Strage di Bologna
1996-2000
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2000
1996

2 febbraio - "Sappiamo che delle persone verranno da Lei e le parleranno di Francesca e Valerio. E' la storia di un dolore silenzioso e sommesso che non riusciamo a nominare". Comincia cosi' la lettera che gli ex Nar Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, in carcere da 15 anni, hanno inviato oggi al Papa. Una lettera di due pagine, accorata, nella quale i due ex terroristi neri hanno ribadito, ancora una volta, la loro innocenza per quanto riguarda la strage di Bologna del 2 agosto 1980. Una strage per la quale sono stati invece condannati all' ergastolo con sentenza passata in giudicato. "Di quell' atto atroce e disumano - si legge nella lettera - non siamo responsabili e non abbiamo alcuna conoscenza diretta o indiretta. Ed e' questa colpa che la giustizia del nostro Paese ci ha sempre imputato: la nostra estraneita' agli avvenimenti di quel 2 agosto di 15 anni fa". Ormai, hanno scritto Mambro e Fioravanti al Papa "la nostra innocenza non ha piu' alcuna importanza, ma forse, Padre, lei puo' dirci perche' dobbiamo rispondere di una colpa che non abbiamo, che ci annienta e ci spazza via come povere cose cancellandoci moralmente e civilmente dal genere umano". "A Lei - si legge nella lettera al Santo Padre - chiediamo solo di capire, di farci una ragione di questa nostra sorte. Trovare una risposta del perche' ci viene chiesto di assolvere al ruolo di vittime sacrificali in un ciclico rito primordiale, potrebbe aiutarci". "Sono tanti anni che viviamo la separazione l' uno dell' altro, le privazioni, i rimorsi in una nemesi per colpe reali di cui rendiamo conto da tanti anni - scrivono ancora Francesca Mambro e Valerio Fioravanti - Ma per una colpa inesistente, dove possiamo trovare la forza di andare avanti e rinascere ogni giorno?". A tante domande, termina la lettera, "sembra non esserci risposta sulla terra e forse a queste nostre non abbiamo neppure diritto. Ma vorremmo arrivare a sera senza quel dolore da cui sentiamo che non puo' nascere niente di buono e pensare al perdono come la sola risposta che l' uomo conosce da sempre". 

27 febbraio - La sentenza di condanna della corte d' Assise di Bologna "non si e' sottratta all' onere di verificare se la personalita' di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro era compatibile con la partecipazione alla strage di Bologna". Un esame in base al quale la corte ha tratto il convincimento di come la strage del 2 agosto '80 - sottolineano le Sezioni Unite della Cassazione nelle motivazioni della sentenza che lo scorso novembre ha condannato definitivamente all'ergastolo i due ex terroristi neri - "era pur sempre il risultato di una scelta di vita che aveva conosciuto gia' il disinteresse verso la vita altrui, e come lo stesso comportamento successivo avesse una sua razionale spiegazione: confessare la partecipazione alla strage significava assumersi la tremenda responsabilita' di quanto era accaduto, perdere consensi e solidarieta' nello stesso ambiente e, soprattutto, la prospettiva di possibili benefici carcerari". E' vero - si legge ancora, tra l' altro, nelle 160 pagine del provvedimento - che nelle dichiarazioni di Massimo Sparti ci sono state "contraddizioni" e "numerose variazioni", ma questi "contrasti" hanno, rispetto al nucleo essenziale del suo racconto, un "carattere marginale". Inoltre, la telefonata con la quale Luigi Ciavardini rinvio' il viaggio della sua fidanzata e di altri due amici da Roma a Venezia, programmato per il primo agosto '80, fu dovuta alla "preventiva conoscenza di quello che sarebbe dovuto accadere a Bologna il 2 agosto" e non, come sostenuto da Ciavardini, alla "mancata disponibilita' di un documento falso". Quanto all' omicidio di Francesco Mangiameli, questo fu deciso da Valerio Fioravanti dopo l' intervista del colonnello Amos Spiazzi all' Espresso, rilasciata prima del 2 agosto '80, nella quale l' ufficiale rivelava che la destra eversiva si era riorganizzata, "per una piu' decisa strategia terroristica" e "indicava quale fonte informativa di tale realta', un aderente allo stesso movimento, denominato 'Ciccio"'. E "null' altro era accaduto in quel periodo - scrive ancora la Suprema corte - che potesse attivare una reazione di difesa del gruppo terroristico che faceva capo a Valerio Fioravanti, rispetto al pericolo di ulteriori rivelazioni che potevano essere fatte al colonnello Spiazzi, se si prescindeva dalla esecuzione della strage alla stazione di Bologna". Dunque, Mangiameli era stato ucciso "solo allorquando, attraverso la divulgazione dell' intervista rilasciata dal colonnello Spiazzi, chi quella strage aveva eseguito ha avuto la materiale certezza che Mangiameli potesse rivelare cio' di cui era venuto a conoscenza". Questo fu il motivo della sua eliminazione perche' le ipotesi alternative a quella dell' accusa - dalla incapacita' attribuitagli nella direzione del gruppo terroristico, alla sottrazione di fondi - "non si conciliavano con la gravita' della decisione assunta e, soprattutto, con la tempestivita' con la quale era stata deliberata (dopo il 2 agosto '80) ed eseguita (9 settembre '80)". Non e' esatto, rileva ancora la Cassazione, che un alibi non sia stato fornito dagli imputati, "ma e' invece vero che la sua consistenza si e' rivelata, secondo l' appropriata conclusione del giudice di rinvio, contraddittoria e non affidabile". Ne' e' accettabile la tesi della difesa che Fioravanti e la Mambro siano stati entrambi vittime dei servizi di sicurezza, perche' gia' la sentenza di primo grado, afferma la Cassazione, "aveva accertato che tutta l' operazione di 'depistaggio' del Sismi era diretta ad allontanare i sospetti sui gruppi della destra eversiva operanti in Italia, per concentrarli sulle piste internazionali". 

