Almanacco dei misteri d' Italia


Le autobombe del 1993
le notizie del 2003
2 gennaio 2003 - SI AVVICINA DECIMO ANNIVERSARIO STRAGE GEORGOFILI
"La Nazione"
Georgofili: alle porte il decennale della strage
Quattro dei 5 morti della strage dei Georgofili, l'intera famiglia Nencioni, erano della Romola, S.Casciano: si entra nel 2003, decimo anniversario della strage. La rappresentante delle vittime, Giovanna Maggiani Chelli, ha espresso molti dubbi in generale sull'indulto di cui si parla in questi giorni, temendo che possa favorire mafiosi e terroristi compresi gli autori della strage quando ancora si cercano i mandanti. In queste settimane, sulla vicenda, ad alimentare la riflessione è arrivato il dossier di Maurizio Torrealta dal titolo "La trattativa mafia e Stato: un dialogo a colpi di bombe". Sui Georgofili, parla di "inspiegabile ricorso (da parte degli esecutori, ndr) a basi poco sicure", e di "interpretazione dell'attentato" secondo la quale vicino al luogo in cui fu parcheggiato il famigerato Fiorino-bomba ci sarebbe stato "un centro d'attività legato a una corrente della massoneria".
Maggiani Chelli afferma ancora una volta che la mafia "ha prestato la manovalanza" nella strage, e che ancora si deve scavare nel complesso pianeta dei mandanti. Si apre dunque un 2003 - il 27 maggio saranno dieci anni dalla strage - ancora con angoli da esplorare per i familiari delle vittime.
Andrea Ciappi

15 febbraio 2002 - IL 18 COMINCIA PROCESSO MANCATA STRAGE ALL'OLIMPICO
Da martedì a Firenze il processo per l'attentato dell'Olimpico
Fu mancata strage
Sul banco degli imputati Riina e Graviano
Il progetto di attentato, poi andato a monte, a un pullman dei carabinieri che avrebbe dovuto "saltare" nei pressi dello stadio Olimpico alla fine del 1993 nell' ambito della campagna di terrorismo mafioso scatenato da Cosa Nostra con le autobombe di Firenze, Roma e Milano, sarà al centro di un nuovo processo contro Totò Riina e Giuseppe Graviano che si aprirà martedì nell' aula bunker di Firenze. Non si tratta in realtà di un processo ex novo in quanto l' episodio dell' Olimpico era già stato affrontato nei processi di primo e secondo grado, che si erano conclusi con la condanna all' ergastolo per 15 imputati, fra cui Riina e Giuseppe Graviano. La corte d' assise d' appello però, il 13 febbraio 2001, aveva rilevato nella sentenza di primo grado una nullità dovuta al fatto che nel dispositivo di condanna per Riina e Graviano i giudici avevano omesso qualsiasi riferimento al capo di imputazione (strage) relativo all' Olimpico e aveva quindi trasmesso nuovamente gli atti alla corte d' assise. Pur riconoscendo che il dibattimento era già stato svolto nel precedente processo, i difensori dei due imputati, gli avvocati Luca Cianferoni e Giangualberto Pepi, hanno chiesto ora alla corte di poter sentire in aula vari testimoni, fra cui il presidente della repubblica Ciampi, l' ex presidente Scalfaro, il sottosegretario agli interni Alfredo Mantovano, i procuratori Pier Luigi Vigna e Pietro Grasso, oltre a una lunga serie di "pentiti". Secondo l' avvocato Cianferoni, in particolare, l' audizione dei testi dovrebbe consentire di escludere la responsabilità di Riina quale mandante delle stragi della primavera-estate 1993 e di far emergere il "vero movente". Non tanto la sfida contro il 41 bis e la legislazione a favore dei collaboratori di giustizia, come ritenuto dai giudici fiorentini, quanto una operazione di "stabilizzazione politica", "tendente a smorzare, a troncare e sopire quel rinnovamento" del Paese che stava seguendo alla stagione di "mani pulite".

18 febbraio 2003 - RINVIATO PROCESSO A RIINA E GRAVIANO PER FALLITO ATTENTATO STADIO OLIMPICO
ANSA:
Firenze - E' stato rinviato al 19 marzo, a causa di un difetto di notifica, il nuovo processo contro Toto' Riina e Giuseppe Graviano per il progetto di attentato, poi andato a monte, a un pullman carico di carabinieri che sarebbe dovuto "saltare" nei pressi dello stadio Olimpico alla fine del 1993 nell' ambito della campagna di terrorismo mafioso scatenata da Cosa Nostra con le autobombe di Firenze, Roma e Milano. La questione di un difetto di notifica era stata sollevata in apertura di udienza dai difensori dei due imputati, gli avvocati Luca Cianferoni e Giangualberto Pepi, e la corte d' assise, dopo circa un' ora di riunione in camera di consiglio, l' ha accolta rinviando l' udienza al 19 marzo. Non si tratta in realta' di un processo ex novo in quanto l' episodio dell' Olimpico (per cui era stato contestato il reato di strage) era gia' stato affrontato nei processi di primo e secondo grado, che si erano conclusi con la condanna all' ergastolo per 15 imputati, fra cui Riina e Giuseppe Graviano. La corte d' assise d' appello pero', il 13 febbraio 2001, aveva rilevato nella sentenza di primo grado una nullita' dovuta al fatto che nel dispositivo di condanna per Riina e Graviano i giudici avevano omesso qualsiasi riferimento all' Olimpico e aveva quindi trasmesso gli atti relativi a quell' episodio alla corte d' assise per un nuovo processo.

11 marzo 2003 - NUOVO PROCESSO PER STRAGE GEORGOFILI
"Il Resto del Carlino"
Strage dei Georgofili, un nuovo processo
Alla sbarra l'uomo che nascose l'esplosivo
La seconda sezione della corte d'assise d'appello (presidente Michele Ravone) è stata chiamata dalla Cassazione a valutare la posizione di Antonino Messana, 66 anni, originario di Alcamo (Trapani), residente a Prato, coinvolto nella strage di via dei Georgofili avvenuta il 27 maggio 1993, in cui persero la vita l'intera famiglia Nencioni, il padre Fabrizio, la moglie Angela e le due piccole Nadia e Caterina, e lo studente spezzino Dario Capolicchio, organizzata dai corleonesi di Totò Riina e Leoluca Bagarella. La prima sezione della corte d'assise d'appello, il 13 febbraio 2001, aveva condannato il Messana a 21 anni di reclusione per concorso in strage.
L'imputato aveva messo a disposizione il proprio garage collocato vicino alla sua abitazione a Prato per custodire, nei giorni precedenti l'attentato, l'esplosivo che poi fu caricato su un furgone Fiorino, portato in via dei Georgofili e fatto esplodere. Inizialmente il Messana si era rifiutato ma poi, di fronte alle minacce di alcuni mafiosi di grossa caratura, era stato costretto a cedere. In particolare le minacce gli erano state rivolte da Gioacchino Calabrò, reggente del mandamento di Castellammare del Golfo, che si recò da lui accompagnato da due mafiosi Giorgio Pizzo e Vincenzo Ferro, nipote dello stesso Messana.
Alla strage parteciparono Francesco Giuliano, Gaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro e Giuseppe Barranca. I difensori del Messana, gli avvocati Federico Bagattini di Firenze e Nicolò Amato di Roma, sia in primo che in secondo grado avevano invocato la scriminante dello stato di necessità ma in nessuno dei due gradi i giudici l'avevano riconosciuta.
La Cassazione, invece, con sentenza del 6 maggio 2002, l'ha ritenuta fondata e ha annullato la sentenza della prima sezione della corte d'assise d'appello del 13 febbraio 2001 ordinando un nuovo processo.
Ieri, il sostituto procuratore generale Renzo Dell'Anno ha svolto una stringata requisitoria sostenendo la non sussistenza dello stato di necessità ma chiedendo una riduzione di pena ritenendo eccessiva la condanna a 21 anni di reclusione.
Per le parti civili ha poi parlato l'avvocato Danilo Ammannato, quindi il processo è stato rinviato a giovedì prossimo per le arringhe degli avvocati Bagattini e Amato cui seguirà la sentenza.
Rosario Poma

13 marzo 2003 - VIA DEI GEORGOFILI, CONFERMATI 21 ANNI A MESSANA
ANSA:
La corte d' assise d' appello di Firenze ha confermato oggi la condanna a 21 anni di reclusione per Antonino Messana, il muratore pratese accusato di aver fornito a Cosa Nostra il garage dove venne custodito l' esplosivo utilizzato il 27 maggio 1993 per la strage di via dei Georgofili, a Firenze. La condanna a 21 anni per concorso in strage gli era stata inflitta il 6 giugno 1998 nel processo di primo grado per le autobombe mafiose della primavera-estate del 1993 (10 morti e 106 feriti) e gli era stata confermata in appello il 13 febbraio 2001.
Il 6 maggio scorso, pur accogliendo sostanzialmente le precedenti sentenze e confermando definitivamente le condanne all' ergastolo per 15 dei principali imputati - la Corte di Cassazione aveva annullato la parte relativa a Messana, ritenendola non sufficientemente motivata e rinviando gli atti a Firenze per un nuovo processo d' appello.
Oggi i giudici fiorentini di secondo grado hanno pero' ribadito la condanna a 21 anni, contro cui i difensori dell' imputato, gli avvocati Niccolo' Amato e Federico Bagattini, hanno preannunciato un nuovo ricorso in Cassazione.
Secondo i due legali, Messana - parente stretto di Giuseppe e Vincenzo Ferro, padre e figlio, due dei principali imputati al processo per le autobombe ed entrambi 'pentiti' - avrebbe concesso il garage della sua casa di Prato per nascondere l' esplosivo da utilizzare per gli Uffizi e acconsentito ad ospitare in casa sua alcuni degli organizzatori alla vigilia dell' attentato soltanto perche' si era trovato "in stato di necessita"' e ne hanno quindi chiesto l' assoluzione. Per la difesa infatti il muratore pratese era con le spalle al muro e non avrebbe potuto fare altrimenti, viste le pesanti minacce - soprattutto per la vita di sua moglie e dei suoi figli - che gli uomini di Cosa Nostra gli avrebbero rivolto per fargli cambiare idea e costringerlo a collaborare, dopo i primi rifiuti.
La seconda corte d' assise d' appello di Firenze ha invece accolto la tesi delle due precedenti sentenze di condanna, secondo cui l' imputato, al contrario, avrebbe concesso la sua collaborazione per l' attentato di Via dei Georgofili in maniera volontaria.

20 marzo 2003 - PROCESSO AUTOBOMBE '93: DIFESA RIINA CAMBIA STRATEGIA
"La Gazzetta del sud"
I legali sostengono che gli attentati furono messi a punto da forze diverse da Cosa nostra
Autobombe '93, la difesa di Riina cambia strategia
Solo dopo un primo esame delle migliaia di atti relativi ai precedenti processi e acquisiti ieri, la corte d' assise di Firenze valuterà le richieste di citazione di numerosi nuovi testi avanzate dai difensori di Giuseppe Graviano e Totò Riina in apertura del nuovo processo per il fallito attentato a un pullman carico di carabinieri che sarebbe dovuto "saltare" nel pressi dello stadio Olimpico, a Roma, il 31 ottobre '93 nell' ambito della campagna di terrorismo mafioso scatenata nella primavera-estate di quell' anno con le autobombe di Firenze, Roma e Milano. Il processo nasce da una nullità formale che la Cassazione aveva rilevato nella sentenza di primo grado- la mancanza nel dispositivo di qualsiasi riferimento all' episodio dell' Olimpico, che pure era stato ampiamente affrontato nel corso dei dibattimenti - con cui Riina e Graviano erano stati condannati, insieme ad altri 13 coimputati, alla pena dell' ergastolo. La corte ha deciso di acquisire le migliaia di pagine di verbali dei dibattimenti di primo e secondo grado e le sentenze dei tre gradi di giudizio, riservandosi invece di decidere se aprire un nuovo dibattimento sentendo nuovi testimoni, come hanno sollecitato gli avvocati Giangualberto Pepi e Luca Cianferoni, difensori di Graviano e Riina. I due legali hanno chiesto alla corte di citare, fra gli altri, il presidente della repubblica Ciampi, il senatore Andreotti, l' ex capo dello stato Scalfaro, oltre ai magistrati Pier Luigi Vigna e Piero Grasso e a una decina di grossi "pentiti", fra cui Nino Giuffrè. Secondo i legali, l' audizione di questi ed altri testi - su cui la corte potrebbe decidere nella prossima udienza, il 25 marzo - potrebbe consentire di far emergere il "vero" movente delle stragi del 1993. Non si sarebbe trattato tanto di una sfida contro il 41 bis e la legislazione sui pentiti - sempre secondo i legali - quanto di una strategia di forze diverse da Cosa nostra "per favorire - ha affermato Pepi riferendosi alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia - un partito politico allora nascente".

26 marzo 2003 - GIUFFRE' DEPORRA' SU FALLITO ATTENTATO STADIO OLIMPICO
"La Gazzetta del sud"
Giuffrè deporrà sul fallito attentato all'Olimpico
Il pentito Nino Giuffrè verrà sentito dalla prima corte d'assise di Firenze come teste al nuovo processo contro Totò Riina e Giuseppe Graviano per il fallito attentato dello stadio Olimpico, a Roma, del 31 ottobre 1993. Lo avevano chiesto i difensori dei due imputati, gli avvocati Luca Cianferoni e Giangualberto Pepi, e i pm Alessandro Crini e Giuseppe Nicolosi si erano dichiarati remissivi. La corte ha invece respinto le richieste relative alla citazione di altri testi avanzate dai legali. Gli avvocati avevano chiesto di sentire, oltre a numerosi pentiti, a magistrati come Pier Luigi Vigna e Pietro Grasso, a dirigenti ed ex capi dei servizi segreti e ad alti rappresentanti della massoneria, anche alcuni esponenti politici, fra cui l'ex ministro degli interni Nicola Mancino, il senatore Giulio Andreotti e, infine, il presidente della repubblica Ciampi e l'ex capo dello stato Scalfaro. La Corte ha respinto le richieste in quanto alcuni dei testi - in particolare gli ex dirigenti dei servizi di informazione - erano già stati sentiti nei precedenti processi. Quanto agli altri, i giudici hanno spiegato di ritenere inammissibile la richiesta in quanto il contenuto delle loro eventuali deposizioni "è riferito - spiega l'ordinanza - a dati di natura congetturale e valutativa e manca del necessario collegamento con l'oggetto del processo". Secondo i legali, l'audizione di questi testi avrebbe invece potuto consentire di far emergere il "vero" movente delle stragi del 1993. Non si sarebbe trattato tanto, secondo i legali, di una sfida contro il 41 bis e la legislazione sui pentiti, quanto di una strategia di forze diverse da Cosa nostra "per favorire - hanno sostenuto i due legali - un partito politico allora nascente". In particolare, l'avvocato Pepi aveva chiesto che Ciampi venisse sentito per spiegare se la notte del 27 luglio 1993 (autobombe di Roma e Milano) "espresse il timore che fosse in atto un colpo di stato", e se, "temendo un golpe - aggiunge ancora il legale -, pronunziò la frase: "chissà dove ci porteranno stanotte". Quanto ai senatori Nicola Mancino, Giulio Andreotti e Oscar Luigi Scalfaro, il legale avrebbe voluto che venissero sentiti su eventuali "interferenze di servizi segreti stranieri nelle stragi in Italia dal 1969 a oggi". "Ancora una enorme delusione - ha dichiarato l'avvocato Pepi commentando la decisione della corte d'assise - perchè la corte si è rifiutata di cercare la verità e perchè un'altra strage si trasformerà in un altro dei tanti misteri d'Italia. Si vuole continuare a vedere solo mafia dove ci potrebbero essere invece altri moventi". Il processo è stato rinviato al 21 maggio per la deposizione di Giuffrè, che i legali interrogheranno, fra l'altro, sulla strategia di Cosa Nostra nel periodo 1992-1994. Il processo nasce da una nullità formale - la mancanza nel dispositivo di qualsiasi riferimento all'episodio dell'Olimpico, che pure era stato ampiamente affrontato nel corso dei dibattimenti - che la Cassazione aveva rilevato nella sentenza di primo grado con cui Riina e Graviano erano stati condannati, insieme ad altri 13 coimputati, alla pena dell'ergastolo.

