Almanacco dei misteri d' Italia


Strage di Brescia
le notizie del 2005

  
 

20 aprile 2005 - STRAGE BRESCIA: "ZORZI E' DA ARRESTARE"

"Brescia Oggi"

La Corte di Cassazione ha confermato la richiesta di detenzione per il latitante in Giappone. Per i giudici Digilio è attendibile

Strage: "Zorzi è da arrestare"

E l'inchiesta è alle fasi finali: imminente la richiesta di rinvio a giudizio

La Corte di Cassazione ha confermato la richiesta dell'arresto di Delfo Zorzi - l'ex militante veneto di Ordine Nuovo, latitante da tempo in Giappone, dove si è ricostruito una nuova esistenza da imprenditore e si fa chiamare Hagen Roi - per il coinvolgimento nella strage di piazza Loggia, che il 28 maggio del 1974 provocò la morte di otto persone e un centinaio di feriti. La corte di Cassazione ha confermato che Zorzi deve essere arrestato per la morte di Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi Milani, Clementina Calzari e il marito alberto Trebeschi, Euplo Natali, Bartolomeo Talenti, Luigi Pinto e Vittorio Zambarda.

Respinto il ricorso presentato da Zorzi alla Suprema Corte contro l'ordinanza emessa dal Tribunale della liberta di Brescia, che il 5 ottobre 2004,aveva ratificato la richiesta della misura cautelare in carcere disposta dal gip lo scorso 8 luglio.

Invano i difensori dell'ex militante di estrema destra - avvocati Antonio Franchini e Paolo Tebaldi - hanno cercato di mettere in discussione l'attendibilita di Carlo Digilio, il principale accusatore di Zorzi. Per la Cassazione "l'attendibilita di Digilio è stata compiutamente valutata" e non "può avere alcun rilievo determinante la sua ritenuta inattendibilita in altri processi, aventi oggetto e sviluppo diversi".

Il riferimento dei supremi giudici - sentenza 14611 - è al fatto che le accuse mosse da Digilio, sempre nei confronti di Zorzi ma in relazione alla strage milanese di Piazza Fontana, non sono state credute dai giudici di secondo grado che l'estate scorsa hanno assolto tutti gli imputati. Ma su quell'assoluzione, che ha creato parecchio scalpore, non è ancora calata la parola fine, perchè proprio in Cassazione pende il ricorso del sostituto procuratore di Milano, Laura Bertolè Viale.

Zorzi dopo una condanna all'ergastolo è stato assolto in appello per la strage milanese di Piazza Fontana, ma per la strage di piazza della Loggia la terza inchiesta condotta dal procuratore aggiunto Roberto Di Martino e dal sostituto procuratore Francesco Piantoni è alle fasi finali e dovrebbe chiudersi con la sua richiesta di rinvio a giudizio, oltre che di Carlo Maria Maggi e di Maurizio Tramonte, colonne portanti della colonna veneta di Ordine Nuovo. Sull'inchiesta (la terza aperta sulla strage) il procuratore aggiunto Di Martino e il pm Piantoni stanno lavorando dal '93. Sono stati accumulati 6 mila verbali di interrogatorio e più di 500 faldoni di atti di indagine. La richiesta di rinvio a giudizio pare ormai imminente per i tre principali indagati. Maggi è un medico di Mestre, ormai quasi settantenne e molto malato, pure lui ex di Ordine nuovo e condannato e assolto in appello per piazza Fontana. Tramonte è una delle nuove "basi" dell'inchiesta sulla strage bresciana: è stato informatore del Sid, il servizio segreto civile, con il nome di "Fonte Tritone" e era pure lui attivo nelle organizzazioni radicali dell'estrema destra veneta.

La ricostruzione, per quanto possibile. è tutta di matrice veneta e si basa sui racconti di Tramonte e del collaboratore di giustizia Digilio, oltre che referente per la Cia in Veneto con il nome di "zio Otto".

Zorzi si sarebbe occupato degli aspetti tecnici e dell'esplosivo, lasciando a Maggi l'organizzazione dell'attentato. La bomba sarebbe stata confezionata a Mestre o Venezia e consegnata, in una valigetta 24 ore, a Marcello Soffiati (ordinovista ormai scomparso) che l'avrebbe consegnata a chi avrebbe poi dovuto metterla in piazza.

Secondo "Fonte Tritone" fu Maggi a scegliere chi dovesse piazzare l'ordigno. E scelse Giovanni M., ordinovista di Rovigo, arrestato e poi assolto per la strage di Bologna e morto negli anni '90.w.p.

3 maggio 2005 - CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA, CONFERMATE ASSOLUZIONI
ANSA:
CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA, CONFERMATE ASSOLUZIONI
La seconda sezione della Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla procura di Milano e dalle parti civili contro le assoluzioni dei tre neofascisti, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, condannati all’ ergastolo in primo grado per la strage di piazza Fontana.
Inoltre, la Cassazione ha condannato le parti civili - tra le quali i familiari delle vittime, la Provincia di Milano e Lodi e il Comune di Milano - al pagamento delle spese processuali. 
La Seconda sezione penale della Cassazione ha posto la parola ‘fine’ all’undicesimo e definitivo processo per la strage di Piazza Fontana, dopo circa otto ore di camera di consiglio.
Per conoscere le motivazioni di questa decisione, bisognera’ attendere almeno 30 giorni. Questo, infatti, il lasso di tempo che hanno, di norma, i consiglieri per depositare le motivazioni dei loro verdetti. In casi particolarmente complicati, il periodo puo’ essere prorogato.
   A scrivere il verdetto su Piazza Fontana sara’ il consigliere
Alberto Macchia che in passato ha condotto alla Procura di Roma molte indagini sul ‘terrorismo nero’, lavorando in pool insieme ai giudici Giancarlo Capaldo, Loris D’Ambrosio, Pietro Giordano e Michele Guardata. Il pool romano raccolse l’eredita’ delle indagini lasciate aperte dal giudice Mario Amato, ucciso dai neofascisti.

PIAZZA FONTANA: TUTTI ASSOLTI,CALA SIPARIO SULLA STRAGE
CASSAZIONE CONFERMA VERDETTO APPELLO PER ZORZI, MAGGI E ROGNONI
La Cassazione conferma le assoluzioni decise in appello nel 2004 per i tre neofascisti - Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni - condannati in primo grado all’ ergastolo per la strage di Piazza Fontana e fa calare il sipario su una delle pagine piu’ nere della storia del’ Italia Repubblicana.
Dopo 11 processi, si chiude definitivamente senza risposte la vicenda giudiziaria per individuare i responsabili dello scoppio della bomba che a Milano il 12 dicembre 1969 a Milano provoco’ 17 morti e 85 feriti. I giudici della seconda sezione della Cassazione sono rimasti in camera di consiglio otto ore per decidere di respingere il ricorso presentato dalla procura generale di Milano e dalle parti civili contro le assoluzioni, e condannare le parti civili - tra le quali i familiari delle vittime, la Provincia di Milano e Lodi e il Comune di Milano - al pagamento delle spese processuali.
Il verdetto a molti lascia l’ amaro in bocca e riapre antiche ferite. L’ unico ad esultare per la sentenza e’ Carlo Maria Maggi. “Nonostante le accuse infamanti, che per anni mi hanno perseguitato, ho sempre avuto dalla mia parte i miei pazienti, con i quali stasera vado a brindare - ha detto il medico veneziano di 77 anni -. E’ incredibile come dei giudici, che sono persone perbene, per tanti anni abbiano creduto alle menzogne grossolane di un poveraccio come Carlo Digilio”.  Maggi, infine, si “equipara” alle vittime della strage e dice di non “sentirsi per niente risarcito da questa tardiva assoluzione definitiva”.
Di ‘familiari nauseati” parla Federico Sinicato, l’ avvocato che ha rappresentato in tutti i gradi di giudizio i parenti delle vittime. “Avevamo presentato - spiega - altri riscontri e altri documenti alle prove, contro gli stragisti la Cassazione non le ha volute leggere. E’ un altro pezzo di storia coperto dal mistero”.
“Ora non c’e’ piu’ niente da fare: il discorso su piazza Fontana e’ definitivamente chiuso. Rimane l’ amarezza per una strage, ufficialmente, senza colpevoli”, aggiunge il professor Franco Coppi, difensore di alcuni familiari delle vittime.  “Questo verdetto me lo aspettavo, lo temevo anche se naturalmente - commenta - un po’ delusione c’e’ lo stesso anche perche’ la lunghezza della camera di consiglio faceva ben sperare”.
Dice di non potersi sentire contento della decisione e di aspettare le motivazioni (per le quali bisognera’ attendere almeno 30 giorni) per valutarla l’ avvocato dello Stato Massimo Gannuzzi, che ha rappresentato in Cassazione la presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Interno.
“E’ la decisione di una Corte di legittimita’ che ha agito secondo diritto: ed e’ l’ultima parola su Piazza Fontana, a meno che non emergano altre prove, cosa che mi pare difficile”, commenta, invece, il sostituto procuratore generale della Cassazione, Enrico Delehaye, subito dopo la lettura del verdetto.
Per il sostituto procuratore generale di Milano, Laura Bertole’ Viale, che in corte d’assise d’appello aveva chiesto l’ ergastolo per i tre imputati, e  aveva fatto ricorso in Cassazione contro le assoluzioni, gli elementi per ritenere responsabili gli imputati erano piu’ che sufficienti “ma evidentemente  e’ destino che quell’episodio, che segno’ la storia del nostro Paese, non trovi un chiarimento definitivo”.
Non si e’ fatto attendere anche il commento degli anarchici che parlano di “cronaca di una ingiustizia annunciata”. “La decisione su piazza Fontana e’ il rovesciamento tra vittime e carnefici, di carnefici assolti e le vittime che restano vittime senza il riconoscimento dell’ ingiustizia subita”, dice Mauro Decortes, portavoce del Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa Milano. Decortes, che e’ stato amico di Pietro Valpreda, aggiunge che domani alle 11, con gli esponenti dell’ Osservatorio Democratico, gli anarchici del Circolo terranno una conferenza stampa sulla questione davanti alla lapide che ricorda Giuseppe Pinelli in piazza Fontana. “Come anarchici - ha aggiunto - non possiamo che ribadire che la strage di Piazza Fontana resta una strage di stato. Cosi’ come ribadiamo l’innocenza di Valpreda e il fatto che Pinelli fu assassinato.  La sentenza della Cassazione e’ un esempio emblematico per ricordare che ci sono state e che ci sono ingiustizie”.
Il gip di Milano, Guido Salvini, che da giudice istruttore segui’ le piu’ importanti inchieste sull’eversione di estrema destra, resta dell’ idea che nonostante la conferma delle assoluzioni per i tre imputati, gli attentati del 12 dicembre del ‘69 furono opera dei gruppi di Ordine Nuovo. “La verita’ giudiziaria non si esaurisce sempre nella condanna dei singoli responsabili - commenta Salvini -. Mi sembra che la sentenza di Appello che ha assolto i singoli imputati abbia affermato chiaramente che gli attentati del 12 dicembre, come quelli precedenti, furono opera dei gruppi di Ordine Nuovo e questo rimane cosi’ un punto fermo. Nel caso di piazza Fontana resta in piu’ anche la provata responsabilita’ di Carlo Digilio, che era di Ordine Nuovo e non certo anarchico, la cui dichiarazione di colpevolezza contenuta nella sentenza di primo grado seguita da dichiarazione di prescrizione per la sua collaborazione, non e’ stata toccata dalle sentenze successive”.

CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA; IL DISPOSITIVO DELLA SENTENZA
Ecco il dispositivo della sentenza emessa, stasera, dalla Seconda sezione penale della Cassazione:
“Annulla senza rinvio la sentenza impugnata nei confronti di Tringali Stefano perche’ il reato e’ estinto per prescrizione.  Rigetta il ricorso del procuratore generale e i ricorsi delle parti civili: presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell’Interno, Comune di Milano, Provincia di Lodi, Provincia di Milano nonche’ di tutte le altre parti civili (ndr i familiari delle vittime); ricorsi proposti nei confronti di Maggi Carlo Maria, Zorzi Delfo e Rognoni Giancarlo”.
Infine il dispositivo “Condanna tutte le predette parti civili ricorrenti in solido al pagamento delle spese processuali”.

CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA; AVV STATO, NON SONO CONTENTO
ROMA, 3 MAG - “Non posso essere contento di questa decisione. Tuttavia, per valutarla, attendo di conoscere le motivazioni dei giudici della Seconda sezione penale”. Questo il primo commento - subito dopo la lettura del verdetto - espresso dall’avvocato dello Stato, Massimo Gannuzzi, che ha rappresentato in Cassazione la presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Interno.
Giannuzzi aveva chiesto alla Suprema Corte di accogliere il ricorso presentato dal sostituto procuratore generale di Milano, Laura Bertole’ Viale, e dalle parti civili, contro l’assoluzione pronunciata in appello per i tre neofascisti Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, condannati all’ergastolo in primo grado.

CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA; AVV STATO, UN DOVERE ESSERE QUI
ROMA, 3 MAG - “In questo processo per la strage di Piazza Fontana rappresento le istituzioni e, per me, e’ un dovere essere qui perche’ questa vicenda ha segnato la storia del nostro Paese”. Cosi’ Massimo Giannuzzi, l’avvocato dello Stato che rappresenta il Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Interno, ha spiegato il significato della sua presenza davanti all’aula chiusa della II Sezione Penale della Cassazione, dove i supremi giudici sono ormai chiusi da 8 ore.  L’avvocato Giannuzzi e’ stato molto presente durante tutte le varie fasi dell’udienza in Cassazione per la strage di Piazza Fontana, iniziata lo scorso giovedi’. L’avvocato dello Stato e’ appena ritornato in Cassazione, dalla sede dell’Avvocatura dello Stato, proprio per essere presente alla lettura del verdetto della Cassazione.

4 maggio 2005 – PIAZZA FONTANA: DAI GIORNALI
“La Repubblica”
L´INTERVISTA
L´ex procuratore di Milano: tanti anni di indagini fra ogni tipo di ostacoli
L´emozione di D´Ambrosio: "Ma l´eccidio fu di Stato"
FERRUCCIO SANSA
MILANO - «Com´è andata?». Gerardo D´Ambrosio mantiene il controllo, ma la voce tradisce l´emozione. Del resto l´ex procuratore capo di Milano ha dedicato anni a cercare la verità su piazza Fontana.
Li hanno assolti, dottor D´Ambrosio.
«Era prevedibile. In fondo i giudici questa volta non erano chiamati a pronunciarsi sul merito, ma dovevano solo verificare che non ci fossero difetti di motivazione nell´appello».
Ma lei se lo aspettava?
«In questa vicenda c´è sempre stata la volontà di non arrivare fino in fondo. Quando eravamo a un passo dalla verità ci hanno eccepito il segreto politico e militare. Abbiamo incontrato ostacoli di ogni tipo. Anche la Cassazione».
Quest´ultima decisione?
«No, parlo di molte scelte passate. La Cassazione ha avuto un ruolo molto pesante in questa vicenda. Nel 1974 con due ordinanze fermò il processo. Anche quando Giannettini, agente del Sid, si costituì e decise di parlare con noi: in tutta fretta ci fu tolto il processo».
Ma ci sono altre ombre su questa inchiesta infinita. Quali?
«La polizia ha fatto decine di errori. E tutti a favore dei neofascisti. Il 12 dicembre prese l´assurda decisione di far saltare l´unica bomba rimasta inesplosa, distruggendo così tutte le prove. Poi ci fu l´arresto abusivo degli anarchici Valpreda e Pinelli. Loro non c´entravano con la strage».
Ormai la vicenda giudiziaria è finita: tutti assolti. Nessuna verità.
«Questo non è vero. La verità storica è stata accertata. Sul finire degli anni 60 alcuni settori dello Stato - servizi segreti (Sid), vertici militari e alcuni uomini politici - pianificarono l´uso di terroristi di estrema destra per frenare l´avanzata della sinistra. Si volevano spaventare i moderati. Ecco, tutto questo è stato accertato, anche nei processi di Catanzaro e Bari».
Trentasei anni, ma alla fine nessuno condannato. Nemmeno i neofascisti.
«Ma le nostre prove spinsero Ventura a confessare le bombe sui treni. E Freda ha scontato una condanna definitiva per gli attentati che hanno preparato il 1969».
Nessuna condanna, non si sente un po´ sfiduciato?
«Questo è un altro dei misteri d´Italia. Ma dopo 45 anni di magistratura niente più mi sorprende. E comunque no, io non perdo fiducia nella giustizia».

“Il Corriere della sera”
Da Valpreda ai timer di Freda 35 anni tra sospetti e depistaggi
LA RICOSTRUZIONE
La strage di piazza Fontana resta impunita. Dopo 36 anni la giustizia dello Stato non è riuscita a ottenere neppure una condanna per l' eccidio ( 17 morti e 85 feriti) che ha segnato l' inizio del terrorismo politico in Italia. Il solo colpevole teorico ( non punibile per prescrizione), secondo la sentenza confermata ieri dalla Cassazione, è Carlo Digilio: l' unico terrorista pentito di Ordine nuovo. La bomba del 12 dicembre 1969 devasta il salone gremito di innocenti della Banca nazionale dell' agricoltura fermandone l' orologio alle 16.37. In pochi minuti scoppiano altre 3 bombe a Roma e a Milano se ne scopre una quinta inesplosa. La polizia e l' Ufficio affari riservati indirizzano subito le indagini contro gli anarchici. La mattina del 15 dicembre Pietro Valpreda viene arrestato come « presunto esecutore » . La stessa notte Giuseppe Pinelli muore sotto interrogatorio precipitando da una finestra della questura: l' inchiesta esclude l' omicidio, ma conferma che fu vittima di un « arresto abusivo e violento » . Il 17 maggio ' 72 Ovidio Bompressi uccide il commissario Luigi Calabresi, additato da Lotta Continua ( senza alcuna prova) come responsabile della morte di Pinelli. Dopo tre anni di carcere, Valpreda viene assolto già in primo grado per insufficienza di prove. Anche l' ultima sentenza ( da ieri definitiva) riconferma che era innocente e fu incastrato da depistaggi raffinatissimi. La pista anarchica frana a partire dal 1971, grazie a una scoperta casuale: ristrutturando una casa a Castelfranco Veneto, i muratori trovano un arsenale nella soffitta di un vicino, che è un neofascista. La svolta fa riemergere dagli archivi la testimonianza dell' insegnante Guido Lorenzon, che subito dopo la strage accusò Giovanni Ventura di avergli confessato le bombe del 12 dicembre ' 69, preannunciandone altre « per favori re un golpe » . I magistrati veneti trasmettono gli atti a Milano, dove il giudice D' Ambrosio e i pm Fiasconaro e Alessandrini ( poi ucciso da Prima Linea) raccolgono prove contro la cellula di Ordine nuovo padovana, capeggiata da Franco Freda. L' istruttoria accerta, tra l' altro, che la valigia con la bomba inesplosa ( fatta scoppiare dalla questura con scelta « disastrosa » ) era stata venduta in un negozio di Padova a una persona simile a Freda e che la polizia lo sa peva, ma lo ha nascosto. Sempre Freda ha acquistato una partita di « timer a deviazione » identici a quelli del 12 dicembre. Nel ' 73, dopo l' arresto, Ventura confessa gli altri 21 attentati del ' 69, negando solo la strage. Quindi i pm scoprono che « faceva rapporto » a Guido Giannettini, un agente del Sid scappato all' estero con un passaporto dello stesso servizio segreto. La domenica successiva la Cassazione sposta tutti i processi a Catanzaro: « A Milano non c' è un clima se reno per giudicare » . Qui la Corte d' assise infligge l' ergastolo a Freda, Ventura e Giannettini, che in appello e Cassazione sono però assolti per insufficienza di prove. Freda e Ventura risultano colpevoli solo dei 21 attentati preparatori. Condanna definitiva per favoreggiamento anche per il generale Maletti e il capitano Labruna del Sid. Dopo un secondo, inutile processo ai neofascisti Stefano delle Chiaie e Massimiliano Fachini, negli anni ' 90 il giudice Guido Salvini fa ripartire le indagini da un nome emerso a Catanzaro: a preparare le bombe era « zio Otto » , identificato per Carlo Digilio. Rientrato dalla latitanza a Santo Domingo, Digilio si pente e accusa Carlo Maria Maggi, arrestato nel ' 97 come mandante, e Delfo Zorzi, presunto esecutore, latitante in Giappone. Altri testimoni chiamano in causa come basista il milanese Giancarlo Rognoni, già condannato a 15 anni per una bomba sul treno del 1973. In primo grado, nel 2001, la Corte d' assise infligge tre ergastoli. Ma in appello, nel 2004, i nuovi giudici scagionano Rognoni con formula piena e assolvono Zorzi e Maggi « perché la prova è rimasta incompleta » . Nelle motivazioni, il presidente Pallini considera Digilio attendibile quando accusa se stesso, ma non credibile contro Zorzi e Maggi, rimarcando « il grave ictus che nel ' 95 ne ha compromesso la memoria » e denunciando « l' oggettiva influenza » dei suoi « colloqui con i carabinieri » . La stessa sentenza, ora definitiva, considera « pienamente attendibili i nuovi testimoni » , dall' elettricista Tullio Fabris all' ex ordinovista Martino Siciliano, che « inchiodano Freda e Ventura alle loro responsabilità per la strage » , che però valgono solo per gli storici: per la giustizia, il loro processo è ormai finito a Catanzaro. Per sempre.