28 marzo - Sara' la corte d' Assise di Bologna a celebrare il processo per presunti depistaggi legati alle indagini sulla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Lo ha stabilito la prima sezione penale della Cassazione, risolvendo cosi' il conflitto di competenza sollevato, lo scorso 19 gennaio, dai giudici della corte d' Assise di Roma che avevano accolto la denuncia di conflitto presentata dagli avvocati di parte civile. Nel maggio del '95 la corte d' Assiese di Bologna si era dichiarata incompetente a giudicare della vicenda, ritenendo che il reato di costituzione di banda armata, contestato ad uno degli imputati, l' ex terrorista di destra Massimo Carminati, avvenne a Roma. Di diverso avviso erano stati i giudici della capitale, secondo i quali non era possibile determinare il luogo in cui Carminati si sarebbe procurato il mitra "Mab" usato per depistare le indagini. Nel processo sono imputati, per reati minori, anche l' ex capo del centro Sismi di Firenze, Federigo Mannucci Benincasa, gia' oggetto di accertamenti nel quadro dell' inchiesta sul disastro di Ustica, il maggiore del Sios dell' Aeronautica, Umberto Nobili, e un delinquente comune, Ivano Bongiovanni. Il procedimento che torna a Bologna, noto come Stragi-bis, era nato dalla riunificazioni delle inchieste-bis sulla strage del 2 agosto 80 a Bologna e sull' attentato al treno Italicus del 4 agosto '74 ed era stato stralciato dal troncone principale del processo conclusosi con la condanna dei terroristi neri Giusva Fioravanti e Francesca Mambro per la strage alla stazione di Bologna. L' Associazione familiari delle vittime della strage alla stazione in una nota ha sostenuto che la decisione della Cassazione ha dimostrato "l' infondatezza delle motivazioni usate per il trasferimento del processo a Roma". "Tutto cio' - ha scritto Torquato Secci, presidente dell' Associazione - ha fatto perdere almeno un altro anno, utile solo a chi non vuole che Giustizia e Verita' si affermino. Chiediamo, a questo punto, che non si perda altro tempo e che il processo venga celebrato al piu' presto". 

24 aprile - Sergio Picciafuoco e' stato scarcerato dalla corte d' assise d' appello di Firenze per decorrenza dei termini massimi della custodia cautelare in relazione all' accusa di avere avuto un ruolo nella strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. Lo ha reso noto il difensore, avv.Marcantonio Bezicheri, precisando che Picciafuoco resta in carcere per una condanna definitiva del Pretore di Ancona per furto e ricettazione. La Cassazione il 23 novembre '95 aveva annullato la sua condanna all' ergastolo (confermando quelle di Valerio Fioravanti e Francesca Mabro), inflittagli dalla Corte d' assise d' appello di Bologna, e gli atti furono inviati a Firenze, dove deve essere fissato un nuovo giudizio. In precedenza, la corte fiorentina aveva respinto la richiesta di scarcerazione, ritenendo - a quanto riferisce Bezicheri - che il termine era da ritenersi prorogato in base alla legge dell' 87, n.29. Ora la Corte ha accolto l' orientamento del legale, secondo cui tale proroga non era applicabile a Picciafuoco e perche' nel processo non c' era mai stato un provvedimento motivato di sospensione, e dunque di proroga, del termine massimo di custodia. Secondo Bezicheri, la condanna per furto riporta Picciafuoco alla sua reale dimensione, "quella di uno sbandato", diversa da quella che gli si era "voluta costruire". Picciafuoco fu arrestato, dopo la condanna, perche' si era allontanato dal suo domicilio di Castelfidardo. 

25 aprile - E' morto la scorsa notte a Terni, nella sua abitazione, Torquato Secci, di 78 anni, presidente dell' Associazione nazionale delle famiglie delle vittime della strage di Bologna. Secci, che nell' esplosione del 2 agosto del 1980 perse il figlio Sergio, di 24 anni, da poco laureatosi al Dams, era stato poi sempre presente, come oratore, alle cerimonie rievocative della strage che si tenevano nella citta' emiliana e a rappresentare la parte civile nei processi. Dopo la morte di Sergio (in precedenza era morto un altro figlio, Sandro, in tenera eta' per una grave malattia), Torquato Secci aveva creato la Fondazione "Sergio Secci" con il compito di offrire borse di studio a studenti ternani meritevoli. Fratello di Emilio, sindaco di Terni tra gli anni '50 e '60 e poi senatore del Pci, Torquato Secci era stato anche candidato a sindaco della citta' umbra per "La Rete" tre anni fa, nelle elezioni che vennero vinte dall' attuale primo cittadino, Gianfranco Ciaurro. La camera ardente sara' allestita domani nella sala 20 settembre della bibliomediateca comunale. La salma verra' poi tumulata nella cappella di famiglia del cimitero di Terni, accanto ai figli. Appresa la notizia della morte di Secci, il sindaco di Bologna, Walter Vitali, ha telefonato alla vedova, esprimendo cordoglio e comunicando che ai funerali partecipera' una delegazione del Comune guidata dal vicesindaco. Nato nel 1917, Secci si diplomo' perito industriale e presto' servizio militare in marina dal 1937 al 1945. Nel '43 rientro' dalla Grecia e partecipo' alla campagna di liberazione nel Reggimento San Marco. Nel dopoguerra si impiego' in una grande industria ternana e poi sposo' Lidia Piccolini, insegnante. Nel 1956 nacque Sergio, morto dopo lunghe ore di agonia all' ospedale Maggiore di Bologna. "La bomba, per me, scoppio' la sera di quel tragico giorno al ritorno a casa da una passeggiata distensiva di fine giornata", scrisse Secci nel suo libro "100 milioni per testa di morto", pubblicato nell' '89, con il quale volle riassumere la sua tragedia e dare voce a coloro che l' avevano condivisa. Il figlio, il 2 agosto, si stava recando da Forte dei Marmi, dove aveva partecipato a una festa, a Bolzano, per motivi di lavoro. A Verona avrebbe dovuto incontrare un amico: fu questi, alle 19 (la bomba esplose alle 10,25, i morti alla fine furono 85, i feriti oltre 200), ad avvertire che c' era un ritardo, che essendo successo qualcosa a Bologna era preoccupato. Secci parti' per il capoluogo emiliano, raggiunse la sala rianimazione dove il figlio era in fin di vita: "Era la' disteso, nudo, solo un lenzuolo sembrava volesse inutilmente nascondere la mancanza della gamba destra", ridotto a un "rudere umano", in un letto troppo piccolo per la sua mole. Ma era ancora lucido: a gesti era riuscito a dire chi era, implorando di avvertire il padre, non la madre. Un' esperienza straziante che non ha fiaccato lo spirito di un uomo che da quel momento e' diventato l' infaticabile trascinatore dei familiari di quegli 85 morti, 75 italiani e dieci stranieri, punto di riferimento di un inesauribile desiderio di giustizia. Chiunque si e' occupato di terrorismo ha finito con l' imbattersi in quest' uomo dal volto segnato, una maschera all' Eduardo che ha profuso tutte le energie non solo nell' organizzare le varie parti civili che si sono costituite nei tanti processi attorno alla strage e ai depistaggi delle indagini, ma soprattutto nell' ormai troppo lungo rito delle celebrazioni della strage, a Bologna. Tra gli ideatori della proposta di legge per l' abolizione del segreto di Stato, ancora senza successo, ha avuto modo di scontrarsi ripetutamente con il potere politico, soprattutto con l' ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Il processo ha avuto alterne vicende, e l' ultima pronuncia ha condannato all' ergastolo Francesca Mambro e Valerio Fioravanti come esecutori materiali, Licio Gelli, Francesco Pazienza e due ufficiali del Sismi a vari anni di carcere per il depistaggio delle indagini. Ma Secci ha continuato a battersi, fino alla malattia che in pochi giorni l' ha ucciso, perche' si facesse luce sui mandanti, sulle ragioni delle tante stragi. Giungendo a chiedere, ai vincitori delle elezioni politiche, un chiaro impegno per la ricerca della verita' sugli anni di piombo. 

