Almanacco dei misteri d' Italia


D' Antona e Biagi
le notizie del 2003
2 gennaio 2003 - MARCO BIAGI E GLI UNTORI
"La Padania"
Marco Biagi e i suoi untori
di Gigi Moncalvo
Non ci sono dubbi. A nostro modesto parere, l'uomo, anzi il martire, l'eroe dell'anno che si è appena chiuso, un uomo che per tantissime ragioni non va dimenticato, è il professor Marco Biagi, assassinato a Bologna mentre stava scendendo dalla sua bicicletta davanti a casa, il 19 marzo scorso. Biagi racchiude, nella sua vita, negli ultimi periodi della sua esistenza, e purtroppo anche nelle modalità della sua morte, alcuni aspetti emblematici che non vanno dimenticati e che vanno ancora una volta sottolineati. Ecco perché ne parliamo anche oggi, anche se il tempo dei bilanci del passato sembra scaduto: certe lezioni, certi avvenimenti, certi comportamenti vanno ricordati sempre, a nostro avviso, in ogni giorno dell'anno. La sua "colpa", agli occhi di chi lo ha avversato, lo ha isolato, emarginato e ucciso, era questa: egli, pur essendo un riformista cattolico e socialista, lavorava per il governo Berlusconi, lavorava per il ministro Maroni. Pensate un po' per quali "colpe", per quali cause questi disgraziati criminali uccidono! Pensate un po', al di là delle modalità e degli autori del delitto, per quali ragioni si viene "criminalizzati", additati come bersaglio, osteggiati, isolati fino addirittura alla morte quando non si è di sinistra, e ci si permette di lavorare nientemeno che per l'altra parte politica! Il professor Biagi aveva un'altra, grande "colpa": aver confezionato l'abito di quelle "modeste correzioni all'articolo 18" che Sergio Cofferati ha chiamato "patto scellerato", e che aveva pubblicamente definito con disprezzo e alterigia "limacciose". Isolando in tal modo il professore bolognese in tutte le sedi politicamente praticabili, additandolo in sostanza come "un nemico", con tutte le conseguenze che ciò ha comportato.
Biagi era da considerarsi "pericoloso" anche per altre incredibili e folli "ragioni" scatenate da chi, a sinistra, lo avversava e lo combatteva, mai a viso aperto, ma nell'ombra, in modo sotterraneo, nel modo più vigliacco e atroce che possa esserci. Prima di tutto perché lo studioso bolognese dimostrava che questo in cui viviamo non è "un regime". Biagi non aveva mai nascosto il suo essere "di sinistra". Alle elezioni comunali di Bologna era stato candidato, per i socialisti, in una lista che appoggiava l'avversaria di Giorgio Guazzaloca alla carica di sindaco. Biagi aveva lavorato per ministri dei governi di centrosinistra come Piazza, Treu, Bassolino. Egli era unanimemente considerato, un riformista. La sua presenza accanto al ministro Maroni, il suo prezioso lavoro al Welfare, l'alta considerazione in cui era tenuto, dimostra che questo ministro, che questo governo, nella scelta dei propri collaboratori, non guarda alla tessera che uno porta in tasca, all'appartenenza politica, all'omogeneità o meno con i partiti della Casa delle Libertà, alla fedeltà e alla militanza: guarda esclusivamente alla bravura, alla capacità e alla qualificazione tecnico-professionale, all'apporto che si può dare, al contributo di esperienza e di studio che si può portare per arrivare a una normativa equilibrata, giusta, al passo coi tempi in un settore delicato come ad esempio quello dell'occupazione.
Biagi aveva un'altra "colpa" tremenda agli occhi di certi "untori" della sinistra: il suo "libro bianco" non si ferma solo all'articolo 18 ma rivoluziona il collocamento, il lavoro interinale, il part-time, e prevede un'immane quantità di strumenti aggiuntivi nel nuovo mondo del lavoro che si è venuto delineando in questi anni fuori dalle rigidità burocratiche di sindacati come la Cgil, tesa ormai da molti anni non alla difesa dei lavoratori ma al mantenimento e all'allargamento del proprio potere e di quello dei propri dirigenti, a ogni livello: tutta gente che ha il terrore di lasciare i propri privilegi e di tornare, ammesso che mai lo abbia fatto, a indossare la tuta blu o a lavorare sodo per otto ore al giorno meritandosi lo stipendio col sudore della propria fronte. Marco Biagi, agli occhi della sinistra, proprio per questo andava isolato, emarginato, indicato come una sorta di "lebbroso", "appestato", "nemico di classe", "alleato dei padroni della Confindustria", "servo di questo governo e di questo regime". Qualcuno ha volutamente dimenticato le sue lettere (pensate se le avessimo pubblicate per primi noi o, ad esempio Il Giornale, anziché la Repubblica e il settimanale bolognese di Rifondazione Comunista: chissà quante accuse di essere stati strumento dei servizi, chissà quante calunnie, quante elucubrazioni, quanti polveroni per distogliere l'attenzione dal contenuto di quelle accuse tremende!). Qualcuno fa finta di nulla, da mesi, di fronte a quelle parole così chiare e che tutte le persone di buon senso hanno interpretato nell'unico modo in cui si possono interpretare: le accuse contro Sergio Cofferati, le conseguenze successive al giorno in cui l'ex segretario della Cgil aveva puntato il suo dito contro Biagi a Torino durante un convegno, le diffamazioni di cui era ed è stato fatto oggetto il professore bolognese, l'isolamento successivo che si allargava sempre di più, gli ex amici che non lo salutavano, chi non si faceva trovare al telefono, chi addirittura cambiava marciapiede quando lo incrociava a Bologna, la solitudine delle passeggiate in bici fino al colle di San Luca, le minacce che cominciavano ad arrivare sempre più fitte e inquietanti, la paura per sé e per la famiglia. E, di contrappunto, la tenacia, l'ostinazione nell'andare avanti, l'intensità del lavoro che non veniva meno, la coerenza con le proprie idee, il non arrendersi e il non tentennare. Ma c'è un altro episodio, anche dopo la morte di Biagi, che vede lo sguardo tagliente e cattivo di Cofferati stagliarsi su questa storia: quattro giorni dopo il delitto di Bologna, si svolse la manifestazione, già programmata da tempo e non cancellata in segno di lutto (figuriamoci!) che nelle intenzioni di Cofferati doveva celebrare la sacralità e la giustezza della sua battaglia massimalista e antistorica sull'articolo 18. Il milione di persone che il 23 marzo al Circo Massimo a Roma manifestò contro il governo e contro la riforma del mercato del lavoro, quando vide salire sul palco il caporione della Cgil - che ora frequenta i salotti del suo "padrone" Leopoldo Pirelli anziché i cancelli di Mirafiori o di Arese - non gli sentì dedicare, dal palco, una sola parola affettuosa nei confronti di Biagi. Il caporione si limitò a una sorta di scheda tecnica: "Il prof. Biagi era un uomo di cultura, che aveva messo il suo sapere al servizio dello Stato, che lavorava per definire merito e regole dei rapporti sociali". Il delirio di onnipotenza lo aveva evidentemente già pervaso, E non solo lui. Non a caso l'Unità titolò il giorno dopo: "Circo Massimo, il trionfo di un leader". Chissà com'erano contenti tutti i dirigenti del partito saliti sul palco e che ogni mese si vedono trattenere dallo stipendio una bella quota da destinare allo stipendio di Furio Colombo ricevendone in cambio insulti, alterigia, altezzoso e schifato distacco. Ecco, questo nome ci fa venire in mente un altro dato significativo: se lavorate per loro, se siete loro servi, se piegate la schiena (ma attenti bene a non incrociare dalle parti di Vattimo!), se li ossequiate, va bene, vi tollerano, vi fanno lavorare, vi danno uno stipendio, non gliene frega niente del vostro passato e nemmeno se amministravate una banca dove la Fiat attingeva i fondi neri per pagare tangenti alla Dc, al Psi, alla mafia. Ma se invece osate pensare con la vostra testa, essere coerenti coi vostri principi, in una parola se non diventate loro servi, ma rimanete con la schiena diritta, ecco che deve essere fatto il vuoto intorno a voi, ecco che vi isolano, vi insultano, vi calunniano, vi emarginano, vi tolgono il lavoro, vi vogliono vedere rovinati, sognando che chiediate loro l'elemosina (ricordate la frase di D'Alema su Berlusconi? "Sogno di vederlo chiedere l'elemosina all'angolo della strada"). La loro regola, democratica, è questa: se siete con loro, se siete dei loro tutto vi è concesso, il vostro passato non conta, ciò che avete combinato di doppio, di equivoco, di riprovevole cade sotto la loro amnistia. Ma, se per caso, fate il tragitto opposto, e da sinistra vi spostate un poco a destra siete delle carogne, dei nemici, degli animali da abbattere. Biagi aveva fatto questo percorso inverso. Anzi, non lo aveva fatto, continuava ad avere le sue idee di sinistra, ma voleva cercare di fare il bene degli altri, di studiare riforme nelle quali credeva, e che era convinto potessero migliorare il futuro dei giovani lavoratori, di coloro che sono disoccupati, di chi cerca un'occupazione e non la trova. In sostanza, come diceva Biagi: "Occorre passare dallo Statuto dei lavoratori che dal 1970 tutela i lavoratori a tempo indeterminato, allo Statuto dei lavori, che tutela anche gli altri. E, per quanto riguarda la "guerra" dell'articolo 18, o ci si accontenta di una tutela per chi è già occupato e sindacalizzato nella grande impresa, oppure si rivolge l'attenzione verso tutti i deboli del mercato del lavoro: bisogna correre in loro soccorso, integrarli, farli diventare lavoratori rispettati e rispettabili, però con degli strumenti diversi". Il lavoro di Biagi era cominciato proprio quando al ministero del lavoro c'era Tiziano Treu. Insieme avevano lavorato allo "Statuto dei lavori".
E costoro che oggi si riempiono tanto la bocca di Europa, europeismo e cose del genere, furono i primi a bloccare (vero ex ministro Cesare Salvi? vero Cofferati?) la firma dell'accordo cosiddetto "avviso comune" per introdurre in Italia le norme europee sul lavoro a tempo determinato. E Salvi difatti ammette. "È vero. Dissi ufficialmente che senza la firma del sindacato più importante, la Cgil, non si sarebbe potuto dar corso a un "avviso comune" e mi rifiutai di firmare".