26 marzo 2003 - PROCESSO AUTOBOMBE '93: RIINA SU TRATTATIVA PER SUO ARRESTO
"La Gazzetta del Sud"
Autobombe '93 Il boss corleonese si dichiara estraneo alla stagione delle stragi e chiama in causa Nicola Mancino
Riina: lo Stato trattò per il mio arresto
L'ex ministro dell' Interno: sciocchezze, la cattura frutto dello straordinario impegno dei carabinieri
"Sono innocente. Dal giorno del mio arresto sono sempre stato in isolamento e non potevo avere contatti nemmeno con i miei parenti". Queste le dichiarazioni spontanee che in teleconferenza, dal carcere di Ascoli Piceno, Totò Riina ha fatto ieri, a Firenze, alla ripresa del nuovo processo contro di lui e Giuseppe Graviano per il fallito attentato a un pullman carico di carabinieri che sarebbe dovuto saltare a Roma, nei pressi dello stadio Olimpico, il 31 ottobre 1993, nell' ambito della campagna di terrorismo mafioso scatenata nella primavera-estate di quell' anno con le autobombe di Roma, Firenze e Milano. Riina ha anche invitato i giudici della corte d' assise di Firenze ad approfondire le circostanze del suo arresto, accennando all' ipotesi che qualcuno possa aver trattato con lo Stato la sua cattura. "Ho letto sul "Giornale di Sicilia" - ha detto Riina - che qualche giorno prima del mio arresto il ministro Mancino aveva più volte annunciato che era imminente la mia cattura. Quindi c' era stata una trattativa, cercate di informarvi. E informatevi pure - ha aggiunto il boss - sulla vicenda Di Carlo, che mi risulta sarebbe stato contattato dai servizi segreti per gli attentati con autobombe". Dopo le dichiarazioni spontanee di Riina, i giudici della corte d' assise si sono ritirati in camera di consiglio per decidere sulla richiesta, avanzata dai legali dei due imputati, di sentire alcuni testimoni. Le allusioni di Riina hanno costretto l'ex presidente del Senato Nicola Mancino ad una secca e puntuale replica. Ricorda Mancino: "All'inizio di gennaio 1993, intervistato dalla televisione nazionale al termine di una colazione di lavoro offerta a rappresentanti della stampa estera, alla domanda di una giornalista "chi sarà il prossimo latitante arrestato?", tra la speranza e l'auspicio, risposi Riina". "Dopo pochi giorni - ricorda l'esponente della Margherita - così fu. La mattina dell'arresto di Riina ci fu una riunione del Consiglio dei Ministri, ove portai la notizia che mi era stata data direttamente dal Capo dello Stato. Inevitabili gli applausi e le congratulazioni. Riina era l'obiettivo principale perchè latitante imprendibile. Nelle non poche riunioni tenute al Viminale avevo distribuito fra le forze dell'ordine l'attività di ricerca dei latitanti, affidandone alcuni alla Polizia di Stato, altri ai Carabinieri, altri alla Guardia di Finanza. Per i più pericolosi, anche per evitare di creare gelosie e di assegnare primazie, chiesi l'impegno a tutte e tre le forze dell'ordine. Tutti, infatti, ambivano a catturare uomini importanti della malavita". "Furono i Carabinieri - conclude l'ex presidente del Senato - a catturare Riina. Fu una stagione eccezionale, quella, che iniziò nel settembre 1992 con la cattura di Madonia. Lo Stato, uno dietro l'altro, ebbe grandi successi perchè riuscì ad ottenere una rinnovata ed efficace collaborazione tra forze di polizia e magistratura. Trattative? Ma quando mai. Lo Stato non ne aveva bisogno, anche perchè usciva a testa alta da un periodo di difficoltà. Non dimentichiamo le uccisioni di Falcone e di Borsellino, che stimolarono, ahimè, una forte reazione a una condizione di debolezza dello Stato sul territorio".

17 aprile 2003 - MORTO GABRIELE CHELAZZI, MAGISTRATO DNA
ANSA:
E' morto la scorsa notte a Firenze per un infarto Gabriele Chelazzi, di 59 anni, magistrato della Direzione nazionale antimafia distaccato nel capoluogo toscano per le indagini sulla mafia e sulle stragi mafiose del 1993.
Chelazzi aveva svolto gran parte della sua carriera in magistratura a Firenze, dove come sostituto procuratore si era occupato di tutte le piu' importanti indagini sul terrorismo in Toscana.
Si e' appreso successivamente che Chelazzi e morto a Roma e non a Firenze. La notizia ha suscitato profondo dolore al palazzo di giustizia del capoluogo toscano, dove era stimato ed apprezzato per le sue qualita' professionali ed umane.
Chelazzi, secondo quanto si e' appreso a Firenze, e' morto nella camera di una foresteria della Guardia di Finanza, a Roma, dove alloggiava quando era nella capitale. La morte e' stata scoperta stamani dagli uomini della sua scorta, che erano andati a prenderlo per accompagnarlo a Firenze, dove lavorava per alcuni giorni della settimana e dove vivono la moglie e la figlia ventunenne.
Fiorentino, 59 anni, Chelazzi era entrato in magistratura nel 1975 e, dopo circa tre anni di servizio alla procura di Milano, era stato trasferito alla procura di Firenze. Qui aveva lavorato come sostituto fino all' ottobre '98, quando era stato assegnato alla Direzione nazionale antimafia.

18 aprile 2003 - MORTE CHELAZZI: DAI GIORNALI
"La Stampa"
INDAGÒ SULLE BR E SULLE STRAGI DI COSA NOSTRA. I COLLEGHI: "PER NOI ERA UNA MEMORIA PREZIOSA"
Muore Chelazzi, "cervello" della guerra ai boss
ROMA
Se ne è andato nel cuore della notte, Gabriele Chelazzi, magistrato della Procura nazionale antimafia. A dare l'allarme, ieri mattina, il suo autista. Chelazzi, quand'era a Roma, dormiva presso la foresteria della Guardia di finanza. Un medico non ha potuto far altro che constatarne la morte per infarto. La salma, prima di essere trasferita nella sua Firenze, è stata portata all'obitorio di medicina legale, per alcuni esami. Gabriele Chelazzi era nato a Firenze, nel novembre del 1944. Negli Anni 80 si era occupato di terrorismo, di Prima linea e delle Brigate Rosse. Fino al 1986, fino all'omicidio del sindaco di Firenze Lando Conti. E' stata ed era una "memoria" preziosa per i suoi colleghi e per gli investigatori dell'Antiterrorismo, che in questi anni, a partire dall'omicidio del professore Massimo D'Antona, si sono trovati di nuovo a dover fare i conti con una realtà che sembrava sconfitta. E' stato un punto di riferimento e un pungolo per i colleghi di Firenze anche in questi giorni, anche dopo il conflitto a fuoco sul Roma-Firenze, con la cattura di Nadia Lioce e la morte del sovrintendente della Polfer Petri e del brigatista Mario Galesi. In questi mesi ha coltivato la "speranza" di poter dare ancora un contributo, lui che sollecitava un coordinamento nazionale antiterrorismo affidato alla Procura nazionale antimafia. Chelazzi, in realtà, da dieci anni si occupava di un'altra emergenza: la mafia stragista. "Era l'una di notte. Stavo andando a dormire. Un'esplosione, un boato in lontanza. Capisco che è accaduto qualcosa di terribile". Era la notte del 27 maggio di dieci anni fa, e un'autobomba era esplosa in via dei Georgofili. Chelazzi, allora pm di turno, raccontò quegli attimi in una intervista alla Stampa, in occasione dell'ottavo anniversario della strage. Da quel giorno insieme al "suo" procuratore, Pier Luigi Vigna - con il quale si è ritrovato poi alla Procura nazionale - ha lavorato per scoprire i mandanti e gli esecutori di quella stagione stragista, delle bombe sul Continente: l'attentato a Roma di via Fauro, mancato obiettivo Maurizio Costanzo (14 maggio 1993); la strage di via Georgofili (27 maggio 1993), quelle di Roma e Milano (22 e 23 luglio 1993). Anche la Cassazione ha premiato il suo lavoro, confermando gli ergastoli e le condanne per i mandanti e gli esecutori di Cosa nostra, riconoscendo agli imputati di aver agito con finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine democratico. Solo per un difetto di citazione del processo di stralcio in primo grado, in questi giorni sono di nuovo sul banco degli imputati Salvatore Riina e Giuseppe Graviano, per la (mancata) strage dell'Olimpico, avvenuta il 31 ottobre del 1993. Negli ultimi due anni Gabriele Chelazzi lavorava all'inchiesta sui cosiddetti mandanti "esterni" delle stragi. Una inchiesta delicatissima che stava portando a termine in questi giorni, con alcuni decisivi atti istruttori. Un'indagine non facile, spesso condotta in solitudine, rispetto ai suoi colleghi di Firenze, ma sempre con il sostegno del suo "capo", Pier Luigi Vigna.
Guido Ruotolo

19 aprile 2003 - MORTE CHELAZZI: TEMEVA PER PROPRIA INCOLUMITA'
"Liberta'"
Ieri i funerali del magistrato
"Chelazzi temeva per la sua incolumità"
PALERMO Gabriele Chelazzi, il magistrato della Direzione nazionale Antimafia morto giovedì mattina a Roma per un infarto, temeva per la propria incolumità. Ad un collega di Palermo, il sostituto procuratore Massimo Russo, segretario della sezione distrettuale dell'Associazione nazionale magistrati, aveva manifestato le sue preoccupazioni legate alla delicatezza dell'indagine da lui coordinata sui mandanti occulti delle stragi del '93 di Roma, Firenze e Milano. La notizia si è appresa in ambienti giudiziari. I funerali di Chelazzi si sono svolti ieri a Firenze, la città dove abitava. Nessun dubbio è emerso circa le cause naturali della morte del magistrato, tanto che non si è resa necessaria l'autopsia. Da Milano, Palermo, Roma. Assieme ai colleghi fiorentini. La giustizia italiana ha reso omaggio a Gabriele Chelazzi. In riservatezza, senza ufficialità, molti magistrati si sono stretti attorno alla famiglia del collega nella chiesetta di Santa Maria a Coverciano, dove si è svolto il rito funebre. Piero Luigi Vigna, procuratore nazionale antimafia e amico di Chelazzi, il procuratore di Palermo Piero Grasso, Giancarlo Caselli e Armando Spataro.

11 maggio 2003 - 10 ANNI FA AUTOBOMBE 1993; ANCORA OSCURI MANDANTI
ANSA:
A dieci anni dall' attentato di Via Fauro a Roma, che il 14 maggio 1993 dette il via alla catena di autobombe mafiose che avrebbe poi investito il patrimonio artistico del paese, il quadro giudiziario delle stragi del '93-'94, per quanto riguarda preparazione ed esecuzione, sembra definitivamente accertato. La sentenza della Cassazione del maggio 2002 ha chiuso il capitolo sulla responsabilita' progettuale e operativa di Cosa Nostra, ribadendo la valenza fortemente "politica" di quella strategia stragista con il riconoscimento della sua finalita' eversiva. Rimane aperto, su questo piano, il capitolo relativo a eventuali referenti politici di Cosa Nostra, i presunti "mandanti dal volto coperto" (come li aveva chiamati il procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna) che avrebbero potuto suggerire quella strategia.
Un lavoro su cui si sono impegnati in questi anni soprattutto Gabriele Chelazzi - il magistrato della Direzione nazionale antimafia morto a Roma il 17 aprile - e Giuseppe Nicolosi, pm a Firenze, che hanno sostenuto l' accusa nei vari processi celebrati finora.
Un primo procedimento - che, anche sulla base delle dichiarazioni di vari pentiti, vedeva indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell' Utri come possibili interlocutori di Cosa Nostra - era stato archiviato il 14 novembre 1998. Il gip spiegava nel decreto di archiviazione che gli inquirenti non avevano "potuto trovare - nel termine massimo di durata delle indagini preliminari - conferma delle chiamate de relato", ma rilevava che comunque "l' ipotesi iniziale" aveva mantenuto "la sua plausibilita'".
Su questo procedimento - e piu' in generale su tutto il lavoro relativo ai presunti "mandanti esterni" - la procura e il gip di Firenze hanno sempre mantenuto un riserbo assoluto. Si era saputo del procedimento fiorentino solo quando a Caltanissetta trapelarono notizie sulla richiesta di archiviazione di un analogo fascicolo relativo alle stragi di Capaci e Via D' Amelio. E ancora adesso Nicolosi evita in questo colloquio qualsiasi riferimento a elementi specifici.
Domanda - A che punto sono le indagini su questo piano?
Risposta - Alcuni fronti di indagine si sono chiusi con una archiviazione, che noi stessi avevamo sollecitato. Nell' approfondire alcuni elementi erano venuti alla luce aspetti suggestivi, anche se non direttamente rilevanti sul piano processuale, che Chelazzi aveva da poco cominciato a illustrare alla Commissione parlamentare antimafia. Il nostro sguardo comunque si e' sempre ispirato al massimo rigore probatorio, limitandosi alle finalita' proprie di un processo. Un lavoro che abbiamo fatto incontrando difficolta' inevitabili, visto che piu' ci si allontana dalle condotte strettamente materiali piu' la materia diventa impalpabile e complessa.
D -Ci sono quindi spunti di indagine diversi. Quali?
R - Gli spunti da seguire sono molteplici, ma non posso entrare nel merito. Quello che posso dire comunque e' che gli spunti coltivati da Chelazzi - che in questo periodo era quello che, anche per motivi logistici, seguiva piu' direttamente le indagini - verranno completati, e con lo stesso rigore che ha accompagnato tutti questi dieci anni di lavoro.
D - L' 11 aprile scorso lei e Chelazzi avevate sentito nuovamente il generale Mario Mori, al centro sia dei contatti dei Ros con Vito Ciancimino sia di quelli che Paolo Bellini, un informatore dei carabinieri, aveva avuto con Cosa Nostra attraverso Gioe'. E' ancora sulla presunta trattativa che Cosa Nostra avrebbe avviato con interlocutori esterni che ruotano le indagini?
R - Quei contatti sono stati provati processualmente e vanno approfonditi. Ma la parola "trattativa" viene usata per semplificare. In realta' noi abbiamo sempre parlato di "ritenuta trattativa da parte di Cosa Nostra".
D - Diciamo allora, come sin dall' inizio fu chiaro, che quelle erano "bombe del dialogo"? Ma chi era che dialogava con la mafia? Lo avete capito?
R - Preferirei non rispondere perche' si tratta di questioni al vaglio delle indagini, ammesso comunque che si possa parlare di un eventuale scambio. Ripeto. Cosa Nostra non e' mai stata eterodiretta, e' sempre stata autosufficiente. Se qualcuno l' ha utilizzata a fini propri o e' stata strumentalizzata da altri, questo e' un altro discorso. E anche se fosse stata strumentalizzata non e' detto che eventuali "accompagnatori" del percorso stragista possano concorrere necessariamente nei reati di strage. Naturalmente anche questa e' una valutazione teorica.
D - Sono passati 10 anni e Riina non sembra averci guadagnato assolutamente nulla. Chi ci ha guadagnato? La nuova mafia?
R - Cosa Nostra non raggiunse gli scopi che si prefiggeva. Il suo ricatto non vinse perche' da parte delle istituzioni venne una risposta molto ferma. Che poi ora ci sia un clima mutato, che situazioni legislative mutate siano tornate sul piatto della bilancia - assenza di nuovi pentiti, paletti piu' rigidi nell' utilizzazione processuale delle dichiarazioni dei collaboranti, stabilizzazione ma in maniera meno dura del 41 bis, eccetera - e' un dato di fatto. Ma e' impensabile ipotizzare che quelle scelte siano state fatte per favorire la mafia, anche se potrebbero apparire come un risultato raggiunto da Cosa Nostra.

