Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del secondo semestre 2002 |
2 luglio 2002 - STRAGE BRESCIA: SCARCERATO TRAMONTE PER DECORRENZA TERMINI
ANSA:
E' stato scarcerato, per decorrenza dei termini, Maurizio Tramonte, meglio noto come "Fonte Tritone", arrestato nel luglio dell'anno scorso con l'accusa di concorso in strage nell'ambito della terza inchiesta su Piazza della Loggia dove, per una bomba, il 28 maggio del 1974 ci furono 8 morti e un centinaio di feriti durante una manifestazione sindacale antifascista. Tramonte, ex collaboratore delle Sid, all' inizio della sua collaborazione, aveva raccontato ai pm di Brescia Roberto Di Martino e Francesco Piantoni, di alcuni incontri preparatori dell' eccidio di Brescia ai quali, a suo dire, avrebbero partecipato esponenti veneti di Ordine Nuovo. In seguito la sua posizione nell'ambito dell'inchiesta si era aggravata e i pm bresciani avevano chiesto e ottenuto il suo arresto. Nelle scorse settimane la "Fonte Tritone" aveva ritrattato in un memoriale tutte le dichiarazioni rese ai magistrati bresciani. Tracce di questi presunti incontri preparatori erano pero' presenti in alcune informative che agenti del Sid avevano redatto in base alle informazioni prese da Tramonte nei mesi successivi allo scoppio dell'ordigno in piazza della Loggia.31 luglio 2002 - STAFFETTA PER NON DIMENTICARE
"Brescia oggi"
Oggi alle 18.30 sarà in piazza della Loggia. I podisti poi punteranno su Bologna
È partita da piazza Fontana la staffetta per non dimenticare
Sono partiti alle 18 di ieri, da piazza Fontana a Milano, i podisti dell'Agap (Associazione gruppi amatoriali podistici), che in due giorni percorreranno 316 chilometri per arrivare a Bologna nella ricorrenza della strage del 2 agosto 1980. Dopo la posa di due corone di alloro - una del Comune e una dell'Agap - nella piazza che è stata teatro di un'altra strage (Piazza Fontana 1969) e davanti all'assessorato comunale allo sport, Aldo Brandirali, ha ringraziato la ventina di podisti: "Fate con molta fatica qualcosa di importante per noi - ha detto -. Esprimete la memoria, che è una delle qualità più difficili nel nostro tempo, dove tutto è così veloce e sembra inutile fermare l'occhio su qualcosa di significante".
Presenti anche i consiglieri comunali Andrea Fanzago (Margherita) e Marco Cornio (Ds). Per il leader dell'opposizione a Palazzo Marino, Sandro Antoniazzi "la marcia, a pochi mesi dall'omicidio di Marco Biagi, assume un significato ancora più netto. Nè dobbiamo sottovalutare - ha aggiunto - l'oscuro segnale che giunge a seguito dagli ordigni rudimentali ritrovati ieri a Milano e a Monza".
È stato poi il turno di monsignor Vigo, che ha benedetto questa "lunga passeggiata", dicendo: "Non è solo uno sforzo fisico, ma anche morale, perchè vuole ricordare alle coscienze che la violenza non premia. La via giusta è quella della solidarietà". Poi ha recitato il "Padre Nostro" con gli sportivi.
La staffetta podistica ha toccato ieri, in serata, Paullo e oggi alle 18.30 sarà a Brescia, per ricordare la strage di piazza della Loggia.
Poi si dirigerà a Bologna.
"Sono 18 anni - ha detto Evandro Lanzani, 71 anni, il podista più anziano - che organizzo questa staffetta. È l'unica cosa che sappiamo fare, l'unica cosa per ricordare queste stragi impunite". Per Giacomo Rossi, 55 anni, è la prima volta: "Mi sembra bello poter ricordare con un sacrificio sportivo gente morta in modo tragico. Soprattutto, se è vero quello che si dice, quando i responsabili sono ancora latitanti".
In piazza della Loggia oggi depositeranno una corona alla stele dei caduti per la bomba del 28 maggio '74 e i marciatori incontreranno il sindaco e le autorità comunali.21 agosto 2002 - STRAGE DI BRESCIA: PECORELLA INDAGATO PER FAVOREGGIAMENTO DI ZORZI
"Il Nuovo"
Strage di Brescia, Pecorella indagato per favoreggiamento
Il presidente della commissione Giustizia, legale dell'imputato Zorzi, avrebbe pagato un pentito per ritirare le accuse per piazza Fontana e piazza della Loggia. La replica: è una trappola.
BRESCIA - Favoreggiamento: è l'accusa della procura di Brescia contro l'avvocato Pecorella nell'inchiesta sulla strage di piazza della Loggia che il 28 maggio del '74 provocò 8 morti e 100 feriti. Gaetano Pecorella, presidente della Commissione Giustizia della Camera, nonché difensore di Delfo Zorzi (già condannato all'ergastolo per la strage di piazza Fontana e indagato anche a Brescia), è stato iscritto nel registro degli indagati per le dichiarazioni di Martino Siciliano. Per i pm si tratterebbe di "un atto dovuto". Ma Pecorella non ci sta: "E' una trappola".
Il pentito nei mesi scorsi aveva inviato un memoriale, depositato il 10 aprile scorso, nel quale ritrattava tutte le accuse nei confronti di Delfo Zorzi, sia per quanto riguarda la strage di piazza Fontana, sia per quella di Brescia, "assalito dai rimorsi per aver fatto condannare persone innocenti".. Siciliano confermava anche l'alibi di Zorzi per piazza Fontana: "Gli ho telefonato, era a Napoli".
Due mesi fa Siciliano venne poi arrestato a Milano dai carabinieri del Ros. Un testimone, Giuseppe Fisanotti ex neofascista che aveva accettato di collaborare con gli inquirenti, aveva raccolto numerose confidenze relative alla decisione di ritrattare le accuse. Da alcune intercettazioni ambientali risulta in sostanza che i legali del neofascista Delfo Zorzi, da anni in Giappone dove ha ottenuto la cittadinanza, avrebbero avuto un ruolo nella ritrattazione delle accuse.
Siciliano, parlando con il testimone, aveva detto che in cambio delle ritrattazioni gli sarebbe stata promessa una considerevole somma. Si parla di mezzo milione di dollari. Sempre secondo ciò che aveva riferito Martino Siciliano, una prima tranche, che era servita per pagare il viaggio dalla Colombia in Italia, gli era già stata versata. La seconda parte, invece, doveva essergli versata in Svizzera.
Subito dopo l'arresto, Martino Siciliano si era avvalso della facoltà di non rispondere ma recentemente ha accettato di rispondere alle domande dei pubblici ministeri, Francesco Piantoni e Roberto Di Martino, che indagano sulla strage di Piazza della Loggia. In procura a Brescia sulla vicenda c'è il massimo riserbo. Ma secondo alcune indiscrezioni si è appreso che oltre a Pecorella sarebbero stati iscritti nel registro degli indagati anche altre persone. Tra queste l'avvocato milanese Maniaci, che in passato aveva difeso Martino Siciliano.
"Si tratta di una trappola", ha reagito il presidente della commissione Giustizia della Camera, Gaetano Pecorella. Contattato dal quotidiano La Padania che lo ha raggiunto in Arizona dove si trova in vacanza con la moglie Mirella, il parlamentare (che è anche difensore nel processo me del premier Berlusconi), apparso molto sorpreso, ha voluto rilasciare un'unica dichiarazione: "Ci stiamo avvicinando alla ripresa dei lavori di settembre. Il solo fatto di avere reso nota la notizia, sempre che essa sia vera, è significativo. Aspetto il mio ritorno in Italia per poter leggere gli atti e quindi formulare a ragion veduta una valutazione più approfondita".
Pecorella ha comunque negato di avere avuto rapporti con Martino Siciliano: "Sapevamo che Siciliano voleva avere un colloquio con Zorzi ma non abbiamo mai dato alcuna disponibilità. Noi abbiamo avuto rapporti con il suo difensore che ci ha garantito l'autenticità del memoriale
di ritrattazione inviato ai magistrati bresciani". Pecorella ha aggiunto che non intende astenersi dalla difesa di Delfo Zorzi, ed è partito al contrattacco, sostenendo che la magistratura così attacca il diritto di difesa degli indagati: "Se hanno indagato l'avvocato Maniaci, hanno fatto fuori il difensore storico di Siciliano, inoltre hanno colpito la difesa di Zorzi. In questo modo si mina il diritto alla difesa".
In un'intervista al Corriere della sera , Pecorella, rispondendo alla bufera politica suscitata dal caso con anche la richiesta di dimissioni dalla presidenza della Commissione giustizia venuta tra gli altri da Antonio Di Pietro, parla di "una campagna di autunno sulla giustizia, un piano complessivo per delegittimare le riforme e chi le vuole fare, sono le solite vicende a orologeria''.21 agosto 2002 - PIAZZA FONTANA: LETTERA HAGEN ROI (ZORZI) A CASINI
ANSA:
Delfo Zorzi, che da quando ha preso la cittadinanza giapponese ha assunto il nome di Hagen Roi, il 21 giugno scorso ha scritto al presidente della Camera, Pierferdinando Casini, per rettificare alcune dichiarazioni di Russo Spena, a suo giudizio imprecise in relazione alla pratica per la sua estradizione. Accanto alla firma a mano Zorzi oltre al nome italiano ha scritto a macchina tra parentesi anche Hagen Roi. Nella lettera al presidente della Camera, Hagen Roi definisce "profondamente sbagliata" la sentenza di condanna all' ergastolo nei suoi confronti e si dice fiducioso nel processo d'appello. In un passaggio inoltre scrive: "Non sono mai stato ne' iscritto al Centro studi Ordine Nuovo ne' capocellula del Centro Studi Ordine Nuovo di Mestre". Zorzi spiega anche che dietro la sua mancata estradizione non ci sono manovre oscure: "Le ragioni che ostano alla mia estradizione sono di squisita natura giuridica del non riconoscimento da parte dell'ordinamento giapponese del processo contumaciale".22 agosto 2002 - STRAGE BRESCIA: ARRESTO ZORZI, CASSAZIONE DECISE IN GIUGNO
ANSA:
La corte di cassazione aveva deciso di annullare l'ordine di custodia cautelare nei confronti di Delfo Zorzi, indagato nell' inchiesta per la strage di piazza della Loggia, il 20 giugno scorso. La cassazione, annullando il provvedimento, aveva rinviato il procedimento al tribunale della liberta' di Brescia, che prossimamente dovra' esprimersi. Il pronunciamento della seconda sezione penale della cassazione, che oggi si e' appreso dal procuratore di Brescia Tarquini e' stato preso per un vizio di forma, era giunto dopo una serie di ricorsi contro il provvedimento cautelare nei confronti di Zorzi. I pm di Brescia nella fase iniziale dell'inchiesta chiesero la cattura di Zorzi ma il gip rigetto' la richiesta. I pm ricorsero al tribunale del riesame che confermo' l'ordinanza del gip. La procura ricorse allora in cassazione e la sesta sezione penale il 2 luglio 2001 annullo' il provvedimento del tribunale del riesame davanti al quale vi fu poi una nuova udienza il 27 novembre 2001. Questa volta il tribunale di Brescia emise l'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Delfo Zorzi. L'ultimo atto e' stato l'annullamento con rinvio dell'ordinanza di custodia cautelare nel giugno scorso.23 agosto 2002 - CASO PECORELLA: INDAGINE SU FUGA NOTIZIE
"Il Piccolo"
Caso Pecorella, si indaga sulla fuga di notizie
Inchiesta della procura di Brescia sulla diffusione dell'avviso di garanzia al presidente della commissione Giustizia
ROMA - Il caso Pecorella riaccende lo scontro politico su giustizia e magistratura. L'opposizione pretende chiarezza, una minoranza ne chiede le dimissioni. E mentre la procura di Brescia apre un'inchiesta sulla fuga di notizie, la Casa della libertà torna ad accusare "i giudici deviati" e fa quadrato attorno al presidente della commissione Giustizia della Camera finito sul registro degli indagati, con l'accusa di favoreggiamento, per il ruolo che avrebbe giocato, in qualità di avvocato dell'imputato Delfo Zorzi, nella ritrattazione del pentito Marino Siciliano sulla strage di Piazza della Loggia.
La diffusione della notizia del coinvolgimento di Pecorella nella torbida inchiesta fiume sulla bomba di Piazza della Loggia diventa dunque materia d'indagine. Ieri era stata la Camera penale di Roma ad esprimere "sconcerto e preoccupazione" per la tempistica degli avvenimenti. Ma parole più forti le ha usate il presidente dell'Unione Camere penali Giuseppe Frigo, secondo il quale "assistiamo ad un altro degli attacchi dei nemici del giusto processo".
"E' la ripetizione di un vecchio canovaccio tipico dei processi politici in cui i difensori di imputati della destra o della sinistra extraparlamentare venivano delegittimati con accuse infondate. Un attacco al giusto processo portato avanti da magistrati come D'Ambrosio, Maddalena, Caselli e Grasso - cita Frigo - che rialzano la testa tenendo sotto scacco e segregati i garantisti di sinistra". Più colorita è stata la difesa di Pecorella del vicepresidente del Senato, il leghista Roberto Calderoli: "Pecorella resti al suo posto. Meglio un giorno da Pecorella che cento giorni da leone togato". "Pecorella non si tocca - ha insistito Calderoli - Forse potrebbe essere conveniente per taluno, non solo politico, affrontare l'esame della legge Cirami senza il presidente della Commissione Giustizia o meglio ancora con la presidenze retta dal vice di opposizione, ma così non sarà. La carica di presidente di commissione - ha aggiunto Calderoli - dura la metà di una legislatura ordinaria e viene meno solo per decesso o dimissioni dell'interessato e non credo che Pecorella sia disponibile a nessuna delle due ipotesi, coi debiti scongiuri".
Alle accuse lanciate ieri da Frigo e l'altro ieri dal portavoce di Forza Italia Sandro Bondi ("è evidente la saldatura ideologica e operativa tra una parte della magistratura e un fronte politico che usa la giustizia per fini politici", ndr) replica il presidente dell'Anm Edmondo Bruti Liberati. "Per Pecorella vale il principio della presunzione d'innocenza - ribatte - e chi lancia accuse tanto infondate quanto irresponsabili è del tutto privo di senso delle istituzioni".
Proprio dall'inchiesta giudiziaria sulla strage, intanto, arriva una novità. La Cassazione, con una sentenza depositata alcune settimane fa ma resa nota soltanto ieri, ha annullato la custodia cautelare emessa dai giudici di Brescia nel novembre scorso per Delfo Zorzi, già condannato all'ergastolo per la bomba di piazza Fontana ma ancora protetto dal Giappone dove risiede ormai da anni. Assistito da Pecorella, Zorzi aveva invocato i principi del giusto processo sostenendo che non erano state rispettate le procedure che regolano l'acquisizione delle prove.
Ca.G.24 agosto 2002 - CASO PECORELLA: LA VERITA' DEL PENTITO SICILIANO
"Il Resto del Carlino"
CASO PECORELLA, LA 'VERITÀ' DEL PENTITO:
"ZORZI INIZIÒ A PAGARMI NEL '97. E IO NON PARLAI"
BRESCIA - Andava avanti dal '97. Prima soldi in cambio del silenzio, poi della ritrattazione, con un memoriale in cui Martino Siciliano si rimangiava le accuse contro Delfo Zorzi sulla strage di piazza della Loggia e di piazza Fontana.
