Almanacco dei misteri d' Italia


Strage di Brescia
le notizie del 2004
16 gennaio 2004 - VERSO IL 30° ANNIVERSARIO STRAGE DI BRESCIA
"Brescia oggi"
TRENT'ANNI DOPO. Il 28 maggio si ricorderà l'anniversario dell'attentato di piazza Loggia con un primo passo giudiziario
Strage, ora si tirano le somme
Termini scaduti per gli imputati principali, indagini alla stretta finale
Per il trentennale anniversario della Strage di piazza della Loggia il sindaco Paolo Corsini aveva invitato sul palco alla commemorazione del 28 maggio il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. L'invito era partito nell'estate dello scorso anno e il presidente Ciampi tempo fa ha declinato, non senza rammarico, l'istanza delle autorità bresciane: sarebbe venuto volentieri, ma a fine maggio è impegnato in una visita ufficiale all'estero. Sul palco, il 28 maggio, non ci sarà il presidente della Repubblica, ma i motivi di dibattito non mancheranno certo. Mentre a quattro mesi dal trentennale della Strage iniziano i tributi alla memoria con incontri ed iniziative pubbliche, al secondo piano del palazzo di giustizia di via Moretto, i sostituti procuratori Roberto Di Martino e Francesco Piantoni, stanno tirando le somme di una indagine iniziata ormai da dieci anni, da quando l'allora giudice istruttore Giampaolo Zorzi, chiuse definitivamente l'inchiesta bis sulla tragedia e consegnò alla Procura uno stralcio su vicende di secondo piano. La svolta nelle indagini, però, arrivò nel '97 con le rivelazioni di Carlo Digilio e Martino Siciliano e, successivamente, i contributo di Maurizio Tramonte. Racconti che hanno sollevato il velo su quegli anni fatti di bombe e lotte politiche, eversione nera e servizi deviati.
Dopo che altre stragi "gemelle" come quella alla Questura di Milano o in piazza Fontana sono ormai al vaglio dei giudici di un tribunale o di una Corte d'appello, nei prossimi mesi arriverà anche la chiusura delle indagini sull'eccidio del 28 maggio 1974. Un passo obbligato visto che sono scaduti nelle ultime settimane del 2003 i termini per poter indagare su alcuni personaggi (quelli accusati di concorso in Strage, salvo iscrizioni dell'ultima, ora sono una quindicina). Nomi di spicco nell'inchiesta, come Delfo Zorzi, manager emigrato in Giappone, che i pm bresciani vorrebbero arrestare, e Carlo Maria Maggi, medico veneziano, entrambi esponenti di Odine nuovo nel Veneto. Dopo la scadenza dei termini di indagine, sembra che i pubblici ministeri bresciani stiamo mettendo insieme le migliaia di pagine raccolte in questi anni, i lunghi interrogatori, acquisiti con l'incidente probatorio, dei collaboratori di giustizia, da Carlo Digilio a Martino Siciliano, i fascicoli recuperati negli uffici "affari riservati" dei ministeri, dentro ad armadi e magazzini dove erano rimasti rinchiusi per decenni. Un lavoro lungo che li dovrebbe impegnare ancora per settimane, anche perchè le posizioni degli indagati sono fra loro molto frastagliate. Se Digilio e Zorzi avrebbero avuto un ruolo primario nell'organizzazione dell'attentato di Brescia, come avvenne per altre Stragi con lo stesso marchio, più difficile e complesso è valutare eventuali responsabilità di personaggi come Pino Rauti, ex parlamentare del Movimento sociale italiano, oggi esponente della Fiamma tricolore e negli anni '70 discusso leader di quell'area della destra estrema, o come l'ex generale dei carabinieri Francesco Delfino, già uomo di intelligence, capitano a Brescia nei giorni della Strage, fra le anime della prima indagine, quella che seguì una pista tutta bresciana. Il pentito Maurizio Tramonte (pure fra gli indagati per Strage, come Carlo Digilio) gli ritaglia un ruolo marginale rispetto all'attentato, ma importante in termini di conoscenza di quell'ambiente e dei progetti del movimento. In Procura sono giorni intensi e il prossimo 28 maggio si celebrerà la memoria delle vittime e la chiusura formale della terza inchiesta.
m.tor.

27 gennaio 2004 – CASSAZIONE SU ZORZI
"Brescia Oggi"
I motivi del sì all'arresto dell'ordinovista
Strage, la Cassazione spiega: "Su Delfo Zorzi condanna prevedibile"
"La riscontrata sufficienza dei gravi indizi di colpevolezza appare di per sè sola idonea, da un punto di vista generale e astratto, a giustificare la prognosi di una sentenza di condanna". Con queste parole la sesta Sezione Penale della Cassazione ha respinto il ricorso di Delfo Zorzi, in Giappone da anni, contro l'ordinanza con la quale il Tribunale di Brescia, il 4 dicembre 2002, applicava nei suoi confronti "la misura della custodia cautelare in carcere disponendo la sospensione della sua esecuzione fino al momento della sua irrevocabilità". Zorzi è accusato dalla procura bresciana di aver fornito l'esplosivo per la strage avvenuta in Piazza della Loggia, a Brescia, il 28 maggio 1974 e adesso con la sentenza 2527 la Suprema Corte promuove l'operato dei giudici di Brescia e i riscontri accusatori emersi dal loro lavoro. Per quanto riguarda la credibilità di Tramonte, per Piazza Cavour sono legittime le argomentazioni dei giudici bresciani che non hanno creduto alla sua ritrattazione avvenuta "improvvisamente" e dopo molti anni, attraverso un memoriale scritto e in maniera "generica e parziale rispetto a quanto dichiarato in precedenza".
Per quanto, invece riguarda le condizioni di salute mentale del teste Carlo Digilio, Piazza Cavour condivide le conclusioni dei giudici bresciani sulla sua attendibilità dal momento che "la patologia del Digilio è risalente nel tempo (anno 1995) e non vi è prova obiettiva di postumi permanenti da essa derivanti, fornendo un quadro adeguato della coerenza della narrazione, così da escludere l'incidenza della eventuale malattia sulla sua credibilità".
Così il ricorso di Zorzi è stato respinto con tanto di condanna al pagamento delle spese processuali. Per quanto riguarda la richiesta della misura cautelare, il Palazzaccio aggiunge che essa è "ampiamente e logicamente motivata in punto di pericolo di fuga, sia perchè lo Zorzi è latitante in relazione a una specifica condanna (la strage di Piazza Fontana a Milano), sia perchè il suo allontanamento dall'Italia è risalente nel tempo ed è obiettivamente predisposto ad evitare comunque la custodia cautelare in carcere".

