§ 4 – Le dichiarazioni di Gioacchino La Barbera, Antonio Calvaruso e Tullio Cannella.
Ne’ un siffatto indefinito quadro probatorio, ricco solo di reiterati contrasti, versioni differenti e divergenze insanabili, puo’ ritenersi colmato dalla sopravvenuta dichiarazione di Gioacchino La Barbera, collaboratore di giustizia, gia’ sentito nel presente dibattimento alle udienze del 27 giugno e 9 luglio 1996, e nuovamente esaminato il 17 febbraio 1998.
In tale ultima occasione il La Barbera, che nell’ottobre precedente era stato tratto in arresto perche’ coinvolto nei nuovi progetti criminosi posti in essere da Baldassare Di Maggio, con il quale aveva da tempo ripreso i contatti, ha tra l’altro riferito che il Di Maggio gli aveva ricordato di un incontro tra loro avvenuto ad Altofonte proprio il giorno in cui stava andando da Salvatore Riina per l’appuntamento con Andreotti o per organizzare l’incontro (udienza del 17 febbraio 1998 pag.44):
LA BARBERA G.: Che dopo mi sono ricordato, quando lui mi ha fatto presente che un giorno, passando da Altofonte, che era vestito particolarmente elegante, che lui usava sempre andare in giro in…vestito sportivo, mi ha ricordato un giorno che eravamo io e lui da soli, che quel giorno quando è passato da Altofonte vestito elegante particolarmente, mi ha…confermato che quel giorno stava andando all’appuntamento con Totò RIINA con l’incontro che c’era stato con il Senatore ANDREOTTI
La prima affermazione del La Barbera dunque sembra fare riferimento al fatto che l’incontro con Di Maggio sarebbe avvenuto proprio il giorno in cui quest’ultimo si era poi recato con Riina a casa di Ignazio Salvo incontrandovi Andreotti.
Ma il P.M. procedeva subito ad una contestazione sul punto evidenziando come nella fase delle indagini preliminari il La Barbera avesse collegato quell’incontro con Di Maggio ad un momento precedente nel quale questi con il Riina doveva ancora organizzare l’incontro:
P.M.: Senta, facciamo una precisazione, il 15 ottobre 97, vale come contestazione, lei su questo punto…ha raccontato questo episodio, però ha detto: "Ti ricordi che io ti dissi che avevo un appuntamento con lo zio, era proprio la volta che si doveva organizzare l’incontro con ANDREOTTI", cioè lei non ha detto il 15 ottobre 97 che DI MAGGIO le disse ti ricordi la volta che mi hai incontrato ed ero elegante, è il giorno in cui ci siamo incontrati con RIINA e ANDREOTTI, lei ha dichiarato il 15 ottobre del 97 che DI MAGGIO le disse ti ricordi quel giorno che mi hai incontrato elegante, era il giorno che si doveva organizzare l’incontro con ANDREOTTI. Sono stato chiaro?
LA BARBERA G.: Sì, sì, chiarissimo….
P.M.: Ecco, quale conferma….
LA BARBERA G.: No, no…
P.M.: La dichiarazione del 15….ottobre o quella di stamattina?
LA BARBERA G.: No, no, confermo quella del 15 ottobre, che lui mi ha detto che quel giorno che è passato da Altofonte, stava organizzando…stava organizzando appunto l’appuntamento che doveva avvenire tra il Senatore ANDREOTTI e Totò RIINA….
Orbene, cio’ sarebbe gia’ sufficiente a dimostrare come il fatto riferito dal La Barbera – che asserisce di averlo appreso dal Di Maggio – non sia vero, in quanto proprio quest’ultimo nel corso delle sue numerose dichiarazioni non ha mai parlato di pregressi contatti con Riina per organizzare l’appuntamento a casa di Ignazio Salvo con Andreotti, ne’ si comprende la ragione per la quale il Di Maggio avrebbe dovuto vestirsi insolitamente elegante solo per uno dei numerosi e consueti incontri che egli aveva con il Riina:
P.M.: Senta, e DI MAGGIO le ricordò come era vestito?
LA BARBERA G.: Mi ha detto che….e io poi mi sono ricordato, quel giorno che era passato da Altofonte, che era vestito particolarmente elegante, che non era solito lui vestire così, mi ha fatto questa precisazione
P.M.: Si ricorda come era vestito quel giorno?
LA BARBERA G.: Sì, sì, quel giorno aveva un pantolone blu, era vestito con una camicia di seta…e, se non mi ricordo male, aveva un giubbino di renna…
P.M.: E quando quindi DI MAGGIO le ha ravvivato questo ricordo, lei effettivamente si è ricordato di questo episodio?
LA BARBERA G.: Sì, sì, mi sono ricordato appunto perchè non era solito vestirsi elegante….
La dimostrazione della infondatezza dell’episodio riferito dal La Barbera e’ offerta dal rilievo che lo stesso Di Maggio, il giorno in cui avrebbe accompagnato Riina all’incontro con Andreotti, in realta’, secondo la sua stessa versione, venne convocato senza sapere cosa sarebbe accaduto quel giorno e con l’unica indicazione di vestirsi elegante.
Fu proprio Riina Salvatore, e solo quel giorno stesso, a dirgli che essi dovevano andare a casa di Ignazio Salvo ove poi sarebbe avvenuto l’incontro con l’imputato:
P.M. SCARPIN.: vuole raccontare che successe?
DI MAGGIO B.: successe che un giorno viene all'officina a chiamarmi ANGELO LA BARBERA, dicendo di... un giorno... e non ricordo che giorno era, nel primo pomeriggio, verso le due, due e mezza, dice: "devi prendere la macchina, devi venire là, al pollaio", che sarebbe dietro la CASA DEL SOLE. E così dice, "però devi venire pulito, vestito ben pulito". E allora io quel giorno, vestito pulito, vado là, arrivo prima nel pollaio, aspetto; nel frattempo arriva TOTO' RIINA e PINO SANSONE. Così SALVATORE RIINA si mette sopra la macchina con me e ci siamo avviati; e mi ha detto, dice: "dobbiamo andare nella casa di IGNAZIO SALVO". E così siamo andati nella casa di IGNAZIO SALVO.
E nel corso del successivo esame del 28 gennaio 1998 il Di Maggio ha esplicitamente confermato tale fatto:
AVV. COPPI: …Lei mi pare ha detto prima che non era stato avvertito comunque che a quell'incontro avrebbe dovuto partecipare il Senatore ANDREOTTI, ho capito bene?
DI MAGGIO B.: sì.
Dunque il Di Maggio non ha mai parlato di riunioni preliminari con Riina nei quali si doveva organizzare l’incontro con Andreotti ed alle quali egli avrebbe dovuto peraltro recarsi vestito in maniera elegante.
Peraltro non poche perplessita’ sollevano le dichiarazioni del La Barbera anche nel riferimento all’epoca in cui questo presunto incontro con Di Maggio sarebbe avvenuto se si considera che nel corso delle indagini egli non era stato neppure in condizione di indicare l’anno mentre al dibattimento la collocazione temporale dell’episodio diviene precisa e coincidente con la tesi dell’accusa (fine settembre 1987):
P.M.: Ho capito. Si ricorda il periodo di questo incontro con DI MAGGIO vestito in modo particolarmente elegante?
LA BARBERA G.: Ma mi ricordo che era uno…fine estate, una delle ultime volte, perchè dopo qualche anno siamo stati accantonati, era fine estate 87….
………
AVV. COPPI: Lei su questo punto è stato interrogato già altre volte e le è stato chiesto già una volta di precisare la data di questo incontro; questa mattina lei ha detto che tutto questo sarebbe avvenuto nel 1987….nella fine dell'estate del 1987, lei se lo è ricordato oggi per la prima volta?
LA BARBERA G.: Me lo son ricordato perché è stata una delle ultime volte che ci siamo frequentati anche come…lui mandamento e io reggente della famiglia di Altofonte, è stato nell'ultimo periodo…
AVV. COPPI: Guardi, il riferimento alla reggenza lei lo ha già fatto, oggi lei ha dato una data precisa, cioè mentre per il passato lei ha detto che non era in grado di ricordare l'anno, non era neanche in grado di ricordare la stagione, oggi è stato di una precisione categorica, ha parlato di fine estate del 1987
LA BARBERA G.: Sì, avvocato, per il semplice fatto che è stato uno degli ultimi periodi che avevamo, tra me e DI MAGGIO, a che fare appunto io per il fatto della reggenza della famiglia di Altofonte e lui…perché ci vedevamo soltanto in queste occasioni, è stata una delle ultime volte che ci siamo visti
AVV. COPPI: Comunque siamo d'accordo che se lo è ricordato oggi per la prima volta, che è ad ottobre del 1997, cioè pochi mesi fa, non era invece in grado di precisare con tanta esattezza mese ed anno?
LA BARBERA G.: Sì, perché subito dopo siamo messi…siamo stati messi da parte io e lui…
AVV. COPPI: Da parte come reggenti, no? Ho capito bene, da Parte come reggenti?
