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5 maggio 2004 - PIAZZA LOGGIA: PROCESSO IL 7 MAGGIO PER EX LEGALI ZORZI
PIAZZA LOGGIA: PROCESSO IL 7 MAGGIO PER EX LEGALI ZORZI
Sara' celebrato, in tribunale a Brescia, venerdi' 7 maggio e non il 1 giugno, come era stato stabilito nei mesi scorsi, il processo nei confronti degli avvocati Antonio Franchini e Lodovico Mangiarotti, accusati di favoreggiamento nei confronti dell'ordinovista veneto Delfo Zorzi, indagato nell'ambito dell'inchiesta sulla strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 (8 morti e un centinaio di feriti).
Oltre alla data e' cambiato anche il rito. Non sara' piu' immediato ma abbreviato. Secondo l'accusa i due legali sarebbero stati in contatto con il pentito Martino Siciliano per fargli ritrattare le accuse nei confronti del loro assistito soprattutto per quanto riguarda la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Siciliano, che aveva presentato a Brescia dietro pagamento un memoriale per ritrattare le accuse, era stato arrestato e aveva raccontato i suoi rapporti con i legali.
Nelle scorse settimane Delfo Zorzi e' stato assolto in appello dalla condanna all'ergastolo per la strage di piazza Fontana. L'inchiesta della procura di Brescia sulla strage di piazza della Loggia e' ancora aperta.7 maggio 2004 - STRAGE PIAZZA LOGGIA: PROCESSO AVVOCATI PER FAVOREGGIAMENTO
ANSA:
STRAGE PIAZZA LOGGIA: PROCESSO AVVOCATI PER FAVOREGGIAMENTO
Si e' tenuta oggi in Tribunale a Brescia, davanti al giudice Giancarlo Zaza, la prima udienza del processo con rito abbreviato, nei confronti degli avvocati Antonio Franchini e Lodovico Mangiarotti, accusati di favoreggiamento nell'ambito dell'inchiesta sulla strage di piazza Della Loggia.
Nel corso dell'udienza e' stata respinta la richiesta di rinvio avanzata dal sostituto procuratore Francesco Piantoni, che con il procuratore aggiunto Roberto Di Martino e' titolare dell'inchiesta sulla strage.
Il 17 maggio prossimo e' prevista la requisitoria, mentre il primo giugno prenderanno la parola i difensori.
Secondo l'accusa Martino Siciliano, ex pentito ed indagato sulla strage che il 28 maggio 1974 provoco' otto morti e piu' di cento feriti, scrisse, dopo aver ricevuto in cambio del denaro, un memoriale in cui ridimensionava le proprie accuse nei confronti di uno dei principali indagati per la strage, Delfo Zorzi. E sempre secondo la Procura di Brescia, in quel versamento di denaro sarebbero coinvolti Franchini e Mangiarotti, ai tempi legali di Zorzi.
Gli inquirenti bresciani hanno inoltre chiesto rogatorie internazionali a sostegno delle proprie tesi.10 maggio 2004 - STRAGE BRESCIA: INIZIATIVE PER 30/O ANNIVERSARIO
ANSA:
STRAGE BRESCIA: MOLTE INIZIATIVE PER 30/O ANNIVERSARIO
Sono iniziate da alcuni giorni e proseguiranno per tutto il mese di maggio le iniziative organizzate per il 30/o anniversario della strage di Piazza della Loggia, dove il 28 maggio del 1974 morirono otto persone e centinaia rimasero ferite nello scoppio di una bomba, durante una manifestazione sindacale.
Su quella tragedia c'e' ancora un'inchiesta aperta, ma Manlio Milani, presidente dell'Associazione delle vittime della strage di Piazza della Loggia, presentando le manifestazioni si e' detto "pessimista'. " Soprattutto - ha aggiunto - sulla base delle recenti assoluzioni in Appello per la strage di piazza Fontana".
Le iniziative sono partite il 3 maggio con la proiezione del film 'La strage di Brescia' del regista bresciano Silvano Agosti. Il film sara' ripetuto per tutto il mese. Il 17 maggio all'auditorium dell'Itg Tartaglia saranno presentati i risultati di un'indagine sul terrorismo svolta dai sindacati tra gli studenti di Brescia. Tra le altre manifestazioni in programma, il convegno 'La strategia della tensione: 1969-1978. Il decennio oscuro', a cura del Comune di Brescia, che si terrà il 25 maggio all'auditorium cittadino di San Barnaba.
Il momento principale una manifestazione sindacale in piazza della Loggia la mattina del 28 maggio, giorno del 30/0 anniversario della strage. La sera, con inizio alle 23, dopo il concerto straordinario del Festival Pianistico Arturo Benedetti Michelangeli, diretto da Agostino Orizio, in piazza Loggia si rappresentera' 'La poesia unisce i distanti', piece teatrale con Patrizia Zappa Mulas. E' prevista la partecipazione di Fernanda Pivano.
Tutta la citta' e' stata invitata a portare in piazza, il giorno seguente, un fiore in memoria dei caduti della strage.14 maggio 2004 - CSM: ACCUSO' GOVERNO DI INERZIA SU ZORZI, ASSOLTO PM MILANO
ANSA:
CSM: ACCUSO' GOVERNO DI INERZIA SU ZORZI, ASSOLTO PM MILANO
A PROMUOVERE AZIONE DISCIPLINARE ERA STATO MINISTRO CASTELLI
Aveva accusato il governo di inerzia nel chiedere l'estradizione di Delfo Zorzi, dopo la condanna in primo grado di questi per la strage di piazza Fontana. E per quelle parole il ministro della Giustizia Roberto Castelli gli aveva promosso l'azione disciplinare, imputandogli di aver violato i doveri di riserbo e correttezza e percio' di essere immeritevole della fiducia di cui un magistrato deve godere. Ma la sezione disciplinare del Csm lo ha assolto, per "insussistenza degli addebiti".
Protagonista del caso Massimo Meroni, sostituto procuratore a Milano e pm del processo di primo grado per la strage di piazza Fontana.
A far finire nell'occhio del ciclone il magistrato erano state alcune dichiarazioni riportate due anni fa da diversi quotidiani: "Oggi in Italia non c'e' la volonta' politica di ottenere l'estradizione di Delfo Zorzi"; "Il motivo piu' banale e' anche il piu' evidente: Zorzi ha lo stesso difensore del presidente del Consiglio ovvero l'avvocato Pecorella". Parole che suscitarono subito la reazione del ministro della Giustizia: si tratta di "gratuite illazioni, offensive della reputazione sia del presidente del Consiglio sia dell'avvocato Gaetano Pecorella", scrisse il ministro nell'atto con cui promosse l'azione disciplinare.
Ma le accuse evidentemente non hanno trovato riscontro visto che la sezione disciplinare ha assolto il magistrato, accogliendo la richiesta del procuratore generale della Cassazione.17 maggio 2004 - STRAGE PIAZZA LOGGIA; CHIESTI 28 MESI PER EX LEGALI ZORZI
ANSA:
STRAGI: PIAZZA LOGGIA; CHIESTI 28 MESI PER EX LEGALI ZORZI
E' durata poco meno di un'ora la requisitoria del pm Francesco Piantoni nel processo che si celebra con rito abbreviato a Brescia contro gli avvocati Antonio Franchini e Lodovico Mangiarotti, accusati di favoreggiamento nell'ambito dell'inchiesta sulla strage di piazza della Loggia.
Piantoni, ha chiesto per entrambi gli ex legali di Delfo Zorzi una condanna a due anni e quattro mesi di carcere. Il processo e' stato aggiornato al primo giugno prossimo quando interverranno le difese dei due imputati.18 maggio 2004 - STRAGE PIAZZA DELLA LOGGIA: INDAGINE CENSIS TRA I GIOVANI
"Il Giornale di Brescia"
I giovani e la storia: in tanta nebbia il faro della strage
Indagine Censis nelle scuole bresciane la tragedia di Piazza Loggia non si dimentica
Elisabetta Nicoli
Incisa nel marmo della stele di piazza Loggia, la data della strage è un punto fermo nella memoria collettiva, anche delle giovani generazioni: insegnanti e familiari hanno trovato parole convincenti per trasmettere, insieme al senso di quel che è stato, anche il desiderio di guardarsi indietro. Sono dati significativi quelli che il Censis ha ricavato da un'indagine negli istituti superiori di Brescia. Dicono che pur avendo poca fiducia nelle istituzioni (tipico della giovane età) i ragazzi danno valore alla scuola, riconoscendole un ruolo fondamentale nella trasmissione dei saperi e della memoria. Conoscono gli anni '70 e mostrano anche un buon livello di conoscenza dei drammatici avvenimenti di sangue che hanno segnato le vicende di quegli anni. Non amano la politica tradizionale, quella dei partiti e dei leader mediatici, ma riconoscono il valore della partecipazione. A Milano un'indagine simile nel 2000 aveva relegato a un modesto 16,5% del campione il riconoscimento della scuola come fonte d'informazione sulle stragi: la priorità veniva data, di gran lunga, alla televisione. "La fotografia degli studenti di Brescia fa ben sperare per il futuro della città", ha detto il presidente del Censis Giuseppe Roma commentando ieri a Palazzo Loggia gli esiti della ricerca "Quel che resta di un giorno. I giovani di Brescia e la memoria", compiuta in marzo in collaborazione con i sindacati-scuola di Cgil, Cisl e Uil e con la Casa della memoria, presente ieri con l'assessore Rosangela Comini. Il 70% dei 2.295 alunni del campione (età compresa tra i 16 e i 19 anni) sa quando è avvenuta la strage di piazza della Loggia, episodio che ha segnato profondamente la storia della città. Poco meno della metà ricorda l'anno esatto in cui è stato ucciso Aldo Moro e circa un terzo è in grado di collocare temporalmente la strage della stazione di Bologna. Rispetto alla matrice di quei fatti, le idee sono meno chiare, certo condizionate dall'andamento delle vicende processuali e dal "rumore informativo" che le ha accompagnate: prevale l'idea che le stragi siano atti di terrorismo (rosso, per il 28,5%; nero per il 26,6% ). C'è chi incolpa la mafia (15,8%), mentre il 5,7% accusa i "servizi segreti deviati". Sulla necessità di tener viva la memoria di quel giorno tra le giovani generazioni, la risposta è un plebiscitario "sì": il 93,4% è d'accordo e questo dato, secondo il sindaco Corsini, è "per gli adulti una provocazione a non demordere nella ricerca della verità giudiziaria, un invito a sperare". Su richiesta dell'Associazione dei familiari dei caduti della strage, il Censis ha compiuto gratuitamente questo lavoro "doveroso e interessante": affiancato dalla di rettrice Anna Italia, il presidente ha illustrato il quadro che emerge dai dati, raccolti in quindici scuole della città (12 statali e 3 private) cercando di rispettare il criterio della rappresentatività di tutti i corsi di studio. Obiettivo dell'indagine era innanzitutto capire quali sono gli strumenti efficaci per dare ai giovani un senso della storia che abbracci il presente, il passato e il futuro. Per farli sentire in cammino, capirli meglio e di più. Nonostante gli esiti di segno positivo, resta quell'8,4 % che dichiara di non aver mai sentito parlare della strage: in primo luogo agli insegnanti (che i ragazzi riconoscono come i principali trasmettitori della cultura e dei ricordi) viene affidato il compito di alimentare le conoscenze, perchè fatti come quello non si ripetano più. L'indagine ha spaziato nel vissuto dei ragazzi. Che vede la musica in posizione dominante, seguita dalla compagnia degli amici. Le ragazze si dimostrano più dei maschi interessate alla lettura, al cinema e alle mostre, mentre i loro coetanei privilegiano lo sport. Il 26% ammette di aver partecipato ad almeno un "rave party". I concerti rock hanno un buon seguito e la musica rappresenta il trait d'union ideale con i giovani degli anni '70: più del 90% apprezza le canzoni di John Lennon e sono molto conosciuti anche Fabrizio De André, i Pink Floyd, Edoardo Bennato. Ancor più della guerra, della criminalità e del terrorismo i giovani temono di contrarre una malattia. Guardano in avanti, con qualche paura di non riuscire a realizzare appieno le loro aspirazioni.25 maggio 2004 - PIAZZA LOGGIA: 30 ANNI; UNA STORIA ANCORA SENZA FINALE
ANSA:
PIAZZA LOGGIA: 30 ANNI; UNA STORIA ANCORA SENZA FINALE
NESSUN COLPEVOLE PER LA BOMBA CHE UCCISE 8 PERSONE NEL 1974
Ci sono solo immagini in bianco e nero: il fumo che sale in alto subito dopo lo scoppio della bomba, i corpi dilaniati coperti dalle bandiere del sindacato sul selciato bagnato dalla pioggia, i volti in lacrime di studenti, operai e insegnanti delle scuole. Sono le immagini di una strage di trent'anni fa (28 maggio 1974), la strage di Piazza della Loggia a Brescia che, dopo due inchieste giunte a processo e una terza ora nella fase delle indagini preliminari, e' ancora senza colpevoli. Proprio come quella di Piazza Fontana, che il 12 dicembre 1969 apri' la stagione del terrore e del sangue nel Paese.
Immagini in bianco e nero come quelle dei funerali con i fischi che impedirono al Presidente del Consiglio, Mariano Rumor, di prendere la parola e che coinvolsero, suo malgrado anche il sindaco della citta', Bruno Boni, ex partigiano, e della folla silenziosa assiepata lungo le vie dove passavano le bare. Otto morti (cinque insegnanti, due operai e un pensionato) e un centinaio di feriti provoco' quella bomba che venne fatta esplodere in un cestino della spazzatura, collocato ad una colonna dei portici che si trovano su un lato della piazza, mentre stava parlando Franco Castrezzati, sindacalista della Cisl.
La manifestazione era stata organizzata proprio dai sindacati per protestare contro il clima che da tempo c'era in citta' (pestaggi davanti alle scuole, bombe alla sede del Psi, un neofascista, Silvio Ferrari, saltato in aria su una motoretta mentre andava a collocare una bomba, arresti per il Mar di Carlo Fumagalli). Una bomba che, a differenza di altre, venne fatta esplodere non per colpire a caso, nel mucchio come alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano o sul treno Italicus, bensi' quando in piazza c'erano persone ben identificabili politicamente, accorse ad una manifestazione sindacale. Una strage che, dopo le bombe ai treni dell'estate del 1969 e a Milano in Piazza Fontana, riapri' la strategia della tensione, proprio pochi giorni dopo il referendum sul divorzio.
La prima inchiesta imbocco' subito una pista locale. Vennero arrestati neofascisti bresciani, veronesi e milanesi che studiavano in un collegio del lago di Garda. Il processo si concluse il 2 luglio del 1979 con solo due condanne: ergastolo ad Ermanno Buzzi, neofascista bresciano, e 10 anni e sei mesi per Angelino Papa. Un processo difficile con la parte civile divisa tra chi avrebbe voluto un'allargamento dell'inchiesta e chi, invece, seguiva il lavoro degli inquirenti orientati a circoscrivere la vicenda in sede locale. Al processo d'appello, conclusosi il 2 marzo del 1982, i giudici assolsero tutti, anche Nando Ferrari, neofascista veronese, che in primo grado era stato condannato per l'omicidio colposo di Silvio Ferrari. Al processo d'appello, pero', non arrivo' Ermanno Buzzi, ucciso il 13 aprile dell'anno precedente da Pierluigi Concutelli e da Mario Tuti nel carcere di Novara.