2 febbraio 2004 - MARCO PAOLINI E LA STRAGE DI BRESCIA
"Il Corriere della sera"
AMBRA JOVINELLI / In scena a giorni alterni "Aprile '74 e 5" e "Stazioni di transito"
"Rugby e bombe, un album di ricordi"
Marco Paolini: la mia adolescenza al tempo della strage di Brescia
Marco Paolini lo ripete spesso: "Nel mio teatro non c'è niente da vedere". Perché? "Sono un narratore". Però il bellunese radicato a Treviso ha fatto rivivere sul palcoscenico - qualche volta anche in tv, ed è un paradosso per lui che usa soltanto le parole e la sua faccia - Vajont, Ustica, piazza Fontana e Porto Marghera. Questa volta dal particolare di una storia è tornato ai racconti personali, quasi autobiografici ma che sono anche un ritratto italiano. E da domani all'Ambra Jovinelli presenterà due spettacoli (replicati a giorni alterni): "Aprile '74 e 5" e "Stazioni di transito". "Non ho una buona memoria, le storie mi servono a recuperare quello che ho perduto", ha spiegato. "Aprile '74 e 5 - tra un campo di rugby e la piazza" è il quarto capitolo degli "Album" sui ricordi adolescenziali che Paolini ha cominciato a scrivere e portare in giro fra l'87 e il '99. "Questa storia è inventata - ha detto -, ma dentro ci sono molte "cose vere", mescolate e combinate. C'è il rugby che mi è stato insegnato con passione da chi lo gioca, perché io non ho mai giocato, solo ammirato da fuori. C'è la registrazione di Brescia, dell'attentato; ci sono i testi del Libro Verbali Assemblee del Circolo I maggio, tutti rigorosamente autentici... e ci sono tante storie vere di sport, di bar, di piazza che mi sono state regalate da amici generosi". La storia personale dei protagonisti intreccia la memoria collettiva dell'Italia segnata in quegli anni da ferite come la bomba di maggio in piazza della Loggia a Brescia.
"Stazioni di transito" è l'ideale continuazione degli "Album", un'antologia di racconti cui sono alternati frammenti poetici. "Rappresenta l'Album della diaspora: dopo la maturità liceale il gruppo si è disperso. Anche qui i personaggi e i fatti della recente storia italiana si incrociano o si accavallano, ma lasciando addosso dei segni".

6 febbraio 2004 - STRAGE BRESCIA: MOSTRA DI FOTO
"Brescia Oggi"
TRENT'ANNI DOPO. Per l'anniversario della Strage, una mostra delle foto di chi partecipò alla manifestazione e un monologo
Piazza della Loggia, "io c'ero"
Già contattato Mauro Pagani, Art Fleury ha un "sogno": Marco Paolini
di Ivano Rebustini
"Me lo ricordo benissimo, avevo sedici anni e chiedevo a tutti quelli che conoscevo se avessero visto mio fratello Claudio, poco più che quattordicenne". Augusto di cognome fa Ferrari, ma preferisce essere chiamato Art Fleury, come la band - sciolta da tempo - della quale nel 2004 ricorre il trentennale: "Pochi giorni prima avevamo suonato alla Cavallerizza per festeggiare la vittoria dei No al referendum sul divorzio del 12 maggio, e poi...".
Poi la bomba che esplode in piazza Loggia alle 10 del 28 maggio 1974, uccidendo otto persone e ferendone più di cento. Augusto compone un pezzo che intitola "Strage" e lo esegue in qualche concerto con il suo gruppo, "però devo ammettere che non si trattava di una gran cosa, d'altro canto eravamo solo dei ragazzini". Ma per l'anniversario dei trent'anni ha pensato a qualcosa di molto più impegnativo: "Ho scritto un monologo nel quale le emozioni suscitate da quella tragedia si alternano alle informazioni su quanto è accaduto, perché credo che l'eccidio bresciano, con le sue numerose inchieste, sia meno conosciuto di altri - piazza Fontana, la stazione di Bologna - fuori dai nostri confini".
Allo spettacolo teatrale, perché di questo alla fine si tratta, si affiancherà una mostra intitolata "Piazza Loggia - Io c'ero", che vede al fianco di Augusto-Art Fleury un artista che in tutti questi anni ha sempre cercato di celebrare l'anniversario della Strage in modo non rituale: il fotografo Ken Damy.
La mostra non potrà prescindere dalla partecipazione attiva di chi quel tragico giorno era in piazza per la manifestazione promossa dai sindacati. A spiegare come, è lo stesso Ken Damy: "Gli interessati dovranno portare nella sede del Museo di fotografia contemporanea, in corsetto Sant'Agata 22, una loro foto del 1974, di qualsiasi formato, accompagnata da nome, cognome e un recapito telefonico. La sede è aperta dal martedì alla domenica, dalle 15.30 alle 19.30".
L'immagine sarà riprodotta e restituita; in seguito Ken Damy contatterà una per una le persone che avranno dato la propria disponibilità, allo scopo di realizzare di ognuna un ritratto a colori 30 x 40: donne e uomini immortalati davanti alla sede del Museo, con un fondale alle spalle, terranno in mano il loro "doppio" di trent'anni fa.
E qualcuno ha già telefonato allo 0303750295: "Un figlio ha chiamato per il padre, ci ha chiesto se avrebbe dovuto accompagnarlo qui; una signora ci ha contattato manifestando la voglia di aderire, ma anche le perplessità originate dal vedersi così cambiata: sembra l'altro ieri, ma sono passati trent'anni, e sono passati per tutti, le abbiamo fatto notare. Si è un po' rinfrancata...".
I ritratti originali saranno esposti dal 26 maggio al 6 giugno nelle sale del Museo, mentre le fotocopie ingrandite faranno da fondale alla rappresentazione. A proposito, Art Fleury, a che punto siamo? "Finora ho portato a casa il sì di Mauro Pagani": l'ex polistrumentista della Pfm e braccio destro di De André, al quale Augusto ha illustrato qualche settimana fa il progetto, gli ha garantito che darà una mano nella scelta delle musiche. E chi interpreterà il monologo? "Sto accarezzando un sogno... ho contattato Marco Paolini e aspetto da lui una risposta: dopo averlo apprezzato nel "Racconto del Vajont" e in "Canto per Ustica", ritengo che nessuno meglio di lui potrebbe dar voce ai miei ricordi e alle mie emozioni, che credo non siano molto diversi dai ricordi e dalle emozioni provate da tanti di noi".
Augusto si schermisce, ma sembra che il progetto abbia suscitato un certo interesse in Rai. Anche in seguito a queste aperture, l'ex tastierista degli Art Fleury è intenzionato a "testare" la rappresentazione a Carignano, nel Torinese, dove si è trasferito qualche anno fa, un paese di 6.000 anime non lontano da Carmagnola. In attesa di Paolini.
Ivano Rebustini