LA BARBERA G.: Come reggenza, io della famiglia di Altofonte e lui come mandamento
AVV. COPPI: L'unica cosa…l'unica cosa su cui mi permetto di insistere, con il permesso del Presidente, è questo, che questi riferimenti alla reggenza ecc., lei li aveva già fatto nel passato, come mai solo oggi i riferimenti alla reggenza le consentono di parlare di fine estate del 1987, come mai scatta soltanto adesso? Anche perchè, vede, quando in sede di confronto avete parlato di queste date, lei addirittura parla dell'88 per esempio…vede? Quando il Pubblico Ministero la sollecita, sollecita lei e DI MAGGIO a cercare di chiarire il periodo, quindi rivolgendosi a entrambi ,dice, Pubblico Ministero: però cerchi per piacere di farlo, cioè di ricordare la data ecc.; LA BARBERA: dall'85 a quando ci siamo visti poi che anno…che a te ti hanno tolto il mandamento e a me…che periodo? DI MAGGIO: - suggerisce DI MAGGIO – 88 – 89…89; LA BARBERA: prima dell'89; DI MAGGIO: allora 87? Lei: 88….già non c'eravamo più noi, almeno questa me la ricordo, che è uscito Nino GIOE o GIOE' ecc. ecc.. Quindi, vede, si continua a ruotare intorno a questo fatto….si continua a ruotare però non si riesce a precisare estate 87, quindi si ondeggia fra l'85, 86…87…anche l'87 è ricompreso, però senza la possibilità di una puntualizzazione; e qui volevo sapere se lei ci sa spiegare le ragioni per le quali, pur avendo ben presenti tutti questi dati di riferimento, solo questa mattina si ricorda fine estate del 1987?
LA BARBERA G.: Io sono arrivato a questa conclusione, perché mi sono ricordato bene che la fine dell'87 già ci continuavano un pò a prendere in giro, perché già c'era Giovanni BRUSCA che cominciava a comandare nel mandamento; ho detto all'inizio dell'88 e sono arrivato a questa conclusione, perchè aveva un abbigliamento…certamente…quasi estivo, ho detto settembre 87, poteva essere pure ottobre, poteva essere agosto, perché aveva un abbigliamento strettamente estivo….il particolare di quando è passato da Altofonte.
Ma ove le superiori considerazioni non fossero sufficienti a ritenere non credibile l’episodio riferito dal La Barbera, peraltro sollecitato in questo suo asserito ricordo dallo stesso Di Maggio, e’ sufficiente rilevare che proprio quest’ultimo lo ha smentito categoricamente al dibattimento (udienza del 27 gennaio 1998 pagg.29 e 36):
P.M. LO FORTE: durante il periodo della sua collaborazione lei ha avuto rapporti con GIOACCHINO LA BARBERA.
DI MAGGIO B.: sì.
P.M. LO FORTE: in questo periodo, GIOACCHINO, ha mai detto a GIOACCHINO LA BARBERA qualcosa circa la veridicità o meno di queste sue dichiarazioni, cioè, ha detto a GIOACCHINO LA BARBERA, ha parlato di questo incontro con ANDREOTTI, se le sue dichiarazioni...
………
DI MAGGIO B.: se io ho detto mai a GINO LA BARBERA il fatto di questo incontro con ANDREOTTI.
P.M. LO FORTE: se le sue dichiarazioni erano vere o erano false.
DI MAGGIO B.: no, no, mai non... non ne ho parlato mai con LA BARBERA di questo fatto.
P.M. LO FORTE: ma dopo, mentre era collaborante, dopo che era stato il dibattimento il discorso non è caduto mai su questo argomento?
DI MAGGIO B.: no.
………
P.M. LO FORTE: Signor DI MAGGIO, andiamo alla sostanza delle cose, oggetto del confronto è stato questo contrasto, LA BARBERA dice: "mentre eravamo collaboranti una volta DI MAGGIO mi disse che aveva... quel che aveva detto al Processo ANDREOTTI era vero, e mi disse... e ricordò un incontro nella piazza di ALTOFONTE in cui lui era vestito elegantemente, ed era un incontro che avevamo avuto nella piazza di ALTOFONTE in cui lui, DI MAGGIO, si stava preparando l'incontro tra RIINA e ANDREOTTI". Lei, questo è l'oggetto del confronto, nel corso di questo confronto lei ad un certo punto ha detto che quest... di aver detto: "ha riconosciut..." inizialmente ha detto di non ricordare, ha detto: "mi sembra" poi andando avanti nelle contestazioni, lei ha detto che effettivamente questa cosa a LA BARBERA gliel'aveva detta. Adesso, oggi in questo dibattimento, lei sta dicendo un'altra cosa, che non ne ha mai parlato con nessuno, quello che sta dicendo adesso, è in contrasto con quello che ha detto nel confronto...
DI MAGGIO B.: e io gli sto dicendo, io nel confronto che io ho avuto con LA BARBERA e... quando è stato?! Ehm... era un momento mio, di confusione che io non capivo niente...
PRESIDENTE: in che data è stato fatto questo confronto? In che data è stato fatto il confronto?
P.M. LO FORTE: il confronto viene fatto il 16 ottobre...
PRESIDENTE: cioè dopo l'arresto?!
P.M. LO FORTE: dopo l'arresto.
PRESIDENTE: prego!
DI MAGGIO B.: ero in un mom... in uno stato di confusione, che io non capivo niente, e allora, avrò detto, mi sembra, o forse gli ho detto, però oggi qua ripeto, con la mente più serena e più chiara, che io a LA BARBERA non gli ho detto niente.
P.M. LO FORTE: quindi, lei non ha mai par... lei oggi sostiene che non ha mai parlato con LA BARBERA di niente, che riguardasse il processo ANDREOTTI?
DI MAGGIO B.: sì, sì.
E tale smentita assume ancor maggiore rilievo se si considera che proviene da un soggetto come Baldassare Di Maggio che, nel corso del suo esame del gennaio 1998, avrebbe avuto tutto l’interesse a confermare il fatto essendo alla ricerca di quel recupero di credibilita’ che le sue recenti vicende giudiziarie avevano gravemente compromesso.
Ne’ si trascuri in ultimo di considerare che il La Barbera in sostanza si limita a riferire genericamente di un incontro con Di Maggio ad Altofonte e che e’ sempre e comunque lo stesso Di Maggio che avrebbe assunto e riferito al primo che il giorno di quell’incontro egli stava recandosi ad organizzare l’appuntamento tra Riina ed Andreotti.
Si tratterebbe dunque in ogni caso della stessa fonte – il Di Maggio – che avrebbe sollecitato al suo interlocutore il ricordo di uno dei tanti incontri avuti con lui, mentre il presunto collegamento con il tema di prova in esame (incontro Riina-Andreotti) sarebbe effettuato sempre e soltanto dallo stesso Di Maggio, che peraltro invece lo esclude.
Ancora una volta, quindi, si e’ in presenza dell’ennesimo radicale ed insanabile contrasto tra le fonti di prova che conferma la palese contraddittorieta’ ed insufficienza del compendio accusatorio sulla base del quale dovrebbe ritenersi raggiunta la prova dell’avvenuto incontro tra l’imputato e Salvatore Riina.
Restano da esaminare le dichiarazioni degli imputati di reato connesso Antonio Calvaruso e Tullio Cannella.
Il primo ha spontaneamente raccontato un episodio che dovrebbe, nella ricostruzione accusatoria, confermare a posteriori l’effettivita’ dell’incontro tra l’imputato e Salvatore Riina.
Esaminato all’udienza del 24 aprile 1997 il Calvaruso ha in sintesi riferito che nell’estate del 1994, mentre era in compagnia di Leoluca Bagarella, del quale egli all’epoca curava la latitanza, era apparsa in TV l’immagine dell’imputato.
Il Bagarella a quel punto aveva manifestato il proprio risentimento ("si acciglio’") nei confronti di Andreotti, esclamando altresi’ che se il cognato (Salvatore Riina) lo avesse sentito "quel giorno gli avrebbe rotto le corna" ed invece si era fatto "riempire la testa" di chiacchiere (udienza del 24 aprile 1994 pag.60):
……noi siamo al VILLAGGIO EURO MARE, ed è l'estate del 1994, io mi trovo nel suo villino, è tardo pomeriggio, il BAGA... il BAGARELLA è... come di consueto, io ogni sera lo andavo a trovare, mi offriva la vodka, si guardava un po' di tele.. di televisione, si parlava; e quel giorno spuntò l'Onorevole ANDREOTTI in televisione. Il BAGARELLA si accigliò, e facendomi segno nel televisore, che c'era l'effige dell'Onorevole ANDREOTTI, mi disse: "guarda, questa cosa inutile - dice - se mio cognato mi sentiva a me, quel giorno gli avrebbe rotto le corna." Me lo disse in siciliano, io lo dico in italiano. "Non che si è fatto riempire la testa, piena di chiacchiere", al che a me mi venne spontaneo chiedergli, gli ho detto: "Signor FRANCO, ma 'sto ANDREOTTI veramente amico nostro è?" Sbagliai a chiederlo, perché rischiai di morire, comunque mi venne spontaneo di dirglielo. Lui non mi rispose in effetti a questa domanda ehm... in maniera esauriente, mi disse semplicemente, dice: "l'unica cosa buona che sta facendo era comportarsi da uomo d'onore". Cioè, nel senso che tutto quello che gli viene rimosso, lui lo nega, e quindi ha il classico comportamento da uomo d'onore...