E' proprio su questo omicidio che, qualche anno dopo, partira' una seconda inchiesta, quella contro Cesare Ferri, neofascista milanese. Angelo Izzo, in carcere per la strage del Circeo, racconta infatti di avere appreso da Sergio Latini, rapinatore bergamasco che in carcere si era politicizzato aderendo all'estrema destra, che l'ordine di uccidere Buzzi era partito da Cesare Ferri il quale avrebbe temuto una sua confessione al processo d'appello. Latini disse ad Izzo di avere avuto il messaggio di uccidere Buzzi da Ferri durante il suo matrimonio e di averlo fatto avere a Tuti e a Concutelli in carcere.
Cesare Ferri, nell'inchiesta per la strage di Piazza Loggia, non era un nome nuovo. Pochi giorni dopo la strage, infatti, a Pian del Rascino era stato ucciso in un campo paramilitare il neofascista Giancarlo Degli Esposti. In una tasca dei calzoni i carabinieri gli avevano trovato una fotografia di Ferri che venne pubblicata su un quotidiano bresciano insieme a quelle degli arrestati nel corso dell'operazione. Un prete, vista la fotografia, aveva raccontato di avere identificato quel giovane come lo stesso che la mattina della strage aveva visto in chiesa a Santa Maria in Calchera. Indagato, Ferri era stato prosciolto in istruttoria, ma le rivelazioni di Izzo fanno riaprire l'inchiesta nei suoi confronti.
Secondo l'accusa, Ferri quella mattina era a Brescia per coordinare l'azione. Alessandro Stepanoff, fotomodello milanese ex militante del Comitato Tricolore, fornira' l'alibi sostenendo che Ferri il 28 maggio del 1974 era con lui all'Universita' per un esame.
Dopo un lungo processo, i giudici della Corte d'Assise il 23 maggio del 1987 assolvono Ferri, Stepanoff e Latini, quest'ultimo accusato solo dell'omicidio di Buzzi. Contemporaneamente a questo processo e' pendente in Cassazione uno stralcio del primo che in primo grado si era concluso con la condanna di Buzzi. La Suprema Corte, infatti, aveva disposto un nuovo processo d'appello, a Venezia, che si era concluso con nuove assoluzioni, poi confermate in via definitiva.
Ma anche la pista Ferri si chiudera' con un nulla di fatto, sia in appello che in Cassazione, e anche al giudice istruttore Gian Paolo Zorzi, che indagava su uno stralcio, non restera' che archiviare. La strage, da trent'anni e per ora, e' senza colpevoli.25 maggio 2004 - STRAGE PIAZZA DELLA LOGGIA: 30° ANNIVERSARIO
"Brescia Oggi"
Per il trentennale della strage di piazza Loggia, al S. Barnaba convegno storico con alcuni spezzoni da "La notte della Repubblica". Ci sarà Zavoli
Strategia della tensione, decennio oscuro
Un viaggio attraverso gli eventi terroristici che hanno attraversato e insanguinato il nostro paese nel decennio oscuro che va dalla strage di piazza Fontana al rapimento ed uccisione di Aldo Moro, su molti dei quali non è stata ancora acquisita la verità giudiziaria. In occasione del trentennale dalla strage di piazza Loggia del 28 maggio 1974, l'Associazione familiari dei caduti in collaborazione con il Comune di Brescia organizza per oggi presso l'auditorium San Barnaba un convegno storico sul tema "La strategia della tensione. 1969-1978: il decennio oscuro".
I lavori si apriranno alle 9 con il saluto del sindaco Paolo Corsini e proseguiranno con le relazioni di Luigi Bonanate dell'università di Torino su "Il contesto internazionale", di Nicola Tranfaglia, sempre dell'università di Torino su "Il contesto storico-politico", dello storico Giuseppe de Lutiis, che parlerà de "Il ruolo degli apparati dello Stato tra lealtà istituzionale e realtà interna". A seguire, Piero Ignazi dell'università di Bologna relazionerà su "Il ruolo della destra istituzionale e radicale" e Susanna Vezzadini, sempre dell'università di Bologna, sul tema "Dalla parte delle vittime". Presiederanno la sessione mattutina l'assessore alla Partecipazione Rosangela Comini e il presidente dell'Associazione Manlio Milani.
Nel pomeriggio, a partire dalle 15, sono previsti gli interventi di Virgilio Ilari dell'università Cattolica di Milano, di Francesco Biscione dell'Istituto dell'enciclopedia italiana e di Marco Fossati del liceo "Berchet" di Milano, presieduti dal vicesindaco Luigi Morgano e dalla presidente del Consiglio Comunale Laura Castelletti.Concluderà la giornata alle 17 la proiezione di alcuni spezzoni tratti da "La notte della Repubblica" commentati dall'ideatore Sergio Zavoli.
Natalia Danesi26 maggio 2004 -STRAGE PIAZZA DELLA LOGGIA: 30° ANNIVERSARIO
ANSA:
PIAZZA LOGGIA:30 ANNI;BRESCIA E LA MEMORIA DELLA STRAGE
Brescia non ha mai dimenticato, e ricorda ancora con piu' forza, allo scadere del 30/o anniversario, la strage di Piazza della Loggia, che il 28 maggio 1974 provoco' 8 morti e piu' di cento feriti. Nella ricorrenza, enti locali, associazioni e sindacati hanno profuso grande impegno per la commemorazione di quella tragedia che ancora, a tre decenni di distanza, non ha colpevoli condannati.
Oggi c'e' stato il primo significativo appuntamento, con il convegno sul tema "La strategia della tensione, 1969-1978: il decennio oscuro". E' intervenuto, Sergio Zavoli, commentando alcuni spezzoni del suo "La notte della Repubblica". Domani, nel pomeriggio l'inaugurazione della mostra fotografica 'Io c'ero" allestita dal fotografo bresciano Ken Damy. Trent'anni fa Dany arrivo' in piazza della Loggia pochi minuti dopo lo scoppio della bomba, collocata in un cestino dei rifiuti durante una manifestazione sindacale antifascista. E scatto', assieme ad altri colleghi, immagini terribili di morte e di scempio di corpi.
Nella mostra 'Io c'ero' sono esposte anche parte di quelle immagini, collocate orizzontalmente su dei ripiani. E poco piu' in alto, sfilano una settantina di ritratti. Sono solo una minima parte dei volti di coloro che quel giorno "c'erano", perche' gli aderenti alla manifestazione antifascista del 28 maggio 1974, erano alcune migliaia. Ma si tratta di coloro che hanno risposto all'invito di Ken Damy e si sono fatti ritrarre, nei giorni scorsi, tenendo sul cuore una fotografia di quando avevano trent'anni di meno, all'epoca della strage.
" Il significato della mostra e' molto semplice - ha spiegato oggi Ken Damy -. E' quello di mostrare una foto "lunga trent'anni. Ma anche ricordare che se per qualcuno gli anni sono passati e sul viso si colgono i segni del tempo, per altri, per chi quel giorno e' stato strappato alla vita, cio' non e' potuto accadere". Il fotografo ha anche ricordato " il furto delle diapositive scattate dopo la strage. Erano quelle in cui oltre ai morti si vedevano anche i frammenti di bomba, prima che, nelle ore successive, la piazza venisse completamente lavata. Furono rubate dalla mia auto, dalla quale i ladri non presero ne' la macchina fotografica, ne' il portafoglio".
Giovedi' 27, dalle 9 alle 12,30, e' in programma un incontro cui saranno presenti anche Rita Borsellino e Leonardo Pinto, fratello di una delle vittime di Piazza Loggia. La mattina del 28 maggio, nel corso della manifestazione organizzata dai sindacati, un altoparlante diffondera' le parole che il sindacalista Franco Castrezzati stava pronunciando quando l'ordigno scoppio'. Poi, sara' proprio lui a prendere la parola, seguito da Giorgio Benvenuto, che nel 1974 era segretario generale della Uil. La mattinata si concludera' nell'auditorium San Barnaba dove, sul tema "memoria e responsabilita"" interverra', oltre alle autorita' locali, anche Virginio Rognoni, vicepresidente del Consiglio Superiore della magistratura.
"Ho saputo che per la strage di piazza Loggia potrebbe esserci giustizia in tempi brevi - ha commentato oggi Sergio Zavoli -. Mi piacerebbe essere con voi quel giorno per poter dire 'e' successo questo per colpa di quello e di quell'altro"". E ha aggiunto: "Piazza Loggia e' una grande metafora di tutto cio' in cui bisogna credere, e di tutto cio' che va rifiutato".27 maggio 2004 - STRAGE PIAZZA LOGGIA: 30° ANNIVERSARIO
"La Stampa"
TRENT'ANNI FA LA STRAGE DI BRESCIA: LA VERITÀ GIUDIZIARIA È INCOMPLETA, QUELLA DEGLI STORICI NO
Bombe d'Italia, il "messaggio" delle vittime
SONO passati trent'anni dalla strage di Brescia ma già da tempo si è avviata una seria riflessione storiografica sullo stillicidio delle stragi di matrice fascista che scandì l'intero corso di quegli "anni di piombo". Dopo Piazza Fontana, il 12 dicembre del 1969, il 17 maggio 1973, davanti alla Questura di Milano un ordigno causò 4 morti e 45 feriti; il 28 maggio 1974, bomba in Piazza della Loggia, appunto, con 8 morti e 103 feriti; il 4 agosto 1974, attentato al treno Italicus con 13 morti e 48 feriti; e così in un tragico crescendo, sfociato nell'orrore della bomba esplosa alla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980, che fece 85 morti. In definitiva, per 15 anni, dal 1969 al 1984, l'Italia fu un paese insanguinato dalla logica del terrore: alla fine si contarono 11 stragi con 150 morti e 652 feriti. Quella stagione del terrorismo di destra è stata definita in modi diversi (trame nere, strategia della tensione, ecc...) con una incertezza terminologica che rinvia alla difficoltà di trovare una verità certa e riconosciuta anche in chiave giudiziaria. Quasi nessuno dei processi si è oggi concluso, ma, quello che non è riuscito ai giudici può riuscire agli storici.
In chiave storiografica, infatti, per "strategia della tensione" si intendono tutti gli episodi in cui si sono presentati, intrecciati insieme, tre elementi: i neofascisti, gli apparati dello stato, un gesto terroristico di tipo stragista, teso cioè semplicemente a sparare nel mucchio. I fascisti non erano selettivi nelle loro scelte, avendo come unico scopo quello di seminare il terrore - anche sul piano psicologico - per imprimere all'Italia una netta svolta verso un regime autoritario. Se si accetta questo punto di vista, se ne può trarre un primo giudizio: quella strategia fallì, la democrazia italiana (per quanto destinata a mutare profondamente il suo sistema politico) restò indenne e, anzi, proprio da allora, la prospettiva di una dittatura militare e fascista fu definitivamente cancellata.
Sulla base di queste considerazioni la bomba contro il comizio antifascista convocato in Piazza della Loggia da CGIL, CISL e UIL appare come un'eccezione rilevante. Treni, stazioni, banche; i fascisti, allora, furono in grado di anticipare quello che il terrorismo globalizzato avrebbe poi realizzato in maniera terribilmente più distruttiva l'11 settembre 2001 a New York e l'11 marzo 2004 a Madrid: i loro bersagli furono i "non luoghi" che Marc Augè avrebbe indicato come i simboli della "surmodernità": i luoghi del transito e della comunicazione, spazi anonimi popolati di gente anonima, sempre uguali a se stessi in tutti i contesti geografici, fatti solo per essere attraversati per andare altrove, territori "senza memoria e senza identità". La strage di Brescia colpì invece un bersaglio mirato: una piazza, spazio pubblico per eccellenza, in cui per secoli sono state messe in scena le nostre passioni collettive; una manifestazione antifascista, segnata da un profondo senso di appartenenza, da un fortissimo spirito di militanza; e soprattutto uomini e donne che consapevolmente manifestavano in quella piazza e che oggi, attraverso le loro biografie, sono in grado di restituirci il profilo dei loro carnefici con una efficacia che nessuna inchiesta giudiziaria riuscirà mai ad avere. Morirono insieme un insegnante emigrato dal Sud (Luigi Pinto); un ex calciatore ("ricordava i suoi anni di gloria quando era applaudito da migliaia di tifosi"), ed ex operaio licenziato diventato un artigiano provetto (Bartolomeo Talenti); un vecchio capo manutenzione del reparto Sider, licenziato nel 1941 per antifascismo (Euplo Natali); un lavoratore edile (Vittorio Zambarda); una insegnante della buona borghesia, molto impegnata nel sindacato (Giulietta Banzi Bazoli); una coppia di insegnanti (Alberto e Clementina Trebeschi), di alto profilo intellettuale (Alberto era uno studioso e ricercatore e aveva già steso in massima parte un'opera dal titolo Fisica e Filosofia); Livia Bottardi Milani, una militante totalmente coinvolta nell'attività politica, nell'AIED, nel Sindacato scuola, nel movimento. Le bombe fasciste straziarono le loro vittime mescolando insieme generazioni, collocazioni sociali e professionali, storie di vita tutte diverse, lasciando affiorare così uno dei tratti più profondi dell'identità politica dei movimenti collettivi degli anni '70.
Ricordiamolo: "ciascuno al suo posto" è sempre stato il principio gerarchico-autoritario adottato dai regimi totalitari per garantire l'ordine: lo studente con gli studenti, l'operaio con gli operai, il contadino con i contadini; questo moltiplicarsi di "riserve indiane", con la conseguente frammentazione della società in compartimenti stagni, è funzionale alla conservazione di uno status quo rigidamente gerarchizzato. A partire dal 1968, l'irruzione della vita quotidiana nella politica sconvolse l'atomismo sociale sul quale si fondava quel principio, imponendo una inedita dimensione collettiva che ridefiniva ruoli personali e collocazioni politiche. Vivere la vita degli operai, coglierne nell'aria le aspirazioni politiche e i desideri personali, i valori morali e le tradizioni culturali, tutto questo per migliaia di studenti apparve come il vero unico antidoto contro le tossine dell'ideologia e della tradizione comunista, da cui il movimento operaio sembrava incapace di liberarsi. Oggi si può ironizzare su questi slanci, sul modo in cui tanti giovani della borghesia scelsero di "andare verso il popolo". E certo anche allora non mancarono ingenuità e incomprensioni: "un sera Livia tornò preoccupata da una esperienza dura, fatta come militante del'AIED; aveva distribuito volantini sul controllo delle nascite alla CIP-Zoo (un quartiere popolare di Brescia), centinaia di donne, di giovani operaie, avevano rifiutato il confronto, il dialogo, respingendo la proposta dell'AIED come una provocazione radical-borghese all'ordine costituito dei rapporti privati che dominavano la vita della famiglia operaia", così l'esperienza di Livia in un ricordo di un suo compagno. Ma è importante sottolineare che, in ogni caso, quella concezione della politica entrò in rotta di collisione con le tradizioni familistiche dell'"Italia profonda", con molti di quei tratti individualistici che costituiscono i "caratteri originari" del nostro paese; quelle scelte rompevano con l'isolamento del "mi faccio i fatti miei", contrapponendo alla parsimonia e all'avarizia la totale dissipazione delle proprie energie intellettuali e di se stessi.
