Almanacco dei misteri d' Italia


Strage di Brescia
le notizie del primo semestre 2002
11 gennaio 2002 - NUOVO SITO "PORTALE DELLA MEMORIA"
Il Centro di Documentazione Storico Politico, costituito dall'Istituto Storico Regionale per la storia della Resistenza Ferruccio Parri e la Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna, hanno messo in rete il "PORTALE DELLA MEMORIA" che può essere visionato presso il suo sito Web: www.cedost.it . In questa sezione del sito - spiega un comunicato - è contenuto, fra l'altro, l'archivio elettronico "Cronologia italiana 1945-1999: cronologia  delle stragi, del terrorismo e dei progetti eversivi avvenuti in Italia dal 1945 ai giorni nostri". Questo strumento informatico è composto da circa 2000 schede informative sugli eventi relativi a stragi, attentati terroristici e trame oscure della storia dell'Italia repubblicana. Ad ognuna di queste "schede-evento" sono collegati: riferimenti bibliografici, indagini giudiziarie, quadro istituzionale e un dizionario delle organizzazioni citate. L'archivio sarà via via aggiornato fino ad arrivare ai giorni nostri. A breve sarà inserito un ulteriore archivio "Violenza politica in Europa 1969 - 1989", una cronologia dei fatti di terrorismo europeo correlata da bibliografia e documenti. Anche questa cronologia verrà costantemente aggiornata.

23 gennaio 2002 - BONIVER SU RICHIESTA ESTRADIZIONE ZORZI
Il sottosegretario agli Esteri Margherita Boniver, poco prima della partenza da Tokyo dove ha rappresentato l' Italia alla Conferenza internazionale dei paesi donatori per la ricostruzione dell'Afghanistan, dice che il giorno precedente, in un incontro con il viceministro degli Esteri giapponese Shigeo Uetake, ha sollecitato il governo giapponese a dare una risposta definitiva alla richiesta di estradizione di Delfo Zorzi. "Ho ricordato al viceministro che sabato scorso e' stata depositata la motivazione della sentenza di condanna di Zorzi e ho chiarito che l' Italia ha consegnato ormai tutta la documentazione richiesta. Spetta ora al Giappone dare una risposta". Boniver ha spiegato che gia' nell' ottobre 2001 aveva convocato, su richiesta dell'allora ministro degli Esteri Renato Ruggiero, l'ambasciatore giapponese a Roma consegnandoli un sollecito all'estradizione del ministro della Giustizia Roberto Castelli.

24 gennaio 2002 - MANIFESTO SU "BUCHI NERI" DEL CASO SOFRI
"Il Manifesto"
I buchi neri del caso Sofri
Il 24 gennaio di due anni fa Sofri e Bompressi entravano in carcere
GUIDO VIALE
Due anni fa, il 24 gennaio, Adriano Sofri entrava in carcere per la terza volta e in via definitiva, seguito a ruota da Ovidio Bompressi, che tra qualche giorno forse ci rienterà, condannati entrambi a 22 anni per l'omicidio del commissario Calabresi (1972). Gli restano ancora da scontare 18 anni. Siccome Sofri si fa spesso sentire - è un columnist de la Repubblica, di Panorama, de il Foglio; concede interviste, riceve delegazioni, scrive libri e ne introduce di altrui - o, forse, proprio per questo, ci siamo tutti abituati a trattarlo come una persona in libertà (dalla quale è anche facile dissentire), quasi che fosse finito in galera per sport o per un inutile puntiglio nel protestare con ostinazione la sua innocenza. Così abbiamo tutti rimosso il problema della sua carcerazione. Nessuno - io per primo - sa più che cosa dire in proposito, dato che tutto quello che c'era da dire è stato detto e scritto. Chi ha seguito la vicenda sa che in tutto quello che è stato detto dall'accusa e scritto nelle sentenze non c'è nulla di vero e che Sofri e i suoi compagni sono stati condannati non per delle prove, ma contro tutte le evidenze emerse in questa serie infinita di processi. Il manifesto, d'altronde lo ha documentato abbondantemente. Chi invece era già convinto o desiderava convincersi che Sofri è un criminale o, non sapendo neppure che Sofri esistesse, è stato contento che venisse richiamato dal semi-anonimato in cui viveva per addossargli tutte le "colpe" del '68 - vedi la requisitoria del Pg dell'ultimo processo di Venezia contro il Male Biblico incarnato da Sofri - ha già fatto sapere di essere favorevole a che venga gettata in mare la chiave della sua cella. In quell'acrimonia c'è un sentire antico: "Vorrei che fosse innocente, perché soffrirebbe di più!" aveva esclamato una signora in un salotto parigino a proposito della condanna di Dreyfus (Arendt, Le origini del totalitarismo, Il Mulino, p. 149); e mai come in questo caso il parallelo ricorrente tra queste due vicende è stato più calzante. L'invito peraltro è stato accolto anche da persone che all'epoca nemmeno sapevano come andava il mondo (per esempio il ministro Castelli) o erano in tutt'altre faccende affaccendate (per esempio il presidente Ciampi). Ciononostante il caso Sofri resta una cartina al tornasole per misurare il livello di acidità dell'Italia all'alba del ventunesimo secolo. Per molte ragioni, alcune delle quali cercherò di esporre per punti. Ce n'è per tutti:
1) Gli anni di galera destinati a Valpreda, colpevole pre-designato della strage
di Piazza Fontana - l'attentato terroristico che ha inaugurato in Italia la strategia della tensione e la cui responsabilità, trenta e più anni dopo, è stata attribuita, anche in sede giudiziaria (seppur con sentenza parziale e non definitiva) al connubio tra organizzazioni fasciste e servizi segreti denunciato a suo tempo dal libro La strage di Stato e da Lotta Continua - quegli anni li sta ora scontando Sofri, a nome e per conto di chi si era fin da subito adoperato a smascherare quel complotto e il programma che lo sottendeva.
2) Viceversa, alcuni compagni di fede e di partito, di pensiero e di azione - cioè camerati - dei responsabili di quella strage, e di molte altre che la hanno seguita, sono oggi ministri del governo in carica: cioè beneficiari finali del processo innescato allora con la strategia della tensione. Sono peraltro quelli - e chi potrebbe dargli torto! - che invitano periodicamente a gettare in mare la chiave della cella di Sofri.
3) Alcuni eminenti signori, che negli anni passati, in nome della "giustizia giusta" e della loro collocazione all'opposizione, si erano fatti paladini della libertà di Sofri, e della denuncia delle sconcezze giudiziarie perpetrate in quella interminabile vicenda giudiziaria, sono oggi per incanto ammutoliti - con la lodevole eccezione, in questo caso, di Giuliano Ferrara - impegnati, nel loro ruolo di avvocati, portavoce, portaborse, o vere e proprie colf del padrone, del governo, del padrone del governo, e del governo del padrone, a combattere con ogni mezzo le "anomalie" della giustizia: ma solo quelle che infastidiscono il loro datore di lavoro. Adesso qualcuno si è ricordato anche di Sofri e dell' indulto agli ex-terroristi: per coprire l'impunità del padrone (meglio di niente, essendo quest'ultima comunque garantita; con le buone o con le brutte).
4) Con l'eccezione di questo manipolo di galantuomini, la quasi totalità degli esponenti politici che negli anni passati si erano battuti per la difesa dei diritti dei carcerati, delle garanzie processuali e del buon senso in campo penale - e, in questo ambito, anche della denuncia delle violazioni della legge nella vicenda di Sofri - è stata "segata" e non ripresentata alle elezioni, nell'unica vera azione bipartisan messa in atto negli ultimi tempi.
5) In quel che resta della fu-sinistra c'è uno scheletro, lasciato a suo tempo nell'armadio dai suoi esponenti impegnati nell'"intermediazione" e nella difesa a oltranza delle confessioni plurime e contraddittorie di Leonardo Marino: un precipitato di astio anti-craxi e di risentimento anti-estremisti, la cui fortuna è durata poco, ma che si è trasformato rapidamente in un fardello gravido di veleni. Per esempio, è facile supporre un rapporto consequenziale tra la "sentenza suicida" del '92, che annullava un verdetto popolare di assoluzione, e la minaccia di una chiamata di correo: soprattutto dopo che l'avvocato Maris, che per anni si era sgolato a proclamare di non aver mai saputo niente di questa vicenda prima che il sostituto Pomarici lo chiamasse a sostenere la difesa d'ufficio di Marino, aveva improvvisamente dichiarato - dopo la prima sentenza di rinvio della Cassazione - di esserne stato invece informato per tempo dal senatore Bertone, oggi deceduto, ma allora primo destinatario ufficioso delle "confidenze" di Marino. Anche per questo, forse, l'ex-ministro della Giustizia e neosegretario diesse si è battuto e si batte come un leone per chiamarsi fuori in ogni modo da questo impiccio.
6) L'incriminazione e la condanna di Sofri, organizzate e sponsorizzate da un nutrito gruppo di carabinieri, che vi hanno lavorato "in rete", da Milano a Trapani, passando per Bocca di Magra e Bergamo (e, verosimilmente, per Roma), sono state perseguite con ostinazione dalla Procura della Repubblica di Milano al completo: a dispetto del buon senso, dell'andamento dei dibattimenti, e della stessa sentenza assolutoria con cui si era concluso il primo processo di rinvio; una sentenza che in qualsiasi paese civile avrebbe chiuso per sempre questa vicenda, e che invece in Italia è stata annullata con la frode. Anche le parti di questa vicenda giudiziaria che si sono svolte in altre città - a Torino, Aosta, Brescia, Venezia, Roma - sono state innanzitutto un pronunciamento pro o contro l'ufficio che aveva avviato questa pratica. Cioè quella Procura che pochi anni dopo - contemporaneamente agli sviluppi di questa vicenda - era balzata all'onore della storia con l'epopea di Tangentopoli e che ora si ritrova nella fossa dei leoni, assediata da un attacco di violenza inaudita ad opera dei difensori di Berlusconi e del suo entourage. La condanna di Sofri è dunque una spina nel fianco di chi ieri cavalcava trionfalmente e un po' ottusamente le fortune di Tangentopoli e oggi si ritrova asserragliato nella ridotta giudiziaria in cui la disinvoltura della passata legislatura ha confinato il problema del conflitto di interessi. Dunque, meglio parlarne il meno possibile.
7) Gli esponenti dell'Arma dei carabinieri - quella che D'Alema ha promosso a quarta forza armata della difesa - impegnati direttamente nella gestione del "pentito" Marino sono tutti legati a fili che partono dal generale Francesco Delfino: un ufficiale il cui coinvolgimento nella strategia della tensione era stato a suo tempo smascherato da Lotta Continua, e che è inaspettatamente finito in carcere qualche anno fa per aver saldato i suoi debiti di gioco con uno o più riscatti abusivamente intascati, tra cui quello del rapimento Soffiantini (ma Delfino è anche indagato per la strage di Piazza della Loggia). Nel libro che il generale ha scritto per minacciare una generale chiamata di correo dei suoi colleghi "invidiosi", che lo avrebbero scaricato nel momento del bisogno (La verità di un generale scomodo, Iet edizioni, p. 181), si solleva anche questa questione: a Sofri, che gli compare in sogno e lo chiama "collega" (leggi: siamo entrambi vittime di un errore o di un complotto giudiziario), accusandolo di aver gestito Marino, Delfino risponde: "Marino? Io non ho gestito Marino. Anche questa volta ritengo trattarsi di un madornale errore di persona. Ho lasciato i servizi nel 1987!". In altre parole, Marino è stato sì "gestito" (per usare un eufemismo); ma non da lui: da un altro! L'argomento deve essere stato convincente. Chi ha più sentito parlare del processo Delfino? Hanno anche fatto un filmato televisivo su Soffiantini. Ma del generale si è persa ogni traccia.

