Almanacco dei misteri d' Italia


Le autobombe del 1993
le notizie del 2001
(dove non e' citata un' altra fonte, la notizia e' tratta dall' agenzia Ansa)
10 febbraio - Processo d' appello per le stragi con autobombe del 1993: i fratelli Graviano smentiscono qualsiasi ipotesi di "dissociazione". Interviene poi uno dei due difensori di Toto' Riina, l' avvocato Luca Cianferoni.

12 febbraio - Processo d' appello per le autobombe del 1993: verso mezzogiorno i giudici della Corte d' Assise d' appello di Firenze si ritirano in camera di consiglio.

13 febbraio - La corte di assise di appello di Firenze, presieduta dal giudice Arturo Cindolo, conferma 15 dei 16 ergastoli inflitti in primo grado ai presunti organizzatori delle stragi con le autobombe della primavera-estate 1993. La sedicesima condanna all' ergastolo (quella per Cristofaro Cannella) e' stata ridotta alla pena di 30 anni di reclusione perche' l' imputato e' stato prosciolto per l' attentato di via dei Georgofili a Firenze. Fra i 15 imputati per cui e' stato confermato l' ergastolo figurano Toto' Riina, Leoluca Bagarella, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano e i boss latitanti Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro che, insieme al pentito Giovanni Brusca (per cui e' stata confermata la condanna a 20 anni di reclusione), sarebbero stati i mandanti della strategia di terrorismo mafioso del 1993. I giudici di appello hanno sostanzialmente confermato le sentenze dei processi di primo grado, che si erano conclusi il 6 giugno 1998, con 14 condanne all' ergastolo, e il 21 gennaio 2000, con l' ergastolo anche per Riina e Giuseppe Graviano. L' unica modifica di qualche rilievo, oltre al prosciogilmento di Cannella per la strage di via dei Georgofili (27 maggio 1993), riguarda la posizione di Riina e Giuseppe Graviano in relazione al fallito attentato a un pullman dei carabinieri allo stadio Olimpico, a Roma, progettato per la fine del 1993. I giudici d' appello hanno dichiarato la nullita' della sentenza di primo grado relativamente a quella imputazione. La sentenza ha disposto il rinvio degli atti relativi a quell' episodio alla corte d' assise di primo grado e ha ridotto di quattro mesi per i due boss - da tre anni a due anni e otto mesi - la pena accessoria dell' isolamento diurno. Anche il processo d' appello, cominciato il 23 ottobre scorso, ha quindi accolto le tesi della procura. Il pg Gaetano Ruello, nella sua requisitoria, aveva sostenuto che la strategia di attacco terroristico al patrimonio culturale del paese sarebbe stata decisa dai vertici di Cosa Nostra gia' alla fine del 1992, sulla base, in particolare, di una sollecitazione di Toto' Riina. L' obbietivo, secondo l' accusa, era duplice: “rinsaldare all' interno dell' organizzazione i vincoli di appartenenza, che rischiavano di saltare dopo la crisi determinata dal pentitismo, e lanciare all' esterno un duro messaggio alle istituzioni: o ammorbidite la vostra linea, in particolare sul 41 bis, o Cosa nostra alzera' sempre piu' il tiro con una escalation di violenza e brutalita'”.