 IL PRESIDENTE PALLINI Digilio? Un ictus ha compromesso la sua memoria, è influenzato dai carabinieri
 IL TESTE LORENZON Ventura mi disse che dopo le bombe del 1969 altre erano pronte per favorire un golpe
Biondani Paolo «nessuna verità? Falso, sappiamo chi è stato»
L' ex legale di Valpreda: anche nei Ds e nella sinistra su questo si sbaglia
C A L V I
ROMA - « Purtroppo non deve meravigliare che, adesso, le parti civili siano costrette a pagare anche le spese processuali. E' una conseguenza inevitabile » . E' un avvocato navigato il senatore dei Ds Guido Calvi che nel 1969 assunse la difesa dell' anarchico Pietro Valpreda e insieme a lui, fino all' assoluzione del 1985, ha visitato molte aule giudiziarie a Catanzaro, a Bari, a Roma. E in tanti anni Calvi ha maturato un convincimento: « C' è un' attitudine sbagliata, anche nell' opinione pubblica di sinistra e nel mio partito, nel dire che sulla strage di piazza Fontana non è stata accertata la verità. Non è così. E bisognerebbe leggerle tutte le sentenze, perché è certo che la matrice era quella della cellula eversiva veneta e che vi è stata una collusione con i servizi deviati che hanno depistato le indagini. Con questi ostacoli, il grado di verità raggiunto è alto » . Però, 35 anni dopo, con le ultime assoluzioni non ci sono colpevoli. « In tutti questi anni vi è stato un impegno straordinario della magistratura e degli avvocati. Per piazza Fontana, i giudici della Corte di Assise di Appello di Milano hanno scritto che le responsabilità di Freda e Ventura, ritenute accertabili, purtroppo sono coperte dal principio ne bis in idem. Freda e Ventura sono stati assolti per insufficienza di prove però i giudici di appello di Milano hanno ritenuto che, probabilmente, quella era la verità che si poteva perseguire » . E questo le basta per ritenere valida la pista neofascista? « Fr eda e Ventura non sono stati condannati soltanto per reati associativi, ma anche per alcuni attentati compiuti nel 1969: dai treni all' Ufficio cambi. Condannati per molti episodi tranne che per la Banca nazionale dell' Agricoltura, per la quale sono stati assolti per insufficienza di prove » . C' è chi avanza ancora dubbi su Valpreda, che alla fine fu assolto per insufficienza di prove. « Il procuratore generale di Bari impugnò l' assoluzione per insufficienza di prove chiedendo la formula piena con una motivazione di centinaia di pagine. Poi la sezione della Cassazione presieduta da Corrado Carnevale non poté accogliere la richiesta. Ma soltanto per una ragione formale » . Il giudice D' Ambrosio dice: « Su piazza Fontana chiedete ad Andreotti » . Condivide? « No, non condivido. E poi noi, Catanzaro, lo abbiamo anche interrogato Andreotti... » .
Martirano Dino

«Chi doveva trovare i colpevoli ha fallito»
L' ex difensore di Zorzi: pentiti usati male, dovevano fare verifiche
P E C O R E L L A
MILANO - Avvocato Gaetano Pecorella, lei ha difeso Delfo Zorzi. Processo vinto. Soddisfatti? « Non è una questione di soddisfazione. Non c' erano prove quando il processo è cominciato, non ci sono oggi. Ancora una volta, dopo anni di sospetti e accuse sulle spalle di innocenti, ci si trova con un nulla di fatto. È possibile che in Italia non si trovino mai i colpevoli? » . Che cosa non ha funzionato nell' accusa? Il pentito? I riscontri? « Questo processo è nato da dichiarazioni di un soggetto malato che già durante le indagini era stato ritenuto non lucido. Digilio ha detto una serie di cose non vere e smentite dai fatti » . Pentito usato male? « Credo di sì. Sarebbe necessario usare i collaboratori di giustizia in modo diverso prima di costruire un' accusa tanto grave e di creare aspet tative e illusioni nelle vittime di reati come questi. Quando il pentito appare poco credibile, bisogna fare verifiche approfondite. Purtroppo accade che ci si innamori di una tesi e si tenga un atteggiamento negativo su qualcuno magari per il suo passato e la sua ideologia » . Non c' era soltanto Digilio. C' era anche Martino Siciliano. « Lui avrebbe ricevuto le confidenze da Zorzi sulla strage una sera di Natale e dopo una buona bevuta. Dichiarazioni smentite dai testimoni » . C' è una verità storica su Piazza Fontana diversa da quella dei tribunali? « Se non si trovano le persone fisiche che hanno commesso un fatto, è arbitrario attribuirlo a un gruppo politico. Per ciò che riguarda Freda e Ventura, ritengo che in quel processo gli elementi raccolti fossero sicuramente più cospicui, più resistenti, ma ci sono stati due gradi di giudizio in cui non si è ritenuto che lo fossero. Fare queste affermazioni può mettere in crisi la credibilità della giustizia » . Dopo quasi 36 anni i familiari delle vittime si ritrovano ancora al punto di partenza. « Sì. C' è purtroppo la sensazione del danno che si aggiunge alla beffa. Ma questa è una regola che vale in qualsiasi processo. Se qualcuno prende l' iniziativa contro qualcun altro e il giudice gli dà torto, il pagamento delle spese processuali è la logica conseguenza. Bisogna chiedersi se fosse stato giusto condannare un innocente pur di avere un responsabile. Io credo proprio di no » .
Guastella Giuseppe

 “Il Messaggero”
GLI IMPUTATI
Zorzi dal Giappone: voglio tornare in Italia, Maggi: stasera festeggio con i miei pazienti
ROMA - Il principale “ex imputato” della strage di Piazza Fontana, il neofascista Delfo Zorzi, «ha il desiderio di tornare in Italia». Lo ha detto Antonio Franchini, legale di Zorzi, che dal 1975 vive in Giappone dove, dal 1989, ha ottenuto la cittadinanza.
Proprio questo requisito - la cittadinanza giapponese - impedisce che Zorzi sia estradato in Italia, «perchè la Costituzione giapponese vieta l'estradizione dei cittadini nipponici», ha spiegato Franchini rispondendo a chi gli domandava se, in caso di riapertura del processo, l'Italia potrebbe ottenere dal Giappone l'estradizione di Zorzi.
Franchini ha anche aggiunto che «se venissero confermate le assoluzioni, si alleggerirebbe la posizione di Zorzi anche per quanto riguarda le indagini sulla strage bresciana di Piazza della Loggia». In particolare, Franchini ha avuto come bersagli della sua arringa «l'inconsistenza» dei ricorsi della Procura di Milano e delle parti civili e ha sottolineato «l' inattendibilità delle principali fonti di prova, il pentito Carlo Digilio e il dichiarante Martino Siciliano».
«Nonostante le accuse infamanti che per anni mi hanno perseguitato - ha commentato Carlo Maria Maggi medico veneziano di 71 anni assolto dalla Cassazione - ho sempre avuto dalla mia parte i pazienti. Brinderò con loro».

 “Il Messaggero”
Calvi: «Non provate le singole responsabilità ma chiarite matrice e finalità degli attentati»
ROMA - Per il senatore Guido Calvi, che fu l’avvocato del primo imputato di Piazza Fontana, l’anarchico Pietro Valpreda, l’assoluzione dei tre neofascisti non va considerata un colpo di spugna.
Avvocato Calvi sono passati 35 anni, ma non sono bastati a far luce sulla strage di piazza Fontana. Gli imputati sono stati assolti e condannati a pagar le spese processuali sono ora i familiari delle vittime. Non è una beffa?
«Dopo la richiesta del Pg di Cassazione la conferma della sentenza di assoluzione di Milano era praticamente scontata. Ma non vuol dire che il processo abbia fatto tabula rasa di quanto è emerso in tutti questi anni. Non sono state provate le responsabilità individuali, ma è ormai chiara la matrice delle stragi e la loro finalità. Nella stessa sentenza della Corte d’appello di Milano si confermava il ruolo dei primi imputati, Freda e Ventura, non più perseguibili dopo l’assoluzione definitiva per insufficienza di prove ma a carico dei quali restano pesanti ombre».
La maggior parte degli imputati di strage sono stati assolti per insufficienza di prove. Come mai?
«Non tutti. Per la strage di Bologna abbiamo la condanna all’ergastolo per Mambro e Fioravanti e si è saliti al livello superiore con la condanna dei militari Musumeci e Belmonte, nonché di Gelli e Pazienza. Per la strage di Peteano abbiamo la condanna del neofascista Vinciguerra. Per la strage di Brescia la condanna di Buzzi, che poi è stato ucciso in carcere...».
Cosa resta dell’inchiesta del giudice Salvini?
«L’impianto, la ricostruzione ambientale che indica la maturazione del progetto stragista negli ambienti della destra eversiva, il ruolo degli apparati deviati. Bisogna avere la pazienza di leggere le sentenze».

 “Il Messaggero”
TROPPI DEPISTAGGI PER TROVARE I COLPEVOLI
di ROBERTO MARTINELLI
PIAZZA Fontana come Ustica, come l'Italicus, come Piazza della Loggia, come le tante, troppe stragi impunite della storia recente del nostro paese. Tutte finite in quell'armadio della vergogna che non fa onore alla nostra giustizia, colpevole di aver indagato su piste alternative e inconciliabili tra loro o affidandosi a testimoni poco attendibili. Undici processi non sono bastati per dare un volto e un nome a chi fece esplodere a Roma e Milano le quattro bombe che dettero il via alla strategia del terrore. Per trentasei anni le sedici vittime della Banca Nazionale dell'Agricoltura hanno atteso invano giustizia e ieri sera sono state addirittura beffate da una sentenza che nega loro per sempre il diritto a qualunque risarcimento.
Era un verdetto annunciato dopo che la pubblica accusa, in contrasto con la Procura generale di Milano, aveva dato forfait sollecitando essa stessa l'assoluzione degli ultimi tre della lunga lista di imputati alternativi di tante inchieste, condannati in primo grado a tre ergastoli ma poi assolti in appello. Furono tre ergastoli virtuali inflitti ad imputati assenti, lontani mille miglia dai nostri confini che uno strano pentito aveva indicato come mandanti ed esecutore della strage. Il silenzio glaciale che ha accompagnato la lettura della sentenza ha cancellato per sempre lo scrosciare dell'applauso che accolse il verdetto di condanna, quattro anni fa nell'aula delle Assise di Milano. Un silenzio che la dice lunga sulla ennesima sconfitta della giustizia italiana e che deve far riflettere tutti, ma soprattutto quei rappresentanti della pubblica accusa che, in perfetta buona fede, ritengono che i pentiti possono assumere nel processo penale il ruolo di testimoni della corona, depositari di verità assolute e non dubitabili. Per non dire di quanti su Piazza Fontana hanno cercato la verità approfondendo piste alternative, per poi seguire senza alcuna esitazione quella del neofascismo. Le bombe che esplosero a Milano e a Roma il pomeriggio del 12 dicembre 1969 furono infatti attribuite prima agli anarchici, poi ai neofascisti veneti e poi ancora agli uomini di Ordine nuovo con la sospettata ma mai provata complicità della Cia.
La sentenza di oggi, che la stessa pubblica accusa ha sollecitato dicendo che non c'erano prove della colpevolezza degli imputati, suggella la fine di una ricerca spasmodica della verità. Nessuna ulteriore indagine sarà d'ora in avanti credibile e sostenibile davanti ad una Corte d’Assise. Anche quella segretissima che tenderebbe ad individuare eventuali responsabilità di misteriosi mandanti occulti che avrebbero manovrato gli imputati appena assolti. E cioè coloro che avrebbero avuto l'interesse ad usare gruppi di estrema destra per alimentare, alla fine degli anni Sessanta, la strategia del terrore per indurre i politici ad evitare qualsiasi spostamento dalla politica filoatlantica che l'Italia aveva seguito fino ad allora.
Una ipotesi scaturita dalla parola dell'ex capo dell'ufficio “D” del vecchio Sid, il generale Gian Adelio Maletti, che in un'intervista di tanti anni fa disse di aver avuto il sospetto che la strategia delle bombe avesse una regia internazionale. Un sospetto che prima di ieri non aveva trovato riscontro alcuno e che oggi, dopo la definitiva sentenza di assoluzione della presunta manovalanza stragista, non ha più ragione di essere formulato neppure a livello di ipotesi. Anche se da parte degli inquirenti di allora si continua ad insinuare che i servizi segreti di quegli anni ebbero un ruolo non secondario nella strage e godettero di coperture politiche.
Se la bomba di Piazza Fontana provocò la morte di sedici persone, altri tre ordigni uguali, sintonizzati tutti alla stessa ora e con identici timer, furono collocati dagli attentatori in quel tragico e freddo pomeriggio di dicembre. Due bombe esplosero a Roma all'Altare della Patria e nei sotterranei della Banca Nazionale del Lavoro ove fecero solo un gran botto e qualche ferito. La terza fu piazzata alla Comit di Milano e venne fatta brillare dagli inquirenti. Come dire che la regia fu la stessa e operò contestualmente su Milano e su Roma ove i responsabili degli attentati dovevano aver avuto una base o dei complici. Un dettaglio di non poco conto che però è stato quasi dimenticato, cancellato dal processo, nel giusto, doveroso e comprensibile rispetto per le vittime di Piazza Fontana. Un dettaglio, però, sul quale almeno gli storici, i soli d'ora in avanti legittimati a interpretare questa brutta pagina della nostra storia, dovrebbero riflettere.

