Almanacco dei misteri d' Italia


Strage di Brescia
le notizie del 2001
(dove non e' citata un' altra fonte, la notizia e' tratta dall' agenzia Ansa)
17 gennaio - Due ore di interrogatorio davanti al Gip di Brescia Francesca Morelli, per Carlo Digilio. L' interrogatorio, con la formula dell'incidente probatorio, si svolge a porte chiuse e in videoconferenza e sarebbe stato piuttosto difficoltoso a causa delle cattive condizioni fisiche di Digilio. Digilio ha parlato in videoconferenza da Salo', sul lago di Garda, ma appunto per la difficolta' di capire quanto diceva il Gip Morelli ha disposto che alla prossima udienza, mercoledi' prossimo, il collaboratore di giustizia venga portato in aula. Digilio avrebbe cominciato stamani a parlare della riunione a Codignola ai Colli (Verona) durante la quale sarebbe stato ideato l'attentato di piazza della Loggia e ai partecipanti alla riunione Digilio ha aggiunto il nome di tale Persich, di mestiere camionista. Secondo il suo racconto sarebbe stato l'ex ordinovista Marcello Soffiati, morto una decina d'anni fa ad andare a prendere l' ordigno a Venezia. Zio Otto (come e' soprannominato Digilio) sarebbe stato in seguito chiamato a Verona da Soffiati in quanto la bomba presentava dei problemi all'innesco. Digilio, esperto di armi ed esplosivi, avrebbe posto rimedio. L'interrogatorio e' stato poi interrotto perche' il collaboratore e' apparso troppo affaticato. Le sue dichiarazioni chiamano in causa, tra gli altri, il segretario del Movimento Sociale Fiamma Tricolore Pino Rauti, Guerin Serac, francese, direttore dell' Aginter Press, un centro di spionaggio di Lisbona camuffato da agenzia di stampa, e Maurizio Tramonte, meglio noto come 'Fonte Tritone', legato ai servizi segreti e per il quale nelle settimane scorse i giudici del Tribunale del riesame di Brescia hanno disposto l'arresto (ancora pendente il ricorso in Cassazione). Unico degli indagati presente in aula, il professore veneziano Arturo Francesconi Sartori.

19 gennaio – Il sen. Giovanni Pellegrino, presidente della commissione stragi, intervistato a Radio 24, nel corso di "Viva voce" condotta da Giancarlo Santalmassi, dice:"Assolvo Gladio perche' abbiamo accertato che le stragi le fanno gli ordinovisti e gli avanguardisti, che sono stati assoltati dal ministero dell'Interno e dalle forze armate e dal servizio segreto militare". "Il problema – dice Pellegrino - e' che la politica italiana riesce a concordare sulle valutazioni delle patologie del presente, come sulla vicenda di D'Antona (in due mesi abbiamo approvato all'unanimita" una relazione) ma sul passato ci si divide in modo aspro. Il dibattito politico sul passato e' inferiore al livello di maturita' raggiunto dal Paese". Per motivare la sua "assoluzione" Pellegrino ha detto tra l'altro che Gladio e' stata "una struttura sostanzialmente legittima, presente in molte nazioni europee". "Non condivido la valutazione negativa che ne e' stata fatta finora. Gli accertamenti da noi svolti, in fase giudiziale, hanno dimostrato che Gladio non ha avuto un ruolo nella strategia della tensione e che era una struttura con una potenzialita' operativa, nell'eventualita' di un terzo conflitto mondiale. Si trattava di 100 reclutatori, che con facilita' avrebbero potuto ciascuno reclutare 10 partigiani per costituire un gruppo di 1000 partigiani, per fare resistenza dietro le linee nemiche. Gladio era questo. La preparazione di nuclei di resistenza nell'ipotesi che una parte del territorio nazionale fosse stato occupato dalle truppe del Patto di Varsavia". Pellegrino ha preso le distanze dal giudizio espresso in passato dai Ds su Gladio. "La valutazione negativa sul caso Gladio risente della valutazione che fu fatta gia' dalla Commissione sotto la presidenza di Libero Gualtieri". Pellegrino dice anche che "La Commissione avrebbe dovuto occuparsi di Ustica piu' intensamente di quanto abbia fatto" e che "In questa legislazione l' attivita' della Commissione su Ustica e' stata scarsa e poco concludente". Durante la trasmissione c’ e’ anche uno scambio di battute in diretta tra Giovanni Pellegrino e Fernando Ferrari, gia' imputato per la strage di piazza della Loggia e assolto. Il presidente della Commissione stragi ha espresso forti dubbi su quella assoluzione. "Pensare che la strage di Brescia non sia di matrice fascista - ha detto fra l'altro Pellegrino - vuol dire non collidere con gli accertamenti storici svolti. Il che non significa escludere che singoli ragazzi della destra radicale siano stati imputati ingiustamente".

23 gennaio - La Corte di Cassazione conferma la condanna a 3 anni e 4 mesi di reclusione per il generale dei carabinieri Francesco Delfino per truffa aggravata nell' ambito del sequestro dell' imprenditore Giuseppe Soffiantini. I giudici hanno impiegato circa quattro ore per prendere questa decisione che ha accolto le richieste del procuratore generale Antonio Mura, che aveva chiesto la conferma della condanna emessa dalla Corte di appello di Brescia. Giuseppe Soffiantini e' stato presente alla lettura del verdetto ed e', poi, ripartito per Brescia dopo la lettura del dispositivo. “Sono contento di questa decisione dei giudici - ha detto l' imprenditore - e del resto ho sempre avuto fiducia nella magistratura e negli inquirenti”. Nella loro arringa, gli avvocati difensori del gen.Delfino, Alessandro Gamberini e Raniero della Valle, avevano cercato di smontare la configurazione giuridica dell' accusa di truffa pluriaggravata e truffa aggravata formulata a carico del loro assistito. Ma i loro sforzi sono risultati vani. Delfino, comunque, come ha sottolineato uno dei legali, non rischia di dover tornare in carcere in quanto la sua condanna - avendo l' alto ufficiale gia' scontato alcuni mesi di carcere preventivo - e' inferiore ai tre anni e, quindi, puo' usufruire delle misure alternative alla detenzione. Rimane comunque aperto il problema della restituzione del miliardo che il generale ha sottratto ai familiari del rapito: dell' intera somma, a Soffiantini sono state restituite solo 100mila lire.

31 gennaio - Il settimanale "Diario" pubblica un articolo sul prof. Pio Filippani Ronconi, "Non solo un illustre orientalista, un soldato che in gioventu' si e' schierato dalla parte sbagliata, ma e' stato invece chiamato a rispondere, a verbale, sull' organizzazione delle stragi di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia". "Diario" ricorda anche la vicenda che ha visto protagonisti lo studioso e il "Corriere della Sera", con cui aveva una collaborazione, sospesa dal direttore Ferruccio De Bortoli dopo aver appreso del suo passato. Ex nazista, "combatte' con le Waffen-Ss durante l' ultima guerra", citato dal giudice Salvini nella sentenza ordinanza per Piazza Fontana, il prof. Pio Filippani Ronconi, scrive 'Diario', "e' ancora oggi sotto la lente della squadra di investigatori che indaga su eversione e stragi, sotto l' autorita' dei magistrati di Brescia che stanno per chiudere l' ultima inchiesta sulla strage di Piazza della Loggia. Vorrebbero sapere dal grande orientalista, teorico dell' organizzazione a piu' livelli, che cosa sa dei livelli operativi, dei ragazzi passati dalle 'nobili azioni dimostrative' a piu' utili e coordinate attivita' eversive. Cosa sa, per esempio, dei gruppi esoterici neonazisti, il circolo dei Krammerziano di Verona, il nucleo italiano della setta induista Ananda Marga".

7 febbraio - Altre due persone, oltre a quelle gia' note, risultano iscritte nel registro degli indagati della Procura di Brescia nell'ambito della terza inchiesta sulla strage di Piazza della Loggia. Si tratta di Lelio Di Stasio, ex funzionario della Questura di Verona, e Maurizio Zotto, di Abano Terme, un tempo vicino all'estremismo di destra veneto. Entrambi sono chiamati in causa da Maurizio Tramonte, meglio noto come 'Fonte Tritone', per il quale si attende l'esito del ricorso in Cassazione dopo che, nelle settimane scorse, i giudici del Tribunale del Riesame di Brescia hanno disposto il suo arresto. Di Di Stasio, Tramonte parlo' nei mesi scorsi, deponendo in aula a Milano durante il processo per la strage di Piazza Fontana. La 'Fonte Tritone' racconto' che il funzionario di polizia, allora in servizio a Verona, gli avrebbe chiesto di infiltrarsi in Ordine Nuovo. Sarebbe stato lo zio della madre di Tramonte, anch'egli alto funzionario di Polizia, a stabilire il contatto tra i due. Maurizio Zotto ha invece desposto ieri nel processo milanese, avvalendosi della facolta' di non rispondere perche' indagato dai Pm bresciani. I due sono coinvolti nell'interrogatorio con la formula dell'incidente probatorio di Carlo Digilio, l'armiere di Ordine Nuovo.

14 febbraio - Il plenum del Csm nomina presidente di sezione della Cassazione Giovanni D'Urso, il magistrato rapito dalle Brigate Rosse nel dicembre 1980, quando era responsabile della direzione generale degli Istituti di pena del ministero della Giustizia. La decisione e' passata all'unanimita'. In Cassazione D'Urso, che attualmente e' presidente di sezione alla Corte d'appello di Roma, ha gia' svolto per dieci anni, dal 1987 al 1997, funzioni di consigliere. Il Csm nomina anche Giancarlo Tarquini, da sei anni al vertice della procura di Brescia (dove si e' occupato tra l'altro di processi di terrorismo e del procedimento per la strage di piazza della Loggia) nuovo procuratore di Bologna. Tarquini ha ricevuto 16 voti, contro i 12 andati al suo diretto concorrente, il procuratore di Pescara Enrico Di Nicola, che era sostenuto dai gruppi di sinistra. Il procuratore di Brescia ha invece ricevuto l'appoggio delle correnti di togati piu' moderate, Magistratura Indipendente e Unita' per la Costituzione, del Polo e di due laici del centro-sinistra.

20 febbraio - "Il Corriere della sera" pubblica in prima pagina un fondo di Ernesto Galli della Loggia che polemizza con un' ennesima presentazione del libro del presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino.

20 febbraio - Alla presentazione del libro di Giovanni Pellegrino dal titolo "Segreto di Stato", il presidente del Consiglio Giuliano Amato dice che quella che noi abbiamo vissuto e' stata la storia di un "paese non normale", con due comunita' politiche con delle varianti estremistiche a sinistra e a destra, in cui esistevano "due patrie", una legata all'occidente, l'altra all'est comunista. Questo fatto consenti' la nascita di due Gladio, entrambe difensive, una bianca e una rossa. "Questa e' l'ipotesi che mette avanti Pellegrino, una ipotesi aspra da accettare: era comodo interpretare la storia - prosegue il premier - sostenendo che l'illegalita' stava tutta da una parte". "Io non sono mai appartenuto al Pci, anzi, ma capisco che digerire un libro di questo genere e' difficile. Il volume di Pellegrino rappresenta un controcanto che non si puo' leggere correttamente solo mettendo in evidenza le illegalita' di certi apparati come la P2. La lettura storica di quegli anni che riconduce tutto a Gladio suona poco credibile anche se altrettanto poco credibile suona il fatto che i gladiatori fossero solo 600". Secondo Amato, non si puo' pensare che tutte le stragi siano state figlie dell'anticomunismo. "Alcune si', ma ci furono anche le stragi della manovalanza estremista scaricata da certi apparati. E questa potrebbe essere una spiegazione per Piazza della Loggia". Amato, nel ricordare il suo "stupore" per gli attacchi ricevuti quando parlo' delle stragi inesplicate dell'Italicus e della stazione di Bologna, vede bene l'ipotesi di "coltivare" un dubbio, cosi' come fa Pellegrino, senza doverlo "appendere al grappolo delle stragi tutte uguali". Di qui, la distinzione che il premier fa tra le stragi di chiara finalita' anticomunista, quelle che nascono dalle rotture all'interno "dell'impasto eversivo" che si era creato nel nostro paese e, quelle che non si spiegano e per le quali la risposta non deve essere necessariamente "provinciale". Per Amato le stragi dell'Italicus e della stazione di Bologna "forse si collocano sul versante di un quadrante internazionale...E' bene fermarsi qua per l'incarico che momentaneamente ricopro, anche se gli stessi Papi quando parlano dei loro incarichi dicono 'pro tempore'". "La strage dell'Italicus, dice Pellegrino, rimane inesplicabile - ha tra l'altro detto il premier - e sono anch'io convinto di cio'. Non sappiamo la motivazione della strage di Bologna anche se conosciamo chi materialmente l'ha fatta". Di queste stragi si puo' anche ipotizzare una  matrice che non e' proprio 'provinciale'". Impostare cosi' queste vicende, ha ancora detto Amato riferendosi al libro di Pellegrino, consente di "coltivare un dubbio senza doverlo appendere al grappolo delle stragi tutte uguali". Amato ritiene inoltre plausibile l'ipotesi che l'eventuale presa del potere da parte del Pci potesse essere bloccata dall'Urss stessa per non avere fastidi dagli americani su altri fronti, "nello spirito di Yalta". Cosi' come, per quanto riguarda il periodo delle Brigate Rosse, il presidente del Consiglio parla di una infatuazione "irresponsabile" da parte di una certa borghesia, di cui facevano parte anche professori universitari: una infatuazione dunque che nasceva da "ruoli superiori" a quelli che erano i tradizionali elettori del Pci. "Gli incontri nella casa a Prati e le rivelazioni su Firenze sono di grande interesse. Mi hanno impressionato tanto da rendermi scettico sulla possibilita' che una soluzione politica possa permetterci di arrivare alla verita'". "Se uno era partecipe non lo dice, anche se puo' avere le garanzie che non sara' condannato. Nel libro ci sono episodi di grande rilevanza legati alle Brigate rosse, episodi legati alla vicenda Moro e caduti nel nulla. A Roma si sta indagando su due giovani in motocicletta che erano in via Fani - ha ancora detto Amato - ma non si e' ancora indagato su fatti acquisibili da altre procure e molto piu' rilevanti". Amato ha anche citato l'ipotesi del "doppio ostaggio" per quanto riguarda il caso Moro. "Si era capito - ha affermato nel commentare il libro di Pellegrino - che Moro stava dando informazioni alle Brigate rosse". Amato sostiene anche che abbiamo il dovere "di continuare comunque a cercare la verita"' sulle stragi. "E' un dovere che va al di la' di cio' che possono fare i giudici". "Anche su Ustica bisogna arrivare a capire quello che e' successo. C'e' un diritto alla verita'" senza porsi limiti del tipo "taci il nemico ti ascolta", ha ancora detto il premier sottolineando come Pellegrino nel suo libro cerca di uscire da una visione "manichea" di queste storie. Il presidente Ds Massimo D'Alema definisce "singolare" la polemica aperta da Ernesto Galli della Loggia sul "Corriere della Sera". "Scrivere libri non rappresenta una lesione per le prerogative del Parlamento. Non significa sottrarre al Parlamento doveri e prerogative. Questo libro e' una iniziativa di lotta politica e civile e documenta le difficolta' della commissione stragi di arrivare ad una chiave di lettura complessiva condivisa al suo interno. Una certa polemica che non ha senso da parte di chi professa liberalismo anzi se n'e' fatto cattedra. Speriamo che in futuro non ci vietino i dibattiti", ha detto sorridendo, aggiungendo poco dopo: "c'e' una ventata liberale inquietante nel paese". D'Alema ha condiviso pienamente il giudizio che esce dal volume, ma ora chiede "qualche elemento in piu"'. E si rivolge, direttamente e indirettamente, a Francesco Cossiga. "Una volta Cossiga mi riferi', e non e' un segreto, una sua valutazione conclusiva su questa vicenda: 'abbiamo difeso la democrazia possibile' nel quadro di un mondo che era quello. I margini di sovranita' erano quelli. Io sono disposto ad accettare questa conclusione, ma prima di arrivarci vorrei conoscere qualcosa sulla parte precedente. Per curiosita' di verita', non per malizia". D'Alema ha chiesto di conoscere "qualche altro passaggio", "pur avendo ben chiaro - ha rilevato - che la sentenza e' di assoluzione, sentenza che mi sento di condividere fin d'ora". Questo passaggio del presidente dei Ds fa riferimento alla "parte non scritta" del volume di Pellegrino, cioe' quella che non ha trovato dei riscontri tali per essere contenuta nel volume. Il libro puo' essere letto, secondo D'Alema, come "una sentenza". "C'e' pero' - ha concluso - un bisogno di verita', non per fare conti con il passato o per cercare le responsabilita' di Tizio o Caio, ma per liberare il futuro del Paese". Per questo D'Alema condivide l'invito ad uno scambio: verita' sulle stragi e la vicenda Moro in cambio della non punibilita' giudiziaria. Giunti a questo punto, dice l'ex presidente del Consiglio, non e' piu' il caso di andare a cercare le singole responsabilita' giudiziarie, ma si puo' ricercare la verita' garantendo una non punibilita'. "Quello proposto dal sen.Pellegrino - dice D'Alema - e' un obiettivo condivisibile".