19 febbraio - Il pm della Dna Gabriele Chelazzi, commentando i 15 ergastoli inflitti in secondo grado dai giudici di Firenze ai responsabili della stagione degli attentati del 1993, dice:"Ora che anche la sentenza di appello ha ribadito una condanna ignominiosa qualcuno potrebbe considerare l'ipotesi di collaborare con la giustizia". "Non credo - ha aggiunto il Pm - che tutti i condannati si riconosceranno, pur avendovi partecipato, in questo ignominio". Secondo Chelazzi la sentenza, che chiude la vicenda giudiziaria nel merito, ha sancito un dato processuale importante e, per certi versi, antico: "Cosa Nostra ha piazzato il tritolo perche' convinta di trattare con lo Stato, convinta di avere aperto dopo la stagione delle stragi del '92 un 'tavolo separato e sotteraneo', ha creduto che Paolo Bellini prima e il generale Mori dopo fossero emissari di un' interlocuzione subita dallo Stato perche' avviata a suon di bombe, confermando uno straordinario dinamismo, diciamo cosi', intellettuale, volto alla ricerca della giusta distanza con la controparte statale. E quando ha creduto di avere raggiunto questa distanza, ha posto la pistola sul tavolo, per spingere lo Stato a farsi sotto". Un comportamento proprio di un soggetto politico: "L' attribuzione dell' aggravante per finalita' terroristica - spiega Chelazzi - conferma la capacita' di Cosa Nostra di agire politicamente in senso lato". Il magistrato ricostruisce gli eventi della seconda meta' del '92, dopo  le stragi Falcone e Borsellino, periodo nel quale Cosa Nostra 'dimostra una capacita' di reazione elevatissima "Il proiettile piazzato il 17 ottobre nei giardini di Boboli, a Firenze - spiega Chelazzi - serviva a lanciare un messaggio: abbiamo capito che vi sta a cuore il patrimonio artistico e vi mettiamo alla prova. Il silenzio che segue quell'episodio convince i boss che lo Stato ha accettato un tavolo separato, che preferisce trattare di nascosto, che allo scoperto ha pochi margini di manovra". E la condanna di Riina, nonostante fosse detenuto, per le stragi del '93 e' la conferma, per Chelazzi, che il piano parte nel '92 e che gli eccidi del '93 arrivano quando i mafiosi hanno ritenuto chiusi tutti gli spazi di dialogo. Le considerazioni del magistrato impongono due ulteriori domande: accanto a chi (o spinta da chi) Cosa Nostra ha agito 'politicamente', e se i suoi tentativi di dialogo hanno trovato un interlocutore nelle istituzioni: "Non credo nel modo piu' assoluto che i contatti cercati dal generale Mori e dal misterioso Paolo Bellini siano da interpretare come hanno fatto i mafiosi þ sostiene il Pm þ diciamo che anche se compie interpretazioni forzate Cosa Nostra resta un soggetto vigile e attento al dialogo. Ci auguriamo che queste domande trovino una risposta definitiva al termine delle indagini, collegate con altre procure, e ancora aperte".

12 marzo - La corte d' Assise d' Appello di Palermo, presieduta da Biagio Insacco, accoglie l' istanza dei difensori di Toto' Riina e revoca la misura dell' isolamento diurno nei confronti del boss. Riina potra' trascorrere le cosiddette “ore d' aria” o di “socializzazione” con uno o piu' detenuti che saranno scelti dall' amministrazione del carcere in cui e' recluso, quello di Ascoli Piceno. La misura non incidera' sul regime del 41 bis cui e' sottoposto il boss corleonese in cella dal 15 gennaio 1993. Non e' la prima volta che all' ex capo di Cosa nostra viene tolta la misura dell' isolamento: in passato la Cassazione aveva annullato, su istanza dei difensori, un precedente provvedimento della corte d' Assise palermitana. Su ricorso della procura generale, pero', l' isolamento diurno e' stato ripristinato. Secondo il legale di Riina, Domenico La Blasca, la Corte di Assise d' Appello uniformandosi ad un orientamento della Cassazione ha deciso che la pena accessoria - che per legge non puo' superare i tre anni - dell' isolamento va cumulata nel caso che le sentenze definitive riguardino reati commessi prima dell' arresto. Riina, condannato all' ergastolo 12 volte, attende ancora che passi in giudicato la sentenza all' ergastolo per le cosiddette stragi a Roma, Milano e Firenze nel '93. Qualora venisse condannato definitivamente potrebbe ancora una volta essere posto in isolamento diurno. Luca Tescaroli, sostituto procuratore di Roma e pm nel processo per la strage mafiosa di Capaci, commenta:”Purtroppo siamo un Paese che non ha memoria e saremo costretti a rivivere il nostro passato”. “Non a caso l'impegno di Cosa Nostra - ha proseguito il pm - e' sempre stato diretto a neutralizzare il 41 bis, che prevede il regime di carcere duro. Consentendo un contatto con altri detenuti si agevolano i canali di comunicazione con l'esterno. Con questa decisione, al di la' delle intenzioni, si agevola Cosa Nostra”.