Bravo, bel ministro che sei stato, non ti rimpiangiamo per nulla, per fortuna che ora te ne stai a Londra! Appena nominato presidente del Consiglio, Berlusconi invece recepì immediatamente le norme europee, anche se la Cgil rifiutò ancora una volta di firmare. Il ministro Maroni disse: "Decidemmo subito di superare la logica per cui bastava un veto sindacale a bloccare tutto. D'Alema era stato fermato in questo modo. La nostra decisione di accogliere la direttiva europea sui contratti a termine, nonostante il parere contrario della Cgil, segnò la fine della concertazione. Stabilimmo di muoverci come accade negli altri Paesi europei: il governo invita tutte le parti interessate, ma alla fine decide anche se qualcuno è contrario". È questo che vogliamo: chi è stato eletto per governare, governi. Basta con la mania di dire sì a tutti, di cercare l'unanimismo a tutti i costi, perdendo tempo prezioso e annacquando le riforme. Basta compromessi al di fuori della maggioranza. Chi è stato eletto per governare, governi. Basta il 51 per cento dei voti per farlo. E la Casa delle Libertà ha ben più del 51 per cento.
Mentre le parole e il decisionismo di Maroni entravano nella testa dei dirigenti Cisl e Uil preparando il terreno per la loro firma sul "Patto per l'Italia", e la Cgil se ne andava offesa, qualcuno cominciava a lanciare terribili e anonime minacce contro il ministro del Welfare. Il governo andava diritto per la sua strada e certe lezioni del passato alla Cgil proprio non le volevano imparare. Come la violenta rottura dell'unità sindacale che si era già avuta nell'estate del 2001 quando Cisl e Uil firmarono separatamente con gli industriali il contratto dei metalmeccanici, violando così lo storico fortino della Cgil. Cofferati promosse uno sciopero e un referendum nelle fabbriche, ma fu sconfitto. Erano dunque maturi i tempi per tentare quella riforma del mercato del lavoro fino ad allora ritenuta impossibile. E per assecondare il disegno che quel professore bolognese di Diritto del Lavoro e di Diritto sindacale italiano e comparato dell'Università di Modena aveva cominciato a tracciare negli anni del centrosinistra lavorando con quel ministro, Treu, già dirigente della sinistra dc, poi ministro del Lavoro con Prodi e oggi uomo di punta della Margherita. Nel 1994 Biagi era presidente dell'Associazione italiana per lo studio delle relazioni industriali e consulente dell'organizzazione internazionale del lavoro a Ginevra. Aveva collaborato col governo Berlusconi ed era stato anche consulente dei ministri del Lavoro dei governi successivi, anche con Antonio Bassolino, dopo Treu.
Quando il centrosinistra aveva partorito il "pacchetto Treu", primo contenitore di "flessibilità" (lavoro interinale, lavoro in affitto su base temporanea, devoluzione verso le Province dei servizi all'impiego), il principale consulente del ministro era stato proprio Biagi. Sei giorni prima di essere ucciso, il professore disse a Flavia Podestà de La Stampa: "Non capisco questa alzata di scudi sulla riforma dell'art. 18. Quella formulata dalla delega sul lavoro è una riforma molto più edulcorata di quella formulata, a suo tempo, dal ministro Treu". Una riforma, peraltro, mai uscita dal Consiglio dei ministri presieduto da Romano Prodi a causa dell'ostruzionismo di Fausto Bertinotti. Ricordiamo i nomi e le mancate decisioni di certi presunti "statisti", che, come dice profeticamente l'onorevole Umberto Bossi, non possono certo diventare dei nuovi Bismarck... Il professore emiliano, dunque, sembrava la persona ideale per portare a compimento un lavoro iniziato da tempo. Biagi era riconosciuto in campo internazionale come il più autorevole esperto italiano di diritto del lavoro comparato. Le sue idee erano maturate nel corso degli anni e tenevano conto dei raffronti col mercato del lavoro di tutto il mondo occidentale. Ecco, anche da qui nasceva l'idea dello "Statuto dei Lavori": togliere, a chi ha già tantissime protezioni, qualcuna delle tutele previste dall'articolo 18 per darle a chi ne ha poche o a chi non ne ha affatto. Il nostro mercato, non nascondiamocelo, era ed è caratterizzato dal sommerso e da molte frammentazioni spesso senza equità. Che senso ha, diceva Biagi, parlare di lavoro subordinato e di lavoro autonomo quando ad esempio il tecnico specializzato di un'area del Nord è molto più forte nei confronti del suo datore di lavoro rispetto a un lavoratore autonomo che opera in un'area povera del Paese? Come ha scritto nel suo bel libro Bruno Vespa, nei capitoli tutti da leggere e incorniciare dedicati a Marco Biagi, "il lavoro interinale, piaccia o no, sarà sempre più diffuso anche da noi, come lo è in tutto il mondo. Il problema è proteggerlo sempre meglio e, insieme, rendere più competitive le nostre imprese e creare un maggior numero di posti stabili. Se poi, grazie ai nuovi accordi fra il governo e le parti sociali, la sterminata marea di lavoratori dipendenti che guadagna meno di 25mila euro l'anno pagherà soltanto il 23 per cento di tasse, sei disoccupati saranno "formati" e troveranno gratuitamente qualcuno che gli cerca un nuovo posto di lavoro, se hanno un senso gli altri quindici o sedici punti di un accordo di cui i giornali hanno messo in luce soltanto lo stramaledetto articolo 18, forse vale davvero la pena sperimentare per tre anni se cresceranno i posti di lavoro a tempo indeterminato nelle aziende con meno di quindici dipendenti una volta che i nuovi assunti, in caso di licenziamento senza giusta causa, non beneficeranno più della riassunzione ordinata dal giudice ma solo di un indennizzo in denaro. Poiché ormai - sottolinea ancora Vespa - non conta più la parola di nessuno e valgono soltanto i fatti, nel 2005 si vedrà se l'occupazione è cresciuta, che tipo di occupazione lo sarà, se lo sarà con o senza traumi sociali. Si conterà allora il numero dei tutelati e la solidità delle tutele. (...) In ogni caso chi può credere veramente che Pezzotta e Angeletti abbiano insaponato la corda alla quale impiccarsi? Chi può pensare che, insieme a tanti loro collaboratori, si siano esposti alle revolverate brigatiste se davvero non ne fosse valsa la pena? Chi?".
Pietro Mancini su la Stampa ha scritto: "Biagi viveva la sua solitudine intellettuale, aveva scelto una strada diversa rispetto a quella dei girotondi e delle petizioni a Ciampi contro Berlusconi, ma non meritava assolutamente l'accusa di aver tradito la causa dei lavoratori". E, in contrappunto, ecco invece Cofferati "che a Genova ha schierato le bandiere della Cgil accanto a quelle di Casarini e Agnoletto", ma non ha compiuto nemmeno un gesto di solidarietà nei confronti dei familiari del professor Biagi. Mancini era stato colpito dal fatto che Cofferati fosse andato a Genova a onorare la memoria di Carlo Giuliani, rimasto ucciso negli scontri fra manifestanti e polizia durante il G8 del luglio 2001. Anche il giovane Giuliani - come ha osservato Vespa nel suo libro - sognava un mondo migliore, più giusto, come ci hanno ripetuto i suoi genitori e i suoi amici. E c'è da crederci. Ma perché non credere che anche Marco Biagi si battesse per ideali altrettanto nobili?
Il problema vero è - come ha sottolineato ancora una volta Pietro Mancini - che "Marco Biagi non è morto mentre assaltava, con il volto coperto, un mezzo dei carabinieri, ma era un pacifico e moderato docente, socialista, convinto della necessità del dialogo fra governo e parti sociali sulle riforme". Ed era l'autore del "libro bianco" sul quale si fonda il progetto di riforma del Welfare presentato dal ministro Maroni per conto del governo Berlusconi. Basta dunque che vengano evocati il nome di Maroni e del Cavaliere per inserire d'ufficio Biagi nel girone dei cattivi, mentre Carlo Giuliani sta in quello dei buoni? È impossibile essere animati da nobili propositi al servizio della collettività intera (non solo di quella che ha votato per questa maggioranza) se si lavora per questo governo? Ed è normale che chi lo fa rischi la vita e perda la vita? Possibile che questi untori di sinistra riescano sempre nello scopo di diffondere la peste del "collaborazionismo", e trovino puntualmente qualcuno che raccoglie il messaggio e passa all'azione? Mentre la Baraldini passeggia indisturbata per le vie di Roma (ma non dovrebbe restare agli arresti, anche se solo domiciliari, secondo gli accordi di estradizione con gli Stati Uniti?), e le è stata assegnata una scorta (segno evidente che non sta ristretta ai domiciliari), noi siamo qui a piangere e a ricordare Marco Biagi. Speriamo che Cofferati, alla mezzanotte di martedì, quando ha levato il suo calice della migliore marca di champagne in qualche salotto milanese, con la Gae, la Rosellina, Leopoldo, o l'architetto Gregotti, abbia avuto almeno un breve, passeggero, pensiero per un uomo perbene che si chiamava Marco Biagi. Non siamo certi che ciò sia avvenuto, pensiamo che la Gae, la Rosellina e il Leopoldo abbiano abbracciato e baciato il cinese augurandogli buon anno e grandi successi politici. In una casa di Bologna invece, proprio in quel momento, qualcuno probabilmente avvertiva ancora più forte la mancanza del proprio marito, del proprio papà. Bastano queste due immagini contrapposte per indurci a continuare a solidarizzare con la vedova di Marco Biagi e con i suoi figlioli, e per non smettere di disprezzare dal più profondo del nostro cuore chi nei salotti milanesi, e non solo lì e non solo martedì notte, cinguettava e brindava, senza alcun rispetto, senza alcuna considerazione, senza alcun pensiero nei confronti di chi oggi non c'è più anche a causa del clima irrespirabile che aveva creato contro quel professore bolognese ucciso come un cane davanti a casa.

