§ 2 – Gli impegni di Giulio Andreotti a Palermo il 20 settembre 1987
Dal 19 al 27 settembre 1987 si svolse a Palermo la Festa dell’Amicizia cui partecipo’ anche il Sen.Andreotti, all’epoca Ministro per gli Affari Esteri.
L’imputato giunse in aereo nel capoluogo quella mattina del 20 settembre 1987, scortato dal Mar. Zenobi, e dall’aeroporto fu condotto direttamente allo Stadio delle Palme ove era in corso la manifestazione.
Alloggio’ all’Hotel Villa Igiea e riparti’ per Roma il giorno successivo con un volo decollato alle ore 6,41.
La ricostruzione dei movimenti del Sen.Andreotti il 20 settembre 1987 e’ stata effettuata sulla base della deposizione testimoniale del dott. Domenico Farinacci (udienza del 16 settembre 1997).
Giunto direttamente dall’aeroporto alla Festa dell’Amicizia alle ore 10,36, Andreotti partecipo’ al dibattito sul tema "L’Europa, la Sicilia e i paesi del bacino del Mediterraneo", e vi si trattenne fino alle 12,30 circa (la polizia stradale che lo accompagnava segnalo’ l’arrivo a Villa Igiea alle ore 12,40).
Alle ore 18 il foglio di servizio redatto dalla pattuglia della Polizia Stradale segnalo’ che l’on.Andreotti era ancora in albergo.
Il dibattito fissato per il pomeriggio ebbe inizio alle ore 18,33 e l’imputato prese la parola alle ore 18,41, secondo quanto ricostruito sulla base della documentazione fornita da Radio Radicale che curo’ la registrazione degli interventi.
Il Sen.Andreotti, dunque, resto’ presso l’albergo dalle ore 12,40 fino almeno alle ore 18 e durante tutto questo periodo egli congedo’ la propria scorta disponendo che la stessa si tenesse pronta appunto per le ore 18.
Il P.M. ha quindi concluso che durante il suddetto lasso di tempo l’imputato ha avuto la possibilita’ di lasciare l’albergo senza essere visto dagli uomini della sua scorta e dunque di recarsi a casa di Ignazio Salvo per incontrare Salvatore Riina.
Prescindendo allora dall’esame della tesi secondo cui il Sen.Andreotti avesse realmente la possibilita’ di sottrarsi ad ogni controllo e di uscire dall’Hotel Villa Igiea, e poi rientrarvi, senza essere visto, o almeno fermato, da chicchessia, deve preliminarmente valutarsi se effettivamente l’imputato in tutto quel lasso di tempo – e soprattutto nelle ore indicate da Baldassare Di Maggio – non sia stato visto da alcuno, essendosi, come sostiene il P.M., "volatilizzato" per alcune ore.
Diventa allora essenziale e preliminare rispetto ad ogni altro accertamento o valutazione, esaminare la testimonianza di un giornalista, Alberto Sensini, all’epoca dei fatti inviato ed editorialista del quotidiano "Il Gazzettino di Venezia".
Nel febbraio del 1995 il suddetto quotidiano pubblico’ un articolo nel quale si dava atto che proprio nel pomeriggio del 20 settembre 1987 il Sen.Andreotti aveva rilasciato un’intervista al giornalista Alberto Sensini e si concludeva affermando che il predetto autore era "a disposizione dell’Autorita’ Giudiziaria per precisare tempi e modalita’ dell’incontro con l’allora Ministro degli Esteri".
Effettivamente si accertava che sul quotidiano "Il Gazzettino di Venezia" alla data del 21 settembre 1987 era stata pubblicata un’intervista, rilasciata dal Ministro degli Esteri Andreotti al Sensini, dal titolo "Il Ministro degli Esteri Andreotti ribatte alle critiche liberali: Nel Golfo nessuno voleva una flotta multinazionale" (documento acquisito all’udienza del 18 settembre 1997).
Il 26 aprile 1996 il Sensini veniva, dunque, sentito dal P.M. e la relativa deposizione e’ stata sostanzialmente ricostruita nel corso del successivo esame dibattimentale del 18 settembre 1997.
E’ emerso pertanto che il giornalista dinanzi al P.M. aveva dichiarato che egli aveva intervistato l’on. Andreotti "nel primo pomeriggio" alle ore 15 e nel riferire cio’ egli aveva consultato un appunto manoscritto che veniva immediatamente acquisito (Doc. acquisto all’udienza del 21 ottobre 1997).
Il Sensini, richiesto sul punto, aveva affermato invero che egli, per ravvivare i suoi ricordi, aveva consultato il quotidiano "Il Popolo" del 19 settembre 1987 traendo la notizia che il dibattito del pomeriggio del 20 settembre 1987 era programmato per le ore 16 (cfr. copia de "Il Popolo" acquisita il 18 settembre 1997).
In effetti dall’esame del predetto quotidiano risulta che nel programma della Festa dell’Amicizia del 20 settembre 1987 il dibattito del pomeriggio era previsto per le ore 16, ma cio’ erroneamente in quanto anche nell’articolo si dava atto invece che il tema sarebbe stato discusso alle ore 18 ("E’ il caso di domenica 20 quando, alle 18, il confronto sara’ tra tutte le forze politiche…").
Avendo appreso dal P.M. che in realta’ il dibattito si era svolto, appunto, alle ore 18 e non alle ore 16, il teste ammetteva che egli aveva ricostruito quel pomeriggio del 20 settembre 1987 affermando di avere intervistato Andreotti alle ore 15 nella convinzione di essersi poi recato al dibattito il cui inizio erroneamente aveva ritenuto fosse fissato alle ore 16.
Nel corso dell’esame dibattimentale il Sensini ha dunque cercato, con molti evidenti sforzi mnemonici, di individuare e ricostruire i propri movimenti di quel pomeriggio, dichiarando in particolare di essere riuscito a ricordare, in epoca successiva all’esame reso al P.M. il 26 aprile 1995, un particolare significativo grazie all’aiuto del dott. Fabrizio Tomada, assistente dell’allora Presidente del Senato Giovanni Spadolini, entrambi presenti a Palermo quel giorno.
Il Tomada gli aveva infatti rammentato che quel giorno il Sensini si era intrattenuto a pranzo a Villa Igiea proprio con il Pres. Spadolini verso le ore 14,30.
Da cio’ egli aveva tratto il ricordo che, dopo essersi intrattenuto con il Pres. Spadolini, si era recato nella stanza ove alloggiava l’on.Andreotti per intervistarlo (udienza 18 settembre 1997 pag.76):
SENSINI: E poi ho ricordato se posso dire, che verso le 2,30 anche io stavo a Villa Igiea venne arrivò l'allora PRESIDENTE: del Senato SPADOLINI, e abbiamo ricordato con il suo assistente dr. TOMADA che io nell'ultima parte feci compagnia a SPADOLINI che mangiava da solo con questo assistente. Dopodichè andai a fare questa intervista.
P.M.: Mi scusi a che ora arrivò SPADOLINI?
SENSINI: Arrivò per il dibattito del pomeriggio però arrivò.
P.M.: No, no, no lì a Villa Igiea.
SENSINI: Verso verso le 2,00 penso.
P.M.: Dal brogliaccio della polizia stradale risulta che arrivò intorno alle 14,30/14,40.
SENSINI: E io ho detto verso le 2,00 non è che e andò a mangiare e io feci compagnia a SPADOLINI.
P.M.: No c'è c'è una bella differenza di orario tra 14,30/14,40.
SENSINI: Procuratore non posso sapere l'orario.
………
SENSINI: Di SPADOLINI le ho detto arrivò e io alla fine gli feci compagnia perchè eravamo molto amici, molto legati e penso di aver finito.
PRESIDENTE: Ma lui all'inizio aveva detto 14,30.
AVV. SBACCHI: Per stare seduto a tavola con SPADOLINI.
PRESIDENTE: Seduto a tavola alle ore 14,30 aveva detto, così aveva detto.
P.M.: E quindi non ho capito ora diventa le 2,00 o resta 14,30 non ho capito.
PRESIDENTE: 14,30 a tavola ha detto.
SENSINI: A tavola alle 14,30 io che avevo già mangiato, feci compagnia a SPADOLINI il quale com'è noto a tavola mangiava molto, parlava molto e quindi presumo mezz'ora tre quarti d'ora, dopodichè ricordo di essere andato a fare quest'intervista.
Nel ricordo di Sensini, dunque, ravvivato dalla sollecitazione del Tomada, e’ rimasto impresso il particolare che, subito dopo avere tenuto compagnia al Pres.Spadolini che stava pranzando, per "mezz’ora tre quarti d’ora", egli si reco’, senza soluzione di continuita’, a fare l’intervista all’imputato e l’avverbio utilizzato piu’ volte ("dopodiche’"), sta proprio ad evidenziare la suddetta sequenza temporale.
Il dato temporale certo e’ che il Pres. Spadolini giunse a Villa Igiea alle ore 14,30-14,40, che raggiunse la sala da pranzo dell’albergo e inizio’ a pranzare.
Il Sensini lo raggiunse a pranzo iniziato ("io nell'ultima parte feci compagnia a SPADOLINI") e gli tenne compagnia per un periodo stimato tra i 30 ed i 45 minuti.
Ne consegue che egli lascio’ il Pres. Spadolini non prima delle ore 15,30 cosi’ come ritiene anche il P.M. (pag.354 vol.X della requisitoria scritta).
L’intervista – che come si dira’ impegno’ l’imputato per circa 30-45 minuti - fu dunque rilasciata dall’on.Andreotti al giornalista Sensini in orario certamente successivo alle ore 15,30 e sicuramente non oltre le ore 17.30 (calcolando la durata della intervista in 30-45 minuti e considerato che alle 18,41 Andreotti prese la parola alla Festa dell’Amicizia).
Ne consegue che, con riferimento alle dichiarazioni del Di Maggio il quale afferma di essere giunto a casa di Ignazio Salvo tra le 15 e le 15,30 (trovandovi gia’ Andreotti) e di esservi rimasto almeno due ore (dunque almeno fino alle 17-17,30), l’intervista al Sensini, perche’ la tesi dell’accusa risulti compatibile, deve essere stata rilasciata non prima delle ore 17,15/17,30.
Deve peraltro sin d’ora evidenziarsi come tale compatibilita’ sussista esclusivamente nel caso in cui la durata dell’incontro tra Andreotti e Riina, iniziato verso le 15-15,30, viene calcolata nel minimo (due ore) indicato dal Di Maggio.
Se ci si attesta, infatti, sulle altre indicazioni del Di Maggio (3 ore–3 ore e mezza), e’ assolutamente evidente che Andreotti sarebbe rientrato in albergo verso le ore 18-18,30 e dunque in orario che rende impossibile l’incontro con Sensini.
Si rammenti infatti che nella sua prima dichiarazione al P.M. (16 aprile 1993) il Di Maggio ha parlato di un’attesa protrattasi per 3 ore o 3 ore e mezza.
E’ chiaro, dunque, il motivo per il quale il P.M. ha decisamente contestato soprattutto l’affermazione del Sensini secondo cui egli, congedatosi dal Pres. Spadolini, ando’ subito (verso le ore 15,40-16) a intervistare l’imputato nella sua stanza in albergo: l’accusa e’ ben consapevole del fatto che, se tale versione fosse provata, diventerebbe del tutto impossibile ipotizzare che Andreotti fosse nel medesimo contesto temporale a casa di Ignazio Salvo ad incontrarsi con Salvatore Riina, ivi trattenendosi per almeno due ore e mezza.
E’ essenziale pertanto accertare, ancorche’ con un comprensibile margine di approssimazione, l’ora nella quale il Sensini effettivamente si reco’ nella stanza dell’imputato per raccogliere l’intervista.
Proprio su questo specifico ed essenziale punto si sono concentrati gli sforzi e le attenzioni delle parti e del Tribunale.
All’esito dell’articolato esame del teste possono ritenersi acquisiti i seguenti dati certi:
P.M.: … Ecco ora la domanda che le faccio è lei ricorda a che ora del 20.09 ANDREOTTI le rilasciò l'intervista che poi fu pubblicata il 21.09 del 1987?
SENSINI: Ma a me sembra nel primo pomeriggio.
P.M.: Alle ore?
SENSINI: Questo a distanza di 10 anni non me lo ricordo, io so di essere stato se posso ricostruire.
P.M.: Aspetti no, prima sull'orario fermiamoci sull'orario, lei il 26.04.1996 ha dichiarato nel primo pomeriggio presumo verso le ore 15,00 mi feci dire dal portiere dove era la stanza di ANDREOTTI mi recai ecc. per l'intervista. Quindi lei ha dichiarato nel primo pomeriggio presumo verso le ore 15,00, conferma?