………
P.M. SCARPIN.: ...ecco, appare quindi ANDREOTTI in un servizio televisivo...
CALVARUSO A.: sì.
P.M. SCARPIN.: ...spontaneamente BAGARELLA dice questa frase, che lei ha riferito...
CALVARUSO A.: sì, sì, e...
P.M. SCARPIN.: ...ecco...
CALVARUSO A.: ...si accigliò, e mi disse: "guarda 'sto cosa inutile - dice - se mio cognato sentiva a me, 'ddu iorno ci rumpiva li corna". Cioè nel senso, dice: "se mio cognato mi dava ascolto a me, quel giorno gli rompeva le corna", dice...
P.M. SCARPIN.: quale giorno?
CALVARUSO A.: eh, no, questo non l'ha detto, questo non l'ha detto...
P.M. SCARPIN.: ha detto: "quel giorno".
CALVARUSO A.: "quel giorno gli rompeva le corna", dice: "no che si è fatto..."...
P.M. SCARPIN.: e poi...
CALVARUSO A.: ..."...riempire la testa piena di chiacchiere".
P.M. SCARPIN.: chi è che si era fatto riempire la testa di chiacchiere?
Il giorno, quindi, cui aveva in quell’occasione accennato il Bagarella non puo’ che essere, secondo l’accusa, quello dell’incontro tra Andreotti e Riina di cui aveva parlato Baldassare Di Maggio.
Ma il Calvaruso ha dovuto soprattutto spiegare le ragioni per le quali egli ha fatto tale dichiarazione spontanea, riguardante comunque un fatto collegato ad un processo di cosi’ grande rilievo, assai tardivamente (il 21 dicembre 1996) avendo in realta’ iniziato a collaborare con l’A.G. da circa un anno (dal gennaio 1996).
Egli ha in sostanza giustificato il suo lungo silenzio affermando che aveva omesso volutamente di parlare del noto uomo politico per circa un anno per timore di vendette ed attacchi giornalistici:
P.M. SCARPIN.: senta, Signor CALVARUSO, il 21 dicembre del 1996...
CALVARUSO A.: sì.
P.M. SCARPIN.: ...lei ha reso. a dei Pubblici Ministeri della Procura di PALERMO, delle spontanee dichiarazioni che riguardano anche il Senatore ANDREOTTI. Prima di chiederle il contenuto di queste...
CALVARUSO A.: sì.
P.M. SCARPIN.: ...dichiarazioni, io vorrei chiederle che cosa l'ha spinto a rendere spontaneamente queste dichiarazioni?
PRESIDENTE: cosa ha detto, il...?
P.M. SCARPIN.: il 21 dicembre 1996. 21 dicembre 1996!
CALVARUSO A.: sì, dopo quasi un anno dalla mia collaborazione.
P.M. SCARPIN.: esatto, esatto! Cosa succede?
CALVARUSO A.: eh...
P.M. SCARPIN.: ...perché lei prende questa decisione?
CALVARUSO A.: succede, questo, io inizialmente non volevo parlare di politica, cioè, dentro di me mi ero predetto che di politica, non ne dovevo parlare. Innanzi tutto perché non... non avevo un grosso bagaglio di informazioni sulla politica, secondo poi, perché a volte parlare di politica fa più paura di parlare di mafiosi...
………
CALVARUSO A.: perché se un collaboratore parla di... di dieci gruppi di fuoco, di venti killer, di venti mafiosi non succede niente, cioè, riesce... se è sempre un collaboratore e non succede niente; se il collaboratore comincia a parlare di politica, comincia a essere martellato dalla stampa, dai politici stessi, e nascono assegni da 500.000.000 (cinquecentomilioni) che lo Stato ti dà, quando tu vuoi. E sei falso, lo fai perché parli di politica, perché così sali di grado...
………
CALVARUSO A.: no, questo sono quello che... che ho visto io, leggendo i giornali, ogni qualvolta vedo un collaboratore che parla di politica, e questo fu uno dei motivi che mi indusse a tenermene... a tenermi fuori nel parlare di politica. Uno, perché io so realmente come è la cosa, che non ci danno 7.000.000 (settemilioni), ma ti danno lo stipendio, giusto per vivere; secondo poi, perché 'sti assegni da 500.000.000 (cinquecentomilioni) non te li danno. Tante di quelle cose che ti fanno capire che forse è meglio che non parli di politica, perché se no, non è vero che la vita ti si aggiusta, parlando di politica, ma ti si complica. Allora, c'erano tante cose che a me... già con i problemi che un collaboratori ci ha per i fatti suoi, cerca di capire, e dire: "ma forse è meglio che non ne parlo di queste cose!". E mi inducevano a non parlare di politica, piano piano sono sta... piano piano! A parte che non è che sono passati dodici anni dalla mia collaborazione, ma neanche un anno. Ho avuto, come dire, un rimorso di coscienza, nel senso nel vedere alcuni collaboratori, DI MAGGIO, che parlano di ANDRE... poi io non vo... io non voglio parlare di ANDREOTTI, io non ho niente con questo Signore, però dico, ogni volta che un personaggio, non che lo accusi, ma che dica qualcosa che riguarda lui, succede il finimondo. Vedevo tutta questa gente che veniva attaccata, proprio in maniera da... in malo modo, cioè, io mi sono sentito come in colpa nel sapere un... perché quello che so io è una cosa proprio... una banalità, è un... una cosa che il BAGARELLA mi dice in un momento che siamo seduti al tavolo; quindi non è né un bacio, né un abbraccio, non è niente di tutto questo.
………
ho avuto un rimorso di coscienza, nel sapere io anche una piccola cosa, e non dirla nel... uno: per aiutare gli altri collaboratori che cercano di fare sapere la verità, e vengono attaccati da tutti; e secondo poi, per mantenere gli obblighi che mi sono preso quando ho... quando ho deciso di collaborare. E questa è stata la cosa che poi mi ha fatto decidere di dire 'sta cosa, che poi, ripeto, secondo me, era a parte tutto anche una cosa, che non aveva tu... un peso da potere scatenare, le ire politiche su di me.
………
AVV. COPPI: ...lei sapeva anche che c'erano dei procedimenti penali nei quali il Senatore ANDREOTTI era coinvolto, d'accordo?
CALVARUSO A.: certo, chi è che non lo sa!
AVV. COPPI: appunto! Quindi, lei ha volontariamente scelto di tacere su circostanze che conosceva pur avendo deciso di collaborare, d'accordo?
CALVARUSO A.: sì, ma intanto voglio dire questo: inizialmente io, quando cominciai a collaborare, ripeto, siccome non è un tempo lunghissimo che collaboro, ha un anno, quando io iniziai a collaborare è evidente che cominciai a parlare di fatti di sangue, specificando tutta la strategia di come sono avvenuti certi omicidi, che non si sapeva nulla, in effetti io non era neanche accusato di questi omicidi, mi sono autoaccusato spontaneamente. Cominciai a parlare di personaggi vicino a GIOVANNI BRUSCA, di gruppi di fuoco, quindi inizialmente, i primi mesi non... nea... completamente, neanche mi venne in testa di dire la battuta di BAGARELLA sull'Onorevole ANDREOTTI. Quindi questa è anche una cosa da chiarire.
AVV. COPPI: sì, però lei mi pare che poco fa, le...
CALVARUSO A.: sì.
AVV. COPPI: ...chiedo se lo conferma, lei ha detto che inizialmente aveva deciso di non parlare...
CALVARUSO A.: sì, sì, sì, sì, sì, lo confermo, lo confermo!
AVV. COPPI: quindi aveva deciso di tacere circostanze che le erano note, pur avendo preso la decisione di collaborare...
CALVARUSO A.: sì, sì, su questi...
AVV. COPPI: ...mi pare...
CALVARUSO A.: ...su questi punti sì, e ho spiegato pure il motivo.
Le giustificazioni del Calvaruso tuttavia non appaiono del tutto convincenti se si considera che alla data in cui egli inizio’ a collaborare (gennaio 1996) il presente processo era’ gia’ giunto alla fase dibattimentale ed erano state quindi acquisite numerose dichiarazioni di collaboratori che avevano comunque riferito quanto a loro conoscenza sull’odierno imputato, persino Buscetta e Marino Mannoia che pure avevano ben piu’ a lungo taciuto (rispettivamente per circa dieci anni e tre anni e mezzo dall’inizio della loro collaborazione).
La pluralita’ delle fonti di accusa gia’ acquisite ben avrebbe potuto e dovuto quindi indurre il Calvaruso ad una maggiore disponibilita’ alla completa collaborazione, non apparendo remora sufficiente il mero timore di attacchi giornalistici e politici che anche gli altri collaboratori avevano fino a quel momento subito senza tuttavia conseguenze pregiudizievoli di effettivo rilievo.
Ma al di la’ di tale considerazione non puo’ non rilevarsi come le parole del Calvaruso non sono comunque suscettibili della minima verifica restando pertanto del tutto prive di qualsivoglia riscontro che ne confermi l’attendibilita’, con la conseguenza che ad esse dovrebbe acriticamente attribuirsi totale credito senza alcuna possibilita’ di riscontro.
