| ATTUALITÀ | ESCLUSIVO I MISTERI DEL CASO MORO E LA PISTA ELVETICA, DOPO LA DENUNCIA DI PELLEGRINO A 'PANORAMA' | |||||||||||
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m.sestini/neri
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DALLE BR AL MICROSCOPIO Paolo Baschieri, 47 anni, ricercatore di biofisica al Cnr di Pisa. Leader del Comitato rivoluzionario toscano, venne arrestato nel '78. Aveva un elenco di banche ticinesi. Ora il senatore Pellegrino sostiene che in un caveau svizzero potrebbero essere nascoste le carte del caso Moro. | ||
| Eccolo
Paolo Baschieri, venti anni fa brigatista di cartello e oggi ricercatore
del Cnr. Siamo a Pisa, nel cortiletto pieno di verde dell'Istituto di biofisica.
Di là, dietro le vetrate di un edificio un po' malconcio, lavora
al microscopio un personaggio tornato prepotentemente alla ribalta. È
attorno a questo professore quarantasettenne, mingherlino e dal viso puntuto,
che ruota la 'pista svizzera' delle Brigate rosse. È a lui che pensa
il senatore Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione sulle stragi,
quando accenna alla possibilità che il memoriale di Aldo Moro sia
tuttora al sicuro in un caveau di una banca svizzera (Panorama n. 44).
'Baggianate, solo baggianate' ripete Baschieri, schermendosi. Sarà vero? Gli occhi piccolissimi si chiudono a fessura. Professor Baschieri, ricorda? Lei aveva in tasca, quando venne arrestato, un elenco di banche del Canton Ticino: 11, per la precisione, tra Lugano e Coira. Era l'antivigilia di Natale del 1978. 'Ricordo quell'elenco...'. La magistratura indagò a lungo. Ma si scontrò con l'inerzia dei nostri servizi segreti e il muro delle autorità svizzere. 'Vecchie cose...'. Il presidente Pellegrino sostiene che sono attualissime, che quella pista sugli 11 istituti di credito può collegarsi a scenari complessi: accordi sottobanco di servizi segreti occidentali, Cia e il Mossad israeliano, con il Kgb sovietico. Il professore sorride. 'Non ho mai aperto bocca con un giudice...'. Forse è venuta l'ora di parlare. 'Posso dire che quell'elenco l'avevo stilato io'. Per farne cosa, professore? 'Semplicemente avevo preso nota di una serie di banche. L'idea era quella di aprire alcune cassette di sicurezza'. Per depositarvi gli scritti di Moro, il famoso memoriale che, nella sua integrità, rimane ancora un mistero dopo oltre 20 anni? 'No, nessun memoriale. Semplicemente volevamo mettere nel caveau di qualche banca ticinese i soldi necessari per acquistare armi'. Sta scherzando? Le armi non ve le passavano, a costo zero, i militanti dell'Olp, l'organizzazione palestinese? 'È vero. Però avevamo avuto questa idea: portare soldi in Svizzera'. Quali soldi, professore? Baschieri si destreggia. È evidente che pensa alle rapine attuate in quegli anni per finanziare l'organizzazione. Milioni che solitamente venivano custoditi nei covi, non nei caveau. Professore, chi le suggerì l'elenco di quegli 11 istituti di credito svizzeri? 'Nessuno. Consultai io stesso l'elenco del telefono'. Incredibile. Professore, ci sono capi storici delle Brigate rosse, come Valerio Morucci e Alberto Franceschini, che accennano con sempre maggiore insistenza ai 'misteri' del caso Moro. Ed entrambi indicano la Toscana come una zona grigia. In pratica, chiamano indirettamente in causa anche lei. A Firenze viveva il cosiddetto Anfitrione, individuato nel direttore d'orchestra Igor Markevitch, che avrebbe ospitato la direzione strategica delle Br. In Toscana si riuniva il gotha delle Brigate rosse durante i giorni del sequestro di Moro. In Toscana venivano analizzati gli scritti di Moro, il suo memoriale rimasto segreto. Baschieri non si scuote. Per lui, Franceschini e anche Morucci 'sono in malafede'. Professore, lei ovviamente sa che un giornalista molto informato come Mino Pecorelli scriveva sulla sua rivista, Op, che i brigatisti rossi avevano basi e soldi a Lugano. Sosteneva (ed era l'11 luglio 1978) che i brigatisti rossi si recavano in Ticino per 'affari sporchi'. 