17 febbraio 2004 - IL CASO DELFINO SPIEGATO DA CHI LO HA DENUNCIATO
"Il Giornale di Brescia"
L'ex dirigente della Squadra Mobile testimone al processo ai due ufficiali dell'Arma, Pinto e Acerbi
Il "caso" Delfino spiegato da chi lo ha denunciato
Alberto Pellegrini
Altro che sfondo. Il sequestro Soffiantini e soprattutto il "caso Delfino" dovevano rimanere solo lo scenario nel processo ai due ufficiali dei carabinieri accusati di aver saputo delle "manovre" del generale ai danni della famiglia Soffiantini. E invece sono balzati subito al centro del processo non appena il dibattimento è entrato nel vivo. Ieri, alla seconda udienza, risolte tutte le questioni preliminari e ammesse le prove dell'accusa e della difesa, sono iniziati gli interrogatori dei testimoni. E il sequestro dell'industriale di Manerbio e la truffa da un miliardo organizzata da Delfino, sono stati al centro di tutte le prime tre deposizioni. E non poteva essere altrimenti, visto che sul banco dei testi è stato chiamato per primo Marco Mariconda, l'ex dirigente della Squadra Mobile di Brescia che denunciò il generale Delfino informando la Procura di Brescia che l'alto ufficiale si era fatto consegnare un miliardo dai figli di Soffiantini, promettendo un suo interessamento rivelatosi inesistente. Mariconda inoltre, da capo della Mobile, si occupò in prima persona delle indagini sul sequestro e a lui si devono notevoli risultati investigativi, incominciando dall'individuazione della banda di Mario Moro come esecutrice del rapimento. E, inevitabilmente, anche il pm Antonio Chiappani ha dovuto chiedere all'ex funzionario di polizia di inquadrare la vicenda che riguarda i due ufficiali dell'Arma oggi imputati, nella vicenda più generale del sequestro e in quella del "caso Delfino". Così, rapidamente, Mariconda ha ricordato l'andamento delle indagini, sottolineando i risultati ottenuti prima dell'ottobre '97, che sembravano poi vanificati da ciò che accadde a Riofreddo con la morte dell'ispettore dei Nocs Samuele Donatoni. Si è quindi giunti al dicembre '97, e Mariconda ha ricordato la situazione critica sia per gli investigatori, sia soprattutto per i famigliari del rapito. Ha detto chiaramente che molte cose che apprendeva da Carlo Soffiantini, del quale era diventato amico, non venivano riportate ai magistrati o agli altri membri dell'unità di crisi (così si chiamava il pool che seguiva il sequestro). Ma ha anche detto chiaramente che l'apertura di un canale alternativo, pagare denaro ad altri, proprio mentre i carcerieri di Soffiantini avevano scritto chiaramente di voler trattare direttamente e solo con la famiglia, era controproducente soprattutto se non basato su dati certi. E se avesse saputo di un tentativo in corso di aprire un canale di trattative alternativo cosa avrebbe fatto? - ha chiesto il pm Antonio Chiappani. "Avrei bloccato l'operazione - ha risposto Mariconda - se fosse stato possibile, altrimenti l'avrei denunciata". Ed è ciò che più o meno accadde, perchè Marco Mariconda, quando venne a sapere, quasi a puntate, da Carlo Soffiantini che dei soldi erano stati dati a Delfino, attese parecchio tempo ma alla fine denunciò tutto. E ieri l'ex poliziotto che oggi lavora all'Università di Brescia, ha spiegato anche quel ritardo, rispondendo soprattutto alle domande del difensore dei due ufficiali, l'avvocato Gianbattista Scalvi. Mariconda ha ricordato di aver atteso perchè era in corso il pagamento controllato del riscatto e quindi si doveva attendere la liberazione di Soffiantini prima di creare un nuovo motivo perlomeno di confusione. Poi, una volta tornato a casa il rapito, Mariconda raccolse materiale sul generale Francesco Delfino e tentò per alcune settimane di convincere Carlo Soffiantini a denunciare l'accaduto. Quando capì che non lo avrebbe mai fatto, Mariconda registrò un colloquio con Carlo Soffiantini, nel quale si parlava del miliardo dato a Delfino e della pretesa del generale di altri 700 milioni, e denunciò tutto. La deposizione di Marco Mariconda è apparsa in definitiva una sorta di manuale di cosa deve fare un buon poliziotto se si trova in una situazione delicata e difficile. Deve fare il poliziotto e quindi, alla fine, denunciare i reati che ritiene siano stati commessi. Purtroppo però il dottor Mariconda da un paio di anni, non fa più il poliziotto.

20 febbraio 2004 - TUTI, NUOVA RICHIESTA DI SEMILIBERTA'
ANSA:
TERRORISMO: TUTI, NUOVA RICHIESTA DI SEMILIBERTA'
Mario Tuti, 58 anni, l'ex terrorista di destra attualmente detenuto nel carcere di Livorno, ha chiesto nuovamente la semiliberta'. La conferma della nuova richiesta, presentata al tribunale di sorveglianza di Firenze, e' arrivata dall'avvocato Alberto Simeone, legale di Tuti.
Detenuto dal 1976, Mario Tuti sta scontando l' ergastolo per l' uccisione di due agenti di polizia, avvenuta ad Empoli il 24 gennaio 1975 e per l' omicidio di Ermanno Buzzi, un altro estremista di destra, morto in carcere il 13 aprile 1981. Successivamente Tuti e' stato condannato anche per la rivolta nel carcere di Porto Azzurro nel 1987.
Il tribunale di sorveglianza di Firenze aveva respinto, nel 2001, una precedente richiesta di semiliberta' in favore di Mario Tuti, ritenendo necessario sperimentare prima la strada della concessione di permessi.
Proprio in considerazione del buon esito di questi permessi, spiega Simeone, e' stata avanzata una nuova richiesta di semiliberta'.

