1996
2 febbraio - "Sappiamo che delle persone verranno
da Lei e le parleranno di Francesca e Valerio. E' la storia di un dolore
silenzioso e sommesso che non riusciamo a nominare". Comincia cosi' la
lettera che gli ex Nar Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, in carcere
da 15 anni, hanno inviato oggi al Papa. Una lettera di due pagine, accorata,
nella quale i due ex terroristi neri hanno ribadito, ancora una volta,
la loro innocenza per quanto riguarda la strage di Bologna del 2 agosto
1980. Una strage per la quale sono stati invece condannati all' ergastolo
con sentenza passata in giudicato. "Di quell' atto atroce e disumano -
si legge nella lettera - non siamo responsabili e non abbiamo alcuna conoscenza
diretta o indiretta. Ed e' questa colpa che la giustizia del nostro Paese
ci ha sempre imputato: la nostra estraneita' agli avvenimenti di quel 2
agosto di 15 anni fa". Ormai, hanno scritto Mambro e Fioravanti al Papa
"la nostra innocenza non ha piu' alcuna importanza, ma forse, Padre, lei
puo' dirci perche' dobbiamo rispondere di una colpa che non abbiamo, che
ci annienta e ci spazza via come povere cose cancellandoci moralmente e
civilmente dal genere umano". "A Lei - si legge nella lettera al Santo
Padre - chiediamo solo di capire, di farci una ragione di questa nostra
sorte. Trovare una risposta del perche' ci viene chiesto di assolvere al
ruolo di vittime sacrificali in un ciclico rito primordiale, potrebbe aiutarci".
"Sono tanti anni che viviamo la separazione l' uno dell' altro, le privazioni,
i rimorsi in una nemesi per colpe reali di cui rendiamo conto da tanti
anni - scrivono ancora Francesca Mambro e Valerio Fioravanti - Ma per una
colpa inesistente, dove possiamo trovare la forza di andare avanti e rinascere
ogni giorno?". A tante domande, termina la lettera, "sembra non esserci
risposta sulla terra e forse a queste nostre non abbiamo neppure diritto.
Ma vorremmo arrivare a sera senza quel dolore da cui sentiamo che non puo'
nascere niente di buono e pensare al perdono come la sola risposta che
l' uomo conosce da sempre".
27 febbraio - La sentenza di condanna della corte
d' Assise di Bologna "non si e' sottratta all' onere di verificare se la
personalita' di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro era compatibile con
la partecipazione alla strage di Bologna". Un esame in base al quale la
corte ha tratto il convincimento di come la strage del 2 agosto '80 - sottolineano
le Sezioni Unite della Cassazione nelle motivazioni della sentenza che
lo scorso novembre ha condannato definitivamente all'ergastolo i due ex
terroristi neri - "era pur sempre il risultato di una scelta di vita che
aveva conosciuto gia' il disinteresse verso la vita altrui, e come lo stesso
comportamento successivo avesse una sua razionale spiegazione: confessare
la partecipazione alla strage significava assumersi la tremenda responsabilita'
di quanto era accaduto, perdere consensi e solidarieta' nello stesso ambiente
e, soprattutto, la prospettiva di possibili benefici carcerari". E' vero
- si legge ancora, tra l' altro, nelle 160 pagine del provvedimento - che
nelle dichiarazioni di Massimo Sparti ci sono state "contraddizioni" e
"numerose variazioni", ma questi "contrasti" hanno, rispetto al nucleo
essenziale del suo racconto, un "carattere marginale". Inoltre, la telefonata
con la quale Luigi Ciavardini rinvio' il viaggio della sua fidanzata e
di altri due amici da Roma a Venezia, programmato per il primo agosto '80,
fu dovuta alla "preventiva conoscenza di quello che sarebbe dovuto accadere
a Bologna il 2 agosto" e non, come sostenuto da Ciavardini, alla "mancata
disponibilita' di un documento falso". Quanto all' omicidio di Francesco
Mangiameli, questo fu deciso da Valerio Fioravanti dopo l' intervista del
colonnello Amos Spiazzi all' Espresso, rilasciata prima del 2 agosto '80,
nella quale l' ufficiale rivelava che la destra eversiva si era riorganizzata,
"per una piu' decisa strategia terroristica" e "indicava quale fonte informativa
di tale realta', un aderente allo stesso movimento, denominato 'Ciccio"'.
E "null' altro era accaduto in quel periodo - scrive ancora la Suprema
corte - che potesse attivare una reazione di difesa del gruppo terroristico
che faceva capo a Valerio Fioravanti, rispetto al pericolo di ulteriori
rivelazioni che potevano essere fatte al colonnello Spiazzi, se si prescindeva
dalla esecuzione della strage alla stazione di Bologna". Dunque, Mangiameli
era stato ucciso "solo allorquando, attraverso la divulgazione dell' intervista
rilasciata dal colonnello Spiazzi, chi quella strage aveva eseguito ha
avuto la materiale certezza che Mangiameli potesse rivelare cio' di cui
era venuto a conoscenza". Questo fu il motivo della sua eliminazione perche'
le ipotesi alternative a quella dell' accusa - dalla incapacita' attribuitagli
nella direzione del gruppo terroristico, alla sottrazione di fondi - "non
si conciliavano con la gravita' della decisione assunta e, soprattutto,
con la tempestivita' con la quale era stata deliberata (dopo il 2 agosto
'80) ed eseguita (9 settembre '80)". Non e' esatto, rileva ancora la Cassazione,
che un alibi non sia stato fornito dagli imputati, "ma e' invece vero che
la sua consistenza si e' rivelata, secondo l' appropriata conclusione del
giudice di rinvio, contraddittoria e non affidabile". Ne' e' accettabile
la tesi della difesa che Fioravanti e la Mambro siano stati entrambi vittime
dei servizi di sicurezza, perche' gia' la sentenza di primo grado, afferma
la Cassazione, "aveva accertato che tutta l' operazione di 'depistaggio'
del Sismi era diretta ad allontanare i sospetti sui gruppi della destra
eversiva operanti in Italia, per concentrarli sulle piste internazionali".