PRESIDENTE: Al microfono.
SENSINI: Confermo
P.M.: Conferma, oh ora io questa dichiarazione e cioè e lei presumeva che l'intervista era stata rilasciata alle ore 15,00, lei me l'ha fatta prima di apprendere che il dibattito in realtà era iniziato alle ore 18,00. Si ricorda questo?
SENSINI: Sissignore lo ricordo.
………
P.M.: E allora andiamo al punto, quindi verso che ora ANDREOTTI le concesse questa intervista?
SENSINI: Verso?
P.M.: Che ora le concesse questa intervista?
SENSINI: Io penso dopo le 15,00 e fra le 15,30 e le 16,00 e le 17,00 un'intervista dura 20 minuti mezz'ora col registratore facevamo a botta e risposta, se quindi non era una cosa particolarmente complessa. Ma ricostruendo la giornata sapendo che il giorno dopo il giornale avrebbe aperto sull'intervista, avevo fretta quindi io cercai di anticipare.
P.M.: Questo orario lei come lo ha ricostruito?
SENSINI: L'ho ricostruito col ricordo perchè ho tentato anche di chiedere al giornale se esisteva una prova precisa dell'orario dell'arrivo, ho chiesto a Villa Igiea se esisteva, tramite la Telecom secondo me sarebbe ancora possibile io feci una A.R., come si dice in gergo, sarebbe possibile trovare una chiamata.
PRESIDENTE: Cioè che significa.
SENSINI: Per il Gazzettino di Venezia.
PRESIDENTE: Che significa A.R.?
SENSINI: Significa che paga il giornale io chiamo, il giornale paga.
P.M.: Quindi la ricostruì sulla base di questi elementi?
SENSINI: Sissignore.
P.M.: Non la ricostruì sulla base dell'orario che è dell'inizio del dibattito del pomeriggio che aveva acquisito al Popolo.
SENSINI: No, no la ricostruii sulla base dei miei ricordi su cui evidentemente hanno avuto anche un influsso quell'orario che avevo copiato dal Popolo.
P.M.: Quindi.
SENSINI: Che poi fra l'altro scusi e, penso di averlo copiato sbagliato.
P.M.: No è giusto perchè l'abbiamo.
SENSINI: Sul Popolo c'è scritto ore 16,00?
P.M.: Ore 16,00 c'è scritto.
SENSINI: A va bene va bene.
P.M.: Ore 16,00, quindi lei ha dichiarato il 26.04 del 1996 nel primo pomeriggio presumo verso le ore 15,00.
SENSINI: Si forse un pochino più tardi.
…………
P.M.: …… allora ci vuole dire come si svolse questa intervista?
SENSINI: Io andai, ANDREOTTI aveva una suite mi pare al 1° piano, andai fui fermato, mi chiesero un documento, io tornai nella mia stanza presi un documento, entrai e trovai ANDREOTTI in maniche di camicia, cosa assolutamente inconsueta per lui con l'on.le SBARDELLA che prendeva degli asciugamani li torceva e glieli dava perchè il caldo era terribile, erano 30°.
P.M.: Lei sa che c'era l'aria condizionata nelle stanze?
SENSINI: Si però era caldo lo stesso c'era l'aria condizionata però sa anche che l'on.le ANDREOTTI soffre di cefalea quindi probabilmente, questo non posso sapere perchè SBARDELLA gli dava gli asciugamani ricordo questa scena, ecco, punto.
P.M.: Quanto durò l'intervista?
SENSINI: Ma circa tre quarti d'ora.
P.M.: Lei il 26.04.
SENSINI: Io non so esattamente quanto durò l'intervista, essendo registrata presumo che fra convenevoli, saluti, intervista e congedo, saranno passati circa tre quarti d'ora, ora ovviamente in tanti 10 anni, non posso ricordare i minuti dell'intervista.
P.M.: Lei il 26.04 del 1996 ha dichiarato l'intervista durò circa mezz'ora.
SENSINI: Adesso che ho detto tre quarti d'ora, sarà mezz'ora, tre quarti d'ora non ci ho l'orologio incorporato dentro purtroppo non ho ritrovato nemmeno il nastro, se no l'avrei portato.
P.M.: Quanto tempo impiegò per scrivere il pezzo?
SENSINI: Poco.
P.M.: Adesso temo di dire qualche minuto, perchè forse nell'aprile le ho detto.
P.M.: Ma non c'è nessun problema.
SENSINI: Ma sono rapido io a scrivere.
P.M.: E quindi.
SENSINI: Quindi avrò messo mezz'ora.
P.M.: Lei ha dichiarato una ventina di minuti e la, lo, io non le sto per ora facendo la contestazione, lo scrisse subito dopo l'intervista il pezzo?
SENSINI: Sissignore.
P.M.: Subito dopo l'intervista.
SENSINI: Certo.
P.M.: Dopodichè.
SENSINI: Cioè lo sbobinai e lo tradussi a macchina dopodichè chiamai il giornale, lo dettai, loro mi richiamarono, concordammo il titolo.
P.M.: Cioè quanto tempo impiegò per dettare il titolo al giornale?
SENSINI: Ma per dettare 5 cartelle ci vorranno 10 minuti.
P.M.: 10 minuti.
SENSINI: Poi mi fermai però perchè dovevamo concordare il titolo sommario probabilmente e tutto probabilmente mi fermai per concordare con il redattore capo, titolo, sommario e occhiello.
P.M.: E quanto tempo impiegò ancora per questo motivo?
SENSINI: Questo non me lo ricordo.
P.M.: A cioè per quantificare.
SENSINI: Quanto?
P.M.: Per quantificare, 5 minuti, 10 minuti, un quarto d'ora.
SENSINI: Ma il tempo il tempo quando mi richiamarono loro, adesso non me lo ricordo assolutamente in questo momento.
P.M.: Cioè non può dare nessuna indicazione neanche generica, sul tempo che impiegò per concordare questo titolo, non può dare nessuna indicazione neppure generica sul tempo che impiegò per concordare questo titolo?
SENSINI: No, non lo posso dare perchè non me lo ricordo e...
P.M.: Ma quanto tempo ci vuole per concordare un titolo?
SENSINI: Per?
P.M.: Concordare un titolo quanto tempo ci vuole?
SENSINI: Ah ci vuole tanto tempo dipende cioè.
PRESIDENTE: Nel caso specifico.
SENSINI: Procuratore.
PRESIDENTE: Non è in generale la domanda.
SENSINI: Se c'è un bravo redattore capo si fa in un attimo, forse sono i miei colleghi in aula, se c'è un redattore capo somaro, ci vuole un'ora e, quindi non lo so sinceramente non glielo so dire, mi mette in imbarazzo estremo eh.
P.M.: Lei quindi poi andò alla Festa dell'Amicizia?
SENSINI: Poi andai alla Festa dell'Amicizia, si.
P.M.: Arrivò in orario?
SENSINI: E questo non lo so che c'era questo dibattito assurdo una cosa assolutamente non interessante.
P.M.: Il dibattito era iniziato?
SENSINI: Superamento dell'ideologismo il rischio del pragmatismo.
P.M.: Allora il dibattito era iniziato?
SENSINI: Non me lo ricordo.
………
P.M.: Lei raccolse l'intervista di ANDREOTTI poco prima che ANDREOTTI intorno alle ore 18,00 si recò alla Festa dell'Amicizia?
SENSINI: Prima, non poco prima, non lo posso sostenere.
P.M.: Allora io le contesto che lei ha dichiarato: stante il tempo trascorso, cioè dopo questa perchè lei al Tribunale dopo questa prima parte delle ore 15,00 sulla base dell'appunto, quella che ho letto ho contestato prima, poi ha dichiarato stante il tempo trascorso può darsi che ANDREOTTI mi abbia concesso l'intervista poco prima che si recasse alla Festa dell'Amicizia, così come ebbe a scrivere il 21.09.
PRESIDENTE: E' un può darsi.
P.M.: Aspetti, non ho finito, stante il tempo trascorso non sono in grado di ricordare l'orario preciso.
PRESIDENTE: Oggi che cosa ha aggiunto a questo, ha aggiunto qualcosa?
SENSINI: Non aggiungo nulla.
PRESIDENTE: Non aggiunge nulla non ha detto che aveva atteso a tavola SPADOLINI?
SENSINI: Io ripeto se posso riassumere io sono convinto di avere fatto questa intervista verso le 15,30/16,30 il Procuratore mi ha contestato questa data alla fine io ho ammesso che a distanza di 10 anni potrei anche avere sbagliato l'orario, tutto qua, questo anche per la mia buona fede, non.
………
P.M.: Mi scusi per capire lei ha ricostruito l'orario del pranzo con SPADOLINI, parlando col segretario di SPADOLINI?
SENSINI: Casualmente ho incontrato dopo addirittura che c'eravamo visti, il segretario di SPADOLINI e abbiamo ricostruito quella giornata e anche lui ricordava che era arrivato verso le 2,00 e che pranzò e che io feci compagnia al Presidente.
P.M.: Oh, questo significa soltanto che lei fece l'intervista a ANDREOTTI dopo avere pranzato con SPADOLINI.
SENSINI: Certo.
………
PRESIDENTE: Lei non è in grado di ricordare l'orario preciso.
SENSINI: Io ripeto per l'ennesima volta, mi sembra di averla fatta.
P.M.: Mi sembra.
SENSINI: Mi sembra penso di averla fatta fra le 15,30 e le 14,30 (recte 16,30 n.d.e.) quando fui interrogato dal Procuratore, e lei mi disse che un mio collega mi aveva visto addirittura entrare alle ore 18,00 alchè io obiettai che mi sembrava strano a distanza di 10 anni un collega potesse ricordare a che ora entra SENSINI nella stanza di ANDREOTTI e comunque dissi mi sembra strano alle ore 18,00 perchè alle 18,30 come risulta da radio radicale ANDREOTTI comincia a parlare al Festival, quindi in mezz'ora io avrei dovuto fare l'intervista e lui trasferirsi al Festival dell'Amicizia. Questo mi sembrava poco realistico.
………
P.M.: Quindi lei ha dichiarato che arrivò in ritardo perchè impegnato diciamo in questa sua attività lavorativa nella sequenza temporale, questo lei ha dichiarato e io glielo contesto. Lo conferma.
SENSINI: Se l'ho dichiarato lo confermo se l'ho dichiarato lo confermo e, non è detto posso? Posso aggiungere qualcosa?
PRESIDENTE: Si.
SENSINI: Io potrei aver fatto l'intervista poi aver fatto la doccia, poi avere aspettato le 6,00 ed andare poi al Festival tanto più che non dovendo scrivere perchè avevo già fatto il servizio, non ero certamente molto interessato al...
PRESIDENTE: Lei deve dire sempre quello che ricorda, non quello che può aver fatto.
SENSINI: Va bene mi scuso.
P.M.: Lei quindi si recò direttamente nella stanza di ANDREOTTI?
SENSINI: Io mi recai nella stanza di ANDREOTTI e ricordo di essere stato fermato da alcune persone.
P.M.: Si questo l'ho capito.
SENSINI: In borghese.
P.M.: Ritorna quindi col documento dopodichè cosa fa bussa nella stanza di ANDREOTTI?
SENSINI: Bussai, mi fu aperto e trovai questa scena che ho già descritto.
………
PRESIDENTE: Lei nel caso particolare prese un appuntamento? Si fece annunziare, come ha.
SENSINI: Io ricordo ecco di aver concordato soltanto l'intervista con l'on.le FOTI.
………
AVV.BONGIORNO: Quindi ANDREOTTI specificamente lui non le dette un orario preciso?
SENSINI: No.
AVV.BONGIORNO: Quindi non le disse non venga a quell'orario perchè devo fare un'altra cosa?
SENSINI: Non ci parlai proprio con ANDREOTTI.
AVV.BONGIORNO: Perfetto, poi lei ricorda di aver trascorso del tempo a tavola con l'on.le SPADOLINI.
SENSINI: Si, si.
AVV.BONGIORNO: Io non ho chiaro una cosa, come suo ricordo come suo ricordo, lei ricorda che dopo che si è alzato da questo tavolo è andato direttamente dal sen. ANDREOTTI?
SENSINI: Probabilmente sarò andato in camera a prendere il registratore e non il documento perchè poi sono tornato dopo a prenderlo.
AVV.BONGIORNO: Si ora parliamo di questo però intendo dire tra il momento in cui lei è stato a tavola con SPADOLINI, ed ANDREOTTI ha ricordi di avere sviluppato altre attività di avere sviluppato altre attività di avere fatto altre cose, oppure ricorda.
