4 gennaio - Processo di revisione per
l'uccisione del commissario Calabresi: l' avv. Luigi Ligotti, che rappresenta
la famiglia Calabresi, nella sua arringa che boccia una per una le sei
nuove prove ammesse dalla Cassazione in revisione e assicurando che nel
corso del nuovo processo sono stati esaminati solo "brandelli di illazioni".
Ligotti e' partito dalla prima delle "cosiddette nuove prove", la testimonianza
di Luciano Gnappi, "che nel '72, poche ore dopo l' omicidio, disse di aver
visto e sentito tutto confermando il racconto del pentito Marino sulla
successione dei colpi, nel '90 torno' a ripeterlo in dibattimento e nel
'99 e' venuto qui per dire di aver distolto lo sguardo: e' un insulto all'
intelligenza, un' infamia, una menzogna". Per Ligotti comunque e' vero
che Gnappi riconobbe l' assassino in una foto segnaletica: "Gli mostrarono
- ha detto - la fototessera di Deichmann, fisiognomicamente sovrapponibile
al volto dell' imputato Ovidio Bompressi". E ancora la perizia balistica
bollata dal rappresentante delle parti civili come "costruzione intellettuale
estranea al concetto di prova: deve essere cancellata dalla revisione".
"Negativa per la difesa" si e' rivelata inoltre, per Ligotti, la terza
prova, la testimonianza di Margherita Desio che l' avvocato ha collegato
alla ricostruzione cinematica tra i tempi dell' incidente che ebbe l' auto
dell' assassino, secondo il racconto del testimone Musicco, e i tempi dell'
omicidio. "Una ricostruzione - ha detto Ligotti - che fa acqua da tutte
le parti, e' disancorata dai percorsi, dalle traiettorie e dai tempi".
E proprio sulla perizia automobilistica, la quarta prova, Ligotti ha attaccato
la difesa: "Prendo atto - ha detto - del vostro avvicinamento alle tesi
dei periti d' ufficio: siete partiti nell' istanza di revisione con la
ricostruzione di un incidente avvenuto a 15 gradi e siete arrivati fino
a 60 gradi, come ricostruito dai periti d' ufficio". Una ricostruzione,
quella dell' incidente, che, ammette Ligotti, non era mai stata fatta fino
ad ora, "ma se fosse stata fatta prima - ha commentato - si sarebbe forse
evitata la revisione". Nulla di nuovo per Ligotti anche nelle ultime due
prove: le foto apparse su Panorama nel '72 e il diario della compagna di
Marino, Antonia Bistolfi, che "non permette di giungere alla conclusione
avanzata dalla difesa e cioe' che la donna fosse a conoscenza delle intenzioni
del marito". "Le nuove prove - ha concluso - dovevano essere in grado di
sgretolare le certezze raggiunte. E questo non e' accaduto".Ligotti ha
riservato alla parte conclusiva della sua arringa la confutazione del presunto
alibi di Bompressi, ossia il vigile urbano Roberto Torre che lo vide brindare
per la morte di Calabresi, il giorno stesso del delitto, al bar Eden di
Massa tra le 12.30 e le 13.00: orario ritenuto dalla difesa incompatibile
con la sua partecipazione all' omicidio e la sua partenza da Milano alle
10 circa. La corte aveva ammesso il teste con riserva per utilizzarlo solo
nel caso si formi almeno una nuova prova. Dopo aver sostenuto che Torre
ricorda solo il brindisi ma nessun altra circostanza qualificante, Ligotti
ha detto che il teste, "che doveva essere la carta risolutiva, aggiunge
solo confusione alla confusione delle altre testimonianze di militanti
di Lc e non le armonizza". Inoltre Ligotti, citando un atto processuale
sullo stato viario dell'epoca, ha sostenuto che Milano-Massa era "un percorso
tutto autostradale (A7 e A12) di 250 km copribile con una Fiat 127 ad una
media di 80-90 km orari". Infine il legale ha sostenuto che "Bompressi,
indicato come elemento di punta di Lc a Massa, non fu visto da nessuno
in mattinata nella sede di Lc, dove fu preparato anche il volantino contenente
la prima presa di posizione sulla notizia dell'omicidio avvenuto appena
un'ora e mezza prima". Un volantino che, per Ligotti, avrebbe richiesto
l'assenso di Sofri a Roma, anticipandone anche la linea dell'articolo uscito
il giorno dopo. L'omicidio Calabresi, per l' avvocato Luigi Ligotti, maturo'
nell'aprile '72 con il congresso di Rimini di Lotta Continua che fu, a
suo avviso, "il congresso della svolta militarista, della necessita' di
un salto della lotta politica e di un'occasione per coagulare il movimento
e fargli ottenere un ruolo di avanguardia politica-militare nel paese".
Tale occasione, secondo il legale, fu proprio l' omicidio del commissario
il 17 maggio '72, preceduto fin dal 1971 - ha aggiunto Ligotti, citando
anche alcuni scritti di Sofri - "dalla teorizzazione della violenza e dell'azione
militare nella convinzione che nel '72 sarebbe avvenuto lo scontro generale".
Ma gia' nell'ottobre '72, secondo Ligotti, LC "prese atto del suo fallimento
dopo aver visto che l' omicidio Calabresi non aveva sortito gli effetti
voluti". L'arringa dell'avv.Ligotti diventa storico-politica con un duro
atto di accusa a LC, a Sofri, Pietrostefani e Bompressi, ma anche ad ex
militanti di rango come Marco Boato ed Enrico Deaglio. Di questi ultimi
il legale ha citato alcune telefonate intercettate che a suo avviso sono
"espressione genuina di uno stato d'animo di preoccupazione che accompagnava
la vita degli imputati o quantomeno di Sofri" per la vicenda Calabresi.
Ligotti ha sostenuto che nel '71-'72 LC temeva "la concorrenza di altre
organizzazioni e in particolare l'emorragia di militanti nelle Br di Curcio,
cui Pietrostefani propose l'adesione a LC per diventarne il braccio militare".
E nel '75, ha ricordato Ligotti, "da una filiazione di LC, in particolare
i delusi del servizio d'ordine, nacque Prima Linea che rivendico' alla
propria storia quattro omicidi, tra cui quello Calabresi, ma nel '72 Prima
Linea non era ancora nata". Il legale ha anche ribadito che "LC aveva un
esecutivo ed un servizio d'ordine clandestino autore di rapine, esercitazioni
e anche di minacce, anche nei confronti della moglie di Marino e di don
Attilio Regolo", il sacerdote cui Marino fece le prime confidenze. "Questa
- ha detto Ligotti - e' la storia che si rinnega, la febbre da insorti
di cui parlo' l'ex di LC Erri de Luca, la campagna feroce e scatenata contro
un uomo che fu ucciso con un colpo alla nuca mentre voleva entrare nella
sua Fiat Cinquecento". Concludendo Ligotti ha sostenuto che "non si puo'
accettare che le vittime si confondano coi carnefici" e ha ricordato ai
giudici, che sono stati "pazienti di sapere se tale pagina di storia giudiziaria
deve essere riscritta", che la famiglia Calabresi attende "con pazienza
e in silenzio che questa pagina venga confermata" per cui chiede "che sia
dichiarata inammissibile o che venga comunque respinta l'istanza di revisione
e che gli imputati siano quindi condannati". "Le sentenze - ha sostenuto
il legale rivolgendosi alla Corte - non devono convincere, ma avere una
motivazione convincente. Ci sara' sempre chi rimarra' insoddisfatto e chi
soddisfatto di un giudizio, ma la sentenza non avra' mai come scopo l'omologazione
delle convinzioni: questo e' il vostro compito, scontentare e contentare.
Ci sono migliaia di imputati - ha aggiunto Ligotti - che vengono condannati
e continuano a protestare la loro innocenza". In aula sono presenti tutti
gli imputati tranne Giorgio Pietrostefani.
5 gennaio - La vicenda processuale dell' omicidio
Calabresi, secondo l' avv. Odoardo Ascari, legale della famiglia del commissario
ucciso nel '72, e' stata contrassegnata da parte degli imputati da una
serie di "frottole" e "infamie" distribuite con una crociata innocentista
partita a scatola chiusa fin dal giorno dell' arresto di Sofri, Pietrostefani
e Bompressi". Una campagna "capeggiata da Sofri" e che ha trovato un "coro
consenziente" in molti mass media, ad avviso di Ascari, che ha citato anche
alcune telefonate in cui un certo Carlo si raccomanda con Marco Boato per
intervenire sugli allora direttori del TgUno e del TgDue, Fava e La Volpe,
e sull' allora ministro della giustizia, Claudio Martelli. E' partito all'
attacco, nella sua arringa di due ore, l' avv.Ascari, nella 21ma udienza
del processo di revisione dell' omicidio Calabresi, chiedendo subito che
l' istanza di revisione sia dichiarata inammissibile o che venga, comunque,
respinta. Il legale ha criticato Sofri per "aver detto tutto ed il contrario
di tutto e ha definito Pietrostefani, oggi unico assente, "il maggior responsabile",
"il piu' intelligente e pericoloso", "uno capace di fare la rivoluzione
finche' non trova un posto a tavola. Per Bompressi, invece, condannato
>
Trasferimento interrotto.
voluto dire "una parola in suo favore", ricordando
la frase attribuitagli da Marino dopo l' omicidio ("che schifo"): "Questo
- ha commentato - e' un comportamento da uomo, dimostra che c' e' ancora
una parvenza d' umanita'". Parlando delle singole nuove prove della difesa,
Ascari ha parlato di un loro "rovinoso fallimento" e di "balle ignobili",
difendendo i carabinieri e i giudici dall' accusa di complotto: "Ma sarebbe
- ha detto - molto peggio di un complotto cio' che oggi si suppone, perche'
il col.Bonaventura sarebbe un delinquente che ha indotto Marino a confessare
un delitto che non ha commesso e a sostenere un' accusa calunniosa". Il
pentito Leonardo Marino, il grande accusatore di Sofri, Pietrostefani e
Bompressi, si penti' anche per i figli. E' la circostanza inedita rivelata
oggi in una arringa di quasi tre ore dal difensore di Marino, l'avvocato
Gianfranco Maris, che lo ha definito "un omicida, ma non un assassino"
e "il primo ed unico pentito in Italia per un travaglio morale, anche se
spero non sia l'ultimo". "Quando fu arrestato - ha riferito Maris - Marino
mi disse che tra le ragioni del suo pentimento c'era anche il desiderio
che i suoi figli non amassero un uomo che viveva nell'ipocrisia credendolo
invece un uomo onesto; voleva che sapessero che cosa aveva fatto e che
io spiegassi loro come era potuto accadere: in in quegli anni aveva creduto
anche lui di accendere una luce e invece ne aveva spento una. Insomma voleva
che i figli potessero scegliere in piena liberta' di non riconoscerlo come
padre o di perdonarlo: quest'uomo ignorante aveva un cuor colto".
Riconoscendo a Marino "l'etica della responsabilita"', Maris ha detto di
essersi assegnato in questo processo il ruolo della Marta evangelica che
puliva la casa di Lazzaro: "Anch'io voglio ripulire la casa di Marino dai
tentativi inutili, sbagliati e insani di lordarla". Cosi' ha cercato di
spazzare le presunte nuove prove ("solo parole rinnovate" o "residui archeologici")
e ha sostenuto che i giudici non hanno "raccolto nulla",invitandoli a confermare
lecondanne. In particolare Maris ha difeso Marino dai sospetti di aver
confessato per denaro ("nulla di anomalo dagli accertamenti patrimoniali,
tantomeno sui 200 milioni di cui parlo' Sofri"), di aver inventato menzogne
("ricordi troppo precisi anche sui dettagli") e di essersi prestato a "trame"
che avrebbero coinvolto, tra l'altro, magistrati e carabinieri: "Nessun
magistrato - ha detto Maris - ha mai promesso nulla a Marino per la confessione
di un reato da ergastolo, tantomeno la prescrizione; ne' io l'avrei mai
consentito". Infine l'affondo su Sofri leggendo ed apprezzando un suo intervento
in un convegno dell'85 a Milano tra i leader della sinistra extraparlamentare
sulle "vere ragioni" degli anni '60-'70. Un intervento nel quale Sofri
invito' ciascuno a "parlare delle proprie responsabilita"' ammettendo che
"tra le cose molto belle" di quegli anni vi furono anche "delitti, misfatti,
porcherie". Sofri disse inoltre che la magistratura "puo' accertare la
verita' dei fatti" ma che la verita' di quegli anni "non puo' essere afferrata
univocamente e in alcun modo" perche' "e' una verita' che puo' essere solo
taciuta in pubblico" oppure "espressa da un romanzo". Infine, sempre con
le parole di Sofri, Maris ha citato la storia di Edipo, al quale rimane
solo la verita' di aver commesso un parricidio, uno stupro e un incesto
quando pena invece di aver fatto tre cose bellissime.
11 gennaio - Processo di revisione per l'uccisione
del commissario Calabresi: l'avv. Alessandro Gamberini, della difesa, tiene
la prima parte della sua arringa e sostiene che le nuove prove puntano
a dimostrare come "le poche cose indovinate da Marino siano edite (pubblicate
cioe' dai giornali dopo l'omicidio) e quelle non indovinate contraddicano
i testimoni". Prima fra tutte la perizia sull' incidente che l'auto degli
assassini ebbe con l'invalido di guerra Giuseppe Musicco. "La perizia che
avete ordinato -ha detto Gamberini alla Corte - ha modificato radicalmente
il quadro tecnico valutativo dell'incidente, non c'e' piu' un dato di incompatibilita'
con la versione di Musicco, che tra l'altro e' un testimone del tutto disinteressato".
