveniva per farli mettere d'accordo in maniera che CIANCIMINO poteva fornire, cioè poteva aiutare PINO LIPARI, PINO LIPARI, BERNARDO PROVEN-ZANO o le persone che lo rappresentavano. C'erano posti, posti di USL, c'erano tante cose. (…) Per esempio, non mi ricordo se, per esempio, si dividevano le varie U.S.L. nel palermitano...

PRESIDENTE: Si dividevano?

BRUSCA G.: Cioè si dividevano... c'è l'OSPEDALE CIVICO, il CERVELLO, nelle varie correnti politiche ognuno si prendeva (...) il suo posto. Se non ricordo male, per esempio, il Civico di PALERMO apparteneva all'Onorevole LIMA, (…) come corrente politica cioè faceva capo all'Onorevole LIMA. Quindi ... e poi man mano uno che aveva di bisogno si mettevano a disposizione.

P.M. SCARPIN.: C'erano interessi anche, per esempio, per le banche, per crediti?

BRUSCA G.: Questo un altro fatto. Per esempio noi siamo andati per avere dei prestiti e tramite i SALVO noi li abbiamo avuto, tipo quando (...) abbiamo acquistato il terreno in CONTRADA DON TOMMASO, tramite SALVO noi abbiamo avuto un prestito alla COMMERCIALE, se non ricordo male, grazie ai cugini SALVO, quindi alla sua forza politica. Per esempio posti di lavoro all'ESATTORIA per fare impiegare persone. Erano tutta una serie di attività, (...) non c'erano solo processi (...)

P.M. SCARPIN.: Ho capito. Senta, per quanto riguarda tutti questi tipi di interessi, quindi banche, U.S.L., appalti, finanziamenti, assunzioni di posti di lavoro, Cosa Nostra si rivolgeva direttamente e sempre ad ANDREOTTI oppure era sufficiente rivolgersi agli uomini della corrente andreottiana, che stavano a PALERMO?

BRUSCA G.: No, c'era chi... c'era quando noi ci rivolgevamo... il nostro canale in quel momento era per questo tipo di favori i SALVO, ma per esempio c'era, a me non mi consta, però per sentito dire c'era per esempio FIORE GAETANO di... della MOLARA, cioè del mandamento di MOTISI MATTEO e sapevamo che loro avevano un buonissimo rapporto, GRECO MICHELE sapevamo che aveva un buon rapporto...

PRESIDENTE: Con chi?

BRUSCA G.: Con l'Onorevole LIMA.

P.M. SCARPIN.: La mia domanda...

BRUSCA G.: Con LIMA e con i... e anche con i cugini SALVO.

P.M. SCARPIN.: La mia domanda gliela ripeto. Lei ha fatto degli esempi, no?

BRUSCA G.: Sì.

P.M. SCARPIN.: Di favori che sono stati fatti a Cosa Nostra in vari campi, dalle banche alle Unità Sanitarie Locali, all'assunzione di posti di lavoro, agli appalti, ecc. Ecco, in relazione a questi tipi di favori, che servivano a Cosa Nostra, per quello che sono le sue conoscenze, gli uomini d'onore si rivolgevano sempre e direttamente ad ANDREOTTI? (…) Allora si rivolgevano ad ANDREOTTI oppure era sufficiente rivolgersi agli uomini della corrente andreottiana, che stavano a PALERMO come D'ACQUISTO, LIMA...

(…)

BRUSCA G.: Si rivolgevano agli uomini politici della corrente andreottiana, quelli che avevano la forza in Sicilia, cioè che avevano l'appoggio, come si suol dire, per corrente politica, che poi automaticamente facevano capo all'Onorevole ANDREOTTI. Quindi la forza era, anche se non c'era l'Onorevole ANDREOTTI in Sicilia, però bene o male comandava lui, cioè tutto quello che si muoveva in Sicilia, che lui poteva riuscire, non è che comandava su tutto e per tutto, però in linea di massima cioè il capo.... i politici, che gestivano questo potere in Sicilia si muovevano tranquillamente, però in linea di massima cioè il capo esponente, cioè il capo corrente era sempre l'Onorevole ANDREOTTI.

Gli aspetti fondamentali della ricostruzione dei fatti fornita da Giovanni Brusca possono, dunque, riassumersi nei seguenti termini:

  • secondo l’esperienza maturata dal dichiarante all’interno di "Cosa Nostra", non assumevano importanza determinante le cariche rivestite dal sen. Andreotti, ritenendosi, invece, essenziale il potere esercitato "dietro le quinte" dal medesimo uomo politico nella qualità di capo della corrente andreottiana;
  • "Cosa Nostra" intendeva rafforzare la corrente andreottiana non solo con il sostegno elettorale, ma anche con la propria forza intimidatrice (espressa in azioni omicidiarie), la composizione dei contrasti con Vito Ciancimino, e la soluzione di altri problemi politici;
  • per ottenere favoritismi di vario genere, gli esponenti mafiosi si rivolgevano agli uomini politici della corrente andreottiana, i quali "poi automaticamente facevano capo all'Onorevole Andreotti".

Giovanni Brusca non ha, tuttavia, esposto alcuno specifico episodio che sia adeguatamente riscontrato e che denoti l’effettiva realizzazione, da parte dell’ imputato, di condotte favorevoli a "Cosa Nostra".

Tralasciando, in questa sede, la trattazione degli argomenti che saranno esaminati in altre parti della sentenza, deve rilevarsi che nessun ulteriore elemento probatorio è stato acquisito relativamente al messaggio che, secondo Giovanni Brusca, sarebbe stato trasmesso, per suo tramite, da Antonino Salvo a Salvatore Riina, su incarico del sen. Andreotti.

Le risultanze dell’istruttoria dibattimentale, inoltre, non sono pervenute all’accertamento di alcun intervento del sen. Andreotti consapevolmente diretto a sollecitare il sostegno di "Cosa Nostra" (nelle varie forme menzionate da Giovanni Brusca), ovvero ad agevolare specifiche condotte di favoritismo poste in essere da esponenti della sua corrente nei confronti di "uomini d’onore".

Né possono valere a dimostrare la responsabilità penale dell’imputato le seguenti dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Leonardo Messina all’udienza del 12 marzo 1997:

P.M. SCARPIN.: (…) Lei all'interno di "COSA NOSTRA" ha mai sentito parlare dell'Onorevole SALVO LIMA e, in caso affermativo, in quale circostanze, da chi, con quali contenuti?

MESSINA L.: sì, all'interno di "COSA NOSTRA" (…) si diceva che c'erano alcuni uomini che erano legati a noi, come era ARISTIDE GUNNELLA, come era SALVO LIMA, come era l'Onorevole ANDREOTTI, però erano cose che dicevano nelle riunioni le persone più anziane di me, che era FILIPPO ANZALONE, LORENZO NARO e poi gli altri. Però...

(…)

P.M. SCARPIN.: ...se se li ricorda, se può fare altri nomi, ha detto FILIPPO ANZALONE, poi chi altri? Da chi altri ha sentito questo?

MESSINA L.: sì, poi dallo stesso BEVILACQUA e dallo stesso BORINO MICCICHE'.

P.M. SCARPIN.: tutti uomini d'onore...

MESSINA L.: sì, sì.

P.M. SCARPIN.: ...quello che lei ha indicato?

MESSINA L.: sì.

(…)

MESSINA L.: questi ANZALONE era uomo d'onore della mia "famiglia".

P.M. SCARPIN.: ho capito!

MESSINA L.: cioè, però sono persone a settant'anni, (…) sono i vecchi del paese.

P.M. SCARPIN.: ho capito! Quindi, questo ha sentito di LIMA; ha sentito qualche altra cosa?

MESSINA L.: no!

P.M. SCARPIN.: ...qualche episodio specifico a parte questo della miniera PASQUASIA?

MESSINA L.: praticamente hanno detto che era legato a noi, però che non era stato affiliato (...) che era il tramite per arrivare da GIULIO ANDREOTTI.

P.M. SCARPIN.: era il tramite per arrivare da GIULIO ANDREOTTI, per fare che cosa?

MESSINA L.: per l'interesse di "COSA NOSTRA". Però, è stato sempre un discorso che poi io non ho potuto fare di persona, cioè io, non è che poi ho incontrato SALVO LIMA per dire...