SENSINI: Non ricordo non me lo ricordo no.
AVV.BONGIORNO: Ora le chiedo un'altra cosa, ha parlato rispondendo al P.M., di alcune persone che le hanno chiesto un documento di identità, erano delle persone sedute su una panca vicino la porta di ANDREOTTI?
SENSINI: Erano sedute su una panca a sinistra dell'ingresso.
AVV.BONGIORNO: Un attimo vogliamo voglio un chiarimento sul punto perchè è importante, queste persone innanzitutto quand'è che l'hanno fermata, lei che cosa stava facendo?
SENSINI: Io stavo bussando alla porta di ANDREOTTI.
AVV.BONGIORNO: Quindi questa panca era vicina alla porta di ANDREOTTI.
SENSINI: Mi pare che la panca fosse addirittura a sinistra guardando la porta, mi pare.
AVV.BONGIORNO: E queste persone invece l'hanno bloccata.
SENSINI: Mi hanno cortesemente fermato dicendo chi ero, che cosa volevo e dove andavo, io dissi che ero un giornalista non avevo il documento, tornai in camera e presi la tessera dell'ordine e tornai giù.
AVV.BONGIORNO: Perfetto, io voglio sapere una cosa durante questa intervista, il Sen. ANDREOTTI in qualche modo l'ha sollecitata a fare presto a stringere i tempi?
SENSINI: No no.
…………
AVV. SBACCHI: Oh, allora siamo a SPADOLINI siamo alle 14,30 grosso modo lei ha detto, 14,30 siede a tavola con SPADOLINI. Ecco ora la pregherei proprio di ricostruire questi passaggi SPADOLINI che cosa fa?
SENSINI: Mangia.
AVV. SBACCHI: Mangia naturalmente.
SENSINI: E beve e parla.
AVV. SBACCHI: Si e cioè tempo impiegato da SPADOLINI per il pranzo?
SENSINI: Ma non lo so sinceramente questo no.
AVV. SBACCHI: Bè.
SENSINI: Di solito lui era siccome parlava molto durante il pasto, durava molto la cerimonia.
AVV. SBACCHI: Si.
SENSINI: Circa una mezz'ora sicuramente circa poi più di questo sinceramente non ricordo.
AVV. SBACCHI: Si non ricorda questo dopodichè che cosa ricorda?
SENSINI: Di essere andato in stanza a prendere il registratore e essere andato a intervistare ANDREOTTI.
AVV. SBACCHI: Ho capito, senta mi scusi torno a una domanda del P.M., quando il P.M. le ha letto il riferimento all'intervista di ANDREOTTI e le ha contestato questa dichiarazione, l'intervista durò circa mezz'ora dopodichè tornai nella mia stanza, scrissi il pezzo impiegando una ventina di minuti, e lo dettai al telefono al giornale, mi recai quindi alla Festa dell'Amicizia dove arrivai in ritardo, il dibattito era già iniziato.
SENSINI: In ritardo poi ecco si ritardo di niente, perchè avevo già fatto il servizio quindi.
AVV. SBACCHI: Si no ma io volevo precisare, quando lei ha detto mi recai quindi, significa che immediatamente dopo l'intervista andò là?
SENSINI: Questo non lo so non me lo ricordo assolutamente non.
AVV. SBACCHI: Cioè non significa necessariamente che.
SENSINI: Cioè non avevo più impegni professionali, quindi me la potevo prendere anche comoda, il servizio per il giorno dopo l'avevo fatto, il dibattito non era particolarmente allettante quindi.
AVV. SBACCHI: Si senta mi scusi questa ricordo di del pranzo di SPADOLINI, quando è insorto in lei?
SENSINI: Ma ripeto quando ho incontrato casualmente il suo segretario a circolo degli scacchi.
PRESIDENTE: Chi era il nome del il nome del segretario lo dire?
SENSINI: Si dr. TOMADA Fabrizio TOMADA.
PRESIDENTE: TOMADA.
AVV. SBACCHI: Fabrizio TOMADA incontrato e.
SENSINI: Abbiamo ricordato questa cosa una delle ultime volte ecc.
AVV. SBACCHI: E in lei insorse il ricordo diciamo dell'orario, e questo avvenne dopo essere stato interrogato dal P.M.?
SENSINI: Sissignore.
AVV. SBACCHI: Quindi dopo il 26.04 se non sbaglio del 96.
SENSINI: Avvenne in occasione di una conferenza al circolo degli scacchi siccome il dr. TOMADA adesso mi pare sia con la Sen.ce AGNELLI, in quella occasione ci vedemmo.
AVV. SBACCHI: Senta la e mi scusi stavo controllando gli appunti per eliminare quello che già le è stato chiesto. Ecco la domanda è questo del dibattito lei poco fa ha fatto un cenno in ordine al dibattito, cui era scarsamente interessato.
SENSINI: Al tema.
AVV. SBACCHI: Si superamento ecc. ecc. si e mi scusi cioè perchè per lei non costituiva motivo di interesse questo dibattito, se ce lo potesse esplicitare.
SENSINI: Perchè un dibattito dal tema Il superamento delle ideologismo e il rischio del pragmatismo con SPADOLINI, MARTINAZZOLI, ANDREOTTI, DE MITA, era una classica manifestazione di prima repubblica, fra l'altro non ero interessato perchè avevo già fatto il servizio, non per ragioni etico-politiche.
AVV. SBACCHI: Si.
SENSINI: Mie personali, non mi importava niente perchè avevo già mandato 6 cartelle al giornale, erano tutti contenti.
AVV. SBACCHI: Quindi diciamo il suo lavoro.
SENSINI: Perchè avevo l'intervista in esclusiva quindi figu… per quello ho detto non ero interessato.
Il P.M. – che, giova evidenziarlo, non ha mai messo in dubbio il fatto che effettivamente Sensini raccolse l’intervista del Sen.Andreotti proprio quel pomeriggio del 20 settembre 1987 - ha impostato tutta la sua ricostruzione sul presupposto che il teste incontro’ l’imputato poco prima che lo stesso intorno alle ore 18 lasciasse l’albergo e si recasse alla Festa dell’Amicizia.
Andreotti dunque rilascio’ l’intervista verso le ore 17,30 – 17,45 e dopo circa mezz’ora lascio’ l’albergo facendo dunque attendere per circa un quarto d’ora la sua scorta che era stata riconvocata per le ore 18.
E per avvalorare tale conclusione – l’unica compatibile con una presenza di Andreotti a casa di Ignazio Salvo fino alle ore 17,30 circa – ha sottolineato tre "circostanze processuali" (pag.354 Vol.X requisitoria scritta):
Tali conclusioni, ad avviso del Collegio, non sono condivisibili e mal si conciliano con una critica disamina delle dichiarazioni del Sensini e delle risultanze processuali.
Per cio’ che concerne il presunto ritardo di Andreotti e’ sufficiente rilevare che fu il dibattito quel pomeriggio a cominciare come di consueto in ritardo in quanto ebbe effettivo inizio solo alle ore 18,33 e l’imputato prese la parola appena otto minuti dopo (ore 18,41).
La circostanza che il dibattito fosse fissato per le ore 18 e’ del tutto irrilevante in quanto e’ notorio che in questi casi l’orario programmato non viene mai rispettato, cosi’ come confermato da uno dei partecipanti di quel pomeriggio, il teste On. Mino Martinazzoli (pag.113 dell’udienza del 2 ottobre 1997):
P.M. ……le sto chiedendo se lei ricorda di essere arrivato a questo dibattito che era fissato per le ore 18,00 poi vedremo se era stato fissato quel giorno, comunque che doveva iniziare alle 18,00 se arrivò puntualmente o se arrivò in ritardo e se comunque quel dibattito iniziò alle ore 18,00 o se iniziò in ritardo.
MARTINAZZOLI Io credo di essere arrivato puntuale, statisticamente credo che il dibattito non sarà cominciato alle 18,00 perchè i dibattiti non cominciano mai all’ora per la quale si dice che dovevano cominciare.
PRESIDENTE Va bene, però lei un ricordo ce l’ha?
Perchè la frase statisticamente....
MARTINAZZOLI Voglio dire che sicuramente non è iniziato alle 18,00 in punto, ma non ho memoria di una discrasia tra l’orario preventivato e l’inizio del dibattito.
P.M. Per aiutare la sua memoria Onorevole, quando lei è stato sentito il 07 Novembre ‘95 ha detto "giunsi alla festa dell’amicizia in orario e ricordo che l’incontro dibattito iniziò circa un quarto d’ora mezz’ora dopo l’orario programmato".
MARTINAZZOLI Credo che sia andata così.
Anche la presunta attesa per circa un quarto d’ora degli uomini della scorta viene dedotta dal P.M. dalla dichiarazione del teste Contino Mario, all’epoca in servizio alla DIGOS ed impegnato il pomeriggio del 20 settembre nella scorta dell’imputato con mansioni di autista (pag.104 dell’udienza del 17 luglio 1997):
CONTINO M. ……… ci siamo ripresentati intorno alle 18, sempre a Villa Igiea.
P.M. E questo orario le 18 chi ve l’ha indicato?
CONTINO M. Il dottore Salamone, perché lui era il capo scorta quindi lui aveva il contatto con la personalità o con chi stava... L’onorevole Andreotti aveva una tutela, quindi presumo con la tutela.
P.M. Ho capito. Comunque vi fu detto di ritornare a Villa Igiea alle ore 18.
CONTINO M. Sì. Su per giù.
………
P.M. Senta, quando siete arrivati intorno alle 18 a Villa Igiea, Andreotti è venuto subito oppure avete atteso un po’ prima che venisse?
CONTINO M. Abbiamo atteso 10 minuti, un quarto d’ora, non di più.
Ma anche il teste Menafra Antonio, della DIGOS, era addetto alla scorta di Andreotti quel pomeriggio ed egli ha tuttavia ricordato che l’orario per il quale erano stati riconvocati era tra le 17,30 e le 18 e che comunque essi si ripresentarono in albergo alle ore 17 – 17,30 (pag.145 dell’udienza del 17 luglio 1997):
MENAFRA A. … noi verso le due siamo arrivati a Villa Igiea e verso... e abbiamo avuto appuntamento per, credo le 18, 17 e 30...
………
P.M. E siete ritornati alle 18?
MENAFRA A. Verso le 17 e qualcosa, le 17 e 30 perché poi noi anticipavamo sempre l’arrivo nostro presso la personalità che dovevamo scortare.
P.M. Ho capito. Ricorda se siamo partiti in orario da Villa Igiea se c’è stato un ritardo nella partenza rispetto alle 18?
MENAFRA A. Non ricordo veramente se alle 18 precise. Di solito era preciso, non lo so in quella occasione se siamo partiti alle 18 o meno.
Dunque il teste Menafra non ricorda affatto un’attesa di 10-15 minuti come afferma il Contino, ne’ una partenza dall’albergo in ritardo rispetto all’orario programmato, e smentisce il collega anche in ordine al loro arrivo a Villa Igiea alle ore 18 precisando che solitamente essi anticipavano rispetto all’ora convenuta.
Venendo poi, piu’ in particolare, alla parte finale dell’intervista scritta dal giornalista, deve rilevarsi come il Sensini abbia espressamente affermato che si tratto’ di un "artificio letterario", soprattutto nel riferimento al "Belzebu’", "per dare un tocco di colore",
ma egli e’ stato altrettanto certo nell’affermare che non ricorda affatto se effettivamente Andreotti al termine dell’intervista ando’ via subito per recarsi alla Festa dell’Amicizia (udienza del 18 settembre 1997 pag.85):P.M.: ……Ora nell'intervista che fu pubblicata il 21.09 del 1987 ci sono domande e risposte e poi l'intervista si conclude così leggo testualmente. Così senza nessun odore di zolfo ma con intorno un buon sentore di lavanda, ANDREOTTI Belzebù si congeda va a parlare sotto i terribili tendoni del festival tormento su un tema che gli piace da morire. Cioè la frase che mi interessa è questa ANDREOTTI si congeda va a parlare sotto i tendoni dell'amicizia. Da quello che lei scrisse il 21.09 si evince che ANDREOTTI le rilascia l'intervista e va alla Festa dell'Amicizia, esatto?
SENSINI: Si potrebbe avermi detto la saluto e vado alla festa, ma non è che l'ho visto uscire per andare alla festa è chiaro, non dico questo.
P.M.: Qua c'è scritto ANDREOTTI si congeda, va a parlare.
SENSINI: Si congeda e va a parlare, quindi ci può essere andato subito, ci può essere andato dopo.
P.M.: Mi scusi.
PRESIDENTE: No quello che lei ricorda deve dire, deve dire quello che lei ricorda non deve fare ipotesi.