E poi ancora la testimonianza di Margherita Decio che, per Gamberini, "ha
formato una prova piu' clamorosa di quanto si aspettasse lo stesso difensore".
Per non parlare degli altri testimoni dell' omicidio, sconfessati dalla
sentenza di condanna: "ancora una volta -ha detto- la credibilita' di Marino
deve passare sul cadavere della credibilita' di questi testimoni". Sconfessa
Marino, per Gamberini, anche la nuova prova formata con la foto pubblicata
su Panorama che mostra l'assenza di bloccasterzo sull' auto degli assassini:"Si
vorrebbe -ha detto- che qualcuno che racconti un omicidio al quale ha partecipato
qualcosa di originale lo dicesse...". Ma sulla vicenda dell'auto, per il
legale, non sono poche le "lacune" nel racconto del pentito: Marino non
ha saputo dir nulla dell'ombrello e degli occhiali da donna trovati nell'auto
e non ha accennato alla radio trovata sotto il sedile "che era stata modificata
per captare la polizia: si dice che tutto cio' e' casuale come se potesse
essere verosimile che casualmente nella macchina utilizzata per uccidere
un commissario di polizia sia stata trovata una radio cosi' modificata".
Dopo quasi cinque ore, l'ultima prova alla quale Gamberini ha dedicato
il pomeriggio (le altre le esporra' domani) e' il diario di Antonia Bistolfi:
"dimostra che mente ed e' palesemente reticente", ha detto l'avvocato,
che ha invitato la corte a "rivalutarne la credibilita' alla luce del diario,
che dimostra menzogne e reticenze in alcuni casi eclatanti". E nel corso
dell'arringa, oltre a quelle rivolte al Pg, Gamberini non ha risparmiato
frecciate pure a Ligotti ("sulla perizia si e' mosso come un elefante in
una cristalleria") e all' avvocato dello stato che, ha detto, "vi propone
di cancellare i tanti dubbi che questo processo porta con se' ". "Marino
non e' un collaboratore unto dal Signore e, quindi, il vaglio delle sue
parole deve essere rigoroso". E' uno dei passaggi dell' arringa dell' avv.Alessandro
Gamberini, secondo il quale tale rigore e' mancato nella vicenda processuale
portando cosi' ad una "sentenza di condanna che grida vendetta per come
e' motivata, per come fa spregio degli atti". Sostenendo che Marino ha
fornito una versione dell' omicidio "travisata e falsa", il legale ha evidenziato
le incongruenze tra le dichiarazioni del pentito e quelle di "vari testi
oculari disinteressati, tra cui Giuseppe Musicco e Margherita Decio, che
per la difesa costituiscono una nuova prova raggiunta. "Se non si vuole
credere a questi testi - ha detto Gamberini - allora bisogna dire che il
giorno del delitto, oltre che un convegno omicidiario, c' era un convegno
di mitomani" costretti "a moltiplicarsi per far tornare la versione falsa
di Marino". Il difensore ha attaccato la credibilita' del pentito anche
sostenendo che la sua collaborazione maturo' "in un contesto ben diverso
da quello descritto nella sentenza di condanna, che dipinge Marino come
un uomo che conduceva una vita normale, inserito in un povero ma tranquillo
contesto sociale, economico e familiare, con una condotta irreprensibile
dall' '82 all' '88, fatta salva pero' una tentata rapina nell' '87. Il
legale, infatti, ritiene che si sia formata, grazie alle dichiarazioni
dell' avv.Annoni, anche la nuova prova "sull' avidita' di denaro di Marino,
sulla sua passione per il gioco e sulla sua frequentazione dei casino',
sul suo tenore di vita superiore alle possibilita"'. E ne ha criticato
le "scelte volgari ed opportunistiche", nonche' "l' attitudine a mentire",
a partire dalle date e dalla modalita' del suo pentimento, con una "opacita'
di comportamenti" estesa anche ai Carabinieri. Alla pubblica accusa, invece,
ha rimproverato le mancate cautele per salvaguardare i reperti giudiziari,
andati distrutti poco dopo l' arresto di Sofri e compagni. "Non parlo di
complotto - ha aggiunto - ma dell' ABC investigativo, di 'mala gestio'".
Rivolgendosi ai giudici, inoltre, Gamberini ha sostenuto che "il tempo
trascorso, che ha corroso anche la lucidita' dei testi, rappresenta una
minorata difesa, perche' rende indistinto anche il ragionevole dubbio,
che e' una piccola crepa sepolta dai rovi a trent' anni di distanza ma
che puo' essere devastante per l' edificio accusatorio messo in piedi.
Per questo - ha concluso - non dovete accettare le scorciatoie epidermiche
e viscerali suggeritevi, ma rivendicare la logica del dubbio e calarvi
umilmente negli atti". "Questa e' una vicenda che se avvicinata superficialmente
porta alla condanna degli imputati, se avvicinata in modo analitico e rigoroso
non puo' che portare al proscioglimento dei miei assistiti". Lo ha detto
l'avvocato Alessandro Gamberini, che guida il collegio di difesa di Sofri,
Bompressi e Pietrostefani, nel corso della sua arringa per il processo
di revisione dell' omicidio Calabresi, iniziata subito all'attacco in un'
aula bunker colma di pubblico, unico assente Leonardo Marino. "Parlero'
con animo pacato - ha detto - nonostante i miei interlocutori abbiano ignorato
il giudicato di condanna sostituendo la logica della suggestione alla logica
della ragione, il luogo del verosimile al luogo del vero". Gamberini ha
quindi subito rifiutato la tesi del complotto, spiegando che "deformare
la richiesta di revisione traducendola in una teoria del complotto significa
cancellarne il senso: la' dove i riscontri non vi sono, la' dove sono inverosimili,
non spetta a me stabilire il perche', a me spetta indicare il dubbio che
ne deriva". L'avvocato non ha risparmiato attacchi all' arringa del pg,
definendola "retoricamente vergognosa" e considerando "blasfeme le citazioni
bibliche con le quali si e' conclusa". Un approccio "irragionevole e devastato
dal tempo", quello del pg, per Gamberini, convinto che la pubblica accusa
non abbia formato il suo convincimento sulle carte processuali "che ha
ignorato e forse ignora".
12 gennaio - Processo di revisione per l'uccisione
del commissario Calabresi: Perche' Leonardo Marino avrebbe dovuto mentire?
Questa domanda non fa di questa vicenda un unicum e un precedente eccellente
si puo' trovare nel processo contro la banda della Uno bianca dove 78 persone
vennero inquisite o condannate sulla base delle false dichiarazioni di
una prostituta che si autoaccuso'. E' il passaggio cruciale dell' arringa
dell' avv.Alessandro Gamberini che, dopo due ore e mezza, ha concluso il
suo intervento "senza appelli retorici": "Dalla vostra decisione - ha detto
il difensore di Sofri, Bompressi e Pietrostefani - dipende la liberta'
dei miei difesi e la pena inflitta, per la sua entita' e per l' eta' dei
miei assistiti, significa quasi una condanna a vita. Con questa consapevolezza
io ve li affido". Gamberini, nella 23ma udienza del processo di revisione
per l' omicidio del commissario Calabresi ha quindi parlato della vicenda
della Uno bianca, "una serie di crimini oggi addebitati ad un gruppo di
agenti di polizia", ricordando come inizialmente la vicenda processuale
avesse coinvolto una banda catanese. Una pista nata dalla confessione di
"un' onesta prostituta bolognese" che si era autoaccusata sostenendo di
essere l' autista della banda. "Successivamente - ha detto l' avvocato
- solo grazie ad una registrazione si e' scoperta la mala gestio di questa
collaborante, che aveva appreso i pochi indizi raccontati proprio dal funzionario
di polizia". Un funzionario, quello che interrogo' la prostituta bolognese,
certamente non mosso da malafede, assicura Gamberini, "ma magari semplicemente
dallo zelo di scoprire un delitto rimasto ignoto". Nel corso del suo intervento
Gamberini ha poi ripercorso analiticamente le nuove prove sulle quali puntava
la richiesta di revisione partendo dalla testimonianza di Luciano Gnappi
che in aula non ha riconosciuto il superiore di Calabresi, Antonino Allegra.
"Se ci fu una commedia degli equivoci - ha detto - rimane il dato che Gnappi
riconobbe l' assassino e che si trattava di una persona di tipologia bavarese
in contrasto con la tipologia etrusca, un uomo del nord in contrasto con
uno del centro Europa come Bompressi". Un testimone da non relegare al
rango di mitomane: "di recente - ha detto Gamberini - mi ha chiamato una
persona dicendo: sono l' assassino di Calabresi, le interessa? Ecco,
questi sono i mitomani". E poi la perizia balistica "una campana a morte
che suona per l' accusa e non per la difesa" e che comunque, pur non essendosi
formata come prova, dimostra l' assenza di riscontro a quanto detto da
Marino. E poi ancora il testimone Roberto Torre, "indiscutibilmente prova
nuova - ha detto Gamberini - e non si dica che e' un teste tardivo: era
negli atti dal '90 ma nessuno lo ha ascoltato". Non solo sulle prove nuove
si e' fondata l' arringa ma anche sulle "tante incongruenze" della sentenza
di condanna. "Manca nel modo piu' assoluto la prova sul mandato omicidiario
che Marino dice di aver ricevuto da Giorgio Pietrostefani, la cui responsabilita'
resta appesa alle parole incoerenti del pentito". Lo ha sostenuto l' avv.
Carmela Parziale, che difende Pietrostefani insieme al collega Luigi Vanni.
Per quest' ultimo bisogna "rimediare ad una ingiustizia sostanziale che
ha fatto di questo processo un unicum giudiziario, con un pentito, Marino,
e certifica e conferma se stesso anche facendo racconti diversi", un "Leonardo
Marino riscontro in quanto tale". "Un mostro probatorio - ha aggiunto Vanni
- una morsa infernale fatti di superficialita' e approsimazione giuridica".
Nella
sua arringa di un' ora, l' avv. Parziale ha insistito sulle cinque differenti
versioni fornite da Marino sul luogo in cui avrebbe ricevuto, pochi giorni
prima del delitto, il mandato omicidiario da Pietrostefani, indicato inizialmente
a Pisa - anche nel mandato di cattura - e poi spostato a Torino in una
serie imprecisata di incontri tra l' autunno del 1971 e la primavera del
1972. Una versione via via modificata, secondo il difensore, dopo che Pietrostefani,
all' epoca latitante per apologia di reato, provo' di non essere stato
a Pisa. L' avv. Vanni, dal canto suo, ha sostenuto che Pietrostefani all'
epoca "era una persona di spicco della politica milanese e faceva politica
alla luce del sole come dirigente milanese di Lotta Continua", aggiungendo
che "non sono mai emersi riscontri al ruolo, attribuitogli da Marino, di
responsabile di un servizio d'ordine nazionale, rivelatosi evanescente,
e di due colonne clandestine a Milano e Torino". "Reati associativi - ha
detto - sempre dati per scontati ma mai contestati, forse per una scelta
tattica semplificatoria dell' accusa allo scopo di rendere piu' rapido
il processo dell' omicidio Calabresi". L' avv. Parziale ha inoltre sostenuto
che: "ai fondatori delle Br Curcio e Franceschini si e' voluto far dire
cose diverse da quelle che hanno detto" sulla presunta proposta avanzata
da Pietrostefani di trasformare le Br nel braccio armato di Lc. Vanni ha
infine attaccato Marino definendolo "un eroe nazional popolare ma in senso
negativo" e "vorrebbe dalla sua la Chiesa e il Pci" grazie alle confessioni
anticipate ad un Attilio Regolo e al sen.comunista Bertone. Concludendo
Vanni ha chiesto una sentenza che rimetta in piedi i criteri ordinari della
valutazione della prova e che, senza offendere minimamente la persone del
commissario, permetta di assolvere gli imputati perche' la prova a loro
carico e' miserrima, contraddittoria, una prova in base a cui non sarebbe
stato condannato nessun altro.
13 gennaio - Processo di revisione per l'uccisione
del commissario Calabresi: Le nuove prove del processo di revisione per
l'omicidio Calabresi "sono mazzate per il giudicato di condanna", "porte
d'ingresso" nella sentenza che consentiranno ai giudici di "scardinarla"
arrivando "a conclusioni diametralmente opposte". Lo ha sostenuto nella
sua arringa l'avv. Ezio Menzione, difensore di Ovidio Bompressi, il militante
di Lc condannato come killer a 22 anni di reclusione. La "mazzata"
piu' incisiva, "un vero e proprio pugno sul giudicato", secondo il difensore,
e' la nuova prova d'alibi rappresentata dal vigile urbano Roberto Torre,
che vide Bompressi brindare all'omicidio del commissario al bar Eden di
Massa nella tarda mattinata del giorno del delitto, in orario incompatibile
con la sua presenza a Milano. Una presenza, quella milanese, sulla quale,
per il legale, "non c'e' uno straccio di prova, al di la' delle dichiarazioni
di Marino, e questa e' la massima stortura giuridica e giudiziaria su cui
l'accusa poteva attestarsi". Non solo. Per l'avv. Menzione "se Bompressi
avesse veramente partecipato al delitto, e' difficile pensare che non si
sarebbe costruito un alibi, magari con un certificato medico, e invece
nel primo interrogatorio disse di non ricordare cosa avesse fatto quel
giorno: questa e' la prova sicura, piu' certa che lui non e' l'assassino".
