Almanacco dei misteri d' Italia
|
le notizie del 2002 |
23 febbraio 2002 - CASTELLI SU PALAVOBIS E RISCHIO VIOLENZA
ANSA:
Dopo il '68, ai discorsi di cattivi maestri seguirono gli anni di piombo: e' quanto ricorda, in una dichiarazione, il Ministro della Giustizia Roberto Castelli. "Al termine del convegno tenutosi oggi a Milano - ha detto Castelli - ho dichiarato che la manifestazione al Palavobis era una libera manifestazione democratica. Lo confermo. Ma avendo ascoltato in diretta radiofonica alcuni interventi, non posso non dichiararmi preoccupato: ho sentito, infatti, inviti a resistere con ogni mezzo a quello che e' stato definito 'un regime'. Un oratore, che tra l' altro ha paragonato il ministro Scajola a Bava Beccaris, ha detto che contro i briganti bisogna comportarsi ancora piu' da briganti. Questi discorsi li ho gia' sentiti fare da molti cattivi maestri dopo il '68. Poi sono venuti gli anni di piombo". Il Guardasigilli Roberto Castelli, a sorpresa, ha citato Toni Negri durante il suo intervento al convegno milanese sulla giustizia promosso dalla Lega Nord (al quale era atteso anche Umberto Bossi, che invece non e' arrivato). Parlando del pericolo che "nel silenzio dei palazzi di Bruxelles" si stia tratteggiando "un' Europa con tratti profondamente illiberali" (in riferimento alla Convenzione e alla Commissione europee) e del rischio che emerga "un ordine superiore sovrannazionale, Castelli ha detto: "c'e' un signore che non mi piace molto, anzi, che ritengo un cattivo maestro, Toni Negri, il quale ha scritto un libro che si chiama 'Impero'. Anche lui e' arrivato alle stesse conclusioni".24 febbraio 2002 - ANCORA CASTELLI SU PALAVOBIS E RISCHIO VIOLENZA
ANSA:
"Credo che non si ripetera' la storia degli anni di piombo, ma sono certo che andremo incontro a qualche episodio di violenza". Lo ha detto il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, commentando la manifestazione di ieri al Palavobis di Milano, all' Assemblea federale dei giovani padani che si e' svolta oggi a Brescia. "La cultura della Sinistra - ha detto Castelli - e' quella del casino e della violenza. Io sono vecchio e mi ricordo gli anni del '68. Vedo oggi alcune similitudini con quel periodo. Allora gridavano slogan e dicevano che lo stato borghese era fascista e che sarebbe stato spazzato via. Qualcuno e' passato dalle parole alla violenza di piazza". Castelli ha quindi aggiunto: "Vedo alcune analogie di quegli slogan con quelli del Palavobis di ieri. Mi hanno detto che gridavano che questo e' un Governo di regime e che non e' legittimato a governare. Credo che non si ripetera' la storia degli anni di piombo ma vi chiedo di vigilare perche' certamente andremo incontro a episodi di violenza. Troppe le sedi che ci hanno gia' bruciato, troppi gli attentati che abbiamo subito".26 febbraio 2002 - ORDIGNO ESPLODE VICINO AL MINISTERO DELL' INTERNO
"Il Nuovo"
Bomba al Viminale: pista italiana e matrice politica
Un ordigno di notevole potenza con un innesco artigianale esplode contro un muro del ministero. Una coppia di turisti ha ripreso la scena. Scajola allerta le questure, riferirà in Parlamento.
ROMA - Un attentato esplosivo a due passi dal Viminale ha seminato il panico a Roma. Cinque cassonetti, auto, motorini e vetrine sono stati divelti da un'esplosione avvenuta intorno alle 4,03 in via Palermo, vicino all'incrocio con via Venezia, una strada che costeggia il ministero degli Interni (a poca distanza c'è anche la nuova sede dei Ds). Lo scoppio ha danneggiato cinque auto parcheggiate, fatto saltare in aria due motorini (l'ordigno sarebbe stato collocato nel bauletto di uno dei due) e mandato in frantumi le vetrine di alcuni negozi.
Mentre si attende ancora una rivendicazione, le indagini, che puntano su una pista italiana, si concentrano sull'ordigno. Sembra che si tratti di una bomba artigianale con un innesco molto rudimentale (non ci sono tracce di timer, cellulari o congegni radio studiati per farla esplodere da distanza). Circa due chili di polvere in tutto, il cui effetto è stato amplificato dalla forma stretta della strada. Gli inquirenti hanno in mano anche alcune testimonianze e un video, girato da una coppia di turisti che hanno sentito il boato dell'esplosione e hanno ripreso l'intera scena dalla finestra dell'albergo.
I testimoni. Un ragazzo olandese, ospite di una pensione in via Venezia, ha raccontato agli agenti della Digos di essersi affacciato subito dopo l'esplosione e di aver visto tre giovani fra i 20 e i 25 anni, di pelle chiara che si allontavano dal punto dello scoppio correndo. All'apparenza erano italiani, ha detto il testimone. Anche A.G., un critico letterario che abita in via Palermo parla di tre persone: "Mi sono affacciato subito dopo l'esplosione, c'era un sacco di fumo, non si distingueva quasi niente. Io ho visto tre persone che camminavano, ma non correvano, in direzione di via Milano. Procedevano sparpagliati, senza correre, ma non posso dire con esattezza che fossero dei giovani. Uno era calvo".
I primi rilievi. L'onda d'urto ha mandato in frantumi i vetri dell'edificio di fronte al luogo dell'esplosione, sia vetrine di negozi sia finestre di abitazioni private. "Vista l'ora scelta - ha detto a caldo il prefetto Emilio Del Mese, accorso sul posto assieme agli esperti antiterrorismo, al colonnello Gianfranco Cavallo, comandante del reparto operativo dei carabinieri di Roma e al questore Giovanni Finazzo - le modalità sembrerebbero quelle di un atto che volesse essere soltanto un segnale o qualcosa del genere".
La procura di Roma ha subito aperto un'inchiesta. "Porto e detenzione di materiale esplodente" sono i reati configurati dal procuratore aggiunto Italo Ormanni e Federico De Siervo, titolari del procedimento. Al vaglio ci sono anche i filmati delle telecamere collocate nel perimetro del ministero per cercare elementi utili all'identificazione degli attentatori che si sono mossi con una certa disinvoltura e un certo qual coraggio. L'ordigno è stato posizionato infatti proprio sotto l'obiettivo delle telecamere che sorvegliano l'area che Giolitti volle venisse costruita come una fortezza e che della fortezza ha anche tutto l'aspetto, con muri di cinta alti e robusti. L'occhio delle telecamere non avrebbe inquadrato però il punto esatto in cui era posizionato il motorino con l'esplosivo. Gli agenti del corpo di guardia dell'ispettorato Viminale hanno detto agli investigatori di aver notato due motorini, ognuno dei quali guidato da un giovane, girare più volte intorno alla sede del ministero poco prima dello scoppio.
Scajola. "E' un atto gravissimo compiuto contro il luogo simbolo della sicurezza dello Stato e dei cittadini": sono le parole usate dal ministro dell'Interno Claudio Scajola appena giunto in via Palermo sul luogo dell'esplosione. Insieme a lui è arrivato anche il sindaco di Roma Walter Veltroni che ha rilanciato l'allarme: "Si è passati dalle parole ai fatti". Scajola, dopo essere stato ricevuto dal presidente Ciampi, ha annunciato di aver convocato per mercoledì alle 11 il Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica, con i vertici delle forze dell'ordine e dell'antiterrorismo. Nella stessa giornata, nel pomeriggio, il ministro riferirà poi in Parlamento sull'attentato, prima alla Camera, alle 15, poi al Senato, alle 16. Il Viminale ha invitato anche tutte le questure e le prefetture a uno stato di massima allerta.26 febbraio 2002 - "Il Nuovo"
"Una bomba per alimentare la tensione nel Paese"
Assenza di rivendicazione e tipologia dell'ordigno spingono a escludere per ora l'ipotesi del "partito armato". Si considera l'area anarco-insurrezionalista, ma soprattutto quella dei provocatori "di professione".
di Gianni Cipriani
ROMA - Nessuno ha ancora un'idea attendibile su chi sia stato. Ma, con il passar delle ore, gli obiettivi diventano sempre più chiari: chi ha messo la bomba in via Palermo, a ridosso del Viminale, aveva tutto l'interesse ad alimentare un clima di tensione foriero di nuove divisioni e scontri; ad innalzare il livello dei sospetti reciproci e ad avvelenare i quaranta giorni che separano il paese dallo sciopero generale previsto per il prossimo 5 aprile.
Insomma, secondo gli esperti dell'antiterrorismo, l'ordigno fatto esplodere alle 4 e mezza di notte è opera di un gruppo che cercava la provocazione. Del resto, i primi rilievi hanno consentito di acertare che si trattava di un ordigno di media potenza piuttosto artigianale, costruito da chi aveva interesse non già a provocare una strage, ma a realizzare - come si dice - il "botto", seminare panico, dimostrare che anche il cuore di Roma, ossia la via circostante al ministero dell'Interno è vulnerabile e che, un domani, si potrebbe fare peggio, come le autobombe del 1993 hanno già dimostrato.
Con il passar delle ore, in assenza di una rivendicazione credibile, sta venendo meno la pista che, inizialmente, aveva fatto pensare ai Nipr, il Nucleo di iniziativa rivoluzionaria proletaria, mentre alcune indiscrezioni ufficiose hanno fatto balenare la pista anarchica. Anche se, va aggiunto, negli ultimi anni tutti gli ordigni "sicuramente" attribuiti agli anarchici, sono poi rimasti senza un responsabile, con la sola eccezione di una bomba fatta esplodere a Milano.
Come dire: sospetti tanti, ma prove concrete quasi mai. E trattandosi di un ambiente tutt'altro che impenetrabile e dal quale filtrano indiscrezioni, al contrario delle Br-Pcc, gli stessi inquirenti sono scettici sulla pista anarchica, sempre tirata in ballo quando accade qualcosa di poco comprensibile.
Invece gli investigatori avevano immediatamente detto, fin dalle prime ore della mattina, che l'azione era opera dei Nipr ovvero di qualcuno che voleva somigliargli molto. Infatti la bomba al Viminale avrebbe potuto essere opera degli epigoni del "partito armato", interessati ad alzare il livello dello scontro dopo le contestate dichiarazioni di Scajola sull'ordine di sparare a Genova e, soprattutto, in vista dello sciopero generale del 5 aprile. L'alternativa era quella di un'opera di provocazione realizzata da chi ha interesse a delegittimare l'opposizione che sta crescendo nel paese.
In ogni caso, la bomba del Viminale è l'ennesimo episodio tanto oscuro quanto grave, con il quale, probabilmente, si vogliono colpire più obiettivi contemporaneamente. Non, per essere più espliciti, "solo" il governo o "solo" movimento "no-global" o il sindacato. Piuttosto l'ordigno di via Palermo sembra essere stato pensato da qualcuno che vuole pesantemente condizionare le prossime mosse di tutti e tre i soggetti. Da chi ha interesse a far prevalere lo scontro a tutto tondo e ad infiammare gli animi. Per questo, secondo gli esperti dell'antiterrorismo, sono da evitare interpretazioni strumentali di questo episodio, che merita piuttosto di essere letto in filigrana.
Per tutta la mattinata i maggiori indiziati sono stati i Nipr, che già lo scorso 5 aprile sono entrati in azione mettendo un ordigno alla sede dello Iai (Istituto affari internazionali) di via Brunetti a Roma, dimostrando una accresciuta capacità militare. Si trattava dell'unico gruppo conosciuto che avrebbe potruto avere la possibilità tecnica di realizzare un attentato simile. Non mancavano le analogie, anche operative: sia quello del Viminale che quello di via Brunetti erano ordigni molto potenti; i due attentati erano stati realizzati in pieno centro; entrambi gli ordigni erano esplosi intorno alle quattro e mezza del mattino e, ancora, si era trattato di due esplosioni dimostrative, dal momento che l'interesse dei terroristi non era, fortunatamente, quello di provocare vittime, ma solo grossi danni.
Però, in via Palermo, è stato usato un ordigno con miccia corta. In via Brunetti fu utilizzato un telecomando a distanza. Una differenza tecnica che, con il passar delle ore, ha messo in dubbio la responsabilità del gruppo eversivo. Gli artificieri hanno notato che tra i due ordigni c'è una notevole differenza e quello di questa notte è assai più artigianale. Inoltre i Nipr, come insegna la loro breve ma intensa storia, hanno sempre rispettato una precisa liturgia: attentato nella notte, poi nella giornata telefonata ad un quotidiano e il ritrovamento di una lunga e articolata (spesso non banale) risoluzione. Nei giorni successivi, poi, decine di copie del testo sono sempre state inviate alle fabbriche e alle rappresentanze sindacali, nel disperato ed inutile tentativo di stabilire un "contatto" con la classe operaia e il mondo del lavoro.
Ma dopo l'attentato c'è stato solo silenzio. E proprio la mancata rivendicazione - o meglio, rivendicazione attendibile - ha fatto prevalere l'ipotesi dell'attentato anomalo, opera non già di un gruppo "storico" e organizzato, ma di qualcuno che aveva come principale ed unico interesse quello di seminare terrore, lasciare dubbi e interrogativi, alimentare un clima di tensione.
Chiunque sia stato, però, sostengono sempre gli inquirenti, non è uno sprovveduto: non si rischia un'azione a ridosso del Viminale, in una zona piena di telecamere, per una semplice goliardata. E poi il tempismo è sembrato eccezionale. Gli autori hanno scelto un momento particolarmente caldo dello scontro politico, dopo le parole di Scajola, la manifestazione del Palavobis, le contestate dichiarazioni del ministro Castelli sull'inevitabilità di nuove violenze.
Non solo: nelle settimane scorse, dopo un lungo periodo di silenzio, i Nipr si erano rifatti vivi lanciando le loro minacce contro il sindacato e annunciando, seppure tra le righe del comunicato, la ripresa di un'attività di lotta armata indicando tra gli obiettivi "le strutture burocratiche ed simboliche dello Stato" e "i noti traditori del proletariato". La bomba al Viminale avrebbe potuto sembrare un atto conseguente.
Tra l'altro i Nipr, parlando per conto dell'intero "partito armato", avevano annunciato chiaramente la loro intenzione di inserirsi a pieno titolo nello scontro sociale e politico in atto, fino ad indirizzarne le scelte.
Ora questo nuovo e oscuro episodio dimostra che il confine tra rivoluzione e provocazione sembra essere davvero labile, se non indefinito. Anche una eventuale rivendicazione di un gruppo filo-Brigate Rosse, filo-anarchico o della galassia neofascista non chiarirebbe nulla. L'unica cosa certa è che, da sinistra o da destra, c'è chi cerca lo scontro, chi vuole alimentare tensioni e paure. Come se si auspicasse un 11 settembre italiano.27 febbraio 2002 - BOMBA AL VIMINALE: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
Bomba nella notte al Viminale: "Atto dimostrativo"
Roma, ordigno su un motorino: danni ad auto ed edifici. Le telecamere del ministero non avrebbero registrato nulla
ROMA - L'orologio del negozio di ferramenta all'angolo si è fermato sulle 4.03. L'ora del botto. Via Palermo, ieri mattina: una strada stretta, a senso unico, che costeggia il Viminale. Due chili e mezzo di polvere pirica esplodono all'improvviso, trasformando la viuzza in un inferno. Saltano i vetri alle finestre dei palazzi, cinque auto rimangono danneggiate. Non ci sono vittime per fortuna. "Attentato dimostrativo", dirà il ministro Claudio Scajola, ma Roma si risveglia di nuovo con l'incubo terrorismo, come nell'aprile dell'anno scorso quando il tritolo esplose in via Brunetti, nella sede dell'Istituto affari internazionali. Il bersaglio, anche stavolta, è chiaro: colpito il ministero dell'Interno. Ma la matrice islamica non c'entra, dicono gli inquirenti. La rivendicazione ancora non è arrivata. La Procura, intanto, ha già aperto un'inchiesta per porto e detenzione di materiale esplodente.