23 maggio - Otto anni dopo la strage di via dei Georgofili, il Comune di Firenze e la Regione Toscana commemorano i cinque morti, tra cui due bambini, causati da un' autobomba collocata da Cosa nostra a fianco degli Uffizi. Alle iniziative congiunte si affianca una rappresentazione teatrale promossa dalla citta' di Sarzana (La Spezia). "Il processo che ha condannato gli esecutori della strage e' uno dei processi piu' significativi nel nostro Paese - ha detto stamani Daniela Lastri, assessore all' istruzione del comune di Firenze -, che ha costretto al carcere gli esecutori delle stragi del '93. Stragi - ha aggiunto Lastri - che sono state portate a termine per un disegno ben preciso, compiute esattamente un anno dopo l' omicidio di Falcone e Borsellino". Firenze dunque ricorda la strage che si compi' nella notte tra il 26 e il 27 maggio '93, ma anche le stragi di Milano e Roma. Gia' il 21 e il 22 maggio l' assessorato alla pubblica istruzione ha organizzato la proiezione dei film "I cento passi" di Marco Tullio Giordana e "Placido Rizzotto" di Pasquale Scimeca, i due film dedicati a uomini che hanno dedicato la vita alla lotta contro Cosa nostra. Per il 25 maggio, nell' auditorium della Regione, e' stata organizzata una tavola rotonda alla quale parteciperanno, tra gli altri, il procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna, i presidenti delle associazioni 'Dare voce al silenzio degli innocenti' Paola Bernardo e familiari delle vittime di via dei Georgofili Giovanna Chelli e Walter Ricoveri, Antonino Caponnetto, ex giudice istruttore di Palermo. Il 26 maggio in Palazzo Vecchio il sindaco di Firenze Leonardo Domenici e il Presidente della Regione Toscana Claudio Martini presiederanno un incontro con Luigi Ciotti, presidente di "Libera", Rosalba Alu' e Rosaria Bertolone, dirigenti delle scuole Cocchiara e Ugo di Palermo, i magistrati Gabriele Chelazzi, pm nel processo di primo grado contro cosa nostra e Enrico Ognibene, presidente del Tribunale della liberta', e Vanna Van Straten, referente di "Libera" in Toscana. Alle 16,30, il presidente del consiglio comunale Alberto Brasca presentera' il libro "1,04, la Strage - stralci della sentenza del processo per l' attentato di via dei Georgofili" curato dal giornalista Francesco Nocentini e dall' avvocato Danilo Ammannato, legale di parte civile nel processo per le stragi. "Il libro - ha detto Brasca - fa parte della collana 'Memoria' che il comune ha voluto per sottolineare la necessita' della memoria e del ricordo. E per divulgare la verita' contenuta nella sentenza di primo grado: dietro quella strage ci sono responsabilita' diverse". Prima dei rintocchi della Martinella, che da otto anni ricordano a Firenze l' esplosione, l' orchestra Vincenzo Galilei e la schola cantorum Landini della scuola di musica di Fiesole eseguiranno in piazza della Signoria il Requiem di Faure' e la Messa dell' Incoronazione di Mozart. Ma le manifestazioni si estendono anche fuori dalla Toscana: a Sarzana, citta' di origine di Dario Capolicchio, lo studente universitario morto nell' attentato sara' messo in scena il 26 e 27 maggio al Teatro degli Impavidi il testo teatrale di Renzo Ricchi "Nel nome del figlio", con la regia di Toni Garbini. Lo spettacolo sara' poi replicato il 20 giugno al Teatro Civico della Spezia.