SENSINI: Io ho fatto questa chiusa come già ebbi modo di dire al Procuratore, per dare un tocco di colore rileggendola adesso tra l'altro mi sembra anche banale ed inutile, ma siccome in tutto il contesto dell'intervista che si basava su temi di politica estera, non si parlava mai del Festival dell'Amicizia, trovai questo artificio retorico, ripeto banale, per chiudere in un modo, far sapere al lettore che stavo lì perchè c'era il Festival dell'Amicizia, c'era anche ANDREOTTI che il giorno dopo sarebbe andato a New York all'O.N.U. questo io posso dire questo.
…………
PRESIDENTE: Cioè ricorda se ANDREOTTI andò via subito dopo?
SENSINI: No, nel modo più assoluto ripeto non vidi ANDREOTTI andare via, scrissi si congeda e si avvia verso, che è cosa diversa.
PRESIDENTE: Che cosa vide lei, che cosa vide?
SENSINI: Mi salutò mi disse arrivederci vado a parlare a non mi disse subito.
P.M.: Vado a parlare completi scusi.
SENSINI: Al Festival dell'Amicizia dove doveva dirigere un dibattito e dove più tardi io poi andai anch'io, dopo aver fatto l'articolo.
P.M.: Quindi le disse vado a parlare alla Festa dell'Amicizia.
SENSINI: Si congedò, mi congedò perchè dice poi probabilmente mi disse vada a parlare adesso non posso ricordare.
PRESIDENTE: No no probabilmente non ci interessa.
SENSINI: A distanza di 10 anni fui congedato da ANDREOTTI perchè l'intervista era finita il caldo era mortale e io andai nella mia stanza a fare l'intervista.
P.M.: Quindi.
PRESIDENTE: Ricorda che le disse questo.
SENSINI: Ricordo che mi disse vado a parlare al Festival dell'Amicizia.
P.M.: Ecco va bene.
PRESIDENTE: Va bene.
P.M.: Quindi non è un artificio letterario le disse quello che lei ha scritto.
PRESIDENTE: Avv. e P.M.!
SENSINI: L'artificio si intendeva Belzebù Procuratore eh!
P.M.: Certo Belzebù è chiaro.
E che il finale del pezzo sia stato solo un artificio cui ricorse il Sensini soprattutto per fare sapere ai lettori che l’intervista era stata concessa a Palermo in concomitanza con la Festa dell’Amicizia che ivi si svolgeva e’ confermato da un’altra considerazione.
Il Sensini ha ricordato tra l’altro un dettaglio di quell’intervista che gli e’ rimasto particolarmente impresso.
Quando egli entro’ nella stanza dell’albergo ove era ospitato l’imputato, lo trovo’ particolarmente sofferente per il caldo torrido di quel pomeriggio d’estate.
Il Sen.Andreotti era in maniche di camicia ed accanto a lui vi era l’on.Sbardella che torceva degli asciugamani bagnati e glieli passava:
SENSINI: Io andai, ANDREOTTI aveva una suite mi pare al 1° piano, andai fui fermato, mi chiesero un documento, io tornai nella mia stanza presi un documento, entrai e trovai ANDREOTTI in maniche di camicia, cosa assolutamente inconsueta per lui con l'on.le SBARDELLA che prendeva degli asciugamani li torceva e glieli dava perchè il caldo era terribile, erano 30°.
P.M.: Lei sa che c'era l'aria condizionata nelle stanze?
SENSINI: Si però era caldo lo stesso c'era l'aria condizionata però sa anche che l'on.le ANDREOTTI soffre di cefalea quindi probabilmente, questo non posso sapere perchè SBARDELLA gli dava gli asciugamani ricordo questa scena, ecco, punto.
Ebbene, se questo e’ il ricordo nitido del Sensini, basta leggere l’inizio dell’articolo che egli poi scrisse ("Disteso, sorridente, un po’ meno pallido del solito, forse per questo sole africano di Sicilia che riesce a lambire anche lui…") per rendersi conto che anche in questo caso il teste fece ricorso ad una descrizione non corrispondente affatto alla realta’ soltanto per esigenze "sceniche" e giornalistiche.
Per quanto riguarda poi il particolare del ritardo con il quale il Sensini giunse alla Festa dell’Amicizia quel pomeriggio deve osservarsi che egli non ha mai dichiarato che cio’ fu dovuto ai suoi impegni conseguenti all’intervista raccolta, ma solo perche’ egli non era particolarmente interessato al tema del dibattito, soprattutto dopo che egli aveva svolto il suo lavoro scrivendo il pezzo con il quale il suo quotidiano il giorno successivo avrebbe "aperto".
Egli in sostanza aveva conseguito il risultato importante di farsi rilasciare un’intervista dal Ministro degli Esteri.
E proprio tale particolare rileva ai fini di un’altra importante considerazione.
Una volta che il Sensini aveva raggiunto, nel corso della mattinata, il risultato certamente importante di ottenere il consenso del Ministro degli Esteri per un’intervista, ed avere gia’ preavvisato la direzione del suo giornale affinche’ si preparasse a ricevere quell’articolo da pubblicare in prima pagina, non vi puo’ essere dubbio sul fatto che il teste aveva tutto l’interesse, come lui stesso ha affermato esplicitamente, ad "anticipare" i tempi quanto piu’ possibile ("sapendo che il giorno dopo il giornale avrebbe aperto sull'intervista, avevo fretta quindi io cercai di anticipare").
Se a cio’ si aggiunge che l’on.Andreotti non aveva fatto comunicare al Sensini alcun orario preciso per l’intervista, accettando pertanto la possibilita’ che il predetto si presentasse nella sua stanza a qualsiasi orario, deve concludersi che e’ credibile l’affermazione del giornalista secondo cui egli, subito dopo avere concluso il pranzo ed essersi intrattenuto con il Pres. Spadolini, si sia attivato per scrivere il piu’ presto possibile quell’articolo che costituiva il suo principale impegno professionale di quel giorno.
E’ stato accertato dunque che
CONTINO M.: Sì. A proposito di Spadolini, ricordo che Andreotti, arrivando a Villa Igiea, occupò una suite che sta alle spalle, al pianterreno, alle spalle della portineria di Villa Igiea. Entrando sulla destra credo. Quando arrivò poi Spadolini, credo nella stessa giornata, o il giorno dopo, adesso non lo ricordo, Spadolini si... diciamo si contrariò un poco perché lui, essendo la seconda personalità dello Stato, quella suite l’aveva sempre occupata lui e quindi diciamo che ebbe un battibecco...insomma un battibecco... un... rimase un po’ contrariato con il portiere dell’albergo per questo fatto.
……
CAPIZZI A.: …Spadolini si è lamentato sulla suite che voleva rimanere a primo piano, mentre gli avevano dato la suite al primo piano, diciamo, all’ingresso della porta entrando... E si è lamentato perché voleva la sua suite dicendo, proprio le testuali parole sue "La mia suite chi ce l’ha?", dice "No, guarda, c’è il senatore Andreotti e le abbiamo dato quella a primo piano che è uguale e precisa a...",
E’ del pari certo che il Sensini non ricorda affatto di essersi presentato dinanzi alla camera dell’imputato venendo respinto perche’ il sen. Andreotti non c’era o era impegnato e indisponibile per altri motivi.
E che subito dopo la conversazione con Spadolini, il Sensini abbia subito pensato a lavorare, piuttosto che, come si rileva dalla ricostruzione del P.M., attendere circa due ore prima di presentarsi dall’on.Andreotti, e’ confermato anche dal particolare che il teste non ha ricordo di avere fatto altro in queste presunte due ore di attesa:
AVV.BONGIORNO: Si ora parliamo di questo però intendo dire tra il momento in cui lei è stato a tavola con SPADOLINI, ed ANDREOTTI ha ricordi di avere sviluppato altre attività di avere sviluppato altre attività di avere fatto altre cose, oppure ricorda.
SENSINI: Non ricordo non me lo ricordo no.
Deve dunque concludersi che l’indicazione finale del Sensini secondo cui l’intervista gli fu rilasciata dal Sen.Andreotti tra le 15,30 e le 16,30 (o al massimo le 17,00) e che duro’ circa 45 minuti e’ indubbiamente credibile e riscontrata sia pure in termini di comprensibile approssimazione.
Ne’ a tale ricostruzione osta il fatto che il Sensini giunse in ritardo alla Festa dell’Amicizia.
Al di la’ del palese disinteresse che il teste ha riferito di avere avuto per il tema di quel dibattito, specialmente dopo che egli aveva concluso il suo impegno professionale scrivendo e trasmettendo al suo giornale il testo dell’intervista, deve rilevarsi che il Sensini non ha neanche precisato quanto in ritardo egli poi giunse alla Festa dell’Amicizia di guisa che il dibattito poteva anche essere appena iniziato (il primo intervento fu alle ore 18,33)
E se si considerano e si sommano tutti i tempi occorrenti al Sensini per ritornare in camera, "sbobinare" la registrazione della intervista, dattiloscriverla, aggiungere la sua parte ed i commenti – almeno mezz’ora - quindi telefonare al giornale, dettare il testo di cinque cartelle (altri dieci minuti circa), farsi richiamare e concordare il titolo e l’occhiello dell’articolo (almeno dieci minuti), quindi trovare un mezzo e recarsi alla Festa dell’Amicizia, non vi puo’ essere dubbio che l’intero racconto del teste risulta credibile e compatibile anche con il riferito arrivo in ritardo a dibattito gia’ iniziato.
Si consideri che l’esigenza di farsi richiamare dalla direzione del giornale per concordare con il caporedattore "titolo, sommario ed occhiello", derivava evidentemente dalla necessita’ per il suo interlocutore di leggere attentamente l’intervista appena dettata per apprezzarne e valutarne il contenuto, il che impegna ovviamente per un ulteriore lasso di tempo:
SENSINI Cioè lo sbobinai e lo tradussi a macchina dopodichè chiamai il giornale, lo dettai, loro mi richiamarono, concordammo il titolo.
P.M. Cioè quanto tempo impiegò per dettare il titolo al giornale?
SENSINI Ma per dettare 5 cartelle ci vorranno 10 minuti.
P.M. 10 minuti.
SENSINI Poi mi fermai però perchè dovevamo concordare il titolo sommario probabilmente e tutto probabilmente mi fermai per concordare con il redattore capo, titolo, sommario e occhiello.
P.M. E quanto tempo impiegò ancora per questo motivo?
SENSINI Questo non me lo ricordo.
P.M. A cioè per quantificare.
SENSINI Quanto?
P.M. Per quantificare, 5 minuti, 10 minuti, un quarto d'ora.
SENSINI Ma il tempo quando mi richiamarono loro, adesso non me lo ricordo assolutamente in questo momento.
Se allora si considera l’orario iniziale indicativamente fornito dal teste (ore 15,30) - che peraltro deve spostarsi di almeno 15 minuti per le anzidette ragioni alle ore 15,45 - emerge invero che il Sensini (che fu trattenuto dalla vigilanza che sostava nel corridoio e costretto a tornare in camera a prendere la tessera di giornalista) entro’ nella stanza del Sen.Andreotti verso le ore 15,50-16,00, ne usci’ verso le ore 16,30-16,45 e tutte le attivita’ successive non possono non averlo occupato complessivamente per almeno un’ora e dunque fino alle ore 17,45.
E’ davvero poco credibile che a quel punto egli non si concedesse neppure un attimo di riposo solo perche’ avrebbe dovuto presentarsi ad un dibattito il cui inizio era previsto per le ore 18.
Giova peraltro sottolineare che anche nella deposizione al P.M. del 26 aprile 1996 il Sensini non aveva mai affermato che egli, subito dopo avere concluso il suo lavoro, si era immediatamente recato alla Festa dell’Amicizia, essendosi limitato soltanto a ricostruire i suoi impegni di quel pomeriggio riferendo la circostanza ("…dopodiche’ tornai nella mia stanza, scrissi il pezzo, impiegando una ventina di minuti e lo dettai per telefono al giornale, mi recai quindi alla Festa dell’Amicizia dove arrivai in ritardo, il dibattito era gia’ iniziato").
E’ certo e ragionevole dunque ritenere, cosi’ come peraltro affermato chiaramente dallo stesso teste, che a quel punto egli abbia deciso di non affrettarsi per qualcosa che non lo interessava piu’ di tanto, e si sia quindi recato alla Festa dell’Amicizia dopo l’inizio effettivo del dibattito che fu alle ore 18,33.