28 febbraio - Al termine del vertice dei Paesi del G8, due delegati giapponesi incontrano il Procuratore della Repubblica, Gerardo D'Ambrosio, e  l'aggiunto Angelo Curto, per acquisire nuova documentazione su Delfo Zorzi, l'ex ordinovista veneto, accusato della strage di Piazza Fontana e per il quale l'Italia chiede l'estradizione.

9 marzo – Il candidato premier del centrosinistra Francesco Rutelli visita Brescia dove depone un mazzo di fiori ai piedi della stele che ricorda le vittime della strage di Piazza della Loggia. Rutelli assicura a Manlio Milani, presidente del'Associazione familiari delle vittime della strage di Brescia, il suo impegno perche' vengano portate a termine le inchieste ancora senza colpevoli sulle stragi in Italia.

19 marzo - Dopo un esilio in Sudafrica durato 21 anni, Gianadelio Maletti ha lasciato ieri sera Johannesburg per Milano dove e' arrivato in mattinata. L'ex capo del Reparto D del Sid, latitante da anni, ha accettato di tornare in patria e domani deporra' davanti alla Corte d'Assise di Milano sulla strage di Piazza Fontana. Il generale Maletti sara' in Italia per alcuni giorni, protetto da un salvacondotto previsto dall'articolo 728 del Codice di Procedura penale, che stabilisce come una persona che compare per deporre non possa essere sottoposta a restrizioni della liberta' personale. L'estate scorsa Maletti e' stato condannato a 15 anni per strage, al termine del processo per l'attentato alla questura di Milano del 17 maggio 1973. La condanna ha spronato Maletti, che in tutti gli anni di latitanza aveva mantenuto il piu' assoluto silenzio sul suo ruolo nella "strategia della tensione", a decidere di parlare. Dopo lunghi e delicati negoziati condotti dal suo legale di fiducia, avvocato Michele Gentiloni, con la Procura di Milano, il generale ha accettato di tornare in Italia per deporre. Considerazioni di natura personale hanno anche giocato un ruolo nella decisone di rientrare: Maletti, hanno fatto sapere fonti a lui vicine, non e' in buona salute e desiderava da tempo rientrare in patria, dove vive sua figlia. Dopo ventuno anni di silenzio, c'e grande attesa per le parole di Maletti, da molti considerato l'unico in grado di rivelare i retroscena e i segreti di uno dei periodi piu' bui della storia della Repubblica italiana. L'ex capo dell'Ufficio D del Sid Gianadelio Maletti, giunto stamani a Milano con un aereo proveniente Johannesburg rimarra' in Italia per cinque giorni. L'ex generale, che domani sara' sentito come imputato in procedimento connesso al processo per la strage di piazza Fontana, in corso a Milano davanti ai giudici della seconda Corte d'Assise, non potra' usufruire dell'intero salvacondotto di 15 giorni che gli e' stato accordato. Dal 24 marzo, infatti, sara' soppresso il volo diretto da Milano per il Sud Africa, sicche' l'ex generale dovrebbe imbarcarsi su altri voli e fare scalo in altri aeroporti europei dove, in teoria, potrebbe esser fermato e arrestato non essendo coperto dal salvacondotto. Dopo la deposizione di domani l'ex generale, giovedi', sara' sentito anche dai magistrati della Procura di Brescia che indagano sulla strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 (otto morti e un centinaio di feriti).

20 marzo - L' ex capo dell' ufficio del Sid, Gianadelio Maletti, arriva alle 9.45 all' aula bunker di piazza Filangeri, a Milano, dove si svolge il processo per la strage di piazza Fontana. Maletti, condannato a 14 anni di reclusione per depistaggio e a 15 anni di reclusione nel processo per la bomba davanti alla questura di Milano, ha ottenuto un salvacondotto di 15 giorni per poter deporre. Maletti da 21 anni vive in Sud Africa dove dal 1980 ha anche ottenuto la cittadinanza. Durante l’ interrogatorio Maletti dice che "E' probabile che la Cia abbia aiutato movimenti eversivi italiani che facevano comodo alla politica americana" e spiega i rapporti che esistevano all'epoca tra il Sid e la Cia. Rapporti sostanzialmente di "sudditanza" da parte del servizio italiano nei confronti di quello americano. A quanto ha raccontato Maletti, insomma, gli agenti della Cia poco o nulla riferivano ai nostri servizi, anche se indagavano sulle questioni italiane. Per fare un esempio, ha citato Edgardo Sogno. "Sogno - ha detto Maletti - ha avuto rapporti con uomini della Cia. Stava raccogliendo le fila per un golpe, di questo ne ha parlato con la Cia che pero' non ha informato i nostri servizi. Questa mi pare una politica scaltra tra alleati". Maletti ha anche spiegato che il servizio americano aveva avuto precise informazioni sulla vicenda della 'Rosa dei Venti'. All'inizio dell' udienza le difese di Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi hanno sollevato un' eccezione sulla possibilita' di sentire l' ex generale del Sid. Secondo gli avvocati delle difese, Maletti dovrebbe essere sentito come testimone e quindi giurare; secondo il pm, invece, Maletti doveva essere sentito come indagato in procedimento connesso. La Corte ha deciso di sentire Maletti in quest'ultima veste. Maletti racconta anche che il Sid aveva infiltrati in Ordine Nuovo e in Avanguardia Nazionale:”Avevamo infiltrati e informatori". Il generale ha spiegato alla corte che, per i servizi, era "normale" infiltrare le organizzazioni di estrema destra, e dice anche che "Il servizio americano contribuiva a finanziare a livello economico il Sid". "Il servizio americano –per Maletti - ha avuto anche una parte importante nella costituzione di Capo Marrargiu". L' ex capo del reparto D del Sid ha riferito che la Cia in Italia aveva molte basi, e tra queste erano operative anche le caserme della Setaf e della Ftase. "Nel 1971 ho appreso che anni prima, attraverso il passo del Brennero, era arrivato dell' esplosivo direttamente dalla Germania per una cellula veneta di destra" afferma anche l' ex capo del reparto D del Sid, spiegando di avere appreso questa notizia nel 1971 direttamente dal capo centro del servizio a Padova. Conversando con i giornalisti durante la pausa dell'udienza, Maletti dice anche:"Ho sempre avuto la sensazione che ci sia stata una matrice e un appoggio oltre frontiera. Certo, non penso ai tedeschi" ha detto ancora Maletti, aggiungendo "L'aiuto non poteva venire che da la'. Pensate che negli Stati Uniti ci sono tutt'oggi gruppi neonazisti". Maletti, che aveva parlato del suo trasferimento durante l' udienza, e' ritornato su questo punto conversando con i giornalisti: "Nel '75 sono stato trasferito. C'e' stato in me un senso di frustrazione, perche' per la strage di Piazza Fontana, come servizio non ci interessavamo piu', in quanto si occupava l'autorita' giudiziaria. C'erano pero' stati altri attentati e io stavo indagando su gruppi dell'eversione di destra e di sinistra". Sul ruolo della Cia e dei servizi militari statunitensi, Maletti ha un' idea chiara: "Aiutavano i movimenti eversivi italiani che facevano comodo alla politica americana". Lo facevano in modo prepotente, senza coinvolgere i servizi italiani: "Un esempio questo - ha detto Maletti - di sovranita' limitata. Loro sostenevano economicamente il Sid ma non davano alcuna informazione". Le basi degli agenti della Cia, proprio come ha detto Digilio, erano le caserme della Ftase e della Setaf di Verona e Vicenza. Anche su questo punto ha detto di non avere prove, ma ha aggiunto: "Io so che le cose stanno cosi' anche perche' ho fatto un corso di due anni negli Usa. Lo so per esperienza, lo so perche' sapere quelle cose era il mio mestiere". L'ex generale ha anche confermato che il servizio segreto italiano infiltrava le organizzazioni di estrema destra. "Tutti infiltravano tutti. Era un groviglio inestricabile". E ha anche ricordato che tra le fonti c'era quella denominata 'Tritone', ovvero l'ordinovista Maurizio Tremonte, ora indagato per la strage di piazza della Loggia a Brescia. Piu' reticente, invece, e' stato sulla riunione del 18 aprile del 1969 avvenuta a Padova, nel corso della quale, secondo Marco Pozzan, che ha poi ritrattato, vennero decisi gli attentati ai treni dell'estate. A quella riunione, secondo il primo racconto di Pozzan, oltre a Freda e Ventura era presente anche Pino Rauti. Su questa vicenda, Maletti non ha detto chi fu la fonte che lo informo' nonostante esista un suo manoscritto nel quale scriveva al capitano La Bruna che non avrebbe fatto quel nome. Di voler tornare in Italia per deporre, a certe condizioni, Maletti aveva parlato all' inizio di agosto del 2000, in un' intervista a “La Repubblica”. Maletti aveva detto:"Ripetero' tutto davanti all' autorita' giudiziaria, purche' ci siano le condizioni. E'chiaro che mi voglio tutelare, ho gia' pagato abbastanza per delle accuse infondate". Ottanta anni ancora da compiere, Maletti e' stato al centro di molte delle vicende piu' oscure della storia italiana. Nato il 30 settembre 1921 a Milano, da una famiglia piemontese di antiche tradizioni militari, finisce anche lui nell' esercito e poi nel Sid, che allora era l' unico servizio segreto italiano. Dirige l' ufficio "D" dal 1971 al 1975 quando il capo del Sid era il gen. Vito Miceli. I due erano divisi da una fiera rivalita', nonostante i nomi di entrambi comparissero poi nelle liste dei presunti iscritti alla loggia massonica P2, trovate nel 1981 negli uffici della Gio.Le. di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi. Quando scoppia lo scandalo P2 Maletti si trovava gia' in Sudafrica. Dalla carica nel Sid, secondo quanto scrisse allora Lino Jannuzzi sul settimanale "Tempo", Maletti fu destituito improvvisamente dopo un' intervista rilasciata allo stesso settimanale in cui parlava di una riorganizzazione delle Brigate rosse "sotto forma di un gruppo ancora piu' segreto e clandestino e costituito da persone insospettabili, anche per censo e per cultura, e con programmi piu' cruenti" e che "i mandanti restavano nell' ombra, ma non direi che si potessero definire 'di sinistra"'. Maletti era gia' stato arrestato per qualche settimana nel 1976, insieme al suo braccio destro, il cap. Antonio Labruna, nel corso delle indagini per la strage di piazza Fontana. Per la strage del 1969 alla Banca nazionale dell' Agricoltura il generale ebbe una condanna definitiva ad un anno per falsita' ideologica in atti pubblici (per il passaporto procurato a Marco Pozzan, all' epoca imputato di strage). Ma il gen. Maletti ha avuto anche altri problemi con la giustizia italiana. Nel 1996 e' passata in giudicato anche la condanna a 14 anni subita nel processo per l' attivita' della P2, per procacciamento di notizie riservate. Di un anno fa e' invece la condanna in primo grado a 15 anni nel processo davanti alla quinta Corte d'Assise di Milano sulla strage davanti la questura di Milano del 1973 per l' accusa di occultamento di notizie riguardanti la sicurezza dello Stato. Nelle motivazioni la sua responsabilita' viene definita "manifesta e gravissima". L'allora capo del reparto 'D' del Sid "seppe dei propositi di attentato a Rumor addirittura prima che venisse perpetrato", omise di riferirli alla magistratura e occulto' documenti e nastri magnetici importanti. Nel 1999 invece il generale era stato assolto nel processo per il disastro dell' "Argo 16", l' aereo dei servizi segreti precipitato nel 1973. Per lui il pm aveva chiesto una condanna a 8 anni per soppressione di atti concernenti la sicurezza dello Stato. Nel 1997, la commissione stragi va in Sudafrica per sentire Maletti (che era gia' stato interrogato a Johannesburg l' anno precedente dai giudici perugini del processo Pecorelli e nel 1991 dal giudice veneziano Casson, che indagava su Gladio). Nell' audizione, durata quasi tutto il giorno, Maletti delineo' un quadro di forte dipendenza dei servizi italiani da quelli americani, e disse di aver informato il ministro della Difesa sul "salto di qualita"' delle Br ma che il suo allarme non venne raccolto. Maletti avrebbe avvalorato anche l' ipotesi di una pluralita' di reti anticomuniste operanti in Italia e detto di aver ricevuto, fino a meta' degli anni ottanta, minacce riconducibili ad ambienti italiani. Maletti accuso' politici italiani di aver chiuso gli occhi, volontariamente e per fini politici, prima nei confronti del terrorismo di destra e poi, quando ne venne denunciata la pericolosita', anche verso le Br. "Ci sono stati episodi, non solo nel Sid - disse Maletti - che fanno pensare che alcune direttive venissero impartite nel senso di tollerare, e di chiudere gli occhi su avvenimenti molto gravi. Con cio' mi riferisco al ministro della Difesa, dell' Interno ed anche alla Presidenza del Consiglio". Piu' o meno gli stessi concetti, Maletti li ripete nell' intervista dell' agosto del 2000:"La Cia voleva creare attraverso la rinascita di un nazionalismo esasperato e con il contributo dell'estrema destra, Ordine nuovo in particolare, l'arresto del generale scivolamento verso sinistra. Questo e' il presupposto di base della strategia della tensione". L' ultima intervista rilasciata da Maletti e' del gennaio di quest' anno, dopo le rivelazioni di un pentito di mafia su un presunto collegamento dell' uccisione del giornalista Mauro De Mauro con il golpe Borghese.

20 marzo – Nel link potete trovare a confronto i resoconti di “Corriere della Sera”, “Stampa”, “Repubblica” e “Messaggero” sull’ interrogatorio del gen. Gianadelio Maletti, al processo per la strage di piazza Fontana.

20 marzo - "Fino ad ora mi pare che si sia scoperta l'acqua calda". Lo ha detto il giudice veneziano Carlo Mastelloni, commentando le dichiarazioni dell'ex capo del reparto D del Sid, gen. Gianadelio Maletti, sentito al processo per la strage di piazza Fontana come testimone indagato in procedimento connesso.

20 marzo - Al processo per la strage di piazza Fontana, il pm Massimo Meroni chiede la testimonianza di Anna Fusco, figlia di Matteo Fusco, ufficiale del Sid che il giorno della strage di piazza Fontana sarebbe dovuto essere a Milano per sventare l'attentato, e qulla di Paolo Emilio Taviani. La vicenda era emersa nel settembre dello scorso anno quando l'ex ministro Paolo Emilio Taviani, sentito dai Ros, aveva raccontato di avere appreso che un uomo del Sid era stato inviato da Roma a Milano per bloccare il piano stragista. In realta' Matteo Fusco, giunto all'aeroporto di Roma aveva appreso alla radio che una bomba era scoppiata alla Banca nazionale dell'Agricoltura, per cui aveva fatto marcia indietro. In questi giorni Anna Fusco, figlia dell'ufficiale del Sid morto qualche anno fa, e' stata sentita e ha sostanzialmente confermato questa versione. La donna, che e' molto malata, e che all'epoca era vicina al Movimento studentesco, ha confermato che il padre visse con il cruccio di non essere riuscito ad evitare la strage.