21 febbraio 2004 - SEMILIBERTA' PER MARIO TUTI
"La Nazione"
SEMILIBERTA' L'ex terrorista nero fuori dopo 29 anni di detenzione
All'ergastolo per tre omicidi Mario Tuti esce dal carcere
di Marina Marenna e Maria Nudi
LIVORNO - "Resterò sempre in carcere anche se otterrò la semilibertà. E' un problema psicologico. Dopo tanti anni la galera ti entra dentro. Oggi spero di poter aiutare la gente, di fare qualcosa di utile".
Così diceva un anno fa Mario Tuti, l'ex terrorista nero condannato a due ergastoli per tre omicidi e a 14 anni per la rivolta nel carcere di Porto Azzurro. Da ieri è in semilibertà. L'ha deciso il tribunale di sorveglianza di Firenze: Tuti ha lasciato il carcere delle Sughere, dov'era dal 2000, per quello di Civitavecchia dove la notte rientrerà a dormire. Lavorerà nel volontariato che si occupa del recupero dei tossicomani: collaborerà nello sviluppo e nella gestione di progetti che potrebbero avere finanziamenti europei.
Mario Tuti, 57 anni, empolese, è stato il fondatore del Fronte nazionale rivoluzionario. Il 24 gennaio '75 uccise a colpi di mitra due poliziotti: il brigadiere Leonardo Falco e l'appuntato Giovanni Ceravolo, che erano andati a casa sua per una perquisizione. Scappò in Francia: fu arrestato, estradato in Italia e condannato all'ergastolo. Nell'aprile '81, nel carcere di Novara, Tuti strangol - con il neofascista Pierluigi Concutelli - il presunto terrorista nero Ermanno Buzzi, ritenuto un confidente della polizia. Fu condannato a un altro ergastolo e trasferito a Porto Azzurro, dove il 25 agosto dell'87 capeggiò la rivolta dei detenuti: altri 14 anni.
Da quel giorno un comportamento irreprensibile: ha studiato, si è dedicato all'informatica, ha assistito una ragazza disabile. Non abbastanza per fargli ottenere la semilibertà dal tribunale di sorveglianza di Milano nel 2000 e neanche da quello di Firenze nel 2001. A Livorno ha continuato a essere un detenuto modello. Ha proseguito gli studi in scienze forestali, si è iscritto al conservatorio, ha realizzato un cd rom multimediale sul museo Fattori, è stato protagonista di uno spettacolo in carcere sul Vangelo, ha scritto un saggio per il libro "La Bibbia dei non credenti", ha collaborato con l'Arci di Marco Solimano: "Oggi c'è tanta violenza, cieca, senza fini ideologici, - ha detto qualche tempo fa - pericolosa come quella terroristica. Io conosco la violenza, ne sono stato partecipe e artefice. Forse potrei cercare di far capire ai giovani quanto sia pericolosa e inutile, convincerli a tenerla lontana perché ti può attrarre come un vortice".
La prima volta che Tuti è uscito dal carcere era il 28 dicembre 2002: 4 ore. Un anno fa altre 30 ore. Adesso, dopo 29 anni di carcere e 720 giorni di riduzione pena accumulati, è semilibero. "Ci mostrato - dice Emilio Giusti, comandante della polizia penitenziaria delle Sughere - come con la volontà anche chi ha fatto gravi errori possa cercare di riscattarsi".
Chi invece non riesce a vederci niente di buono è Anna Falco, 15 anni quando il padre fu ucciso da Tuti. Anche lei è in polizia: "E' una vita che sono stata costretta a scegliere. La mia giovinezza e i miei sogni mi sono stati rubati. Non ce l'ho con lui, ma con il sistema che lo tutela più delle sue vittime. Il risarcimento per la morte di mio padre è del '99, ne avremmo avuto più bisogno quando è stato ucciso". Così diceva qualche anno fa. Ieri quando ha saputo da noi che Tuti era semilibero, ha taciuto.

"La Nazione"
ORDINARIE INGIUSTIZIE
Tutele ai carnefici, briciole alle vittime Le coincidenze della vita (e della cronaca) talvolta ci pongono di fronte a paradossi che è difficile spiegare. Alle pagine 2 e 3 abbiamo raccontato tre storie che fanno a cazzotti con la logica, ma non con la realtà, purtroppo. Le ricordiamo, per sommi capi:
1) L'agente della polizia ferroviaria Bruno Fortunato, ferito un anno fa nel conflitto a fuoco con i brigatisti Galesi e Lioce, che costò la vita al collega Emanuele Petri, a 46 anni è costretto a lasciare la divisa perchè, a causa del trauma subito quel terribile 2 marzo 2003, non ce la fa a continuare il suo servizio.
2) Il terrorista Mario Tuti, condannato a due ergastoli e 14 anni di carcere per l'uccisione di tre persone (due erano poliziotti) e la rivolta nel carcere di Porto Azzurro, ottiene la semilibertà: di giorno fuori, la notte in carcere.
3) Le vittime delle stragi terroristiche, tra cui quelle di via dei Georgofili a Firenze, prendono una indennità di invalidità inferiore a quella percepita dal boss mafioso da anni latitante Giuseppe Morabito, arrestato l'altro giorno. E non è l'unico, come questo giornale ha raccontato ieri rappresentando il fenomeno dell'"onorata previdenza". Morabito, ripetiamo latitante, percepiva la pensione di invalidità, che puntualmente ritirava la moglie, e nessuno chiedeva conto o verifiche sullo stato di salute, mentre Angelo Sazio, un'altra storia raccontata ieri, privo di entrambe le gambe, deve periodicamente dimostrare di essere invalido.
E' una vecchia storia. Le vittime vengono presto dimenticate, mentre gli autori del delitto sono circondati da attenzioni e garanzie che, spesso, appaiono eccessive, comunque incomprensibili. Lasciamo tutte le garanzie, per carità (Tuti ha trascorso 29 anni in carcere e forse è cambiato, comunque anche lui ha diritto al beneficio della legge penitenziaria), ma facciamo uno sforzo per tutelare le vittime. Oltre a difficoltà burocratiche e attese estenuanti per ottenere il riconoscimento del diritto, le famiglie delle vittime e le vittime stesse ottengono risarcimenti irrisori. La vita spenta da un attentato terroristico o mafioso, attualmente, "vale" circa 75 mila euro e la pensione d'invalidità era fino all'anno scorso di 250 euro (raddoppiati dal primo gennaio) contro i 520 e passa che percepiva Morabito. E la legge bipartisan in discussione alla Camera (portava a 500 mila euro l'indennità per la morte e a 19 mila euro a punto quella d'invalidità) è stata bloccata dal governo per mancanza di fondi. Ora ci sta lavorando il ministro Giovanardi. Le associazioni si fidano, noi rimaniamo vigili. Vorremmo salutarla presto questa legge e non scrivere più di questi paradossi della cronaca e della vita.

ANSA:
TERRORISMO: TUTI; DA IERI IN SEMILIBERTA' A CIVITAVECCHIA
EX TERRORISTA NERO LAVORERA' IN COMUNITA' PER TOSSICODIPENDENTI
Da ieri Mario Tuti e' in regime di semiliberta' nel carcere di Civitavecchia dove deve rientrare la sera per dormire. Come anticipato oggi dal Quotidiano Nazionale, a decidere il nuovo regime carcerario dell' ex terrorista nero, condannato a due ergastoli per tre omicidi e a 14 anni di reclusione per la rivolta di Porto Azzurro, e' stato il Tribunale di Sorveglianza di Firenze.
Ora Tuti lavorera' in una comunita' di recupero di tossicodipendenti a Civitavecchia e restera' consulente dell' Arci di Livorno, con cui ha collaborato negli ultimi tre anni per la realizzazione di prodotti multimediali.