25 maggio - In una lettera, letta nel corso del convegno "Storia, giustizia, memoria: un difficile percorso", organizzato da Regione Toscana e Comune di Firenze per commemorare l'attentato di via dei Georgofili, il procuratore generale antimafia, Pier Luigi Vigna scrive:"Per rompere i 'segreti' che avvolgono il potere criminale e ne costituiscono il nodo centrale, e' probabilmente necessario il concorso di storici e politici che, sia pure in ambiti diversi da quello giudiziario, possono concorrere ad apportare positivi contributi alla ricerca della verita".

26 maggio - L' Ansa scrive:
"C' e' bisogno di una legislazione all'altezza dei problemi e la nostra per tanti aspetti non lo e"'. Lo ha detto il sostituto procuratore nazionale antimafia Gabriele Chelazzi, raggiunto per telefono a Roma, in occasione delle celebrazioni dell' ottavo anniversario della strage di via dei Georgofili. "Tante volte - ha detto Chelazzi che e' stato pm nel processo di primo grado ai vertici di Cosa nostra per le stragi di Firenze, Milano e Roma - si e' sentito dire che da noi le leggi erano troppe. Invece e' piu' corretto affermare che da noi ci sono molte leggi da rivedere anche in materia di processo e di antimafia". "Il bisogno di leggi nuove non e' mai appagato, se queste servono a togliere di mezzo norme inadeguate, e se possono restituire razionalita' ed efficienza al sistema. La responsabilita' della legge buona o meno buona - ha concluso Chelazzi - riguarda poco Cosa nostra e molto il potere legislativo passato e quello che verra'".

26 maggio - "C' e' ampia prova" che ad eseguire le stragi del '93 sia stata Cosa nostra ma gli obbiettivi sono stati dettati dall' esterno". E' questo il passaggio centrale delle conclusioni delle motivazioni della sentenza della corte d' assise d' appello contro gli esecutori e i mandanti delle stragi del '93 depositate il 21 maggio scorso. Le ha rese note l' avvocato Danilo Ammannato, legale di parte civile nel processo delle stragi per il Comune di Firenze, nel corso della presentazione del libro "1,04 - La Strage" voluto dal Comune di Firenze per l' ottavo anniversario della strage di via Georgofili. "Nelle motivazioni a sentenza - ha detto Ammannato - la corte definisce esecutori e mandanti delle stragi 'personaggi rozzi e incolti, veri e propri tagliagola di medioevale memoria', mentre Toto' Riina e' uomo 'di basso quoziente di intelligenza'. E se c' e' ampia prova che gli attentati furono eseguiti da loro, e' del tutto evidente che obbiettivi cosi' raffinati come l' accademia dei Georgofili e San Giovanni al Velabro possono soltanto esser stati suggeriti dall' esterno". Il sindaco di Firenze Leonardo Domenici, durante le celebrazioni dell' ottavo anniversario della strage, dice: "Sappiamo chi ha messo la bomba in via dei Georgofili ma ci sono mandanti dal volto nascosto che stanno sullo sfondo di questa come di altre stragi. C' e' qualcosa che deve essere illuminato". Nel salone dei Cinquecento, don Luigi Ciotti, presidente di "Libera", il regista siciliano Salvatore Scimeca, autore del film "Placido Rizzotto", il presidente della Regione Toscana Claudio Martini, l' assessore all' istruzione Daniela Lastri, assieme al sindaco Domenici hanno ricordato la notte tra il 26 e il 27 maggio '93 quando un "Fiorino" imbottito di tritolo scoppio' in via dei Georgofili uccidendo Caterina, Nadia e Fabrizio