(…)

AVV. COPPI: (…) Le risulta che LIMA fosse anche lui "pungiuto"?

MESSINA L.: no, per LIMA mi era stato specificato che non era uomo d'onore.

AVV. COPPI: che non era uomo d'onore, però le risulta che LIMA era il tramite di "COSA NOSTRA" per arrivare al Senatore ANDREOTTI?

MESSINA L.: cioè, mi risulta perché in questi termini me lo hanno detto, però io direttamente da LIMA non sono mai andato.

AVV. COPPI: e quindi, anche qui è una notizia che lei ha appreso da altri?

MESSINA L.: sì, come ho sempre detto, io da… da SALVO LIMA non sono andato mai per nessun mio bisogno o per bisogni...

AVV. COPPI: lei ricorda il periodo di tempo, l'anno, sempre per le notizie che ha appreso, non per sua conoscenza diretta? Questo ormai lo abbiamo appreso. L'anno in cui LIMA avrebbe incominciato ad operare come tramite tra "COSA NOSTRA" e il Senatore ANDREOTTI?

(…)

MESSINA L.: no, l'anno di quando è iniziato non lo so.

AVV. COPPI: neppure il periodo, in genere?

MESSINA L.: no.

AVV. COPPI: no. Ci sa spiegare le ragioni, sempre sulla base delle sue conoscenze, non per congetture ovviamente, perché non potrei chiederglielo, mi sa spiegare quindi le ragioni per le quali se LIMA non era combinato, non era quindi affiliato a "COSA NOSTRA", mentre secondo quello che lei ha appreso da NARDO, ANDREOTTI lo sarebbe stato, perché c'era bisogno di passare attraverso LIMA per giungere al Senatore ANDREOTTI? Non si poteva trattare direttamente con il Senatore ANDREOTTI senza ricorrere a persona che non era affiliata? Lei conosce qualche fatto o qualche cosa che possa dare una spiegazione a questa...

MESSINA L.: ..."COSA NOSTRA" crea delle persone che hanno un contatto, possono essere uomini d'onore come non lo possono essere, l'importante è che sono fiduciari di "COSA NOSTRA", perché Lei, giustamente, ora va nei processi e ci conosce tutti, sarebbe una anomalia che io o BALDASSARRE o RIINA saremmo andati direttamente a cercare ANDREOTTI, allora... creano un canale dove possono arrivare solo alcune persone e basta, perché se no, insomma...

(…)

AVV. COPPI: (…) mi sa adesso però indicare quali specifici piaceri "COSA NOSTRA" ha chiesto al Senatore ANDREOTTI per il tramite dell'Onorevole LIMA?

MESSINA L.: no, oltre a quello che io ho detto, che mi avevano detto che lui si doveva interessare per il processo...

(...)

AVV. COPPI: (...) a parte questo riferimento alla Cooperativa, lei non è a conoscenza degli interventi specifici dell'Onorevole LIMA per conto di "COSA NOSTRA" sul Senatore ANDREOTTI.

MESSINA L.: è così.

AVV. COPPI: quindi, non mi sa neppure rispondere, per forza di cose, a questa domanda e cioè se effettivamente i piaceri richiesti da LIMA al Senatore ANDREOTTI siano stati poi esauditi, non sapendo niente?

MESSINA L.: no, perché io non sono a conoscenza di favori specifici per questo, per quell'altro.

(…)

AVV. SBACCHI: sì. Lei Signor MESSINA, che cosa sa dell'Onorevole LIMA, esattamente?

MESSINA L.: quello che ho detto (...) che si è interessato per la PIETRINA, per fargli avere il lavoro, e come diceva CIRO VARA e MADONIA, era il contatto per arrivare a ANDREOTTI. Ma come ho detto: "io non ci ho mai parlato".

AVV. SBACCHI: lei non ci ha mai parlato.

MESSINA L.: no.

AVV. SBACCHI: quindi, lei questa notizia la sa da ...CIRO VARA.

MESSINA L.: certo.

(…)

AVV. SBACCHI: lei scusi, sempre il 13 agosto del 1992 ha dichiarato: "per quel che so - sempre si parla di LIMA - tramite l'Avvocato BEVILACQUA e altri uomini alla "famiglia" egli non era uomo d'onore, ma era stato vicino a uomini di "COSA NOSTRA", per i quali aveva costituito il tramite presso l'Onorevole ANDREOTTI per la necessità della mafia siciliana. Era questa notizia generica e non più di questa che circolava all'interno di "COSA NOSTRA" poiché non venivano indicate le persone con cui sarebbe stato in contatto l'Onorevole LIMA, ed i piaceri che gli richiedevano al di là della vicenda relativa alla co... società com... al rientro della società cooperativa PIETRINA, nella assunzione di lavoro nella miniera PASQUASIA. Cioè sostanzialmente quindi voc... quando lei ha detto: "notizia generica", che cosa intende dire?

MESSINA L.: ma, perché io non avevo mai constatato con i miei occhi, con le mie mani che tutto era vero, cioè (…) mi parlavano, io dò per scontato che all'interno di "COSA NOSTRA" quando parlano con me dicono la verità, però io da questa persona non c'ero mai andato.

(…)

AVV. SBACCHI: (…) si rende necessario un altro chiarimento. Esattamente che cosa sa in ordine alla vicinanza di uomini d'onore, cioè dell'Onorevole LIMA per i quali aveva costituito il tramite presso l'Onorevole ANDREOTTI. Ora vorrei sapere qual è la vicinanza, quali sono questi uomini d'onore vicini a LIMA.

PRESIDENTE: lei, li sa?

MESSINA L.: praticamente quando mi hanno detto questa faccenda di ANDREOTTI e LIMA, non è che mi hanno spiegato quali erano i palermitani che avevano il contatto, difatti gli ho detto "genericamente, si diceva in questa maniera"; se io avessi saputo i nomi di chi era in contatto SALVO LIMA li avrei detti".

(…)

AVV. SBACCHI: quindi, lei questi nomi non li sa. E allora, diciamo che rimane la notizia generica, per questo la definisce generica, esatto?

MESSINA L.: certo!

AVV. SBACCHI: lei sa con chi era in contatto l'Onorevole LIMA?

MESSINA L.: no.

AVV. SBACCHI: non sa nemmeno questo.

MESSINA L.: so che era in contatto con l'Avvocato BEVILACQUA...

AVV. SBACCHI: sì, mi scusi, questa cosa di PIETRINA, chi l'ha risolto il problema del lavoro della cooperativa PIETRINA?

MESSINA L.: SALVO LIMA con... perché ha parlato (…) con FRANCESCO MORGANTE.

Il suddetto collaborante, pur affermando di avere appreso da altri "uomini d’onore" che l’on. Lima fungeva da tramite tra "Cosa Nostra" ed il sen. Andreotti, non ha menzionato – se si prescinde dall’interessamento relativo al c.d. maxiprocesso – precisi dati di fatto idonei a supportare una simile indicazione di carattere riassuntivo.

Per quanto attiene all’intervento dell’on. Lima in favore della cooperativa "La Pietrina" (cui erano interessati Liborio Miccichè, rappresentante della "famiglia" di Pietraperzia e consigliere della "provincia" mafiosa di Enna, e l’avv. Raffaele Bevilacqua, esponente andreottiano il quale era sotto-capo della stessa "provincia" mafiosa), il Messina non ha fatto riferimento ad alcuna condotta posta in essere dall’imputato, limitandosi ad evidenziare che l’on. Lima aveva preso contatto con l’avv. Francesco Morgante al fine di evitare che predetta cooperativa fosse esclusa dall’affidamento di lavori presso la miniera di Pasquasia.

Come si è già osservato, la circostanza che l’avv. Bevilacqua si sia adoperato per ottenere un interessamento dell’on. Lima in favore della suddetta cooperativa è desumibile dal contenuto di due conversazioni del Miccichè, intercettate rispettivamente in data 3 settembre 1991 ed in data 6 settembre 1991. In proposito, va evidenziato che dalle suddette conversazioni telefoniche non emerge alcun coinvolgimento del sen. Andreotti nell’intervento che l’avv. Bevilacqua intendeva richiedere all’on. Lima in relazione alle istanze rivoltegli dal Miccichè.