TERRORISMO: IL GEOMETRA TUTI, EX 'PRIMULA NERA'
Il nome, fino ad allora sconosciuto, di Mario Tuti, che ora ha 57 anni, esce alla ribalta della cronaca il 24 gennaio 1975. Il geometra Tuti, impiegato comunale di Empoli, dove e' nato e vissuto, uccide il brigadiere di polizia Leonardo Falco (52 anni) e l' appuntato Giovanni Ceravolo, e ferisce gravemente l' appuntato Arturo Rocca, che si erano presentati a casa sua per compiere una perquisizione nell' ambito dell' inchiesta sul Fronte nazionale rivoluzionario, una delle sigle del terrorismo neofascista.
Dopo il duplice omicidio Tuti riesce a fuggire e il 16 maggio 1975 viene condannato all' ergastolo in contumacia. La condanna diventera' poi definitiva il 30 novembre 1976.
La sua latitanza dura ancora poco. Il 27 luglio, a Saint Raphael, in Francia, Tuti, che e' in compagnia di una donna, viene arrestato. Durante l' arresto e' ferito al collo. La Francia concede l' estradizione e Tuti arriva in Italia il 13 dicembre 1975. L' anno successivo, al termine del processo contro il "Fronte nazionale rivoluzionario" Tuti e' condannato anche a 20 anni per strage (per gli attentati compiuti il 31 dicembre 1974 e nel gennaio 1975 sulla ferrovia Firenze-Roma), detenzione illegale di esplosivi e di armi da guerra, promozione, organizzazione e ricostruzione del disciolto Partito fascista.
Il 13 aprile 1981, nel carcere di Novara, Tuti e Pierluigi Concutelli uccidono un altro ergastolano, Ermanno Buzzi, condannato per la strage di Brescia. Anche per quell' omicidio Tuti sara' condannato all' ergastolo.
Per la strage dell' attentato al treno Italicus Tuti e' assolto in primo grado e condannato all' ergastolo in appello. La Cassazione annulla poi la sentenza d' appello e nel nuovo processo Tuti sara' assolto e sara' assolto anche dall' accusa di aver ispirato l' uccisione di Mauro Mennucci (1982), un ex estremista di destra che avrebbe svelato il suo rifugio francese.
Nell' agosto 1987, Mario Tuti e' uno dei capi della lunga rivolta dei detenuti del carcere di Porto Azzurro, all' isola d' Elba e questo gli costera' un' ennesima condanna a 14 anni e due mesi.
Negli anni Novanta, Tuti cambia atteggiamento e in carcere comincia un' attivita' di produzione artistica e multimediale. Riesce anche ad uscire in permesso un paio di volte (l' ultima nel 1993) per visitare l' anziana madre ad Empoli. Nella sezione di massima sicurezza del carcere delle Sughere, a Livorno, ha realizzato il video "Dead can dance" ("Il morto puo' ballare") contro la pena di morte grazie a un progetto voluto dall' Arci di Livorno e, con l'ex esponente di Prima linea Francesco Gorla, ha lavorato alla scenografia multimediale di un concerto di canzoni dei Beatles.
Il 20 gennaio 2000 il tribunale di sorveglianza di Milano aveva dichiarato inammissibile l' istanza di semiliberta' presentata dal terrorista di destra. L' 1 dicembre 2001, di nuovo, il tribunale di sorveglianza di Firenze respinge la richiesta di semiliberta', ritenendo necessario sperimentare prima la strada della concessione di permessi.
Il 28 dicembre 2002, Tuti esce di nuovo, in permesso di 4 ore, e visita il museo "Fattori" di Livorno accompagnato dall' ex di Prima Linea Marco Solimano, presidente della sezione livornese dell' Arci.

TERRORISMO: TUTI; A LIVORNO DIVENTO' AMICO EX DI PRIMA LINEA
MARCO SOLIMANO (ARCI), PER LUI HO RISPETTO E STIMA
Mario Tuti, ex terrorista nero condannato a due ergastoli per tre omicidi e a 14 anni di reclusione per la rivolta nel penitenziario di Porto Azzurro, arrivo' nel carcere di Livorno nel 2000 e, tra le prime persone che ha incontrato, ci sono stati gli operatori di Arci solidarieta' che da anni sono impegnati nell' assistenza ai detenuti. Tra loro anche Marco Solimano, ex di Prima Linea con un passato dietro le sbarre e oggi diventato presidente provinciale dell' Arci e consigliere comunale Ds.
"Non so dire se la nostra e' vera amicizia - dice Solimano - ma certo tra noi c' e' stima e rispetto. E credo sia giusto che Mario abbia ottenuto la semiliberta'. E' un suo diritto dopo 29 anni di carcere. Sono contento anche perche' forse e' merito del nostro lavoro. Tuttavia sono contento per Tuti che e' un pezzo di storia italiana, anche se tragica, ma anche per una persona sconosciuta come e' la donna colombiana, anche lei in semiliberta', che da settimane sta lavorando con noi".
Radici differenti quelle di Tuti e Solimano che pero' non hanno mai scalfito il loro rapporto, a tratti intenso, molto riservato, lontano dai riflettori della cronaca. "A me - racconta il presidente dell' Arci - interessava la persona. Noi in carcere incontriamo persone e non le giudichiamo per quello che hanno fatto. Certo, sappiamo di avere storie e identita' diverse, ma queste non sono mai stata una barriera tra noi. Tuti e' un vero genio della multimedialita' e restera', anche se ora e' a Civitavecchia, un nostro consulente. Ha realizzato per l' Arci uno stupendo video sulla pena di morte, spot carinissimi per Arcisolidarieta' ed eccellenti cd rom sul teatro e sul museo civico Fattori di Livorno".
"E credo che - e' il pensiero di Solimano - pur avendo anche altre opportunita', la sua scelta di lavorare in una comunita' di recupero di tossicodipendenti sia risarcitoria rispetto al suo passato e dimostra quale sia stato, in carcere, il suo percorso umano. Spero che oggi Tuti abbia anche la possibilita' di farsi uno straccio di futuro. Pochi mesi fa, grazie all' Arci, ha incontrato per la prima volta sua figlia. Non dimentico i suoi momenti di sconforto quando parlavamo della sua vita. Trent'anni di galera sono tanti e credo che, per quanto possibile, sia giusto che si rifaccia una vita fuori dal carcere".

2 marzo 2004 - PIAZZA LOGGIA: PROCESSO A 2 LEGALI ACCUSATI FAVOREGGIAMENTO
ANSA:
PIAZZA LOGGIA: PROCESSO A 2 LEGALI ACCUSATI FAVOREGGIAMENTO
e' stato fissato per il primo giugno prossimo il processo, in Tribunale a Brescia, nei confronti degli avvocati Antonio Franchini e Lodovico Mangiarotti, entrambi di Bologna, due degli indagati con l'accusa di favoreggiamento nell'ambito delle indagini sulla strage di piazza della Loggia.
I due legali, secondo la ricostruzione dell'accusa, depositarono il memoriale con cui il pentito Martino Siciliano, ritratto', o quantomeno ridimensiono' sostanzialmente, le accuse nei confronti di Delfo Zorzi relativamente alla strage di piazza Fontana a Milano e in modo molto minore sulla strage di piazza della Loggia a Brescia. Martino Siciliano e' a sua volta indagato per la strage che a Brescia il 28 maggio 1974 provoco' otto morti e piu' di cento feriti. Alcuni mesi dopo la presentazione del memoriale, nel giugno del 2002, venne arrestato a Milano. Nei mesi successivi confesso' di aver preso del denaro per ritrattare le accuse nei confronti di Zorzi, secondo quanto contenuto nel memoriale. Le indagini interessarono quindi, oltre al legale di Siciliano, l'avv.Fausto Maniaci, anche i difensori di Zorzi: Antonio Franchini, Lodovico Mangiarotti e Gaetano Pecorella. L'inchiesta sulla strage non e' ancora stata chiusa da parte dei titolari, il procuratore aggiunto Roberto Di Martino e il sostituto Francesco Piantoni.
Il processo del primo giugno, disposto con citazione diretta, quindi senza udienza preliminare, si terra' davanti al giudice Giancarlo Zazza. Nei confronti di Franchini e Mangiarotti erano scaduti i termini di indagine e il gip aveva negato un'ulteriore proroga. Tra i testimoni citati che saranno presenti al processo Martino Siciliano e alcuni dei militari che presero parte alle indagini. e' stata inoltre respinta la richiesta avanzata dall'avv.Gaetano Pecorella di trasmettere a Milano gli atti dell'inchiesta. Tale richiesta era stata avanzata nell'aprile scorso e questo in considerazione, secondo i legali di Pecorella, al fatto che il reato per cui e' indagato sarebbe stato commesso, eventualmente, a Milano e non a Brescia.

