CAPITOLO X

 

LE DICHIARAZIONI DI TOMMASO BUSCETTA SUL CASO MORO E SULL’OMICIDIO DEL GIORNALISTA CARMINE PECORELLI

 

 

Nel corso del gia’ citato interrogatorio reso al P.M. di Palermo in sede di commissione rogatoria internazionale negli Stati Uniti il 6 aprile 1993, Tommaso Buscetta, oltre a riferire quanto a sua conoscenza sul Sen.Andreotti in riferimento al caso gia’ esaminato del processo Rimi, rivelava ulteriori circostanze riguardanti l’odierno imputato in relazione a vicende delittuose della massima gravita’ avvenute verso la fine degli anni 70.

Dal complesso di tali dichiarazioni emergeva invero un presunto intreccio tra i segreti del caso Moro – conclusosi tragicamente con l’uccisione dello statista da parte delle Brigate Rosse il 9 maggio 1978 - ed i delitti del giornalista Carmine Pecorelli (commesso in Roma il 20 marzo 1979) e del Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa (consumato in Palermo il 3 settembre 1982).

Nel corso del suddetto interrogatorio il Buscetta infatti riferiva in sintesi che:

Durante l’approfondito esame dibattimentale il Buscetta e’ ritornato a parlare, oltre che del processo Rimi (di cui ci si e’ occupati in altra parte della sentenza) anche delle altre rivelazioni sopra accennate ed in particolare di quanto a lui confidato dai cugini Salvo in ordine al loro rapporto con l’On.Andreotti (udienze del 9 e 10 gennaio 1996):

DOMANDA - Le chiedevo: i cugini Salvo le ebbero mai a parlare di esponenti politici?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Di chi?

RISPOSTA - Mi parlarono di Andreotti, del Senatore Giulio Andreotti.

DOMANDA - In che termini gliene parlarono?

RISPOSTA - Come se potessero, in qualsiasi momento, poter contare sul Senatore. Me ne parlarono in termini, direi, proprio di intima confidenza. Addirittura con me lo chiamava "Lo zio", però questo "zio" non deve rappresentare che chiamassero lui, al Senatore come una persona, come si intende nei termini siciliani, lo zio tale, forse per omettere il nome. Anche loro stessi parlandone solo con me omettevano il nome e lo nominavano come "Lo zio".

DOMANDA - Gliene parlarono una sola volta o più volte?

RISPOSTA - I cugini Salvo vennero a trovarmi prima che arrivasse la mia famiglia alla Zagarella, direi, quasi tutte le sere per tenermi compagnia, e nelle innumerevoli volte che vennero parlavamo di politica.

INTERVENTO DEL PRESIDENTE –

Tutti e due?

RISPOSTA - Sì, tutti e due insieme perché tutti e due
avevamo le ville oltre a quella del genero, nello stesso posto dove c'era la villa del genero.

DOMANDA - Avete parlato più volte di politica, nel corso di questi numerosi incontri, e di questo loro rapporto con l'onorevole Andreotti, gliene parlarono una volta o più volte?

RISPOSTA - Più volte. I termini erano sempre amichevoli, erano sempre di amicizia fra loro e il Senatore Andreotti, tra loro e Salvo Lima e Salvo Lima con Andreotti. Di cose specifiche non ne abbiamo parlato perché in Cosa Nostra non esiste molta curiosità. Io non ho mai chiesto ai Salvo come abbiamo fatto ad avere l'Esattoria Comunale, non ho mai chiesto che cosa fossero le sue attività, perché questo è il comportamento di un uomo d'onore: "non chiedere". Se gli viene detta una cosa la apprende, se non gli viene detta è una cosa che non si chiede.

Lo stesso Buscetta ha dunque precisato che i cugini Salvo si limitarono a parlargli piu’ volte del loro rapporto di amicizia con l’odierno imputato, ma non ebbero mai a confidargli "cose specifiche"; e l’assoluta genericita’ delle confidenze fatte dai cugini Salvo al Buscetta e’ emersa con tutta chiarezza nel corso del controesame da parte della difesa:

DOMANDA - Le risultano quali sono i piaceri, i favori, gli interessamenti che la mafia a Roma otteneva, chiedeva ed otteneva, se li ha ottenuti, attraverso Lima?

RISPOSTA - No, non li conosco.

………

DOMANDA - Lima le ha mai detto di essersi servito dell'on. Andreotti per ottenere a Roma favori richiestigli dalla mafia?

RISPOSTA - A me?

DOMANDA - A lei, certo.

RISPOSTA - No.

………

DOMANDA - Può fare il nome di persone che abbiano assistito ad incontri tra i cugini Salvo ed Andreotti?

RISPOSTA - Io non ce l'ho.

DOMANDA - Può indicare delle circostanze che a lei risultino, in cui queste persone si siano incontrate, i due Salvo e Andreotti?

RISPOSTA - Non ce l'ho.

DOMANDA - Le risulta che i Salvo fossero proprietari di aerei privati?

RISPOSTA - Non lo so.

DOMANDA - Può indicare colloqui tra il senatore Andreotti e l'on. Lima, aventi per oggetto fatti specifici attinenti a Cosa Nostra?

RISPOSTA - Non li so.

DOMANDA - Può indicare alcuna fonte?

RISPOSTA - No.

DOMANDA - Può indicare iniziative specifiche assunte dall'on. Andreotti in favore della mafia, su richiesta dell'on. Lima o su richiesta dei cugini Salvo?

RISPOSTA - Non li so.

Dalle suesposte risposte negative del Buscetta si desume quindi inequivocabilmente che, se i Salvo professarono la loro amicizia con l’uomo politico dinanzi al Buscetta in piu’ occasioni, essi tuttavia mai riferirono alcunche’ sul contenuto concreto dei rapporti intrattenuti con l’imputato e soprattutto – proprio per l’importanza e la rilevanza che tale aspetto assume nel presente processo ai fini della verifica della fondatezza dell’accusa – mai fecero cenno alcuno ad eventuali favori richiesti e/o ricevuti dall’On.Andreotti nell’interesse di Cosa Nostra (con l’eccezione del processo Rimi – vicenda gia’ esaminata - e dell’omicidio Pecorelli di cui appresso ci si occupera’).

Se dunque dalle generiche confidenze dei cugini Salvo al Buscetta si trae una ulteriore indubbia conferma dell’esistenza di rapporti diretti tra l’imputato e gli esattori siciliani – rapporti dimostrati da altre emergenze dibattimentali e sui quali ci si sofferma analiticamente in altra parte della sentenza – piu’ complesso si rivela invece il tema dei rapporti tra i Salvo, quali esponenti di Cosa Nostra, e l’On.Andreotti.

Il Buscetta, richiesto invero dallo stesso P.M. di specificare se disponesse di altre informazioni sui rapporti tra Cosa Nostra e l’imputato, ha fatto riferimento alle conferme che ne ebbe dal Badalamenti e dal Bontate in relazione a due specifiche vicende: il processo Rimi da un lato, e l’omicidio del giornalista Carmine Pecorelli, con i risvolti connessi al sequestro Moro ed al delitto Dalla Chiesa, dall’altro:

DOMANDA - Quali sono le sue altre informazioni, se ve ne sono, sui rapporti tra Cosa Nostra e l'imputato Giulio Andreotti?

RISPOSTA - Io l'informazione che ho è quella dell'aiuto dell'onorevole Andreotti che dà al cognato di Gaetano Badalamenti nel processo dove lui era imputato.

DOMANDA - Come si chiama questo cognato?

RISPOSTA - Il cognato di Gaetano Badalamenti si chiama Filippo Rimi, cosa che Gaetano Badalamenti mi riferisce in Brasile nel 1982 e che, fra le altre cose, mi dice di avere ricevuto l'elogio del Senatore, perché di gente come lui l'Italia ne aveva bisogno uno per ogni strada d'Italia.

………

DOMANDA - Lei ha parlato, già nel corso della sua deposizione, di rapporti tra i cugini Salvo e il Senatore Andreotti. E ha parlato già di quanto Badalamenti ebbe a raccontarle in ordine ad un suo incontro con il Senatore Andreotti in presenza di uno dei cugini Salvo. Lei è a conoscenza di altre circostanze, personalmente, o riferitele da altri, in particolare da Badalamenti, visto che siamo in questo argomento, riguardarti i rapporti tra i cugini Salvo e il Senatore Andreotti?

RISPOSTA - Oltre a quell'occasione in cui fa riferimenti a Filippo Rimi?

DOMANDA - Sì.

RISPOSTA - Io ce l'ho un'altra, ma non so se devo dirla in questo processo, se non posso dirla.

DOMANDA - Prego, lei parli, valuterà il Tribunale.

RISPOSTA - Sì, io ho un'altra occasione, ed è l'uccisione del giornalista Pecorelli.

Le rivelazioni del Buscetta sul presunto intervento dell’On.Andreotti per l’"aggiustamento" del processo Rimi sono state gia’ analiticamente esaminate e deve pertanto rinviarsi a quella parte della presente sentenza che se ne occupa.

Quanto alle rivelazioni riguardanti l’omicidio Pecorelli deve evidenziarsi come a seguito delle dichiarazioni del Buscetta sia stata promossa l’azione penale nei confronti dell’odierno imputato a carico del quale si e’ svolto, parallelamente al presente giudizio, il processo per concorso in omicidio dinanzi alla Corte di Assise di Perugia (per tale reato l’iscrizione nel registro degli indagati dell’on. Andreotti e’ datata 14 aprile 1993, dunque pochi giorni dopo l’interrogatorio del Buscetta del 6 aprile 1993: cfr. ordinanza del Tribunale del 6 ottobre 1995).

E giova a tal riguardo rilevare che la duplicazione dei processi a carico dell’odierno imputato per vicende delittuose che risultano (sol che si pensi al continuo travaso di atti tra l’uno e l’altro processo) indubbiamente connesse – e non solo sotto il profilo soggettivo - e’ stata conseguenza della tardiva formulazione, da parte della difesa dell’imputato, dell’eccezione di incompetenza per connessione dichiarata inammissibile da questo Tribunale sulla base delle articolate argomentazioni esposte nell’ordinanza del 6 ottobre 1995 cui si rinvia.

La conseguente ripartizione di competenza in ordine ai fatti delittuosi contestati all’imputato impone dunque che delle vicende relative all’omicidio del giornalista Carmine Pecorelli, la cui cognizione e’ demandata all’A.G. di Perugia, questo Tribunale si possa e si debba occupare esclusivamente ai limitati fini della verifica del materiale probatorio acquisito per le refluenze che esso eventualmente possa assumere in ordine alla sussistenza o meno del reato associativo contestato all’On.Andreotti.

E proprio tale esigenza di limitare l’esame a cio’ che direttamente refluisce sulla valutazione della responsabilita’ penale dell’imputato in relazione al contestato delitto associativo impone di tralasciare ogni approfondita analisi sulle vicende dell’interessamento di Cosa Nostra per la liberazione dell’On. Moro in quanto e’ proprio lo stesso Buscetta ad affermare esplicitamente, gia’ nel corso delle sue dichiarazioni al P.M. il 6 aprile 1993, che il coinvolgimento dell’odierno imputato nelle iniziative dirette alla liberazione, tramite Cosa Nostra, dello statista sequestrato dalle Brigate Rosse e’ soltanto frutto di una sua evidente deduzione, nulla risultandogli di specifico al riguardo (cfr. verbale 6 aprile 1993 pag.9):

Certo e’ che a chiedere a Bontate Stefano di interessarsi al caso Moro non potevano essere stati altri che i Salvo e quindi Giulio Andreotti. Questo affermo sulla base della mia esperienza e conoscenza dei rapporti fra Cosa Nostra e mondo politico; in particolare, dei rapporti di Bontate con i cugini Salvo e l’onorevole Lima, e tra questi ultimi ed Andreotti.

Alla luce della suesposta dichiarazione non puo’ dunque revocarsi in dubbio che il Buscetta non abbia alcuna conoscenza diretta e specifica di elementi concreti che possano dimostrare che Cosa Nostra si attivo’ in favore della liberazione di Aldo Moro (peraltro senza alcun esito) su precisa sollecitazione e richiesta dei cugini Salvo, il cui ruolo nella vicenda risulta dunque affermato solo sulla base di una mera deduzione del dichiarante ("Certo e’ che a chiedere a Bontate Stefano di interessarsi al caso Moro non potevano essere stati altri che i Salvo").

Se dunque il coinvolgimento dei Salvo nelle iniziative poste in essere da Cosa Nostra per ottenere la liberazione di Moro e’ gia’ di per se’ solo una deduzione del Buscetta, altrettanto deve rilevarsi per il conseguente dedotto coinvolgimento dell’On.Andreotti ("…non potevano essere stati altri che i Salvo e quindi Giulio Andreotti").