28 marzo - Sara' la corte d' Assise di Bologna
a celebrare il processo per presunti depistaggi legati alle indagini sulla
strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Lo ha stabilito la prima
sezione penale della Cassazione, risolvendo cosi' il conflitto di competenza
sollevato, lo scorso 19 gennaio, dai giudici della corte d' Assise di Roma
che avevano accolto la denuncia di conflitto presentata dagli avvocati
di parte civile. Nel maggio del '95 la corte d' Assiese di Bologna si era
dichiarata incompetente a giudicare della vicenda, ritenendo che il reato
di costituzione di banda armata, contestato ad uno degli imputati, l' ex
terrorista di destra Massimo Carminati, avvenne a Roma. Di diverso avviso
erano stati i giudici della capitale, secondo i quali non era possibile
determinare il luogo in cui Carminati si sarebbe procurato il mitra "Mab"
usato per depistare le indagini. Nel processo sono imputati, per reati
minori, anche l' ex capo del centro Sismi di Firenze, Federigo Mannucci
Benincasa, gia' oggetto di accertamenti nel quadro dell' inchiesta sul
disastro di Ustica, il maggiore del Sios dell' Aeronautica, Umberto Nobili,
e un delinquente comune, Ivano Bongiovanni. Il procedimento che torna a
Bologna, noto come Stragi-bis, era nato dalla riunificazioni delle inchieste-bis
sulla strage del 2 agosto 80 a Bologna e sull' attentato al treno Italicus
del 4 agosto '74 ed era stato stralciato dal troncone principale del processo
conclusosi con la condanna dei terroristi neri Giusva Fioravanti e Francesca
Mambro per la strage alla stazione di Bologna. L' Associazione familiari
delle vittime della strage alla stazione in una nota ha sostenuto che la
decisione della Cassazione ha dimostrato "l' infondatezza delle motivazioni
usate per il trasferimento del processo a Roma". "Tutto cio' - ha scritto
Torquato Secci, presidente dell' Associazione - ha fatto perdere almeno
un altro anno, utile solo a chi non vuole che Giustizia e Verita' si affermino.
Chiediamo, a questo punto, che non si perda altro tempo e che il processo
venga celebrato al piu' presto".
24 aprile - Sergio Picciafuoco e' stato scarcerato
dalla corte d' assise d' appello di Firenze per decorrenza dei termini
massimi della custodia cautelare in relazione all' accusa di avere avuto
un ruolo nella strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. Lo ha
reso noto il difensore, avv.Marcantonio Bezicheri, precisando che Picciafuoco
resta in carcere per una condanna definitiva del Pretore di Ancona per
furto e ricettazione. La Cassazione il 23 novembre '95 aveva annullato
la sua condanna all' ergastolo (confermando quelle di Valerio Fioravanti
e Francesca Mabro), inflittagli dalla Corte d' assise d' appello di Bologna,
e gli atti furono inviati a Firenze, dove deve essere fissato un nuovo
giudizio. In precedenza, la corte fiorentina aveva respinto la richiesta
di scarcerazione, ritenendo - a quanto riferisce Bezicheri - che il termine
era da ritenersi prorogato in base alla legge dell' 87, n.29. Ora la Corte
ha accolto l' orientamento del legale, secondo cui tale proroga non era
applicabile a Picciafuoco e perche' nel processo non c' era mai stato un
provvedimento motivato di sospensione, e dunque di proroga, del termine
massimo di custodia. Secondo Bezicheri, la condanna per furto riporta Picciafuoco
alla sua reale dimensione, "quella di uno sbandato", diversa da quella
che gli si era "voluta costruire". Picciafuoco fu arrestato, dopo la condanna,
perche' si era allontanato dal suo domicilio di Castelfidardo.
25 aprile - E' morto la scorsa notte a Terni,
nella sua abitazione, Torquato Secci, di 78 anni, presidente dell' Associazione
nazionale delle famiglie delle vittime della strage di Bologna. Secci,
che nell' esplosione del 2 agosto del 1980 perse il figlio Sergio, di 24
anni, da poco laureatosi al Dams, era stato poi sempre presente, come oratore,
alle cerimonie rievocative della strage che si tenevano nella citta' emiliana
e a rappresentare la parte civile nei processi. Dopo la morte di Sergio
(in precedenza era morto un altro figlio, Sandro, in tenera eta' per una
grave malattia), Torquato Secci aveva creato la Fondazione "Sergio Secci"
con il compito di offrire borse di studio a studenti ternani meritevoli.
Fratello di Emilio, sindaco di Terni tra gli anni '50 e '60 e poi senatore
del Pci, Torquato Secci era stato anche candidato a sindaco della citta'
umbra per "La Rete" tre anni fa, nelle elezioni che vennero vinte dall'
attuale primo cittadino, Gianfranco Ciaurro. La camera ardente sara' allestita
domani nella sala 20 settembre della bibliomediateca comunale. La salma
verra' poi tumulata nella cappella di famiglia del cimitero di Terni, accanto
ai figli. Appresa la notizia della morte di Secci, il sindaco di Bologna,
Walter Vitali, ha telefonato alla vedova, esprimendo cordoglio e comunicando
che ai funerali partecipera' una delegazione del Comune guidata dal vicesindaco.
Nato nel 1917, Secci si diplomo' perito industriale e presto' servizio
militare in marina dal 1937 al 1945. Nel '43 rientro' dalla Grecia e partecipo'
alla campagna di liberazione nel Reggimento San Marco. Nel dopoguerra si
impiego' in una grande industria ternana e poi sposo' Lidia Piccolini,
insegnante. Nel 1956 nacque Sergio, morto dopo lunghe ore di agonia all'
ospedale Maggiore di Bologna. "La bomba, per me, scoppio' la sera di quel
tragico giorno al ritorno a casa da una passeggiata distensiva di fine
giornata", scrisse Secci nel suo libro "100 milioni per testa di morto",
pubblicato nell' '89, con il quale volle riassumere la sua tragedia e dare
voce a coloro che l' avevano condivisa. Il figlio, il 2 agosto, si stava
recando da Forte dei Marmi, dove aveva partecipato a una festa, a Bolzano,
per motivi di lavoro. A Verona avrebbe dovuto incontrare un amico: fu questi,
alle 19 (la bomba esplose alle 10,25, i morti alla fine furono 85, i feriti
oltre 200), ad avvertire che c' era un ritardo, che essendo successo qualcosa
a Bologna era preoccupato. Secci parti' per il capoluogo emiliano, raggiunse
la sala rianimazione dove il figlio era in fin di vita: "Era la' disteso,
nudo, solo un lenzuolo sembrava volesse inutilmente nascondere la mancanza
della gamba destra", ridotto a un "rudere umano", in un letto troppo piccolo
per la sua mole. Ma era ancora lucido: a gesti era riuscito a dire chi
era, implorando di avvertire il padre, non la madre. Un' esperienza straziante
che non ha fiaccato lo spirito di un uomo che da quel momento e' diventato
l' infaticabile trascinatore dei familiari di quegli 85 morti, 75 italiani
e dieci stranieri, punto di riferimento di un inesauribile desiderio di
giustizia. Chiunque si e' occupato di terrorismo ha finito con l' imbattersi
in quest' uomo dal volto segnato, una maschera all' Eduardo che ha profuso
tutte le energie non solo nell' organizzare le varie parti civili che si
sono costituite nei tanti processi attorno alla strage e ai depistaggi
delle indagini, ma soprattutto nell' ormai troppo lungo rito delle celebrazioni
della strage, a Bologna. Tra gli ideatori della proposta di legge per l'
abolizione del segreto di Stato, ancora senza successo, ha avuto modo di
scontrarsi ripetutamente con il potere politico, soprattutto con l' ex
presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Il processo ha avuto alterne
vicende, e l' ultima pronuncia ha condannato all' ergastolo Francesca Mambro
e Valerio Fioravanti come esecutori materiali, Licio Gelli, Francesco Pazienza
e due ufficiali del Sismi a vari anni di carcere per il depistaggio delle
indagini. Ma Secci ha continuato a battersi, fino alla malattia che in
pochi giorni l' ha ucciso, perche' si facesse luce sui mandanti, sulle
ragioni delle tante stragi. Giungendo a chiedere, ai vincitori delle elezioni
politiche, un chiaro impegno per la ricerca della verita' sugli anni di
piombo.