LA BOMBA - Il pacco-bomba era avvolto negli stracci, adagiato sulla sella di un vecchio motorino Garelli abbandonato da più di un anno all'angolo tra via Palermo e via Venezia, accanto a cassonetti dell'immondizia e altri ciclomotori parcheggiati. Il fagotto era stato notato l'altro giorno da una cameriera romena, che ieri è stata sentita dagli inquirenti. Miccia a lenta combustione, ordigno rudimentale, niente timer, niente comandi a distanza come per via Brunetti. Gli attentatori hanno avuto il tempo di dileguarsi, anche se un ragazzo olandese, alloggiato all'albergo Picasso, che si affaccia sulla stradina, giura di aver visto tre persone di carnagione chiara allontanarsi a piedi subito dopo l'esplosione. Secondo un altro testimone, uno dei tre era senza capelli.
LE TELECAMERE - La zona è piena di telecamere, gli investigatori hanno già sequestrato tutte le pellicole disponibili. Hanno visionato anche il filmato girato da un turista britannico, ma si vede soltanto fumo. Tra via Palermo, via Venezia e via Nazionale ci sono due banche e la sede nuova dei Ds. C'è una telecamera perfino sopra il punto dov'è scoppiata la bomba. E' del Viminale, ma in quel momento inquadrava l'ingresso del laboratorio radio del ministero, che si trova dietro l'angolo. Visuale ridottissima, dunque. Un'altra telecamera, in cima a via Palermo, sopra l'ufficio concorsi del Viminale, non aveva la cassetta per la registrazione incorporata: l'unica possibilità è che l'agente di guardia abbia visto qualcosa dal televisore interno.
Alle 4 di ieri mattina, nella sala operativa del Viminale, era di turno un agente esperto, G.M., meno di 40 anni, già impegnato in servizi di scorta a politici come Flaminio Piccoli e Amintore Fanfani: "Ho sentito il botto, mi sono girato verso i monitor, ho visto il fumo, ho chiamato la Questura". La sala operativa del Viminale controlla le immagini di una trentina di telecamere che circondano il ministero. "Ma sono immagini in sequenza, ogni 5 secondi cambia il punto d'osservazione - spiega un tecnico -, la visione integrale di ciò che accade all'esterno diventa impossibile".
L'ALLERTA - I soccorsi sono stati fulminei. In Questura, all'inizio, avevano temuto che la bomba fosse esplosa al Quirinale. In pochi minuti sono arrivati carabinieri, polizia, vigili del fuoco e ambulanze. Sono accorsi il ministro Scajola, il prefetto Del Mese, il sindaco Veltroni, il questore Finazzo e il capo della Polizia De Gennaro. Oggi si riunirà il Comitato nazionale per l'ordine pubblico, alle 16 Scajola riferirà in Parlamento. A questure e prefetture di tutta Italia il Viminale ha già inviato una nota: stato di massima allerta.
Fabrizio Caccia"La Stampa"
L´ORA E IL LUOGO PRESCELTI FANNO PENSARE A UN ATTO "ALTAMENTE DIMOSTRATIVO" Ordigno artigianale, è terrorismo interno Un investigatore: "Per adesso si può escludere soltanto un´azione di cellule di matrice islamica"
ROMA
VEDE, in questi casi bisogna aspettare e intanto non possiamo far altro che delle ipotesi, delineare degli scenari, sforzarci di capire perché è accaduto e contro chi era rivolto". Chiaro, chiarissimo l´investigatore che aggiunge: "Non c´è nessun dubbio sul fatto che si sia trattato di un atto altamente dimostrativo". Che ha colpito nel segno, che ha dimostrato la vulnerabilità del Viminale, che deve far correre ai ripari se è vero che solo una telecamera a circuito interno funzionava mentre le altre erano inattive. E´ avaro l´interlocutore, che da anni segue le più difficili inchieste sul terrorismo: "Non sia frettoloso, bisogna prima valutare il modus operandi sul posto, la qualità e il tipo di esplosivo, i danni provocati. A differenza di altri episodi, questa volta si è trattato di un ordigno artigianale, polvere pirica compressa". Il botto è ancora fresco, lì, in via Palermo, a due passi dal Viminale e a qualche centinaio di metri dal Botteghino, dalla nuova sede dei Ds. L´investigatore naturalmente non si sbilancia, il suo mestiere lo porta a ragionare partendo dai "dati reali" e pescando nell´archivio della "memoria". Mentre nei palazzi delle Istituzioni e della Politica, l´attentato viene metabolizzato come una "sfida" (alle istituzioni) o, per alcuni, come "conseguenza" di manifestazioni dell´opposizione, nel cuore del Viminale i ragionamenti sono necessariamente diversi: "Mi sentirei di escludere - è l´unica certezza che l´investigatore sembra sottoscrivere - che l´attentato sia attribuibile al terrorismo di matrice islamica. Ma prima ancora di addentrarci in altre ipotesi, vale l´invito ad aspettare una eventuale rivendicazione e, soprattutto, i rilievi della Scientifica". Aspettare le "risultanze investigative", un termine burocratico per sottolineare che sul luogo del delitto vengono lasciate comunque delle tracce. L´investigatore ha poi in mente le ricostruzioni dei testimoni - più che la possibilità che le telecamere a circuito chiuso abbiano registrato il passaggio degli attentatori - e l´analisi sull´esplosivo utilizzato anche se anticipa: "Hanno usato una comunissima polvere pirica compressa". Solo dopo questi primi accertamenti il quadro potrà delinearsi più chiaramente. Di certo, l´attentato colpisce "per l´alto valore simbolico del suo obiettivo": il Viminale. Anche l´intelligence è rimasta spiazzata. Impegnati sul fronte del terrorismo islamico - e con risultati pregevoli, come dimostra l´informativa del Sisde sul gruppo di marocchini fermati per terrorismo -, il fronte interno forse è rimasto in secondo piano. Da tempo, non è un mistero, gli esperti del terrorismo si erano convinti che se le varie sigle di casa nostra avessero deciso di procedere con un´iniziativa, altre sarebbero state le modalità e gli obiettivi scelti. "Parlavamo di scenari - riflette l´investigatore del Viminale - e allora proviamo a capire se e quale valore abbia la pista che porta alle varie sigle conosciute. Partiamo dai Nipr e dagli Nta, ovvero dal Nucleo iniziativa proletaria rivoluzionaria e dai Nuclei territoriali antimperialisti. Gli ultimi loro attentati risalgono al 19 aprile scorso, quando i Nipr hanno piazzato l´esplosivo nel portone della sede dello Iai, Istituto affari internazionali, in via Brunetti a Roma. Telecomando ed esplosivo, non polvere pirica e miccia come stanotte a via Palermo. E a Venezia, il 9 agosto scorso, gli Nta hanno rivendicato l´attentato al Tribunale. Lascia perplessi un loro eventuale coinvolgimento nell´attentato di stanotte anche perché i loro ultimi documenti si pongono in termini dialettici con quello che è accaduto l´11 settembre". E se fosse l´area degli anarco-insurrezionalisti, quelli che probabilmente hanno piazzato l´esplosivo su una guglia del Duomo di Milano, che hanno lasciato due bottiglie incendiarie nella basilica di Sant´Ambrogio, sempre a Milano, che hanno spedito lettere-esplosive nei giorni precedenti il G8 di Genova? Annuisce l´investigatore: "Potrebbe essere". Come pure potrebbe trattarsi di un´area spontaneista del movimento che ha voluto replicare così alle affermazioni del ministro dell´Interno sui fatti di Genova ("la notte della morte di Giuliani diedi l´ordine di sparare se fosse stata invasa la zona rossa"). Pausa dell´interlocutore: "E´ tra le nostre ipotesi ma io non gli do molto peso anche perché quella frase del ministro risale a una decina di giorni fa". Viene avanzata anche una quarta ipotesi dietro l´attentato di stanotte. E cioé che la matrice sia diversa, "anomala". Nel recente passato, del resto, è già accaduto, quando ordigni inesplosi furono fatti ritrovare da uomini legati ai Servizi. "Certo, non possiamo escludere nulla - rassicura l´investigatore - ma questa ipotesi mi pare davvero impensabile. Stanotte l´ordigno, anche se solo polvere pirica, è esploso davvero"."Il Corriere della sera"
Andreotti: escludo burattinai stile anni '70, la guerra fredda non c'è più
ROMA - "Delle agenzie di stampa lette questa mattina, mi ha colpito un particolare. C'è un testimone, dicono, un olandese. E che cosa dichiara? "Ho visto tre giovani che scappavano. Probabilmente erano italiani". Italiani? E da che cosa lo ha dedotto? Mah". Giulio Andreotti sfiora la carta delle notizie d'agenzia che la segretaria gli ha lasciato sulla scrivania. Chissà se pensa ad altre bombe, ad altre mattine, grigie, fredde e un po' cupe come questa. "Die bleierne Zeit", il tempo del piombo, lo chiamarono in Germania per dar l'idea della insostenibile pesantezza del periodo. Tra una pallottola e l'altra, anche l'Italia sperimentò i suoi "anni di piombo", rievocati ieri da Cossiga. Quegli anni lì, Giulio Andreotti li conosce bene, e naturalmente anche la precedente fase delle bombe, la strategia della tensione, la strage di piazza Fontana, il processo di Catanzaro. Lui c'era e se gli si dice che ieri mattina, apprendendo alla radio la notizia della bomba scoppiata vicino al Viminale proprio dopo l'allarme lanciato dal ministro Castelli, proprio in contemporanea con la preoccupazione espressa da Cossiga, se gli si dice - insomma - che molti ascoltatori hanno telefonato a via Asiago per dire: "Tutto ciò ci ricorda qualcosa", Andreotti congiunge il palmo delle mani e risponde di no. E' sbagliato, sostiene, evocare quegli anni. "Non posso dire di sentirmi allarmato come Francesco Cossiga. Forse lui possiede elementi che io non ho, forse dare l'allarme, in certi casi, serve a smorzare certi toni da corrida, ma io non credo che le motivazioni, e i burattinai, che spinsero tanti giovani degli anni Settanta verso il terrorismo, si ripropongano oggi. La cornice internazionale è diversa. Allora i mondi erano davvero contrapposti, c'era la guerra fredda. Oggi c'è una tremenda confusione".
Più che ai quarantamila del Palavobis, e ai cinquantenni che protestano facendo il girotondo, Andreotti pensa ai ragazzi dei movimenti no-global, cerca di capire se tra questa generazione di ventenni e "quella" del tempo del piombo possano esserci punti di contatto. Dei professori con la pancetta sembra preoccuparsi meno, anche se, dice, "le fesserie giovanili si fanno anche a cinquant'anni". Ma è la relazione tra la protesta anti-globalizzazione e l'attuale situazione politica italiana, ad attrarre la sua attenzione: "La confusione riguarda un po' tutti. Da un lato, tra gli anti-global ci sono i pacifisti cattolici e quelli che spaccano le vetrine. Dall'altro, nella politica italiana, dopo la valanga che ha divelto le radici dei partiti, manca del tutto un indirizzo. Mi chiedo chi tiri i fili della protesta a livello mondiale. Ci sarà pure un'organizzazione se si spostano masse da un continente all'altro, fino a Seattle, fino al Brasile. Ci saranno interessi economici... Sul fronte del commercio agricolo, lo scontro tra i produttori di cibi transgenici e gli altri è ferocissimo".
In questo, ecco, Andreotti coglie il collegamento con i movimenti giovanili del '68. C'è sempre, sostiene, qualcuno che paga. "Alla frontiera con la Svizzera, una volta, furono fermati dei giovani che avevano appena incassato un bel po' di denaro dall'ambasciata cinese di Berna. Forse, ma è meglio non scriverlo, non lo ricordo come cosa certa, tra quei giovani c'era pure Daniel Cohn Bendit. La Cina di allora non era quella di oggi e finanziava i movimenti della protesta giovanile".
Chi fosse dietro le bombe italiane, invece, per Andreotti rimane ancora oscuro e questo nonostante le convinzioni del Pm Salvini, quello del processo di piazza Fontana, più che mai certo del ruolo svolto della Cia. Il senatore a vita, invece, non ci crede: "I nostri servizi segreti collezionarono certo alcune brutte figure, ma da qui a dire che mettessero le bombe perché all'estero temevano una vittoria del Pci... Il timore c'era, ma nessuno arrivò a considerarci incapaci di contrastare l'opposizione. Ho assistito a molte udienze del processo di Catanzaro per la strage di piazza Fontana: gli avvocati della difesa e quelli della parte civile marciavano uniti contro i servizi".
Negli anni Settanta, dice Andreotti, il comunismo c'era ancora e il fantasma del fascismo proiettava timori di "golpe". "Oggi né l'uno né l'altro ci sono più. Dobbiamo rileggere la nostra storia, gestire i rapporti tra maggioranza e opposizione in maniera meno feroce. Ma se il Parlamento rimarrà quello che è ora, un luogo senza alcun potere, non le dirò che torna il terrorismo, ma il peggiore dei qualunquismi sì. In confronto a quel che sento oggi, Giannini, l'inventore dell'Uomo Qualunque, sembra un filosofo".
Maria Latella"La Nazione"
Ma i prof evocano la strategia della tensione
FIRENZE - "Quale bomba? Non so nulla". A più di 12 ore dall'attentato, che ha riaperto angosce e acceso polemiche, Sergio Givone, uno dei fondatori del movimento dei professori, cade dalle nuvole. I soliti professori distratti. E poi questi ribelli della sinistra non hanno cellulari. Di notte hanno messo D'Alema sulla graticola e alla mattina eccoli qua, con l'aria candida, che sembra non abbiano fatto nulla. Con l'ideologo Paul Ginsborg che ha staccato il telefono di casa e all'alba è già in facoltà in commissione tesi. E Pardi (nella foto), che è arrivato come sempre all'università in bicicletta e zaino sulle spalle. E nel suo studio-sgabuzzino ha trascorso tutta la giornata a scartabellare mappe e carte geografiche disegnate dai suoi laureandi.
"La bomba eh _ ridacchia Pancho Pardi _, questa proprio...". Poi diventando severo: "Noi abbiamo già visto la strage di piazza Fontana" . Ma per non esagerare, poi nega che si possa paragonare la strage del '69 con la bomba di oggi. Eppure il sospetto che non tutto sia limpido gli resta in testa e brontola: "Hanno visto un movimento montante... Non è la stessa cosa, però in una dimensione micro, insomma, non mi era piaciuto il richiamo di Castelli sulla violenza parlando del Palavobis e ora ci si mette anche Berlusconi a stabilire collegamenti tra la bomba e la manifestazione di Milano. Questo conferma che Berlusconi non ha il senso della misura e si avventura senza prove in ipotesi del tutto infondate". E ripensandoci si accende: "Ma come si fa a sostenere che i 40 mila del Palavobis possano essere eversivi? Io c'ero. Stavano lì calmi ad ascoltare".