ANSA:
PIAZZA FONTANA: AVV STATO, SPESE DI POCHE CENTINAIA DI EURO
PARTITA DI GIRO TRA AMMINISTRAZIONI STATALI PER PAGARLE
 “Bisogna evitare che le spese di giustizia, che poi complessivamente ammonteranno a poche centinaia di euro, siano accollate ai familiari delle vittime gia’ duramente provati da tutta questa vicenda”. E’ questo il parere dell’avvocato dello Stato, Massimo Giannuzzi, che nell’ udienza in Cassazione - dove ieri sera sono state confermate le assoluzioni dei tre neofascisti accusati della strage di Piazza Fontana - ha rappresentato la Presidenza del Consiglio dei ministri e il Ministero dell’Interno.
Secondo Giannuzzi, e’ “praticabile l’ipotesi che sia lo Stato a farsi carico dell’esborso, con una partita di giro tra le varie amministrazioni costituitesi parte civile in questa vicenda giudiziaria”. Giannuzzi ha inoltre aggiunto che in nessun modo le spese di giustizia - che poi sono spese erariali comprendono “gli onorari delle parcelle dei difensori degli ex imputati: quelle se le pagano di tasca loro Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni”. Oltre a Palazzo Chigi e al Viminale, si erano costituite parte civile le province di Milano e Lodi e il Comune di Milano.

PIAZZA FONTANA:OLGA D’ANTONA,NUOVE REGOLE PER SPESE PROCESSI
Olga D’Antona, dei Ds, chiede nuove regole per le spese processuali, che nel processo di Piazza Fontana sono state imposte alle parti civili.
La parlamentare manifesta per questo “sconcerto e stupore”.  “I magistrati hanno, verosimilmente, applicato regole codificate, ma - prosegue - l’iniquita’ profonda sul piano sostanziale, di quella decisione, non puo’ lasciarci indifferenti”. “Quella decisione nasce, evidentemente, da regole sbagliate e  le regole sbagliate vanno modificate  e cambiate”.
Olga D’Antona indica quindi “il dovere di reagire di fronte al paradosso insopportabile di questa vicenda processuale”.  “La storia recente del nostro paese e’ - afferma la parlamentare - tristemente intrecciata con quella del terrorismo e della violenza politica. Cio’ significa che l’insieme delle norme che  formano il nostro sistema giuridico non puo’ non tenerne conto”.
“Assumiamo pertanto l’impegno, insieme etico e politico, di proporre una nuova disciplina sulle spese processuali, disciplina che esenti le rappresentanze civili nei processi di terrorismo dagli oneri del processo”. “Sara’ un modo - conclude Olga D’Antona - per avvicinare il diritto al comune sentire delle persone per realizzare una giusta tutela per quanti hanno il diritto di sentirsi vicina la collettivita’ nazionale e lo stato che la rappresenta”.

PIAZZA FONTANA: PERPLESSA BERTOLE’ VIALE, PG ‘STRAGI’
DA LEI I RICORSI PER GLI ATTENTATI BNA E QUESTURA DI MILANO
Al terzo piano del palazzo di Giustizia di Milano la considerano ormai il magistrato ‘delle stragi’. Il sostituto procuratore generale Laura Bertole’ Viale ha rappresentato la pubblica accusa nei processi d’appello per la strage di piazza Fontana e per quella attuata da Gianfranco Bertoli davanti alla Questura di Milano. Due dei grandi capitoli della strategia della tensione, fra il 1969 e il 1973, rimasti senza una soluzione.
E’, a suo modo, una giornata particolare per Laura Bertole’ Viale. Ieri la Cassazione ha chiuso definitivamente il capitolo piazza Fontana, rigettando il suo ricorso contro le assoluzioni di Zorzi, Rognoni e Maggi. E’ delusa, anche se non vuol darlo a vedere. “Non posso contestare le decisioni della Cassazione ma resto convinta della validita’ dell’impianto accusatorio” si limita a dire. Per lei la colpevolezza dei neofascisti (questi e quelli assolti definitivamente in precedenza) era fuori discussione, altrimenti non avrebbe chiesto la condanna all’ ergastolo. Ripete, piu’ o meno, le parole pronunciate subito dopo la sentenza della Suprema Corte: “E’ destino che quell’ episodio non trovi un chiarimento definitivo”.
Sessantadue anni, bionda, sempre molto elegante, dotata di un certo fascino, Laura Bertole’ Viale ha trascorso la vita tra codici e pandette anche nell’ambito familiare visto che suo marito, Clemente Papi, era presidente del Tribunale e ancora oggi, a distanza di diversi anni dalla sua scomparsa, alcuni ex collaboratori lo chiamano affettuosamente e con rispetto “il mio presidente”. Lei la strage di piazza Fontana se la ricorda bene: ricorda di essere passata davanti alla sede della Banca dell’ Agricoltura due ore prima dello scoppio che l’avrebbe sventrata facendo 17 morti e 85 feriti, ricorda che quello era un periodo particolare perche’ cinque giorni dopo nacque il suo primogenito.
Prima di arrivare al ruolo di sostituto procuratore generale, a diventare il magistrato ‘delle stragi’, Laura Bertole’ Viale e’ stata giudice al tribunale civile, poi per un lungo periodo ha fatto parte dei collegi giudicanti in campo penale sia in Corte d’assise che in Assise d’appello. Sa, quindi, che bisogna cercare di capire ogni decisione anche contraria alle proprie convinzioni, accettare come ‘atto dovuto’ anche quei dettagli che suscitano un certo scalpore, come in questo caso l’ attribuzione delle spese processuali alle parti civili. Certo, alcune perplessita’ restano: il sostituto pg, ad esempio, si chiede perche’ non abbiano convinto i giudici alcune circostanze che sembravano capisaldi dell’accusa. Domande senza risposta anche perche’ sono ormai episodi di un enorme fascicolo destinato agli archivi.
Ma, a proposito di stragi, Laura Bertole’ Viale si ritrovera’ ad esaminare ancora, a breve, quella avvenuta davanti alla Questura il 17 maggio 1973. La prossima settimana saranno depositate le motivazioni della sentenza che ha assolto, in appello, Carlo Maria Maggi, che e’ anche uno dei prosciolti di ieri. Dopo le 71 cartelle scritte, a suo tempo, per contestare il verdetto assolutorio per piazza Fontana, a giorni dovra’ valutare se e’ il caso di riproporre ancora una volta all’ attenzione della Cassazione la tesi della collaborazione del medico veneziano con Gianfranco Bertoli.

PIAZZA FONTANA: PM MERONI, PROVE ERANO MOLTO CONSISTENTI
Secondo il pm milanese Massimo Meroni, titolare, con la collega Grazia Pradella delle indagini sulla strage di piazza Fontana che portarono alle condanne di primo grado, le prove a carico degli imputati “erano molto consistenti”. “La Cassazione ha giuridicamente sempre ragione ha commentato il pm -. Il nostro ufficio era convinto che le prove fossero sufficienti”.
“I giudici di primo grado - ha proseguito Meroni - hanno avuto l’opportunita’ di sentire i testi, di vederli, di conoscere i fatti vivendoli da vicino. I giudici d’appello hanno elementi di conoscenza minore”. Per il pm la sentenza dell’ appello era comunque “scritta bene e la Cassazione, considerato che la sentenza era motivata logicamente, non poteva fare in modo diverso”.
E’ deluso? “Personalmente non sposo mai le cause - ha risposto - ho la coscienza di avere agito nel modo migliore”.
Meroni e’ rimasto deluso piu’ che altro dall’esito dell’ appello perche’ “quello della Cassazione era prevedibile”.  Secondo il magistrato, “trent’anni fa, forse, c’erano state possibilita’ che non sono state sfruttate, come aver fatto brillare l’unica bomba inesplosa”. Un altro errore fu quello di “indirizzare l’indagine sulla pista anarchica”.
“Ci sono processi - ha aggiunto - in cui la soglia di prova richiesta e’ molto alta: questa era altissima”. “Per noi - ha concluso - le prove nei confronti degli imputati erano molto consistenti”.

PIAZZA FONTANA: FIORAVANTI,FREDA VENTURA POSSIBILI ESECUTORI
 “E’ estremamente ragionevole pensare che siano stati Freda e Ventura i probabili esecutori” della strage del 12 dicembre 1969. Ad affermarlo ai microfoni di Sky tg24, e’ stato Valerio Fioravanti, fondatore dei Nar insieme a Francesca Mambro che ha commentato cosi’ la sentenza assolutoria della Cassazione su Piazza Fontana.
“Mi sembra estremamente ragionevole - ha aggiunto - che a commettere la strage di Piazza Fontana, in quegli anni e in quel contesto, sia stato qualcuno di estrema destra”.