10 maggio - Paolo Bolognesi e' il nuovo presidente
dell' Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione
di Bologna del 2 agosto 1980. Bolognesi prende il posto di Torquato Secci,
presidente e simbolo dell' Associazione fin dalla sua fondazione, scomparso
recentemente all'eta' di 78 anni. La vedova di Secci, Lidia, che nella
strage perse il figlio di 24 anni, e' stata eletta vicepresidente.
18 giugno - Sergio Picciafuoco, accusato di essere
uno dei responsabili della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto
1980 nella quale morirono 85 persone e oltre 200 rimasero ferite, e' stato
assolto oggi "per non aver commesso il fatto" dalla prima sezione della
Corte d' assise d' appello di Firenze. Alla lettura della sentenza, emessa
dopo quattro ore e mezzo di camera di consiglio, Picciafuoco e' scoppiato
in lacrime: "E' la terza volta in vita mia che piango - ha detto dalla
gabbia dell' aula -, una volta quando sono morti i miei genitori e poi
per le mie due assoluzioni". Duro il commento alla sentenza del presidente
dell' Associazione vittime 2 agosto, Paolo Bolognesi: "E' una cosa squallida
per la giustizia che ha ricevuto un altro colpo. Ora all' appello degli
esecutori ne manchera' uno. Ci auguriamo che la Corte di cassazione annulli
questa sentenza". Il sostituto procuratore generale di Firenze Rosario
Minna, che per Picciafuoco aveva chiesto la condanna all' ergastolo, non
ha invece voluto rilasciare dichiarazioni. Quello celebrato a Firenze e'
stato per Picciafuoco il terzo giudizio in appello per la strage di Bologna.
Imputato di banda armata, strage, omicidio e altro, Picciafuoco era stato
ritenuto dall' accusa uno degli esecutori materiali dell' attentato insieme
ai due terroristi neri Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. Il suo coinvolgimento
nell' inchiesta si lega anche alla sua presenza alla stazione di Bologna
il giorno della strage, tanto che rimase leggermente ferito dall' esplosione
dell' ordigno. Condannato all' ergastolo in primo grado a Bologna nel 1988,
Picciafuoco era stato poi assolto in appello. La sentenza era stata poi
annullata dalla Cassazione. Nel secondo processo d' appello, svoltosi sempre
a Bologna, i giudici avevano confermato la condanna all' ergastolo, cancellata
pero' il 23 novembre 1995 dalla Cassazione. Di qui il rinvio a Firenze
dove il processo si era aperto ieri alla presenza dell' imputato, attualmente
detenuto a Spoleto per una condanna a tre anni per ricettazione. "Ora -
ha detto il suo legale Marcantonio Bezicheri - chiederemo l' affidamento
in prova ai servizi sociali".
1 agosto - Le Ferrovie dello Stato hanno dato
risposta positiva alla proposta, formulata dal Consiglio comunale di Bologna,
di intitolare a Torquato Secci - il presidente dell' Associazione familiari
vittime della strage, morto alcuni mesi fa - la sala d' attesa della stazione
centrale "che tuttora testimonia drammaticamente le conseguenze dello squarcio
provocato dalla bomba che causo' la strage" (85 morti e 200 feriti) di
cui domani ricorre il 16esimo anniversario. La direzione servizi di stazione
di Bologna ha dichiarato piena disponibilita' e collaborazione all' attuazione
del progetto. Intanto il Comitato di solidarieta' alle vittime delle stragi
(composto da Comune e Provincia di Bologna, Regione, i Comuni di San Benedetto
Val di Sambro e Castiglione dei Pepoli) prosegue la sottoscrizione a favore
dell' Associazione familiari vittime, che ha lo scopo di sostenere le loro
ingenti spese. I versamenti possono essere fatti sul Ccp n. 24083404 intestato
all' Associazione, via Polese 22, 40122 Bologna. In una nota il presidente
dell' Associazione, Paolo Bolognesi, ringrazia quanti hanno manifestato
la loro solidarieta', in occasione del 16esimo anniversario, con presenze,
messaggi e contributi. Domattina, nel piazzale della stazione, interverra'
il presidente della Camera Luciano Violante; il presidente del Consiglio,
Romano Prodi, e' annunciato nel pomeriggio ad un incontro in Prefettura
con i rappresentanti dell' Associazione familiari.
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1997
21 febbraio - E' morto la scorsa notte per arresto
cardiaco, dopo quello che doveva essere un intervento chirurgico di routine,
il magistrato Giuseppe Bagnulo, 70 anni da compiere, presidente della Corte
d' assise d' appello di Bologna che firmo' la sentenza, diventata poi definitiva,
per la strage alla stazione di Bologna, mandando all' ergastolo tra gli
altri i coniugi Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. Bagnulo era nato
a Trani (Bari) ed e' entrato in magistratura nel 1955 come Pretore a Ferrara.