Non diversa l'opinione di Paolo Flores d'Arcais, direttore di "Micromega", il periodico che ha promosso la manifestazione per l'anniversario di Mani Pulite, accusata dal premier di aver "acceso i toni". Dice: "La dichiarazione di Berlusconi ha il sapore di una intollerabile intimidazione eversiva". La giudica una "provocazione liberticida" e osserva: "La maggioranza di governo addita come nemici della democrazia e potenziali terroristi proprio coloro che a decine di migliaia hanno pacificamente manifestato in difesa della legalità. Tali insinuazioni sono semplicemente grottesche". Un tono scandalizzato uguale a quello che usa Sergio Givone: "Ma come si fa a dire una cosa del genere? Io non c'ero al Palavobis ma so che non può esserci alcun collegamento. Su che base Berlusconi semina questi sospetti?". L'ultimo episodio, secondo il professor Givone, che conferma "l'anomalia del berlusconismo". E ora, dopo la corrida dell'altra notte a Firenze tra i professori e D'Alema, che cosa accadrà? "Noi _ risponde Givone _ continueremo ad animare il laboratorio politico e ci auguriamo che D'Alema sappia continuare ad ascoltarci. Dopo l'incontro al Palacongressi restiamo diversi ma i problemi sono venuti a galla e anche l'atteggiamento è cambiato. Il presidente Ds non è più sprezzante come si mostrò all'indomani della marcia sulla giustizia".Un moderato ottimismo condiviso da Pancho Pardi: "D'Alema non è il mio leader ma gli riconosco grandi capacità: prima fra tutte non rispondere alle domande insidiose".
di Giovanni Morandi"La Stampa"
TRA MALAVITA ORGANIZZATA E STRATEGIA DELLA TENSIONE: C´E´ SEMPRE QUALCUNO PRONTO A PESCARE NEL TORBIDO Quelle bombe senza nome al servizio della politica
ROMA
LE bombe, quelle vere, quelle finte, i semplici scoppi o le stragi sono stati l´elemento che da sempre accompagna l´evolversi della lotta politica in Italia. Spesso hanno preceduto, o accompagnato, anche semplici mutamenti sociali o rivoluzioni epocali come il Sessantotto. Con la costante che restano sempre anonime. La bomba è qualcosa che sta a cavallo fra la criminalità e la politica. Vi hanno fatto ricorso organizzazioni malavitose o gruppi politicizzati, ma sempre per imprimere nell´opinione pubblica un marchio che fosse immediatamente riconducibile ad una matrice difficilmente distinguibile e, in ultima analisi, buona per ogni movente. Il bandito Salvatore Giuliano "bombardava" le caserme dei carabinieri e non si capiva se lo facesse per odio verso la divisa oppure per alimentare un clima di insicurezza che potesse orientare nella direzione anticomunista il voto dei siciliani. Fu una bomba vera, anche se rudimentale, il primo attentato mafioso della storia repubblicana. Provocò una strage (sette carabinieri morti), grande sdegno politico e agevolò la costituzione della prima commissione parlamentare antimafia. Anche quello era un momento di trasformazione sociale, almeno per la Sicilia che cominciava a conoscere l´assalto di famelici palazzinari mafiosi protetti da amministratori disinvolti. E la strategia della tensione: bombe vere, quella di piazza Fontana e poche altre, insieme con una miriade di "botti" quasi sempre privi di moventi riconoscibili. Una strategia che si estese in tutti il territorio nazionale, persino a Palermo dove anche la mafia si prestò alla pantomima dell´intimidazione senza vittime, "firmando" una notte di Capodanno all´insegna di ordigni mai esplosi perchè spenti da una pioggia buonista. Bombe di destra, bombe di sinistra ma sempre buone ad indirizzare il consenso: ora di qua, ora di là. Bombe mortali, come quella che fu attaccata addosso a Peppino Impastato, militante di DP, per simulare una morte riconducibile ad un "incidente sul lavoro" capitato a un estremista di sinistra proprio nel pieno del dramma sociale provocato dal ritrovamento, nel bagagliaio di una "R4", del cadavere di Aldo Moro. Bombe annunciate e spesso inesplose, come quelle rivendicate da anonimi telefonisti che nessun servizio di sicurezza è mai riuscito ad individuare. Semplici botti rivendicati da una miriade di sigle nate come funghi ancora sulla scia di instabilità sociali e politiche. L´onda lunga di pseudoterroristi che cercano l´aggancio con le inquietudini della battaglia antiglobalizzazione e della annosa ed irrisolta questione palestinese. Scoppi ad Aviano per rivendicare il vecchio antiamericanismo di sinistra, bomba fascista al "Manifesto", unico episodio con un colpevole acclarato. Unico caso(in parte)risolto, ma solo perchè il terrorista fu fermato dal suo stesso ordigno esplosogli tra le mani. Poche le indagini concluse con l´individuazione di un colpevole: nè quelle sull´attentato al duomo di Milano, nè quelle sull´attacco ad una sede distaccata della presidenza del Consiglio, a Roma, né le altre sulla grave esplosione di via Brunetta, ancora a Roma. Anche in questi casi gli scoppi facevano da contrappunto all´immancabile contrapposizione politica. E´ vero, c´è sempre un bombarolo pronto a pescare nel torbido delle contradizioni della battaglia politica.
f. l. l."Il Corriere della sera"
Boato: c'è chi può prendere alla lettera il primitivismo politico dei professori
"Escludo che ci siano rapporti tra le manifestazioni di piazza e la bomba al Viminale"
ROMA - "Quando si insiste a parlare di governo illegittimo, c'è anche il rischio che dalle manifestazioni "giustizialiste" possa nascere una sorta di cortocircuito ideologico e che qualcuno, poi, pensi di trarne le conseguenze "operative"". Marco Boato, deputato verde con un passato giovanile in Lotta continua, il "pontiere" che molto si è speso per un patto sulla Giustizia ai tempi della Bicamerale, ora mette in guardia i professori di Firenze e gli intellettuali dei "girotondi" autoconvocati: "Escludo qualsiasi degenerazione violenta fra chi era presente al Palavobis ma temo che qualcuno, meno avvertito di altri, possa prendere alla lettera questo primitivismo politico pensando, così, di dover agire "prima che sia troppo tardi"".
Boato condivide l'indignazione manifestata da tanti cittadini, insiste nel respingere "qualsiasi tipo di connessione" tra la bomba piazzata vicino al Viminale e il movimento che scende in piazza in nome della legalità. Ma, poi, una domanda se la pone: "Cosa succede quando dalla critica al governo, pur durissima ma del tutto legittima, si passa alla denuncia dell'istaurazione in Italia di qualcosa di simile a un regime autoritario o fascista?".
Le bombe parlano. A chi è indirizzato il messaggio?
"Per il luogo nel quale è stata collocata è chiaro che si tratta di un messaggio intimidatorio nei confronti del ministero dell'Interno".
Berlusconi e Buttiglione dicono che bisogna abbassare i toni utilizzati al Palavobis.
"Semmai, eventualmente, una qualche connessione si può stabilire con il riacutizzarsi delle polemiche sui fatti del G8 di Genova. E penso alle tensioni incautamente alimentate dalle dichiarazioni approssimative del ministro dell'Interno. In sede di comitato parlamentare, ho detto che al G8 il comportamento di alcuni settori delle forze di polizia è stato inaccettabile: non sono stati fermati i violenti e invece si è scaricata un'indebita repressione nei confronti di migliaia di manifestanti pacifici. Ma, in quell'occasione, ho anche detto che il movimento no global, se vuole avere una possibilità di futuro, deve erigere una barriera insormontabile nei confronti di qualunque tentazione violenta che è presente in alcune sue frange minoritarie".
Una "barriera insormontabile" che, ora, dovrebbero aver presente i promotori della manifestazioni sulla legalità?
"Sono lontano dalle posizioni emerse in queste manifestazioni. Più che risposte a problemi politici, credo che siano i sintomi di un disagio profondo molto diffuso all'interno della base sociale del centro sinistra. Ma fino ad oggi non è emersa alcuna capacità di proposta. Anzi, vedo un forte arretramento politico e culturale che marcia insieme alla drammatica debolezza dell'Ulivo, incapace di "elaborare il lutto" della sconfitta. E tutto questo determina un vuoto politico enorme".
Un "vuoto" che induce il Guardasigilli a prevedere atti di terrorismo.
"Castelli sbaglia e smentisce se stesso: da un lato chiede la depenalizzazione dei reati di opinione, che condivido, e, dall'altro, criminalizza le opinioni sia pur radicalmente dissenzienti dal governo di cui fa parte".
Quanto è reale il rischio di innescare quello che lei definisce "cortocircuito ideologico"?
"Può innescarsi quando dalle critiche legittime al governo si passa a dire che bisogna prepararsi a fronteggiare un regime autoritario o, peggio ancora un governo illegittimo. Su questo dobbiamo interrogarci: non tanto sui leader di questi movimenti, sui quali escludo qualsiasi preoccupazione, ma piuttosto su qualche settore minoritario che possa immaginare di trarne le conseguenze "operative": nel cortocircuito diventa paradossalmente legittimo fronteggiare il "regime" con metodi diversi da quelli previsti dalla critica politica e dalla non violenza. Per questo sono preoccupato".
Un consiglio ai leader dell'Ulivo costretti a inseguire la piazza?
"Se l'Ulivo adottasse questa piattaforma culturale, che ricorda la "Gioiosa macchina da guerra" del'94, andrebbe incontro a un suicidio politico. Non dimentichiamo che in Inghilterra governi legittimi di centro destra sono durati per 17 anni e nessuno si è mai sognato di parlare di regime".
Un consiglio a Moretti e ai professori di Firenze?
"Quando sento dire dal professore indicato da Moretti come nuovo leader dell'Ulivo che in Parlamento bisogna fare ostruzionismo sempre e contro tutto, mi chiedo quale sia l' abc di cultura politica di questo intellettuale".
Il professor Francesco Pardi di Firenze ha militato in Potere operaio.
"Appunto. E quindi mi chiedo se non abbia riciclato inconsapevolmente un primitivismo politico ideologico risalente agli anni '70. Che ci siano cittadini convinti di questo è del tutto ovvio. Ma è preoccupante se persone di questo tipo assumono un ruolo di leadership in manifestazioni con decine di migliaia di partecipanti".
Dino Martirano"Il Corriere della sera"
Da Pardi a Fo: sono parole infami, è strategia della tensione
Flores d'Arcais: cercano alibi per provocazioni liberticide. Dalla Chiesa: preparano la strada al peggio. "Pancho": non siamo rivoluzionari
MILANO - I "cattivi maestri" non ci stanno. No, le parole di Silvio Berlusconi dopo la bomba di Roma, quell'accusa di responsabilità indiretta a chi ha organizzato la manifestazione dei quarantamila al Palavobis milanese, la respingono indignati. Scelgono aggettivi forti gli intellettuali della legalità: "infame", "grottesco". Fino al ribaltamento dell'accusa sul premier, evocando quella formula che rappresenta un ritorno al passato degli anni di piombo tanto quanto le allusioni del capo del governo: "strategia della tensione". Come dice il deputato della Margherita e sociologo Nando Dalla Chiesa: "Associare la civilissima manifestazione del Palavobis, eterogenea per pubblico e identità politiche, alla bomba equivale a preparare la strada al peggio e ad avvisare che è in arrivo una nuova strategia della tensione". Forse il meno polemico è il professore fiorentino Francesco "Pancho" Pardi, che pure rivendica una sorta di orgogliosa continuità con i giorni della violenza di sinistra, lui amico di Toni Negri e Oreste Scalzone, convinto ancora oggi che tirare le molotov negli anni Settanta fosse un "peccato veniale". Pardi respinge "con la massima convinzione che si possa mettere in relazione l'assemblea del Palavobis con l'attentato di Roma". La spiegazione sta nel programma politico che il professore e il suo movimento si sono dati: "Noi non siamo rivoluzionari, non siamo violenti. Andiamo avanti in una direzione che punta essenzialmente a realizzare un'unità tra la lotta per i fondamenti dello Stato di diritto e tutto l'insieme delle lotte sociali".
Un'ispirazione assai simile guida il direttore di MicroMega Paolo Flores d'Arcais, principale organizzatore con Di Pietro della manifestazione del Palavobis, se è vero che ha chiuso quella riunione con l'invito al popolo degli autoconvocati ad andare in piazza con la Cgil. Ma la sua risposta al premier è assai più dura: "La dichiarazione di Berlusconi, che ha insinuato una potenziale contiguità tra i toni del Palavobis e la bomba al Viminale ha il sapore di un'intollerabile intimidazione eversiva". Ci vede un "alibi per provocazioni liberticide" il direttore di MicroMega e nota che "invece di chiedere che si indaghi tra i nemici della legalità (che certo non mancano tra i suoi sostenitori e magari tra i servizi deviati non nuovi a siffatte imprese), la maggioranza di governo addita come nemici della democrazia e potenziali terroristi proprio coloro che a decine di migliaia hanno pacificamente manifestato in difesa della legalità".
Più politico il ragionamento di Antonio Di Pietro, che ritiene la bomba piuttosto causata "dall'esasperazione per i provvedimenti del governo di centrodestra, a favore di pochi e a danno di molti. Tutto questo spacca la coscienza del Paese, produce insoddisfazione e anche gesti criminali". L'ex pm contraccusa il premier: "E' violenza anche chiedere che i cittadini non abbassino i toni, come ha detto, ma le orecchie, come vorrebbe Berlusconi". Dario Fo definisce quello di Berlusconi tra bomba e Palavobis "un accostamento da politica infame", sostenendo che "simili accostamenti non li faceva neanche la Dc". Proprio agli anni del potere democristiano pensa il Nobel: "E' molto strano quello che è accaduto e sembra farci tornare indietro con la memoria a un passato infausto, al 1968-69 quando c'era il movimento studentesco e gli scioperi degli operai. Dopo un po' arrivò anche la bomba. Come oggi, "tac" parte la provocazione, l'ordigno".
Enrico Caiano"Il Corriere della sera"
"Pista italiana, sospetti sui gruppi anarchici"
Perquisizioni nell'area dell'autonomia. Stato di allerta nelle questure, controlli rafforzati in tutti i luoghi a rischio
ROMA - La pista privilegiata porta agli anarco-insurrezionalisti. A quel magmatico e variegato mondo dell'antagonismo in cui gruppuscoli spesso di aggregazione spontanea e senza un'organizzazione verticistica cercano spazi e "visibilità" per accreditarsi come referenti credibili per i nuovi adepti della lotta armata. Gli inquirenti hanno trascorso tutta la giornata di ieri a rompersi il capo su quale fosse la direzione giusta per le indagini. Di elementi concreti, in mano, ne hanno pochi. E così sono stati costretti a fare un'analisi degli avvenimenti degli ultimi anni, e di questi mesi di governo di centrodestra, per cercare una plausibile motivazione dell'attentato. Lo stato di massima allerta è scattato immediatamente per proteggere tutti gli obiettivi sensibili già da tempo sotto sorveglianza dopo l'11 settembre.