8 gennaio 2003 - MARCO BIAGI: POOL INVESTIGATIVO A LECCE PER INTERROGATORI
ANSA:
Alcuni componenti del pool investigativo della Procura di Bologna che indaga sulla morte di Marco Biagi sono giunti nei giorni scorsi nel Salento per interrogare tre giovani salentini che erano nel capoluogo emiliano la sera del 19 marzo 2002, quando il consulente del ministero del Lavoro venne ucciso dalle Brigate rosse. A quanto si e' appreso, i tre giovani, tutti residenti nel sud del Salento, sarebbero stati individuati grazie ai filmati della telecamera a circuito chiuso della stazione ferroviaria di Bologna che sono stati esaminati dal pool investigativo per identificare le persone che erano nella stazione nelle ore precedenti e successive all' omicidio. L' arrivo degli investigatori in Salento risalirebbe a venerdi' scorso, ma la notizia e' trapelata solo oggi. Da quanto si e' appreso, ai tre salentini sarebbe stato chiesto di motivare la loro presenza a Bologna la sera dell' omicidio e se sul treno in partenza e diretto nel capoluogo salentino avessero notato qualcosa di strano. L'interrogatorio alla questura di Lecce, secondo quanto si e' appreso, avrebbe riguardato in particolare un giovane salentino che lavora saltuariamente in una pizzeria a Bologna. Il giovane ha precedenti penali ed e' conosciuto anche dalle forze dell'ordine di Lecce.

8 gennaio 2003 - PEGNA; RIESAME CONFERMA MANCATA TRASMISSIONE ATTI
ANSA:
Mancata trasmissione degli atti compiuti prima dell' emissione dell' ordinanza di custodia cautelare riguardante Michele Pegna (22 ottobre 2002) e della trascrizione del verbale di interrogatorio del 20 dicembre successivo. Le motivazioni del tribunale del riesame di Roma sulla scarcerazione del presunto Br, decisa il 2 gennaio scorso, confermano le indiscrezioni circolate subito dopo la decisione dei giudici romani. Nelle cinque pagine di motivi firmate dal presidente del collegio Ernesto Mineo e dal giudice estensore Vifredo Marziani, si afferma che la trasmissione al tribunale degli atti da parte del pm, in vista dell' esame della richiesta di revoca della misura restrittiva, e ' avvenuta in tre occasioni: 23, 30 e 31 dicembre, man mano che gli inquirenti acquisivano altri atti come le dichiarazioni di Maria Lobascio, ex convivente di Pegna. Il tribunale rileva "l' avvenuta trasmissione di elementi, di indagine e non, tutti raccolti o addirittura espletati - si legge nelle motivazioni - in epoca successiva al 22 ottobre 2002, ovverosia in un momento susseguente alla data di adozione del gravato provvedimento applicativo oggetto del riesame". Allo stesso tempo si sottolinea "del tutto pacificamente" la "mancata trasmissione di tutti gli elementi valutativi di indagine acquisiti ed espletati in epoca precedente il 22 ottobre e che, al contrario, risultano invece in concreto utilizzati dal gip e da questi posti a fondamento della motivazione dell' ordinanza". Quanto al verbale dell' interrogatorio tenuto da Pegna davanti al gip Maria Teresa Covatta, il tribunale del riesame osserva che il documento finito nelle sue mani riporta "esclusivamente la dichiarazione dell' indagato 'Intendo rispondere' seguita dall' annotazione 'si da' atto che si procede a registrazione"'. Per i giudici tale verbale "cosi' confezionato non puo' neppure qualificarsi come verbale redatto in forma riassuntiva perche' carente dei contenuti minimi di forma richiesti dalla legge, ma soprattutto non risulta neppure assistito dall' ulteriore necessaria integrale trasmissione dell' atto stesso registrato". Mentre Pegna si trova a Sulmona per scontare un anno di casa lavoro, i pm romani Franco Ionta e Pietro Saviotti dovranno ora valutare le motivazioni che hanno determinato la scarcerazione dell' uomo accusato di far parte delle Br. Sicuramente ricorreranno per Cassazione contro la decisione del tribunale della liberta'.