E che sia soltanto una mera deduzione del Buscetta e’ stato ammesso inequivocabilmente dallo stesso dichiarante il quale invece, nel corso delle indagini preliminari, il 20 novembre 1992, al P.M. di Roma che lo interrogava sul punto, aveva espressamente escluso di sapere se Bontate ed Inzerillo si erano attivati per la liberazione di Aldo Moro di loro iniziativa o su input di personaggi politici (cfr. contestazione al Buscetta nel corso dell’udienza di Perugia del 9 settembre 1996 pag.72):

"L’idea di muoversi per liberare Moro fu di Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo, non so se i due si mossero di loro iniziativa ovvero su input dei personaggi politici"

Una nuova rettifica e’ invece intervenuta nel corso dell’esame reso a Perugia laddove il Buscetta dopo avere esplicitamente escluso di sapere se Bontate era stato sollecitato da qualcuno, confermava le dichiarazioni precedenti nelle quali aveva affermato che Bontate si era attivato per la liberazione di Moro con i suoi referenti politici indicati in Salvo Lima e Rosario Nicoletti, senza peraltro alcun accenno ad un preteso ruolo dell’On.Andreotti e dei Salvo (udienza Perugia del 10 settembre 1996 pag.56-57):

Avv. Coppi: Ma Bontate le disse in maniera esplicita chi lo avesse sollecitato, o se era invece un’idea sua, ad attivarsi per la liberazione di Moro?

Tommaso Buscetta: No.

………

Avv. Coppi: … E’ una contestazione20 novembre 1992. Lei ha detto: "i referenti politici di Stefano Bontate erano sia a livello regionale che nazionale" e indica i referenti, ci mette Salvo Lima e Rosario Nicoletti, "i predetti si interessarono con Bontate della liberazione di Moro"….

Presidente: Si ricorda questo fatto?

Tommaso Buscetta: Si, mi ricordo

Presidente: Lo conferma?

Tommaso Buscetta: Si. Adesso lo confermo.

In realta’ pero’ Buscetta su tutta la vicenda dimostra di avere le idee ed i ricordi tutt’affatto chiari se e’ vero che egli in quella occasione dinanzi alla Corte di Assise di Perugia e’ stato capace di smentirsi e contraddirsi nel volgere di solo pochi minuti.

Ed infatti, dopo avere appena confermato (udienza Perugia del 10 settembre 1996 pag.56-57) che Lima e Nicoletti – cosi’ come dichiarato nelle indagini preliminari il 20 novembre 1992 – si erano attivati per la liberazione di Moro (assieme a Bontate), Buscetta riusciva nuovamente a negarlo (stessa udienza pag.63-64) inducendo la difesa all’ennesima contestazione:

Avv. Coppi: Le risulta che Lima fosse favorevole o contrario alla liberazione Moro?

Tommaso Buscetta: No, non mi risulta, non lo so.

Avv. Coppi: Le risulta se Rosario Nicoletti era favorevole o contrario alla liberazione di Moro?

Tommaso Buscetta: No.

Emerge dunque con incontestabile evidenza come la ricostruzione delle complesse vicende in esame da parte di Tommaso Buscetta sia sempre quanto mai approssimativa, contraddittoria, ondivaga, oltre che fortemente condizionata, come appresso si dira’ e come peraltro ammesso dallo stesso dichiarante, dalla sovrapposizione tra ricordi personali e notizie apprese aliunde anche dalla stampa e dalla televisione.

Che allora siano stati i cugini Salvo a chiedere a Bontate di attivarsi "e quindi Andreotti" – come aveva invece riferito il Buscetta il 6 aprile 1993 - costituisce, con ogni evidenza, una mera deduzione che nemmeno l’approfondimento dibattimentale nei processi di Palermo e Perugia ha consentito di concretizzare in utili ed apprezzabili sviluppi probatori.

Esplicita al riguardo la risposta fornita dal Buscetta alla specifica domanda rivoltagli dalla difesa a Perugia all’udienza del 10 settembre 1996 (pag.58):

Avv. Coppi: Le risulta chi poi diede l’incarico diretto ed immediato a Bontate di attivarsi per la liberazione di Moro?

Tommaso Buscetta: Non mi risulta.

Avv. Coppi: Lei rispondendo a delle domande che le venivano rivolte dal Pubblico Ministero di Palermo il 6 aprile 1993 negli Stati Uniti ha dato invece una risposta a questa domanda.

Tommaso Buscetta: No, non mi ricordo.

Avv. Coppi: " Certo e’ che a chiedere a Bontate Stefano di interessarsi al caso Moro non potevano essere stati altri che i Salvo e quindi Giulio Andreotti".

……

Tommaso Buscetta: No, perche’ lo deduco per i rapporti che avevano i Salvo con Bontate.

Avv. Coppi: Quindi e’ una deduzione di seconda mano o, se vuole, una seconda deduzione che poi ai Salvo lo avrebbe chiesto Giulio Andreotti.

Tommaso Buscetta: Si.

Non si trascuri infine di considerare che, in maniera del tutto incomprensibile per lo stesso Buscetta, questi, che pure al G.I. di Palermo dott. Falcone aveva parlato sin dal 4 dicembre 1984 della richiesta di Bossi di attivarsi per la liberazione di Moro, aveva invece del tutto taciuto cio’ che gli risultava sull’eguale richiesta fattagli pervenire in carcere nello stesso contesto temporale anche da Stefano Bontate e da Inzerillo Salvatore.

E’ lo stesso Buscetta infatti a non spiegarsi ne’ a sapere indicare alcuna ragionevole causa di tale immotivato silenzio, giungendo persino incredibilmente ad affermare di essersi semplicemente "dimenticato" di fatti di cosi’ evidente rilievo ed importanza (udienza a Perugia del 10 settembre 1996 pag.37-38):

Avv.Coppi: … Io adesso voglio sapere perche’ inizialmente lei ha parlato soltanto di Bossi e non ha fatto riferimento anche alla fonte mafiosa.

Tommaso Buscetta: Me ne sono dimenticato.

Avv. Coppi: Se ne e’ dimenticato?

Tommaso Buscetta: Me ne sono dimenticato, si.

Avv.Coppi: Parlando con il dott.Falcone?

Tommaso Buscetta: Parlando con il dott.Falcone. Se non c’e’ un verbale me ne saro’ dimenticato.

Avv.Coppi: Certo, come no! C’e’ il verbale del 4 dicembre 1984 in cui lei parla soltanto di Bossi come della persona che l’avrebbe incaricata di interessarsi in qualche modo, per la liberazione di Moro e non fa cenno alcuno a questo particolare non proprio insignificante per lei appartenente a Cosa Nostra che addirittura il suo amico Bontate e il suo amico Inzerillo l’avevano pregata ugualmente di interessarsi. Non era circostanza di poco conto visto che il dott. Falcone si interessava di questioni di Cosa Nostra. Io vorrei sapere perche’ lei quindi non lo disse immediatamente?

Tommaso Buscetta: Non me lo so spiegare.

E’ sufficiente sul punto rilevare che ben avrebbe potuto il Buscetta riferire nel 1984 – oltre che della richiesta del Bossi – anche della richiesta formulatagli dal Bontate e dall’Inzerillo di attivarsi in carcere per la liberazione di Moro precisando (come ha fatto poi il 20 novembre 1992) di non sapere se era stata una iniziativa personale dei due esponenti mafiosi ovvero se essi avessero agito su sollecitazione di ambienti politici, cosi’ evitando di dovere aggiungere altro sul delicato tema dei rapporti mafia-politica.

Altrettanto singolare la risposta fornita dal Buscetta alla richiesta della difesa di chiarire i motivi per i quali egli nell’interrogatorio del 20 novembre 1992 non aveva citato anche il nome del Sen.Andreotti tra i politici collegati a Cosa Nostra assieme ai menzionati Lima e Nicoletti.

Giova rammentare che egli ha riferito nel presente dibattimento di essersi deciso a rivelare quanto a sua conoscenza sui rapporti mafia-politica dopo anni di ostinato silenzio con i giudici e gli inquirenti, solo a seguito delle stragi del maggio e del luglio del 1992 (udienza del 9 gennaio 1996 pag.25):

DOMANDA - Signor Buscetta, quando e perché lei ha cominciato a parlare, a dire quello che lei sapeva sull'Onorevole Lima e sul Senatore Andreotti?

RISPOSTA - Io ho cominciato a dirlo dopo la morte del dottor Falcone e dopo la morte di Borsellino, anche se con Borsellino non avevo gli stessi rapporti che avevo con il dottor Falcone, ma indubbiamente era una persona che rispettavo, così come rispettavo il giudice Falcone. In quell'epoca, prima ancora che venissero dei giudici ad interrogarmi negli Stati Uniti, io avevo già parlato con l'antico Pubblico Ministero della Pizza Connection telefonicamente su questo riguardo, e gli avevo anticipato...

INTERVENTO DEL PRESIDENTE –

Chi era questo Pubblico Ministero?

RISPOSTA - Io lo chiamo Richy Martin, ma forse si chiama
Richard Martin. Mi aveva cercato e gli avevo detto che gli offrivo tutta la mia collaborazione dopo la morte del giudice Falcone e gli dissi che era arrivato il momento che avrei dovuto parlare di mafia e politica. Questo avvenne nel 1992.

Dinanzi alla Corte di Assise di Perugia il Buscetta ha sostanzialmente confermato tale circostanza precisando che effettivamente il 20 novembre 1992 egli parlo’ al P.M. di Roma di Nicoletti e di Lima proprio perche’ aveva ormai deciso di superare la pregressa reticenza sui rapporti tra mafia e politica.

L’affermazione del Buscetta suscitava ovviamente la legittima richiesta della difesa di spiegare allora per quale motivo, fatta la scelta di rivelare tutto sin dal luglio del 1992, egli in realta’ ancora nel novembre del 1992 (ed anche nel settembre del 1992 dinanzi al P.M. di Palermo: cfr. verbale dell’11 settembre 1992) non aveva detto nulla sull’On.Andreotti e si era dovuto attendere sino al 6 aprile dell’anno successivo.

Orbene, il Buscetta dinanzi alla Corte di Assise di Perugia e’ giunto ad affermare che il 20 novembre 1992 egli non aveva parlato di Andreotti solo perche’ "i poliziotti americani andavano di fretta" e per affrontare l’argomento occorreva del tempo.

E quando si e’ chiarito che quella spiegazione, ove realmente convincente, riguardava tutt’altro interrogatorio (quello al P.M. di Palermo reso a Washington l’11 settembre 1992) laddove le dichiarazioni contestate erano state rese in Italia nel novembre successivo al P.M. di Roma, Buscetta non ha saputo fare altro che rifugiarsi dietro il "non ricordo" (udienza del 10 settembre 1996 pag.68):

TOMMASO BUSCETTA.

No, io non mi ricordo, ma come data non mi ricordo, so di averlo fatto, ma e’ sicuramente subito dopo la morte del Giudice Falcone.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

20 novembre 1992.

TOMMASO BUSCETTA.

E' esatto.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

Per lei di Lima aveva gi… parlato anche prima.

TOMMASO BUSCETTA.

No.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

Lei soltanto allora parla di Lima?

TOMMASO BUSCETTA.

Io parlo di Lima e ne parlo senza mai citare il nome. Ricordo di averne parlato con il Giudice Falcone, il Giudice Falcone me lo diceva lui a me, e io dicevo...

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

"I referenti politici di Stefano Bontate erano, sia a livello regionale che nazionale, Lima, Nicoletti..."

TOMMASO BUSCETTA.

Ma in che epoca?

PRESIDENTE.

Che verbale è?

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

20 novembre 1992.

TOMMASO BUSCETTA.

Esatto, non prima.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

Lo ha fatto solo quella volta lì. Questa è la prima volta in cui lei parla di queste persone.

TOMMASO BUSCETTA.

Sì.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

Parla di queste persone perchè ormai aveva deciso di rompere la sua reticenza sui rapporti tra mafia e politica?

TOMMASO BUSCETTA.

Sì.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

E perchè allora si è fermato a questi nomi?

TOMMASO BUSCETTA.

Perchè volevo approfondirlo meglio l'argomento e quell'interrogatorio è avvenuto di venerdì.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

Andavano di fretta i Giudici?

TOMMASO BUSCETTA.

Andavano di fretta i poliziotti, non i Giudici, i poliziotti americani.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

E quindi?

TOMMASO BUSCETTA.

E quindi è rimasto l….

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

Si trattava di impiegare un secondo per fare un altro nome!

TOMMASO BUSCETTA.

No, no, non volevano saperne.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

E comunque insomma la ragione di questa fretta è che i poliziotti americani andavano via.

TOMMASO BUSCETTA.

Era di venerdì ed erano le 15.30, e per loro gi… era finito il loro orario di lavoro.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

A parte il fatto che l'interrogatorio è avvenuto a Roma di fronte ai Dottori De Fichy’, Ionta, e Nitto Francescopaola (Nitto Francesco Palma: n.d.e.).

TOMMASO BUSCETTA.

Sì, ma allora io la prego Avvocato citi il verbale, perchè io sto parlando di un verbale invece fatto a Washington, dal Dottor Lo Forte e Natoli.

PRESIDENTE.

Parlate di due cose diverse.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

Invece io sto parlando di un interrogatorio che...

TOMMASO BUSCETTA.

Lei mi stava parlando la prima volta che ho parlato di Lima.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

No.

TOMMASO BUSCETTA.