Ma Menzione ha evidenziato anche varie illogicita'. Ad esempio "il fatto
che Bompressi si fosse esposto con la sua attivita' politica nei due mesi
precedenti il delitto, subendo sei denunce; che non assomigliava in alcun
modo ne' al fotofit ne' all'identikit dell'epoca; che si fosse fatto biondo
dopo il delitto assomigliando cosi' all'identikit". Circostanza, quest'ultima,
definita dalla difesa un "teatrino', una "sceneggiata" offerta "dai due
comprimari di questo processo, Marino e la moglie Antonia Bistolfi, per
rafforzarsi l'un l'altro ma in realta' rendendo implausibile e contraddittorio
cio' che si vuole riscontrare". Una confessione, quella di Marino, che
per il legale "e' nata a quattro mani con sua moglie davanti al tavolo
di cucina". Concludendo dopo circa tre ore un'arringa dai toni sempre
pacati, il difensore ha chiesto "non solo di riparare ad un errore giudiziario,
ma di porre rimedio ad un errore giuridico" in quanto "una chiamata di
correo senza adeguati riscontri non basta a condannare". Si e' conclusa
con l'intervento dell'avvocato Luca Moser la terza ed ultima udienza dedicata
alle arringhe della difesa di Sofri, Bompressi e Pietrostefani (un pool
di cinque avvocati) nell'aula bunker di Mestre. La parola, martedi' prossimo,
passera' al pg e alle parti civili per le repliche, poi nuovamente alla
difesa e successivamente all'ex leader di Lc Adriano Sofri per l'intervento
conclusivo, al termine del quale i giudici si riuniranno in camera di consiglio.
Una arringa molto tecnica quella di Moser, che difende Bompressi insieme
all'avvocato Menzione ed ha puntato a sconfessare l'avvocato dello Stato
Giampaolo Schiesaro convinto che il diario di Antonia Bistolfi sia inutilizzabile
perche' anonimo. "Laddove un documento contenga in se' elementi identificativi
dell'autore non e' anonimo" ha detto l'avvocato senza risparmiare attacchi
a Schiesaro. "Ci ha detto di aver visto il film 'Un cittadino al di sopra
di ogni sospetto' - ha spiegato - ma credo che si trattasse invece di 'Sette
spose per sette fratelli'. Ha infatti definito il giudicato di condanna
un albero con radici profonde che la difesa non e' riuscita a segare. Ma
e' incorso in un errore di diritto: si tratta di anelli di un'unica catena
e basta sganciarne uno perche' tutto crolli". Moser ha quindi chiesto la
revoca della condanna, perche' "fermamente convinto dell'innocenza degli
imputati".
18 gennaio - Processo di revisione per l'uccisione
del commissario Calabresi: "L' intervento del pg e' un' offesa alle ragioni
profonde che hanno sempre animato questa difesa fin dall' istanza di revisione,
un' offesa alla dignita' stessa della mia professione di difensore: non
sono un istigatore per delinquere". Il duello nell' aula bunker di Mestre
tra accusa e difesa e' proseguito con la dura controreplica dell' avv.
Alessandro Gamberini nei confronti del pg, al quale ha contestato di aver
concluso la sua requisitoria "con una scivolata retorica", "un' invocazione
peronista". "I giudici vanno lasciati liberi", ha aggiunto Gamberini,
riferendosi all' invito, a suo avviso "ricattatorio", con il quale il pg
aveva invitato i giudici a confermare la condanna "per non uccidere due
volte il commissario Calabresi". Il difensore ha ribadito quindi la propria
correttezza: "Credo di svolgere il mio compito anche con irruenza, quando
serve, ma senza che venga mai meno il rispetto ne' per la persona ne' per
le sue funzioni". Dall' accusa Gamberini ha detto che si aspettava "un
modo diverso di chinarsi sulle carte, di leggere i documenti". "Il terreno
del confronto con voi e' negli atti - ha concluso Gamberini rivolgendosi
alla Corte - e dagli atti risulta che la confessione di Marino e' contraddetta
piu' volte tanto da non giustificare una condanna a vita dei miei assistiti".
"L' avv. Gamberini nella sua arringa ha usato parole pesantissime nei miei
confronti, accusandomi di valutazioni blasfeme e conclusioni ricattatorie
verso la Corte: la sua e' stata un' aggressione alla mia persona". Nella
sua replica, la prima dell' ultima udienza del processo di revisione dell'
omicidio Calabresi, il procuratore generale, Gabriele Ferrari, passa al
contrattacco e, dando atto agli altri avvocati difensori di "assoluta correttezza",
critica invece duramente l' avv. Alessandro Gamberini, legale di Sofri.
"So - ha osservato il pg - che ci sono processi che dividono terribilmente
e che si rischia a volte di andare sopra le righe ma l' intervento di Gamberini
non e' stato esercizio del diritto di difesa o di critica, bensi' offesa
bella e buona". Citando "I demoni" di Dostoevskij, il pg ha detto che "forse
taluno sperava che io appartenessi a quella categoria di procuratori che,
dovendo sostenere l' accusa, tremano di fronte al tribunale temendo di
apparire troppo illiberali, come pure certi giudici, e ne e' rimasto deluso;
e forse - ha aggiunto - qualcuno spera ancora che voi apparteniate a quella
categoria di giudici, ma io so che non mi deluderete". Il rappresentante
dell' accusa ha infine voluto "mettere qualche puntino sulle 'i' ", replicando
alla difesa: cosi', a suo avviso, il tempo trascorso "non e' un handicap
irrimediabile, anche perche' i vari processi sono stati serissimi e tutte
le parti sono state tartassate, anche gli investigatori"; le parole degli
anni di piombo comprese quelle di "Lotta continua" contro il commissario
Calabresi, "non furono parole in liberta' come vorrebbe Sofri perche' alle
parole seguirono i fatti"; del teste Luciano Gnappi, ha detto il pg usando
un' espressione di Sofri, resta una "sferica organizzazione di balle",
mentre il teste Roberto Torre "ha profili di inattendibilita' soggettiva
clamorosi". Il pg ha difeso inoltre la scelta del silenzio della moglie
del pentito Leonardo Marino, Antonia Bistolfi, sul proprio diario, criticando
invece Sofri per non averlo utilizzato nei precedenti gradi di giudizio.
Infine Ferrari ha sostenuto che la vicenda Calabresi, contrariamente a
quanto sostenuto da Gamberini, "non e' minimamente omologabile alla vicenda
della Uno bianca, non e' neanche lontana parente". In un' aula che e' tornata
ad affollarsi di pubblico, sono quindi seguite le repliche delle altre
parti. Prima che i giudici entrino in camera di consiglio Sofri ha annunciato
che parlera' per circa un' ora, consegnando anche una memoria. "Siamo stufi
e stanchi dei tentativi di eversione paragiudiziaria e dei tentativi di
soppressione mass mediatica". Cosi' Luigi Ligotti, che rappresenta la famiglia
Calabresi nel processo di revisione per l'omicidio del commissario, ha
chiuso la sua controreplica nell' aula bunker di Mestre. Ed ha aggiunto
che ormai la scritta "la legge e' uguale per tutti" ha perso il collegamento
con la realta', proponendo di cambiarla in "per tutti la stessa legge".
Accusando la difesa di "atteggiamenti furbeschi", si e' chiesto su cosa
faccia affidamento "quando prospetta un fatto ingannevole: spera forse
che i giudici non leggano i documenti e siano distratti?". Molto tecnica
la controreplica dell' avvocato dello Stato Gianpaolo Schiesaro che e'
tornato a chiedere l'inammissibilita' della revisione, mentre l'altro legale
di parte civile Odoardo Ascari, ha fatto eco a Ligotti: "questo processo
- ha detto - e' stata la conseguenza di una mastodontica campagna di giurisdizione
alternativa". "Mi rifiuto di pensare - ha concluso - che la Corte possa
restare vittima di quella che in una novella inglese viene definita l'invisibilita'
dell' evidenza". Si e' chiuso con le dichiarazioni spontanee di Adriano
Sofri, durate circa due ore, il processo di revisione per l'omicidio del
commissario Calabresi e alle 16 in punto i giudici della Corte d'appello
di Venezia sono entrati in camera di consiglio. Ha urlato la sua innocenza,
promettendo che combattera' finche' avra' vita se la sentenza dovesse essere
di condanna, si e' poi scusato con la Corte per aver perso le staffe, un
mese fa, nel suo primo intervento, ma, anche se con toni piu' pacati, non
ha risparmiato attacchi in particolare al Pg. Ed ha poi presentato la sua
tesi su questa vicenda, escludendo complotti e congiure. Ha impostato cosi'
la sua autodifesa Adriano Sofri, nell'ultima occasione a disposizione,
prima della sentenza. Una sentenza che, se dovesse essere negativa, non
fermera' l'ex leader di Lc: "Continuero' a combattere - ha promesso - con
tutte le forze che ho, usero' fino all'ultima stilla di vita contro questa
ingiustizia". Un intervento, quello di Sofri, partito subito all'attacco
per criticare l'aspetto "aberrante della trasformazione di Marino in unico
caso giudiziario di vero pentimento nella storia d'Italia" e la conseguente
"beatificazione" del pentito che porta ad "identificarmi nell'incarnazione
del male biblico": "Se Marino e' un santo, gli altri sono i Demoni di Dostoevsky,
citati non a caso dal Pg, altrimenti non c'e' altra possibilita' di comparazione
tra il giudizio su di lui e quello su di noi". Una santificazione
che ha portato a cercare "con morbosa fame" la confessione degli imputati
piu' che le prove e anche "in questo processo si e' artatamente diffusa
la voce, ridicola, che Bompressi stesse per crollare". Sofri ha quindi
spiegato la sua tesi: non fu Marino ad andare dai carabinieri "in quella
che e' stata definita la notte dell'innominato", ma furono il senatore
del Pci Flavio Bertone (al quale Marino si rivolse) e l'ex senatore del
Pci e legale di Marino Gianfranco Maris a mandarglieli "ed e' grave che
non l'abbiano detto", inficiando cosi' la spontaneita' della dichiarazione
di Marino. Solo cosi' infatti, per Sofri, si spiegano i 19 giorni di rapporti
tra Marino e i carabinieri e le "tantissime notti dell'innominato, una
lunghissima gestazione notturna". Un'idea, quella dell' omicidio legato
a Lotta continua e in particolare a Bompressi, che nella testa di Marino
e Bistolfi nasce da una chiacchierata con l'amica Vigliardi Paravia. E
nei confronti di Marino, dice, "esito a usare parole grosse: mi ha accusato
di essere il mandante di un omicidio, cosa si puo' dire di piu' ". Sofri
non ha risparmiato attacchi al Pg criticandone gli strafalcioni e difendendo
la propria coerenza: "non ho mai abiurato il mio passato", "non ho mai
escluso che mi potesse capitare nella vita di essere un omicida, ma ho
sempre escluso invece di poter essere un mandante", "ho sempre cercato
di tenere la politica lontano da questo processo". L'intervento di Sofri,
durato circa due ore, e' arrivato dopo le repliche, ancora una volta molto
dure e infarcite di accuse personali, di Pg, difesa e parti civili. Il
presidente Silvio Giorgio ha precisato di non poter "azzardare alcuna prognosi"
sui tempi della decisione, ma la sentenza e' comunque attesa tra la fine
di questa settimana e l'inizio della prossima. Giorgio, insieme al giudice
a latere Umberto Zampetti e al relatore Antonio De Nicolo, prenderanno
la loro decisione in un albergo lungo il terraglio tra Venezia e Treviso.
18 gennaio - Gianfranco Maris, ex senatore del
Pci e difensore storico di Marino, liquida come "priva di fondamento" l'ipotesi
avanzata oggi da Sofri che il sen. Bertone, non per un complotto,
ma "per ragioni ritenute nobili", possa aver messo in moto la macchina
investigativa della vicenda Calabresi dopo aver ricevuto le prime confidenze
da Marino. Dopo aver affermato davanti ai giornalisti che Bertone "ne parlo'
in un ambito ristretto, nella direzione del Pci, ai piu' alti vertici",
Maris, incalzato dai cronisti, ha precisato che personalmente ne avrebbe
"sicuramente parlato con la direzione del partito" e di "non escludere
che anche Bertone possa averlo fatto, ma non lo so: in ogni caso - ha aggiunto
- non sarebbe certo servito a chiudere il cerchio". Il legale ha comunque
apprezzato il fatto che "Sofri, da persona intelligente, sensibile e capace
qual'e', ha abbandonato la teoria del complotto, risultata infantile e
ridicola, anche se ci hanno marciato per 10 anni". Per Maris comunque "da
queste vicende storiche si esce con dignita' solo nella verita', anche
perche' l'uccisione di Calabresi, se contestualizzata, pur restando un
omicidio, diventava un errore politico".