10 gennaio 2003 - ALLARME ANTITERRORISMO PER POSSIBILI NUOVE AZIONI
"Il Corriere della sera"
I timori del Viminale "Pronti a colpire un uomo simbolo"
ROMA - Un attentato contro un uomo simbolo del mondo imprenditoriale oppure dell'apparato militare. Un segnale forte per attaccare la politica sull'occupazione condotta dal governo o la scelta di schierarsi al fianco degli Stati Uniti in un'eventuale guerra contro l'Iraq. Su questi due fronti potrebbero muoversi le nuove Brigate Rosse. E il timore dell'Antiterrorismo è che lo facciano presto, che siano pronti a dimostrare di avere ormai le capacità operative per entrare nuovamente in azione dieci mesi dopo l'assassinio di Marco Biagi. "Questa volta - avverte un investigatore - potrebbero anche fare il salto di qualità e colpire una persona sotto scorta. Sarebbe un ulteriore segnale allo Stato, un modo per provare che la ristrutturazione è ormai completata". Non è un caso che il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu parli di "un'organizzazione dove i covi tradizionali sono stati sostituiti da quelli telematici nei quali ci si incontra senza spostarsi da casa". E che tracciando il profilo del nuovo terrorista affermi: "Sono persone fisicamente lontane che possono concordare rapidamente i dettagli dell'azione da compiere e sciogliersi subito dopo. Si muovono nell'area antagonista delle manifestazioni pubbliche e sostengono apertamente le loro idee anche con un'intensa attività editoriale". Non è una coincidenza che nello stesso giorno Enzo Bianco, il presidente del comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, dichiari: "L'Italia è ancora molto esposta alle minacce che arrivano sia dal terrorismo interno che internazionale. Bisogna fare molta attenzione alle prossime settimane ed ai prossimi mesi perché le Br stanno facendo opera di proselitismo".
Le analisi degli investigatori non sottovalutano affatto il clima che si è creato nelle ultime settimane con gli attentati in Sardegna e la spedizione di pacchi-bomba e volantini. Nessuno ritiene che gli episodi siano legati tra loro, ma tutti sono concordi nell'individuare in queste azioni un segnale di adesione alla lotta armata. Quel "consenso sociale" che i terroristi ricercano prima di compiere un gesto eclatante. La riduzione dell'occupazione dovuta alla crisi della Fiat, la possibile revisione di alcune norme a tutela dei lavoratori, la politica interventista dell'Italia sul fronte internazionale, vengono ritenute dagli esperti "condizioni favorevoli per chi vuole combattere il capitalismo e per chi ha annunciato la creazione di un Fronte antimperialista combattente". Obiettivi indicati nei documenti di rivendicazione degli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi e poi ribaditi nei volantini inviati nei mesi successivi. L'ultimo, firmato dagli Nta, è stato recapitato due giorni fa. Rispetto ai precedenti è diverso nel linguaggio e nella simbologia, ma i contenuti restano gli stessi. La minaccia è rivolta a tre magistrati, ma è l'avvertimento finale a far paura: "Nove inchieste già concluse passano a Cellule ed Operativi per esecuzione".
Fiorenza Sarzanini

11 gennaio 2003 - IPOTESI SU PATTO BR E GRUPPI MINORI
"Il Corriere della sera"
"Patto tra Br e gruppi minori, aumentata la rosa dei bersagli"
Gli investigatori temono un altro agguato mortale. "Nta, Npr e Nipr assieme agli irriducibili, possono colpire anche personaggi protetti"
ROMA - Una struttura perfettamente operativa che si è già saldata con i gruppi minori. E che per dimostrare di aver fatto il salto di qualità potrebbe scegliere un bersaglio "protetto". Dopo aver analizzato gli ultimi volantini inviati dalle formazioni eversive di stampo marxista-leninista - anche ieri ne sono stati recapitati tre -, gli uomini dell'Antiterrorismo sembrano convinti che le nuove Brigate Rosse abbiano creato nuclei operativi sul territorio pronti ad eseguire gli ordini del vertice. E per questo temono un nuovo agguato mortale. Difficile ipotizzare il numero degli attivisti, "ma è presumibile - sottolinea un investigatore - che siano almeno cinquanta, ognuno con compiti precisi". Le indagini avviate subito dopo l'omicidio di Massimo D'Antona, più di tre anni fa, non hanno consentito di ottenere alcun elemento certo sui responsabili, ma hanno fornito indicazioni sulle scelte dell'organizzazione, quantomeno per quel che riguarda l'aspetto logistico: nessun covo o "base" fissa deve essere creata, gli appartenenti non devono avere tra loro contatti costanti. Lo ha ribadito due giorni fa lo stesso ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu che, dopo aver confermato i timori degli apparati di prevenzione per un nuova azione, ha assicurato che gli accertamenti sui due delitti compiuti (D'Antona e Biagi), "non sono a zero".
In realtà le piste battute sino ad ora non hanno portato ad alcuna certezza. Ancora tutto da dimostrare anche il legame diretto tra i nuovi terroristi e i vecchi "irriducibili" che dal carcere hanno rivendicato gli attentati compiuti. Prima D'Antona, poi Marco Biagi. Entrambi simbolo di quella politica in tema di lavoro che i brigatisti hanno sempre combattuto. Loro, come le altre formazioni che negli ultimi anni hanno compiuto attentati senza vittime ma non per questo meno inquietanti. Nipr, Npr, Nta: sono i tre gruppi che secondo gli esperti hanno compiuto il salto di qualità riuscendo ad assimilarsi con le nuove Br e centrando così l'obiettivo che si erano prefissi sin dal primo momento. Dopo l'esplosione della bomba all'Ufficio affari internazionali a Roma nel 2000 firmata dai Nipr e le altre azioni rivendicate dai Npr, gli analisti ebbero subito la certezza che i due gruppi si stessero "proponendo" ai brigatisti per condurre insieme la lotta armata. Una volontà manifestata chiaramente dagli Nta che arrivarono addirittura a rivendicare per primi l'omicidio Biagi.
"E' presumibile - spiega un esperto dell' intelligence - che questi tre gruppi adesso si muovano insieme, che abbiano già un ruolo definito all'interno della struttura. E che siano in grado di alzare il livello, di colpire anche chi viene tutelato". Non a caso in queste ultime ore il Viminale sta rimodulando le scorte e riesaminando l'elenco delle persone da proteggere. In quella lista sono state inserite anche personalità riconducibili all'ambiente militare. L'appoggio che il governo ha scelto di dare agli Stati Uniti in un'eventuale guerra contro l'Iraq potrebbe infatti rappresentare la scintilla per una nuova azione. E questa volta il bersaglio potrebbe essere scelto tra coloro che hanno un ruolo chiave, anche se non pubblico, in questa politica interventista. Resta a rischio chi lavora all'interno delle carceri, chi si occupa di giustizia, chi fa parte delle forze dell'ordine. "Riuscire a individuare il possibile bersaglio - ribadiscono gli analisti - è impossibile. Per questo è necessario che le indagini proseguano a ritmo serrato e soprattutto che rimanga altissimo il livello di attenzione".
Fiorenza Sarzanini