Nencioni, Angela Fiume e Dario Capolicchio. "Firenze - ha detto Domenici - seppe rispondere: ricordare questa strage, ricordare il filo rosso degli attentati che ha segnato la storia recente vuol dire pensare a qualcosa di piu' grande. Vuol dire sapere che nel nostro Paese, in alcuni momenti difficili della nostra storia politica e istituzionale, c' e' stato chi ha pensato di usare le bombe per condizionare la vita civile e democratica. E' come se avessimo una di quelle malattie che stanno li' e ogni tanto si risvegliano". Domenici e' tornato sulla questione dei "mandanti dal volto coperto": "come ci ha ricordato il procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna, ci sono mandanti dal volto nascosto che stanno sullo sfondo di questa come di altre stragi. Personaggi che fino ad ora non sono venuti alla luce". E proprio su questo e' intervenuto Gabriele Chelazzi, sostituto procuratore della Dna, che avrebbe dovuto partecipare al convegno ma e' stato trattenuto a Roma per "impegni istituzionali". "Gli uffici giudiziari e gli organismi di polizia preposti alle indagini - ha detto Chelazzi, sentito per telefono - non hanno mai abbassato il livello dell' impegno con la convinzione che questo dara' prima o poi risultati per arrivare a verita' ulteriori rispetto a quelle gia' affermate dalle sentenze". "Verita' ulteriori" che, durante il convegno, ha individuato anche Salvatore Scimeca: "L' eco delle bombe del '93 - ha detto il regista siciliano - mostrano oggi il loro risultato. La mafia non tollera che la si combatta. E se ieri i magistrati venivano uccisi con il tritolo, oggi li mettono in condizioni di non poter piu' lavorare". Ma l' intervento che piu' ha commosso la platea del salone dei Cinquecento e' stato quello del presidente di "Libera", don Luigi Ciotti, che ha iniziato a parlare lanciando una provocazione: "Per favore, non parliamo piu' di mafia" Cosi' facciamo contente tante persone, senz' altro quelle che oggi vogliono sciogliere la commissione antimafia. Bene, non parliamone piu' ma poniamo una condizione: che ci sia un ritorno alla legalita', che ci sia sviluppo e promozione sociale, che ci sia ricerca della verita' perche' non si costruisce giustizia senza la ricerca della verita"'. L' ultimo pensiero Don Ciotti l' ha riservato a Nadia, Caterina, Fabrizio, Angela e Dario, le vittime di via dei Georgofili: "All' 1,04 del 27 maggio facciamo silenzio - ha detto il sacerdote - per sentire dentro di noi l' impegno di crescere. Oggi la mafia ha ripreso alla grande e la gente e' tornata ad avere paura, fa fatica. Facciamo nostro il grido onesto dei magistrati: anche noi dobbiamo dire e capire".

13 luglio - "L' Espresso"
Bombe e servizi segreti
Tre stragi, tre coincidenze
Tra gli atti degli inquirenti che indagano sulle stragi del 1992-93 ce ne sono alcuni che riguardano Lorenzo Narracci, vicecapo del Sisde a Palermo fino a 9 anni fa. Gli investigatori hanno un biglietto, trovato sulla montagna da dove fu prenuto il telecomando per uccidere Giovanni Falcone, sul quale era annotato il suo numero di cellulare. Inoltre l' auto usata da Narracci era posteggiata in via Fauro a Roma, la notte dell' attentato a Maurizio Costanzo. Dai tabulati del cellulare di Bruno Contrada, l' ex numero 3 del Sisde, risulta una chiamata a Narracci (che era a Palermo) partita 80 secondi dopo la bomba che uccise Paolo Borsellino.