E la prima volta che parlo di Lima è a Washington. Avvocato, per favore!

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

Io le sto parlando di un interrogatorio reso il 20 novembre 1992 alle ore 15.45, di fronte a dei Magistrati che non denunciano nessuna fretta e in questo interrogatorio lei fa i nomi di questi politici. Poi controlleremo quando lo ha fatto per la prima volta.

TOMMASO BUSCETTA.

E invece l'ho fatto prima.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

Ma, per esempio, in questo interrogatorio, lei fa i nomi di questi politici. Perchè si ferma lì?

TOMMASO BUSCETTA.

Non lo so, non mi ricordo perchè mi sono fermato lì.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

Allora questo va un po' meglio. Però lei il 20 novembre del 1992 gi… sapeva che avrebbe potuto fare i nomi di altri politici.

TOMMASO BUSCETTA.

Ma l'ho gi… fatto prima Avvocato e lo ripeto ancora una volta, l'ho fatto a Washington.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

Poi parleremo, abbiamo tempo, poi parleremo di Martin.

PRESIDENTE.

No, la domanda è diversa. Chiede l'Avvocato: lei, nel 92 aveva la possibilità … di conoscere e di sapere quali altri uomini politici, perchè non ne ha fatto i nomi? Questo vuol sapere l'Avvocato.

TOMMASO BUSCETTA.

Non mi ricordo.

Ben diversa era stata in realta’ la spiegazione offerta pochi mesi prima (9-10 gennaio 1996) a questo Tribunale sui motivi per i quali egli, anche dopo la morte di Falcone e Borsellino, nonostante piu’ volte interrogato dall’A.G., aveva continuato a tacere lasciando passare parecchi mesi prima di parlare del Sen.Andreotti:

DOMANDA - Lei, all'inizio dell'interrogatorio, ha detto che ha assunto la decisione di parlare dei rapporti tra mafia e politica dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio. Ma nel settembre del 1992 lei ha parlato soltanto dell'On. Lima, di Andreotti lei ha parlato, per la prima volta, soltanto il 6 aprile del 1993, perché ha aspettato fino all'aprile del 1993 per dire quello che sapeva su Andreotti? Cosa succede alla fine del '93?

RISPOSTA - Nel 1992 già l'onorevole Lima era morto, il Senatore Andreotti era vivo, vegeto e forte, secondo me. Nel 1993, e cioè il 6 aprile del 1993, si era verificato un fatto nuovo, e cioè lo Stato italiano finalmente era pronto a sferrare il colpo definitivo nei confronti anche degli intoccabili, era già successo che una richiesta del Tribunale di Palermo, di avviso a procedere, nei confronti del Senatore Andreotti. Quando vennero i Pubblici Ministeri negli Stati Uniti io non potevo più dire: "Lo Stato italiano non vuole", o rispondevo in quell'epoca o non rispondevo mai più. Quindi ritenni opportuno che era arrivato il momento di parlare anche con gli interrogativi che si pone prendendo una simile decisione. Questa è la mia risposta.

Le stragi del 1992 e la morte del giudice Falcone, dunque, in realta’ non furono affatto determinanti per il Buscetta - cosi’ come lui vuol far credere - perche’ finalmente rivelasse tutto quanto a sua conoscenza sui delicati rapporti tra Cosa Nostra ed esponenti politici, ed in particolare su Giulio Andreotti, in quanto Buscetta continuo’ a tacere quanto gli risultava sul conto di Andreotti ancora per quasi un anno e fu solo nell’aprile del 1993, dopo la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dell’imputato inoltrata dalla Procura della Repubblica di Palermo, che il collaborante si decise infine ad accusare esplicitamente il Sen.Andreotti.

Ma cio’ che occorre comunque rilevare e’ che in conclusione il presunto ruolo dell’On.Andreotti nelle vicende e nelle trattative condotte da Buscetta, anche su sollecitazione di esponenti di Cosa Nostra, per la liberazione di Aldo Moro e’ legato solo ad una mera deduzione del dichiarante, come tale priva di qualsivoglia apprezzabile efficacia probatoria a carico dell’imputato nel presente processo.

Passando allora piu’ specificamente all’analisi delle dichiarazioni del Buscetta sull’omicidio Pecorelli deve evidenziarsi che il collaborante nel corso del suo esame dibattimentale, richiesto dal P.M. se fosse a conoscenza di altri fatti che comprovassero il riferito rapporto tra Andreotti ed i cugini Salvo, ha precisato quanto segue:

DOMANDA - Lei ha parlato, già nel corso della sua deposizione, di rapporti tra i cugini Salvo e il Senatore Andreotti. E ha parlato già di quanto Badalamenti ebbe a raccontarle in ordine ad un suo incontro con il Senatore Andreotti in presenza di uno dei cugini Salvo. Lei è a conoscenza di altre circostanze, personalmente, o riferitele da altri, in particolare da Badalamenti, visto che siamo in questo argomento, riguardanti i rapporti tra i cugini Salvo e il Senatore Andreotti?

RISPOSTA - Oltre a quell'occasione in cui fa riferimenti a Filippo Rimi?

DOMANDA - Sì.

RISPOSTA - Io ce l'ho un'altra, ma non so se devo dirla in questo processo, se non posso dirla.

DOMANDA - Prego, lei parli, valuterà il Tribunale.

RISPOSTA - Sì, io ho un'altra occasione, ed è l'uccisione del giornalista Pecorelli. Questa esecuzione del giornalista Pecorelli

RISPOSTA - Sì, io ho un'altra occasione, ed è l'uccisione del giornalista Pecorelli. Questa esecuzione del giornalista Pecorelli mi viene detta, e da Stefano Bontade, come cosa effettuata da lui, e da Gaetano Badalamenti, e mi viene riconfermata dal Badalamenti in Brasile, dove mi dice che l'omicidio di Pecorelli è una cosa che ho fatto io e Stefano. Quando mi fu detto da Badalamenti io non capii perché ad un figlio di Inzerillo le era stato tolto un braccio ed era stato detto... questo non lo dico... e si trovava insieme un altro ragazzo, quando era stato sequestrato e poi ucciso, che si chiamava Pecorelli. Per cui quando mi parla Badalamenti io capisco che si tratta di quel ragazzo, ucciso insieme al figlio di Inzerillo, e dico: "Ma che c'entri tu con il figlio di Inzerillo?".

DOMANDA - Perché, come si chiamava questo ragazzo?

RISPOSTA - Pecorelli o Pecorella, non so definire. Comunque se andavano a guardare c'è il figlio di questo Pecorelli che scompare insieme al figlio di Inzerillo. Ed allora dico: "Ma tu che c'entri con il figlio?" - "No, ma tu cosa capisci? E` il giornalista di Roma" - "Ma perché è stato?" - "Noi l'abbiamo fatto su richiesta da parte dei cugini Salvo e su interessamento dell'on. Andreotti". Cioè, i cugini Salvo avevano domandato ai due grandi amici che avevano, che erano Bontade e Badalamenti, la soppressione del giornalista Pecorelli. Perché questo giornalista Pecorelli procurava gravi disturbi al Senatore Andreotti mettendo a repentaglio la vita politica del Senatore Andreotti.

DOMANDA - Vogliamo essere più precisi nei tempi e nelle fonti. Lei ha detto di avere appreso queste cose, sia da Bontade che da Badalamenti. Vuole dire quando ne parla con Bontade?

RISPOSTA - Indubbiamente nel 1980 perché poi non lo rivedo più a Bontade.

DOMANDA - E quando ne parla con Badalamenti?

RISPOSTA - Nell'82.

DOMANDA - Dove?

RISPOSTA - In Brasile.

DOMANDA - E` in grado di ricordare la località del Brasile?

RISPOSTA - Rio De Janeiro.

DOMANDA - Chi fu a parlare dei due?

RISPOSTA - Bontade e Badalamenti.

DOMANDA - Chi fu a fare il nome di Andreotti? Furono tutti e due o soltanto uno dei due?

RISPOSTA - Furono tutti e due.

DOMANDA - E dissero tutti e due, più o meno, le stesse cose sul motivo o vi furono versioni diverse?

RISPOSTA - No no, tutti e due lo stesso motivo, posso cambiare qualche avverbio, ma il motivo è sempre lo stesso. E cioè, questo Pecorelli era uno che stava attentando alla vita politica del Senatore Andreotti.

DOMANDA - E come?

RISPOSTA - Attraverso i giornali, attraverso ricatti.

DOMANDA - Ricatti motivati da che cosa, le dissero qualcosa di più specifico sul motivo per cui Pecorelli poteva nuocere al Senatore Andreotti?

RISPOSTA - Del resto si sapeva dei documenti che erano stati trovati, e che il Pecorelli voleva pubblicare. Io, di altre cose, non so. Le altre cose sono notizie giornalistiche. Quello che io so, è che dalla morte dell'on. Moro sembra che c'erano dei documenti che il Pecorelli voleva far uscire fuori.

………

DOMANDA - Lei ha detto, che il Bontade e Badalamenti, in tempi diversi, le dissero che Pecorelli era stato ucciso perché, il motivo era che aveva dei documenti, aveva qualcosa che poteva danneggiare Andreotti. In queste circostanze, e le chiedo innanzitutto di rispondermi subito con un sì o con un no. Loro parlarono a proposito di questi documenti di Pecorelli anche, fecero riferimento al Generale Dalla Chiesa o no?

RISPOSTA - Sì, se devo continuare...

DOMANDA - Se è sì, spieghi e riferisca quello che dissero.

RISPOSTA - I documenti di cui si parlò in quell'epoca si riferivano alle bobine trovate in una località, che io non so qual' è, e che erano state consegnate, non si sa da chi, al giornalista Pecorelli. Il fatto che si intrecciano, parola che io ho usato una volta, Pecorelli con Dalla Chiesa, è perché a loro risultava che le bobine le aveva Dalla Chiesa.

DOMANDA - A loro risultava, a chi?

RISPOSTA - A Bontade attraverso i Salvo. Erano loro che adducevano a questo discorso del perché il Senatore Andreotti veniva leso nella sua carriera politica.

DOMANDA - Lei ha parlato prima di documenti, e poi di bobine.

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Qui deve cercare di essere assolutamente preciso nel ricordo. Erano documenti e bobine o soltanto documenti o documenti e bobine?

RISPOSTA - No no. Io ho la massima certezza che invece in quell'epoca, siccome si accavallano fatti, è impressionante, in quell'epoca si sia parlato solo ed esclusivamente di documenti, non bobine. Se ho detto bobine ho sbagliato, documenti in generale.

E’ stato essenziale nel corso dell’esame del Buscetta procedere ad una netta e, per quanto possibile, chiara distinzione tra quanto appreso direttamente ed esplicitamente dal collaborante e cio’ che invece costituisce, anche in questo caso, solo il frutto di una sua rielaborazione a posteriori e spesso solo deduttiva.

E cio’ e’ risultato quanto mai essenziale soprattutto perche’, come gia’ esposto, il Buscetta nel corso delle indagini preliminari era stato assolutamente esplicito nell’affermare che il delitto Pecorelli era stato un "delitto politico voluto dai cugini Salvo, in quanto a loro richiesto dall’On. Andreotti", con un chiaro ed esplicito riferimento, dunque, ad un mandato omicidiario da parte dell’odierno imputato che, infatti, pochi giorni dopo quella dichiarazione era stato incriminato proprio per concorso nell’omicidio del giornalista.

Orbene, l’approfondimento dibattimentale di tale tema ha invece immediatamente e chiaramente evidenziato che il Buscetta in realta’ non aveva mai saputo dalle sue due fonti, e dunque ne’ dal Badalamenti ne’ dal Bontate, che l’On.Andreotti aveva "richiesto" ai cugini Salvo la soppressione del giornalista (come invece letteralmente ed inequivocabilmente affermato al P.M. il 6 aprile 1993 e successivamente disconosciuto in maniera del tutto inspiegabile):

DOMANDA - ………Lei ebbe un colloquio con Badalamenti in cui si fece cenno all'omicidio del giornalista Pecorelli?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Badalamenti le fece riferimento, le parlò, le disse che vi era stato, in maniera specifica, naturalmente un mandato da parte dell'on. Andreotti a personaggi mafiosi affinché eliminassero Pecorelli?

RISPOSTA - La richiesta fu fatta dai cugini Salvo a Badalamenti.

DOMANDA - No no, io le ho fatto un'altra domanda. Voglio sapere se Badalamenti le disse che vi era stato un mandato specifico di Andreotti a personaggi mafiosi affinché uccidessero Pecorelli.

RISPOSTA - No, il mandato specifico non ci fu, non lo so.

DOMANDA - Quindi, il fatto che lei oggi attribuisca in qualche maniera ad un interesse di Andreotti la soppressione di Pecorelli, è frutto di una sua conoscenza diretta o di una sua deduzione?

RISPOSTA - No, la deduzione è della vita.

DOMANDA - Mi risponda se è frutto di conoscenza diretta.

RISPOSTA - No.

DOMANDA - Cioè, che cosa?

RISPOSTA - Che non ho la conoscenza diretta.

DOMANDA - Quali erano nel tempo i rapporti...?