18 febbraio 2002 - UNIONE FAMILIARI VITTIME PER STRAGI SU OSSERVATORIO
Comunicato delle Associazioni familiari vittime delle stragi di: Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Treno Italicus, Stazione di Bologna del 2 Agosto 80, Rapido 904, Via dei Georgofili Firenze:
Il 12 Aprile 2001 il Ministero della Giustizia insediava l' "Osservatorio sui problemi e sul sostegno delle vittime dei reati", strumento permanente chiesto con forza da diversi anni dai familiari delle vittime con il compito di
 1. dare esecuzione alla legge-quadro del Consiglio dell'Unione Europea del 15.03.2001 per adeguare  il  codice di procedura penale in favore di tutte le vittime dei reati;
 2. procedere alla ricognizione e alla rilevazione delle esigenze delle vittime, sia nel momento del loro coinvolgimento nell'azione giudiziaria, sia in riferimento alle diverse situazioni verificabili per effetto degli specifici programmi di assistenza per esse previste.
 L'Osservatorio, composto da rappresentanti di associazioni di vittime dei reati, esperti di vittimologia e rappresentanti del Ministero della Giustizia e del Ministero dell'Interno, deve provvedere alla individuazione dei problemi delle vittime e alla elaborazione di proposte organizzative e normative.
 Al 31 dicembre 2001 l'Osservatorio ha svolto 14 sedute di cui 4 plenarie, ha realizzato con la collaborazione del CENSIS un'"INDAGINE SULLE VITTIME DI REATO ORGANIZZATE IN ASSOCIAZIONI". Ha inoltre predisposto una bozza di "legge-quadro per l'assistenza, il sostegno e la tutela alle vittime dei reati", bozza di legge che tiene conto della decisione quadro del Consiglio della Unione Europea del 15.03.2001 e inviata al Ministro Roberto Castelli il 21 dicembre 2001 con richiesta di un urgente iter parlamentare.
 Per il 6 Febbraio 2002 era già prevista la prima seduta plenaria dell'anno, ma poiché il Ministero non ha ancora provveduto al rinnovo, i lavori sono bloccati.
 Questo "blocco" rischia di vanificare l'impegnativo lavoro svolto sino ad ora, impedisce la tutela alle vittime di reato e non ottempera al dettato dell'art. 17 della decisione quadro del Consiglio dell'Unione Europea di adeguare il codice di procedura penale entro il termine del 22.03.2002.
Il Presidente
Paolo Bolognesi
Il comunicato è inoltre sottoscritto da: Maria Falcone Presidente Fondazione Falcone; Avv. Michele Costa  Presidente Comitato Direttivo Fondazione Gaetano Costa; Rosanna Rossi Zecchi Presidente Associazione Vittime Banda della Uno Bianca; Franco Corazza Presidente Associazione Parenti Vittime "Istituto Salvemini"; Maurizio Puddu Presidente Associazione Italiani Vittime del Terrorismo.

26 febbraio 2002 - FAMILIARI STRAGI; VIA IL SEGRETO DI STATO PER DELITTI STRAGE E TERRORISMO
L' Unione familiari vittime per stragi, in una conferenza stampa a Montecitorio, annuncia la riproposizione di una legge di iniziativa popolare finalizzata proprio ad abolire il segreto di Stato da tutti i delitti di strage e terrorismo: "nessun documento deve essere sottratto al magistrato che indaga". "Questa legge venne gia' presentata nel 1984, corredata da 100.000 firme, ma non e' stata mai discussa dal Parlamento", ha spiegato Paolo Bolognesi presidente dell'Unione vittime per stragi, che raccoglie le associazioni delle stragi di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia, del treno Italicus, della stazione di Bologna, del rapido 904 e di via dei Georgofili. La proposta di legge e' composta di un articolo unico, con il quale si prevede di aggiungere alla legge n. 801 del '77 l'art. 15 bis. Questo stabilisce che "Il segreto di Stato non puo' essere opposto in alcuna forma nel corso dei procedimenti penali relativi: a) ai reati commessi per finalita' di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico; b) ai delitti di strage previsti dagli articolo 285 e 422 del codice penale". In conferenza stampa e' intervenuto anche Manlio Milani, presidente dell'associazione della strage di Piazza della Loggia, che ha ricordato di aver scritto nel novembre scorso una lettera al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi ("senza avere finora risposta"), in merito all'estradizione di Delfo Zorzi. Milani, in particolare, e' tornato a denunciare la "commistione tra funzione pubblica e attivita' privata di un'autorevole esponente della maggioranza: Gaetano Pecorella, da un lato presidente della Commissione giustizia della Camera, uomo delle Istituzioni, e, dall'altro, difensore di Zorzi, uno stragista che non vuole essere estradato". "Anche nelle stragi, come vedete, c'e' dunque conflitto d'interessi", ha commentato Paolo Bolognesi. Per Falco Accame, presidente dell'Anavafaf (l'Associazione nazionale dei familiari delle vittime arruolate nelle forze armate), chiedere l'abolizione del solo segreto di Stato non serve per arrivare alla verita' nei fatti di terrorismo e nelle stragi. "Ci sono infatti una gran quantita' di documenti, forse migliaia - ha detto - che vengono normalmente sottratti alla conoscenza del giudice, senza che su di essi sia opposto il segreto. Si tratta di quei documenti, classificati e non, che vengono sistematicamente distrutti, occultati, o che non figurano nemmeno nel protocollo. In questo caso - secondo Accame - il reato da perseguire dovrebbe essere quello di 'depistaggio', che pero' non esiste nel codice penale italiano".

4 marzo 2002 - DOMANI PRESENTAZIONE ALLA CAMERA DEL LIBRO "LO STATO INVISIBILE" DI CIPRIANI
"Il Nuovo"
Lo Stato invisibile, un libro per capire
Presentazione alla Camera del saggio inchiesta di Gianni Cipriani su spie e spionaggio dal dopoguerra a oggi. Confidenti e misteri di un'Italia con troppi luoghi oscuri.
di Si. Na.
ROMA - Un mondo di spie e informatori, capaci d'ogni intrallazzo e contenitori arcigni dei molti, troppi misteri che si sono affollati nella storia recente nostro Paese. C'è di tutto nel bellissimo saggio di Gianni Cipriani edito da Sperling & Kupfer,"Lo Stato invisibile". E sicuramente domani in occasione della presentazione alla Sala del Cenacolo alla Camera dei Deputati verranno ripetute quelle rivelazioni che in questi giorni dal giorno della recente pubblicazione hanno già fatto conoscere il libro a un numero incredibile di persone. Desiderose di capire come mai non si riesca ad avere un dato certo su nessuno dei molti casi oscuri che si sono verificati in Italia negli ultimi cinquantanni. A far compagnia all'autore per la presentazione, il giudice Carlo Mastelloni, Gianni Minà, il vicepresidente della Camera Fabio Mussi, Valter Bielli della Commissione Stragi, e Giovanni Pellegrino, già presidente dello stesso organismo.
Il percorso trasversale, lungo le vicende dello spionaggio e dei suoi protagonisti che vogliono passare per comparse, passa da alcuni luogi storici come via Mote Nevoso, con il relativo memoriale Moro durante la prigionia delle Brigate rosse. Per arrivare a fatti che sono e forse saranno sempre interpretati per lo strano connubio tra la legge e la malavita, come il caso Dozier e lo studio di quella autentica costellazione che era l'estremismo di destra. Leggendo solo le carte delle molti commissioni d'inchiesta che si sono sovrapposte e che hanno prodotto montagne di documenti, "verità ufficiali nella confusione" come disse Giovanni Pellegrino (che sarà anche ospite alla presentazione), Cipriani scova Claudio Martelli come agente dei servizi segreti, ritorna su alcuni buchi neri come la strage di piazza Fontana, a Milano e piazza della Loggia, a Brescia.
Dalla lettura non si esce scoraggiati e convinti di aver trovato il bandolo della matassa, attraverso un consolatorio e forse anche inutile j'accuse generale verso chi ha avuto incarichi di governo, ma con le idee sicuramente più chiare. Perché troppo spesso il rischio è che le informazioni si sovrappongano senza produrre nulla. "Per capire la Bibbia - scrisse Giovanni Paolo II, in una famosa enciclica riferendosi alla confessioni che troppe volte la citano a memoria e a sproposito - serve un indirizzo, un senso per il peso delle cose". L'opportunità che offre Cipriani è quella di redistibuire i pesi rendendo esplicito il meccanismo dello spionaggio. Il rifiuto dello scandalo per lo scandalo, del caso truculento è di per sè una certezza, una garanzia di come ci si dovrebbe comportare sempre, quando si ha che fare con elementi che spesso sono macchiati di sangue.

6 marzo 2002 - PIAZZA FONTANA: RUSSO SPENA, ESTRADIAMO ZORZI
Diversi deputati della sinistra, primo irmatario l'esponente del Prc, Giovanni Russo Spena, hanno chiesto al presidente del Consiglio e al ministro degli esteri e al ministro della giustizia di adoperarsi per l'estradizione di Delfo Zorzi, "difeso dall'on. Gaetano Pecorella, attuale presidente della commissione giustizia della Camera". Russo Spena ricorda che Zorzi da anni e' in Giappone e il Governo di quel Paese aveva posto al ministro della Giustizia del precedente Governo la condizione che vi fosse una sentenza di condanna. "Questa condanna ora c'e"'. E quindi Russo Spena chiede quali azioni "decise e determinate" il Governo italiano voglia porre in essere affinche' Tokyo, tenendo fede all'impegno preso 14 mesi fa, estradi Delfo Zorzi in Italia. Finora, infatti, gli unici atti compiuti dal Governo italiano sembrano essere del tutto formali e burocratici".

6 marzo 2002 - PRESENTAZIONE ALLA CAMERA DEL LIBRO "LO STATO INVISIBILE" DI CIPRIANI
"Liberazione"
"Lo Stato invisibile" Un saggio di Gianni Cipriani Quando si affronta la questione dello stragismo, dei servizi segreti, del sistema di spionaggio ramificato in strutture semilegali - se non illegali - si finisce per cozzare contro lo "sbiancamento della memoria" di cinquant'anni di storia italiana. Così sintetizza Gianni Minà in uno dei passaggi del dibattito alla presentazione del libro di Gianni Cipriani, "Lo Stato invisibile. Storia dello spionaggio in Italia dal dopoguerra a oggi" (Sperling & Kupfer), ieri mattina a Roma.
La prima questione che il giornalista Ennio Remondino rivolge all'ex presidente della Commissione Stragi, Giovanni Pellegrino, è se oggi la complessa vicenda dello stragismo in Italia sia esaurita. "Ci sono ancora tanti spunti - risponde Pellegrino - sui quali si dovrebbe ancora indagare. Ad esempio, il ruolo svolto dalle cosiddette spie nel terrorismo. Dal libro di Cipriani si scopre che molti agenti non si limitavano a raccogliere e passare informazioni, ma agivano in prima persona, come nella gambizzazione del giornalista de "L'Unità" Nino Ferrero da parte del gruppo armato "Azione Rivoluzionaria"". Della struttura della "polizia parallela" ha parlato invece il magistrato Carlo Mastelloni. "La Divisione Affari Riservati era un ramo dei servizi segreti che non passava per la legislazione e i cui agenti rispondevano solo alla centrale di Roma. Erano abilitati a contattare e a raccogliere informazioni, in cambio di pagamenti in denaro, all'interno di giornali, partiti, formazioni di estrema destra ed estrema sinistra. Questo organismo era penetrato anche dentro il Pci". Ma a innescare il dibattito è la lettura di Mastelloni sulla storia politica italiana: "Sarebbe tuttavia una mistificazione parlare di Stato parallelo. In realtà, si è trattato di un unico fascio con molte nervature e contraddizioni". Una lettura che suscita la reazione di Gianni Minà: "Abbiamo dimenticato la P2, un'organizzazione che metteva assieme ministri, proprietari di giornali, esponenti di servizi segreti e di banche, come il Banco Ambrosiano? Non era questo uno Stato parallelo che poteva mettere in discussione lo Stato ufficiale attraverso i circuiti della finanza, editoriali, politici e che, quando non riusciva a condizionare la politica, ricorreva alle stragi? E la mafia? Mentre i terroristi sono stati catturati e messi in carcere, gli autori delle stragi sono a tutt'oggi, in gran parte, impuniti". Sulla particolarità del caso italiano è intervenuto invece Fabio Mussi, vicepresidente della Camera dei deputati: "Il nostro paese è stato l'epicentro di una costante minaccia golpista e stragista che non ha avuto paralleli neanche nella Germania divisa. Poi c'è stata la violenza della mafia che non è semplicemente un'organizzazione criminale a scopo di lucro, ma un vero e proprio soggetto politico. I morti per mafia sono decine di migliaia, più che a Beirut o nel Kosovo. Lo stragismo e le tentazioni golpiste erano mirati contro il Pci che rappresentava tra un quarto e un terzo dei cittadini". Ma stragi e servizi deviati appartengono poi davvero a un passato morto e sepolto? "Chi erano i black bloc? Qual era - si chiede ancora Fabio Mussi - la catena di comando e chi dava gli ordini nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto? Che significato ha la "voce dal sen fuggita" del ministro dell'Interno, Claudio Scajola, che ha rivelato che c'era l'ordine di sparare sui manifestanti?".
T. B.