L'allarme dell'Interno sul neoterrorismo
LA MINACCIA DEGLI INVISIBILI
di GASPARE BARBIELLINI AMIDEI
Venticinque anni dopo il rapimento di Aldo Moro, sfogliare album ingialliti aiuta poco nelle indagini, ma fa capire le affinità tra il nuovo terrorismo e le storiche Brigate rosse. E può essere utile quando il ministero dell'Interno alza, come ha fatto ieri, il livello di guardia e raddoppia attenzioni e scorte anche sulla base di episodi sospetti e inquietanti. E quando ci si accorge che sui delitti Biagi e D'Antona non sappiamo quasi nulla. Buio. C'è un elemento costante nel terrorismo italiano. L'ascendenza ideologica è parziale, perché nel frattempo si è sbriciolato il monolite marxista. Ma la fedeltà alla vocazione è innegabile. Più che padri i vecchi terroristi sono nonni degli attuali, inutilizzabili nella operatività ma custodi di un linguaggio e di un metodo. E questa è la parte più efficace di ciò che resta del fallito tentativo degli anni di piombo. È il metodo della invisibilità e della impermeabilità informata. Sono capaci di infiltrarsi e di non farsi infiltrare. Sanno troppe cose. E la scelta delle vittime lo ha confermato. In più hanno la tendenza a inglobare realtà eversive minori, spezzoni di inquietudine, ribellismi solitari. Non esibiscono maestri e si tengono lontani dai rituali dell'estremismo intellettuale. Ciò rende ancora più difficile il lavoro di intelligence . Hanno rovesciato la strategia delle Br che tendeva a "colpire uno per spaventarne mille". Adesso puntano ad essere sottovalutati. Hanno vitale bisogno di distrazione. Ma il loro maggiore successo è nello scacco alle indagini, perché esso dimostra una reale, si spera provvisoria, impunità. Walter Tobagi fu ucciso dopo aver scritto sul Corriere che "non erano samurai invincibili". Gli assassini di Massimo D'Antona e di Marco Biagi non sono davvero samurai, ma impiegati del crimine. Non sono invincibili. Ma sono in libertà. Hanno ottenuto l'"effetto don Ferrante". Se non sono brigatisti, se non costituiscono un grande pericolo organizzato, se non hanno importanti connessioni internazionali, sono quasi come la manzoniana peste, che "filosoficamente" non esisteva, ma mieteva vittime. Ci vogliono pazienza di anziani archeologi e prontezza di giovani informatici per ricostruire un quadro preoccupante, non per la consistenza numerica ma per il panorama sociale e internazionale nel quale oggi si inserisce. Tenersi in corpo questo virus minore insidia l'Italia, in un momento che ha tanti problemi maggiori.
Il nuovo terrorismo sfrutta tre novità: 1) L'armamentario elettronico. Professionisti della telematica, i terroristi non sono rimasti impigliati nell'enorme rete di controllo che è stata stesa per la loro cattura. 2) La scomparsa di piccole rappresentanze politiche marginali, che canalizzavano e legittimavano anche il dissenso più arrabbiato, ha contribuito involontariamente a creare il cordone di inaccessibilità. 3) Il sistema della comunicazione di massa, esasperando nella gente l'esigenza diffusa di apparire, crea coni d'ombra che i nuovi terroristi prediligono.
È indispensabile decifrare i criteri del reclutamento. Non si sa nulla. Non vengono dai centri sociali. Ma anche dai centri sociali più duri si possono oggi attendere gesti di denuncia simili alla drastica scelta che il sindacato fece trent'anni fa e che portò all'isolamento del terrorismo. Per questo coraggio cadde assassinato dalle Br nel 1980 Guido Rossa, uomo del sindacato. Non è retorico ricordarne il nome ai giovani che non sanno. Quando i giovani di una società colgono la semplicità dell'equazione terrorismo uguale assassinio, lo smantellamento è già cominciato.

13 gennaio 2003 - BIAGI: RIVENDICAZIONE DA FRIULI, GIALLO DA FRASE PG FAVARA
ANSA:
La relazione del Procuratore Generale della Corte di Cassazione, Francesco Favara, alla cerimonia di inaugurazione dell' anno giudiziario riserva un giallo che per ora resta senza soluzione: arrivo' dal Friuli, per posta elettronica, la rivendicazione da parte delle Brigate Rosse-Partito comunista combattente, dell' omicidio di Marco Biagi? Si', secondo Favara, che ha riferito la circostanza nella parte della relazione dedicata al terrorismo, lasciando di stucco investigatori e giornalisti che seguono le vicende legata all' uccisione del professore bolognese. Ma dalla Procura di Bologna, che conduce l' inchiesta sul delitto Biagi, e' arrivato in serata un laconico "non ci risulta". E anche il Procuratore di Trieste, Nicola Maria Pace, non e' stato in grado di confermare la circostanza riferita dal pg della Cassazione. Il Procuratore Generale, nel passaggio dedicato al terrorismo interno, ha sottolineato come l' omicidio Biagi sia da leggere "in continuita' politico strategica" con il precedente attentato a Massimo D' Antona, a conferma del fatto che il mondo del lavoro costituisce uno degli obiettivi dell' azione eversiva; ha parlato per linee generali delle indagini in corso a Bologna e Roma per i due delitti e per altri episodi di matrice eversiva, ed ha poi pronunciato la frase con "l' inedito" sulla rivendicazione del delitto Biagi. Le indagini sull'eversione - ha detto - "sono svolte in collegamento con le strutture investigative di altre Procure interessate da episodi criminali con finalita' terroristica, tra le quali quelle del di Trieste, zona - ha sottolineato il pg - teatro di attentati rivendicati dall' organizzazione clandestina qualificatasi Nuclei Territoriali Antimperialisti (Nta), e nel cui territorio in piu' occasioni sono stati rinvenuti volantini inneggianti alla violenza contro lo Stato e alla lotta contro il mondo occidentale. Ne' va dimenticato - ha detto Favara - che la rivendicazione dell'omicidio del prof. D'Antona e' partita da Udine, mentre quella dell'attentato al prof. Biagi e' stata fatta tramite posta elettronica proveniente dal Friuli".

"Non ci risulta" e' stato l' unico commento della Procura di Bologna alla notizia data da Favara sul luogo di provenienza della rivendicazione dell' omicidio di Marco Biagi. La rivendicazione via internet dell' omicidio del giuslavorista bolognese - secondo le indagini degli inquirenti bolognesi – era partita da Roma. E neppure il Procuratore di Trieste e' stato in grado di confermare la circostanza riferita da Favara. "Non sono in grado di dare notizie in merito alle rivendicazioni dei due casi specifici, Biagi e D'Antona - ha detto - anche se partecipo' regolarmente alle riunioni operative e di coordinamento che avvengono tra le varie Procure interessate ai fenomeni eversivi e terroristici".