Maurizio Costanzo e Maria De Filippi che escono da una nuvola di fumo, illesi per miracolo, la squadra della Lazio che si precipita sul luogo dell' esplosione da un vicino ristorante, donne scalze ed in vestaglia che scendono in strada, gente che grida dai balconi di case senza piu' vetri: sono le scene dei primi istanti dopo l' attentato di via Fauro a Roma, il 14 maggio 1993, il primo della campagna stragista avviata da Cosa nostra 10 anni fa e proseguita con le autobombe di Firenze, Milano e la capitale.
Sette attentati nell'arco di 11 mesi, dieci morti, 95 feriti, danni enormi al patrimonio artistico e religioso: questo il bilancio di una stagione "senza precedenti nella storia repubblicana", spiego' il pm della Dna Gabriele Chelazzi, morto il 17 aprile scorso, che col procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna e i sostituti fiorentini Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini, ha indagato sulle autobombe del '93.
Tredici giorni dopo l'esplosione della Fiat Punto che non riusci' ad uccidere Costanzo mentre passava in macchina in via Fauro, fu un Fiat Fiorino pieno di tritolo a fare le prime cinque vittime a Firenze. Alle 1.04 del 27 maggio, in via dei Georgofili, dietro gli Uffizi, si scateno' l'inferno. Morirono Fabrizio Nencioni, la moglie Angela, le figlie Nadia, 9 anni e Caterina, sei mesi: abitavano nell'antica torre dei Pulci, sede dell'Accademia dei Georgofili, che crollo'. Non ebbe scampo anche lo studente Dario Capolicchio. Decine i feriti. Danni ingentissimi per il museo degli Uffizi.
Due mesi dopo altri tre attentati, a distanza di meno di un'ora l'uno dall'altro. Alle 23.14 del 27 luglio, in via Palestro a Milano, una Fiat Punto salto' in aria davanti al Padiglione d'arte contemporanea. Morirono Moussafir Driss, marocchino, che dormiva su una panchina, tre vigili del fuoco, Stefano Picerno, Carlo La Catena e Sergio Pasotto e il vigile urbano Alessandro Ferrari, intervenuti perche' da quell 'auto usciva fumo. Dodici i feriti, sventrato il Padiglione d'arte contemporanea. Poco piu' tardi due autobombe esplosero nella capitale: alle 00.03 davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano, alle 00.08 davanti all'antica chiesa di San Giorgio al Velabro. 22 i feriti e lesioni ingentissime per le due chiese.
Il 31 ottobre '93, grazie ad un difetto del radiocomando che avrebbe dovuto far esplodere un' autobomba, falli' invece l'attentato allo stadio Olimpico di Roma, obiettivo un pullman con un centinaio di carabinieri. Nell'aprile 1994, infine, il fallito attentato al pentito Totuccio Contorno, a Formello: furono scoperti 90 chili di esplosivo sotto un cavalcavia, lungo la strada che il collaboratore faceva per tornare a casa.
A nove anni dall'inizio di quella stagione stragista, il 6 maggio dell'anno scorso, la Cassazione ha reso definitive 15 condanne all'ergastolo inflitte a Firenze a mandanti ed esecutori per le autobombe del '93. Strage aggravata dalla finalita' di terrorismo e di eversione dell'ordine democratico l'accusa contestata dalla Dda di Firenze, che aveva condotto l'inchiesta sugli attentati portando a processo Cosa nostra, ma continuando ad indagare su presunti ispiratori esterni. Tra i condannati al carcere a vita Toto' Riina, Leoluca Bagarella, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano e i boss latitanti Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro che, insieme al pentito Giovanni Brusca (20 anni di reclusione) erano stati, secondo l'accusa, promotori e organizzatori a vario titolo della campagna di terrorismo, varata nel '92. Movente: costringere lo Stato a scendere a patti sul carcere duro e la legge sui pentiti, con una strategia che mirava a colpire le opere d'arte, compreso un progetto di attentato alla Torre di Pisa, perche' patrimonio "non sostituibile" spiego' Vigna. Ma fra gli obiettivi era finita anche la Chiesa, fu sostenuto, per il duro intervento del Papa in un viaggio in Sicilia nel maggio '93, quando aveva paragonato Cosa nostra al diavolo, e Maurizio Costanzo per i suoi numerosi appelli contro la mafia.
La vicenda giudiziaria non e' comunque ancora conclusa. A Firenze e' in corso un nuovo processo a Riina e Giuseppe Graviano per il fallito attentato all'Olimpico, dopo l'annullamento della sentenza per un vizio formale. Ma, soprattutto, proseguono le indagini. "Bisogna andare piu' in profondita'", disse Chelazzi l'anno scorso in commissione antimafia, per chiarire "tanti piccoli perche', tutti impegnativi": perche' furono scelti obiettivi tra loro "disomogenei", perche' si' agi' fuori dalla Sicilia e un anno dopo la messa a punto della strategia, perche' non fu replicato l'attentato mancato all' Olimpico, perche' a un certo punto quella stagione ebbe termine. "Non siamo ancora a tutta la verita' sulle stragi del '93. Ci sono gravi responsabilita' ancora da chiarire" ha ripetuto spesso Giovanna Maggiani Chelli, coordinatrice dell'Associazione familiari delle vittime.

Dieci morti, 95 feriti, danni enormi al patrimonio artistico e religioso italiano: e' questo il bilancio complessivo della stagione delle stragi del 1993. Ecco i diversi episodi:
- Roma, via Fauro, 14 maggio 1993, ore 21.45: 24 feriti, probabile obiettivo dell'autobomba Maurizio Costanzo.
- Firenze, via dei Georgofili, 27 maggio 1993, ore 1.04: 5 morti (il vigile urbano Fabrizio Nencioni, la moglie Angela, le figlie Nadia, 9 anni e Caterina, sei mesi, lo studente universitario Dario Capolicchio), 37 feriti. Agli Uffizi tre dipinti sono perduti per sempre, 173 restano danneggiati, insieme a 42 busti e 16 statue.
- Milano, via Palestro, 27 luglio 1993, ore 23.14: 5 morti (i vigili del fuoco Alessandro Ferrari, Carlo La Catena e Sergio Pasotto, il vigile urbano Stefano Picerno, l' extracomunitario Moussafir Driss), 12 feriti, danni ingenti al Padiglione d' arte contemporanea.
- Roma, chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, 28 luglio 1993, ore 00.03 e 00.08: 22 feriti, danni gravissimi alle due chiese.
La stagione delle stragi comprende anche un fallito attentato allo stadio Olimpico nell' autunno del 1993 (nel mirino erano un centinaio di carabinieri) e il fallito attentato al pentito Totuccio Contorno (Formello, 14 aprile 1994).

18 maggio 2003 - MAURIZIO COSTANZO SU ATTENTATO VIA FAURO DOPO 10 ANNI
"Il Messaggero"
Dieci anni fa le bombe...
di MAURIZIO COSTANZO
omicidi e furti continuati, ho irritato altri che, facendo il loro, hanno cercato in maniera drastica di togliermi di mezzo.
Uscimmo illesi l'autista, Maria, la donna che di lì a due anni sarebbe diventata mia moglie, e una femmina di pastore tedesco, Liù. Mentre Maria era giustamente sconvolta e per sei mesi ha voluto leggere il possibile sulla mafia non foss'altro per documentarsi su chi avrebbe desiderato morissi, io, resomi conto dell'accaduto, grazie a colloqui con responsabili dei carabinieri e della polizia di Stato la notte stessa, ho pensato che quel venerdì ero venuto al mondo una seconda volta. Le indagini, avviate già la mattina del sabato dal magistrato Pietro Saviotti, vennero trasferite alla Procura di Firenze dopo che scoppiarono altre bombe e in via dei Georgofili ci furono dei morti. La bomba di via Fauro, a un passo dal Teatro Parioli, sembrava non avesse parentela con quella di via dei Georgofili. Al contrario, la strategia eversiva intendeva far crescere a colpi di tritolo la tensione in una campagna senza precedenti. Ricordiamo a Milano via Palestro e, a Roma, il Velabro e la Basilica di San Giovanni, tutti attentati in serie.
Il lunedì seguente a quel venerdì (il sabato e la domenica il "Maurizio Costanzo Show" non va in onda) ripartii come se nulla fosse accaduto. Non cambiai i contenuti della puntata lontani dall'aggressione mafiosa. Venne solo a trovarmi, nei primi cinque minuti, Michele Santoro con il quale, nel settembre del '91, avevo condotto una "staffetta" tra "Samarcanda" e il Parioli. Una trasmissione insieme, Rai e Mediaset, per denunciare la tragica fine di Libero Grassi, l'imprenditore ucciso per mano di mafia non essendosi piegato al "pizzo".
Molto dopo, nel corso delle indagini svolte con discrezione, intelligenza e fermezza da Gabriele Chelazzi, fui in grado di capire come quella trasmissione e altre che realizzai nei mesi a seguire avessero accresciuto in Totò Riina, capo dei Corleonesi, la convinzione che dovessi essere tolto di mezzo. Anche perché per molti boss era insopportabile che moglie e figli ascoltassero dalla mia voce quante infamie Cosa Nostra aveva commesso e stava commettendo. A mio parere un bel dibattito sulla mafia viene accolto dai responsabili delle varie "famiglie" con soddisfazione, dato che quanto detto non verrà ascoltato dagli intimi.
Gabriele Chelazzi il 17 aprile di quest'anno è improvvisamente venuto a mancare. In questo decimo anniversario io mi sento di rivolgere a lui un pensiero di stima e di gratitudine. Gli esecutori dell'attentato sono stati identificati, processati, condannati all'ergastolo in primo grado, in appello e in Cassazione. Grazie a lui.
Dieci anni fa la mafia era costantemente sulle prime pagine per una serie di gravissime aggressioni. Pensiamo a Falcone e a Borsellino, ma anche alle stragi mancate, ad esempio fuori dallo stadio Olimpico di Roma, e ad altri regolamenti di conti all'interno della Cupola. Di mafia però in questi anni si è progressivamente parlato sempre meno. Ci sono stati arresti eccellenti, sia tra i corleonesi come tra i catanesi. E' probabile che una linea di comando sia stata smantellata. Ciò non significa che altri non abbiano preso il posto degli arrestati e che gli affari continuino a prosperare. I mafiologi ci fanno sapere che quando la mafia appare silente è perché ha sistemato al proprio interno sgarri, esuberanze, sconfinamenti di territorio e, nel contempo, ha concluso buoni affari con quei rappresentanti delle Istituzioni ai quali non è stata mai spiegata la differenza fra la legalità e l'illegalità.
Insieme al sindaco di Firenze, Dominici, ho deciso di ricordare i dieci anni di via Fauro e di via Georgofili con una puntata del mio programma dal Parioli in onda la prossima settimana. La mia personale attenzione sulla mafia non diminuirà nei prossimi anni. Faccio questo mestiere e al patto con i telespettatori non intendo derogare. Ho imparato a conoscere l'abnegazione delle forze di polizia, la professionalità e l'acutezza di alcuni magistrati e l'affetto di chi mi segue da più di vent'anni. Ho imparato anche a convivere con gli agenti di polizia che rappresentano la mia scorta. Trascorro con loro più tempo che con i miei familiari. Va di moda la famiglia allargata ed io, in maniera insolita, ne sto vivendo una. E' bene che i mafiosi sappiano che, come si è soliti dire, le indagini continuano.
mauriziocostanzo@soloposta.it