10 maggio - Paolo Bolognesi e' il nuovo presidente dell' Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Bolognesi prende il posto di Torquato Secci, presidente e simbolo dell' Associazione fin dalla sua fondazione, scomparso recentemente all'eta' di 78 anni. La vedova di Secci, Lidia, che nella strage perse il figlio di 24 anni, e' stata eletta vicepresidente. 

18 giugno - Sergio Picciafuoco, accusato di essere uno dei responsabili della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 nella quale morirono 85 persone e oltre 200 rimasero ferite, e' stato assolto oggi "per non aver commesso il fatto" dalla prima sezione della Corte d' assise d' appello di Firenze. Alla lettura della sentenza, emessa dopo quattro ore e mezzo di camera di consiglio, Picciafuoco e' scoppiato in lacrime: "E' la terza volta in vita mia che piango - ha detto dalla gabbia dell' aula -, una volta quando sono morti i miei genitori e poi per le mie due assoluzioni". Duro il commento alla sentenza del presidente dell' Associazione vittime 2 agosto, Paolo Bolognesi: "E' una cosa squallida per la giustizia che ha ricevuto un altro colpo. Ora all' appello degli esecutori ne manchera' uno. Ci auguriamo che la Corte di cassazione annulli questa sentenza". Il sostituto procuratore generale di Firenze Rosario Minna, che per Picciafuoco aveva chiesto la condanna all' ergastolo, non ha invece voluto rilasciare dichiarazioni. Quello celebrato a Firenze e' stato per Picciafuoco il terzo giudizio in appello per la strage di Bologna. Imputato di banda armata, strage, omicidio e altro, Picciafuoco era stato ritenuto dall' accusa uno degli esecutori materiali dell' attentato insieme ai due terroristi neri Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. Il suo coinvolgimento nell' inchiesta si lega anche alla sua presenza alla stazione di Bologna il giorno della strage, tanto che rimase leggermente ferito dall' esplosione dell' ordigno. Condannato all' ergastolo in primo grado a Bologna nel 1988, Picciafuoco era stato poi assolto in appello. La sentenza era stata poi annullata dalla Cassazione. Nel secondo processo d' appello, svoltosi sempre a Bologna, i giudici avevano confermato la condanna all' ergastolo, cancellata pero' il 23 novembre 1995 dalla Cassazione. Di qui il rinvio a Firenze dove il processo si era aperto ieri alla presenza dell' imputato, attualmente detenuto a Spoleto per una condanna a tre anni per ricettazione. "Ora - ha detto il suo legale Marcantonio Bezicheri - chiederemo l' affidamento in prova ai servizi sociali". 

1 agosto - Le Ferrovie dello Stato hanno dato risposta positiva alla proposta, formulata dal Consiglio comunale di Bologna, di intitolare a Torquato Secci - il presidente dell' Associazione familiari vittime della strage, morto alcuni mesi fa - la sala d' attesa della stazione centrale "che tuttora testimonia drammaticamente le conseguenze dello squarcio provocato dalla bomba che causo' la strage" (85 morti e 200 feriti) di cui domani ricorre il 16esimo anniversario. La direzione servizi di stazione di Bologna ha dichiarato piena disponibilita' e collaborazione all' attuazione del progetto. Intanto il Comitato di solidarieta' alle vittime delle stragi (composto da Comune e Provincia di Bologna, Regione, i Comuni di San Benedetto Val di Sambro e Castiglione dei Pepoli) prosegue la sottoscrizione a favore dell' Associazione familiari vittime, che ha lo scopo di sostenere le loro ingenti spese. I versamenti possono essere fatti sul Ccp n. 24083404 intestato all' Associazione, via Polese 22, 40122 Bologna. In una nota il presidente dell' Associazione, Paolo Bolognesi, ringrazia quanti hanno manifestato la loro solidarieta', in occasione del 16esimo anniversario, con presenze, messaggi e contributi. Domattina, nel piazzale della stazione, interverra' il presidente della Camera Luciano Violante; il presidente del Consiglio, Romano Prodi, e' annunciato nel pomeriggio ad un incontro in Prefettura con i rappresentanti dell' Associazione familiari. 