Per Nicola Maria Pace, Procuratore Capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Trieste, "non e' rilevante" il dettaglio riguardante la provenienza dei comunicati e delle rivendicazioni degli attentati terroristici. Pace, contattato dall' Ansa, ha spiegato che "i comunicati, le rivendicazioni, di solito, vengono fatti da piu' localita', per cui e' usuale che ci siano piu' rivendicazioni. E' chiaro - ha aggiunto - che l' importante e' vedere quale sia la principale. E' un aspetto importante a livello investigativo, anche se dal punto di vista della ricostruzione storica del fatto e' normale che ci siano piu' rivendicazioni provenienti da piu' parti, come e' avvenuto per il comunicato degli Nta (Nuclei Territoriali Antimperialisti) giunto proprio in questi giorni alle redazioni di diversi quotidiani italiani". "Posso solo dare conferma - ha detto Nicola Maria Pace – dei fatti riferiti dal Procuratore Generale della Corte di Cassazione, Francesco Favara, in merito alla rivendicazioni di Trieste e all' attentato alla sede dell' Ince (Iniziativa Centroeuropea), che corrisponde esattamente alla verita' storica. Non sono invece in grado di dare notizie in merito alle rivendicazioni dei due casi specifici - Biagi e D'Antona – anche se partecipo regolarmente alle riunioni operative e di coordinamento che avvengono tra le varie Procure interessate ai fenomeni eversivi e terroristici". Riferendosi all' attentato di Trieste (nel settembre 2000 una bomba incendiaria dotata di timer venne fatta esplodere su una finestra del piano terra del palazzo sede del Segretariato Esecutivo dell' Ince, nel centro del capoluogo giuliano), Pace ha sottolineato il fatto che esso sia stato seguito dalla risoluzione strategica n.2 degli Nta. "E' un dato rilevante - ha sottolineato - perche' di solito le risoluzioni strategiche, che sono atti importanti nel contesto comunicativo dei gruppi eversivi, si associano a degli eventi rilevanti". "La bomba di Trieste, di per se', non era un fatto grave - pero' - ha aggiunto Pace - aveva un forte significato simbolico, tant' e' che gli Nta hanno ritenuto di associarvi la seconda risoluzione strategica. Questo qualifica il fatto come atto di enorme gravita', a prescindere poi dalla reale entita' del fatto, perche' a quell' epoca gli Nta operavano in una logica attraverso la quale si dovevano rendere visibili con delle azioni, senza pero' assumersi grosse responsabilita'. Servivano - ha concluso Pace - per dimostrare la loro esistenza, nella prospettiva di essere accettate nell' area principale delle nuove Br".

14 gennaio 2003 - RIVENDICAZIONE BIAGI DAL FRIULI: PRECISAZIONI CASSAZIONE
ANSA:
La rivendicazione partita dal Friuli, per posta elettronica, dell' omicidio di Marco Biagi  da parte delle Brigate Rosse-Partito combattente comunista e' stata una delle tante inviate via e-mail nei giorni successivi al delitto. La circostanza e' stata riferita alla Procura generale della Cassazione dal Procuratore Generale di Trieste nel contesto di un' analisi sul fenomeno terroristico in regione ed e' stata ripresa, nella relazione svolta ieri, dal Procuratore Generale della Suprema Corte, Francesco Favara. E' quanto si fa rilevare oggi in ambienti della Procura Generale della Cassazione a proposito del presunto giallo sull'indicazione da parte di Favara del luogo di provenienza della rivendicazione dell' omicidio Biagi. Nessuna indicazione, dunque, di una qualsiasi pista investigativa, si sottolinea ancora a Piazza Cavour, in quanto detto ieri dal Procuratore Favara, ma solo la proposizione di quanto contenuto nella relazione del Pg di Trieste.

7 febbraio 2003 - UCCISIONE BIAGI: RICERCA IN ARMERIE SU PISTOLE MAKAROV
"Il Tempo"
Si cerca a Roma l'arma che uccise Biagi BOLOGNA - Agenti dei commissariati romani stanno setacciando le armerie del proprio territorio per chiedere informazioni sullle pistole Makarov vendute negli ultimi anni.
La richiesta alla questura romana è stata fatta dai carabinieri di Bologna che stanno indagando sull'omicidio del professor Marco Biagi, il giuslavorista assassinato la sera del 19 marzo 2002 in via Valdonica a Bologna da un commando di presunti appartenenti alle Brigate rosse.
La pistola, di fabbricazione russa , calibro 9x18, automatica e molto compatta, è considerata un'arma eccellente. I bossoli trovati sul luogo dell'omicidio Biagi sono compatibile con questo tipo di rivoltella. La Makarov lascia sui proiettili una traccia di quattro "microstrie" destrorse (diciamo graffi). Questo tipo si tracce sono state individuate dai tecnici di carabinieri del Ris di Parma sulle ogive estratte dal copro di marco Biagi e quelle trovate schiacciate contro il muro invia Valdonica.
In un primo momento per una gaffe ripetuta del Procuratore di Bologna e seguita da quella delll'allora minsitro Scajola fu detto che a uccidere Biagi era stata la stessa arma usata per assassinare D'Antona. Ma in questo caso le perizie ipotizzarono che si trattasse di una Franchi-Llama, dela quale non furono trovati bossoli. Non solo le ogive nel caso D'Antona rilevarono 6 microstrie destrorse: diverse da quelle di Bologna.

8 febbraio 2003 - PISANU, NON AVREMO PACE FINCHE'NON PRENDIAMO ASSASSINI BIAGI
ANSA:
"La coscienza democratica del nostro Paese non potra' mai avere pace fino a quando non saranno assicurati alla giustizia gli assassini di D'Antona e Biagi": lo ha affermato il ministro dell' Interno Giuseppe Pisanu, nel suo intervento agli stati generali di Forza Italia dell' Emilia-Romagna, il corso al Forum di Modena. "Questo impegno - ha aggiunto Pisanu - per me ha una valenza non solo politica, ma anche morale, non per desiderio di vendetta ma per sete di giustizia".

9 febbraio 2003 - MARCO BIAGI: A BOLOGNA NASCE CIRCOLO CULTURALE IN MEMORIA
ANSA:
A Bologna nascera' il 'Circolo culturale tematico Marco Biagi', istituito dalle Acli provinciali in memoria del giuslavorista bolognese ucciso dalle Br quasi un anno fa, il 19 marzo 2002. Lo ha reso noto con un comunicato l' associazione, sottolineando che "l' intitolazione del circolo e' stata approvata, con orgoglio e gratitudine, dalla moglie Marina", che si e' dichiarata disponibile "a partecipare all' inaugurazione ufficiale", la cui data non e' ancora stata decisa. "Marco Biagi e' stato un grande amico delle Acli - si legge nella nota - e in particolare di quelle bolognesi, perche' si e' sempre reso disponibile a partecipare a diverse iniziative culturali. Ma l' intitolazione a Biagi non e' solo un modo per onorare un grande giurista, strappato alla vita e alla famiglia da efferati criminali che praticano la politica del terrore piuttosto che quella del dialogo e del confronto. E' anche un modo per onorare tutti gli studiosi che, per la loro dedizione allo Stato e alle istituzioni, hanno dato la vita". Il Circolo si propone di elaborare percorsi di studio e di approfondimento delle tematiche giuslavoristiche, pubblicare saggi e monografie, organizzare convegni e conferenze su questi temi. Al lavoro del gruppo bolognese (che comprende giuristi, economisti, politologi) si aggiungeranno i contributi dei maggiori specialisti italiani.