'Ripeto: sono solo baggianate'. Professore, Pecorelli scriveva che i brigatisti rossi avevano comperato 'uno stabile intero a Lugano' e lei è l'unico terrorista trovato con un elenco di banche ticinesi. Il professore non risponde: è come un muro di gomma. Baschieri era a bordo della Citroën Ds di proprietà del padre Lidio, illustre cattedratico, direttore dell'Istituto di medicina del lavoro dell'università di Pisa, quando la polizia gli metteva le manette. Era il 23 dicembre 1978. Con lui, finivano in carcere i suoi tre compagni di viaggio, due intellettuali di buona famiglia quali erano Giampaolo Barbi, architetto, e Salvatore Bombaci, studente di filosofia, più Dante Cianci, capotreno. Rappresentavano la direzione di un gruppo brigatista anomalo, il Comitato rivoluzionario toscano. Mentre in Piemonte,
in Liguria, in Lombardia, in Veneto e a Roma, le Br avevano fondato le
famose colonne, autonome e autosufficienti, in Toscana Baschieri e i suoi
amici, provenienti da Lotta continua o da Autonomia, avevano dato vita
a quella 'struttura di appoggio' utilizzata dai br romani alle prese, in
quel tragico 1978, con l'organizzazione del rapimento di Moro.
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| Non
solo Baschieri, ma anche i suoi compagni di viaggio non parlarono quando
vennero ammanettati. Si dichiararono brigatisti irriducibili. Al giudice
istruttore fiorentino Salvatore Campo che apriva l'inchiesta non rimaneva
che indagare sui retroscena. A cominciare dall'elenco delle banche svizzere.
Il magistrato chiedeva subito la collaborazione delle autorità elvetiche.
Ma a Lugano, incredibilmente, facevano orecchie da mercante venendo meno
alla collaborazione, già allora consolidata, tra magistratura italiana
ed elvetica quando oggetto delle indagini è il terrorismo e il traffico
di armi.
Alla fine il magistrato doveva dare forfait. Ma poiché si era reso conto che la pista svizzera delle Brigate rosse risultava importante, stilava, nella sentenza di rinvio a giudizio, una specie di promemoria in cui sosteneva che 'non è stato possibile indagare su società finanziarie e banche, tutte operanti in territorio svizzero, i cui nominativi si trovano annotati su un foglietto sequestrato a Baschieri e che, certamente, avrebbe potuto riservare sorprese positive in ordine a quanti fornivano danaro al gruppo terroristico'. Il giudice si augurava che l'inchiesta potesse proseguire 'con la paziente opera dei servizi segreti'. Insomma, Campo passava la palla al Sismi che istituzionalmente può operare all'estero raccogliendo preziose informazioni. Professor Baschieri, lei che idea si è fatto di questo comportamento delle autorità svizzere? 'Non ne sono al corrente' risponde. Il nostro ricercatore del Cnr ovviamente dice di non conoscere nemmeno il seguito della vicenda che vede un singolare gioco a rimpiattino. Il Sismi (la nota è ufficiale, porta la data del 7 novembre 1980) dichiarava di non aver mai saputo nulla di questa benedetta storia: 'Il Sismi si è interessato al fatto soltanto sulla base di richieste del servizio svizzero, che aveva appreso dalla stampa l'elenco di 11 istituti bancari'. Come dire: nessuno ci ha chiesto collaborazione. Con il risultato che nè i nostri 007 nè quelli di Berna avevano indagato. Ufficialmente, gli agenti del controspionaggio si erano limitati a confidarsi la notizia. Professor Baschieri, non le sembra un fatto un po' strano? I servizi avevano in mano un elenco di banche, un giudice li invitava a indagare e anni dopo si scopre che non era stato fatto alcun passo? 