21 marzo - Il senatore Vincenzo Manca (FI), vicepresidente della commissione stragi, dichiara che la commissione ha condotto riscontri sulle affermazioni fatte nell' agosto dell' anno scorso dal generale Gian Adelio Maletti, gia' responsabile dell' Ufficio D del Sid, sul fatto che l' esplosivo utilizzato per la strage utilizzato per la strage di Piazza Fontana venisse dalla Germania. Questi riscontri sarebbero stati negativi e Manca accusa l' alto ufficiale di aver detto cose false e destituite di ogni riferimento e riscontro probatorio" "Va rilevato con amarezza - dice il senatore di Fi - che un personaggio delle istituzioni che ha indossato l' uniforme non puo' centellinare verita' a rate o, addirittura, affermando l' esatto contrario (arrivando a smentire se' stesso) cosi' come accaduto davanti alla commissione Stragi, durante la sua lunga audizione in Sud Africa nel marzo 1997". Manca afferma infatti che la Commissione ha verificato che l' unico elemento che conforta le affermazioni di Maletti sulla provenienza dell' esplosivo utilizzato per la strage del 12 dicembre 1969 e' contenuta in un appunto generico, datato 1974, relativo a presunte partite di armi ed esplosivo provenienti non gia' dalla Germania ma dall' Olanda. "Ma dalle cronache apprendiamo, inoltre, che il gen. Maletti avrebbe maturato il convincimento di venir a deporre al processo per 'amor di patria'. Dalle stesse apprendiamo che la sua latitanza in Sud Africa e' stata resa possibile oltreche' dalla pensione di ufficiale delle forze armate italiane, anche da un vitalizio versatogli dal Mossad, il servizio di sicurezza israeliano. La domanda e' questa: a quale amor di patria ha fatto riferimento ieri Maletti durante l' udienza in Corte d' Assise?".

22 marzo – Il gen. Gianadelio Maletti non si presenta negli uffici della Procura di Brescia per essere interrogato dai pm bresciani titolari dell'inchiesta sulla strage di piazza della Loggia. Si e' saputo, nel frattempo, che la difesa del generale dei carabinieri Francesco Delfino, indagato nell'inchiesta, ha chiesto che Maletti venga sentito con la formula dell'incidente probatorio. Il gip Francesca Morelli non ha ancora deciso se disporlo o meno. Maletti, che e' giunto in Italia con un salvacondotto dovrebbe pero' ripartire per il Sud Africa gia' domani. Pur avendo ottenuto un salvacondotto di 15 giorni, infatti, Maletti e' costretto ad anticipare il suo rientro in quanto poi sara' soppresso il volo diretto Milano Johannesburg. Il generale dovrebbe quindi fare scalo in altri aeroporti e, in teoria, essere arrestato. Della strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 (8 morti e un centinaio di feriti), l'ex capo del reparto D del Sid, Gianadelio Maletti, non ha mai detto nulla. Il 3 marzo 1997, davanti alla commissione Stragi che lo aveva sentito a Johannesburg, si era limitato a dire che non ricordava nulla. Eppure il generale Gianadelio Maletti era stato nominato capo del Reparto D del Sid nel 1971 ed era rimasto fino al 1975. Alla domanda del senatore Co' se poteva dire qualche cosa sulla strage di Piazza Loggia, Maletti aveva replicato: "No senatore, mi dispiace, ma non ricordo proprio piu' niente di questa questione di piazza Loggia. E' stata purtroppo una delle questioni molto serie e molto gravi, ma non e' stato uno degli elementi della sovversione sul quale noi abbiamo ottenuto successo, se non mi sbaglio: quindi non mi e' rimasto impresso granche' di quella vicenda". Il presidente Giovanni Pellegrino aveva sollecitato Maletti affinche' desse una spiegazione sul ruolo dell'Arma dei carabinieri in relazione alle inchieste sulla strage, sul Mar Fumagalli e sull'uccisione del neofascista Giancarlo Esposti a Pian del Rascino. "A distanza di tanti anni - era stata la risposta dell'ex capo del reparto D del Sid - direi che l'Arma dei carabinieri si e' sempre comportata bene e non so quanti e quali elementi avesse per poter intervenire in modo piu' efficace e se ci fossero state delle limitazioni politiche al suo intervento. Queste sono ipotesi che si possono formulare ma che hanno a mio parere, dette in questo modo da me come soltanto le posso dire, poco valore". A Paolo Corsini, all'epoca parlamentare Ds e membro della commissione Stragi, ora sindaco di Brescia, Maletti aveva risposto di non avere mai conosciuto il generale Francesco Delfino, all' epoca della strage capitano comandante del Nucleo operativo dei carabinieri di Brescia. Delfino, recentemente condannato per truffa in relazione al sequestro dell' imprenditore Giuseppe Soffiantini, aveva condotto le indagini oltre che sulla strage, anche sul Mar Fumagalli. Maletti aveva anche spiegato di non avere avuto conoscenza di eventuali rapporti di Delfino con i servizi italiani e stranieri. Quindi sull'uccisione da parte di Mario Tuti e Pierluigi Concutelli in carcere a Novara di Ermanno Buzzi, l'estremista di destra, condannato all'ergastolo al processo di primo grado per la strage, Maletti aveva replicato di non essersi fatto un'idea. All'insistenza di Corsini, Maletti aveva replicato di non avere seguito quelle vicende. Della strage di piazza della Loggia, l'ex generale, forse, aveva detto piu' cose in un' intervista giornalistica dell' estate scorsa. Parlando del ruolo della Cia nella strategia della tensione, aveva affermato: "La Cia ha cercato di fare cio' che aveva fatto in Grecia nel '67 quando il golpe mise fuori gioco Papandreu. In Italia le e' sfuggita di mano la situazione. L'effetto che alcuni attentati dovevano produrre e' andato oltre. Piazza Fontana, che io sappia, e' andata cosi'. Devo presumere anche per piazza della Loggia, per l'Italicus, per Bologna". E aveva aggiunto: "Riguardo ai politici voglio aggiungere una sensazione che per me e' quasi una certezza. A quel tempo, molti di loro, compreso il Capo dello Stato, Leone, furono costretti ad accettare il gioco".

22 marzo - All'unanimita' e dopo un confronto dai toni pacati la commissione di inchiesta sulle stragi e il terrorismo chiude i lavori, dopo 13 anni, con l'approvazione di un ordine del giorno che autorizza la pubblicazione immediata ed integrale di tutti gli elaborati prodotti dai gruppi o dai singoli commissari (18). Quindi nessuna votazione, nessuna trasmissione di documenti al Parlamento, ma solo la presa d'atto, la "fotografia" della situazione di stallo che si e' venuta a creare e che non ha permesso di arrivare ad un voto. Un verdetto di 'no contest' che chiude un confronto politico-storico aspro che non si e' concretizzato in un giudizio condiviso sui principali temi dei rapporti fra eversione e politica nella storia della Repubblica italiana. La scelta di pubblicare i 18 contributi presentati dai vari gruppi e' stata fatta "ritenendo indubbia l'utilita' e il senso complessivo della esperienza della commissione" dato che il materiale raccolto dalla Commissione "e' di notevole importanza per una valutazione complessiva della storia piu' recente del nostro Paese" Tutti i gruppi hanno condiviso, alla fine, l'ordine del giorno che prende atto della situazione politica che si e' venuta a determinare con l'impossibilita' pratica di esprimere un giudizio. "La mia sconfitta - ha detto al termine Giovanni Pellegrino - presidente della commissione - e il mio rammarico e di non aver potuto concludere con un risultato e giudizio condiviso ma questa commissione non e' niente altro che lo specchio del Paese. Un Paese ancora incapace di guardare al suo passato e di esprimere un giudizio maturo. Mi sarebbe piaciuto che la destra facesse la storia dei rapporti dell'Msi con An e Avanguardia nazionale e che la sinistra narrasse per intero la vicenda del Pci e i contributi dall'Est. Avremmo avuto una storia politica complessiva permeata di pietas. Ma cio' non e' stato possibile". Pellegrino si e' riservato di spiegare come si e' giunti a questo risultato di 'no contest' nella prossima e ultima relazione semestrale che inviera' ai presidenti delle Camere per illustrare il lavoro fatto. La commissione ha anche deliberato i criteri di pubblicazione degli atti. Saranno pubblicati, oltre ai 18 documenti finali, i resoconti stenografici delle sedute e le relazioni semestrali. La commissione ha deliberato la pubblicazione integrale, ma su cd-rom, di tutti i documenti che ha prodotto o che sono stati inviati a San Macuto o comunque che sono stati acquisiti nel periodo tra la X e la XIII legislatura. I documenti coperti da una qualche forma di segreto saranno pubblicati dopo aver verificato la presenza o meno di questa condizione. Sara' pubblicata anche la raccolta della rassegna stampa e gli elaborati prodotti dai collaboratori della commissione. Sono stati esclusi dalla pubblicazione gli scritti anonimi o quelli che sono stati inviati a titolo personale da soggetti privati o pubblici. Gli atti e i documenti originali, compresi quelli per i quali non e' consentita la pubblicazione, verranno versati all'archivio storico del Senato.
Nella X Legislatura la Commissione ha approvato quattro relazioni: Ustica, Caso Moro, Terrorismo in Alto Adige, Gladio; nella XI Legislatura la Commissione ha approvato tre relazioni (sull'attivita' svolta nel periodo giugno '93 - febbraio '94, relazione sulle stragi meno recenti, relazioni sugli ultimi sviluppi del caso Moro); nella XIII Legislatura la Commissione ha approvato una relazione sull'omicidio del professor Massimo D'Antona.
Queste sono le relazioni presentate e non messe ai voti nell' ultima legislatura:
   Sen. Follieri (Ppi) - "Gli eventi eversivi e terroristici degli anni tra il 1969 e il 1975";
   On. Fragala' (An) - "Il Piano solo e la teoria del golpe negli anni '60";
   Gruppo Ds - "Stragi e terrorismo in Italia dal dopoguerra al 1974";
   Sen. Mantica (An) - "Il parziale ritrovamento dei reperti di Robbiano di Mediglia e la 'Controinchiesta Br su Piazza Fontana";
   Sen. Mantica (An) - "Aspetti mai chiariti nella dinamica della strage di Piazza della Loggia - Brescia 28 maggio 1974";
   Sen. Mantica (An) - "Il contesto delle stragi. Una cronologia 1968-1975";
   Sen. Manca (Fi) - "Relazione sulla sciagura aerea del 27 giugno 1980' (Ustica)";
   Sen Manca (Fi) - "Il terrorismo e le stragi in Italia";
   Sen. De Luca (Verdi) - "Contributo sul periodo 1969-1974";
   Sen Mantica (An) - "Il problema di definire una memoria storica condivisa della lunga marcia verso la democrazia nell'Italia post-bellica";
   Sen. Mantica (An) - "Per una rilettura degli anni '60";
   On. Taradash (Fi) - "L'ombra del Kgb sulla politica italiana";
   Sen. Mantica (An) - "La dimensione sovra-nazionale del fenomeno eversivo in Italia";
   Sen. Bielli (Ds) - "Nuovi elementi concernenti il brigatista rosso Mario Moretti e la sua latitanza";
   Sen. Mantica (An) - "La strage di Piazza Fontana, storia dei depistaggi: cosi' si e' nascosta la verita' ";
   De Luca (Verdi) - "Il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro";
   On. Bielli (Ds) - "La controversa figura di Giorgio Conforto";
   Sen. Manca (Fi) - "Il terrorismo e le stragi impunite in Italia".

22 marzo – Per Enzo Fragala' (An) e il suo collega di gruppo Nino Lo Presti la Commissione stragi non ha piu' senso. Fragala’ annuncia l’ intenzione di battersi, nella prossima legislatura, qualora dovesse governare la Cdl, affinche' venga istituita un'unica 'Commissione Mitrokhin' che dovra' occuparsi di tutte le vicende riguardanti la guerra fredda. Per Fragala’ i lavori della Commissione sono stati "inconcludenti" per volonta' della sinistra e le conclusioni sono state "a coda di topo". Per quanto riguarda Pellegrino "riconosciamo il suo spessore umano e politico ma critichiamo il ruolo di 'arbitro parziale' recitato per salvaguardare la sinistra da quelle verita' storiche e giudiziarie pericolose per i post comunisti al governo".

28 maggio - Il sindaco di Brescia Paolo Corsini, durante le commemorazioni per la strage di piazza della Loggia, cita Pierpaolo Pasolini nel novembre 1974 scrisse:"Io so tutti questi nomi e so tutti i.fatti..io so ma non ho le prove". Corsini ricorda che a 27 anni di distanza dall'eccidio che a Brescia causo' 8 morti e oltre 100 feriti, come allora non si hanno le prove, mentre si e' capito il contesto dell'estremismo di destra in cui quella strage maturo'. In piazza della Loggia stamani sono intervenuti anche il segretario della Cisl bresciana, Angelo Zanelli, e l'avvocato Alfredo Bazoli, figlio di una delle vittime del 28 maggio '74. Da registrare anche una breve contestazione degli esponenti del centro sociale Magazzino 47 verso il questore di Brescia Paolo Scarpis, che si trovava sul palco, in relazione ad alcuni scontri con la Polizia avvenuti il 2 marzo scorso in citta'. Le commemorazioni sono proseguite con un dibattito all'auditorium di San Barnaba, dibattito al quale hanno partecipato gli storici Roberto Chiarini, Giuseppe De Lutiis e l'on. Tina Anselmi, ex ministro ed ex presidente della Commissione che indago' sulla Loggia P2. Tina Anselmi, ai cronisti che le domandavano che e' cambiato in Italia dai tempi in cui indagava sulla P2, ha risposto: "Sono passati tanti anni...guardo che cosa succede ora. Sono interessata a capire se quella e' una pagina chiusa o se e' ancora aperta". Il capogruppo dell'Ulivo in Regione, Mino Martinazzoli dice:"E" sperabile che il tempo della politica riesca a leggere quegli anni in modo diverso dalla storia, che lo fa secondo le convenienze del presente". Martinazzoli, a margine delle celebrazioni per il ventisettesimo anniversario della strage, ha detto che nella terza inchiesta bresciana "acquisiamo qualche chiarimento in ordine al contesto in cui la strage venne consumata". "Quella che e' problematica e' l'individuazione delle responsabilita' penali soggettive - ha osservato - e questo mi sembra un poco il limite di tutte le inchieste sulle stragi". "Purtroppo, secondo me, il tempo della giustizia e' ormai scaduto - ha concluso - quello che e' importante e' che il ricordo permanga, perche' altrimenti queste persone sarebbero morte inutilmente". Invece il procuratore della Repubblica di Brescia, Giancarlo Tarquini, dice che la terza inchiesta sulla strage di Piazza della Loggia e' arrivata a un "momento decisionale importante". Senza entrare nei dettagli, il magistrato ha detto che "entro questa stagione" vi potrebbero essere "importanti sviluppi". Poi ha spiegato che il 21 maggio scorso in Cassazione si sarebbe dovuto discutere il ricorso di Maurizio Tramonte, noto come 'Fonte Tritone' e indagato per la strage, contro l'ordinanza del Tribunale del riesame di Brescia che imponeva il suo arresto. L'udienza e' pero' stata rinviata al 2 luglio. L'inchiesta, nata nel '93, vede indagate una quindicina di persone tra ordinovisti veneti, neofascisti milanesi ma anche il generale dei carabinieri Francesco Delfino ed il segretario della Fiamma Tricolore, Pino Rauti. La decisione della Cassazione sarebbe ritenuta decisiva in Procura per le conclusioni delle indagini che rischiano un rallentamento a causa del rinvio dell'udienza del 21 maggio scorso per la concomitanza del processo per la strage di piazza Fontana. Se anche, infatti, la Cassazione dovesse accogliere il ricorso dei pm bresciani dovrebbe ritrasmettere gli atti al Tribunale del riesame per un nuovo pronunciamento; cosa che richiede tempo, considerata anche l'imminenza del periodo feriale. A quanto si e' appreso in ambienti giudiziari bresciani, nei mesi scorsi non sono mancate "nuove interessanti acquisizioni" sia testimoniali che documentali e i pm bresciani non escludono di potersi recare in Sudafrica per interrogare l'ex capo dell'Uffico D del Sid Gianadelio Maletti che, dopo la sua deposizione nel processo milanese non si presento' in Procura a Brescia, dove era citato come indagato in procedimento connesso. Agli atti esisterebbero dei documenti, a firma del generale Maletti, in cui Tramonte (che sostiene di aver lavorato anche per il Ministero dell'Interno) viene definito una "buona fonte". Nel frattempo e' proseguito dal gennaio scorso a Brescia l'interrogatorio con la formula dell'incidente probatorio di Carlo Digilio. L'ex armiere di Ordine Nuovo chiama in causa 9 persone per l'ideazione e l'esecuzione della strage: si tratta di esponenti del neofascimo veneto e milanese ma anche stranieri, tra cui Guerin Serac, francese, in quegli anni responsabile dell' Aginter Press, centro eversivo con sede a Lisbona camuffato da agenzia di stampa.