21 maggio 2003 - AUTOBOMBE 1993: VIGNA SU UN NUOVO INDAGATO
"L' Unita'"
Stragi mafiose, c'è almeno un indagato
ROMA - Pier Luigi Vigna, pur mantenendo il riserbo non fa inutili giri di parole: "C'è una persona indagata dalla Procura di Firenze. C'è un'ipotesi di lavoro... Un'ipotesi di lavoro sul quale non posso esprimere giudizi. Stiamo cercando di vedere se questo signore avesse avuto un collegamento con ambienti istituzionali dai quali poteva essere derivato un input per le stragi...". "Una talpa", lo definisce Vigna. Che poi - forse quasi a mitigare l'impatto di una parola sgradevole - definisce un "canale" fra Cosa Nostra e le istituzioni. Inutile chiedergli se è alto o piccolo di statura, con i capelli lunghi o rasato a zero, se viene dalla Sicilia o parla la lingua del continente... Una talpa, un canale, e questo, per Vigna, può bastare. Gabriele Chelazzi, sostituto procuratore fiorentino, sino al giorno prima di morire di infarto (il 17 aprile), si era occupato di indagini sui mandanti delle stragi. Ai suoi più fidi collaboratori lasciava intendere di avere finalmente intravisto la meta. Indagini pesanti, scivolose, che pochi in Italia sanno fare. Il prossimo 3 giugno, l'inchiesta conoscerà un importante banco di prova: o rinvio a giudizio o archiviazione. Inizia così questa conversazione con Vigna, nel suo ufficio della D.N.A. di via Giulia a Roma, che ci porterà a parlare non solo di indagini ma del nuovo volto della mafia, di Riina recentemente colpito da infarto e di Bernardo Provenzano eternamente imprendibile.
Cosa vi ha spinto a ipotizzare l'esistenza di un convitato di pietra dietro le stragi?
Sin dall'inizio ci colpì che la strage nella notte fra il 27 e il 28 luglio, l'attentato di Milano, aveva fatto seguito, e immediatamente, alla proroga del 41 bis, il duro regime carcerario per i mafiosi. In altre parole: appena venne notificata la proroga, si verificarono questi attentati. Sia a Milano, sia a Roma, alle due Chiese. Stragi di quelle dimensioni hanno bisogno di preparazione, logistica, attrezzature. Com'è che queste stragi avvengono a strettissimo giro di posta? Ci può essere stata qualche fuoriuscita di informazioni riservate... La possibilità che ci fosse, come vogliamo chiamarla: una talpa? Un canale?
All'epoca, con particolare riferimento agli attentati alle Chiese di Roma, si disse che Cosa Nostra aveva voluto colpire il Pontefice che aveva osato scomunicare gli "uomini d'onore".
Lo so. Anche io ho pensato che gli attentati fossero da collegare al viaggio che fece il Pontefice in terra di Sicilia. Dopo, però, ho elaborato una teoria investigativa. Mi chiedevo: possibile che i mafiosi e i parenti dei mafiosi non si siano rivolti, per ottenere una modificazione del 41 bis, alla gerarchia ecclesiastica? E se non hanno avuto l'esito sperato può darsi che gli attentati alle Chiese siano stati un atto di autentica ritorsione?
Ma avete trovato tracce investigative di questo coinvolgimento ecclesiastico?
Tracce e indizi. E la teoria non è rimasta solo una teoria.
Cosa cercava Chelazzi?
Gabriele, che oltre essere un collega era un amico, cercava se ci fossero rapporti fra Cosa Nostra e realtà imprenditoriali e politiche. È evidente che la ricerca era questa, ma devo dire che non è stata ancora suffragata... Stava verificando se, attraverso questa persona indagata, vi fossero stati questi rapporti. Ma non è tutto: Gabriele stava valutando anche quelle dichiarazioni che fece Riina, nel marzo di quest'anno, in corte d'assise a Firenze. Ricorda? Il boss disse che il suo arresto era il risultato di una trattativa...
Capitolo spinoso.
Quella che viene chiamata - secondo me impropriamente - la trattativa, cioè quel rapporto fra ufficiali dell'Arma e Vito Ciancimino, è una cosa che è stata lumeggiata nei dibattimenti.
Torniamo a Chelazzi. Lui aveva indagato già sugli esecutori materiali delle stragi. C'è un nesso?
Quest'indagine si collega infatti a quella condotta dalla Procura di Firenze. Ero stato io ad applicare Gabriele a questa inchiesta. I termini previsti sono in scadenza, ai primi di giugno. Quello che se ne farà non lo so. Dipenderà dai magistrati di Firenze: opteranno per una richiesta di rinvio a giudizio, o per una richiesta di archiviazione.
Di chi stiamo parlando?
Questo non posso rivelarlo. Ma vorrei dire dell'altro... Richiamò l'attenzione di Gabriele, e non solo la sua, questo altro discorso che Riina fece in una certa udienza dell'aprile '93, quando, dopo aver parlato di qualche magistrato e di qualche uomo politico, ai giornalisti che gli chiedevano interviste, precisò: "io mi farei intervistare solo dal condirettore del Giornale di Sicilia, Giovanni Pepi, perché è uno che sa quello che dice e quello che scrive". Ci fu un'immediata controreplica del condirettore, il quale disse: "perché io sono obbiettivo".
Chelazzi aveva ascoltato Pepi?
Gabriele aveva intenzione di scendere a Palermo per ascoltarlo... Non ha fatto in tempo.
Con la morte di Chelazzi, quel lavoro andrà perduto?
Proseguiranno tutte le attività che Gabriele aveva in mente di fare.
Qual è lo stato della lotta alla mafia?
Noto una difficoltà nel seguire quello che mi sembra il lato più difficile da perseguire di Cosa Nostra e della altre organizzazioni criminali: l'intromissione della loro economia nell'economia legale. L'ultima frontiera della criminalità è sovvertire le regole del mercato. Il pericolo più evidente della criminalità, è un pericolo nascosto: l'omicidio, la strage, questo è un fenomeno che si manifesta, le commistioni economiche sono invisibili. La criminalità non agisce mai in prima persona, quando fecero le stragi loro erano gli attori di Cosa Nostra che si muovevano, che andavano a sbancare sotto l'autostrada fra Palermo e Capaci..., quando si tratta di intromissione nell'area economica non sono loro che agiscono in prima persona, ci sono i prestanomi più vari.
Quindi?
È tutto più difficile da scoprire. Il Censis ci informa che se negli ultimi quindici anni non ci fosse stata l'influenza della criminalità organizzata nelle regioni del Sud, dato cento il livello del centro nord, il mezzogiorno sarebbe a novantasette virgola cinque. Molti non sanno, che in Sicilia e in altre regioni del Sud nascono, ad esempio, più imprese che nel Nord Est, che però poi muoiono perché c'è, a parte l'estorsione evidente, una cosa più grave: l'autocondizionamento. Io imprenditore non faccio crescere la mia impresa per non turbare interessi che, sul territorio, sono in mani mafiose o paramafiose. La mafia è economicamente più forte di dieci anni fa.
Di cosa vive oggi?
Naturalmente gli appalti e poi il movimento terra e il calcestruzzo. Sul movimento terra ho avviato un'indagine su tutti gli intestatari delle macchine operatrici. C'è il calcestruzzo, dove vige un regime di monopolio. Si assiste alla nascita dal nulla di grosse attività commerciali: mi riferisco ai supermercati e alle grandi aree della distribuzione. Quanto agli stupefacenti, il leader è la 'ndrangheta per i suoi rapporti con la Colombia. E ne ho recentemente discusso con il procuratore generale di Colombia che è venuto a trovarmi...
Totò Riina è miracolosamente sopravvissuto a un infarto. Da qualche tempo sostiene di essere diventato "il parafulmine dell'Italia". Ha lasciato intendere di essere stato "tradito" da qualcuno dentro Cosa Nostra. Lei ha mai avuto modo di incontrarlo?
Due volte. Una volta la presi alla lontana e gli dissi che volevo fare con lui un discorso sulla storia della mafia. Si infuriò e mi rispose: lei vuole fare di me un Buscetta. Poi non apri più bocca. E poi con Caselli proprio sulle stragi. Ma non cavammo un ragno dal buco.
Se questi mandanti esterni esistono davvero, Riina potrebbe essere l'unico a conoscerli.
Sicuramente sì. Se ci sono stati lo sa. Questo è pacifico. Li conosce Riina e anche Provenzano. E se non li sa Riina chi li dovrebbe sapere?
A proposito di Provenzano. Fra poco compirà quarant'anni di latitanza.
Provenzano resta sempre un mistero.
Se Riina aprisse bocca prima della scadenza del 3 giugno, le indagini potrebbero avere un'accelerazione non da poco.
Certo. Può esserci il miracolo che Riina ci dica: "allora... volevo raccontare un po' di cose...".
Ora non sta bene. E forse si sarà messo paura...
L'infarto fa più paura del carcere.

21 maggio 2003 - MANDANTI AUTOBOMBE 1993: INDAGATO EX SENATORE DC VINCENZO INZERILLO
ANSA:
L'ex senatore dc Vincenzo Inzerillo, gia' condannato ad otto anni di carcere per associazione mafiosa, e' indagato per concorso in strage dai magistrati di Firenze nell'ambito dell'inchiesta sui mandanti occulti delle stragi mafiose del '93. La notizia e' stata confermata in ambienti giudiziari. Assistito dal suo legale, avvocato Franco Inzerillo, l'esponente politico e' stato interrogato lunedi scorso a Firenze dal procuratore aggiunto Francesco Fleury e dai pm Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini. Lo stesso giorno funzionari e agenti della Dia hanno perquisito la sua abitazione a Palermo.
In un' intervista pubblicata stamane da due quotidiani il procuratore nazionale Pier Luigi Vigna aveva confermato l'esistenza di una persona indagata per strage a Firenze definendola una "talpa, un canale tra ambienti istituzionali e gli esecutori degli attentati" del 1993 agli Uffizi di Firenze, a Roma e Milano.
La notizia dell' interrogatorio dell' ex senatore Inzerillo e' stata confermata dalla procura di Firenze. Interpellato telefonicamente, il pm Giuseppe Nicolosi ha rifiutato comunque qualsiasi riferimento alle indagini. "Non ho niente da dire. Assolutamente", questo il suo unico commento.
Nicolosi ha sempre indagato con Gabriele Chelazzi (il pm della Dna morto d' infarto a Roma il 17 aprile) e i colleghi Francesco Fleury e Alessandro Crini sugli eventuali mandanti occulti delle stragi con autobombe del 1993.

"Il Nuovo"
Stragi del '93, indagato ex senatore Dc
Vincenzo Inzerillo è accusato di essere la "talpa" che teneva i rapporti tra Cosa nostra e potere politico a Palermo. Il profilo di un insospettabile, già assessore con Orlando, poi condannato per associazione mafiosa.
di Simone Navarra
ROMA - Ecco la talpa. L'ex senatore della Democrazia Cristiana Vincenzo Inzerillo è indagato "per concorso in strage" per i fatti del '93: l'attentato del 27 maggio, a Firenze, in via dei Georgofili, che causò la morte di 5 persone e il ferimento di altre 41; quelli tra la notte del 27 e il 28 luglio: uno a Milano, in via Palestro, con 5 morti e 12 feriti, e l'altro nel cuore di Roma, di fronte la chiesa di San Giorgio al Velabro, che nell'occasione andò completamente distrutta. Fu "il colpo di maglio della mafia", l'attentato al cuore dello stato, il colpo finale di una Cupola che per la prima volta, o quasi, varcava lo stretto di Messina e portava "nelle città del continente" il suo carico di "d'odio e ricatti", leggendo la requisitoria del primo maxi processo di Palermo. "Si voleva mettere in crisi il Palazzo e ottenere la fine del carcere duro, il 41 bis, per i boss arrestati". Con una strategia terribile che iniziò con la bomba in via Ruggero Fauro, nella Capitale, allo scopo di uccidere Maurizio Costanzo e che fu fermata solo con l'arresto di Totò Riina.
Inzerillo, in tutto questo, è il soggetto conosciuto e quello che per molto tempo è stato considerato come un alfiere della "Sicilia che vuole cambiare". Già assessore alle manutenzioni della giunta Orlando, al comune di Palermo, e inviso ai plenipotenziari dello scudocrociato - leggi il sempre sospettato Salvo Lima - finisce accusato dal consigliere comunale Gioacchino Pennino, che traccia proprio dallo scranno del palazzo del municipio una mappa delle collusioni tra politica e Cosa Nostra. Inzerillo, per l'accuse di questo e di altri pentiti, è stato condannato in primo grado a otti anni per "associazione mafiosa" anche se aspetta l'appello con "la voglia di spaccare il mondo".
In un' intervista pubblicata stamane da due quotidiani il procuratore nazionale Pier Luigi Vigna aveva confermato l'esistenza di una persona indagata per strage a Firenze definendola una "talpa, un canale tra ambienti istituzionali e gli esecutori degli attentati". Eppure il curriculum di Inzerillo sembra trasparente: segretario del senatore Giuseppe Cerami e poi di Attilio Ruffini, quindi consigliere comunale di Palermo dall'80 fino al '92 quando viene eletto al Senato. Poi più volte assessore, anche nelle giunte presiedute da Leoluca Orlando. Nel '90 è vicesindaco nella giunta Lo Vasco. Nel filone dell'inchiesta a suo carico è compresa anche l'accusa, tra l'altro, di aver percepito tra l'88 e l'89 una tangente di 700 milioni per la conclusione di un affare relativo alla costruzione di case popolari a Ciaculli, acquistate dal Comune.
Assistito dal suo legale, avvocato Franco Inzerillo, l'esponente politico è stato interrogato lunedi scorso a Firenze dal procuratore aggiunto Francesco Fleury e dai pm Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini. Lo stesso giorno funzionari e agenti della Dia hanno perquisito la sua abitazione a Palermo. Interpellato dalle agenzie Nicolosi ha rifiutato comunque qualsiasi riferimento alle indagini. "Non ho niente da dire. Assolutamente", si è lasciato scappare. Enzo Fragalà, deputato di An, dice: "E' una sorpresa quella di Inzerillo. Una cosa che forse nessuno poteva aspettarsi. Meno che mai coloro che per anni sono andati dicendo in Sicilia, di essere e rappresentare il nuovo, le facce pulite". E tornano così quasi d'attualità le parole di Walter Ricoveri
Coordinatore delle Parti Civili al processo per via dei Georgofili: "Il legame tra potere politico e mafia non solo può esser manifesto ma anche reclamato come onesto".
Dalla parte di Inzerillo ci sono però due cose . Il suo principale accusatore, Pennino, è figlio di Gaetano Pennino che era stato coinvolto nel processo dei 114 boss mafiosi che si celebrò alla fine degli anni sessanta a Catanzaro. Secondo Tommaso Buscetta era a casa dei Pennino che si riunivano politici e boss per decidere sul futuro di Palermo, ai tempi in cui si compiva lo scempio edilizio - il cosiddetto "sacco" - della città con la cementificazione sia delle zone urbane che di quella Conca d'oro che scomparve completamente.
E lo stesso Pennino, che è stato chiamato il Buscetta della politica, è insieme a Di Maggio - e molti altri - tra i collaboratori che hanno rivelato notizie e dati importanti nelle indagini su Giulio Andreotti. "A Palermo - chiosa Fragalà - nulla accade per caso".