11 febbraio 2003 - CASSAZIONE: OMICIDIO BIAGI; LECITO PERQUISIRE EX EVERSIVI
ANSA:
La Cassazione ha confermato la regolarita' della perquisizione della casa e del sequestro di documenti e strumenti informatici disposta dalla Procura di Bologna, nell' ambito delle indagini sull' omicidio del professor Marco Biagi (avvenuto il 19 marzo 2002), nei confronti di Sergio Spina, coinvolto in due attentati alla base Usa di Aviano. Infatti i supremi giudici della prima sezione penale con la sentenza 6277 hanno respinto la protesta di Spina che contestava la legittimita' del decreto di perquisizione affermando che il provvedimento era stato emesso "alla cieca", sulla "base dei suoi meri trascorsi giudiziari". Secondo Spina - in passato legato ai Gruppi Partigiani per il Sabotaggio e condannato con patteggiamento della pena per gli attentati di Aviano - "il riferimento al suo passato giudiziario e alle sue ritenute opinioni politiche era in assoluto contrasto con ogni principio di rango costituzionale relativo alla inviolabilita' del domicilio e alla sfera della personalita"'. In poche parole, ad avviso dell' ex militante dei Gps, non e' lecito perquisire a tappeto le abitazioni, e sequestrare documentazione, alle persone solo perche' hanno un passato nell' eversione di sinistra. Ma la Cassazione, pur escludendo che "la legittimazione all' esercizio del potere di perquisizione possa derivare da situazioni sussumibili nell' ambito delle congetture e dei sospetti", ha trovato immune da difetti la motivazione dei giudici bolognesi che avevano convalidato la perquisizione e il sequestro spiegando che "il passato giudiziario dello Spina poteva ben costituire quel fondato motivo che il codice di procedura penale pone a fondamento del potere di procedere a perquisizione, una volta accertato che l' omicidio del professor Biagi era maturato in un preciso contesto ideologico, analogo o contiguo a quello che ha caratterizzato la precedente attivita' dello Spina".

12 febbraio 2003 - MARCO BIAGI: CONTROLLI A BOLOGNA SU SUBAFFITTI
ANSA:
"Normale routine". Il procuratore della Repubblica, Enrico di Nicola, ha definito cosi' i controlli fatti in questi giorni dalla Digos di Bologna nella zona di via Valdonica, dove lo scorso 19 marzo venne ucciso dalle Br il professor Marco Biagi, nell' area dell' ex ghetto ebraico. La polizia da circa un mese e mezzo sta battendo porta a porta la zona chiedendo ai residenti se, nel periodo dell' omicidio, avessero per caso subaffittato dei locali. In sintonia col procuratore, anche la Digos bolognese parla di "normali controlli". Dopo una verifica anagrafica di quali appartamenti della zona fossero stati ufficialmente affittati (controllo che fu fatto immediatamente dopo l' assassinio di Marco Biagi), dall' inizio dell' anno gli investigatori stanno effettuando un controllo a tappeto nella zona compresa in un raggio di circa 300 metri dal via Valdonica, per "capire esattamente chi c' era in quegli appartamenti nel periodo in cui Biagi fu ucciso". Ai controlli partecipano, oltre al personale Digos, anche poliziotti in divisa e la polizia municipale di Bologna.

17 febbraio 2003 - UCCISIONE BIAGI: NUOVO LIBRO BIACCHESSI
"Liberta'"
Esce mercoledì "L'ultima bicicletta"
Un anno dopo: in libreria l'omicidio di Marco Biagi
Daniele Biacchessi torna a narrare una storia del presente
Un anno dopo. L'omicidio del consulente del ministero del Welfare Marco Biagi segna il ritorno del terrorismo nel nostro Paese. Daniele Biacchessi, autore del "Delitto D'Antona" e di "Ombre nere" torna a narrare una storia del presente: gli atti dell'inchiesta, la risposta delle istituzioni, l'analisi e la comparazione dei documenti delle Brigate Rosse, la scorta negata a Biagi, le sigle del nuovo terrorismo, il caso di Michele Landi, il perito informatico trovato morto mentre stava ricostruendo il percorso della e-mail di rivendicazione dell'omicidio. Un giallo politico italiano non ancora risolto che si legge come un thriller. Non un mistero, ma una pagina della nostra storia ancor tutta da leggere. Dice il magistrato Armando Spataro in una delle interviste del libro: "E' un filo che sostanzialmente non si è mai spezzato. I nuovi brigatisti che operano nel territorio sono organizzati in cellule. Sono in pochi, conducono una vita regolare. La loro attività è compartimentata, ogni cellula agisce su mandato della Direzione Strategica ma possiede ampia autonomia operativa. Ciò consente loro di colpire persone senza scorta, non difese dallo Stato, spesso metodiche negli spostamenti e nei loro appuntamenti pubblici. Osservando attentamente i documenti di rivendicazione degli omicidi D'Antona e Biagi, si comprende che la mano è la stessa. Alcuni termini vengono sostituiti ma i concetti restano. Al cosiddetto Sim (Stato Imperialista delle Multinazionali) si inserisce la parola Borghesia Imperialista ma il ragionamento intorno non cambia. Sono i riformisti i loro obiettivi, specie quei professori che lavorano nel campo del mercato del lavoro".

18 febbraio 2003 - INIZIATIVA COMUNISTA DENUNCIA COL. CARABINIERI ANGELOSANTO
ANSA:
Iniziativa Comunista ha denunciato alla procura della repubblica di Perugia il tenente colonnello dei carabinieri, gia' dirigente del Ros, Pasquale Angelosanto, il quale avrebbe sostenuto davanti ad un pm umbro nel luglio scorso che i militanti di Ic sono le nuove Br. La denuncia e' stata resa nota nel corso di una conferenza stampa da Norberto Natali, leader di Ic, che insieme con altri sette esponenti del gruppo politico deve rispondere dell'accusa di associazione sovversiva "per avere fiancheggiato le Br". L'udienza preliminare che li riguarda si svolgera' il 4 marzo prossimo davanti al gip di Roma Anna Maria Giammarinaro. Oltre a Natali gli imputati sono Luca Ricaldone, Franco Gennaro, Stefano De Francesco, Raffaele Palermo, Rita Casillo e Sabrina Natali. Norberto Natali, la sorella Sabrina e la Casillo sono indagati anche per l'omicidio di Massimo D'Antona. Il colonnello Angelosanto, che a suo tempo faceva parte del Ros dei carabinieri e si occupava anche dell'inchiesta sugli otto militanti di Ic arrestati nel 2001 su disposizione della Procura di Roma, e' stato ascoltato nell'estate scorsa nell' ambito di un procedimento aperto a Perugia in seguito ad un' intercettazione (pubblicata da un quotidiano) in cui si sosteneva che il pm del pool antiterrorismo della capitale, Giovanni Salvi, sarebbe stato "avvicinabile". Nell'inchiesta umbra sono finite anche alcune interviste rilasciate da Norberto Natali e proprio su Ic il colonnello Angelosanto ha espresso il suo pensiero davanti al pm di Perugia.

18 febbraio 2003 - TERRORISMO:PERSICHETTI SENTITO A BOLOGNA SU BIAGI E D'ANTONA
ANSA:
L' ex brigatista Paolo Persichetti e' stato sentito nei giorni scorsi dai magistrati della Procura di Bologna come persona informata dei fatti in merito agli omicidi di Massimo D' Antona e Marco Biagi. Si tratterebbe del primo interrogatorio al quale viene sottoposto da quando e' stato estradato in Italia, lo scorso mese di agosto. E' stato reso noto nel corso della conferenza stampa sul caso Persichetti svolta oggi a Montecitorio da esponenti di sinistra. Lucio Manisco, parlamentare europeo del Gue, il Gruppo di sinistra europarlamentare, ha detto tuttavia che a Persichetti non sarebbe stata posta nemmeno una domanda sugli omicidi dei due economisti. Sulla vicenda sara' prossimamente presentato un libro dossier scritto in collaborazione tra lo stesso Persichetti e il docente della Sorbona nonche' amico personale, Daniel Ben-Sayd il quale ha anche annunciato una riunione del Comitato Docenti dell' Universita' Parigi 8 sul caso. Un'analoga iniziativa e' prevista all' Unione Europea allo scopo di costituire un osservatorio che analizzi questo caso, ritenuto emblematico, ed altri ed attiri l' attenzione pubblica sul "degrado della civilta' giuridica che sta accompagnando l' unificazione europea". Secondo gli intervenuti alla conferenza, quello di Persichetti sarebbe soltanto "una storia emblematica della politicizzazione della giustizia in cui sono anche stati violati i diritti europei". La parlamentare di Prc Graziella Mascia ha ricordato anche un recente discorso del ministro degli Interni Beppe Pisanu in Commissione Affari Costituzionali che proverebbe l' esistenza di un "teorema che prevede una connessione, non provata, tra vecchio e nuovo terrorismo". Gli oratori ritengono che quello di Persichetti sia stato "un episodio paradigmatico del fenomeno della giudiziarizzazione della societa' come modello di governo e l' idea che l' azione penale possa essere lo strumento di regolazione della vita sociale".