D’altronde la erronea conclusione del P.M. e’ confermata dalla seguente affermazione riportata nella requisitoria scritta (Vol.X pag.360):
In altri termini, come è evidente, se egli avesse effettuato l’intervista alle ore 15,30, non avrebbe avuto alcun motivo di giungere in ritardo, giacchè avrebbe completato e dettato il pezzo entro le ore 16 circa.
Si e’ gia’ detto che l’intervista, tenuto conto degli impegni che trattennero il Sensini con il Pres. Spadolini, non puo’ essere iniziata prima delle ore 15,50-16,00.
E nel volgere di appena mezz’ora (inizio dell’intervista alle ore 15,30 e dettatura del pezzo "entro le ore 16") il P.M. ha concentrato attivita’ plurime che invece hanno impegnato il Sensini per oltre un’ora e mezza (45 minuti per l’intervista, 30 minuti per sbobinare e trascrivere, 10 minuti per dettare, altro tempo per essere richiamato dal caporedattore e concordare titolo e sommario).
La suesposta conclusione della compatibilita’ del racconto del Sensini con il riferito ritardo resta ulteriormente confermata se si fissa l’orario d’inizio dell’intervista in un momento successivo a quello sopra indicato (15,50-16,00), avendo il teste indicato costantemente un orario compreso tra le 15,30 e le 16,30:
Ma a me sembra nel primo pomeriggio……
Io penso dopo le 15,00 e fra le 15,30 e le 16,00 e le 17,00 un'intervista dura 20 minuti mezz'ora col registratore facevamo a botta e risposta, se quindi non era una cosa particolarmente complessa. Ma ricostruendo la giornata sapendo che il giorno dopo il giornale avrebbe aperto sull'intervista, avevo fretta quindi io cercai di anticipare. ….
io sono convinto di avere fatto questa intervista verso le 15,30/16,30…
Mi sembra penso di averla fatta fra le 15,30 e le 14,30 (recte 16,30 n.d.e.)
Per mera completezza di analisi, deve allora accertarsi se, ipotizzando che l’intervista sia stata rilasciata intorno alle 17, Andreotti potesse essere gia’ rientrato nella sua stanza a quell’ora dopo avere incontrato Riina a casa di Ignazio Salvo.
Cio’ risulta assolutamente impossibile per le ragioni gia’ evidenziate.
Nell’esame reso dinanzi alla Corte di Assise di Perugia il Di Maggio ha addirittura affermato che egli giunse con il Riina a casa di Ignazio Salvo alle ore 15,30, di guisa che la durata minima dell’incontro (due ore) rende del tutto impossibile una presenza di Andreotti a Villa Igiea nella sua stanza alle ore 17:
AVV. COPPI: quindi... io intanto sto calcolando i tempi, a casa di Ignazio Salvo più o meno verso che ora siete arrivati?
Teste Di Maggio: attorno alle tre e mezza.
AVV. COPPI: intorno alle tre e mezza.
Teste Di Maggio: penso.
AVV. COPPI: l'incontro poi sarebbe durato circa tre ore lei ha detto questa mattina.
Teste Di Maggio: due ore e mezza, tre ore, non guardavo l'orologio.
………
AVV. COPPI: tre ore, lei l'ha detto anche stamattina, tre ore, tre ore e mezza.
Teste Di Maggio: sì.
AVV. COPPI: quindi lei è arrivato a casa di Ignazio Salvo tra le tre e le tre e mezza, d'accordo?
Teste Di Maggio: sì.
Ma anche un ipotizzabile arrivo a casa di Ignazio Salvo verso le ore 15 non porta a conclusioni diverse a fronte di dichiarazioni del Di Maggio che calcolano i tempi dell’incontro in misura, come si e’ analiticamente dimostrato, piu’ spesso prossima a 3 ore che a 2 ore.
Se dunque si ritiene provato, logico e credibile, ad avviso del Collegio, che il Sensini, interessato ad intervistare il Ministro degli Esteri il piu’ presto possibile, si presento’ nella sua stanza poco dopo avere finito di tenere compagnia al Pres. Spadolini (e dunque intorno alle ore 16), l’unica conclusione possibile e’ che il 20 settembre 1987 Giulio Andreotti non poteva essere a casa di Ignazio Salvo nelle ore indicate da Baldassare Di Maggio.
Per mera completezza espositiva deve rilevarsi che anche il particolare riferito dal Sensini della presenza dinanzi alla porta della stanza dell’imputato a Villa Igiea di alcune persone della vigilanza e’ stata confermata al dibattimento proprio da alcuni dei testi che quel giorno erano impegnati nei servizi di sicurezza per la folta presenza di autorita’ in quell’albergo (Presidente del Consiglio, Presidente del Senato, Ministri).
Carmelo Palermo, in servizio alla DIGOS di Palermo ed addetto alle scorte, ha cosi’ riferito (udienza del 17 luglio 1997 pag.155):
P.M. Senta, all’hotel Villa Igiea c’era un servizio di vigilanza?
PALERMO C. A Villa Igiea? In quella occasione?
P.M. Sì.
PALERMO C. C’era un intenso servizio di vigilanza.
P.M. Qual’era il compito del personale di vigilanza? Cioè era quello di seguire tutte le personalità politiche che c’erano e vedere cosa...?
PALERMO C. Il compito del servizio di vigilanza all’interno dell’albergo, che veniva svolto addirittura dietro la porta della stanza della personalità da proteggere, è allo scopo di non fare entrare persone non autorizzate. Poi se la personalità politica usciva per andare in un’altra stanza, il poliziotto o il carabiniere di servizio non aveva nessun compito di dire "Lei dove sta andando?"
P.M. Ho capito. Nessun’altra domanda.
PRESIDENTE Prego.
AVV. BONGIORNO Rispondendo alle domande del Pubblico Ministero lei ha detto che l’entità, il numero delle persone di scorta, a quello che ho capito, dipendono dall’importanza della personalità, e questo è un fatto naturale. E proprio a titolo esemplificativo, cioè per fare un esempio, lei ha parlato del senatore Andreotti. Io le chiedo: lei sa, le risulta che proprio per il senatore Andreotti vi fosse un servizio di vigilanza fissa davanti la porta della camera del suo albergo?
PALERMO C. Sì, l’onorevole Andreotti è sempre stato, diciamo, un personaggio politico di grande rilievo, diciamo, e quindi quando veniva a Palermo aveva... godeva anche di questa vigilanza.
AVV. BONGIORNO E in particolare voglio sapere: quindi davanti la porta della sua camera dell’albergo vi era questa vigilanza fissa...
PALERMO C. In quella circostanza, poiché le personalità politiche occupavano quasi tutto il pianterreno dell’albergo, allora non c’era una persona per ogni stanza, ma, per una esigenza anche di personale, ne mettevano uno o due, diciamo, nel corridoio e guardavano tutte le stanze, diciamo...
AVV. BONGIORNO E queste persone che erano al corridoio comunque avevano la visione di tutte le stanze e di tutte le porte?
PALERMO C. Certo, certo.
AVV. BONGIORNO Quindi di questo ne è sicuro che il giorno della Festa dell'Amicizia c’era comunque del personale davanti le porte, non dico in giro per l’albergo perché già è assodato, le chiedo davanti le porte.
PALERMO C. Sì Signora.
Anche il teste Antonio Menafra in servizio alla DIGOS di Palermo, ha confermato, sia pure in termini piu’ generali, la circostanza (udienza del 17 luglio 1997 pag.148):
PRESIDENTE Senta quando voi accompagnaste quella volta il senatore Andreotti a Villa Igiea alle ore 14, voi l’avete lasciato giù o l’avete accompagnato fino alla stanza?
MENAFRA A. L’abbiamo accompagnato fino alla stanza.
PRESIDENTE Quindi l’avete visto entrare nella camera.
MENAFRA A. Sì, nel...
PRESIDENTE in quella occasione.
MENAFRA A. In quella occasione nella sua stanza, sì.
PRESIDENTE In quella occasione avete notato se c’era qualcuno dietro la porta?
MENAFRA A. Signor Presidente, non ricordo, se c’era qualcuno effettivamente là, perché c’erano tantissimi colleghi che giravano, che poi uno non sa se effettivamente era messo là alla porta di Andreotti, oppure era vigilanza nei corridoi, perché essendo quei corridoi molto lunghi e ampi, parecchi colleghi si disperdevano un po’, ecco.
Esclusa dunque la possibilita’ che l’incontro sia avvenuto il 20 settembre 1987, anche soltanto sulla base dell’assoluta e palese incompatibilita’ tra la versione del Di Maggio e quella del teste Sensini, resta da valutare se detto colloquio tra Andreotti e Riina a casa di Ignazio Salvo possa essere avvenuto in altra data.
Ma a questo punto l’analisi non puo’ che prendere atto della manifesta genericita’ e vaghezza, gia’ ampiamente esaminata ed evidenziata, dei riferimenti di natura temporale offerti dal Di Maggio che rendono pressoché impossibile individuare – contrariamente a quanto ha fatto il P.M. che si riferisce con assoluta certezza al mese di settembre del 1987 - persino il periodo o la stagione di tale presunto incontro, se non addirittura l’anno.
Ancora una volta, peraltro, si dovrebbe ipotizzare che l’imputato si e’ recato a Palermo con un volo di cui non e’ rimasta traccia documentale con il risultato – gia’ valutato in altre parti della sentenza a proposito di altri precedenti presunti incontri cui l’on.Andreotti avrebbe presenziato – che cio’ che resta una mera ipotesi dovrebbe essere trasformata in quel necessario solido riscontro che invece e’ del tutto mancante.
Ma proprio in ordine ai riscontri di carattere oggettivo che il P.M. ritiene di avere individuato e’ sufficiente rilevare (rinviando al prosieguo l’esame delle presunte convergenti dichiarazioni dei fratelli Brusca Emanuele e Brusca Enzo Salvatore) che l’accusa ha in particolare valorizzato due elementi:
Quanto alla precisa descrizione della abitazione di Ignazio Salvo e della possibilita’ di ingresso riservato tramite un ascensore interno cui si accede dal garage sotterraneo, e’ sufficiente rilevare la inconsistente valenza accusatoria e probatoria di tale elemento riguardo alle specifiche accuse mosse all’odierno imputato.
E’ stato infatti lo stesso Baldassare Di Maggio ad avere ripetutamente ammesso che egli si era gia’ recato almeno due volte a casa di Ignazio Salvo seguendo lo stesso identico percorso che egli poi descrive a proposito dell’incontro tra Andreotti e Riina, e con l’accompagnamento proprio di quel Paolo Rabito che li avrebbe asseritamente assistiti anche nell’episodio che rileva nel presente processo (udienza del 12 dicembre 1996 pag.39):
DI MAGGIO B.: TOTO' RIINA mi manda da IGNAZIO SALVO, accompagnato da MANUELE BRUSCA, e a portare una notizia, diciamo, a IGNAZIO SALVO. E allora, e mi accompagna MANUELE BRUSCA, e andiamo nella casa di IGNAZIO SALVO, che si trova vicino alla statua, in VIA LIBERTA', comunque una traversa là nei paraggi. E allora siamo andati con MANUELE BRUSCA là, e siamo... ad aspettare fuori c'era PAOLO RABITO. E... e allora siamo entrati dal ca... dal garage; dal garage siamo... tramite un'ascensore siamo arrivati all'attico. Così siamo entrati e... e ho parlato con IGNAZIO SALVO.
(udienza del 13 dicembre 1996 pag.58)
AVV. SBACCHI: nel 1986. Dopo di che... ma andiamo al primo incontro con IGNAZIO SALVO a casa di IGNAZIO SALVO per essere più chiari, i primi incontri sono ... Lei prese appuntamento con SALVO? Per andarlo a trovare che cosa pre...
DI MAGGIO B.: eh... mi ci portò MANUELE BRUSCA.
AVV. SBACCHI: ci portò BRUSCA EMANUELE. E allora mi spiega che è successo?
DI MAGGIO B.: che sia...
AVV. SBACCHI: cioè a un certo punto... racconti il fatto, per favore!
DI MAGGIO B.: eh, siamo arrivati con MANUELE BRUSCA e dove c'era qua sotto ad attenderci il RABITO, e ci ha accompagnato sopra, dove io ho parlato con IGNAZIO SALVO.
Ma gia’ nella fase delle indagini preliminari il Di Maggio aveva riferito (interrogatorio del 18 gennaio 1993) che egli era stato a casa di Ignazio Salvo con Giovanni Brusca prima ancora di tornarci con il di lui fratello Emanuele:
Io conoscevo già SALVO Ignazio, che mi era stato presentato come "uomo d’onore" da qualcuno dei BRUSCA, forse Giovanni, che avevo accompagnato a casa del SALVO, sita nei pressi della "Statua" di via Libertà. Anche in quell'occasione andai a casa del SALVO Ignazio…
E tale circostanza, dopo essere stata smentita nel presente dibattimento, e’ stata invece riproposta dal Di Maggio nel processo di Perugia (cfr. verbale dell’udienza del processo di Perugia del 13 febbraio 1998, prodotto dal P.M. ed acquisito all’udienza del 15 dicembre 1998):
P.M. dr. Cannevale: ci dice poi se ha incontrato ancora Antonino o Ignazio Salvo?