RISPOSTA - Scusi, qual è stata la domanda?

DOMANDA - Ha risposto benissimo.

INTERVENTO DEL PRESIDENTE - Per chiarire. La domanda era se era una sua deduzione o era per conoscenza diretta?

RISPOSTA - No, per questo ho detto no, invece è una mia deduzione.

………

DOMANDA - Bontade le disse invece che Andreotti aveva chiesto l'eliminazione di Pecorelli, che aveva chiesto questo favore?

RISPOSTA - No.

Il riferimento fatto dal Buscetta, nel corso dell’esame reso al P.M., ad una frase del Badalamenti riguardante l’"interessamento" che comunque il Sen.Andreotti avrebbe avuto all’omicidio ("Noi l'abbiamo fatto su richiesta da parte dei cugini Salvo e su interessamento dell'on. Andreotti") ha ovviamente posto l’ineludibile esigenza di chiarire, al di la’ di ogni possibile residuo equivoco, cosa specificamente risultasse al collaborante sul punto facendo ancora una volta emergere che il Buscetta aveva soltanto operato una mera deduzione:

DOMANDA - Lei ieri però ha detto che l'omicidio Pecorelli avvenne su richiesta dei cugini Salvo, cito testualmente, su interessamento del Senatore Andreotti. Ci spiega che cosa intendeva dire con questa parola "su interessamento", visto che a lei non risulta di mandati, non risulta nulla in questo senso? Che vuole dire con questa parola: "su interessamento"?

RISPOSTA - Devo dilungarmi un po' per dire. Molte volte si può dire a una persona, anche indirettamente: "Avrei bisogno di questo favore", dicendo semplicemente: "Questo mi sta dando fastidio". E secondo a chi è rivolta questa proposta, "questa persona mi dà fastidio", può avvenire di essere interpretati in una maniera, così come è stata interpretata nei riguardi di Pecorelli.

La prima risposta del Buscetta, dunque, sembrava confermare che al collaborante risultava - comunque ed in qualche modo - che l’imputato aveva avuto occasione di lamentarsi del Pecorelli e del suo comportamento con i cugini Salvo, o con Badalamenti e Bontate, ma anche tale affermazione veniva immediatamente chiarita nel suo reale contenuto – anche a seguito delle esplicite domande rivolte dal Collegio - facendo emergere con estrema chiarezza che ancora una volta si era in presenza solo di una mera deduzione del Buscetta cosi’ come da questi infine ammesso esplicitamente:

DOMANDA - Le risulta che il Senatore Andreotti abbia detto a Bontade o a Badalamenti: "Questa persona mi dà un po' fastidio?".

RISPOSTA - No.

DOMANDA - Quindi, quello che lei ha detto adesso, è ancora una volta una sua congettura?

RISPOSTA - Congettura no, diciamo, praticità della vita.

DOMANDA - Perché, secondo lei, Andreotti avrebbe detto tutte queste cose a Bontade e a Badalamenti, o ai Salvo. Da che cosa lo deduce?

RISPOSTA - Innanzitutto non lo so che lo abbia detto a Badalamenti o a Bontade.

………

DOMANDA - Signor Buscetta, stamattina, lei nel rispondere a una domanda della difesa sul tema dell'omicidio Pecorelli, ha parlato di fatti a sua conoscenza e di sue deduzioni. Per fare chiarezza su un tema così delicato, vuole per cortesia ripetere e distinguere quali sono i fatti a sua conoscenza e quali sono le deduzioni su questo argomento?

RISPOSTA - Io credo di aver risposto. Devo cominciare dall'inizio? Tutta la risposta?

DOMANDA - Sì.

INTERVENTO DEL PRESIDENTE –

Tenendo distinti i fatti riferitigli dalle sue personali deduzioni, se riesce a farlo, questo vuole sapere il Pubblico Ministero.

RISPOSTA - I fatti di mia conoscenza sono quelli che ho già riferito anche nei vari verbali. Tutti e due, prima Bontade e poi Badalamenti, mi dissero che l'omicidio Pecorelli gli era stato richiesto dai cugini Salvo nell'interesse del Senatore Andreotti. Quindi, quando io dico nell'interesse dell'on. Andreotti, dico: Bontade e Badalamenti hanno chiesto, non si può inventare di andare a fare un omicidio a Roma, ad un giornalista qualsiasi senza chiedere: perché noi andiamo a fare questo omicidio? Qual è la ragione? L'interesse è...

DOMANDA - Mi scusi, un primo chiarimento: Bontade e Badalamenti le dissero che questo omicidio era stato fatto nell'interesse di Andreotti, sì o no?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Secondo: Bontade e Badalamenti le spiegarono perché era stato ucciso Pecorelli?

RISPOSTA - Era stato ucciso Pecorelli perché aveva dei documenti scottanti che avrebbero potuto attentare alla vita politica dell'on. Andreotti.

DOMANDA - Questo glielo dissero?

RISPOSTA - Chiarissimo.

DOMANDA - E qual è la sua deduzione allora?

RISPOSTA - La mia deduzione è una deduzione di vita.

INTERVENTO DELLA DIFESA –

Avv. Sbacchi - Presidente, le deduzioni non ci interessano.

INTERVENTO DEL PRESIDENTE –

No, è per chiarire l'argomento. Stamattina lui ha parlato di una sua deduzione. E` verbalizzata questa sua deduzione, il Pubblico Ministero chiede di sapere qual è questa sua deduzione che ha fatto stamattina su domanda vostra. Mi sembra che sia un chiarimento necessario per l'accertamento della verità.

RISPOSTA - La deduzione nasce dalle regole di vita, non si può andare a fare un omicidio a Roma senza avvisare la parte, secondo me, però questa è la mia deduzione, non si può avvisare la parte, la quale, in un certo qual modo, si sarà lamentata nei riguardi dei Salvo sull'operazione che avrebbe voluto fare Pecorelli. Non si può fare un omicidio, questa è la mia deduzione, questo non è un fatto.

DOMANDA - Badalamenti e Bontade le dissero che Andreotti aveva dato mandato di uccidere Pecorelli?

RISPOSTA - No.

DOMANDA - E` questa la sua deduzione?

RISPOSTA - Sì, è questa la mia deduzione.

INTERVENTO DELLA DIFESA - Avv. Coppi –

Questa non è deduzione, questo è un fatto.

DOMANDA - Non le dissero che Andreotti aveva dato mandato di uccidere?

RISPOSTA - No.

DOMANDA - Le dissero che era stato fatto nell'interesse di Andreotti?

RISPOSTA - Mi dissero che era stato fatto negli interessi di Andreotti perché il giornalista stava facendo delle cose che non gradivano alla persona dell'on. Andreotti.

DOMANDA - Quindi la sua deduzione è che Andreotti aveva dato un mandato ad uccidere?

RISPOSTA - Ma è logico, è quello che mi sforzo di fare, se poi non riesco a tradurlo in parole, è colpa della mia cultura.

………

ESAME DEL COLLABORANTE DA PARTE DEL TRIBUNALE

DOMANDA - Lei ha parlato di lamentele di Andreotti, a proposito dell'omicidio Pecorelli?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Di queste lamentele gliene parlarono Badalamenti e Bontade oppure è una sua deduzione?

RISPOSTA - Sì, le lamentele sono mie deduzioni, queste sono le deduzioni che io un momento fa, prima di sospendere, cercavo di sapere qual era la risposta che io dovevo dare in merito alla deduzione.

Puo’ dunque in conclusione evidenziarsi che, rispetto all’iniziale dichiarazione del Buscetta nel corso delle indagini preliminari secondo cui vi era stata una esplicita richiesta dell’imputato rivolta ai Salvo per l’omicidio di quel giornalista "scomodo", al dibattimento e’ definitivamente emerso che al collaborante in realta’:

  • nulla le fonti (Badalamenti e Bontate) avevano riferito in merito ad una mandato esplicito di Andreotti ai Salvo per la soppressione del Pecorelli;
  • nulla le fonti avevano riferito neppure in ordine a lamentele sulla condotta del giornalista Pecorelli espresse da parte dell’imputato ai cugini Salvo; e’ eloquente al riguardo, oltre che confermativo del fatto che sia stata solo una deduzione, che il Buscetta a proposito dell’On.Andreotti usi un’espressione palesemente ipotetica ("…si sarà lamentata nei riguardi dei Salvo sull'operazione che avrebbe voluto fare Pecorelli…").

E che quella di Buscetta sia stata solo una deduzione e’ esplicitamente emerso nel corso dell’esame reso nel processo di Perugia laddove egli ha ancora una volta ribadito, pur con qualche ormai consueta imprecisione (addirittura un iniziale accenno ad una poi inesistente "richiesta" di Andreotti), che mai Badalamenti (ne’ peraltro Bontate) ebbe a dirgli che vi era stato un mandato dell’odierno imputato per l’omicidio del Pecorelli e che il coinvolgimento dell’uomo politico nel delitto era stato dedotto da esso Buscetta sulla base del rapporto di conoscenza con quei Salvo che erano i veri mandanti dell’omicidio (udienza Perugia del 9 settembre 1996):

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI)

………Da Badalamenti le venne detto in termini espliciti da chi sarebbe stato commissionato questo delitto?

TOMMASO BUSCETTA.

No nemmeno.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

Nemmeno da Badalamenti.

TOMMASO BUSCETTA.

Stiamo parlando per conoscenza mia.

PRESIDENTE.

Che cosa le ha detto Badalamenti?

TOMMASO BUSCETTA.

Badalamenti mi ha parlato: per interessamento dell'Onorevole Andreotti, una richiesta.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

Non ho purtroppo oggi il dono della chiarezza. Le disse da chi era stato commissionato?

TOMMASO BUSCETTA.

No, no.

……

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

Può, ritornando su questo punto, ricordare se Badalamenti le disse chi è che aveva richiesto questo omicidio?TOMMASO BUSCETTA.

Ho già… risposto, no.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

Quindi Badalamenti non le ha potuto neppure dire, esplicitamente, che l'omicidio era stato espressamente richiesto dal Senatore Andreotti?

TOMMASO BUSCETTA.

Ma è questa la risposta: no.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

……Mi vuole dire perchè e sulla base di quali fatti lei afferma che l'omicidio è stato fatto, come ha ripetuto ieri, come stava ripetendo adesso, nell'interesse del Senatore Andreotti?

TOMMASO BUSCETTA.

Per le circostanze che il Senatore Andreotti era intimo amico del Senatore.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

Di quale Senatore?

PRESIDENTE.

"Il Senatore Andreotti era amico del Senatore"?

TOMMASO BUSCETTA.

Dei Salvo.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

Io non voglio parlare male dei morti, ma perchè i Salvo avevano come unico amico il Senatore Andreotti?

TOMMASO BUSCETTA.

No.

Puo’ dunque concludersi che l’affermazione del Buscetta secondo cui l’omicidio fu richiesto al Badalamenti ed al Bontate dai cugini Salvo "nell'interesse del Senatore Andreotti" e’ anch’essa solo una deduzione seppure direttamente scaturente anche e soprattutto dalla presunta causale del delitto ricollegata dai due esponenti mafiosi al fatto che il Pecorelli "stava facendo delle cose che non gradivano alla persona dell'on. Andreotti", ed "aveva dei documenti scottanti che avrebbero potuto attentare alla vita politica dell'on. Andreotti".

Ma proprio con riferimento a tale dichiarazione dibattimentale del Buscetta non puo’ non rilevarsi come nel corso delle indagini preliminari il collaboratore era stato molto piu’ generico e soprattutto non aveva fatto il minimo accenno a pretesi "documenti scottanti" in possesso al giornalista, essendosi limitato a riferire, peraltro in termini solo ipotetici ("sembra che…a quanto pare…"), che il Pecorelli forse stava "appurando cose politiche collegate al sequestro Moro" ed era a conoscenza, come Dalla Chiesa, di "segreti" che "infastidivano" l’on.Andreotti (cfr. verbale del 6 aprile 1993 fg.3 e 6):

Secondo quanto mi disse Badalamenti, sembra che Pecorelli stesse appurando "cose politiche" collegate al sequestro Moro.

Giulio Andreotti era appunto preoccupato che potessero trapelare quei segreti, inerenti al sequestro dell’onorevole Moro, segreti che anche il generale Dalla Chiesa conosceva.

Pecorelli e Dalla Chiesa sono infatti "cose che si intrecciano fra loro".

………

a quanto pare, il Pecorelli e Dalla Chiesa (anche se separatamente l’uno dall’altro) erano a conoscenza di segreti sul sequestro Moro che infastidivano l’onorevole Andreotti.

Nel corso dell’interrogatorio reso al P.M. il 6 aprile 1993, dunque, il Buscetta aveva soltanto parlato, peraltro in termini assai incerti e probabilistici ("sembra che…a quanto pare…") di non meglio precisati "segreti" e "cose politiche" collegate al sequestro dell’On. Moro, laddove invece al dibattimento il predetto ha per la prima volta riferito di "bobine" (poi "documenti") che erano pervenute al giornalista Pecorelli, intenzionato a renderne pubblico il contenuto:

RISPOSTA - No no, tutti e due lo stesso motivo, posso cambiare qualche avverbio, ma il motivo è sempre lo stesso. E cioè, questo Pecorelli era uno che stava attentando alla vita politica del Senatore Andreotti.