27 luglio – Il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, si e' rivolto al ministro dell'Interno Claudio Scajola perche’ la legge ha dato finora «solo risarcimenti teorici» ai familiari delle vittime della strage di via Palestro, avvenuta il 27 luglio 1993, e perche’ «si possa giungere tempestivamente a una soluzione». De Corato ha parlato proprio durante la cerimonia per l' ottavo anniversario della strage. La bomba uccise tre vigili del fuoco, un vigile urbano e un immigrato, cinque vittime, ha detto il vicesindaco, di «una furia omicida che si scateno' per minare le basi della civile convivenza democratica». Poi, ha ricordato, «la verita' giunse e conosciamo i colpevoli. Le indagini delle Procure di Milano, Roma e Firenze stabilirono che si tratto' di stragi di mafia (anche quelle di Firenze in via Georgofili e nelle chiese della capitale), con l'obiettivo di seminare panico per frenare il rinnovamento e allentare la pressione dello Stato su Cosa Nostra». Quindi la questione del fondo «di rotazione per la solidarieta' alle vittime di reati di stampo mafioso», fondo istituito nel dicembre '99. «La legge, fino ad oggi – ha ribadito De Corato - ha garantito solo risarcimenti teorici. In piu', per quanto riguarda i proventi dei beni confiscati ai mafiosi, non e' stato mai, finora, specificato a quanto ammontino e quindi in che misura contribuiscano al fondo di solidarieta»'. Inoltre anche la procedura per accedere al fondo «e' complicata. Allo stato di fatto il Tar del Lazio ha accolto la sospensiva che prevede di riesaminare l'accesso al fondo in favore dei familiari delle vittime di via Palestro». Da qui l' appello al ministro («da cui dipende per competenza l' erogazione del contributo») perche' si arrivi in breve tempo a una soluzione «congruente sia al profilo procedurale sia all' inconfutabile pertinenza della strage avvenuta in questo luogo con le motivazioni addotte per l'attribuzione del risarcimento».

24 settembre - Giovanni Brusca depone in videoconferenza nel processo contro Marcello Dell' Utri, imputato di concorso in associazione mafiosa, che si svolge davanti ai giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo. Il capomafia oggi pentito dice che "Di quanto accadeva nel '92 con le stragi di Capaci e via D' Amelio e nel '93 con gli attentati a Roma, Firenze e Milano, la sinistra era a conoscenza" ma precisa:"Non voglio dire che la sinistra e' mandante delle stragi. Voglio dire che in quel momento chi comandava sapeva quello che accadeva in Sicilia e nel Nord Italia". Per Brusca le autobombe sarebbero stato un monito rivolto successivamente anche a Berlusconi che avrebbe manifestato "stupore". Nel rispondere al pm Antonio Ingroia, Brusca ha affermato di avere cercato di contattare, insieme a Leoluca Bagarella, Silvio Berlusconi verso la fine del 1993. Ha aggiunto di averlo fatto tramite Vittorio Mangano ("era il factotum della famiglia Berlusconi e ha dovuto lasciare il posto di lavoro per motivi di opportunita', ma con lui era rimasto in buoni rapporti") al quale con Bagarella spiego' "che nonostante le prime bombe del '93 nessuno si era fatto sentire e ogni bomba era uno stimolo". "In quel momento - ha anche dichiarato il pentito - al governo c' era una parte della sinistra e Berlusconi doveva ancora scendere in campo. Assieme a Bagarella decidemmo di rivolgerci a Mangano affinche' parlasse con Berlusconi". Le richieste, sempre secondo Brusca, sarebbero proseguite anche dopo la vittoria elettorale del Polo e la nomina di Berlusconi a presidente del consiglio: "Volevamo fargli capire - ha proseguito il pentito - che, se non ci avesse aiutato, avremmo continuato con le bombe, mettendo cosi' in difficolta' il suo governo". L' ex boss ha sostenuto che il messaggio venne recapitato e che "dall' altra parte ci fu stupore". Secondo Brusca la "trattativa" sarebbe stata interrotta "perche' Vittorio Mangano venne arrestato e per la  caduta del governo Berlusconi". Giovanni Brusca ha dichiarato inoltre che Vittorio Mangano non avrebbe mai parlato di Marcello Dell'Utri. In aula Brusca stamane ha aggiunto di avere appreso "dei buoni rapporti che