Intervista a Marisa Musu, citata nel libro L'Italia inquinata delle spie Tonino Bucci Come fu nel caso di Ignazio Silone, all'epoca del fascismo chiamato in causa dalla polizia politica dell'Ovra come informatore per colpire un militante comunista, così si ripropone per Marisa Musu, medaglia d'argento alla Resistenza, gappista e dirigente del Pci, l'insinuazione di aver fatto parte della rete di informatori dei servizi segreti. "Più che lo stupore e l'indignazione personale è in gioco qui la situazione assurda di cittadini che possono essere colpiti dallo Stato senza poter reagire", è la prima impressione di Marisa Musu. Il suo nome è venuto fuori in una inchiesta del giudice Carlo Mastelloni sulla trama di informatori dell'Ufficio Affari Riservati - una vera e propria struttura poliziesca parallela - e poi nel recente libro di Gianni Cipriani, Lo Stato invisibile che ripercorre la storia dello spionaggio in Italia dal dopoguerra ad oggi e presentato ieri mattina a Roma.
La reazione alla notizia che il tuo nome figura tra gli informatori del Ministero degli Interni si può benissimo immaginare. Come te lo spieghi?
Il mio nome è apparso nell'inchiesta del giudice Carlo Mastelloni, senza peraltro essere mai stata interpellata o interrogata. L'ho saputo solo a inchiesta chiusa e in maniera del tutto casuale, da fonti giornalistiche. E' assurdo che il proprio nome venga inserito in un documento giudiziario senza nessun atto di contestazione diretta e di comunicazione ufficiale.
E quali sarebbero le cosiddette prove a sostegno del ruolo di informatrice?
Non appena ne sono venuta a conoscenza - casualmente, ripeto - mi sono procurata il documento che è un atto pubblico. E ho letto con attenzione le tremila pagine. Gli unici elementi citati nella Sentenza ordinanza sarebbero degli elenchi reperiti fortuitamente in un magazzino dove erano stati accantonati, probabilmente destinati al macero. Negli elenchi figura il mio nome con accanto un numero, un nome in codice, "Stanislao", e l'emolumento, che nel '64 corrispondeva, più o meno, al mensile di un salario. Nel libro di Gianni Cipriani, Lo Stato invisibile, si fa riferimento a due o tre informative attribuite a "Stanislao". Ma sono informative che sfiorano il senso del ridicolo, molte riguardano pettegolezzi da quattro soldi. Nell'interrogatorio dell'unico teste, un maresciallo dell'Ufficio Affari Riservati, questi identifica il nome in codice "Stanislao" a volte con una militante comunista, altre volte con la fonte missina Caradonna, altre volte ancora con una persona di orientamento di centro!
A quali anni risalgono gli elenchi?
Molti fascicoli non riportano la data. Lì dove si può accertare, l'anno indicato è il 1964, altri arrivano all'incirca al '73.
Cosa ha spinto, a tuo giudizio, i funzionari dell'Ufficio Affari Riservati a introdurre il tuo nome, il nome di una medaglia d'argento della Resistenza, fra quelli degli informatori?
I documenti di D'Amato - personaggio che si è sempre abilmente cavato d'impaccio dalle indagini sulle stragi e la P2 - stabiliscono una relazione tra il nome Marisa Musu e quello in codice di "Stanislao", ma non c'è nessun elemento reale che attesti che al nome "Marisa Musu" corrisponda la mia persona. In ogni caso, perché proprio il mio nome? Posso avanzare solo delle ipotesi che non possono essere confermate visto che D'Amato è morto. La prima è che D'Amato potesse avere una reale fonte d'informazione e che per coprirla abbia usato il mio nome. Oppure che, non avendo nessuna fonte, abbia usato il mio nominativo per giustificare fondi destinati a un altro informatore o qualche funzionario dell'Ufficio stesso. Infine - ed è l'ipotesi a mio pare più credibile - può essere che D'Amato, uomo abile e vicino alle trame nere, avesse architettato nel '64 una manovra infamante contro il Pci. Per poter dire: "avete una dirigente medaglia d'argento alla Resistenza, gappista, ed è una nostra informatrice". Qui non si tratta solo di una mia questione personale. E' un'insinuazione che avrebbe infangato il Pci e la stessa memoria della Resistenza. Lo stesso effetto avrebbe oggi tirare fuori queste "rivelazioni" senza l'ombra di una prova consistente.
C'è anche un'altra lacuna che non è stata presa in considerazione nell'inchiesta del giudice Mastelloni. Quale sarebbe stato il movente?
Un buon giudice dovrebbe sempre cercare il movente. Per diventare informatrice avrei dovuto attraversare un mutamento ideologico - ipotesi da escludere visto che sono sempre stata militante comunista. Né si potrebbe giustificare con l'attrattiva del denaro. L'emolumento riportato negli elenchi è talmente basso da non lasciare dubbi. Né, infine, io ho mai avuto bisogno di soldi per questioni private...
E inoltre si fa fatica a credere che il Pci - un partito di cui tutto si può dire meno che fosse sprovveduto - non si sarebbe accorto di una rete di infiltrati e informatori stipendiati dai servizi segreti...
Il Pci le spie le ha sempre scoperte in tempi brevi. Avevamo al nostro interno un apparato vigile, organizzato, attento al quale era impossibile che una spia passasse inosservata.

16 aprile 2002 - STRAGE BRESCIA: INTERROGATO GENERALE GEN. FRANCESCO DELFINO
ANSA:
Il generale dei carabinieri Francesco Delfino, e' stato interrogato a Brescia nell'ambito delle indagini sulla strage di Piazza della Loggia. L'atto istruttorio e' avvenuto ieri. Delfino, che e' iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di concorso in strage, e' stato interrogato per circa tre ore negli uffici decentrati della Procura. Da quanto si e' appreso l'alto ufficiale, che ai tempi della strage (il 28 maggio 1974) era comandante del nucleo operativo di Brescia e che svolse le indagini nel corso della prima inchiesta, aveva da tempo chiesto di essere sentito. Delfino e' stato interrogato la prima volta un mese e mezzo fa. Quello di ieri rappresenterebbe il completamento del precedente interrogatorio. E' stato interrogato da Roberto di Martino, il pm che con il collega Francesco Piantoni e' titolare dell'inchiesta ancora aperta sulla strage che provoco' in piazza della Loggia otto morti e piu' di cento feriti durante una manifestazione sindacale contro l'escalation del terrorismo.

22 aprile 2002 - PROSSIMA USCITA NUOVO LIBRO BIACCHESSI SU TERRORISMO DI DESTRA
Esce il 13 maggio il nuovo libro d'inchiesta di Daniele Biacchessi. "Le ombre nere. Il terrorismo di destra da Piazza Fontana alla bomba al Manifesto". Mursia Editore. 205 pagine con postfazione del giudice di Milano Guido Salvini. Narrato come fosse un romanzo, il libro offre al lettore quattro storie tra passato e presente. Non é un saggio. Si rivolge invece alle nuove generazioni, quelle che la storia più recente stentano a conoscere.
"Processo alla storia", é il capitolo dedicato al dibattimento per la strage di Piazza Fontana terminato il 30 giugno 2001 con la condanna di alcuni esponenti di Ordine Nuovo. Nel volume viene ricostruita l'intera istruttoria, confrontati i documenti e gli atti giudiziari, sbobinate le audizioni testimoniali. Fino alle motivazioni della sentenza.
"Quel giorno che in cielo volò una bicicletta" é la storia dell'ultima inchiesta sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974). Vengono pubblicati i verbali di interrogatorio e analizzate le istruttorie e i processi precedenti. Si tratta di un capitolo inedito e di un processo ancor tutto da celebrare.
"Uno sparo nella notte" riguarda la storia dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Dagli omicidi degli anni Settanta alla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Il capitolo é aggiornato fino agli ultimi avvenimenti e inchieste.
"Ritorno al passato" è relativo alla bomba contro la sede romana del Manifesto del 22 dicembre 2000. Le testimonianze e le inchieste che hanno portato alla condanna per strage del neofascista Andrea Insabato.
Quattro storie scritte per non dimenticare.