Teste Di Maggio: io poi ho incontrato diciamo Ignazio Salvo, una volta... diciamo prima... no, è stato diciamo nel periodo dopo che Giovanni Brusca aveva l'obbligo della firma, io lo incontrai insieme a Giovanni Brusca nella sua casa a Palermo, dove Giovanni Brusca in quell'occasione me l'ha presentato e dopo diciamo....
…
P.M. dr. Cannevale: e chi è... ha detto già chi glielo ha presentato così?
Teste Di Maggio: sì, Giovanni Brusca.
P.M. dr. Cannevale: questa presentazione dove è avvenuta?
Teste Di Maggio: a casa di Ignazio Salvo.
P.M. dr. Cannevale: dove lei è andato con Brusca?
Teste Di Maggio: sì.
P.M. dr. Cannevale: con quale Brusca?
Teste Di Maggio: prima ci sono andato con Giovanni Brusca e dopo ci sono andato con Emanuele Brusca.
E nel processo di Perugia il Di Maggio, a riprova dell’abitualita’ con la quale egli si era gia’ recato a casa di Ignazio Salvo, utilizzando sempre come accompagnatore proprio Paolo Rabito, che li introduceva attraverso il consueto percorso riservato, ha addirittura testualmente utilizzato le parole "di solito ci andavamo sempre di là":
Teste Di Maggio: succede che arrivo là e dopo un po' arriva Salvatore Riina insieme a Pino Sansone, il tempo di salutare a Angelo La Barbera e poi si è messo sopra la macchina a dice "andiamo". E ci siamo avviati per andare da Ignazio Salvo, ché lui mi indicava le strade per dire "prendiamo di qua, prendi di là", fino ad arrivare da Ignazio Salvo, dove diciamo non dall'ingresso principale, ma da una strada diciamo addentrare, siamo entrati di là, perché di solito ci andavamo sempre di là. Al cancello c'era diciamo Paolo Rabito, della famiglia di Salemi che ci aspettava. Così, appena ha visto che noi stavamo per arrivare ha aperto il cancello e siamo entrati nello scantinato là sotto.
Il fatto dunque che Baldassare Di Maggio era gia’ stato all’interno dell’abitazione di Ignazio Salvo per almeno due volte, accedendovi peraltro con Paolo Rabito e attraverso lo stesso percorso che poi descrivera’ a proposito del presunto incontro tra Andreotti e Riina, pone il dichiarante nelle condizioni di conoscere perfettamente la situazione dei luoghi di guisa che la descrizione che egli ne ha fatto e’ del tutto priva di rilievo rispetto all’esigenza di riscontrare le sue rivelazioni in ordine al presunto incontro riguardante specificamente l’on. Giulio Andreotti.
Ha correttamente osservato la Suprema Corte che "gli elementi descrittivi del fatto o del suo autore intrinseci alla chiamata in correita' e da essa stessa mutuati non possono, anche se positivamente verificati, costituire elementi di riscontro poiche' nulla aggiungono alla chiamata ne' la rafforzano oggettivamente e dall'esterno ma dimostrano solo la conoscenza da parte del dichiarante di particolari che, tuttavia, non avvincono l'accusato al reato" (Cfr. Cass. Sez. IV sent. n.433 del 28 marzo 1998 in tema di applicabilita' di misure cautelari personali: nella fattispecie si trattava del riconoscimento fotografico e dell'indicazione dell'abitazione).
E le stesse considerazioni ovviamente valgono anche riguardo all’indicazione del Di Maggio concernente la presenza di Paolo Rabito, ovvero della stessa persona che gia’ in precedenza lo aveva accompagnato fino all’abitazione di Ignazio Salvo.
Che il Rabito fosse solito farsi trovare in loco quando Ignazio Salvo doveva ricevere a casa esponenti dell’associazione mafiosa e’ stato riscontrato del resto con assoluta chiarezza anche dalle convergenti dichiarazioni di Giovanni Brusca e Vincenzo Sinacori che hanno entrambi confermato la suddetta circostanza, quest’ultimo precisando anche che il Rabito era persino in possesso della chiave che azionava l’ascensore interno e conduceva direttamente all’interno dell’abitazione del Salvo:
(Giovanni Brusca: udienza del 29 luglio 1997 pag.139)
P.M.: Questa casa di Ignazio SALVO era ubicata dove?
BRUSCA G.: A piazza Vittoria...
P.M.: Che piano, no, no, mi scusi, mi sono espresso male io. A che piano?
BRUSCA G.: L'ultimo piano, cioè l'attico.
P.M.: L'attico.
BRUSCA G.: Se non ricordo male è l'attico.
P.M.: Ripercorriamo un attimo questo percorso, che lei ha indicato. Ha detto c'era un cancello. Ci vuole spiegare meglio, dice si scendeva in un, che cosa ha detto?
BRUSCA G.: Questo cancello non era automatico, questo cancello era un cancello manuale, che si chiudeva, non mi ricordo, con una catena, con una cosa del genere. Al che dipende, quando c'era bisogno di parlare con Ignazio SALVO e trovavo Paolo RABITO o qualcuno dei nipoti, ci davamo appuntamento...
………
BRUSCA G.: Ma in particolar modo era quasi sempre Paolo RABITO.
P.M.: Quindi Paolo RABITO apriva questo cancello, che era...
BRUSCA G.: Avendo preso appuntamento prima, si faceva trovare dietro il cancello...
P.M.: Sì.
BRUSCA G.: Apriva la porta o entravo con la macchina o entravo a piedi, dipende come si svolgevano i fatti, scendevamo nello scantinato...
……….
P.M.: E quindi nello scantinato lei ha detto c'era un ascensore.
BRUSCA G.: Un ascensore.
(Vincenzo Sinacori: udienza del 22 aprile 1997 pag.128)
SINACORI V.: sì, PAOLO RABITO era, come ho già detto, consigliere della famiglia mafiosa di SALEMI, ed era il punto di riferimento per arrivare ai SALVO; nel senso, se uno doveva parlare con i SALVO, almeno parlo della provincia di TRAPANI, lo faceva sapere a PAOLO, e PAOLO fissava l'appuntamento;
………
P.M. NATOLI: … dico lo sperimenta personalmente che PAOLO RABITO serve per gli appuntamenti con i SALVO?
SINACORI V.: sì, sì, lo sperimento personalmente, perché io stesso ho chiesto appuntamento per incontrare i SALVO, e parlavo con lui, e lui mi fissava l'appuntamento.
……
SINACORI V.: io sono andato un paio di volte con "MASTRO CICCIO" a PALERMO dai SALVO, tramite l'appuntamento prefissato con PAOLO...
P.M. NATOLI: scusi dai SALVO, chi?
SINACORI V.: da IGNAZIO SALVO.
P.M. NATOLI: da IGNAZIO SALVO.
SINACORI V.: da IGNAZIO SALVO, mentre lui si trovava agli arresti domiciliari.
P.M. NATOLI: dove è andato a trovarlo?
SINACORI V.: io sono andato a trovarlo... ci siamo dati con PAOLO, la prima volta l'appuntamento nei pressi della "STATUA DELLA LIBERTA'", e poi lui... abbiamo girato dalla parte opposta la statua, c'era un garage, scendevamo giù, lui aveva la chiave, e c'era un ascensore personale di IGNAZIO SALVO che arrivava direttamente al suo attico, questo era un ascensore solo per... per IGNAZIO... per la "famiglia" SALVO, per IGNAZIO SALVO.
P.M. NATOLI: oh, un attimo soltanto, se ritorniamo all'appuntamento alla statua, e lei idealmente ci conduce per mano nell'appartamento di IGNAZIO SALVO...
SINACORI V.: sì.
P.M. NATOLI: ...l'appuntamento dove ve lo date e che strada fate?
SINACORI V.: ce lo diamo noi prima della statua, poi arrivando alla statua, arrivando alla statua, giriamo a destra, c'è una strada a destra, e poi nuovamente a destra, c'è una stradina, cammini un cinquanta metri, non lo so, sulla destra c'è uno scantinato, scendiamo giù, PAOLO e... in un garage...
P.M. NATOLI: in questo scanti...
SINACORI V.: ...in un garage, un garage, cioè c'è un cancello, PAOLO apre il cancello, scendiamo giù, a piedi, perché la macchina ce l'abbiamo posteggiata, PAOLO ci ha la chiave dell'ascen... di un ascensore personale di IGNAZIO SALVO, saliamo su, questo ascensore si ferma nell'attico di IGNAZIO SALVO. Facciamo l'appuntamento...
P.M. NATOLI: scusi un attimo, ha una chiave dell'ascensore?
SINACORI V.: sì.
P.M. NATOLI: l'ha vista lei questa chiave?
SINACORI V.: ho visto lui che apriva.
P.M. NATOLI: che cosa può dirci, se può dirci qualche cosa di più specifico?
SINACORI V.: posso dire che lui ha aper... ha aperto con questa chiave l'ascensore.
P.M. NATOLI: entrando nell'ascensore che cosa ha fatto?
SINACORI V.: ah, beh, siamo saliti sopra all'ultimo piano...
P.M. NATOLI: no, mi scusi, non posso farle la domanda in altri... in modo più dettagliato perché...
SINACORI V.: io...
P.M. NATOLI: ...rischierei di suggerirle la risposta. Entrati nell'ascensore lei vede qualche cosa oppure salite e basta?
SINACORI V.: io non mi ricordo.
P.M. NATOLI: come aziona l'ascensore?
SINACORI V.: io adesso non me lo ricordo come aziona l'ascensore, so che quest'ascensore era un ascensore personale di IGNAZIO SALVO, non era un ascensore dove salivano tutti, questo era un ascensore che prendeva solo lui. E arrivava so... e arrivava all'attico, dove abitava lui.
………
SINACORI V.: no, perché la... le altr... le volte successive, siccome noi già sapevamo dove... dove era questo garage, PAOLO si faceva trovare davanti al garage, noi posteggiavamo la macchina nei paraggi, e ci andavamo a piedi, e lui si faceva trovare davanti il garage, però prendevamo sempre questo ascensore personale di IGNAZIO SALVO per andare su.
……
P.M. NATOLI: oh, allora complessivamente quante volte lei va a trovare IGNAZIO SALVO, quando è agli arresti domiciliari, quante volte?
SINACORI V.: ho detto tre volte, due, cinque volte complessivamente.
………
P.M. NATOLI: ...tutte e cinque le volte vede, cioè PAOLO RABITO partecipa a questi incontri?
SINACORI V.: sì, tra...
P.M. NATOLI: se...
SINACORI V.: ...tranne l'ultima che non... non c'era, perché...
P.M. NATOLI: quindi...
SINACORI V.: ...non lo so perché non c'era.
P.M. NATOLI: ...in quattro di questi incontri...
SINACORI V.: sì.
P.M. NATOLI: ...è presente PAOLO RABITO.
Puo’ dunque convenirsi con il P.M. nell’affermare che non sussistono dubbi sul fatto che Paolo Rabito svolgesse abitualmente il compito di accompagnare gli uomini d’onore che dovevano incontrarsi con Ignazio Salvo (cfr. pag.156 Vol.X requisitoria scritta).
Da tale conclusione consegue che il Rabito era ben consapevole del fatto che, se qualcuno avesse parlato di incontri organizzati a casa di Ignazio Salvo, egli sarebbe stato sicuramente indicato come uno dei presenti.
Anche alla luce di tale considerazione va dunque esaminata la conversazione intercettata sulla utenza in uso a Scimemi Maria, madre di Paolo Rabito, alle ore 13,08 del 13 maggio 1993.
Se e’ certo, infatti, che a quella data il nome del Rabito era ancora ignoto essendo coperto da omissis nei verbali per lo svolgimento delle indagini dirette alla sua individuazione, e’ del pari certo che, dopo l’inoltro al Senato a fine marzo del 1993, da parte della Procura della Repubblica di Palermo, della richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del Sen. Giulio Andreotti e l’ulteriore invio delle due integrazioni alla suddetta richiesta (a seguito delle nuove dichiarazioni, nel volgere di pochi giorni – dal 3 al 13 aprile 1993 - di Tommaso Buscetta, Francesco Marino Mannoia e dello stesso Baldassare Di Maggio), l’opinione pubblica era stata notiziata ampiamente dai mass-media sul contenuto delle accuse mosse all’imputato ed in particolare sul presunto incontro con Salvatore Riina a casa di Ignazio Salvo cui il Di Maggio asseriva di avere personalmente partecipato.