ANSA:
"Molteplici spunti da seguire". Cosi' qualche giorno fa Giuseppe Nicolosi, a dieci anni dall' attentato che il 14 maggio 1993 a Via Fauro dette il via alla catena di autobombe mafiose che avrebbe poi investito il patrimonio artistico del paese, aveva delineato, col suo proverbiale riserbo, il quadro delle indagini sugli eventuali mandanti occulti delle stragi di Roma, Firenze e Milano del periodo 1993-1994.
A dieci anni di distanza la sentenza della Cassazione del maggio 2002 ha decretato in via definitiva la responsabilita' progettuale e operativa di Cosa Nostra, ribadendo pero' la valenza fortemente "politica" di quella strategia stragista con il riconoscimento della sua finalita' eversiva. Rimane aperto, su questo piano, il capitolo relativo a eventuali referenti politici di Cosa Nostra e a presunti "mandanti dal volto coperto" che avrebbero potuto suggerire quella strategia.
Un lavoro su cui si sono impegnati in questi anni soprattutto Gabriele Chelazzi - il magistrato della Direzione nazionale antimafia morto a Roma d' infarto il 17 aprile - e Giuseppe Nicolosi, pm a Firenze, che non vuole assolutamente rompere il suo riserbo nemmeno ora che e' trapelata la notizia dell' esistenza di un nuovo indagato per strage nell' inchiesta bis sui mandanti.
Un primo procedimento - che, anche sulla base delle dichiarazioni di vari pentiti, vedeva indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell' Utri come possibili interlocutori di Cosa Nostra - era stato archiviato il 14 novembre 1998. Il gip Giuseppe Soresina spiegava nel decreto di archiviazione che gli inquirenti non avevano "potuto trovare - nel termine massimo di durata delle indagini preliminari - conferma delle chiamate de relato", ma rilevava che comunque "l' ipotesi iniziale" aveva mantenuto "la sua plausibilita'". Si era saputo del procedimento fiorentino solo quando a Caltanissetta trapelarono notizie sulla richiesta di archiviazione di un analogo fascicolo relativo alle stragi di Capaci e Via D' Amelio.
Anche nel colloquio diffuso domenica 12 maggio (che riproponiamo), su quel procedimento - e su tutto il lavoro in corso relativo ai presunti "mandanti esterni" - Nicolosi aveva evitato qualsiasi riferimento specifico, limitandosi a valutazioni di carattere generale.
Domanda - A che punto sono le indagini?
Risposta - Alcuni fronti di indagine si sono chiusi con una archiviazione, che noi stessi avevamo sollecitato. Nell' approfondire alcuni elementi erano venuti alla luce aspetti suggestivi, anche se non direttamente rilevanti sul piano processuale, che Chelazzi aveva da poco cominciato a illustrare alla Commissione parlamentare antimafia. Il nostro sguardo comunque si e' sempre ispirato al massimo rigore probatorio, limitandosi alle finalita' proprie di un processo. Un lavoro che abbiamo fatto incontrando difficolta' inevitabili, visto che piu' ci si allontana dalle condotte strettamente materiali piu' la materia diventa impalpabile e complessa.
D -Ci sono quindi spunti di indagine diversi. Quali?
R - Gli spunti da seguire sono molteplici, ma non posso entrare nel merito. Quello che posso dire comunque e' che gli spunti coltivati da Chelazzi - che in questo periodo era quello che, anche per motivi logistici, seguiva piu' direttamente le indagini - verranno completati, e con lo stesso rigore che ha accompagnato tutti questi dieci anni di lavoro.
D - L' 11 aprile scorso lei e Chelazzi avevate sentito nuovamente il generale Mario Mori, al centro sia dei contatti dei Ros con Vito Ciancimino sia di quelli che Paolo Bellini, un informatore dei carabinieri, aveva avuto con Cosa Nostra attraverso Gioe'. E' ancora sulla presunta trattativa che Cosa Nostra avrebbe avviato con interlocutori esterni che ruotano le indagini?
R - Quei contatti sono stati provati processualmente e vanno approfonditi. Ma la parola "trattativa" viene usata per semplificare. In realta' noi abbiamo sempre parlato di "ritenuta trattativa da parte di Cosa Nostra".
D - Diciamo allora, come sin dall' inizio fu chiaro, che quelle erano "bombe del dialogo"? Ma chi era che dialogava con la mafia? Lo avete capito?
R - Preferirei non rispondere perche' si tratta di questioni al vaglio delle indagini, ammesso comunque che si possa parlare di un eventuale scambio. Ripeto. Cosa Nostra non e' mai stata eterodiretta, e' sempre stata autosufficiente. Se qualcuno l' ha utilizzata a fini propri o e' stata strumentalizzata da altri, questo e' un altro discorso. E anche se fosse stata strumentalizzata non e' detto che eventuali "accompagnatori" del percorso stragista possano concorrere necessariamente nei reati di strage. Naturalmente anche questa e' una valutazione teorica.
D - Sono passati 10 anni e Riina non sembra averci guadagnato assolutamente nulla. Chi ci ha guadagnato? La nuova mafia?
- Cosa Nostra non raggiunse gli scopi che si prefiggeva. Il suo ricatto non vinse perche' da parte delle istituzioni venne una risposta molto ferma. Che poi ora ci sia un clima mutato, che situazioni legislative mutate siano tornate sul piatto della bilancia - assenza di nuovi pentiti, paletti piu' rigidi nell' utilizzazione processuale delle dichiarazioni dei collaboranti, stabilizzazione ma in maniera meno dura del 41 bis, eccetera - e' un dato di fatto. Ma e' impensabile ipotizzare che quelle scelte siano state fatte per favorire la mafia, anche se potrebbero apparire come un risultato raggiunto da Cosa Nostra.

22 maggio 2003 - CORSERA SU ULTIMA LETTERA CHELAZZI
"Il Corriere della sera"
Bombe mafiose del '93, l'accusa del pm Gabriele Chelazzi sull'inchiesta fiorentina per scoprire i mandanti occulti
Una lettera prima di morire: lasciato solo dalla Procura
ROMA - L'ultimo atto dell'inchiesta sulle stragi di mafia del 1993 condotta dal pm Gabriele Chelazzi è stata una lettera, indirizzata al procuratore di Firenze. Una missiva che il magistrato della Direzione nazionale antimafia ha scritto poche ore prima di morire, colpito da un infarto nella notte tra il 16 e il 17 aprile scorsi, e non ha fatto in tempo a spedire. Chi s'è occupato di mettere ordine tra le sue carte l'ha trovata sul tavolo e l'ha fatta recapitare al destinatario, il dottor Ubaldo Nannucci, capo della Procura fiorentina. A lui Chelazzi aveva deciso di rivelare la propria amarezza per la sensazione di solitudine che provava lavorando a quell'indagine delicata e complicata. Il procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna aveva "applicato" Chelazzi all'ufficio di Firenze, titolare dell'indagine sui "mandanti a volto coperto" delle bombe scoppiate a Firenze, Milano e Roma tra la primavera e l'estate del 1993: dieci morti e decine di feriti per i quali un gruppo di mafiosi, da Riina in giù, è stato condannato all'ergastolo. Secondo la giustizia italiana sono gli esecutori materiali di quelle stragi, ma il lavoro degli inquirenti continua nel tentativo di smascherare eventuali ispiratori di quegli attentati "esterni" a Cosa Nostra. A tirare le fila dell'inchiesta era proprio Chelazzi, che prima di morire ha messo nero su bianco il disappunto per quella che riteneva un'insufficiente attenzione da parte della Procura di Firenze a ciò che stava emergendo all'indagine, un supporto inadeguato rispetto a quello che secondo lui meritavano gli accertamenti in corso.
I termini di legge per l'inchiesta stanno per scadere (bisognerà chiudere entro i primi di giugno), e nel registro degli indagati compare solo il nome dell'ex senatore democristiano Vincenzo Inzerillo, già condannato in primo grado a otto anni di carcere per concorso in associazione mafiosa. Ora su di lui pende l'ipotesi più grave di concorso in strage. Alcuni pentiti, tra i quali Giovanni Brusca, hanno infatti rivelato i contatti dell'ex parlamentare con Cosa Nostra - in particolare la famiglia Graviano di Brancaccio - proprio nel 1993, quando la mafia tentò di far ammorbidire le leggi contro i boss varate dopo le stragi del 1992. Le bombe dell'anno successivo sono state più volte definite "bombe del dialogo", per indurre la controparte a trattare con Cosa Nostra e rivedere certe norme, a cominciare dall'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario che sancisce il "carcere duro" per gli uomini delle cosche.
Inzerillo è stato interrogato nei giorni scorsi dal procuratore aggiunto di Firenze Fleury e dai pm Nicolosi e Crimi, i titolari dell'inchiesta divenuti "eredi" di Chelazzi. In alcune interviste il super-procuratore antimafia Vigna ha anticipato l'idea di "una talpa..., un canale di fuoriuscita di notizie riservate" dallo Stato verso la mafia, nel periodo in cui si decise di prorogare il "41 bis". Di questo si occupava Chelazzi, che ha compiuto accertamenti al ministero della Giustizia spulciando carte e ascoltando testimoni. E si occupava dell'eventuale "trattativa" tra rappresentanti delle istituzioni e rappresentati di Cosa Nostra in quel periodo, sulla falsariga di ciò che si è ipotizzato per l'anno precedente, a cavallo delle stragi del '92. Allora, hanno raccontato alcuni collaboratori giustizia, Totò Riina redasse un "papello" (pezzo di carta) con le proprie richieste per interrompere gli attentati; nel '93, con Riina in carcere, ci avrebbe provato qualcun altro.
Nell'ipotesi dell'accusa l'ex senatore Inzerillo sarebbe coinvolto in questa operazione di dialogo a distanza tra mafia e Stato. Per verificare questa e altre possibilità Chelazzi ha interrogato diverse persone, e aveva in programma di interrogarne ancora. Pochi giorni prima di morire, insieme al pm Nicolosi, ascoltò come testimone il prefetto Mario Mori, già comandante del Ros dei carabinieri e oggi direttore del Sisde. Gli ha chiesto dei suoi rapporti e dei suoi ripetuti incontri nel 1993 con il giornalista Giovanni Pepi, condirettore del Giornale di Sicilia . Pepi fu indicato da Riina, durante una pubblica dichiarazione fatta dieci anni fa nel corso di un processo, come l'unico giornalista al quale avrebbe potuto concedere un'intervista. Niente di strano secondo Pepi che già allora chiarì il senso della frase del boss. Ma, come ha rivelato ancora Vigna nelle interviste, Chelazzi aveva intenzione di approfondire il senso di quella frase di Riina. Da Pepi non ha fatto in tempo ad andare, mentre da Mori il magistrato dell'Antimafia ha avuto la spiegazione di un normale rapporto d'amicizia. "Conosco Pepi da almeno dieci anni - ha detto il direttore del Sisde -, mi è stato presentato come persona dabbene, abbiamo avuto e abbiamo normali frequentazioni tra amici. In ogni caso non ho mai condotto "trattative" con chicchessia". Pepi si mostra stupito di essere stato chiamato in causa, spiega che tutto si poteva verificare dieci anni fa ed è a disposizione per chiarire qualunque cosa ancora oggi. Anche la vicenda raccontata dal pentito Angelo Siino, che in un verbale ha detto di averlo visto "intrattenersi cordialmente" con il "geometra di Cosa Nostra" Giuseppe Lipari - l'ex-insospettabile che gestiva i beni di Riina e Provenzano, il quale ha tentato di collaborare con la giustizia ma è stato "respinto" dalla procura di Palermo - al matrimonio della figlia di Lipari. Tutto risale a quando Lipari non era ancora stato scoperto come mafioso e - ricorda oggi Pepi - "sua figlia era una collaboratrice del Giornale di Sicilia . Sono andato al suo matrimonio, salutai lei, ma non ho mai conosciuto suo padre".
Visti i tempi stretti per concludere l'indagine, è possibile che Chelazzi volesse chiedere uno "stralcio" per chiudere l'inchiesta su Inzerillo e proseguire gli accertamenti "contro ignoti". Perché c'era da appurare, ad esempio, il movente della fallita strage dell'ottobre '93 allo stadio Olimpico di Roma rivelata da alcuni pentiti. Un attentato nel quale dovevano morire molti carabinieri, si disse, e l'ipotesi è che fosse la risposta ordinata dall'ala dura di Cosa Nostra per il fallimento della presunta "trattativa" con lo Stato. Supposizioni e teorie suffragate da qualche indizio ma difficili da verificare; indagini delicate che potevano apparire fumose a chi non le "viveva" dall'interno. Forse questo temeva Gabriele Chelazzi, quando decise di scrivere quella lettera nella quale traspaiono il disappunto e la solitudine di un magistrato che credeva nel suo lavoro, morto prima di poterlo concludere.
di GIOVANNI BIANCONI

Il procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna aveva "applicato" Chelazzi all'ufficio di Firenze, titolare dell'indagine sui "mandanti a volto coperto" delle bombe scoppiate a Firenze, Milano e Roma tra la primavera e l'estate del 1993: dieci morti e decine di feriti per i quali un gruppo di mafiosi, da Riina in giù, è stato condannato all'ergastolo. Secondo la giustizia italiana sono gli esecutori materiali di quelle stragi, ma il lavoro degli inquirenti continua nel tentativo di smascherare eventuali ispiratori di quegli attentati "esterni" a Cosa Nostra. A tirare le fila dell'inchiesta era proprio Chelazzi, che prima di morire ha messo nero su bianco il disappunto per quella che riteneva un'insufficiente attenzione da parte della Procura di Firenze a ciò che stava emergendo all'indagine, un supporto inadeguato rispetto a quello che secondo lui meritavano gli accertamenti in corso. I termini di legge per l'inchiesta stanno per scadere (bisognerà chiudere entro i primi di giugno), e nel registro degli indagati compare solo il nome dell'ex senatore democristiano Vincenzo Inzerillo, già condannato in primo grado a otto anni di carcere per concorso in associazione mafiosa. Ora su di lui pende l'ipotesi più grave di concorso in strage. Alcuni pentiti, tra i quali Giovanni Brusca, hanno infatti rivelato i contatti dell'ex parlamentare con Cosa Nostra - in particolare la famiglia Graviano di Brancaccio - proprio nel 1993, quando la mafia tentò di far ammorbidire le leggi contro i boss varate dopo le stragi del 1992. Le bombe dell'anno successivo sono state più volte definite "bombe del dialogo", per indurre la controparte a trattare con Cosa Nostra e rivedere certe norme, a cominciare dall'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario che sancisce il "carcere duro" per gli uomini delle cosche.
Inzerillo è stato interrogato nei giorni scorsi dal procuratore aggiunto di Firenze Fleury e dai pm Nicolosi e Crimi, i titolari dell'inchiesta divenuti "eredi" di Chelazzi. In alcune interviste il super-procuratore antimafia Vigna ha anticipato l'idea di "una talpa..., un canale di fuoriuscita di notizie riservate" dallo Stato verso la mafia, nel periodo in cui si decise di prorogare il "41 bis". Di questo si occupava Chelazzi, che ha compiuto accertamenti al ministero della Giustizia spulciando carte e ascoltando testimoni. E si occupava dell'eventuale "trattativa" tra rappresentanti delle istituzioni e rappresentati di Cosa Nostra in quel periodo, sulla falsariga di ciò che si è ipotizzato per l'anno precedente, a cavallo delle stragi del '92. Allora, hanno raccontato alcuni collaboratori giustizia, Totò Riina redasse un "papello" (pezzo di carta) con le proprie richieste per interrompere gli attentati; nel '93, con Riina in carcere, ci avrebbe provato qualcun altro.
Nell'ipotesi dell'accusa l'ex senatore Inzerillo sarebbe coinvolto in questa operazione di dialogo a distanza tra mafia e Stato. Per verificare questa e altre possibilità Chelazzi ha interrogato diverse persone, e aveva in programma di interrogarne ancora. Pochi giorni prima di morire, insieme al pm Nicolosi, ascoltò come testimone il prefetto Mario Mori, già comandante del Ros dei carabinieri e oggi direttore del Sisde. Gli ha chiesto dei suoi rapporti e dei suoi ripetuti incontri nel 1993 con il giornalista Giovanni Pepi, condirettore del Giornale di Sicilia . Pepi fu indicato da Riina, durante una pubblica dichiarazione fatta dieci anni fa nel corso di un processo, come l'unico giornalista al quale avrebbe potuto concedere un'intervista. Niente di strano secondo Pepi che già allora chiarì il senso della frase del boss. Ma, come ha rivelato ancora Vigna nelle interviste, Chelazzi aveva intenzione di approfondire il senso di quella frase di Riina. Da Pepi non ha fatto in tempo ad andare, mentre da Mori il magistrato dell'Antimafia ha avuto la spiegazione di un normale rapporto d'amicizia. "Conosco Pepi da almeno dieci anni - ha detto il direttore del Sisde -, mi è stato presentato come persona dabbene, abbiamo avuto e abbiamo normali frequentazioni tra amici. In ogni caso non ho mai condotto "trattative" con chicchessia". Pepi si mostra stupito di essere stato chiamato in causa, spiega che tutto si poteva verificare dieci anni fa ed è a disposizione per chiarire qualunque cosa ancora oggi. Anche la vicenda raccontata dal pentito Angelo Siino, che in un verbale ha detto di averlo visto "intrattenersi cordialmente" con il "geometra di Cosa Nostra" Giuseppe Lipari - l'ex-insospettabile che gestiva i beni di Riina e Provenzano, il quale ha tentato di collaborare con la giustizia ma è stato "respinto" dalla procura di Palermo - al matrimonio della figlia di Lipari. Tutto risale a quando Lipari non era ancora stato scoperto come mafioso e - ricorda oggi Pepi - "sua figlia era una collaboratrice del Giornale di Sicilia . Sono andato al suo matrimonio, salutai lei, ma non ho mai conosciuto suo padre".
Visti i tempi stretti per concludere l'indagine, è possibile che Chelazzi volesse chiedere uno "stralcio" per chiudere l'inchiesta su Inzerillo e proseguire gli accertamenti "contro ignoti". Perché c'era da appurare, ad esempio, il movente della fallita strage dell'ottobre '93 allo stadio Olimpico di Roma rivelata da alcuni pentiti. Un attentato nel quale dovevano morire molti carabinieri, si disse, e l'ipotesi è che fosse la risposta ordinata dall'ala dura di Cosa Nostra per il fallimento della presunta "trattativa" con lo Stato. Supposizioni e teorie suffragate da qualche indizio ma difficili da verificare; indagini delicate che potevano apparire fumose a chi non le "viveva" dall'interno. Forse questo temeva Gabriele Chelazzi, quando decise di scrivere quella lettera nella quale traspaiono il disappunto e la solitudine di un magistrato che credeva nel suo lavoro, morto prima di poterlo concludere.
Giovanni Bianconi