Ne’ le stesse possono a loro volta costituire riscontro idoneo e sufficiente a supportare un quadro accusatorio del quale si e’ gia’ ampiamente evidenziata la indubbia contraddittorieta’ ed insufficienza.
Ad eguali conclusioni deve pervenirsi con riferimento alle dichiarazioni di Cannella Tullio, escusso al dibattimento all’udienza del 18 giugno 1996.
Anche il Cannella ha riferito sul conto dell’odierno imputato con considerevole ritardo rispetto all’inizio della sua collaborazione.
Se e’ vero infatti che egli ha avviato la sua collaborazione con l’A.G. nel luglio del 1995, pochi giorni dopo il suo arresto, e’ del pari certo che il Cannella accenno’ a quanto egli sapeva sul conto dell’On.Andreotti solo nel febbraio o marzo dell’anno successivo (udienza del 18 giugno 1996 pag.97):
AVV. SBACCHI: Senta, ora mi spieghi un'altra cosa, lei ricorda che queste dichiarazioni le ha rese il 24 aprile del '96 al P.M.?
CANNELLA T.: No, la data non me la ricordo.
AVV. SBACCHI: Le dichiarazioni che riguardano il processo che interessa il Tribunale?
CANNELLA T.: No, dico la data esatta non me la ricordo. Mi ricordo che fu nel mese di aprile.
AVV. SBACCHI: Si ricorda che fu nel mese di aprile.
CANNELLA T.: Il giorno non mi ricordavo.
AVV. SBACCHI: Senta io desidero sapere com'è nato questo interrogatorio?
CANNELLA T.: Questo interrogatorio è nato così, io avevo reso un interrogatorio alla Procura della Repubblica di Firenze per altri fatti, e durante, siccome l'interrogatorio avvenne per audio registrazione, mentre io parlavo, non mi ricordo adesso il contesto di quella verbalizzazione, feci questo riferimento all'onorevole Andreotti.
AVV. SBACCHI: Ma dove, in questo processo? In un altro?
CANNELLA T.: No, no, durante una mia verbalizzazione di dichiarazioni, di interrogatorio con la Procura della Repubblica di Firenze. Per cui questo verbale, molto probabilmente per la parte che interessava fu trasmesso alla Procura della Repubblica di Palermo, così sono stato interrogato dai P.M. dott. Natoli e dott. Scarpinato.
AVV. SBACCHI: Ho capito. E lei quand'era stato interrogato a Firenze, scusi?
CANNELLA T.: Guardi, con Firenze ho avuto un po' di interrogatori io. Non mi ricordo adesso con esattezza.
AVV. SBACCHI: Be', approssimativamente.
CANNELLA T.: Comunque credo che abbiamo, verso febbraio così, marzo.
AVV. SBACCHI: Febbraio, marzo '96, lei dice?
CANNELLA T.: Febbraio, marzo. Però non ricordo la data.
AVV. SBACCHI: No, l'anno mi interessa.
CANNELLA T.: Sì, '96 credo. Sì. Ma ho avuto anche interrogatori nel corso del '95.
AVV. SBACCHI: Va bene, questo lo sappiamo perchè lei mi pare che collabora dal luglio '95.
CANNELLA T.: Sì, ho avuto anche interrogatori con la Procura di Firenze, io dico.
AVV. SBACCHI: Sì, sì, lei collabora da luglio 1995.
CANNELLA T.: Sì, sì, avvocato.
Ed ancora una volta non puo’ non sottolinearsi come la tardivita’ delle dichiarazioni in esame, priva peraltro di qualsivoglia motivazione che valga a spiegare tale ritardo, genera almeno una certa perplessita’ avvalorata dall’ulteriore rilievo che il Cannella al dibattimento ha altresi’ riferito circostanze specifiche sul conto dell’imputato che egli stesso afferma di avere ulteriormente ricordato solo dinanzi al Tribunale.
Venendo dunque al merito delle sue rivelazioni, giova in primo luogo evidenziare che il Cannella riferisce solo "de relato" affermando di avere appreso da Leoluca Bagarella verso la fine del 1993 che
Ma era proprio quest’ultima dichiarazione sulla presunta giustificazione fatta pervenire dall’imputato che il Cannella affermava di avere ricordato forse solo al dibattimento (udienza del 18 giugno 1996 pag.59 e segg.) dovendosi altresi’ sottolineare che la prima versione offerta al Tribunale presenta un evidente carattere soltanto ipotetico ("sembra … che quei due Salvo Lima e Ignazio Salvo non si sono interessati molto nei confronti dell'onorevole Andreotti, non hanno pressato tanto quanto era necessario, sono stati loro a sminuire un poco la cosa"):
CANNELLA T.: Allora, dunque adesso ci dobbiamo spostare con gli anni un tantino in avanti e quindi intorno alla fine del 1993. Io in quel periodo già mi frequentavo e ospitavo Leoluca Bagarella, con il quale avevo un ottimo e buon rapporto (……) …si parlava anche chiaramente dei fatti accaduti del passato, perchè il passato fa storia e la storia insegna a non ripetere gli stessi errori. E infatti Bagarella mi parla di Salvo Lima e mi parla di Salvo, Ignazio Salvo e me ne parla in maniera certo non encomiabile nel senso che mi dice: "grazie a noi", a noi non ero io e lui, a noi era grazie a Cosa Nostra, "hanno avuto successo, hanno avuto vantaggi economici, si sono arricchiti. Non hanno mantenuto l'impegno che si erano assunti, sono stati dei traditori", e nella fattispecie mi dice: "non si sono interessati quanto bastava affinchè i problemi che riguardavano Cosa Nostra e nella fattispecie i processi a Cosa Nostra, il maxi processo in particolare, non si sono attivati abbastanza, ci hanno traditi, quasi quasi hanno visto che la situazione cambiò un poco, che la situazione politica si è fatta brutta, per non perdere le poltrone, per non farsi arrestare, hanno problemi, e addirittura", mi dice Bagarella "quasi quasi vedi, questi due", parlando per Salvo Lima e Ignazio Salvo, dice - lo dico in siciliano e traduco, perchè mi viene male a riportare testualmente le parole di Bagarella e fare la traduzione simultanea, poi traduco: "quasi quasi chisti viri ca n'avi ca ni facevano arrestare", cioè temeva addirittura in una anche uscita di testa completa di Salvo Lima, il quale avrebbe potuto indicare per cercarsi di darsi un volto pulito e quindi una facciata di assoluta pulizia nei confronti della opinione pubblica, a fare arrestare addirittura qualche latitante. E quindi, mi dice comunque: "hanno avuto quello che hanno avuto, che ci possiamo fare". Cioè lui non mi dice: "però attenzione sono stato io, non sono stato io a sparare, hanno avuto quello che hanno avuto, se lo sono meritato". E mi aggiunge, parlandomi dell'onorevole Andreotti: "anche lui ci ha traditi, anche lui non ha fatto niente", e mi dice testualmente: "si miritava pure iddu di essere ammazzato".
(……)
CANNELLA T .:……E il Bagarella mi aggiunge, dice: "poi c'è venuta pure a felice idea di collaborare per fare la legge sui collaboratori di giustizia, certo una legge monca, ma quella che è, è. In quel momento fu una cosa eccezionale, ha contribuito a fare questa legge, così lui si è fatto un bello schermo di protezione. Lui si sente a posto, può andare a testa alta". Però mi aggiunge Bagarella, e qua io intendo sottolineare questo perchè non desidero affatto che la mia dichiarazione venga fraintesa, i fatti sono questi, cioè Bagarella mi dice questo di Andreotti, e chiaramente noi non parlavamo di persone che non ci interessavano, o che non erano conosciute a Bagarella, o che non c'era motivo di parlarne. Parlavamo di persone che c'era motivo di parlarne, che erano conosciute o che si erano comportate bene, o che si erano comportate male, o che potevano essere utilizzate o meno. Quindi, parlavamo di persone di cui Bagarella ne era a stretta diretta conoscenza di fatti e antefatti. Il Bagarella mi dice anche: "però i politici hanno a capire che ora cu mia nun si babbia chiù", nel senso "stu ora cu mia" significa che ora con me non si scherza più, ora con me perchè lui nel momento in cui il signor Riina è stato catturato, giustamente esercita un ruolo di maggiore importanza e di decisione diversa in senso all'organizzazione Cosa Nostra, quindi assume la configurazione del capo di Cosa Nostra e dice: "mio cognato Salvatore Riina fu troppo buono", cioè "mio cognato con i politici nella fattispecie, con Andreotti, è stato troppo buono" nel senso che, mi aggiunge, testualmente: "ma comunque, sembra - ecco lo dico in italiano - che quei due Salvo Lima e Ignazio Salvo non si sono interessati molto nei confronti dell'onorevole Andreotti, non hanno pressato tanto quanto era necessario, sono stati loro a sminuire un poco la cosa" nel senso che a questa tesi che preventivamente fu fornita a discolpa, perchè sia Salvo, sia Lima, e questo chiaramente dal dialogo che ho avuto con Bagarella era tra le righe, questo era chiaro, avevano cercato di scolparsi nei confronti di Cosa Nostra dicendo: "ma che vuoi, u sistema politico, non hanno fatto niente sti comunisti, questi, quelli, l'opposizione, questo e quell'altro".