La storia
Dal Giappone, dove è diventato un ricco uomo d'affari, Zorzi, l'ex ordinovista veneto condannato all'ergastolo per piazza Fontana e indagato per la strage di Brescia, avrebbe fatto arrivare a Siciliano il denaro a scadenze periodiche attraverso degli emissari, senza che fra i due ci sia mai stato un contatto diretto.
Nell'interrogatorio del 18 luglio scorso davanti ai magistrati bresciani, il pentito che ha deciso di riprendere a collaborare, avrebbe ricostruito le tappe della vicenda, parlando anche del ruolo che nella 'trattativa' avrebbe avuto il difensore di Zorzi, l'avvocato Gaetano Pecorella (nella foto). Per denaro, secondo quanto ha raccontato ai magistrati bresciani, Siciliano aveva tenuto la bocca chiusa, avvalendosi della facoltà di non rispondere, all'incidente probatorio a Milano alla fine del '97.
Ancora per soldi nel settembre del 2000 non si presentò in aula al processo su piazza Fontana e fece perdere le sue tracce e nell'aprile scorso scrisse le nove pagine del memoriale arrivato ai magistrati bresciani con cui scagionava Zorzi.
Poi il flusso di denaro si sarebbe interrotto, come se il suo 'finanziatore' si fosse reso conto che i magistrati non avevano creduto al dietrofront del pentito e gli stavano addosso.
Siciliano è stato arrestato il 14 giugno e ha deciso di riprendere a collaborare. A settembre scadono i termini della custodia cautelare.
Intanto Manlio Milani e Luigi Passera, a nome dei familiari delle vittime delle due stragi, rinnovano l'invito all'avvocato Pecorella "di risolvere spontaneamente il conflitto tra il suo legittimo ruolo privato di difensore di Zorzi e quello pubblico istituzionale di presidente della commissione giustizia della Camera".
di Italia Brontesi30 agosto 2002 - INTERVISTA ROI HAGEN (DELFO ZORZI) A PANORAMA
Il colore dei soldi e quello delle stragi
Pentiti, alibi, inchieste e mazzette: dal Giappone, dove si è rifugiato, si difende l'uomo condannato per piazza Fontana e sotto accusa per piazza della Loggia.
di MAURIZIO TORTORELLA
L'origine delle onde": questo significa Hagen, il cognome giapponese che Delfo Zorzi, il neofascista veneto condannato all'ergastolo per la strage di piazza Fontana, ha assunto nel 1989 insieme al passaporto e alla cittadinanza nipponici.
Ma i magistrati bresciani Roberto Di Martino e Francesco Piantoni oggi sono convinti che Hagen Roi, alias Zorzi, imputato nel processo per la bomba di piazza della Loggia, sia anche "l'origine dei soldi": quelli pagati per ottenere la ritrattazione e i silenzi di Martino Siciliano, l'ex neofascista mestrino divenuto uno dei testimoni chiave dell'accusa nei processi sulla strage milanese del dicembre 1969 e su quella bresciana del maggio 1974.
Siciliano, che per anni ha vissuto in Colombia ed è stato sottoposto al regime di protezione riservato ai collaboratori di giustizia, in marzo aveva ritrattato ogni accusa in un memoriale. Poi, dopo una serie di intercettazioni, telefoniche e ambientali, in giugno è stato arrestato a Brescia per favoreggiamento. A causa delle sue parole, l'indagine ha coinvolto uno dei legali di Zorzi, il presidente della commissione Giustizia della Camera Gaetano Pecorella, che i pm bresciani ipotizzano sia stato il tramite fra lo stesso Zorzi e Siciliano. Indignato, Pecorella ha parlato di "una trappola", lamentando la strumentalizzazione politica della notizia.
E Zorzi-Hagen? Per una settimana, in Giappone, si è nascosto dietro al più assoluto silenzio. Poi ha deciso di parlare, e lo ha fatto in esclusiva con Panorama. "Io non ho mai promesso denaro a Siciliano, né ora né in passato" afferma. "Non ho mai avuto contatti con lui, diretti o indiretti, se si esclude la sua richiesta di un posto di lavoro, nel 1994. Da allora non l'ho più sentito".
Zorzi, Siciliano l'ha accusata di avere anticipato 5 milioni di lire per il memoriale di ritrattazione. Ha parlato anche di una promessa da mezzo milione di dollari. Dice il vero?
No, nel modo più assoluto. Né io né i miei avvocati abbiamo fatto pervenire denaro a Siciliano. Il memoriale è nato dalla sua spontanea volontà.
Quanto sarebbe stata utile, per la sua difesa, la sua ritrattazione?
Siciliano è stato già smentito da numerosi testimoni. La sua ritrattazione potrebbe ristabilire la verità dei fatti, ma solamente se confermata nel corso del processo d'appello.
Chi è, secondo lei, il pentito Martino Siciliano?
È uno che ha subito ricoveri in clinica psichiatrica e che per denaro ha raccontato una montagna di menzogne. È stato pagato per collaborare con denaro del Sismi, al di fuori di ogni programma di protezione. Ha anche ricevuto denaro da un giudice (vedere il riquadro in basso). È paradossale che oggi si pensi che abbia ricevuto denaro da me, addirittura attraverso i miei avvocati. Credo si tratti di una persona disposta a dire qualsiasi cosa non appena intravede un possibile beneficio. Ma Siciliano ha formulato le sue accuse senza sapere di essere intercettato. Ne parlava con un altro testimone, Giuseppe Fisanotti. Le confidenze di Siciliano a Fisanotti, così come si legge sui giornali, sono le classiche vanterie per accreditarsi come una persona con potenzialità economiche di un certo rilievo.
Dalle intercettazioni emergerebbe che la telefonata-alibi del 12 dicembre 1969, tra lei e Siciliano, non sarebbe mai stata fatta. Come stanno le cose?
La telefonata è stata fatta. Quello che Siciliano dice ora a Fisanotti, e cioè che non c'era nessuno dall'altra parte del telefono, non ha alcun senso: che alibi potrebbe costituire una telefonata senza risposta? In quel periodo io vivevo in una pensione per studenti (a Napoli, ndr). Farmi chiamare durante una mia assenza per costruire un fantomatico alibi sarebbe stato un controsenso. È una delle solite strampalate invenzioni di Siciliano.
Lei aveva dichiarato di avere un alibi per piazza Fontana e un testimone: lo studente messinese Carmelo Coglitore. Ha un alibi anche per piazza della Loggia? È vero che in quel periodo faceva il militare nei Lagunari, a Venezia?
Dalla strage di Brescia sono passati quasi 30 anni. Sto cercando di ricostruire che cosa facevo in quel periodo. In questo momento non ritengo opportuno anticipare gli elementi che sto raccogliendo a mia difesa. Che cosa pensa dell'iscrizione al registro degli indagati dei suoi legali per l'ipotesi di favoreggiamento? Sono amareggiato e sconcertato. I sospetti sono gravissimi. Ma si tratta di professionisti integerrimi, ai quali va la mia completa fiducia. E ritengo si tratti di una manovra, alla quale Siciliano si sta prestando.
Scusi, ma quale sarebbe l'obiettivo di questa manovra?
Azzerare il mio collegio difensivo in un processo come quello di Brescia, nel quale le accuse si stanno sfaldando ogni giorno di più. Lo mostrano la ritrattazione del principale teste d'accusa, Maurizio Tramonte, e l'annullamento del mio ordine di custodia cautelare da parte della Cassazione.7 settembre 2002 - STRAGE BRESCIA: FAVOREGGIAMENTO, INDAGATO ANCHE AVV. FRANCHINI
"Il Gazzettino"
L'INTERVISTA "Un'ipotesi assurda: i Pm indaghino, non c'è nulla da scoprire" Venezia
Avvocato Franchini, anche il suo nome nel registro degli indagati...
"Innanzitutto vorrei fosse chiaro che la notizia l'ho data io".
Da settimane si vociferava di altri indagati nell'"affare Siciliano", ma le conferme non c'erano.
"Adesso lo posso confermare io, perchè ritengo giusto manifestare con trasparenza quella che mi pare come una vera e propria assurdità. È incredibile pensare, con la mia storia personale, che possa essermi prestato a traffici poco chiari con un soggetto come Martino Siciliano".
Il suo stato d'animo?
"Provo un sentimento di amarezza per questa vicenda, di nausea per questo modo di gestire la giustizia, ma anche di assoluta tranquillità e serenità. I pubblici ministeri possono indagare finchè vogliono: non c'è assolutamente nulla da trovare".
Come giudica la richiesta della Procura di incompatibilità del difensore?
"Mi ferisce, perchè questo significa che una parte processuale diventa arbitra della richiesta di azzeramento di un collegio difensivo in un processo in cui il cliente rischia l'ergastolo".
Lei continuerà a difendere Delfo Zorzi?
"Non ho nessuna intenzione di rinunciare al mandato perchè ho la coscienza tranquilla e perchè non mi presterò mai a una manovra d'isolamento del mio cliente che sette anni fa mi ha conferito un mandato fiduciario e non mi ha mai revocato la sua fiducia".
Il tema del diritto alla difesa è molto serio e di sicuro scatenerà un putiferio.
"Certo, perchè in questo caso una delle parti del processo, con un'iscrizione nel registro degli indagati che essa stessa ha compiuto, chiede di mettere fuori gioco un'altra delle parti del processo".
Ma la richiesta di revoca dei difensori per incompatibilità ha un fondamento?
"È totalmente infondata. Secondo l'ipotesi dell'accusa i difensori avrebbero compiuto un favoreggiamento a tutto vantaggio del cliente. Ma l'articolo 106 del Codice di procedura penale prevede l'incompatibilità quando vi sia invece un conflitto di interessi tra l'avvocato e il suo cliente".
Ha mai incontrato Siciliano?
"Non conosco Siciliano, nè il suo avvocato".
Come è andata questa storia del memoriale?
"A me è pervenuto lo scorso mese di marzo da parte del professor Pecorella al quale era stato spedito dal legale di Siciliano con una missiva formale. Leggendolo ho pensato che finalmente Siciliano aveva detto la verità, perchè le circostanze narrate trovavano già un'ampia conferma nelle dichiarazioni dei testimoni del processo per la strage di Piazza Fontana che avevano smentito Siciliano".
Quali testimoni?
"Ne cito solamente due, per tutti. Giancarlo Vianello aveva già sostenuto che la famosa cena di Capodanno con Siciliano e Delfo Zorzi era avvenuta nel '68, un anno prima della strage, non nel '69, e quindi non potevano aver parlato dell'attentato. Il senatore Gradari aveva già detto di non aver mai incontrato Siciliano, che piangeva perchè colto da rimorsi, in galleria Matteotti a Mestre".
Perchè avete depositato il memoriale a Brescia?
"Sulla strage di Brescia il memoriale contiene solo 3-4 righe del tutto generiche e quindi non aveva nulla a che vedere con le indagini condotte dai Pm in quella città. La scelta di depositarlo è nata dall'esigenza del cliente di utilizzare il memoriale in una trasmissione televisiva in Giappone. Non era possibile in quel momento il deposito a Milano, dove gli atti del processo della corte d'Assise di primo grado erano in corso di trasmissione alla Corte d'Appello".
Quanto era importante per la difese quel memoriale?
"Era assolutamente doveroso da parte della difesa depositare un documento che conteneva la smentita delle precedenti dichiarazioni del pentito. Pur essendo processualmente inutilizzabile, avrebbe consentito - una volta depositato a Milano - di insistere sulla richiesta di rogatoria internazionale per l'interrogatorio di Siciliano in Colombia che la difesa aveva più volte sollecitato anche durante il processo di primo grado e che è contenuta nei motivi d'appello".
Lei è indagato, ma non pare che Siciliano abbia fatto il suo nome. Eppure nelle intercettazioni ambientali che ne hanno portato all'arresto, l'ex-pentito minacciava di ritrattare il memoriale se non avesse ricevuto i soldi che Zorzi gli avrebbe promesso. E di questa sua richiesta diceva di voler informare gli avvocati.
"Da quanto ho letto sulla stampa, le dichiarazioni di Siciliano mi paiono totalmente inaffidabili e rientrano nelclichèdel personaggio. Ribadisco che il memoriale ci è arrivato dal suo difensore. E non so assolutamente nulla dei supposti contatti di cui Siciliano parlerebbe nelle intercettazioni ambientali di cui ho avuto notizia dai giornali".
Antonio Franchini è stato per dieci anni presidente dell'Ordine degli Avvocati di Venezia, per sei anni presidente dell'Unione Triveneta dei Consigli dell'Ordine, coordinatore nazionale dell'organismo unitario dell'Avvocatura e per tre anni componente del Consiglio Nazionale Forense. Come avvocato penalista si è occupato dei più importanti processi celebrati in Veneto dallo scandalo dei petroli alla strage di Peteano, dal Tangentopoli all'incendio del teatro La Fenice.
G. P.10 settembre 2002 - STRAGE BRESCIA: RINVIATA UDIENZA
"Il Corriere della sera"
Brescia, rinviata l'udienza per il difensore del neonazista Zorzi. Spunta un mediatore
"Soldi al pentito delle stragi", rogatoria sul caso Pecorella
BRESCIA - Rogatorie bancarie su conti esteri. E controlli su telefonate e incontri di un intermediario decisivo. Sono questi i nuovi capitoli della grave inchiesta - per favoreggiamento di un presunto stragista - che coinvolge l'avvocato Gaetano Pecorella, presidente della commissione giustizia della Camera e difensore anche del premier Berlusconi nei processi milanesi. Secondo la Procura di Brescia, un cliente di Pecorella, il neonazista Delfo Zorzi, latitante in Giappone per terrorismo, avrebbe "comprato" un pentito, Martino Siciliano, offrendogli mezzo milione di dollari su un conto svizzero. Arrestato il 10 giugno dopo due mesi di intercettazioni, Siciliano ha confessato a metà luglio di aver effettivamente ricevuto un anticipo di 5 mila dollari (oltre a versamenti periodici fin dal 1997) per inventare una ritrattazione e costruire un falso alibi per la strage di Piazza Fontana, per cui Zorzi è stato condannato in primo grado all'ergastolo. I pm ipotizzano una complicità di Pecorella e del suo collega veneto Antonio Franchini, che respingono ogni accusa. Ieri, a Brescia, il giudice Morelli ha rinviato all'8 ottobre l'udienza (incidentale) sulla richiesta di dichiararli "incompatibili", cioè di rimuoverli dalla difesa.
L'intero caso è trapelato solo a fine agosto, nel pieno delle polemiche sulla legge Cirami, e Pecorella ha reagito parlando di "giustizia a orologeria" per "fermare le riforme". Ora si scopre che l'informazione di garanzia gli era stata spedita fin dalla prima metà di luglio. Un avviso partito ancor prima che Siciliano ammettesse di aver ricevuto soldi da Zorzi per tacere in aula a Milano e poi per depistare a Brescia. Proprio ieri l'ex pentito si è visto prorogare il carcere di altri 45 giorni. Mentre Zorzi, già inquisito (con richiesta d'arresto) anche per la strage di Brescia, ora è indagato pure per queste presunte tangenti a Siciliano.