3 marzo 2004 - PIAZZA LOGGIA: PROCURA CHIEDE ROGATORIE INTERNAZIONALI
ANSA:
PIAZZA LOGGIA: PROCURA CHIEDE ROGATORIE INTERNAZIONALI
La Procura di Brescia intende far luce sui rapporti tra gli avvocati bolognesi Antonio Franchini e Lodovico Mangiarotti da un lato e l'ex pentito Martino Siciliano dall'altro, ricorrendo anche a rogatorie internazionali. Intanto gli avvocati dei due legali di Delfo Zorzi, che saranno processati per favoreggiamento il primo giugno annunciano la richiesta del rito abbreviato e dell'anticipo del processo.
Nelle indagini sulla strage di piazza Loggia (maggio 1974), che vedono gli avvocati Franchini e Mangiarotti indagati con l'accusa di favoreggiamento, la Procura non si e' limitata pero' a chiedere rogatorie internazionali con Colombia, Svizzera e Belgio, volte a ricostruire la provenienza dei flussi di denaro confluiti sui conti colombiani di Martino Siciliano e della convivente. La Procura sta anche acquisendo ed elaborando tabulati telefonici, attraverso i quali ottenere riscontri alla deposizione di Martino Siciliano. Argomenti, questi, sollevati tra gli altri dalla Procura nella richiesta di proroga delle indagini su Franchini e Mangiarotti avanzata nei mesi scorsi.
Il Gip Francesca Morelli ha respinto nei giorni scorsi la richiesta sostenendo, in particolare per quanto riguarda le intercettazioni, come nel caso di Mangiarotti "le conversazioni relative a quel periodo siano arcinote, essendo state intercettate, e la documentazione di altri eventuali contatti telefonici con Siciliano, nulla aggiungerebbe all'accusa". La conclusione, secondo il Gip "e' ancora piu' netta per quanto riguarda l'avvocato Franchini", poiche' "Siciliano ha escluso di avere avuto con l'avvocato Franchini contatti telefonici diversi ed ulteriori rispetto a quelli ben noti e registrati tanto dall'autorita' giudiziaria che dallo stesso Franchini".
Per quanto riguarda le rogatorie, il Gip ha scritto: "Mai in alcun atto d'indagine e men che meno nell'incidente probatorio si fa riferimento a possibili versamenti sui conti di Martino Siciliano e della convivente da parte degli indagati Franchini e Mangiarotti o per il tramite di costoro".
Anche per queste ragioni quindi il Gip non ha concesso la proroga alle indagini nei confronti dei due legali bolognesi di Delfo Zorzi. La Procura ha disposto quindi, con citazione diretta, il processo fissato per primo giugno prossimo.

12 marzo 2004 - PIAZZA FONTANA: ZORZI, MAGGI E ROGNONI ASSOLTI IN APPELLO
"Repubblica.it"
L'art.530 (la vecchia insufficienza di prove) per Zorzi e Maggi
Rognoni è stato invece riconosciuto innocente con formula piena
Piazza Fontana, nessun colpevole
Assolti in appello gli imputati
I legali dei familiari delle vittime: "Conclusioni sorprendenti"
MILANO - Piazza Fontana, Milano, 12 dicembre 1969. Una terribile esplosione uccide 17 persone e ne ferisce 84. E oggi, a quasi 35 anni distanza, la verità giudiziaria su quel giorno buio della Repubblica è tutta da riscrivere.
I tre imputati principali della strage di piazza Fontana, dopo aver avuto in primo grado una condanna all'ergastolo, sono stati infatti tutti assolti in appello. Per la seconda corte d'assise d'appello di Milano gli estremisti di destra Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni "non hanno commesso il fatto".
Ridotta da tre anni a un anno di reclusione la pena per Stefano Tringali, accusato di favoreggiamento.
I giudici hanno assolto l'ex ordinovista veneto Delfo Zorzi (che ora vive in Giappone ed è cittadino nipponico) e l'ex ispettore di Ordine Nuovo per il Triveneto, Carlo Maria Maggi, in base all'art. 530, secondo comma del Codice di procedura penale, che corrisponde alla vecchia formula dell'insufficienza di prove. L'ex neofascista del gruppo milanese La Fenice, Giancarlo Rognoni, è stato invece assolto con formula piena. E con la sentenza sono state revocate l'ordinanza di arresto nei confronti di Zorzi (mai eseguita) e la misura cautelare dell'obbligo di dimora per Maggi.
Com'è ovvio, di opposto tenore i commenti delle parti.
Il legale di parte civile del Comitato familiari delle vittime, Federico Sinicato, ha definito "sorprendenti" le conclusioni a cui sono giunti i giudici: "Non immaginavo che la Corte, che pure ha seguito accuratamente l'intero processo, ha sentito Martino Siciliano e potuto prendere atto della falsità dei testi a difesa, potesse arrivare a un verdetto di non colpevolezza". "E' come se avessero ucciso ancora una volta mio padre - ha detto Carlo Arnoldi, che nella strage del 1969 perse il genitore - è un colpo che non mi aspettavo, è come se non fossero mai passati 34 anni così difficili".
Gioisce invece uno degli avvocati degli imputati, che citando Brecht afferma: "C'è un giudice a Berlino". Mentre Carlo Maria Maggi commenta a caldo la sentenza dicendo di aver paura ad alzarsi "per l'emozione". Il medico veneziano, che è sotto processo anche per la strage di Brescia e quella alla questura di Milano, continua a proclamarsi "assolutamente innocente" per la bomba alla Banca dell'Agricoltura: "La condanna di primo grado è stata vergognosa, io Piazza Fontana non sapevo nemmeno dov'era".
Il sostituto procuratore generale al processo di appello Laura Bertolè Viale, ha comunque preannunciato il ricorso in Cassazione contro la sentenza. Per il deposito della sentenza con le motivazioni, il collegio giudicante si è fissato un termine di 30 giorni, inferiore quindi al consueto: di solito la scadenza è di novanta giorni.