Da questa prima prospettazione sembra emergere quindi che al Cannella non e’ stato esplicitamente riferito dal Bagarella il fatto che Lima e Salvo si fossero giustificati nei termini indicati, e che egli avesse dedotto tale conclusione solo da un discorso piu’ generale del Bagarella ("sembra"…"nel senso che…" ..."era tra le righe").
Ma sempre lo stesso Cannella poco dopo, proseguendo nelle sue dichiarazioni, affermava che il discorso era stato invece esplicito, aggiungendo tuttavia che probabilmente tale parte delle sue rivelazioni non era stata precedentemente verbalizzata ovvero egli se ne era dimenticato:
A questa versione loro non ci credettero, ma hanno dato credito, mi dice il Bagarella, a una versione che, io questo precedentemente nel verbale non l'avevo forse dichiarato perchè purtroppo io preferisco fare i verbali con la audio registrazione, anche se la legge consente - essendo libero - di verbalizzare solamente, ma lo preferisco perchè poi a volte sfugge, a volte quando si va verbalizzando qualche particolare sfugge. Ma questo io non ricordo se è inserito nel verbale o meno, ma comunque lo dico, mi dice: "la giustificazione che è pervenuta da parte di Andreotti era che sono stati quei due in poche parole, Salvo e Lima, a non dare quelle garanzie e quell'incentivo a lui affinchè si adoperasse". E Totò Riina fu buono perchè a questa persona ha creduto, e il Bagarella mi dice: "io non ci avrei creduto. Ma comunque ormai è così", e mi dice Bagarella: "tanto finutu u stessu è, lui l'ha voluto". In poche parole ugualmente punito è, che ci possiamo fare. Quindi questa è la situazione e il consesso in cui io ho sentito parlare di Andreotti, e di Lima e di Salvo da Bagarella.
Orbene, nel corso del controesame il Cannella, richiesto dalla difesa di riferire testualmente le parole adoperate dal Bagarella, tornava a parlare di "sensazioni" ed affermava che gli era stato detto che Salvo Lima e Ignazio Salvo "si erano giustificati nel senso che imputavano che le cose erano andate male per il cambiato clima politico", mentre il fatto che costoro non avessero operato le necessarie pressioni su Andreotti ritornava ad essere una mera deduzione del Bagarella (dunque la mera aspettativa di Cosa Nostra di un intervento dei due sul noto uomo politico) e non una specifica discolpa fatta pervenire direttamente dall’imputato (pag.94):
CANNELLA T.: ...Dunque, Bagarella mi disse, parlando di Salvo Lima e di Ignazio Salvo, che i due personaggi non si erano attivati in maniera pressante affinchè l'onorevole Andreotti si interessasse per la risoluzione dei problemi che a loro interessavano e nella fattispecie mi parlava del maxi processo. Che aveva la sensazione che i due, vista la situazione politica che c'era, volevano un tantino defilarsi e addirittura temeva che il Lima potesse anche agevolare la cattura di latitanti. Mi disse che si erano giustificati nel senso che imputavano che le cose erano andate male per il cambiato clima politico, per le cambiate situazioni e via di seguito. Che contemporaneamente mi disse che suo cognato Riina era stato troppo buono perchè se era per lui, se fosse stato per lui l'onorevole Andreotti avrebbe dovuto fare la stessa fine, nel senso che....
AVV. SBACCHI: Cioè che cosa le disse esattamente?
CANNELLA T.: Le dico questo testualmente, mi dice Bagarella: "per cui mio cognato è troppo buono, da ora però i politici devono sapere che con me il discorso è diverso". Quindi questo è quello che in sintesi mi dice Bagarella.
AVV. SBACCHI: Scusi, queste sono le affermazioni di Bagarella, nella sostanza, giusto?
CANNELLA T.: Nella sostanza queste sono le affermazioni di Bagarella. E mi dice Bagarella, ecco continuo, che Andreotti l'ha voluto di trovarsi a questo punto, cioè di trovarsi al punto di avere i pentiti addosso, anche perchè lui aveva corso, dice: "è corso a fare la legge dei collaboratori perchè si è creato così pure il paravento, si è creato l'immagine. Comunque lui l'ha voluto, del resto ugualmente finito è", così mi ha detto Bagarella.
AVV. SBACCHI: Bagarella le disse di essere in rapporti con Andreotti?
CANNELLA T.: No, Bagarella questo non me lo disse in maniera chiaro.
AVV. SBACCHI: Gliel'ha detto non gliel'ha detto?
CANNELLA T.: No, non me l'ha detto, ma il discorso che mi ha fatto poi le valutazioni li fate voi.
Non vi era piu’ quindi quell’accenno, fatto nel corso dell’esame al P.M., ad una esplicita e diretta giustificazione da parte dell’On.Andreotti.
Il palese contrasto tra le due versioni fornite non sfuggiva al Collegio che riteneva pertanto di ritornare sull’argomento, ma ancora una volta il Cannella rettificava la versione appena fornita al difensore nuovamente parlando di una discolpa fatta pervenire esplicitamente e direttamente dall’imputato e di cui il Bagarella era a conoscenza e gli aveva parlato (pag.99):
PRESIDENTE: Altre domande i P.M. devono fare? No. E allora ne fa una il Tribunale. Senta Cannella, a domanda del Presidente, lei poco fa, non all'avvocato Sbacchi, ma ai P.M., aveva detto che Bagarella aveva detto che Andreotti aveva fatto sapere che Ignazio Salvo e Salvo Lima non avevano fatto pressioni sufficienti su di lui.
CANNELLA T.: Esatto, esatto.
PRESIDENTE: E che Riina ci aveva creduto. Poi lei all'avvocato Sbacchi questo non l'ha detto.
CANNELLA T.: Eh, ma non l'ho detto e ripetuto il discorso di Bagarella, può darsi che questo piccolo particolare, insomma, mi sia sfuggito, ma lo riconfermo, è così.
PRESIDENTE: E' vero questo, è vero? Questo è vero che le ha detto Bagarella, questo su cui io le faccio la domanda?
CANNELLA T.: Presidente, qui l'audio non arriva bene, la voce arriva frammentata e non la ascolto.
PRESIDENTE: Dico, su questo punto che io le ho specificato, che cosa ricorda? E' così oppure no?
CANNELLA T.: No no, è così. Infatti le voglio dire che il Bagarella mi dice: "mio cognato è stato troppo buono", e me lo dice in rapporto a questo fatto, nel senso che ha creduto e poi mi aggiunge, in fine del discorso: "ma in ogni caso ugualmente finito è Andreotti, in ogni caso è ugualmente finito", cioè a dire...
E’ evidente tuttavia che, a fronte della esplicita e diretta richiesta di chiarimento da parte del Presidente del Collegio, il Cannella eludeva la domanda e riferiva ancora una volta una sua deduzione (Bagarella disse che il cognato era stato troppo buono "nel senso che ha creduto…").
Ma il contrasto era troppo evidente per restare senza risposta ed era inevitabile che sia il Presidente che la difesa tornassero sull’argomento:
PRESIDENTE: No, Cannella le rifaccio la domanda: è vero che Bagarella le disse che aveva saputo che Andreotti aveva fatto sapere a Riina che non vi erano state pressioni sufficienti da parte di Salvo e di Lima per il maxi processo?
CANNELLA T.: Lo confermo, sì.
……
AVV. SBACCHI: Scusi, io torno sull'argomento per una parola di chiarezza definitiva. Mi ripeta passo passo che cosa le ha detto Bagarella a proposito di Andreotti?
CANNELLA T.: Allora, a proposito di Andreotti il Bagarella mi dice: Salvo e Lima si sono preventivamente giustificati, si erano giustificati attribuendo il mancato successo per l'interessamento al quale loro erano stati preposti alla pressioni, alle situazioni politiche, agli interventi da più varie parti per cui si sono trovati con le mani legati. Quindi questa fu la giustificazione che avevano dato loro due alla organizzazione.
AVV. SBACCHI: Perfetto.
CANNELLA T.: Di Andreotti mi disse che Andreotti aveva fatto sapere, in poche parole, che Lima e il signor Salvo non si erano adeguatamente premurati, non avevano fatto le pressioni necessarie, e non avevano date le garanzie necessarie affinchè si potesse intervenire in maniera concreta sulla operazione.
AVV. SBACCHI: Sono queste le parole di Bagarella?
CANNELLA T.: Questo è il succo, le parole di Bagarella sono queste, l'interpretazione fatela voi.
Nella risposta, dunque, in ultimo fornita alle domande della difesa il Cannella ritorna ad affermare che – secondo le testuali parole di Bagarella o comunque il "succo" del discorso fattogli – Lima e Salvo oltre a non avere fatto "le pressioni necessarie" sull’On.Andreotti, "non avevano date le garanzie necessarie" (anche al P.M. aveva detto che "la giustificazione che è pervenuta da parte di Andreotti era che sono stati quei due in poche parole, Salvo e Lima, a non dare quelle garanzie e quell'incentivo a lui affinchè si adoperasse").
Orbene, si tratta di un’affermazione che e’ rimasta del tutto non esplicitata, non riuscendo a comprendersi quali "garanzie" l’On.Andreotti avrebbe dovuto pretendere da Salvo Lima ed Ignazio Salvo e con riferimento a cosa.