24 gennaio - Processo di revisione per l'uccisione
del commissario Calabresi: questa la sentenza emessa dai giudici della
quarta sezione della corte d'appello di Venezia: "La corte d'appello, visti
gli articoli 544 terzo comma, 627, 629 e seguenti del codice di procedura
penale, decidendo in sede di rinvio dalla Cassazione, rigetta l'istanza
di revisione proposta da Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani ed Afdriano
Sofri avverso la sentenza in data 11.11. 95 della corte d'assise d'appello
di Milano. Condanna in solido i richiedenti al pagamento delle spese processuali
relative alla presente fase di giudizio nonche' alla rifusione delle spese
sostenute dalle parti civili. Indica in giorni 70 il termine per la stesura
della motivazione della presente sentenza. Visto l'articolo 637 quarto
comma cpp, rilevato che detta norma impone il ripristino dell'esecuzione
della pena come conseguenza automatica del rigetto dell'istanza di revisione,
dispone che nei confronti di Bompressi, Pietrostefani e Sofri riprenda
l'esecuzione della pena irrogata con la predetta sentenza della corte d'assise
d'appello di Milano - pena sospesa con ordinanza di questa corte in data
24 agosto 1999 - delegando per l'esecuzione il comandante della sezione
di polizia giudiziaria dei carabinieri presso la procura della Repubblica
di Venezia con facolta' di sub delega". Con la sentenza che rigetta l'
istanza di revisione, la corte ha condannato Sofri, Pietrostefani e Bompressi
anche al pagamento delle spese processuali e alla rifusione delle spese
sostenute dalle parti civili, rappresentate dal ministero dell'interno
e dalla famiglia Calabresi. Quest'ultime sono state liquidate complessivamente
in 237 milioni: 75 milioni a favore del ministero dell'interno (di cui
34 milioni per spese di consulenza) e in 162 milioni (di cui 31 per spese
di consulenza) alla famiglia Calabresi, rappresentata dalla vedova Gemma
Capra e dai figli Luigi, Paolo e Mario, difesi dagli avvocati Luigi Ligotti
e Odoardo Ascari. Un ufficiale dei carabinieri, accompagnato da un maresciallo,
e' arrivato alle 14:25 a casa di Adriano Sofri per notificargli quanto
deciso dalla corte d'appello di Venezia e accompagnarlo in carcere. Ovidio
Bompressi e Giorgio Pietrostefani non si trovano. Irreperibili, dicono
per ora gli ordini di ricerca. Ovidio Bompressi stamani era a casa sua
a Massa. E' uscito presto, con la sua Ford Fiesta, ad un amico ha detto
che andava a fare una gita a Montignoso. Lontano da casa ha saputo della
sentenza ed a casa, secondo quanto dicono la moglie e gli amici non e'
piu' tornato. I carabinieri, dopo averlo cercato a Massa ed a Montignoso,
hanno diramato un vero e proprio ordine di ricerca nel quale si faceva
esplicito riferimento anche all'auto con tanto di numero di targa. L'ordine
e' stato diramato tanto in fretta perche' alcuni amici avevano espresso
preoccupazione circa lo stato di salute di Bompressi, non escludendo la
possibilita' di un gesto estremo. In serata, pero', queste preoccupazioni
si sono ridimensionate. Secondo alcuni amici, infatti, Ovidio Bompressi,
uscito dal carcere Don Bosco di Pisa prima di Sofri e Pietrostefani per
motivi di salute, vivrebbe con terrore la possibilita' di trascorrere anche
solo un'ora in cella. Per questo avrebbe deciso di aspettare la decisione
sull'istanza di sospensione della pena presentata dal suo avvocato, decisione
attesa per domani. Non rendendosi forse conto che questo suo comportamento
lo rende meno "affidabile" nei confronti del giudice che deve decidere.
Piu' difficile capire dove si trovi Pietrostefani. Non e' da alcuni giorni
a Cortona, non e' a Roma, all'indirizzo della moglie, non e' a Milano,
dove si trovava sabato. "Giorgio non e' uno che fugge dalla realta"', dicono
i suoi amici, ricordando il ritorno da Parigi, dove avrebbe potuto restare
indisturbato, per raggiungere Sofri e Bompressi nel carcere di Pisa. Intanto,
pero', non si trova e nella cella del carcere Don Bosco c'e' solo Adriano
Sofri, che ha atteso sentenza e carabinieri nella sua casa di Tavarnuzze.
L'unico che non sembra avere dubbi sull'irreperibilita' di Pietrostefani
e Bompressi e' Leonardo Marino: "Hanno fatto bene a scappare - ha detto
- perche' non si puo' fare giustizia dopo 30 anni". Adriano Sofri e' giunto
alle 19:30 nel carcere Don Bosco di Pisa. L'ex leader di Lotta continua
e' entrato nell'istituto pisano dalla porta carraia a bordo di un' auto
sulla quale aveva lasciato poco prima il carcere fiorentino di Sollicciano.
Secondo quanto appreso, nel carcere di Firenze ha trascorso poche ore per
espletare le formalita' di rito e quindi e' ripartito per Pisa, dove e'
stato rinchiuso dal 24 gennaio del 1988 al maggio scorso, quando venne
scarcerato in seguito all' accoglimento dell' istanza di revisione del
processo per l' uccisione del commissario Luigi Calabresi. Sofri era atteso
dalle primissime ore del pomeriggio davanti al carcere di Pisa, dove si
erano radunati alcuni amici pisani e diversi giornalisti che non hanno
pero' potuto vedere l' ingresso dell' ex leader di Lc in carcere. Davanti
al Don Bosco era giunto anche uno dei figli di Sofri, Luca. Sofri, secondo
quanto appreso, dovrebbe occupare la stessa cella in cui e' stato rinchiuso
durante il suo precedente periodo di detenzione: la numero 1, al primo
piano del carcere Don Bosco di Pisa. Subito dopo l' ingresso nel carcere
pisano, Sofri ha incontrato il direttore dell' istituto ed alcuni educatori
che prestano servizio al Don Bosco. "Considero questa una ingiustizia cosi'
enorme che non puo' essere commentata": e' la prima reazione di Adriano
Sofri, peraltro calmo e sereno in apparenza, appena appresa dall' Ansa
la notizia della sua condanna. "Nell'opinione generale immagino che la
sentenza di oggi venga considerata una pietra tombale. Ma finche' avro'
forza e lucidita' nessuna pietra tombale cadra' su di me. Perche' questa
vicenda si chiuda dovro' non esserci piu' io. E forse neanche questo bastera".
Sono parole dette con pacatezza ma determinazione quelle che Adriano Sofri
rivolge ai giornalisti accorsi a Tavarnuzze. Andare in cella, dice, "e'
una tortura fisica". Ed e' con questo sentimento che si prepara a varcare
la porta del carcere. Ci sara' ricorso in Cassazione? "Credo di si'. C'e'
sempre un ricorso nella vita. Per me non esiste l' ultima parola in questa
vicenda". Soprattutto, spiega, sulla presunta spontaneita' di Marino che
Sofri ritiene di aver messo in crisi a proposito del ruolo che il senatore
Bertone del Pci ebbe nella vicenda. "Da quel punto di vista ho stravinto
il processo, ma i giudici non l' hanno pensata cosi"'. "Io continuero'
a battermi, ma da un punto di vista piu' avanzato rispetto al passato",
ripete ripercorrendo le fasi del "pentimento" di Marino. Per lui e' anche
quella la nuova frontiera della sua asserita innocenza: "Quando ero piccolo
ero gracile ed i ragazzi piu' grossi di me mi picchiavano e dicevano che
avrebbero smesso se avessi detto 'mi arrendo'. Come allora io non mi arrendo".
Un silenzio durato molti anni, da parte di alcuni protagonisti della complessa
vicenda giudiziaria che lo vede oggi condannato nuovamente, ha reso credibile
agli occhi dei giudici la versione data da Leonardo Marino e soprattutto
la "spontaneita"' della sua confessione. Adriano Sofri non ha dubbi che
i vertici nazionali del Pci nel 1988 ed i carabinieri sapessero bene come
andarono le cose, ma per anni non lo abbiano detto. E cioe' che non fu
Marino ad andare dai carabinieri a confessare, ma che furono i militari
ad andare a cercarlo dopo che il pentito si confido' con l'ex senatore
del Pci Flavio Bertone. Cio' di cui Sofri non sa darsi ragione e' perche'
"le autorita' politiche ed i carabinieri abbiano taciuto questo fatto,
consentendo di montare la tesi della spontaneita' di Marino e avviare la
sua santificazione come unico vero pentito d'Italia". Sofri ricostruisce
i passaggi, anzi la genesi del processo che oggi lo ha riportato in carcere,
seduto ad un tavolo, attorniato dai giornalisti, sotto il portico della
sua casa di Tavarnuzze, in attesa che i carabinieri vengano ad arrestarlo.
"Ma in parte posso dire di averlo vinto, questo processo. Perche'
- spiega - e' ormai accertato che Marino, allora iscritto al Pci, ando'
da Bertone. Anche l'avvocato Maris, l' avvocato di Marino, lo ha ammesso".
Sofri, cosa accadde veramente? "Nel maggio 1988, circa un mese e mezzo
prima della data da cui e' stato fatto risalire il suo pentimento, Marino
racconto' a Bertone che aveva ucciso Calabresi e fece anche il mio nome.
Era un boccone ghiotto, ma poteva essere anche avvelenato. Ecco perche'
ritengo al di sopra ogni ragionevole dubbio che Bertone, oltre ai carabinieri,
abbia informato anche i vertici del suo partito". Ed allora? "E' normale
che Bertone lo abbia fatto. Cio' che mi pare grave e' che questo non sia
stato detto per anni. Salvo poi ammetterlo molto tempo dopo e con una specie
di rivendicazione, per cui Bertone avrebbe sostenuto la necessita' di non
dire niente". Un silenzio che per Sofri avrebbe avuto come risultato la
"costruzione" della sincerita' del pentimento di Marino: "Per questo invito
i dirigenti del Pci di allora a dire come sono andate le cose". Chi potrebbe
dirlo? "Credo che Bertone possa averne parlato ad esempio con il senatore
Ugo Pecchioli, che era un po' il ministro degli interni del Pci. Ma, oltre
a lui, che nel frattempo e' morto, credo che ci siano altri dirigenti che
sanno qualcosa. Mi sembrerebbe strano, ad esempio, che non ne sapesse niente
Violante, soprattutto per il suo passato nella lotta al terrorismo". Gli
anni a cui si riferisce Sofri sono infatti quelli nei quali stretto era
il rapporto tra Pci e gli apparti dello stato che combattevano il terrorismo.
C'e' stato dunque un muro di omerta'? "No - risponde Sofri - direi piuttosto
un muro di incomprensione. Per questo auspico che si dica come sono andate
le cose, o almeno si ammetta che probabilmente sono andate come dico io:
non e' vero che Marino ando' dai carabinieri, ma viceversa, e che la spontaneita'
di Marino e' una balla". Perche' Marino lo avrebbe fatto? "Non sono un
perquisitore di anime. Ma era in totale disperazione: e' andato a cercare
qualche credito. Lo aveva fatto anche con me. Forse e' stato spinto dal
risentimento. Ha parlato delle rapine e poi di Calabresi. Con la moglie
hanno tentato cosi' di tirarsi fuori dalla loro situazione: visto come
e' andata hanno fatto bene". C'e' quindi la politica sullo sfondo del processo?
"Sono di sinistra per autocertificazione, ma non sono disponibile ad essere
l'ultimo imputato dei processi di Mosca. Ho sempre rifiutato la politicizzazione
del processo. Ma ho fallito e la condanna di oggi ne e' la prova. Cio'
non toglie che io continui la battaglia, ma non intendo che la mia vicenda
sia inghiottita dalla contesa politica. Ma e' evidente che nel processo
sia entrata la politica: gli avvocati di parte civile erano gli stessi
che al processo per Piazza Fontana chiesero la condanna di Valpreda e l'assoluzione
di Giannettini. Siamo tutti vecchi in questa storia. E come i barboni ci
portiamo dietro le scatole di cartone con le nostre cose". La grazia "e'
un concetto diverso dalla giustizia e se noi facciamo ricorso in Cassazione
si tratta di un percorso di giustizia che esclude quello della grazia".
Cosi' ha risposto Adriano Sofri alla domanda di un giornalista sulla ipotesi
di richiesta di grazia anche da parte degli amici dell' ex leader di Lotta
Continua. Quindi lei non ha cambiato opinione sulla grazia? e' stato chiesto
ancora a Sofri. "E' una delle poche cose su cui spero di non cambiare mai
opinione", ha risposto.
24 gennaio - "Come nel processo Andreotti l' accusa
era tutta politica, cosi' in questo processo la difesa era soltanto politica".
E' il commento di Odoardo Ascari, che insieme all' avv. Ligotti che
rappresenta la famiglia Calabresi, affidato in aula all' avv. Valeria De
Biase, dopo la setenza di condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani.
"Finalmente - ha concluso Ascari nel suo messaggio - la giurisdizione ordinaria
ha avuto il sopravvento sulla giurisdizione alternativa. "Le prove esibite
dalla difesa erano inidonee a travolgere il giudicato". Questo il commento
alla sentenza del processo Calabresi da parte dell' avvocato generale dello
Stato, Giampaolo Schiesaro. Quest' ultimo ha voluto comunque precisare
che "il processo ha riguardato posizioni e responsabilita' individuali
per un fatto preciso, l'omicidio di un commissario di Polizia: tutto cio'
che sta al di fuori di questo e' materia che non riguarda il processo ma
la storia". Alla domanda se era soddisfatto della sentenza, Schiesaro ha
risposto: "Non e' una partita di calcio, prendiamo solo atto che sono state
accolte le nostre richieste, anche sul piano patrimoniale, per la perdita
di un funzionario di Polizia da parte dell' amministrazione dello Stato".
"E' una sentenza sbagliata ricorreremo sicuramente in Cassazione". Alessandro
Gamberini, che guida il collegio di difesa di Sofri, Bompressi e Pietrostefani
ha commentato cosi' la sentenza di condanna nei confronti dei tre ex di
Lc, annunciando anche che presentera' un ricorso contro l'esecutivita'
della pena. "Non credo che in questa vicenda - ha proseguito l'avvocato
- si possa scrivere una sentenza correttamente motivata ribadendo la condanna".
Secondo Gamberini, infatti, "il dubbio grave
che pesa sulle dichiarazioni di Marino e' un dubbio ineludibile". Il difensore
di Sofri, Bompressi e Pietrostefani ha escluso che quella emessa oggi possa
essere definita una sentenza politica. "Non faccio politica - ha detto
- dal punto di vista della politica giudiziaria e' una sentenza deludente,
ma se si vuole parlare di sentenza politica nel senso di una decisione
che si muove perche' guidata dal sistema politico, questo non e' credibile".