13 marzo 2004 - PIAZZA FONTANA E PIAZZA DELLA LOGGIA
"Il Giornale di Brescia"
La sentenza incide anche sull'inchiesta per piazza Loggia
Alberto Pellegrini
BRESCIA
Un macigno. La sentenza della seconda Corte d'Assise d'appello di Milano che ha assolto dall'accusa di aver organizzato e realizzato la strage di Piazza Fontana i neofascisti Delfo Zorzi, Carlo Maria Bianchi e Giancarlo Rognoni, ha messo un macigno anche sulla strada della verità giudiziaria per la strage di piazza Loggia. È noto che gli imputati principali dell'inchiesta bresciana che i pm Roberto Di Martino e Francesco Piantoni conducono da molti anni, sono gli stessi Zorzi e Maggi di quella dell'ex giudice istruttore Guido Salvini su piazza Fontana. Ed è altrettanto noto che i pentiti Carlo Digilio e Martino Siciliano (quest'ultimo in misura minore) sono le fonti principali delle accuse in entrambe le vicende giudiziarie. E basterebbero queste similitudini per alimentare un assoluto pessimismo sulle possibilità di arrivare a Brescia ad una sentenza di condanna degli attuali indagati per piazza Loggia. I due pm bresciani non commentano la decisione delle Assise d'appello di Milano, e mantengono l'assoluto riserbo che li ha sempre caratterizzati. Ma si sapeva che da Brescia si guardava alle sorti del processo milanese con qualcosa di più di un semplice interesse. Ed ora questa assoluzione non può non suonare come un preoccupante segnale anche per il processo bresciano. Al di là di queste considerazioni, sembra doveroso però farne qualche altra, per sgombrare il campo da equivoci che sembrano artificiosi, anche se va ribadita una formula che può sembrare stereotipata e un po' di comodo: per capire e commentare una sentenza è doveroso attenderne le motivazioni. Qualcosa però si sa già: innanzitutto che la Corte milanese ha sì assolto i tre neofascisti "per non aver commesso il fatto", ma richiamando il secondo comma dell'articolo 530, che equivale alla vecchia insufficienza di prove. Già questo fa sembrare per lo meno imprudenti le dichiarazioni dei difensori e dello stesso Delfo Zorzi che, dal Giappone ha fatto sapere che per lui si è chiusa una vicenda kafkiana ed ha definito "assurdità" le rivelazioni dei pentiti sui collegamenti tra gli ordinovisti veneti e i servizi segreti americani. Tornando alla sentenza di ieri, un altro particolare "strano" balza all'occhio: i tre accusati di aver commesso l'attentato del 12 dicembre '69 a Milano sono stati assolti per non aver commesso il fatto, ma il quarto imputato Stefano Tringali è stato condannato a un anno (in primo grado erano 3 anni) per favoreggiamento. Ed è quasi banale meravigliarsi per una condanna per favoreggiamento di tre innocenti. Ma tutto ciò, se può servire ad alimentare ancora un po' di speranza nella possibilità di raggiungere una verità giudiziaria su fatti che hanno seminato morte e dolore e hanno cambiato la storia del nostro Paese, non riesce a togliere in molte persone colpite dalle stragi di quegli anni la sensazione di amarezza che la sentenza di ieri ha suscitato. Amarezza che è stata ben interpretata da Manlio Milani, il presidente dell'associazione delle vittime della strage di piazza Loggia che ieri, pur a fatica, ci ha dichiarato: "Rimango del principio che le sentenze della magistratura vanno rispettate. Una cosa è certa: ci siamo trovati di fronte a una sentenza di condanna in primo grado e ora a una sentenza di assoluzione. Qualsiasi verdetto successivo non sarebbe ormai del tutto credibile. Ancora una volta in vicende come queste è impossibile raggiungere una verità giudiziaria. Sembra quasi che il fatto non sussista e che quei morti siano destinati a rimanere insepolti. Confesso che noi avevamo una forte aspettativa su questo processo anche dopo quanto aveva raccontato Martino Siciliano a Brescia e ribadito in aula a Milano; anche dopo che la Cassazione, ritenendo Digilio credibile, ha accolto le richieste di arresto per Zorzi per la strage di piazza Loggia. Invece i giudici di Milano hanno ritenuto i pentiti non credibili. Questo ci amareggia molto. Inutile nascondere che questa sentenza avrà pesanti riflessi su Brescia: ci avviamo a celebrare il trentesimo anniversario della strage senza prospettive di verità. Le immagini di Madrid hanno risvegliato in noi quei giorni di 30 anni fa: rivisto lo stesso sangue e risentito le stesse urla. Spero solo che ai familiari di quelle vittime non accada ciò che è accaduto a noi".

7 aprile 2004 - UNIONE FAMILIARI VITTIME STRAGI, VERGOGNOSO TESTO NUOVA LEGGE
ANSA:
TERRORISMO: UNIONE FAMILIARI, VERGOGNOSO TESTO NUOVA LEGGE
LA COMMISSIONE PEGGIORA LA NORMA, GOVERNO INQUALIFICABILE
La commissione Affari Costituzionali ha approvato ieri gli emendamenti al nuovo testo unificato della legge 'Nuove norme a favore delle vittime del terrorismo e delle stragi' ma "incredibilmente il testo e' stato peggiorato e per molti versi e' stato svuotato da quelli che erano i suoi capisaldi". Lo sostiene l'Unione familiari vittime per stragi (Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Treno Italicus, Stazione di Bologna 2 Agosto 80, Rapido 904, Firenze Via dei Georgofili) in una nota in cui definisce "inqualificabile il comportamento del governo".
"Tutto questo e' stato possibile - scrive il presidente Paolo Bolognesi - perche' il governo, tramite il sottosegretario Mantovano ed il relatore Mongello, ha presentato propri emendamenti, tutti tesi a bloccare quella copertura finanziaria che gli era dovuta. Infatti la cifra a favore delle vittime e' stata talmente ridotta che appare piu' come un contentino che non il dovuto risarcimento a chi e' stato vittima di fatti cosi' tragici".
"Il 18 marzo scorso, durante l'audizione con le associazioni e il governo - prosegue l'Unione - il presidente della commissione aveva chiesto ed auspicato una fattiva collaborazione da parte delle Associazioni. Cio' e' stato fatto, abbiamo fornito al governo i dati esatti dei morti e dei feriti per fatti di terrorismo, che il governo ignorava. Abbiamo elaborato le relazioni tecniche che il Governo volutamente sovrastimava, ma dopo questa leale collaborazione, le Associazioni delle vittime del terrorismo, sono state trattate con vergognosa leggerezza".
"Invitiamo - conclude Bolognesi - i parlamentari di tutti i partiti che hanno appoggiato in piu' occasioni la legge unificata, frutto delle due disegni di legge presentati dagli onorevoli Bornacin e Bielli, ad attivarsi affinche' tutti gli emendamenti vengano recepiti in aula. per riportare il testo almeno alla sua stesura originaria su cui vi era stato in Commissione il consenso unanime di tutti i gruppi".