Deve peraltro rilevarsi come anche la riferita mancanza di adeguate pressioni sull’On.Andreotti affinche’ questi si attivasse per l’aggiustamento del maxiprocesso, risulta oggettivamente incomprensibile ed alquanto singolare se si considera che certamente l’imputato era ben consapevole della rilevante importanza dell’esito del maxiprocesso per l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra i cui vertici – che per l’accusa sarebbero stati in contatto con lui sin dagli anni 70 – erano tutti coinvolti in quel processo e rischiavano una condanna a pene elevatissime.
L’imputato, se fosse provata la sua appartenenza ultradecennale a Cosa Nostra, non avrebbe avuto bisogno alcuno di "pressioni" per attivarsi in favore di un esito del maxiprocesso positivo per il sodalizio mafioso del quale, secondo l’accusa formulata nei suoi confronti, sarebbe stato privilegiato referente proprio in relazione alla sua capacita’ di intervento per l’aggiustamento delle vicende giudiziarie che coinvolgevano o comunque interessavano l’associazione.
Lo stesso Bernardo Brusca come si e’ visto, nelle parole attribuitegli dal figlio Enzo Salvatore, ma smentite dall’altro figlio Emanuele, avrebbe reagito a questa presunta giustificazione di Andreotti sulla "poca pressione" ricevuta, mostrandosi meravigliato di una simile affermazione e giudicandola solo una presa in giro ("Mio padre dice chi pressione avia a aviri, gliel'ho detto una volta, glielo dovevo dire tutti i iorna, sa vuole che ci mandiamo tutti i giorni, ce lo fa sapere che noi ci mandiamo tutti i giorni dietro la porta…").
Ne’ puo’ trascurarsi di evidenziare anche la palese infondatezza di tale asserita giustificazione laddove il presunto incontro tra Riina ed Andreotti – che avrebbe lamentato la "poca pressione" ricevuta - sarebbe avvenuto in un momento storico (settembre del 1987) nel quale era ancora ben possibile attivarsi per l’aggiustamento del maxiprocesso la cui sentenza sarebbe intervenuta solo alla fine dell’anno (16 dicembre 1987).
Ma tornando all’esame delle dichiarazioni del Cannella giova poi evidenziare che questi, per sua stessa ammissione, non e’ mai stato uomo d’onore e tuttavia assume di avere ricevuto le confidenze di Leoluca Bagarella, aventi ad oggetto il riservato tema dei rapporti di Cosa Nostra con esponenti politici e con l’On.Andreotti in particolare, pur non appartenendo al sodalizio mafioso (udienza del 18 giugno 1996 pag.77):
AVV. SBACCHI: Senta, lei è stato mai, diciamo mafioso? Ecco, appartenente a Cosa Nostra, lei ha appartenuto a Cosa Nostra o no?
CANNELLA T.: Se lei si riferisce al rito della iniziazione mafiosa, quindi il rito consacrato per essere, insomma definito, dichiarato, facente parte a tutti gli effetti di Cosa Nostra, no.
AVV. SBACCHI: E allora i suoi rapporti con Cosa Nostra?
PRESIDENTE: Prego, continui.
CANNELLA T.: Ma devo precisare, però che le ragioni sono due, perchè non si è arrivati al rito. Intanto perchè è cambiato molto nella struttura organica di Cosa Nostra, perchè i modi di affiliare o di inserire personaggi mafiosi non sono più quelli del vecchio rito che è stato tanto, ormai è che è stato chiarito da vari collaboratori, dalle indagini, da tutto; ma è cambiato per una questione di riservatezza, per una questione di non conoscenza agli altri delle aderenze o delle conoscenze interpersonali fra i vari gruppi che operano, tra i vari mafiosi e special modo quando si parla, ad esempio, di un personaggio come Leoluca Bagarella, non era nè utile e nè necessario che altri venissero a conoscenza della propria qualità.
AVV. SBACCHI: No, mi scusi, la domanda è precisa: lei è mafioso a tutti gli effetti, a prescindere dal rito? O no, o era mafioso? Questa è la domanda.
CANNELLA T.: No, io non sono mafioso a tutti gli effetti, però le rispondo in maniera chiara e completa per dirle che se un personaggio come Leoluca Bagarella, ecco perchè voglio dirle in poche parole, che la sua domanda sotto certi aspetti ha una motivazione, però....
AVV. SBACCHI: Ma lei non si preoccupi della mia motivazione.
PRESIDENTE: Cannella, si limiti a rispondere alle domande. Lasci stare le motivazioni dell'avvocato o del P.M.. Si limiti a rispondere.
CANNELLA T.: Ma io rispondo. Io rispondo senz'altro e voglio dire questo: se un personaggio come Leoluca Bagarella, che ritengo che non sia l'ultimo degli affiliati a Cosa Nostra, mi ha dato la fiducia di mettere la sua tranquillità, la sua sicurezza dal punto di vista, ovvero di essere arrestato, quindi dal punto di vista della latitanza, essere tutelato, i miei immobili, i miei appartamenti, con il mio controllo e la mia verifica dei movimenti eventualmente esterni, per eventuali movimenti riguardanti la sua cattura, chiaramente se mi ha dato le sue confidenze, ho mangiato con lui, è stato con me, io credo che maggiore garanzia nei confronti delle altre persone, insomma affiliate a Cosa Nostra, facenti parte a Cosa Nostra, credo che sia la migliore.
AVV. SBACCHI: Perfetto. Dopo questa domanda, mi vuole dire se lei è mafioso o no? O se lo è stato?
CANNELLA T.: Allora le dico che io mafioso non lo sono stato.
AVV. SBACCHI: Oh, non lo è stato.
CANNELLA T.: E non lo sono.
La non appartenenza del Cannella all’associazione mafiosa suscita dunque non poche perplessita’ in ordine al fatto, peraltro tardivamente rivelato, che egli possa essere stato realmente destinatario di confidenze del Bagarella su argomenti – e tra questi proprio l’esistenza di un rapporto diretto di Cosa Nostra con l’On.Andreotti - in relazione ai quali, come si e’ gia’ ampiamente esposto, si era cercato di mantenere il massimo riserbo, risultando di conoscenza esclusiva e privilegiata solo dei piu’ importanti esponenti del sodalizio mafioso.
Ma al di la’ di tale considerazione, deve osservarsi che le dichiarazioni "de relato" del Cannella, non prive di qualche contraddittorieta’ interna come gia’ esposto, sono comunque tali da non potere colmare quell’insufficienza del quadro accusatorio sin qui esaminato.
In conclusione la pluralità delle dichiarazioni accusatorie raccolte, dunque, piuttosto che delineare un quadro probatorio univoco, certo e coerente, evidenzia piuttosto molteplici contrasti tra le stesse e palesi divergenze che inducono a ritenere non sufficientemente provato l’episodio di cui al tema di prova in esame.
Occorre in ultimo svolgere alcune considerazioni anche in ordine ai presunti tentativi posti in essere nel corso delle indagini e del presente dibattimento per indurre Baldassare Di Maggio a ritrattare le accuse formulate a carico dell’imputato.
Dall’esame delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Angelo Siino e Michelangelo Camarda all’udienza del 7 aprile 1998, delle affermazioni compiute dall’imputato di reati connessi Baldassare Di Maggio alle udienze del 17 e 18 gennaio 1998, e di una conversazione svoltasi il 27 maggio 1997 tra il Di Maggio ed il Ten. Col. Giovanni Carlo Meli (registrata dal Meli all’insaputa dell’interlocutore), emerge che intorno alla fine del mese di Maggio del 1997 il Di Maggio incontrò a Roma, presso il Bar Palombini, l'avv. Ganci.
Secondo il Di Maggio, l'avv. Ganci si adoperò per indurlo a ritrattare le dichiarazioni precedentemente rese nel processo a carico del sen. Andreotti, lo invitò ad accusare i magistrati della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo di avergliele suggerite, e gli prospettò la possibilità di conseguire, quale compenso, una ingente somma di denaro.
In proposito, occorre comunque rilevare che l’avv. Ganci, secondo la versione dello stesso Di Maggio, non individuò espressamente nell’imputato la persona cui risaliva il tentativo di ottenere la sua ritrattazione.
In particolare, dalla deposizione resa dal Di Maggio alle udienze del 27 e del 28 gennaio 1998 si desume che i fatti si sarebbero svolti nei seguenti termini:
Il Di Maggio ha comunque chiarito che l'avv. Ganci non gli fece mai il nome del sen. Andreotti, ed, anche nel secondo incontro, non specificò da chi erano stati mandati i due individui sopra indicati.
Sul contenuto del primo colloquio tra il Di Maggio e l'avv. Ganci il collaboratore di giustizia Michelangelo Camarda, esaminato all’udienza del 7 aprile 1998, ha fornito le seguenti indicazioni:
Ritornato a Palermo, il Camarda avrebbe incontrato Angelo Siino, al quale – per sondarne le reazioni – avrebbe riferito che l'avv. Ganci intendeva incontrare il Di Maggio.