22 maggio 2003 - AUTOBOMBE 1993: C'E' UN NUOVO PENTITO
"Il Nuovo"
Stragi del '93, un nuovo pentito per far luce
Salvatore Facella, 50 anni, legato al capo famiglia di Mazara Mariano Agate, e ad altri clan siciliani collabora con i magistrati. "Molti i misteri da risolvere".
ROMA - La morte di Falcone e Borsellino, gli attentati a Roma, Milano e Firenze. La dinamite come schema vincente nel conflitto con lo Stato. Di questo e di altro ancora, compresi i molti misteri, dovrà rispondere Salvatore Facella, un nuovo collaboratore di giustizia. Uomo d'onore della famiglia mafiosa di Lercara Friddi, da anni emigrato a Torino e condannato all'ergastolo per una serie di omicidi commessi negli anni Ottanta. Facella ha cominciato a rispondere alle domande dei magistrati di Torino, ad ottobre.
Il neo pentito si è autoaccusato di avere procurato il proiettile di mortaio che venne lasciato da Santo Mazzei nell'ottobre 1992 nel giardino dei Boboli, a Palazzo Pitti, a Firenze, fatto ritrovare grazie ad una telefonata anonima ai carabinieri. Un atto dimostrativo dei boss contro il 41 bis che aprì di fatto la campagna d'attacco al patrimonio artistico: da palazzo Pitti alla chiesa di San Giorgio al Velabro. Originario di Lercara Friddi, a cinquanta chilometri da Palermo, 50 anni, imprenditore nel settore della macellazione delle carni, Facella è un boss legato a Mariano Agate, il capo famiglia di Mazara e ai catanesi di Santo Mazzei, l'uomo con il quale avrebbe agito al giardino di Boboli. Corleonese di stretta osservanza, il suo ultimo arrestato risale al 1995.
L'anno scorso, nonostante una condanna all'ergastolo, fu scarcerato per un errore procedurale, ma venne riarrestato ad ottobre per scontare la sentenza divenuta definitiva. I pm della Dda di Palermo lo hanno interrogato nelle scorse settimane nell'ambito di alcune inchieste che riguardano affiliati alle cosche del Palermitano, in particolare quelle delle Madonie. "Sentiremo Facella al più presto - dice il procuratore aggiunto Paolo Giordano - ne parlavo proprio stamane con il procuratore Messineo". Nell'ambito delle stesse indagini sarà sentito anche Pino Lipari, l'ex braccio destro di Bernardo Provenzano che la procura di Palermo ritiene inattendibile.

22 maggio 2003 - INDAGATO INZERILLO: DAI GIORNALI
"La Sicilia"
Autobombe, indagato l'ex sen. Inzerillo
Il sospetto di una "talpa".
Ma due pentiti dicono: l'esponente dc invitò i boss a smettere con la strategia terroristica
Tony Zermo
L'aveva anticipato il procuratore nazionale Vigna in un'intervista: "C'è un indagato per le autobombe mafiose del '93". Ora il nome è uscito fuori: la Procura di Firenze, che indaga sulle autobombe, ha inviato un avviso di reato all'ex senatore dc Vincenzo Inzerillo, palermitano, già inquisito e condannato per mafia in altro procedimento. E' un geometra che sarebbe salito al Parlamento con i voti dei clan. Il sospetto è che Inzerillo - interrogato lunedì scorso a Firenze dopo che era stata perquisita la sua abitazione a Palermo -, abbia fatto da "canale" tra Cosa Nostra e livelli politico-istituzionali. I tempi comunque sono stretti perché il 3 giugno scadono i termini dell'inchiesta: o si va all'archiviazione, oppure alla richiesta di rinvio a giudizio.
Non si sa cos'abbia in mano la Procura di Firenze e cos'abbia lasciato in "eredità" ai colleghi il magistrato fiorentino Gabriele Chelazzi che indagava sulle stragi di dieci anni addietro e che è stato fermato per sempre da un infarto la notte del 17 aprile scorso, poco prima di un viaggio a Palermo.
Il sospetto che ci fosse una "talpa" in grado di informare i boss nasce da questa considerazione: le autobombe di Firenze (in via dei Georgofili), di MIlano (al Museo d'arte moderna) e di Roma (contro le chiese di San Giovanni e di San Giorgio al Velabro) esplosero subito dopo la proroga del 41 bis, cioé del carcere duro per i mafiosi. E siccome per preparare una serie di attentati occorrono settimane c'è la convinzione che un "addetto ai lavori" abbia informato in anticipo Cosa Nostra su questa decisione del governo che andava contro le aspettative (ricordate il "papello" di Riina?) dell'organizzazione. In sostanza la Cupola sapeva già quel che sarebbe accaduto ed ebbe tempo di preparare la sua vendetta.
Val la pena rilevare che però dovremmo essere a livello di indizi, perché se ci fossero state prove concrete contro l'ex senatore Inzerillo sarebbe scattato l'ordine di custodia cautelare. Sostanzialmente si cerca di arrivare al famoso "terzo livello", ma come avverte lo stesso Vigna "questa ricerca non è stata ancora suffragata da riscontri". E poi è anche probabile che la vera "talpa" si debba cercare altrove, in un uomo delle Istituzioni piuttosto che in un politico, sia pure compromesso con la mafia. Tra l'altro la posizione di Inzerillo sarebbe singolare, perché due pentiti, il trapanese Vincenzo Sinacori e il palermitano Tullio Cannella hanno riferito che l'ex senatore nel febbraio del '94 avrebbe incontrato in un villaggio turistico tra Cerda e Palermo i boss Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro, Gioacchino Calabrò e Giuseppe Graviano e li avrebbe invitati a far cessare la strategia stragista. Dunque che Inzerillo abbia avuto contatti con i boss può anche starci, ma, stando almeno ai collaboranti, non dovrebbe avere avuto un ruolo nella fase delle autobombe, tanto da far dire al suo avvocato che si tratta di "un'indagine assurda".
Nella vicenda restano parecchi misteri, anche se gli esecutori materiali sono stati già condannati. Perché Cosa Nostra colpì le due chiese romane? La risposta può essere duplice: perché il Papa in maggio ad Agrigento con tono irato "scomunicò" i mafiosi ("Pentitevi, verrà il giudizio di Dio!") e poi perché esponenti della Chiesa si rifiutarono di sollecitare l'attenuazione dei rigori del 41 bis.
Ma la principale domanda che non ha trovato risposta è perché all'improvviso finirono gli attentati. Antonino Gioè, il killer di Altofonte poi suicida nel carcere di Rebibbia, quando venne contattato da un emissario dei servizi, disse minacciosamente: "E se facessimo saltare in aria la Torre di Pisa?". Sostanzialmente Cosa Nostra aveva deciso di colpire i grandi monumenti del Paese per costringere lo Stato ad una trattativa. Lo Stato non fece passi indietro, anzi "stabilizzò" per sempre il 41 bis, e tuttavia la mafia rinunciò al grande attacco. Perché? Si può solo ipotizzare che dopo l'arresto di Totò Riina del 15 gennaio 1993 l'avvento di altri padrini come Bernardo Provenzano, contrari ad una sfida totale contro lo Stato, abbia portato ad un cambiamento di strategia. Oppure è bastata la chiusura delle supercarceri invivibili di Pianosa e dell'Asinara per indurre la mafia a smettere con gli attentati terroristici? Dura dal '94 l'inabissamento di Cosa Nostra. E' "merito" del vecchio Binnu?

23 maggio 2003 - AUTOBOMBE 1993: STANNO PER SCADERE TERMINI PER INDAGINI
"La Gazzetta del sud"
AUTOBOMBE '93: STANNO PER SCADERE I TERMINI DELLE INDAGINI
Dopo l' "avviso" al sen. Inzerillo gli inquirenti fiorentini al bivio
Le indagini sulla stagione delle autobombe '93 appaiono sempre più legate a quelle sulle stragi Falcone e Borsellino. Lo si deduce anche da una lettera che Gabriele Chelazzi, il pm della Direzione nazionale antimafia morto fra il 16 e il 17 aprile a Roma, inviò al procuratore della repubblica di Firenze Ubaldo Nannucci. Lettera che è stata pubblicata dal "Corriere della sera" e che ha provocato qualche imbarazzo tra i magistrati fiorentini che proprio in queste settimane hanno dato uno scossone all'inchiesta, indagando l'ex senatore dc Inzerillo. "La lettera c' è, ma sul suo contenuto non dico niente", ha affermato il procuratore della repubblica Ubaldo Nannucci. Sul tenore della lettera - in cui, secondo il quotidiano milanese, Chelazzi avrebbe chiesto un maggiore sostegno della procura di Firenze nelle indagini che stava svolgendo sui possibili mandanti occulti delle stragi del 1993-1994 - Nannucci non ha voluto dire niente. Silenzio assoluto anche da parte del procuratore aggiunto Francesco Fleury: "Di queste cose non parlo", ha risposto ai cronisti. Quanto alle interviste sulle indagini sui mandanti delle stragi rilasciate dal procuratore antimafia Piero Luigi Vigna a due quotidiani e pubblicate mercoledì, Nannucci ha espresso "sorpresa per quella intervista". "Sorpresa - ha aggiunto - perchè non avevamo ancora preso alcuna decisione. Certo un indagato c' è, ma non da oggi". Il riferimento è alle richieste che la procura dovrebbe avanzare alla imminente scadenza dei termini delle indagini preliminari dell' inchiesta sui mandanti, che vede indagato Inzerillo. Sulla vicenda, ieri, si è svolta nell' ufficio di Nannucci una lunga riunione dei magistrati impegnati nell' inchiesta insieme a Chelazzi: oltre a Fleury erano presenti i pm Alessandro Crini e Giuseppe Nicolosi. Alle affermazioni di Nannucci ha replicato Vigna. "C' è poco da meravigliarsi", ha commentato il procuratore nazionale antimafia. "Basta leggerla bene quell' intervista. Il nome dell' indagato non l' avevo fatto e parlavo esplicitamente di ipotesi investigative. Quanto al fatto che non era stata presa ancora alcuna decisione sull' inchiesta, sottolineavo che la procura di Firenze non aveva deciso se chiedere un' archiviazione o andare avanti". Intervenendo nel pomeriggio alla presentazione di "Attentato a Firenze", un volume, curato da alcuni cronisti della Nazione e pubblicato nel decimo anniversario dell' attentato di via dei Georgofili (27 maggio '93, cinque morti e decine di feriti), che inaugurò l' attacco terroristico di Cosa Nostra al patrimonio artistico e culturale del paese Vigna ha affermato che "siamo in piena sintonia con l' ansia dei familiari delle vittime, che ci hanno sempre chiesto di cercare i veri mandanti, ma non è facile. Una cosa sono le ipotesi investigative, un' altra le prove, gli elementi di fatto su cui un giudice deve fondare le sue decisioni". Vigna ha parlato anche della nuova strategia di Cosa nostra nei confronti dei pentiti: alla famiglia tanti soldi, a lui il permesso di incontrare la moglie una volta la settimana. Un vero e proprio programma di protezione targato Cosa Nostra: è "la strategia del figliol prodigo"messa in atto con successo a Palermo nei confronti di Fedele Battaglia, aspirante pentito, poi rientrato nei ranghi dell'organizzazione dopo le prime confessioni con un clamoroso dietro-front. "Si tratta - ha spiegato Maurizio De Lucia, pm della direzione distrettuale antimafia di Palermo - di un esempio dell'attività che da tempo Cosa nostra ha messo in atto per limitare i danni derivanti dalle collaborazioni. Per anni della famiglia mafiosa di Brancaccio di cui Battaglia faceva parte non abbiamo saputo che dettagli: c'è voluto un uomo d' onore di spicco come lui per potere tracciare un quadro completo dell' organigramma della cosca". Il pentimento di Battaglia offre alla procura di Palermo scenari del tutto inediti. E la mafia corre ai ripari. "I boss - racconta De Lucia - vennero informati della scelta del loro uomo dalla moglie e proprio servendosi della moglie neutralizzarono l'aspirante pentito". Non più intimidazioni, non più minacce, la "famiglia" sceglie la rassicurazione, il perdono. Cosa nostra cambia metodo: cessa il fuoco contro i collaboratori pentiti, colpevoli del più alto dei tradimenti, cessano le vendette trasversali contro i familiari degli ex uomini d' onore. Per evitare i danni di collaborazioni dirompenti si usa l'arma della persuasione. "Per Battaglia - ha raccontato il pm - scattò un vero e proprio programma di protezione alternativo: alla sua famiglia vennero garantiti incentivi economici, alla moglie venne assicurata la possibilità di incontrare il marito ogni settimana". Protezione, assistenza, soldi, in cambio del silenzio. E Battaglia accetta e ritratta. Della mutata strategia di Cosa nostra gli investigatori vengono a conoscenza in tempo reale".