Per verificare le ultime ammissioni del pentito arrestato, la Procura ha avviato rogatorie sui conti esteri dove sarebbero passati i dollari di Zorzi. Su Pecorella, inoltre, i pm considerano decisivo il ruolo di un intermediario, a sua volta indagato: Siciliano ha già fatto il suo nome, precisando che era lui a tenere i rapporti con gli avvocati per la falsa ritrattazione. Pecorella non solo nega incontri, ma dichiara di aver respinto le richieste dell'ex pentito di contattare Zorzi. Non manca un altro giallo: nello stesso periodo di Siciliano un secondo ex pentito, il neofascista Maurizio Tramonte, è stato arrestato a Brescia sempre per una falsa ritrattazione.
Paolo Biondani28 settembre 2002 - SENTENZA APPELLO STRAGE QUESTURA MILANO: MAGGI
ANSA:
"Finalmente ha trionfato la giustizia": lo ha detto stasera il medico veneziano Carlo Maria Maggi, parlando della sua assoluzione dalle accuse relative alla strage della Questura di Milano. "Sono vent'anni che mi perseguitano - ha aggiunto Maggi -. Quando ho ricevuto la notizia non ci credevo, pensavo che fosse una soluzione politica alla milanese. Digilio sapeva benissimo che io Bertoli non lo conoscevo assolutamente; evidentemente lui si e' visto perso: dopo l'incidente vascolare, dipendeva mani e piedi dagli inquirenti, loro premevano perche' dicesse qualcosa e lui ha detto le prime cose che gli sono venute in mente. Ero l'unico, a parte Zorzi, che non era stato assolto nei vari processi: ero la preda designata". "Sono curioso di leggere le motivazioni - ha detto ancora il medico veneziano - perche' se sono quelle che credo e' una sconfessione gigante per Digilio"."Finalmente una bella giornata!", avrebbe esclamato Carlo Maria Maggi, gia' condannato all' ergastolo per la Strage di piazza Fontana, quando gli e' stata comunicata l'assoluzione in appello da quello per la Strage della Questura, che per mano di Gianfranco Bertoli causo' a Milano, il 17 maggio 1973, 4 morti e 44 feriti. A sostenerlo e' il suo avvocato, Marcantonio Bezicheri, il quale, parlando a nome dell'intero collegio di difesa, in una nota aggiunge che "il dott. Maggi, malgrado tutti questi lunghi anni di dolorose vicende, non ha mai perso la sua serenita' e la sua fiducia in una giusta conclusione". Bezicheri non nasconde pero' una "nota di amarezza", riferendosi ai organi di informazione. Secondo il legale, questi, che "per anni, ogni volta che vi era una notizia riguardante Maggi", l'hanno "propalata e diffusa con grande clamore, sempre allegando la fotografia del medico veneziano... in pieno stile 'sbatti il mostro in prima pagina'", ora con l'assoluzione non solo non l'hanno pubblicata, "ma a lui sono state dedicate le poche necessarie righe della doverosa notizia". "Nessuna menzione" nemmeno per gli avvocati che lo hanno difeso e assistito in tutti questi anni, secondo Bezicheri, il quale nota invece come siano state riportate su alcuni quotidiani "le dichiarazioni dell'unico che avrebbe dovuto avere il pudore di tacere, l'avv.Carlo Taormina qualificato sul 'Corriere della Sera' ex difensore di Maggi". Taormina, secondo il legale di Maggi, "specialista nell'introdursi in processi non suoi e nel rilasciare dichiarazioni, per farsi bello con le penne del pavone, si fece nominare difensore di Maggi, con revoca di altri difensori e poi, nel processo per l'attentato di piazza Fontana...non si presento' mai, nemmeno per l'intervento difensivo finale, pur senza mandare rinunzia all'incarico".
29 settembre 2002 - SENTENZA APPELLO STRAGE QUESTURA MILANO: DAI GIORNALI
"Il Piccolo"
Dopo le assoluzioni in appello di venerdì, la procura generale ora ricorrerà in terzo grado
Neami, si va in Cassazione
Neofascisti e "servizi" indenni dal processo per la strage del 1973
Dovrà tornare ancora dinanzi ai giudici Francesco Neami il neofascista triestino assolto l'altra sera dall'accusa di aver partecipato all'organizzazione della strage alla questura di Milano del 17 maggio 1973 in cui morirono quattro persone e altre 44 rimasero ferite. Il sostituto procuratore generale Laura Bertolè Viale presenterà infatti ricorso per Cassazione. La rappresentante dell'accusa aveva chiesto la conferma dell'ergastolo che era stata emessa in primo grado nei confronti di Neami e di altri tre imputati: il colonnello dell'esercito Amos Spiazzi, appartenente a Gladio e fondatore dell'organizzazione neofascista "La rosa dei venti", il medico veneziano Carlo Maria Maggi responsabile negli anni '60 di "Ordine nuovo" per il Veneto, e Giorgio Boffelli, paracadutista, sommozzatore e mercenario. Assolto anche il generale ed ex capo del Sid (il vecchio servizio segreto) Gianadelio Maletti che in primo grado era stato condannato a 15 anni.
La parola giudiziaria finale a un altro tragico capitolo della "cosiddetta" strategia della tensione non è stata ancora messa, ma la sentenza assolutoria rimette in dubbio quella che era stata una ricostruzione giuridica e storica che sembrava sempre più verosimile: la collaborazione tra neofascisti italiani, uomini legati alla Cia e personaggi dei servizi segreti deviati, con l'utilizzazione del braccio armato di finti anarchici, per spostare sempre più a destra l'asse politico del paese e instaurare, possibilmente, un regime autoritario.
L'assoluzione di Neami, che ora ha 56 anni e fa il rigattiere e ha accolto anche con qualche lacrima la notizia dell'assoluzione nella sua casa di via D'Alviano, è stata anche un grande successo dei suoi due avvocati difensori: il triestino Sergio Mameli e il milanese Roberto Petringa Nicolosi. Quel giorno del '73, mentre nella questura di Milano si ricordava la morte del commissario Luigi Calabresi assassinato un anno prima, l'anarchico Gianfranco Bertoli doveva uccidere il ministro degli Interni, Mariano Rumor. Poichè la cerimonia all'interno si prolungava, Bertoli se ne andò in un bar vicino a bersi un cognac. Quando tornò, Rumor era appena partito in macchina. Lui però la bomba a mano la lanciò lo stesso e fece la strage.
Bertoli, che venne condannato all'ergastolo, è morto in carcere due anni fa e fino all'ultimo si definì un anarchico individualista, e sostenne di aver agito da solo per vendicare la morte del compagno Pinelli che era precipitato da una finestra della questura di Milano. Ed è esattamente questa la versione che viene ora rilanciata dalla sentenza di assoluzione emessa venerdì. Erano state le dichiarazioni di Carlo Digilio, referente della Cia nel Veneto, e di Martino Siciliano, "ordinovista" pentito a dare una lettura organica al filo di sangue che lega una lunga serie di attentati tra gli anni Sessanta e Ottanta. In questa ottica, l'attentato fallito del '69 alla scuola slovena di via Caravaggio a Trieste sarebbe stata una prova della strage di piazza Fontana, mentre relativamente alla strage della questura di Milano Bertoli non sarebbe stato che il sicario dei neofascisti veneti che volevano colpire Rumor per avere messo "Ordine nuovo" fuorilegge. Digilio ha raccontato che, in un appartamento di via Stella, a Verona, proprio Neami avrebbe fatto "un lavaggio del cervello" a Bertoli spiegandogli che, se bloccato dalla polizia, avrebbe dovuto dire di essere un "anarchico individualista".
L'avvocato Mameli a discapito di Neami porta ora anche una dichiarazione del terrorista rosso Giuliano Narìa il quale affermò di essersi trovato in cella all'Asinara e a Porto Azzurro "con Bertoli che si rammaricava di come certi giudici facessero strane supposizioni sul suo gesto, mentre lui in realtà aveva agito da solo, con l'unico scopo di vendicare Pinelli."
Silvio Maranzana"Il Corriere della sera"
La sentenza che ha cancellato gli ergastoli sull'eccidio della Questura potrebbe compromettere la credibilità del pentito Digilio
"A rischio tutti i processi sulle stragi"
Il giudice Salvini dopo le assoluzioni: "E' un disastro". Il pm Meroni frena: su Piazza Fontana sarà una corte diversa
MILANO - "Finalmente ha trionfato la giustizia", dice il medico veneziano Carlo Maria Maggi dopo l'assoluzione in appello dall'accusa di strage. "Questa sentenza è una pagina nera per la verità e per la giustizia", ribattono i magistrati che hanno visto cadere in appello trent'anni d'indagini sul terrorismo di destra. Ma più che al verdetto imprevisto dell'altro ieri sulla bomba in questura del 1973, ora avvocati e pm già pensano, con aspettative opposte, agli altri processi sulle stragi ancora impunite: dall'eccidio del 1969 in piazza Fontana a Milano, all'attentato del 1974 a Brescia. Il più pessimista, nel day-after di ieri, sembrava proprio il giudice Guido Salvini, "padre" delle nuove inchieste sull'eversione nera: "Questa assoluzione rischia di distruggere tutto il nostro lavoro - ammetteva a denti stretti, con una faccia da funerale che era già un commento -. C'è poco da dire: è un vero disastro". DIFESE AL RADDOPPIO - Maggi, l'ex neofascista che è al centro di tutti i nuovi processi (condannato in primo grado per piazza Fontana, insieme con il latitante Delfo Zorzi, è indagato con lui anche per Brescia), ora si dichiara "perseguitato da vent'anni". E saluta l'assoluzione in appello come "una sconfessione gigante" di Carlo Digilio, il terrorista pentito che è il suo grande accusatore. "Digilio sapeva benissimo che io non conoscevo l'attentatore Bertoli. Evidentemente si è visto perso: dipendeva mani e piedi dagli inquirenti, loro premevano perché dicesse qualcosa e lui ha detto le prime che gli sono venute in mente. A parte Zorzi, ero l'unico a non essere stato già assolto nei vari processi: ero la preda designata".
POLITICA E GIUSTIZIA - Sempre Maggi, che in aula ammise di aver inneggiato alle stragi, ma solo "per finta, dopo grandi bevute", ora aggiunge che, quando si vide arrestare per piazza Fontana, pensò "a una soluzione politica alla milanese". Anche Carlo Taormina, che era il suo difensore fino alla vigilia dell'assoluzione, attacca: "Ora le toghe rosse hanno finito l'inchiostro. Questa assoluzione farà crollare tutti i teoremi contro la destra: da piazza Fontana, alle accuse a Maggi e Zorzi per la strage di Brescia, fino all'indagine sull'avvocato Gaetano Pecorella per la ritrattazione del pentito Martino Siciliano". Finora la politica era rimasta fuori dall'aula. Il sostituto pg Laura Bertolè Viale aveva aperto così la sua requisitoria sulla strage in questura: "Per capire questa vicenda vi chiedo innanzitutto di abbandonare ogni tentazione di dividere le idee, le persone e le prove in destra e sinistra". L'avvocato Mauro Ronco, che ha difeso Maggi fino all'assoluzione, ha più volte manifestato "grande rispetto" per il giudice istruttore Antonio Lombardi, tanto che, dovendo contraddirlo, si è quasi giustificato: "Qualche volta anche Omero sonnecchia...". Mentre Taormina non si scompone di fronte alla scoperta che il giudice protagonista dell'assoluzione (relatore ed estensore) è di Magistratura democratica: "E allora? Quando ero magistrato, anch'io ero di Md - rivela l'avvocato di Forza Italia -. Un'ala garantista c'è sempre stata, il problema sono i giustizialisti".
LA PROCURA NON S'ARRENDE - Massimo Meroni, il pm di piazza Fontana, continua a difendere le indagini sulla pista nera: "Prima di concludere che Digilio è stato dichiarato inattendibile, bisognerebbe almeno leggere le motivazioni. Comunque il processo d'appello per piazza Fontana si svolgerà davanti a un'altra corte, che può tranquillamente arrivare a conclusioni diverse dall'assoluzione". Molti magistrati stanno già studiando il dispositivo e sono sorpresi anche dalla formula dell'assoluzione del generale dei servizi Gianadelio Maletti: condannato in primo grado a 15 anni per aver occultato le intercettazioni segrete del Sid (con le ammissioni dei finanziatori del terrorismo nero), è stato scagionato in appello "perché il fatto non sussiste". Questo significa che, per i giudici di secondo grado, i tagli eseguiti dai servizi su quelle registrazioni sarebbero "irrilevanti" per la strage in questura. Forse perché le frasi chiave sul vero obiettivo della bomba del 1973 ("aspettavamo l'attentato a Rumor") sarebbero state registrate dopo l'attentato: nessuna prova di una "strage annunciata", dunque, ma un innocente commento a cose fatte di camerati un po' esagitati.
P. B.IL RETROSCENA
Il capo del Sismi fa svanire la pista dei servizi e la bomba torna anarchica
E persino i verbali redatti dal Mossad servono a smentire il grande accusatore
MILANO - Hanno creduto al bombarolo Gianfranco Bertoli. E proprio per questo hanno giudicato totalmente false le accuse del pentito Carlo Digilio. La sentenza che l'altra sera ha cancellato quattro ergastoli per la strage in questura, azzerando trent'anni di indagini sui terroristi di destra e sui servizi segreti, si spiega con una patente di credibilità negata a tutti gli accusatori e concessa invece a lui, al misterioso reduce da un kibbutz israeliano che il 17 maggio 1973 uccise quattro innocenti scagliando una bomba a mano sulla folla. Condannato all'ergastolo, Bertoli ha ripetuto fino alla morte di non aver avuto "né complici né mandanti". Ora, per la prima volta, la Corte d'assise d'appello gli ha creduto, riabilitando anche quella "pista anarchica" che sembrava sepolta già dai processi di Catanzaro degli anni 70. Fin dal giorno dell'arresto, Bertoli si proclama "anarchico individualista" e giura di aver fatto "tutto da solo". Una decina di testimoni (tutti estremisti di destra) sostengono invece che era un neofascista legato ai servizi. Questi sospetti trovano una conferma documentale nel 1991: dopo anni di richieste, il giudice Antonio Lombardi sequestra il fascicolo di Bertoli nell'archivio dei servizi. Il dossier dimostra che lo stragista era stato "dal 1954 al 1960" a libro paga dell'allora Sifar. Non basta: interrogati su un documento del 1966, i generali Viezzer e Cogliandro testimoniano che Bertoli "evidentemente" ha ripreso a lavorare per i servizi (rinominati Sid) "almeno fino al giugno 1971", se non fino alla strage. Il resto del fascicolo di Bertoli risulta "distrutto con il fuoco" nel 1985.