DOMANDA - E come?

RISPOSTA - Attraverso i giornali, attraverso ricatti.

DOMANDA - Ricatti motivati da che cosa, le dissero qualcosa di più specifico sul motivo per cui Pecorelli poteva nuocere al Senatore Andreotti?

RISPOSTA - Del resto si sapeva dei documenti che erano stati trovati, e che il Pecorelli voleva pubblicare. Io, di altre cose, non so. Le altre cose sono notizie giornalistiche. Quello che io so, è che dalla morte dell'on. Moro sembra che c'erano dei documenti che il Pecorelli voleva far uscire fuori.

Il Buscetta, dunque, che nel corso delle indagini preliminari aveva reso dichiarazioni dal contenuto assolutamente generico, ha invece improvvisamente ricordato solo al dibattimento, ma anche stavolta in maniera piuttosto confusa ed approssimativa, e peraltro spesso in termini ipotetici ("sembra che c’erano dei documenti…"), una serie di fatti incomprensibilmente del tutto taciuti nelle sue prime dichiarazioni:

  • il Pecorelli voleva "far uscire fuori" e "pubblicare" bobine (documenti) riguardanti il sequestro Moro "che erano stati trovati" in una localita’ ignota;
  • Bontate attraverso i Salvo sapeva che le bobine (rectius i documenti) erano in possesso del Gen. Dalla Chiesa;
  • tali bobine/documenti erano stati consegnati al Pecorelli da qualcuno ("non si sa da chi");
  • non gli risultava che al Pecorelli fossero stati consegnati dal Gen. Dalla Chiesa:

DOMANDA - Lei ha detto, che il Bontade e Badalamenti, in tempi diversi, le dissero che Pecorelli era stato ucciso perché, il motivo era che aveva dei documenti, aveva qualcosa che poteva danneggiare Andreotti. In queste circostanze, e le chiedo innanzitutto di rispondermi subito con un sì o con un no. Loro parlarono a proposito di questi documenti di Pecorelli anche, fecero riferimento al Generale Dalla Chiesa o no?

RISPOSTA - Sì, se devo continuare...

DOMANDA - Se è sì, spieghi e riferisca quello che dissero.

RISPOSTA - I documenti di cui si parlò in quell'epoca si riferivano alle bobine trovate in una località, che io non so qual' è, e che erano state consegnate, non si sa da chi, al giornalista Pecorelli. Il fatto che si intrecciano, parola che io ho usato una volta, Pecorelli con Dalla Chiesa, è perché a loro risultava che le bobine le aveva Dalla Chiesa.

DOMANDA - A loro risultava, a chi?

RISPOSTA - A Bontade attraverso i Salvo. Erano loro che adducevano a questo discorso del perché il Senatore Andreotti veniva leso nella sua carriera politica.

DOMANDA - Lei ha parlato prima di documenti, e poi di bobine.

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Qui deve cercare di essere assolutamente preciso nel ricordo. Erano documenti e bobine o soltanto documenti o documenti e bobine?

RISPOSTA - No no. Io ho la massima certezza che invece in quell'epoca, siccome si accavallano fatti, è impressionante, in quell'epoca si sia parlato solo ed esclusivamente di documenti, non bobine. Se ho detto bobine ho sbagliato, documenti in generale.

Nel corso dell’esame dibattimentale reso al P.M., dunque, il Buscetta ha precisato che egli non sapeva che i documenti in possesso al Pecorelli fossero stati a questi consegnati dal Gen. Dalla Chiesa.

Ed infatti anche nel corso dell’interrogatorio al P.M. del 6 aprile 1993, per quanto, come si e’ detto, Buscetta non avesse neppure accennato a documenti da pubblicare, parlando molto piu’ genericamente di "segreti", egli aveva comunque precisato che tali segreti erano a conoscenza del Pecorelli e del Gen. Dalla Chiesa "separatamente l’uno dall’altro", affermazione questa che non puo’ che interpretarsi nel senso che la fonte di conoscenza di quei segreti era del tutto autonoma e differente per i due (Dalla Chiesa e Pecorelli) .

Ma la conferma della estrema confusione dei ricordi del Buscetta, e dunque dell’inaffidabilita’ delle sue ricostruzioni su vicende cosi’ delicate, affidate al ricordo di brevi conversazioni risalenti ad oltre 20 anni prima, emergeva nel corso del controesame condotto dalla difesa allorquando il predetto, contraddicendosi in maniera del tutto evidente, affermava espressamente che i documenti che il Pecorelli intendeva pubblicare erano stati invece consegnati al giornalista proprio da Dalla Chiesa secondo quanto dettogli espressamente da Gaetano Badalamenti:

DOMANDA - Io volevo cercare di capire anche, se consente, siamo abbastanza esperti, anche i lapsus possono avere dei suoi significati in un procedimento penale, specialmente di questo tipo. Quindi escludiamo che si parli di bobine. Questi documenti, che il Generale Dalla Chiesa avrebbe dato a Pecorelli, erano documenti non noti al pubblico?

RISPOSTA - Io non lo so questo.

DOMANDA - Lei ieri mi sembrava che avesse accennato al fatto che il problema era che Pecorelli stava per pubblicare documenti che aveva ricevuto dal Generale Dalla Chiesa?

………

DOMANDA - Lei ieri ha detto che il pericolo per la carriera politica del Senatore Andreotti era rappresentato dal fatto che Pecorelli aveva in animo di pubblicare documenti che aveva ricevuto dal Generale Dalla Chiesa, inerenti all'omicidio Pecorelli, giusto?

RISPOSTA - Questo è quello che ho saputo.

Che tale risposta del Buscetta – avere cioe’ appreso da Badalamenti che Pecorelli aveva ricevuto i documenti da Dalla Chiesa - fosse l’ennesima arbitraria ed inaffidabile deduzione o ricostruzione a posteriori del collaborante e’ confermato inequivocabilmente non solo dal palese e gia’ evidenziato insanabile contrasto con quanto poco prima riferito (Dalla Chiesa e Pecorelli erano a conoscenza di segreti sul sequestro Moro "separatamente l’uno dall’altro", "…si riferivano alle bobine….erano state consegnate, non si sa da chi, al giornalista Pecorelli…") ma anche e chiaramente dalle risposte fornite sul punto in termini non equivoci durante l’esame successivamente reso a Perugia.

In quel dibattimento infatti Tommaso Buscetta, proseguendo in una altalenante sequenza di affermazioni e smentite, rettificava nuovamente le dichiarazioni rese a Palermo pochi mesi prima precisando di ignorare se i documenti inerenti il sequestro Moro fossero stati consegnati a Pecorelli dal Gen. Dalla Chiesa (udienza del 10 settembre 1996 pag.185):

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

A lei risulta da qualche fonte, che il Generale Dalla Chiesa, abbia consegnato a Pecorelli documenti inerenti il sequestro Moro? Non quel che si dice. A lei personalmente le risulta?

TOMMASO BUSCETTA.

No.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

Quindi non può indicare pure nessuna fonte dalla quale, si possa desumere direttamente, conoscenza su questo punto?

TOMMASO BUSCETTA.

No.

Il contrasto dunque e’ palese ed insanabile e conferma la tendenza del Buscetta nel corso degli anni e degli interrogatori a sovrapporre, anche inconsapevolmente, le proprie talora limitate ed approssimative conoscenze fondate su quelle conversazioni con Bontate e Badalamenti ormai lontane nel tempo, con fatti, dichiarazioni, letture e conoscenze di ben altra provenienza, rendendo dunque estremamente difficoltoso discernere le une dagli altri con la conseguente doverosa cautela.

Il Buscetta ha peraltro aggiunto un particolare che rende ancora piu’ confusa la sua ricostruzione dei fatti.

Ed invero, se la tesi sino a quel momento esposta dal Buscetta era che Pecorelli e Dalla Chiesa erano, secondo quanto riferitogli dal Bontate e dal Badalamenti, a conoscenza di segreti – poi divenuti documenti – inerenti il sequestro Moro e che il giornalista attentava alla vita politica dell’imputato proprio perche’ intendeva pubblicare quei documenti, lo stesso Buscetta giungeva ad affermare che i documenti in questione potevano persino essere gia’ noti, cosi’ rendendo incomprensibile il suo precedente riferimento a pretesi "segreti":

DOMANDA - E questo voglio sapere. Questi documenti, lei ha saputo anche, che erano documenti già noti all'universo o che erano documenti ancora ignoti?

RISPOSTA - Non lo sapevo.

DOMANDA - Quindi potevano essere anche documenti già noti?

RISPOSTA - Esatto, non lo sapevo.

Alla luce di tale ultima risposta del Buscetta, secondo cui egli neppure seppe se i documenti erano noti o inediti, anche la tesi secondo cui l’omicidio avrebbe avuto come principale obiettivo quello di non fare trapelare "segreti" inerenti il sequestro Moro di cui erano a conoscenza Pecorelli e Dalla Chiesa, risulta dunque rimessa in discussione.

Ne’ maggiore chiarezza puo’ ricavarsi dall’esame reso da Buscetta dinanzi alla Corte di Assise di Perugia alcuni mesi dopo la deposizione nel presente processo (9 e 10 settembre 1996: verbali acquisiti all’udienza del 27 novembre 1996).

In quella occasione infatti il Buscetta operava la sua ricostruzione dei colloqui avuti con Bontate e Badalamenti in termini, ove possibile, persino piu’ generici e probabilistici, confermando quindi la vaghezza dei suoi ricordi in ordine al contenuto di conversazioni avvenute circa venti anni prima.

A Perugia egli infatti precisava che (cfr. verbale 9 settembre 1996 pag.51-52 e pag.98):

  • Badalamenti ridendo gli aveva accennato al fatto che il giornalista voleva "arrecare dei disturbi al senatore Andreotti perche’ aveva dei documenti scottanti che voleva pubblicare"
  • tali documenti erano pervenuti nelle mani del Pecorelli "non si sa come"
  • Badalamenti riteneva che tali "documenti segreti" riguardassero Moro ("secondo lui…")
  • il generale Dalla Chiesa "era colui che possibilmente poteva, secondo Badalamenti, che avrebbe potuto dare i documenti a Pecorelli"

Nella stessa occasione il Buscetta aggiungeva che nel 1980 il Bontate, allorquando egli gli aveva chiesto le ragioni dell’interessamento svolto da Cosa Nostra nel 1978 per ottenere la liberazione di Moro, aveva risposto dicendo che ormai "era acqua passata" e che a quanto pare "la Democrazia Cristiana non avesse interesse ad averlo vivo" (pag.60).

Ma le risposte piu’ contraddittorie e per taluni aspetti persino sorprendenti il Buscetta le forniva quando il P.M. di Perugia in quel dibattimento gli chiedeva che ruolo avesse avuto Giuseppe Calo’ durante il sequestro Moro.

Ed infatti il collaborante, nonostante le reiterate domande del P.M., affermava di non ricordare assolutamente nulla al riguardo (pag.61) giungendo a dichiarare di non avere mai fatto affermazioni di tal genere (pag.76).

Cio’ suscitava la ovvia sorpresa del P.M. in quanto risultava in palese contrasto con quanto Buscetta aveva invece riferito il 20 novembre 1992 al P.M. di Roma che lo interrogava sul punto, allorquando aveva espressamente precisato di sapere che Calo’ era "contrario all’attivazione" di Cosa Nostra per la liberazione di Aldo Moro (cfr. contestazione al Buscetta nel corso dell’udienza di Perugia del 9 settembre 1996 pag.72):

"Contrario all’attivazione era, ad esempio, Pippo Calo’, tanto e’ vero che il Calo’ venne accusato da Bontate di perseguire interessi dei suoi amici politici romani invece che quelli degli amici politici di Bontate interessati alla liberazione di Moro".

Ed a confondere ulteriormente la situazione facendo dunque emergere con estrema chiarezza come il Buscetta nel corso degli anni avesse subito nei suoi ricordi di quelle vicende lontane nel tempo il condizionamento esterno di notizie giornalistiche (e non solo), giova rammentare che anche il 6 aprile 1993 egli aveva accennato al fatto che "Calo’ aveva un partito suo che non voleva Moro libero".

Ma in quella occasione il Buscetta aveva anche ammesso, immediatamente e con assoluta franchezza, che non erano "notizie sue", in quanto cio’ gli risultava non per conoscenza diretta bensi’ perche’ erano "cose che aveva letto" (cfr. verbale 6 aprile 1993 pag. 6):

Voglio poi tornare su alcune mie dichiarazioni relative al sequestro Moro per precisare come segue: il Calo’ aveva un partito suo che non voleva Moro libero. Si tratta peraltro di cose che ho letto e non mi sembra giusto riferire notizie non mie.