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1997

21 febbraio - E' morto la scorsa notte per arresto cardiaco, dopo quello che doveva essere un intervento chirurgico di routine, il magistrato Giuseppe Bagnulo, 70 anni da compiere, presidente della Corte d' assise d' appello di Bologna che firmo' la sentenza, diventata poi definitiva, per la strage alla stazione di Bologna, mandando all' ergastolo tra gli altri i coniugi Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. Bagnulo era nato a Trani (Bari) ed e' entrato in magistratura nel 1955 come Pretore a Ferrara. Poi fu pretore a Monselice, quindi giudice istruttore a Rovigo, fino a quando, nel '68, giuse a Bologna, dove contribui' a creare la sezione lavoro del tribunale, in seguito alla riforma del rito varata nel 1973. Alla sezione lavoro e' rimasto fino al febbraio '92, quando fu destinato alla Corte d' appello di Bologna; poco tempo dopo venne incaricato di presiedere la Corte che doveva giudicare per la seconda volta, in appello, gli imputati per la strage alla stazione di Bologna. La sentenza, diventata poi definitiva, e' tornata di attualita' in questi giorni, in seguito alle voci su possibili nuovi sviluppi giudiziari che potrebbero scagionare Mambro e Fioravanti, e comunque per le richieste che vengono da piu' parti di procedere almeno all' indulto nei confronti dei due ergastolani. 

15 aprile - L' avv.Marcantonio Bezicheri ha reso noto che la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del pg contro l' assoluzione di Sergio Picciafuoco, uno degli imputati per la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. "Ci sono stati sette processi - ha commentato Bezicheri - uno di primo grado, tre di appello, tre in Cassazione, due dei quali a sezioni unite. E Picciafuoco era gia' stato assolto due volte. Adesso il giudizio e' definitivo e per non aver commesso il fatto e sono quindi finiti la sofferenza e il calvario di quest' uomo. Ma questo avviene a dieci anni dal primo processo e a 14 dalla accusa nei suoi confronti. Oltretutto con un pesante esborso di denaro pubblico". Picciafuoco, originario di Osimo (Ancona), ha 52 anni. Aveva precedenti penali per piccoli reati non politici ed ha sempre sostenuto di essersi trovato per caso quella mattina in stazione. Picciafuoco rimase ferito per lo scoppio della bomba (e' l' unico degli imputati per il quale si ebbe la certezza della presenza in stazione) e si fece medicare in ospedale. Non risulto' nel primo elenco dei feriti perche' in quel periodo era latitante ed usava documenti falsi. Ha sempre sostenuto di essere stato in rapporti con la piccola malavita comune, ma di non aver nulla a che fare con i gruppi di destra accusati della strage; pero' secondo l' ipotesi accusatoria, poi caduta, proprio i documenti falsificati che utilizzava facevano risalire a quegli ambienti. Picciafuoco venne condannato in primo grado e assolto in appello prima di una Cassazione che annullo' completamente il giudizio precedente. Nel nuovo giudizio di appello venne condannato, poi la Cassazione confermo' le altre condanne, ma rinvio' proprio Piacciafuco ad un nuovo giudizio a Firenze, dove fu ancora assolto. Oggi l' ultima conferma. 

18 aprile - A quasi 17 anni dalla strage alla stazione di Bologna e' cominciato davanti al Tribunale per i minorenni del capoluogo emiliano il processo di primo grado a Luigi Ciavardini, che all' epoca non aveva compito 18 anni. Ciavardini, che oggi e' sposato, ha due figli e sta finendo di scontare in stato di semibiliberta' con lavoro esterno un cumulo di pena di 18 anni (deve espiare ancora tre anni e mezzo), e' accusato di strage, associazione sovversiva, banda armata e altri reati connessi. "Se non ci fosse dietro quella grande tragedia che e' la strage di Bologna - ha detto uno dei difensori, l' avv. Gabriele Bordoni - e la vicenda umana di Ciavardini, mi verrebbe da dire che pare di essere ad uno di quei processi 'storici' ricostruiti in tv da Sandro Curzi. Qui si processa un trentacinquenne che ha una famiglia e che e' una persona diversa da quelle di 18 anni fa". E il collegio difensivo, composto anche da Gian Franco Bordoni, Alessandro Pellegrini e Gianni Correggiari, ha chiesto - tra l' altro - la testimonianza in aula di Francesco Cossiga, nell' '80 presidente del Consiglio. Ciavardini, romano, ex esponente dei Nar, amico di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, e' gia' stato condannato per due omicidi, compiuti da minorenne in tempi precedenti alla strage:l' assassinio del giudice romano Mario Amato e quello di un agente davanti al liceo Giulio Cesare della capitale. Ciavardini, che era accompagnato dalla moglie, ha preferito non fare dichiarazioni alla stampa. Secondo l' accusa il 2 agosto '80 era in stazione con Mambro e Fioravanti. Nella sua relazione il Pm Massimiliano Serpi ha ricordato che quella mattina del 2 agosto "Ciavardini doveva andare via con Mambro e Fioravanti. Loro dicono a girovagare per Padova. L' accusa, anzi i tribunali della Repubblica, hanno sentenziato che Fioravanti e Mambro erano a Bologna per operare l' attentato stragista cosi' come hanno confessato a Massimo Sparti il 4 agosto '80 quando occorrevano ducumenti falsi a Mambro. Su questo fa prova il giudicato e comunque anche in questa sede dibattimentale si avra' probatoria conferma dell' attendibilita' piena di Sparti". "Pertanto - ha aggiunto - non vi e' altra conclusione che ritenere che anche Ciavardini era con loro a Bologna per lo stesso fine". Il Tribunale dei minori, ovviamente, non prevede la pena dell' ergastolo. L' obiettivo dei difensori, comunque, e' quello di far assolvere Ciavardini con la formula piena.

11 giugno - "Il nostro sistema carcerario prevede anche per i terroristi un percorso di recupero e di reinserimento, ma al recupero e al reinserimento delle vittime delle stragi, invece, nessuno pensa. Le vittime non hanno lo stesso trattamento". Cosi' Paolo Bolognesi, presidente dell' associazione familiari vittime della strage alla stazione di Bologna (2 agosto 1980, 85 morti e 200 feriti), commenta i tre giorni di arresti domiciliari concessi dopo 15 anni a Francesca Mambro, l' ex militante dei Nar che sta scontando alcune condanne all' ergastolo. Mambro e' uscita sabato pomeriggio dalla sezione femminile del carcere romano di Rebibbia e vi e' rientrata ieri pomeriggio, dopo aver trascorso le tre giornate nell' abitazione della madre e dei fratelli. "Il ministro della giustizia Flick - aggiunge Bolognesi - che pure ando' a trovare la Mambro, non e' mai andato invece a salutare i familiari delle vittime, almeno in segno di rispetto. A 17 anni dalla bomba in stazione, le vittime sono diventati i terroristi. Ancora una volta i valori sono stati ribaltati". Bolognesi rifiuta il concetto di "detenuti modello" per Francesca Mambro e Valerio Fioravanti (che si dichiarano estranei alla strage del 2 agosto); sulle ipotesi di revisione del processo, afferma che "quel poco di verita' che e' uscita da' noia, perche' colpisce poteri che sono ancora in giro. C'e' gente che manovra perche' questa partita si chiuda". 