In appello, il colpo di scena: la corte decide di ascoltare l'attuale capo dei servizi (oggi Sismi), Niccolò Pollari. Il generale della Finanza spiega che i suoi predecessori dei carabinieri si sono sbagliati: nel 1966, in realtà, "cambia solo il titolario", cioè "il criterio di archiviazione dei fascicoli". Dunque Bertoli fu pagato solo dal Sifar, e fino al 1960, mentre il Sid si è poi limitato a ricatalogare la sua vecchia scheda. In aula il sostituto pg Bertolè Viale attacca Pollari: "Ci dice "presumo, ritengo, immagino"... Io credo a chi all'epoca dirigeva il Sid, non a chi si è fatto dare oggi informazioni da fonti ignote". Ma i giudici d'appello non hanno alcun motivo per dubitare della testimonianza sotto giuramento dell'odierno direttore dei servizi. Ma se ha ragione Pollari, cioè se lo stragista fu davvero "licenziato" nel 1960, allora non sono attendibili nemmeno gli ex terroristi neri (da Vincenzo Vinciguerra a Martino Siciliano) che invece ricordavano Bertoli come un neofascista infiltrato nell'ultrasinistra. E così Bertoli torna anarchico vero, come scriveva nei suoi diari in carcere.
Per demolire il pentito-chiave Carlo Digilio, invece, la Corte valorizza le testimonianze scritte arrivate da Israele subito dopo la strage. Digilio in aula ha dichiarato di aver visto i tre imputati di Ordine Nuovo - Carlo Maria Maggi, Giorgio Boffelli e Francesco Neami - mentre "addestravano alla strage" Bertoli in un appartamento di Verona, due mesi prima dell'attentato. Bertoli, invece, disse di essere rimasto sempre in Israele dal febbraio 1971 al maggio 1973, per rientrare in Italia solo per la strage. Il giudice Lombardi ha sentito una decina di testimoni che invece assicurano di aver visto Bertoli in Italia (e Francia) anche nel periodo indicato da Digilio. Ma i giudici d'appello hanno portato in camera di consiglio le vecchie deposizioni firmate tra il '73 e il '74 dei responsabili del kibbutz: tutti giurano che Bertoli non lasciò mai Israele. Se questo è vero, diventa impossibile che Digilio possa averlo visto a Verona nel marzo 1973. Mentre l'ipotesi che Bertoli fosse coperto proprio dai servizi israeliani resta solo un sospetto indimostrato. Di qui l'assoluzione con formula piena dei quattro presunti mandanti: le accuse di Digilio sono giudicate non solo dubbie, ma smentite dalle prove contrarie fornite già nel 1973 dal Mossad al nostro Sid.
Paolo Biondani"L' Arena"
Una vita nei tribunali
L'hanno indagato anche per Ludwig e il golpe Borghese
Prima esperienza in carcere quando aveva solo dieci anni. Rimase per un mese nelle celle delle SS in corso Porta Nuova. Fu arrestato con sua madre in attesa che suo padre, accusato di complotto contro i tedeschi, si rifacesse vivo. La storia giudiziaria di Amos Spiazzi è impressionante. Ecco alcune tappe fondamentali. In trent'anni, neanche una condanna definitiva e decine di proscioglimenti. 30 dicembre 1973. Perquisizione a casa Spiazzi per l'inchiesta sulla Rosa dei Venti.
13 gennaio 1974. Spiazzi viene arrestato a Padova e detenuto in isolamento.
28 luglio 1974. È ancora in carcere e viene raggiunto da un nuovo mandato di cattura.
22 maggio 1975. Chiede il permesso di uscire dalla cella per andare al funerale di sua madre, ma la domanda viene rigettata.
30 maggio 1977. Inizia a Roma il processo per il golpe Borghese.
7 dicembre 1977. Ottiene la libertà provvisoria.
14 luglio 1978. Condannato a cinque anni in primo grado per il golpe Borghese.
6 luglio 1982. Indagato e poi prosciolto a Venezia per il caso "Ludwig".
7 agosto 1982. Indagato a Roma per l'uccisione di Mangiameli e poi prosciolto.
14 marzo 1983. Arrestato a Ferrara per cospirazione.
4 giugno 1983. Assolto e liberato.
21 luglio 1983. Indagato a Bologna nell'inchiesta sui Nuclei armati rivoluzionari e prosciolto.
28 novembre 1983. Interrogato a Bologna per la strage del treno Italicus e prosciolto.
30 marzo 1984. Interrogato a Novara per la morte di Concutelli e prosciolto.
19 maggio 1984. Indagato a Padova per la strage di piazza Fontana.
10 settembre 1984. Arrestato per associazione sovversiva.
27 novembre 1984. Assolto in appello per il golpe Borghese.
10 dicembre 1984. Indagato per il gruppo eversivo Terza posizione e prosciolto.
15 dicembre 1984. Ottiene gli arresti domiciliari.
10 luglio 1985. Ottiene la libertà provvisoria.
6 novembre 1987. Indagato per la strage di Bologna e prosciolto.
9 dicembre 1988. Assolto dall'accusa di ricostituzione del partito fascista.
28 novembre 1990. Indagato per Gladio e prosciolto.
26 giugno 1991. Indagato a Bolzano e prosciolto.
13 luglio 1991. Indagato per la strage di piazza della Loggia a Brescia e prosciolto.30 settembre 2002 - SENTENZA APPELLO STRAGE QUESTURA MILANO: LA DELUSIONE DEL PM PRADELLA
ANSA:
Misura le parole, ma la sua delusione e' evidente. "Per capire gli eventuali riflessi sul processo di piazza Fontana, bisognera' attendere le motivazioni della sentenza", dice il pm Maria Grazia Pradella, che nel processo per la strage della questura chiese ed ottenne quegli ergastoli che, venerdi' scorso, i giudici della Corte d' Assise d' Appello di Milano non hanno confermato. Il magistrato, che condusse interamente il dibattimento di primo grado e svolse gran parte delle indagini per la strage di piazza Fontana, e' "perplessa" di fronte ad una sentenza che, di fatto, individua come unico responsabile dell' eccidio del '73 Gianfranco Bertoli e lascia come unico condannato a 10 anni per la vicenda collaterale delle armi l' ex neofascista Gilberto Cavallini che non ha presentato ricorso in appello. E per Carlo Digilio, principale collaboratore delle indagini sulle trame nere, il reato e' invece prescritto (quindi non c'e' una dichiarazione di innocenza), proprio grazie al suo apporto in queste complesse inchieste. A Maria Grazia Pradella, forse piu' che per se stessa, dispiace per l' ex giudice istruttore Antonio Lombardi che sviluppo' le indagini sull' ambiente di Ordine Nuovo in Veneto e giunse al rinvio a giudizio di quelli che poi saranno condannati all' ergastolo: il medico Carlo Maria Maggi, ex ispettore di Ordine Nuovo per il Triveneto, l'ex colonnello dell' esercito Amos Spiazzi e gli ex neofascisti Boffelli e Neami. "Il dott. Lombardi ha veramente fatto un lavoro di grande rigore nella ricerca di concreti elementi indiziari e di prova a carico degli imputati - osserva il pm, ribadendo la sua stima nei confronti dell' ex giudice istruttore - : un'indagine durata oltre 20 anni, alla ricerca della verita"'. Per Maria Grazia Pradella, "ora si torna alla tesi dell' anarchico-individualista Bertoli che, per quanto conosco gli atti, non e' assolutamente aderente alla realta'".1 ottobre 2002 - SENTENZA APPELLO STRAGE QUESTURA MILANO: DIGILIO
"Il Gazzettino"
Strage alla Questura di Milano Digilio incredulo delle assoluzioni Venezia
Carlo Digilio, il pentito storico delle inchieste sull'eversione nera, non vuole credere che i giudici della Corte d'assise d'appello di Milano abbiano annullato le sentenze di condanna all'ergastolo per Carlo Maria Maggi, Amos Spiazzi, Francesco Neami e Giorgio Boffelli per la strage alla questura di Milano del 17 maggio 1973. Intervistato, il pentito ha commentato così la sentenza: "Non so proprio come siano riusciti a fare una sentenza del genere. Tutti assolti. È incredibile".Digilio ha difeso il suo ruolo: "Sulla strage davanti alla questura ero stato preciso fin nei dettagli, come hanno fatto i giudici d'appello a ribaltare il giudizio di primo grado? Cosa vogliono dire, che Bertoli non era fascista e magari veramente un anarchico individualista? Glielo ripetevano ogni giorno quel che doveva fare. Quella è una strage nera, altroché. Che vergogna quella sentenza"."Non so proprio come siano riusciti a fare una sentenza del genere. Tutti assolti. E' incredibile. Sulla strage davanti alla Questura di Milano ero stato preciso fin nei dettagli, come hanno fatto i giudici d'appello a ribaltare il giudizio di primo grado? Cosa vogliono dire, che Bertoli non era fascista e magari era veramente un anarchico individualista? Glielo ripetevano ogni giorno quel che doveva fare, Bertoli, quella è una strage nera, altrochè. Che vergogna quella sentenza".
Non va per il sottile Carlo Digilio, il pentito numero uno delle stragi, da quella di piazza Fontana a quella di Brescia, passando per la strage davanti alla Questura che si è conclusa con una raffica di assoluzioni. Cominciando da Carlo Maria Maggi, il medico della Giudecca:"Allora il dottore non c'entra nulla? Benissimo. Non era lui allora quello che veniva nell'appartamento di via Stella a Verona dove Gianfranco Bertoli era tenuto prigioniero. E non era nemmeno la sua fiamma del momento quella ragazza, di vent'anni più giovane di lui, che si portava dietro quando veniva a Verona, no?"
Questa è una novità. Guardi che Maggi ha sostenuto proprio questo e cioè di aver utilizzato qualche volta l'appartamento di via Stella, a Verona che lei ha indicato come la prigione di Gianfranco Bertoli, per motivi galanti. Esattamente ha dichiarato: "Devo precisare che in quell'appartamento mi sono fermato in due o tre occasioni, ogni volta una notte, per motivi sentimentali. Avevo una relazione con una donna e usai l'appartamento di via Stella come pied-à-terre". Ed escludeva di essere stato in quell'appartamento assieme a Bertoli."Rischia di aver ragione il caro dottore. Forse è riuscito a dire il falso dicendo la verità. Perchè lui veniva con una donna della Giudecca, che abitava vicino al Mulino Stucky. Una moretta, finta magra, di vent'anni più giovane. Sarà stata alta 1 metro e 68, un bel fisico, si chiamava Rita, Margherita, una cosa del genere, mi viene in mente Rita. Quando arrivava con lei, andavamo con Bertoli a mangiare nella trattoria sotto casa. Ecco perché dice che non è mai stato nell'appartamento quando c'era Bertoli. Tecnicamente potrebbe aver ragione, cioè quando era con la ragazza, nell'appartamento Bertoli non c'era. Però dentro quell'appartamento io visivamente me lo ricordo, Maggi, e c'era anche Bertoli".Il veneziano Gianfranco Bertoli, classe 1933, fu trattenuto per una settimana in quell'appartamento e convinto, a suon di promesse e minacce, bottiglie di whisky e schiaffoni, che doveva diventare un eroe. Possibile che l'uomo che ha buttato la bomba davanti alla questura di Milano fosse una persona così suggestionabile?"Come no? Un povero cane, era - dice Digilio che vive in una casa di riposo, sotto falso nome e, a distanza di tanti anni, ancora ha paura dei suoi ex camerati di Ordine nuovo - Me lo ricordo Bertoli. Mingherlino, bassetto, di fronte a Neami che invece era un armadio - Francesco Neami di Trieste era indicato da Digilio come carceriere di Bertoli, ma anche lui è stato assolto in Appello e quindi la sua figura e il suo ruolo in questo caso deve ritenersi completamente inventata da Digilio - Eh, certo, mi sarò inventato anche Neami, no? E anche Bertoli. Mi dispiace per i giudici, ma mi ricordo ancora quelle sue scarpettine. Basse, tipo mocassini, leggere. Quando gli dicevo che fuori pioveva e che era il caso di mettersi un paio di scarpe serie, mi diceva che aveva imparato in Israele ad usare quelle scarpe. Parlava sempre di Israele e ogni tanto parlava anche in israeliano, per quel che potevo capire io. Diceva che gli avevano promesso una quindicina di milioni per buttare la bomba e che gli servivano per sua sorella, ma io non gli ho mai creduto. Non so neanche se avesse una sorella, certo è che, se anche ce l'aveva, secondo me quei soldi dovevano andare a finire nelle tasche della sua donna. Altro che sorella! E non mi stupirei che fosse una israeliana o comunque una che viveva in Israele".Aveva proprio la fissa di Israele, Bertoli."Anche quando gli dicevano che doveva provare la mira per tirare la bomba, che doveva allenarsi, lui si arrabbiava perché diceva che in Israele aveva imparato benissimo, che ne aveva tirate di bombe, eccome contro i palestinesi. Ma adesso mi aspetto che da un momento all'altro salti fuori qualche giudice che dice che non è stato lui a buttare la bomba, che è stato un altro" - si arrabbia Digilio che non si dà pace di questa sentenza di assoluzione. "Significa che veramente Bertoli voleva vendicare Pinelli e per vendicare Pinelli ha ucciso quanti sono, 4 innocenti? Andiamo, ha fatto tutto da solo, niente complici, niente aiuti, niente mandanti. Ma quello non era nemmeno capace di aprirsi una bottiglia di whisky da solo".
Digilio fa un riferimento preciso a proposito della strage davanti alla Questura di Milano. Sia lui che Vincenzo Vinciguerra, un altro stragista, raccontano che Ordine Nuovo aveva deciso di vendicarsi di Rumor perché non aveva mantenuto la promessa di proclamare lo stato di emergenza all'indomani dello scoppio della bomba di piazza Fontana. Vinciguerra aveva detto di no alla proposta dei neofascisti veneziani e a quel punto era saltato fuori Bertoli, uno "malleabile"."Da piccolo era eccezionalmente mite. Molto più dei fratelli Pierantonio e Mimmo. Aveva orrore del sangue - racconterà suo padre Francesco, noto sarto veneziano - No, non era un bambino dalla personalità decisa, tutt'altro. Si lasciava influenzare fin troppo facilmente".Diagnosi di padre confermata nel 1960 da uno psichiatra, il professor Giovanni Fattovich il quale, nella perizia depositata presso la Pretura di Mestre in occasione dell'ennesimo furto messo a segno da Bertoli, scriveva: "Individuo socialmente pericoloso perché, date le sue condizioni mentali, è facilmente soggetto alla suggestione ed alla intimidazione () egli è capace di agire quasi esclusivamente sotto l'azione di cause esteriori ambientali, sotto l'altrui spinta". Evidentemente il padre di Gianfranco Bertoli e il prof. Fattovich non erano gli unici ad aver capito il futuro bombarolo. Una quindicina di milioni - più o meno 70 mila euro - e una settimana di lavaggio del cervello avevano creato le condizioni ottimali per l'attentato."Io l'ho visto solo durante quella settimana, mai prima né dopo. L'impressione che mi ha fatto era quella di un povero disgraziato che non riusciva a controllare nemmeno se stesso. Mi ricordo il tic nervoso che aveva, tirava il collo all'improvviso, girando la testa. E beveva come una spugna. Le bottiglie gliele portavano, ma era anche lui a chiederle. E quando arrivavano controllava la marca. Figuriamoci se uno così poteva andare da solo a Milano, trovare la Questura e buttare la bomba. Se mi dicono che Bertoli ha fatto tutto da solo, allora credo si possa dire chessò...?"Che Calabresi si è suicidato?"Eh, quasi".