Né appaiono sufficienti a dimostrare la responsabilità penale dell’imputato le ulteriori risultanze probatorie, già esaminate nel paragrafo precedente, dalle quali si desume che egli incontrò a Roma l’avv. Bevilacqua dopo le elezioni regionali del 1991 e si impegnò per garantire l’adempimento delle promesse fatte da quest’ultimo nel corso della campagna elettorale.

Non vi è, infatti, prova sicura che il suesposto contegno del sen. Andreotti fosse consapevolmente diretto ad agevolare il perseguimento degli obiettivi dell’associazione mafiosa, poiché gli elementi di convincimento raccolti non consentono di affermare in modo incontrovertibile che l’imputato fosse consapevole dei legami che univano l’avv. Bevilacqua all’illecito sodalizio.

Deve pertanto riconoscersi che gli elementi di convincimento sopra riassunti non valgono a dimostrare in termini di certezza che l’imputato abbia coscientemente determinato, d’accordo con l’on. Lima, la trasformazione della corrente andreottiana in Sicilia in una "struttura di servizio" dell’associazione mafiosa, ed abbia mobilitato le articolazioni interne della propria corrente per la soluzione dei problemi che interessavano "Cosa Nostra".

Le medesime ragioni che impediscono di ravvisare, nei rapporti tra il sen. Andreotti e l’on. Lima, profili dotati di inequivocabile valore sintomatico ai fini della prova dei fatti delittuosi attribuiti all’imputato, inducono ad escludere la rilevanza penale dei contatti intercorsi tra quest’ultimo ed altri esponenti siciliani della corrente andreottiana collusi con l’organizzazione mafiosa.

L’intensità di tali contatti – che non risultano avere travalicato i limiti del sostegno elettorale e delle relazioni di carattere politico – è rimasta comunque ampiamente inferiore a quella del legame fiduciario che ha unito per un lungo periodo di tempo il sen. Andreotti all’on. Lima, e che – sulla base degli elementi di convincimento raccolti – non appare essersi tradotto in un inserimento dell’imputato nell’illecito sodalizio ovvero in una condotta di concorso esterno.

Palesemente inquadrabili in relazioni di carattere politico sono i rapporti intercorsi tra il sen. Andreotti e Giuseppe Giammarinaro, eletto deputato regionale nel 1991.

Per sostenere la candidatura del Giammarinaro, si attivarono diversi esponenti mafiosi.

Il collaboratore di giustizia Angelo Siino all’udienza del 18 dicembre 1997 ha reso le seguenti dichiarazioni in ordine al contegno da lui tenuto in occasione della predetta consultazione elettorale:

P.M.: Ieri lei ha fatto un accenno ad una richiesta che LIMA le fece di appoggio del voto degli amici in occasione delle elezioni regionali del 1991. Ci vuole ritornare su questo argomento?

SIINO A.: Sì.

P.M.: E ci vuole dire che cosa le chiese LIMA, che cosa fece lei, che cosa fece la mafia in occasione di queste elezioni regionali del 1991?

SIINO A.: Io comunicai a LIMA che correva serio pericolo di vita, e fu nell'occasione che io ...

P.M.: Ecco, perchè intanto correva serio pericolo di vita LIMA?

SIINO A.: Serio pericolo di vita, in quanto veniva attribuito ... era un fatto trasversale. Perchè veniva attribuita la responsabilità del decreto ANDREOTTI, cioè praticamente del fatto che furono riportati in prigione tutti quei personaggi che erano appena usciti dopo dieci giorni del maxi processo per scadenza dei termini, era stato imputato a lui, cioè a dire:-"Era stato ANDREOTTI, ora ci facciamo vedere quello che gli succede a LIMA". Lo capii io perchè c'è stato GIOVANNI BRUSCA che un bel giorno si presentò da me, e con aria come se parlassimo di cose da niente, mi disse:-"Angelo, tu se fossi ... questo è il gioco della torre, se fosse per te, chi ammazzeresti? LIMA o MANNINO"? Io saltai in aria, perchè capisco che non è che loro volevano fare il gioco della torre! A chi butteresti dalla torre, LIMA o MANNINO? Era effettivamente una minaccia ben precisa. E sentivo le lamentele che c'erano:-"Ma questi, ma che hanno fatto? Perciò quei cristiani sono usciti, dopo dieci giorni li hanno arrestati"! Capivo benissimo che era una seria minaccia. E ci dissi ... Forse veramente sono stato un cattivo consigliere, perchè c'ho detto:-"Attenzione, qualsiasi ... guarda che è una cosa che avrebbe un risvolto generale terribile, perchè guarda che la reazione, ci sarebbe una reazione fortissima. Se tu vai ad ammazzare due personaggi di questa importanza, uno dei due di questi personaggi, perchè sarebbe un grossissimo problema. Stai attento, non toccare LIMA perchè se tocchi LIMA destabilizzi ANDREOTTI, ne fai un tavolo zoppo, perchè LIMA è uno che sostiene ANDREOTTI, e sarebbe guarda la fine".

PRESIDENTE: Queste cose a chi le disse?

SIINO A.: A GIOVANNI BRUSCA. GIOVANNI BRUSCA sornione, perchè praticamente non è che lui si aprisse molto con me, me le buttava così queste cose, "A chi ammazziamo? A MANNINO o a LIMA"? Si immagini, Signor Presidente, come io potevo essere preoccupato. E immediatamente ...

P.M.: Andiamo ... lei lo riferisce a LIMA questo discorso?

SIINO A.: Sì, immediatamente lo riferisco a LIMA alla presenza di IGNAZIO SALVO, testimone muto della cosa, che questa volta non fu muto, quando lui mi disse:-"Ma sì, lo so che ci vogliono ammazzare. C'è piaciuto andarsene con i socialisti"?

P.M.: Aspetti, chi è che parla?

SIINO A.: LIMA.

P.M.: LIMA sente questa notizia da lei e dice?

SIINO A.: LIMA mi dice praticamente:-"Sì, so che mi vogliono ammazzare, lo so. Ne sono al corrente. Ma che ci pare, che il Preside ...", cioè il Preside era un modo di chiamare l'Onorevole ANDREOTTI da parte dell'Onorevole LIMA, lo chiamava il Presidente, era una contrazione del Presidente. Lui lo chiamava il Preside; "Il Preside ci pare che se lo scordava quello che hanno fatto? Che hanno votato per i socialisti? Ha la memoria di un cammello. E si levò la pietra dalla scarpa". Questo è stato letterale quello che mi disse. Nella stessa occasione, il IGNAZIO SALVO ci disse:-"Totò", che lo chiamava Totò, "Stai attento, non ti preoccupare che a te non ti ammazza nessuno". Ed erano tranquilli, perchè naturalmente il LIMA si fidava molto di quello che era la caratura mafiosa di IGNAZIO SALVO.

(…)

P.M.: LIMA quindi non manifestò preoccupazione a seguito di questa notizia?

SIINO A.: Per niente, per niente.

P.M.: Ma senta, siamo ... il discorso è iniziato con le elezioni del 1991.

SIINO A.: Sì.

P.M.: Questo dialogo con GIOVANNI BRUSCA avviene pure nel 1991?

SIINO A.: Sì, sì, avviene sempre nel 1991, prima che sappiamo della questione del rapporto mafia-appalti.

P.M.: Oh, avviene prima delle elezioni regionali 1991 questo dialogo con BRUSCA?

SIINO A.: Sì, avviene prima delle elezioni regionali del 1991. LIMA mi dice:-"Aiutami, perchè in questo modo io acquisto più validità, posso dire una parola di più e ti aiuterò anche nella risoluzione del processo tuo".

P.M.: Ho capito, LIMA le chiede di aiutarlo in che cosa?

SIINO A.: Di aiutarlo politicamente. (…) Praticamente mi dice:-"Aiutami per questa tornata elettorale.

P.M.: Cioè le regionali del 1991.

SIINO A.: Esattamente. Immediatamente io vado da GIOVANNI BRUSCA e ...

P.M.: Scusi un attimo, va da GIOVANNI BRUSCA col quale aveva già fatto quel discorso?