4 luglio - Gli indizi a carico di Sergio Picciafuoco, uno degli imputati per la strage di Bologna, "non sono univoci e non consentono di raggiungere una prova concreta della sua responsabilita' ", nell' attentato. Con queste motivazioni la I sezione penale della Cassazione ha rigettato i ricorsi presentati dal Pg, dal ministero dell' Interno e dalla presidenza del consiglio dei ministri, e discussi il 15 aprile scorso, contro la sentenza di assoluzione della corte di Assise di Appello di Firenze nei confronti Sergio Picciafuoco, confermandone cosi' l' assoluzione. Nelle motivazioni la Cassazione ripercorre tutta la vicenda e analizza, ancora una volta, gli indizi a carico di Picciafuoco:la sua presenza alla stazione di Bologna il giorno della strage, il suo nome annotato in un elenco di detenuti di estrema destra, redatto dal terrorista dei Nar Cavallini, i collegamenti con la destra che avrebbe avuto attraverso "Radio Mantakas" e i documenti falsi che aveva. Tutte prove "carenti", per la Cassazione, visto che per una persona coinvolta nella strage sarebbe stato piu' ovvio fuggire, piuttosto che farsi medicare in ospedale, (le sue ferite erano piuttosto lievi) e che fornendo le generalita' delle quali si era fino ad allora servito, fu lui stesso a lasciare "una traccia indelebile" della sua presenza in stazione, visto che proprio dai documenti parti' l' indagine. "L' annotazione di Cavallini - spiega la Suprema Corte richiamandosi ad una precedente sentenza delle Sezioni Unite - era compresa tra numerosi altri nominativi e nessuno di essi, ad eccezione di Picciafuoco, e' stato accusato di aver preso parte alla strage". Se inoltre Picciafuoco aveva partecipato all' attentato alla Stazione "la sua notorieta' nell' ambito di quel gruppo terroristico non poteva essere bisognosa, per essere ricordata, di alcuna formale registrazione". Secondo la Cassazione "non e' possibile affermare che l' imputato abbia aderito alle tesi della destra eversiva". La Cassazione ha quindi rigettato i ricorsi, confermando l' assoluzione. Picciafuoco, che aveva precedenti penali per piccoli reati non politici ed ha sempre sostenuto di essersi trovato per caso quella mattina in stazione, venne condannato in primo grado e assolto in appello prima di una sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione che annullo' completamente il giudizio precedente. Nel nuovo giudizio di appello venne condannato, poi la Cassazione, sempre a Sezioni Unite, confermo' le altre condanne, ma rinvio' proprio Piacciafuco ad un nuovo giudizio a Firenze, dove fu ancora assolto. 

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1998

10 aprile - "Era da almeno sette anni che Francesca era nei termini per potere accedere ai benefici previsti dall' art. 21 della Legge Gozzini, ma era l' unica che ancora rimaneva in carcere". Lo ha detto oggi all' Ansa Italo Mambro, il fratello della ex terrorista dei Nar condannata all' ergastolo, che da lunedi' scorso esce dal carcere, dove rientra la sera, per andare a lavorare nell' associazione "Nessuno tocchi Caino", che si batte contro la pena di morte. Italo Mambro ha aggiunto che la sorella, che oggi ha 40 anni, e' una donna diversa da quella entrata nel carcere a 20 e ha tanta voglia di lavorare e di riscattarsi."Non e' stata ne' irriducibile, ne' dissociata - ha concluso - ma ha semplicemente capito di aver sbagliato e, davanti ai tribunali e in varie interviste, ha ammesso tutti i propri errori". Sergio D' Elia, presidente di "Nessuno tocchi Caino" e "datore di lavoro" della Mambro, ha detto che il permesso per Francesca era stato richiesto da oltre un anno e la sua attivita' nell' associaizone "prosegue un suo impegno cominciato gia' in carcere, che, tra l' altro, ha una componente simbolica collegata alla sua condizione: come ergastolana, e' sottoposta a una condanna a morte 'distillata'". D' Elia ha detto di aver conosciuto Francesca Mambro, il fratello Italo e Valerio Fioravanti nel '94, all' atto della costituzione del comitato "E se fossero innocenti?" alla vigilia della sentenza definitiva della Cassazione, che li ha poi condannati per la strage di Bologna. "Prima non l' avevo mai incontrata, ma, come molte altre persone di sinistra - ha proseguito D' Elia - mi ero convinto della sua innocenza e di quella di Valerio e che le accuse nei loro confronti, per la strage di Bologna, fossero state costruite su due persone che rappresentavano l' anello debole di una catena e per questo erano state prese come capri espiatori". Poi D' Elia ha cominciato ad incontrare in carcere Francesca che si e' interessata alla campagna per l' abolizione della pena di morte, il cui prossimo obiettivo e' cercare di salvare un uomo condannato alla pena capitale in Texas, per un reato commesso quand' era minorenne, che deve essere giustiziato il 22 aprile. Oggi Francesca Mambro e' al lavoro nella sede dell' associazione, ma non puo' rilasciare alcuna dichiarazione. Per la Pasqua - secondo quanto ha reso noto il fratello - non ha chiesto alcun permesso e restera' in carcere dove, tra l' altro, recentemente si e' distinta in campo sportivo vincendo la maratona tra le detenute. 