"Non credo - ha concluso - che la battaglia finisca qui".
24 gennaio - E' gia' stata presentata l'istanza
di richiesta di sospensione della pena per ragioni di salute per Ovidio
Bompressi. L'ha reso noto il suo difensore, Ezio Menzione al termine della
decisione della Corte di confermare la condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani.
La richiesta e' stata presentata al giudice di sorveglianza del tribunale
di Massa che decidera' entro domani mattina.
25 gennaio - Alessandro Mariotti, giudice di sorveglianza
di Massa, ritiene inammissibili le due istanze presentate dalla difesa
di Bompressi perche, ha spiegato lo stesso magistrato, si tratta di benefici
applicabili a chi ha condanne definitive. Questo, ha aggiunto il magistrato,
non e' il caso di Bompressi poiche' sono ancora aperti i termini per il
ricorso in Cassazione (peraltro gia' annunciato dalla difesa dei tre ex
di Lotta continua, ndr). "Infatti - ha detto il giudice di sorveglianza
- non ho rigettato le due istanze, quella di sospensione della pena per
motivi di salute e quella di arresti domiciliari, ma le ho dichiarate inammissibili".
25 gennaio - Leonardo Marino era stato in contatto
con i carabinieri per almeno due mesi prima della sua confessione ufficiale
avvenuta nel luglio 1988 sul del delitto Calabresi. E' quanto afferma in
un' intervista pubblicata oggi dal "Tirreno" il parroco di Bocca di Magra,
don Vincenzo Regolo. E' lo stesso parroco al quale Marino confesso' in
chiesa le sue "verita"' sull' assassinio Calabresi nel maggio '88. "I carabinieri
- afferma don Regolo - erano in contatto costante con Marino almeno da
due mesi, forse di piu'. Parlavano con lui e lo aiutavano a parlare visto
che la voce sul delitto era circolata a lungo in paese: ma quale segreto,
prima di confessarlo a me Marino lo aveva detto all' amico e all' amico
dell' amico". Il parroco rivela anche di appostamenti in borghese che i
carabinieri avrebbero fatto nei pressi dell' abitazione di Marino a Bocca,
dove gestisce un chiosco-creperie. La tesi del parroco e' che Marino avrebbe
parlato con diverse persone del suo coinvolgimento nell' omicidio ("mezze
parole, frasi sussurrate") e i carabinieri si sarebbero mossi: "Sono stato
io a scoprire per caso - ha detto don Vincenzo - che lo stavano tenendo
d' occhio".
25 gennaio - Neppure dal carcere di Pisa Sofri
rinuncia alla sua battaglia, rivelando nella sua rubrica che comparira'
domani su 'Il Foglio' "la bugia o lo svarione" dell' avvocato Ligotti alla
trasmissione 'Porta a Porta'. In Tv il legale aveva detto che non e' mai
esistita la "sentenza suicida" che rovescio' l'assoluzione dei tre imputati.
"Ligotti - scrive Sofri, come si legge in una anticipazione del quotidiano
- ha spiegato che quella sentenza era stata oggetto di un'indagine bresciana,
che per la prima volta nella storia i giudici popolari erano stati interrogati
sul segreto della camera di consiglio, e che quella indagine senza precedenti
si era conclusa con l'archiviazione. Falso. L'indagine bresciana
riguardo' un'altra sentenza, l'ultima, dopo che testimoni esterni e membri
della giuria ebbero testimoniato di un pregiudizio del presidente, espresso
prima del processo, e tramutato in pressioni durante il processo e al suo
esito". Indagine conclusasi per Sofri "gravemente" con una richiesta di
archiviazione, "benche' accompagnata da una deplorazione 'deontologica'
del comportamento" del presidente da parte del Pm. Sofri ha osservato anche
che l'arma dell' omicidio, proveniente secondo il pentito Marino da una
rapina in armeria, come ha ricordato Ligotti, "sarebbe stata una bella
prova" ma non esiste, come pure i proiettili, "persi o distrutti" come
tutti i corpi di reato.
26 gennaio - "Tornare in carcere per lui equivale
ad una condanna a morte". Lo ha detto la moglie di Ovidio Bompressi, Giuliana,
in un'intervista al Tg2, precisando subito pero' che suo marito "non ha
alcuna intenzione di scappare", ma sta attendendo la decisione del magistrato
di sorveglianza. "Non si vuole sottrarre a nulla - ha detto ancora
- ma d'altra parte l'unica volta che e' stato in carcere ne e' uscito in
condizioni fisiche e psichiche disastrose". Giuliana Bompressi sta attendendo
la nuova decisione del magistrato di sorveglianza con la speranza "che
possa dargli almeno gli arresti domiciliari". E ad una domanda sul fatto
che per la prima volta i tre ex compagni hanno scelto strade diverse, ha
risposto: "Ognuno ha la sua vita, ognuno vive le cose sulla sua pelle e
per Ovidio tornare in carcere equivarrebbe ad una condanna a morte". Non
c'e' stata giustizia nei loro confronti, ha assicurato Giuliana: "Forse
- ha detto - potevano leggere meglio nelle carte e vedere che le dichiarazioni
di Marino e della sua compagna sono state una macchinazione contro di noi,
e ci hanno rovinato la vita. Ormai sono 12 anni che facciamo una vita d'inferno...".
E a chi li accusa di essere stati privilegiati, rispetto agli imputati
normali, ha risposto "naturalmente se Adriano Sofri conosce molta gente
e ha molti amici non e' certo una colpa".
26 gennaio - L'avvocato di Ovidio Bompressi Ezio
Menzione presenta al magistrato di sorveglianza di Massa la nuova istanza
per chiedere la sospensione della pena per motivi di salute nei confronti
dell'ex militante di Lc. La nuova richiesta e' stata presentata dopo la
dichiarazione di inammissibilita' di ieri, dovuta, secondo la difesa, ad
un equivoco. L' istanza presentata stamani dall' avvocato Menzione e' di
revoca del provvedimento di inamissibilita' emesso ieri dal giudice di
sorveglianza di Massa. "Ma mi auguro - ha detto il legale - che il giudice
voglia entrare anche nel merito delle condizioni di salute di Bompressi
e accogliere la richiesta di sospensione della pena. Tra l' altro
- ha aggiunto - si tratterebbe di un provvedimento di carattere provvisorio,
perche' poi dovrebbe pronunciarsi nel merito il tribunale di sorveglianza
di Genova". Il difensore di Bompressi ha anche ricordato che il giudice
di sorveglianza di Massa, Alessandro Mariotti, conosce bene le condizioni
di salute del suo assistito: "Ordino' una perizia, eseguita nel settembre
scorso, che confermava la situazione di incompatibilita' con il regime
carcerario. Poi la procedura - ha spiegato Menzione - si interruppe perche'
nel frattempo sopravvenne la scarcerazione degli imputati per il processo
di Venezia". Gia' ieri il legale non aveva escluso che Bompressi, irreperibile
come Giorgio Pietrostefani, sia in attesa della decisione del giudice di
Massa. Quanto all' ipotesi della grazia, ha poi detto rispondendo ad una
domanda in proposito, "e' fuori luogo parlarne ora, perche' l' iter giudiziario
non si e' ancora concluso".
26 gennaio - La competenza della procura generale
di Milano per quanto riguarda le procedure di esecuzione della pena nei
confronti di Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani e' stata confermata
dal presidente della quarta sezione della corte d' assise d' appello di
Venezia Silvio Giorgio. Secondo Giorgio, il principio della competenza
della magistratura milanese riguardo all' esecuzione della pena - decisa
con la sentenza emessa a suo tempo dalla corte d'assise d' appello di Milano
- trova fondamento nel fatto che i giudici della revisione - la stessa
quarta sezione veneziana - hanno qualche mese fa solo sospeso l' esecuzione
della pena e al momento del rigetto dell' istanza di revisione "chiuso
di fatto una parentesi e ripristinato la situazione precedente".
Il magistrato ha sottolineato che,dopo la sentenza dei giorni scorsi, Venezia
si e' spogliata della vicenda legata all' omicidio del commissario Calabresi
che e' tornata di competenza milanese. Nessun commento invece sui contenuti
della sentenza e sulle diverse prese di posizione a cui ha dato spazio.
27 gennaio - Il giudice di sorveglianza di Massa
conferma l'inammissibilita' delle richieste di sospensione della pena e
di arresti domiciliari per Ovidio Bompressi. Il provvedimento del giudice
di sorveglianza di Massa, Alessandro Mariotti, ha detto il magistrato,
e' "confermativo in toto del decreto di inammissibilita" da lui pronunciato
martedi' nei confronti delle due istanze presentate dall' avvocato Ezio
Menzione, difensore di Bompressi: una in cui si chiedeva la sospensione
della pena, l' altra - in subordine - per gli arresti domiciliari dell'
ex Lc, ora irreperibile come Giorgio Pietrostefani. Subito dopo il legale
di Bompressi aveva presentato una istanza di revoca della inammissibilita'
alla quale il magistrato ha risposto stasera con la conferma della sua
precedente decisione. Il dottor Mariotti ha anche disposto l' invio degli
atti relativi a quest' ultima istanza al tribunale di sorveglianza di Genova,
competente per territorio, perche' vengano uniti a quelli da lui trasmessi
martedi' insieme al decreto di inammissibilita'. Il giudice Mariotti aveva
motivato l' inammissibilita' delle due istanze presentate subito dopo la
sentenza di Venezia sostenendo che i benefici non erano applicabili a chi
non ha condanne definitive. Questo, secondo il magistrato, non sarebbe
il caso di Bompressi poiche' sono ancora aperti i termini per il ricorso
in Cassazione contro la sentenza dei giudici veneziani. Una tesi contestata
dai difensori di Bompressi, secondo i quali la sentenza di Venezia rende
definitiva quella di condanna, e che il giudice di Massa ha invece oggi
confermato. Il dottor Mariotti ha reso nota la sua decisione alle 21:30,
poche ore prima che scadesse il suo mandato all' ufficio di sorveglianza
di Massa. Da domani prendera' servizio all' analogo ufficio di Pisa: quello
che nell' aprile del 1998 dispose la scarcerazione di Bompressi, allora
detenuto nel carcere Don Bosco di Pisa, per motivi di salute. Il magistrato
non ha voluto commentare la decisione di oggi rimandando alle motivazioni
di essa contenute in una pagina e mezzo. Ovidio Bompressi non puo' accedere
ai benefici della sospensione della pena o degli arresti domiciliari per
motivi di salute perche' e' ancora imputato e non condannato definitivo.
Sono queste le motivazioni con cui il giudice di sorveglianza di Massa,
Alessandro Mariotti, ha confermato la sua decisione di due giorni fa con
cui aveva dichiarato inammissibile tali istanze presentate dai difensori
di Bompressi. Al contrario di quanto sostenuto da questi ultimi, scrive
il giudice nelle motivazioni diffuse stasera, il titolo esecutivo della
loro condanna "non puo' ritenersi irrevocabile, proprio perche', ai sensi
dell' art.640 cpp, e' ancora possibile il ricorso in cassazione" contro
la sentenza con cui e' stata rigettata l' istanza di revisione del processo,
cioe' quella emessa dai giudici di Venezia. Con la decisione della Cassazione
che disponeva la revisione del processo, spiega il magistrato, Bompressi
ha "riacquistato la qualita' di imputato" che "si conserva in ogni stato
e grado del processo, sino a che non sia soggetta ad impugnazione la sentenza
di non luogo a procedere, sia divenuta irrevocabile la sentenza di proscioglimento
o di condanna". "Il fatto che la corte d' appello di Venezia abbia dovuto
disporre il ripristino dell' esecuzione della pena", secondo il giudice,
"non e' ideoneo ad eliminare tale status di imputato", poiche' "l' esecutivita'
di una sentenza non significa sempre di per se' l' irrevocabilita' della
medesima". Infatti, aggiunge il giudice, "tutte le volte che l' ordinamento
ha inteso attribuire la competenza al magistrato di sorveglianza in ordine
a soggetti non definitivi, lo ha previsto espressamente, come nel caso
in cui ha demandato al magistrato di sorveglianza il compito di disporre
il trasferimento dell' imputato, dopo la condanna di primo grado, in luogo
di cura esterno". Un caso, questo, tra quelli eccezionali "espressamente
previsti", tra cui non rientra lo status di Bompressi, secondo il dottor
Mariotti, e al di fuori dei quali "la competenza a provvedere del magistrato
di sorveglianza concerne soltanto i condannati, da intendersi sempre come
condannati definitivi, e non anche gli imputati per i quali non vi e' stata
ancora sentenza o comunque la sentenza di condanna non e' divenuta irrevocabile".
27 gennaio - Leonardo Marino, l' accusatore di
Sofri, Bompressi e Pietrostefani, dovra' lasciare l' area dei giardini
di Bocca di Magra dove da tempo si trova il suo camper attrezzato in cui
sforna crepes. Il Comune di Ameglia gli ha fatto sapere che nei prossimi
giorni inizieranno i lavori per la sistemazione dell' area verde che corre
lungo il fiume e il suo camper dovra' far posto al cantiere della ditta.
Difficilmente Marino, a lavori eseguiti, potra' risistemarsi nel punto
in cui si trova ora, una collocazione commercialmente strategica proprio
all' ingresso di Bocca di Magra. Il Comune ha infatti messo mano al piano
del commercio ambulante che non prevede punti vendita in quell' area. In
passato gia' una volta Marino era stato sollecitato dai vigili urbani a
cercarsi un' altra sistemazione. Erano intervenuti i carabinieri e avevano
convinto gli amministratori a lasciarlo in quella zona per "ragioni di
sicurezza".