Maurizio Dianese8 ottobre 2002 - STRAGE BRESCIA: PER GIP INCOMPATIBILI PECORELLA E FRANCHINI, LEGALI DI ZORZI
ANSA:
Il Gip del Tribunale di Brescia Francesca Morelli ha dichiarato incompatibili gli avvocati Gaetano Pecorella e Antonio Franchini nella difesa di Delfo Zorzi, nell'inchiesta sulla strage di piazza della Loggia. I due legali sono infatti indagati per favoreggiamento nei confronti di Zorzi e pertanto sono stati nominati due avvocati d'ufficio. A quanto si e' appreso, l' incompatibilita' dei due difensori sarebbe di natura 'tecnica', e sarebbe indipendente dagli elementi a disposizione della Procura riguardo i due legali che sono sospettati di aver avuto un ruolo nella ritrattazione, avvenuta nei mesi scorsi, del collaboratore di giustizia Martino Siciliano nei procedimenti sulla strage della Questura di Milano, di piazza Fontana e di piazza della Loggia. In sostanza, il fatto stesso di essere iscritti nel registro degli indagati con l'accusa di favoreggiamento nei confronti del loro assistito - viene spiegato in ambienti giudiziari bresciani - comporta l'impossibilita' di compiere determinati atti istruttori.9 ottobre 2002 - STRAGE BRESCIA, PECORELLA INCOMPATIBILE: DAI GIORNALI
"La Stampa"
SECONDO L´ACCUSA IL PARLAMENTARE AVREBBE "FAVORITO" LA RITRATTAZIONE DI UN PENTITO
Pecorella "incompatibile" con la difesa di Zorzi Il gip di Brescia sospende l´avvocato dopo l´iscrizione nel registro degli indagati
MILANO
"Incompatibili": l´avvocato Gaetano Pecorella, parlamentare di Forza Italia e presidente della commissione giustizia della Camera, e il suo collega Antonio Franchini non potranno più difendere il neofascista Delfo Zorzi nel procedimento per la strage di piazza della Loggia. Lo ha deciso il gip di Brescia, Francesca Morelli, e il motivo è "tecnico": Pecorella e Franchini, nell´ambito della stessa inchiesta, sono indagati per favoreggiamento e quindi non potrebbero svolgere gli atti istruttori necessari alla difesa. Perciò Zorzi da adesso avrà un difensore d´ufficio. Pecorella, pur annunciando di "prendere atto con grande serenità della decisione del giudice", non rinuncia alla polemica arrivando ad affermare: "E´ grave che si adottino misure che possono indurre gli avvocati a rinunciare alle loro difese. E´ la morte di uno degli aspetti della democrazia liberale". La vicenda di Pecorella e Franchini si interseca con quella di Martino Siciliano, il "pentito" delle inchieste sulle stragi fasciste di piazza della Loggia (1974) e di piazza Fontana (1969). Che due anni fa "sparisce" e non si presenta nell´aula della corte d´assise a confermare le sue accuse (Zorzi per piazza Fontana sarà comunque condannato all´ergastolo). Ricompare nella primavera scorsa, quando fa avere, proprio tramite i legali di Zorzi, un memoriale alla procura di Brescia dove ritratta tutte le sue accuse. E´ una ritrattazione sospetta anche perché ai pm che indagano sulla strage di Brescia, Roberto di Martino e Francesco Piantoni, prima ancora che il memoriale fosse depositato era arrivata una segnalazione dei carabinieri: Giuseppe Fisanotti, personaggio un tempo legato all´estrema destra, era stato contattato da Siciliano che gli aveva anticipato l´intenzione di scagionare Zorzi. Per due motivi: "vendicarsi dello Stato" che a suo dire l´aveva illuso garantendogli un programma di protezione e ricevere in compenso denaro da Zorzi, adesso cittadino giapponese con il nome di Hagen Roy (500mila dollari era la somma ipotizzata). Gli inquirenti decidono così una serie di intercettazioni, ambientali e telefoniche; in una di queste Siciliano parla con la moglie e le chiede di contattare i legali di Zorzi, per informarli che si trova in Italia e ha bisogno di soldi. Siciliano viene arrestato nel giugno scorso: ammette di aver ricevuto soldi da Zorzi, prima fino al `97 e poi dal 2000 in avanti, ma nega di aver mai incontrato Pecorella o di avergli parlato direttamente per telefono. Il complesso delle dichiarazioni e del comportamento di Siciliano portano comunque i pm a iscrivere Pecorella e Franchini sul registro degli indagati. In questa veste non potrebbero ovviamente accedere liberamente agli atti dell´inchiesta, come invece possono fare i difensori, e sarebbe di conseguenza per loro impossibile svolgere tutta una serie di adempimenti legali: da qui la decisione del gip di stabilire l´incompatibilità. Una decisione che, secondo Pecorella, "avrà effetti negativi sul processo nel suo insieme; ci sarà sempre una macchia d´origine per cui si dirà che Zorzi non è stato difeso". Secondo il legale, infatti, un avvocato d´ufficio "non può aver già approfondito gli atti di un procedimento così complesso e non potrà che svolgere con grande difficoltà il suo ruolo". In questo quadro "Zorzi rimane sostanzialmente senza difesa".
r. m.16 ottobre 2002 - STRAGE BRESCIA: CHIESTA PROROGA INDAGINI PRELIMINARI
ANSA:
La Procura della Repubblica di Brescia ha chiesto la proroga di un anno delle indagini per la strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974, in cui morirono otto persone e un centinaio rimasero ferite per lo scoppio di una bomba durante una manifestazione antifascista indetta dal sindacato. E' questa la quarta volta che la Procura di Brescia chiede una proroga della indagini, iniziate nel 1993. L'ultima proroga era stata concessa dal Parlamento lo scorso anno. Per la strage di Piazza della Loggia sono indagate una quindicina di persone. Tra queste figurano Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi, condannati all'ergastolo per la strage di Piazza Fontana, Carlo Digilio, pentito storico delle inchieste sull'eversione nera, il francese Guerin Serac, titolare dell'agenzia Aginter Presse, Pino Rauti, l'ex generale dei carabinieri Francesco Delfino e altri personaggi, molti dei quali in passato gia' coinvolti nelle inchieste sul terrorismo nero.24 ottobre 2002 - STRAGE BRESCIA: DECRETO GOVERNO PER PROROGA INDAGINI
ANSA:
Il decreto legge sulla proroga dei termini approvato nella mattina di oggi - informa un comunicato dell'ufficio stampa della Presidenza del Consiglio dei Ministri - contiene una norma relativa all'estensione da 5 a 6 anni del termine di massima durata delle indagini preliminari per i delitti di strage (norma in particolare rilevante per la strage di Brescia). Il governo ha inteso oggi darne notizia alla conferenza dei capigruppo della Camera dei Deputati contestualmente alla decisione di non coltivare la conversione del decreto legge n. 201/2002 in tema di amministrazione della giustizia.30 ottobre 2002 - STRAGE BRESCIA: SCARCERATO PENTITO SICILIANO
"Brescia Oggi"
Martino Siciliano fuori per decorrenza dei termini
Strage di piazza Loggia: il "doppio" pentito ha già lasciato il carcere
Martino Siciliano, il pentito che ha coinvolto nella strage di piazza Loggia Delfo Zorzi e fatto iscrivere nel registro degli indagati l'onorevole forzista Gaetano Pecorella (con l'accusa di aver favorito Delfo Zorzi avallando la ritrattazione "pagata" di Siciliano), è stato scarcerato nei giorni scorsi per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva. Il termine, in verità, scadeva a settembre, ma il gip Francesca Morelli aveva prorogato per altri 45 giorni la detenzione di Siciliano (difeso dall'avvocato d'ufficio Fernanda Bozzola). Siciliano era stato arrestato a giugno per favoreggiamento su ordine della magistratura bresciana per una presunta manovra finalizzata a scagionare Delfo Zorzi. Siciliano, infatti, era stato arrestato con il sospetto di aver ritrattato le sue dichiarazioni nell'ambito dell'inchiesta sulla strage di piazza della Loggia. A vestire al collaboratore i panni dell'"ex pentito" sarebbe stato un versamento di denaro da parte di Zorzi.
Per i giudici della Corte milanese Martino Siciliano è un pentito attendibile, che ha raccontato circostanze inedite e provate. Il pentito ai pm di Brescia ha spiegato come Delfo Zorzi lo abbia pagato fin dal 1997 per essere sicuro della ritrattazione delle dichiarazioni in base alle quali è stato condannato per la strage di piazza Fontana ed è indagato per la strage di piazza Loggia.
Le prime collaborazioni di Siciliano risalgono al 1993 con i primi contatti tra il pentito e un funzionario della Digos. Siciliano all'epoca viveva a Tolosa; a lui gli inquirenti erano arrivati dopo che il neofascista Marco Affatigato aveva raccontato di aver saputo di una persona rifugiata in Francia in grado di riferire cose interessanti sulle stragi. Le cose interessanti erano frutto del suo passato come militante di Ordine nuovo a Mestre. Siciliano aveva operato per anni nel gruppo ordinovista, nella stessa cellula in cui sarebbe stato presente anche Zorzi. Tutti gli episodi descritti da Siciliano, secondo i giudici milanesi, erano confermati da prove documentali preesistenti o dichiarazioni successive a quelle del collaboratore. Ma prima della sua deposizione Siciliano fuggì dall'Italia: si giustificò spiegando che non voleva più collaborare per 600 mila lire al mese, mentre la difesa sostenne che era fuggito per paura del contradditorio.
Nel frattempo sia la Procura che gli ex avvocati difensori di Zorzi, Franzini e l'onorevole Gaetano Pecorella, deputato di Forza Italia e presidente della commissione giustizia della Camera, dichiarati incompatibili per la difesa dell'ordinovista già condannato per la strage di piazza Fontana, hanno chiesto un incidente probatorio con Siciliano. L'eventuale data dell'incidente probatorio verrà fissata dopo la decisione del gip Morelli.
r.g.8 novembre 2002 - STRAGE BRESCIA: CHIESTO INCIDENTE PROBATORIO PER SICILIANO
ANSA:
L'interrogatorio con la formula dell'incidente probatorio del pentito 'storico' dell'estremismo di destra, Martino Siciliano, e' stato chiesto dalla Procura di Brescia e dai legali dell'avvocato Antonio Franchini nell' ambito delle indagini sulla strage di piazza della Loggia (otto morti e oltre cento feriti il 28 maggio del'74 nel corso di una manifestazione antifascista). Franchini e' stato dichiarato incompatibile con la difesa Zorzi dopo la sua iscrizione nel registro degli indagati della procura di Brescia per favoreggiamento nei confronti dello stesso Zorzi, condannato all'ergastolo per la strage di Piazza Fontana a Milano e ora imprenditore in Giappone. Nell'ambito dell'inchiesta bresciana, attualmente le persone indagate a vario titolo sono 20. Di queste i nomi sono noti da tempo: sono l'ex collaboratore dei servizi segreti Maurizio Tramonte, l'ex ispettore di ordine Nuovo del Triveneto, Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, il generale dei carabinieri Francesco Delfino, Arturo Francesconi Sartori, Guerin Guillou, alias Guerin Serac, responsabile dell'Aginter Press, centro di eversione 'camuffato' da agenzia di stampa attivo negli anni della strategia della tensione. Vi sono poi: Giovanni Maifredi, Pino Rauti, Angelo Pignatelli, Maurizio Zotto, Lelio Di Stasio, Roberto Rinani, Ariosto e Fiorenzo Zanchetta, Carlo Digilio. Infine, ultimi ad essere iscritti nel registro degli indagati con l'accusa di favoreggiamento sono stati Martino Siciliano e gli avvocati di Zorzi, Fausto Maniaci, Gaetano Pecorella, Antonio Franchini, Lodovico Mangiarotti. Siciliano, arrestato nel giugno scorso e scarcerato da pochi giorni, e' sospettato di aver preso del denaro per ritrattare le accuse nei confronti di Delfo Zorzi, in particolare nel processo per Piazza Fontana in cui l'apporto del collaboratore e' stato piu' consistente. Secondo la Procura, le vicende che hanno portato all' arresto di Siciliano evidenziano come il suo comportamento processuale "sia stato pesantemente condizionato, a far data dal gennaio del 1998 ed almeno fino al marzo del 2002, dalle cospicue dazioni di denaro elargite da Delfo Zorzi, ed in data successiva dalle ulteriori offerte o promesse di denaro, situazioni che ben potrebbero ripetersi in futuro". I pm bresciani, nella richiesta di incidente probatorio, su cui dovra' pronunciarsi il gip Francesca Morelli, definiscono Siciliano "testimone qualificato dei rapporti del Maggi con Pino Rauti, con Massimiliano Fachini, con Marcello Soffiati e con Ermanno Buzzi, nonche' dei rapporti di quest'ultimo con Giangastone Romani, con Giancarlo Rognoni e con Delfo Zorzi, oltre che dell' ideologia stragista professata da Maggi e da Zorzi ("...la strage quale mezzo di lotta politica era teorizzata da Maggi e da Zorzi...").9 novembre 2002 - PENTITO SICILIANO: MI HANNO PAGATO PER RITRATTARE
"Il Corriere della sera"
"Dall'avvocato Maniaci 115 mila dollari dopo accordi con Pecorella". La replica del deputato: tutte invenzioni
Il pentito Siciliano: così mi hanno pagato per ritrattare
"Dovevo ritirare le accuse contro Delfo Zorzi per Piazza Fontana"
MILANO - Delfo Zorzi avrebbe versato "115 mila dollari" al pentito Martino Siciliano per fargli ritrattare le accuse sulla strage di piazza Fontana. Soldi che, sostiene Siciliano, gli furono consegnati dal suo ex difensore, Fausto Maniaci, dopo un presunto accordo con il professor Gaetano Pecorella, presidente della commissione giustizia della Camera. Sono queste le accuse che in luglio hanno convinto la Procura di Brescia a indagare i due autorevoli avvocati per favoreggiamento. Un'ipotesi di reato tutta da verificare: Maniaci, "indignato", l'ha già respinta in un formale interrogatorio, mentre Pecorella protesta per la fuga di notizie "diretta a colpire la mia persona": "Siciliano non può provare quello che dice: se avesse ricevuto soldi, ci sarebbe traccia dei versamenti. Ma è ovvio che sono invenzioni".
I verbali chiamano in causa solo indirettamente Pecorella. L'antefatto è del 10 giugno: Siciliano viene arrestato a Brescia con l'accusa di aver intascato 5 mila dollari - primo anticipo dei "500 mila promessi" - per ritrattare con un memoriale le accuse a Zorzi, condannato in primo grado per la strage e latitante in Giappone. Il pentito, che all'inizio negava, il 16 luglio invoca "protezione" per la moglie "perché coinvolgerò persone importanti".
"Il memoriale non è un punto di partenza, ma di arrivo: per quello non ho ancora ricevuto una lira - racconta ai pm di Brescia -. Nell'ottobre '97 io e Maniaci prendemmo in considerazione la possibilità di ottenere un contributo da Zorzi, attraverso i suoi legali. Maniaci mi disse che ne avrebbe parlato a Pecorella. Mai mi ha parlato di contatti con altri".