LE IPOTESI - "E' stato un attentato dall'alto valore simbolico", ha osservato uno degli investigatori impegnati nelle indagini, escludendo però che sia collegato agli arresti dei giorni scorsi dei 9 marocchini sospettati di fare parte della cellula "in sonno" di Al Qaeda in Italia. Una considerazione che ha ristretto la cerchia degli ambienti su cui concentrare la caccia ai responsabili dell'attentato di ieri. Per ora sono state decise decine di perquisizioni nell'area dell'autonomia. Una ha riguardato un centro sociale di Pietralata, ma non ha dato esiti significativi. Il Procuratore Aggiunto Italo Ormanni, il pm Federico De Siervo e i funzionari della Digos hanno trascorso la giornata tra una riunione e l'altra. In attesa dell'eventuale (ma non del tutto scontato) arrivo di una rivendicazione, in altri casi fondamentale per circoscrivere almeno il "mondo" in cui era stata decisa l'"azione", gli investigatori esaminano il modo in cui è stato eseguito l'attentato. Bomba rudimentale, quasi artigianale, potente ma volutamente non letale, vista anche l'ora in cui è stata accesa la miccia. "Non è tipico dell'estrema destra", ha sottolineato un esperto dell'antiterrorismo. Né tantomeno delle nuove Brigate Rosse, che nel '99 hanno rivendicato l'assassinio a sangue freddo di Massimo D'Antona, allora consulente del ministro del Lavoro Antonio Bassolino. Si è pensato anche a quella frase del ministro dell'Interno Claudio Scajola ("a Genova, in occasione del G8, avevo dato ordine di sparare se fosse stata violata la Zona Rossa") interrogandosi sulla possibilità che l'ordigno fosse una sorta di risposta di qualche estremista No Global. Ma anche questa ipotesi, alla fine, è stata accantonata. E così si riparte dal "valore simbolico", lo stesso attribuito dagli inquirenti agli ordigni trovati alla basilica di Sant'Ambrogio e al Duomo di Milano (nel 2000) e ai "botti" all'Istituto Affari Internazionali di Roma, al Tribunale di Venezia (ma per quella bomba la pista più accreditata porta all'eversione nera) e alla sede della Lega nel padovano, tutti dell'anno scorso. "Attentati mirati a ottenere un grande effetto mediatico", hanno aggiunto gli esperti dell'antiterrorismo. Ed è questa la traccia battuta per individuare l'area dalla quale proviene chi ha agito in via Palermo.
LE ANALISI - Gli investigatori stanno controllando le cassette delle telecamere disseminate attorno al Viminale nella speranza che abbiano ripreso qualcuno o qualcosa. E stanno analizzando i residui degli oltre 2 chili di polvere pirica sistemati tra via Palermo e via Venezia. Sono stati anche interrogati a lungo alcuni testimoni: in tre hanno detto di aver visto allontanarsi dal luogo dell'"azione" un terzetto che aveva l'aria di cercare di passare inosservato. E che è scomparso nella notte dopo essere salito su due o tre motorini parcheggiati, forse, in via Milano. Poco, troppo poco per sperare di poter imprimere una svolta immediata all'inchiesta.
Flavio Haver"Il Corriere della sera"
L'Antiterrorismo: "Pericolo di azioni per la revisione dell'articolo 18"
"I gruppi antagonisti più duri si stanno riorganizzando e reclutano nuovi elementi"
ROMA - "Le tensioni sociali legate agli interventi legislativi in materia di flessibilità del lavoro e in particolare la revisione dell'articolo 18 potrebbero determinare gruppi d'area a compiere azioni volte a contestare esponenti e organizzazioni sindacali". Era questo l'allarme lanciato dai reparti Antiterrorismo qualche settimana fa. Il punto centrale di un'analisi sui gruppi eversivi nella quale si sottolineava il "permanere dei rischi per l'attività terroristica condotta sul territorio nazionale". Pericoli che si legano alla minaccia integralista islamica, ma soprattutto alla "conflittualità" che sta caratterizzando gli ultimi mesi. Ieri il Viminale ha diramato lo "stato di massima allerta" a tutte le prefetture, mentre il ministro dell'Interno Claudio Scajola ha convocato per oggi il Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza. Nella capitale è stato rafforzato il dispositivo di sicurezza con riguardo particolare alla vigilanza di Palazzo Chigi, del Parlamento e di Palazzo Grazioli, la residenza del presidente del Consiglio. Provvedimenti di routine che oggi dovrebbero essere ulteriormente potenziati ma che dimostrano come, nonostante la sorveglianza dopo l'11 settembre sia già al massimo livello, i timori di un'azione ancora più eclatante abbiano ormai preso il sopravvento.
I servizi di prevenzione e sicurezza continuano a "monitorare" le frange più oltranziste dei movimenti antiglobalizzazione e quei gruppi anarchici che già in passato hanno rivendicato esplosioni o ritrovamenti di ordigni. Ed è proprio in questo ambiente che sono scattate ieri perquisizioni e controlli. "I gruppi anarchici - scrivono gli analisti - sono certamente da ritenersi tra i più pericolosi. Si caratterizzano per essere antimilitaristi, anticlericali, ambientalisti e antistituzionali. Mirano ad azioni per destabilizzare il sistema e si caratterizzano per un fervente attivismo. La diversificazione degli obiettivi rientra in un progetto di "liberalizzazione sociale"".
Ugualmente "attivi, ma più controllabili" vengono ritenuti i cosiddetti "movimenti antagonisti", che l'Antiterrorismo divide in due fasce: "quella che cerca il dialogo con le istituzioni e quella, minoritaria, oltranzista e radicale che confluisce nell'Assemblea nazionale per l'autonomia di classe". In questo quadro si inseriscono i Centri sociali autogestiti "dove si incontrano elementi di diverso indirizzo politico-ideologico, ma con forti connotazioni autonome e anarchiche". Si tratta degli stessi gruppi che già prima del vertice del G8 a Genova venivano temuti in quanto giudicati capaci di compiere "azioni destabilizzanti per le istituzioni".
Formazioni che non hanno niente a che vedere con le nuove Brigate Rosse alle quali, casomai, "si propongono come manovalanza". Non a caso gli esperti sottolineano che "l'analisi evidenzia il permanere dei rischi per le attività terroristiche condotte su territorio nazionale, con particolare riguardo alla minaccia proveniente dall'area della sinistra che prosegue nella fase di emulazione e proselitismo innescata dall'omicidio D'Antona". Sono proprio le Br-Pcc che hanno rivendicato quell'agguato "a rappresentare il pericolo maggiore". "Il "silenzio" praticato dopo l'agguato - avvertono gli esperti - non deve far ritenere decaduto il livello della minaccia. Anzi, la loro è certamente una "decisione tattica", frutto della necessità di reclutare e formare nuovi quadri e consentire la stesura di un programma di lotta coerente con gli avvenimenti nazionali e internazionali". Un programma al quale dicono di aver aderito gli Nta, i Nuclei Territoriali Antimperialisti. Dunque il "livello" più alto. Quello che agisce dopo aver "previsto e considerato le conseguenze delle proprie azioni". E che adesso potrebbe colpire "esponenti politici e militari della Nato e dell'Unione Europea nell'ambito di una caratterizzazione della propria lotta che segue la linea dell'antimperialismo". Proprio di questo si parlava in un volantino firmato dalle Br-Pcc e dagli Nta fatto ritrovare il 10 gennaio scorso per rivendicare "la fallita intrusione" nell'aeroporto militare di Rivolto, in provincia di Udine. Un messaggio che gli inquirenti hanno "secretato" ritenendo la minaccia "grave e concreta".
Fiorenza Sarzanini27 febbraio 2002 - BOSSI, UNA BOMBA NICHILISTA CONTRO RIFORME
ANSA:
"Credo che il presidente Berlusconi dovrebbe preoccuparsi di avere dei servizi che lo informano, perche' altrimenti i cittadini si chiedono che cosa li paghiamo a fare questi servizi?": Umberto Bossi, interpellato dall' Ansa, interviene sulla questione dell' attentato di Roma spiegando che a suo parere la bomba esplosa vicino al Viminale "e' una bomba nichilista contro le riforme". "Mi sembra chiaro che ogni volta che in questo Paese si fanno le riforme scoppia una bombetta o parte una crociata giustizialista - afferma il ministro delle Riforme e leader della Lega -. La storia lo insegna. Basta ricordare che quando la Lega ebbe il sindaco a Milano poco dopo scoppio' la bomba in via Palestro. E che dire di Di Pietro che in sede storica dovra' rispondere del fatto che opero' per fermare il federalismo e la Lega, che era la forza nuova, colpendoci per 200 fantomatici milioni?". "Io faccio questo tipo di ragionamento - prosegue Bossi -: e' da tempo che dico che la sinistra si regge su tre gambe: la prima e' l' art. 18 e le bugie che la Cgil racconta nelle fabbriche su questo punto; la seconda e' il cosiddetto movimento no-global che invece e' global, ovvero e' per l' apertura indiscriminata e senza controlli ad una invasione che rischia di far sparire la nostra cultura e la nostra organizzazione della societa' democratica e occidentale; la terza gamba e' il giustizialismo, anche se ormai questa forza non ha piu' una forte riserva in cui pescare come invece accadde nel '92-93, dato che oggi la gente e' piu' scaltra di un tempo e non si fa incantare da chi vorrebbe surrogare la politica". "Ora - aggiunge il ministro - potrebbe venire in mente che la bomba puo' diventare la quarta gamba, insomma viene da pensare che, siccome tre gambe non bastano per correre, allora qualcuno pensa di cavalcare la questione del terrorismo, ma assicuro che la gente non capirebbe tutto cio'. La sinistra e' in un momento critico, se perde anche alle amministrative si sfascia definitivamente. E dietro il disastro possono saltar fuori disperazioni che portano a bombe nichiliste". Quanto ai servizi segreti e al loro ruolo, Bossi spiega cosi' la sua visione: "In Italia purtroppo non c' e' lo spoil system, ovvero la possibilita' per chi governa di mettere uomini di propria fiducia nei ruoli chiave, come appunto i servizi segreti. I cittadini, legittimamente, si chiedono come mai i servizi non prevengano o non avvertano per tempo. Basta pensare al caso delle navi di clandestini che approdano bellamente sulle nostre coste dopo viaggi di settimane. Uno si domanda, allora: che cosa li paghiamo a fare questi agenti segreti che non vedono e non sanno?".27 febbraio 2002 - CICCHITTO, DOPO PALAVOBIS PUO' RIPRENDERE TERRORISMO
ANSA:
"Sostenere, come e' stato fatto al Palavobis, che il 13 maggio e' andata al governo la criminalita' vuol dire auspicare la distruzione della maggioranza ricorrendo a tutti i metodi possibili". Lo ha detto Fabrizio Cicchitto (FI) intervenendo a Montecitorio in occasione del dibattito sull' attentato a Roma. "Questo tipo di lotta politica - osserva Cicchitto - determina una frattura tra maggioranza e opposizione e, secondo questa lettura, puo' riprendere il terrorismo". "Sostenere, come qualcuno ha fatto, che l' attentato a Roma - ha aggiunto Cicchitto - e' una provocazione contro il movimento vuol dire affermare che l' ha messa la polizia". E per evitare tali rischi, Cicchitto ha proposto che ci sia "un generale abbassamento dei toni altrimenti e' facile che qualcuno possa passare dalle parole ai fatti". A tal fine, Cicchitto ha proposto che si trovi un' intesa sull' elezione dei due giudici costituzionali: "siamo pronti a votare il vostro candidato e, reciprocamente, eleggiamo una persona che si e' distinta nella difesa della legalita' e della legge". Infine, Cicchitto, ha auspicato che le prossime manifestazioni di piazza, a partire di quella della Cgil, "siano occasione di espressione di democrazia e non di scontri violenti con le forze dell' ordine".
Il vice presidente dei deputati di Forza Italia Fabrizio Cicchitto contesta la sintesi data dall'Ansa del suo intervento di oggi in aula sull'attentato dinamitardo al Viminale, sia per la titolazione, "Dopo Palavobis puo' riprendere terrorismo", sia per il testo. "Deformano - afferma - il senso del mio discorso, pronunciato per far si' che la dialettica politica fra due opposti schieramenti (che e' insita nel maggioritario) si traduca in un duro e serrato confronto politico fra due poli che pero' vicendevolmente si riconoscano legittimita', e a evitare che invece la lotta politica si risolva in un permanente scontro frontale basato su contrapposte delegittimazioni". Cicchitto conclude auspicando "una rappresentazione fedele delle posizioni espresse in Parlamento e nel dibattito tra partiti". Di seguito riportiamo un ampio stralcio del discorso dell'on. Cicchitto come risulta dal resoconto del dibattito dell'aula diffuso dalla Camera dopo l'uscita in rete della contestata sintesi. Fabrizio Cicchitto: "Ovviamente, ritengo che nessuna delle forze politiche presenti in Parlamento abbia alcuna responsabilita', diretta o indiretta, con quanto accaduto ieri. Il nodo, pero', e' un altro ed e' costituito dal fatto - onorevoli colleghi - che, come diceva questa mattina l'onorevole Tabacci: talora, le parole sono pietre. Allora, se qualcuno sostiene - come ieri e' stato detto - che la bomba 'e' stata una provocazione contro il movimento', e' chiaro che si dice esplicitamente che a metterla sono stati il Governo, lo Stato e le forze di polizia". "Dunque, se citando una predizione di Provenzano - che risale a cinque anni fa - l'onorevole Violante afferma, come ha fatto qualche giorno fa, che oggi la mafia ha l'occasione per rialzare la testa e ritornare alle iniziative stragiste degli anni '90 e '93, se la tesi politica di fondo delle forze riunite al Palavobis e' quella, cito testualmente: 'che il 13 maggio la criminalita' organizzata e' andata al Governo', non solo si proclama l'illegittimita' del voto popolare e conseguentemente del Parlamento e del Governo ma, come minimo, si auspica la distruzione dell'attuale maggioranza, ricorrendo a tutti mezzi (dallo scontro in piazza all'ostruzionismo totale in Parlamento e ad un nuovo e piu' inclusivo uso politico della giustizia) (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza Nazionale e della Lega nord Padania)". "Allora, questo tipo di linguaggio, questo tipo di analisi politica, questo tipo di lotta politica, producono un vulnus, una lacerazione e determinano una rottura totale tra l'opposizione e la maggioranza. E in questa frattura, provocata appunto da parole e da analisi che sono pietre, puo' trovare il suo spazio una ripresa del terrorismo...".
PIER PAOLO CENTO: "Ma che cosa dici!".
FABRIZIO CICCHITTO: "...che puo' essere di vario colore o di nessun un colore, ma che punta a portare il paese ad una rottura totale. Per tale motivo ci dobbiamo, o ci dovevamo reciprocamente dire: abbassiamo i toni, confrontiamoci in modo chiaro sul piano programmatico senza invettive, senza insulti, senza demonizzazioni e non diamo spazio a posizioni, come quelle che ho citato, perche' poi e' molto facile che qualcuno traduca la violenza verbale in violenza politica".27 febbraio 2002 - SOFRI: SOLO QUALCUNO CHE PESCA NEL TORBIDO, NON VEDO ALL'ORIZZONTE UN TERRORISMO POLITICO
Adriano Sofri, in una intervista per 'Porta a Porta', intervenendo sul pericolo, dopo la bomba di Via Palermo a Roma, di un ritorno di atti terroristici, dice: "Non vedo all'orizzonte alcun terrorismo di tipo politico, ma certamente qualcuno puo' pescare nel torbido. Mi pare che il cosiddetto terrorismo politico fosse anche allora motivato da ambizioni e orizzonti molto vasti. C'era chi voleva la rivoluzione, chi l'indipendentismo di alcune nazioni, chi addirittura il colpo di stato. Nessuna di questi ipotesi di cretini e imbecilli e' andata in porto. Questo non vuol dire che anche oggi farabutti e imbecilli non tentino di superare le frustrazioni delle loro vite pescando nel torbido. Non vedo alcun rapporto tra quanto detto al Palavobis e atti di terrore. Certo c'e' una disposizione, costante, alla violenza clandestina, a fare male. Ci sono momenti in cui la maggiore acutezza nelle contrapposizioni puo' indurre a pescare nel torbido. Non penso al ritorno di un terrorismo con vasti orizzonti".27 febbraio 2002 - SCAJOLA IN PARLAMENTO, PISTA ANARCOIDE PER L' ATTENTATO DI ROMA
ANSA:
Il giorno dopo l'attentato al Viminale il messaggio del ministro dell'Interno Claudio Scajola, chiamato a riferire alle Camere, e' rassicurante e distensivo. Il ministro invita a rifiutare il clima di scontro perche', dice, "vi e' un solo modo per contrastare la violenza e il terrore: la compattezza di tutte le Istituzioni", e individua il nemico negli ambienti dell'eversione "oltranzista e antagonista di tipo anarcoide". Fin qui il monito politico alla pacatezza da cui il ministro non si tira fuori:"e' importante che tutti - dice in Parlamento - io per primo, ritroviamo la capacita' di calibrare e dosare i linguaggi". La ricostruzione dell'attentato invece viene fuori dalla puntuale analisi fatta insieme ai responsabili delle forze dell'ordine e ai vertici dei Servizi nel corso del Comitato per l'ordine e la sicurezza riunito al Viminale in mattinata. "Un attacco chiaramente diretto contro il Viminale - dice Scajola - un gravissimo atto dimostrativo contro il simbolo della sicurezza" che "non va drammatizzato: non e' l'inizio di un periodo oscuro per il nostro Paese".