Poi fu pretore a Monselice, quindi giudice istruttore a Rovigo, fino a
quando, nel '68, giuse a Bologna, dove contribui' a creare la sezione lavoro
del tribunale, in seguito alla riforma del rito varata nel 1973. Alla sezione
lavoro e' rimasto fino al febbraio '92, quando fu destinato alla Corte
d' appello di Bologna; poco tempo dopo venne incaricato di presiedere la
Corte che doveva giudicare per la seconda volta, in appello, gli imputati
per la strage alla stazione di Bologna. La sentenza, diventata poi definitiva,
e' tornata di attualita' in questi giorni, in seguito alle voci su possibili
nuovi sviluppi giudiziari che potrebbero scagionare Mambro e Fioravanti,
e comunque per le richieste che vengono da piu' parti di procedere almeno
all' indulto nei confronti dei due ergastolani.
15 aprile - L' avv.Marcantonio Bezicheri ha reso
noto che la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del pg contro l'
assoluzione di Sergio Picciafuoco, uno degli imputati per la strage del
2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. "Ci sono stati sette processi -
ha commentato Bezicheri - uno di primo grado, tre di appello, tre in Cassazione,
due dei quali a sezioni unite. E Picciafuoco era gia' stato assolto due
volte. Adesso il giudizio e' definitivo e per non aver commesso il fatto
e sono quindi finiti la sofferenza e il calvario di quest' uomo. Ma questo
avviene a dieci anni dal primo processo e a 14 dalla accusa nei suoi confronti.
Oltretutto con un pesante esborso di denaro pubblico". Picciafuoco, originario
di Osimo (Ancona), ha 52 anni. Aveva precedenti penali per piccoli reati
non politici ed ha sempre sostenuto di essersi trovato per caso quella
mattina in stazione. Picciafuoco rimase ferito per lo scoppio della bomba
(e' l' unico degli imputati per il quale si ebbe la certezza della presenza
in stazione) e si fece medicare in ospedale. Non risulto' nel primo elenco
dei feriti perche' in quel periodo era latitante ed usava documenti falsi.
Ha sempre sostenuto di essere stato in rapporti con la piccola malavita
comune, ma di non aver nulla a che fare con i gruppi di destra accusati
della strage; pero' secondo l' ipotesi accusatoria, poi caduta, proprio
i documenti falsificati che utilizzava facevano risalire a quegli ambienti.
Picciafuoco venne condannato in primo grado e assolto in appello prima
di una Cassazione che annullo' completamente il giudizio precedente. Nel
nuovo giudizio di appello venne condannato, poi la Cassazione confermo'
le altre condanne, ma rinvio' proprio Piacciafuco ad un nuovo giudizio
a Firenze, dove fu ancora assolto. Oggi l' ultima conferma.
18 aprile - A quasi 17 anni dalla strage alla
stazione di Bologna e' cominciato davanti al Tribunale per i minorenni
del capoluogo emiliano il processo di primo grado a Luigi Ciavardini, che
all' epoca non aveva compito 18 anni. Ciavardini, che oggi e' sposato,
ha due figli e sta finendo di scontare in stato di semibiliberta' con lavoro
esterno un cumulo di pena di 18 anni (deve espiare ancora tre anni e mezzo),
e' accusato di strage, associazione sovversiva, banda armata e altri reati
connessi. "Se non ci fosse dietro quella grande tragedia che e' la strage
di Bologna - ha detto uno dei difensori, l' avv. Gabriele Bordoni - e la
vicenda umana di Ciavardini, mi verrebbe da dire che pare di essere ad
uno di quei processi 'storici' ricostruiti in tv da Sandro Curzi. Qui si
processa un trentacinquenne che ha una famiglia e che e' una persona diversa
da quelle di 18 anni fa". E il collegio difensivo, composto anche da Gian
Franco Bordoni, Alessandro Pellegrini e Gianni Correggiari, ha chiesto
- tra l' altro - la testimonianza in aula di Francesco Cossiga, nell' '80
presidente del Consiglio. Ciavardini, romano, ex esponente dei Nar, amico
di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, e' gia' stato condannato per
due omicidi, compiuti da minorenne in tempi precedenti alla strage:l' assassinio
del giudice romano Mario Amato e quello di un agente davanti al liceo Giulio
Cesare della capitale. Ciavardini, che era accompagnato dalla moglie, ha
preferito non fare dichiarazioni alla stampa. Secondo l' accusa il 2 agosto
'80 era in stazione con Mambro e Fioravanti. Nella sua relazione il Pm
Massimiliano Serpi ha ricordato che quella mattina del 2 agosto "Ciavardini
doveva andare via con Mambro e Fioravanti. Loro dicono a girovagare per
Padova. L' accusa, anzi i tribunali della Repubblica, hanno sentenziato
che Fioravanti e Mambro erano a Bologna per operare l' attentato stragista
cosi' come hanno confessato a Massimo Sparti il 4 agosto '80 quando occorrevano
ducumenti falsi a Mambro. Su questo fa prova il giudicato e comunque anche
in questa sede dibattimentale si avra' probatoria conferma dell' attendibilita'
piena di Sparti". "Pertanto - ha aggiunto - non vi e' altra conclusione
che ritenere che anche Ciavardini era con loro a Bologna per lo stesso
fine". Il Tribunale dei minori, ovviamente, non prevede la pena dell' ergastolo.
L' obiettivo dei difensori, comunque, e' quello di far assolvere Ciavardini
con la formula piena.
11 giugno - "Il nostro sistema carcerario prevede
anche per i terroristi un percorso di recupero e di reinserimento, ma al
recupero e al reinserimento delle vittime delle stragi, invece, nessuno
pensa. Le vittime non hanno lo stesso trattamento". Cosi' Paolo Bolognesi,
presidente dell' associazione familiari vittime della strage alla stazione
di Bologna (2 agosto 1980, 85 morti e 200 feriti), commenta i tre giorni
di arresti domiciliari concessi dopo 15 anni a Francesca Mambro, l' ex
militante dei Nar che sta scontando alcune condanne all' ergastolo. Mambro
e' uscita sabato pomeriggio dalla sezione femminile del carcere romano
di Rebibbia e vi e' rientrata ieri pomeriggio, dopo aver trascorso le tre
giornate nell' abitazione della madre e dei fratelli. "Il ministro della
giustizia Flick - aggiunge Bolognesi - che pure ando' a trovare la Mambro,
non e' mai andato invece a salutare i familiari delle vittime, almeno in
segno di rispetto. A 17 anni dalla bomba in stazione, le vittime sono diventati
i terroristi. Ancora una volta i valori sono stati ribaltati". Bolognesi
rifiuta il concetto di "detenuti modello" per Francesca Mambro e Valerio
Fioravanti (che si dichiarano estranei alla strage del 2 agosto); sulle
ipotesi di revisione del processo, afferma che "quel poco di verita' che
e' uscita da' noia, perche' colpisce poteri che sono ancora in giro. C'e'
gente che manovra perche' questa partita si chiuda".