"A fine gennaio '98 Maniaci mi spiegò che Pecorella si era recato in Giappone per parlare della cosa a Zorzi". Il presunto terrorista nero avrebbe stanziato allora "200 milioni di lire". "Accettai la proposta - sostiene Siciliano - e Maniaci mi consegnò i primi 15 mila dollari". "Dopo Pasqua '98 Maniaci mi chiese di tacere nell'incidente probatorio di Milano. Il giorno stesso l'ho chiamato da Chiasso, dove mi ha raggiunto e consegnato 12 mila dollari in una busta bianca".
Nel settembre '98 Siciliano sostiene di aver ricevuto anche "bonifici su tre conti esteri, dall'Italia e dalla Svizzera".
Perso con il silenzio lo stipendio di pentito ("appena 800 mila lire al mese"), Siciliano sostiene di aver ricevuto "solo 4 mila dollari dal giudice Guido Salvini, come anticipo sulla nuova protezione". Ma intanto avrebbe continuato a intascare anche dal presunto stragista, sempre attraverso i legali: "Si è concordato che i versamenti di Zorzi sarebbero continuati fino al pagamento di 115 mila dollari per complessive 53 mensilità. Questa è la somma che mi è stata effettivamente versata fino al marzo 2002". Parola di Siciliano, pentito due volte.
Paolo Biondani11 novembre 2002 - GIAPPONE: DELFO ZORZI, IN ITALIA NON TORNO
ANSA:
"Per la giustizia l'Italia non e' un paese assolutamente affidabile. Non ne ho la minima fiducia e non ho alcuna intenzione di tornare per rispondere di accuse completamente inventate". Lo ha detto stasera a Tokyo al termine di una lunga udienza-confronto in un processo civile da lui intentato per diffamazione contro il giornalista italiano Pio D'Emilia de 'Il Manifesto', Delfo Zorzi, condannato lo scorso anno in contumacia all'ergastolo per la strage di Piazza Fontana. Zorzi rispondeva ad un appello rivoltogli dall'altra parte di vetrate antiproiettile erette nell'aula del tribunale, dal Vice presidente dell'Associazione Nazionale Vittime delle stragi Manlio Milani. " Signor Zorzi, mi permetta solo un minuto per un semplice appello - ha detto Milani tra commessi del tribunale che spingevano fuori i giornalisti per impedire 'contatti' non previsti dal regolamento - Non c'e' in noi nessun desiderio di vendetta ne' di condanne sommarie. Crediamo solo che sia nell'interesse di tutti, e anche nel suo, di venire a dire la sua verita' in Italia che e' un paese serio e democratico e con un sistema giudiziario che da' le massime garanzie". Zorzi, dal 1989 cittadino giapponese con il nome di Roi Hagen, sulle prime non voleva rispondere, adducendo indicazioni dei suoi avvocati e la necessita' di rivolgergli previe domande per iscritto. Poi, davanti a Milani, ha avuto un attimo di apparente emozione, dicendo di " condividere il dolore dei familiari delle vittime di una strage" come quella di Piazza Fontana. Ma ha subito riacquistato una maschera di durezza precisando di "non aver nulla a che vedere" con un crimine del genere ed esplodendo in un categorico 'no': " I vostri discorsi - ha detto - sull'affidabilita' della giustizia in Italia non stanno in piedi. Per la giustizia l'Italia non e' un paese in cui poter avere fiducia".Protetto da vetrate antiproiettile erette nell'aula piu' grande del tribunale di Tokyo e da avvocati pronti a tutto, anche a processare i giudici italiani, Delfo Zorzi ha raccontato oggi le sue verita' sulla strage di Piazza Fontana, nell'udienza di una causa da lui intentata per diffamazione contro il giornalista italiano de 'Il Manifesto' Pio d'Emilia. In abito blu scuro, camicia celeste e cravatta grigio chiaro, quasi calvo, occhi azzurro ghiaccio nervosamente coperti e scoperti da occhiali in continuo movimento, l'ex cittadino italiano nato in Veneto nel 1947 ma dal 1989 cittadino giapponese con il nome di Hagen (cognome) Roi (nome), ha fatto la sua comparsa in aula, la prima della sua vita, alle 10.36, con sei minuti di ritardo, con tutti - giudici, avvocati, querelati, e pubblico gia' ai loro posti, entrando da una porta riservata al personale del tribunale ( per motivi di convenienza, e' stato detto). Zorzi, condannato in contumacia lo scorso anno all' ergastolo come uno dei responsabili della strage, ha raramente guardato il pubblico, tra cui spiccava il rappresentante dell' Associazione Nazionale Familiari delle Vittime delle Stragi Manlio Milani, che perse la moglie nell'attentato di Piazza della Loggia di Brescia nel 1974. E ha assistito impassibile alla deposizione del denunciato Pio D'Emilia, con una richiesta danni per una somma pari a cinque milioni di euro, interrogato dai suoi avvocati con l' 'aiuto' di un interprete giapponese, deciso dal tribunale, disastroso al punto da essere piu' tardi sostituito con un migliore interprete italiano. Denunciato per gli stessi motivi anche in Italia e assolto con formula piena, il giornalista de 'Il Manifesto' ha ribadito la sua ricostruzione della 'storia' dell'ex militante di Ordine Nuovo. Arrivato nel 1972 in Giappone sotto la copertura di studente, in realta' per sfuggire alle indagini in corso in Italia su quel movimento, entrato in contatto con esponenti dell'estrema destra nipponica, come Yoshio Kodama e Ryoichi Sasagawa, e col deputato del partito di governo giapponese liberaldemocratico (Ldp) Masaaki Nakayama, ex ministro dei lavori pubblici, trasformatosi in uomo d'affari nel settore dell'import-export di prodotti di moda e escursioni tra il lecito e l'illecito, e protagonista infine di un processo di acquisizione di cittadinanza giapponese sorprendentemente rapido e 'fraudolento', in cui omise di denunciare i precedenti penali e conservando il passaporto italiano, cosa vistata dalla legge giapponese, fino al giugno 1997. "Tutte circostanze - ha spiegato d'Emilia - contenute nella carte, di dominio pubblico, del processo del Tribunale di Milano". Arrivato il suo momento, Zorzi ha preferito rispondere in giapponese all' interrogatorio dei suoi pretendendo ( e ottenendo) che non fosse fatta la traduzione in italiano di quanto andava dicendo. Inizialmente sicuro di se', Zorzi-Hagen ha raccontato di aver preso parte a 'Ordine Nuovo' solo per attivita' di tipo culturale, di aver lasciato il movimento nel settembre 1969 (evitando di dire che lo aveva fatto per lo scioglimento ufficiale di quel gruppo), di essere entrato nel Movimento sociale ma di averlo lasciato nel 1971, di non conoscere nessuno dei leader dell'estrema destra giapponese, di aver solo una volta fatto da interprete per conto di un giornalista italiano del Popolo, Angelo Padovan, con il deputato Ldp Nakayama, definendo tra l'altro il settimanale L'Espresso, che nel 1978 fu il primo a parlare in un articolo dal titolo 'L'Oriente nero' dei neo-fascisti italiani in Giappone, una 'rivista di estrema sinistra e covo di giornalisti arrestati come simpatizzanti delle Brigate Rosse". Ma al dunque della sua acquisizione della nazionalita' giapponese, Zorzi-Hagen ha cominciato a perdere colpi: " Ho omesso di citare i miei precedenti penali perche' riguardavano reati di opinione e perche' ero sicuro che sarei stato assolto -ha detto - Il passaporto italiano l'ho conservato, ma non l'ho mai usato. Ne ho chiesto il rinnovo nel 1994 solo per sincerarmi che non ci fossero indagini sul mio conto in Italia, visto che in quel periodo polizia e carabinieri avevano cominciato a interrogare miei amici ed ex camerati". Alla domanda dei suoi avvocati sul perche' nel 1995 in un interrogatorio a Parigi del giudice istruttore Maria Grazia Pradella avesse dichiarato di avere doppia nazionalita', ha ammesso che "era in confusione per via del fuso orario e di non aver capito bene le domande". "Per il passaporto italiano - ha mormorato - ho commesso leggerezze e bambinate". Crepe che i suoi avvocati hanno poi aggravato nel controinterrogatorio a carico di Pio d'Emilia. In questo si e' distinto Takeshi Takano, noto in Giappone come difensore di ex criminali di guerra nipponici, che ha cercato in tutti i modi di dimostrare che il giudice istruttore Guido Salvini del Tribunale di Milano aveva violato la legge nelle sue inchieste, riecheggiando gli argomenti degli avvocati italiani di Zorzi. Al punto che il presidente del tribunale, vista l'ora tarda, ha chiesto all'avvocato per quanto tempo volesse ancora continuare con quelle domande. "Ho finito", si e' tacitato l'avvocato. E cosi' e' scaduto il tempo per il controinterrogatorio di Zorzi-Hagen da parte degli avvocati difensori di Pio D'Emilia. Se ne riparlera' il 10 febbraio 2003. Tempi lunghi dunque in Giappone. Come lunghi, se non eterni, saranno i tempi per veder Zorzi in Italia. Cosi' ha detto chiaro e tondo Zorzi a Manlio Milani ribadendo di non avere alcuna fiducia nella giustizia italiana e cosi' ha lasciato capire il Ministero degli esteri giapponese sulla richiesta di estradizione di Zorzi avanzata dall'Italia due anni fa. " Avremo bisogno di altra documentazione", ha detto un funzionario.
Ne sono convinti due dei protagonisti della giornata di oggi al Tribunale di Tokyo dove per la prima volta in vita e' comparso l'imputato numero uno della strage di Piazza Fontana, Delfo Zorzi: l'unica strada per riavere in Italia il condannato in primo grado all'ergastolo per quella bomba e' la revoca della cittadinanza giapponese concessagli nel 1989. Ma ottenerlo, come hanno chiesto con forza alla fine dell'udienza, direttamente ai giudici il giornalista de 'Il Manifesto' Pio d'Emilia, denunciato per diffamazione da Zorzi, e in un appello all'ex militante dell'organizzazione di estrema destra 'Ordine Nuovo' il rappresentante dell'Associazione Nazionale Familiari delle Vittime delle Stragi Manlio Milani, venuto appositamente dall'Italia per questo processo, non sara' affatto facile. Lo ha detto senza mezzi termini, in un incontro con i giornalisti italiani, il funzionario del ministero degli esteri Takeshi Hikihara. " La legge giapponese sull'estradizione vieta espressamente - ha affermato - la consegna ad un paese straniero di un cittadino giapponese. Quanto alla revoca della nazionalita' acquisita, non ci sono esplicite menzioni di tale possibilita', ma trattandosi di un atto amministrativo e' ipotizzabile, in teoria e in via generale, che possa essere revocata in certi casi. Finora comunque non ci sono precedenti del genere". Manlio Milani comunque non dispera. Ha con lui una lettera che vorrebbe consegnare personalmente entro domani o dopodomani al primo ministro giapponese Junichiro Koizumi, o, in subordine, al ministro degli esteri Yoriko Kawaguchi o della giustizia Mayumi Moriyama. Dove si fa un appello perche' Zorzi " che continua a proclamarsi innocente sotto la copertura della sua nuova nazionalita', lasci il suo nascondiglio e come tutti gli altri cittadini risponda dei suoi atti davanti alla giustizia italiana". "Se non lo fara' spontaneamente - ha detto Milani - l'unica strada nell'interesse di tutti e' che gli venga revocata la cittadinanza. Cosa possibile e anche doverosa, visti i modi poco limpidi con cui l'ha ottenuta". "Ci stiamo impegnando per consentire al sig. Milani un incontro - ha affermato il funzionario del ministero degli esteri - Per il resto non possiamo aggiungere altro: il problema di Zorzi-Hagen e' estremamente delicato e richiede un esame complessivo da tutti i punti di vista, cosa che richiede tempo".
Delfo Zorzi ha voluto precisare oggi, con un proprio comunicato fatto pervenire all'Ansa di Roma, di non aver voluto esprimere sfiducia nei confronti della magistratura italiana. "Mi dispiace di dover smentire il signor Milani, presidente dell'Associazione delle vittime delle stragi, ma le mie brevissime affermazioni di oggi sono state travisate. Io ho detto "Le parlo in segno di grande rispetto per il dolore delle famiglie delle vittime e questa affermazione la dico col cuore, ma io non sono assolutamente colpevole di piazza Fontana" afferma il comunicato. "Non ho mai affermato (forse il signor Milani non mi ha sentito bene, come io non ho sentito bene anche lui, in quanto le condizioni acustiche dell'aula di giustizia erano pessime perche' eravamo separati da una parete di vetro) di non aver fiducia nella magistratura italiana, perche' invece ho piena fiducia in essa, anche se non posso non constatare che ci sono magistrati fortemente politicizzati a sinistra sulla cui serenita' di giudizio nutro profonde riserve", aggiunge Zorzi nel suo comunicato. Gli italiani presenti oggi nell'aula del tribunale di Tokyo - oltra a Manlio Milani, Pio D'Emilia del 'Manifesto', i giornalisti dell'Ansa, del 'Corriere della Sera' e di 'Repubblica' - hanno peraltro tutti confermato le espressioni di sfiducia nei confronti della magistratura italiana pronunciate da Zorzi.