SIINO A.: Quale? Quello della ... sì, sì, avevamo già fatto questo discorso.

P.M.: Va da GIOVANNI BRUSCA e che succede?

SIINO A.: Vado da GIOVANNI BRUSCA, nel momento che GIOVANNI BRUSCA apprende da me questa desiderata di LIMA, mi disse:-"Stai attento a quello che fai, perchè ti rompo tutte e due le gambe. E perchè non devi fare niente, assolutamente, non ti devi occupare di questo". Io ci dico:-"Giovanni, ma io neanche a livello personale mi posso occupare di questa cosa"? "No, perchè tu ormai sei etichettato. Quando tu ti presenti da una persona, sanno chi sei o chi non sei. Per cui evidentemente, nel minuto che tu vai a dare aiuto a questa persona, ciò significa che siamo noi che ti aiutiamo". Questa è la situazione.

P.M.: E cosa succede?

SIINO A.: E io mi sono bloccato finchè sono stato richiamato tempo dopo da LIMA, sempre alla presenza di IGNAZIO SALVO, mi disse che aveva avuto l'autorizzazione, cioè praticamente erano stati autorizzati a fare votare DC da parte della mafia, cioè la mafia votava DC, era stato autorizzato il mio interessamento. Cioè il fatto che io dovevo fare questa cosa, c'era il placet dei mafiosi. Signor Presidente, debbo dire che io avevo un notevole ... potevo fare un notevole apporto di voti gestendo gli appalto minuti ...

P.M.: Aspetti un attimo, che ora diciamo quale è il suo apporto. E lei che fa? Ricevuta questa comunicazione da parte di LIMA e IGNAZIO SALVO, si attiva subito oppure no?

SIINO A.: No, no, ci dico immediatamente:-"Ma mi deve scusare, Don Ignazio, ma a me questo non mi basta, quello che mi sta dicendo lei. Io mi rivolgo a chi sa lei, e praticamente se mi autorizzano, va bene". Infatti parlo con GIOVANNI BRUSCA e ci dico:-"Guarda che mi hanno detto questa situazione". Diciamo che GIOVANNI BRUSCA fino a un certo tempo, fino al 1991 proprio, non sapeva del rapporto che avevo io, non sapeva che il mio era un rapporto privilegiato, con chi lo avevo, a chi portavo i soldi degli appalti, non lo sapeva. Cominciò a capirlo proprio nel 1991, quando io gli dissi che avevo di questo tipo di rapporti per ragioni giudiziarie. Praticamente GIOVANNI BRUSCA rimase agnostico, sornione, non mi disse nè sì nè no. Però io capii che, non essendoci più quella reazione violenta che aveva avuto nel primo caso, era chi tace acconsente. Non mi disse:-"Vai", ma non mi disse:-"Non vai".

P.M.: Quindi mi scusi, c'è una differenza di comportamento tra ...

SIINO A.: Tra la prima volta e la seconda volta.

(…)

P.M.: Lei capì, seppe perchè GIOVANNI BRUSCA in un primo momento si era comportato nel modo che ha descritto, e in un secondo momento invece ...

SIINO A.: Chiaramente non c'era stato nessun aggancio prima di questa cosa, cioè non avevano avuto ancora la possibilità di sentirsi. Poi io penso, penso io stavolta ...

P.M.: Di sentirsi con chi, scusi?

SIINO A.: Sia con LIMA e sia con SALVO.

P.M.: Poi?

SIINO A.: Penso io che si siano visti, perchè per dirmi loro, e (…) IGNAZIO SALVO non era personaggio di poco tempo, era persona serissima, per cui evidentemente, se diceva una cosa, così era. Io addirittura ho fatto proprio uno sgarbo a SALVO quando ho detto che non mi bastava. Però avevo i miei buoni motivi, vista la reazione violenta di GIOVANNI BRUSCA:-"Ti rompo tutte e due le gambe". Allora io sono andato di nuovo da GIOVANNI BRUSCA e GIOVANNI BRUSCA è stato agnostico, non mi ha detto niente. Comunque io mi sono sentito autorizzato.

P.M.: E poi che cosa avvenne? In sostanza si impegnò per la corrente andreottiana o no?

(…)

SIINO A.: Ho girato tutti i Paesi come un pazzo, e cominciando a fare opera di proselitismo. Mi portai per ... ospitai l'intero staff elettorale di PURPURA, che poi fu il primo eletto ...

P.M.: PURPURA della corrente?

SIINO A.: Della corrente andreottiana. Tutti i primi eletti in tutta la Sicilia sono stati i primi della corrente andreottiana, cioè tutti i primi eletti erano esponenti della corrente andreottiana. Sto parlando di PURPURA a Palermo, di quello di Trapani, di Salemi originario, non mi ricordo in questo momento.

P.M.: E' un deputato regionale?

SIINO A.: Sì, un deputato regionale che per ora è arrestato.

P.M.: Che per ora è arrestato?

SIINO A.: Sì, era un ex Presidente della ... GIANMARINARO (rectius Giammarinaro: n.d.e.), PINO GIANMARINARO (rectius Giammarinaro: n.d.e.). E' stato anche lui il primo eletto nella provincia di Trapani. Io andai da Mastro Ciccio ...

P.M.: Mastro Ciccio chi è?

SIINO A.: Mastro CICCIO MESSINA, gli andai a dire ... era allora capomandamento di Mazara del Vallo, gli andai a dire:-"Mastro Ciccio, guarda che per me è una questione vitale. Se io non faccio questo, mi arrestano". "E lo so". Ben sapeva il Mastro Ciccio, perchè aveva parlato con un personaggio che gli aveva dato tutti i ragguagli sul mio arresto. Per cui praticamente Mastro Ciccio si impegnò moltissimo, mi disse pure che già era arrivato il placet per votare per GIANMARINARO (rectius Giammarinaro: n.d.e.). Altrettanto fu nella provincia di Agrigento, perchè nella provincia di Agrigento primo eletto fu il fratello di MANNINO, il Professore. Ma pochissimi voti arrivò SCIANGULA, che era un esponente andreottiano.

P.M.: Quindi mi faccia capire, queste sono elezioni regionali del giugno del 1991?

SIINO A.: Sì.

P.M.: Quindi sino al giugno del 1991 c'è stato un appoggio della mafia alla corrente andreottiana?

SIINO A.: Sì, no, a parte ... dico, a tappeto. Potete vedere il risultato dei voti a Gangi e a San Giuseppe Jato, che PURPURA ha fatto l'amplein (rectius en plein: n.d.e.), sia a Gangi e sia a San Giuseppe Jato, che erano dei paesi dove io particolarmente avevo degli agganci di ordine anche ... avevo molti operai, gente che lavoravano con me.

(…)

P.M.: Sa se questo GIANMARINARO ...

SIINO A.: Però Trapani GIANMARINARO (rectius Giammarinaro: n.d.e.), GIANMARINARO (rectius Giammarinaro: n.d.e.) bisogna vedere la genesi di GIANMARINARO (rectius Giammarinaro: n.d.e.). GIANMARINARO (rectius Giammarinaro: n.d.e.) in verità era un personaggio senza dubbio abile e manovriero, però la sua abilità e manovrabilità gli veniva certamente per una lunga consuetudine con IGNAZIO SALVO anche di lavoro. Il GIANMARINARO (rectius Giammarinaro: n.d.e.) fu per un periodo di tempo dipendente dei SALVO.

Dalla suesposta deposizione del collaborante si evince dunque che il Giammarinaro, candidato appartenente alla corrente andreottiana il quale aveva avuto una lunga consuetudine con Ignazio Salvo, fu sostenuto elettoralmente dallo stesso Siino e dal capo del "mandamento" di Mazara del Vallo, Francesco Messina.

Il collaboratore di giustizia Bartolomeo Addolorato, esaminato all’udienza del 25 novembre 1997, ha riferito che nelle elezioni regionali del 1991 si attivarono per procacciare voti al Giammarinaro diversi esponenti mafiosi di Mazara del Vallo, come Pasquale Messina, Nino Riserbato, Pino Burzotta, Rino Bocina, Vito Gondola. Il Burzotta, in un colloquio con altre persone, parlando del Giammarinaro specificò: "questo è "COSA NOSTRA", appartiene a noi altri".