4 luglio - Gli indizi a carico di Sergio Picciafuoco,
uno degli imputati per la strage di Bologna, "non sono univoci e non consentono
di raggiungere una prova concreta della sua responsabilita' ", nell' attentato.
Con queste motivazioni la I sezione penale della Cassazione ha rigettato
i ricorsi presentati dal Pg, dal ministero dell' Interno e dalla presidenza
del consiglio dei ministri, e discussi il 15 aprile scorso, contro la sentenza
di assoluzione della corte di Assise di Appello di Firenze nei confronti
Sergio Picciafuoco, confermandone cosi' l' assoluzione. Nelle motivazioni
la Cassazione ripercorre tutta la vicenda e analizza, ancora una volta,
gli indizi a carico di Picciafuoco:la sua presenza alla stazione di Bologna
il giorno della strage, il suo nome annotato in un elenco di detenuti di
estrema destra, redatto dal terrorista dei Nar Cavallini, i collegamenti
con la destra che avrebbe avuto attraverso "Radio Mantakas" e i documenti
falsi che aveva. Tutte prove "carenti", per la Cassazione, visto che per
una persona coinvolta nella strage sarebbe stato piu' ovvio fuggire, piuttosto
che farsi medicare in ospedale, (le sue ferite erano piuttosto lievi) e
che fornendo le generalita' delle quali si era fino ad allora servito,
fu lui stesso a lasciare "una traccia indelebile" della sua presenza in
stazione, visto che proprio dai documenti parti' l' indagine. "L' annotazione
di Cavallini - spiega la Suprema Corte richiamandosi ad una precedente
sentenza delle Sezioni Unite - era compresa tra numerosi altri nominativi
e nessuno di essi, ad eccezione di Picciafuoco, e' stato accusato di aver
preso parte alla strage". Se inoltre Picciafuoco aveva partecipato all'
attentato alla Stazione "la sua notorieta' nell' ambito di quel gruppo
terroristico non poteva essere bisognosa, per essere ricordata, di alcuna
formale registrazione". Secondo la Cassazione "non e' possibile affermare
che l' imputato abbia aderito alle tesi della destra eversiva". La Cassazione
ha quindi rigettato i ricorsi, confermando l' assoluzione. Picciafuoco,
che aveva precedenti penali per piccoli reati non politici ed ha sempre
sostenuto di essersi trovato per caso quella mattina in stazione, venne
condannato in primo grado e assolto in appello prima di una sentenza delle
Sezioni Unite della Cassazione che annullo' completamente il giudizio precedente.
Nel nuovo giudizio di appello venne condannato, poi la Cassazione, sempre
a Sezioni Unite, confermo' le altre condanne, ma rinvio' proprio Piacciafuco
ad un nuovo giudizio a Firenze, dove fu ancora assolto.
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1998
10 aprile - "Era da almeno sette anni che Francesca
era nei termini per potere accedere ai benefici previsti dall' art. 21
della Legge Gozzini, ma era l' unica che ancora rimaneva in carcere". Lo
ha detto oggi all' Ansa Italo Mambro, il fratello della ex terrorista dei
Nar condannata all' ergastolo, che da lunedi' scorso esce dal carcere,
dove rientra la sera, per andare a lavorare nell' associazione "Nessuno
tocchi Caino", che si batte contro la pena di morte. Italo Mambro ha aggiunto
che la sorella, che oggi ha 40 anni, e' una donna diversa da quella entrata
nel carcere a 20 e ha tanta voglia di lavorare e di riscattarsi."Non e'
stata ne' irriducibile, ne' dissociata - ha concluso - ma ha semplicemente
capito di aver sbagliato e, davanti ai tribunali e in varie interviste,
ha ammesso tutti i propri errori". Sergio D' Elia, presidente di "Nessuno
tocchi Caino" e "datore di lavoro" della Mambro, ha detto che il permesso
per Francesca era stato richiesto da oltre un anno e la sua attivita' nell'
associaizone "prosegue un suo impegno cominciato gia' in carcere, che,
tra l' altro, ha una componente simbolica collegata alla sua condizione:
come ergastolana, e' sottoposta a una condanna a morte 'distillata'". D'
Elia ha detto di aver conosciuto Francesca Mambro, il fratello Italo e
Valerio Fioravanti nel '94, all' atto della costituzione del comitato "E
se fossero innocenti?" alla vigilia della sentenza definitiva della Cassazione,
che li ha poi condannati per la strage di Bologna. "Prima non l' avevo
mai incontrata, ma, come molte altre persone di sinistra - ha proseguito
D' Elia - mi ero convinto della sua innocenza e di quella di Valerio e
che le accuse nei loro confronti, per la strage di Bologna, fossero state
costruite su due persone che rappresentavano l' anello debole di una catena
e per questo erano state prese come capri espiatori". Poi D' Elia ha cominciato
ad incontrare in carcere Francesca che si e' interessata alla campagna
per l' abolizione della pena di morte, il cui prossimo obiettivo e' cercare
di salvare un uomo condannato alla pena capitale in Texas, per un reato
commesso quand' era minorenne, che deve essere giustiziato il 22 aprile.
Oggi Francesca Mambro e' al lavoro nella sede dell' associazione, ma non
puo' rilasciare alcuna dichiarazione. Per la Pasqua - secondo quanto ha
reso noto il fratello - non ha chiesto alcun permesso e restera' in carcere
dove, tra l' altro, recentemente si e' distinta in campo sportivo vincendo
la maratona tra le detenute.
1 settembre - E' morto oggi Franco Quadrini, sostituto
Pg della Procura generale di Bologna che aveva sostenuto l' accusa in processi
come i due di appello per la strage alla stazione di Bologna e quello -
sempre di appello - per il jet militare caduto sull' Itc Salvemini di Casalecchio
di Reno. Quadrini, che era nato a Chieti e aveva 57 anni, lascia la moglie
Alba Maria e due figli, Luisa e Paolo. Malato da circa un anno, dopo aver
subito un intervento chirurgico aveva lavorato sino ai primi di agosto.