PIAZZA FONTANA: FO, HANNO CANCELLATO TUTTO, CHE SPUDORATEZZA
GROTTESCO NEL GROTTESCO, GIUDICE CONDANNA PARENTI VITTIME
 “Il processo che dura ormai da trent’anni, quello per la strage di Piazza Fontana, e’ stato di fatto cancellato. Non ci sono colpevoli. Non si sa da quale pianeta siano arrivate le bombe”. Per commentare “la notizia che arriva da Milano”, Dario Fo, a Napoli al Teatro Augusteo, per il concerto “Scia Scia””, usa una parola secca, “spudoratezza”.
“Grottesco nel grottesco - aggiunge - il giudice ha condannato i parenti delle vittime, che si erano permessi addirittura di chiedere di fare luce sull’accaduto, come era stato promesso”. Una promessa mai mantenuta, e Fo spiega dal palco ai napoletani, “dopo che si erano presi i processi e portati qua e la’ per tutta l’Italia; dopo che avevamo saputo di intrallazzi vergognosi; dopo che avevamo scoperto organizzazioni che fiancheggiavano i criminali che mettevano le bombe”. “Dopo che si era arrivati a sapere - dice all’apice del climax - nomi e cognomi di generali e colonnelli a Milano, che avevano la possibilita’ di andare a prelevare le truppe dei criminali che mettevano le bombe, con aerei dati in dotazione a questi gruppi dai carabinieri; che poi, ad affare fatto, a crimine eseguito, li riportavano nei luoghi di origine, nella Spagna e nella Grecia”.
Il Nobel continua la sua tirata: “Sappiamo tutto: i giochi; conosciamo persino i nomi dei personaggi della Dc e degli affiancati; ci e’ possibile reperire dichiarazioni scritte, giurate; giudici che hanno portato avanti inchieste. Alla fine la spudoratezza: si arriva a cancellare tutto”. Per Dario Fo e’ difficile trovare altre parole: “Una vergogna, non so come definire, qualcosa di indegno”.
Quindi arriva alla conclusione, citando, “qualcuno che una volta disse: ogni tanto la giustizia ritorna nella sua chiave, quella dell’ingiustizia”.

PIAZZA FONTANA: PER PM BRESCIA, DIGILIO RESTA ATTENDIBILE
LA CASSAZIONE LO RITENNE CREDIBILE NELL’APRILE SCORSO
Per la Procura di Brescia la sentenza della Cassazione che ha assolto gli ex ordinovisti Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi e il neofascista milanese Giancarlo Rognoni non scalfisce la credibilita’ del pentito Carlo Digilio. A spiegarlo e’ il procuratore aggiunto Roberto Di Martino, titolare con il collega Francesco Piantoni della terza inchiesta sulla bomba che causo’ otto morti e oltre 100 feriti il 28 maggio del ‘74.
“Digilio, per quanto riguarda le dichiarazioni rese nell’ inchiesta sulla strage di piazza della Loggia, e’ stato giudicato attendibile dalla Cassazione”, ha spiegato Di Martino, che ha sottolineato come l’armiere di Ordine Nuovo e principale accusatore di Delfo Zorzi sia stato ritenuto attendibile quando la Suprema Corte ha respinto, nell’aprile scorso, il ricorso presentato dai legali di Delfo Zorzi contro l’ordinanza di custodia cautelare chiesta e ottenuta dalla Procura di Brescia. I pm bresciani, inoltre, hanno di recente acquisito un diario che documenterebbe i rapporti tra Digilio e un’altra persona coinvolta nell’inchiesta bresciana.
I rapporti tra Digilio e gli altri indagati per la strage di piazza della Loggia sono stati spesso contestati dai difensori.
Sarebbe imminente, inoltre, la chiusura delle indagini che coinvolgono, oltre a Delfo Zorzi e Digilio, ancora Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte.

5 maggio 2005 – PIAZZA LOGGIA: È SCONCERTO TRA I FAMILIARI
 “Giornale di Brescia”
Milani: «L’attesa è stata vana»
Piazza Loggia: è sconcerto tra i familiari
Roberto Manieri
BRESCIA
«Sdegnati e sconcertati: non abbiamo altro da aggiungere» sottolinea Manlio Milani, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime di Piazza della Loggia commentando la sentenza su Piazza Fontana. «Dopo 36 anni di impegno e dedizione per tenere alta la memoria e con essa rivendicare giustizia e verità, la sentenza di martedì ci riporta al punto di partenza. Anzi peggio, perché confermando la validità della sentenza di secondo grado, dove si legge che la strage è ascrivibile ad un ambiente di destra che ha agito con collusioni di servizi segreti esteri e nazionali, presuppone la partecipazione di apparati dello Stato ad una strategia di morte. E in più va detto che i presunti responsabili non sono perseguibili perché non sono state motivate sufficientemente le accuse, giungendo all’insufficienza di prove. Inquietante poi il fatto che Carlo Digilio,  armiere di Ordine Nuovo e principale accusatore di Delfo Zorzi, sia stato definito dalla Cassazione un personaggio non attendibile, mentre a Brescia lo si consideri affidabile». Ora, mentre tra i familiari delle vittime si diffonde la sensazione che a Brescia si attendesse l’esito della sentenza per procedere nell’inchiesta,  per la Procura di Brescia l’assoluzione degli ex ordinovisti Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni non scalfisce, per l’appunto, la credibilità delle affermazioni del pentito Digilio: a ribadirlo ieri è stato il procuratore aggiunto Roberto Di Martino, titolare con Francesco Piantoni della terza inchiesta sulla bomba del 1974.   Ma intanto - continua Milani - «la verità giudiziaria resta irraggiungibile, anche perché addebitando le spese ai familiari, si è voluto dire a chi dovrà sostenere altri processi, di non costituirsi parte civile, non solo perché non ne vale la pena, ma anche per il rischio dell’onere finanziario dei costi da affrontarsi...».

12 maggio 2005 – VITTIME STRAGI A CIAMPI: SALVIAMO ATTI CATANZARO
“Il Giornale di Brescia”
Le vittime delle stragi a Ciampi: «Salviamo almeno gli atti di Catanzaro»
La Banca nazionale dell’agricoltura di piazza Fontana dopo l’esplosione della bomba
LETTERA APERTA DEL BRESCIANO MANLIO MILANI E DI LUIGI PASSERA
Amarezza, tanta amarezza, ma anche una precisa richiesta, pur non rivolta chiaramente al destinatario. Caro Presidente, dice in sintesi la lettera aperta inviata a Carlo Azeglio Ciampi dai presidenti delle associazioni dei familiari dei caduti nelle stragi di piazza Fontana e piazza Loggia, dopo l’amarezza dell’ennesimo processo concluso senza colpevoli resta almeno una cosa da fare: trovare 50mila euro indispensabili per salvare dalla distruzione gli atti dei vari processo celebrati per piazza Fontana, che si stanno macerando in uno scantinato del Tribunale di Catanzaro. La lettera si apre con un saluto: «La ringraziamo per le parole espresse sulla sentenza per la strage di piazza Fontana...» e prosegue con vari spunti di amarezza: «Amarezza perchè ancora una volta viene negati ai morti, ai familiari e al Paese il diritto alla giustizia. Una mancata giustizia che pesa come un macigno sulla storia di questo Paese e sulle sue istituzioni». Amarezza, scrivono Manlio Milano e Luigi Passera, che non deve far dimenticare che anche quest’ultima sentenza afferma comunque una responsabilità politica e storica nella strage: « ...la destra neofascista ha agito col supporto di servizi segreti esteri e con l’appoggio di uomini degli apparati dello Stato italiano». La lettera affronta poi il problema di Catanzaro definito «l’ennesimo schiaffo istituzionale» alle vittime delle stragi del periodo della strategia della tensione: «...in uno scantinato del Tribunale di Catanzaro sono a rischio di deperimento tutti i materiali sulle inchieste inerenti la strage di Piazza Fontana ... per recuperare tale documentazione (di cui esiste un’unica copia per dei documenti) e renderla accessibile agli studiosi occorrerebbe provvedere alla sua informatizzazione. Purtroppo mancano circa 50.000,00 euro per coprirne i costi». Milani e Passera ricordano poi che la strage di piazza Fontana segnò l’inizio di una stagione «in cui si susseguirono altre stragi, altri morti e come per Piazza Fontana anche per Piazza Loggia (28 maggio 1974) e il treno Italicus (4 agosto 1974), a tutt’oggi non si è individuata alcuna responsabilità.Impunità non frutto del caso ma resa possibile dai comportamenti tenuti da uomini e apparati dello Stato che si sono frapposti alla ricerca della verità. Un dato purtroppo ormai acclarato da diverse sentenze definitive». «In quel periodo - si legge nella lettera al presidente Ciampi - che va dal 1969 al 1974 ci sono stati 49 morti e oltre 200 feriti, ed è ormai acquisito, anche dalla Commissione Stragi (non più rinnovata nella legislatura in corso), che esso vada letto dentro un unico disegno eversivo condotto dalla destra neofascista contro la democrazia del Paese ... eliminare anche un solo tassello da quel periodo, come gli atti giudiziari prodotti per la strage di Piazza Fontana, significa annullare ulteriori possibilità di comprensione di tutte le stragi di quel quinquennio e vedere i nostri morti innocenti morire una seconda volta». «E’ possibile - chiedono i presidenti delle associazioni delle vittime delle due stragi - che nelle pieghe del bilancio statale non si possano trovare 50.000,00 euro per non porre una pietra tombale su quel periodo della storia italiana? ... Oppure non si vuole che almeno la verità storica costituisca una forma di giustizia risarcitoria per quei morti e per il Paese?». «Caro Presidente, ci scusi per questa amarezza - conclude la lettera - ma cosa possiamo dire dopo 36 anni di nostro impegno ... per far capire alle nuove generazione cosa produce la violenza quando essa si sostituisce al dialogo? Come trasmettere che la democrazia le sue istituzioni sono un bene da difendere ... nonostante i perchè di questa impunità?». E in chiusura Milani e Passera chiedono « un autorevole intervento» al presidente Carlo Azeglio Ciampi, augurandosi che possa risolvere positivamente il problema degli atti processuali di Catanzaro.

17 maggio 2005 - PIAZZA LOGGIA: SINDACO BRESCIA, ABOLIRE SEGRETO DI STATO

ANSA:

PIAZZA LOGGIA: SINDACO BRESCIA, ABOLIRE SEGRETO DI STATO

A pochi giorni dal 31/o anniversario della strage di Piazza della Loggia, da Brescia viene nuovamente lanciato un appello affinche’ si elimini il segreto di Stato. Insieme ai familiari delle vittime della strage, che il 28 maggio 1974 provoco’ otto morti e 108 feriti, oggi ci sono il sindaco, Paolo Corsini, e le segreterie provinciali di Cgil, Cisl e Uil.

L’appello, in particolare, e’ stato rivolto ai parlamentari bresciani. A loro inoltre Manlio Milani, presidente dell’Associazione familiari delle vittime di Piazza della Loggia, chiede perche’ si eviti il meccanismo che prevede il pagamento delle spese processuali per le parti civili. Milani, infine, chiede a tutte le forze politiche di fare la propria parte. Parlando di An il presidente dell’Associazione ha detto:

“Non discuto la democraticita’ di Alleanza nazionale, ma deve fare la propria parte, aprire gli archivi del Msi, fare chiarezza sugli anni ‘70”.