1 settembre - E' morto oggi Franco Quadrini, sostituto Pg della Procura generale di Bologna che aveva sostenuto l' accusa in processi come i due di appello per la strage alla stazione di Bologna e quello - sempre di appello - per il jet militare caduto sull' Itc Salvemini di Casalecchio di Reno. Quadrini, che era nato a Chieti e aveva 57 anni, lascia la moglie Alba Maria e due figli, Luisa e Paolo. Malato da circa un anno, dopo aver subito un intervento chirurgico aveva lavorato sino ai primi di agosto. In magistratura era entrato nel '65: la nomina come uditore giudiziario il 15 novembre e come primo incarico il Tribunale di Bologna. Nell' Agosto '66 venne nominato vicepretore alle Pretura di Bologna, poi il 14 ottobre '68 il trasferimento a Chieti come sostituto Procuratore. Il ritorno nel capoluogo emiliano il 14 giugno '84 come sostituto Procuratore Generale, incarico che ha ricoperto fino alla morte. Nel periodo alla procura generale si e' seduto sul banco dell' accusa per i due appelli per la strage del 2 agosto '80 (85 morti e 200 feriti): dopo l' assoluzione degli imputati nel primo e l' annullamento con rinvio della sentenza da parte della Cassazione, Quadrini ottenne la condanna di Mambro e Fioravanti nel secondo appello. Nel processo per il Salvemini (12 studenti e uccisi e una novatina di feriti) si batte' per la conferma della condanna dei tre ufficiali dell' aeronautica, che pero' vennero assolti. 

7 ottobre - Dopo diciassette anni di carcere Valerio Fioravanti, l'ex terrorista nero, condannato tra l'altro all' ergastolo per la strage alla stazione di Bologna ha lasciato ieri Rebibbia per un permesso di 96 ore. "Erano due anni - spiega l'avvocato Ambra Giovene, che ha difeso Mambro e Fioravanti nel processo per la strage - che Valerio chiedeva al tribunale di sorveglianza di poter uscire in permesso". L'ex terrorista dei Nar non ha mai goduto di nessun beneficio e per molti anni non ha neppure fatto richiesta di permessi. "Quello accordatogli ieri - spiega l'avvocato- e' un provvedimento molto rigoroso che gli impedisce di incontrare e parlare con chiunque salvo i familiari e gli avvocati". Ad attenderlo fuori dal carcere Fioravanti ha trovato Francesca Mambro, in semiliberta' dall' aprile scorso. Intanto gli avvocati della coppia lavorano alla revisione del processo per la strage della stazione di Bologna per la quale i due ex terroristi si sono sempre dichiarati innocenti. "Abbiamo cominciato a raccogliere elementi per la revisione fin dal giorno della sentenza definitiva - aggiunge Ambra Giovene - qualcosa di piu' rispetto a tre anni fa c'e', ma non siamo ancora pronti a presentare istanza di revisione". Quattro giorni a casa, nell' intimita' della sua famiglia, con sua moglie e suo padre, per gustare gli affetti piu' cari. Cosi' il parroco di Rebibbia, don Sandro Spriano, immagina che stia trascorrendo le prime delle 96 ore di permesso Valerio Fioravanti nella sua "breve vacanza dal carcere". "E' un permesso premio di quattro giorni analogo allo stato di arresti domiciliari - ha spiegato il sacerdote che ha incontrato il detenuto prima che uscisse da Rebibbia - non puo' avere contatti con nessuno che non siano familiari. Ha un espresso divieto di incontro con chiunque e percio' stara' a casa con sua moglie e suo padre. Valerio e' un uomo che ha un insieme di interessi e di desideri ma immagino che dialoghera' molto con sua moglie. Prima che uscisse ci siamo augurati 'buona vacanza' ma per la verita' sono stato io a fargli questo augurio perche' io continuo a lavorare". Fioravanti, ha aggiunto il sacerdote, "e' un ragazzo che ha fatto un gran ritorno a casa, un gran cammino spirituale rispetto alle scelte del passato. Ha recuperato se stesso ed ora e' un uomo che non ripeterebbe piu' cio' che ha commesso in passato". Chi di certo Valerio non incontrera' e' suo fratello Cristiano. Assieme nei Nar, assieme in innumerevoli 'azioni', tra le quali gli omicidi di due poliziotti e di due carabinieri, le loro storie si sono divise subito dopo l'arresto di Cristiano, fratello minore, nell'aprile del 1981, seguito subito dalla decisione di collaborare con la giustizia. Come spiego' nell'aula di giustizia di Treviso, un anno dopo, gia' chiuso, da solo, in una gabbia per 'pentiti', "volevo andarmene dal gruppo. Non ce la facevo piu'. Era mio fratello il capo e l'ho seguito perche' gli voglio bene. Parlo per evitare altri spargimenti di sangue non per ottenere riduzioni di pena". Valerio, sprezzante, gli rispose: "ci sono tante guardie, ora mio fratello e' uno di loro. La sua sorte e' nelle mani di quelli che sono fuori". Oggi, a sedici anni di distanza, Valerio, condannato all'ergastolo, esce per la prima volta dal carcere, mentre Cristiano, dopo aver scontato buona parte dei 17 anni nel carcere per 'pentiti' di Paliano, e' libero dal 1992. Libero, ma sempre inseguito da quella minaccia, che a lui 'pensino' quelli che sono fuori. Vive quindi, di nuovo, come ai tempi dei Nar, in clandestinita', lontano da Roma e dalla sua famiglia. 