3 maggio 2002 – ANTICIPAZIONI SUI DIARI DI TAVIANI
"La Stampa"
RIVELAZIONI SU TRAME EVERSIVE, STRAGI E MISTERI DELLA PRIMA REPUBBLICA NEI DIARI DEL LEADER DC, DA LUNEDÌ NELLE LIBRERIE. LI ABBIAMO LETTI IN ANTEPRIMA TAVIANI i giorni dell´Italia in nero
IL 27 giugno dello scorso anno, su ordine della Procura di Brescia, il reparto Antieversione dei Ros si presentò nella sede del Mulino, a Bologna, per sequestrare una copia dei diari di Paolo Emilio Taviani, morto nove giorni prima. Il senatore a vita - lo nominò Cossiga nel 1991 - aveva più e più volte, in diverse sedi, promesso rivelazioni sui misteri della Repubblica. Ne aveva in verità qualche titolo essendo stato grande capo partigiano, segretario della Dc, ras di corrente, ministro della Difesa e dell'Interno varie volte, nell'arco di un periodo cruciale, dagli anni cinquanta alla metà degli anni settanta. Ricevuta la visita dei Ros, il responsabile della sezione Storia del Mulino, Ugo Berti, dichiarò in ogni caso all'Ansa: "La pubblicazione procede regolarmente secondo i programmi. Nei prossimi mesi dell'anno prossimo il volume sarà in libreria". Eccolo, dunque: Politica a memoria d'uomo (445 pagine, 20 euro). In una delle ultime pagine, nel tirare le somme, Taviani scrive: "Fu guerra, calda o fredda, ma sempre guerra (...). Non sono sicuro di aver mai sbagliato. Per un uomo politico è già un successo salvarsi l'anima". Anche per mezzo dei diari. Per cui ecco subito quanto probabilmente interessava a magistrati e carabinieri. Taviani l'ha racchiuso in una quarantina di pagine. Piazza Fontana - di cui si occupò tornato al Viminale nel 1973 insieme con i vertici dell'Antiterrorismo (Santillo) e degli Affari Riservati (D'Amato) - offre la prima sorpresa. "La responsabilità della strage è interamente dell'estrema destra e in particolare di Ordine nuovo: uomini tecnicamente seri, collegati con settori deviati dei servizi segreti". La Cia non c'entra nulla, ma l'esplosivo, venne fornito a uomini di On da un "agente nordamericano" che proveniva dalla centrale tedesca e apparteneva al servizio segreto dell'esercito: "Assai più efficiente della Cia". In Italia qualcuno seppe e anzi cercò di evitare. Taviani racconta di un certo avvocato Fusco, con frequenti legami con il Sid, che la sera del 12 dicembre doveva andare a Milano per "recare il contrordine sugli attentati previsti". Ma a Fiumicino seppe della bomba. Poco dopo la strage, da Padova, un ufficiale del Sid raggiunse Milano "per sostenere il depistaggio sulla sinistra". La bomba non doveva, secondo Taviani, causare morti, come accadde a Roma. Lo deduce dal fatto che, "una volta verificato che nel crimine erano implicati anche alcuni uomini delle istituzioni, non è supponibile che essi cinicamente pensassero di uccidere tanti innocenti". A meno che gli esecutori abbiano poi "disatteso gli ordini ricevuti". A questa ricostruzione Rumor, Fanfani e Moro non vollero mai credere. Taviani al contrario, come "atto politico" e sulla base della sentenza ottenuta dal pm Occorsio, decretò lo scioglimento di Ordine nuovo. La fine della teoria degli "opposti estremismi" ebbe sanguinose conseguenze. Tornato al Viminale liquidò anche alcuni agenti e confidenti arruolati dal precedente ministro (Restivo); "servizi paralleli", si disse in seguito, erroneamente identificandoli con Gladio. Tali spezzoni divennero "schegge impazzite". Mario Tuti ne fu il tipico esponente. A questo ambiente para-golpista, Taviani imputa la strage dell'Italicus. Era il 1974. Ma pure sull'attentato di Bertoli il ministro ebbe il dubbio che l'"anarchico" venuto da Israele potesse essere stato aiutato dal Sid del generale Maletti, di cui ricorda che era "filo-israeliano" (mentre il generale Miceli era filo-arabo). Anche la strage di Brescia è collegata a On: "i carabinieri vi avevano infiltrato un informatore". La bomba era in realtà destinata all'Arma, per vendetta, ma per la pioggia i militi si erano spostati dall'area prescelta per l'esplosione.
Il padre di Gladio
Taviani si assume in pieno la responsabilità di aver fatto iniziare le indagini su Edgardo Sogno; e sostiene anche di aver duramente pagato la sua convinzione che le stragi fossero state "sicuramente ed esclusivamente di destra". Quando cadde il governo venne sostituito - e si riporta un vivace resoconto di come il sinedrio Dc, riunito a piazza del Gesù, distribuisse gli incarichi, con offerte, battute crudeli e sbattimenti di porta. Nel novembre del 1974 finirebbe in realtà il potere governativo di Taviani, l'uomo che in nome dell'atlantismo mise in piedi Gladio. Ma la sua influenza politica continua. Del tutto ingiustificata, la campagna contro l'organizzazione Stay Behind, a suo giudizio, venne aperta con l'obiettivo di contrastare Cossiga che aveva buone speranze di conquistarsi a picconate un secondo mandato presidenziale. In più - ed è una rivelazione - i comunisti sapevano non solo di Gladio, ma anche della base di Capo Marargiu: e questo perché l'aveva detto lui, Taviani, all'allora segretario Longo. Sulle Br, oltre a numerosi sospetti sui collegamenti con i seguaci di Secchia, è annotata una confidenza del generale Dalla Chiesa secondo cui nel 1977, e cioè pochi mesi prima del sequestro Moro, l'evasione di Prospero Gallinari "venne favorita con lo scopo di scovare Moretti". Sui servizi segreti esteri c'è un'abbondante aneddotica. Dall'idea di utilizzare la Stasi in funzione anti-Tito al Mossad che Taviani considera responsabile dell'attentato all'aereo Argo 16; dall'"ottusità" anticomunista della Cia all'"abilità" del Kgb, di cui pure nega che sia riuscito - come scritto nel dossier Mitrokhin - a mettergli una segretaria alle calcagna. Entrambi i servizi delle grandi potenze della guerra fredda, comunque, "convergevano a un medesimo risultato: mantenere l'Italia in tensione". Questo dunque - con inevitabile sintesi e conseguenti forzature di chi gli ha riservato una prima lettura - contengono più o meno le pagine più scabrose delle memorie tavianee. Un autentico tesoro per gli appassionati di trame e misteri. Ma i diari dei potenti, per fortuna, interessano anche gli storici e i normali lettori. E infatti sarebbe ingiusto ridurre questo volume, tra i più interessanti nella memorialistica della Prima Repubblica, a una sequela un po' paranoica di verità, sospetti, cospirazioni. Taviani si salva l'anima, infatti, anche raccontando in profondità il suo lungo tempo di leader e capocorrente democristiano. Gli anni avventurosi, ma indimenticabili della Resistenza, quelli che un giorno spingeranno Fidel Castro a rivolgerglisi come "colega en la experiencia guerrillera".
Affrancarsi dal Vaticano
Come pure l'austerità della Costituente, quel pasto di "pane, mele e un bicchiere di vino bianco" al primo congresso Dc. Le ramanzine di Sturzo, le "manovre" di Gedda, in sostanza la dura lotta sotterranea per liberarsi dalla tutela vaticana, la lettura tra le righe dell'Osservatore romano, il timore degli effetti che un certo discorso avrebbe suscitato sull'"Uomo Bianco", cioè il Papa. Timori a loro modo giustificati, e fino all'ultimo, se è vero che da Oltretevere non gli perdonarono di essere andato lui, come ministro dell'Interno, ad annunciare in tv i risultati del referendum sul divorzio. In più viene fuori il personaggio: gastronomo, amante della famiglia, celebre studioso di Colombo. Come ogni grande democristiano, è al tempo stesso spregiudicato e spirituale, per cui fa cose assai discutibili, le fa a fin di bene e le racconta pure. La volta che, da ministro, per far dimettere sul serio il tentennantissimo De Nicola da presidente della Corte costituzionale chiede ad alcuni suoi amici ex partigiani di appendere dei manifesti contro di lui nel quartiere di Napoli dove abita. Oppure la volta che per aggirare le difficoltà, si fa costruire dall'esercito un aeroporto a Lampedusa. O acquista - in Senegal! - un pacco di lettere (poi rivelatesi false) in cui Pio XII si rivolge chiaramente a una specie di fidanzata. Sfila nel diario tutto un mondo. De Gasperi pensoso, Dossetti irrequieto, La Pira ardente, Fanfani volitivo. E Nenni, e i comunisti. Ecco: a distanza di anni, davvero colpisce nei diari tavianei l'intensità con cui la Dc cerca a tutti i costi - e trova, non c'è dubbio - un rapporto di convivenza con il Pci. E di nuovo occorre tornare ai segreti rivelati se nel gennaio del 1955, in piena Guerra Fredda, i servizi italiani scoprono che l'Urss ha appena finanziato il pci con un cifra che corrisponde a 40 miliardi di oggi. Ebbene, in una riunione con Scelba e Martino, si decide di far finta di niente: "Abbiamo sempre detto che il Pci è pagato da Mosca. Ma dare pubblicità alle carte di quel finanziamento comporterebbe necessariamente mettere al bando il Pci. Dunque la guerra civile". Taviani arriva a corteggiare apertamente il Pci a metà anni settanta. Nel 1975 prova a convincere addirittura la Cia dell'affidabilità di Berlinguer; e l'anno dopo a Mosca sonda i sovietici se nel quadro della distensione sarebbero disposti a comprendere un governo che veda insieme Dc e Pci... Come poteva uno come lui, pure profeta inascoltato di Tangentopoli, comprendere quel che stava per accadere? Eppure "il nome di Di Pietro - scrive - è forse l'unico fra gli italiani degli anni novanta che rimarrà nella storia e non nella cronaca. Proprio come vi restò Giovan Battista Perasso detto Balilla. Con una differenza; che quest'ultimo, gettato il sasso, non pretese rimanervi nella storia, al punto tale che alcune balzane correnti storiografiche ne contestano l'identità". Riflessione tortuosa, ma efficace: molto democristiana.
 Filippo Ceccarelli

11 maggio 2002 - LIBRO MEMORIE TAVIANI: ANSA
Escono le memorie di Paolo Emilio Taviani a quasi un anno dalla sua morte: "Politica a memoria d'uomo" (Il Mulino, pp. 446 - 20.00 euro). Giulio Andreotti nel suo "I nonni della Repubblica", appena uscito, ricorda che l'ex ministro dell'interno e senatore a vita si riservava "di far pubblicare dopo la sua morte qualche pagina esplicativa su alcune complesse vicende dei retroscena italiani". E' cosi' il capitolo "Gladio e i misteri veri o presunti d'Italia" a attirare subito l'attenzione. Diviso per bervi capitoletti, si va dalla morte di Enrico Mattei a Gladio, di cui rivendica la paternita' sin dal '56, come organizzazione difensiva contro un'eventuale invasione dall'Est "senza alcun compito di ordine interno". Se sulla Strage alla stazione di Bologna si legge un sintetico e secco: "Questo e' un autentico mistero", su Mattei, quando era appunto al Viminale, Taviani afferma che "il cosiddetto attentato al cacciavite, verificatosi un anno prima, non fu un attentato" e che considera "fantasie gli interventi esteri o mafiosi", perche' "la mafia ha sempre agito in proprio" e "da mesi era in corso un riavvicinamento di Mattei agli americani, di cui io ero uno degli intermediari". In molte pagine pare esprimersi contro certe dietrologie. Anche sul rapimento di Aldo Moro si dice sicuro "che sia stato progettato e compiuto da uomini delle Brigate Rosse, senza interferenze di servizi segreti italiani o stranieri". Per Piazza Fontana a Milano e Piazza della Loggia a Brescia afferma invece che "la centrale organizzativa della strage e' stata Ordine Nuovo", ma in collegamento "con settori deviati dei servizi segreti". Aldila' di queste note, comunque "Politica a memoria d'uomo" e' l'autoritratto e la testimonianza di uno dei protagonisti della storia dell'Italia repubblicana. Tra ricordi e, fogli di diario e riproduzione di documenti, il racconto di Taviani parte dal suo precoce impegno, poco piu' che ventenne, nelle associazioni cattoliche negli anni '30 per arrivare alla nascita della Dc, va dalla Resistenza ("non guerra civile" ma "guerra di Liberazione dall'occupazione tedesca") alla Costituente, proseguendo con i momenti salienti del dopoguerra. In appendice al volume sono alcune "Istantanee' su uomini importanti, in cui, per esempio, accusa Guido Carli di "non poca responsabilita"' nello "sfascio del bilancio dello Stato" nei due ultimi governi Andreotti; paragona "la traccia deleteria" lasciata da Craxi a quella di Crispi di un secolo prima; definisce De Gasperi "un genio della politica", Gromiko "un bravo nazionalista russo", Filippo d'Inghilterra "non e' affatto un personaggio insignificante" e Fanfani e Andreotti erano politici con "una marcia in piu'". Il libro riproduce l'ultimo foglio di diario dello statista, datato Cavalese 15 agosto 1999, che ha una chiusa esemplare: "Della tragedia epocale che abbiamo vissuto.... uno e uno solo e' l'autentico figlio di Caino: l'antisemitismo. Sento il dovere di dichiararlo, prima di terminare questo libro in una stagione tutt'altro che tranquilla. Se rispunta, il ciuffo di Ario del figlio di Caino, si deve subito schiacciargli il capo".