18 giugno -Il senatore a vita Paolo Emilio Taviani muore all'alba a Roma, nella clinica dove era ricoverato. Paolo Emilio Taviani, nelle sue ultime volonta', aveva precisato che sarebbero dovute rimanere distinte le cerimonie civili da quelle religiose ed aveva indicato nell' ex sindaco di Genova, Piombino, la persona che avrebbe dovuto tenere l' orazione funebre. L' ex sindaco di Genova Giancarlo Piombino sfuggi' per poco ad un agguato delle Brigate Rosse nel 1979. Un commando delle Brigate Rosse fece irruzione nel 1979 negli uffici della societa' Finligure, presieduta dall' avv. Piombino, con lo scopo di gambizzarlo. Come emerse dal processo nel quale furono condannati complessivamente a 35 anni di reclusione sette brigatisti, Piombino si salvo' perche' quella mattina non si era recato in ufficio per altri improvvisi impegni. Sentito piu' volte dalla Commissione stragi, Taviani si era rifiutato di rispondere su alcuni particolari relativi a piazza Fontana; interrogato il 7 settembre dello scorso anno dal maggiore dei carabinieri Massimo Giraudo, Paolo Emilio Taviani aveva invece fornito maggiori notizie, tra le quali quella che il Sid tento' all'ultimo momento di evitare la strage. "La sera del 12 dicembre 1969 - aveva raccontato l'ex ministro dell'Interno all'ufficiale dei carabinieri del Ros - il dottor Matteo Fusco, defunto negli anni '80, stava per partire da Fiumicino per Milano, era un agente di tutto rispetto del Sid con un ufficio in corso Rinascimento a Roma. Doveva partire per Milano recando l'ordine di impedire attentati terroristici. A Fiumicino seppe dalla radio che una bomba era tragicamente scoppiata e rientro' a Roma". Questa versione e' stata confermata anche da Anna Fusco, figlia dell'agente del Sid, che nel 1969 si trovava a Milano ed era vicina al Movimento studentesco. La donna, gravemente ammalata, sentita dal pm Massimo Meroni, aveva confermato che il padre, vicino alle posizioni politiche di Pino Rauti, visse il resto della vita con il cruccio per non essere riuscito ad evitare la strage. Taviani, nell'interrogatorio con il maggiore Giraudo, aveva spiegato di avere appreso la notizia relativa all'agente Fusco "in ambiente religioso" e di avere avuto la conferma dal questore Santillo e, forse, anche dal generale Vito Miceli. "Nel 1973, quando ritornai ad essere ministro dell'Interno - aveva spiegato Taviani - ebbi dal questore Santillo, che nominai ispettore per l'antiterrorismo, alcune certezze che vedo confermate dalle indagini della magistratura". Quindi aveva confermato di avere taciuto questi particolari alla Commissione stragi e aveva aggiunto che "un ufficiale del Sid, il tenente colonnello Del Gaudio, si mosse da Padova a Milano per depistare le colpe verso la sinistra". "Questi due dati - aveva spiegato a Giraudo l'ex ministro dell'Interno - sono indizi, se non prove, di atteggiamenti del tutto contrastanti all'interno dello stesso Sid. In alcuni settori del Sid e dell'Arma di Milano e Padova vi furono deviazioni. Fu l'Arma stessa, con la sua solida struttura, ad individuarle e correggerle". Nella sua testimonianza Taviani aveva spiegato all'ufficiale del Ros che per capire la strage alla Banca Nazionale dell' Agricoltura era necessario tenere presente un punto "fondamentale" e cioe' che "la bomba, nell'intenzione degli attentatori, non avrebbe dovuto provocare alcun morto ma avrebbe dovuto essere un atto intimidatorio come lo furono quelli contemporanei di Roma. Se non si accetta questa interpretazione, molto resta inintellegibile". Quindi, per spiegare in quale quadro politico doveva essere collocata la strage di piazza Fontana, aveva ricordato che l'apertura al Pci era vista con timore da molti settori politici e che lo scioglimento del Sifar era stato un errore perche' l'Italia, di fatto, rimase scoperta in quel settore. "Il Sid - aveva spiegato - nacque debole, senza una mano ferma che lo dirigesse. Il ministro della Difesa Tanassi non aveva ne' competenza, ne' prestigio adeguato per affrontare una situazione che si era molto aggravata per i problemi di ordine pubblico e per la invasione della Cecoslovacchia. Fu in quel clima che i gruppuscoli di estrema destra, che vivacchiavano agli inizi degli anni Sessanta, si gonfiarono fino a costituire una galassia distaccata dal Movimento sociale italiano". Il senatore a vita Paolo Emilio Taviani aveva annunciato lo scorso anno l' intenzione di pubblicare i suoi diari politici e di fare alcune rivelazioni sulle pagine oscure della storia d' Italia cominciare dalle stragi. Gia' la casa editrice Il Mulino ha pubblicato nel 1998 "I giorni di Trieste. Diario 1953-1954" e gli altri volumi che verranno si annunciano ricchi di retroscena e rivelazioni. La cosa emerge il 4 agosto 2000 in una intervista dell' allora presidente della commissione stragi, sen. Giovanni Pellegrino, che al Tg3 della Toscana, parlando delle cose dette dall' anziano senatore, soprattutto sugli attentati ai treni, afferma: "probabilmente, i mandanti e il contesto in cui maturavano quelle stragi non e' lo stesso in cui sono maturate le altre. Taviani non ci ha voluto dire niente di piu' e privatamente mi ha detto che avrebbe detto qualcosa di piu' soltanto da morto". Qualche giorno dopo, lo stesso Taviani, in un' intervista al "Secolo XIX", si diceva disposto a tornare ad essere ascoltato dalla Commissione stragi, ma precisava: "Devo peraltro precisare a scanso di future delusioni che le cose da me non dette non sono dati di fatto di rilevanza penale. I dati di fatto gia' li ho testimoniati in varie occasioni alla magistratura e alla Commissione" e aggiunge:"Si tratta di valutazioni e giudizi. Il riserbo era ed e' dovuto alla convinzione che i protagonisti della politica possano restare degni di rispetto anche quando alcune posizioni da loro assunte si rivelino poi infondate o erronee". Taviani nell' intervista annuncia anche che pubblichera' i suoi diari che riguardano 60 anni di vita politica, "ma li pubblichero' - sottolinea - dopo le elezioni". All' inizio di settembre del 2000, secondo cio' che scrisse a dicembre un quotidiano milanese, Taviani aveva poi affidato alcune testimonianze a un ufficiale dei carabinieri e i suoi racconti erano poi finiti agli atti del processo per la strage di piazza Fontana. Il verbale si aprirebbe cosi': "In Commissione stragi lasciai intendere che alcune cose riguardanti i precedenti lontani e vicini della strage di Milano del 12 dicembre '69, la madre delle stragi, non le avrei dette. Le dico adesso". Paolo Emilio Taviani aveva deciso che il suo diario politico fosse dato alla stampa dopo la morte. Nella sua ultima intervista riportata sul sito www.i-am.it, il senatore aveva spiegato, due mesi fa, di aver optato per una pubblicazione entro quest' anno. "Avevo deciso che il mio diario fosse dato alle stampe dopo la mia morte. Pero' i tempi si sono oltremisura allungati, quindi ho deciso che sara' pubblicato alla fine di quest' anno, passate le elezioni". Nell' intervista Taviani parla della guerra partigiana e del revisionismo. "Durante la Resistenza ci furono morti anche tra di noi. Una ventina di anni fa io e Boldrini abbiamo fatto una ricognizione retrospettiva: siamo arrivati a contare un totale di morti che non raggiunge la sessantina, appartenenti a bande di vario colore politico". E sul revisionismo Taviani dice che questo fenomeno storiografico ha avuto anche una sua utilita'; "quella di riconoscere che sono stati sottovalutati e rimossi alcuni crimini compiuti dai partigiani. Ma non c' e' mai stata guerra senza crimini. Occorre davvero molto coraggio per equiparare la criminalita' partigiana a quella del cosiddetto esercito di Salo' e dei mongoli, reggimenti dell' esercito russo che brutalizzarono le popolazioni civili, specialmente le donne. Dove il revisionismo e' completamente fuori strada e' nella rivalutazione del regime di Salo'. Molti dei richiamati alle armi dai repubblichini disertarono e parecchi di loro vennero da noi, portando con se' le armi". Solo dieci giorni fa Paolo Emilio Taviani aveva terminato di scrivere le sue memorie su 60 anni di vita politica italiana e venerdi' scorso avrebbe dovuto consegnarle alla casa editrice bolognese 'Il Mulino' nella loro versione definitiva. Ma l' ictus che lo ha colpito alla vigilia dell' incontro ha fatto saltare l' appuntamento gia' fissato a casa sua con il responsabile della sezione Storia della Casa editrice bolognese, Ugo Berti, al quale il senatore a vita avrebbe dovuto consegnare personalmente il dattiloscritto del libro intitolato "Politica a memoria d' uomo". Volume la cui uscita e' ora programmata per la fine dell' anno o al massimo entro la prima meta' del 2002. Lo ha raccontato lo stesso Berti, l' editor del libro che ha tenuto i contatti con Taviani. "Alcuni mesi fa mi consegno' una prima versione abbastanza smilza di circa 200 pagine che io gli chiesi di rimpolpare - spiega Berti -. Anche se segue la cronologia, il libro e' organizzato per tematiche, con un capitolo sulla Dc e quello finale di una trentina di pagine dedicato ai misteri d' Italia, sul quale Taviani mi disse poi che gli erano venute molte altre cose da aggiungere. In un primo momento voleva che il volume fosse pubblicato dopo la sua morte, ma poi cambio' idea e alle fine decise che doveva uscire solo dopo le elezioni per evitare che potesse essere usato a fini di polemica politica immediata". Si tratta di memorie inframezzate da pagine di diario che coprono l' intero arco della vita politica di Taviani, che non conterrebbero rivelazioni clamorose, anche perche' avendo deciso di pubblicarlo in vita, "nei giudizi e nelle considerazioni - spiega l' editor - si era aggiunta una misura di prudenza". Ma la versione finale, Berti non l' ha ancora potuta vedere: "Avrei dovuto andare a prendere il dattiloscritto venerdi', ma quando ho telefonato per la conferma mi hanno detto che Taviani si era sentito male. Il testo lo hanno i figli, ai quali so che il senatore ha dato tutte le disposizioni". Con Taviani era gia' in programma anche un incontro per discutere del lancio del libro.

19 giugno - Sulle note della Marcia funebre di Chopin, si e' conclusa la cerimonia solenne per i funerali di Stato del senatore a vita Paolo Emilio Taviani, nella chiesa di Santa Emerenziana, a Roma. Erano presenti il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, i presidente delle Camere Marcello Pera e Pier Ferdinando Casini, il ministro dell'Interno Claudio Scajola, il sottosegretario alla presidenza Gianni Letta, autorita' civili e militari e numerosi esponenti del mondo politico. Fra gli altri gli ex presidenti della Repubblica Scalfaro e Cossiga (che ha ricordato la figura di Taviani come un "fratello maggiore e maestro"), Andreotti, Mancino, Castagnetti, Cossutta, Bodrato, Colombo, Acquarone, Forlani, Cirino Pomicino, Mastella, Loiero, Carra. Presenti anche, in rappresentanza delle associazioni combattentistiche e partigiane della Resistenza, fra gli altri, Arrigo Boldrini, Aldo Aniasi con le bandiere dell'Anpi, della Federazione Italiana Associazioni Partigiane e del Corpo Volontari della Liberta'. Sul sagrato, insieme agli altri stendardi, quello della Federazione Italiana Volontari Liberta' di cui era presidente lo stesso Taviani. La figura dello scomparso e' stata ricordata nei tratti umani dal figlio Nando e da altri familiari. "Paolo Emilio Taviani fu cristiano anche nell' essere democratico cristiano", ha detto Francesco Cossiga, stamane, nella chiesa di Santa Emerenziana svolgendo l'orazione funebre ai funerali di Stato dell' ex senatore a vita, per illuminarne in particolare la figura di cattolico impegnato in politica e al servizio dello Stato. Cossiga, chiamato a commemorare il suo "fratello maggiore e maestro", dopo tanto tempo, ha messo di nuovo al bavero della giacca il distintivo scudocrociato della DC e ha parlato del Taviani credente ma profondamente, "sanamente laico" nell'impegno politico, del partigiano che durante la Resistenza combatte' al fianco dei comunisti ma, in quel mondo diviso in due, quando fu necessario, "contrasto' con onesta' e con forza la politica dei comunisti". E, nello stesso spirito, fu "uno degli autori della mobilitazione degli animi e della politica del dialogo con la sinistra", insieme a Aldo Moro. "Fu partigiano per amore di liberta' e non - ha aggiunto - per odio politico o di classe. Credette che nell' impegno politico il cristiano dovesse testimoniare la verita' solo sotto la sua responsabilita' illuminata dalla grazia". Taviani, ha detto Cossiga, "fu sempre cristiano coerente nel rispetto della gerarchia dei valori, ponendosi quale strumento dello Stato al servizio del bene comune. Fu sempre immune da fanatismo, ma anche da ogni spirito bonario di compromesso". Cercando il dialogo, ha aggiunto, contribui' "all'opera meritoria di ricomposizione dell'unita' civile e morale della nazione per tanto tempo spezzata e ancora oggi troppe volte, e talvolta con leggerezza, esposta ai facili motteggi di una propaganda elettorale che, piu' che trattazione popolare di idee, sembra pubblicita'". Questo passaggio che, per alcuni e' parso un evidente incursione nelle vicende degli ultimi mesi, e' stato sottolineato da un lieve mormorio. Ma l'ex capo dello Stato non se n'e' curato. "In politica - ha aggiunto - bisogna credere in poche cose, e in quelle egli credette fermamente, come dimostra anche la sua militanza nel Partito popolare nel quale vide, e il suo giudizio puo' essere criticato, la prosecuzione del grande partito della Democrazia Cristiana, nella quale fu da sempre impegnato, dal dopoguerra". Cossiga ha concluso ricordando la formazione nella Fuci e l' influenza di Romolo Murri, comune anche a Moro, Andreotti e a altri dirigenti Dc "che seppero comprendere piu' che le parole lo spirito di Alcide De Gasperi", una formazione, ha aggiunto, che "rese facile, a me che venivo dal dossettismo, accettare il suo magistero politico". Il feretro ha poi lasciato la chiesa e la salma sara' tumulata il 20 giugno in Liguria a Bavari.