c' erano fra Silvio Berlusconi e Vittorio Mangano dopo aver letto tra la fine del '93 ed il '94 un articolo sul settimanale L' Espresso". "Chiamai allora Mangano - spiega il collaboratore di giustizia - il quale mi confermo' quasi tutto il contenuto dell' articolo, spiegandomi che era stato costretto a mollare, a licenziarsi per non creare problemi a Berlusconi e al suo staff. Mangano mi sottolineo' che era rimasto in buoni rapporti". "Con Bagarella - spiega Brusca - gli abbiamo chiesto di contattare Berlusconi e Mangano si mise a disposizione, era lui il nostro interlocutore con Berlusconi". Per gli avvocati Enzo ed Enrico Trantino, la deposizione di Brusca "costituisce la definitiva capitolazione del teorema accusatorio. "Nel corso della lunga militanza in Cosa nostra - dice Trantino - anche con ruolo di vertice Brusca non ha mai conosciuto ne' sentito parlare del senatore Marcello Dell' Utri. La categorica ed ennesima smentita della principale fonte d' accusa, Salvatore Cangemi e' la riprova di una inquietante trama costruita ai danni del nostro assistito da parte di alcuni collaboranti, come abbiamo sempre sostenuto'. I legali sollecitano la Procura a prendere iniziative 'nei confronti di chi ha calunniato il senatore Dell' Utri al solo scopo di ottenere riconoscimenti giudiziari e benefici economici". Per il pm del processo Antonio Ingroia invece "Non e' vero quanto sostiene la difesa e cioe' che l' impostazione accusatoria del processo si fondava sulle dichiarazioni di Giovanni Brusca e lo dimostra il fatto che il gup ha rinviato a giudizio Dell' Utri quando ancora le dichiarazioni del boss di San Giuseppe Jato dovevano essere fatte". "Le dichiarazioni di Brusca - spiega Ingroia - sono arrivate dopo che per Dell' Utri era gia' stato fissato il processo in tribunale. Gli elementi contro di lui sono ben altri. Non posso che essere sorpreso che da parte della difesa vi siano commenti nel senso di valorizzare l' attendibilita' di Giovanni Brusca, il quale in primo luogo ha confermato l' appartenza di Vittorio Mangano a Cosa nostra con ruolo di vertice nel periodo in cui manteneva rapporti con Dell' Utri". Ingroia sottolinea uno dei passaggi della deposizione del collaboratore di giustizia: "Ha dichiarato in aula di avere inviato nel '94 tramite Vittorio Mangano un messaggio a Silvio Berlusconi, ricevendo la risposta che era stato recapitato". Gli inquirenti, intanto, avrebbero indicato che l' imprenditore 'Roberto', di cui ha parlato oggi in aula Giovanni Brusca, sarebbe Natale Sartori, gia' condannato dal tribunale di Milano a 4 anni e 9 mesi di carcere per corruzione e favoreggiamento. L' uomo, che ha interessi economici in alcune imprese di pulizie a Milano, sarebbe stato per gli investigatori il tramite fra Vittorio Mangano e Marcello Dell' Utri.

27 settembre - "La Repubblica"
Una nuova sentenza inguaia Dell'Utri
La Corte d'Assise d'Appello di Caltanissetta: contatti con Riina
MARCO TRAVAGLIO FRANCESCO VIVIANO
PALERMO - Una nuova sentenza rischia di aggravare la posizione di Marcello Dell'Utri, imputato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. E crea nuovi imbarazzi a Silvio Berlusconi, sulle presunte liaisons dangereuses con esponenti mafiosi, all'indomani della deposizione di Giovanni Brusca. La sentenza - che i pm chiederanno di acquisire al processo - è quella della Corte d'assise d'appello di Caltanissetta sulla strage di Capaci. Che, alla voce "I moventi", contiene un capitolo dal titolo inquietante: "I contatti tra Salvatore Riina e gli On.li Dell'Utri e Berlusconi". Secondo i giudici e i giurati popolari, Cosa Nostra intrecciò con Berlusconi e Dell'Utri un "rapporto fruttuoso, quanto meno sotto il profilo economico". Per anni il gruppo Fininvest versò alla mafia "regalie" sotto forma di "consistenti somme di denaro". All'incasso provvedeva Vittorio Mangano, l'ex fattore della villa di Arcore, finchè dagli anni '90 Totò Riina decise di gestire il rapporto in prima persona: "nell'ottica di Cosa Nostra, questo rapporto era certamente da coltivare, e ciò spiega il diretto interessamento di Riina e l'estromissione di Mangano dal ruolo assegnatogli".