 

22 maggio 2005 – BRESCIA: CHIESTA LA VERITÀ SULLA STRAGE

 “Brescia oggi”

La verità sulla strage

Diritto alla verità e diritto alla giustizia. Sono questi i primi sentimenti che riaffiorano alla mente pensando alla strage di Piazza Loggia: una strage terribile ed ancora impunita. Ancora una volta la città di Brescia si ritroverà nella "sua piazza" per tenere sempre viva la memoria della strage avvenuta 31 anni fa. Nella piazza s’intrecceranno varie generazioni di persone, ceti sociali diversi; s’incontreranno uomini e donne con diverse sensibilità, fedi e culture. Tutti saranno però animati dalla volontà di continuare a ricordare le otto vittime (cinque insegnanti, un operaio, due pensionati) oltre ai cento feriti che 31 anni fa partecipavano alla grande manifestazione indetta dalle organizzazioni sindacali - Cgil, Cisl, Uil - per sostenere la democrazia nella nostra città e nel nostro paese. Dimenticare o ricordare? Da un lato il bisogno di dimenticare per vivere o riprendere a vivere. Dall’altro il bisogno di ricordare per vivere con dignità. C’è quasi un conflitto insanabile nella storia degli uomini e delle comunità tra queste due esigenze. Un conflitto drammatico che si può riassumere attraverso due interrogativi. Il primo: è possibile costruire il futuro trascinandosi i rancori, le lacerazioni che hanno segnato il nostro passato, il nostro rapporto con parti della stessa comunità? Il secondo interrogativo: è possibile costruire il futuro dimenticando la storia, facendo tabula rasa di ciò che essa è stata, dei dolori individuali e collettivi che essa ha causato? La storia non è, non può essere, la mera coltivazione del nostro passato: ma, altrettanto, la storia è cieca senza il ricordo, senza la memoria del nostro passato; sono le esperienze del passato che rendono vivo il presente, perchè "oggi e ieri" ed è solo la memoria a dirci chi siamo, da dove veniamo, quali sono i nostri timori d’oggi ed i nostri sogni per il domani. In un momento in cui molti tendono a ricostruire gli eventi tragici di quegli anni come episodi tratti da romanzi gialli o di spionaggio, è necessario ritornare in quella Piazza per salvaguardare la memoria e rivendicare verità e giustizia. Una verità e una giustizia senza speculazione e senza odio; una verità ed una giustizia non come mera consolazione per i famigliari e per un’intera città, ma come premio per la vittoria della democrazia. In questi giorni è stata emanata la sentenza definitiva che ha concluso la lunga vicenda giudiziaria di Piazza Fontana, una sentenza che scandalosamente non identifica i responsabili della strage, una sentenza che non rende giustizia. La sentenza di Piazza Fontana corre inoltre il rischio di allontanare in modo definitivo la verità giudiziaria anche per le vittime di Piazza Loggia. Verità giudiziaria: perchè noi tutti sappiamo molto bene che esiste una verità storica che afferma come le radici della strage del 28 maggio 1974 a Brescia affondino nel radicalismo della violenza fascista. Non c’è futuro nell’odio, e il prof. Paolo Corsini - sindaco di Brescia - ricordava l’anno scorso come la città non sia animata da sentimenti d’odio, ma non c’è nemmeno futuro senza verità e questo va affermato anche oggi con decisione e con forza. La verità è l’anticamera di quella particolarissima memoria che sa schiacciare gli odi e sa ricordare i lutti, singoli o collettivi, per offrire speranza. La negazione della verità è invece l’anticamera della giustizia del più forte, della prevaricazione, quella che non dà quiete. Il Paese intero ha bisogno di verità e di giustizia attorno ai tanti misteri che lo affliggono; Piazza Fontana, Piazza Loggia, Italicus, stazione di Bologna: è questo il modo migliore per liberarlo definitivamente dai fantasmi che lo affliggono, è l’unico modo per tornare ad una fiducia piena, totale e trasparente nei confronti di una classe dirigente (non solo politica) che sino ad oggi non è riuscita a chiudere i conti con il passato senza fornire una verità esauriente, credibile e condivisibile. È certo che dopo la sentenza di Piazza Fontana la speranza si è fortemente affievolita perchè la stessa non cammina mai da sola, non è disincarnata da azioni concrete che puntano alla verità e alla giustizia. Noi abbiamo ancora una volta però il compito e la responsabilità di tenere viva la memoria affinchè, attraverso la partecipazione e la condivisione di tante persone, quanto è avvenuto nel passato non si debba ripetere più. Oscar Turati segretario generale Fisascat – Cisl.

 

27 maggio 2005 - PIAZZA LOGGIA: TANTI APPLAUSI AL CONCERTO PER VITTIME STRAGE

ANSA:

PIAZZA LOGGIA: TANTI APPLAUSI AL CONCERTO PER VITTIME STRAGE

La chiesa gremita e tanti applausi, stasera a Brescia per il concerto che ogni anno, in occasione dell’ anniversario, viene dedicato alla memoria delle vittime della strage di piazza della Loggia.

Si sono esibiti nella chiesa di San Francesco l’ orchestra del Festival pianistico internazionale Arturo Benedetti Michelangeli diretta da Agostino Orizio e il soprano Cecilia Gasdia. Nel repertorio: Vivaldi, Albinoni, Haydin e Mozart. Tra il pubblico il prefetto Maria Teresa Cortellessa dell’Orco, il sindaco Paolo Corsini, il procuratore capo Giancarlo Tarquini, il comandante provinciale dei carabinieri Rosario Cali e Manlio Milani, presidente dell’ Associazione Familiari vittime della strage di piazza Loggia.

“E’ stata una serata piacevolissima”, ha detto al termine il maestro Agostino Orizio che ha anche ricordato quel giorno:

“quando e’ scoppiata la bomba io ero a cento metri, arrivavo dal Conservatorio e stavo andando in piazza. Anch’io, come tanti altri sono rimasto ferito dentro, nel cuore”.

 

27 maggio 2005 – PIAZZA LOGGIA, UN’INCHIESTA SENZA FINE

 “Il Giornale di Brescia”

Da anni gli inquirenti bresciani definiscono «imminente» la chiusura delle indagini sulla bomba

Piazza Loggia, un’inchiesta senza fine

Attesa la richiesta di rinvio a giudizio per Zorzi, Maggi e Tramonte

Alberto Pellegrini

Sembra quasi entrato a far parte dei riti ufficiali di commemorazione della strage di piazza Loggia. Perchè sono ormai tanti anni che, il 28 maggio, dalla Procura della Repubblica di Brescia giunge l’annuncio ufficiale e convinto che definisce «imminente», e in qualche caso fissa pure la data entro pochi mesi, la chiusura della terza inchiesta sull’attentato che 31 anni fa, in piazza Loggia, provocò otto morti e cento feriti. E anche quest’anno il procuratore aggiunto Roberto Di Martino e il sostituto procuratore Francesco Piantoni, che mesi fa avevano definito «cosa fatta» la chiusura delle indagini e il deposito degli atti almeno per i tre indagati principali, hanno dovuto ammettere che bisognerà attendere ancora per arrivare almeno alla richiesta di rinvio a giudizio per strage di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte. Quanto tempo non si sa, pare qualche mese, ma ormai nessuno azzarda più previsioni. Per il resto quest’ultimo anno non ha portato alcuna novità nel filone principale dell’inchiesta, visto che le uniche indagini in corso risultano essere quelle sul presunto pagamento del pentito Martino Siciliano per fargli ritrattare le accuse a Zorzi. Indagini che coinvolgono come indagati alcuni avvocati. La situazione per chi attende ancora dalla giustizia «la verità su piazza Loggia» è quindi la stessa degli anni scorsi. Con un problema non da poco in più, rappresentato dall’assoluzione definitiva di Zorzi e Maggi nel processo per la strage milanese di piazza Fontana dove le accuse erano basate anche sulle dichiarazioni del pentito Carlo Digilio, esattamente come nella terza inchiesta sulla strage di Brescia. Della ricostruzione dell’organizzazione della strage e della sua esecuzione, fatta dai pm Di Martino e Piantoni sulla base di anni di indagini si sa quello che si sapeva un anno o due fa. L’inchiesta si basa su due pentiti e un imputato parzialmente confesso. Sul racconto di Carlo Digilio, ex agente segreto referente della Cia, esperto di esplosivi e infiltrato nella destra eversiva veneta; sulle ammissioni di Maurizio Tramonte, un altro infiltrato tra i neofascisti e informatore dei servizi segreti italiani, e infine, ma solo marginalmente, sui ripensamenti e i rimorsi di Martino Siciliano, un vecchio amico e camerata di Delfo Zorzi. Oltre a lui gli imputati ritenuti principali sono Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte. Zorzi, ex ordinovista originario del Vicentino, oggi vive in Giappone dove è diventato miliardario, ha preso la cittadinanza nipponica e ha cambiato il nome in Agen Roy. Maggi è un medico di Mestre, ormai settantenne e molto malato, pure lui ex di Ordine nuovo e condannato e assolto per piazza Fontana. Infine Tramonte è una delle «basi» dell’inchiesta sulla strage bresciana: padovano di 53 anni, è stato un informatore del Sid (il servizio segreto civile) fin da giovanissimo col nome di «fonte Tritone» ed era pure lui attivo nelle organizzazioni dell’estrema destra veneta. Stando a ciò che ha raccontato Digilio, Delfo Zorzi si sarebbe limitato ad occuparsi degli aspetti tecnici, dell’esplosivo, lasciando a Maggi l’organizzazione vera e propria dell’attentato.L’esplosivo sarebbe arrivato dalla Francia e la bomba sarebbe stata confezionata a Mestre o a Venezia e consegnata, in una valigetta 24 ore, a Marcello Soffiati (ordinovista deceduto anni fa) che aveva l’incarico di trasportarla e consegnarla a Milano a esponenti delle Sam (squadre d’azione Mussolini) di Giancarlo Esposti. Tramonte invece racconta di alcune riunioni organizzative in una delle quali Carlo Maria Maggi scelse come esecutore dell’attentato Giovanni Melioli, ordinovista di Rovigo arrestato e poi assolto per la strage della Stazione di Bologna e morto per droga all’inizio degli anni ’90.

 

28 maggio 2005 – STRAGE BRESCIA: TERZA INCHIESTA VERSO LA CHIUSURA

“Brescia Oggi”

LA RICERCA DEI COLPEVOLI

La terza inchiesta in dirittura Indagine praticamente chiusa

Seimila verbali e più di cinquecento faldoni: manca solo il deposito

Mancano solo l’indice e un pugno di formalità di natura tecnica alla chiusura dell’inchiesta, la terza, sulla strage di piazza della Loggia.

L’indagine è praticamente chiusa: all’atto ufficiale manca solo il deposito. La chiusura definitiva - con la conseguente notifica agli indagati - è questione solo di poche settimane.

Sono passati 31 anni da quella maledetta mattina del 28 maggio, quando una bomba scoppiò, mentre Franco Castrezzati, sindacalista della Cisl, parlava a una folla di studenti, operai, insegnanti. Finora nessuno ha pagato per quella strage e le otto vittime non hanno ancora trovato pace. Ma per chi è rimasto, per l’intera città che ancora chiede la verità, forse c’è una speranza.