Il collaboratore di giustizia Gioacchino Pennino, escusso all’udienza del 15 dicembre 1995, ha affermato di avere conosciuto il Giammarinaro, ha specificato che quest’ultimo, quando fu eletto deputato regionale, apparteneva alla corrente andreottiana, ed ha aggiunto di avere appreso che il Giammarinaro era ben visto negli ambienti gravitanti attorno ai cugini Salvo.

Giovanni Brusca, all’udienza del 30 luglio 1997, ha dichiarato di avere sentito parlare del Giammarinaro da Ignazio Salvo e da altri "uomini d’onore" della provincia di Trapani come il Sinacori, Matteo Messina Denaro ed Andrea Manciaracina. Ha aggiunto che il Giammarinaro, appartenente alla corrente andreottiana, era un uomo politico vicino a Ignazio Salvo e disponibile nei confronti di quest’ultimo e dei suoi amici.

La vicinanza del Giammarinaro ai Salvo era ben nota a Piersanti Mattarella, all’on. Sergio Mattarella ed all’on. Giuseppe Campione.

L’on. Sergio Mattarella, nella sua deposizione testimoniale, ha esplicitato che il fratello Piersanti, mentre era Presidente della Regione siciliana, si oppose alla costituzione di una Cassa Rurale a Salemi. La richiesta avanzata in tal senso, infatti, proveniva da ambienti vicini ai cugini Salvo, come si desumeva dal fatto che il primo degli autori dell’istanza fosse inizialmente Ignazio Lo Presti e poi Giuseppe Giammarinaro.

Il teste ha altresì sottolineato che il Giammarinaro non godeva di una buona reputazione all’interno della Democrazia Cristiana, a causa della sua vicinanza ai Salvo e dei dubbi sorti in ordine alle sue frequentazioni ed ai suoi rapporti di affari.

Dalla deposizione dell’on. Sergio Mattarella si evince inoltre che il Giammarinaro apparteneva inizialmente alla corrente dorotea (la quale faceva riferimento ai Salvo), ma, quando questa si divise, alla fine degli anni ’80, aderì alla corrente andreottiana, formatasi in questa occasione nella provincia di Trapani (sul punto, il teste ha precisato: "il gruppo doroteo si rompe e una parte esce e si qualifica andreottiana, ed è il gruppo di Giammarinaro"). Nelle elezioni regionali del 1991, il Giammarinaro venne quindi candidato su indicazione della corrente andreottiana.

Poiché il Giammarinaro proveniva dall’ambiente vicino ai Salvo, l’on. Mattarella rilevò l’inopportunità della sua inclusione nella lista presentata per le elezioni regionali. Tuttavia "la convinzione di metterlo in lista era così forte nel suo gruppo che vi fu incluso".

L’on. Mattarella discusse della cattiva reputazione del Giammarinaro con il Segretario Nazionale del partito in occasione della riunione della Direzione Nazionale della Democrazia Cristiana che doveva assumere le decisioni finali sulle liste da presentare per le elezioni regionali del 1991, ovvero negli incontri preliminari, ma non fu in grado di addurre elementi concreti che consentissero di evitare la candidatura.

Il teste ha, comunque, precisato di non avere segnalato alcunché al sen. Andreotti, con il quale non aveva un abituale dialogo sulle questioni concernenti la corrente di quest’ultimo.

L’on. Campione, nella sua deposizione testimoniale, ha precisato di avere appreso nel 1992, nel corso dei lavori della Commissione sulle irregolarità elettorali, da lui presieduta, che il Giammarinaro apparteneva alla corrente andreottiana ed era vicino ai Salvo.

Dalla deposizione resa dal teste Isp. Salvatore Bonferraro all’udienza del 30 ottobre 1997 si desume che il Giammarinaro già nel 1969 costituì con Ignazio Lo Presti una società edile, partecipando alla costruzione del villaggio turistico "Baia Luce" a Scopello. Egli negli anni 1980-82 versò sul proprio conto corrente alcuni assegni tratti sul conto corrente di Ignazio Salvo. Il Giammarinaro si dedicò anche all’attività politica e ricoprì le cariche di Presidente dell'ospedale Vittorio Emanuele II di Salemi, di componente del Comitato di gestione dell'U.S.L. n. 4 di Mazara del Vallo, e di Presidente dello stesso Comitato di gestione.

In data 11 giugno 1991 la campagna elettorale del Giammarinaro si concluse con una manifestazione svoltasi presso il Palagranata di Trapani, con la partecipazione dell'allora Presidente del Consiglio sen. Andreotti e dell'on. Lima. In questa circostanza erano presenti circa 2.500 persone.

Il Giammarinaro fu eletto deputato regionale con 50.264 voti di preferenza su 109.261 voti di lista.

Dall’esame del materiale cartaceo e magnetico sequestrato al Giammarinaro in data 20 gennaio 1994 emerse che lo stesso era in possesso di cinque numeri telefonici (tre dei quali intestati alla Presidenza del Consiglio dei Ministri) annotati sotto la voce "Andreotti Giulio", e di alcuni numeri telefonici intestati a Luca Danese (nipote dell’imputato).

In ordine ai propri rapporti con il Giammarinaro, l’imputato all’udienza del 28 ottobre 1998 ha reso le seguenti dichiarazioni spontanee: "Quanto a GIAMMARINARO lo conobbi come candidato alle regionali in un comizio affollatissimo che tenni a Trapani e mi colpì il gran numero di giovani che si stringevano attorno a lui. Quando fu eletto scriveva spesso per segnalare casi umani di pubblici dipendenti che dal nord chiedevano di essere trasferiti nella loro regione di origine, un problema frequentissimo data la provenienza meridionale prevalente nell’amministrazione dello Stato. Perché fosse stato candidato lui e non altro, compreso il Consigliere uscente, non lo so ma è per lo meno ingenuo in questo come in altri casi prendere per verità tipica il giudizio risentito di chi si sia visto sconfiggere".

Ciò posto, va osservato che non vi è prova che i rapporti tra il sen. Andreotti ed il Giammarinaro si siano tradotti in un consapevole contributo diretto al rafforzamento dell’associazione mafiosa.

Non è, in particolare, rimasto dimostrato che il sen. Andreotti abbia realizzato, su richiesta del Giammarinaro, specifiche condotte suscettibili di avvantaggiare "Cosa Nostra", e neppure che egli sia stato sollecitato in tal senso.

Occorre altresì rilevare che non vi è prova che le iniziative ufficialmente adottate dal sen. Andreotti nell’esercizio dei poteri pubblici afferenti alle cariche da lui ricoperte siano state indirizzate – per effetto del vincolo che lo univa, sul piano correntizio, ad esponenti politici vicini all’organizzazione delittuosa – in senso favorevole a "Cosa Nostra".

Non possono certamente ravvisarsi condotte di sostegno all’associazione mafiosa nell’atteggiamento tenuto nei confronti della criminalità organizzata dal sen. Andreotti nell’esercizio dei poteri inerenti alla carica di Presidente del Consiglio dei Ministri, negli anni 1989-1992.

Questo periodo risulta indubbiamente caratterizzato da una produzione normativa di notevole rilievo, dotata di profonda incidenza sul diritto penale sostanziale e processuale, sulla regolamentazione dell’attività delle forze dell’ordine, sulla complessiva azione dello Stato di contrasto alla mafia.