Tutte le testimonianze raccolte sulle vittime della strage di Brescia ci restituiscono proprio questi aspetti. Giulietta Bazoli, ricorda il marito, "rinunciò ad avere in eredità una vecchia bellissima casa in campagna perché riteneva il possesso di quella casa incompatibile con le sue posizioni; anzi, avrebbe desiderato che andassimo ad abitare in periferia"; per le donne fu il momento di rompere la "separatezza" degli spazi domestici, coinvolte in una militanza che azzerava i confini tra pubblico e privato anche nei ruoli tradizionali di "madri e spose" (fu così per Alberto e Clementina con il loro figlioletto Giorgio). E a proposito di Livia Milani, una sua studentessa ne ricorda una passione totale per il suo lavoro di insegnante ("Ci spingeva a leggere, ci consigliava libri, spettacoli, conferenze, riunioni, ci leggeva pagine di critica. La sua idea era che tutto è cultura, la geografia della fame come la rivoluzione francese, come un'assemblea, poiché è da tutto questo che si ricava la rappresentazioni della realtà, che si impara a non fermarsi ai luoghi comuni, ma a capire la logica e le forze che muovono gli avvenimenti... Diceva: la cultura è un'arma formidabile per capire la storia e cambiarla").
Livia e gli altri quel giorno di trent'anni fa andarono incontro alla morte portando in piazza queste storie di vita e queste esperienze. Per questo, solo per questo, diventarono un bersaglio delle bombe fasciste. Dieci minuti prima dello scoppio, Livia stava parlando della necessità di fornire buoni-libro ai figli dei lavoratori.27 maggio 2004 - STRAGE PIAZZA LOGGIA: IMMINENTE CHIUSURA INDAGINI PER TRE
ANSA:
PIAZZA LOGGIA: IMMINENTE CHIUSURA INDAGINI PER TRE
SONO DELFO ZORZI, CARLO MARIA MAGGI E MAURIZIO TRAMONTE
La chiusura imminente dell' inchiesta per tre indagati; un processo per favoreggiamento in corso e una ricostruzione giudiziaria in base alla quale la bomba sarebbe stata messa nel cestino della spazzatura da una persona ormai morta da anni. La ricerca della verita' giudiziaria sulla strage di piazza della Loggia che il 28 maggio del 1974 - trent'anni domani, dunque - provoco' otto morti e piu' di cento feriti, in questo momento, sembra basarsi sostanzialmente su questo.
Titolari dell'inchiesta, aperta nella seconda meta' degli anni Novanta, sono il procuratore aggiunto Roberto di Martino e il pm Francesco Piantoni che, nel corso degli anni, hanno iscritto nel registro degli indagati i nomi di una ventina di persone, tra ex ordinovisti veneti e neofascisti milanesi, ma anche quello del generale dei carabinieri Francesco Delfino, che, nel '74, era comandante del Nucleo Operativo dei carabinieri di Brescia. Tra gli indagati, infatti, ci sono l'ex ordinovista mestrino Delfo Zorzi e l'ex ispettore di Ordine nuovo per il Triveneto, Carlo Maria Maggi, nei cui confronti, sin dall'autunno scorso, sono scaduti i termini delle indagini preliminari. La Procura s'appresterebbe proprio a chiudere l' inchiesta per entrambi e per l'ex collaboratore dei servizi segreti Maurizio Tramonte. La posizione dei tre e' stata stralciata, in vista della richiesta di rinvio a giudizio.
E' stato Tramonte a fare il nome di un neofascista ormai morto che avrebbe messo l'ordigno nel cestino dei rifiuti di piazza della Loggia e a riferire di una sorta di 'ballottaggio' tra lui stesso e l'autore materiale della strage. A decidere per l' altro (Tramonte non volle assumersene la responsabilita') sarebbe stato Carlo Maria Maggi.
La chiusura imminente dell'inchiesta bresciana per personaggi ritenuti centrali arriva a ridosso della sentenza della Corte d'assise d'appello di Milano che ha assolto per la strage di Piazza Fontana Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi, condannati all' ergastolo in primo grado.
Un'assoluzione che, per l'inchiesta bresciana, assume un significato particolare, in quanto basata sull'inattendibilita' del pentito (indagato per piazza Loggia) Carlo Digilio. Digilio, con Martino Siciliano, a sua volta indagato, e' il collaboratore di giustizia che ha dato il maggior contributo alle indagini bresciane, anche attraverso un interrogatorio con la formula dell'incidente probatorio.
Tra la ventina di persone indagate figurano anche l'ex segretario dell'Msi-Fiamma Tricolore, Pino Rauti, e Jean Jacques Susini, esponente politico della destra francese, vicino a Le Pen. Susini e' stato iscritto nel registro degli indagati dopo che in un interrogatorio era emerso il suo nome. Nelle indagini e' pero' gia' stato accertato che il giorno della strage era in carcere in Francia e, pertanto, la sua posizione si avvia all'archiviazione.
In questi giorni, infine, si sta celebrando il processo nei confronti degli ex legali di Delfo Zorzi, gli avvocati Antonio Franchini e Lodovico Mangiarotti, accusati di favoreggiamento (indagato in questo troncone d'inchiesta anche il parlamentare e avvocato Gaetano Pecorella). Sarebbero coinvolti nel pagamento di una somma di denaro a Siciliano perche' scrivesse un memoriale in cui ritrattava le dichiarazioni sulle presunte responsabilita' di Zorzi. Siciliano, arrestato nel giugno del 2002 ha ammesso d'aver ricevuto il denaro e la Procura di Brescia, con delle rogatorie, ha ricostruito parzialmente il flusso di denaro dalla Svizzera alla Colombia, dove il pentito ha vissuto per anni. Ora sono attese altre rogatorie dalla Svizzera che, a quanto si e' appreso dovrebbero arrivare in tempi brevi. Altra documentazione, quindi; altro materiale che andra' ad aggiungersi ai 6000 verbali e ai 500 faldoni su cui fino ad oggi hanno lavorato il procuratore capo di Brescia Giancarlo Tarquini e i pm Di Martino e Piantoni.28 maggio 2004 - STRAGE PIAZZA DELLA LOGGIA: 30° ANNIVERSARIO
"Il Giornale di Brescia"
Piazza della Loggia: dopo trent'anni memoria dolorosa
La bomba costò la vita a 8 persone: commemorazioni in cerca della verità
Claudio Baroni
Trent'anni. Sono passati tre decenni da quella mattina del 28 maggio 1974. Mattina di pioggia, sangue e lacrime. E Brescia torna in piazza, puntuale come ogni anno. Verso le 10, le autorità e i familiari dei Caduti scenderanno dalla Loggia, andranno davanti alla stele che ricorda le vittime. Risuoneranno ancora la voce di Franco Castrezzati, il sordo rimbombo dell'esplosione, le grida sconvolte della gente che resta paralizzata e attonita, che corre a prestare soccorso, che fugge... Brescia tornerà in piazza a ricordare. Con orgoglio, constatando che nessuna violenza è riuscita a sconfiggere il nostro impianto democratico. Con amarezza, per una verità mai raggiunta su mandanti ed esecutori di questa strage assurda, costata la vita di 8 persone, il dolore di centinaia di bresciani. Piazza della Loggia, in questi trent'anni, è stata l'eco profonda di ogni convulsione politica italiana: la strategia della tensione, gli anni di piombo, la crisi della istituzioni, la P2 e Gladio, tangentopoli e la Seconda repubblica... Ogni anno - ne ripercorriamo le tappe qui sotto - di qui è passata la parabola politica italiana. Più di una volta la piazza, con le sue intemperanze - i tentativi di monopolizzarla - ha allontanato la testimonianza diretta della gente, del cittadino semplice e non schierato. Anche per questa ragione abbiamo scelto come foto-simbolo - qui accanto - non un'immagine straziante della carneficina, né le manifestazioni imbandierate, ma il volto attonito di un operaio, uno dei tanti che quella mattina erano in piazza, che l'esplosione ha scaraventato a terra. Nei suoi occhi lo sbigottimento agghiacciato di un'intera comunità. Davanti alla stele scenderà anche, da sola, la manifestazione alternativa: oggi si chiamano "antagonisti", un tempo era la sinistra extraparlamentare, quelli che hanno fischiato tutte le autorità in piazza, che hanno mostrato sfiducia nelle istituzioni e che intravedono dietro la bomba la lunga e misteriosa mano di trame non estranee al Palazzo. In piazza giungerà anche l'eco dell'ultima inchiesta alla ricerca di una verità che alcuni ritengono si voglia negata. Inchieste che più di una volta hanno fatto pensare a mosche chiuse in barattoli, che percuotono con insistenza la testa e le ali contro il vetro, in cerca di libertà. Si sono disegnati teoremi, si sono inseguite piste e una verità processuale è sfuggita ogni volta che sembrava a portata di mano. In questi giorni si è tornati anche a indagare la verità storica. A sondare quei giorni e il clima di quel periodo, nel tentativo di dare una coerenza logica a eventi, fatti, cause e interpretazioni. Dibattiti, convegni, tavole rotonde, mostre, raccolta di documentazioni: la memoria si costruisce anche così. Appuntamenti con storici e ricercatori, politici e sindacalisti, giudici e giornalisti. La riflessione della città sulla strage non è mai venuta meno. Un'occasione viene offerta anche da queste pagine: raccolgono molte testimonianze, anche dei protagonisti di quella mattina. Che la memoria sia viva lo dimostra un sondaggio del Censis tra gli studenti bresciani: quasi tutti sanno di quella mattina di trent'anni fa, quasi tutti ritengono che la memoria di quei fatti debba restare viva. Iniziative di commemorazione sono in corso all'Itis e all'istituto Gambara, altre scuole sono coinvolte... D'altra parte, ben 5 delle 8 vittime erano insegnanti; altri due erano pensionati, uno operaio. E se il sindaco Corsini chiede il "risarcimento" della verità per questa ferita ancora sanguinante, se il presidente Cavalli indica nel ricordo il rifiuto di ogni violenza come forma politica, se il filosofo Severino vede in quella bomba l'esplosione delle tensioni del mondo, il teologo Giacomo Canobbio nel Ventennale scriveva: "Raccontare diventa fare giustizia ai morti, non lasciarli nell'ombra... Identificarsi con le vittime significa contrastare la volontà di potenza che genera morte, e quindi introdurre nella storia uno stile di vita fatto di mansuetudine, di tolleranza, di umiltà".Bandiere democristiane date alle fiamme, capi dello Stato fischiati, sospetti sulle trame segrete, la cappa degli anni di piombo, la crisi della Prima Repubblica...