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1999

13 luglio - Per Giuseppe Valerio Fioravanti, fuori dal carcere, il ministero di Grazia e Giustizia aveva chiesto l'obbligo di scorta, ma il tribunale di sorveglianza ha stabilito solo i controlli previsti dalla legge. "Quando il tribunale di sorveglianza - spiega l'avvocato Ambra Giovane che ha difeso Fioravanti e Mambro nel processo per la strage di Bologna - ha concesso a Valerio 'l'art.21', cioe' il lavoro esterno, il ministero di Grazia e Giustizia ha recepito il dispositivo aggiungendo pero' l'obbligo di scorta costante". "Abbiamo fatto ricorso contro questa decisione, peraltro irrealizzabile: sarebbero serviti troppi uomini per coprire i turni del periodo di permanenza fuori dal carcere che e' di molte ore". "Cosi' - spiega l'avvocato Giovene - si e' deciso che Fioravanti venisse sottoposto ai controlli saltuari previsti per tutti i detenuti in 'art 21'. Probabilmente per lui questi controlli saranno un po' piu' frequenti e puntigliosi". L'articolo 21 dell'ordinamento penitenziario stabilisce, infatti, che "i detenuti e gli internati assegnati al lavoro esterno sono avviati a prestare la loro opera senza scorta, salvo che essa sia ritenuta necessaria per motivi di sicurezza". Curera' il sito internet di 'Nessuno tocchi Caino', l'associazione che si batte contro la pena di morte, Valerio Fioravanti, da ieri fuori dal carcere in semiliberta' dopo 18 anni di reclusione. Ad accoglierlo per sei giorni alla settimana, durante il giorno, sara' lo stesso ufficio del partito radicale dove lavora sua moglie, Francesca Mambro.  La collaborazione con 'Nessuno tocchi Caino' e' cominciata per l'ex terrorista dei Nar','Giusva' in tempi recenti, racconta il presidente dell' associazione Sergio D'Elia, in occasione della presentazione del rapporto '99 sulla pena di morte nel mondo di cui Fioravanti ha curato la traduzione dall' inglese. Ora, invece, lavorera' al sito internet che fotografa in tempo reale i dati delle esecuzioni nel mondo e l'evoluzione del dibattito internazionale su quest'argomento. Per D'Elia, la collaborazione con Fioravanti e Mambro, pur se costellata dai continui controlli di polizia e degli agenti di custodia, e' una sorta di "investimento produttivo". "Sono gli unici due - dice il presidente - in un gruppo di volontari, che 'timbrano il cartellino' e garantiscono l' apertura della sede in un orario continuato". E' stata la Mambro, che si occupa della redazione della rivista di 'Nessuno tocchi Caino', circa 2 anni fa a contattare l'associazione, poi e' nata l' offerta del lavoro esterno al carcere estesa anche per i legami familiari, a Fioravanti. Per i due ex terroristi 'neri', condannati tra l'altro all'ergastolo per la strage alla stazione di Bologna per la quale si sono sempre proclamati innocenti, la sede dell' associazione sostituira' il "carcere"tutti i giorni, meno la domenica, dalle 9 alle 19: possono allontanarsi solo per il pranzo, dalle 13 alle 15, in un bar della zona, che devono indicare. Per "Nessuno Tocchi Caino" la collaborazione di Mambro e Fioravanti e' anche legata alla convinzione di fondo che la persona che sta scontando una pena, dopo molti anni, e' diversa da quella che ha commesso il reato. "Una giustizia che non voglia cedere al principio della vendetta - ha commentato Sergio D'Elia - deve sapere cogliere questa differenza, che e' alla base del nostro impegno contro la pena di morte e anche contro l'ergastolo. I familiari delle vittime della strage di Bologna devono pero' sapere che i responsabili non sono ne' in galera, ne' nella sede della nostra associazione, ma sono liberi, perche' nonostante il marchio d' infamia della condanna per quella strage, Giusva e Francesca non devono rispondere di quella accusa". 

25 ottobre - Quattro anni e mezzo dopo la prima udienza, con cui il Tribunale dichiaro' la propria incompetenza territoriale, si e' riaperto a Bologna il processo sui depistaggi e i controdepistaggi delle indagini sulla strage alla stazione del 2 agosto 1980. L' accusa riguarda Massimo Carminati (l' ex capo della banda della Magliana e amico di Valerio Fioravanti, che assieme alla moglie Francesca Mambro fu condannato all' ergastolo per quella strage), il delinquente comune con simpatie di destra Ivano Bongiovanni, l' ex direttore del centro Sismi di Firenze Federigo Mannucci Benincasa e il maggiore del Sios dell' Aeronautica Umberto Nobili. Contro di loro hanno cercato di costituirsi parte civile, in quanto vittime del reato di calunnia da parte di Mannucci e Nobili, l' ex maestro venerabile della P2 Licio Gelli e l' estremista di destra Marco Affatigato. La corte dopo una camera di consiglio ha respinto entrambi le richieste (avanzate tramite avvocati) con diverse motivazioni. Gelli, gia' condannato per calunnia nel primo processo per la strage, in questo e' considerato vittima dei depistaggi. Secondo l' accusa Mannucci, col concorso di Nobili, avrebbe preparato false accuse indicando il Venerabile come responsabile di stragi e di decine di omicidi. La costituzione e' stata pero' considerata tardiva: Gelli, anziche' oggi, avrebbe dovuto costituirsi alla prima
udienza, nel maggio '95. Per quanto riguarda Affatigato, il cui nome quasi dimenticato torno' di attualita' dopo che una falsa informativa del Sismi sostenne che era morto nel Dc9 abbattuto a Ustica il 26 giugno '80 (apprese la notizia dai giornali nel suo rifugio a Nizza), il Tribunale ha ritenuto che non sia stato danneggiato dalle condotte contestate ai due ufficiali dei servizi. Peraltro ha gia' ottenuto in passato un risarcimento in altro procedimento. Il processo e' tornato a Bologna dopo che la Cassazione ha risolto il conflitto di competenza sollevato dal tribunale di Roma rimandandolo nel capoluogo emiliano, dove Gelli fu condannato assieme a Francesco Pazienza e agli ufficiali del Sismi Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte per il depistaggio delle indagini sulla strage per l' episodio della valigetta piena di armi e di esplosivo fatta trovare a Bologna sul rapido Taranto-Milano il 13 gennaio '81. Dentro c' era materiale vario, tra cui un mitra Mab: quel materiale fu deposto da Massimo Carminati, associato nella banda armata di Mambro, Fioravanti e Gilberto Cavallini, e dunque lega il capo della Banda della Magliana al depistaggio ordito dal Supersismi di Gelli e Pazienza. A quei depistaggi ne seguirono altri contro lo stesso Gelli, diventato secondo l' accusa inviso a settori della massoneria deviata e dei servizi infedeli. Lo stesso venerabile, incluso come teste nel processo, potrebbe essere chiamato a deporre. 

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2000

30 gennaio - Luigi Ciavardini e' stato assolto dal Tribunale dei Minori di Bologna dall' accusa di aver partecipato alla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, ma condannato a tre anni per banda armata. La sentenza e' stata letta nel tardo pomeriggio dopo cinque giorni di camera di consiglio. Ciavardini, ex esponente dei Nar, amico di Francesca Mambro e Cristiano Fioravanti, oggi e' sposato e ha due figli: ai tempi della strage non aveva ancora compiuto i 18 anni. Attualmente sta finendo di scontare con un affidamento in prova una condanna a 18 anni per l' omicidio Amato e altri reati. Ciavardini (che non era presente alla lettura della sentenza) ricevette la prima comunicazione giudiziaria per la strage nell' 86, poi il Pm chiese l' archiviazione, ma venne ugualmente portato a giudizio: dopo 14 anni di iter giudiziario e dopo 20 anni dalla strage e' arrivata l' assoluzione. Resta la condanna per banda armata. "E' un' accusa che cadra' in appello - ha sottolineato l' avv.Alessandro Pellegrini, del collegio di difesa insieme a Gian Franco Bordoni e a Gianni Correggiari - anche perche' nella prospettazione dell' accusa la banda armata era finalizzata alla strage". 