L’imputato, nelle sommarie dichiarazioni rese il 28 ottobre 1998, ha, in particolare, fatto riferimento ai seguenti atti normativi:

  • il c.d. "Decreto Vassalli": si tratta del Decreto Legge 12 settembre 1989 n. 317 (Modifica della disciplina della custodia cautelare), reiterato con il Decreto Legge 13 novembre 1989 n. 370, che fu convertito, con modificazioni, nella Legge 22 dicembre 1989 n.410;
  • la legge 19 marzo 1990 n. 55 (Nuove disposizioni per la prevenzione della delinquenza di tipo mafioso e di altre gravi forme di manifestazione di pericolosità sociale);

  • la legge 20 ottobre 1990 n. 302 (Norme a favore delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata);
  • la legge 30 novembre 1990 n.359 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 4 ottobre 1990 n. 276, recante aumento dell’organico del personale appartenente alle Forze di polizia, disposizioni per lo snellimento delle procedure di assunzione e reclutamento e avvio di un piano di potenziamento delle sezioni di polizia giudiziaria);
  • la legge 15 gennaio 1991 n.16 (Norme di adeguamento dell’organizzazione delle strutture del Ministero dell’Interno per il potenziamento dell’attività antidroga);
  • la legge 15 marzo 1991 n.82 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 15 gennaio 1991 n.8, recante nuove misure in materia di sequestri di persona a scopo di estorsione e per la protezione di coloro che collaborano con la giustizia);
  • la legge 22 aprile 1991 n. 133 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 1° marzo 1991 n.60, recante interpretazione autentica degli articoli 297 e 304 del Codice di Procedura Penale e modifiche di norme in tema di durata della custodia cautelare);
  • la legge 5 luglio 1991 n. 197 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 3 maggio 1991 n.143, recante provvedimenti urgenti per limitare l’uso del contante e dei titoli al portatore nelle transazioni e prevenire l’utilizzazione del sistema finanziario a scopo di riciclaggio);
  • la legge 12 luglio 1991 n.203 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 13 maggio 1991 n.152, recante provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon andamento dell’attività amministrativa);
  • la legge 19 luglio 1991 n.216 (Primi interventi in favore dei minori soggetti a rischio di coinvolgimento in attività criminose);
  • la legge 22 luglio 1991 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 31 maggio 1991 n.164, recante misure urgenti per lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali e degli organi di altri enti locali, conseguente a fenomeni di infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso);
  • la legge 5 ottobre 1991 n.314 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 8 agosto 1991 n. 247, recante modificazioni del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990 n.309, relativamente all’arresto in flagranza in materia di sostanze stupefacenti o psicotrope);
  • la legge 8 novembre 1991 n.356 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 9 settembre 1991 n.292, recante disposizioni in materia di custodia cautelare, di avocazione di procedimenti penali per reati di criminalità organizzata e di trasferimenti di ufficio di magistrati per la copertura di uffici giudiziari non richiesti);
  • la legge 30 dicembre 1991 n.410 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 29 ottobre 1991 n. 345, recante disposizioni urgenti per il coordinamento delle attività informative e investigative nella lotta contro la criminalità organizzata);
  • la legge 18 gennaio 1992 n.16 (Norme in materia di elezioni e nomine presso le regioni e gli enti locali);
  • la legge 20 gennaio 1992 n. 8 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 20 novembre 1991 n.367, recante coordinamento delle indagini nei procedimenti per reati di criminalità organizzata);
  • la legge 5 febbraio 1992 n. 91 (Nuove norme sulla cittadinanza);
  • la legge 5 febbraio 1992 n.104 (Legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate);
  • la legge 18 febbraio 1992 n.172 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 31 dicembre 1991 n.419, recante istituzione del Fondo di sostegno per le vittime di richieste estorsive);
  • la legge 7 febbraio 1992 n.181 (Modifiche al Codice Penale in tema di delitti contro la pubblica amministrazione);
  • il Decreto Legge 29 febbraio 1992 n. 193 (Modifiche ed integrazioni al decreto-legge 30 dicembre 1989 n.416 convertito con modificazioni dalla legge 28 febbraio 1990 n. 39, in materia di ingresso e soggiorno in Italia di cittadini extracomunitari);
  • la legge 28 febbraio 1992 n.217 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 18 gennaio 1992 n.9, recante disposizioni urgenti per l’adeguamento degli organici delle Forze di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, nonché per il potenziamento delle infrastrutture, degli impianti e delle attrezzature delle Forze di polizia. Delega al Governo per disciplinare le dotazioni organiche degli ufficiali dell’Arma dei carabinieri);
  • la legge 6 marzo 1992 n.216 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 7 gennaio 1992 n.5, recante autorizzazione di spesa per la perequazione del trattamento economico dei sottufficiali dell’Arma dei carabinieri in relazione alla sentenza della Corte Costituzionale n.277 del 3-12 giugno 1991 e all’esecuzione di giudicati, nonché perequazione dei trattamenti economici relativi al personale delle corrispondenti categorie delle altre Forze di Polizia. Delega al Governo per disciplinare i contenuti del rapporto di impiego delle Forze di Polizia e del personale delle Forze armate nonché per il riordino delle relative carriere, attribuzioni e trattamenti economici);
  • il Decreto Legge 8 giugno 1992 n. 306 (Modifiche urgenti al nuovo Codice di Procedura Penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa), convertito in legge sotto il governo Amato.

L’imputato ha altresì menzionato i seguenti Decreti Legislativi adottati ai sensi dell’art. 7 della legge 16 febbraio 1987 n.81 (Delega Legislativa al Governo della Repubblica per l’emanazione del nuovo Codice di Procedura Penale):

  • il Decreto Legislativo 30 ottobre 1989 n.351 (Sostituzione del comma 5 dell’articolo 125 del Codice di Procedura Penale concernente la compilazione e la custodia dei verbali relativi a decisioni di collegi giudicanti);
  • il Decreto Legislativo 2 febbraio 1990 n. 15 (Modificazioni agli articoli 71 e 72 del regio decreto 30 gennaio 1941 n.12, come sostituiti, rispettivamente, dagli articoli 21 e 22 del decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988 n. 449, sulla delega delle funzioni di Pubblico Ministero);
  • il Decreto Legislativo 17 febbraio 1990 n.24 (Modifica dell’art. 258 del Decreto Legislativo 28 luglio 1989 n.271, per il prolungamento dei termini per le indagini, per la richiesta di giudizio immediato e per la richiesta di decreto penale di condanna, con riferimento alla disciplina transitoria del codice di procedura penale);
  • il Decreto Legislativo 12 aprile 1990 n.77 (Modificazioni agli articoli 242 e 244 del Decreto Legislativo 28 luglio 1989 n.271, in tema di termini per la definizione dei procedimenti in fase istruttoria che proseguono con le norme del Codice di Procedura Penale abrogato);
  • il Decreto Legislativo 22 giugno 1990 n.161 (Nuove disposizioni sulla durata delle indagini preliminari, sui termini per la richiesta di decreto penale di condanna e su alcuni termini previsti dalla disciplina transitoria);
  • il Decreto Legislativo 20 luglio 1990 n.193 (Nuova disciplina della sospensione dei termini processuali nel periodo feriale in materia penale);
  • il Decreto Legislativo 17 ottobre 1990 n.293 (Nuova disciplina dei procedimenti in fase di istruzione formale che proseguono con le norme del Codice di Procedura Penale abrogato).

Alcuni tra i risultati più rilevanti di questa produzione normativa furono conseguenza di iniziative assunte dall’on. Claudio Martelli (Ministro di Grazia e Giustizia dal 4 febbraio 1991 al 10 febbraio 1993) e dall’on. Vincenzo Scotti (Ministro dell’Interno nel VI e nel VII governo Andreotti), come si evince dalle deposizioni testimoniali rese rispettivamente dall’on.Martelli nel presente dibattimento e dall’on. Scotti nel processo n. 29/97 svoltosi davanti alla Corte di Assise di Caltanissetta a carico di Mariano Agate ed altri 26 imputati per la "strage di Via D’Amelio".

L’on. Martelli all’udienza del 10 giugno 1997 ha sostenuto che gli importanti provvedimenti legislativi adottati in materia di lotta contro la mafia nel periodo in cui il sen. Andreotti era Presidente del Consiglio segnarono una svolta rispetto al passato, impostando una "strategia offensiva dello Stato nei confronti di Cosa Nostra". Ha precisato che il "motore politico-intellettuale" delle misure legislative realizzate in questo periodo fu costituito dall’opera del Ministro di Grazia e Giustizia, del Ministro dell’Interno, del Direttore Generale degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia dott. Giovanni Falcone, e del dott. Gianni de Gennaro. Ha, inoltre chiarito che il Presidente del Consiglio sen. Andreotti non svolse un’azione di impulso, ma non ostacolò le misure antimafia.