Così questa piazza ha vissuto l'intera parabola politica italian
Trent'anni. Tre decenni di manifestazioni, di appuntamenti, di entusiasmi e di delusioni, di tensioni e di ricompattamenti in valori condivisi. In questa piazza, con appuntamento annuale, si è manifestata ogni fase della parabola politica italiana. Da quando si davano alle fiamme le bandiere della Dc ai fischi per i presidenti della Repubblica e i rappresentanti delle istituzioni, dalle contromanifestazioni dell'estremismo di sinistra alle aperture di credito politico alla destra. Tre decenni di un periodo non facile, carico di tensioni e cambiamenti di un'evoluzione che è tutt'altro che conclusa. MOLOTOV E SCONTRI - Nel maggio del 1975 il clima politico era rovente. Un mare di fiori riempiva piazza Loggia per il primo anniversario. Ma prevalevano le divisioni: quella notte una bottiglia molotov venne lanciata contro la pizzeria frequentata dal gruppo di Silvio Ferrari ed Ermanno Buzzi. Extraparlamentari di sinistra e anarchici si distinsero per atti di intemperanza durante la manifestazione. Ad essere presi di mira non furono solo la delegazione della Dc guidata dal sen. De Zan, ma anche gli esponenti della Cisl e Bruno Storti, segretario confederale e oratore ufficiale della manifestazione. Non meno forti furono le contestazioni nel maggio del '76. Cortei divisi tra l'estrema sinistra e le rappresentanze istituzionali e sindacali. Fischi per Bruno Trentin. Bandiera della Dc data alle fiamme, mentre un giovane democristiano, un operaio della Beretta, venne preso a pugni in via Tosio. Solo il terzo anniversario non fu guastato da violenze: l'estrema sinistra non ha cercato di monopolizzare la piazza e le tensioni sono rimaste ai margini della grande, commossa manifestazione. Altre forme di terrorismo si profilavano inquietanti sull'orizzonte italiano. GLI ANNI DI PIOMBO - Il sindaco di Milano Tognoli, quello di Bologna Zangheri si stringono al sindaco di Brescia Trebeschi nel maggio 1978. Le città segnate dalle stragi vivono disorientate la stagione delle Brigate Rosse e dell'assassinio di Aldo Moro. Si manifesta in piazza un appello: l'attaccamento ai valori democratici come fondamento di un patto contro la violenza. In quel frangente, le istituzioni cercavano compattezza, lasciando ai margini i cortei degli estremisti. Democrazia proletaria, Lotta continua, Autonomia operaia e altre formazioni marxiste-leniniste si chiamavano fuori, marciavano da sole, cercavano lo scontro. Non c'era dialogo tra quei due mondi: lo scoprirà, l'anno dopo, il presidente della Camera Pietro Ingrao, giunto a celebrare il quinto anniversario. Ingrao invita gli studenti a "impugnare le armi della crescita civile", invoca l'unità. L'estrema sinistra organizza una contromanifestazione. Ma va anche detto che ha sempre meno adesioni: dalle migliaia di tre anni prima al centinaio del 1980, quando a Brescia viene chiamato il vicepresidente del Csm, Ugo Ziletti. Nel 1981 a ricordare piazza della Loggia arriva il presidente nazionale delle Acli, Domenico Rosati. Che invita le forze politiche e sociali "ad una tregua per serrare le fila e liberare lo Stato da trame oscure e corruzione". Sono gli anni dominati dalla separazione - si dice - tra società e Palazzo. Ma basta un suo accenno all'attentato a Giovanni Paolo II perché dalla piazza, tra le bandiere rosse, si levino fischi. L'ABBRACCIO DI PERTINI - Carica di significati è la visita del presidente della Repubblica Sandro Pertini, nel 1982. "Abbraccio tutti voi spiritualmente - dice ai familiari delle vittime -. La vostra delusione è anche la mia, non posso dire altro". Attorno alla strage di Brescia si consolida l'idea della "verità negata". Lo ribadisce, nel 1983, la presidente della Camera Nilde Jotti. La sua visita diventa l'occasione per lanciare un messaggio ai giovani: "Non credete a chi predica sfiducia e disprezzo delle istituzioni". Quelle dichiarazioni cadono in un contesto politico inquietante. Sulle istituzioni italiane si allunga la polemica legata alla Loggia P2. Intricata matassa di trame. Lo si coglie in occasione del decimo anniversario della strage, quando a Brescia viene chiamata proprio la presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla P2, Tina Anselmi. "Senza verità sulle stragi - dice - significa mantenere la democrazia in equilibrio precario". E Leo Valiani, nel 1985 dichiara che "bisogna cercare lontano le radici delle stragi fasciste". Solo Valiani non viene contestato, mentre Pertini, Jotti, Anselmi sono stati puntualmente fischiati da gruppi sempre più esigui dell'estrema sinistra che cercano nella piazza la loro ragione d'essere. Imbeni, sindaco di Bologna, nell'86, Luciano Lama nell'87, il sen. Luigi Granelli nell'88, riecheggiano la stessa richiesta di verità: non bisogna rassegnarsi. LE DIVISIONI - Provocazioni, insulti, scontri, caratterizzano le celebrazioni dell'89 per il quindicesimo anniversario: bersagliati anche gli oratori di sinistra, come l'on. Nicoletto e il sen. Gualtieri. Tanto che l'anno successivo si evita la manifestazione in piazza e si ripiega su un dibattito nel Salone Vanvitelliano con il giurista Alfredo Galasso. E nel 1991 si assiste ad un giorno di autentica guerriglia tra Autonomi e Forze dell'ordine, con feriti da entrambe le parti. Una tensione che richiama il contesto politico generale. La polemica sulla rete segreta di Gladio rilancia una più radicata polemica sulle forze occulte e i servizi deviati dello Stato. Tutti fenomeni che vengono richiamati, nel convegno in Vanvitelliano, sulla stagione delle stragi e la strategia della tensione. Difficile trovare un'intesa, tra i veleni. E nel 1992 le manifestazioni sono più d'una. In piazza ognuno sotto la rispettiva bandiera. Sfilate che coinvolgono i militanti, non la gente. DOLORE E RABBIA - Anno 1993, il terrorismo torna a colpire: proprio in quei giorni di maggio a Firenze scoppia l'autobomba di via dei Georgofili, sul retro della Galleria degli Uffizi. Le celebrazioni bresciane si collegano a quelle di tutta Italia. Il no corale alla violenza si leva con le voci del sindaco Paolo Corsini e il vescovo di Acerra mons. Antonio Riboldi. Ed è ancora l'onda lunga della politica nazionale che giunge in piazza Loggia nel 1994, inseguendo il presidente Oscar Luigi Scalfaro. Fischi e tafferugli, scontri e feriti. Autonomi e Rifondazione comunista da una parte, le Forze dell'ordine e le rappresentanze istituzionali dall'altra. La richiesta di verità e giustizia si accavalla alle convulsioni di un Paese che - si dice - sta passando dalla Prima alla Seconda Repubblica. Forza Italia, Lega Nord e Alleanza nazionale sono al governo. La sinistra ha perso le elezioni. L'APERTURA A DESTRA - Se nei convegni (a Brescia a parlare di strage arrivano Antonino Caponnetto, Luciano Violante, Giancarlo Caselli, Vittorio Foa, Tina Anselmi, Libero Gualtieri, Sergio D'Antoni, Giovanni Pellegrino) si parla di "poteri occulti" e di "strategie oscure", in piazza giungono gli echi del cambiamento. Nel maggio 1996, per la prima volta, la strage di piazza della Loggia viene ricordata anche da esponenti politici di destra. È Viviana Beccalossi che presiede il Consiglio regionale quando si tiene il minuto di silenzio in memoria delle vittime di Brescia. E l'on. Sandra Fei, di Alleanza nazionale, invia un messaggio significativo: si dice "partecipe del dolore", condanna la strage come "gesto indegno, frutto dei veleni della Prima Repubblica" e dichiara apprezzamento e stima per chi ha la tenacia di cercare la verità, e chiede "umilmente" di accettare il suo impegno "a sostegno di ogni iniziativa... per stanare la verità". SENTIMENTI E PASSIONI - È la forza dei ricordi personali, dei sentimenti familiari a prevalere, qualche volta, in piazza: come nel 1997, con l'intervento di Beatrice Bazoli, e nel 2001 con la testimonianza di Alfredo Bazoli. Spesso è il richiamo forte alla compattezza contro il terrorismo. Nel 1998, con il sindaco Mino Martinazzoli e il presidente della Camera Luciano Violante, la piazza di Brescia è stata l'occasione, nel decennale dell'assassinio di Aldo Moro, di ricordare che - come ha detto il figlio dello statista ucciso, Giovanni - "nei momenti cruciali il popolo ha scelto la democrazia". Non a caso a Brescia sono giunti i familiari delle vittime di ogni violenza contro lo Stato: Olga D'Antona nel 2000, Maria Falcone l'anno scorso... Altrettanto spesso è stata la contrapposizione politica contingente ad avere la meglio: nel 2000, Autonomi e Rifondazione comunista hanno fischiato in piazza il presidente della Provincia Alberto Cavalli (difeso dal sindaco Paolo Corsini); l'anno scorso, gli Autonomi hanno cercato di prendere di mira la sede elettorale di Viviana Beccalossi... Negli anni più recenti in piazza è giunta anche l'eco di un'ultima speranza di verità. Un'altra inchiesta, altre prospettive... Ma, francamente, a crederci sono in pochi: troppo tempo è trascorso da quella mattina di pioggia e sangue. Anche questo fa parte della parabola delle cose italiane degli ultimi trent'anni. c. bar.Al convegno su "Memoria, verità e giustizia" Rita Borsellino tratteggia la figura del fratello e spiega: in Sicilia la piazza si è riempita dopo la strage, a Brescia era già piena
"La rivolta delle coscienze attende ancora risposte"
Questo sia - il trentesimo dalla strage - l'anno del riscontro giudiziario per esecutori e mandanti. Con la speranza di un rapido avvio del processo il movimento sindacale ricorda lo scoppio in piazza tra la folla di una manifestazione antifascista. L'hanno ricordato ieri all'auditorium San Barnaba le Federazioni Cgil, Cisl e Uil riflettendo sull'attualità dell'impegno a difesa della Costituzione democratica. "Nel processo il Sindacato sarà presente - ha assicurato il segretario generale della Cgil bresciana, Dino Greco, introdotto dal presidente dell'Assciazione dei familiari delle vittime, Manlio Milani -. Non lasceremo che l'oblio cancelli insieme alle stragi anche le ragioni della nostra lotta". Quella strage, in un luogo carico di identità, aveva un bersaglio mirato. É un unicum la strage di Brescia tra fatti cruenti che prima e dopo colpirono bersagli e luoghi "anonimi": la sottolineatura è dello storico Giovanni De Luna che in quella piazza di trent'anni fa ha rivisto un rimescolamento (tra Nord e Sud, tra città e campagna, tra ceti sociali diversi), esemplificatore di una rottura con il passato. "Per le classi dirigenti del nostro Paese, il fascismo è una tentazione permanente - osserva lo storico -. Abbiamo bisogno di anticorpi, di un antifascismo come paradigma di una democrazia potenziata. Questo si trovava nella piazza il 28 maggio 1974: la democrazia della passione. Quella piazza è una sorta di libro aperto. Con l'avvento della Seconda Repubblica, la voglia di rinnovamento si è fermata alle soglie dei segreti del potere: lì vogliamo la risposta". Il nostro Paese è riuscito a sconfiggere il terrorismo senza uscire dalle vie della legalità, pur pagando un prezzo altissimo: l'ha ricordato il giudice Giovanni Tamburrino invitando a guardare anche alla politica internazionale, per una comprensione piena di quei fatti. La sinistra non doveva crescere oltre certi limiti, nell'Italia che i patti di Yalta avevano assegnato al blocco occidentale. Per impedire che il Pci, legato al partito comunista sovietico, andasse al governo nacquero iniziative d'intervento e di prevenzione. Dalla strage del '47 a Portella della Ginestra, si riscontra "un rosario di episodi" cruenti. Per piazza Fontana, dopo le sentenze di assoluzione definitiva per mancanza di prove, "oggi abbiamo la certezza che non conosceremo i colpevoli: è l'esempio unico al mondo di una verità che non deve trovare una sanzione giudiziaria. Una serie di interventi ha manipolato le indagini". Il giudice Tamburrino non esclude che il gruppo anarchico romano di Valpreda, ampiamente infiltrato, possa essere stato manipolato ma fa presente una serie di elementi a carico del gruppo veneto di estrema destra di Freda e Ventura, che avevano contatto con i servizi segreti e capacità operative. Nel '74 emerge il terrorismo di sinistra: la strage di Brescia è forse "un colpo di coda dei gruppi di destra che tentavano di imporre una strategia propria, rispetto a divergenze tattiche negli apparati dello Stato". Presunte esigenze politiche avevano prodotto gruppi irregolari che ritenevano di avere la mano libera. Qui emerge l'insegnamento attuale: "Biosogna acquistare l'idea che non ci può essere doppiezza rispetto alle regole. Nello Stato di diritto le regole vincolano il potere". Memoria, verità e giustizia sono "anelli strettamente collegati": ne ha parlato ieri Rita Borsellino, tratteggiando la figura del fratello giudice, dilaniato a 54 giorni di distanza dalla strage di Capaci. Su quegli attentati spettacolari la verità è ancora parziale: per la morte di Giovanni Falcone hanno deposto i collaboratori di giustizia, non per la strage di via D'Amelio, come se la mafia ne ignorasse le vere ragioni. Quella strage fu forse commissionata? Oggi la mafia è silente: "Si è rassegnata, è stata sconfitta o ha ottenuto quel che voleva? Si dice che Paolo Borsellino fosse informato della volontà della mafia di trattare. Che si infuriò, dicendo che - vivo lui - questo non sarebbe mai accaduto". Diversi fattori eversivi si sono nel tempo intrecciati, per il virus dell'autoritarismo che ha infettato la nostra vicenda nazionale: Lorenzo Pinto, che in piazza Loggia ha perso il fratello Luigi, portando ieri la sua testimonianza ha rimarcato che solo "la giustizia appoggiandosi alla verità porta la pace: quelle vittime non sono in pace, facciamo in modo che non siano bersaglio dell'indifferenza". Luigi Pinto era insegnante, come altre quattro vittime: il segretario nazionale della Cgil-Scuola, Enrico Panini, ha ricordato il protagonismo del corpo docente in quegli anni, in cui nacquero i sindacati confederali della scuola e si realizzarono importanti innovazioni. Oggi resta il dovere della memoria, di fronte ai tentativi di rimozione. Il segretario nazionale della Cisl Cesare Regenzi era in piazza Loggia, trent'anni fa. Ha ribadito ieri l'impegno a "ricordare perchè quel giorno accadde la strage: forse alla verità ci stiamo avvicinando, non c'è mai stato dubbio sul suo obiettivo. La nostra battaglia viene da lontano e continua, il movimento sindacale anche in momenti di grande divisione ha saputo ritrovarsi unito di fronte al pericolo. Oggi una semplificazione della Costituzione sarebbe foriera di pericoli". L'impegno per la difesa e per la piena attuazione della Costituzione insieme all'auspicio per l'avvio del processo, è stato ribadito nel documento finale di cui ha dato lettura il segretario provinciale della Uil, Angelo Zanelli. e. n.Cavalli: il rifiuto dell'odio
Trent'anni fa la strage di piazza Loggia. Un tempo lungo, ancor più oggi che la fretta rende il tempo ladro di se stesso e l'uomo ladro di tempo. Non solo, ma l'eccesso di notizie frantuma la memoria e riduce i pensieri ad emozioni senza spazio. Se ciò è vero, come sembra, le istituzioni, accanto al sostegno, all'attenzione dovuta ai cittadini per quella crescita possibile del benessere personale e collettivo, hanno un compito vitale: ricordare, coltivare la memoria. Non a caso, il premio Nobel per la letteratura, Saul Bellow ammonisce che nessun popolo è più misero di quello che non ha memoria della sua storia. La strage di Piazza Loggia è storia di dolore, lacerata e tuttora lacerante, storia contorta nel suo dispiegarsi attraverso trent'anni di rincorsa della verità. Storia passata su due generazioni senza l'incisione della testimonianza diretta, dell'averla vissuta e quindi, per moltissimi giovani bresciani, non concretamente assunta e, per ciò stesso, superficiale se non addirittura sconosciuta. Come presidente della Provincia bresciana sento quindi l'urgenza, questa volta positiva, di comunicare la memoria, al di là delle manifestazioni che concorrono a rendere più presente quel 28 maggio 1974, bagnato dalla pioggia e dal sangue di cittadini nostri, animati da un impegno di civiltà e periti per follia politica. Vorrei davvero comunicare ai bresciani tutti, ma con un senso di speciale passione ai più giovani, il rifiuto della violenza come mezzo per far valere i propri pensieri, rifiuto del terrorismo, rifiuto dell'odio che sta dietro i gesti cruenti e dentro cuori malati, rifiuto del concetto di nemico quando si è di fronte ad un avversario che coltiva valori, culture e opinioni diverse. Credo che Piazza Loggia dica anche oggi, anzi, gridi tutto ciò. Per questo è dovere ricordare, pensare e far pensare, offrire ai bresciani e non soltanto a loro, la lezione di ciò che l'uomo non dovrebbe mai fare ad altro uomo. Il sacrificio dei Caduti di Piazza Loggia non sarà stato vano soltanto se la memoria non appassirà, se il pensiero non infiacchirà, se quel 28 maggio 1974 che mai si vorrebbe aver vissuto, resterà stimolo ad essere migliori, ogni giorno un po' più fratelli. Alberto Cavalli
Presidente della ProvinciaCosa resta? I giovani non hanno dimenticato
Sette studenti su dieci hanno memoria di quel giorno, nove su dieci ritengono indispensabile commemorarlo
LA STRAGE E LA MEMORIA
Un'indagine del Censis fa emergere una consapevolezza anche tra le nuove generazioni. Respinti odio e violenza come mezzi per far valere le proprie ragioni. Forte fiducia nelle istituzioni.