Che dunque il Buscetta abbia grande difficolta’ sia nel rammentare con precisione colloqui risalenti a circa venti anni prima, sia soprattutto nel distinguere nel ricordo il reale contenuto di quelle conversazioni rispetto a quanto invece letto sui giornali o sentito alla televisione, e’ confermato molto onestamente anche dallo stesso dichiarante al P.M. gia’ il 6 aprile 1993 (pag.3 "Debbo precisare che oggi non mi e’ facile distinguere tra le cose dettemi da Bontate e quelle dettemi da Badalamenti").

E dinanzi alla Corte di Assise di Perugia Tommaso Buscetta e’ stato, ove possibile, ancora piu’ esplicito (udienza 9 settembre 1996 pag.73):

Signor Presidente, e’ successa molta confusione in questi anni di leggere giornali e televisioni e quindi … sono cose che ho appreso da altri questo nuovo partito di Calo’… Dico di averle lette.

Il chiarimento definitivo sulle dichiarazioni del Buscetta in ordine al presunto ruolo di Calo’ nelle vicende relative alla liberazione di Aldo Moro emergeva infine con chiarezza nel prosieguo dell’esame dibattimentale.

Inizialmente il Buscetta tentava di affermare ostinatamente di non avere mai fatto affermazioni di quel genere ("Per quanto riguarda Pippo Calo’, era contrario alla liberazione di Moro, io non ho mai fatto questa affermazione…io non ho mai detto il partito di Pippo Calo’…": pag.76 udienza a Perugia del 9 settembre 1996).

Infine il dichiarante ammetteva che cio’ che aveva riferito sul punto in un primo momento – e che al dibattimento non rammentava invece piu’ - altro non era che il contenuto di un verbale di dichiarazioni rese da Francesco Marino Mannoia di cui gli era stata data lettura nel corso di uno dei suoi interrogatori durante le indagini preliminari (cfr. pag.76 udienza a Perugia del 9 settembre 1996: "L’affermazione viene da lettura datami dai giudici che mi interrogavano sulle rivelazioni di Marino Mannoia ma non e’ una cosa mia personale").

A Perugia egli infatti in ultimo affermava di non avere mai saputo che Calo’ era contrario alla liberazione di Moro ne’ chi fossero i referenti politici del Calo’, non riuscendo tuttavia a spiegare in alcun modo come mai invece nel verbale di interrogatorio da lui reso il 20 novembre 1992 al PM di Roma fosse affermata cosa esattamente opposta (udienza 9 settembre 1996 pag.102-103):

Tommaso Buscetta: Ma infatti io non so perche’ e’ scritto cosi’ ma io non l’ho mai conosciuta questa parte di … anche se ci sara’ la mia firma abitualmente non si leggono i verbali, ma io non ho mai saputo che Calo' fosse contrario alla liberazione di Moro…Neanche chi fossero i referenti politici di Calo’. Io non l’ho mai detto, non ho mai nominato un politico a cui Calo’ facesse capo"

Resta pero’ il fatto incontestabile ed obiettivo che il Buscetta, nonostante dichiari di non averlo mai detto, in realta’ il 6 aprile 1993 aveva testualmente affermato che Calo’ "aveva un partito suo che non voleva Moro libero" (pag.6), e che dinanzi a questo Tribunale aveva anche con estrema sicurezza affermato (ripetendo addirittura le testuali parole del Calo’ riferitegli da Bontate) di avere chiaramente appreso da Bontate che Calo’ gli aveva detto che la DC non voleva Moro libero:

DOMANDA - Lei, come ha già riferito, nel 1980, dopo avere
usufruito di un secondo permesso, lei ha detto giugno o maggio del 1980, va a Palermo in permesso e non rientra più in carcere, si rende latitante, e ha anche già riferito che ha dei contatti, naturalmente con gli esponenti di Cosa Nostra. Lei ebbe modo di parlare con Bontade o con Inzerillo, cioè coloro che avevano fatto quella richiesta, dell'argomento del sequestro Moro e del suo mancato trasferimento a Torino?

RISPOSTA - Innanzitutto loro non si interessavano del mio trasferimento a Torino, era una cosa che riguardava i Milanesi, e rispondo all'ultima domanda. Per quanto riguarda invece dal lato loro, Stefano Bontade mi spiegò che Giuseppe Calò non la pensava come lui, e secondo lo stesso Bontade, il Calò ebbe a dirle testuali parole: "Ma, insomma, ancora non l'hai capito che non lo vogliono a Moro vivo". Questo mi fu detto nel 1980 da Bontade che la D.C., una parte della D.C. non lo voleva vivo.

DOMANDA - Disse altro Bontade a riguardo?

RISPOSTA - Non ricordo in questo momento.

DOMANDA - Lei non ne parlò con Inzerillo?

RISPOSTA - No.

E’ stato dunque solo a seguito dell’acquisizione della deposizione resa da Buscetta a Perugia che si e’ compreso come in realta’ la circostanza riferita al P.M. il 6 aprile 1993 e nel dibattimento a Palermo, prospettata come notizia direttamente e personalmente appresa dal collaborante, fosse invece a lui del tutto ignota avendone egli parlato solo per sentito dire.

La continua commistione nei ricordi del Buscetta tra fatti vissuti e notizie apprese aliunde emerge dunque in ogni passo delle sue dichiarazioni imponendo la massima cautela nella valutazione di ogni dichiarazione del collaborante.

Cio’ si evince anche e soprattutto dalla pluralita’ di versioni che di quelle delicate e gravi vicende il dichiarante ha spesso fornito nel corso dei suoi molteplici interrogatori: i generici "segreti" che diventano "documenti scottanti"; il ruolo di Calo’ durante il sequestro Moro, prima dettagliatamente riferito e poi negato; una esplicita affermazione in ordine ad una "richiesta" fatta da Andreotti ai Salvo per l’omicidio Pecorelli ("voluto dai cugini Salvo, in quanto a loro richiesto dall’On. Andreotti"; cfr. anche verbale di Perugia del 10 settembre 1996 pag.136: "Badalamenti mi ha parlato: per interessamento dell’on. Andreotti, una richiesta"), che viene successivamente disconosciuta diventando solo una mera deduzione fondata esclusivamente sui riferiti rapporti di amicizia tra l’imputato ed i predetti Salvo (cfr. udienza Perugia 10 settembre 1996 pag.137: "AVV. COPPI: Mi vuole dire perche’ e sulla base di quali fatti lei afferma che l’omicidio e’ stato fatto…nell’interesse di Andreotti? Buscetta: "Per le circostanze che il senatore Andreotti era intimo amico dei Salvo"); i presunti segreti relativi a documenti che forse possono essere persino gia’ noti al pubblico (rendendo incomprensibile su cosa dovesse dunque vertere il "segreto"); tali documenti una volta consegnati a Pecorelli da Dalla Chiesa e poi invece pervenuti al giornalista "non si sa come"; la tesi secondo cui il giornalista e Dalla Chiesa sarebbero stati conoscenza di "segreti" del caso Moro "separatamente" l’uno dall’altro (6 aprile 1993), modificata negli interrogatori successivi quando invece il Buscetta afferma che i documenti furono consegnati dall’uno all’altro (dibattimento a Palermo), fino alla elaborazione di una terza versione secondo cui in realta’ era stata solo una mera opinione del Badalamenti che le carte fossero state date al Pecorelli da Dalla Chiesa ("Il Generale Dalla Chiesa era colui che possibilmente poteva, secondo Badalamenti, che avrebbe potuto dare i documenti a Pecorelli il giornalista": pag.52 udienza di Perugia del 9 settembre 1996); i "sembra" e "a quanto pare" che diventano fatti certi, per poi sfumare nuovamente in mere ipotesi (ancora a Perugia all’udienza del 10 settembre 1996 – pag.131 - il Buscetta infatti ha testualmente affermato che "sembra che fossero usciti dei documenti, delle cose contro il senatore Andreotti").

Ne’ va trascurato di evidenziare un’altra circostanza che rende oltremodo confusa e poco credibile la dichiarazione del Buscetta sull’omicidio Pecorelli.

Egli ha infatti sempre affermato che fu Stefano Bontate nel 1980 il primo a confessargli che erano stati lui e Badalamenti a commettere il delitto del giornalista "voluto dai cugini Salvo, in quanto a loro richiesto dall’On. Andreotti" (ritrattando poi questa iniziale gravissima ed inequivoca accusa), e che circa due anni dopo (1982 o 1983) anche Badalamenti gliene aveva parlato negli identici termini confessando la sua partecipazione al grave fatto delittuoso.

Ma cio’ che sorprende e risulta oltremodo incomprensibile e’ l’affermazione di Buscetta secondo cui, quando Badalamenti gli confesso’ il suo ruolo nel delitto Pecorelli, egli inizialmente aveva pensato si riferisse a tale Pecorella scomparso assieme al figlio diciassettenne di Salvatore Inzerillo nel corso della guerra di mafia nell’agosto del 1981:

"…Sì, io ho un'altra occasione, ed è l'uccisione del giornalista Pecorelli. Questa esecuzione del giornalista Pecorelli mi viene detta, e da Stefano Bontade, come cosa effettuata da lui, e da Gaetano Badalamenti, e mi viene riconfermata dal Badalamenti in Brasile, dove mi dice che l'omicidio di Pecorelli è una cosa che ho fatto io e Stefano. Quando mi fu detto da Badalamenti io non capii perché ad un figlio di Inzerillo le era stato tolto un braccio ed era stato detto... questo non lo dico... e si trovava insieme un altro ragazzo, quando era stato sequestrato e poi ucciso, che si chiamava Pecorelli. Per cui quando mi parla Badalamenti io capisco che si tratta di quel ragazzo, ucciso insieme al figlio di Inzerillo, e dico: "Ma che c'entri tu con il figlio di Inzerillo?".

DOMANDA - Perché, come si chiamava questo ragazzo?

RISPOSTA - Pecorelli o Pecorella, non so definire. Comunque se andavano a guardare c'è il figlio di questo Pecorelli che scompare insieme al figlio di Inzerillo. Ed allora dico: "Ma tu che c'entri con il figlio?……"

Se dunque nel 1980 Buscetta aveva appreso da Stefano Bontate la gravissima notizia del coinvolgimento del Sen. Andreotti, e dunque di uno dei piu’ noti ed influenti uomini politici del paese, addirittura nell’omicidio di un giornalista a nome Pecorelli eseguito da esponenti di Cosa Nostra tra i quali Gaetano Badalamenti, egli ben difficilmente avrebbe potuto dimenticarlo e poi equivocare quando proprio il Badalamenti gli aveva confermato quanto gia’ appreso dal Bontate, e cioe’ di avere ucciso Pecorelli.

Ma cio’ che conferma oltre ogni dubbio l’inattendibilita’ sul punto del Buscetta e’ il fatto che egli venne a conoscenza della vicenda relativa alla scomparsa di Inzerillo Giuseppe, figlio di Salvatore Inzerillo, e del Pecorella proprio da Badalamenti Gaetano secondo quanto si evince dalla lettura della sentenza di primo grado del maxiprocesso (vol.12 pag.2047).

Fu infatti proprio Gaetano Badalamenti a raccontare al Buscetta in Brasile i particolari di quell’uccisione voluta ed eseguita dai clan vincenti rivelandogli che esecutore materiale sarebbe stato Greco Giuseppe detto "scarpazzedda" il quale aveva addirittura tagliato un braccio al giovane Inzerillo per punire simbolicamente l’intenzione del ragazzo di vendicare il padre ucciso pochi mesi prima (pag. 2048 sentenza citata).

Proprio dalle dichiarazioni di Buscetta emerge dunque che egli ebbe notizia della scomparsa e della soppressione di quel tale Pecorella dal Badalamenti che gliene indico’ anche l’esecutore materiale.

Buscetta dunque apprese della esistenza e della morte di quel Pecorella solo dopo che Badalamenti gliene parlo’.

E’ pertanto impossibile, perche’ in palese contrasto con le sue stesse dichiarazioni, che Tommaso Buscetta, quando Badalamenti gli disse che il delitto Pecorelli lo avevano commesso lui e Bontate, possa avere equivocato con la scomparsa del Pecorella.

Se, infatti, egli ancora non aveva appreso dell’omicidio di quest’ultimo, quando Badalamenti parla del proprio coinvolgimento nel delitto Pecorelli ("…in altri termini io potrei citare qua la parola che mi fu detta da lui, e la traduzione poi la farete voi, "u ficimo nuatri, io e Stefano": udienza di Perugia del 9 settembre 1996), egli – che nulla ancora sapeva di Pecorella - non avrebbe potuto che ricollegare l’affermazione del Badalamenti a quanto su Pecorelli gia’ gli era stato confidato da Bontate appena due anni prima, notizia peraltro di tale importanza e gravita’ – coinvolgente un notissimo politico – che ben difficilmente egli avrebbe potuto dimenticare.

Dunque nessuna credibile possibilita’ di equivoco con altro omicidio di cui ancora nulla gli era stato riferito da Badalamenti.

Se invece quest’ultimo gia’ gli aveva parlato della soppressione del Pecorella e del giovane Inzerillo, quando poi il capomafia di Cinisi gli aveva detto di avere commesso lui il delitto Pecorelli con Stefano Bontate, non avrebbe avuto alcun senso equivocare con il suddetto Pecorella nel cui omicidio – commesso dai clan mafiosi vincenti - Badalamenti e Bontate – appartenenti alle famiglie mafiose perdenti - non avevano avuto ovviamente alcuna parte.