'Sono storie che non mi riguardano, semplice dietrologia'. Baschieri era riuscito a laurearsi un anno dopo l'arresto. Tesi sperimentale di laboratorio su 'Le misure dell'energia'. Voto conseguito: 94 su 110. Illustri docenti avevano varcato la soglia del supercarcere di Volterra per discutere la tesi. Ma c'era voluto del tempo prima che Baschieri approdasse in un supercarcere, destinazione obbligatoria per un brigatista irriducibile come lui. Era accaduto un altro fatto strano: Baschieri, nonostante le direttive impartite dal giudice Campo, era riuscito, dopo l'arresto, a rimanere in gran tranquillità in un carcere normalissimo, quello delle Murate di Firenze. Com'era potuto accadere? Era intervenuto il ministero della Giustizia, 'sulla scorta di presupposti inesistenti. È un fatto di indubbia gravità' aveva stigmatizzato il giudice Campo, che sollecitò un'indagine sui funzionari ministeriali. Professore, converrà che era un brigatista quanto meno fortunato. 'Nessuna fortuna: semplicemente il giudice ce l'aveva con il ministero. A sproposito'. Professore, la buona sorte l'ha aiutata forse perché quell'elenco delle 11 banche doveva rimanere un mistero... 'Questa è davvero una bischerata' ribatte Baschieri da buon toscano. Ma c'è un'altra storia, forse un'altra 'bischerata', che vale però la pena di raccontare anche perché ha attirato in questi giorni l'attenzione della Commissione stragi. È una vicenda che ci porta a un altro brigatista del Comitato rivoluzionario toscano, Elfo Mortati. All'epoca studente
universitario molto estroverso, chiamato Elfino dagli ex compagni di Autonomia
operaia, oggi quarantenne, Mortati era entrato nel Comitato rivoluzionario
toscano e aveva dato dimostrazione delle sue 'capacità' uccidendo,
il 10 febbraio 1978, un notaio di Prato, Gianfranco Spighi. Cinque mesi
dopo veniva arrestato e, di carattere ciarliero, aveva subito messo a disposizione
dei magistrati il suo non trascurabile patrimonio di conoscenza delle Brigate
rosse. Mortati, dopo aver ammazzato il notaio, era infatti sceso a Roma
in virtù della sua qualifica di militante di un''organizzazione
di supporto' alle Br qual era il Comitato toscano. Aveva trovato ospitalità
grazie a Morucci. Erano i giorni del caso Moro. Lo statista era stato rapito
il 16 marzo.
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| Mortati
indicò ai giudici Ferdinando Imposimato e Rosario Priore (chiamato
ora a deporre alla Commissione stragi) due covi brigatisti romani. Il terrorista
era stato molto preciso nelle indicazioni: i due appartamenti erano situati
nella zona del ghetto a due passi da via Caetani dove Moro era stato fatto
trovare cadavere la mattina del 9 maggio. Mortati, accompagnato da Imposimato
e Priore, girò per ore e ore e per più notti, nel tentativo
andato a vuoto di identificare gli appartamenti dove il brigatista si era
incontrato con i leader del caso Moro. I magistrati notarono uno strano
movimento attorno a loro. 'C'era qualcuno che si preoccupava di fotografarci
mentre uscivamo da questo o quel portone' ha raccontato Imposimato. Chi
era? E qual era lo scopo? Pochi giorni dopo sul tavolo dei giudici arrivò
un plico di fotografie che li ritraeva mentre setacciavano la zona del
ghetto in compagnia di Mortati.
Professor Baschieri, cosa sa di Mortati? 'L'ho conosciuto in carcere, niente di più'. Pellegrino sostiene che, se ex br come lei parlassero, dai caveau svizzeri uscirebbero non solo il memoriale Moro ma l'ombra di una struttura di riferimento tra le Br e i 'neri'. 'Nei caveau pensavamo di custodire i soldi per vivere in latitanza'. Professore, sembra la storia di Biancaneve. Baschieri si stringe nel suo maglioncino un po' bucherellato. Sorride. In fondo a lui è andata bene: nel 1994 ha ricevuto la grazia dal presidente Oscar Luigi Scalfaro. l |
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