Elisabetta Nicoli
I giovani non hanno dimenticato: la Strage di piazza della Loggia è patrimonio della memoria collettiva bresciana. Il dato positivo è la conoscenza generalizzata di quanto è avvenuto a Brescia in una grigia mattina di trent'anni fa: il 70 per cento degli studenti degli istituti superiori cittadini ha ben impressa nella mente la data del 28 maggio 1974. Il dato su cui lavorare è l'imprecisione a riguardo della matrice delle stragi avvenute in quegli anni: il 28,5 per cento parla di terrorismo rosso, il 26,6 per cento accusa il terrorismo nero, per il 15,8 per cento colpevole è la mafia. Tra chi attribuisce la responsabilità ad ignoti o a folli (7 e 6 per cento, rispettivamente) il 5,7 per cento chiama in causa lo Stato e i servizi segreti deviati. La valutazione del Censis, che su indicazione della Casa della memoria ha compiuto l'indagine "Quel che resta di un giorno. I giovani di Brescia e la memoria" con il supporto dei sindacati-scuola di Cgil, Cisl e Uil e con il patrocinio del Centro servizi amministrativi, è nonostante tutto positiva: "È bella la fotografia degli studenti di Brescia che restituisce l'indagine effettuata su un campione di 2.295 alunni che frequentano il triennio delle scuole secondarie superiori, e fa ben sperare per il futuro della città", dice la relazione presentata nei giorni scorsi, a compimento di una ricerca che ha spaziato anche nel vissuto dei ragazzi d'oggi. La musica ha una posizione privilegiata, tra gli interessi dei giovani, che dimostrano di conoscere gli anni '70 soprattutto attraverso le canzoni e i cantanti di quel periodo, che da molti viene associato alla contestazione pacifica dei "figli dei fiori" e dal 25 per cento alle azioni terroristiche. Meno della metà sa indicare l'anno dell'uccisione di Aldo Moro, neanche un terzo colloca temporalmente la strage della stazione di Bologna. Sulla strage di Brescia le informazioni risultano ben più precise, ma solo il 42,5 per cento ricorda il numero esatto delle vittime e l'8,4 per cento si dichiara completamente all'oscuro di quanto è avvenuto. Fonti d'informazione sono in primo luogo gli insegnanti (71,6 per cento delle risposte) e, per più della metà degli intervistati, i familiari. Seguono a distanza i giornali, la televisione, i libri. Un'indagine simile aveva dato a Milano risposte molto diverse, attribuendo alla televisione la priorità e relegando la scuola al 16,5 per cento delle risposte. I giovani bresciani dimostrano di aver fiducia nel sistema dell'istruzione e sono al 93 per cento concordi nel ritenere che la memoria della strage debba essere conservata tra i giovani: constatano un passaggio di ricordi e di cultura tra le generazioni (67 per cento), ma si avverte il desiderio di un ulteriore impegno in questo senso. Molte iniziative si sono succedute nel corso di trent'anni, per far conoscere agli studenti quanto è accaduto. La manifestazione commemorativa resta, per la metà degli intervistati, lo strumento più adatto a conservare la memoria. Altri preferiscono la lettura di un libro, la presentazione di un video, l'ascolto di una canzone. L'indagine (proposta dagli insegnanti in 15 scuole della città, di cui 12 statali e 3 private) aveva come primo obiettivo quello di capire quali sono le leve e gli strumenti che gli adulti possono utilizzare, per dare ai giovani un senso della storia che abbracci il presente, il passato e il futuro. Per capirli meglio ha esplorato anche le attese e il vissuto. Solo il 4 per cento degli studenti oggi si considera politicamente impegnato, ma oltre un terzo ha partecipato a comizi e manifestazioni politiche. I ricercatori del Censis mettono in evidenza una serie d'interessi e agli insegnanti, che sono riconosciuti dai ragazzi come i principali tramettitori della cultura, ricorda il compito di "distinguere e spiegare ciò che spesso appare poco chiaro anche a chi quegli anni li ha vissuti". Di "mantenere vivo, attraverso iniziative e strumenti diversi, il ricordo della strage affinchè fatti come quello non si ripetano più".Dov'era quando la bomba segnò la nostra storia?
Martinazzoli a Palazzo Madama, Sandro Fontana in Regione, Azeglio Vicini preparava i mondiali di Germania
LA STRAGE E LA CITTA'
Quella mattina e quei giorni nel ricordo di alcuni bresciani: da mons. Antonio Fappani al pittore Oscar di Prata all'allora presidente dell'Amministrazione provinciale Ciso Gitti
Tonino Zana
La memoria del "prima", dell'"appena prima" è garanzia per una coscienza duratura dell'accaduto. Dov'era, quando ha saputo della bomba, della strage? Dov'era il sacerdote, il politico, l'amministratore, il pittore, lo sportivo? Dov'era Brescia, dov'erano i bresciani, la città e la provincia? Scriviamo di come hanno saputo della tragedia alcuni bresciani speciali. Rappresentano ognuno di noi, sotto il grigio uggioso di quella mattina, in un giorno di maggio per sempre di cenere. Portano, simbolicamente, a nome di tutti, la lanterna della non dimenticanza, della ricerca dei fatti, dell'indignazione contro il male vestito di politica e di terrorismo, contro le falsità e le demagogie. Soprattutto rappresentano il monito di un'avvertenza severa contro chi preferisce usare i morti piuttosto che pregarli, contro chi s'impigrisce, in buona e in mala fede, sull'impossibile verità oppure si affanna a cercarne soltanto una, quella che gli andava bene ancora prima che la bomba, il 28 maggio 1974 scoppiasse nel cuore dei bresciani. Abbiamo ascoltato monsignor Antonio Fappani, allora direttore de "la Voce del Popolo". Anzi, abbiamo tentato di ascoltarlo. Il sacerdote è timido e scontroso quando si tratta di rimettere in pagina il sangue e il patire, l'intimità della sofferenza e la coralità del dolore. Gli sembra di disubbidire al mandato della riservatezza, della memoria che accomuna e del pianto che è interiore. "Stavo in studio - dice monsignor Fappani - in via Tosio. Allora ero direttore de "La Voce del Popolo". L'esplosione l'abbiamo sentita, siamo scesi, usciti per strada. Ho seguito il posto da cui provenivano i rumori, siamo arrivati subito vicino a piazza Loggia. Non mi hanno lasciato passare...". Le chiese, gli oratori, le stanze del mondo cattolico bresciano si riempirono di orazioni e di riflessioni. Si trattò, in quelle ore, di rispondere alle spine dei perché, alle emozioni che si rivoltavano all'oltraggio, al dovere di una sepoltura composta, elevando il pensiero e la memoria. Mino Martinazzoli, il mattino del 28 maggio 1974, era in Senato. Dice: "Incominciavamo la giornata di lavoro a Palazzo Madama. Arrivò una telefonata. Passai parola, tentammo di raggiungere qualche amico a Brescia. La linea era interrotta. Nel pomeriggio sostenni l'interpellanza in Senato. C'era un clima d'angoscia, noi bresciani, in particolare, desideravamo lasciare l'Aula, salire a Brescia. Seppi che erano morti amici, i parenti di amici cari. Ricordo le bare, i funerali. A Brescia erano confluiti gli estremismi rossi da tutta Italia. Credo che ci fossero numerosi brigatisti. Durante i funerali mi capitò di camminare accanto a Berlinguer. Ormai fuori dal centro storico, alla vecchia Poliambulanza, i nostri giovani democristiani con le bandiere furono aggrediti. Tentarono di strappare le nostre bandiere, ci sputarono addosso. La Democrazia Cristiana veniva interpretata, da una solida campagna di propaganda, come il nemico, l'attentatore. Più tardi mi trovai con l'avv. Giulio Onofri, mio amico. Stavamo in un bar, davanti a Palazzo Bonoris, sede della Democrazia Cristiana, in via Tosio e vedemmo arrivare, da piazza Arnaldo, torme di giovani con i volti coperti da fazzoletti rossi: impugnavano bastoni e lanciavano pietre contro la sede della Dc...". Azeglio Vicini era il mister della grande nazionale del 1974, secondo posto dietro ai marziani di Pelè. "Si era in fase di preparazione in Germania - ricorda -. Mi chiamò mia moglie. Fu un colpo. La preoccupazione corse subito a mio figlio che frequentava il Calini e non era ancora rientrato. Contemporaneamente immaginai il dolore dei parenti, degli amici, lo strazio della città. Da lontano ci sembrava di non riuscire a fermare il dolore. Quel giorno ci sentimmo molte volte. Manlio era tornato a casa, raccontava mia moglie, Brescia era in ginocchio. Eravamo smarriti. Incominciammo a pregare, fin da quel giorno, che non accadesse più. Ora siamo addolorati e arrabbiati perché i colpevoli non sono stati assicurati alla giustizia. Trent'anni dopo". Sandro Fontana, in questi giorni, è a Berlino per una conferenza. Lo raggiungiamo telefonicamente. Gli preme di dirci subito che parteciperà al trentennale anche con una conferenza alla Prima Circoscrizione. "Ero assessore regionale - dice - e stavo concludendo un'indagine sulla violenza fascista dal 1968 al 1974 in Lombardia. Avevamo rilevato che, ogni due giorni, mediamente, la nostra terra, in quegli anni, era colpita da attentati fascisti. Dunque, c'era qualcosa che stava arrivando, ma nessuno avrebbe mai pensato che potesse trattarsi di una bomba. Ero a Milano, in Giunta regionale, il mattino del 28 maggio 1974. La notizia piombò nella sala come un fulmine. Cercai di mettermi in contatto con mia moglie. Insegnava all'Itis, da lì erano partiti i cortei per recarsi in piazza Loggia per una manifestazione. Tornai a Brescia e ci trovammo tutti in Loggia. Dopo, l'unità di crisi fu trasferita al Broletto. I funerali furono dolorosissimi e terribili. Mi ricordo che Berlinguer, allora segretario del Pci, ci invitò a ritirare le bandiere bianche perché l'estremismo comunista le leggeva come una provocazione. Lo slogan dei cortei era il seguente: "Scudo crociato, strage di Stato". Eppure era chiara la matrice fascista. La mia indagine, che potrebbe essere riletta oggi, ripeto, diceva di atti di violenza fascista in Lombardia ogni due giorni". Presidente della Provincia di Brescia era l'avvocato Ciso Gitti. Fu lui a coordinare l'attività politica e culturale del Consiglio comunale, provinciale e regionale che si riunirono in Broletto. "È impossibile dimenticare - ricorda - stavo venendo dal mio studio in via Moretto verso il centro dei Portici. Fummo storditi dalle sirene, da uno strano stato di agitazione generale...". Ci si trovò in piazza Loggia portati dal vento della tragedia. Si confluiva nel luogo dove ognuno si dirigeva senza sapere, esattamente, cosa fosse accaduto. Dev'essere la residua energia calamitante della strage, il suo assorbire ogni persona sul posto della morte, in una sorta di disumano risucchio finale. "Fu un mese di intensissima testimonianza umana e politica", aggiunge l'avv. Gitti. Si sentì crescere il valore dell'unità, il bisogno di mettersi insieme. Era stata percepita, prima della strage, la salita una nuova inquietudine, ma non si poteva pensare che essa si componesse negli elementi di una bomba. "Lo sciopero di quella mattina in piazza Loggia - ricorda l'avv. Gitti - non era di tipo retributivo, ma a difesa dei valori costituzionali. La bomba, dunque, si segnava, subito, di una matrice...". I giorni del commiato furono impressionanti. "Ci sputarono addosso, l'estremismo tentò di fermarci con offese triviali...". Nessuno desistette, neppure per un momento, nessuno reclinò la testa verso chi pretendeva di piegare a irrazionalità forsennate. Brescia fu dalla parte dello Stato. "Tornammo nella piazza della strage - ricorda l'avv. Gitti -, nella nostra piazza con Zaccagnini nel 1976. E nel 1978 ci accompagnò il sacrificio di Aldo Moro. Anche gli assetti politici mutarono, in quei mesi. Boni passò dal Comune alla Provincia, in Loggia arrivò sindaco Trebeschi. Io, tornai al mio studio. Ne 1979 fui eletto al Parlamento...". Oscar Di Prata, il pittore patriarca dell'arte bresciana, ricorda con la forza dell'infanzia, con una lucidità pura, i giorni dell'ira: "Con alcuni pittori eravamo in convegno proprio vicino a piazza Loggia. Sentimmo il boato, ci precipitammo in piazza. Vidi ciò che avevo visto soltanto in guerra, nelle trincee dell'Africa. Eppure il sangue scorreva sulle nostre pietre, nella nostra città, vicino al nostro letto. Mi staccai dagli amici e dai colleghi e vagai per la città piangendo da solo. Non riuscivo a dare un volto e un senso a tanta criminalità. Mi domandavo: Gli autori della strage ce l'avranno pure una mamma a cui hanno voluto bene. Come possono aver amato la loro mamma e aver compiuto un atto simile, possibile che non siano riusciti ad aprire la fessura da cui sgorga anche il più piccolo bene? Dopo la strage di piazza Loggia dipinsi tre quadri su quel giorno. Spesso passo davanti alla stele. Mi fermo, prego. Poi torno a casa a dipingere".La prima inchiesta divise la città: la pista bresciana tra malavita di piccolo cabotaggio ed estremisti di destra
Buzzi, dall'ergastolo a "cadavere da assolvere"
Enzo Gallotta
Lacerante. L'effetto della bomba, che seminò morte e terrore in piazza della Loggia, rimbalzò con la sua eco seminando rabbia, destando dolore e turbando le coscienze. Così, quell'eco si diffuse nella città con un lungo effetto. E l'inchiesta che ne nacque finì per dividere l'opinione pubblica e determinò divisioni all'interno dello stesso Palazzo di Giustizia e tra i difensori di parte civile. Da una parte gli "ortodossi" all'inchiesta che individuò una pista tutta bresciana. Dall'altra i dissenzienti, favorevoli all'allargamento dell'orizzonte giudiziario oltre i confini della città, propugnatori di piste alternative. Così fu anche per i giornalisti che seguirono il processo. Due di loro, Achille Lega e Giorgio Santerini, scrissero un instant book dal titolo eloquente: "Strage a Brescia, potere a Roma". Il nome di Ermanno Buzzi, uomo di personalità non facile, attorniato da una sorte di "corte dei miracoli" di personaggi di dubbia fama, finì per essere agganciato a quelli di giovani vicini agli ambienti della destra estrema. Ragazzi di buona famiglia: bresciani, veronesi e milanesi. Così l'istruttoria - figlia delle indagini condotte principalmente dal Nucleo investigativo dei carabinieri dell'allora capitano Francesco Delfino e coordinate dal pm Francesco Trovato -