15 maggio 2002 - CONVEGNO SU STRAGE DI BRESCIA
"Il Giornale di Brescia"
L'attentato del 28 maggio 1974 al centro del convegno promosso dalla Fisascat Cisl
Piazza Loggia, la strage e la memoria
"Pioveva forte quella mattina, erano le 10 ed io avevo preso da poco la parola, quando ad un certo momento è avvenuta l'esplosione. Ricordo qualcosa di terrificante, striscioni e ombrelli che volavano, poi un vuoto che si è creato nella zona dell'a ttentato, là dove la gente cadeva". A parlare è Franco Castrezzati, relatore in piazza Loggia in rappresentanza delle organizzazioni sindacali il 28 maggio 1974, data della strage di cui tra pochi giorni ricorrerà il ventottesimo anniversario ed ospite ieri al convegno "Un evento, un ricordo, un impegno", che s'è svolto alla Casa S. Filippo per iniziativa della Fisiscat-Cisl Brescia, coordinato dal segretario generale Oscar Turati e con il sindaco Paolo Corsini; il segretario generale Cisl, Renato Zaltieri; don Ruggero Zani, vice direttore Pastorale Sociale per la Diocesi. "Abbiamo voluto questo incontro perché la strage di piazza Loggia ha scosso profondamente tutto il movimento sindacale bresciano - ha spiegato Turati -. Non pensiamo solo ad una commemorazione: dal ricordo delle otto vittime e degli oltre cento feriti, dobbiamo raccogliere il testimone di un impegno che parte da lontano e riannodare i fili della storia fra le diverse generazioni". Franco Castrezzati ha rievocato i momenti drammatici dell'attentato ed il clima di tensione che ne ha preceduto l'attuazione. "I gruppi neofascisti operanti si chiamavano Sam, Mar, Ordine Nuovo e Rosa dei venti - ha ricordato il sindacalista -. Nei giorni antecedenti alla strage si era verificato l'attentato alla sede provinciale del Psi, alla sede sindacale di Lumezzane e alla Cisl bresciana". Anche un fatto "che all'epoca non era stato reso pubblico", ha riferito Castrezzati: un comunicato pervenuto al nostro giornale e firmato dal Partito fascista nazionale sezione "Silvio Ferrari" in cui si annunciava che "entro il mese di maggio gravi attentati sarebbero stati posti in azione". "Non ho alcun dubbio sulla matrice politica di destra della strage e sull 'obiettivo di destabilizzazione delle istituzioni - ha dichiarato l'ex segretario Cisl -. A 28 anni di distanza, la giustizia non è ancora riuscita a individuare i mandanti né gli esecutori del crimine". Di "una giustizia ingiusta, che non è stata capace di essere riparatrice" ha parlato anche il sindaco Corsini, che ha invitato a "non confondere stragismo e terrorismo". "Il primo - ha rimarcato il sindaco - colpisce nel mucchio, non individua il singolo esponente, ma è mirato al bersaglio. E quel giorno, in piazza Loggia, c'era una concentrazione di antifascisti con un evidente e dichiarato scopo politico". "Sullo stragismo grava ancora il segreto del potere, di un quadro di attori molto variegato che comprende gli apparati dello Stato" ha proseguito Corsini. "La ferita è stata aperta, ma dobbiamo sventare il tentativo di appesantire le ali della fiducia nell'uomo" ha ammonito don Ruggero Zani, richiamandosi ad uno degli ultimi messaggi del Papa per la Giornata della pace. Per il 27 maggio - ha annunciato Zaltieri - Cgil, Cisl, Uil organizzano un convegno in collaborazione con le associazioni dei familiari delle vittime delle stragi. Interverranno Maria Falcone, Nando Della Chiesa, la vedova D'Antona e il figlio di Aldo Moro. Le conclusioni saranno affidate al segretario generale della Cgil, Sergio Cofferati. Anita Loriana Ronchi

24 maggio 2002 – “OMBRE NERE” DI BIACCHESSI
ANSA:
DANIELE BIACCHESSI - OMBRE NERE (MURSIA - PAG.200 - 14,30 EURO) - Sono lunghe e lastricate di sangue la strada e la storia dell' eversione nera in Italia e, almeno per quanto ha ritenuto la magistratura, segnata da episodi cruenti che hanno portato il Paese sul limite del baratro istituzionale, prima ancora che politico. Perche' taluni di quegli episodi (ma anche degli «altri», firmati dall' opposto ed estremo schieramento ideologico) hanno costretto a pensare che le regole della democrazia dovessero essere difese da misure che forse tradivano la motivazione stessa per le quali erano state adottate. Daniele Biacchessi, nel ricostruire la storia del terrorismo di destra in Italia, ricostruendo quattro vicende, la racchiude in due precisi momenti storici. Il primo e', ovviamente, la strage di piazza Fontana, il secondo, l' ultimo, e' la bomba che poteva fare una strage nella redazione romana del Manifesto e per la quale e' stato gia' condannato il neofascista Andrea Insabato.  In 'mezzo' la strage di piazza della Loggia, a Brescia  e la folle corsa nel terrore dei Nar. Chi ha tentato di ricostruire il cammino dell'  eversione in Italia e' stato sempre attraversato dalla certezza che la rozzezza delle tematiche alla base del fenomeno nascondesse regie di menti piu' raffinate, aduse piu' d' altre alla sottile arte dell' inganno. Peraltro se per arrivare ad un ennesimo - per l' accusa definitivo - pronunciamento di una Corte d' assise sulla strage di piazza Fontana s' e' dovuto attendere il giugno del 2001, se si da' per scontato che tutti i magistrati e gli inquirenti hanno fatto per intero il loro lavoro, c'e' quantomeno da sospettare che chi ha orchestrato la stagione degli attentati neri l' abbia fatto forte di coperture e connivenze ai livelli piu' alti. Certo, chi appena un anno fa e' stato condannato per la bomba alla Banca dell' agricoltura parla oggi di una sentenza politica. Ma appare un copione scontato, ancorche' comprensibile. Biacchessi, nel suo «Ombre nere», non solo racconta, ma ricostruisce, fornendo elementi di riflessione (grazie a documenti processuali presssoche' sconosciuti) , anche quando tratteggia la storia personale dei mille personaggi che nel terrorismo di destra hanno agito, oppure soltanto vi hanno svolto compiti da comprimari.

25 maggio 2002 – CONVEGNO SU STRAGE DI BRESCIA
"Brescia Oggi"
Lunedì un convegno con Dalla Chiesa, Tarantelli e la vedova D'Antona. Conclusioni del leader Cgil
Cofferati chiede verità
I parenti delle vittime lanceranno un appello a Ciampi
di Tiziano Zubani
Lunedì, nello stesso giorno in cui il presidente della Confindustria Antonio D'Amato partecipa all'assemblea dell'Associazione industriali (ne parliamo nelle pagine di economia), in città arriva il suo principale antagonista , il segretario generale della Cgil Sergio Cofferati. Non sarà, però, un duello a distanza, Cofferati non viene a parlare di articolo 18 e riforme del mercato del lavoro (il tema caldo del momento), ma di stragi. Chiuderà il convegno ospitato alle 9 all'auditorium di S. Barnaba in corso Magenta su "Dalla verità storica e politica a quella giudiziaria: un solco da colmare per il presente e per il futuro della nostra democrazia".
Con lui, coordinati da Manlio Milani (presidente dell'associazione familiari vittime della Strage di piazza della Loggia) e introdotti dal segretario provinciale della Uil Angelo Zanelli, ci saranno l'ex sindacalista Franco Castrezzati (oratore ufficiale il 28 maggio 1974), Francesca Dendena (familiari vittime di piazza Fontana a Milano), Roberto Castaldo (familiari vittime strage di Bologna), Nando Dalla Chiesa (figlio del generale assassinato dalla Mafia), Federico Maria Sinicato (avvocato del sindacato per piazza Loggia e piazza Fontana), Daria Bonfietti (familiari vittime di Ustica), Carol Beebe Tarantelli e Olga D'Antona, (vedove degli economisti assassinati dalle Br).
Al convenvegno, organizzato da Cgil, Cisl e Uil, hanno aderito le Associazioni dei familiari dei caduti delle stragi di piazza Fontana, piazza della Loggia, Treno Italicus, Ustica, Stazione di Bologna, Treno 904, via dei Georgofili. A questi si aggiungono Maria Falcone, Giovanni Moro, Giovanni Bachelet, Rita Borsellino. Le personalità presenti e gli esponenti delle associazioni che hanno aderito alla manifestazione hanno anche sottoscritto un appello al Presidente della Repubblica i cui contenuti non vengono anticipati, ma, assicura il segretario della Cgil bresciana Dino Greco, "sarà un atto molto forte".
"Con questo convegno vogliamo porre in evidenza la ricerca della verità per piazza Loggia e per le altre stragi che hanno insanguinato molte città - sostiene Renato Zaltieri, segretario della Cisl -. I colpevoli devono essere scoperti".
Dino Greco incalza: "C'è un filo rosso che lega la catena di attentati: il terrorismo, qualunque sia la sua matrice, ha avuto sempre per bersaglio prima di tutto il movimento dei lavoratori. A Brescia la trama è stata mirata e sono stati uccisi otto militanti del sindacato. Oggi la verità politica c'è: lo stragismo nero, colluso con apparati dello Stato e coperto da complicità politiche, tentò di interrompere il cammino democratico del nostro Paese colpendo il sindacato e il movimento dei lavoratori. Ora vogliamo anche la verità giudiziaria".
Angelo Zanelli, segretario Uil, aggiunge: "Vogliamo far notare quanto il movimento dei lavoratori abbia pagato come effetto di queste stragi. Per questo abbiamo avvertito la necessità di questa manifestazione. Feroce intimidazione, paura e tentazioni liberticide provano a distruggere il frutto che sortisce dal confronto aperto e civile, dalla dialettica politica e sociale. Nella memoria e nella ricerca della verità vive il nostro impegno di oggi, che non retrocede sotto i colpi di chi ancora trama contro la democrazia".
Infine Lucia Calzari (dei familiari delle vittime) completa: "Ci siamo battuti tutti perchè il silenzio non calasse su piazza della Loggia. Quest'anno c'è in più l'attacco al sindacato e su questo non si può tacere. Ci sono poi le finte controverità, che non dimostrano nulla: è una strage fascista e se l'inchiesta giudiziaria arriverà alla conclusione, lo dimostrerà".

Protezioni e depistaggi nelle "Ombre nere" di Daniele Biacchessi
Tra le iniziative di riflessione del ventottesimo anniversario della Strage di piazza della Loggia c'è anche la discussione del libro di Daniele Biacchessi (con una postfazione del giudice Guido Salvini) "Ombre nere. Il terrorismo di destra da Piazza Fontana alla bomba al Manifesto". L'incontro si farà mercoledì 29 alle ore 18 nel salone Vanvitelliano di Palazzo Loggia. Oltre all'autore interverranno il sindaco Paolo Corsini, il presidente dell'associazione familiari dei caduti di piazza della Loggia, Manlio Milani, e il giornalista dell'Ansa Paolo Barbieri. Daniele Biacchessi, nel ricostruire la storia del terrorismo di destra in Italia, rivede quattro vicende, la racchiude in due precisi momenti storici. Il primo è, ovviamente, la strage di piazza Fontana, il secondo, l' ultimo, è la bomba che poteva fare una strage nella redazione romana del Manifesto e per la quale è stato già condannato il neofascista Andrea Insabato. In mezzo la strage di piazza della Loggia, a Brescia e la folle corsa nel terrore dei Nar.
Chi ha tentato di ricostruire il cammino dell' eversione in Italia è stato sempre attraversato dalla certezza che alla base il fenomeno nascondesse regie di menti più raffinate. Peraltro se per arrivare ad un ennesimo - per l' accusa definitivo - pronunciamento di una Corte d' assise sulla strage di piazza Fontana s'è dovuto attendere il giugno del 2001, c'è quantomeno da sospettare che chi ha orchestrato la stagione degli attentati neri l' abbia fatto forte di coperture e connivenze ai livelli più alti. Certo, chi appena un anno fa è stato condannato per la bomba alla Banca dell' agricoltura parla oggi di una sentenza politica. Ma appare un copione scontato, ancorchè comprensibile. Biacchessi, nel suo "Ombre nere", non solo racconta, ma ricostruisce, fornendo elementi di riflessione grazie a documenti processuali pressochè sconosciuti.