Non vi puo’ essere dubbio alcuno quindi sul fatto che Paolo Rabito avesse immediatamente compreso, dopo la collaborazione del Di Maggio che parlava di incontri a casa di Ignazio Salvo, dei quali il Rabito era solito occuparsi, che egli sarebbe stato (come in effetti fu) chiamato in causa dal Di Maggio il quale peraltro ben sapeva che egli era associato a Cosa Nostra.
Giova infatti rammentare che Paolo Rabito, proprio a seguito della chiamata in correita’ di Baldassare Di Maggio, e’ stato ritenuto responsabile del delitto di cui all’art.416 bis c.p. e condannato alla pena di anni cinque e mesi quattro di reclusione con sentenza della Corte di Appello di Palermo del 3 aprile 1997, divenuta irrevocabile il 18 febbraio 1998 (la sentenza e’ stata acquisita in copia all’udienza del 9 giugno 1998).
Proprio la sua ormai acclarata affiliazione a Cosa Nostra spiega la condotta palesemente reticente assunta dal Rabito nel corso del presente processo, ispirata al vincolo di omerta’ che lo lega al sodalizio mafioso, e spinta sino al punto di negare anche l’evidenza dei fatti addebitatigli.
Era pertanto prevedibile che il Rabito negasse tutto escludendo persino di conoscere Baldassare Di Maggio ovvero colui che lo accusava direttamente di essere un uomo d’onore della famiglia di Salemi.
Ma egli era ben consapevole che proprio dalle rivelazioni del Di Maggio sarebbe scaturita – come in effetti avvenne - l’accusa a suo carico di appartenere a Cosa Nostra.
Per quanto riguarda specificamente l’episodio in esame giova evidenziare che alle ore 13,08 del 13 maggio 1993 venne intercettata una conversazione telefonica intervenuta tra il Rabito e la di lui madre Scimemi Maria del seguente tenore (cfr. perizia di trascrizione acquisita all’udienza del 18 novembre 1997; nella relazione e’ riportato a fronte anche il testo originale della conversazione in dialetto siciliano):
M - Pronto
P – Uhe, ma’...
M – Uh, Paolo si, tu sei?... l'hai sentito il Telegiornale, mih?
P – No..
M – Se pareva, ti chiamavo, vai, vai, vai, ora lo vedi al secondo… al primo...
P – C’è nel primo è?
M - Si, si è al pri.. dissero al secondo, ora lo guardiamo al primo nel telegiornale..vai, vai..
P - Va beh, ti saluto !
M - stai bene?
P - Si, si !
M – Eh, benissimo….
P - Ciao
M - Ciao, benedetto.
Il fatto che il Rabito avesse subito compreso, sebbene la Scimemi neppure lo avesse accennato al figlio, il contenuto del servizio televisivo che tanto interessava entrambi, rendeva essenziale accertare di cosa si fosse occupato quel giorno e a quell’ora il telegiornale.
Si e’ potuto dunque stabilire che quel 13 maggio 1993 il telegiornale del secondo canale nazionale aveva trasmesso, tra le ore 13.00.53 e le ore 13.07.46, un ampio servizio dedicato alla discussione in corso al Senato sulla richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del Sen.Andreotti.
La difesa dell’imputato ha adombrato la possibilita’ che l’interesse dei due interlocutori fosse invece focalizzato sul secondo servizio televisivo di quel giorno, dedicato ad una serie di arresti operati nel nisseno (operazione cd. "Leopardo"), ma tale ipotesi interpretativa (peraltro neanche accennata dagli interessati) e’ smentita inequivocabilmente dall’esito della perizia disposta al dibattimento da cui si evince che la notizia relativa alla suddetta operazione ebbe inizio alle ore 13.08.11 e termine alle ore 13 ottobre 19.
Il fatto che la madre del Rabito – nel contesto di una conversazione terminata alle ore 13.09.29 - accennasse al figlio ad una notizia gia’ "detta" che lui avrebbe potuto risentire al telegiornale del primo canale televisivo ("l’hai sentito il telegiornale? …. Dissero al secondo, ora lo guardiamo al primo nel telegiornale") dimostra incontestabilmente che il relativo servizio era gia’ concluso (quello relativo al Sen.Andreotti ebbe termine infatti alle ore 13.07.46), laddove quello sull’operazione Leopardo era invece ancora in corso (fino alle ore 13 ottobre 19).
Accertato quindi che il servizio televisivo cui entrambi si riferivano era quello riguardante la discussione in corso al Senato sulla richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dell’imputato, deve stabilirsi quale valutazione trarne ai fini del tema di prova in esame.
Ne’ il Rabito ne’ la Scimemi hanno spiegato il senso di quella conversazione e quindi il motivo di quel particolare interesse per il servizio televisivo manifestato nel corso del suddetto colloquio telefonico, trincerandosi dietro la mancanza di qualsivoglia ricordo sul punto.
Il Rabito e’ giunto ad affermare al dibattimento che quel giorno egli non era neppure a casa e chiamo’ la madre dal suo telefono cellulare, circostanza questa che egli aveva taciuto nel corso delle indagini preliminari.
Si aggiunga che il Rabito all’udienza del 18 giugno 1998 ha altresi’ affermato che egli non aveva mai seguito le notizie giornalistiche relative alle accuse del Di Maggio in generale e nei confronti del Sen.Andreotti in particolare.
Il P.M. sul punto ha contestato al Rabito le divergenti dichiarazioni rese nella fase delle indagini preliminari nella parte in cui egli aveva invece affermato di avere sentito parlare del Di Maggio e di quanto egli rivelava all’A.G. ma di essersene disinteressato in quanto non lo conosceva ed non aveva neppure immaginato che potesse essere coinvolto dalle sue accuse.
La palese falsita’ di tali affermazioni e’ inequivocabilmente dimostrata proprio dalla condanna irrevocabile che egli ha subito principalmente sulla base delle accuse mossegli appunto da Baldassare Di Maggio.
Cio’ invero dimostra che egli, sin dal primo momento in cui si ebbe notizia della collaborazione del Di Maggio con gli inquirenti, ben sapeva che sarebbe stato attinto dalle sue accuse, anche e proprio con riferimento al ruolo di accompagnatore a casa di Ignazio Salvo, svolto ripetutamente in favore di numerosi esponenti mafiosi tra i quali lo stesso Baldassare Di Maggio.
Ed e’ quanto mai significativo che proprio dopo che si ebbe notizia dell’inizio della collaborazione del Di Maggio, il Rabito lascio’ la Sicilia recandosi nel nord Italia per asseriti motivi di lavoro in ordine ai quali la mera lettura delle dichiarazioni ne evidenzia la palese inverosimiglianza (udienza del 18 giugno 1998 pag.1987):
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi, dagli atti risulta che lei in effetti era stato invitato a presentarsi per rendere interrogatorio nella qualità di persona indagata per il reato che poi le è stato contestato…
RABITO PAOLO:
Sì.
PUBBLICO MINISTERO:
…con un invito del 9 giugno ’93 a presentarsi presso gli uffici della Procura per il giorno 18 giugno 1993; è questo, voglio dire, l’episodio a lui… ehm… a cui ha fatto riferimento? Cioè, era stato già invitato a presentarsi…
RABITO PAOLO:
Sì, mi avevano…
PUBBLICO MINISTERO:
…e siccome stava male ha chiesto un differimento…
RABITO PAOLO:
Un differimento di tempo, ecco, sì.
PUBBLICO MINISTERO:
E prima di tornare in Sicilia lei dov’era stato?
RABITO PAOLO:
Era stato a casa di mio fratello, che ci ho un fratello…
PUBBLICO MINISTERO:
Dove, dove?
RABITO PAOLO:
…che abitava a Varese.
PUBBLICO MINISTERO:
A Varese.
RABITO PAOLO:
Varese.
PUBBLICO MINISTERO:
Ma da quanto tempo stava, diciamo, fuori dal suo paese che è Salemi?
RABITO PAOLO:
Io? Da un po’ di tempo.
PUBBLICO MINISTERO:
Quanto?
RABITO PAOLO:
Ricordo a intervalli, perché andavo e scendevo pure giù… per Pasqua ero a casa, per dire… sarò potuto stare fuori un 3 – 4 mesi.
PUBBLICO MINISTERO:
3 – 4 mesi.
RABITO PAOLO:
3, 4, 5, non lo ricordo onestamente.
PUBBLICO MINISTERO:
Anche 5?
RABITO PAOLO:
Anche 5, non lo ricordo.
PUBBLICO MINISTERO:
Ma lei la…
RABITO PAOLO:
Ero libero cittadino, credo che potevo girare.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei lavorava al nord?
RABITO PAOLO:
No, andavo lì perché volevo andare… andarmi a cercare un lavoro, perché qui non c’era più lavoro, per me non era più soddisfacente il lavoro che facevo e volevo trasferirmi al nord per andare a lavorare.
PUBBLICO MINISTERO:
Ho capito, e con chi è entrato in contatto per cercare questo lavoro?
RABITO PAOLO:
Sono entrato, come ho detto pure, con un signore che aveva una rive… vendeva automobili. Non so preci… non ho saputo allora precisare la strada, perché non sono di Milano, non la ricordo, però è anche… a oggi se ci dovessi andare non la troverei neanche, perché non lo ricordo più.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi lei è stato 5 mesi per cercare un lavoro e in questi 5 mesi ha avuto un rapporto con una persona che vendeva automobili…
RABITO PAOLO:
Cioè rapporti per… proprio per…
PUBBLICO MINISTERO:
Per stabilire un rapporto di…
RABITO PAOLO:
Per stabili… perché poi quando uno cerca un lavoro va a chiedere e cerca…
PUBBLICO MINISTERO:
E quante volte l’ha incontrata questa persona?
RABITO PAOLO:
Come?
PUBBLICO MINISTERO:
Quante volte l’ha incontrata questa persona con la… che le doveva dare un lavoro?
RABITO PAOLO:
Questo signore…
PUBBLICO MINISTERO:
Eh.
RABITO PAOLO:
…qua che dico io? Ma penso un paio di volte.
PUBBLICO MINISTERO:
Un paio di volte.
RABITO PAOLO:
Sì.
PUBBLICO MINISTERO:
Però non si ricorda come si chiama…
RABITO PAOLO:
No, no, assolutamente.
PUBBLICO MINISTERO:
…né sarebbe in grado di indicare dove si trova questa…
RABITO PAOLO:
No, no.
PUBBLICO MINISTERO:
…questo concessionario…
RABITO PAOLO:
No, no…
PUBBLICO MINISTERO:
…questo ufficio?
RABITO PAOLO:
…perché io non lo ritengo oltretutto neanche tanto importante.
PUBBLICO MINISTERO:
Ma quello che lei ritiene non importa. Io le sto chiedendo…
PRESIDENTE:
No, lasci stare quello che ritiene.
RABITO PAOLO:
Sì.
PUBBLICO MINISTERO:
…se lei…
PRESIDENTE:
Per questo non l’ha detto?
RABITO PAOLO:
No, a noi… non mi posso ricordare perché non è che potevo pensare che oggi dovevo rispondere di questa cosa, altrimenti me lo sarei scritto, ecco.
PUBBLICO MINISTERO:
Ma quindi quando lei ci doveva andare come ci andava, mi scusi?
RABITO PAOLO:
Come ci andavo?
PUBBLICO MINISTERO:
Eh, che cosa faceva? Aveva un indirizzo, sapeva dove andare?
RABITO PAOLO:
Ora glielo dico io, perché lì a Milano c’è un giornale che si chiama "Seconda Mano".
PUBBLICO MINISTERO:
Eh.
PRESIDENTE:
Come si chiama?
RABITO PAOLO:
"Seconda Mano", "Seconda Mano", un giornale di annunzi economici; ho visto questa inserzione qui e sono andato da questo signore, la prima volta per vedere che cosa trattavasi e la seconda volta per vedere se effettivamente poteva… si poteva fare qualcosa. Era un rivenditore di automobili. Quando ho sentito la cifra, che erano cifre astronomiche ho lasciato perdere, tutto lì.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi lei in questi 5 mesi… la sua ricerca di lavoro è consistita in questo che ha raccontato.
E’ indubbio quindi che il Rabito si allontano’ da Salemi proprio in concomitanza alle rivelazioni del Di Maggio non gia’ per improbabili ragioni di lavoro, bensi’ perche’ consapevole del fatto che sarebbe stato coinvolto dalle sue accuse.