9 aprile 2004 - FAMILIARI VITTIME STRAGI CRITICANO LEGGE RIMBORSI
"Brescia oggi"
La nuova normativa taglia i fondi
Stragi, i familiari contro le norme per i rimborsi
L'Unione familiari vittime per stragi contro le scelte della maggioranza parlamentare. Una nota sostiene: "La Commissione Affari Costituzionali, ha approvato il nuovo testo della legge unificata "Nuove norme a favore delle vittime del terrorismo e delle stragi ". Incredibilmente il testo è stato peggiorato e per molti versi è stato svuotato da quelli che erano i suoi capisaldi. Tutto questo è stato possibile perché il Governo, tramite il sottosegretario on. Mantovano ed il relatore on. Mongello, hanno presentato propri emendamenti, tutti tesi a bloccare quella copertura finanziaria che gli era dovuta. Infatti la cifra a favore delle vittime è stata talmente ridotta,che appare più come un contentino, che non il dovuto risarcimento a chi è stato vittima di fatti così tragici". In sostanza, il risarcimento a queste vittime è stato assimilato a quello che il Governo attribuisce alle vittime di Nassirya, circa 200 mila euro, con una differenza che queste ultime, coperte da assicurazione, otterranno almeno il doppio di quella cifra.
Prosegue la nota: "Il 18 marzo scorso, durante l'audizione con le associazioni, il Governo e il Presidente della Commissione , aveva chiesto ed auspicato una fattiva collaborazione da parte delle Associazioni. Ciò è stato fatto, abbiamo fornito al Governo i dati esatti dei morti e dei feriti per fatti di terrorismo, che il Governo ignorava. Abbiamo elaborato le relazioni tecniche che il Governo volutamente sovrastimava, ma dopo questa leale collaborazione, le Associazioni delle vittime del terrorismo, sono state trattate con vergognosa leggerezza".
L'associazione che raggruppa i familiari delle vittime delle stragi di Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Treno Italicus, Stazione di Bologna del 2 Agosto 80, Rapido 904, Firenze Via dei Georgofili invita "i Parlamentari di tutti i partiti che hanno appoggiato in più occasioni la legge unificata, frutto delle due disegni di legge presentati dagli on. Bornacin e on. Bielli ad attivarsi affinché tutti gli emendamenti vengano recepiti in aula. per riportare il testo almeno alla sua stesura originaria su cui vi era stato in Commissione il consenso unanime di tutti i Gruppi. Tutto ciò per contrastare con coerenza questo inqualificabile comportamento".
Chiarisce il presidente bresciano Manlio Milani: "Tra le richieste più significative (negate dalle nuove norme) c'è quella che i feriti con almeno il 25% del danno (quelli che hanno la vita irreparabilmente rovinata) siano equiparati ai morti e soprattutto che lo Stato garantisca il gratuito patrocinio negli interminabili processi sulle stragi, altrimenti il rimborso statale rischierebbe di non coprire nemmeno le spese legali per la costituzione di parte civile".

27 aprile 2004 - CIAMPI RICEVE FAMILIARI VITTIME STRAGE BRESCIA
"Il Giornale di Brescia"
Il capo dello Stato ha ricevuto ieri al Quirinale una delegazione di familiari delle vittime della strage
Ciampi: "Verità su piazza Loggia"
Per il presidente della Repubblica è indispensabile anche la risposta giudiziaria
Ha confermato che sarà a Brescia il 28 maggio, per partecipare alla manifestazione per il trentesimo anniversario della strage di piazza Loggia, se non ci saranno impegni istituzionali ad impedirglielo. Ha dimostrato di conoscere bene tutta la vicenda della strage bresciana e di partecipareintensamente ai sentimenti dei familiari delle vittime e di tutta la città. Così ieri Carlo Azeglio Ciampi ha ricevuto al Quirinale una delegazione di familiari delle vittime della strage di piazza Loggia, accompagnata dal Sindaco Corsini. La delegazione era composta da Manlio Milani, Presidente dell'Associazione dei familiari dei caduti nella strage di piazza della Loggia, Ada Bardini Pinto, Lorenzo Pinto (con la signora Marina), Lucia Calzari, Rolando Natali, Alfredo, Guido e Beatrice Bazoli. L'incontro è durato un'ora e il presidente ha dimostrato forte partecipazione verso l'intera vicenda della strage di piazza della Loggia, manifestando solidarietà personale, umana e politica - e affermando di condividere anche lo sdegno - ai familiari e alla comunità bresciana duramente feriti il 28 maggio 1974. L'incontro, inoltre, era stato espressamente voluto da Ciampi nella giornata di oggi, lunedì 26 aprile, per due ordini di motivi: da un lato perché il Presidente non aveva potuto accogliere l'invito ad essere a Brescia il prossimo 28 maggio, essendo quel giorno impegnato in un appuntamento internazionale in Romania; dall'altro il Presidente aveva voluto una data vicina al 25 aprile - Giornata della Liberazione - con ciò richiamando espressamente la natura della strage del 28 maggio 1974, quando in piazza furono colpiti cittadini inermi che partecipavano ad una manifestazione antifascista. Il sindaco Paolo Corsini ha spiegato al presidente Ciampi le ragioni e il significato dell'incontro: "La Città di Brescia - ha esordito - mantiene ancora vivissimo il sentimento della tragica offesa ricevuta e della ferita non ancora rimarginata. E il conforto e il sostegno del presidente, garante e custode dei valori repubblicani e costituzionali rivestono straordinaria importanza per i familiari delle vittime e per l'intera città". Presa la parola, il presidente Ciampi ha ricordato, partendo dalle stragi nazifasciste, la lunga striscia di sangue che ha macchiato il nostro Paese, da Portella delle Ginestre passando per piazza Fontana, l'Italicus, la stazione di Bologna sino agli attentati del 1993 di Milano e Roma, quando Ciampi era a capo del Governo. Ricollegandosi alle valutazioni di Ciampi, il Presidente dell'Associazione dei Familiari Manlio Milani ha manifestato la preoccupazione che il processo per la strage di piazza Fontana a Milano, conclusosi in un nulla di fatto, possa condizionare anche l'esito del processo per la strage di Brescia, dato che i testimoni delle due inchieste sono i medesimi. Il Presidente Ciampi ha richiamato alcuni, personali ricordi legati agli attentati del 1993, attentati per i quali sono stati individuati i colpevoli materiali e la matrice mafiosa, ma non ancora gli ideatori, i mandanti e, più in generale, il disegno politico che si celava dietro alle vicende delittuose. In questo quadro, oltre a manifestare il più vivo apprezzamento per l'opera instancabile compiuta dall'Associazione dei Familiari e dalle istituzioni bresciane al fine di tenere viva la memoria soprattutto tra i più giovani - memoria intesa come fondamento dello Stato e delle sue istituzioni - il Presidente Ciampi ha auspicato - e ha rimarcato di "avere a cuore" - che sulla strage di piazza della Loggia si riesca a raggiungere non solo la verità storico-politica, già ampiamente acquisita, ma soprattutto quella giudiziaria.
 
 


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