"Il Giornale di Brescia"
Lunedì convegno di Cgil-Cisl-Uil sulle stagioni del terrorismo. Chiuderà Cofferati
Strage: "Ora la verità giudiziaria"
Su questo gli accenti dei tre sindacati confederali bresciani non potrebbero essere più univoci: "Chi pensa che le lotte democratiche dei lavoratori armino la mano dei terroristi pensa una aberrazione e una falsità storica. Il movimento dei lavoratori è da sempre l'obiettivo della violenza terroristica, e sotto questo aspetto la bomba di piazza Loggia è addirittura emblematica". Una valutazione che sta tra le ragioni profonde che hanno spinto Cgil-Cisl-Uil e Familiari delle vittime a promuovere per lunedì - nell'ambito delle commemorazioni per il ventottesimo anniversario della strage - un convegno dal titolo che è un programma esplicito: "Dalla verità storica e politica a quella giudiziaria: un solco da colmare per il presente e per il futuro della nostra democrazia". Intenso il programma dei lavori, che prenderanno il via alle 9 all'Auditorium San Barnaba di corso Magenta e che saranno chiusi dal segretario generale Cgil, Sergio Cofferati. Gli interventi saranno coordinati da Manlio Milani (dell'Associazione familiari dei caduti di piazza Loggia) ed introdotti da Angelo Zanelli (Segretario Uil che parlerà a nome delle tre sigle sindacali). Gli interventi verranno succedersi alcuni tra i testimoni e le vittime indirette della lunga stagione di violenza politica che - dal 1969 ad oggi - ha attraversato la storia del nostro Paese. Parleranno Franco Castrezzati (bresciano, relatore sindacale alla manifestazione del 28 maggio '74), Francesca Dendena (dei familiari vittime di piazza Fontana), Roberto Castaldo (dei familiari vittime della stazione di Bologna), Nando Dalla Chiesa, Federico Maria Sinicato (legale di parte civile al processo per piazza Fontana), Daria Bonfietti (dei familiari strage di Ustica), Carol Beebe Tarantelli e Olga D'Antona (vedove dei docenti universitari uccisi dalle Br). Al termine del convegno - e prima della deposizione di un omaggio alla stele dei caduti - verrà data lettura di un appello al Presidente della Repubblica. "Il tema che continua proporsi con urgenza - sottolinea Renato Zaltieri, segretario Cisl - è ancora una volta la ricerca della verità, del disvelamento di quegli elementi che ancora bloccano la possibilità di stabilire una verità giudiziaria su tutte le stragi che hanno insanguinato le piazze del nostro Paese". "C'è un unico filo conduttore che lega tra di loro singole stragi e singoli attentati terroristici - ribadisce Dino Greco, segretario della Camera del lavoro - ed è un filo che assume una valenza di grandissima attualità. Il terrorismo ha sempre avuto come bersaglio diretto o indiretto un movimento profondamente democratico di rinnovamento e progresso quale è il movimento dei lavoratori". "Anche per questo abbiamo voluto promuovere l'incontro di lunedì - conclude Angelo Zanelli, segretario Uil - e cioè per sottolineare ancora una volta quanto il movimento dei lavoratori abbia pagato sulla propria pelle le stagioni della violenza politica. Lunedì ripercorreremo con la viva voce di chi è stato testimone una lunga stagione italiana che oggi non può essere dimenticata o stravolta". Tra i promotori dell'incontro anche l'Associazione familiari delle vittime di piazza Loggia. Spiega Lucia Calzari: "Ci siamo sempre battuti perché sulla bomba del 28 Maggio non calasse il silenzio. E proprio per questo siamo spaventati quando qualcuno distorce la realtà al punto tale da lasciar intendere che sia il movimento dei lavoratori la culla di violenze terroristiche. Niente di più falso. In piazza Loggia sono morti dei lavoratori, degli aderenti al sindacato. È questa la verità storica". L'incontro di lunedì servirà anche per lanciare un appello: che alla verità storica si affianchi ora quella giudiziaria. m.l.

28 maggio 2002 – DIBATTITO SI STRAGE DI BRESCIA
"Brescia oggi"
San Barnaba gremito per il convegno di Cgil-Cisl-Uil con la testimonianza dei familiari delle vittime del terrorismo
Appello a Ciampi: Zorzi va estradato
"Da piazza Fontana a Marco Biagi, senza verità la democrazia è malata"
I testimoni intervenuti al convegno in un gremito auditorium San Barnaba
L'appello porta l'adesione dei familiari di quella violenza politica che dal '69 e per trent'anni ha insanguinato la storia d'Italia. Ed è rivolto al presidente Ciampi, ai presidenti e ai capigruppo delle Camere e al presidente del Consiglio: il governo "ha il dovere politico di far pesare con forza nei confronti di un Paese amico l'inderogabile esigenza che Delfo Zorzi sia tempestivamente e doverosamente consegnato alla giustizia italiana". Non solo: l'appello sottolinea con preoccupazione come Zorzi (da anni residente in Giappone, già condannato in primo grado all'ergastolo per la strage di Piazza Fontana e indagato per quella di Piazza Loggia) " sia difeso nei due procedimenti dall'attuale presidente della Commissione giustizia della Camera, on. Gaetano Pecorella, e ciò mentre lo Stato italiano è costituito parte civile nei medesimi processi contro lo stesso imputato". È questo documento l'esito naturale di un convegno - quello promosso ieri mattina all'auditorium San Barnaba - con il quale Cgil-Cisl-Uil e l'Associazione familiari delle vittime hanno voluto lanciare un segnale forte e chiaro: "Se alla ormai assodata verità storica sul terrorismo non si affianca la verità giudiziaria, la nostra resta una democrazia malata ". Un convegno che - anche grazie al richiamo di testimoni d'eccezione e delle conclusioni affidate a Sergio Cofferati - ha portato volti e protagonisti del sindacato bresciano a gremire il San Barnaba. Tutti attorno ad una orgogliosa rivendicazione, richiamata in apertura da Manlio Milani: " Accusare le organizzazioni sindacali di collusione, di compiacenza o quanto meno di sottovalutazione nei confronti del pericolo terrorismo è compiere una falsità storica. È stravolgere il passato". Di quel passato che passa anche per la strage di Piazza Loggia. "Con quella bomba - ha ricordato Angelo Zanelli della Uil - veniva colpita direttamente una manifestazione antifascista promossa dal sindacato. Se a questa verità storica non si affianca anche una verità giudiziaria lo dobbiamo ai depistaggi e alle viscosità del sistema". I lavori sono stati una impressionante carrellata di ricordi di stragi e di attentati. Roberto Castaldo (familiari vittime della strage della Stazione di Bologna) ricorda: "Ero un ragazzino quando venni ferito, 85 persone vennero uccise. Cittadini, gente comune. Ma è proprio questa gente comune, e non gli autori delle stragi, che ha avuto lo forza di costruire il nostro Paese". Di depistaggi, di tentativi di intralciare le indagini sullo stragismo ha parlato l'avv. Sinicato, legale di parte civile per Piazza Fontana e Piazza Loggia. "Oggi sulle stragi non ci sono più misteri - ha detto - ma ci sono processi difficili. Ai familiari va dato atto di non aver mai cercato vendetta ma solo verità. Appoggiati in questo da una larga parte del Paese che non rinuncia al dovere della memoria". Una memoria con cui è necessario fare i conti. Daria Bonfietti (familiari delle vittime del Dc9 di Ustica) parla del "nuovo rappresentato anche dall'incontro tra Nato e Russia che si tiene a Pratica di Mare. Ma a Pratica di Mare c'è anche la carcassa del DC9 abbattuto. Come si può pensare al nuovo quando sul passato pesano ancora ombre cupe e interrogativi senza risposta?". Tra i testimoni anche Nando Dalla Chiesa, figlio del generale dei carabinieri ucciso dalla Mafia. "Io sono un fortunato, perché quanto meno i mandanti di quell'attentato li ho visti condannare. Ma questi anni mi hanno insegnato che la verità giudiziaria è sempre un po' al di sotto della verità reale. Le cose però sono già sufficientemente chiare così, basta ragionarci sopra. Dicono che non possiamo sostituirci ai giudici: per fare sentenze no, ma per giudicare la storia del nostro Paese sì ". Tra le vittime della violenza brigatista l'economista Ezio Tarantelli. La vedova Carol Beebe ricorda il dolore provato per l'agguato mortale a Marco Biagi: "Ho pensato alla sua famiglia, e a quanto aveva perso il nostro Paese con la sua morte. Chi si macchia di questa violenza viene spesso definito barbaro, ma il problema è quanto questa violenza estrema possa insinuarsi nella normalità quotidiana. E la resistenza alla violenza è tanto più forte quanto più resta aperta la possibilità di un confronto plurale. Senza il confronto la democrazia è più debole". Un appello a non chiudere - e a non lasciar chiudere - le porte del dialogo è arrivato anche dall'intervento di Olga D'Antona, vedova del giurista assassinato dalle Br. "Massimo era profondamente convinto che le riforme del lavoro sono impossibili senza il consenso delle parti sociali. Il terrorismo di questi ultimi anni invece ha sempre puntato a portare divisione, a frenare le riforme". Senza ombre la sua difesa di Biagi: " Ambigua la scelta di lavorare anche con un governo di centro destra? Marco Biagi aveva condiviso con mio marito un forte senso dello Stato, e l'impegno per il bene comune. Sapeva di essere in pericolo per questo, aveva chiesto protezione e non l'aveva ottenuta. Sono molte le ombre della nostra storia anche recente su cui dobbiamo far luce. Cassetti chiusi non li accettiamo più". Massimo Lanzini

"Il Manifesto"
Brescia, 28 anni di rabbia
Anniversario della strage, sindacati e vittime chiedono l'estradizione di Delfo Zorzi
Appello al Quirinale Risolvere il conflitto d'interessi di Pecorella, presidente della commissione giustizia e avvocato dell'imputato. Il segretario Cgil: è insopportabile
MANUELA CARTOSIO
BRESCIA
"DDelfo Zorzi? Chi è costui?". Così, un mese fa, la neoministra degli esteri giapponese Yoriko Kawaguchi cadeva dalle nuvole di fronte al nostro Pio D'Emilia che le chiedeva notizie sull'estradizione dell'ex ordinovista mestrino condannato in primo grado per la strage di Piazza Fontana. Se ne deduce che il governo italiano non ha fatto molto per rinfrescare la memoria alle autorità nipponiche sul conto del miliardario Delfo Zorzi, riciclatosi in Giappone come Hagen Roi, e per farselo consegnare. Zorzi, con Carlo Maria Maggi, è tra gli indagati per la strage di piazza Loggia che il 28 maggio del 1974 fece nel cuore di uno sciopero generale contro l'eversione otto morti ancora senza colpevoli. I pm bresciani Di Martino e Piantoni - titolari di un'inchiesta che, arrivata alla terza fase, riconduce la strage della Loggia a quelle milanesi alla Banca dell'agricoltura e alla Questura - hanno chiesto l'arresto di Zorzi. Il tribunale del riesame l'ha concesso, si attende la pronuncia della Cassazione e, ad ottobre, le indagini su Zorzi e Maggi dovranno fermarsi. Essendo questa la situazione, si capisce perché Cgil, Cisl e Uil bresciane e l'Associazione dei familiari dei caduti di piazza Loggia abbiano celebrato ieri il ventottesimo anniversario della strage con un'assemblea densa di richieste stringenti per l'oggi. E con un appello dove il nome di Delfo Zorzi torna più volte e che mette il dito su uno dei tanti "conflitti d'interesse" in seno al Polo: Gaetano Pecorella (Fi) è nello stesso tempo presidente della commissione giustizia della Camera e avvocato difensore di Delfo Zorzi in procedimenti in cui lo Stato si è costituito parte civile. Uno Stato che, ai tempi del governo dell'Ulivo, aveva chiesto l'estradizione di Zorzi; richiesta che il governo di centrodestra ha lasciato raffreddare e impallidire.
L'appello è indirizzato a Ciampi, ai presidenti di Camera e Senato, al capo del governo e ai capigruppo parlamentari. Oltre alla firme bresciane, l'hanno sottoscritto le Associazioni dei familiari delle vittime di altre stragi (piazza Fontana, Italicus, Ustica, Stazione di Bologna, Treno 904, via dei Georgofili), Maria Falcone, Rita Borsellino, Nando dalla Chiesa, Giovanni Moro, Giovanni Bachelet, Carol Beebe Tarantelli, Olga D'Antona. La verità storica e politica dello stragismo è acclarata, sostiene l'appello. Resta "un solco da colmare" perché diventi anche "verità giudiziaria". Colmarlo con prove che, "nonostante i tanti depistaggi e la tanta carta portata al macero dai servizi", reggano in giudizio, non è facile, ammette Federico Sinicato, avvocato di parte civile al processo di piazza Fontana. Ma non è impossibile, come dimostrano i verdetti, pur di primo grado, per le due stragi milanesi.
Colmare quello spazio non è solo "consolazione" per i familiari delle vittime, dice Sergio Cofferati. E' un obbligo di giustizia e conoscenza, altrimenti restano "zone d'ombra" che indeboliscono la democrazia. Il segretario della Cgil avvalora con la sua autorevolezza i due punti chiave dell'appello. E' "inaccettabile" che l'estradizione di Delfo Zorzi non sia sostenuta "da una forte iniziativa politica". La "contraddizione" tra il ruolo istituzionale e professionale dell'avvocato Pecorella è "insopportabile". L'appello indica un altro banco di prova per un governo che intenda davvero "attualizzare" la lotta al terrorismo: non ostacoli con pastoie che vanificano l'abolizione del segreto di Stato il lavoro della magistratura inquirente ma, anzi, lo agevoli introducendo nel codice penale il reato di depistaggio.
Il sindacato è sempre stato il nemico dichiarato tanto dello stragismo che del terrorismo, dicono Olga D'Antona e Carol Beebe Tarantelli. Le accuse di connivenza o di sottovalutazione mosse dalla destra alla Cgil dopo l'assassinio di Marco Biagi sono "offensive" o "ridicole". Torna sull'argomento il segretario generale: "Ci è stata rivolta una vasta gamma di accuse, tutte infondate e volgari. Noi il terrorismo l'abbiamo sempre combattuto a testa alta e abbiamo pagato un prezzo". Confermare la manifestazione del 23 marzo, pochi giorni dopo il delitto Biagi, è stato giusto: "Sostenere le proprie posizioni con lo sciopero e le manifestazioni, non lasciare che il terrorismo imponga il suo calendario, questa è la pratica democratica". Ci vorrebbero "remissivi", dice Cofferati, o confinati in un ruolo "puramente negoziale". La Cgil non lo sarà mai (neppure quando non sarò più io a guidarla, è il sottinteso): alle rivendicazioni materiali unirà sempre il riconoscimento dei diritti, e "tra i diritti c'è quello d'essere consapevoli di sé e del proprio passato".
Grande applauso per Olga D'Antona quando al "dolore" per l'uccisione di Marco Biagi aggiunge la "rabbia" per uno Stato che non ha protetto un suo servitore che sapeva minacciato.