La speranza viene da 6 mila verbali di interrogatori e più di 500 faldoni di atti. Sono stati raccolti, parola dopo parola, dal procuratore aggiunto Roberto Di Martino e dal sostituto procuratore Francesco Piantoni, che da quasi 12 anni stanno lavorando all’inchiesta. E che sono convinti di essere arrivati alla verità.

La chiusura dell’inchiesta sarebbe questione di giorni e parrebbe imminente la richiesta di rinvio a giudizio per concorso in strage per almeno quattro imputati: Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, medico di Mestre di 78 anni, pure lui di Ordine Nuovo, Maurizio Tramonte, padovano di 53 anni, ex informatore del Sid con il nome di «Fonte Tritone» e Carlo Digilio, ex informatore della Cia noto come «zio Otto». Vi sono anche altri indagati, ma le loro posizioni saranno stralciate. Sulla testa di Zorzi, ex Ordinovista, ormai cittadino giapponese (fa l’imprenditore e si chiama Agen Roy), pende una richiesta di arresto confermata anche dalla Cassazione. Sia per Zorzi che per Maggi la Cassazione a inizio di maggio ha confermato la sentenza di assoluzione in appello per la strage di piazza Fontana: i due imputati in primo grado erano stati condannati all’ergastolo. Una sentenza che getta un’ombra anche sugli eventuali sviluppi processuali dell’inchiesta, ma i due magistrati sono fiduciosi e credono che la sentenza non inficerà il loro lavoro.

Importante per l’inchiesta sarebbero le rivelazioni di Digilio e Tramonte. Digilio, con le sue rivelazioni, avrebbe permesso ai magistrati di ricostruire le fasi di organizzazione della strage e di trovare conferme al coinvolgimento dell’ala stragista di Ordine nuovo. Sempre Digilio aveva contribuito, con le sue dichiarazioni, a ricostruire l’ambito in cui era maturata la preparazione della strage di piazza Fontana. Ma le dichiarazioni di Digilio non sono state considerate attendibili dai giudici milanesi e la Cassazione ha considerato legittima la sentenza d’appello. Il procuratore aggiunto Di Martino e il pm Piantoni sono convinti dell’attendibilità di Digilio.

La pista di Ordine nuovo per la procura bresciana resta valida. Digilio, ormai settantenne e molto malato (sulle sue condizioni di lucidità sarebbe anche basata la considerazione di inattendibilità dei giudici d’appello di Milano) aveva ereditato dal padre negli anni ’50 il ruolo di referente della Cia per il Veneto. Operava con il nome di «zio Otto» ed era infiltrato nelle organizzazioni di estrema destra perchè esperto di esplosivi. Zorzi si sarebbe occupato dell’esplosivo, lasciando a Maggi l’organizzazione vera e propria dell’attentato. L’esplosivo sarebbe arrivato dalla Francia e la bomba sarebbe stata confezionata in Veneto e consegnata in una valigetta 24ore a Marcello Soffiati (Ordinovista morto da anni) che la consegnò a chi la doveva collocare in piazza Loggia. Soffiati si sarebbe fermato a Verona e avrebbe chiesto consiglio a Digilio: «Ho visto l’ordigno» avrebbe detto ai magistrati che lo hanno sentito in più riprese con la formula dell’incidente probatorio. Secondo Digilio la bomba sarebbe stata portata a Milano e consegnata a esponenti della squadre d’azione Mussolini. Per Maurizio Tramonte vi furono più incontri a cui parteciparono anche ufficiali americani e uomini dei servizi segreti italiani. La «Fonte Tritone» ha ricostruito l’incontro in cui Maggi affidò l’incarico di mettere la bomba. Maggi, secondo Tramonte, scelse Giovanni Melioli, Ordinovista di Rovigo assolto per la strage di Bologna e morto nei primi anni ’90. Fu Melioli, secondo il racconto di Tramonte, a mettere la bomba in piazza Loggia, nelle vicinanze del posto dove stavano i carabinieri, che si spostarono solo a causa della pioggia. La verità dell’inchiesta coinvolge formazioni clandestine dell’estrema destra, uomini della Cia e servizi segreti italiani.w.p.

 

28 maggio 2005 - CIAMPI, SI ACCERTI VERITA’ SU STRAGE BRESCIA

ANSA:

QUIRINALE: CIAMPI, SI ACCERTI VERITA’ SU STRAGE BRESCIA

MESSAGGIO AL SINDACO PER ANNIVERSARIO

“Nell’anniversario del barbaro attentato che trentuno anni fa colpi’ al cuore la Citta’ di Brescia - scrive il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nel messaggio inviato al sindaco di Brescia Paolo Corsini - il mio ricordo commosso va a tutti coloro che perirono in quella orrenda strage”.

“Sono particolarmente vicino alle loro famiglie - aggiunge il presidente nel messaggio reso noto dal Quirinale - di cui condivido e comprendo il dolore, lo strazio e il desiderio che il processo in corso, giunto ormai ad una fase particolarmente importante, consenta l’accertamento di quella verita’ che tutti noi attendiamo con fiducia”.

“L’Italia repubblicana ha percorso un lungo cammino di progresso e di crescita rafforzando il sistema di valori e di regole contenuto nella nostra Costituzione.

Su questa strada occorre continuare con fermezza di propositi per promuove una nuova stagione di responsabilita’ e di doveri capace di suscitare nella collettivita’ un sentimento di cittadinanza e di appartenenza sempre piu’ matura e consapevole.

Con questi sentimenti invio a Lei egregio Sindaco, alle autorita’, ai familiari delle vittime un saluto commosso e partecipe”.

 

PIAZZA LOGGIA: COMMEMORATO 31/O ANNIVERSARIO STRAGE

Dalla piazza della Loggia a Brescia, in cui morirono otto persone, si e’ alzata oggi ancora una volta, a 31 anni di distanza, la richiesta di giustizia per quella strage ancora senza colpevoli. Anche in occasione della commemorazione del trentunesimo anniversario della strage, che il 28 maggio 1974 provoco’ otto morti e piu’ di 100 feriti, dal palco e’ stato ribadito che mentre “la verita’ storica e’ certa, quella giudiziaria non e’ stata ancora raggiunta”.

Ad aprire la serie di interventi e’ stato Manlio Milani, presidente dell’ Associazione Familiari delle Vittime di piazza della Loggia, che ha concluso con quattro richieste rivolte ai parlamentari bresciani. Milani ha chiesto loro un impegno per l’ abolizione del segreto di Stato; in secondo luogo di intervenire affinche’ le parti civili nei processi per strage non si ritrovino piu’ a dover pagare le spese processuali. Quindi ha chiesto che si salvi tutta la documentazione relativa alla strage di piazza Fontana a Milano e, infine, che ai magistrati bresciani giungano i fondi per informatizzare tutto il materiale dell’ inchiesta attualmente aperta su piazza della Loggia.

Sono quindi intervenuti il figlio di Vittorio Bachelet, Giovanni, e Carlo Arnoldi, figlio di una delle vittime della strage di piazza Fontana. Giovanni Bachelet dopo aver piu’ volte ricordato Pertini, sottolineando che “stava dalla parte dei giudici e dei carabinieri”, ha aggiunto “benche’ il contesto di oggi sia molto diverso, le stesse persone, gli stessi avvocati, ieri scapigliati, oggi governativi, se la prendono con i magistrati”.

Arnoldi, parlando invece delle spese processuali, al cui pagamento sono state condannate le parti civili nel processo di piazza Fontana, ha detto: “sembra che le paghera’ lo Stato. Non ci basta, non chiediamo l’ elemosina, dopo 36 anni noi vogliamo la verita””.

 

PIAZZA LOGGIA:DOMUS CIVITAS,PIAZZA FONTANA NON INCORAGGIANTE

 “Il presidente Ciampi si augura che i colpevoli della strage di piazza della Loggia vengano assicurati nelle mani della giustizia e noi non possiamo che essere concordi. Speriamo che il suo desiderio si trasformi in realta’, ma  visto e considerato come si sono conclusi molti altri processi, piazza Fontana su tutti, non c’e’ da stare allegri”. Ad affermarlo e’ Bruno Berardi, presidente dell’ associazione Domus civitas che raccoglie familiari delle vittime del terrorismo e della mafia.

“Con le nostre ultime iniziative stiamo raccogliendo le firme e siamo arrivati a circa 20.000 per la reintroduzione della pena di morte per i reati gravi e a breve lanceremo un’altra iniziativa, quella sulla liberalizzazione del porto d’armi. Secondo noi - aggiunge Berardi - questa e’ la strada giusta per ridimensionare la criminalita’ e il terrorismo ed aumentare il senso di sicurezza dei cittadini onesti e il recupero di credibilita’ nelle istituzioni della nostra Italia”.

 

PIAZZA LOGGIA: TARQUINI, SILENZI ANCHE DELLE ISTITUZIONI

“Ci sono silenzi anche delle istituzioni”. Cosi’, il procuratore della Repubblica di Brescia, Giancarlo Tarquini, si e’ espresso durante l’ incontro con i familiari delle vittime della strage di piazza della Loggia, tenuto stamani a Palazzo Loggia, tra le manifestazioni organizzate per il 31/o anniversario dell’ eccidio (8 morti e piu’ di cento feriti).

“Non sono pessimista, potrei esserlo ma non lo sono”, aveva detto poco prima il magistrato, aggiungendo: “La strage e’ lontana. Tutti questi anni trascorsi non hanno contribuito ad aiutare le indagini. Io credo nei processi che partono dai fatti e si sviluppano in tempi brevi. Ma una strage non e’ un reato semplice. Ci sono silenzi anche delle istituzioni. Chi tace? Non sappiamo chi. Gli interrogati hanno dichiarato di non ricordare niente. E’ molto diverso. Non si sono trincerati dietro il segreto di Stato. Non e’ un silenzio nobile, c’e’ molto di piu’.  C’e’ il vuoto. Dove si va a spingere lo sguardo non c’e’ nulla.  E’ come se i cordoni con la strage fossero tagliati. Come se si volesse volutamente che la verita’ non emergesse”.

E, parlando delle prospettive dell’ inchiesta, attualmente aperta, Tarquini ha aggiunto: “Avrei ragione di essere pessimista, ma non lo sono. Abbiamo individuato persone che ci hanno dato uno spaccato, ci hanno indicato fatti a cui bisogna dare sostanza. C’e’ un filone ancora praticabile e praticato.  Siamo alla fase di chiusura della parte piu’ importante dell’ inchiesta”. Proprio in questo contesto e in vista degli sviluppi processuali, secondo Tarquini assume particolare rilevanza l’ informatizzazione degli atti.

“Un’ inchiesta faticosa come adempimento processuale - ha spiegato il magistrato -. Ci sono sei-settecento faldoni, oltre settecentomila carte. Per ordinare tutte le carte, c’e’ bisogno di risorse che sono scarsissime. Il primo passo da fare e’ la digitalizzazione di tutto il materiale perche’ possa essere depositato in modo ordinato. Abbiamo chiesto la realizzazione di un centro digitale”.