ESCLUSA PISTA ISLAMICA: "allo stato sembra da escludere - ha assicurato il ministro - in mancanza di elementi di riscontro, che l'attentato possa essere riconducibile a gruppi del terrorismo internazionale, e che possa essere collegato alle indagini sui presunti terroristi di origine marocchina arrestati a Roma".
UNA MICCIA E POLVERE PIRICA: da due a quattro chili di polvere pirica, una miccia a lenta combustione e due o tre giovani attentatori. Il ministro ha raccontato cosi' gli esiti delle prime indagini sull'esplosione dicendosi ottimista sul fatto che le immagini riprese dalle telecamere a guardia del Viminale potranno agevolare l'identificazione dei responsabili.
L'AREA OLTRANZISTA DI TIPO ANARCOIDE: al suo interno, ha spiegato il ministro "si possono comprendere sia i gruppi anarco-insurrezionalisti, che da tempo sostengono una progettualita' rivoluzionaria di lotta allo Stato e alle sue Istituzioni democratiche, sia gli altri gruppi che si richiamano a ideologie eversive". I primi sono quelli dell' esplosivo sul cornicione del Duomo di Milano, delle lettere bomba prima del G8 e dell' ordigno fatto ritrovare a Bologna. I secondi gruppi come i Nipr che hanno rivendicato l'attentato di via Brunetti a Roma o come i nuclei territoriali antimperialisti, che hanno rivendicato l'attentato al tribunale di Venezia.
MASSIMA ATTENZIONE SU SEDI ISTITUZIONALI: "Ho raccomandato - ha detto Scajola - di mantenere al massimo livello l' attenzione e la vigilanza a protezione delle sedi istituzionali e di governo, delle strutture giudiziarie e penitenziarie, delle sedi dei partiti e dei movimenti politici, degli organi di stampa e informazione e di ogni altro obiettivo ritenuto sensibile". Ed ha aggiunto di aver dato "precise disposizioni" per migliorare la qualita' dei sistemi di sicurezza a difesa del ministero".
SI' AL NUOVO MOVIMENTO, NO A DESTABILIZZAZIONE: "Il valore aggiunto che le recenti forme di neo-movimentismo conferiscono al dibattito odierno - ha detto il ministro - puo' essere esaltato a condizione che si neutralizzino quei tentativi isolati e destabilizzanti che pure sono presenti in quelle forme".
SOTTO OSSERVAZIONE SICUREZZA VIMINALE - In queste ore e' oggetto di verifiche anche l'apparato di sicurezza del Viminale finito al centro delle polemiche dopo l'attentato proprio contro quello che oggi il ministro ha definito "il simbolo della sicurezza del Paese". Potrebbe partire un'indagine interna sui mancati controlli. Responsabile della sicurezza del Viminale e' il capo dell'ufficio ispettivo del Ministero, Natale Argiro'. Intanto l' allerta resta alto anche in previsione delle manifestazioni previste per sabato: a Roma dell'Ulivo e a Bologna dei no global.
SI RILEGGE VOLANTINO NIPR: nello scandagliare tutte le possibili piste si torna ad analizzare con attenzione l'ultimo volantino di propaganda siglato dai Nipr che risale al 25 gennaio scorso, in cui si rilancia la lotta armata come "strategia e terreno adeguato di offensiva politica". Un volantino recapitato ad alcune sedi sindacali e ad organi di stampa in cui si inneggia alla "sussistente capacita' organizzativa delle Brigate rosse per la costruzione del Partito Comunista combattente di attaccare pur in queste condizioni sfavorevoli lo Stato". "Se il Governo delle destre e dei nuovi fascisti - si legge nel volantino - favorira' il consolidarsi del progetto rivoluzionario e rafforzera' le motivazioni che lo sostengono" sara' necessaria "e strategica la ripresa dell' iniziativa armata".27 febbraio 2002 - FAMILIARI VITTIME GEORGOFILI, FORSE PISTA MAFIA
Una nota dell' Associazione tra i familiari delle vittime di via dei Georgofili a Firenze a proposito dell'attentato a Roma afferma che "Pur considerando l'importanza dell'apertura a tutte le valutazioni possibili da parte di chi indaga senza preconcetto alcuno, noi vittime del 1993 non escludiamo che il messaggio contenuto nell'attentato possa essere mafioso". L'Associazione ricorda inoltre che il 15 marzo prossimo presso la prima sezione della Corte di Cassazione di Roma si terra' il processo "agli uomini di 'Cosa nostra' che il 27 maggio 1993 eseguirono su input dei capi storici dell' organizzazione mafiosa, fra cui Bernando Provenzano e Matteo Messina Denaro, ancora oggi latitanti, la strage con autobomba di via dei Georgofili".27 febbraio 2002 - ATTENTATO ROMA: RIVENDICATO DA SEDICENTE COLONNA GENOVESE BR E DA FORZA NUOVA
L' attentato di Roma e' stato rivendicato con una telefonata al centralino del "Secolo XIX" da una sedicente colonna genovese delle Brigate Rosse intitolata ad Anna Maria Ludmann, uccisa nel marzo 1980 nel covo di via Fracchia insieme con altri tre terroristi. La rivendicazione non viene ritenuta attendibile dagli inquirenti. Un uomo senza particolari inflessioni dialettali ha letto quello che e' apparso essere un messaggio scritto. Ha anche specificato che lo scoppio dell' ordigno e' solo l' inizio di un' azione a vasto raggio. In ambienti investigativi si propende per la telefonata di un mitomane e si fa notare che le Brigate Rosse non hanno mai compiuto attentato dinamitardi. Ritenuta inattendibile anche un' altra telefonata di rivendicazione arrivata alla qustura di Roma a nome di Forza Nuova.27 febbraio 2002 - BOSSI; SONO BOMBE CONTRO IL FEDERALISMO
"Il Corriere della sera"
"Servizi deviati dalla sinistra tramano contro il governo"
Bossi rilancia il patto con Fini e Berlusconi alle Amministrative di maggio: uniti per battere l' Ulivo
Cavalera Fabio
MILANO - "Era da un po' di tempo che si vedevano brutti segnali. In estate le violenze di Genova, poi le bombe alle nostre sedi. Adesso Roma. Giove tonante ha spedito il suo ultimo messaggio. Sono bombe contro il federalismo. Ogni giorno facciamo una riforma e Giove si scatena contro di noi". Umberto Bossi una certa idea su quello che è avvenuto la notte scorsa nella capitale dice di essersela fatta. Il segretario del Carroccio nonché ministro delle Riforme sta preparando la relazione per il quarto congresso federale della Lega che si apre venerdì a Milano. In maniche di camicia, seduto alla scrivania al secondo piano nella sede del movimento in via Bellerio, il senatur mostra una pila di appunti con i quali spiegherà alla base e ai delegati le ragioni dell' alleanza con Berlusconi e Fini, rivendicherà il coraggio delle sue scelte ("mi sono esposto in prima persona e ho rischiato"), ripeterà con decisione che non vi è alternativa: la strada è stata tracciata e da lì non si torna indietro. A confermarlo inviterà a firmare accordi elettorali e programmatici anche per le prossime elezioni amministrative di maggio. "Laddove sarà possibile nei capoluoghi e nei comuni sopra i quindicimila abitanti noi, Forza Italia e Alleanza nazionale ci presenteremo assieme. Non dobbiamo assolutamente dare alla sinistra la possibilità di vincere, non dobbiamo aprire varchi. Sarebbe un errore gravissimo dividersi. Non lo commetteremo". Onorevole Bossi Lei parla di "ultimo messaggio di Giove tonante". Che cosa significa? "La bomba di Roma non è casuale, come non lo erano quelle contro la Lega. Io credo che si tratti dei sussulti di un vecchio potere che ha paura di essere cacciato. I comunisti e quel mondo colluso con i mille rivoli di ambienti deviati". Intende i servizi segreti? "Non i servizi segreti ma i settori dei servizi deviati dalla sinistra. La sinistra negli ultimi anni si è insinuata nelle istituzioni. Il governo è accerchiato da un sistema nel quale ancora bivaccano, e sottolineo la parola bivaccano, personaggi che vedono la prospettiva di un cambiamento come fumo negli occhi. Le bombe sono figlie della paura delle riforme". Nella amministrazione e nelle istituzioni vi sono persone, questo afferma lei, che operano contro il governo? "E' più di una constatazione. La sinistra ha compiuto nelle istituzioni la stessa operazione sperimentata alla Rai. Il risultato è che le istituzioni sono ora un bivacco di funzionari e di personale che risponde al sistema del passato. P er quanto riguarda i servizi segreti io mi limito a un esempio banale che dovrebbe costringere alla riflessione e che poi vale in generale". Sarebbe? "Se una nave piena di clandestini riesce a compiere il giro del mondo, ad attraversare il canale di Suez, ad approdare in Sicilia io mi pongo due domande: i servizi sapevano o no? Se non sapevano o se al contrario sapevano ma sono stati zitti allora i nostri servizi segreti o non sanno lavorare o giocano contro. Vorrei capirlo molto bene. La sensazione è che vi siano strane collusioni, che si stia saldando un legame fra settori marci dei servizi segreti e l' idea, peraltro giusta, maturata dai vecchi poteri della sinistra di essere costretti ad abbandonare le posizioni, di essere travolti dalle Riforme". Il ministro della Giustizia, il leghista Castelli, due giorni fa aveva sostenuto che i toni esasperati dell' opposizione possono favorire nuove violenze: intendete mettere sul banco degli accusati i cittadini che hanno manifestato al Pala vobis di Milano? "Non vi è proprio nessun automatismo fra gli estremismi giustizialisti e il terrorismo. Ciò non toglie che un certo clima di tensione viene utilizzato dai delinquenti per coprirsi e per mettere le bombe. E la Cgil che soffia sul fuoco dell' esasperazione non aiuta di certo a riportare il dialogo nei confini della serenità. Che credibilità ha un sindacato che per cinque anni, gli anni del governo dell' Ulivo, sta buono e zitto, abdica al suo ruolo, fa passare i provvedimenti più iniqui e a sfavore dei lavoratori e improvvisamente torna in piazza? E' serio? Comunque la sinistra è un mammifero zoppo. Un mammifero a tre zampe. Non mi pare giusto e corretto pensare che la quarta gamba possa diventare il terrorismo". Mammifero zoppo a tre gambe? Ossia? "Il giustizialismo, il movimento no global, il sindacato. Sono le risorse a cui attinge la sinistra che in parte tenta di ripetere l' operazione già provata nel ' 92 e nel ' 93. Solo che oggi le condizioni sono ben diverse. C' è una coalizione salda. Se l' opposizione crede di creare qualche difficoltà al governo cavalcando ancora l' onda di certi magistrati o ex magistrati si sbaglia di grosso". Il pool di Mani Pulite? Borrelli? "Mi riferisco a quei magistrati che servirono a piantare la bandiera rossa sulle rovine del vecchio regime. Allora buona parte dell' opinione pubblica, giustamente stanca delle ruberie e delle corruzioni del sistema politico ma incapace di vedere che cosa si nascondeva dietro all' azione di Mani Pulite, applaudì. Il pool di Mani Pulite stava strumentalmente abusando dei sentimenti dell' opinione pubblica, della volontà di mandare a casa il vecchio regime. In realtà operava per bloccare il cambiamento e per aprire la strada ai comunisti" . Ma anche la Lega si schierò con Mani Pulite? "Sì una parte dei nostri appoggiò Mani Pulite. Adesso per fortuna tutti hanno capito per conto di chi lavoravano e continuano a lavorare certe Procure". Fine settimana, congresso della Lega con quale bilancio si presenta? Ripensamenti? Dubbi? "Il bilancio è estremamente positivo. Non vi erano alternative alla linea che abbiamo adottato. Devo poi sottolineare che Berlusconi ha trovato il giusto equilibrio fra la sua funzione storica di punta dell' imprenditoria moderna e la funzione storica della Lega, forza popolare. Berlusconi è con la Lega il motore delle Riforme. In concreto si è avviata la devoluzione, sta per essere approvata la legge sull' immigrazione, entro la legislatura il federalismo sarà attuato. Ho pronti i disegni di legge sulla riforma della Corte Costituzionale, sulla riforma dell' articolo 117 della Costituzione nella parte in cui recepisce automaticamente i trattati internazionali. Un orrore perché così si scavalca automaticamente la sovranità del nostro parlamento. Infine arriverà il Senato delle Regioni". Verranno Fini e Berlusconi al congresso della Lega? "Spero di sì, li ho invitati. Abbiamo insieme firmato un patto politico e programmatico di grande trasformazione federalista del Paese. E' giusto che confermino quel solenne giuramento". Settori della Lega però non erano e non sono contenti della alleanza con Berlusconi e Fini. "Lo dissi già all' indomani delle elezioni quando fummo puniti da molti nostri simpatizzanti. Li obbligheremo a ricredersi. L' errore non è stato compiuto nel 2000 ma fu forse compiuto nel 1994 quando decidemmo di uscire dall' alleanza anziché incalzare dall' interno. Ma il senno del poi non serve più di tanto. Io rivendico e rivendicherò al congresso il coraggio di avere contribuito a ritrovare la giusta mediazione fra la realtà sociale del Nord rappresentata dalla Lega, la realtà sociale del Sud rappresentata da Fini e la realtà della borghesia imprenditoriale illuminata rappresentata da Berlusconi. L' asse centrale del governo. Ho pure il coraggio di dire ai pochissimi leghisti ancora dubbiosi che senza Berlusconi presidente le riforme non sarebbero possibili. Il Paese va cambiato oggi. Non so infatti per quanto tempo ancora la borghesia illuminata si occuperà di politica attraverso Berlusconi". Perché? "Lo dice la storia. Nel passato la borghesia illuminata, fatta l' Italia, tornò ad occuparsi di affari, di imprese, di mercato. Noi vogliamo riformare l' Italia, poi spazio ai giovani". La Lega nella legislatura del ' 96 spinse per una legge sul conflitto di interessi. E' cambiata la posizione? "Noi non cambiamo, fummo i primi a dirlo e continuiamo a dirlo. E' la sinistra che non ha voluto la legge. La legge sarà presto approvata, la regolamentazione è necessaria. E difatti questa maggioranza si sta muovendo". Lei parlava prima di asse Berlusconi-Bossi-Fini. E' un caso che siano fuori gli ex democristiani? Teme che gli ex democristiani stiano giocando un' altra partita, teme un ribaltone? "Ribaltoni non sono possibili. L' aratro della storia ha spazzato e diviso il campo degli ex democristiani. La parte buona dei centristi sta di qua e mi auguro che continui a restare di qui. So che se alle prossime Amministrative la sinistra dovesse prendersi un' altra sberla sarebbero in molti a bussare alla Casa della Libertà. E qualcuno potrebbe avere la tentazione di raccogliere uno, due, tre o dieci margherite. Fantasie. La maggioranza è blindata. I perdenti bisognerà lasciarli al loro posto, bisognerà lasciare sfiorire la Margherita". Il congresso deciderà sulle Amministrative. In alcune città i leghisti chiedono di presentare liste separate. Che cosa proporrà? "Nei comuni al di sotto dei quindicimila abitanti decideranno le sezioni e i segretari locali. Nei grandi Comuni credo che, se possibile, si debba procedere con gli accordi. Non vedo il motivo di lasciare il seppure piccolo spazio di manovra a questa sinistra giustizialista e no global".