28 maggio 2002 - STRAGE BRESCIA: TARQUINI, IMPORTANTE L'ESTRADIZIONE DI ZORZI
ANSA:
La Procura della repubblica di Brescia considera «importante» l' estradizione di Delfo Zorzi, indagato nell' ambito dell'inchiesta della strage di piazza della Loggia. Lo ha detto il procuratore Giancarlo Tarquini, a margine delle manifestazioni tenutesi stamani in commemorazione delle vittime della strage che il 28 maggio 1974 provoco' otto morti e 108 feriti. «La procura di Brescia - ha detto Tarquini, con riferimento all' estradizione dal Giappone di Zorzi, condannato in primo grado all'ergastolo per la strage di piazza Fontana e indagato per la strage di piazza della Loggia - si muovera' non appena la Cassazione si pronuncera' sul provvedimento restrittivo da noi richiesto. A quel punto chiederemo al ministero di intervenire presso lo stato estero per avere l' estradizione della persona in questione». Ieri, sempre nell' ambito delle manifestazione organizzate per la commemorazione della strage, e' stato rivolto un appello da sindacati e familiari delle vittime delle stragi al Capo dello Stato e ad altre istituzioni perche' venga estradato Delfo Zorzi. Tarquini ha poi commentato le voci secondo cui si starebbe assistendo a un ridimensionamento dell' apporto dei pentiti nelle indagini sulla strage, soprattutto dopo che Martino Siciliano ha inviato un memoriale nel quale sostiene che sulla strage di piazza della Loggia non sa nulla e di avere rilasciato dichiarazioni solo dopo avere letto gli interrogatori di altre persone. «Non so - ha detto il Procuratore - se si possa parlare di ridimensionamento. Si puo' parlare di qualche articolazione nuova che potrebbe essere vista come una complicazione. Ma, chissa' mai, che non rappresenti invece una via piu' diretta a un risultato immediato». Il Procuratore ha quindi sottolineato che 28 anni senza una verita' processuale sono tanti ma si e' detto speranzoso sugli esiti dell'inchiesta. «Ventotto anni - ha detto Tarquini – sono tanti. Ma sono stati 28 anni di impegno, di lavoro, di ricerca costante. Anche l' anno che decorre da oggi sara' un anno di impegno, di ricerca e lavoro e io mi auguro, e il mio augurio e' un augurio in termini di speranza perche' non voglio esprimermi in termini di certezza anche se e' molto vicino alla certezza, che ci siano quegli importanti sviluppi che tutti aspettiamo».

30 maggio 2002 - STRAGE BRESCIA: DIGILIO INDAGATO PER CONCORSO NELL'ECCIDIO
ANSA:
Il collaboratore di giustizia Carlo Digilio, meglio noto come 'Zio Otto' e ritenuto l'artificiere di 'Ordine Nuovo' e' stato iscritto nel registro degli indagati della Procura di Brescia nell'ambito della terza inchiesta sulla strage di Piazza della Loggia (8 morti e oltre 100 feriti nel corso di una manifestazione antifascista indetta dai sindacati il 28 maggio del '74). L' iscrizione nel registro degli indagati di Digilio per concorso in strage, a quanto si e' appreso, deriverebbe da alcune sue dichiarazioni rese nei giorni scorsi, durante l'incidente probatorio che lo riguarda in corso davanti al gip di Brescia. Nel frattempo si e' appreso anche che Maurizio Tramonte, ex collaboratore del Sid e attualmente in carcere nell'ambito dell'inchiesta sull'eccidio bresciano, ha ritrattato, in un memoriale ai magistrati bresciani, tutte le sue dichiarazioni rese nei mesi scorsi nell'ambito del procedimento. Tramonte, noto al Sid come 'Fonte Tritone', aveva raccontato ai pm Roberto di Martino e Francesco Piantoni di alcuni incontri, a cui avevano preso parte esponenti di Ordine Nuovo in preparazione della strage di Brescia. Tracce del suo racconto sono state trovate, pero', in alcune informative risalenti al periodo immediatamente successivo alla strage. In particolare la 'Fonte Tritone' aveva parlato di un coinvolgimento dell'ex ispettore di Ordine Nuovo per il Triveneto, il medico Carlo Maria Maggi che, a detta di Tramonte, qualche giorno dopo l'attentato, avrebbe affermato che la bomba di Brescia «non deve rimanere un fatto isolato».

4 giugno 2002 - LA STRAGE DI BRESCIA VISTA DA UN' ADOLESCENTE
"Il Messaggero"
La strage di Brescia vissuta da un'adolescente
Si può raccontare ai ragazzi una pagina terribile della nostra storia recente, senza tradire le ragioni della fantasia? Paola Zannoner, tra le autrici italiane più interessanti, supera brillantemente la prova con Quel giorno pioveva, romanzo breve quanto intenso sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia (nella foto). Il 28 maggio 1974, durante una manifestazione di protesta indetta dai sindacati e dal comitato antifascista bresciano contro gli attentati che insanguinavano l'Italia, scoppiò una bomba. Un chilo di tritolo, nascosto dentro un cestino dei rifiuti, sotto i portici. Otto persone morirono, 103 rimasero ferite. I processi che si avvicendarono dal 1974 al 1993, e che hanno visto imputati alcuni appartenenti a gruppi neofascisti, si sono conclusi con l'assoluzione. "La strage di Brescia - scrive l'autrice nella prefazione - è rimasta un mistero". Un epilogo che non entra nel romanzo, che si apre e si chiude in un giorno, quel giorno, "cielo antracite e freddo, malgrado fosse il 28 maggio". Camilla, 14 anni, io narrante, si troverà per caso in mezzo a quella folla, bandiere rosse e facce tirate che "non davano l'idea della festa". Si troverà a riflettere, proprio lì, sotto i portici, davanti a un negozio di dischi e alla vetrina di jeans scampanati, sulla sua famiglia operaia, su un padre "fuggito" in Svizzera, sulla difficile scelta di frequentare il liceo ("non mi interessava prendere un diploma per trovarmi un lavoro, ma qualcosa che mi portasse via da quel paese e da quel destino"). Un boato. Poi un silenzio sordo, che ancora "chiede giustizia". Quel giorno non ha cambiato solo la sua vita.

4 giugno 2002 - STRAGE BRESCIA: INTERROGAZIONE DS SU ESTRADIZIONE ZORZI
ANSA:
"Il Governo si sta davvero impegnando per l'estradizione di Delfo Zorzi?". Lo chiedono i senatori dei Ds con un'interrogazione al presidente del Consiglio e al ministro della Giustizia sulla vicenda del terrorista di estrema destra condannato in primo grado per la strage di piazza Fontana, indagato per la strage di Brescia e che si trova attualmente in Giappone. Nell'interrogazione, che ha la prima firma del capogruppo Gavino Angius, si sottolinea che Delfo Zorzi "e' difeso in entrambi i procedimenti che lo riguardano dall'on. Gaetano Pecorella, che ricopre in questa legislatura la delicatissima funzione di presidente della Commissione giustizia della Camera". Nell'interrogazione si chiede dunque "se siano in opera da parte del Governo, tutti gli strumenti di carattere tecnico, politico e diplomatico per ottenere l'estradizione di Zorzi dal Giappone". I senatori Ds chiedono anche di conoscere "quali siano gli ostacoli che finora hanno impedito l'estradizione".

L' unica possibilita' per l' estradizione di Delfo Zorzi in Italia "pare essere quella della revoca della cittadinanza giapponese. E solo quando e' provata oltre ogni dubbio la sua colpevolezza". Lo precisa in una nota il ministero della giustizia, che sottolinea inoltre come 'al momento e' gia' in atto la fornitura di numeroso materiale da parte del ministero della giustizia italiano verso le autorita' giapponesi". "Gia' lo scorso 14 maggio, in occasione del vertice G8 della giustizia e Interni svoltisi in Canada, il ministro Castelli durante una riunione bilaterale con il viceministro della giustizia giapponese ha affrontato il caso dell' estradizione di Delfo Zorzi. Il vice ministro della Giustizia giapponese Shoumei Yokouchi ha spiegato che l' estradizione di cittadini nipponici, quel e' Zorzi dal 1989, non e' permessa dalle leggi del Giappone. L' unica possibilita' pare essere dunque quella della revoca della cittadinanza a Zorzi. Una procedura che, nel passato recente, non ha precedenti in Giappone . Il viceministro giapponese ha spiegato al ministro Castelli che per avviare una procedura di revoca della cittadinanza che possa essere avallata dalle autorita' giudiziarie giapponesi, occorre che l' Italia fornisca la documentazione comprovante al di la' di ogni ragionevole dubbio sulla colpevolezza di Zorzi, dopodiche' le autorita' giapponesi prenderanno in esame il problema. Al momento, conclude la nota - e' gia' in atto la fornitura di numeroso materiale da parte del ministero della Giustizia italiano verso le autorita' giapponesi".