E la tesi del Buscetta del presunto iniziale equivoco diventa ancor piu’ incomprensibile perche’ non si e’ riusciti neppure a chiarire in maniera lineare e coerente in quale contesto il Badalamenti gli avrebbe improvvisamente confidato e confessato un fatto cosi’ importante e grave (un omicidio commesso su richiesta o nell’interesse di Andreotti).

Nel corso del dibattimento di Perugia il Buscetta ha infatti dapprima riferito – peraltro per la prima volta – che il discorso in Brasile con Badalamenti sul delitto Pecorelli era avvenuto contestualmente alla visione di un servizio televisivo relativo all’omicidio del Prefetto Dalla Chiesa, poi tale collocazione e’ divenuta solo possibile, ed infine il discorso e’ stato correlato (in termini di argomenti "contigui") alle rivelazioni dello stesso Badalamenti sulla soppressione del Pecorella e del figlio di Salvatore Inzerillo:

(udienza Perugia 9 settembre 1996)

PUBBLICO MINISTERO (DOTT. CANNEVALE).

L'omicidio di quei ragazzi: Pecorella e l'altro, avvenne dopo questo colloquio con Bontate?

TOMMASO BUSCETTA.

Sì, sì, io non sono nemmeno più in Italia quando avviene l'omicidio di questi ragazzi, io non sono più in Italia, perchè l'omicidio dei ragazzi avviene nella guerra di mafia, uno è figlio dell'Inzerillo che era "capomandamento" e un altro era l'amico del figlio di Inzerillo, tutti e due sedicenni, quindicenni e quindi avviene nella guerra di mafia che è intorno alla fine dell'81, l'inizio dell'82, insomma è in quegli anni lì.

PUBBLICO MINISTERO (DOTT. CANNEVALE).

Un'ultima cosa su questo. Quando anche Bontate fa questo discorso...

TOMMASO BUSCETTA.

Un momento, vorrei fare un chiarimento.

PUBBLICO MINISTERO (DOTT. CANNEVALE).

Prego.

TOMMASO BUSCETTA.

Chi me ne parla è Gaetano Badalamenti, perchè è Gaetano Badalamenti che mi racconta che il figlio del "capomandamento", cioè Inzerillo Salvatore, sequestrato, viene portato in una localit…, secondo Badalamenti, dove gli viene amputato il braccio destro mentre è ancora vivo. E lui me lo racconta per l'atrocit… nei confronti del ragazzo. E gli si dice al ragazzo: "questo braccio non ti servir… per sparare a Riina".

Quindi stiamo parlando esattamente della guerra di mafia. E' da ciò che nasce il fatto di Pecorella. E' un fatto che è contiguo, poi si parla del giornalista Pecorelli, ma senza chiarire chi è questo Pecorelli. E io gli dico: "ma che c'entrate voi nell'omicidio di Pecorella?". Basta.

Gia’ risulta del tutto incomprensibile il fatto che la confessione del Badalamenti sull’omicidio Pecorelli sarebbe intervenuta proprio mentre si parlava della guerra di mafia atteso che il delitto del giornalista non aveva e non ha collegamenti di alcun genere con il grave conflitto che contrappose le famiglie mafiose siciliane negli anni 1981/1982.

Dunque secondo tale ricostruzione Badalamenti avrebbe rivelato a Buscetta quanto egli sapeva sull’omicidio del giovane Inzerillo e del Pecorella, commesso da Greco "scarpa", e subito dopo ("stiamo parlando esattamente della guerra di mafia. E' da ciò che nasce il fatto di Pecorella. E' un fatto che è contiguo, poi si parla del giornalista Pecorelli") inspiegabilmente e senza alcun nesso logico con i discorsi sino a poco prima fatti, avrebbe pronunciato quelle poche parole inizialmente equivocate dal suo interlocutore.

Vano si e’ rivelato lo sforzo del P.M. e della difesa di sollecitare il ricordo del Buscetta per chiarire in quale contesto ed a qual proposito il Badalamenti gli avesse confessato la sua responsabilita’ in quel delitto anche perche’ giova evidenziare che nella versione del collaborante il capomafia di Cinisi avrebbe soltanto pronunciato poche parole ("u ficimu nuatri Pecorelli, io con Stefano"):

(udienza Perugia 10 settembre 1996)

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI) … Le confidenze invece che le vennero fatte da Badalamenti sull'omicidio Pecorelli, furono oggetto di un discorso esclusivo o avvennero nel quadro di un altro contesto, secondo quanto lei mi pare abbia gi… accennato? ………

TOMMASO BUSCETTA.

Il dubbio io non ne ho e non ne ho mai avuto, perchè si è parlato di una trasmissione alla televisione dove si vedeva il Generale Dalla Chiesa morto.

In seguito a queste discussioni perchè il Generale Dalla Chiesa era tornato a Palermo, si erano sbarazzati. Voleva diventare Presidente dei Ministri cioè voleva fare un colpo di stato, ecc., senza dubbio sono nate anche queste discussioni che io non riesco a collocarle, quando, come e in quale occasione.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

Però, sulla base di quello che lei ci dice, se ho ben capito quello che lei ha detto stamattina, la rivelazione che Badalamenti le avrebbe fatto sull'omicidio Pecorelli avviene...

TOMMASO BUSCETTA.

Ma può darsi, io dico c'è un fatto certo.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

Adesso ha detto - perchè mi sembrava che ieri avesse detto cosa in parte diversa - oggi dice che di Pecorelli si parla mentre eravate davanti alla televisione.

TOMMASO BUSCETTA.

Ma non prendo appunti e non faccio diari e quindi non posso collocarla bene e dire una data esatta quando è stata. Io posso dire semplicemente: ho visto Badalamenti nel 1982, non lo ho più rivisto prima delle feste natalizie, È ritornato nuovamente in Brasile intorno a febbraio, queste sono le conoscenze quando io abbia potuto apprendere queste cose. Non posso collocarla però nel mese, quando? Prima? Dopo? No, perchè non vivo di diari.

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

D'accordo, ma siccome adesso stava dicendo, in termini di quasi certezza, che sarebbe avvenuto in occasione della notizia da voi ricevuta attraverso televisione, dell'uccisione di Dalla Chiesa, questo era punto di...

TOMMASO BUSCETTA.

Dico può darsi che abbia potuto essere anche in quella occasione.

……

DIFESA IMPUTATO ANDREOTTI (AVV. COPPI).

……… Non c'è nessun riferimento ad un collegamento tra la notizia dell'uccisione Dalla Chiesa e il discorso su Pecorelli, lo apprendiamo oggi per la prima volta.

TOMMASO BUSCETTA.

Ma non lo dico, ma neanche oggi lo dico.

A fronte allora di dichiarazioni del Buscetta cosi’ frequentemente altalenanti e generiche, talora contraddittorie, il P.M. ha comunque ritenuto di avere individuato ed offerto al Tribunale adeguati riscontri che confermerebbero l’attendibilita’ del complessivo racconto del dichiarante.

Tali riscontri sono costituiti secondo l’accusa principalmente dalle dichiarazioni dell’ex Maresciallo degli Agenti di Custodia Angelo Incandela e dell’On. Franco Evangelisti.

Il primo, sentito all’udienza del 15 gennaio 1997, ha riferito in sintesi che:

  • egli aveva instaurato un rapporto di grande fiducia e collaborazione con il Gen. Dalla Chiesa sin dai tempi in cui esso teste era riuscito a convincere Patrizio Peci, detenuto al carcere di Cuneo (ove l’Incandela prestava servizio dalla fine del 1978), a collaborare con la Giustizia;
  • Su incarico di Dalla Chiesa egli registrava illecitamente le conversazioni dei detenuti in carcere e provvedeva a consegnargli periodicamente le relative bobine;
  • aveva avuto occasione di partecipare ad un incontro avvenuto ai primi di gennaio del 1979 tra il Generale Dalla Chiesa ed il giornalista Carmine Pecorelli;
  • l’incontro si era svolto con modalita’ riservate alla periferia di Cuneo all’interno di una vettura ove prendeva posto alla guida uno sconosciuto che esso Incandela aveva inizialmente creduto fosse l’autista di Dalla Chiesa;

  • il Generale in quell’occasione gli aveva detto che nel carcere di Cuneo si trovavano documenti riguardanti il sequestro Moro che, a dire dell’altra persona presente al colloquio, erano stati introdotti attraverso le finestre dei locali in cui sostavano i parenti dei detenuti in attesa della perquisizione prima di essere ammessi ai colloqui;

  • tali documenti, destinati al detenuto Francis Turatello, dovevano essere recuperati da esso Incandela;
  • ad un certo momento durante quel colloquio il generale aveva acceso la luce interna all’abitacolo della vettura per chiedere un numero telefonico o un indirizzo ed egli aveva avuto cosi’ occasione di vedere in viso lo sconosciuto che poco prima si era spostato sul sedile posteriore della vettura accanto ad esso Incandela e che parlava con accento romano;
  • lo sconosciuto aveva risposto al Dalla Chiesa che non aveva con se’ l’agenda rimasta forse in "redazione" e da queste parole esso teste aveva compreso che si trattava di un giornalista;
  • quando mesi dopo era stato assassinato il giornalista Carmine Pecorelli egli, vedendo le foto della vittima pubblicate sui giornali, vi aveva immediatamente riconosciuto la persona che quella sera aveva partecipato all’incontro con Dalla Chiesa;
  • tre giorni dopo quell’incontro a tre, egli aveva nuovamente incontrato presso la stazione dei Carabinieri di Cuneo il Generale che gli aveva ribadito che quelle carte del sequestro Moro dovevano essere assolutamente ritrovate, aggiungendo altresi’ che esso Incandela doveva scoprire anche se nel carcere vi fossero carte nelle quali si parlava dell’on.Andreotti;
  • dopo circa quindici giorni di ricerca egli aveva in effetti ritrovato un involucro, avente la forma di un "salame" avvolto con nastro isolante da imballaggio, contenente circa un centinaio di fogli, e lo aveva consegnato al Generale il quale tuttavia si era detto insoddisfatto invitandolo a cercare ancora altre carte;
  • qualche tempo dopo egli aveva avuto occasione di incontrare al carcere di Pianosa il Turatello il quale gli aveva detto di essere stato trasferito li’ da Cuneo a causa di certi "scritti riguardanti il caso Moro e Andreotti" di cui esso Incandela era a conoscenza;

(udienza del 15 gennaio 1997)

P.M.: Ho capito, si. Lei ha mai conosciuto una persona che si chiamava Pecorelli?

INCANDELA A.: Ecco, un giorno, siamo nei primi giorni del 1979, mi telefona il Generale Dalla Chiesa come al solito: è solo? Si, ci dobbiamo vedere questa sera al solito posto, una zona chiamata Pantalera, alla periferia di Cuneo.

PRESIDENTE: Vuole ripetere?

INCANDELA A.: Pantalera la zona, in aperta campagna. Io vado lì, mi fermo con la macchina, subito dopo arriva un'Alfa bianca, mi fa con i fari, mi si avvicina e dice segui, era lui, con l'autista e andiamo dentro ad uno spiazzo lì, in una campagna. Sono arrivato lì, sono sceso, è sceso il generale, è andato a fare la pipì, poi dice vieni qua, allora ci siamo... mi ha fatto sedere dentro questa Alfa lui era dietro e io mi sono seduto dietro, avanti c'era l'autista. Mi dice senti, senti un pò, stammi, stammi bene a sentire, qui dentro al carcere di Cuneo sono entrati documenti riguardanti il sequestro Moro e li devi trovare, e, dico, li devo trovare, io ero 15, 20 giorni che prestavo servizio a Cuneo, ancora, diciamo, ora non conoscevo bene neanche la struttura del carcere di Cuneo, disse adesso lui vi spiegherà, come sono entrati questi documenti.

P.M.: Lui chi, scusi.

INCANDELA A.: L'autista, questa persona avanti.

P.M.: Ah!

INCANDELA A.: Per me fino a quel momento era l'autista. Allora il Generale Dalla Chiesa si siede avanti e questo autista, che per il momento lo chiama autista, e passa di dietro, sulla mia destra e mi comincia a spiegare come sono entrati questi documenti, dice guardi che dove fanno colloquio, dove i familiari dei detenuti vengono perquisiti prima di essere ammessi a colloquio, ci sono delle grate senza la rete e quindi può passare qualsiasi cosa, prima di essere perquisite lì ci bazzicano anche detenuti che possono prendere qualsiasi cosa e portarla dentro. Io non sapevo neanche cosa rispondere perchè ancora non l'avevo notato questo, disse disservizio, diciamo. Ad un certo punto, ah, mi disse qui sono entrati documenti di Moro, armi, droga, un pò di tutto. Ad un certo punto il Generale Dalla Chiesa, non mi ricordo che chiese, o un indirizzo o un numero telefonico e quindi accese la luce.

PRESIDENTE: Dell'autovettura.