Fabio Cavalera27 febbraio 2002 - PELLEGRINO: SERVE UNA PROCURA NAZIONALE
"Il Messaggero"
LA PROPOSTA
"Serve una Procura nazionale"
L'ex presidente della Commissione Stragi, Pellegrino: indagini troppo frazionate
FABIO SCANDONE
È una proposta che Giovanni Pellegrino sostiene da tempo, fin da quando era presidente della Commissione Stragi nella scorsa legislatura: una procura nazionale antiterrorismo, proprio come la Direzione investigativa antimafia. All'indomani dell'attentato al Viminale l'ex presidente rilancia la necessità di un maggiore coordinamento dell'attività investigativa, intrecciandola con l'analisi del fenomeno terroristico. E all'interrogativo, se con la serie di attentati fin dall'omicidio di Massimo D'Antona si rischi una riedizione degli "anni di piombo", Pellegrino oppone una valutazione del tutto differente: "No, allora si pescava nel movimento - afferma - Oggi è soprattutto un problema di emarginazione. Quello che colpisce è la differenza tra la mole di informazioni e i risultati investigativi piuttosto modesti".
Lei come spiega questa esiguità di riscontri?
"Con l'eccessiva frammentazione delle indagini tra le varie procure. Di qui la necessità da me già sottolineata in passato di una struttura operativa su base nazionale quale una Procura anti-terrorismo sul modello della Direzione investigativa antimafia che si è rivelata incisiva".
Se la Direzione antimafia esiste e funziona, perché non è stata costituita anche quella anti-terrorismo?
"Le resitenze sono forti. Vede, la nostra magistraura in fondo è conservatrice, i giuristi sono conservatori e le corporazioni lo sono al quadrato: anche la Direzione antimafia non fu un parto facile".
L'attentato al Viminale arriva dopo un periodo di relativa tranquillità: è indice secondo lei della ripresa del terrorimo interno su larga scala?
"Il problema è proprio qui. Dopo l'11 settembre c'è stata una pausa, come se la gravità della situazione internazionale avesse indotto i gruppi ad uno stop: ma personalmente ritenevo che ci sarebbe stata una ripresa".
A quale matrice riconduce l'escalation?
"A partire dall'omicidio D'Antona, si tratta di attentati di opposta matrice: di destra quelli al Manifesto e al cinema Capranica; di sinistra quello D'Antona e le bombe a piazza di Spagna".
Secondo lei ci sono gli estremi per una riedizione degli anni di piombo?
"No, oggi è diverso. Allora si pescava dentro i movimenti, ora si tratta di enclave di emarginazione che non si sentono rappresentati dal maggioritario e che hanno come obiettivo soprattutto la globalizzazione".
Ritiene a rischio la tenuta della democrazia in Italia?
"No, sono a mio avviso fenomeni fisiologici a questo stadio della società: li hanno già conosciuti Paesi quali Francia e Giappone. Piuttosto credo che dobbiamo abituarci a convivere con un terrorismo endemico ma senza il timore di epidemie come nel '78".
Visto da sinistra: ritiene che anche l'attuale crisi di leadership dell'Ulivo contribuisca a creare una situazione propria alla lotta armata?
"Semmai il contrario: quando la sinistra era al governo, i gruppi marxisti-leninisti non si sentivano rappresentati da D'Alema. Non dimentichiamo che Massimo D'Antona era collaboratore di un governo di sinistra".
E ora che al governo c'è il centrodestra?
"Non cambia nulla: chi ha ritenuto un nemico di classe D'Alema, considera allo stesso modo Berlusconi".27 febbraio 2002 - REVELLI SULL' ATTENTATO DI ROMA
"L' Avvenire"
Il sociologo torinese analizza l'attentato e invita a non cadere nella facile trappola delle ipotesi, ma a risolvere il caso in fretta
Revelli: non è iniziata una nuova stagione di sangue
Pisanu: c'è un clima cattivo, quando esplode la violenza verbale prima o poi apre la strada a quella fisica
Antonio Giorgi
MILANO. Un sentimento di impotenza. Un senso invincibile di frustrazione. Una nota di angoscia che attraversa gli animi. E poi tanti interrogativi che si accavallo e non riescono a trovare una risposta a filo di logica, a lume di puro buon senso. C'è sempre - osserva il professor Marco Revelli - questo surplus di carica drammatica tra i mille risvolti di ogni azione terroristica e diventa impossibile non metterlo nel conto. "So di esprimere valutazioni già dette, mi rendo conto di sembrare un disco rotto che ripete all'infinito le solite cose, ma ogni attentato ci fa sprofondare nel buio", spiega il sociologo torinese. "È il destino cui non può sottrarsi la persona comune che fa i conti con il non sapere scoprendo che questo non sapere pesa sempre di più".
Si tratta di una forma di violenza aggiuntiva per quanto indiretta del terrorismo bombarolo? È questo che vuole dire?
"Esattamente. Un di più di violenza perpetrata ai danni della collettività anche quando l'attentato non ha esiti tragici e si risolve in un atto che vuole essere solo dimostrativo. Uno sparo nel buio allarma, c'è poco da discutere. Non dimentichiamo che molte azioni di questo tipo risultano incomprensibili perché sembrano a noi prive di senso. Con noi intendo le persone fuori dal piccolo gruppo di congiurati che hanno messo l'ordigno, lontane dagli ambienti che possono aver istigato oppure offerto copertura".
Quindi occorre fare chiarezza in fretta. Ma proprio il non sapere, l'ignoranza della gente comune non saranno di ostacolo?
"Capisco. La vita sociale dovrebbe svolgersi all'insegna della massima trasparenza. Invece ogni volta che il paese attraversa momenti delicati siamo alle prese con episodi drammatici e inquietanti. Vedi la bomba al tribunale di Venezia poco dopo le giornate di Genova. Per non parlare, poi, della storia degli anni Settanta e di parte degli Ottanta".
Il clima politico agitato di queste settimane può aver fatto da catalizzatore rispetto all'attentato dell'altra notte?
"Sarebbe un cattivo servizio alla verità formulare congetture in assenza di elementi concreti. Il fatto che i media siano costretti a lavorare sulle base di pure congetture è un altro elemento di veleno prodotto e diffuso dal terorismo".
Lei personalmente si astiene dunque dal formulare ipotesi?
"Rifiuto di cadere nella trappola e invito ad estrema sobrietà su questi fatti. È sempre meglio non prolungarne l'onda. Quali ipotesi possiamo avanzare? Che dietro la bomba ci sia Tizio? Che ci sia invece Caio? Che sia una risposta o una conseguenza del meeting del Palavobis? Che sia vero invece l'esatto contrario? A ben vedere ognuna di queste affermazioni si bilancia perfettamente con quella di segno opposto, e siamo da capo. Brancoliamo, come si dice, nel buio".
Ammetterà che l'atmosfera italiana non è delle più serene. In un contesto ben diverso, quando ad alimentare forti tensioni sociali non c'era ad esempio lo scontro sull'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, il terrorismo uccise D'Antona.
"Non ho mai colto la logica della condanna a morte di una persone per bene come D'Antona. Che volevano? Provocare? Disorganizzare? Impaurire? Questi interrogativi non fanno che confermare come la logica del terrorismo sia abissalmente distante dal modo di pensare della gente comune".
Possiamo dedurne che non c'è da temere un ritorno agli anni di piombo?
"Direi di no. Il terrorismo internazionale è un fatto diverso, ma nella situazione italiana non avverto rischi di un bis di quella che fu una stagione di sangue. Non vedo alcuna possibilità credibile di riedizione di pratiche di terrorismo in nessun settore sociale, neanche i più emarginati".
Se è così, chi può aver agito a Roma? Cani sciolti?
"Cani sciolti, o folli, o provocatori, o mentecatti, o individui manovrati. Ma siamo sempre nel campo delle congetture, e io non ho ipotesi prevalenti. Mi sento più inquieto rispetto all'altro ieri, questo è vero. Non sapendo nulla, siamo tutti più inquieti. Il che è grave: quell'ordigno un risultato lo ha già prodotto".
Antonio Giorgi27 febbraio 2002 - LE INDAGINI SULL' ATTENTATO DI ROMA
"Il Nuovo"
Bomba di via Palermo, caccia a tre giovani
Gli inquirenti ritengono che gli attentatori siano arrivati sul luogo dell'esplosione a bordo del motorino poi saltato in aria. Nelle telecamere del Viminale volti noti. Analogie con la bomba al Palazzaccio del '97.
di Michele Cassano
VIA PALERMO TORNA ALLA NORMALITA', SUPER LAVORO PER IL VETRAIO
ROMA - E' caccia alle persone che sono state viste allontanarsi su via Palermo subito dopo l'attentato al Viminale . Gli inquirenti sono convinti che siano proprio loro i responsabili. Secondo una prima ipotesi l'attenzione è verso due o tre persone. Ma da qualche ora le indagini sono incentrate su un gruppo più consistente, circa 10. Gli inquirenti stanno esaminando un parallelismo fra la bomba contro il Viminale e quella inesplosa che l'11 novembre 1997 fu trovata in un lucernaio del Palazzaccio, sede della Corte di Cassazione, poche ore prima di una manifestazione dell'Ulivo con la partecipazione di Rutelli, D'Alema e Di Pietro. Un attentato passato fra i tanti misteri d'Italia: non fu mai rivendicato, le modalità e il tipo di bomba presenterebbero inquietanti analogie con quella fatta invece esplodere in via Palermo. Anche allora si rivolsero le attenzioni allla galassia anarco-insurrezionalista.
In mezzo a tutto questo c'è il deposito di armi e bombe che è stato ritrovato all'Aurelio, dentro un tombino di via Vezio Crisafulli. La scoperta è stata fatta da un addetto alle pulizie appena sei ore dopo l'esplosione che ha rigettato l'Italia nell'incubo terrorismo. Dentro un pozzetto del seminterrato, tra le basculanti dei box 15 e 16 del garage condominiale di un elegante comprensorio in cortina, c'erano cinque pistole, due bombe a mano tipo Ananas, alcuni coltelli. E le ipotesi sono molte su chi può aver nascosto l'arsenale sono molte. Un gruppo di terroristi o un gruppo di fuoco della malavita? Quel che è certo che le armi erano nascoste in un copertone sigillato, per evitare che si bagnassero, e anche questo fa pensare a gente che sa cosa stava facendo. Nella zona, tranquilla e borghese, nessuno sembra sapere nulla. Meno che mai di quel tombino che era stato pulito l'ultima volta la scorsa estate.
Il cerchio si stringe. Gli inquirenti hanno ascoltato circa venti testimoni e, dalle loro versioni, hanno tratto una convinzione: i movimenti dei giovani non sono quelli che avrebbero seguito dei semplici passanti. Secondo indiscrezioni, i tre non solo sono stati visti camminare con calma in direzione di via Milano. Secondo la ricostruzione di uno degli abitanti della zona, sarebbero rimasti a guardare l'esplosione, poi si sarebbero girati e si sarebbero allontanati. Consapevoli, probabilmente, di non correre alcun rischio.
La ricostruzione sarebbe confermata dalle caratteristiche dell'ordigno. Ad innescarlo è stata una miccia, non un comando a distanza. Gli attentatori dovevano essere necessariamente vicini alla bomba. E le immagini delle telecamere che riprendono la zona attorno al Viminale hanno già fornito elementi utili. Sembra che siano stati ripresi volti già noti agli inquirenti. Ora si sta cercando di verificare la compatibilità di quelle immagini con le descrizioni fornite dai testimoni. Per questo sono in corso anche ricognizioni fotografiche, in modo tale da raccogliere prove sufficienti. Tutto lascia presupporre che presto potrebbero esserci importanti sviluppi.
Si sta cercando di capire anche come e quando il motorino possa essere arrivato nella zona dell'attentato. Gli investigatori hanno verificato che il mezzo non era stato abbandonato su via Palermo. Negli ultimi tempi il conducente del Gilera aveva subito diverse contravvenzioni ed è stato anche accertato che non è stato il proprietario a lasciarlo lì. Non viene dato credito alla testimonianza di una cameriera romena, che ha sostenuto di aver visto un fagotto sullo scooter già dal giorno prima dell'attentato. Gli inquirenti sospettano che siano stati proprio gli attentatori a portare il motorino nella zona dell'attentato, collocandoci sopra l'ordigno per dargli un maggiore effetto deflagrante. Gli agenti stanno setacciando ogni fotogramma per verificare eventuali passaggi del mezzo sotto le telecamere. Acquista maggior credito, alla luce dei nuovi sviluppi, la testimonianza fornita da alcuni agenti che nei momenti precedenti allo scoppio hanno notato due motorini, ognuno dei quali guidato da un giovane, girare più volte intorno alla sede del ministero.
Il video e i testimoni. E' inoltre sotto esame il video girato dai due turisti inglesi ospiti dell'hotel Clarin. Le immagini non avrebbero fornito elementi utili agli inquirenti: non si vedono persone sospette passare sotto la finestra dell'albergo. Anche i carabinieri del Reparto Operativo hanno ascoltato alcuni testimoni subito dopo l'attentato. Si tratta di tre olandesi, in vacanza nella Capitale. Oltre a Ringo Millinger, il giovane che ospite fino a ieri dell'hotel Picasso, sono stati ascoltati altri due clienti. Tutti e tre hanno detto di aver visto tre persone allontanarsi da via Palermo subito dopo l'esplosione. Ma i punti che fanno acqua sono molti. A 48 ore dall'esplosione ci sono ancora motorini abbandonati, mezzi rotti, bisognosi di rottamazione e controlli. Un Honda Bali, in origine turchese ma ora mezzo sverniciato, un Califfone nero in evidente stato d'abbandono. Così come un Ciao che ha le gomme interamente a terra. Vicino c'è poi un altro Honda Sh con frecce penzoloni e fili scoperchiati.28 febbraio 2002 - I GIORNALI SULL' ATTENTATO DI ROMA
"Liberazione"
Ci sono state due rivendicazioni telefoniche per la bomba ... Annibale Paloscia Ci sono state due rivendicazioni telefoniche per la bomba al Viminale: da Roma a nome di Forza Nuova e da Genova a nome delle Br-Pcc. Ovviamente due rivendicazioni inattendibili, ma che potrebbero provenire dalla stessa dalla stessa fonte e avere lo scopo di confondere gli scenari dell'attentato. Ieri il ministro Scajola, nella sua relazione alla Camera, ha detto che i sospetti sono rivolti ad un'unica area quella "oltranzista anarcoide" che comprende gli anarchici-insurrezionalisti, ed è contigua ai Nuclei territoriali antimperialisti e ad altre formazioni neobrigatiste. A quest'area il ministro ha attribuito i plichi esplosivi, la bomba del 10 aprile in via Brunetti a Roma, l'ordigno trovato a Bologna il 18 luglio nel bauletto di una bicicletta, e l'attentato dinamitardo compiuto contro il tribunale di Venezia il 9 agosto. Nelle indagini su quest'ultimo caso, l'unico arresto è stato, in realtà, quello di un giovane di estrema destra che aveva in casa degli indumenti sui quali sono state trovate tracce dello stesso tipo di esplosivo impiegato per confezionare l'ordigno usato nell'attentato. Su via Brunetti e sugli altri attentati citati dal ministro c'è una nebbia fitta, perché le rivendicazioni non significano nulla (possono anche essere depistaggi) se non sono seguite da concreti risultati nella identificazione dei responsabili degli atti terroristici.