La Corte ricorda le parole dei pentiti Angelo Siino ("Provenzano stava adoperandosi per "agganciare Craxi tramite Berlusconi"") e Salvatore Cancemi ("Riina, prima di Capaci, si era incontrato con persone importanti: Dell'Utri e Berlusconi"). E concludono: "Il progetto politico di Cosa Nostra sul versante istituzionale mirava a realizzare nuovi equilibri e alleanze con nuovi referenti nella politica e nell'economia": cioè a "indurre alla trattativa lo Stato ovvero a consentire un ricambio politico che, attraverso nuovi rapporti, assicurasse come nel passato le complicità di cui Cosa Nostra aveva beneficiato". Riina diceva: "Fare la guerra per fare la pace".
Quelle che finora erano bollate come dicerie di pentiti e teoremi di pm vengono consacrate "in nome del Popolo Italiano" dalla sentenza depositata il 23 giugno da due giudici che passano per ultramoderati (il presidente Giancarlo Trizzino e il relatore Vincenzo Pedone): la stessa che ha condannato 37 boss (di cui 29 all'ergastolo) per l'assassinio di Falcone, della moglie e della scorta. Anche di questo si parlerà quando il Cavaliere sarà chiamato a testimoniare al processo Dell'Utri, come indagato di reato connesso. La Procura chiede di sentirlo a proposito delle 22 holding Fininvest (il dirigente di Bankitalia, autore della famosa consulenza, deporrà in ottobre), ma anche dei rapporti con Mangano, il finanziere Rapisarda e altri amici degli amici. E i legali di parte civile per la Provincia di Palermo vogliono sentire Cancemi proprio sulle sue accuse a Berlusconi e Dell'Utri per le stragi.
Ma la sentenza potrebbe pesare anche sull'imminente decisione del Gip di Caltanissetta sulla richiesta di archiviazione avanzata dall'ex procuratore Giovanni Tinebra per Berlusconi e Dell'Utri, indagati per strage. Prima d'essere promosso al Dap dal governo Berlusconi, Tinebra aveva smentito i suoi tre pm, che indagavano sulle stragi in base alle dichiarazioni di Brusca e Cancemi, bocciandole come "divergenti". La Corte invece le ritiene "convergenti" su molti punti. Ed elogia la collaborazione di Cancemi, "spontanea, lineare, importante e leale".
Dov'è la prova che il "gruppo economico riconducibile all'on. Silvio Berlusconi" pagava Cosa Nostra? "Le indicazioni di Cancemi, con riferimento alle dazioni di denaro - scrivono i giudici - hanno trovato puntuali conferme nelle dichiarazioni dei collaboranti Anzelmo, Ganci, Neri, Galliano e Ferrante", e nella "documentazione prodotta dall'accusa, tra cui le agende (sequestrate in un covo mafioso, ndr) con le diciture "Can 5 n.8", "Regalo 990 5000 nr.8". E Brusca ha riferito che l'on. Berlusconi "mandava qualche cosa giù come regalo, come contributo, come estorsione" al cugino Ignazio Pullarà.
Tutto ciò non basta a "individuare negli on. Dell'Utri e Berlusconi i mandanti occulti della strage", né a spiegare, con le loro "promesse di interventi futuri, l'accelerazione impressa da Riina alla strage di via d'Amelio". Ma bisognerà "indagare nelle opportune direzioni per individuare i convergenti interessi di chi era in rapporto di reciproco scambio coi vertici di Cosa nostra"; e per "meglio sviscerare i collegamenti e le reciproche influenze con gli eventi politicoistituzionali". I "non improbabili mandanti occulti" delle stragi del 1992'93, infatti, "costituiscono il principale enigma di questo processo".


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