INCANDELA A.: Dell'autovettura e io in quel momento ho visto questa persona in faccia come era fatta, perchè non la vedevo, poi l'ho vista il viso di questa persona che mi parlava, un accento romanesco.

P.M.: Un accento romanesco.

INCANDELA A.: Si.

P.M.: Parlava con un accento romanesco.

INCANDELA A.: Si. E...e poi disse, dice, consultate l'agenda lì, dice non ce l'ho qui, forse ce l'ho in redazione e io in quel momento ho capito che non era un militare dell'arma, ma un giornalista. Ma non mi sono osato chiedere niente al Generale Dalla Chiesa e... non gli ho chiesto chi era; sta di fatto che... però avevo notato che... tra questa persona e il generale non c'era quella, diciamo, rapporto di subordinazione... Il giorno dopo vado al carcere e vado a vedere dove...

P.M.: Mi scusi un attimo, prima di questo.

INCANDELA A.: Prego.

P.M.: Questa persona.

INCANDELA A.: Si.

P.M.: Diciamo lo sconosciuto, l'autista come lei l'ha definito, le spiegò anche dove si trovavano questi scritti, questi documenti.

INCANDELA A.: Dove sono passati, dove son passati, sono dentro al carcere di Cuneo, dice, sono entrati..

P.M.: A chi è, le disse a chi erano destinati?

INCANDELA A.: A Turatello.

P.M.: Francis Turatello?

INCANDELA A.: Si.

P.M.: Uh, Turatello... le disse se erano dentro una busta, se erano dentro...

INCANDELA A.: Mi disse, mi disse che erano avvolte e... in, con dello scotch da imballaggio color marrone e... e anche delle buste di plastica e poi c'era questo scotch. Ecco, mi fece questa discussione, anzi devo... il Generale Dalla Chiesa mi disse: guarda, non ti permettere se lo trovi di aprirlo. Il Generale mi impose questo e... il giorno dopo vado a constatare quello che mi aveva detto e ho constatato che quello che mi ha detto questa persona preciso, tutto, rete metallica, come effettivamente poteva entrare la roba, tutto e quindi ho dovuto prendere subito delle precauzioni. Dopo tre giorni da questo incontro il Generale Dalla Chiesa torna a Cuneo e mi manda a chiamare alla stazione dei Carabinieri e mi dice: questo non te l'ho detto di fronte a quella persona, dice, ma mi devi trovare anche scritti dentro al carcere di Cuneo che riguardano il senatore Andreotti.

P.M.: E scusi, con riferimento a quegli scritti di cui aveva parlato prima o in genere scritti?

INCANDELA A.: Mah, tutti quelli, tutti...

P.M.: Con riferimento a quelle carte, la carta di imballaggio o in generale?

INCANDELA A.: Mah, adesso... lui mi disse anche quelli che voleva.

P.M.: Ho capito.

INCANDELA A.: Anzi ha insistito molto.

P.M.: Cioè?

INCANDELA A.: E di non dire niente.

P.M.: All'altra persona.

INCANDELA A.: All'altra persona, perchè forse aveva capito che io avevo capito chi era, perchè e... dopo 10 o 15 giorni, adesso non ricordo, apro il giornale e vedo hanno ammazzato il giornalista Pecorelli e io senza ombra di dubbio ho riconosciuto chi era quella persona che gli ho parlato dentro la macchina con...

P.M.: Quello che lei ha definito l'autista.

INCANDELA A.: L'autista.

………

P.M.: Andiamo avanti, stava dicendo, queste carte le ha trovate o no poi?

INCANDELA A.: Queste carte io... allora mi metto a girare, cerco di chiedere, ma c'era omertà anche tra il personale, anche perchè a me non mi avevano accettato bene neanche il personale, perchè certamente prima stavano bene con Manfra, facevano quello che volevano. Io ho tirato, ne ho arrestato qualcuno di guardie corrotte e via dicendo. Gira, gira, gira, proprio in quel settore che mi aveva indicato Pecorelli, dove venivano consegnati i generi di conforto, il vestiario dei detenuti, in un piccolo locale c'era un pozzetto alto una trentina di centimetri con una lamiera sopra. Una sera vado lì, c'era questa, questa lamiera, non riuscivo a toglierla, una lamiera abbastanza pesante.

PRESIDENTE: Un pozzetto, che tipo di pozzetto?

INCANDELA A.: Ma c'erano delle... come devo dire, delle manopole di acqua sotto, tappate così, c'era un pò di immondizia, allora ho chiamato un agente addetto alla manutenzione e gli dico aprimi un pò questo... quest'affare che era arrugginito.. L'ho... aperto e lì dentro ho trovato questo involucro, fatto a forma di salame, che mi aveva parlato Pecorelli, con questo scotch marrone da imballaggi e si vedevano anche la busta di plastica sotto, etc, etc.

P.M.: C'erano dei fogli dentro?

INCANDELA A.: Ma secondo me... un centinaio ci furono, c'erano di fogli lì.

P.M.: Lei ha aperto questo involucro?

INCANDELA A.: No, no, no, no. Adesso, vede oggi, dice come mai non l'ha aperto? E chi si usava aprire quell'affare, guardi il Generale Dalla Chiesa era il Generale Dalla Chiesa, figuriamoci se io mi permettevo ad aprire quell'affare lì, neanche a dirlo. Ma dopo poco ho chiamato il Generale Dalla Chiesa, immediatamente. E... non lo dare a nessuno, eh! E' venuto lui personalmente, ci siamo incontrati sempre in quella zona Pantalera, gliel'ho consegnati e veramente rimasi anche un pò deluso quella... perchè io credevo che mi elogiava eh, disse non è che hai finito, mi devi trovare ancora carte di Andreotti e ancora un altro involucro. Ma dico non è contento? No, non mi dava soddisfazione.

PRESIDENTE: Ma lo aprì in presenza sua?

INCANDELA A.: No, no, no, no, assolutamente.

………

INCANDELA A.: Si, si. Mi mandava in missione a Pianosa, più che missione, per farmi fare un pò di ferie con la famiglia. Andavo a fare servizio lì, non è che... io avevo la sicurezza sull'isola e lì incontrai Turatello che non conoscevo. Ah, dice, ecco il famoso maresciallo Incandela mi disse. Lei viene da Cuneo, cioè io sono stato mandato via da Cuneo per certi scritti riguardanti il caso Moro e Andreotti e lei ne è a conoscenza. Di che cosa è a conoscenza? E lei ne è a conoscenza. Il giorno dopo l'ho visto in partenza per Nuoro dove poi lo ammazzarono. Questo me lo disse lì il pomeriggio, si.

PRESIDENTE: E siamo nel?

INCANDELA A.: Eh, io come date adesso...

P.M.: Comunque poco prima.

PRESIDENTE: Poco prima della uccisione di Turatello.

INCANDELA A.: Pochi giorni prima perchè poi è andato a Nuoro e l'hanno ammazzato.

………

AVV. COPPI:…Ah, lei ha già detto che dopo l'uccisione del Pecorelli, lei riconobbe nel Pecorelli l'accompagnatore sconosciuto di quella sera. Ci può dire sulla base di quali elementi è giunto a questa conclusione?

INCANDELA A.: Bè, sulla... fisionomia mi è rimasto impresso, quando l'ho visto sul giornale non ho avuto nessuna esitazione, io dico e questa è quella persona che quella sera era accompagnata dal Generale Dalla Chiesa e che mi parlò...

AVV. COPPI: Questa identificazione lei la fece il giorno stesso dell'omicidio o perlomeno il giorno dopo, perchè Pecorelli venne ucciso di sera tardi, quindi, la fece appena ebbe...

INCANDELA A.: Appena ho guardato il giornale.

AVV. COPPI: Ricorda quali furono nel giornale gli elementi che la indussero a questo, penso le fotografie, è chiaro,, non può che... non potevano che essere...

INCANDELA A.: Cioè quale elemento...

AVV. COPPI: Nel giornale, certo non è che lei l'ha ricavato dal testo dell'articolo, evidentemente dalle fotografie...

INCANDELA A.: C'era la fotografia.

AVV. COPPI: Ecco, quali, ricorda e le può descrivere al Tribunale le fotografie che lei rilevò sui giornali e dalle quali dedusse questo giudizio di identità?

INCANDELA A.: Mah, le fotografie ne sono uscite diverse, anche i giorni successivi sul giornale.

AVV. COPPI: No, ma siccome lei mi disse... siccome mi disse che lei lo ha immediatamente...

INCANDELA A.: Si, il giornale, era una fotografia a mezzo busto, mezzo busto.

AVV. COPPI: E' quelle che noi definiamo formato tessera?

INCANDELA A.: Ecco, si.

AVV. COPPI: Una fotografia tipo tessera diciamo.

INCANDELA A.: Tipo tessera.

AVV. COPPI: Una fotografia tipo tessera. E questa fotografia, quindi ciò che la fotografia rappresentava corrispondeva puntualmente al personaggio sconosciuto che lei aveva visto e quindi lei ha considerato la fotografia fatta in quell'epoca, in quel periodo o vi erano delle diversità nonostante le quali lei ha potuto egualmente...

INCANDELA A.: Mah, guardi, io l'ho riconosciuto subito, dico senza esitazione eh, come ho aperto il giornale ho...

AVV. COPPI: D'accordo. Lei ha detto questa mattina che dall'incontro di quella notte che lei ha collocato ai primi giorni di Gennaio del '79.

INCANDELA A.: Si.

AVV. COPPI: All'omicidio di Pecorelli sarebbero trascorsi 15 giorni.

INCANDELA A.: 15, 20 giorni.

AVV. COPPI: Ne è sicuro? O non si tratta di settimane e di mesi?

INCANDELA A.: Mah, io adesso... non ho contato, ma così, approssimativamente, non so, può darsi pure un mese, insomma e... in quel periodo lì o a Gennaio o a Febbraio, in quel periodo lì, quando ho visto questo giornale, adesso la data non... non ci ho fatto neanche caso.

AVV. COPPI: No, sa, un conto è 15 giorni, un conto è un mese, un conto è due mesi.

INCANDELA A.: Va bè, in sostanza io l'ho riconosciuto quando l'hanno ammazzato ed è uscito sul giornale, ora che mese era, che giorno non... non lo so.

AVV. COPPI: Ma l'intervallo, a me interessa che lei sforzi la sua memoria per cercare di stabilire quanti giorni grosso modo, sarebbe.

INCANDELA A.: Ah, no, lì, lì non ci posso...

AVV. COPPI: E allora perchè questa mattina ha detto 15 giorni, perchè questa sera parla di 15, 20 giorni.

INCANDELA A.: E comunque quando l'hanno ammazzato, ora il giorno preciso io...

AVV. COPPI: Guardi che l'hanno ammazzato tre mesi dopo circa.

INCANDELA A.: E allora l'ho visto io.

AVV. COPPI: Ma allora, allora adesso siamo... sono diventati 15 giorni diventano tre mesi.

INCANDELA A.: No, no, io l'ho visto quando è uscito sul giornale.

AVV. COPPI: Marzo, il 20 Marzo.

INCANDELA A.: Va bene.

………

AVV. COPPI: …Dopo l'uccisione e... del Pecorelli lei ha avuto occasione di vedere altre volte il Generale Dalla Chiesa?

INCANDELA A.: Si.

AVV. COPPI: Lei ha avuto occasione di dire al Generale Dalla Chiesa di aver riconosciuto la persona che lo aveva accompagnato quella sera e di averla identificata?

INCANDELA A.: Non gliel'ho detto.

AVV. COPPI: In Pecorelli, perchè?

INCANDELA A.: Non gliel'ho detto.

AVV. COPPI: Perchè, perchè?

INCANDELA A.: Ma non gliel'ho chiesto nè all'inizio e nè dopo, non gliel'ho chiesto per questa ragione, perchè... lui certe domande mi.... subito mi incalzava a dire non ti interessa e quindi per questa ragione non gliel'ho chiesto.

AVV. COPPI: No, non ho capito, mi scusi.

INCANDELA A.: Avevo il timore che mi rispondeva male.

AVV. COPPI: Se può tornare indietro, non ho capito la spiegazione.

INCANDELA A.: Avevo il timore che mi rispondeva male.

PRESIDENTE: E... ripeta, non ha capito la risposta, non ha capito, ripeta, ripeta.

INCANDELA A.: Ho detto che non gliel'ho chiesta al Generale Dalla Chiesa perchè innanzi tutto lui quando ci siamo incontrati non mi ha detto mai chi era e poi incomprensibile il Generale Dalla Chiesa a dire ma quello era il giornalista Pecorelli, quello sicuramente mi trattava male perchè era un tipo così e io per questo timore non gliel'ho chiesto.

AVV. COPPI: Quindi indipendentemente anche dal nome lei non le ha neppure chiesto se la persona che lo aveva accompagnato quella sera era stata successivamente uccisa, niente su questo...

INCANDELA A.: Io non gli ho chiesto niente.

AVV. COPPI: Niente, assolutamente niente. Indipendentemente da quello che lei ha chiesto, il Generale Dalla Chiesa le ha detto che la persona... uccisa, era la stessa c