Beffa o montatura?
In realtà, il ministro aveva poco da dire sulle indagini, a sole 48 ore dell'attentato, e avrebbe fatto meglio a spiegare in che modo i terroristi che hanno messo la bomba al Viminale hanno potuto prendersi gioco di tutto il sistema di sicurezza messo in opera dopo l'11 settembre per prevenire le minacce del terrorismo internazionale. Non sono bastate a dare un alt al piano terroristrivo né le 30 telecamere che sorvegliano giorno e notte il Viminale, né le altre decine di telecamere piazzate nell' area circostante per difendere da attacchi terroristici la Banca d'Italia, la questura, la prefettura, e per sorvegliare piazza della Repubblica e la stazione Termini. Non c'è area di Roma più affollata da uffici di polizia e sedi di servizi segreti. Non c'è zona più protetta da difese passive di quella compresa tra via Cavour, via Nazionale, piazza Venezia e piazza della Repubblica, proprio per la presenza della Banca d'Italia, del Viminale, della Prefettura e della Questura. Senza contare che a un passo ci sono anche il Quirinale, la sede del Cesis e quella del Sisde.
L'attentato ha rivelato che il sistema delle telecamere basculanti non offre assoluta sicurezza. L'obiettivo fissa l'immagine solo per trenta secondi e registra solo quelle riprese davanti agli ingressi riservati ai personaggi importanti. Le riprese non registrate vengono seguite a vista dagli addetti alla sorveglianza. Al Viminale c'è un ispettorato incaricato di controllare notte e giorno attraverso le telecamere quanto avviene all'esterno. Qualche elemento utile alle indagini potrebbe venire solo dallo scanneraggio delle immagini riprese dalle telecamere munite di meccanismi automatici di registrazione. Nell'economia di qualsiasi gruppo terroristico l'obiettivo da colpire viene scelto tra quelli che garantiscono le più sicure vie di fuga. Non è il caso del Viminale, salvo che non si conoscano i difetti del sistema di sorveglianza, il che richiederebbe l'aiuto di una talpa. La bomba di scarsa potenza e di rozza qualità ha dato un messaggio forte: i terroristi sono in grado di colpire qualsiasi istituzione. Sembrerebbe un ricatto: come sempre, in questi casi, solo i destinatari del messaggio sono in grado di capire i termini del ricatto.
Scajola si è limitato ad annunciare che il sistema di sicurezza sarà cambiato e rafforzato. Con toni meno rozzi di quelli di Berlusconi, Cossiga e Castelli è tornato sull' argomento che il clima di scontro politico "può portare a ripercorere itinerari pericolosi". Per evitarlo "ogni scontro dovrebbe avvenire nei luoghi di esercizio delle libertà democratiche". Non ha detto se in questi luoghi sono compresi le piazze, le università e i Palavobis, ma è chiaro che il suo pensiero va in direzione dell'esclusione. Una concezione storicamente organica con il terrorismo che si è sempre servito come alibi delle limitazioni della democrazia e delle politiche repressive del dissenso. La rappresentatività della pressione sociale non può essere data solo al parlamento e ai partiti, perché il risultato sarebbe un sistema autoritario come quello di Crispi, che, come denunciava il liberale Giolitti, "al primo stormir di fronda proclamava lo stato di assedio e calpestava tutte le franchigie costituzionali". Scajola ha concluso con un patetico richiamo all'opposizione, in nome dell'etica della responsabilità, a evitare i toni eccessivi e a non delegittimare l'avversario. Gli imperativi dell'etica della responsabilità sono ben altri: sono l'imperativo di manifestare contro la libertà di licenziamento, l'imperativo di manifestare contro la guerra, l'imperativo di manifestare contro la disuguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Rischio per il dissenso
Russo Spena, di Rifondazione comunista ha risposto al ministro che "all'allarme bomba si aggiunge l'allarme della strumentalizzazione dell'attentato contro l'opposizione". C'è "dell'oscuro e del marcio" nelle gravissime affermazioni del governo sulle connessioni tra il terrorismo e i movimenti antiliberisti. "Qualcuno pensa che con le bombe si può soffocare la libertà del dissenso. Il Paese rischia di precipitare nuovamente nell'emergenzialismo". La parlamentare del Ds Olga di Serio, vedova del professor D'Antona ucciso dalle Br, ha detto: "Mi sono venuti i brividi alla schiena quando ho sentito le cose dette dal ministro Castelli sulla manifestazione al Palavobis"."Liberazione"
"Professore, ci crede alla pista anarcoide di cui parla ... Checchino Antonini "Professore, ci crede alla pista anarcoide di cui parla Scajola?". Dall'altra parte del cavo telefonico, Giuseppe De Lutiis risponde senza esitazione: "Storicamente gli anarchici sono sempre stati scelti come capri espiatori", dice a Liberazione, colui che è uno dei massimi esperti italiani di 007 (sua la "Storia dei servizi segreti" più volte aggiornata da Editori riuniti tra il 1984 e il '98), consulente della commissione stragi, e ricercatore di sociologia a La Sapienza di Roma. "In passato la firma "anarchica" è stata utilizzata per attentati perpetrati da neofascisti legati a settori di servizi segreti o per attentati di cui non è mai stata chiarita l'origine. Mi riferisco alla mancata esplosione al Duomo di Milano, del dicembre 2000, rivendicata da un sedicente gruppo anarchico "Solidarietà internazionale". Storicamente, poi, vi sono dubbi perfino sull'attentato del 1921 al teatro Diana di Milano".
Tornando ai giorni nostri, a 48 ore di distanza dallo scoppio di via Palermo non sembra esserci alcuna rivendicazione attendibile se si escludono le telefonate a nome di sedicenti Br genovesi o di Forza nuova. E' utile per capire la genesi dell'attentato?
Usualmente, l'estrema sinistra rivendica sempre i suoi atti. La destra, almeno nel periodo storicamente determinato della strategia della tensione, non ha mai rivendicato quelle gesta. Ma oggi non penserei a un attentato della destra quanto alla sopravvivenza di "centri di provocazione" in grado di attivarsi quando la dinamica politica e sociale rischia di rafforzare le sinistre. Allo stato attuale non si può escludere che ci possa essere stato un singolo individuo scriteriato che abbia potuto compiere un atto politicamente dannoso ma, certo, il movimento anarchico, per l'assenza di strutture gerarchiche e di auto-tutela è l'ambito più aperto a possibili infiltrazioni.
Tornano alla mente precedenti ondate di episodi terroristici che hanno "animato" altri periodi socialmente "caldi".
Esiste un documento, per esempio, che il colonnello Viezzer dell'ufficio D del Sid (vecchio nome dei servizi segreti militari, ndr) fece avere al giudice Sica. In quel memoriale si faceva riferimento ad attentati con bombe-carta contro sedi missine, effettuati nella campagna per le politiche del 1972, che - ad avviso di Viezzer - sarebbero stati eseguiti da uomini del nucleo operativo del capitano La Bruna (poi condannato per depistaggi nelle indagini su piazza Fontana, ndr) su ordine del generale Miceli, allora capo dei servizi e subito dopo parlamentare del Msi. Lo scopo sarebbe stato quello di alienare la simpatia degli elettori per le sinistre.
Se non giungesse alcuna firma, non sarebbe l'unico caso recente.
E' vero, negli ultimi anni più di un episodio è rimasto senza colpevoli individuati e arrestati e questo è particolarmente inquietante vista la grande professionalità acquisita da polizia e carabinieri e considerando come, all'indomani del crollo del muro, i dirigenti dei servizi segreti abbiano cambiato il loro atteggiamento di alcuni magistrati.
Dopo i "prodigiosi esercizi di divinazione" di cui sono stati protagonisti sia Scajola che Castelli, prevedendo una recrudescenza di atti violenti poche ore prima dell'esplosione di Roma, più di un osservatore ha parlato di una "bomba lanciata contro il movimento".
Siamo troppo vicini all'evento per etichettare il gesto. Certo, una bomba in questo momento tenta di gettare ombre, di creare panico in vista dello sciopero generale e delle manifestazioni indette, per le prossime settimane, sia dalla Cgil che dal movimento in difesa di Mani pulite.
Proprio quelli contro i quali ha tuonato il premier Berlusconi. Ma è possibile che i "toni" adoperati al Palavobis possano spingere chiunque a piazzare due chili di esplosivo sotto al Viminale?
Assolutamente no, dato che tutte quelle persone erano lì riunite per inneggiare alla legalità. Gravi e provocatori, casomai, sono i toni usati da uomini investiti da responsabilità di governo i quali, proprio per il ruolo da essi ricoperto, dovrebbero stare attenti a esprimere giudizi che appaiono di grave avventatezza.
Un'altra coincidenza è che la bomba arriva all'indomani della retata di presunti terroristi islamici.
E' sicuro che via Palermo non ha nulla a che fare con la pista islamica: i fondamentalisti tendono a colpire obiettivi di grande visibilità internazionale, come potrebbero esserlo, oltre all'ambasciata americana, il Colosseo, la Torre di Pisa, una basilica importante. Questo attentato è limitato e con chiari risvolti "interni".
Dai lati oscuri della repressione genovese al boato del Viminale, pensa possa esserci di nuovo un ruolo oscuro dei servizi segreti?
Dopo il 1989, i vertici dei servizi - pur conservando al loro interno uomini programmati unicamente per l'anticomunismo più duro - hanno mostrato una maggiore affidabilità. Sembra improbabile un coinvolgimento dei servizi segreti ufficiali ma non possiamo escludere che uomini, che in passato hanno operato ai loro margini o in organizzazioni mai chiarite come "Falange armata", possano ancora operare, soli o in gruppo, per avvelenare il libero gioco democratico. In questo momento, è possibile che esistano settori oscuri che abbiano deciso di scatenare una strategia della tensione in risposta allo scatto d'orgoglio di parte cospicua delle sinistre (sia quella del Palavobis che i lavoratori che difendono l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori) perché quello scatto rappresenta una svolta inaspettata per chi riteneva la sinistra ormai coinvolta in un'opposizione moderata, priva di mordente e destinata a nuove sconfitte."Il Corriere della sera"
Bomba al Viminale, si indaga su dieci persone
Filmate poco prima dell'attentato. Scajola: "La pista è quella anarchica, l'azione era contro il ministero"
ROMA - Agli investigatori che hanno controllato le cassette registrate dalle telecamere sistemate attorno alla zona dell'attentato sono rimasti impressi una decina di volti. Visi di persone che sono passate sui marciapiedi di via Palermo e delle strade attigue poco prima dell'esplosione e che potrebbero aver avuto l'incarico di compiere l'ultima perlustrazione prima dello scoppio dell'ordigno a base di polvere pirica. Sembra che le riprese a circuito chiuso delle banche abbiano "immortalato" anche le sembianze dei tre sconosciuti notati da un paio di testimoni mentre si allontavano tranquilli dal luogo della deflagrazione, come se tentassero di passare inosservati. In attesa dell'arrivo della rivendicazione, gli investigatori hanno dunque un "manipolo di mister x" sui quali indagare per tentare di risalire al gruppetto di terroristi che ha firmato l'attacco al Viminale. Il ministro dell'Interno Claudio Scajola ha sottolineato come l'attentato sia stato "chiaramente diretto verso il ministero dell'Interno" e che per esso "sembrano da escludere la matrice riconducibile al terrorismo internazionale e collegato all'indagine sui presunti terroristi marocchini arrestati a Roma" e ha confermato che "le indagini si stanno orientando verso gli ambienti dell'area della contestazione oltranzista e antagonista di tipo anarcoide, nella quale si possono comprendere gruppi anarco-insurrezionalisti e altri gruppi che si richiamano a ideologie diverse".
L'INCHIESTA - Anche ieri un filo diretto continuo ha tenuto aggiornati il Procuratore aggiunto Italo Ormanni e il pm Federico De Siervo sugli sviluppi dell'istruttoria. I funzionari della Digos hanno nuovamente interrogato i testimoni che si erano affacciati agli stabili di via Palermo e che hanno detto di aver notato tre persone mentre si dirigevano con calma verso via Milano. Gli agenti hanno concluso nella tarda serata l'esame delle cassette e hanno fatto il bilancio delle numerose perquisizioni eseguite martedì notte, da cui però non sarebbe emerso nulla di particolare. Indagini in corso anche su un misterioso ritrovamento, poche ore dopo l'attentato, di cinque pistole e di due bombe a mano: erano nascoste nel garage di uno stabile di via Vezio Crisafulli, al quartiere Aurelio, che è stato passato al setaccio dalla polizia.
FALSE RIVENDICAZIONI - L'esplosione di via Palermo è stata rivendicata con due telefonate al quotidiano Il Secolo XIX (da una sedicente colonna genovese delle Br "Anna Maria Ludmann") e alla Questura di Roma (Forza Nuova): entrambe le rivendicazioni sono ritenute "inattendibili" dal Viminale. Ieri si sono succeduti una serie di falsi allarme-bomba in tutta Italia: nella Capitale una telefonata anonima ha segnalato l'imminente scoppio di un ordigno in Piazza Santi Apostoli, dove c'è l'ufficio romano del presidente della Commissione Europea Romano Prodi. Ma gli artificieri non hanno mai trovato esplosivi.
Flavio Haver"Il Corriere della sera"
"Anche le lettere esplosive venivano da quei gruppi"
ROMA - Giovanni Salvi, pm del pool Antiterrorismo di Roma e vicepresidente dell'Anm, ci tiene a fare una premessa: "Non mi occupo delle indagini sulla bomba del Viminale". Detto questo, il magistrato che ha indagato sull'eversione di estrema destra ma anche sul terrorismo rosso, non esclude la pista interna che porterebbe ai gruppi di matrice anarchica. Ma poi Salvi, che è anche vicepresidente dell'Anm, respinge "ogni tentativo di criminalizzare il movimento nato per tutelare la legalità". Qual è lo scenario finché non arriva una rivendicazione attendibile?
"Senza rivendicazione vi possono essere spiegazioni diverse. E non necessariamente nel senso che si tratti di un attentato "oscuro" nelle sue origini. Ci sono stati attentati rivendicati a distanza di tempo e altri non rivendicati che, poi, sono stati attribuiti. In genere, gli attentati provenienti da gruppi di sinistra sono stati rivendicati con più frequenza rispetto a quelli poi riconosciuti come atti commessi dall'estrema destra".
Le indagini vengono indirizzate sui gruppi "anarco insurrezionalisti". Il pericolo viene solo da queste sigle?
"Indipendentemente da questo ultimo fatto, in passato questo settore ha messo in atto condotte molto pericolose in varie parti d'Italia. A Roma ci sono stati processi per attentati anche abbastanza seri. E' un'area da tenere presente anche per le lettere esplosive inviate non molto tempo fa".
La bomba del Viminale, che ottiene un'eco così vasta, implica una buon livello di preparazione militare?
"Non sono in grado di rispondere perché non sono ancora chiari tutti gli elementi. Ma un effetto eco di questo genere non comporta comunque un'organizzazione complessa".
E chi collega il terrorismo ai toni usati al Palavobis?
"Credo che un collegamento, anche a livello di effetti indiretti imitativi, sia fuori dal mondo. Occorre fare grandissima attenzione a non criminalizzare aree di dissenso anche radicale. Ora ci vuole l'unità di tutte le forze politiche: non solo per respingere il terrorismo, il che è ovvio, ma anche per non usarlo strumentalmente".
Anche Scajola auspica un percorso del genere .
"E di questo sono molto contento".