27 gennaio - E' stata trovata l' auto di Ovidio
Bompressi. La sua Ford Fiesta era parcheggiata in via delle Mura Est, nelle
immediate vicinanze del centro della citta' toscana. Bompressi avrebbe
lasciato parcheggiata la sua auto nella tarda mattinata di lunedi', poco
dopo aver conosciuto l'esito della sentenza dei giudici di Venezia, e,
secondo quanto pubblicato oggi dal quotidiano 'La Nazione', polizia e carabinieri
avrebbero discretamente atteso - ma con esito negativo - che qualcuno,
forse lo stesso Bompressi, si recasse a riprenderla. Il ritrovamento dell'auto,
a bordo della quale Bompressi si era allontanato da casa la mattina di
lunedi', vicino al centro di Massa confermerebbe anche la sua presenza,
nella tarda mattinata, in un bar cittadino. L' auto di Bompressi, parcheggiata
nei pressi di un cartello di divieto di sosta, secondo alcuni muratori
che lavorano nei pressi sarebbe stata parcheggiata in via delle Mura Est
dopo le 17 di lunedi'. Gli operai impegnati in un restauro edile,
infatti, hanno detto stamani di aver notato la vettura solo martedi' mattina,
dopo aver ripreso il lavoro interrotto il pomeriggio del giorno precedente
alle 17, quando l' auto ancora non sarebbe stata notata da loro in via
delle Mura. L' auto, targata Massa e intestata al padre di Ovidio Bompressi,
tra l' altro, ha le gomme anteriore e posteriore destra - quelle del lato
affiancato al muro che costeggia la strada - a terra e senza i tappini
dei pneumatici.
31 gennaio - La Corte d'Appello di Venezia stabilisce
che e' competente la magistratura milanese per l'esecuzione della pena
e la magistratura di sorveglianza di Massa e Genova per la sospensione
della pena stessa per motivi di salute nei confronti di Ovidio Bompressi,
condannato a 22 anni di reclusione insieme ad Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani
per l'omicidio del commissario Calabresi. E' quanto hanno disposto oggi
pomeriggio i giudici della quarta sezione della Corte d'Appello veneziana
che hanno esaminato l'istanza avanzata dalla difesa di Bompressi per un
incidente di esecuzione riguardante la pena stessa. I giudici, che hanno
deciso dopo circa un'ora di camera di consiglio, respingono in sostanza
ogni ulteriore competenza riguardante la pena, spogliandosi da qualsiasi
ulteriore provvedimento. Per la sospensione della pena a Bompressi, il
collegio, secondo quanto si e' appreso, rimanderebbe in prima battuta al
magistrato di sorveglianza di Massa, competente a decidere in via provvisoria,
e in seconda battuta al tribunale di sorveglianza di Genova, competente
invece in via definitiva. Tesi condivisa nel suo parere anche dal Pg Gabriele
Ferrari che, secondo quanto si e' appreso, avrebbe accolto addirittura
fino in fondo le motivazioni della difesa. Il rappresentante dell'accusa,
infatti, avrebbe suggerito alla corte un codicillo al dispositivo della
sentenza per dichiararla valida ma non efficace fino al pronunciamento
definitivo del tribunale di sorveglianza di Genova, che aveva dichiarato
il non doversi deliberare su una precedente istanza dopo la sospensione
della pena decisa nell'ambito del processo di revisione. Nel frattempo,
quindi, secondo il Pg Ferrari, dovrebbe rimanere in vigore la sospensione
della pena decisa provvisoriamente dal magistrato di sorveglianza di Massa
prima della revisione.
1 febbraio - Il quotidiano "Il Foglio" pubblica
una lettera che Giorgio Pietrostefani avrebbe mandato via Internet al direttore
del quotidiano per esprimere la sua soddisfazione perche' Il Foglio, a
seguito della sua segnalazione, si puo' ora trovare nelle edicole di Cortona.
"Purtroppo - scrive Pietrostefani - non potro' beneficiare di questa mutata
disponibilita'". La lettera prosegue con "un breve saluto" per Sofri: "Ciao
Adriano - scrive inoltre l'ex di Lotta Continua -. Al momento sto bene,
per quanto a giocare a nascondino a cinquantasei anni finiti, con l'ipertensione
arteriosa e una lieve cardiopatia, non sia il massimo". La missiva si chiude
con i saluti. "Salutami tutti gli amici del Bosco. Un fraterno abbraccio.
Pietro". Dubita dell'autenticita' del messaggio inviato via Internet al
Foglio da Giorgio Pietrostefani il suo legale, Luigi Vanni. "Non ho nessun
elemento per ritenerlo autentico", spiega e aggiunge: "ipotizzo anzi che
non lo sia, perche' non contiene alcun elemento in grado di verificarne
l'autenticita'". L'unico modo per sciogliere il dubbio, per Vanni, potrebbe
essere quello di parlare con il direttore del Foglio, Giuliano Ferrara,
visto che l'ex dirigente di Lc nella sua lettera fa riferimento ad un colloquio
con Ferrara; "in ogni caso -conclude- non riesco proprio a immaginarmi
questo signore mentre scrive una cosa del genere...".
2 febbraio - La difesa di Adriano Sofri, Giorgio
Pietrostefani e Ovidio Bompressi presenta in Cassazione un ricorso contro
la decisione della Corte di Appello di Venezia di disporre, dopo aver rigettato
la richiesta di revisione, l'arresto dei tre ex compagni di Lc. Nel ricorso,
che se accolto avra' effetti immediati solo su Sofri, visto che Bompressi
e Pietrostefani sono tuttora latitanti, l'avvocato Alessandro Gamberini
sostiene che i giudici veneziani hanno male interpretato l'esecutivita'
della carcerazione. In sostanza, essendo ancora possibile il ricorso in
Cassazione, la sentenza della Corte d'Appello di Venezia non puo' essere
considerata definitiva. Per la difesa di Sofri, Bompressi e Pietrostefani,
la Corte d'appello di Venezia ha agito in maniera illegittima dando immediata
esecuzione alla sentenza che il 24 gennaio scorso ha disposto il rigetto
dell'istanza di revisione del processo per l'omicidio Calabresi. E i giudici
veneziani hanno agito anche in maniera abnorme, 'usurpando' un potere che
spettava all'ufficio del pubblico ministero e 'sovvertendo' cosi' l'ordine
processuale. Illegittimita' ed abnormita' sono i due rilievi mossi contro
l' operato dei giudici veneziani nelle 14 pagine del ricorso in Cassazione,
firmate dagli avvocati Alessandro Gamberini, Luigi Vanni ed Ezio Menzione.
La Corte d'appello di Venezia, secondo i difensori, "ha confuso il profilo
'dispositivo' con il profilo 'esecutivo' della sentenza di rigetto della
richiesta di revisione". La decisione dei giudici veneziani, per i difensori,
"non e' irrevocabile" in quanto impugnabile in Cassazione e quindi non
puo' essere ritenuta esecutiva. Il dispositivo della sentenza, sintetizzano
i legali, "non possiede i crismi normativi per essere qualificato ne' irrevocabile,
ne' immediatamente esecutivo e, conseguentemente, il giudice di merito
dando esecuzione immediata al dispositivo ora impugnato, e' incorso in
una violazione di legge". Quanto all' 'abnormita" della decisione dei giudici
veneziani, i difensori citano un' ampia giurisprudenza della Cassazione
per sostenere che la Corte si e' attribuita poteri che non le competono.
E gli avvocati citano come controprova il caso di Ovidio Bompressi e della
richiesta dei difensori al giudice di sorveglianza di Massa di sospendere
l' esecuzione della pena per motivi di salute. Se la Corte avesse agito
in modo corretto - sostengono i difensori - la sospensione dell'esecuzione
sarebbe stata possibile, mentre invece e' stato impedito "l'esercizio di
attivita' difensiva, che non ha avuto modo di essere attivato stante proprio
l' abnorme irritualita' del decisum della Corte d'appello di Venezia".
1 marzo - La corte d' Assise d' Appello di Milano
respinge l' incidente di esecuzione proposto dai difensori di Ovidio Bompressi
per ripristinare la decisione a suo tempo presa dal giudice di sorveglianza
di Massa che aveva disposto, per motivi di salute, il differimento dell'esecuzione
della pena a 22 anni inflittagli per l' omicidio del commissario Calabresi.
I giudici si sono adeguati alle conclusioni del sostituto procuratore generale
Giovanni Pescarzoli, secondo il quale l' unica strada per poter prendere
in esame la richiesta e' la costituzione di Bompressi. Al momento, perdurando
lo stato di latitanza di Ovidio Bompressi, appare infatti materialmente
impossibile disporre un accertamento medico per fare luce sulle sue attuali
condizioni di salute.
3 marzo - Da oggi Ovidio Bompressi e' a tutti
gli effetti un condannato latitante. Il tribunale di sorveglianza di Genova
ha infatti respinto la domanda di differimento dell' esecuzione della pena
proposta per l' ex militante di Lotta Continua, considerato l' esecutore
materiale dell' omicidio del funzionario della questura milanese Luigi
Calabresi e condannato a 22 anni di reclusione. Secondo quanto ha riferito
il presidente del tribunale di soveglianza Lino Monteverde la domanda e'
stata respinta "dopo un accurato e puntiglioso esame di tutta la documentazione
medica". "Non e' stata ravvisata l' infermita' fisica che consente il differimento
stesso" ha spiegato Monteverde. I difensori di Ovidio Bompressi,
Ezio Menzione e Alessandro Gamberini, avevano chiesto il differimento provvisorio
per consentire un accertamento peritale sulle condizioni di salute del
loro assistito, ma il tribunale di sorveglianza di Genova non lo ha ritenuto
necessario e, in ogni caso, ha spiegato il presidente Lino Monteverde,
"non si puo' disporre il differimento dell' esecuzione della pena se non
esiste una grave infermita' fisica e non una patologia psichiatrica". "La
patologia fisica - ha spiegato Monteverde - puo' anche dipendere da una
patologia psichiatrica e, in effetti, nei provvedimenti precedenti dei
magistrati di Firenze, Pisa e Massa, erano stati evidenziati disturbi fisici
dipendenti da una patologia psichica. Per questo era giustificato il provvedimento
di rinvio dell' esecuzione della pena". "Oggi - ha aggiunto - questo intreccio
tra patologia psichica e fisica non esiste. Abbiamo esaminato la perizia
eseguita nel settembre scorso che si fondava solo sulla patologia psichica
e non l' abbiamo condivisa. Secondo noi quella perizia non corrisponde
alla norma perche' evidenzia il pericolo di una patologia fisica, ma il
pericolo non e' sufficiente". Si hanno notizie di Bompressi? e' stato chiesto
a Monteverde. "Per ora - ha risposto - non ci e' pervenuto alcun segnale.
Comunque ora abbiamo perso la competenza. La potremmmo riavere solo in
caso di arresto o di costituzione in Liguria".
7 marzo - Ovidio Bompressi si costituisce nel
carcere di Pisa. Ovidio Bompressi e' arrivato in auto, una Rover, al carcere
Don Bosco di Pisa alle 12,35 accompagnato solo dal suo legale, l' avvocato
Ezio Menzione, che era alla guida. Pochi minuti prima la vettura si era
fermata davanti alla questura di Pisa (che dista 200 metri dal Don Bosco)
da dove e ' subito ripartita, scortata da due auto della Digos, una davanti
ed una dietro. Dopo 20 minuti dall' ingresso di Bompressi nel penitenziario
e' uscito l' avvocato Menzione. Pantaloni e giaccone scuri, con indosso
gli occhiali da sole, Ovidio Bompressi e' rimasto per pochi secondi, appena
uscito dall' auto del suo legale, fuori dal carcere prima che i cancelli
del Don Bosco si chiudessero dietro di lui. Il piccolo corteo di auto,
partito dalla vicina questura, e' stato fatto arrivare ad un ingresso laterale
del carcere, lo stesso dal quale erano stati fatti uscire, il 24 agosto
scorso, Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani, scarcerati in seguito alla
decisione della corte d' appello di Venezia di accogliere la richiesta
di revisione del processo per l' omicidio del commissario Luigi Calabresi.