si concluse il 17 maggio del 1977 con il rinvio a giudizio di trenta persone, tra cui Ermanno Buzzi, imputate a vario titolo della strage, dell'omicidio di Silvio Ferrari, morto nel pieno della notte del 19 maggio 1974, per l'esplosione dell'ordigno che trasportava sul suo scooter in piazza del Mercato, e di altri reati. A firmare l'atto che spedì Buzzi e gli altri davanti alla Corte d'Assise fu il giudice istruttore Domenico Vino. A conclusione di accertamenti contrassegnati da numerosi colpi di scena. Tra questi, la "confessione" di Angelino Papa, uno degli imputati, che destò non poche perplessità. Ed ancora, la posizione di Ugo Bonati, una sorta di "supertestimone" lasciato sul filo dell'imputazione nella strategia processuale, che rivelò di aver assistito alla posa della bomba nel cestino portarifiuti. Il 2 luglio del 1979 la Corte d'Assise, presieduta da Giorgio Allegri, concluse con sentenze di condanna per Ermanno Buzzi (ergastolo) e Angelino Papa (10 anni e sei mesi, vizio parziale di mente) quali autori della strage. Assolti tutti gli altri. Nando Ferrari venne condannato a 5 anni per la detenzione dell'ordigno che provocò la morte di Silvio Ferrari e a 1 anno per omicidio colposo per lo stesso episodio. Altre condanne (Marco De Amici e Pierluigi Pagliai) riguardarono la detenzione ed il porto di esplosivo, da ricondurre a Silvio Ferrari, da Parma a Brescia nei giorni antecedenti la strage. Nello stesso tempo la Corte dispose il trasferimento alla Procura di atti che riguardavano Ugo Bonati. L'11 luglio venne firmato un provvedimento di cattura a suo carico per strage. Ma Bonati non si trovò. Il "supertestimone" di Visano scomparve senza lasciare traccia. Di lui non si saprà più nulla. La sua posizione, al centro dell'istruttoria condotta dal giudice Michele Besson, si concluderà l'anno successivo: il 17 ottobre del 1980. Bonati, prosciolto dall'accusa di strage, viene definito "testimone mendace e inattendibile". In sostanza, quanto ha detto è tutta una menzogna. È questa la chiave di volta che porterà al rovesciamento della sentenza in Appello. Il secondo processo è alle porte quando, il 13 aprile 1981, Ermanno Buzzi, trasferito 48 ore prima da Brescia, viene assassinato nel carcere di Novara dai terroristi neri Mario Tuti e Pierluigi Concutelli durante la prima ora d'aria. "E un confidente dei carabinieri" diranno i due ergastolani. Il processo d'Appello sulla strage (presidente Francesco Pagliuca), che si chiude il 2 marzo 1982, ribalta la prima sentenza. Tutti assolti: la pista non è questa. Nelle motivazioni, scritte dal giudice Orazio Viele, Buzzi viene definito "un cadavere da assolvere". I giudici criticano i sistemi d'indagine: "...carcerazione usata per ottenere ammissioni". Ma non è finita. Il 30 novembre del 1983 la Cassazione, a sorpresa, annulla con rinvio a Venezia la sentenza d'appello. Nuovo processo in laguna per Nando Ferrari, Marco De Amici e per i fratelli Angelino e Raffaele Papa. Verranno tutti assolti il 19 marzo 1985. Sentenza poi confermata in Cassazione il 25 settembre 1987. Intanto è già aperta la seconda inchiesta.La pista milanese: tutti assolti
TRE IMPUTATI NELLA SECONDA INCHIESTA
È Cesare Ferri, milanese, classe 1951, il protagonista della seconda inchiesta, passata alla storia giudiziaria sotto l'etichetta di "pista milanese". Il suo non è un nome nuovo agli archivi giudiziari bresciani. Pochi giorni dopo la strage di Brescia, il 30 maggio '74 a Pian del Rascino (Rieti), venne ucciso in un campo paramilitare il neofascista milanese Giancarlo Esposti, responsabile di alcuni attentati compiuti a Milano ed aderente ad "Avanguardia Nazionale". Nel suo portafogli i carabinieri trovarono una fotografia di Ferri. Nello stesso campo vennero arrestati Alessandro D'Intino ed Alessandro Danieletti. Il giorno successivo Ferri venne fermato dai magistrati bresciani. Si difese affermando la sua estraneità ad associazioni sovversive e proseguì dicendo che la mattina della strage si trovava all'Università Cattolica di Milano per assistere ad alcuni esami. Il fermo non venne convalidato. Pochi giorni più tardi, il 25 giugno, don Marco Gasparotti, parroco di S. Maria Calchera, venne sentito dal giudice istruttore Giovanni Arcai, in quei giorni impegnato nell'istruttoria sul Mar-Fumagalli. Il sacerdote riferì di aver notato la mattina della strage, verso le 8.30, un giovane che sostava nella sua chiesa davanti ad un quadro. Secondo il parroco, che si disse "non certo al cento per cento", il giovane avrebbe potuto essere Cesare Ferri, che gli era sembrato di riconoscere nella fotografia pubblicata il 1° giugno da un quotidiano dopo i fatti di Pian del Rascino. Ferri, che in quel periodo si trovava in Grecia, venne poi interrogato il 20 settembre come indiziato di strage. Propose la sua difesa, fornì alibi e indicò testimoni. La pista tramontò pochi mesi più tardi, quando venne definitivamente imboccata quella bresciana che portò a Buzzi e agli altri imputati. Ferri venne prosciolto in istruttoria. Ma il 23 marzo del 1984 il nome di Ferri torna alla ribalta sul fronte delle indagini sulle strage di piazza della Loggia. È il giudice istruttore Giampaolo Zorzi ad aprire il nuovo fascicolo. Cesare Ferri viene incriminato per strage in concorso con Alessandro Stepanoff e accusato di essere il mandante dell'omicidio di Ermanno Buzzi con un "messaggio di morte" affidato a Sergio Latini - bergamasco detenuto per reati comuni e politicizzatosi in carcere a sua volta imputato di concorso morale nel delitto - e trasmesso a Tuti e Concutelli a Trani, dove erano allora detenuti. Nuova fonte di notizie fu Angelo Izzo, condannato all'ergastolo per il "delitto del Circeo". Fu lui a raccontare ai giudici di presunte rivelazioni ricevute da Gianni Guido, suo coimputato, circa notizie sulla strage da lui avute dallo stesso Buzzi nel carcere di San Gimignano. "Rivelazioni" in cui veniva proposta la commistione tra gruppi bresciani e milanesi nella commissione della strage. E ancora, Izzo rivelò del presunto "messaggio di morte" nei confronti di Buzzi da parte di Ferri. La nuova inchiesta si conclude con il rinvio a giudizio di Ferri, Stepanoff e Latini. E con lo stralcio di altre posizioni. Il processo che ne segue (presidente Oscar Bonavitacola) si chiude il 23 maggio '87 con le assoluzioni degli imputati. Due anni più tardi, il 10 marzo 1989, la Corte d'Assise d'Appello (presidente Riccardo Ferrante) conferma la sentenza di assoluzione "per non aver commesso il fatto". Il 23 novembre la Cassazione mette una pietra sul processo. Ferri verrà risarcito per ingiusta detenzione. Infine, il 23 maggio '93, il giudice Zorzi chiude l'ultimo filone e spedisce alcuni stralci alla Procura. (e. g.)La Procura chiude su Zorzi, Maggi e Tramonte
Imminente richiesta di rinvio a giudizio per 3 indagati. La pista veneta che "recupera" Buzzi e coinvolge Delfino e Rauti
LA STRAGE E LA GIUSTIZIA
Trent'anni di inchieste. Le prime due diverse indagini, sulla pista bresciana e sui neofascisti milanesi, si sono concluse con otto processi e nessun colpevole. La terza è in dirittura d'arrivo.
Alberto Pellegrini
Due pentiti e un imputato che confessa. L'ultima inchiesta sulla strage di piazza Loggia si basa su questo. Sul racconto di un esperto di esplosivi, in contatto con la Cia e infiltrato nella destra eversiva veneta; sulle ammissioni di un altro infiltrato tra i neofascisti e informatore dei servizi segreti italiani, e infine sui ripensamenti e i rimorsi di un vecchio amico e camerata del capo dell'ala stragista di Ordine nuovo. Un'inchiesta "eterna", alla quale lavorano da moltissimi anni il procuratore aggiunto Roberto Di Martino e il sostituto procuratore Francesco Piantoni che hanno accumulato qualcosa come 6mila verbali di interrogatorio e oltre 500 faldoni di atti di indagine. Ma ora pare imminente una stretta finale, una chiusura delle indagini e una richiesta di rinvio a giudizio per concorso in strage. È praticamente ufficiale che entro l'estate 2004 i due magistrati della Procura di Brescia chiederanno il rinvio a giudizio per concorso in strage di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggia e Maurizio Tramonte. Il primo è il notissimo ex ordinovista originario del Vicentino, già condannato all'ergastolo e recentemente assolto in appello per la strage di piazza Fontana, oggi rifugiatosi in Giappone dove è diventato miliardario, ha preso la cittadinanza nipponica e ha cambiato il nome in Agen Roy. Maggi è un medico di Mestre, ormai quasi settantenne e molto malato, pure lui ex di Ordine nuovo e condannato e assolto per piazza Fontana. Infine Tramonte è una delle "basi" dell'inchiesta sulla strage bresciana: padovano di 52 anni, è stato un informatore del Sid (il servizio segreto civile) fin da giovanissimo col nome di "fonte Tritone" ed era pure lui attivo nelle organizzazioni radicali dell'estrema destra veneta. Gli altri indagati, una quindicina, verranno "stralciati" e per loro si profilano tempi più lunghi per la conclusione dell'inchiesta. Tra questi ci sono nomi molto noti, accusati di concorso in strage, tra i quali l'ex generale dei Carabinieri Francesco Delfino (capitano al nucleo operativo di Brescia nel '74) e il fondatore di Ordine Nuovo Pino Rauti. Ci sono poi una sfilza di ordinovisti o comunque ex militanti in organizzazioni di estrema destra del Veneto e anche qualche straniero come il francese Guerin Serac, cattolico integralista, fautore di iniziative anticomuniste in Francia e responsabile dell'Aginter Press, un'agenzia di stampa in contatto con la Cia. Poichè i due pm che conducono l'inchiesta non si sono mai sbilanciati a raccontare come stiano ricostruendo le singole responsabilità. Si sa poco quindi della "verità" che uscirà da questa ultima inchiesta sulla strage di piazza Loggia. Sicuramente ci sono varie piste, vari filoni di indagine, ma il principale, quello che coinvolge i primi tre indagati per i quali verrà chiesta l'incriminazione per strage, porta alla ricostruzione di una vicenda quasi tutta veneta e si basa principalmente sulle ammissioni dell'indagato Maurizio Tramonte e sul racconto del collaboratore di giustizia (pure lui indagato per la strage di piazza Loggia) Carlo Digilio. Que st'ultimo, ormai ultrasettantenne e molto malato, ha ereditato dal padre fin dagli anni '50 un ruolo di referente della Cia per il Veneto: un agente segreto quindi che operava col nome in codice di "zio Otto" ed era infiltrato anche perchè esperto di esplosivi nelle organizzazioni di estrema destra. Al centro del filone principale dell'inchiesta c'è quindi Ordine nuovo del Veneto, o meglio Ordine Nero, che altro non era che un'emanazione clandestina di Ordine nuovo, i cui responsabili avrebbero deciso di organizzare attentati clamorosi nel Nord Italia a partire dalla fine degli anni '60. Delfo Zorzi, il personaggio di maggior spicco degli ambienti ordinovisti veneti, per piazza Loggia si sarebbe limitato ad occuparsi degli aspetti tecnici, dell'esplosivo, lasciando a Maggi l'organizzazione vera e propria dell'attentato. L'esplosivo sarebbe arrivato dalla Francia, da Guerin Serac in particolare, e la bomba sarebbe stata confezionata a Mestre o a Venezia e consegnata, in una valigetta 24 ore a Marcello Soffiati (ordinovista deceduto anni fa) che aveva l'incarico di trasportarla e consegnarla a chi doveva poi collocarla in piazza Loggia a Brescia. Durante il trasporto Soffiati si sarebbe fermato a Verona e avrebbe chiesto consiglio a Carlo Digilio che ha raccontato di aver visto l'ordigno che poi Soffiati avrebbe portato all'esecutore materiale della strage. Digilio ha detto che la bomba sarebbe stata portata a Milano, ad appartenenti alle Sam (squadre d'azione Mussolini) di Giancarlo Esposti, ma Tramonte racconta cose un po' diverse e parla chiaramente dell'esecutore materiale della strage. La "fonte Tritone" racconta di alcune riunioni organizzative e il suo racconto coinvolge tra gli altri Rauti e Delfino e parla di vari appuntamenti sul Garda, a Verona e anche in altri posti dove si sarebbero incontrati con Maggi e i suoi collaboratori anche ufficiali americani, agenti dei servizi segreti italiani, persone legate all'Aginter Press francese, esponenti del Mar di Carlo Fumagalli e anche Ermanno Buzzi, il neofascista bresciano imputato principale della prima inchiesta sulla strage, condannato all'ergastolo e ucciso in carcere dai terroristi neri Pierluigi Concutelli e Mario Tuti poco prima del processo d'appello. Le rivelazioni della "fonte Tritone" culminano nella ricostruzione della riunione in cui Carlo Maria Maggi sceglie chi dovrà mettere la bomba. Tramonte dice chiaramente che la scelta era in ballottaggio tra lui e Giovanni Melioli, ordinovista di Rovigo arrestato e poi assolto per la strage della Stazione di Bologna e morto per dorga all'inizio degli anni '90. Maggi avrebbe scelto Melioli e sarebbe stato quindi quest'ultimo a venire a Brescia e a mettere l'ordigno nel cestino dei rifiuti di piazza Loggia la mattina del 28 maggio 1974. La verità dell'ultima inchiesta è quindi una storia veneta, nata in Veneto e poi sviluppatasi tra Milano e Brescia con il coinvolgimento di vari esponenti di formazioni clandestine di estrema destra non solo italiane e con il coinvolgimento diretto, nell'organizzazione dell'attentato e non solo successivo in attività di depistaggio, di uomini della Cia, dei servizi segreti italiani e di ufficiali dei carabinieri."Brescia Oggi"
La città commemora le otto vittime del 28 maggio 1974. Sul palco anche l'oratore di quel giorno: Franco Castrezzati
Strage, Brescia chiede ancora verità e giustizia
Alle battute finali la terza inchiesta: per l'estate richiesta di rinvio a giudizio per i tre principali imputati
di Wilma Petenzi
Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi Milani, Clementina Calzari e il marito Alberto Trebeschi, Euplo Natali, Bartolomeo Talenti, Luigi Pinto e Vittorio Zambarda non hanno ancora trovato pace. Le otto vittime della strage di piazza Loggia e i 103 feriti non hanno ancora ottenuto giustizia.
E oggi, a trent'anni di distanza da quella piovosa mattina di morte, di dolore e disperazione, a trent' anni di distanza dalla deflagrazione che coprì la voce di Franco Castrezzati, sindacalista della Cisl che parlava a una folla di studenti, operai, insegnanti e pensionati, è tutta la città a chiedere giustizia. Verità e giustizia per una strage che, a trent'anni di distanza, è ancora senza colpevoli.
Una strage senza colpevoli, ma con infinite vittime. L'intera città è vittima della strage: tutti i cittadini bresciani che vogliono sapere chi mise la bomba nel cestino della spazzatura sotto il colonnato della piazza, chi confezionò l'ordigno, chi prese la decisione che doveva essere Brescia la città da colpire. E perchè proprio a Brescia si decise di colpire non nel mucchio, come era successo alla Banca nazionale dell'Agricoltura a Milano o sull'Italicus, ma quando in piazza c'erano persone ben identificabili politicamente, accorse a una manifestazione sindacale. La strage di piazza Loggia riaprì la strategia della tensione, a soli pochi giorni di distanza dal voto del Paese al referendum sul divorzio.
Per tutti i bresciani che chiedono giustizia e verità il Comune di Brescia, la Provincia, Cgil-Cisl e Uil e l'Associazione familiari caduti di piazza della Loggia, hanno organizzato per oggi una giornata di commemorazione con incontri, preghiere e convegni. Alle 10, dodici minuti prima dello scoppio della bomba, in piazza della Loggia si terrà la commemorazione: parleranno Giorgio Benvenuto, segretario generale della Uil nel 1974, Franco Castrezzati, oratore la mattina della strage e Lucia Calzari, dell'Associazione familiari caduti di piazza della Loggia.
E per tutti i bresciani che chiedono giustizia e verità una risposta potrebbe venire dalla terza inchiesta sulla Strage. Le prime due, giunte a processo, non hanno identificato alcun colpevole. La terza inchiesta, curata dal procuratore aggiunto Roberto Di Martino e dal sostituto procuratore Francesco Piantoni, che già prevede alcuni stralci, potrebbe essere chiusa per l'estate con la richiesta di rinvio a giudizio per i tre principali indagati per strage. Di Martino e Piantoni chiederanno il processo per Delfo Zorzi, latitante in Giappone, dove ha anche ottenuto la cittadinanza e si fa chiamare Roi Hagen, Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, colonne portanti della colonna veneta di Ordine Nuovo.
