martedi , 21 marzo 2000
INTERNI



Dopo la polemica sulla Commissione stragi

L’ex brigatista Lauro Azzolini:
«Su di me bugie e depistaggi
Non ero la spia di Dalla Chiesa»


M. Antonietta Calabrò

ROMA — «Ma quale infiltrato, ma quali infiltrati del generale Dalla Chiesa nelle Br? Io, Lauro Azzolini, rivendico la mia coerenza di ex (e sottolineo ex) militante rivoluzionario delle Br. La mia identità di comunista è ben visibile: scritta dentro il percorso di vita vissuta, di ricerca di liberazione, che mi vede ancora detenuto dopo ventuno anni di carcere. Insomma io non ho nulla da nascondere. Personalmente e con forza voglio smentire qualsiasi calunniosa ipotesi di chi impunemente vorrebbe giocare, offendendomi, su presunte infiltrazioni di vertici delle Brigate rosse, da parte di strutture che a quei tempi erano preposte a combatterci. Mi chiedo: perché questi depistaggi? E poi alla fine ci vado di mezzo io, per via di quel maledetto borsello che sembra abbia portato alla scoperta del covo di via Montenevoso».
Così reagisce Azzolini di fronte al sospetto che aleggia da mesi nel corso dei lavori della Commissione stragi sul caso Moro. Dopo le polemiche dei giorni scorsi, gli attacchi del deputato verde Nando Dalla Chiesa al presidente dell’organismo parlamentare Giovanni Pellegrino, dopo le precisazioni dei magistrati milanesi Pomarici e Spataro, parla l’ex membro del comitato esecutivo delle Br durante il sequestro di Aldo Moro.
Il borsello perduto a Firenze era suo?
«Sì, sì, il borsello, purtroppo era mio. Chiavi, documenti, pistole erano l’armamentario del cosiddetto guerrigliero: che stessero in un borsello d’estate era logico, erano meno visibili che sotto una camicia. Purtroppo può succedere anche di dimenticarselo, avendo altre quattro borse per le mani, e il borsello rimase lì...».
Lì dove?
«Sul tram, mi sembra che fosse, una cosa del genere...».
Lei allora stava a Firenze?
«No, in quel momento passavo da Firenze, era la prima volta che ci andavo, perché c’era una riunione dell’esecutivo delle Br, in una delle case che poi furono scoperte dagli inquirenti».
Come vi siete spiegati la cattura e la "caduta" del covo...
«A posteriori noi delle Br ci abbiamo ragionato. Abbiamo fatto mille supposizioni, nemmeno pensando alla possibilità che ci fosse un collegamento con il mio borsello, anche perché avevamo preso una serie di precauzioni, non eravamo mica cretini».
Per scoprire il covo ci hanno messo più di due mesi...
«In agosto io non ero a Milano, a settembre non ci andavo sempre e così sono arrivati ad ottobre, purtroppo per me e per gli altri compagni che erano lì presenti e furono arrestati».
Mi sta dicendo che in agosto il covo era chiuso per ferie?
«In agosto noi andavamo in altri posti a studiare e a ripassare le lezioni e a fare un pochino i bilanci del nostro lavoro e preparare poi la ripresa autunnale».
Ma allora perché non avete abbandonato quella base? Non si è allarmato di aver perso insieme al borsello i documenti del suo motorino, con il riferimento a dove era stato acquistato?
«Guardi, quella motoretta mi era già stata rubata, era già via, non ci poteva essere nessun meccanico che poteva far risalire a me... Non è che eravamo così stupidi».
Però le chiavi..., scusi, lei si perde le chiavi del covo più importante dell’organizzazione e il covo non solo continua ad essere frequentato, ma addirittura, alla ripresa autunnale, si spostano lì i documenti di Moro?
«No, non erano un problema neanche le chiavi, perché su, cioè nel covo di Motenevoso, cambiammo subito la serratura. Io avevo avvisato tutta l’organizzazione del fatto che avevo perso il borsello e si era deciso di riparare in quella maniera lì, cioè cambiando la serratura».