In magistratura era entrato nel '65: la nomina come uditore giudiziario
il 15 novembre e come primo incarico il Tribunale di Bologna. Nell' Agosto
'66 venne nominato vicepretore alle Pretura di Bologna, poi il 14 ottobre
'68 il trasferimento a Chieti come sostituto Procuratore. Il ritorno nel
capoluogo emiliano il 14 giugno '84 come sostituto Procuratore Generale,
incarico che ha ricoperto fino alla morte. Nel periodo alla procura generale
si e' seduto sul banco dell' accusa per i due appelli per la strage del
2 agosto '80 (85 morti e 200 feriti): dopo l' assoluzione degli imputati
nel primo e l' annullamento con rinvio della sentenza da parte della Cassazione,
Quadrini ottenne la condanna di Mambro e Fioravanti nel secondo appello.
Nel processo per il Salvemini (12 studenti e uccisi e una novatina di feriti)
si batte' per la conferma della condanna dei tre ufficiali dell' aeronautica,
che pero' vennero assolti.
7 ottobre - Dopo diciassette anni di carcere Valerio
Fioravanti, l'ex terrorista nero, condannato tra l'altro all' ergastolo
per la strage alla stazione di Bologna ha lasciato ieri Rebibbia per un
permesso di 96 ore. "Erano due anni - spiega l'avvocato Ambra Giovene,
che ha difeso Mambro e Fioravanti nel processo per la strage - che Valerio
chiedeva al tribunale di sorveglianza di poter uscire in permesso". L'ex
terrorista dei Nar non ha mai goduto di nessun beneficio e per molti anni
non ha neppure fatto richiesta di permessi. "Quello accordatogli ieri -
spiega l'avvocato- e' un provvedimento molto rigoroso che gli impedisce
di incontrare e parlare con chiunque salvo i familiari e gli avvocati".
Ad attenderlo fuori dal carcere Fioravanti ha trovato Francesca Mambro,
in semiliberta' dall' aprile scorso. Intanto gli avvocati della coppia
lavorano alla revisione del processo per la strage della stazione di Bologna
per la quale i due ex terroristi si sono sempre dichiarati innocenti. "Abbiamo
cominciato a raccogliere elementi per la revisione fin dal giorno della
sentenza definitiva - aggiunge Ambra Giovene - qualcosa di piu' rispetto
a tre anni fa c'e', ma non siamo ancora pronti a presentare istanza di
revisione". Quattro giorni a casa, nell' intimita' della sua famiglia,
con sua moglie e suo padre, per gustare gli affetti piu' cari. Cosi' il
parroco di Rebibbia, don Sandro Spriano, immagina che stia trascorrendo
le prime delle 96 ore di permesso Valerio Fioravanti nella sua "breve vacanza
dal carcere". "E' un permesso premio di quattro giorni analogo allo stato
di arresti domiciliari - ha spiegato il sacerdote che ha incontrato il
detenuto prima che uscisse da Rebibbia - non puo' avere contatti con nessuno
che non siano familiari. Ha un espresso divieto di incontro con chiunque
e percio' stara' a casa con sua moglie e suo padre. Valerio e' un uomo
che ha un insieme di interessi e di desideri ma immagino che dialoghera'
molto con sua moglie. Prima che uscisse ci siamo augurati 'buona vacanza'
ma per la verita' sono stato io a fargli questo augurio perche' io continuo
a lavorare". Fioravanti, ha aggiunto il sacerdote, "e' un ragazzo che ha
fatto un gran ritorno a casa, un gran cammino spirituale rispetto alle
scelte del passato. Ha recuperato se stesso ed ora e' un uomo che non ripeterebbe
piu' cio' che ha commesso in passato". Chi di certo Valerio non incontrera'
e' suo fratello Cristiano. Assieme nei Nar, assieme in innumerevoli 'azioni',
tra le quali gli omicidi di due poliziotti e di due carabinieri, le loro
storie si sono divise subito dopo l'arresto di Cristiano, fratello minore,
nell'aprile del 1981, seguito subito dalla decisione di collaborare con
la giustizia. Come spiego' nell'aula di giustizia di Treviso, un anno dopo,
gia' chiuso, da solo, in una gabbia per 'pentiti', "volevo andarmene dal
gruppo. Non ce la facevo piu'. Era mio fratello il capo e l'ho seguito
perche' gli voglio bene. Parlo per evitare altri spargimenti di sangue
non per ottenere riduzioni di pena". Valerio, sprezzante, gli rispose:
"ci sono tante guardie, ora mio fratello e' uno di loro. La sua sorte e'
nelle mani di quelli che sono fuori". Oggi, a sedici anni di distanza,
Valerio, condannato all'ergastolo, esce per la prima volta dal carcere,
mentre Cristiano, dopo aver scontato buona parte dei 17 anni nel carcere
per 'pentiti' di Paliano, e' libero dal 1992. Libero, ma sempre inseguito
da quella minaccia, che a lui 'pensino' quelli che sono fuori. Vive quindi,
di nuovo, come ai tempi dei Nar, in clandestinita', lontano da Roma e dalla
sua famiglia.
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1999
13 luglio - Per Giuseppe Valerio Fioravanti, fuori
dal carcere, il ministero di Grazia e Giustizia aveva chiesto l'obbligo
di scorta, ma il tribunale di sorveglianza ha stabilito solo i controlli
previsti dalla legge. "Quando il tribunale di sorveglianza - spiega l'avvocato
Ambra Giovane che ha difeso Fioravanti e Mambro nel processo per la strage
di Bologna - ha concesso a Valerio 'l'art.21', cioe' il lavoro esterno,
il ministero di Grazia e Giustizia ha recepito il dispositivo aggiungendo
pero' l'obbligo di scorta costante". "Abbiamo fatto ricorso contro questa
decisione, peraltro irrealizzabile: sarebbero serviti troppi uomini per
coprire i turni del periodo di permanenza fuori dal carcere che e' di molte
ore". "Cosi' - spiega l'avvocato Giovene - si e' deciso che Fioravanti
venisse sottoposto ai controlli saltuari previsti per tutti i detenuti
in 'art 21'. Probabilmente per lui questi controlli saranno un po' piu'
frequenti e puntigliosi". L'articolo 21 dell'ordinamento penitenziario
stabilisce, infatti, che "i detenuti e gli internati assegnati al lavoro
esterno sono avviati a prestare la loro opera senza scorta, salvo che essa
sia ritenuta necessaria per motivi di sicurezza". Curera' il sito internet
di 'Nessuno tocchi Caino', l'associazione che si batte contro la pena di
morte, Valerio Fioravanti, da ieri fuori dal carcere in semiliberta' dopo
18 anni di reclusione. Ad accoglierlo per sei giorni alla settimana, durante
il giorno, sara' lo stesso ufficio del partito radicale dove lavora sua
moglie, Francesca Mambro. La collaborazione con 'Nessuno tocchi Caino'
e' cominciata per l'ex terrorista dei Nar','Giusva' in tempi recenti, racconta
il presidente dell' associazione Sergio D'Elia, in occasione della presentazione
del rapporto '99 sulla pena di morte nel mondo di cui Fioravanti ha curato
la traduzione dall' inglese. Ora, invece, lavorera' al sito internet che
fotografa in tempo reale i dati delle esecuzioni nel mondo e l'evoluzione
del dibattito internazionale su quest'argomento. Per D'Elia, la collaborazione
con Fioravanti e Mambro, pur se costellata dai continui controlli di polizia
e degli agenti di custodia, e' una sorta di "investimento produttivo".