"Stiamo entrando nella fase conclusiva - ha commentato il procuratore della Repubblica Giancarlo Tarquini -. Il processo darà la risposta essenziale alle giuste istanze della collettività". Per questa terza inchiesta, iniziata nel 1993 quando il giudice istruttore Giampaolo Zorzi chiuse la seconda inchiesta inviando alla Procura della Repubblica alcuni stralci per ulteriori approfondimenti, e arricchita dalla collaborazione di Carlo Digilio e Martino Siciliano (stanno usufruendo del programma di protezione) sono ormai scaduti i termini per poter fare ulteriori accertamenti su Maggi e Zorzi.
I seimila verbali dell'inchiesta sono custoditi in quasi cinquecento faldoni. Ai documenti si è aggiunta, in questi ultimi giorni, la rogatoria dalla Colombia: copie di bonifici bancari che testimoniano il passaggio di denaro da una banca svizzera all'istituto di credito colombiano su un conto intestato a Martino Siciliano, grande accusatore di Delfo Zorzi, ma anche ex pentito, che ritrattò il coinvolgimento di Zorzi in cambio di un consistente pagamento. Quando i due inquirenti riceveranno anche la rogatoria chiesta in Svizzera il cerchio potrà essere chiuso e si potrà stabilire con certezza chi versò il denaro sul conto di Siciliano.
Undici anni di indagini per dare finalmente una risposta alla città. Una risposta che i due magistrati sono convinti di aver trovato, ricostruendo i rapporti nelle cellule venete di Ordine Nuovo. "Non sappiamo chi mise la bomba nel cestino" glissano i due magistrati. Anche se loro una convinzione ce l'hanno: a mettere la bomba fu Giovanni M.
Lui è morto, ma chi ha progettato la strage deve pagare.L'INFINITA STORIA GIUDIZIARIA. Le indagini costellate fino ad ora da una pioggia di assoluzioni
Tre ipotesi e tanti depistaggi
Da Brescia alle azioni dei neofasciti veneti, passando per Milano
Era una mattinata di pioggia e di sangue quella di martedì 28 maggio 1974, giorno di uno sciopero generale con manifestazione in piazza Loggia, una delle tante in quel periodo segnato dalla mobilitazione contro l'eversione nera. Un fenomeno che in quei giorni aveva portato a Brescia ad arresti eccellenti e pochi giorni prima alla morte di Silvio Ferrari, giovane esponente della destra, saltato in aria, con la sua vespa imbottita di esplosivo, in piazza Mercato. "Ore 10,12. Carneficina in piazza Loggia" titolava Bresciaoggi, quotidiano nato giusto 30 anni fa , nella prima edizione straordinarie che ha scandito quella giornata drammatica, come drammatiche erano le foto di morte e distruzione scattate attorno a quella colonna sbrecciata che reggeva il cestino nel quale era stata collocata la bomba.
Poco dopo le 10 la voce del sindacalista della Cisl Franco Castrezzati (lo stesso che qualche giorno dopo parlerà in quel luogo ai funerali delle vittime) fu soffocata da un boato sordo, diventato ben presto il brusio e le imprecazioni della folla, le grida dei feriti, l'urlo straziante delle sirene. Risentire a distanza di trent'anni la registrazione di quel comizio fa ancora venir l'angoscia, così come chiude lo stomaco ascoltare gli appelli dal palco alla calma, a defluire verso piazza Vittoria per far spazio ai soccorsi e alle ambulanze.
Quel 28 maggio i morti furono sei, altre due persone cessarono di vivere qualche giorno dopo in ospedale, e alla fine il bilancio fu drammatico: 8 morti e 103 feriti. Quella piovosa mattina di 30 anni fa in piazza Loggia si spensero i sogni di Giulietta Banzi Bazoli, insegnante, Livia Bottardi Milani, insegnante di 32 anni, Clementina Calzari e il marito Alberto Trebeschi, anch'egli insegnante all'Itis di 35 anni, Euplo Natali, 69 anni, pensionato dell'Inps, Bartolomeo Talenti. E dopo qualche giorno di agonia morirono Luigi Pinto, 25 anni, insegnate di applicazioni tecniche a Montisola, sposato da meno di un anno, e Vittorio Zambarda, 60 anni di Salò. I loro nomi sono scolpiti da 30 anni sulla stele che ricorda la bomba nella piazza.
Quei nomi, accanto ai 108 feriti occupano ancora le prime pagine dei fascicoli che, negli anni, sono stati aperti per tentare di dare un volto agli autori di tanta atrocità. Indagini che sin da subito dovettero fare i conti con i messaggi inneggianti alla destra neofascista recapitati alle redazioni dei giornali. In trent'anni, poi, la giustizia dovette fare i conti con i depistaggi, i silenzi, i fascicoli dimenticati negli armadi dell'intelligence e riversati, anni dopo, nei corridoi della Procura di Brescia, chiamata a fare ordine fra inspiegabili segreti di Stato.
Trent'anni di inchieste, otto processi e fino ad ora un unico risultato: nessun colpevole. Nonostante si sia passati attraverso tre distinti filoni di indagine: la cosiddetta pista bresciana, quella milanese ed ora, dopo una raffica di assoluzioni, quella che parte dalle cellule venete di ordine nuovo e approda in piazza Loggia dopo essere transitata per Milano.
La prima istruttoria sull'eccidio fu affidata al procuratore Francesco Trovato che chiese il rinvio a giudizio di 30 persone tra i quali Ermanno Buzzi, Fernando Ferrari, Angelino Papa, a vario titolo accusate sia della Strage del 28 maggio che dell'omicidio del giovane Silvio Ferrari. Ma nonostante il giudice istruttore Domenico Vino accolse l'istanza della Procura il 2 luglio 1979 la corte d'assise di Brescia condannò all'ergastolo il neofascista bresciano Ermanno Buzzi e a 10 anni e sei mesi di reclusione Angelino Papa per il concorso nella strage, mentre arrivarono le assoluzioni, per insufficienza di prove o con formula piena, per tutti gli altri imputati, in gran parte giovani esponenti dell'estrema destra bresciana.
Il 13 aprile 1981, nel carcere di Novara, Ermanno Buzzi fu strangolato dai neofascisti Mario Tuti e Pierluigi Concutelli, che giustificarono quel gesto spiegando: "Era una spia". Il 2 marzo 1982 la corte d'assise d'appello di Brescia assolse Angelino Papa e gli altri neofascisti. Una sentenza che prosciolse anche il defunto Ermanno Buzzi.
Il 30 novembre 1983, invece, la corte di Cassazione annullò con rinvio la sentenza d'appello per 4 imputati: Nando Ferrari, Marco De Amici e per i due fratelli Angelino e Raffaele Papa.
Intanto, dopo la collaborazione di alcuni pentiti, il 23 marzo 1984 si aprì un nuovo filone di indagine, quello a carico di Cesare Ferri, neofascista milanese che venne incriminato per la strage, accanto a lui Alessandro Stepanoff e Sergio Latini. Il 19 marzo 1985 la corte d'assise d'appello di Venezia, dove era stato mandato il processo dalla Cassazione, assolse Ferrari, De Amici e i fratelli Papa. Il 25 settembre 1987, la Cassazione confermò la sentenza di Venezia e fu il definitivo stop al primo filone di indagine.
Ferri, Latini e Stepanoff, al contrario, furono rinviati a giudizio dal giudice istruttore Giampaolo Zorzi, ma il 23 maggio 1987 la corte d'assise assolse per insufficienza di prove Cesare Ferri e gli altri imputati. Il 10 marzo 1989 poi la corte d' Assise d' Appello rigettò l'impugnazione dell'accusa e assolse tutti "per non aver commesso il fatto", verdetto confermato il 23 novembre 1989 dalla prima sezione della Cassazione.
Il 23 maggio 1993 il giudice istruttore Giampaolo Zorzi chiuse anche la terza inchiesta che, partita dalla "pista Ferri", aveva ancora aperte alcune posizioni marginali, tutte archiviate.
Da quella inchiesta finirono in procura alcuni stralci, una porta aperta verso le nuove odierne indagini.
m.tor."La Repubblica"
Piazza della Loggia, 30 anni dopo una strage ancora senza colpevoli
Sondaggio nelle scuole di Brescia: per molti fu il gesto di un folle
La terza inchiesta è appena conclusa ma resta la nebbia
Otto morti e 103 feriti poco dopo il voto sul divorzio: è il tragico atto che segna la crisi della "strategia della tensione"
GIOVANNI MARIA BELLU
ROMA - Con oggi sono passati trent´anni e l´inchiesta - la terza - si è conclusa appena una settimana fa. In questi tempi, in questi numeri, c´è già una parte importante della storia della strage di Brescia, una della vicende più complesse e oscure della cosiddetta "strategia della tensione". Manlio Milani, presidente dell´Associazione dei familiari delle vittime, è combattuto tra la soddisfazione per la tenuta della memoria e il timore che anche l´ultima chance per dare giustizia agli otto morti e ai 103 feriti venga perduta: "Siamo molto preoccupati", dice.
Secondo un´indagine del Censis, il 70 per cento degli studenti delle scuole superiori bresciane - percentuale considerata molto alta - conosce la data della strage, il 28 maggio del 1974. Sono pochi, invece, ad avere un´idea precisa delle responsabilità: il 28,5 per cento le attribuisce al "terrorismo rosso", il 26,6 a quello "nero", il 15,8 alla mafia. C´è persino un 6,1 per cento che pensa al gesto di un folle. Una confusione di idee che ha molte giustificazioni. C´è intanto la giovane età degli intervistati (i più anziani tra loro sono nati undici anni dopo), soprattutto c´è il fatto che la strage di Brescia non ha ancora un colpevole. E probabilmente, come temono i familiari delle vittime, non l´avrà mai.
L´ultima delle tre inchieste individua ideatori ed esecutori in alcuni militanti dei gruppi neofascisti milanesi e veneti. I nomi sono quelli di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Carlo Digilio (esponenti di Ordine Nuovo, un´organizzazione neofascista che era stata dichiarata illegale nel dicembre del 1973) e Maurizio Tramonte, un collaboratore del servizio segreto militare. Personaggi che facevano parte dello ambiente politico-criminale dove, nel dicembre del 1969, fu pensata e organizzata la prima delle stragi, quella di piazza Fontana. Zorzi, Maggi e Digilio sono stati processati anche per quel reato: prima condannati e poi, lo scorso 12 marzo, assolti.
In quel momento anche l´ipotesi investigativa di Brescia ha subito un duro colpo. Infatti, ci sono molti punti in comune tra le due inchieste. In entrambe, per esempio, ha avuto un ruolo chiave Carlo Digilio, un esperto in esplosivi che (e suo dire inconsapevolmente) avrebbe collaborato all´allestimento degli ordigni. Inoltre il principale tra i pentiti del processo di Milano, Martino Siciliano, compare anche nell´indagine bresciana.
L´analogia più forte è nell´andamento parallelo, fin dalle origini remote, delle due vicende giudiziarie. Così come per piazza Fontana, anche per Brescia ci fu, negli anni successivi ai fatti, un momento in cui le indagini imboccarono la pista giusta (o almeno quella che oggi, sulla base di molti elementi in più, è considerata tale). Per la strage di Milano i due nomi chiave erano quelli di Freda e Giovanni Ventura, per quella di Brescia fu sospettato Cesare Ferri, un altro neofascista. Furono tutti assolti con sentenza passata in giudicato e per questa ragione i loro nomi sono rimasti fuori dalle inchieste successive.
Ma mentre la strage di piazza Fontana marca l´inizio della "strategia della tensione", quella di Brescia ne rivela la crisi. In quei cinque anni dal 1969 al 1974 il rapporto tra gruppi di estrema destra e apparati istituzionali, sia pure in modo ambiguo e opaco, era emerso. Proprio tra aprile e maggio del 1974 era esploso il caso del cosiddetto "Sid parallelo", una struttura dove convivevano agenti del servizio segreto militare, imprenditori, reduci della Repubblica di Salò. Una analoga struttura (forse la stessa) è ricomparsa nell´ultima indagine sotto il nome di "noto servizio". Anche il quadro internazionale era mutato con la caduta del regime dei colonnelli in Grecia e, appena un mese prima (25 aprile del 1974) con la Rivoluzione dei garofani e la fine del regime dittatoriale di Salazar in Portogallo.
Mentre nell´attentato di Milano la finalità golpista era prevalente (la strage doveva essere l´occasione per la dichiarazione dello Stato d´emergenza e l´instaurazione d´un governo autoritario), in quella di Brescia si sovrappongono più motivazioni. A esse fa da sfondo la preoccupazione degli ambienti eversivi di destra per il mutato clima politico del paese: due settimane prima (12-13 maggio 1974) si era svolto il referendum sul divorzio.
Gli attentatori di Brescia "parlano" alle istituzioni da cui si sentono traditi (tra gli indagati, nell´inchiesta che sta per chiudersi, c´è anche il generale dei carabinieri Francesco Delfino) e lanciano anche un messaggio di sangue a tutti quelli che hanno deciso di reagire alla violenza. La manifestazione di piazza della Loggia era stata convocata dai sindacati proprio per denunciare il clima che si era creato nella città. Per la prima volta gli stragisti non colpirono a caso ma attaccarono direttamente il loro peggior nemico: i cittadini che volevano cambiare il paese con la sola forza delle idee.ANSA:
QUIRINALE: CIAMPI, INDIVIDUARE RESPONSABILI STRAGE BRESCIA
MESSAGGIO CAPO DELLO STATO AL SINDACO CORSINI
Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha inviato al Sindaco di Brescia, On. Prof. Paolo Corsini, il seguente messaggio:
"La ricorrenza del trentesimo anniversario della strage di Piazza della Loggia rinnova il ricordo delle vittime di un vile attentato, che e' sempre vivo nella coscienza della citta' di Brescia e di tutta la nazione.
"E' un ricordo che impone l'obbligo di ribadire l'impegno per individuare i responsabili e per assicurare misure adeguate in favore delle incolpevoli vittime e dei loro familiari.
La memoria, infatti, costituisce oltre che un dovere, il fondamento dell'identita' collettiva di un popolo: i tragici fatti del 28 maggio 1974 devono essere un monito capace di rafforzare il comune impegno in difesa dei valori della democrazia, secondo un'etica civile che renda sempre piu' saldo e vitale il rapporto fra societa' e istituzioni.
Con questi sentimenti invio a lei signor sindaco, ai familiari delle vittime, alle autorita' presenti e a tutti i partecipanti un saluto solidale".
Lo rende noto un comunicato del Quirinale.28 maggio 2004 - BATMAN RICOSTRUISCE LA STRAGE DI BRESCIA
"Il Barbiere della sera"
28.05.2004
Una memoria corta trent'anni
di Batman
Piazza della Loggia è una storia che ogni anno esce da un cassetto, un po' come quando si fa il cambio di stagione, porta con se quell'odore di naftalina che disturba l'olfatto, come un vecchio maglione, da secoli nell'armadio, che per motivi incomprensibili non si riesce a buttare anche se è infeltrito, orrendo o semplicemente fuori moda. Oggi è un buon giorno per riprovare a raccontarla.
Potrebbe cominciare con "era un bel mattino di maggio di trent'anni fa...", ma non lo è: piove, fa freddo e la gente si accalca ancora di più per scaldarsi.