In seguito il Siino avrebbe chiesto al Camarda se l’incontro si era realizzato. Il Camarda gliene avrebbe dato conferma, avrebbe aggiunto: "a quanto pare, per il processo Andreotti, l’hanno avvicinato", ed avrebbe specificato: "a quanto pare lo vogliono fare ritrattare". Il Siino gli avrebbe fatto presente che il Di Maggio avrebbe potuto essere arrestato se avesse assunto una simile posizione, ma il Camarda avrebbe replicato: "tu non ti preoccupare perché di quello che ho potuto capire io, gli hanno dato le massime garanzie, avi i cani attaccati".
Va tuttavia osservato che il Di Maggio ha escluso di avere riferito al Camarda il contenuto del suo colloquio con l'avv. Ganci, nella parte relativa alla presunta proposta di ritrattazione.
Secondo la ricostruzione fornita dal collaboratore di giustizia Angelo Siino, esaminato in data 7 aprile 1998, il Camarda in un primo tempo gli avrebbe comunicato che l’avv. Ganci intendeva incontrarsi con il Di Maggio, forse per discutere questioni riguardanti Giovanni Brusca. Alcuni giorni dopo, il Camarda avrebbe riferito al Siino che l’incontro vi era stato, che il Di Maggio e l'avv. Ganci avevano discusso su argomenti riguardanti il Brusca, e che l'avv. Ganci voleva che il Di Maggio ritrattasse le dichiarazioni precedentemente rese nel processo a carico del sen. Andreotti. Il Camarda avrebbe specificato di ignorare come dovesse avvenire la ritrattazione, ma avrebbe aggiunto che il Di Maggio era tranquillo, avrebbe ricevuto una ingente somma di denaro, e diceva di avere "i cani legati" (cioè non aveva timori in quanto godeva di coperture).
Tuttavia, anche a prescindere dai numerosi contrasti ravvisabili tra le dichiarazioni rese dai suindicati soggetti, deve osservarsi che dalle stesse non emerge comunque alcuna precisa indicazione sull’identità dei soggetti che avrebbero partecipato alla fase ideativa ed a quella esecutiva dell’illecita interferenza asseritamente compiuta dall'avv. Ganci rispetto al presente processo.
Secondo la versione del Di Maggio, infatti, le scarne informazioni fornite dall’avv. Ganci al Di Maggio facevano cenno semplicemente a persone inserite in imprecisati settori dello Stato ed interessate a sovvertire le sorti del processo pendente a carico del sen. Andreotti, senza alcun esplicito riferimento all’imputato.
Va, inoltre, sottolineato che la motivazione espressamente posta alla base dell’invito – che sarebbe stato rivolto dall’avv. Ganci al Di Maggio – di rendere dichiarazioni calunniose in pregiudizio dei magistrati dell’ufficio del Pubblico Ministero, si sarebbe sostanziata nel rilievo che la Procura presso il Tribunale di Palermo aveva perseguito con forte determinazione, e con gravi conseguenze, un’ampia pluralità di persone ("la Procura di Palermo sta distruggendo a tutti").
Si tratterebbe, dunque, di una motivazione che in ogni caso non riguarderebbe esclusivamente la posizione del sen. Andreotti, ma potrebbe essere ricollegata agli interessi dei più diversi ambienti mafiosi o economico-politici colpiti dall’azione di contrasto alla criminalità organizzata svolta dalla Procura presso il Tribunale di Palermo.
Quindi le presunte affermazioni rese dall’avv. Ganci in presenza del Di Maggio non delineano affatto un ruolo esplicato dal sen. Andreotti nella vicenda in esame.
Occorre inoltre osservare che è rimasta del tutto indimostrata l’esistenza di rapporti diretti tra l'avv. Ganci ed il sen. Andreotti.
Dalle risultanze dell’istruttoria dibattimentale si desume, invece, che sin dal 1991 l'avv. Ganci instaurò con il segretario particolare del genero dell’imputato, Fabio Sbianchi, significativi rapporti, fondati anche su comuni interessi economici e protrattisi almeno fino al 1997.
In particolare, il collaborante Giuseppe Maniscalco, escusso all’udienza del 2 marzo 1998, ha riferito che nell’inverno del 1991, accompagnò Giovanni Simonetti (proprietario terriero che aveva fatto da "prestanome" per conto di Salvatore Riina) a Lucca, dove essi si incontrarono con l'avv. Ganci, insieme al quale pernottarono in un albergo di Pontedera. In questa occasione il Simonetti riferì al Maniscalco che l’indomani avrebbero dovuto accompagnare l'avv. Ganci a Roma, nella sua azienda agricola; in tale luogo, infatti, l'avv. Ganci ed il Simonetti avrebbero dovuto incontrare il segretario del genero del sen. Andreotti, per discutere sul possibile mutamento di destinazione (da zona agricola a zona industriale) di un fondo di proprietà del costruttore Siviglia (zio del Simonetti).
L’indomani il Maniscalco, il Simonetti e l'avv. Ganci si recarono nell’azienda agricola di proprietà di quest’ultimo, dove trascorsero la notte.
Nella mattina del giorno successivo, il Simonetti e l'avv. Ganci incontrarono un soggetto, che successivamente il Maniscalco apprese essere lo Sbianchi.
Durante il viaggio di ritorno in Sicilia, il Simonetti riferì al Maniscalco che, nell’incontro, si era parlato del suddetto affare, e che lo Sbianchi (il quale era in buoni rapporti con l'avv. Ganci) avrebbe dovuto interessarsi per realizzare l’operazione sopra indicata in relazione al terreno del Siviglia.
Il Simonetti, esaminato quale imputato di reato connesso in data 14 aprile 1998, ha chiarito che l’episodio in questione si sostanziò in un tentativo di corruzione per il mutamento di destinazione urbanistica (da agricola ad industriale) di un terreno di proprietà di Giovanni Siviglia, sito a Castel Romano.
Dalla deposizione del Simonetti si desume che, durante il tragitto da Pontedera all’azienda agricola dell’avv. Ganci, quest’ultimo gli preannunziò l’arrivo dello Sbianchi, il quale avrebbe potuto agevolare il mutamento di destinazione del terreno del Siviglia.
Quando giunse lo Sbianchi, il Simonetti notò che vi era un rapporto di conoscenza tra il medesimo soggetto e l'avv. Ganci. Nel corso dell’incontro, lo Sbianchi disse al Simonetti: "dica lei al commendatore SIVIGLIA che abbiamo la possibilità di cambiare questo terreno da agricolo a industriale, perché io faccio parte della struttura, dell’entourage dell’onorevole Marco RAVAGLIOLI". Lo Sbianchi precisò che il Ravaglioli era genero dell’on. Andreotti e, essendogli stato domandato dal Simonetti quale contropartita chiedesse, rispose: "io e il mio gruppo vogliamo il 20 %", riferendo questa percentuale all’aumento di valore del terreno. Il Simonetti si espresse positivamente in ordine alla attuabilità dell’operazione.
Lo Sbianchi, tuttavia, non fu presente in occasione del successivo appuntamento fissato con il Siviglia a Roma, in quanto il Ravaglioli gli aveva sconsigliato di concludere affari con l'avv. Ganci, dato che l’utenza telefonica di quest’ultimo era stata sottoposta ad intercettazioni ad opera dei Servizi Segreti dopo l’attentato compiuto presso la villa dell’on. Claudio Martelli.
In seguito, tra la fine del 1993 e l’inizio del 1994, lo Sbianchi costituì una società per l’allevamento del bestiame insieme all’avv. Ganci e a un terzo soggetto.
Dalla deposizione resa all’udienza del 26 marzo 1998 dal teste Farinacci si desume che l'avv. Ganci, il Maniscalco ed il Simonetti alloggiarono a Pontedera nella notte tra il 5 ed il 6 febbraio 1991.
Lo Sbianchi, esaminato come teste all’udienza del 26 marzo 1998, ha ammesso di avere svolto attività di diretta collaborazione in favore di Marco Ravaglioli (prima Assessore Comunale di Roma e poi Deputato nazionale) dal 1992 al 1994; di essere stato presentato dal Ravaglioli al sen. Andreotti in una occasione; di avere acquistato un fondo agricolo confinante con un altro di proprietà della famiglia Siviglia, sito in Via di Trigoria, del quale si occupava l'avv. Ganci; di avere instaurato con l'avv. Ganci cordiali rapporti di buon vicinato, di averlo invitato al proprio matrimonio ricevendo da lui un regalo, e di avere costituito con lui una società di fatto per l’allevamento del bestiame, durata per un breve periodo; di avere incontrato diverse volte l'avv. Ganci, fino all’autunno del 1996 ovvero alla primavera del 1997, e di avere parlato con lui, in termini generici, del processo pendente a carico del sen. Andreotti; di avere ricevuto una telefonata dell’avv. Ganci anche nell’autunno del 1997; di abitare, da un anno, nel fondo sito in Via di Trigoria, confinante con l’azienda agricola del Siviglia.
Lo Sbianchi ha escluso di avere ricevuto dall'avv. Ganci la richiesta di un interessamento per il mutamento di destinazione urbanistica del terreno del Siviglia sito nella zona di Castel Romano, ed ha negato di avere parlato dell’argomento con il Simonetti. Ai fini della valutazione della credibilità di queste precisazioni, occorre, tuttavia, tenere presente che una diversa versione dei fatti si sarebbe tradotta, per lo Sbianchi, in un’ammissione di comportamenti penalmente rilevanti.