23 maggio 2003 - SULL' ULTIMA INTERVISTA DI CHELAZZI
"Il Corriere della sera"
"Quella missiva del pm adesso sia resa pubblica"
MILANO - "Chiedo che quella lettera venga resa pubblica". Giuseppe Lumia, capogruppo Ds in Commissione Antimafia, della quale è stato presidente. La lettera è quella scritta poco prima di morire - stroncato da un infarto a 59 anni - da Gabriele Chelazzi, magistrato. L'uomo che aveva sulla scrivania il fascicolo sui possibili mandanti occulti delle stragi del 1993. Che si sentiva solo e chiedeva maggiore sostegno al suo lavoro da parte della Procura di Firenze. Dice Lumia: "Vorrei fosse pubblicata. Per far capire l'amarezza di un uomo onesto e permettere una riflessione seria".
Su quali argomenti?
"Le stragi del '93. Non basta la verità parziale. Non basta avere individuato il profilo militare di Cosa Nostra".
C'è altro.
"Chelazzi ci stava lavorando. La collusione della mafia con ambienti economici e politici".
Perchè l'ultima lettera di Chelazzi è importante?
"Rivelerebbe la terribile condizione in cui un uomo delle istituzioni, quale lui era, si viene a trovare se indaga su certi argomenti".
Chi indaga su mafia e politica finisce sempre per trovarsi solo. Per lei è così?
"Esatto. La peggiore delle condizioni possibili. Prima di Chelazzi c'è stato Falcone, e poi altri ancora. E' il rapporto tra mafia, alta politica ed economia che rende tutto più complicato: le indagini, il lavoro dei pm, la ricerca della verità. E si finisce soli".
Non le sembra una equazione un po' facile?
"No. Lo dimostra la storia recente di questo Paese. La lettera di un magistrato generoso e preparato potrebbe farci ragionare su questo: dietro alle stragi del '93 ci sono segreti atroci sui quali anche la Commissione Antimafia ha il dovere di indagare. Dobbiamo essere preparati ad affrontarli. Non dobbiamo avere paura della verità".
M. I.

23 maggio 2003 - AUTOBOMBE 1993: IL NUOVO PENTITO FATELLA
"La Sicilia"
Il boss Salvatore Facella parla delle stragi del '93
Palermo. Fu lui, Salvatore Facella, a procurare il proiettile di mortaio abbandonato nel giardino di Boboli, a Firenze, nell'ottobre del '92, insieme con il catanese Santo Mazzei. Era la vigilia della campagna stragista mafiosa che di lì a meno di un anno avrebbero insanguinato Roma, Firenze, Milano e ancora Roma e quel proiettile di mortaio - ritrovato dai carabinieri dopo una telefonata anonima - fu il segnale che i corleonesi avevano deciso di sfidare lo Stato che non cedeva sul 41 bis.
Da otto mesi Salvatore Facella, 50 anni, uomo d'onore della "famiglia" di Lercara Friddi (il paese natale del mitico Lucky Luciano), da tempo emigrato a Torino e condannato all'ergastolo per una serie di omicidi commessi negli anni '80, ha deciso di saltare il fosso e di collaborare con i magistrati della Procura di Torino. È lui il personaggio che potrebbe far luce su quella terribile stagione di bombe e di sangue e per questa ragione è stato già ascoltato due volte dal Pm fiorentino Gabriele Chelazzi, morto d'infarto nella notte tra il 16 e 17 aprile scorso. Anche i magistrati di Palermo lo hanno interrogato nelle scorse settimane nell'ambito di alcune inchieste sulla mafia delle Madonie. Nei prossimi giorni sarà ascoltato dai giudici del Tribunale di Termini Imerese nel processo alle cosche di Caccamo e San Mauro Castelverde che vede, tra gli imputati, anche il boss pentito Nino Giuffrè. Quindi sarà interrogato dai magistrati di Caltanissetta che indagano sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e via D'Amelio. "Lo sentiremo al più presto", ha confermato il procuratore aggiunto Paolo Giordano e nell'ambito delle stesse indagini sarà anche Pino Lipari, l'ex braccio destro di Bernardo Provenzano che la Procura di Palermo ritiene inattendibile.
Imprenditore nel settore della macellazione delle carni, Facella era legato al boss di Mazara del Vallo Mariano Agate e a Santo Mazzei, l'uomo con il quale avrebbe agito nel giardino di Boboli.
Legato ai "corleonesi", il suo ultimo arrestato risale al 1995. L'anno scorso, sebbene condannato all'ergastolo, fu scarcerato il 31 maggio per un errore procedurale. Arrestato ad ottobre per scontare la sentenza divenuta definitiva, ha deciso di collaborare.
Giorgio Petta

23 maggio 2003 - AUTOBOMBE 1993: PM RUSSO, RILEGGERE SENTENZA PROCESSO
ANSA:
"Per capire quale fosse il progetto investigativo del sostituto procuratore della Dna Gabriele Chelazzi bisogna leggere la sentenza sulle stragi del '93 dei giudici di Firenze". Lo ha detto il sostituto procuratore Massimo Russo, presidente della giunta distrettuale dell' Anm, riferendosi alle indagini su cui lavorava il magistrato morto d' infarto il mese scorso.
"Quella sentenza - ha aggiunto - apre interrogativi cui il povero Gabriele stava cercando di dare una risposta".
Russo e' intervenuto al dibattito su "Mafia, giustizia, informazione", organizzato dell' ambito delle manifestazioni per l' undicesimo anniversario della strage di Capaci, cui hanno partecipato anche Gian Carlo Caselli, Rita Borsellino, lo storico Salvatore Lupo e il presidente del centro "Impastato" Umberto Santino.

23 maggio 2003 - AUTOBOMBE 1993: LUMIA, NON POTREMO ACCETTARE PARZIALE VERITA'
ANSA:
"Non potremo mai accettare che la nostra democrazia si accontenti di una parziale verita', e cioe' il coinvolgimento solo dell'ala militare nel disegno delle stragi del 1992-93".
Lo ha detto a Radio Radicale il capogruppo Ds in commissione antimafia Giuseppe Lumia. "Da una parte - ha detto Lumia - la magistratura deve avviare l'indagine sulla parte collusiva di Cosa nostra in quegli anni, e quindi sul sistema delle trattative, sulle omissioni e sulle responsabilita', eventualmente da accertare, da parte delle istituzioni. Dall' altra la commissione parlamentare antimafia deve avere il coraggio di andare avanti e verificare il sistema delle relazioni che in quegli anni boss di Cosa nostra intrattenevano con la politica, dobbiamo essere pronti ad affrontare anche le piu' amare e terribili verita'". A proposito di quanto ha affermato il presidente Cossiga, che ha chiesto al ministro Pisanu solidarieta' per il direttore del Sisde Mario Mori, Lumia ha detto che "e' un aspetto molto delicato perche' tutti sappiamo che quella del covo (di Toto' Riina, ndr) non e' una vicenda indifferente. E' strano aver scoperto il covo di Riina e non averlo sottoposto a controllo; avere spento le telecamere; non avere fatto la perquisizione; aver lasciato fare ai boss di Cosa Nostra quella incredibile operazione di ripulitura del covo. Ci sono tutti gli elementi per non starsene li' a guardare zitti, a non chiedere e non approfondire, e' necessario scavare e poi allargare lþorizzonte. Capire quali trattative ci furono , come si realizzarono, quali soggetti la portarono avanti da parte delle istituzioni, con quale mandato, che effetti ebbe sulle stragi la trattativa e come poi si concluse questa vicenda, con quali risultati e con quali prezzi, con quali danni e con quali disastri nel nostro sistema istituzionale e della sicurezza".
"Inzerillo - dice ancora Lumia riferendosi all'inchiesta fiorentina sui mandanti occulti delle stragi del 1993 - non e' un topolino partorito dalla montagna. Un politico locale siciliano non e' certo un politico che conta poco sulle sorti generali della nostra democrazia. Senz' altro pero' e' poco, senz'altro bisogna andare avanti e verificare a 360 gradi il rapporto di Cosa nostra con la politica. Bisogna verificare quelle dichiarazioni che sono contenute nella sentenza di archiviazione di Caltanissetta, dove si dice che l'attuale presidente del consiglio (Silvio Berlusconi, ndr) e Marcello Dell'Utri avevano in quegli anni dei rapporti con Cosa nostra. Rapporti che dicono non sono rilevanti penalmente, ma che un sistema di relazioni c'era. Bisogna indagare a tutto campo, tutti si devono mettere in gioco, perche' le stragi Falcone e Borsellino, le stragi di Roma, Firenze e Milano, il tentativo di strage preparata al foro italico, meritano la massima attenzione e coraggio. Altrimenti metteremmo la nostra democrazia in serio pericolo, perche' eventi di questo tipo, visto il rapporto che c'e' tra la mafia e la politica, la mafia e l' economia, possono anche ripresentarsi".

COSSIGA, SE LUMIA DICE IL VERO MORI NON PUO' RESTARE
Se e' vero, come afferma Giuseppe Lumia, che "cosi' gravi dubbi" pesano sul direttore del Sisde, generale Mori, quest'ultimo non puo' rimanere al suo posto. E' quanto afferma Francesco Cossiga, riferendosi alle dichiarazioni odierne dell'esponente ds e sostenendo anche che se le cose stanno cosi il ministro dell'Interno Pisanu "tacendo danneggia il servizio". L'ex capo dello Stato critica dunque, in proposito, anche il silenzio di Berlusconi, e si domanda perche' il capogruppo ds Luciano Violante "non trova il modo di dare consigli, non di prudenza ma di decisione", al ministro. "Se e' anche lontanamente vicino al vero - dice Cossiga - quanto affermato dal capogruppo dei Ds nella commissione Antimafia, l'on. Giuseppe Lumia (che io personalmente non ho il piacere di conoscere, ma che i miei amici, suoi colleghi dell'ex Pci, mi dicono persona retta e prudente), e se quindi e' vero che cosi' gravi dubbi pesino sulla figura del generale Mori, direttore del Sisde, tanto da essere giustificato il silenzio del 'riconvertito' ministro dell'Interno sulle insinuazioni, gli attacchi e i sospetti di cui questo direttore e' oggetto, se quindi hanno ragione Lumia e, nel tacere, il 'riconvertito' ministro dell'Interno, quest'ultimo e' comunque sempre nel torto, perche' se cosi' stanno le cose egli tacendo danneggia il servizio, la sua credibilita' e non solo quella del suo direttore".
"Alla direzione del Sisde - insite il senatore a vita - non puo' rimanere un ufficiale dell'Arma dei carabinieri che il ministro dell'Interno ritenga di non poter difendere. In questo caso, e mi duole per l'amicizia e la stima che ho verso di lui, mentre tacere e' vilta' ed opportunismo rimuoverlo, anche nel dubbio, sarebbe senso dello Stato. Perche' - argomenta Cossiga - se in qualunque altra carica non si puo' privilegiare il dubbio, in cariche come queste anche il dubbio giustifica provvedimenti, anzi impone, cosi' radicali".
"E poi all'amico Lumia debbo dire - prosegue l'ex presidente della Repubblica - che le sue parole mi preoccupano e mi fanno comprendere, cosa a cui non avevo portato attenzione, che al silenzio assordante del ministro dell'Interno si somma il silenzio dell'alto responsabile della politica e della sicurezza dell' informazione e cioe' del presidente del Consiglio".
Cossiga conclude chiamando in causa anche Violante: "Ma com'e' che l'on.Violante, che tanta influenza ha sul ministro dell'Interno, e che ebbe il coraggio, da presidente della commissione Antimafia, di mettere in moto il meccanismo che porto' alla lunga 'persecuzione' giudiziaria nei confronti di Andreotti, non trova il modo e il tempo per dare consigli non di prudenza ma di decisione al suo protetto?".

27 maggio 2003 - AUTOBOMBE 1993: GRASSO SU RAPPORTO MAFIA CON 'NUOVO AGGREGATO POLITICO'
"La Gazzetta del Sud"
Stragi '93 Grasso torna sul rapporto tra Cosa nostra e il "nuovo aggregato politico"
E se la "trattativa" fosse in corso?
Vigna: la strategia della "sommersione" destinata a fallire
La trattativa fra Cosa nostra e il "nuovo referente politico esterno che la mafia aveva scelto come interlocutore fin dal 1992-1993, al posto di quello precedente, liquidato con il progetto di attentato a Martelli e l' uccisione di Salvo Lima, è finita o continua ancora?". È l' interrogativo con cui il procuratore di Palermo Pietro Grasso ha chiuso il suo intervento a Firenze a un convegno in occasione dei 10 anni delle stragi del 1993 a Roma, Firenze e Milano e che, ha spiegato, ha accompagnato le sue ultime conversazioni di lavoro con Gabriele Chelazzi a proposito delle indagini sui possibili mandanti occulti della strategia di terrorismo mafioso di Cosa Nostra. Grasso ha ripercorso tutto l' arco dell' impegno di Chelazzi sul fronte dei mandanti, ricordando le "enormi difficoltà" di quel lavoro investigativo. In particolare, ha sottolineato il magistrato, anche se sono emersi in questi anni elementi indiziari per sostenere l' ipotesi di contatti e trattative fra Cosa nostra e questo nuovo "aggregato politico e imprenditoriale" che stava prendendo corpo fra il '92 e il '93, e di cui Riina e compagni avrebbero oggettivamente favorito l' affermazione, questo non vuol dire che ci fosse un accordo preliminare alla base della strategia stragista. E, ha aggiunto, se quella prova non veniva trovata, non si poteva andare avanti. Fra gli altri interrogativi che il magistrato ha sollevato nel suo intervento, di rilievo particolare quello relativo al fallito attentato del 31 ottobre 1993 allo Stadio Olimpico - in cui sarebbero dovuti morire alcune decine di carabinieri - e ai motivi per cui esso non fu reiterato. "C' è una relazione - si è chiesto il procuratore - fra quella fallita strage e l' abbandono del progetto di Cosa Nostra di costituire un partito fai-da-te, Sicilia libera? O quell' attentato era stato fatto fallire di proposito da qualcuno dall' interno di Cosa nostra? Era stata forse l' ala cosiddetta " moderata" che faceva capo a Bernardo Provenzano, senza che Leoluca Bagarella ne fosse informato, che aveva già avviato la nuova strategia di sommersione della mafia, tuttora in corso? E - ha concluso - la trattativa è finita o è ancora in corso?" "Se ce la mettiamo tutta, anche la strategia della mafia mimetizzata di Bernardo Provenzano e compagni fallirà". È l'impegno che il procuratore nazionale antimafia, Pierluigi Vigna, ha espresso agli studenti del liceo scientifico Gramsci, a Firenze, in una lezione-incontro con cui si è aperta una serie di iniziative per i dieci anni delle stragi mafiose. La mafia attuale, ha spiegato Vigna ai giovani studenti assiepati nell'Aula Magna dell'istituto, dopo aver superato la fase dello scontro frontale con lo Stato impostata dall'ala militare di Totò Riina, "si è oggi sommersa e lavora per ampliare sempre di più il controllo del territorio e investe nell'economia, cercando così di portare consenso e anche di - ha aggiunto Vigna - narcotizzare l'attenzione dei politici onesti, dei media e dell'opinione pubblica". Una strategia, ha detto il procuratore nazionale antimafia, che va combattuta anche con una continua mobilitazione dell'opinione pubblica che mantenga viva la memoria di quei fatti. "Non deve più accadere, non ci dobbiamo rassegnare", ha fatto eco a Vigna Rita Borsellino, sorella di Paolo, il magistrato ucciso undici anni fa nella strage di via D'Amelio a Palermo. La signora Borsellino si è rifatta in particolare alla vicenda di Peppino Impastato, ricordando come "solo la tenacia del fratello e della madre del giovane ammazzato dalla mafia siano riusciti dopo venticinque anni di sforzi ad ottenere un piccolo pezzo di verità, da cui - ha aggiunto - si comincia però a capire anche chi ha depistato e perchè". Vigna ha infine rivelato che ci sono anche una lettera e una telefonata dal carcere di due pentiti mafiosi tra le testimonianze di affetto a Gabriele Chelazzi, il sostituto procuratore della Dna che indagò sui mandanti degli attentati del 1993. Il contenuto della lettera, appartenente al collaboratore di giustizia Salvatore Grigoli - uno dei condannati per le autobombe del '93 - è stato reso noto da Vigna, che l' ha ricevuta. "Grigoli - ha detto il capo della Dna - mi ha scritto che aveva trovato nel processo un magistrato (Chelazzi, ndr) vero, con il senso della legalità, e che, ora che è morto, si sentiva un po' più solo". "Ho conosciuto molte persone sottoposte al 41 bis - ha aggiunto Vigna - sono uomini anche loro". Toccante anche la telefonata del pentito Pietro Carra riferita dal pm fiorentino Giuseppe Nicolosi, che con Chelazzi lavorò fianco a fianco per sei anni. Nicolosi: "Mi ha detto tra le lacrime - ha raccontato il pubblico ministero - che era come se gli fosse morto il padre per la seconda volta".