19 giugno - Questa e' una piccola rassegna stampa degli articoli dedicati dai maggiori giornali (che hanno un' edizione online) alla morte del sen. Taviani:
"Il Corriere della sera"
Addio a Taviani, il partigiano tra i segreti del potere
Democristiano, inventò la corrente dei "pontieri". Fu tra i fondatori di Gladio. Guidò Viminale e Difesa. Oggi i funerali di Stato
Di lui, democristiano, capo partigiano (nome di battaglia Pittaluga) e genovese di nascita, don Gianni Baget Bozzo, suo concittadino e ai tempi amico di partito, diceva insolente: "Taviani è un buon uomo. Un buon uomo che ama solo due cose: la famiglia e il potere. Il potere è il suo adulterio". E il potere, sospettava qualcuno in quei tormentati primi anni Settanta, si conserva anche grazie alla conoscenza di qualche potente segreto. E il senatore a vita, scomparso ieri alla soglia dei novant'anni, forse ha lasciato scritto nei suoi diari risposta ai tanti (o pochi) misteri d'Italia. Uomo massiccio e imperioso, gran parlatore e studioso pignolo dei viaggi di Cristoforo Colombo, Paolo Emilio Taviani è stato alla guida di due ministeri chiave, la Difesa (1953-'58) e l'Interno (1962-'68), proprio negli anni più difficili e tormentati del dopoguerra. Nel libro La passione e la politica (Rizzoli), Francesco Cossiga ricorda che Taviani, suo "amico e protettore", in Italia fu tra i "padri fondatori" di Gladio. L'organizzazione paramilitare "coperta" Stay Behind costruita in funzione antisovietica. "...non facevo parte del giro ristretto delle persone più significative e importanti dal punto di vista della gestione di Gladio. Esse erano certamente Moro, Taviani e Andreotti...", rivela ancora l'ex capo dello Stato. Ma c'è di più. Il "Re di Bavari", tale lo definivano i diccì genovesi che si opponevano allo strapotere dei dorotei locali, arrivò al dicastero della Difesa senza insospettire troppo i comunisti. Anzi. Taviani era stato uno dei comandanti della Resistenza nel Settentrione. E partecipò in prima persona alla liberazione di Genova nell'aprile del '45. Nell'appellativo "Re di Bavari", paesino della Val Bisogno dove aveva la casa di campagna, è racchiusa tutta la vicenda democristiana di Taviani. Anche se l'"adultero" genovese sarà più uomo di governo che di partito. In una "velina" ingiallita del Viminale il ministro detta: "Coniugato con la Dr.ssa Vittoria Festa...Padre di sette figli. Professore nell'Università di Genova di Storia delle dottrine economiche. Ha tre lauree: in legge, in scienze sociali, in filosofia. Ha il diploma in matematica superiore e in paleografia... Deputato al Parlamento nazionale del 1945, sempre capolista della regione ligure". Già, sempre numero uno a Genova. Tre erano i princìpi che hanno regolato la vita di Taviani nella "sua" Dc: controllare il partito prima che l'elettorato; essere forti a Roma per contare a Genova; partire da posizioni di "sinistra" per fermarsi al "centro". Ecco da dove nasce la sua idea di dare vita ai "pontieri". La corrente dc prende corpo da una scissione con i dorotei alla vigilia del congresso di Milano (1967). Nella prospettiva di una alleanza di centrosinistra più avanzata. L'obiettivo dei tavianei è, appunto, "fare da ponte" tra sinistra e centro del partito. Il gruppo tornerà nella casa madre "dorotea" nel 1973. E il suo animatore tornerà a guidare il Viminale dal 1973-'74. Non senza qualche rovente strascico polemico. Che intaccherà la fama di insondabile conquistata da Taviani sin dai tempi di Gladio. Nel '74 rilascia una intervista a L'Espresso per dire di non credere più alla sua tesi degli opposti estremismi: "Quando ho cambiato parere? Poco dopo essere tornato su questa sedia di ministro degli Interni". Mentre, aggiunge, "l'organizzazione sovversiva va cercata a destra". Dieci anni dopo aver rinnegato quella teoria, il giornalista di destra e musicologo, Piero Buscaroli, pubblica i suoi diari su il Giornale . E rivela che Taviani gli avrebbe confessato che le bombe disseminate in quegli anni erano "operazioni targate Viminale". Lo scopo? Alimentare la strategia della tensione e favorire le ambizioni di Mariano Rumor. "Si tratta di un cumulo di falsità", replica risentito l'ex "Re di Bavari". Il 1974 sarà anche l'ultimo anno in cui Taviani, sessantadue anni, verrà chiamato a occupare incarichi di governo. Da capo partigiano a notabile di partito. Il passo è obbligato anche per l'uomo che era stato sottosegretario agli Esteri nel primo gabinetto De Gasperi. Nel '76 Taviani approda al Senato. Nel '91 Francesco Cossiga lo nomina senatore a vita. Tra i due amori evocati da don Baget Bozzo, la famiglia e il potere, ancora una volta Taviani sceglie la terza via: gli studi storici e la paleografia. Un ponte tra presente e passato.
Fernando Proietti

LE CONFIDENZE / L'ex ministro: Scajola è un mio figlioccio, voterei contro Berlusconi ma non contro lui
"Non parlai dei soldi di Mosca al Pci per evitare la guerra civile"
La sua principale preoccupazione politica, negli ultimi tempi, era evitare una scissione dell'Anpi, l'associazione nazionale partigiani d'Italia. Temeva che un settore di centrodestra potesse staccarsi per prendere le distanze dai comunisti e ha fatto il possibile per evitarlo. "Una spaccatura sarebbe deleteria", ripeteva. Ma Paolo Emilio Taviani, malgrado la sua età, non era un uomo con la testa rivolta all'indietro. Arrivato a 89 anni, i ricordi della Resistenza e della carriera governativa che aveva alle spalle alimentavano una parte delle sue giornate, come le ricerche e le letture su Cristoforo Colombo, sua vera passione. Tuttavia restava un uomo molto curioso sul tempo presente. Sui giornali leggeva perfino le notizie più nascoste e minute, ed era attualissimo uno dei crucci che lo accompagnava nelle settimane scorse. "Il governo Berlusconi no, non lo posso appoggiare. Voterò contro", ci aveva spiegato dopo le elezioni, in una delle ultime telefonate, mentre la lista dei ministri era ancora per aria. Benché fosse stato ministro per 26 anni, non lo turbava trovarsi all'opposizione da senatore a vita. Ad andare controcorrente, tutto sommato, ci era abituato. A dargli pensieri era come comportarsi verso un amico. "Se al Viminale mettono Claudio Scajola, non ho voglia di votare contro di lui. Non potrei. E' un mio figlioccio, nella Dc l'ho allevato io", raccontava. Da qui, la propensione verso una soluzione indolore: aveva intenzione di "trovare una scusa" per non presentarsi alla seduta. Risparmiandosi di votare, per quanto indirettamente, contro un proprio allievo. E' proprio un peccato che Taviani non abbia più bisogno di inventare una scusa. Quel signore che mancherà al Parlamento aveva maneggiato segreti di Stato, era stato uno degli artefici di Gladio, non faceva una grinza quando osservava che nel mondo dei servizi si possono far sparire in vari modi agenti ingombranti o che hanno sgarrato ("può esserci sempre un incidente stradale"), ma era un padre della Patria di indole buona. Non soltanto un padre di famiglia, un cattolico genuino, un nonno affettuoso. Se ci si incontrava per ricostruire con lui quei pezzi di storia dei quali conosceva i misteri, una sua preoccupazione era di non veder pubblicati dettagli privi di valore, anche se coloriti, che avrebbero potuto addolorare figli o mogli dei personaggi in questione. Fu il rispetto di queste sue richieste che aumentò la frequenza delle conversazioni. Nella casa di Roma o nello studio di Palazzo Giustiniani, l'ex ministro degli Interni descriveva i controlli non ortodossi ai quali i suoi uomini sottoponevano i dirigenti del Pci. Sosteneva che l'aereo di Enrico Mattei, presidente dell'Eni morto nel 1962, non era stato fatto esplodere con una bomba. Difendeva il generale De Lorenzo. E Taviani decise di raccontare uno dei modi nei quali uno come lui e Mario Scelba evitarono in Italia una guerra civile tra 1954 e 1955: applicando il realismo al posto della legge. "Mentre a capo del Sifar c'era Ettore Musco, in qualità di ministro della Difesa io ebbi la documentazione precisa del finanziamento di circa due miliardi di lire del tempo, attraverso Zurigo, al Pci", ricordò. Fondi sovietici. "Notificai la cosa al presidente del Consiglio del tempo, che era Scelba, e all'allora ministro degli Esteri Gaetano Martino", aggiunse. Il resto è qualcosa che altri definirebbero consociativismo. Taviani, che contro i cortei del Pci aveva mandato celerini non troppo formali, rivendicava di aver fatto benissimo: "Ci fu una riunione a tre al Viminale. Scelba prese nota dei nomi italiani delle persone coinvolte. Noi abbiamo sempre detto che il Pci era pagato da Mosca. Ma dare pubblicità alle carte di quel finanziamento avrebbe significato fare ciò che avrebbe voluto Clara Luce (allora ambasciatrice americana a Roma, ndr), avrebbe comportato mettere al bando il Pci. E dunque la guerra civile". Le carte rimasero riservate. Secondo il senatore, pure Martino e Scelba erano contrari a mettere al bando il Pci. Da un paio di anni Taviani stava scrivendo un libro, forse il suo libro. Aveva scelto di mettere in questo memoriale-diario, da pubblicare alla fine della sua vita, alcune cose che far stampare prima non voleva. Alla Commissione stragi ha fatto sapere che non autorizzava a rivelare gli omissis nel resoconto della sua audizione del 1° luglio 1997: è nel libro, "Politica a memoria d'uomo", che ne voleva trattare. L'editore della storia per il Mulino, Ugo Berti, doveva ritirare la versione finale del manoscritto venerdì scorso. Taviani non si fidava di mandare a mezzo posta roba del genere. L'ictus ha colpito prima dell'incontro. Ma quello che il senatore voleva dire sulla sua vita potrà essere conosciuto.
Maurizio Caprara

IL PROFILO
Terrorismo, fu il primo a denunciare la logica degli "opposti estremismi"
di DINO COFRANCESCO
Figura di altri tempi quella del senatore Paolo Emilio Taviani. Figlio di un direttore didattico, che, in gioventù, aveva recitato con Gilberto Govi, fu uno dei pochi uomini politici liguri ad acquisire un prestigio che andava ben oltre i confini nazionali. Lungo e ricco di allori il suo cursus honorum . Studente modello, trovò nel pensiero economico il punto d'incontro tra teoria e storia, tra filosofia e politica sì da segnalarsi, come borsista della Scuola Normale di Pisa, ai littoriali sulle tematiche corporative. Come molti universitari cattolici (e non solo), si era illuso che il regime avesse trovato il modo di conciliare la libertà d'impresa con la solidarietà sociale. La guerra e la china totalitaria dell'ultimo fascismo gli aprirono ben presto gli occhi: entrato nelle file della Resistenza, fu più volte decorato al valore. Il suo battesimo del fuoco, in politica, lo ebbe con l'elezione alla Costituente, nelle file della Democrazia Cristiana. Accanto ad Alcide De Gasperi il suo cattolicesimo sociale assunse un'impronta nettamente liberale. Non meraviglia, pertanto, che, intervenendo ai lavori dell'Assemblea Costituente, legasse inscindibilmente il diritto di proprietà alla libertà personale, facendo della prima un presupposto indispensabile della seconda e assegnandole solo in subordine una funzione sociale. Parlamentare tra i più autorevoli, in ben tredici legislature, Paolo Emilio Taviani - per un breve periodo segretario della Democrazia Cristiana tra il 1949 e il 1950) - svolse un ruolo di primissimo piano nella costruzione dell'unità europea; un ruolo che non sfuggì all'attenzione del più grande politologo francese del secolo, Raymond Aron. Il suo europeismo non nasceva dalla revanche del leader cattolico che, avendo ereditato lo Stato nazionale compromesso dalla dittatura fascista, tornava all'Europa carolingia come al porto sicuro contro le tempeste della modernità. In lui, infatti, gli Stati Uniti d'Europa erano il coronamento del progetto risorgimentale volto a ricongiungere l'Italia al Settentrione civile. In questo, era realmente affine ad altri "grandi vecchi" della sua generazione: Norberto Bobbio, Giovanni Spadolini, Leo Valiani. La sua genovesità, non a caso, si traduceva non solo negli studi (magistrali) su Cristoforo Colombo ma, altresì, nell'attenzione per figure come Goffredo Mameli che erano il simbolo del superamento della piccola patria ligure nella grande patria italiana. L'amore per gli uomini che fecero l'Italia, del resto, traspare in volumi come Problemi economici nei riformatori sociali del Risorgimento italiano , ancora oggi un indispensabile strumento di lavoro. Nella storia della Repubblica, Taviani resta, comunque, soprattutto per la fermezza e la competenza con cui resse i vari ministeri toccatigli in sorte: la Difesa (1953-'58) con i governi Pella, Fanfani, Scelba, Segni e Zoli); gli Interni (1962-'63 con Fanfani; 1963-'68 con Moro; 1974 con Rumor); il Tesoro (1960-'62 con Fanfani); le Finanze (1959-'60 con Segni) oltreché la vicepresidenza del Consiglio (1969-'70 con Rumor). Le polemiche sul ruolo svolto in momenti drammatici della storia del Paese - come Gladio, l'emergenza terrorismo ecc. - sono ancora oggetto di controversia. E tuttavia solo oggi forse siamo in grado di valutare la grande lucidità con cui, negli anni formidabili, aveva parlato, scatenando le ire della sinistra marxista e post-azionista, di "opposti estremismi". Quando persino sulle pagine di Panorama - lo ricorda il giornalista Michele Brambilla nel suo libro L'eskimo in redazione - emergeva soltanto "il concetto di un'unica regìa: il terrorismo è di Stato o ha coperture di Stato", lo statista genovese mostrava di non aver dubbi sui pericoli reali che minacciavano la democrazia. Nella solitudine di quegli anni, ricordava più che mai il suo grande, insuperato modello: Alcide De Gasperi.

