Venti anni dopo la strage don Paolo Annoni, 88 anni,
sacerdote salesiano milanese assai conosciuto all'epoca essendo presidente
regionale dell'Anspi, l'Associazione dei circoli ricreativi cattolici,
ottavo di nove figli di cui due monache; ha un lucidissimo ricordo di quella
terribile giornata del 2 agosto 1980 nonostante un ictus lo abbia parzialmente
paralizzato e quindi costretto su di una sedia a rotelle. Oggi don Annoni
vive nel silenzio e nel riposo assoluto in un'accogliente villa ottocentesca
trasformata in casa d'ospitalità nelle Marche, esattamente sulla
collina davanti al mare di Civitanova, in provincia di Macerata. È
qui che lo abbiamo raggiunto per farci raccontare la sua storia.
«Il primo agosto del 1980 mi ero recato a Granarolo
Faentino per un'adunanza di noi salesiani - ricorda il sacerdote -. L'indomani
stavo rientrando in sella al mio lambrettone 350 e, proprio mentre ero
sul ponte che scavalca la ferrovia, ho sentito il boato sordo e impressionante
dello scoppio dell'ordigno. Subito ho pensato "ci metto più a dirlo
che a farlo". Mi affacciai così dal ponte, e con quell'immagine
di guerra sotto gli occhi, ricordandomi dei cappellani militari, gridai
"Io vi assolvo da tutti i peccati". Poi correndo sono sceso verso il vicino
Tempio del Sacro Cuore di via Matteotti. Nei pressi mi imbattei in don
Corni, un salesiano ora deceduto, e gli dissi "corri vai a prendere gli
olii". La mia corsa proseguì, per via Carracci, fino alla stazione».
«Quando entrai un poliziotto cercò di
fermarmi ma io lo spinsi facendomi spazio per raggiungere i binari: mi
trovai di fronte all'enorme rovina creata dalla bomba. Sembrava che l'ordigno
fosse stato piazzato sul treno. Ricordo come fosse oggi che sul quarto
binario c'era ancora tanta gente in piedi che attendeva di andare a Rimini
e di un ferroviere che continuava a gridare domandando se ci fosse ancora
gente sul treno. Salii su di una di quelle carrozze del primo binario e
d'istinto aprii la prima porta che mi trovai di fronte, era quella di un
gabinetto. C'era un uomo all'interno, in piedi. Era stecchito. Ma ricordo
che aveva una posizione strana, con un braccio teso e un'espressione in
viso come di rabbia. Oggi mi domando ancora - riflette don Annoni - se
avesse avuto il tempo di rendersi conto di quanto stava accadendo. Era
impossibile proseguire oltre perché le carrozze erano squarciate,
allora ripresi la scaletta di uscita. Poco sotto vidi il cadavere di una
donna. Di fronte, poggiate ad una balaustra, due signorine straniere erano
rimaste inebetite. Ai loro piedi il cadavere di un'altra donna con la testa
maciullata e la materia cerebrale che ne usciva fuori. Li era un via vai
di soccorritori che si preoccupavano in quegli attimi solo di portare fuori
dalla stazione morti e feriti. Proprio in considerazione di ciò
misi una mano dietro al collo di quel cadavere e tentati di rimettere al
suo posto quella materia che era uscita dal cranio. Un ferroviere mi chiese
gridandomi "ma cosa fa?" e io ebbi solo la forza di urlare con le lacrime
agli occhi "non vorrà mica mandarla fuori così". Erano le
19 quando mi accorsi che ancora non si era scavato sotto un mucchio di
macerie che indicai ai soccorritori. È lì che i pompieri
estrassero almeno un altro cadavere. Continuai a lavorare fino verso le
21 della sera. Dovevo andarmene perché - immaginai - i miei superiori
mi stavano aspettando. Ricordo ancora che solo verso sera sempre i pompieri
trovarono il coraggio di andare sul tetto del bar. Al primo piano trovarono
ancora un'impiegata di un ufficio».
«Oggi di quella terribile giornata mi resta un
paio di documenti fotografici, niente più. Una grande foto in bianco
e nero che mi ritrae tra le macerie e una copertina di un settimanale,
Gioia,
che mi riprende mentre un'infermiera mi porge una bottiglia d'acqua. Il
giorno dopo la strage dovetti partire per Como insieme al mio direttore
per degli esercizi spirituali. Al ritorno trovai questo materiale fra la
mia posta. Nel primo anniversario della strage, l'anno seguente, decisi
nuovamente di recarmi a Bologna, per tentare di ritrovare chi insieme a
me aveva dato una mano di aiuto. Le autorità religiose mi fecero
capire che anche al cardinal Poma era stato consigliato di non salire sul
palco e così mi accontentai di sedermi lì a poca distanza.
Alla fine di tutte le cerimonie venne da me un signore abbastanza distinto
che si qualificò come ferroviere il quale mi strinse la mano e mi
disse grazie».
«Se ho ancora ricordi di quella giornata? Sì, lo scoppio.
Quello scoppio ha lasciato in me qualcosa di indimenticabile. Oggi ogni
qualvolta sento un boato, qualcosa che assomiglia a uno scoppio mi sento
mancare. Poi ricordo delle voci dei soccorritori nei primi istanti dopo
la strage. Dicevano: "o è stata una bomba o è scoppiato l'impianto
della ferrovia". Per il resto sono ancora qui a domandarmi insieme a tanti
perché in questi venti anni non si sia fatta chiarezza. Il ricordo
di aver stretto fra le mie mani insieme alle teste di tanti cadaveri quel
timer mi sconvolge e il fatto che nessuno abbia mai voluto ascoltare la
mia, come credo molte altre, testimonianze un po' mi angoscia. È
stata per me una triste esperienza che ad ogni anniversario mi riempie
sempre il cuore di dolore».
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