Tarquini ha quindi concluso sostenendo: “E’ un cammino molto faticoso, ma che vedo concreto. C’e’ una giustizia storica, non lo dico per consolazione, ma perche’ conta. La storia dell’ umanita’ non e’ fatta solo di sentenze. C’e’ una giustizia storica che e’ affermazione, condivisione comune degli insegnamenti che ci vengono da questa tragedia. Ci sono due piani che devono convergere. Ho fiducia che il piano processuale si allinei a quello storico”.

 

29 maggio 2005 – STRAGE BRESCIA: DAI GIORNALI

“Brescia Oggi”

Di nuovo in piazza per chiedere verità

Da Giovanni Bachelet un ricordo affettuoso del padre Vittorio e degli amici Salvi e Pertini

di Ivano Rebustini

«Trentun anni sono passati, ma il bisogno di giustizia è lo stesso del primo giorno, di quel 28 maggio 1974 in cui la bomba, con tutto il suo carico di odio antidemocratico, ha ucciso Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi Milani, Clementina Calzari Trebeschi, Euplo Natali, Luigi Pinto, Bartolomeo Talenti, Alberto Trebeschi, Vittorio Zambarda».

Nel caldo soffocante, che vede comunque i più cuocere sotto il sole davanti al palco invece di defilarsi colpevolmente all’ombra degli antichi palazzi, sono i nomi e i cognomi dei morti - i nostri morti, i morti di noi che da quel 28 maggio, ogni 28 maggio siamo tutti brescianissimi, anche se anagraficamente pugliesi o laziali o toscani -, sono quei nomi e quei cognomi pronunciati con voce ferma dal segretario della Cisl Renato Zaltieri, a provocare un brivido nella piazza. Una piazza che sembra quasi fremere come quei corpi che il commovente Manlio Milani vede davanti a lui e «qui con noi», un modo forse per ricongiungersi con l’amatissima Livia facendo tornare indietro l’orologio, non quello della Storia, ma quello che quasi tutti portiamo al polso, alle 10 e 11 del 28 maggio 1974.

La manifestazione era iniziata in ritardo, perché tutti quelli che dovevano salire sul palco erano ancora nella sala della Giunta di palazzo Loggia, dove il procuratore della Repubblica Giancarlo Tarquini aveva fatto drizzare le orecchie dei presenti parlando dei «silenzi delle istituzioni» che hanno messo i bastoni fra le ruote all’inchiesta, diciamo pure alle inchieste sulla Strage. C’erano il sindaco Corsini e il presidente della Provincia Cavalli, e l’assessore Cè in rappresentanza per l’occasione della Regione Lombardia (ma non tutti sarebbero poi riusciti a distinguerlo sul palco delle autorità), e ancora il prefetto di Brescia e il sindaco di Foggia, e i non più giovanissimi delle staffette podistiche «Per non dimenticare», che hanno riso di gusto quando Corsini si è rivolto loro pregandoli scherzosamente di fare attenzione, «alla vostra età...».

Era stato proprio Milani a introdurre il primo oratore ufficiale della manifestazione: Giovanni Bachelet, figlio di Vittorio, il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura ucciso dalle Brigate rosse il 12 febbraio 1980. Un intervento scritto con la testa e con il cuore, premettendo - quasi a farsi perdonare, ieri, di non essere bresciano - di avere con la nostra città non pochi legami: di Brescia è la moglie, conosciuta in un campo scuola dell’Agesci, bresciani due grandi amici del padre come Cesare Trebeschi e Franco Salvi (che Aldo Moro spedì da Vittorio per convincerlo ad accettare la vicepresidenza del Csm), mentre la professoressa Banzi - morta in piazza il 28 maggio - era l’insegnante di francese della cognata. Ricordando il padre, Giovanni Bachelet ha ricordato un altro suo grande amico, Sandro Pertini, usando per entrambi le parole truci delle Br: il padre, «culo di pietra» al quale i terroristi avevano destinato un «cuore di piombo»; il presidente, «vecchio rimbambito che ha scambiato i corridoi del Quirinale per le trincee della Resistenza». Ma Pertini, ha proseguito Bachelet, «non era una foglia di fico, bensì la fionda di Davide, stava dalla parte dei giudici e dei carabinieri, e benché il contesto di oggi sia molto diverso, le stesse persone, gli stessi avvocati, ieri scapigliati, oggi governativi, se la prendono con i magistrati».

Dopo Bachelet e il commosso intervento di una studentessa dell’«Arnaldo», Giulia De Lorenzi, è stata la volta di Carlo Arnoldi, che ha parlato a nome dell’Associazione familiari dei caduti di piazza Fontana (nella strage del 12 dicembre ’69 perse il padre): inevitabile attaccare la recente, «vergognosa» sentenza della Corte d’Assise d’appello che ha mandato assolti Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, condannati in primo grado all’ergastolo; inevitabile affrontare lo spinoso argomento delle spese processuali, al cui pagamento sono state condannate le parti civili: «Sembra che le pagherà lo Stato. Non ci basta, non chiediamo l’elemosina, dopo trentasei anni vogliamo la verità».

La stessa verità che ha invocato Renato Zaltieri, dopo che Milani aveva rivolto ai parlamentari bresciani quattro richieste: un impegno per l’ abolizione del segreto di Stato; intervenire affinché le parti civili nei processi per strage non si ritrovino più a dover pagare le spese processuali; salvare la documentazione relativa a piazza Fontana (lasciata, aveva detto in Loggia il sindaco Corsini, «alla rodente critica dei topi»); fare in modo che ai magistrati bresciani giungano i fondi (50 mila euro, capirai che sforzo, eppure...) per informatizzare il materiale dell’inchiesta ancora aperta sulla strage.

«Sul sacrificio di quegli insegnanti, operai e pensionati, Brescia ha costruito un baluardo di democrazia che non è mai venuto meno - ha continuato Zaltieri -. La paura e il terrore non hanno avuto il sopravvento. La storia ha pronunciato la sua condanna. Ma oggi è indispensabile che venga stabilita anche la verità giudiziaria». Norberto Bobbio si chiedeva: «Possiamo avere qualche speranza che piazza della Loggia non rimanga il luogo della memoria offesa, avvilita, tradita?», ha ricordato il segretario della Cisl. All’inchiesta giudiziaria che si sta chiudendo, l’impegnativo compito di dare alla speranza qualcosa che si avvicini a una certezza.

ivano.rebustini

 

 “Brescia Oggi”

Tarquini: «Quei silenzi poco nobili»

Il « j’accuse» del procuratore nell’incontro in Loggia con i familiari delle vittime

La terza inchiesta sulla strage di piazza Loggia è in dirittura d’arrivo, la richiesta di rinvio a giudizio per concorso in strage di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte e Carlo Digilio sembra ormai questione di giorni, se non di ore, ma il procuratore della Repubblica Giancarlo Tarquini sceglie - quasi controcorrente - di concentrare la propria attenzione anche, se non soprattutto, sul silenzio di quanti - rappresentanti delle istituzioni? uomini dei servizi segreti? tutti e due? - sapevano, e però ai magistrati che li interrogavano hanno risposto d’essere all’oscuro di tutto.

Le parole di Tarquini sono risuonate, pesanti come il piombo, nella sala della Giunta di palazzo Loggia, dove ieri mattina - prima della commemorazione in piazza - il sindaco Paolo Corsini ha ricevuto una rappresentanza dell’associazione che riunisce i familiari dei caduti nella strage di trentun anni fa, guidata dal suo appassionato presidente Manlio Milani, al quale la bomba portò via per sempre la moglie Livia.

Prima di Tarquini aveva parlato il primo cittadino, per dire di quella che purtroppo è diventata una consuetudine, trovarsi il 28 maggio davanti al municipio per chiedere verità e giustizia nei confronti di esecutori e mandanti dell’eccidio, una «richiesta corale» finora inascoltata, con la stanca, ma efficiente riproposizione del «segreto di Stato» a giustificare omissis che in altri, più recenti casi - vedi la vicenda Sgregna-Calipari - si sono potuti aggirare senza troppa fatica grazie a Internet.

E così ci si ritrova a fare i conti con un nulla di fatto che grida vendetta, anche se non vendetta ma giustizia chiedono i familiari, i feriti, chiede l’Italia che non si rassegna. Un nulla di fatto sul quale pesano, pure loro come piombo, quelli che Tarquini ha chiamato «i silenzi delle istituzioni».

«Non sono pessimista, anche se potrei esserlo», aveva confessato in precedenza il procuratore della Repubblica di Brescia (al cui intervento sarebbero seguiti quelli del prefetto Maria Teresa Cortellessa Dell’Orco, che ha voluto rassicurare i parenti dei caduti sul versante del risarcimento, e del presidente Milani): «La strage è lontana, e tutti questi anni non hanno certo contribuito ad aiutare le indagini. Credo nei processi che partono dai fatti e si sviluppano in tempi brevi. Ma una strage non è un reato semplice». Ancor meno semplice venirne a capo, se ci si imbatte in quei famosi silenzi. Ma chi tace? Paradossalmente, tutti e nessuno: «Non possiamo sapere chi, se gli interrogati si limitano a dichiarare di non ricordare niente - ha spiegato Tarquini -. Una posizione molto diversa da quella di chi si trincerasse dietro il segreto di Stato». Il silenzio di chi sostiene di non ricordare, di non sapere «non è un silenzio nobile, dietro questo silenzio c’è solo il vuoto».

«Dove si va a spingere lo sguardo non c’è nulla - ha continuato il procuratore -. È come se i cordoni con la strage fossero stati tagliati. Come se volutamente si fosse cercato di non far emergere la verità». Quanto all’inchiesta che vede in prima linea il procuratore aggiunto Roberto Di Martino e il sostituto Francesco Piantoni, come si diceva in dirittura d’arrivo, Tarquini ha aggiunto: «Abbiamo individuato persone che ci hanno dato uno spaccato, ci hanno indicato fatti a cui bisogna dare sostanza. C’è un filone ancora praticabile e praticato. Siamo alla fase di chiusura della parte più importante dell’inchiesta». E se è vero che Milano ha giudicato inattendibile Carlo Digilio, Milano «fa storia a sé», lo stesso collaboratore di giustizia per l’inchiesta bresciana «rappresenta un punto di forza».

Proprio in questo contesto, e in vista degli sviluppi processuali, secondo Tarquini assume particolare rilevanza l’informatizzazione degli atti: «Abbiamo a che fare con un’inchiesta faticosa, che si basa su circa settecento faldoni, vale a dire settecentomila pagine. Il primo passo da fare è digitalizzare tutto il materiale, in modo da poterlo depositare - e quindi consultare - in modo ordinato». A questo servirà il centro digitale chiesto dalla Procura, la cui realizzazione non è però così vicina come si vorrebbe e soprattutto come servirebbe.

Tarquini ha concluso con un auspicio che si sta facendo convinzione: «Questo cammino è molto faticoso, ma ha prospettive concrete. D’altro canto, la storia dell’umanità non è fatta solo di sentenze: c’è una giustizia storica che è affermazione e condivisione comune degli insegnamenti discesi da tragedie come questa. Anche se i due piani devono convergere, e a questo proposito sono fiducioso sulle possibilità che, per quanto riguarda la strage di piazza Loggia, il piano processuale si allinei a quello storico».i.r.

 

 

 

 


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