Ovidio Bompressi e' stato affidato "alle cure del direttore del centro
clinico del carcere, professor Francesco Ceraudo". Lo ha detto il difensore
dell'ex militante di Lc Ezio Menzione, che ha accompagnato Bompressi al
carcere Don Bosco di Pisa. "Ho chiesto - ha proseguito il legale - che
venga attentamente esaminato dal punto di vista medico". Un esame per chiedere
una sospensione della pena per motivi di salute? "Intanto verra' esaminato,
poi sulla base della eventuale certificazione del centro medico del carcere
si potra' pensare a formulare richieste. Certo - ha aggiunto Menzione -
la sospensione e' chiedibile". Il giudice di sorveglianza di Pisa eventualmente
chiamato a pronunciarsi, tra l'altro, potrebbe essere ora il dottor Alessandro
Mariotti, che svolgeva lo stesso incarico a Massa quando, il 25 gennaio
scorso, si dichiaro' incompetente a decidere sulle istanze di sospensione
della pena e di arresti domiciliari di Bompressi. "Ma questo - ha aggiunto
Menzione - non significa che in questo caso possa nuovamente dichiarare
la propria incompetenza". Ovidio Bompressi si trova recluso in una cella
singola del carcere Don Bosco di Pisa, con tutta probabilita' la stessa
in cui ha trascorso il precedente periodo di detenzione. Al suo arrivo
nel penitenziario, Bompressi e' stato accolto dal direttore del carcere,
Vittorio Cerri e quindi subito sottoposto a visita medica dal direttore
del centro clinico del Don Bosco, Francesco Ceraudo, il quale si e' limitato
a definire "molto delicata" la situazione di Bompressi che, tuttavia, non
e' stato per ora ricoverato al centro clinico. Ulteriormente dimagrito
rispetto a quando ha partecipato alle udienze del processo di Venezia,
Bompressi e' apparso molto provato a chi lo ha visto nei primi momenti
della sua nuova carcerazione. Secondo quanto appreso l' ex militante di
Lc e' stato salutato con affetto dagli educatori e dai detenuti del Don
Bosco. Nella sala degli educatori e' anche avvenuto il suo incontro con
Adriano Sofri, in carcere a Pisa dal giorno stesso della sentenza della
corte d' appello di Venezia. Ovidio Bompressi non si e' mai allontanato
dall' Italia durante la sua latitanza. Lo ha detto stamani l' avvocato
Ezio Menzione, poco dopo essere uscito dal carcere di Pisa dove ha accompagnato
l' ex militante di Lc. Nessuna indiscrezione, tuttavia, circa il luogo
dove e' rimasto nascosto. "Cio' che mi ha detto - ha aggiunto Menzione
- e' che ha sofferto molto durante questo mese, quasi fosse meglio il carcere.
Bompressi e' molto provato da questa attesa costellata da dinieghi nei
confronti delle varie istanze che erano state presentate per la sospensione
della pena". Il gesto di oggi, ha spiegato il legale, "e' la conseguenza
del fatto che Bompressi non si e' mai voluto sottrarre alla pena. Ha soltanto
atteso che vi fossero dei segnali positivi, che non sono giunti, dalle
sedi giudiziarie interpellate". Adesso cosa accadra'? "Non e' escluso nulla
- ha risposto il legale -; tutte le strade sono aperte, dai ricorsi, appena
saranno depositate le motivazioni delle sentenze, ad una nuova richiesta
di sospensione della pena per motivi di salute".
7 marzo - La Francia non arrestera' Giorgio Pietrostefani.
Da quanto si e' appreso in ambienti bene informati, la Francia avrebbe
inserito nella rete informatica di Schengen quello che tecnicamente si
chiama rifiuto di arresto, dimostrando cosi' di non essere intenzionata
ad eseguire il mandato di cattura internazionale emesso dall'Italia nei
confronti dell'ex militante di Lc. Pietrostefani e' latitante dal 24 gennaio
scorso, quando la corte di Appello di Venezia lo ha condannato, insieme
a Bompressi e Pietrostefani, per l'omicidio del commissario Calabresi.
8 marzo - Adriano Sofri conferma che non chiedera'
mai la grazia per se', ma si e' detto pronto a farlo per i suoi amici.
"L'ho detto gia' tante volte che non chiedero' la grazia, ma sarei pronto
a farlo per i miei amici e per le persone che a loro vogliono bene. Sarei
pronto a fare qualsiasi cosa per liberarli". Per l'ex leader di Lotta continua,
intervistato in carcere dall'Ansa, "a distanza di 12 anni, penso che sia
tutto sprecato, cioe' a fondo perduto, che noi ci impegnassimo in una infernale
resistenza in tre persone: ne basta uno - ha detto Sofri - e quello sono
io. Perche' la vera pietra di inciampo della vicenda sono io, soprattutto
io". Perche' sacrificarsi in tre se puo' farlo uno solo? A questa domanda
Adriano Sofri, tornato da poco piu' di un mese nel carcere Don Bosco di
Pisa, dove e' stato ieri raggiunto da Ovidio Bompressi, ha gia' una sua
risposta: "Ne basta uno solo e quello sono io, perche' sono io l'unica
vera pietra di inciampo in questa vicenda". Non aggiunge altro se gli si
chiede una spiegazione. Significa che lei era il vero obiettivo del processo?
Oppure che sente di dover farsi carico anche della pena dei suoi compagni?.
"Solo quello che ho detto. Ripeto: sono io l'unica pietra di inciampo,
soprattutto io". Bompressi e' rientrato in carcere ieri, ha chiuso la sua
esperienza di latitante ed il suo legale non ha escluso la richiesta di
grazia. Giorgio Pietrostefani latitante lo e' ancora. Lui, Sofri, invece,
la grazia - dice - "non la chiedero' mai. Quante volte devo ripeterlo".
"Ma - aggiunge - sarei pronto a chiederla per i miei amici, per le persone
che a loro vogliono bene. Sarei pronto a fare qualsiasi cosa per liberarli".
"A distanza di 12 anni - dice ancora Sofri - penso che sia tutto sprecato,
che sia a fondo perduto, il fatto di impegnarsi in tre persone in questa
resistenza infernale. Ne basta uno e quello sono io". Nella saletta dove
da sempre si svolgono i colloqui con i giornalisti, Adriano Sofri arriva
con un cardigan grigio (piu' grigi sono diventati in un mese anche i suoi
capelli) e subito si mostra sorpreso: "Ma Ovidio non c'e'?". Anche per
lui resta un piccolo giallo il ping-pong che per tutta la giornata c'e'
stato sulla possibilita' che anche Bompressi, dopo il silenzio scelto ieri,
potesse
parlare. Lui, si dice, sarebbe d'accordo, ma mancano le autorizzazioni.
Sofri accetta comunque di rispondere ad altre domande, oltre a quella sulla
grazia. Si aspettava che Bompressi sarebbe tornato in carcere? "Ero sicuro
che non sarebbe mai andato via". E come lo ha trovato dopo 43 giorni di
latitanza? "Sta come uno che entra in un posto non avendo nessuna intenzione
di starci. E' come se si fosse buttato in un pozzo di cui non si vede il
fondo". E mentre lo dice Sofri sembra esprimere, anche oltre le parole,
il malessere profondo che affligge Bompressi e che spesso ha fatto paragonare
all'ormai ex latitante la cella alla morte. E Pietrostefani? Crede che
possa anche lui tornare in carcere? "Spero di no. Lui ha gia' dato abbastanza".
Piu' di Bompressi? "Ovidio ha gia' dato troppo. Il suo problema e' di non
farlo morire qui dentro". Per Bompressi l'ex leader di Lotta continua ha
parole di affetto che testimonia anche raccontando come e' stato accolto
al suo ritorno in carcere: "Tutti gli vogliono bene, dai detenuti alla
polizia penitenziaria", dice Sofri e ricorda che Bompressi, nel periodo
vissuto lontano dal Don Bosco, ha continuato ad occuparsi sempre dei detenuti.
Ma questo affetto servira' a farlo soffrire meno? L'unica risposta di Sofri
e' un'occhiataccia. Quanto a lui, ormai ha ripreso gli stessi ritmi di
vita che sperava di aver interrotto quando il 24 agosto dello scorso anno
fu scarcerato in seguito ala decisione dei giudici di Venezia di aprire
il processo di revisione, poi conclusosi con la conferma dela condanna
a 22 anni. Scrive, legge, e piu' che a calcetto, dice, gioca a basket nelle
ore d'aria. Ancora una domanda sulla grazia. Se veramente Bompressi la
chiedesse, cio' significherebbe una implicita ammissione di colpa? "Una
sciocchezza. Chi lo dice spoglia la stessa nozione di grazia nella sua
essenza. E poi - conclude, prima che la porta metallica verde della saletta
si chiuda - trovo del tutto intempestiva questa discussione sulla grazia".
13 marzo - Ovidio Bompressi, in un' intervista
al Tg2 nella quale ha ribadito la propria innocenza e ha raccontato di
aver trascorso i giorni della latitanza vicino Massa, afferma che chiedera'
la grazia e conferma che Pietrostefani si trova a Parigi. "Credo sia venuto
per me il momento di ritirarmi da questa vicenda giudiziaria" ha detto
Bompressi, che ha escluso che dietro la sua richiesta ci sia un'ammissione
di responsabilita': nessuna volonta' di "pietire una qualche forma di clemenza
- ha spiegato -, ma il desiderio di pormi sul terreno che mi appartiene
di piu': la riconciliazione, i buoni sentimenti". Bompressi ha detto di
aver visto Pietrostefani durante la latitanza: "so che e' a Parigi e sono
convinto che ha fatto la scelta migliore per un padre che ha una bambina
piccola". E ancora: sull'omicidio Calabresi l'ex esponente di Lc ha detto
di ritenere possibile che sia maturato "nell' area della sinistra" e ha
spiegato l"'accanimento" contro lui e i suoi compagni con "l' incrociarsi
di prese di posizioni e poteri ufficiali e non ufficiali che hanno sicuramente
influito molto, a partire dal presunto pentimento di Marino".
14 marzo - Ovidio Bompressi, in una intervista
ad una emittente tv pisana dice: "Rinuncio al ricorso in Cassazione proprio
perche' sia chiara la mia intenzione di non procedere oltre. Voglio che,
attraverso questa mia rinuncia di proseguire nella via giudiziaria, sia
chiara l' intenzione di aprire con le persone e con il mondo una fase di
dialogo piu' ampia e piu' improntata alla capacita' di comprendere". Bompressi
ha invece annunciato che, attraverso il suo legale, presentera' la richiesta
di sospensione della pena alla magistratura di sorveglianza, in considerazione
delle sue condizioni di salute "che, qui dentro - ha detto - non possono
che peggiorare". "Aspetteremo che i medici del carcere Don Bosco chiariscano
quale e' la mia condizione di salute", ha aggiunto Bompressi nell' intervista
che andra' in onda stasera alle 19:30 e della quale e' stata diffusa un'
anticipazione. "Sul caso Calabresi credo che processualmente sia fatta
chiarezza, ma evidentemente - ha aggiunto Bompressi riferendosi alla sentenza
di Venezia - qualcuno piu' forte di noi ha voluto il contrario". Bompressi
ha confermato di avere vissuto la sua latitanza nelle vicinanze di Massa
e di essere stato contento del rientro della figlia dagli Usa, dove si
trovava per motivi di studio, proprio il giorno prima della costituzione
in carcere. Sui suoi rapporti con Adriano Sofri, anche lui recluso a Pisa,
Bompressi ha detto che vede l' ex leader di Lc "tutti i giorni e - ha aggiunto
- parliamo di tutto".
18 marzo - Il comune di Ameglia interrompe l'
erogazione dell' acqua a Leonardo Marino. E' l' ennesimo episodio della
"guerra" che da tempo vede opposti da una parte l' amministrazione comunale
e dall' altra l' accusatore di Sofri, Bompressi e Pietrostefani il quale
ha piazzato il chiosco, dove prepara le sue crepes, vicino ai giardini
pubblici di Bocca di Magra. La controversia in questi anni s' e' arricchita
di carte bollate, ordinanze e ricorsi, ma Marino non s' e' mai voluto spostare
da quel luogo di passaggio che gli garantisce una numerosa clientela. "Ci
sono molte persone che vengono da queste parti solo per scambiare quattro
chiacchiere con me. La verita' e' che con il mio chiosco ho incrementato
il turismo da queste parti" celia Marino quando e' di buon umore. Questa
volta il Comune ha deciso di privarlo dell' acqua per costringerlo ad andarsene.
Hanno scoperto che Marino utilizzava senza autorizzazione dell' acqua proveniente
da una bocchetta per l' innaffiamento e l' hanno sigillata.
27 marzo - Ovidio Bompressi e' ricoverato nel
centro clinico del carcere Don Bosco di Pisa. Il ricovero - ha spiegato
il suo legale, avvocato Ezio Menzione - era gia' stato programmato per
la necessita' di compiere una serie di analisi, ma si e' reso ancora piu'
urgente negli ultimi giorni dopo il peggioramento delle condizioni di salute
di Bompressi che ha continuato a perdere peso, oltre a soffrire di insonnia.
Da quando si e' costituito, il 7 marzo scorso, Ovidio Bompressi, che si
alimenta solo con brodo vegetale e succhi di frutta, ha perso otto chili.
Anche la famiglia, a Massa, teme per la sua salute. Egli stesso, poco prima
di costituirsi, aveva sostenuto, proclamandosi innocente, di aver tentato
di evitare il carcere "per non morire". Gia' allora aveva detto di
stare "malissimo e non solo psicologicamente".