Ma dice pure che nel "neo-movimentismo" bisogna isolare i "tentativi destabilizzanti che pur sono presenti in quelle forme" di contestazione.
"Se ci sono preoccupazioni, bisognerebbe individuare se e dove c'è stato un debordamento dai limiti della legalità. Non regge il collegamento con gli anni '60 e '70: quando dalle assemblee partiva un invito alla violenza e alla lotta armata. Allora si parlava di autodifesa e di attività illegali. E' quello, semmai, il passaggio allarmante. Così, ora, io trovo che sia francamente pericoloso anticipare il momento di alzare guardia. Solo perché siamo in presenza di manifestazioni di dissenso radicale contro il governo".
D. Mart."Il Mattino"
Cossiga: "Parole di piombo
e girotondi da buffoni"
La bomba al Viminale? Una conseguenza, logica, delle "parole di piombo" pronunciate nel corso della manifestazione al Palavobis. Questa l'interpretazione dell'ex capo dello Stato Francesco Cossiga che ha definito le manifestazioni di protesta uliviste "irresponsabile girotondo tra buffoni ex-collaborazionisti dei nazisti, ex-magistrati che non hanno il pudore di tacere, indegni eredi del Pci e della Dc e abborracciati intellettuali in un'adunata che ricordava le orchestrazioni di Goebbels". Tali atteggiamenti, secondo Cossiga, "hanno dato i loro frutti prima di quanto io temessi con l'attentato al Viminale, che è considerato un classico simbolo del potere oppressivo"."La Stampa"
"Bomba di Roma, si segue la pista anarchica" Scajola riferisce in Parlamento, Casini: amareggiato dal clima in aula
Le indagini sull´attentato di via Palermo sono orientate su una pista anarchica. Lo ha affermato il ministro dell´Interno, Claudio Scajola, intervenendo ieri alla Camera e al Senato. Scajola ha lanciato un appello all´unità delle forze politiche, che è sembrato cadere nel vuoto. Ne ha preso atto il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, che al termine del dibattito ha dichiarato: "Debbo manifestare la mia amarezza per il clima in cui si è svolto questo dibattito, costellato da continue interruzioni reciproche". Il ministro dell´Interno aveva detto nel suo intervento: "Vi è un solo modo per contrastare la violenza e il terrore: la compatezza di tutte le istituzioni e di tutti i cittadini". Ma l´opposizione ha preso di mira le dichiarazioni del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e del ministro per le Riforme Istituzionali, Umberto Bossi, che in una intervista al Corriere della Sera ha accusato i "servizi segreti deviati", manovrati dalla sinistra, di essere gli autori del botto al Viminale. Toni pacati, misurati, quelli del ministro dell´Interno. Impegnato nel voler ricucire lo strappo consumato nelle prime ore del dopo attentato di via Palermo - per le differenti valutazioni su ciò che era accaduto e il contesto in cui era maturato l´attentato - tra esponenti di governo e di opposizione. "Occorre rifiutare - aveva esortato il ministro - il clima di scontro che rischia di alimentare inconsapevolmente schemi e teorie superate che, se male intese e interpretate, possono portare a ripercorrere itinerari pericolosi per la vita della nazione". E ancora: "Il valore aggiunto, che le recenti forme di neo-movimentismo conferiscono al dibattito odierno, può essere esaltato a condizione che si neutralizzino quei tentativi isolati e destabilizzanti che pur sono presenti in quelle forme". Sembrava riferirsi alle manifestazioni del Palavobis di Milano e alle altre di questi giorni, il ministro. Correggendo, l´interpretazione data dall´opposizione sulle dichiarazioni del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e di altri esponenti di governo (il Guardasigilli Castelli) e di maggioranza che avevano invitato a raffreddare i toni della polemica politica: "Non siamo all´inizio di un periodo oscuro - ha insistito Scajola - per il nostro Paese, questo gesto inconsulto non deve alimentare ulteriormente un´atmosfera tesa tra le forze politiche". Nella sua dettagliata informativa sull´attentato, il ministro Scajola aveva accuratamente evitato di riferirsi a "servizi segreti deviati", smentendo nei fatti Bossi e puntando decisamente sulla pista anarchica. Una posizione che non è stata gradita dalla Lega. Il senatore Luigi Peruzzotti, nel suo intervento, ha stuzzicato il ministro: "Come è possibile che si possa fare un attentato al secondo palazzo, dopo il Quirinale, che dovrebbe essere il più sicuro in Italia? Legga le interrogazioni che le abbiamo sottoposto signor ministro: le diamo un consiglio, cambi alcuni personaggi del Viminale che la possono mettere in difficoltà". L´opposizione ha duramente contestato il presidente del Consiglio e il ministro Bossi. Willer Bordon, presidente dei senatori della Margherita: "Un attentato di questo tipo si combatte anche con la sobrietà delle affermazioni. Il presidente del Consiglio ha voluto spendere politicamente la bomba di Roma per mettere in discussione il diritto dell´opposizione di manifestare". Al ministro Bossi che ha accusato "settori deviati dei Servizi, manovrati dalla sinistra", il presidente del Comitato di controllo sui Servizi, Enzo Bianco, ha replicato invitandolo a riferire quanto sa al Comitato stesso. Mentre il senatore Massimo Brutti, Ds, ha denunciato in Aula: "Siamo di fronte a dichiarazioni inquietanti, gravi, irresponsabili da parte dell´onorevole Bossi che ingenerano insicurezza nei cittadini italiani e non contribuiscono alla serenità del confronto democratico". E il sindaco di Roma, Walter Veltroni: "Siccome Bossi non è un passante, ma un ministro della Repubblica, ci dica su quali documenti fonda le sue dichiarazioni. Se ha degli elementi di conoscenza, la prima cosa da fare è andare dai magistrati inquirenti". Guido Ruotolo"La Stampa"
La polizia smentisce le due rivendicazioni
ROMA
In assenza di rivendicazioni "attendibili", le "indagini si stanno orientando verso gli ambienti dell´area della contestazione oltranzista e antagonista di tipo anarcoide". Il ministro dell´Interno, Claudio Scajola, dopo aver riunito in mattinata il Comitato nazionale per l´ordine e la sicurezza, prende la parola prima alla Camera e poi al Senato, per riferire sull´attentato di via Palermo. Secondo Scajola, "l´attentato era chiaramente diretto contro il ministero dell´Interno": "Le prime testimonianze acquisite consentono di affermare che gli attentatori sarebbero stati due o tre, apparentemente di età giovanile". Pochi, pochissimi gli elementi in mano agli investigatori. Anche i testimoni avrebbero fornito vaghi identikit di persone che hanno visto dopo l´esplosione nella zona: "Sulla base di queste testimonianze - rivela Scajola - si stanno effettuando le conseguenti ricognizioni fotografiche, nell´intento di pervenire all´identificazione dei responsabili". Ieri, alcuni quotidiani avevano annunciato che i carabinieri, poco dopo l´attentato di via Palermo, avevano fermato tre "sospetti": "I giornali hanno preso una cantonata - smentisce il colonnello dei carabinieri, Gianfranco Cavallo, comandante del reparto operativo di Roma -. Ci siamo limitati a identificare e a sentire tre testimoni, che ci hanno raccontato quel che hanno visto nei momenti successivi all´esplosione". Del botto dell´altro giorno non è rimasto che un segno sul muro perimetrale del Viminale ma quell´esplosione ha creato una forte preoccupazione: al termine del Comitato nazionale dell´ordine e della sicurezza pubblica, il ministro dell´Interno ha raccomandato di "mantenere al massimo livello l´attenzione e la vigilanza a protezione delle sedi istituzionali e di governo, delle strutture giudiziarie e penitenziarie, delle sedi dei partiti e dei movimenti politici, degli organi di stampa e di informazione nonché di ogni altro obiettivo ritenuto sensibile". Gli investigatori smentiscono le due rivendicazioni telefoniche giunte ieri a Roma e a Genova. La prima, che attribuisce l´attentato a Forza Nuova (l´organizzazione di destra), la seconda, arrivata al centralino del quotidiano "Il Secolo XIX", che attribuisce il botto di via Palermo a una nascente colonna genovese delle Brigate Rosse "Anna Maria Ludmann", uccisa nel marzo del 1980 nel covo brigatista di via Fracchia. Le smentiscono in una nota ufficiale del Dipartimento di pubblica sicurezza, bollandole come "inattendibili, in assenza di ulteriori specifici riscontri". Sempre il ministro dell´Interno, nei suoi interventi alla Camera e al Senato, riferendosi agli "ambienti dell´area anarcoide" ha precisato: "In quest´area possono ricomprendersi sia i gruppi anarco-insurrezionalisti, che da tempo sostengono una progettualità rivoluzionaria di lotta allo Stato e alle sue istituzioni democratiche, sia altri gruppi che si richiamano a ideologie eversive". Scajola ha ricordato le rivendicazioni degli anarco-insurrezionalisti dei "plichi esplosivi indirizzati ad obiettivi istituzionali nonché l´episodio emblematico verificatosi il 18 luglio scorso a Bologna allorché fu rinvenuto un ordigno di significativo potenziale e pronto ad esplodere all´interno di un bauletto posto su una bicicletta". La polvere pirica esplosa alle 4,03 del mattino in via Palermo - ha confermato il ministro - è stata "collocata sul sedile di un motorino parcheggiato sul marciapiede di via Palermo". In attesa di rivendicazioni, l´Associazione dei familiari delle vittime dell´attentato di via dei Georgofili a Firenze (le stragi del `93) invita a ipotizzare anche una pista mafiosa: "Non escludiamo che il messaggio contenuto nell´attentato possa essere mafioso". I familiari delle vittime delle stragi del `93 ricordano che il 15 marzo in Cassazione si discuterà proprio il processo che per quelle stragi ha condannato all´ergastolo i mafiosi "che le eseguirono su indicazione dei capi storici di Cosa nostra, fra cui i latitanti Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro".
g. ru."Il Corriere della sera"
Servizi deviati e sinistra L'opposizione a Bossi:
riferisca in Parlamento
ROMA - Servizi "deviati dalla sinistra", la sinistra "insinuata nelle istituzioni", dentro le istituzioni "personaggi che bivaccano remando contro il cambiamento". Le parole di Umberto Bossi al Corriere producono un piccolo terremoto politico. L'opposizione chiede che il ministro delle Riforme riferisca davanti al Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. La Lega asseconda il suo leader, lo sostiene, "perché troppe persone - spiega il braccio destro di Bossi, Francesco Speroni - sono rimaste nei punti chiave dello Stato, nonostante il cambio di governo. Un esempio su tutti? Il capo di gabinetto del ministro dell'Interno". Bossi affronta due temi. Il primo è anche un problema di spoil system , ricambio delle poltrone chiave nell'amministrazione pubblica, un nodo in via di soluzione: "Al massimo fra un mese - promette Learco Saporito, An, sottosegretario alla Funzione Pubblica - approveremo la legge sulla riforma della dirigenza: 500 dirigenti di prima fascia decadranno dall'incarico, 3.000 di seconda fascia saranno sottoposti a verifica". L'altro, sui servizi deviati, apre scenari più delicati, "inquietanti" per il diessino Massimo Brutti, che bolla come "un'incredibile sciocchezza" il contenuto delle "gravi parole" di Bossi.
Come Brutti anche Enzo Bianco, ex ministro dell'Interno, ritiene necessario che Bossi riferisca al più presto di fronte al comitato parlamentare sui servizi: "Le parole del leader della Lega stupiscono perché provengono da un esponente di primo piano della maggioranza e da un ministro della Repubblica. Deve essere ascoltato al più presto perché possa esplicitare al Parlamento le informazioni di cui è in possesso".
Ma proprio su quelle informazioni è inutile chiedere qualcosa in più ai principali collaboratori di Bossi: "Sui servizi non posso aggiungere nulla - dice Alessandro Cè, capogruppo della Lega alla Camera -. Sull'occupazione delle istituzioni è innegabile che dopo anni di gestione clientelare della funzione pubblica in diverse aree di sottopotere alcune persone non assecondano il cambiamento". Anche Speroni glissa sui servizi, mentre auspica "un'indagine a tappeto per verificare tutti i casi in cui sono rimasti al loro posto personaggi nominati dalla sinistra". Quei "talebani senza il senso dello Stato", li definisce Learco Saporito, rintracciandoli, più che altrove, nel ministero dell'Economia e in quello dell'Istruzione.
Il ragionamento sui servizi segreti "deviati dalla sinistra" produce scetticismo in seno alla maggioranza. Per Enzo Trantino, deputato di An, nove legislature in Parlamento, fra gli avvocati difensori al processo sulla strage di Bologna, "negli ultimi anni dentro i servizi c'è stata un'autocombustione, non si può escludere qualche mela marcia, ma l'argomento servizi deviati non può più essere ricondotto a un sistema". Anche per questo le parole di Bossi "avrebbero bisogno di verifiche, viceversa rimangono solo affermazioni ardite". Aggiunge Pierfrancesco Gamba, An, membro del Copaco: "Credo che Bossi faccia un ragionamento induttivo, basato sulla storia italiana, e non su elementi concreti riferibili ai servizi attuali. Anche se non possiamo escludere che dentro i servizi qualcuno si dedichi ad attività non istituzionali".
Marco Galluzzo"La Repubblica" edizione genovese
La telefonata al Secolo XIX fa tornare alla memoria gli anni di piombo quando Genova viveva l'incubo del terrorismo
Quei superlatitanti delle Bierre scomparsi nel nulla da decenni
Il rito della rivendicazione ha sempre avuto una sua liturgia genovese targata Br, che si discosta molto da quella un po' approssimata che ha usato il telefonista di ieri, chiamando il centralino del "Secolo XIX" per dire: siamo stati noi a piazzare la bomba al Viminale di Roma.
Ad ogni telefonata è sempre seguito un volantino, fatto trovare in un posto preciso della città, generalmente una cabina telefonica o un cestino dei rifiuti. Ogni volantino corrispondeva a un documento molto "serrato", spesso un vero e proprio testo di decine o centinaia di pagine, sotto l'intestazione "Risoluzione strategica", con l'indicazione del numero e della "colonna" brigatista che firmava il documento.
Di tutto questo la rivendicazione che ieri mattina ha fatto riapparire la stella a cinque punte delle Brigate Rosse sullo sfondo dell'attentato romano ha conservato solo il rito della telefonata e l'indicazione della colonna. In questo caso una "neonata" colonna, intitolata a Anna Maria Ludmann, una delle terroriste più enigmatiche e misteriose dei famosi "anni di piombo", una donna di cui si era ignorata l'esistenza e la militanza, fino al giorno in cui morì insieme a Riccardo Dura, Lorenzo Betassa e Roberto Panciroli, nel conflitto a fuoco con i carabinieri in via Fracchia, sulle alture genovesi di Oregina.
Quel nome e quella embrionale tecnica di rivendicazione hanno fatto sentire per un attimo il brivido del terrorismo in una città che è uscita da quell'incubo venti anni fa, ma che continua a non dimenticare. Non riesce a dimenticare.
Il questore Oscar Fioriolli, la Digos, il Ministero degli Interni, sono abbastanza sicuri nel respingere quel fantasma che torna dal passato genovese perfino attraverso il rito _ a loro avviso fasullo_ della rivendicazione.
Le tracce del brigatismo sono disperse, l'humus intorno al quale si alimentava la violenza armata della stella a cinque punte non esiste più, anche se il delitto D'Antona, l'ultimo crimine Br non è ancora stato risolto. Anche se molti dei misteri di quegli anni sono rimasti tali e tanti protagonisti di quei fatti o sono segnati per sempre o addirittura sono sprofondati nel nulla, come i superlatitanti ricercati inutilmente da decenni di quella colonna genovese, oggi apparenteme