"Sono gli unici due - dice il presidente - in un gruppo di volontari, che
'timbrano il cartellino' e garantiscono l' apertura della sede in un orario
continuato". E' stata la Mambro, che si occupa della redazione della rivista
di 'Nessuno tocchi Caino', circa 2 anni fa a contattare l'associazione,
poi e' nata l' offerta del lavoro esterno al carcere estesa anche per i
legami familiari, a Fioravanti. Per i due ex terroristi 'neri', condannati
tra l'altro all'ergastolo per la strage alla stazione di Bologna per la
quale si sono sempre proclamati innocenti, la sede dell' associazione sostituira'
il "carcere"tutti i giorni, meno la domenica, dalle 9 alle 19: possono
allontanarsi solo per il pranzo, dalle 13 alle 15, in un bar della zona,
che devono indicare. Per "Nessuno Tocchi Caino" la collaborazione di Mambro
e Fioravanti e' anche legata alla convinzione di fondo che la persona che
sta scontando una pena, dopo molti anni, e' diversa da quella che ha commesso
il reato. "Una giustizia che non voglia cedere al principio della vendetta
- ha commentato Sergio D'Elia - deve sapere cogliere questa differenza,
che e' alla base del nostro impegno contro la pena di morte e anche contro
l'ergastolo. I familiari delle vittime della strage di Bologna devono pero'
sapere che i responsabili non sono ne' in galera, ne' nella sede della
nostra associazione, ma sono liberi, perche' nonostante il marchio d' infamia
della condanna per quella strage, Giusva e Francesca non devono rispondere
di quella accusa".
25 ottobre - Quattro anni e mezzo dopo la prima
udienza, con cui il Tribunale dichiaro' la propria incompetenza territoriale,
si e' riaperto a Bologna il processo sui depistaggi e i controdepistaggi
delle indagini sulla strage alla stazione del 2 agosto 1980. L' accusa
riguarda Massimo Carminati (l' ex capo della banda della Magliana e amico
di Valerio Fioravanti, che assieme alla moglie Francesca Mambro fu condannato
all' ergastolo per quella strage), il delinquente comune con simpatie di
destra Ivano Bongiovanni, l' ex direttore del centro Sismi di Firenze Federigo
Mannucci Benincasa e il maggiore del Sios dell' Aeronautica Umberto Nobili.
Contro di loro hanno cercato di costituirsi parte civile, in quanto vittime
del reato di calunnia da parte di Mannucci e Nobili, l' ex maestro venerabile
della P2 Licio Gelli e l' estremista di destra Marco Affatigato. La corte
dopo una camera di consiglio ha respinto entrambi le richieste (avanzate
tramite avvocati) con diverse motivazioni. Gelli, gia' condannato per calunnia
nel primo processo per la strage, in questo e' considerato vittima dei
depistaggi. Secondo l' accusa Mannucci, col concorso di Nobili, avrebbe
preparato false accuse indicando il Venerabile come responsabile di stragi
e di decine di omicidi. La costituzione e' stata pero' considerata tardiva:
Gelli, anziche' oggi, avrebbe dovuto costituirsi alla prima
udienza, nel maggio '95. Per quanto riguarda
Affatigato, il cui nome quasi dimenticato torno' di attualita' dopo che
una falsa informativa del Sismi sostenne che era morto nel Dc9 abbattuto
a Ustica il 26 giugno '80 (apprese la notizia dai giornali nel suo rifugio
a Nizza), il Tribunale ha ritenuto che non sia stato danneggiato dalle
condotte contestate ai due ufficiali dei servizi. Peraltro ha gia' ottenuto
in passato un risarcimento in altro procedimento. Il processo e' tornato
a Bologna dopo che la Cassazione ha risolto il conflitto di competenza
sollevato dal tribunale di Roma rimandandolo nel capoluogo emiliano, dove
Gelli fu condannato assieme a Francesco Pazienza e agli ufficiali del Sismi
Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte per il depistaggio delle indagini sulla
strage per l' episodio della valigetta piena di armi e di esplosivo fatta
trovare a Bologna sul rapido Taranto-Milano il 13 gennaio '81. Dentro c'
era materiale vario, tra cui un mitra Mab: quel materiale fu deposto da
Massimo Carminati, associato nella banda armata di Mambro, Fioravanti e
Gilberto Cavallini, e dunque lega il capo della Banda della Magliana al
depistaggio ordito dal Supersismi di Gelli e Pazienza. A quei depistaggi
ne seguirono altri contro lo stesso Gelli, diventato secondo l' accusa
inviso a settori della massoneria deviata e dei servizi infedeli. Lo stesso
venerabile, incluso come teste nel processo, potrebbe essere chiamato a
deporre.
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2000
30 gennaio - Luigi Ciavardini e' stato assolto
dal Tribunale dei Minori di Bologna dall' accusa di aver partecipato alla
strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, ma condannato a tre
anni per banda armata. La sentenza e' stata letta nel tardo pomeriggio
dopo cinque giorni di camera di consiglio. Ciavardini, ex esponente dei
Nar, amico di Francesca Mambro e Cristiano Fioravanti, oggi e' sposato
e ha due figli: ai tempi della strage non aveva ancora compiuto i 18 anni.