27 maggio 2003 - AUTOBOMBE 1993: NICOLOSI SU CHELAZZI
"Il Corriere della sera"
"Chelazzi voleva sapere tutto delle bombe, non si sarebbe fermato mai"
"Per capire questa storia bisogna entrarci dentro, un'immersione totale, senza scampo. Il nostro animale simbolo deve essere il mulo non l'aquila". Il "mulo", come si definiva, era Gabriele Chelazzi, il magistrato che ha passato al setaccio 1.000 numeri di cellulari, 4.000 accertamenti su persone, circa 2.000 liste passeggeri tra voli, treni, traghetti e cinquecento verbali di deposizioni pur di arrivare alla verità sulla stragi di mafia del '93. "In realtà - ricorda Giuseppe Nicolosi, che con Chelazzi ha lavorato per sei anni a quelle indagini - Gabriele era sia mulo che aquila: coniugava una capacità straordinaria di lavoro a intelligenza intuitiva e logica ferrea. Nel nostro mestiere era un fuoriclasse".
Come conduceva le indagini?
"Guardi per capire la straordinaria carica umana e professionale di questo magistrato posso raccontare un episodio di cui sono stato testimone. Il giorno successivo all'infarto che lo ha stroncato nella notte tra il 16 e il 17 aprile scorso, ho ricevuto una telefonata: era Pietro Carra, uno dei pentiti della nostra inchiesta. Piangeva come un bambino. Mi disse: "Dottore, per me è come se fosse morto mio padre per la seconda volta"".
Con lui i pentiti si confidavano?
"No, lui di confidenze non ne voleva. Mai si sarebbe fatto sussurrare all'orecchio cose che non poteva mettere per iscritto. Aveva un rigore assoluto, totale, maniacale. Ma al tempo stesso aveva una capacità straordinaria di entrare in sintonia con le persone".
La vostra fu la prima indagine di mafia condotta con strumenti tecnologici in un'epoca in cui invece andavano fortissimo i pentiti...
"Lui aveva questa particolarità dal punto di vista professionale: come magistrato partiva sempre dai fatti. Lavorammo molto sui tabulati del traffico cellulare".
In quale scenario vi muovevate?
"C'era una strategia d'attacco frontale allo Stato: Riina si sarebbe giocato anche i denti pur di far abolire il 41 bis e rimodellare la legge sui pentiti".
Se non ricordo male a incastrare il gruppo di fuoco fu una telefonata fatta 24 ore prima della strage?
"Era la prova generale. Ce lo ha spiegato Carra, anni dopo. Con quella telefonata Carra chiedeva informazioni su dove scaricare l'esplosivo che sarebbe stato utilizzato per la strage degli Uffizi".
Perché un magistrato che tocca certe inchieste finisce per essere solo, per sentirsi abbandonato?
"Questo punto potrebbe riaccendere le polemiche, non mi piace tornarci".
Come ricorderebbe il lavoro di Chelazzi?
"Con le sue parole. Nella relazione introduttiva al processo per le stragi aveva scritto: "Io credo che sia sufficiente consultare le proprie coscienze per rendersi conto che religione, storia, arte, sono complessivamente il codice genetico di ciascuno di noi. L'identificativo profondo di ciò che ciascuno di noi è. Ed è quel codice che ci legittima come appartenenti all'umanità, all'umanità di sempre, all'umanità di tutti, dei nostri contemporanei e dei nostri predecessori, anche dei più lontani. Non sbaglierebbe certo per eccesso chi volesse definire questo processo come un processo per offesa all'umanità".
Non ha mai smesso di cercare il terzo livello, quello dei mandanti a volto coperto...
"Delle stragi voleva conoscere tutto. Lavorava e viveva con questo obiettivo. Non si sarebbe fermato mai. Finché c'era lui ci sentivamo tutti più tranquilli".
Marco Pratellesi

5 giugno 2003 - AUTOBOMBE 1993: MANDANTI; SCADUTI TERMINI INCHIESTA FIRENZE
ANSA
Sono scaduti oggi i termini per le indagini preliminari relativi al procedimento sui presunti mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993 che vede indagato a Firenze l' ex senatore democristiano Vincenzo Inzerillo, ma la procura fiorentina non ha ancora deciso quale conclusione trarre. Se cioe' chiedere al gip l' archiviazione del procedimento, oppure se sollecitare il rinvio a giudizio dell' ex parlamentare siciliano che, a quanto sembra, sarebbe l' unico indagato (l' ipotesi di reato e' quella di strage) nell' ambito di questa terza inchiesta fiorentina.
"Abbiamo molto lavoro da fare", ha spiegato stamani il procuratore della Repubblica Ubaldo Nannucci, aggiungendo che la procedura non prescrive dei tempi massimi entro cui presentare al gip le valutazioni dell' ufficio.
Gia' condannato a otto anni di reclusione per mafia, Inzerillo, secondo due collaboratori di giustizia, Vincenzo Sinacori e Tullio Cannella, avrebbe fatto da "canale tra ambienti istituzionali e gli esecutori degli attentati", ma, pur essendo in contatto con i boss, sarebbe stato un acceso oppositore della strategia stragista, al punto da intervenire per convincerli ad abbandonare la "guerra allo Stato".
"Siamo all' assurdo paradosso - aveva commentato nei giorni scorsi il legale del parlamentare, l' avvocato Franco Inzerillo - di dover difendere dall' accusa di strage una persona accusata di essere intervenuta per far cessare gli eccidi".
Prima di questo, la procura di Firenze aveva aperto in relazione alle indagini sui presunti mandanti "a volto coperto" altri due procedimenti con indagati. Il primo - che vedeva Silvio Berlusconi e Marcello Dell' Utri indagati come possibili interlocutori di Cosa nostra - era stato archiviato il 14 novembre 1988. Il secondo, che vedeva indagati dodici persone, fra cui un non precisato "Autore 3" e l' ex capo di Avanguardia nazionale Stefano Delle Chiaie oltre a una decina di esponenti mafiosi, era stato archiviato il 12 settembre 2002.
Il personaggio indicato come "Autore 3" e la cui identita' non e' stata svelata, era stato indicato dal pentito Angelo Siino come un possibile referente che, secondo quanto Antonino Gioe' gli avrebbe riferito in carcere, Leoluca Bagarella avrebbe cercato di contattare, alla vigilia della campagna di attentati ai monumenti, in vista di un avvicinamento a Bettino Craxi. Le dichiarazioni di Siino non avevano pero' trovato alcun riscontro.
Quanto a possibili connessioni fra mafia ed eversione di destra, il nome di Stefano Delle Chiaie era stato tirato in ballo da un altro collaboratore, Luigi Sparacio, le cui dichiarazioni erano state pero' giudicate inattendibili e prive di riscontro.

12 giugno 2003 - AUTOBOMBE 1993: PROCURA APRE NUOVO FASCICOLO SU MANDANTI
ANSA:
La procura della Repubblica di Firenze ha aperto un nuovo fascicolo, contro ignoti, per le indagini sui presunti mandanti a volto coperto delle stragi mafiose del 1993 a Firenze, Roma e Milano. Prosegue cosi' l'inchiesta sugli attentati con autobombe avvenuti 10 anni, dopo la scadenza dei termini, il 5 giugno scorso, per le indagini preliminari relative al precedente procedimento sui presunti ispiratori occulti di quelle stragi.
In quest' ultima inchiesta era stato indagato l'ex senatore dc Vincenzo Inzerillo, la cui posizione dovra' ora essere definita, essendo scaduti i termini delle indagini.
Nel nuovo fascicolo contro ignoti potranno comunque confluire gli spunti di indagine gia' emersi nella vecchia inchiesta e sui quali aveva lavorato il pm della direzione nazionale antimafia Gabriele Chelazzi, morto il 17 aprile scorso per infarto.

13 giugno 2003 - AUTOBOMBE 1993: COMPROMESSO CON LA MAFIA ?
"L'Espresso"
COMPROMESSO MAFIOSO
Nelle carte del pm Chelazzi la prova: fu tolto all' improvviso il carcere duro a 140 boss detenuti. Per questo furono fermati gli attentati. Anche quelli gia' pronti
Di Peter Gomez e Giuseppe Lo Bianco
Adesso c'è la prova. La prova della trattativa tra Stato e mafia iniziata nei primi anni Novanta. E a trovarla, nascosta nei documenti della Direzione amministrativa penitenziaria (Dap), è stato Gabriele Chelazzi, il pm fiorentino morto d'infarto il 17 aprile scorso, appena due mesi prima che scadessero i termini della sua quarta indagine sui mandanti a volto coperto delle bombe di Cosa Nostra dell'estate 1993.
Secondo quanto "L'espresso" è in grado di rivelare, Chelazzi aveva acquisito al Dap la copia dei fascicoli relativi a 140 detenuti del carcere palermitano dell'Ucciardone ai quali, tra il 4 e il 6 novembre di dieci anni fa, il ministero di Grazia e Giustizia revocò improvvisamente e imprevedibilmente il regime - del carcere duro, cosiddetto 41 bis.
Chelazzi si era reso conto dell'importanza di quei documenti non appena era riuscito a stendere una cronologia completa di tutti gli attentati (falliti e portati a termine) da Cosa Nostra. La svolta nell'inchiesta, che vede indagato solo l'ex senatore Dc Salvatore Inzerillo, era arrivata ragionando sulla storia di un'autobomba che non è mai esplosa: quella piazzata a Roma a poche centinaia di metri dallo stadio Olimpico domenica 31 ottobre 1993.
Quel giorno un commando di sole quattro persone posteggiò in via dei Gladiatori una Lancia Thema rubata carica di chiodi e di tritolo che avrebbe dovuto saltare in aria al termine di Lazio-Udinese al passaggio di due autobus dei carabinieri. L'obiettivo dichiarato era quello di fare più vittime possibile tra i militari. Ma la bomba radiocomandata non esplose, e la Thema rimase lì, posteggiata a lungo prima di essere rimossa. Gli investigatori per anni si sono chiesti perché l'attentato non fu portato a termine la domenica successiva, il 7 novembre, quando si giocava Roma-Foggia.
Poi, con la scoperta della revoca del 41 bis ai mafiosi dell'Ucciardone decisa il 4 novembre, hanno cominciato a capire. Non per niente tutti gli ultimi atti d'indagine di Chelazzi sono stati dedicati al fronte delle carceri. Il pm, prima di morire, aveva tra gli altri ascoltato come testimoni l'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, dimissionario nel febbraio del '93, perché coinvolto da Silvano Larini e Licio Gelli nello scandalo del conto Protezione; l'ex direttore del Dap Nicolò Amato (sostituito il 4 giugno '93 ); i familiari e i collaboratori di Francesco Di Maggio, lo scomparso pm milanese che nell'estate '93 era diventato vicedirettore del Dap; Livia Pomodoro, allora dirigente del ministero della Giustizia; l'attuale direttore del Sisde, il generale Mario Mori, i cappellani delle carceri di Pianosa e Porto Azzurro e il loro ispettore generale, monsignor Giorgio Caniato.
Punto di partenza degli interrogatori, un assunto ormai diventato verità processuale: le stragi del '93 furono decise principalmente per tentare di costringere lo Stato a revocare il 41 bis, introdotto da Martelli il 19 luglio del 1992, subito dopo l'attentato a Paolo Borsellino.
In quei giorni Cosa Nostra, di fronte agli uomini d'onore costretti nelle supercarceri è come una belva ferita. Non sa che pesci pigliare. Poi, durante l'estate, l'idea. Un informatore del Nucleo tutela patrimonio artistico dei Carabinieri, Paolo Bellini, spiega ai mafiosi che tradizionalmente lo Stato, quando si devono recuperare opere d'arte rubate, è disposto a trattare con la malavita e a concedere sconti di pena. Così nel novembre del '92 un gruppo di mafiosi catanesi (uno dei quali, Salvatore Facella, recentemente pentito) lascia un proiettile di artiglieria inesploso nel giardino di Boboli a Firenze. Poi, come raccontano i collaboratori, sulla strada del ritorno uno di loro telefona all'Ansa per rivendicare l'azione. Per telefono protesta per le condizioni dei carcerati a Pianosa e all'Asinara. Ma lo fa in modo concitato, e la rivendicazione non viene ripresa.
Nelle carceri intanto cresce il malumore. Cosa Nostra progetta di uccidere un agente di custodia per ogni paese siciliano. Ma i detenuti, per timore di ritorsioni, dicono no. Il 27 aprile, oltretutto, un blitz fa saltare anche il progetto di attentato contro 12 agenti di Pianosa. L'8 maggio il Papa arriva in visita in Sicilia. E, fatto senza precedenti, tuona contro Cosa Nostra lanciando un anatema agli uomini d'onore. La mafia la prende malissimo. Vuole reagire. Comincia ad accarezzare l'idea di colpire le chiese. Intanto però il 14 maggio a Roma un'autobomba esplode al passaggio della macchina di Maurizio Costanzo, che in televisione aveva osato augurare il cancro ai boss responsabili degli omicidi Falcone e Borsellino.
Il 27 maggio viene fatta esplodere un'autobomba a Firenze (cinque morti) in via dei Georgofili. È un segnale per aprire uno spiraglio di trattativa sui detenuti di Pianosa (in Toscana). Nelle carceri la tensione è sempre più alta. E i primi ad accorgersene sono i cappellani, in difficoltà per la dura presa di posizione del Papa. Monsignor Caniato, come "L'espresso" è in grado di rivelare, racconterà a Chelazzi che da loro arriva ufficiosamente la richiesta di sostituire Nicolò Amato, il direttore del Dap. Amato, che pure è un garantista doc e che già a marzo aveva chiesto al ministro Giovanni Conso di sostituire il 41 bis con forme di registrazione dei colloqui tra famigliari e detenuti, salta il 4 giugno. A Cosa Nostra non basta: Di Maggio, il nuovo vicedirettore, ha il pugno di ferro.
Il 20 luglio, oltretutto, il 41 bis viene prorogato e, fatto scoperto casualmente da Chelazzi, il Sisde (che ha buone fonti) lancia un nuovo allarme bombe. Due giorni dopo a Pa