25 febbraio 2003 - RIVENDICARONO OMICIDIO BIAGI, ASSOLTI
"Il Nuovo"
Rivendicarono omicidio Biagi in aula: prosciolti
Non fecero propaganda sovversiva: l'effetto del loro proclama di adesione all'omicidio di Marco Biagi era pari a quello di un messaggio nei 'baci' di cioccolato.
MILANO - Prosciolti tutti i quattro militanti delle Brigate Rosse-Pcc accusati dalla Procura di Milano di apologia di reato e propaganda sovversiva perchè lo scorso 8 aprile, mentre venivano processati a Milano. I quattro avevano rivendicato dal carcere l'omicidio di Massimo D'Antona e presentarono in aula davanti al giudice Ilaria Simi De Burgis un documento di rivendicazione dell' omicidio di Marco Biagi.
I quattro sono stati prosciolti perchè l'effetto del loro proclama di adesione all'omicidio di Marco Biagi era pari a quello di un messaggio nei 'baci' di cioccolato. Così ha sostenuto il pm, e il gup li ha prosciolto tutti.
Il Gup Cristina Mannocci ha prosciolto Cesare Di Lenardo, Ario Pizzarelli, Stefano Minguzzi e Francesco Aiosa, aderenti alle Br-Pcc e in carcere a Biella per condanne subite per la loro attività terroristica. Il giudice ha dichiarato di "non doversi procedere perche' il fatto non sussiste".
La richiesta di rinvio a giudizio per i quattro era stata formulata dal Pm Stefano Dambruoso ma questa mattina a sostenere l'accusa c'era il Pm Luigi Orsi, che ha chiesto il loro proscioglimento.
Motivo della richiesta: in questo caso, in base alla Corte Costituzionale, il fatto non sussiste in quanto manca il pericolo concreto di propaganda sovversiva. "Perchè ci sia il pericolo concreto - ha spiegato il magistrato - il messaggio deve essere tale da avere efficacia e convincere qualcuno. E qui non hanno convinto nessuno. Se si leggono questi messaggi, sono sempre gli stessi, scritti con un linguaggio vetusto e sono convenzionali: sono come messaggi dei Baci Perugina".
Oggi i quattro durante l' udienza preliminare - come hanno spiegato i loro difensori Attilio Baccioli e Sandro Clementi - hanno esibito un nuovo documento, una pagina battuta a macchina, subito sequestrata e messa agli atti. Nel documento rivendicano la loro appartenenza alle Br-Pcc, accusano "gli imperialisti Usa" di volere la guerra, e dichiarano che occorre "trasformare la guerra in rivoluzione proletaria e quindi arrivare ad abbattere il capitalismo e l'imperialismo".
I difensori degli imputati avevano chiesto l'assoluzione ma con una formula diversa, "perche' il fatto non costituisce reato". Per questo non è escluso il ricorso in appello. Per l'avvocato Clementi, con questa assoluzione "si è spezzata una catena che riguarda il diritto naturale alla sovversione". I due legali hanno spiegato "che il processo era stato incardinato con l'obiettivo di negare l'identità politica degli
imputati". Lo scorso aprile l'altro processo davanti al giudice Ilaria Simi De Burgis si era concluso con la condanna dei quattro brigatisti a un anno di reclusione.

27 febbraio 2003 - PIETRO ICHINO ALLE BR, SONO TRA I VOSTRI BERSAGLI
"Il Corriere della sera"
LETTERA APERTA AI TERRORISTI
Ichino Pietro
Fino a un anno fa giravo per la città soltanto in bicicletta: con il sole, la pioggia o la neve. Come Marco Biagi: la bicicletta era una delle passioni che ci accomunavano. Poi, una sera, a lui, appena sceso dalla bici, avete sparato; e a me è stata data la scorta che - colpevolmente - era stata negata a lui. Da allora non mi lasciano più fare un metro per strada, se non in macchina e accompagnato dai miei custodi armati. Ora, dai vostri covi sembra sia trapelato che mi avreste posto tra i vostri bersagli prioritari, cosicché la scorta mi è stata raddoppiata: per non subire la mortificazione che voi vorreste riservarmi, patisco quella, certo assai minore, di dovermi muovere nel traffico cittadino - io, che odiavo muovermi in macchina - non con una sola macchina ma con due. Data l' alternativa, non mi lamento. Resta il fatto che questa condizione di bersaglio in cui mi avete posto fa di me in qualche misura una vostra vittima. In misura minima, beninteso; ma sufficiente perché io possa rivolgermi a voi a nome di tutte le vostre vittime, passate e future. Anche a loro nome, ho alcune cose da dirvi. Potreste obiettarmi che voi non avete alcun interesse ad ascoltarci, ma solo a spararci. Capisco. Però, anche solo questa obiezione costituirebbe un primo scambio di idee, per quanto rudimentale; sarebbe dunque una pur minuscola cornice di umanità, in cui l' atto dello sparo che vi sta tanto a cuore si inserirebbe. Anche solo un embrionale scambio di idee implicherebbe che ci riconoscete come persone e non come cose. Il problema, del resto, si pone anche dal nostro lato: voi, per noi, ora siete soltanto una cosa, al più un volto coperto e una canna di pistola puntata. Non riusciamo a pensare a voi se non come a entità aliene, con cui è possibile la sola interazione mortale: conta soltanto chi spara per primo. Per questo aspetto, il rapporto tra noi e voi non costituisce un' eccezione. In tante altre situazioni si fronteggiano individui, gruppi, nazioni, che non si riconoscono e non comunicano: gli uni sono per gli altri degli alieni spaventosi, con i quali il solo problema è riuscire a sparare per primi. Anche lì manca la cornice. Ne avrebbero bisogno i rapporti tra Occidente e Islam, tra israeliani e palestinesi, tra americani e iracheni. Avrebbero gran bisogno di una cornice, fatta di un' idea condivisa dello Stato di diritto, anche i rapporti tra maggioranza e opposizione in questo nostro disgraziato Paese. Avrebbero bisogno di una cornice i rapporti tra i sindacati: quel minimo di comune sentire e di semplici procedure che consentisse loro di riconoscersi reciprocamente come maggioranza e minoranza, senza che ciascuno pretenda di "far fuori" gli altri. Fra voi terroristi e noi vostre vittime designate, più o meno protette, basterebbe anche molto meno per fare un passo avanti importante: basterebbe smettere di considerarci reciprocamente come idee astratte, come alieni. Dateci un segno, anche solo per dirci che tutto questo discorso vi fa schifo. Guardiamoci negli occhi, anche soltanto per un attimo. Sappiamo che noi non possiamo pretendere di conoscere i vostri coniugi, i vostri figli; ma voi potete guardare in faccia i nostri: fatelo. Se poi, ciononostante, riterrete ancora di colpire, fatelo come lo ha fatto Caino con Abele, litigando con lui, maledicendolo; ma non come si ammazza un topo o un cane randagio. Se invece, a quel punto, non ve la sentirete più di sparare, vorrà dire che si sarà creata intorno a noi e voi una cornice più consistente del previsto. Avremo creato davvero qualche cosa di nuovo; una cosa per la quale - pensate un po' che paradosso - vale persino la pena di morire.

Considerando il concatenarsi delle vicende, gli sviluppi delle inchieste sull' uccisione di D'Antona e Biagi sono nella pagina sulla sparatoria in treno, con la morte di Galesi e dell' agente Petri e l' arresto della Lioce.
 
 
 
 
 
 


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