12 novembre 2002 - MINISTERO GIUSTIZIA: OGNI SFORZO PER ESTRADIZIONE ZORZI
ANSA:
Gli uffici del Ministero della giustizia "stanno compiendo ogni sforzo possibile per soddisfare le reiterate richieste delle Autorita' giapponesi, cosi' da consentire loro di completare l' istruttoria pendente" sulla estradizione in Italia di Delfo Zorzi. E' quanto si precisa in via Arenula, in merito ad alcune dichiarazioni di parlamentari sul "caso Zorzi". "L' estradizione di Delfo Zorzi - si legge nella nota del ministero - e' stata richiesta dal Governo italiano alle autorita' giapponesi in data 20 marzo 2000 in relazione al delitto di strage commesso a Milano il 12.12.1969 (Piazza Fontana). Al fine di addivenire a un esito positivo della procedura di estradizione, il 10 settembre 2002 autorita' di questo ministero si sono incontrate con autorita' nipponiche. Queste ultime hanno in quella sede richiesto la trasmissione di ulteriori documenti del processo, da inviare in lingua giapponese. E' stata trasmessa nello stesso mese di settembre la sentenza della corte di Assise di Milano che ha condannato Zorzi all' ergastolo per il detto reato. La traduzione del documento ha richiesto un anno. La questione della lingua e' uno dei principali ostacoli alla celerita' della procedura, che appare complicata anche dalla acquisita cittadinanza nipponica del condannato". "Occorre peraltro notare - continua il ministero della giustizia - che l' estradizione di cittadini nipponici non e' regolata da convenzioni, bensi' dalla cortesia internazionale, il che consiglia di soddisfare tutte le richieste documentali. In ogni caso, il Ministero ricorda che tali notizie sono state oggetto di precedenti comunicazioni, apparse anche sulla stampa, e alla luce di cio' giudica quantomeno sorprendenti gli annunci di nuove interrogazioni in merito da parte di alcuni parlamentari".13 novembre 2002 - PIAZZA FONTANA: ZORZI, FAMILIARI VITTIME AMPLIANO RAPPORTI
ANSA:
Il vicepresidente dell'Associazione nazionale familiari Vittime Stragi Manlio Milani, in visita a Tokyo dove ha partecipato all'udienza di un processo per diffamazione intentato da Delfo Zorzi, condannato in primo grado all'ergastolo per la strage di Piazza Fontana, ha allargato oggi i rapporti di solidarieta' con istituzioni e mondo politico giapponese. Milani si e' incontrato con il capo di gabinetto del ministro della giustizia Shigeru Ota e con un alto funzionario del ministero degli esteri, ai quali ha consegnato lettere per i ministri della giustizia Mayumi Moriyama e degli esteri Yoriko Kawaguchi. Ha avuto anche incontri con il deputato socialdemocratico, di opposizione, Nobuto Hosaka, protagonista di due interrogazioni sul caso Zorzi, e con Taro Kono, parlamentare del partito di governo liberaldemocratico (Ldp). Ota ha ribadito a Milani che il governo giapponese e' seriamente impegnato sul problema della richiesta italiana di estradizione di Zorzi, dal 1989 cittadino giapponese sotto il nome di Roi Hagen, precisando che e' " una delle priorita' nei rapporti tra i due paesi" e ha proposto una nuova riunione delle delegazioni a livello tecnico dei ministeri dei due paesi per valutare il lavoro fatto finora e i possibili sviluppi. Hosaka, che e' stato ringraziato da Milani per il suo impegno in parlamento, si e' detto "scandalizzato" del fatto che nessun giornale o tv giapponesi abbiano riferito dell'udienza di due giorni fa, ha suggerito che ambasciata e governo italiano colgano ogni occasione di incontri bilaterali per sollevare il 'dossier Zorzi' sollecitando anche, se possibile, l'intervento di personalita' italiane della societa' civile e del mondo dello spettacolo. "Occorre che giornali e tv giapponesi tornino a parlare di questo grave problema" ha detto Hosaka, che ha chiesto di avere la traduzione degli articoli comparsi in questi giorni sulla stampa italiana per presentarli ai colleghi parlamentari e ai quotidiani nipponici. Le denunce di diffamazione presentate da Zorzi contro il giornalista italiano de 'Il Manifesto' Pio d'Emilia e due grandi quotidiani nipponici come 'Asahi' e 'Mainichi' hanno prodotto in Giappone l'effetto di un black-out nell' informazione sul tema. Il deputato Kono, figlio dell'ex ministro degli esteri Yohei Kono, ha espresso solidarieta' a Milani a nome dell'Ldp' e si e' impegnato a fare della 'questione Zorzi' una bandiera sovrapartitica, senza distinzione tra maggioranza e opposizione. Milani si e' detto "soddisfatto" degli incontri odierni e e' ritornato sulla "precisazione" fatta da Zorzi lunedi' sera a proposito delle battute scambiate dopo l'udienza del processo. "Non ho mai affermato - aveva precisato Zorzi - di non aver fiducia nella magistratura italiana, perche' invece ho piena fiducia in essa, anche se non posso non constatare che ci sono magistrati fortemente politicizzati a sinistra sulla cui serenita' di giudizio nutro profonde riserve". "A parte il fatto - ha detto Milani - che tutti, io e i giornalisti, avevamo chiaramente udito le sue parole di totale sfiducia nella giustizia italiana, le 'precisazioni' di Zorzi sono ancora piu' gravi: dimostrano una visione strumentale della giustizia, come esistessero sentenze scritte con la penna rossa, e percio' errate, o con la penna nera, e percio' corrette".13 novembre 2002 - ZORZI, GIAPPONE SERIO SU REVOCA CITTADINANZA
ANSA:
Il Giappone considera' con la "massima serieta'" il problema dell'estradizione in Italia di Delfo Zorzi ma "e' probabile che per una decisione sulla revoca della sua cittadinanza giapponese occorra attendere la sentenza definitiva" sulla strage di Piazza Fontana, per cui e' stato condannato in primo grado all'ergastolo il giugno 2001. Lo hanno detto oggi in un incontro con alcuni giornalisti italiani e di altri paesi, al quale era presente anche il rappresentante dell'Associazione nazionale Familiari delle Vittime delle stragi Manlio Milani, i funzionari del ministero della giustizia giapponesi incaricati del 'dossier Delfo Zorzi', l'ex militante di Ordine nuovo, che vive da circa 30 anni in Giappone, paese del quale ha assunto la nazionalita' nel dicembre 1989 sotto il nome di Roi Hagen. "Stiamo esaminando la possibilita' della revoca della nazionalita', visto che il Giappone non puo' estradare suoi cittadini - hanno spiegato le fonti - ma per questo occorrono tre condizioni: che sia stato fatto un errore amministrativo da parte delle autorita' giapponesi nella concessione della nazionalita', che il postulante abbia commesso gravi irregolarita' nella richiesta, e che gli eventuali vantaggi del paese concedente la nazionalita' siano superiori agli svantaggi del diretto interessato nell'essere privato della cittadinanza. Al momento stiamo esaminado la seconda condizione, in attesa di potere valutare la terza". Le fonti hanno precisato che " proprio per questi motivi occore un'ampia documentazione delle autorita' giudiziarie italiane. Per avere la certezza che un'eventuale revoca della cittadinanza da parte dell'esecutivo non possa essere contestata dall'autorita' giudiziaria giapponese". Le fonti hanno rivelato di aver " ricevuto solo due settimane fa, alla fine di ottobre " l'intera motivazione della sentenza di primo grado su Piazza Fontana depositata dal Tribunale di Milano nel gennaio 2002, e hanno aggiunto di "dubitare che possa essere sufficiente. Per una decisione e' probabile che si debba attendere la sentenza definitiva, anche se questo non e' ncessariamente automatico. Concessione e revoca della cittadinanza appartengono alla discrezionalita' del ministero della giustizia". Le fonti hanno tenuto a precisare che " non c'e' nessuna volonta' di allungare i tempi. I crimini di cui e' accusato Zorzi sono gravissimi e relativi ad atti di terrorismo e il Giappone non ha alcuna intenzione di far credere al mondo di offrire rifugio a eventuali terroristi. Ma la legge e' legge e abbiamo bisogno di tutti gli elementi per prendere una decisione in un senso o nell'altro". Stando alle fonti, dai documenti finora in possesso esiste la possibilita' che Zorzi-Hagen abbia commesso irregolarita' nella sua richiesta di cittadinanza giapponese. "Ma occorre valutare quanto siano gravi - hanno aggiunto - e soprattutto ponderare la terza condizione, quella sui vantaggi collettivi del Giappone e gli svantaggi del cittadino Roi Hagen". Zorzi nella sua richiesta di cittadinanza giapponese non scrisse nulla alla voce 'precedenti penali', benche' nel 1986 l'Italia avesse gia' emesso una richiesta di estradizione e fosse stato spiccato un mandato di cattura internazionale per una condanna subita per porto d'armi e appartenenza al movimento illegale e eversivo 'Ordine Nuovo". La richiesta fu comunque respinta dal Giappone nello stesso 1986 perche' la condanna per porto d'armi era inferiore a tre anni di carcere e Tokyo esclude l'estradizione per reati politici. Zorzi, inoltre, nel 1989 fu assolto per insufficienza di prove e nel dicembre divenne Roi Hagen. Conservando pero' il passaporto italiano fino al giugno 1997, e rinnovandolo nel 1994, nonostante la legge giapponese sulla cittadinanza vieti il mantenimento e/o l'acquisizione successiva di un'altra nazionalita'.14 novembre 2002 - ZORZI: DAI GIORNALI
"Il Manifesto"
PIAZZA DELLA LOGGIA
Zorzi resterà in Giappone. A meno che...
PIO D'EMILIA
A meno che non decida di tornare volontariamente, presentandosi ai giudici e, approfittando del "favorevole" clima politico, puntare ad una remissione dell'ordine di cattura in cambio della garanzia di presenziare al processo d'appello, Zorzi in Italia non lo vedremo. Almeno per i prossimi cinque/sei anni. Poi forse sì. Ma anche allora, dipenderà dalla pressione che eserciterà l'Italia. Il Ministero della Giustizia del Giappone, improvvisamente, ha accettato di fare il punto della situazione con i giornalisti italiani. "Seguiamo il caso Zorzi con grande attenzione e non lo consideriamo più un problema bilaterale, bensì inserito nella cooperazione antiterrorismo del G8" è stato detto durante una lunga riunione alla quale hanno partecipato tutti i funzionari che si occupano della vicenda - ma fino a che la sua condanna non sarà passata in giudicato, non c'è nulla da fare. Se la colpevolezza di Zorzi sarà confermata anche in Cassazione, il governo giapponese (che sembra ormai convinto di non aver fatto un buon affare nel concedergli la cittadinanza) gliela revocherà e difendera' poi la sua decisione con i denti, di fronte al tribunale amministrativo a cui, molto probabilmente, Zorzi adirà. "Perchè vedete, non è che noi giapponesi non abbiamo preso la questione sul serio. Non è che chiediamo la documentazione per trastullarci. E' che la revoca della cittadinanza è un fatto unico, mai successo, e neanche previsto dal codice. Una decisione difficile, che va presa valutando tutta una serie di circostanze non solamente giuridiche...". Ma allora ci sono dei requisiti, delle condizioni specifiche, o no? L'Impero dei Segni socchiude appena appena l'uscio: "Si e no. Esistono tre condizioni, che ci siano state irregolarità amministrative (leggi pressioni politiche indebite), che il richiedente abbia commesso a sua volta delle irregolarità (leggi menzogne e/o omissioni) e poi...." E poi? "E poi che i vantaggi del Giappone siano superiori agli svantaggi che il cittadino subisce, a causa della revoca (leggi: valutazione politica. Cosa rischiamo nel fare un dispetto all'Italia?). Mai stati così chiari, i giapponesi. Grazie e arrivederci, e, come si dice, non perdiamoci di vista. Finalmente ci si comincia a capire qualcosa. Oddio, non che le notizie siano buone, ma almeno è caduto il muro di silenzio, dei si dice, della riservatezza che in realtà nascondevano incompetenza, scarsa attenzione e, appunto, scarsa pressione "politica". Il giorno dopo l'udienza fiume in cui il signor Zorzi ha dovuto ammettere in tribunale a Tokyo di aver giocherellato con la domanda di naturalizzazione (omettendo i precedenti penali) e offeso la sua nuova patria conservando (e rinnovando) il suo passaporto italiano, il ministero della giustizia ha finalmente aperto le porte alla stampa italiana, spiegando con inaspettata chiarezza qual'è lo "stato delle cose" e soprattutto cosa bolle in pentola. Il tutto di fronte al signor Manlio Milani, vicepresidente dell'Associazione Nazionale Familiari Vittime delle Stragi, che dietro il suo pacifico aspetto nasconde la forza di un dolore superato ma non dimenticato (perse la moglie a Piazza della Loggia). E che non ha esitato a venire fino a Tokyo per dire a tutti - nostre autorità comprese - che il diritto alla verità è sacrosanto e che i familiari delle vittime continueranno ad incalzare tutti, giapponesi e italiani, deputati e funzionari, giudici e imputati, fino a quando "non sara' fatta giustizia". Una parola. Lo stesso Milani, che ha avuto subito dopo l'udienza uno scambio di battute con Zorzi ("Torni in Italia, abbia fiducia nella giustizia", "No, mi mi fido di una giustizia inquinata da giudici schierati") è rimasto perplesso nell'apprendere di certi, inspeigabili ritardi. "Sarà, ma a me i giapponesi sono sembrati persone serie. Forse in passato avranno anche sbagliato, chissà, ma oggi seguono il caso in modo attento e professionale. Piuttosto, mi chiedo come mai per far arrivare la traduzione della sentenza, uscita il primo gennaio, ci siano voluti dieci mesi. I giapponesi l'anno ricevuta pochi giorni fa, e hanno già comunicato le nuove richieste....". Infaticabile, il buon Milani. Un po' aiutato dall'ambasciata, un po' grazie a contatti già avviati dall'Italia, ieri ha fatto la trottola tra i meandri del Palazzo. Ministero della giustizia, degli esteri (dove ha consegnato l'ennesima lettera ufficiale), qualche visita privata a deputati della maggioranza e dell'opposizione. L'onorevole Nobuto Hosaka, socialdemocratico e firmatario, già due anni fa, della prima, coraggiosa interrogazione parlamentare (di cui l'Ambasciata, curiosamente, non possiede traduzione) è stato molto chiaro: "L'italia deve alzare la voce. L'unico modo per accelerare una decisione che e' anche e soprattuitto politica, è quello di effettuare una pressione forte e costante". E viene da pensare alle mille occasioni perse in oltre un anno di manifestazioni nel quadro della Rassegna Italia in Giappone, quando solo questo giornale chiedeva regolarmente conto degli sviluppi del caso, all'oggettivo allentamento della pressione governativa da quando Fassino sostituì Diliberto alla giustizia sino agli attuali, ambigui e contraddittori, segnali.20 novembre 2002 - STRAGE BRESCIA: PRESIDENTE ASSOCIAZIONE FAMILIARI
"Brescia Oggi"
Strage. Il presidente dei familiari dei caduti di piazza Loggia fa un bilancio della missione a Tokyo
Caso Zorzi, promesse dal Giappone
Le rassicurazioni a Milani: "Lotta al terrorismo in primo piano"
di Marco Toresini
Il Delfo Zorzi, al secolo Roi Hagen, imprenditore della moda italiana nel Sol Levante potrebbe diventare un personaggio scomodo per il governo di Tokyo, tanto scomodo che la cittadinanza giapponese potrebbe non essere più quel limite invalicabile che impedisce l'estradizione dell'ex esponente veneto di Ordine nuovo, condannato all'ergastolo per la Strage di piazza Fontana di Milano e indagato per la bomba in piazza Loggia a Brescia. A ricavare questa impressione è stato Manlio Milani, presidente dei famigliari delle vittime di piazza Loggia, al termine della missione a Tokyo, un blitz nel corso del quale ha avuto un faccia a faccia con Delfo Zorzi e incontri istituzionali con il ministro degli esteri nipponico, il rappresentante del ministero della Giustizia, i gruppi parlamentari di maggioranza e opposizione. "È stato un viaggio messo in cantiere in tempi rapidissimi approfittando dell'udienza civile che opponeva Delfo Zorzi al corrispondente dal Giappone del Manifesto per una causa di risarcimento danni - spiega Milani -. Un viaggio reso possibile grazie al finanziamento di un'associazione toscana con la quale collaboriamo da tempo e alla disponibilità di tante persone: dal sindaco Corsini e il questore, che mi hanno fatto avere il passaporto a tempo di record, all'ambasciata italiana a Tokyo, che ha organizzato tutta una serie di incontri istituzionali".