E’ emerso dunque che lo Sbianchi ha intrattenuto intensi rapporti sia con l'avv. Ganci sia con il genero del sen. Andreotti.
Nulla dimostra però che i contatti intercorsi tra l'avv. Ganci e Fabio Sbianchi abbiano rappresentato un possibile canale per concordare con il sen. Andreotti un intervento diretto ad interferire illecitamente sul presente processo.
Né può pervenirsi a diverse conclusioni sulla base delle dichiarazioni rese all’udienza del 28 luglio 1997 da Giovanni Brusca.
Il Brusca ha riferito che nel luglio 1997, mentre coltivava il progetto di screditare il Di Maggio escludendo l’esistenza di rapporti tra i cugini Salvo ed il sen. Andreotti, ne rese partecipe l’avv. Ganci, il quale manifestò il proprio entusiasmo. Il Brusca, pertanto, invitò l'avv. Ganci a recarsi a Roma per conferire con altre persone allo scopo di verificare se questo progetto trovasse consensi. Il suo intento era quello di far sì che l'avv. Ganci prendesse direttamente o indirettamente contatti con il sen. Andreotti ed assicurasse allo stesso Brusca le garanzie occorrenti per portare avanti il progetto senza subire attacchi e tentativi di screditamento. Il Brusca e l'avv. Ganci concordarono quindi che quest’ultimo si sarebbe recato a Roma.
Nella prima settimana del mese di agosto 1997 il Brusca parlò nuovamente con l'avv. Ganci, il quale, con riferimento alle garanzie richieste, gli portò la seguente risposta: "vai avanti che non ci sono problemi".
Il Brusca ha specificato di ignorare con chi avesse parlato l'avv. Ganci, ma ha aggiunto che il medesimo professionista, allo scopo di ottenere il mutamento di destinazione urbanistica del terreno di sua proprietà, cercava un aggancio con "una persona molto vicina all'Onorevole Andreotti e si parlava del figlio o del genero".
Le dichiarazioni del Brusca, non offrendo alcuna indicazione in ordine all’identità del soggetto con cui l'avv. Ganci avrebbe preso contatti prima di invitare il proprio cliente a persistere nel suo piano di screditare il Di Maggio, sono inidonee a dimostrare il coinvolgimento del sen. Andreotti, o di persone a lui legate per vincoli di parentela o affinità, nel presunto tentativo di interferenza sul presente processo.
Il riferimento del Brusca alla "persona molto vicina all'Onorevole ANDREOTTI" con cui l'avv. Ganci cercava di instaurare rapporti attiene non al piano coltivato dallo stesso dichiarante, bensì ad altri interessi direttamente pertinenti al professionista, e privi di accertata connessione con il tema di cui si tratta.
Va, infine, rilevato che il presunto interesse che l’imputato avrebbe avuto ad ottenere una ritrattazione delle dichiarazioni del Di Maggio non potrebbe comunque costituire - in mancanza di elementi probatori univocamente concludenti – un fattore sufficiente a dimostrare il suo coinvolgimento in questo asserito episodio illecito.
Ad analoghe conclusioni deve pervenirsi per quanto attiene ad un altro episodio, del quale sarebbe stato protagonista l’imprenditore Baldassare Migliore, in passato Sindaco del Comune di San Giuseppe Jato.
Al riguardo, occorre premettere che dalle dichiarazioni rese all’udienza del 7 aprile 1998 da Michelangelo Camarda si desume che Baldassare Di Maggio nel 1995, in Toscana, gli presentò Baldassare Migliore; il Di Maggio gli riferì che il Migliore era una persona a lui molto vicina.
Il Camarda vide personalmente il Migliore incontrare il Di Maggio due o tre volte nel corso del 1995 a Pisa.
Nel settembre 1995 il Camarda si recò, insieme a Gioacchino La Barbera, a far visita al Di Maggio. Quest’ultimo, dopo il loro arrivo, sarebbe andato a prelevare Baldassare Migliore, ed, insieme a costui, li avrebbe raggiunti presso un bar sito a Navacchio. Dopo un breve incontro, il Di Maggio avrebbe accompagnato altrove il Migliore. Ritornato nel luogo dove si trovava il Camarda, il Di Maggio gli avrebbe riferito di essere stato invitato dal Migliore a ritrattare nel processo Andreotti le dichiarazioni in precedenza rese e ad evidenziare di essere stato sollecitato dai magistrati della Procura.
Nella deposizione compiuta alle udienze del 27 e del 28 gennaio 1998, il Di Maggio ha riferito che nell’estate del 1995 il Migliore si recò a Pisa per incontrarlo. Nel corso del colloquio, il Migliore gli avrebbe prospettato, in via ipotetica, la possibilità che qualcuno prendesse contatto con il sen. Andreotti, ed avrebbe aggiunto che, qualora il sen. Andreotti avesse versato una somma di denaro pari ad alcuni miliardi di lire, il Di Maggio avrebbe potuto "ribaltare" il processo pendente nei confronti del medesimo esponente politico e si sarebbe "sistemato bene". Il Migliore avrebbe sostenuto di essere in contatto con persone che "potevano arrivare" al sen. Andreotti.
Il Di Maggio ha precisato che il suddetto discorso non venne più affrontato nei suoi successivi incontri con il Migliore.
Dalle dichiarazioni rese dal Camarda e dal Di Maggio non emerge, dunque, alcun riferimento del Migliore a pregressi accordi raggiunti con il sen. Andreotti per indurre il Di Maggio a ritrattare le sue accuse.
Occorre inoltre osservare che i rapporti direttamente ed indirettamente intercorsi tra il Migliore ed il sen. Andreotti risalgono ad un periodo sensibilmente anteriore a quello del suddetto colloquio con il Di Maggio.
In particolare, nel corso di una perquisizione eseguita presso l’abitazione del Migliore sono stati rinvenuti:
Il contenuto della lettera è di seguito trascritto:
Carissimo Signor Baldo, sempre grato per le Sue amabili attenzioni Le invio fotocopia degli auguri inviati all’on. Andreotti insieme ad una lettera in Suo favore. Con i migliori auguri.
Suo Salvatore Cassisa
Era stata allegata a tale missiva la fotocopia della seguente lettera indirizzata da Mons. Cassisa al sen. Andreotti:
Caro On. Presidente,
mi permetto ricordare e segnalare anch’io alla sua benevola considerazione quanto Le ha recentemente prospettato l’amico Baldo Migliore, di questa arcidiocesi, molto legato a vostra eccellenza e a me, per quanto riguarda le attese e le promesse di commesse di lavoro per impianti telefonici. Per l’impiantistica operativa il Migliore ha dovuto approntare notevoli spese e dietro di lui ci sono molti posti di lavoro per poveri lavoratori e capi di famiglia.
Certo e fiducioso del Suo autorevole interessamento Le porgo i miei più cordiali saluti con rinnovati voti augurali di ogni bene.
Suo Salvatore Cassisa
Monreale – S. Natale 1992
In questa lettera si afferma che il Migliore era "molto legato" al sen. Andreotti e gli aveva già prospettato la propria aspirazione a ricevere commesse relative a lavori per la realizzazione di impianti telefonici.
Nel corso della perquisizione presso l’abitazione del Migliore, sono state rinvenute anche numerose fotografie che ritraggono il medesimo soggetto insieme all’on. Lima, all’on. D’Acquisto, all’on. Purpura, in occasione di manifestazioni elettorali a sostegno di candidati della corrente andreottiana.
Il legame del Migliore con la corrente andreottiana, e la sua aspettativa di ottenere commesse di lavoro grazie all’intervento del sen. Andreotti, erano ben noti al collaboratore di giustizia Vincenzo Chiodo, il quale all’udienza del 24 febbraio 1998 ha riferito di avere visto il Migliore insieme ai predetti esponenti della corrente andreottiana in occasione di manifestazioni politiche svoltesi a San Giuseppe Jato, ed ha precisato di avere appreso da Massimo Migliore (figlio di Baldassare Migliore) che il padre di quest’ultimo si recava a Roma per incontrare il sen. Andreotti affinché il medesimo esponente politico "lo aiutasse a prendere dei lavori per quanto riguarda la telefonia". In seguito, il Chiodo constatò che aveva iniziato ad operare a San Giuseppe Jato una ditta denominata IRTI, cui il Migliore era cointeressato.
Va tuttavia osservato che i suddetti rapporti intercorsi tra Baldassare Migliore ed il sen. Andreotti si collocano in un periodo di tempo anteriore di oltre due anni all’incontro tra il Migliore ed il Di Maggio a Pisa.
Manca invece del tutto la prova del fatto che nel 1995 il Migliore avesse preso contatti con il sen. Andreotti, e che questi contatti fossero finalizzati ad invitare il Di Maggio a modificare le proprie dichiarazioni in senso favorevole all’imputato.
L’iniziativa asseritamente assunta dal Migliore non può, dunque, essere ricondotta alla volontà dell’imputato.
Per le considerazioni che precedono, deve riconoscersi che non è rimasto in alcun modo dimostrato che il sen. Andreotti abbia tentato di interferire sul presente processo avvalendosi dell’opera del Ganci e del Migliore per ottenere una ritrattazione da parte del Di Maggio.