17 giugno 2002 - STRAGE DI PIAZZA DELLA LOGGIA: SICILIANO NON RISPONDE AI MAGISTRATI
ANSA:
Martino Siciliano, l'ex ordinovista veneto, pentito storico nelle inchieste sull'eversione nera in particolare per le stragi di piazza Fontana, della questura di Milano e di Piazza della Loggia, arrestato la scorsa settimana per favoreggiamento nei confronti di Delfo Zorzi, si e' avvalso della facolta' di non rispondere. Davanti al Gip di Brescia Francesca Morelli, che ha firmato l'ordine di custodia cautelare, e ai pm Francesco Piantoni, Martino Siciliano ha deciso di non parlare ma nei prossimi giorni quando con ogni probabilita' sara' fissato un altro interrogatorio potrebbe decidere di cambiare strategia. Per il favoreggiamento di Delfo Zorzi, l'ordinovista di Mestre condannato all'ergastolo per la strage di Piazza Fontana e da anni rifugiato in Giappone, dove ha ottenuto la cittadinanza, c'e' anche un altro indagato. Inoltre i magistrati starebbero valutando la posizione di altre persone. Sulla vicenda viene mantenuto il massimo riserbo ma i magistrati bresciani sarebbero certi di avere le prove che Siciliano si trovava a Milano (non a Brescia come sembrava nei giorni scorsi) dove e' stato arrestato in un albergo per ricevere la seconda tranche di una consistente somma di denaro da Delfo Zorzi. Siciliano quando ha capito che stava per essere arrestato ha cercato di suicidarsi buttandosi dalla finestra e i carabinieri lo hanno salvato per miracolo. I magistrati sono convinti insomma che il memoriale inviato da Siciliano per scagionare Zorzi sia stato scritto dietro pagamento. L'arresto di Siciliano e' arrivato praticamente alla vigilia dell'udienza di giovedi' prossimo in Corte di Cassazione per la decisione sull'arresto di Delfo Zorzi. I magistrati bresciani che indagano sulla strage di piazza della Loggia, infatti, lo scorso anno avevano chiesto l'arresto di Zorzi ma il Tribunale del riesame lo aveva negato. La Cassazione aveva pero' dato ragione alla procura bresciana e aveva rinviato ad una nuova sezione del tribunale del riesame che aveva deciso per l'arresto. Ora la Cassazione dovra' decidere sul ricorso dei legali di Zorzi.

19 giugno 2002 - PIAZZA FONTANA: ZORZI E SICILIANO, PER I MAGISTRATI DI BRESCIA PROVATI I CONTATTI DIRETTI TRA I DUE
ANSA:
Delfo Zorzi, l' ex ordinovista veneto condannato all'ergastolo per la strage di piazza Fontana e da anni rifugiato in Giappone dove ha acquisito la cittadinanza con il nome di Hagen Roi, avrebbe costituito per il giorno dell' attentato un alibi falso con la complicita' di Martino Siciliano, il pentito storico nelle inchieste sull' eversione nera, arrestato la scorsa settimana dai magistrati di Brescia che indagano sulla strage di piazza della Loggia, con l'accusa di favoreggiamento. E' quanto emerge dalle intercettazioni ambientali che hanno consentito ai magistrati bresciani di arrestare Siciliano il quale, dietro pagamento, nei mesi scorsi aveva presentato un memoriale nel quale scagionava di tutte le accuse Delfo Zorzi. Una ritrattazione, quella di Siciliano, dettata dai sensi di colpa, ma dai soldi promessi da Zorzi: 500 mila dollari, una piccola somma (5 milioni delle vecchie lire) gia' incassata per le prime spese come il viaggio dalla Colombia all'Italia. I magistrati bresciani sono riusciti a scoprire il tentativo della coppia Zorzi-Siciliano grazie ad alcune dichiarazioni di un testimone e ad una serie di intercettazioni telefoniche e ambientali, che hanno permesso, come ha scritto il Gip, "di dare corpo al sospetto che la ritrattazione fosse dipesa da contatti avuti con Zorzi e finalizzati, da parte del Siciliano, all'ottenimento di denaro". Nel memoriale scritto ai magistrati di Brescia, Siciliano aveva scagionato l'ex camerata per quanto riguarda la strage di piazza Fontana, inoltre aveva scritto che per piazza della Loggia aveva inventato tutto dopo aver letto gli interrogatori di altre persone. I magistrati bresciani pero' sostengono di avere la prova che quel memoriale e' stato scritto dietro pagamento. Un testimone dell'inchiesta sulla strage di piazza della Loggia e' stato il primo a metterli sulla buona strada, raccontando loro di essere in contatto con Martino Siciliano il quale aveva fatto ritorno in Italia ed era intenzionato a recuperare denaro attraverso la compravendita di opere d'arte. Le intercettazioni ambientali non sembrano lasciare spazio a dubbi. Siciliano, infatti, ha confidato al testimone di avere avuto un contatto con Zorzi per chiedergli denaro in cambio della ritrattazione delle accuse e il 6 maggio scorso gli ha anche confessato che la presentazione del memoriale e' stato solo un primo passo al quale avrebbe fatto seguito' l'interrogatorio da parte dei legali di Zorzi in Colombia o in Francia per smentire tutte le accuse. "Prima di incontrare gli avvocati pero' - ha spiegato Siciliano - dovra' esistere un versamento in Svizzera pari allo stabilito". Ed e' in questa circostanza che ha spiegato al suo interlocutore di avere patteggiato la cifra di 500 mila dollari e di aver gia' ricevuto una somma pari a 5 milioni di vecchie lire. Siciliano e' stato anche intercettato il 18 maggio scorso in un colloquio telefonico con la moglie alla quale ha chiesto di mettersi in contatto con i legali di Zorzi per avvisarli del suo arrivo in Italia e delle sue condizioni economiche disperate. Il 21 maggio, Siciliano ha ritelefonato alla moglie per informarla di avere chiesto un colloquio diretto con Zorzi tramite i suoi legali e di essere pronto a ritrattare se non saranno soddisfatte le pretese economiche: "Ho detto - ha spiegato alla moglie -: guardate, come le ho fatte posso anche disfarle, perche' siccome non sono ancora valide per niente... state attenti che io aspetto 48 ore, 54 ore, ma non aspetto di piu'. Dopodiche' tiro il cappello in aria e buonanotte". Da un' intercettazione ambientale e' inoltre emerso che Siciliano e Zorzi avevano costituito un alibi falso per il 12 dicembre 1969, giorno della strage di piazza Fontana. Zorzi ha sempre sostenuto che il giorno della strage si trovava a Napoli dove studiava all' universita' e Siciliano nel memoriale ha scritto di ricordarsi che gli telefono' alla Casa dello studente. Alle domande insistenti del testimone sulla telefonata, Siciliano ha spiegato: "Io l'ho fatta la telefonata ma per costruire l'alibi". All'osservazione dell'interlocutore "Ovviamente dall'altra parte non c'era nessuno...", Siciliano ha replicato: "Bravo, bravo". E all'insistenza "La telefonata serviva per fare l'alibi a Zorzi..." la replica e' stata "Bravo, bravo, bravo". Il particolare della telefonata Siciliano lo aveva escluso quando il 10 settembre del 1997 era stato interrogato dal giudice Guido Salvini. Delfo Zorzi, invece, sentito a Parigi dal pm Maria Grazia Pradella nel 1995, aveva sostenuto il contrario. Ora nel colloquio intercettato, Siciliano ha spiegato al suo interlocutore: "Era un sistema che avevamo messo d'accordo, che ci eravamo messi d'accordo noi, all'epoca, torna benissimo... Torna". Nel colloquio Siciliano fa capire che che gli inquirenti sarebbero nell'impossibilita' di risalire alla telefonata "neanche se avessero i tabulati o andassero a rompere i c....". Tra le ritrattazioni di Siciliano c'e' anche la cena del tacchino del 31 dicembre del 1969 in casa dell'ordinovista Giancarlo Vianello, quando Zorzi fece capire che la strage alla Banca Nazionale dell'Agricoltura era opera sua e di Ordine nuovo. Durante un colloquio con il testimone intercettato dagli inquirenti, Siciliano ha spiegato in che modo avrebbe ritrattato: "Ecco... ha dichiarato che... praticamente ha fatto capire che che le cose erano state fatte ... da noi e, direttamente da lui. Adesso invece io dico... la cena, mi sono sbagliato, che a distanza di 30 anni e' anche comprensibile, che effettivamente non si e' svolta nel '69".

20 giugno 2002 - PIAZZA FONTANA: FALSO L' ALIBI DI ZORZI ?
"Il Mattino di Padova"
Comprato con 500.000 $
Piazza Fontana
falso l'alibi di Delfo Zorzi
MILANO. Delfo Zorzi, ex ordinovista veneziano condannato all'ergastolo per la strage di piazza Fontana e da anni rifugiato in Giappone dove ha acquisito la cittadinanza con il nome di Hagen Roi, avrebbe costituito per il giorno dell'attentato un alibi falso con la complicità di Martino Siciliano, il pentito storico nelle inchieste sull' eversione nera, arrestato la scorsa settimana dai magistrati di Brescia che indagano sulla strage di piazza della Loggia, con l'accusa di favoreggiamento. E' quanto emerge dalle intercettazioni ambientali che hanno consentito ai magistrati bresciani di arrestare Siciliano il quale, dietro pagamento, nei mesi scorsi aveva presentato un memoriale nel quale scagionava di tutte le accuse Delfo Zorzi. Ora si sa perché l'ha fatto: Zorzi gli aveva promesso 500 mila dollari, una piccola parte già incassata per le prime spese come il viaggio dalla Colombia all'Italia. I magistrati bresciani sono riusciti a scoprire il tentativo della coppia Zorzi-Siciliano grazie ad alcune dichiarazioni di un testimone e ad una serie di intercettazioni telefoniche e ambientali, che hanno permesso, come ha scritto il Gip, "di dare corpo al sospetto che la ritrattazione fosse dipesa da contatti avuti con Zorzi e finalizzati, da parte del Siciliano, all'ottenimento di denaro". Nel memoriale scritto ai magistrati di Brescia, Siciliano aveva scagionato l'ex camerata per la strage di piazza Fontana e per quella di piazza della Loggia.

20 giugno 2002 - STRAGE PIAZZA DELLA LOGGIA: CASSAZIONE ANNULLA ORDINI ARRESTO MAGGI E ZORZI
ANSA:
La corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del pm che insistevano per l' arresto di Carlo Maria Maggi ed ha annullato l' ordinanza di custodia per Delfo Zorzi, entrambi indagati nell' ambito dell' inchiesta sull' attentato di Piazza della Loggia a Brescia. Lo ha reso noto uno dei difensori, avvocato Marcantonio Bezicheri, che assiste Maggi insieme all' avvocato Maurizio Giannone, mentre Zorzi e' assistito dagli avvocati Antonio Franchini e Gaetano Pecorella. Zorzi, che e' cittadino giapponese, vive nel paese asiatico, mentre Maggi, condannato all' ergastolo per la strage di Piazza Fontana, e' fuori dal carcere per motivi di salute, ma ha l' obbligo di risiedere a Venezia. Il pronunciamento della Seconda sezione penale della Cassazione e' giunto dopo una serie di ricorsi contro i provvedimenti cautelari nei confronti di Maggi e Zorzi. I pm di Brescia, nella fase iniziale dell' inchiesta, spiega l' avvocato Bezicheri ricostruendo la vicenda, chiesero la cattura di Maggi e Zorzi, ma il gip rigetto la protesta. I pm ricorsero al tribunale del riesame che confermo' l' ordinanza del gip. La procura ricorse in Cassazione e la sesta sezione penale il 2 luglio del 2001 annullo' il provvedimento del tribunale del riesame davanti al quale vi fu poi una nuova udienza il 27 novembre 2001. Questa volta il tribunale di Brescia emise l' ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti dei Delfo Zorzi, mentre la rigetto' ancora una volta per Maggi. Una decisione, quest' ultima, nei confronti della quale i pm ricorsero ancora in Cassazione, insistendo per l' arresto di Maggi. Ma alla Cassazione si e' rivolto anche Delfo Zorzi per chiedere l' annullamento dell' ordinanza di cattura. Oggi la suprema corte per Maggi ha rigettato il ricorso dei pm e per Zorzi ha annullato l' ordinanza di custodia con nuovo rinvio al tribunale di Brescia.
 
 
 


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