19 giugno - "La Repubblica":
Quell'antifascista orgoglioso custode dei misteri della Repubblica
Cinquant'anni da protagonista: partigiano, parlamentare dal '46, segretario della Dc, ministro
MIRIAM MAFAI
Non so se davvero Paolo Emilio Taviani ha consegnato al suo editore un libro di memorie pronto per la pubblicazione. Se lo ha scritto evitando quella reticenza che contrassegna generalmente i diari dei politici, allora non c'e' dubbio che quelle pagine saranno fondamentali per la ricostruzione di molte vicende ancora oscure della nostra Repubblica. Paolo Emilio Taviani ha attraversato infatti almeno cinquant'anni della nostra storia da una posizione privilegiata, di grande autorevolezza, come vicesegretario e poi segretario della Dc tra il 1946 e il 1950, e poi come ministro in tutti i governi repubblicani per oltre venticinque anni. In anni difficilissimi fu ministro della Difesa e ministro dell'Interno e dunque in condizione di conoscere quelli che vengono generalmente chiamati "i segreti" o "i misteri" della Repubblica". Ne ha anche parlato, quando glielo hanno richiesto, con i giudici che su questi misteri e segreti hanno indagato. Nel 1991, deponendo di fronte al giudice Mastelloni, ha ammesso di aver saputo dell'esistenza di Gladio e di aver coperto politicamente l'iniziativa che riteneva necessaria per la sicurezza dell'Italia. Ma, da ministro dell'Interno, ha raccontato, si rifiutò di coprire politicamente il tentativo di golpe promosso, nel 1964, dal generale De Lorenzo su sollecitazione del presidente Segni: in quel caso avvertì Aldo Moro (allora segretario della Dc) e minacciò le dimissioni. Interrogato sulla strage di Piazza Fontana ricordò che all'epoca era ministro per il Mezzogiorno, ma, aggiunse, "oggi ritengo che la strage sia stata effettuata da elementi di destra con eventuali deviazioni dei servizi di sicurezza, penso al Sid". Ha sempre parlato con i magistrati, ma assai raramente, con i giornalisti. Era un uomo politico di vecchio stampo, che rifuggiva dal costume, oggi corrente, della indiscrezione, o del pettegolezzo cui far seguire, il giorno dopo una smentita. Con i giornalisti ha parlato, lo scorso anno, della tragedia di Cefalonia, ammettendo di aver contribuito, come ministro della Difesa, ad affossare quella vicenda, in accordo con Gaetano Martino, all'epoca ministro degli Esteri. "Un eventuale processo per l'orrendo crimine di Cefalonia" ammise Taviani "avrebbe colpito l'opinione pubblica impedendo forse per molti anni la possibilità per l'esercito tedesco di risorgere dalle ceneri del nazismo. Io sono stato uno dei precursori della necessità del riarmo della Germania. Non cerco alibi o scusanti. Dico come stanno le cose e a guidarmi fu la ragion di Stato". Era un uomo capace di assumersi, coraggiosamente, tutte le sue responsabilità. Come avevo fatto quando, a poco più di trent'anni, membro del Comitato di Liberazione Nazionale di Genova, sostenne, nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 1945, la decisione (presa a maggioranza) di dare il via all'insurrezione. Le forze armate tedesche firmarono la resa nelle mani del Cln e fu proprio il giovane democristiano Paolo Emilio Taviani ad annunciarlo alla radio. Pochi mesi dopo entrava a Montecitorio come Consultore. L'anno dopo, nel 1946 veniva eletto alla Costituente. E da allora, fu sempre rieletto, nelle file della Dc, prima come deputato, fino al 1972 e poi, dal 1976 al 1987 come senatore. Nel 1991 venne nominato senatore a vita, ma lo si vedeva ormai di rado a Palazzo Madama. Lo vedemmo e lo ascoltammo per l'ultima volta il 30 maggio scorso quando, come senatore piu' anziano, ha inaugurato la XIV legislatura, ricordando i valori fondamentali affermati nella nostra costituzione: la liberta' l'eguaglianza la solidarieta'. Iscritto all'Azione Cattolica fin da ragazzo, era stato tra gli allievi prediletti di don Siri quando questi negli anni 30, riuniva in un circolo fucino, a Genova, i giovani universitari più promettenti, futura classe dirigente in un'Italia liberata dal fascismo. Nonostante la lunga amicizia e la fedeltà, Paolo Emilio Taviani seppe ricavarsi un suo spazio di autonomia nei confronti del suo vecchio e stimato maestro, quando questi, ormai cardinale, si oppose ferocemente all' accordo con i socialisti, promosso da Aldo Moro nei primi anni 60. L'esperimento venne messo in atto, a livello locale, prima a Milano e subito dopo a Genova, nonostante le proteste esplicite del cardinale e le resistenze all'interno della stessa Dc (un deputato democristiano di Genova, Durant De La Penne passò ai liberali e il cardinal Siri non ricevette più il suo antico allievo) Vecchio partigiano, presidente dell'Associazione di Partigiani Cattolici, Paolo Emilio Taviani ha partecipato, finchè le condizioni di salute glielo hanno permesso, a tutte le celebrazioni della Resistenza. Non mancava mai quando lo invitava l'Anpi, l'organizzazione partigiana presieduta dal suo vecchio amico, il comunista Arrigo Boldrini. Non mancava mai, in quelle occasioni, di ricordare che in quei mesi e con il sacrificio di quei combattenti si erano ricostruiti, in uno spirito e in una lotta unitaria, valori essenziali per la nazione. La Resistenza come riconquista della Patria. Da molti anni si era ritirato nella sua vecchia casa sulle alture di Genova, una casa modesta. Amava ricordare che "tra gli uomini della mia generazione, quelli dell'antifascismo e della Resistenza, non c'è mai stato un inquisito." Solo dopo, con il moltiplicarsi delle correnti, ha dilagato la corruzione e sono prosperati i disonesti. Ma sottolineava con orgoglio il ruolo giocato dalla Dc nella prima fase della vita della nostra Repubblica, a salvaguardia dell'indipendenza del paese e della sua crescita economica. Un errore? "Non abbiamo capito quello che c'era di valido nella generazione del 68: Ma non l'ha capito nemmeno la sinistra..."Il ricordo più doloroso? "Lo Stato che ha dato prova di fermezza e ha rifiutato di trattare per liberare Moro, ha ceduto per liberare Cirillo".

In un libro postumo rivelazioni sulle stragi
Appena consegnati all'editore Il Mulino i dattiloscritti in cui Taviani racconta le verità che non disse mai in vita
GENOVA - Fino a qualche settimana fa il dattiloscritto che svelerà la verità su tanti misteri d'Italia stava sul tavolo del piccolo studio nella casa romana di Paolo Emilio Taviani, in via Asmara, quartiere africano: una pila di fascicoli, ogni fascicolo una sottile copertina bianca con il titolo e il periodo di riferimento scritti dalla forte grafia del senatore a vita. Anni Cinquanta, la nascita di Gladio, meglio "stay behind, Anni Sessanta, la nascita della strategia della tensione, Anni Sessanta, la strage di Piazza Fontana, Anni Settanta, lo stragismo, Anni Settanta, la nascita delle Brigate Rosse.....Anni Settanta, il caso Moro. Oggi i fascicoli dattiloscritti sono presso la casa editrice del Mulino, che ne sta curando la pubblicazione, dopo avere già stampato due anni fa un'altra opera dello stesso autore, sugli stessi temi di una minuziosa ricostruzione storica: "I giorni di Trieste. Diario 19531954." Taviani aveva deciso la pubblicazione di questo libro ben prima del malore che lo ha colpito giovedì scorso proprio in quel piccolo studio della sua abitazione. In un primo tempo i suoi diari dovevano essere stampati postumi. Ma qualcosa negli ultimi mesi, durante le convulse fasi della vita politica, aveva con vinto il senatore a vita, oramai giunto agli 88 anni, ma perfettamente lucido e con una memoria di ferro, assistita da una documentazione imponente, a anticipare l'uscita alla fase post elettorale.
Nei diari ci sono pagine importantissime, non solo la ricostruzione del famoso tentativo di fermare la strage di Piazza Fontana, che il Sid mise in atto inviando un suo ufficiale a Milano. Ci sono particolari sul famoso "armadio della vergogna", nel quale erano custodite le documentazioni delle stragi di soldati italiani, "tollerate" dal Governo per ragioni di politica post bellica. Molti capitoli sono dedicati agli "anni di piombo", alle deviazioni dei servizi segreti, ai retroscena del caso Moro, alle decisioni di sciogliere i movimenti eversivi di destra come "Ordine Nuovo".

"Il Messaggero"
Muore a 88 anni l'ex responsabile del Viminale. Denunciò l'intreccio fra servizi segreti deviati e ultradestra negli attentati
Taviani, nel diario i misteri d'Italia
Funerali di Stato per uno degli ultimi padri fondatori della Repubblica
di AMEDEO CORTESE
ROMA- Avrebbe compiuto 89 anni il 6 novembre prossimo Paolo Emilio Taviani, dirigente storico della Democrazia cristiana, deputato costituente, antifascista convinto e più volte ministro-chiave nei governi della Repubblica. E contava di arrivarci a quella data l'ex ministro dell'Interno che forse più di molti suoi altri colleghi aveva frequentato le stanze e i segreti del Viminale. Un suo memoriale su 60 anni di storia della Repubblica visti da vicino, doveva andare alle stampe nei prossimi mesi per i tipi de Il Mulino. Proprio venerdì scorso il responsabile della sezione "Storia" della casa editrice bolognese avrebbe dovuto incontrarsi con il senatore Taviani e ricevere dalle sue mani l'ultimo dattiloscritto di un libro che sarebbe stato intitolato "Politica a memoria d'uomo". Ma proprio venerdì scorso, la grande tempra del comandante Tip - era il nome convenzionale di combattente nelle brigate partigiane bianche - aveva cominiato a incrinarsi, per poi cedere definitivamente nella clinica Quisisana di Roma. A quei dattiloscritti, che ora sono in possesso della famiglia, Paolo Emilio Taviani avrebbe affidato molte spiegazioni inedite degli eventi più oscuri della nostra vita democratica. Era già noto che l'ex ministro uscì dalla scena del governo a metà degli anni '70, dopo aver denunciato - inascoltato - le commistioni tra servizi segreti deviati e il terrorismo nero, nel periodo della cosiddetta "strategia della tensione". Proprio di recente il senatore a vita, parlando della strage di piazza Fontana, dichiarò che ormai "non ci sono dubbi sulle responsabilità di Ordine Nuovo" e quanto alla Cia "non credo - disse Taviani - che abbia organizzato il collocamento della bomba nella Banca dell'Agricoltura. Mi sembra certo invece che agenti della Cia siano stati tra i fornitori di materiali e tra i depistatori". Sempre lo scorso anno, a proposito questa volta della bomba sull'Italicus e correggendo il senatore Pellegrino che attribuiva quella strage alla "destra radicale", Emilio Taviani dichiarò:
"Si fermi alla destra, il senatore Pellegrino: il termine "radicale" è fuorviante". Dunque la strage di piazza Fontana e l'ordine tardivo del Sid per fermarla, il nome del colonnello dei Servizi incaricato di far cadere la colpa degli attentati sulla sinistra, le bombe sui treni, ma anche il piano Solo e la lista dei politici che spingevano il presidente Antonio Segni verso una svolta autoritaria. Questo ed altro nelle sue memorie. Oggi l'onore dei funerali di Stato, annunciati dallo stesso presidente del Consiglio Berlusconi ieri a palazzo Madama, dopo le manifestazioni di unanime cordoglio del mondo politico nazionale al gran completo: dal presidente della Repubblica ai presidenti delle Camere, da destra e da sinistra per lo statista e uomo della Resistenza, grande democratico, figura di limpidezza morale, cattolico protagonista della laicità dello Stato.

19 giugno - "La Stampa"
"Ci spiegò la strategia della tensione"
Pellegrino: su piazza Fontana disse tutto alla Commissione stragi
ROMA
IL senatore a vita Paolo Emilio Taviani era un mattatore assoluto nelle ultime ricostruzioni della commissione Stragi. Uno dei padri della Patria che poteva illuminare i parlamentari-inquirenti sui misteri della Repubblica. E lui, Taviani, per un po' li aveva delusi. Ma poi, quando decise che ormai era giunto il momento di raccontare la verità sugli anni difficili della guerra fredda e della Ragion di Stato, l'anziano senatore a vita parlò.
Raccontò che il Sid era spaccato tra uno spezzone che "tralignava" con i bombaroli neri e un altro che si opponeva. Spiegò che c'era una differenza sostanziale tra le bombe del '69, dove riconosceva una responsabilità "istituzionale", e le stragi del '73, che erano "reattive". Ossia rappresentavano la reazione dei manovali del terrore contro chi li aveva usati e poi scaricati. Queste erano le verità che Paolo Emilio Taviani scrisse nei suoi diari e che raccontò l'anno scorso alla magistratura. Ma poi il vecchio partigiano cattolico chiamò a casa sua il diessino Giovanni Pellegrino, che presiedeva la commissione, e gli diede la lettura "politica" di quello che era accaduto in quegli anni. Presidente Pellegrino, allora non è vero che il Parlamento ignorava la verità di Paolo Emilio Taviani.
"Certo che no, è una semplificazione giornalistica. Taviani ha parlato apertamente con l'autorità giudiziaria e noi della commissione Stragi acquisimmo il verbale. Io oggi posso dire che solo grazie a Taviani ho capito la strategia della tensione. Con me, poi, a quattr'occhi, si è scusato perché non aveva raccontato tutto nell'audizione del 1997. Davanti a un caffè a casa sua, un paio di mesi fa, mi disse anche che non era il caso di tornare in commissione perché si rendeva conto che il clima era ancora avvelenato e che anzi con l'avvicinarsi delle elezioni si sarebbe fatto un uso strumentale di qualunque cosa avesse detto". E così dicendo il senatore Taviani mostrava ancora di essere molto attento alla politica. "Era di una lucidità politica assoluta. Aveva fatto la Resistenza. Ma quando poi il Paese aveva fatto la scelta di campo occidentale, lui diventò coscientemente un uomo dell'alleanza atlantica. Si rendeva conto della necessità storica di un anticomunismo di Stato. Allo stesso tempo non recise mai i rapporti con Arrigo Boldrini, cioè l'altra parte".
Cosa le rivelò sulla strategia della tensione? "Mi disse che la genesi andava collocata nel periodo tra il suo primo e il suo secondo mandato di ministro all'Interno. Cioè sostanzialmente tra l'estate del 1968 e il febbraio del 1972. Quando tornò al Viminale, disse, capì il tralignamento degli apparati con la destra estrema e intervenne mettendo fuo i legge Ordine Nuovo". Come era stato possibile questo cosiddetto "tralignamento", per stare alle sue vparole?
"Per via della debolezza politica dei dorotei. Al solito, quando è debole la politica, gli apparati si prendono delle libertà. Mi parlò anche di una grave crisi del nostro servizio segreto militare nel momento del passaggio da Sifar a Sid. Non mi parlò mai, invece, di quali rapporti il Viminale intratteneva con la destra estrema. Rapporti che ci furono". Una debolezza politica che naturalmente, lui ministro, non c'era. "Escludeva decisamente che il '73-74 fosse un remake di piazza Fontana. Mi ripeté: so che a piazza Fontana non dovevano esserci morti, anche se non so chi mise la bomba. Invece a Brescia volevano uccidere. Solo che le vittime predestinate erano i carabinieri, non la folla. Era la vendetta di chi si sentiva abbandonato dallo Stato. D'altra parte è chiaro che i carabinier stroncarono il gruppo di Fumagalli, ma facendo sparire ogni contatto imbarazzante". E quella storia dell'ufficiale del Sid, Fusco, che tentò in extremis di evitare la strage di piazza Fontana? "Mi disse che c'era appunto un pezzo del servizio segreto che cercava di bloccarli. Anche se il progetto non prevedeva morti, ad alcuni sembrava ugualmente una pazzia. Troppo tardi: arrivò all'aeroporto di Fiumicino e sentì alla radio dell'esplosione di Milano". Lei dunque crede alle rivelazioni di Taviani? Certo. Le ho fatte mie nel libro "Segreto di Stato". Taviani mi mandò un biglietto per ringraziarmi. Concludeva così: "Duro come me c'era solo Scelba. Ma insieme abbiamo salvato l'Italia". Era un anticomunista. Ma un grand'uomo".