Il teste ha specificato che il decreto-legge 1° marzo 1991 n.60 (recante interpretazione autentica degli articoli 297 e 304 del Codice di Procedura Penale e modifiche di norme in tema di durata della custodia cautelare) fu motivato dalla scarcerazione di numerosi boss mafiosi, disposta con una pronunzia della Corte di Cassazione. Nella fase preparatoria dell’adozione del decreto-legge, il Ministro di Grazia e Giustizia ricevette l’input proveniente dalle Forze di polizia sia direttamente, sia attraverso il Ministro dell’Interno; lo staff del Ministero di Grazia e Giustizia concepì e sviluppò l’idea di produrre una norma di interpretazione autentica; il coordinamento legislativo fu curato dalla Presidenza del Consiglio, mediante l’opera del Prefetto Ancora, capo del competente ufficio. Il sen. Andreotti propose al Consiglio dei Ministri il suindicato provvedimento legislativo, lo presentò e - dopo avere evidenziato la possibilità di elaborare una soluzione più drastica, come l’attenuazione della presunzione di innocenza dopo la sentenza di condanna - lasciò che il Ministro di Grazia e Giustizia ed il Ministro dell’Interno lo illustrassero.

Riguardo al predetto decreto-legge 1° marzo 1991 n.60 si manifestarono voci aperte di dissenso, sia nella maggioranza di governo, sia nei partiti di opposizione, in diversi settori politici che si ispiravano ad una cultura garantista; in particolare, l’on. Biondi contestò il predetto atto normativo, qualificandolo come un decreto d'arresto firmato dal Governo. Il medesimo provvedimento legislativo fu difeso in Parlamento dal Ministro di Grazia e Giustizia e dal Ministro dell’Interno. Secondo il ricordo dell’on. Martelli, non vi furono altri esponenti politici che tenessero a rivendicarne la paternità, trattandosi di un atto normativo che suscitava impopolarità.

L’on. Martelli ha aggiunto che anche rispetto al progetto di istituzione della "Procura Nazionale Antimafia" vi furono "enormi ostacoli sollevati da altre parti politiche", mentre "se da parte del Presidente del Consiglio non vi fu una particolare attenzione, non vi fu ostacolo".

Per quanto attiene all’introduzione dell’art. 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario, l’on. Martelli ha fornito le seguenti precisazioni:

P.M. Ecco la domanda è da chi fu concepita e poi attuata la normativa sul 41 bis, e se ANDREOTTI ebbe un ruolo in questa elaborazione.

MARTELLI Rispondo prima all'ultima, ANDREOTTI non aveva e non poteva avere un ruolo perchè era dimissionario da due mesi. Fu voluto da me e dagli più stretti collaboratori di Giovanni FALCONE, Liliana FERRARO, Gian Nicola SINISI, Piero GRASSO, Loris D'AMBROSIO mentre dovemmo fare una insomma un certo sforzo per convincere l'allora capo della polizia PARISI e l'allora direttore del dipartimento amministrazione penitenziaria Nicolò AMATO. Nel senso che ritenevano questa una misura, come è in effetti, ai limiti della costituzionalità e che può corrispondere soltanto a una situazione eccezionale di emergenza e perciò temporanea e del resto parlandone con l'allora Presidente della Corte Costituzionale, perchè temevo un vizio di incostituzionalità, ricevetti il suggerimento a datarla temporalmente. Cioè a prevedere una a fare una previsione di 3, 4 anni con il che (…) si sarebbe potuto evitare il rischio di un giudizio di incostituzionalità. Poi per la verità con la successiva ondata di di sgomento determinato dall'assassinio di BORSELLINO, il parlamento l'adottò, senza stabilire questa previsione. E poi io personalmente come ministro firmai quei trasferimenti, lo volli fare.

Dalla deposizione resa dall’on. Scotti all’udienza del 16 luglio 1998 davanti alla Corte di Assise di Caltanissetta (il cui verbale è stato acquisito in data 15 dicembre 1998) si desume che la legislazione antimafia emanata dal 1991 in poi fu adottata sulla base di iniziative assunte da lui e dall’on. Martelli con il contributo determinante e costante del dott. Giovanni Falcone; i restanti membri del Governo, comunque, espressero una piena solidarietà alle proposte provenienti dall’on. Scotti, e prestarono il loro assenso unanime alla devoluzione di decisioni particolarmente delicate al Ministro di Grazia e Giustizia ed al Ministro dell’Interno.

In proposito, l’on. Scotti ha precisato quanto segue:

P.M. dott. DI MATTEO: - Vorrei (…) chiederle (…) quali rapporti ci sono stati, se ci sono stati, di collaborazione istituzionale nel '91 e nel '92 con il dottor GIOVANNI FALCONE.

TESTE SCOTTI V.: - Col dottor GIOVANNI FALCONE ci sono stati rapporti istituzionali; prima, quando egli era a Palermo, io l'ho consultato nell'elaborazione dei provvedimenti legislativi e amministrativi, secondo, ho collaborato con lui più intensamente quando egli si è trasferito alla Direzione Generale degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia. Insieme abbiamo elaborato il provvedimento attuativo, il regolamento attuativo della legge sui collaboratori di Giustizia.

Con lui mi sono recato a Palermo alcune volte nella sua qualità di Direttore Generale degli Affari Penali in occasioni di riunioni ufficiali, egli in rappresentanza del ministro di Grazia e Giustizia. Ho avuto contatti nella preparazione specifica dei provvedimenti della D.I.A. e della D.N.A., in particolare nella elaborazione dei provvedimenti attuativi della D.I.A. per i collegamenti che vi sarebbero stati tra il funzionamento della D.I.A. e il funzionamento della Direzione Nazionale Antimafia.

P.M. dott. DI MATTEO: - All'inizio di questa sua risposta lei ha detto di avere avuto contatti istituzionali con il dottor GIOVANNI FALCONE già allorquando il dottor GIOVANNI FALCONE era magistrato a Palermo e ha accennato anche, sempre in relazione a consultazioni relative alla stesura di provvedimenti e di leggi.

Lei ricorda in particolare di quali provvedimenti o di quali iniziative legislative si trattasse?

TESTE SCOTTI V.: - Ma sono state le iniziative legislative della fine del '90, quelle firmate con il ministro di Grazia e Giustizia VASSALLO (rectius Vassalli: n.d.e.), perché io sono arrivato al Ministero degli Interni mentre era in discussione una bozza di disegno di legge che il mio predecessore aveva predisposto e che era in discussione con il ministro di Grazia e Giustizia.

Io ho voluto subito ascoltare FALCONE perché ritenevo necessario ampliare il contenuto del provvedimento; fu il provvedimento che istituì anche i servizi speciali dei Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza. Poi l'ho ascoltato molto intensamente sulla legge sui pentiti perché ne avevamo discusso con l'allora GIULIANI, che non era ancora sindaco di New York, venne da me e (...) ebbi una preziosa collaborazione informativa, sia pure rapida, su queste questioni, la definizione della legge sui pentiti in modo specifico, ascoltai i suggerimenti, le indicazioni che FALCONE mi diede in quell'occasione.

Quindi questo primo blocco prima che lui arrivasse a Roma come Direttore Generale degli Affari Penali, perché a quel punto diventò interlocutore istituzionale e formale, diciamo cosi', da questo punto di vista insieme all'allora capo dell'ufficio legislativo del Ministero di Grazia e Giustizia, il Presidente SCOTTI (…).

P.M. dott. DI MATTEO: - Quali furono le ragioni e, comunque, come nacque la sua iniziativa di rivolgersi a GIOVANNI FALCONE ancora magistrato a Palermo per consultarsi con lui in relazione a questi provvedimenti da adottare?

TESTE SCOTTI V.: - Ritenevo che fondamentale fosse per la legislazione acquisire le esperienze più significative che erano emerse nella lotta alla criminalità organizzata, alla mafia e ritenevo che FALCONE fosse il punto di riferimento più alto di questa esperienza, non togliendo niente agli altri magistrati che ho avuto modo di ascoltare nei comitati della sicurezza e dell'ordine pubblico che in quel periodo di tennero nel Mezzogiorno e che rappresentarono per me importante fonte di informazione per la formazione di una opinione e di una determinazione come ministro.