Attualmente sta finendo di scontare con un affidamento in prova una condanna
a 18 anni per l' omicidio Amato e altri reati. Ciavardini (che non era
presente alla lettura della sentenza) ricevette la prima comunicazione
giudiziaria per la strage nell' 86, poi il Pm chiese l' archiviazione,
ma venne ugualmente portato a giudizio: dopo 14 anni di iter giudiziario
e dopo 20 anni dalla strage e' arrivata l' assoluzione. Resta la condanna
per banda armata. "E' un' accusa che cadra' in appello - ha sottolineato
l' avv.Alessandro Pellegrini, del collegio di difesa insieme a Gian Franco
Bordoni e a Gianni Correggiari - anche perche' nella prospettazione dell'
accusa la banda armata era finalizzata alla strage".
3 marzo - Ha parlato agli inquirenti bolognesi
anche della strage alla stazione del 2 agosto '80, Paolo Bellini, 47 anni,
l' ex militante di estrema destra che avrebbe avuto contatti anche con
i servizi segreti finito poi in carcere poco meno di un anno fa per una
serie di delitti avennuti nel reggiano (omicidi e anche un attentato in
bar) riconducibili a una guerra tra cosche per il controllo del territorio.
Bellini - che dopo l' arresto si e' anche accusato dell' assassinio di
Alceste Campanile, militante di estrema sinistra ucciso nel giugno '75,
e dell' omicidio del mobiliere fiorentino Giuseppe Fabbri dell' 88 - e'
stato sentito, nei mesi scorsi, per ore ed ore dal Procuratore capo di
Bologna Ennio Fortuna e dal Pm Paolo Giovagnoli che insieme all' aggiunto
Luigi Persico si occupano dei fatti di terrorismo. "Bellini - ha spiegato
un inquirente - ha detto qualcosa di nuovo ma non particolarmente significativo.
Non ci sono nuovi filoni o nuovi autori. Le sue dichiarazioni confermano
le piste della Procura di Bologna. Il colore e' sempre quello, almeno sembra".
Le dichiarazioni di Bellini sono state messe nel fascicolo, sempre aperto,
sulla strage alla stazione di Bologna. "E' stato accertato molto sulla
strage del 2 agosto - ha detto Fortuna - ma c' e' ancora tanto da accertare,
per questo c' e' ancora un fascicolo aperto; prima e dopo Bellini sono
state sentite e verranno sentite altre persone". Il nome di Bellini, negli
anni '70 detto anche la "Primula nera", era finito nella prima inchiesta
sulla strage del 2 agosto, venendo pero' prosciolto in istruttoria. In
quel periodo girava sotto il falso nome di Roberto Da Silva, brasiliano.
Bellini prima di parlare della strage aveva fatto dichiarazioni alla pm
Maria Vittoria De Simone della Dda di Bologna anche sulla bomba dei Georgofili
a Firenze e su omicidi della ndrangheta in Calabria.
7 marzo - Francesca Mambro e Giusva Fioravanti,
se dovessero emergere elementi su cui fondare l' istanza, chiederanno la
revisione del processo per la strage di Bologna. Lo ha annunciato, in una
intervista al Tg1, Francesca Mambro che, condannata all' ergastolo, cosi'
come il marito, da due anni ha ottenuto il beneficio della semiliberta'
che le consente di lavorare nell' associazione "Nessuno tocchi Caino".
Sui 18 anni trascorsi in stato di detenzione ha scritto un libro, "Il bacio
sul muro ed altre storie". "E' importante non dimenticare", ha detto Francesca
Mambro, che si e' detta "fortunata" per quelle amicizie che l' hanno aiutata
a "non soccombere". E' importante non dimenticare, ha aggiunto, affinche'
quello che e' successo non accada piu'. Mambro ha poi aggiunto che il perdono
delle vittime "non va cercato" perche' non lo si puo' "imporre". "Io sono
stata perdonata - ha concluso - e gliene sono grata".
9 giugno - Condanna a nove anni di reclusione
per Massimo Carminati, ex capo della banda della Magliana, a 4 anni e mezzo
ciascuno per Federigo Mannucci Benincasa, ex direttore del centro Sismi
di Firenze, e per Ivano Bongiovanni, delinquente comune con simpatie di
destra. Assoluzione per il maggiore del Sios dell' aeronautica Umberto
Nobili. E' la sentenza del processo per i depistaggi e i controdepistaggi
della indagini sulla strage alla stazione del due agosto '80 (85 morti
e 200 feriti) letta questa sera dal presidente della Corte di Assise di
Bologna Maurizio Millo, dopo 5 giorni di camera di consiglio. Mannucci
Benincasa e Carminati sono stati condannati anche al risarcimento dei danni
alle parti civili da liquidarsi in separata sede. I due dovranno anche
rifondere in solido le spese di costituzione difesa delle parti civili
fissate in 125.000.000. In aula al momento della lettura della sentenza
c' erano Mannucci Benincasa e Nobili. Il primo ha lasciato il Palazzo di
Giustizia di Bologna senza fare commenti: "E' troppo presto per parlare",
ha detto. Nobili, invece, e' scoppiato in un pianto liberatorio ed ha abbracciato
i suoi avvocati difensori. "E' stato un atto di autentica giustizia - ha
detto ai giornalisti - Questa' e' un' assoluzione piena (la formula usata
dalla Corte d' Assise e' 'il fatto non costituisce reato') che rende giustizia
ad una sofferenza durata 20 anni". "Sono stato colpevole - ha aggiunto
Nobili - di aver fatto il mio dovere: io non ho mai sporcato la mia uniforme,
altri pero' - e purtroppo del mio ambiente - hanno gettato fango sulla
mia divisa. Comunque sapere che ci sono giudici come questi e' un fatto
che conforta: vuol dire che la magistratura e' sana. Mi spiace per la condanna
di Mannucci Benincasa: lui e' un galantuomo come me". Il Pm Paolo Giovagnoli
nella sua requisitoria aveva chiesto 12 anni per Carminati, 8 per Mannucci
Benincasa, quattro per Nobili e due per Bongiovanni. Il processo, prima
di ricominciare nell' ottobre scorso e durare 32 udienze, aveva avuto un
iter travagliato: si era aperto a Bologna, poi era stato trasferito a Roma,
quindi era tornato a Bologna dopo che lo aveva deciso la Cassazione. Alla
prima udienza Licio Gelli, ex maestro venerabile della loggia P2, condannato
per calunnia nel primo processo per la strage, aveva tentato di costituirsi
parte civile come vittima del reato di calunnia al centro del processo.
Gelli infatti e' stato considerato vittima a sua volta di depistaggi, in
quanto diventato - secondo la costruzione dell' accusa - inviso a settori
della massoneria deviata e dei servizi segreti infedeli.
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