"il Giorno"
Taviani, ministro dei misteri
Paolo Emilio Taviani, dirigente storico della Dc e ministro dell'Interno di lungo corso, sentì nell'agosto del 1974 il bisogno di demolire la teoria degli "opposti estremismi" per certificare che di estremismi pericolosi ve n'era uno soltanto. Quello di destra. L' "amerikano" e' ironico che una personalità così carica di passato sia ricordata soprattutto per una battuta infelice, o presunta tale. Il fatto è che quella frase fece, e tuttora fa, pensare alla punta emersa di un mistero sommerso. Due mesi prima che uscisse di bocca al ministro, le Brigate rosse avevano cominciato la loro stagione di caccia ammazzando a sangue freddo due anziani e innocui missini di Padova. Poco dopo c'erano stati l'arresto di Curcio e Franceschini e l'omicidio di un maresciallo dei carabinieri. La realtà degli "opposti estremismi" saltava agli occhi, ma il ministro di polizia girava il capo dall'altra parte. E sì che Taviani non è stato uno di quei democristiani in adorazione della sinistra. Anzi, passa per essere un amerikano col "K". A che gioco giocava? In realtà non giocava affatto, anzi aveva paura. La bomba in maggio a Brescia, piazza della Loggia, e quella sul treno Italicus il 4 agosto, avevano evocato il braccio violento della lotta politica. Tanto più agghiacciante in quanto l'onda di piena elettorale missina non aveva rotto gli argini nelle politiche del '72 e due anni dopo era chiaramente in riflusso. Dunque le stragi non potevano essere in funzione di un disegno, per quanto criminale, nella cornice delle forze in campo. Da questa constatazione a ipotizzare la regia internazionale di un golpe militare, alla maniera di quello dei colonnelli greci, non c'era che un passo. Taviani ne era convinto. E se ne era convinto lui, che prima di passare agli Interni aveva gestito per lunghi anni, da ministro della Difesa, l'integrazione delle nostre Forze Armate nella Nato, figurarsi gli altri capi scudocrociati.
Il governo "invisibile"
Annus horribilis, il '74, per la Dc. Il referendum sul divorzio aveva rivelato lo scollamento del partito rispetto alla società e il potente alleato americano non era più così potente, dopo la batosta vietnamita. Né così amichevole, a giudicare dall'ondata scandalistica alimentata dal bisogno improvviso di rigore morale degli Stati Uniti. Inoltre, per chiari segni si diffondeva la sensazione che il paese stesse scappando di mano al potere legale per finire in braccio al "governo invisibile" di poteri occulti. In queste condizioni, la scoperta di una trama eversiva intitolata alla "Rosa dei venti" nelle Forze Armate, culminata a metà gennaio nell'arresto del colonnello Spiazzi, fece perdere la trebisonda ai capi del partito di governo. Alla fine di quello stesso mese il ministro degli Interni e il segretario del partito Flaminio Piccoli sentirono il bisogno di pernottare in una caserma della polizia, sotto la protezione delle mitragliatrici.
Aspettando le memorie
Che Piccoli fosse un tipo emotivo si sapeva, ma Taviani aveva nervi saldi. Abbastanza da non prendere sul serio il dossier sulle trame golpiste attribuite a Edgardo Sogno, benché lo avesse recapitato al giudice Violante perché indagasse. Mentre prese molto sul serio le connessioni tra l'Ufficio Affari Riservati del Viminale e organizzazioni extraparlamentari dell'ultradestra, come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale. Al punto da bandire tutt'e tre e da confidare più tardi i suoi sospetti sull'origine di "certe bombe". Se a tutto questo si aggiungono suoi recenti riferimenti a quattro piani d'invasione dell'Italia da parte dell'Armata rossa (datati 1950, '56, '62 e '68), il ruolo di primo piano da lui svolto nella Resistenza, e quello ambiguo di contenimento (sotto parvenze socialistoidi) di Moro e della sinistra dc da lui svolto nel partito, ce n'è abbastanza per desiderare che la promessa pubblicazione delle memorie di questo iniziato ai misteri d'Italia sia mantenuta al più presto. Tutto lascia credere che sarà - se sarà - una lettura più appassionante dei dotti volumi da lui dedicati alle navigazioni del suo illustre concittadino, Cristoforo Colombo.
di Franco Cangini

26 giugno – il “Secolo XIX” scrive che, su ordine della Procura di Brescia, i Ros del reparto Antieversione si sono presentati la settimana scorsa nella casa romana del Ministro Paolo Emilio Taviani, mentre a Bavari, nell'entroterra genovese si stavano celebrando i funerali dell'uomo politico scomparso. La visita era stata disposta dai pm Francesco Piantoni e Roberto Di Martino che si occupano dell'inchiesta sulla strage di Piazza della Loggia. Quella dei Ros non sarebbe stata una vera e propria perquisizione ma i militari si sarebbero limitati a chiedere i documenti destinati ad essere pubblicati in un diario del senatore che, all'epoca dell'eccidio bresciano, era Ministro degli Interni. Sull' esito dell' atto istruttorio gli inquirenti mantengono il piu' stretto riserbo, anche se si e' appreso che i documenti non sono piu' nella disponibilita' della famiglia dell'uomo politico scomparso, e non sarebbero neppure in possesso dell'editore incaricato di dare alle stampe il diario. Con una dichiarazione telefonica all' agenzia Ansa di Genova, Giuseppe Taviani, figlio del senatore a vita recentemente scomparso, parlando a nome della famiglia ha smentito “categoricamente la notizia di avvenute perquisizioni nell' abitazione del senatore Taviani in Roma ne' il giorno dei funerali ne' mai”.

27 giugno - Il "Secolo XIX" di Genova pubblichera' da domani a puntate la prima parte delle memorie di Paolo Emilio Taviani, quelle del periodo dal 1931 al 1946.  Le memorie, 25 cartelle, fanno parte di quelle che il Mulino pubblichera' nel volume "Politica a memoria d' uomo" ma sono state consegnate dallo stesso Taviani al cronista del "Secolo XIX" Giuliano Galletta per il progetto di un libro-intervista. I ricordi personali di Taviani, testimone importante della vita italiana della seconda meta' del secolo, sono intercalati da analisi storiche del periodo che va dallo scioglimento dell' Azione Cattolica, nel 1931, fino alla conclusione della lotta di liberazione. Alcide De Gasperi, il cardinale Siri, Enrico Mattei sono alcuni dei personaggi di cui Taviani parla. "Da Genova - narra, tra l' altro, Taviani - mi recai a Roma durante il periodo badogliano due volte, i primi di agosto e i primi di settembre del 1943. La prima volta con Gotelli, la seconda con Palenzona. Gli incontri di Roma avvenivano tutti in casa di Spataro, in via Cola di Rienzo 217. C' erano sia la prima che la seconda volta: Spataro, De Gasperi, Scelba, Gronchi, Ruggero Lombardi (fratello di Riccardo), Achille Grandi, Quarello, Rodino', Vanoni e altri. Le discussioni piu' vivaci vertevano sulla forma istituzionale, Repubblica o monarchia, e sul sindacato unico pluralistico. Il tema della proprieta' non venne in quella occasione affrontato. Era pero' ovvio che tra i presenti sussisteva varie sfumature di interpretazione circa l' economia mista, dai piu' aperti alla socializzazione ai piu' ligi al sistema di economia liberale. Tracciare una linea tra destra e sinistra sarebbe peraltro difficile. Per esempio Scelba era decisamente per la Repubblica, mentre era piuttosto restio (sulla scia di Sturzo) nei riguardi di nazionalizzazioni e socializzazioni".

27 giugno - Su ordine della Procura di Brescia, il reparto Antieversione dei Ros ha sequestrato alle 14 nella sede de "Il Mulino" una copia dei diari di Paolo Emilio Taviani consegnati ieri alla Casa editrice bolognese da uno dei figli dell' uomo politico recentemente scomparso. Il verbale di sequestro e' stato firmato da Ugo Berti, responsabile della sezione Storia de Il Mulino, che all' inizio dell' anno prossimo pubblichera' i diari di Taviani su tutto l' arco della sua vita politica in un volume intitolato "Politica a memoria d' uomo". Il decreto di sequestro di una copia della bozza del testo, eseguito su delega dei Ros dai carabinieri della sezione Anticrimine di Bologna, e' stato disposto dal Pm in relazione al procedimento sulla strage di Brescia e in seguito, a quanto si e' appreso, alle anticipazioni fatte dallo stesso Taviani. L' iniziativa non ha destato alcuna sorpresa al Mulino, visto che due giorni fa i carabinieri si erano gia' recati nella sede casa editrice per chiedere informazioni allo stesso Berti, con il quale oggi hanno poi fissato l' appuntamento. I carabinieri hanno acquisito la copia a meno di 24 ore dalla consegna dei diari al Mulino, che conserva comunque l' originale di 412 pagine, circa il doppio rispetto a quelle della prima versione: "La pubblicazione procede regolarmente secondo i programmi previsti. Nei primi mesi dell' anno prossimo il volume sara' in libreria", ha detto Berti, che fino all' ultimo ha tenuto personalmente i contatti con l' uomo politico democristiano come editore del libro. Taviani avrebbe dovuto consegnare direttamente nelle mani di Berti la versione definitiva dei suoi diari, che aveva appena finito di scrivere, proprio pochi giorni prima della sua morte, ma l' appuntamento salto' a causa del malore che lo aveva colpito e ieri il figlio Paolo e' arrivato a Bologna per eseguire le disposizioni del padre.

28 giugno - "Il Corriere della sera"
Taviani, in un diario i misteri della Prima Repubblica
Attenzione al brano in cui chiama in causa Ordine Nuovo
Affare Gladio, scandalo del Sifar, bombe di piazza Fontana e di Brescia: si ha un bel dire che dei misteri insoluti d'Italia le nuove generazioni non vogliono più sentir parlare. E' certo invece che intorno alle memorie di Paolo Emilio Taviani, e delle probabili rivelazioni in esse contenute, si è scatenato l'interesse generale benché manchi ancora un anno alla pubblicazione. E' stato sufficiente l'annuncio per agitare le acque: la casa editrice "il Mulino" darà alle stampe Politica a memoria d'uomo, una raccolt a di analisi e ricordi, lunga un secolo, affidata ai posteri dall'uomo politico democristiano che resse il ministero degli Interni in anni cruciali. Fu dal '62 al '68, e poi ancora nel '73 e '74, che Taviani ebbe modo di conoscere indiscrezioni e retroscena sulla strategia della tensione; ma anche in seguito, durante la sua lunga vita politica conclusasi dieci giorni fa, a 88 anni, continuò a studiare i fatti, frequentare i protagonisti, analizzare le situazioni. Risultato: ieri il dattiloscritto definitivo, appena giunto alla redazione bolognese del Mulino, è stato sequestrato dai carabinieri su disposizione della magistratura. Pochi giorni fa, del resto, era toccato a un funzionario della casa editrice di essere interrogato sui contenuti del memoriale. Difficile, a questo punto, azzardare qualcosa di preciso su quel capitolo finale, dedicato ai "misteri d'Italia", e che potrebbe anche risultare esplosivo. Tanto più che in un'intervista postuma pubblicata ieri dal Secolo XIX , sia pure fra molti distinguo e reticenze, è apparsa una dichiarazione scottante di Taviani sulla strage di piazza della Loggia: "La mia convinzione è che Brescia è stata fatta da Ordine Nuovo. Ci poteva essere il Sid deviato, sì, ma insomma è sempre Ordine Nuovo quello che manovrava". E' aperta, dunque, la gara delle interpretazioni: quella convinzione di Taviani derivava da un'analisi complessiva del fenomeno? Oppure l'ex ministro dell'Interno era in possesso di riscontri oggettivi, nascosti finora per cause politiche? Le uniche indiscrezioni, per ora, vengono da alcuni stralci di Politica a memoria d'uomo: 25 pagine consegnate personalmente da Taviani nel '98 al giornalista del "Secolo XIX" Giuliano Galletta. Memorie comprese fra il 1931 e il '45, lontane quindi dagli anni delle stragi e dell'eversione terroristica, e che mostrano la sua maturazione giovanile antifascista; contengono ritratti di personaggi destinati a diventare famosi, come Enrico Mattei ed Eugenio Cefis, in veste di comandanti partigiani; illustrano il ruolo difficile che i democristiani liguri si sforzavano di assumere nei giorni della Liberazione nel Nord Italia, con il Paese spaccato in due. Tutte esperienze che avrebbero lasciato una traccia indelebile in Taviani, un imprinting destinato a tradursi coerentemente nella figura di cattolico impegnato a sinistra. Ecco: la coerenza di Taviani è un motivo di interesse in più per le sue memorie.

29 giugno - "La Repubblica"
Taviani, l'ultimo segreto
"In caso di sequestro br non credete ai miei messaggi"
Una bobina e due lettere autografe dell'aprile '78 consegnate all'Istituto della Resistenza di Genova
WANDA VALLI
Genova - L'ultimo segreto di Paolo Emilio Taviani, il senatore a vita scomparso di recente, è contenuto in una bobina, due lettere autografe e due messaggi indirizzati a un notaio. Dettano le sue volontà in caso di rapimento delle Br: nessuna considerazione di quanto lui potrà eventualmente dichiarare in prigionia. Partiamo dalla bobina. La voce, incisa su una nastro, è chiara e imperiosa: "Io, Paolo Emilio Taviani, in perfetta salute fisica e in piena libertà dichiaro che non avrà alcun valore giuridico, né politico, qualsiasi mia affermazione, orale o scritta, qualora mi trovassi in condizioni di sequestro, privo di libertà". Aggiunge: "Ogni tentativo di accreditare mie dichiarazioni rese in tali condizioni sarà inutile e vano". Il nastro è del 7 aprile del 1978. A Roma, Aldo Moro è nella mani delle Br, l'Italia è divisa in due partiti: chi vuole provare a trattare con i terroristi e chi, invece, ritiene che lo Stato non debba cedere. Fra questi ultimi, c'è Paolo Emilio Taviani. Ancora il 7 aprile 1978, Taviani scrive di pugno una "Dichiarazione" che riprende per intero il contenuto della bobina. Quattro giorni più tardi, l'11 aprile, in uno scritto più lungo, "Invito", ribadisce le sue volontà. Poi affida il tutto a un notaio, con l'ordine di consegnare l'originale al ministero dell'Interno, e copie fotostatiche all'Ordine nazionale dei Giornalisti, al Presidente della Rai e delle radio e televisioni private, in caso di sequestro. Due mesi dopo, il 19 giugno, sempre in una lettera al notaio, Taviani precisa che il contenuto della bobina o delle lettere può essere reso pubblico, via tv, sempre se dovesse diventare prigioniero politico delle Brigate rosse. Intanto Aldo Moro è stato ucciso, il 9 maggio del 1978. Paolo Emilio Taviani, ex ministro dell'Interno, sa di essere un obiettivo dei terroristi, come confermerà anni dopo Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Br. Ma perché il senatore sceglie quei giorni di giugno per rendere note le sue volontà e perché poi porta il segreto con sé fino alla fine? Per capire, occorre risalire ai tormentati giorni del sequestro Moro e alle accuse che lo statista, dalla prigionia, lancia al suo partito e a Taviani. Il 10 aprile del 1978 (il giorno prima della bobina e della prima lettera di Taviani) nella lettera numero 4, indirizzata a Benigno Zaccagnini, Moro, chiede la trattativa e annota: "In verità mi sento un po' abbandonato da voi, del resto le mie idee le avevo già espresse a Taviani e a Gui a proposito della legge sui sequestri". Nel verbale di interrogatorio numero 5 delle Br, Moro accusa: "Filtra fin qui la notizia che l'onorevole Gui ha correttamente confermato e l'onorevole Taviani ha smentito, senza evidentemente provar disagio verso un collega lontano e in condizioni di difficoltà. Ma perché l'onorevole Taviani non si allarmi, mi affretto a dire che la pensava diversamente da me: sono convinti che sia l'unico modo per difendere lo stato? o hanno avuto suggerimenti?". L'ex ministro non replica, continua a sostenere il partito della fermezza, e, in privato, prepara le sue volontà in caso di sequestro. Nessuno dovrà sapere, fino alla sua morte.

"La Repubblica"
Franceschini: così volevamo rapirlo
Dopo il sequestro Sossi, Taviani finì nel mirino delle Brigate Rosse
il personaggio
GENOVA - Taviani obiettivo di un possibile sequestro del nucleo storico delle Brigate Rosse, quello che agli ordini di Renato Curcio rapì il sostituto procuratore della Repubblica di Genova, Mario Sossi, nell'aprile del 1974? Lui, all'epoca ministro dell'Interno nel governo di centrosinistra presieduto da Mariano Rumor, aveva veramente rischiato di finire in una cella del carcere del popolo con alle spalle la bandiera Br, la stella a cinque punte? Alberto Franceschini, capo fondatore del nucleo storico, oggi completamente libero, impegnato nelle attività di volontariato nella periferia romana, aveva sorriso alla domanda. "Certo, Taviani è stato nel nostro mirino e gli era andata bene perché dopo Sossi lui, insieme a Andreotti, era nella lista principale dei possibili leader politici che rischiavano il sequestro". Ventisette anni dopo, Franceschini ha cancellato quella parte della sua vita, pagata con 18 anni di carcere, è un uomo libero, ha scontato tutte le pene, ha il certificato penale pulito, la fedina quasi intatta, non fosse per la perdita dei diritti elettorali, una nuova vita ricostruita. Ma ricorda bene e spesso ha ricostruito quegli anni che rappresentarono l'alba del terrorismo, compresa l'ipotesi Taviani, una sorta di seguito del sequestro Sossi. "Quando sono entrato in clandestinità avevo 21 anni - ha raccontato - ne avevo ventisei quando abbiamo sequestrato Sossi, ventotto quando i carabinieri mi hanno catturato."  Fu proprio quella cattura, costata la libertà contemporaneamente a lui e a Renato Curcio, a far saltare l'ipotetico sequestro di Paolo Emilio Taviani, che era entrato nel mirino delle Br subito dopo che si erano profilate delle difficoltà con Andreotti. " Era l'uomo di Stato che si era opposto di più allo scambio di Sossi con i compagni della XXII Ottobre, aveva guidato la linea inflessibile dal Viminale" - ha spiegato Franceschini, raccontando perché il leader ligure della Dc era entrato nel mirino delle Br, già nella fase iniziale. Franceschini non sa nulla del "dopo", dei progetti che potrebbero aver riguardato l'uomo politico genovese da parte delle nuove Br, quelle al comando di Mario Moretti. Certo ci sono molte differenze tra quei terroristi che tennero in pugno il magistrato genovese per quaranta giorni e poi lo liberarono e il commando che agì in via Fani, quattro anni dopo l'operazione Sossi. Franceschini le ha sempre sottolineate tutte, ma senza smentire mai la strategia terroristica del suo gruppo. " I grandi protagonisti del progetto controrivoluzionario, i leader democristiani di allora erano per noi Fanfani Andreotti, Taviani, ministro della città che conoscevamo così bene, artefice della linea di repressione che colpiva i compagni ". Ma il 24 gennaio 1979 le Br, sempre a Genova, uccidono un operaio, Guido Rossa. Per loro è l'inizio della fine. Per Taviani, forse, la salvezza.
(f. m.)