(…)

P.M. dott. DI MATTEO: - Può sinteticamente ricordare alla Corte o, meglio, riferire alla Corte quali furono i consigli, quale fu il contributo specifico del dottor FALCONE nella elaborazione della legge sui collaboratori di Giustizia?

TESTE SCOTTI V.: - Ma furono i suggerimenti puntuali sulla necessità di avere questo strumento investigativo di prevedere un regolamento che consentisse di disciplinare i modi e le forme di collaborazione. Lui insistette molto anche sul cambiamento del nome, cioè sulle forme più radicali, diciamo, consapevole che si apriva una strada estremamente importante ed estremamente delicata.

Io ricordo che, quando poi elaborammo il regolamento attuativo della legge, FALCONE, che fu definito da una commissione interministeriale presieduta dal mio sottosegretario agli Interni, RUFFINO, trattenne il testo per alcuni giorni prima di portarlo alla firma del suo ministro e di fronte ad una mia sollecitazione a concludere l'iter, perché eravamo pressati anche dall'opinione pubblica e dal parlamento per la definizione del regolamento, FALCONE mi disse: "Guardi, questa è una cosa di una estrema importanza e di una estrema delicatezza, quindi, io voglio rifletterci prima di dare al mio ministro, al ministro di Grazia e Giustizia, un parere motivato e un'adesione convinta a quel testo - disse - dovremmo ripensarci e rifletterci sulla base dell'esperienza, però credo che sia questo un punto molto positivo della legislazione antimafia".

E su questo, veda, noi ritornammo poco prima; quando FALCONE fu ucciso a Palermo noi avevamo iniziato una riflessione un pò più generale su tutta la legislazione antimafia e io avevo sollecitato, lui e il mio ufficio legislativo, avevamo sollecitato il Ministero di Grazia e Giustizia ad una riflessione sugli strumenti e avevamo cominciato a discutere su come poter correggere e intervenire sul Codice di Procedura Penale, sulla legislazione penitenziaria e su altre normative particolari. Questo fu interrotto, ma noi lo riprendemmo immediatamente con il ministro MARTELLI, nonostante che fossimo in un Governo di ordinaria amministrazione, perché c'erano state le elezioni ed eravamo... in fondo, la legislazione era finita, il Governo era sostanzialmente per l'ordinaria amministrazione, eppure noi ritenemmo di dovere, invece, portare a compimento quel lavoro, io lo sentii come un dovere anche di riconoscenza personale nei confronti di GIOVANNI FALCONE, e noi arrivammo poi al decreto che portò il nome di MARTELLI e il mio e che io lasciai in Parlamento durante l'iter della discussione perché intanto era intervenuto il nuovo Governo ed io ero stato trasferito al Ministero degli Esteri.

P.M. dott. DI MATTEO: - È un fatto notorio, almeno per noi addetti ai lavori, che già nel '91 furono introdotte delle modifiche al Codice di Procedura Penale con alcuni decreti che comunemente sono conosciuti come decreti, appunto, MARTELLI - SCOTTI.

In particolare mi riferisco, ad esempio, a quella norma che stabiliva che per i detenuti per reati di mafia, laddove sussistessero esigenze cautelari, l'unica misura era quella degli arresti in carcere. E volevo capire se, anche in relazione a questo primo decreto MARTELLI - SCOTTI, ci fu un contributo del dottor GIOVANNI FALCONE, nella elaborazione.

TESTE SCOTTI V.: - Guardi, io credo, sicuramente, di sì, perché posso dire che sia pure con la discrezione più assoluta, perché sia da parte sua sia da parte mia questa collaborazione era proprio istituzionale ed estremamente riservata, non demmo mai comunicati o manifestazioni esterne; io non ho mai sottolineato queste cose in altri momenti e in altre situazioni.

Ma anche per quella parte lì, io ricordo, anche quando, in seguito ad una sentenza della Corte di Cassazione, furono rimessi in libertà esponenti chiave della mafia a Palermo, io dovetti assumere una iniziativa con il ministro di Grazia e Giustizia, perché dissi: il ministro degli Interni non può rimanere inerte di fronte alle conseguenze di questa sentenza. E noi facemmo un Decreto Legge che ricordo portai alla firma del capo dello Stato, il quale mi disse: "Questo è un mandato di cattura per Decreto Legge, siamo al limite costituzionale" e io dissi che mi sentivo e lo difesi in Parlamento: "Siamo al limite certamente, ma una condizione essenziale in questo momento della lotta alla criminalità".

(…)

P.M. dott. DI MATTEO: - Se in questi vostri assidui contatti di natura istituzionale con il dottor FALCONE è mai capitato che lo stesso magistrato le parlasse - naturalmente in termini, per esempio, propositivi di qualcosa, di una legge o di misure di natura amministrativa - dell'ingerenza mafiosa negli appalti pubblici.

TESTE SCOTTI V.: - Sì, noi avevamo, tra l'altro, in elaborazione l'applicazione della normativa comunitaria sugli appalti e, quindi, c'era un problema di regolamentazione nazionale della materia, credo proprio in quel periodo, adesso non vorrei sovrapporre i tempi, ma c'era un problema di carattere generale; c'erano problemi di carattere specifico, lui lo riteneva uno dei punti chiave dell'intreccio tra mafia e istituzioni e condizionamenti e distorcimento, distorsione delle istituzioni. Tenga conto che noi avevamo su questo terreno anche legiferato fino a prevedere la possibilità di scioglimento per infiltrazione mafiosa nelle amministrazioni locali e delle stesse amministrazioni locali, il che non era un provvedimento di natura costituzionale di nessun rilievo, era una questione costituzionale molto delicata e molto importante.

Eravamo arrivati alla legislazione sugli amministratori, per la decadenza degli amministratori anche per condanna di corruzione, considerando quello un elemento non di per sè ma da tenere d'occhio e da determinare una ineleggibilità degli amministratori stessi.

Io credo che questa questione era una questione che meritasse... cioè, noi negli incontri avuti dei Comitati Sicurezza e dell'Ordine Pubblico uno dei punti sempre discussi e sui quali richiamavamo l'attenzione innanzitutto delle amministrazioni degli Interni, prefetto, per le responsabilità che la Legge gli aveva attribuito, in relazione alla vigilanza sul buon andamento della pubblica amministrazione all'interno della provincia; richiamavano, parlando con i magistrati e con le Procure, l'attenzione su questa questione e l'attenzione delle Forze dell'Ordine nell'indagare in questa direzione. Perché i punti cardine su cui la riflessione e poi la legislazione si è portata era questo, il riciclaggio del denaro che portò alla normativa che introducemmo nel '91.

P.M. dott. DI MATTEO: - Ricorda eventuali concreti propositi espressi sul punto dal dottor FALCONE, sul punto della legislazione o dell'emanazione di provvedimenti amministrativi in materia di controllo degli appalti?

TESTE SCOTTI V.: - Bè, c'era il problema di trovare una lunga discussione, se sottrarre alle amministrazioni, affidandole ad una autorità indipendente, la gestione dell'appalto, cioè l'ente pubblico decide l'opera, ne valuta la portata e il significato, ma poi non si occupa di questo.

Questa questione fu discussa in Parlamento e avemmo molte contrarietà alla introduzione di un meccanismo che sottraesse all'autorità politica l'attuazione di una decisione politica. Perché è il politico che decide se fare o non fare un'opera, ma poi l'attuazione noi ritenevamo che dovesse essere affidata ad una autorità imparziale concentrando tutti gli interventi, cioè tutte le procedure esecutive in testa ad un'unica autorità. Questo entrò nella legislazione come facoltà e possibilità, mentre invece l'opinione, non ricordo adesso specifica di FALCONE, ma l'opinione era che dovesse essere vincolante e non una possibilità di scelta dell'ente locale.

Questo poneva il problema dell'autonomia e dell'indipendenza, ma noi ritenevamo che questo fosse un aspetto tecnico - esecutivo, non entrasse nel merito, toccasse l'autonomia della decisione politica dell'ente.

P.M. dott. DI MATTEO: - Quindi lei come ministro degli Interni prese posizione per questa seconda?

TESTE SCOTTI V.: - Per questa seconda, sì.

P.M. dott. DI