Se dunque egli manifesto’ interesse per quel servizio televisivo che riguardava il caso dell’odierno imputato a carico del quale l’accusa principale, proveniente proprio da Di Maggio, era quella di avere incontrato Salvatore Riina a casa di Ignazio Salvo, il contenuto di quella telefonata dimostra, come ha ritenuto l’accusa, che era consapevole che in quell’incontro era coinvolto in prima persona.
Egli sapeva che il racconto di un incontro avvenuto a casa di Ignazio Salvo con le modalita’ descritte dal Di Maggio (accesso diretto all’abitazione da un ascensore interno) non poteva che vederlo coinvolto avendo egli sempre svolto questa funzione in occasione di precedenti incontri di quel tipo cui lo stesso Di Maggio (e numerosi altri esponenti di Cosa Nostra come Brusca Giovanni e Sinacori Vincenzo) aveva partecipato.
Da qui l’interesse per dichiarazioni che lo avrebbero coinvolto in quanto proprio esso Rabito era il consueto tramite di quel tipo di incontri.
Era infatti prevedibile, tra gli uomini d’onore e soprattutto per il Rabito, infatti, che il Di Maggio, riferendo su un incontro a casa di Ignazio Salvo, lo chiamasse in causa per spiegare l’insolito e poco noto percorso seguito per accedere all’abitazione, percorso che il Di Maggio aveva realmente fatto proprio con Paolo Rabito in occasioni precedenti.
Si trattava di una vicenda che, al di la’ del noto uomo politico, avrebbe coinvolto, come in effetti poi avvenne, proprio Paolo Rabito.
Il valore indiziario della suddetta conversazione telefonica, tuttavia, non e’ comunque idoneo a colmare le già esposte rilevanti carenze dell’accusa che pertanto continua a restare priva di validi riscontri.
Anche alla luce di tale carenza di riscontri oggettivi deve allora ritenersi che, esclusa la principale tesi accusatoria della collocazione dell’incontro tra Andreotti e Riina nel pomeriggio del 20 settembre 1987, risulta priva di un adeguato ed univoco supporto probatorio anche la ipotesi, proposta in via subordinata, dal P.M. di una collocazione alternativa del suddetto incontro in un giorno imprecisato del settembre del 1987.
Al di la’ infatti dell’altalenante sequenza di indicazioni temporali fornite dal Di Maggio, che fanno dubitare non solo del mese e della stagione (il Di Maggio ha parlato anche di "fine primavera" e di periodo anteriore alle elezioni del giugno 1987), ma in alcuni passaggi persino della esatta individuazione dell’anno 1987 (si rammenti il riferimento all’omicidio Dragotto del settembre del 1988), non puo’ sicuramente ritenersi provato il presunto riferito incontro sulla base delle isolate e contraddittorie dichiarazioni di un soggetto la cui inattendibilita’ intrinseca, non solo nei riferimenti di natura temporale e cronologica, e’ gia’ stata ampiamente evidenziata.
Baldassare Di Maggio è risultato un soggetto che ha ammesso di avere avuto propositi calunniosi; che ha dimostrato ampiamente di sapere mentire – e lo ha fatto ripetutamente anche dinanzi a questo Tribunale accreditando di se’ l’immagine di persona ormai lontana dal crimine e dal suo ambiente mentre nello stesso periodo della sua deposizione era gia’ coinvolto nella ripresa di plurime e gravi attivita’ criminose proprio a San Giuseppe Jato suo paese d’origine e centro dei suoi illeciti interessi – ed ha svolto attiva e proficua opera di inquinamento processuale riuscendo a coinvolgere altri due collaboratori (La Barbera Gioacchino e Di Matteo Mario Santo) nell’ "aggiustamento" di un processo che coinvolgeva un suo correo, Maniscalco Giuseppe, assolto soltanto in ragione della concertata deposizione dei tre in suo favore.
E tale inquinamento processuale era diretto proprio allo scopo, poi realizzato, di conseguire l’assoluzione e la scarcerazione del Maniscalco in vista del suo inserimento in quella cosca mafiosa che il Di Maggio aveva ricostituito e del suo coinvolgimento in gravissimi atti criminosi, tra i quali anche omicidi, che il Maniscalco stesso, tratto in arresto, ha infine confessato.
Giova peraltro evidenziare che lo stesso Di Maggio, a prescindere dalle presunte pressioni (di cui appresso ci si occupera’) operate nei suoi confronti per ottenerne la ritrattazione, aveva persino ipotizzato di utilizzare le dichiarazioni accusatorie gia’ rese a carico del Sen. Giulio Andreotti come una sorta di "salvacondotto" a garanzia dell’impunita’ per i gravissimi delitti che egli aveva ripreso a commettere approfittando della riacquistata liberta’ seguita alla sua collaborazione.
A piu’ soggetti il Di Maggio infatti manifesto’ l’intenzione di ritrattare le sue dichiarazioni a carico del Sen. Andreotti e di accusare calunniosamente i pubblici ministeri del presente processo nell’ipotesi in cui fosse stato oggetto di provvedimenti restrittivi a causa delle nuove attivita’ delittuose poste in essere.
Gioacchino La Barbera ha infatti riferito di avere prospettato nell’agosto del 1997 al Di Maggio le gravi conseguenze di carattere giudiziario cui si esponeva a causa delle sue rinnovate attivita’ criminali, ma questi gli aveva replicato che non poteva succedergli nulla in quanto, se lo avessero arrestato, egli avrebbe "portato" con se’ "due o tre pubblici ministeri del processo Andreotti" (udienza del 17 febbraio 1998):
"A quel punto gli ho detto ma Balduccio, ma che cosa stai combinando? Ma lo sai – gli ho detto – a che cosa vai incontro? Lui per risposta mi ha detto no, dice, io sono tranquillo, tanto non mi succede niente. Ci dissi ma come a dire una cosa del genere? Che se ritorni in galera, butti…buttano la chiave…Dice no, se vado a finire io in galera, assieme a me porto due o tre P.M. del processo ANDREOTTI. Ho detto ma come fai a dire una cosa del genere? Dice ho dato dei documenti a un professionista che è collegato con il Senatore ANDREOTTI, con persone che possono arrivare ad ANDREOTTI, se toccano a me – dice – arrestano due o tre P.M……In questi documenti che aveva dato a questo professionista, dice che c’era scritto che tutto quello che aveva detto sul bacio ANDREOTTI – Totò RIINA si era inventato tutto, anzi che i P.M. di questo processo gli avevano suggerito quello che dire."
Anche Angelo Siino ha confermato che Di Maggio gli aveva confidato di non temere alcunche’ in quanto l’autorita’ giudiziaria non avrebbe fatto nulla nei suoi confronti (udienza del 7 aprile 1998):
SIINO ANGELO
A Pisa, quando abbiamo avuto il primo incontro, quando io gli ho detto "Ma, tu stai organizzando questa nuova cosa, stai organizzando questo nuovo gruppo, ma non ti spaventi che ti scoprano? Ma che testa di cavolo sei! Ma stai... sei veramente... ti stai pregiudicando la tua vita, la tua situazione!"
AVVOCATO BONGIORNO
Esatto
SIINO ANGELO
"Un ti scantari, ca haiu i cani attaccati"
……
AVVOCATO BONGIORNO
… E ci può spiegare cosa significa avere i cani attaccati, in siciliano?
SIINO ANGELO
Si: praticamente uno chi avi i cani attaccati, non ha timori, perché i cani sciolti mordono, i cani attaccati sono... generalmente non hanno... non sono aggressivi
AVVOCATO BONGIORNO
Esatto, si. Quindi che godeva di una certa immunità, è questo il concetto?
SIINO ANGELO
Certamente, cioè praticamente non c’era nessuno che gli avrebbe potuto dare dei morsi.
………
SIINO ANGELO
Questa... chiaramente che è successiva, devo dire che i cani attaccati è un modo di dire "Sangiusipparo chianioto"
AVVOCATO BONGIORNO
Quindi...
SIINO ANGELO
Quando si vuole dire che uno è coperto, quando si vuole dire che ha alle spalle un retroterra che garantisca qualcuno, in questa maniera... mafiosamente, dal punto di vista... da qualsiasi punto di vista, in questo punto di vista si dice "haiu i cani attaccati".
E’ stato peraltro lo stesso Di Maggio ad ammettere al dibattimento (udienze del 27 e 28 gennaio 1998) di avere detto a suo padre nel settembre del 1997 – dunque meno di un mese prima del suo nuovo arresto – che avrebbe ritrattato le accuse e calunniato i pubblici ministeri del presente processo nel caso in cui avessero proseguito le indagini nei confronti del di lui figlio sospettato per un omicidio.
Ed ha altresi’ ammesso di averne parlato anche al proprio difensore (udienza del 28 gennaio 1998):
AVV. COPPI: lei ha mai detto a suo padre, che se non fosse cessata l'attività giudiziaria nei confronti di suo figlio, lei avrebbe fatto scoppiare un bordello, e che avrebbe quindi ehm... esercitato ricatto nei confronti della Procura della Repubblica di PALERMO?
DI MAGGIO B.: sì, qualcosa l'ho detto, così.
AVV. COPPI: ma lei ha... usato l'espressione "farò scoppiare un bordello"?
DI MAGGIO B.: più o meno, penso di sì.
AVV. COPPI: ecco, qual era il bordello, che lei intendeva fare scoppiare?
DI MAGGIO B.: mah, ehm... in un momento di rabbia, ehm... poteva essere ricattare la Procura di PALERMO.
AVV. COPPI: ricattarla nel senso che ha già detto, questa mattina?
DI MAGGIO B.: sì, sì.
AVV. COPPI: lo vuole precisare di nuovo, per cortesia?
DI MAGGIO B.: di... fare saltare il Processo ANDREOTTI.
AVV. COPPI: che cosa vuol dire "far saltare il Processo ANDREOTTI"?
DI MAGGIO B.: che erano loro che mi avevano ehm... invitato a dire tutta questa storia.
AVV. COPPI: naturalmente invece era falso, tutto ciò?
DI MAGGIO B.: certo!
……
AVV. COPPI: e allora... comunque la domanda è questa: lei ha dato incarico ad un Avvocato di prendere contatti con la Procura della Repubblica di PALERMO...
DI MAGGIO B.: no...
AVV. COPPI: ...per avvertire che sarebbe successo un'ira di Dio, se non l'avessero smessa con suo figlio?
DI MAGGIO B.: io ho parlato con l'Avvocato mio, con l'Avvocato POLL... dirgli di finirla ehm...
……
AVV. COPPI: e che cosa ha detto all'Avvocato?
DI MAGGIO B.: ehm... dico... di finire su mio figlio, perché mio figlio non c'entra in questa storia, altrimenti faccio succedere un bordello. Questo è stato il discorso.
AVV. COPPI: e a chi lo doveva dire questo Avvocato, di farla finire con suo figlio?
DI MAGGIO B.: di telefonare alla Procura di PALERMO, per vedere cosa c'era su mio figlio.
AVV. COPPI: no, che cosa c'era su suo figlio?! Lei ha detto poc'anzi... ha detto all'Avvocato di dire alla Procura che se la dovevano finire, non di prendere notizie su suo figlio, perché lei le notizie già ce l'aveva!
DI MAGGIO B.: sì, però...
AVV. COPPI: quindi, lei conferma di aver detto al suo Avvocato di andare in Procura o di prendere contatti con la Procura e dirgli di farla finita con suo figlio?
DI MAGGIO B.: sì, sì.
……
AVV. COPPI: no, scusi, non mi ha risposto a tono. Io le chiedo questo: abbiamo appreso pochi secondi fa, che lei ha dato un incarico al suo Avvocato dell'epoca di prendere contatti con la Procura, minacciando la Procura di fare uno scandalo se non avesse smesso di perseguire suo figlio, d'accordo?
DI MAGGIO B.: sì.
AVV. COPPI: questo lei ha detto...
DI MAGGIO B.: sì.
Tutte le superiori considerazioni in ordine alla inattendibilita’ intrinseca del racconto del Di Maggio, pieno di palesi contrasti e reiterate contraddizioni, ed alla carenza di adeguati ed univoci riscontri oggettivi, inducono pertanto a concludere che il fatto posto a fondamento dell’accusa (incontro tra Andreotti e Riina) non è stato sufficientemente provato.
Le dichiarazioni di Brusca Emanuele e di Brusca Enzo Salvatore, infatti, non possono ritenersi quel riscontro alle accuse del Di Maggio che il P.M. ritiene di avere rinvenuto per le analitiche ragioni che saranno evidenziate nella successiva parte della sentenza.