Intorno, anche in quell'uggiosa giornata di primavera, la piazza è bella: ad ovest, di fronte alla folla, si trova il palazzo del municipio costruito mentre Colombo raggiungeva l'America, alle spalle si trovano i portici con la torre dell'orologio e le sue statue di bronzo che da secoli non battono più la campana, sul lato meridionale si affacciano palazzi in stile veneziano sulle cui pareti sono murate lapidi di marmo di epoca romana su cui ancora oggi sono leggibili le iscrizioni che il professore di latino ci mandava a tradurre ai tempi del liceo.
Mi piace pensare che i presenti contemplino anche questo insieme, ma l'attenzione è rivolta piuttosto verso il centro della piazza dove qualcuno, parlando dal palco, dà voce alla rabbia di quanti hanno assistito impotenti ad un'impressionante escalation di attentati dinamitardi contro sedi di partito, sindacati, supermercati e culminata - solo pochi giorni prima - con la grottesca morte di uno dei responsabili.
Si chiamava Silvio Ferrari, diciotto anni e una passione - si dice - per il lancio di bottiglie incendiarie sui cortei di operai. Probabilmente quel giorno le sospensioni della sua Vespa avevano reagito male ad una buca, peggio, molto peggio, l'aveva presa l'esplosivo che portava con se.
E' già un anno difficile questo: il referendum sul divorzio, le polemiche sulla nazionale che andrà ai mondiali, il sequestro Sossi, qualche tentativo di colpo di Stato e poi c'è questa città di provincia, apparentemente lontana dai grandi eventi, che da qualche tempo respira un'atmosfera strana e tesa.
La gente si è radunata per ascoltare, per protestare o è solo di passaggio, ma piove e molti cercano riparo sotto i portici dove altrimenti ci sarebbe un cordone di carabinieri.
"Che ore sono?" - chiede qualcuno - "le dieci e ...".
Chissà che odore lascia il tritolo, io non l'ho sentito, abitavo a qualche centinaio di metri e poi non avrei potuto ricordarlo perché all'epoca avevo solo quattro anni, ma neppure il magistrato che poche ore dopo arriva sul luogo dell'esplosione lo può sentire perché il vicequestore - sgombrati otto cadaveri straziati e un centinaio di feriti - ha appena chiamato i pompieri e fatto ripulire la piazza con le autopompe. Non sarà più ritrovata l'arma del delitto, come nei migliori gialli.
Quattro sentenze e un funerale
La circostanza all'inizio non sembra essere così rilevante giacché l'ufficiale dei carabinieri preposto alle indagini - il capitano Francesco Delfino - ha già imboccato un'unica e precisa direzione che porta ad un eccentrico balordo locale - Ermanno Buzzi - e all'eterogeneo ambiente neofascista a cui appartiene che comprende piccoli delinquenti e rampolli di buona famiglia.
Buzzi non è noto come un tortuoso stratega o una raffinata mente politica, bensì come pregiudicato per reati comuni, mitomane, persino informatore dell'Arma.
Nel suo entourage - oltre al defunto Silvio Ferrari - spiccano in particolare i nomi di due personaggi di varia umanità: Ugo Bonati - nessun lavoro e qualche precedente per furto- che si rende prontamente disponibile come testimone dell'accusa (per poi - finito anch'egli accusato - scomparire di scena) e Angelo Papa, un diciottenne disadattato che fino a quattordici anni frequentava ancora la quinta elementare (non è una battuta).
Quest'ultimo dopo dieci minuti di interrogatorio di Delfino, confessa - salvo in seguito ritrattare - di essere stato lui a piazzare la bomba nel cestino dei rifiuti.
Insistendo un po' forse avrebbe confessato anche di aver sparato a Kennedy (questa invece è una battuta).
Nel ricostruire questi fatti qualcuno scriveva pochi anni fa ad un giornale: "la prima scellerata istruttoria fu depistata dalle dichiarazioni di Ugo Bonati che, pur essendo reo confesso, era stato manipolato dall'allora capitano Delfino [...] alla fine venne però perseguito come autore [...] ma il Bonati divenne latitante dopo avere ricevuto in un campo di aviazione del meridione, da un distinto signore venuto da Milano, un milione di lire e forse anche documenti falsi di identificazione. E scomparve definitivamente."
La persona che scrive è un giudice - Giovanni Arcai - il cui figlio figura inizialmente tra gli indagati e che nel 1974 sta da qualche tempo conducendo indagini sul Mar (Movimento azione rivoluzionaria) di Carlo Fumagalli, gruppo della destra eversiva con cui alcuni accusati avevano stretto rapporti: la situazione venutasi a creare fa sì che il magistrato sia trasferito per incompatibilità ambientale, evento che contribuirà a pregiudicare anche l'inchiesta da lui condotta.
La domanda - una delle troppe - che allora ed in seguito tanti si posero è perché lo stesso Delfino, che aveva prima condotto un'operazione (denominata - con discutibile fantasia - "stella del Mar") culminata con numerosi arresti verso appartenenti all'organizzazione, avesse poi focalizzato le indagini sull'attentato esclusivamente su dei balordi locali omettendo di approfondire i collegamenti di questi non solo con i Mar, ma anche con esponenti del disciolto Ordine Nuovo, in particolare con il gruppo "La Fenice" di Milano.
Dopo cinque anni - nel 1979 - in Corte di Assise si arriva alla prima sentenza: dei sedici rinviati a giudizio per il reato di strage, vengono condannati all'ergastolo Buzzi e Papa, scagionati tutti gli altri.
Nel 1982- anno che tutti ricordano perché vinciamo finalmente un mondiale - in appello vengono assolti con formula dubitativa anche gli unici due condannati: peccato per Buzzi che non ne possa gioire perché, alla vigilia dell'inizio del dibattimento, viene trasferito nel carcere di Novara dove, sul giornale stampato dai detenuti neofascisti (direttore Sergio Latini), nella rubrica "Ecrasez l'infame" si legge la sua condanna a morte per essere stato informatore dei carabinieri. Passeggiando nel cortile del carcere viene macabramente assassinato dai terroristi neri Concutelli e Tuti: prima lo strangolano, poi - in sfregio - gli schiacciano gli occhi.
Nella sentenza Buzzi verrà definito "un cadavere da assolvere".
Tirando le somme, di otto anni di indagini e processi (sorvolando - per brevità - sugli ulteriori gradi di giudizio) ci rimane un morto in più, un altro capo di imputazione per omicidio e nessun colpevole. La palla rotola mestamente al centro.
Insorgenze argentine
Si riparte da un nuovo filone d'inchiesta (poi diviso in due istruttorie): la testimonianza di un pentito - raccolta dai magistrati di Firenze che stanno indagando sugli attentati ferroviari avvenuti in Toscana negli stessi anni - indica nuovamente che la strage possa essere avvenuta sotto la supervisione operativa degli ordinovisti milanesi del gruppo "La Fenice" ed in particolare di Cesare Ferri, che già nel corso del primo procedimento era stato indicato da diversi testimoni come presente sul posto nei giorni immediatamente precedenti l'attentato.
La persona informata di questi fatti dall'ex compagno di carcere - ora defunto - Ermanno Buzzi, è Gianni Guido, evaso dal penitenziario di San Gimignano, ma detenuto a Buenos Aires per possesso di passaporto falso.
Quando il giudice istruttore Gianpaolo Zorzi predispone la trasferta oltreoceano per incontrarlo ed ottenerne l'estradizione, avviene un fatto singolare: gli inquirenti argentini vengono informati dall'ambasciata italiana che i magistrati hanno chiesto un rinvio dell'udienza di cui avevano già fissato la data e accettano in buona fede - come si dimostrò poi - di spostare l'interrogatorio il mese successivo.
Si può ben immaginare l'assoluto sconcerto dei magistrati bresciani nello scoprire - alla vigilia di questo incontro - non solo di non essere mai stati informati dall'ambasciata di quella prima udienza per la quale avrebbero - qui il condizionale è d'obbligo - chiesto il rinvio, ma anche che in quel lasso di tempo Gianni Guido è evaso: con il trucco della procurata infermità viene fatto fuggire dall'ospedale del carcere. Anche di lui non si saprà più nulla.
Scriverà il giudice istruttore a proposito dell'episodio: "nel meccanismo si iscrive qualcosa di fortemente "anomalo": un qualcosa che fa letteralmente venire i brividi (soprattutto di rabbia) in quanto si propone quale riprova (se mai ve ne fosse bisogno) dell'esistenza e costante operatività di una rete di protezione pronta a scattare in qualunque momento e in qualunque luogo".
La sentenza di primo grado del 1987 - relativa alla prima delle due istruttorie - e il successivo grado di giudizio, porteranno all'assoluzione per insufficienza di prove dei principali imputati (Ferri, Stepanoff, Latini): è il capolinea di una lunga vicenda di testimonianze svanite o ritrattate, reticenze, alibi costruiti e depistaggi, con l'ulteriore sberleffo per i giudici di un rimborso di cento milioni chiesto ed ottenuto da Ferri per ingiusta detenzione.
Analoga sorte avrà l'altra istruttoria, riguardante coimputati secondari e terminata nel 1993 , della quale però ci rimane la sentenza del giudice Zorzi che - nel dispositivo - fa per la prima volta intendere in modo inequivocabile come - man mano si sono cercati elementi di prova sugli esecutori del delitto - sia apparso sempre più chiaro un disegno finalizzato ad inquinare il procedimento con ogni mezzo.
Quello che prima era solo un mormorio è diventato una voce che sempre più apertamente parla di "Strage di Stato", un termine tanto ad effetto quanto forse impreciso nel descrivere quello che è sembrato piuttosto come un sistematico tentativo di nascondere rapporti fra esponenti del terrorismo di matrice neofascista ed apparati deviati dello Stato.
A cena è gradito il nero
Sono molti - oltre al citato episodio in Argentina - gli elementi che alimentano il sospetto di manovre di depistaggio, manifestatesi in alcuni casi anche con vistose omissioni: nella sentenza si parla anche della scoperta di un appunto recuperato dagli archivi del Sid che raccoglie la testimonianza di un informatore ben inserito nei gruppi di estrema destra (la fonte "tritone", al secolo Maurizio Tramonte) e descrive una riunione avvenuta pochi giorni prima della strage in casa di Gastone Romani (all'epoca deputato Msi), in cui l'ospite d'onore è l'esponente più importante di Ordine Nuovo nel Triveneto, il dottor Carlo Maria Maggi.
Immaginiamo la situazione come se si trattasse di una cena fra amici: siamo all'antipasto e l'anfitrione comincia a parlare ai camerati dell'ingiusto scioglimento imposto dal ministro Taviani all'organizzazione per l'accusa di ricostruzione del partito fascista, i convenuti bevono un sorso di Valpolicella per sopire il ricordo, ma - assieme al passato di verdure - ricevono la buona novella che il movimento si è ricostituito sotto un'altra sigla dal nome fortemente evocativo: "Ordine nero" (un brindisi).
Quando arriva il baccalà vengono informati che l'organizzazione potrà contare su molti ex militanti di Ordine Nuovo e su appoggi politici fra cui quello dello stesso Romani e del fondatore del disciolto movimento, Pino Rauti (un'ovazione).
Il meglio arriva però fra la bignolata e il caffè quando ai presenti - ormai piacevolmente inebriati - viene spiegata la doppia natura dell'organizzazione: da una parte clandestina - che deve operare nel campo dell'eversione violenta contro obiettivi scelti di volta in volta - e dall'altra palese, avente il compito di sfruttare politicamente le ripercussioni degli attentati operati dal gruppo clandestino allo scopo di aprire un conflitto risolvibile solo con lo scontro armato (un ammazzacaffè).
Un mese e qualche digestivo dopo il nostro oratore avrebbe così commentato quanto poi avvenuto: "quell'attentato non deve rimanere un fatto isolato perché il sistema va abbattuto mediante attacchi continui che ne accentuino la crisi". Due mesi dopo ci sarà anche la strage dell'Italicus.
L'appunto risale al luglio 1974 e in vent'anni non era mai stato trasmesso alla magistratura dai servizi segreti.
Ultimo capitolo?
Facciamo un salto in avanti e torniamo al 1993, quando - chiuso un capitolo giudiziario - si apre un'ultima istruttoria oggi prossima alla conclusione: diversi stralci della precedente inchiesta vengono rinviati alla Procura collegandosi a notizie relative ad altre stragi di quel periodo ed in particolare alle indagini - e conseguenti condanne in primo grado - relative all'attentato di Piazza Fontana.
Il convergere delle testimonianze di Carlo Digilio (armiere di Ordine Nuovo ed ex referente della Cia) e Martino Siciliano (esponente di vertice di ON), sembra saldare numerosi tasselli riguardanti gli ideatori della strage, gli esecutori e i possibili responsabili dei ripetuti depistaggi.
Insieme al già citato Carlo Maria Maggi (condannato in primo grado all'ergastolo per le bombe di Milano e di recente prosciolto in appello) e ad altri personaggi indagati per favoreggiamento come Pino Rauti, Maurizio Tramonte e l'ex generale Francesco Delfino (la cui folgorante carriera è nel frattempo già stata spazzata via dalla vicenda Soffiantini), compare insistentemente - come colui che avrebbe materialmente fornito l'esplosivo - il nome di Delfo Zorzi.
L'uomo, gia salito agli onori della cronaca nell'inchiesta milanese per la quale ha già ricevuto una condanna all'ergastolo poi cassata, pochi mesi fa, per insufficienza di prove, è da anni divenuto un rispettabile cittadino e uomo d'affari giapponese di nome Hagen Roi (singolare - per gli amanti delle curiosità - l'omofonia con il tedesco hakenkreuz, croce uncinata).
Nonostante dieci anni di sforzi da parte di due procure per consegnarlo alla giustizia, si è giunti ad una situazione abbastanza paradossale: da una parte un governo che dovrebbe adoperarsi per ottenere una difficile estradizione (tra Italia e Giappone non esistono trattati in tal senso) e dall'altra l'avvocato difensore di Delfo Zorzi - Gaetano Pecorella - che non solo è presidente della Commissione giustizia della Camera (nonché legale di fiducia dello stesso Capo del Governo), ma è anche colui che viene ora inquisito per aver versato ingenti somme di denaro sui conti del pentito Martino Siciliano per ritrattare tutte le accuse verso il suo assistito e fuggire all'estero.
L'ignoto noto servizio
Ancora una volta, anche a distanza di anni, il caso giudiziario segue in parallelo la strada dello scontro politico e ad avvelenare ulteriormente il clima fra potere politico e magistratura, nel corso dell'ultima istruttoria emerge fra il materiale dell'archivio affari riservati del Viminale un documento di cui ancora non si conosce l'intero contenuto né l'esatto grado di attendibilità, ma che risulterebbe descrivere l'attività di una struttura clandestina e contigua ai servizi segreti, attivamente presente dal dopoguerra fino ai primi anni '90 e chiamata con il nome in codice di Noto Servizio
Nei relativi atti - trasmessi alla fine del 2000 dalla Procura di Brescia alla Commissione Stragi e ancora secretati
- si parla esplicitamente di un "Sid parallelo" composto per lo più da imprenditori, da industriali, da ex ufficiali fascisti e repubblichini, persino da religiosi (tra cui Padre Zucca, famoso per ave