30 giugno - "Il Giorno"
Taviani e i misteri d'Italia
BOLOGNA - Se lo sentiva. Paolo Emilio Taviani lo sentiva che stava morendo. E per questo aveva predisposto ogni cosa. In cima alla pila di cartelline verdi che raccoglievano i diari, sul tavolo del suo studio, i figli hanno trovato un appunto vergato pochi giorni prima che l'ictus se lo portasse via: "In caso di mia malattia (o peggio) consegnate queste carte alla casa editrice il Mulino, seguendo queste istruzioni...". Il "peggio" è accaduto. Così, "secondo le istruzioni", pochi giorni dopo i funerali, un ispettore di polizia in pensione - per anni uomo di fiducia del senatore -, si è presentato a Bologna, al civico 37 di Strada Maggiore, per consegnare i diari nelle mani Ugo Berti Arnoaldi Veli, direttore della sezione storia del Mulino, e dal 1997 anello di collegamento tra l'ex ministro e la casa editrice.
Anni turbolenti
Era il suo editor. E ora è quasi atterrito da tanto clamore. Non conscio, forse, di avere in mano una bomba. Ma Berti non è d'accordo: "Il punto è proprio questo. Il diario di Taviani non contiene grosse rivelazioni. E chi se le attende resterà deluso. Il nostro obiettivo non era e non è quello di creare un best seller, ma di vendere il libro per quello che è. Questi diari, integrati da un memoriale, sono interessanti perché trattano momenti importanti della storia italiana raccontati da un autorevole protagonista. Questo è lo spirito della nostra collana dedicata alla memoria. Abbiamo iniziato nell'83 con i diari di Dino Grandi e Leo Valiani e proseguiamo su questa strada. Ingannare il lettore, raccontando quello che non c'è, è anche contro i nostri interessi". Eppure, scava scava, si scopre che un capitolo del libro è dedicato alle "Testimonianze sul finanziamento dei partiti". Un altro a "Gladio e ai misteri veri o presunti d'Italia". E un altro ancora ad "Alcune cose mai dette". E se è vero che dei finanziamenti del Pcus al Pci Taviani parlò già in vita, è altrettanto vero che, ad probandum, ha inserito nel suo memoriale anche fotocopie di atti del ministero degli interni, che raccontano di quegli anni turbolenti. Alcune pagine si soffermano anche sul generale De Lorenzo. E a lui Taviani - e questa per molti sarà sì una sorpresa - avrebbe riservato parole di stima e simpatia. Ma nei diari si narra anche degli attentati mancati. Dei terroristi che progettarono di ammazzarlo negli anni di piombo. A destra come a sinistra. Quasi una riabilitazione postuma, da parte di Taviani, della sua teoria degli 'opposti estremismi', da lui stessa smentita negli anni Settanta, quando disse che il terrorismo esisteva solo a destra. E poi c'è il capitolo delle stragi. Anche se per quella di Bologna, il grande 'vecchio' della Dc si è limitato ad un'unica annotazione: "Questa rimane un mistero". Ma se quei diari sono 'solo' una "testimonianza autorevole", perché mai ha voluto acquisirli anche il pubblico ministero della procura di Brescia che indaga sulla strage di piazza della Loggia? "Quando i carabinieri del Ros mi hanno chiamato per chiedermi se avevo già ricevuto le carte di Taviani - racconta Berti - sono rimasto piuttosto stupito. Non credo infatti che lì dentro troveranno una chiave. Ma il magistrato non può saperlo finché non li avrà letti". I comuni mortali potranno leggerli tra un anno, quando saranno pubblicati. "Non prima, perché non vogliamo forzare i tempi".
"Non danneggiare i viventi"
No, non vuole sfruttare l'onda, il Mulino. Anche se Taviani a Berti aveva fatto una promessa: "Se nel 2000 sarò ancora vivo, li pubblichiamo e non se ne parla più". Tant'è che alcuni mesi fa il senatore aveva inviato a Bologna una prima versione dei diari. "Temeva di aver scritto troppo. In realtà aveva scritto poco. O comunque meno di quanto mi attendessi. Per questo gli chiesi di integrarli". Il che non creò ansie a Taviani, che aveva lasciato alcune 'cose' nel cassetto. Documenti e reperti della memoria trattati con cura, perché "il senatore, ancor prima di iniziare a scrivere, mi disse che non voleva danneggiare persone viventi". Il 30 maggio Taviani ha aggiunto un capitolo. Un poscritto: il discorso al Senato. L'ultimo. Poi ha lasciato le 'istruzioni' per il dopo. "Sto per andarmene, lo sento", sembra abbia detto ai figli. Pochi giorni dopo è arrivato l'ictus.
di Marco Ascione
 

3 luglio - La VI sezione penale della Cassazione ha accolto il ricorso della Procura di Brescia contro la decisione con la quale il Tribunale della liberta' aveva detto 'no' alla richiesta del pubblico ministero di emettere un provvedimento di cattura nei confronti di Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi in relazione alla strage di Piazza della Loggia. Adesso il Tribunale del riesame di Brescia dovra' valutare nuovamente gli elementi in base ai quali aveva ritenuto – con ordinanza emessa il primo dicembre 2000 - di non dover emettere la misura cautelare. In particolare la richiesta della Procura bresciana e' stata condivisa - durante l'udienza al Palazzaccio - dal pg Giuseppe Veneziano che, con una lunga requisitoria, ha criticato l'operato dei giudici di merito che non hanno tenuto in considerazione le dichiarazioni accusatorie contro Maggi e Zorzi (indicati come ideatori e mandanti della strage avvenuta nel maggio del 1974) provenienti da Carlo Digilio e Maurizio Tramonte. Per quanto riguarda quest'ultimo, la Cassazione ha respinto il suo ricorso contro le misure cautelari. Sulla decisione della Cassazione e' intervenuto l'avvocato Marcantonio Bezicheri, difensore di Maggi, secondo il quale l'ordinanza della Cassazione non puo' essere interpretata come un assenso alla richiesta di arresto. "La Suprema Corte - ha osservato il legale - ha solo accertato e rilevato dei vizi logico-giuridici nell'esposizione della motivazione del Tribunale di Brescia, che ora dovra' riesaminare il tutto, e non e' entrata nel merito, cioe' nella questione dell'opportunita' e necessita' dell'emissione degli ordini di cattura". Secondo Bezicheri, il Tribunale del Riesame di Brescia "potra' ritenere, come ha gia' fatto, che tali esigenze cautelari non sussistano e potra' ribadire il suo diniego alla richiesta della Procura, motivandola in maniera piu' efficace e corretta". Il legale ha concluso polemizzando con i giudici della Corte di Assise di Milano che, sabato scorso, hanno condannato Maggi all'ergastolo per la strage di Piazza Fontana. "Faccio osservare che, comunque, - ha detto Bezicheri – la Suprema Corte, per decidere di una questione puramente incidentale, ha impiegato un' intera giornata cioe' il lasso di tempo che la Corte di Assise di Milano, evidentemente dotata di facolta' paranormali, ha impiegato per deliberare, in una camera di consiglio brevissima, rispetto alla mole del processo, la sentenza di condanna di tutti gli imputati per il terzo processo di Piazza Fontana". La decisione della Cassazione dimostra, per il procuratore della Repubblica di Brescia Giancarlo Tarquini, che l' inchiesta sulla strage di Piazza della Loggia "ha imboccato la via giusta". Il magistrato non ha voluto entrare nei dettagli dell' inchiesta, ma ha ribadito che il procedimento, nato nel 1993, "e' ora in un momento decisionale importante". "Ci vorra' ancora molto lavoro da parte della Procura – ha affermato Tarquini - ma la decisione della Cassazione dimostra che la via imboccata e' quella giusta".

3 luglio – Ansa:
Si incrociano le inchieste sulla strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 (8 morti un centinaio di feriti) e quella di piazza Fontana. Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi, condannati all'ergastolo sabato scorso, per la strage alla Banca Nazionale dell'Agricoltura del 12 dicembre 1969, avrebbero avuto una parte attiva anche nell'eccidio di Brescia. Contro di loro, anche per questa inchiesta, il maggiore accusatore e' Carlo Digilio, detto Zio Otto, l'artificiere di Ordine nuovo che, per la sua collaborazione,al processo per piazza Fontana, ha ottenuto la prescrizione del reato. Digilio ai magistrati bresciani ha raccontato che pochi giorni prima della strage di Brescia, Marcello Soffiati, un estremista di destra veronese, da tempo deceduto, venne inviato a Mestre da Carlo Maria Maggi, dove si incontro' con Delfo Zorzi il quale gli diede una valigetta del tipo 24 ore, con una quindicina di candelotti "non so se di gelignite o di dinamite". Oltre all'esplosivo, secondo il racconto di Digilio, Zorzi avrebbe fornito a Soffiati anche un congegno per innescare l'esplosione: "Un pila da 4,5 volt e una sveglia grossa di tipo molto comune con dei bilancieri che facevano rumore. I fili erano gia' collegati tra la pila e la sveglia e quest'ultima aveva gia' il perno sistemato sul quadrante e le lancette con le punte piegate in alto per facilitare il contatto". Digilio ha raccontato che Soffiati era terrorizzato e che inizio' a temere Delfo Zorzi: "Ebbe la netta sensazione che Zorzi intendesse eliminarlo e quando si trovo' in qualche occasione a Mestre ebbe cura di tenere una pistola alla cintola". C'e' anche un'intercettazione ambientale del 1995, disposta dal pm di Venezia, Felice Casson, nella quale due ordinovisti veneti, Battiston e Raho, si rallegrano del fatto che Digilio, che gia' aveva iniziato a collaborare, non aveva raccontato che Soffiati si era recato a Brescia con la valigia piena di esplosivo. Di questo fatto, Digilio ne parlera' solo in seguito. Contro Maggi, inoltre, c'e' la testimonianza di Maurizio Tramonte, ex ordinovista veneto e spia nell'organizzazione per conto del Sismi. Tramonte, per il quale i magistrati bresciani hanno chiesto l'arresto, il 6 luglio del '74, una decina di giorni dopo la strage, aveva riferito al Sismi di una riunione alla quale aveva partecipato Maggi. "Nella riunione, nel commentare i fatti di Brescia - aveva raccontato Tramonte che in codice era conosciuto come fonte Tritone - Maggi aveva affermato che quell'attentato non doveva rimanere un fatto isolato". "Il sistema - aveva detto Maggi, secondo il racconto di Tramonte - va abbattuto mediante attacchi continui che ne accentuino la crisi. l'obiettivo e' aprire un conflitto interno risolvibile colo con lo scontro armato". Maggi, secondo Tramonte, aveva espresso anche l'intenzione di stilare un comunicato per annunciare altre azioni terroristiche.

3 luglio - La VI sezione penale della Cassazione ha accolto il ricorso della Procura di Brescia contro la decisione con la quale il Tribunale della liberta' aveva detto 'no' alla richiesta del pubblico ministero di emettere un provvedimento di cattura nei confronti di Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi in relazione alla strage di Piazza della Loggia. Adesso il Tribunale del riesame di Brescia dovra' valutare nuovamente gli elementi in base ai quali aveva ritenuto – con ordinanza emessa il primo dicembre 2000 - di non dover emettere la misura cautelare. In particolare la richiesta della Procura bresciana e' stata condivisa - durante l'udienza al Palazzaccio - dal pg Giuseppe Veneziano che, con una lunga requisitoria, ha criticato l'operato dei giudici di merito che non hanno tenuto in considerazione le dichiarazioni accusatorie contro Maggi e Zorzi (indicati come ideatori e mandanti della strage avvenuta nel maggio del 1974) provenienti da Carlo Digilio e Maurizio Tramonte. Per quanto riguarda quest'ultimo, la Cassazione ha respinto il suo ricorso contro le misure cautelari. Sulla decisione della Cassazione e' intervenuto l'avvocato Marcantonio Bezicheri, difensore di Maggi, secondo il quale l'ordinanza della Cassazione non puo' essere interpretata come un assenso alla richiesta di arresto. "La Suprema Corte - ha osservato il legale - ha solo accertato e rilevato dei vizi logico-giuridici nell'esposizione della motivazione del Tribunale di Brescia, che ora dovra' riesaminare il tutto, e non e' entrata nel merito, cioe' nella questione dell'opportunita' e necessita' dell'emissione degli ordini di cattura". Secondo Bezicheri, il Tribunale del Riesame di Brescia "potra' ritenere, come ha gia' fatto, che tali esigenze cautelari non sussistano e potra' ribadire il suo diniego alla richiesta della Procura, motivandola in maniera piu' efficace e corretta". Il legale ha concluso polemizzando con i giudici della Corte di Assise di Milano che, sabato scorso, hanno condannato Maggi all'ergastolo per la strage di Piazza Fontana. "Faccio osservare che, comunque, - ha detto Bezicheri – la Suprema Corte, per decidere di una questione puramente incidentale, ha impiegato un' intera giornata cioe' il lasso di tempo che la Corte di Assise di Milano, evidentemente dotata di facolta' paranormali, ha impiegato per deliberare, in una camera di consiglio brevissima, rispetto alla mole del processo, la sentenza di condanna di tutti gli imputati per il terzo processo di Piazza Fontana". La decisione della Cassazione dimostra, per il procuratore della Repubblica di Brescia Giancarlo Tarquini, che l' inchiesta sulla strage di Piazza della Loggia "ha imboccato la via giusta". Il magistrato non ha voluto entrare nei dettagli dell' inchiesta, ma ha ribadito che il procedimento, nato nel 1993, "e' ora in un momento decisionale importante". "Ci vorra' ancora molto lavoro da parte della Procura – ha affermato Tarquini - ma la decisione della Cassazione dimostra che la via imboccata e' quella giusta".

3 luglio – Ansa:
Si incrociano le inchieste sulla strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 (8 morti un centinaio di feriti) e quella di piazza Fontana. Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi, condannati all'ergastolo sabato scorso, per la strage alla Banca Nazionale dell'Agricoltura del 12 dicembre 1969, avrebbero avuto una parte attiva anche nell'eccidio di Brescia. Contro di loro, anche per questa inchiesta, il maggiore accusatore e' Carlo Digilio, detto Zio Otto, l'artificiere di Ordine nuovo che, per la sua collaborazione,al processo per piazza Fontana, ha ottenuto la prescrizione del reato. Digilio ai magistrati bresciani ha raccontato che pochi giorni prima della strage di Brescia, Marcello Soffiati, un estremista di destra veronese, da tempo deceduto, venne inviato a Mestre da Carlo Maria Maggi, dove si incontro' con Delfo Zorzi il quale gli diede una valigetta del tipo 24 ore, con una quindicina di candelotti "non so se di gelignite o di dinamite". Oltre all'esplosivo, secondo il racconto di Digilio, Zorzi avrebbe fornito a Soffiati anche un congegno per innescare l'esplosione: "Un pila da 4,5 volt e una sveglia grossa di tipo molto comune con dei bilancieri che facevano rumore. I fili erano gia' collegati tra la pila e la sveglia e quest'ultima aveva gia' il perno sistemato sul quadrante e le lancette con le punte piegate in alto per facilitare il contatto". Digilio ha raccontato che Soffiati era terrorizzato e che inizio' a temere Delfo Zorzi: "Ebbe la netta sensazione che Zorzi intendesse eliminarlo e quando si trovo' in qualche occasione a Mestre ebbe cura di tenere una pistola