Milani non nasconde che il punto forte del suo viaggio è stato il faccia a faccia con Delfo Zorzi. A separarli solo uno spesso vetro antiproiettile. "È stato un momento molto emozionante. Avevo chiesto al suo avvocato di poterlo incontrare, ma mi era stato risposto che non era opportuno. Quando è finita l'udienza - ricorda Milani -, l'ho chiamato e lui ha avuto un sobbalzo, come se non si aspettasse questa mia mossa. All'inizio si era detto quasi disponibile ad incontrarmi, poi l'ho invitato a tornare in Italia a raccontare la sua verità, a fidarsi della giustizia italiana. A quel punto ha quasi urlato: "Ma io sono innocente".
"Quando gli ho spiegato che io non ero lì per accusarlo e che per me sarebbe stato colpevole della Strage di piazza Fontana solo a sentenza definitiva ha avuto come un attimo di sbandamento - continua il presidente dell'Associazione famigliari delle vittime - Forse in quel momento è riaffiorato un passato che ha fatto di tutto per rimuovere, forse pensava che lo aggredissi verbalmente e non certo che gli dessi la dignità di un cittadino innocente fino a prova contraria. Questo mi sembra l'abbia messo profondamente in crisi. Ho avuto anche l'impressione che fosse marcato stretto dai suoi legali. Io, comunque, non dispero: penso che l'umanità in una persona non muoia mai e forse un giorno Zorzi ci racconterà quello che sa su quel periodo".
E se Delfo Zorzi in questi anni è stato chiamato più volte a fare i conti con il suo passato, questo passato sembra sia diventato ingombrante anche per il Governo giapponese che - almeno questa è l'impressione ricavata da Milani - potrebbe mettere meno paletti alla sua estradizione. Una estradizione comunque difficile e - sicuramente - non in tempi brevi. "Abbiamo parlato a lungo con Ohta Shigeru, direttore della segreteria del ministro della Giustizia - spiega Milani - che ci ha spiegato come funzionano le cose da loro. L'estradizione sarebbe possibile solo per condanne definitive superiori ai tre anni, e Zorzi non ha subìto fino ad ora condanne definitive di quella entità e bisognerebbe quindi attendere che l'eventuale condanna all'ergastolo per piazza Fontana passi in giudicato. Per la revoca della cittadinanza serve poi la sussistenza di uno di questi tre elementi: 1) una procedura non corretta; 2) aver taciuto alcuni aspetti che potevano influire sulla concessione della cittadinanza (in effetti Zorzi non ha menzionato i procedimenti giudiziari a suo carico e una condanna per armi a sei mesi); 3) che il vantaggio per lo Stato dalla revoca della cittadinanza sia superiore all'inevitabile danno per il cittadino colpito dal provvedimento. Il ministero della Giustizia sta ora chiedendo tutta una serie di documenti al nostro Governo per capire la reale situazione italiana di Delfo Zorzi e per poter sostenere con successo un'eventuale ricorso che l'uomo d'affari presenterà fino alla Corte suprema giapponese in caso di revoca della cittadinanza".
Le autorità Giapponesi, comunque, hanno sollecitato tempi più rapidi di risposta da parte del nostro Governo. "In effetti - conferma Milani - le motivazioni della sentenza di piazza Fontana, depositata i primi di gennaio, sono arrivate in Giappone, complete di traduzione, solo il 4 ottobre. Se questi sono i tempi di tutte le richieste avanzate dal ministero giapponese all'Italia passeranno anni per completare la documentazione".
Disponibilità massima a prendere in esame il problema è arrivata anche dal ministro degli esteri Yoriko Kawaguchi. "Ha esordito dicendoci che sul caso c'è la massima attenzione del Governo Giapponese - confida Milani -, anche perchè, dopo l'11 settembre, per loro la lotta al terrorismo è un impegno primario".
Dal Giappone Manlio Milani è tornato con più di un motivo di soddisfazione: "Ora il quadro di riferimento è più chiaro. Sappiamo dentro a quale ambito si muove il Governo giapponese, che vuole raccogliere il maggior numero di elementi per capire la vicenda Zorzi, un caso che inizia a diventare pesante anche per le autorità di quel paese. Certo, i tempi per arrivare alla definizione della vicenda non saranno particolarmente brevi".
Ma detto a margine di un'inchiesta che indaga su fatti degli anni '70 sembra l'ultimo dei problemi.20 novembre 2002 - STRAGE BRESCIA: IL PENTITO SICILIANO
"Brescia oggi"
- RETROSCENA
Siciliano confessa: "Così sono stato pagato per tacere"
Doppio stipendio: dallo Stato e da Zorzi Da lunedì il pentito ripercorre la sua storia
Inizierà lunedì prossimo, 25 novembre, e proseguirà fino al 18 dicembre, per un totale di 12 udienze l'incidente probatorio (un interrogatorio alla presenza di tutti gli indagati che varrà come prova al dibattimento) di Martino Siciliano, il pentito finito in cella qualche mese fa con l'accusa di aver preso denaro da Delfo Zorzi per ritrattare le accuse contro l'ex esponente di Ordine nuovo. Dal carcere era stato lo stesso Siciliano a raccontare come veniva pagato e come per un certo periodo aveva un doppio emolumento: dallo Stato, come collaboratore di giustizia, e da Delfo Zorzi, come "pentito-pentito". Racconti che i pubblici ministeri Roberto Di Martino e Francesco Piantoni chiederanno di ripetere davanti a diciannove indagati: quattro dei quali, gli avvocati Fausto Maniaci, Gaetano Pecorella, Antonio Franchini e Ludovico Mangiarotti, accusati di aver partecipato nell'opera di favoreggiamento. Gli altri 15 indagati, invece, devono rispondere di concorso in Strage e Martino Siciliano, dovrà anche suggellare, una volta per tutte, quello che sa su piazza Loggia e le dinamiche degli ordinovisti veneti negli anni '70.
Tornando al favoreggiamento di Delfo Zorzi, Martino Siciliano, ascoltato più volte nel corso dell'estate, è stato ricco di particolari (sia pur con qualche ulteriore tentativo di aggiustare il tiro o fare passi indietro) nello spiegare come sarebbero andate le cose. Tanto da dire - rispondendo ad una contestazione dell'accusa - "Nel periodo tra il gennaio 1998 e il marzo 2002 non ho percepito redditi diversi dai proventi relativi ai versamenti effettuati a seguito degli accordi conclusi con Delfo Zorzi, tramite l'avvocato Maniaci". Il legale Fausto Maniaci, già ascoltato dai magistrati bresciani, ai quali ha portato una serie di documenti sui suoi rapporti con Siciliano, di cui era avvocato, ha negato su tutta la linea, spiegando di non aver mai fatto da tramite con Delfo Zorzi o i suoi difensori (Pecorella, Franchini, Mangiarotti) per pagare i silenzi e le ritrattazioni del pentito, che, a suo dire, avrebbe reso deposizioni inverosimili.
Un rapporto che invece sarebbe iniziato - secondo Siciliano - sin dal 1997. "Nell'ottobre di quell'anno - ha spiegato - mi trovai a parlare con l'avvocato Fausto Maniaci sul problema relativo alla necessità di una conferma dibattimentale delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Prendemmo anche in considerazione la possibilità di ottenere da Delfo Zorzi, tramite i suoi legali, un contributo economico più adeguato di quello che mi veniva corrisposto dallo Stato italiano, in cambio di una non conferma dibattimentale delle mie dichiarazioni istruttorie".
Sarebbe iniziato così il rapporto tra accusato e accusatore e, secondo Siciliano, Hagen Roi non sarebbe rimasto insensibile alla sua proposta. "L'avvocato Maniaci - ha riferito Siciliano - mi spiegò che aveva parlato del nostro progetto all'avvocato Pecorella (circostanza negata da Maniaci, ndr) e che quest'ultimo si era recato in Giappone per parlare della cosa con Zorzi. Lui si era detto disponibile a darmi un contributo mensile pari al doppio o al triplo del contributo che percepivo dal Servizio centrale di protezione, fino ad un importo complessivo pari a 200 milioni di lire. In sostanza la proposta prevedeva un contributo con versamenti trimestrali. In cambio mi sarei dovuto limitare a non confermare le mie dichiarazioni istruttorie. Accettai la proposta e l'avvocato mi consegnò circa 15 mila dollari in contanti. Pochi giorni dopo la Pasqua del 1998 sono arrivati altri 2 o tre mila dollari".
Quei versamenti finirono per sortire il silenzio tombale di Martino Siciliano all'incidente probatorio nell'ambito dell'inchiesta su piazza Fontana del 1998. Quello stesso pomeriggio Siciliano partì per Chiasso e, alla stazione ferroviaria di quella località, ricevette una busta con 12 mila dollari in banconote da 100.
"Prima dell'incidente probatorio - ha ribadito Siciliano - continuavo a percepire il contributo del servizio centrale di protezione (poco più di un milione di lire al mese, ndr). Dopo che mi sono rifiutato di rispondere, il servizio di protezione è stato revocato, così ho avanzato la richiesta di integrare il compenso complessivo che era stato pattuito con Zorzi, integrazione che tenesse conto del fatto che io non percepivo più i contributi del Servizio centrale. Allora si pattuì che i pagamenti sarebbero arrivati fino ad un importo di 115.000 dollari da versare in complessive 53 mensilità. Questa è la somma che mi è stata effettivamente versata fino al marzo 2002".
Per quella somma Siciliano si prestò anche a scrivere un memoriale in cui metteva nero su bianco la sua ritrattazione. Il silenzio all'incidente probatorio e in occasione del processo in Corte d'Assise, infatti, non era bastato, visto che i giudici avevano accettato di acquisire i verbali delle precedenti deposizioni. Il memoriale avrebbe dovuto essere acquisito dalla Corte d'assise d'appello di Milano al processo di secondo grado per la Strage di piazza Fontana. Siciliano avrebbe iniziato scrivendo una lettera, poi il documento si è sempre più arricchito fino a diventare un vero e proprio memoriale. A tracciare le linee guida, secondo Siciliano, l'avvocato Maniaci: "mi disse che potevo fare di meglio - ha spiegato - e in occasione di un incontro ha segnato sul memoriale le parti che non andavano bene o perchè il discorso non filava o perchè era necessario approfondire maggiormente la materia". Di stesure, il memoriale, ne ebbe ben quattro prima della versione definitiva fatta pervenire ai magistrati bresciani dai legali di Zorzi. Un eccesso di zelo che ha insospettito gli inquirenti e tradito Siciliano, finito poi in cella dopo una serie di compromettenti intercettazioni telefoniche e ambientali. m.tor.24 novembre 2002 - STRAGE BRESCIA: PENTITO SICILIANO SCAPPATO IN FRANCIA
"Il Corriere della sera"
"Non collaboro con questa giustizia"
Strage di piazza Fontana L'ex pentito Siciliano è scappato in Francia
MILANO - Martino Siciliano è scappato di nuovo. L'ex pentito della strage di piazza Fontana, che dopo un'estate in carcere per favoreggiamento era al soggiorno obbligato, senza documenti e sorvegliato dai carabinieri, è riuscito a fuggire in Francia. "Mi rifiuto di collaborare con questa giustizia italiana - annuncia al Corriere -. L'interrogatorio di lunedì a Brescia se lo faranno i pm da soli". Siciliano era stato arrestato a sorpresa, il 10 giugno, per una falsa ritrattazione: secondo due mesi di intercettazioni dei carabinieri, l'ex pentito si era fatto "comprare" per mezzo milione di dollari dal grande accusato, il neonazista Delfo Zorzi, condannato in primo grado all'ergastolo (e indagato anche per la strage di Brescia), ma latitante in completa libertà a Tokio. Tra luglio e settembre, in cella, Siciliano ha confessato di aver ricevuto da Zorzi non tutta la somma ipotizzata dai pm, ma "solo 115 mila dollari, in 53 versamenti mensili, dal '98 fino al marzo 2002". E ha chiamato in causa, come presunti intermediari, il suo ex difensore, Fausto Maniaci, e quello di Zorzi, l'avvocato e deputato di Forza Italia Gaetano Pecorella.
I due affermati penalisti hanno sempre smentito qualsiasi complicità nel favoreggiamento: "Sono tutte invenzioni che nessuno potrà mai riscontrare". A fine agosto, l'avviso di garanzia (del mese precedente) al presidente della commissione Giustizia è diventato subito un caso politico. Con Pecorella all'attacco dei magistrati di Brescia (proprio la città dove lo stesso difensore vorrebbe spostare i processi a Berlusconi e Previti), da lui tacciati di "giustizia a orologeria" per "bloccare le riforme". Ma la fuga all'estero di Martino Siciliano ora rimescola tutte le carte. In un momento delicatissimo.
Proprio domani, a Brescia, sarebbe dovuto iniziare il decisivo "incidente probatorio": la Procura ha convocato l'ex pentito in tribunale a ripetere le sue ammissioni, davanti ai difensori di tutti gli accusati, per renderle così "utilizzabili" in base alle nuove norme sul giusto processo. Almeno fino a ieri, però, Siciliano rispondeva al telefono dalla Francia. "Avevo molta paura dei servizi segreti - spiega, ormai tranquillo - mi sono sentito in salvo solo quando ho visto il tricolore francese alla frontiera di Ventimiglia. In Italia non mi vedrete mai più, se non da morto: da qui non mi possono estradare, perché sono da anni un cittadino francese".
Siciliano è alla sua seconda fuga dai tribunali: già nel '98 era sparito da Milano per non testimoniare contro Zorzi. "Quello stesso giorno - ha poi rivelato ai pm bresciani -, il mio legale mi ha consegnato in Svizzera, a Chiasso, la prima busta con 12 mila dollari in contanti".
In cambio dei soldi di Zorzi, Siciliano dopo l'arresto ha ammesso di aver cercato di fornirgli anche "un falso alibi per il giorno della strage di piazza Fontana". Almeno su questo, nonostante la nuova fuga, la sua verità resta la stessa dei pm: "Dovevo dire di averlo chiamato a Napoli il 12 dicembre 1969, in modo da far credere che non potesse essere a Milano con la bomba - riammette Siciliano -, ma quella telefonata a Zorzi in realtà non l'ho mai fatta".
Ma come è potuto sfuggire ai carabinieri un "soggiornante obbligato" in un paesino sugli Appennini? "Con i mezzi pubblici - ride Siciliano -: ho preso l'autobus per Bologna e poi il treno fino qui in Francia. Per grazia di Dio, le frontiere non le controlla più nessuno".
Paolo Biondani25 novembre 2002 - FUGA SICILIANO: ASSOCIAZIONE FAMILIARI
"Il Corriere della sera"
Per il presidente dell'associazione dei familiari qualcuno ha aiutato Siciliano a scappare
"Chi ha fatto fuggire il pentito?"
Strage di Brescia, protestano i parenti delle vittime: il processo perde un teste chiave
MILANO - "Chi l'ha fatto fuggire proprio ora? Se era al soggiorno obbligato, perché non è stato sorvegliato dai carabinieri? Chi ha interesse a farlo tacere?" Manlio Milani, il presidente dell'associazione dei familiari delle vittime della strage di Brescia, reagisce con una raffica di interrogativi, all'ultima deviazione dell'inchiesta: l'ex pentito Martino Siciliano è scappato in Francia, proprio alla vigilia di un'udienza delicatissima. I pm di Brescia lo avevano convocato oggi in tribunale per fargli convalidare accuse gravissime: arrestato in giugno per favoreggiamento, Siciliano aveva ammesso di aver ricevuto 115 mila dollari p