3 marzo - Ha parlato agli inquirenti bolognesi anche della strage alla stazione del 2 agosto '80, Paolo Bellini, 47 anni, l' ex militante di estrema destra che avrebbe avuto contatti anche con i servizi segreti finito poi in carcere poco meno di un anno fa per una serie di delitti avennuti nel reggiano (omicidi e anche un attentato in bar) riconducibili a una guerra tra cosche per il controllo del territorio. Bellini - che dopo l' arresto si e' anche accusato dell' assassinio di Alceste Campanile, militante di estrema sinistra ucciso nel giugno '75, e dell' omicidio del mobiliere fiorentino Giuseppe Fabbri dell' 88 - e' stato sentito, nei mesi scorsi, per ore ed ore dal Procuratore capo di Bologna Ennio Fortuna e dal Pm Paolo Giovagnoli che insieme all' aggiunto Luigi Persico si occupano dei fatti di terrorismo. "Bellini - ha spiegato un inquirente - ha detto qualcosa di nuovo ma non particolarmente significativo. Non ci sono nuovi filoni o nuovi autori. Le sue dichiarazioni confermano le piste della Procura di Bologna. Il colore e' sempre quello, almeno sembra". Le dichiarazioni di Bellini sono state messe nel fascicolo, sempre aperto, sulla strage alla stazione di Bologna. "E' stato accertato molto sulla strage del 2 agosto - ha detto Fortuna - ma c' e' ancora tanto da accertare, per questo c' e' ancora un fascicolo aperto; prima e dopo Bellini sono state sentite e verranno sentite altre persone". Il nome di Bellini, negli anni '70 detto anche la "Primula nera", era finito nella prima inchiesta sulla strage del 2 agosto, venendo pero' prosciolto in istruttoria. In quel periodo girava sotto il falso nome di Roberto Da Silva, brasiliano. Bellini prima di parlare della strage aveva fatto dichiarazioni alla pm Maria Vittoria De Simone della Dda di Bologna anche sulla bomba dei Georgofili a Firenze e su omicidi della ndrangheta in Calabria. 

7 marzo - Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, se dovessero emergere elementi su cui fondare l' istanza, chiederanno la revisione del processo per la strage di Bologna. Lo ha annunciato, in una intervista al Tg1, Francesca Mambro che, condannata all' ergastolo, cosi' come il marito, da due anni ha ottenuto il beneficio della semiliberta' che le consente di lavorare nell' associazione "Nessuno tocchi Caino". Sui 18 anni trascorsi in stato di detenzione ha scritto un libro, "Il bacio sul muro ed altre storie". "E' importante non dimenticare", ha detto Francesca Mambro, che si e' detta "fortunata" per quelle amicizie che l' hanno aiutata a "non soccombere". E' importante non dimenticare, ha aggiunto, affinche' quello che e' successo non accada piu'. Mambro ha poi aggiunto che il perdono delle vittime "non va cercato" perche' non lo si puo' "imporre". "Io sono stata perdonata - ha concluso - e gliene sono grata". 

9 giugno - Condanna a nove anni di reclusione per Massimo Carminati, ex capo della banda della Magliana, a 4 anni e mezzo ciascuno per Federigo Mannucci Benincasa, ex direttore del centro Sismi di Firenze, e per Ivano Bongiovanni, delinquente comune con simpatie di destra. Assoluzione per il maggiore del Sios dell' aeronautica Umberto Nobili. E' la sentenza del processo per i depistaggi e i controdepistaggi della indagini sulla strage alla stazione del due agosto '80 (85 morti e 200 feriti) letta questa sera dal presidente della Corte di Assise di Bologna Maurizio Millo, dopo 5 giorni di camera di consiglio. Mannucci Benincasa e Carminati sono stati condannati anche al risarcimento dei danni alle parti civili da liquidarsi in separata sede. I due dovranno anche rifondere in solido le spese di costituzione difesa delle parti civili fissate in 125.000.000. In aula al momento della lettura della sentenza c' erano Mannucci Benincasa e Nobili. Il primo ha lasciato il Palazzo di Giustizia di Bologna senza fare commenti: "E' troppo presto per parlare", ha detto. Nobili, invece, e' scoppiato in un pianto liberatorio ed ha abbracciato i suoi avvocati difensori. "E' stato un atto di autentica giustizia - ha detto ai giornalisti - Questa' e' un' assoluzione piena (la formula usata dalla Corte d' Assise e' 'il fatto non costituisce reato') che rende giustizia ad una sofferenza durata 20 anni". "Sono stato colpevole - ha aggiunto Nobili - di aver fatto il mio dovere: io non ho mai sporcato la mia uniforme, altri pero' - e purtroppo del mio ambiente - hanno gettato fango sulla mia divisa. Comunque sapere che ci sono giudici come questi e' un fatto che conforta: vuol dire che la magistratura e' sana. Mi spiace per la condanna di Mannucci Benincasa: lui e' un galantuomo come me". Il Pm Paolo Giovagnoli nella sua requisitoria aveva chiesto 12 anni per Carminati, 8 per Mannucci Benincasa, quattro per Nobili e due per Bongiovanni. Il processo, prima di ricominciare nell' ottobre scorso e durare 32 udienze, aveva avuto un iter travagliato: si era aperto a Bologna, poi era stato trasferito a Roma, quindi era tornato a Bologna dopo che lo aveva deciso la Cassazione. Alla prima udienza Licio Gelli, ex maestro venerabile della loggia P2, condannato per calunnia nel primo processo per la strage, aveva tentato di costituirsi parte civile come vittima del reato di calunnia al centro del processo. Gelli infatti e' stato considerato vittima a sua volta di depistaggi, in quanto diventato - secondo la costruzione dell' accusa - inviso a settori della massoneria deviata e dei servizi segreti infedeli.

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