29 marzo - Il giudice di sorveglianza di Pisa,
Alessandro Mariotti, accoglie l' istanza di differimento della pena di
Ovidio Bompressi, per motivi di salute, presentata ieri dai difensori dell'
ex militante di Lc. Ovidio Bompressi ha lasciato il carcere di Pisa alle
13:45 circa. E' stato portato davanti al portone del Don Bosco su una sedia
a rotelle e poi, a piedi, ma sorretto dal suo avvocato Ezio Menzione, ha
varcato il cancello dell' istituto penitenziario, fuori dal quale lo attendevano
giornalisti e fotografi. Visibilmente sofferente, vestito con una camica
azzurra, pantaloni scuri ed un maglione blu e' quindi salito a bordo dell'
auto dell' avvocato. Poche parole prima di chiudere lo sportello: "Il mio
primo pensiero e' rivolto a quanti sono ancora chiusi qui dentro", ha detto
Bompressi che, anche durante i periodi trascorsi fuori dal carcere, si
e' sempre occupato dei detenuti. Ovidio Bompressi ha potuto salutare Adriano
Sofri, stamani, nel centro clinico di Pisa, poco prima di lasciare il carcere
dopo la decisione del giudice di sorveglianza. Secondo quanto si e' appreso,
l' incontro e' avvenuto perche' Sofri e' ricorso alle cure mediche per
un problema odontoiatrico ed ha potuto cosi' vedere l' amico ricoverato
nel centro clinico, per il quale aveva espresso preoccupazione, giusto
per il tempo di un saluto. Sofri, dopo la decisione del giudice di sorveglianza
che riguarda Bompressi, resta ora il solo condannato ancora in carcere
per l' omicidio Calabresi. Giorgio Pietrostefani e' infatti latitante,
probabilmente in Francia. Lo stesso Sofri, che si era detto pronto a chiedere
la grazia non per se' ma per i suoi due ex compagni, si era definito "la
vera e unica pietra di inciampo in questa vicenda". Ovidio Bompressi chiedera'
la grazia per se', ma auspica che un provvedimento di clemenza possa raggiungere
non solo i suoi ex compagni di Lotta continua, Adriano Sofri e Giorgio
Pietrostefani, ma anche gli ex neofascisti Giuseppe Valerio Fioravanti
e Francesca Mambro. Bompressi, parlando con i giornalisti poco dopo aver
lasciato il carcere di Pisa, si e' detto "completamente d' accordo" con
quanto sostenuto da Giuliano Ferrara in una intervista pubblicata oggi
sul "Giornale nuovo", dove il direttore del Foglio confida in un "gesto
di coraggio" da parte del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi
in vista del suo ottantesimo compleanno, indicando proprio i nomi, oltre
che di Bompressi, Sofri e Pietrostefani, anche di Mambro, Fioravanti e
Maurizio Ferrari, il primo Br arrestato nel 1974. "Non posso che auspicare
una soluzione per Fioravanti, per Mambro - ha detto Bompressi - e per chiunque
abbia pieno diritto a quello che puo' essere considerato un intervento
in qualche modo riparatorio di anni e anni di molta sofferenza e di un
percorso giudiziario assolutamente non privo di grandi incertezze e di
grandi falsificazioni". "Mi attendo di essere restituito ad una vita che
mi consenta di dedicarmi alle cose che mi stanno a cuore, aiutare chi soffre,
chi sta male": lo ha detto Ovidio Bompressi, appena uscito dal carcere
di Pisa. Bompressi, che ha dato l' impressione di parlare a fatica, ha
anche confermato che non solo rinuncia all' appello in Cassazione, ma che,
come aveva gia' annunciato, chiedera' la grazia. Dove andra' adesso? "Prima
a Massa, a casa, e poi - ha risposto - in ospedale". Poi una parola anche
sull' incontro con Sofri. E' vero che vi siete incontrati? "Certo, ci siamo
augurati ogni bene". "Io non so chi ha ucciso Luigi Calabresi": Ovidio
Bompressi, che, subito dopo essere uscito dal carcere Don Bosco di Pisa,
ha incontrato i giornalisti nello studio del suo avvocato Ezio Menzione,
non esclude tuttavia che l' omicidio possa essere maturato negli ambienti
della sinistra extraparlamentare e neppure che si sia trattato di un complotto.
Contro il commissario Luigi Calabresi "c'e' stata sicuramente una campagna
di linciaggio, di istigazione all' odio, alla vendetta, cosa questa detta
e ripetuta da noi, e da Sofri in particolare, in varie occasioni anche
nel corso delle nostre dichiarazioni processuali. Pertanto - ha aggiunto
Bompressi - non potevo e non posso escludere che il disegno, l' idea, il
progetto di eliminare Calabresi possa essere sorto addirittura all' interno
di quella che era la cosiddetta sinistra rivoluzionaria, l' area extraparlamentare
di allora". "Pero' anche questo e' un punto che viene spesso manipolato,
viene travisato", ha aggiunto riferendosi soprattutto alle accuse verso
Lotta continua. "Ripeto la cosa che e' sempre stata detta e vuole essere
solo una pacata considerazione su come una campagna che allora sicuramente
instillo' sentimenti di rivalsa e vendetta per la morte di Pinelli, nei
confronti del commissario Calabresi abbia potuto poi provocare manifestazioni
e reazioni nell' area extraparlamentare che avrebbe potuto anche tradursi
in chissa' quali fatti concreti". "Io - ha proseguito Bompressi - non so
chi ha ucciso Calabresi. Dovremmo continuamente dire: mah, chissa', forse
un complotto. Ma non e' il caso di parlare di complotti, anche se il giudizio
storico su quegli anni purtroppo e' un giudizio assolutamente carente".
"Riconciliazione" e' la parola piu' usata da Bompressi nell' incontro con
i giornalisti: la stessa usata nei giorni scorsi per annunciare la sua
richiesta di grazia. Quanto ai rapporti con Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani,
Bompressi ha smentito che vi siano dissapori tra loro: "Siamo tre persone
che perseguono la propria innocenza ognuno mettendo in campo cio' che di
piu' intimo e personale ha, nelle piena padronanza dei propri convincimenti".
Ha ribadito poi di aver scelto la strada che lo porti fuori da quell' iter
giudiziario che avrebbe solo prodotto un "inaridimento interiore" e rappresentato
l' impossibilita' di perseguire l' obiettivo che si e' dato: aiutare gli
altri, soprattutto i detenuti. "La mia - dice riferendosi al periodo in
cui si e' sottratto alla cattura - non e' stata una latitanza, perche'
sostanzialmente ho agito nello spirito della legge. C'e' stato un rimpallo
di responsabilita' - ha detto - e chi doveva decidere non ha deciso".
Sofri adesso e' solo in carcere, gli e' stato fatto notare. "No, Sofri
non resta solo perche' il mio cuore e' con lui e con Pietrostefani"."La
nostra campagna fu tremenda, vergognosa, un vero linciaggio che avrebbe
potuto, purtroppo, anche provocare l' idea di uccidere Calabresi": cosi',
intervistato dal T3, Ovidio Bompressi, ricostruisce il clima in cui avvenne,
nel 1972, l' omicidio del commissario Calabresi. Il riconoscimento della
violenza di linguaggio di quella campagna e' stato peraltro ammesso - ha
ricordato lo stesso Bompressi - in piu' occasioni anche dallo stesso Adriano
Sofri. Intanto l' attesa dei cronisti dalla casa di Bompressi a Massa,
in via dei Cedri, e' stata vana. L' ex militante di Lc, fino al tardo pomeriggio,
non si e' fatto vivo. Secondo alcune voci si sarebbe recato a salutare
alcuni amici prima di farvi ritorno per poi, come ha lui stesso annunciato,
andare in ospedale per curarsi.
31 marzo - Ovidio Bompressi, dopo aver trascorso
le prime 48 ore dalla sua scarcerazione in un nascondiglio sicuro, accompagnato
dalla moglie Giuliana, va all' ospedale di Massa per sottoporsi ai primi
controlli clinici ed alle analisi mediche, in attesa di poter iniziare
speciali terapie come richiede il suo grave stato di salute. Gli esami
proseguiranno domani e forse anche per i primi giorni della prossima settimana.
1 aprile - Sono depositate le motivazioni della
sentenza del processo di revisione per l'omicidio del commissario Calabresi
che il 24 gennaio scorso ha portato alla conferma delle condanne a 22 anni
di reclusione per gli ex dirigenti di Lotta Continua Adriano Sofri, Giorgio
Pietrostefani e Ovidio Bompressi. Il documento di 487 pagine, redatto dal
giudice Antonio De Nicolo e controfirmato dal presidente della quarta sezione
della Corte d'Appello, Silvio Giorgio, e' depositato con tre giorni di
anticipo sui 70 indicati per la scadenza. "L'omicidio Calabresi e' incontestabilmente
riconducibile a matrice terroristica". E un' affermazione perentoria quella
della corte d'appello di Venezia sulla natura del delitto che apri' gli
anni di piombo in Italia. "Il terrorismo - scrivono nelle motivazioni -
che fu capace d'infliggere pesanti tributi di sangue e gravi vulnerazioni
alla credibilita' dello Stato, deve dirsi debellato da parecchi anni; e
non vi ha dubbio che un contributo decisivo alla sua sconfitta sia provenuto
dai tanti collaboranti che, in crisi morale ed ideologica, hanno sconfessato
il proprio passato ed hanno consentito una ricostruzione pressoche' integrale
dei delitti commessi in quel periodo dalle varie organizzaizoni estremistiche
allora in vita". "Ebbene - concludono i giudici - al di la' della propalazione
di Marino, nessuno dei tanti pentiti o dissociati o dichiaranti germinati
dalla suddetta crisi ideologica, prodighi di notizie su vicende ben piu'
efferate, ha mai azzardato una spiegazione diversa per quel delitto, del
quale non vi sono state ne' rivendicazioni postume ne' altre confessioni".
Considerazione, quest'ultima, che i giudici formulano come "elemento di
riflessione", senza che questo, aggiungono, significhi aver accordato a
priori a Marino una patente di credibilita'. Leonardo Marino, il grande
accusatore di Sofri, Pietrostefani e Bompressi, non e' ne' un "pappagallesco
ripetitore delle notizie di stampa" dell' epoca"' ne' un "docile strumento
dei carabinieri per dare sfogo a ipotesi accusatorie presagite ma non provate".
Anzi, scrive la corte d'appello nelle motivazioni della sentenza del processo
di revisione, nel caso dell'incidente d'auto subito prima del delitto,
la sua credibilita' e' uscita "accresciuta". E non consentono di incrinarla,
scrivono i giudici, "ne' lo stile di vita disordinato della coppia Marino-Bistolfi,
ne' la saltuaria commissione di rapine a scopo di lucro da parte del collaborante,
ne' il rapporto da lui tenuto con i Deichmann, ne' l'evasione fiscale da
lui successivamente compiuta" come venditore ambulante di crepes. Se la
credibilita' di Marino viene confermata o rafforzata, le prove nuove ne
escono invece demolite. A partire da alcuni testi oculari del delitto come
Luciano Gnappi, "vittima - scrive la corte - di una sorta di 'sindrome
da supertestimone"' che lo ha portato a rivivere la vicenda "in versione
spy-story". Per i giudici, inoltre, sussiste "una perfetta corrispondenza
tra i caratteri somatici di Bompressi e tutti i riferimenti forniti da
Gnappi". La corte esclude, nel pentimento di Marino, anche il possibile
calcolo dei benefici giudiziari e il movente economico. Per quest' ultimo
aspetto, la corte rileva che "Marino non ha mai inteso accreditare un'immagine
di se' migliore di quella effettiva" e "sempre ha avuto il coraggio di
ammettere pubblicamente che la propria decisione di confessare era figlia
non solo del rimorso, ma anche della disperazione economica". E' caduta
anche la prova del diario della Bistolfi ("sfogo onirico") e quindi l'ipotesi
che la donna, considerata riscontro esterno a Marino, conoscesse anticipatamente
la sua intenzione confessoria o che quella confessione fosse nata da una
concertazione tra i due: una prova che, anche se dimostrata, secondo la
corte, non avrebbe travolto o reso dubbio il giudicato. Quanto alle due
perizie, quella automobilistica "si e' risolta in un inaspettato supporto
tecnico privilegiato" alla versione di Marino, mentre quella balistica
si e' rivelata "una prova senza esito alcuno" che ha pero' "sovvertito
fin dalle fondamenta" l'assunto dell'istanza di revisione, mentre la ricostruzione
dell'iter burocratico dei reperti smentisce "quell'illazione difensiva
della dubbia provenienza dei proiettili".Infine la corte ritiene non provato
l'alibi di Bompressi, che il vigile urbano Roberto Torre disse di aver
visto brindare alla morte di Calabresi, al bar Eden di Massa, verso le
13 del giorno del delitto: per i giudici nulla prova che il ricordo si
riferisca proprio a quella data e, in ogni caso, tre ore bastavano per
arrivare da Milano. Il rigetto dell'istanza di revisione del processo Calabresi
si fonda "sul fallimento di ciascuna prova nuova". E' uno dei passaggi
conclusivi delle motivazioni della sentenza, che conferma l'attendibilita'
del pentito Leonardo Marino. Secondo i giudici, "i risultati delle acquisizioni
probatorie nuove - valutate sia da sole sia in unione con le prove con
cui sussistevano interrelazioni, raccordi ed integrazioni - non consentono
ne' il sovvertimento ne' l'indubbimento del giudicato: invero, l'ipotesi
dell' inquinamento iniziale delle indagini si e' dissolta; l'alibi di Bompressi
per il momento del delitto non sussiste; l' attendibilita' di Marino non
viene incisa in negativo (ed anzi, da taluna prova nuova viene ulteriormente
avvalorata); la sua credibilita', infine, e' rimasta intatta". Nelle conclusioni
si legge inoltre che "i piu' pregnanti riscontri esterni ad effetto individualizzante
- quelli cioe' che hanno consentito la trasformazione, ratificata dal giudice
di legittimita', della chiamata di correo di Marino da 'elemento di prova'
a 'prova' - non sono stati nemmeno sfiorati dal presente giudizio"; in
particolare le motivazioni fanno riferimento, per Bompressi "al suo inserimento
nella struttura illegale armata di 'Lotta continua', nonche' alla sua compatibilita'
fisionomica con le rievocazioni dei testi oculari", e in particolare di
Luciano Gnappi. Per Pietrostefani tali riscontri sono legati al "suo comportamento
post delictum in relazione al soggiorno romano di Marino nonche' alla dichiarazione
Bertone", il senatore che raccolse una confidenza di Marino. Per Sofri,
infine, le motivazioni alludono "alla sua adesione al movente del delitto
nonche' alla dichiarazione Bertone". Le motivazioni affrontano dapprima
il fatto, con tutto l'iter processuale, e poi, in modo analitico, i vari
capitoli di prova secondo un ordine tematico: le anomalie nella prima fase
delle indagini, l'interesse economico di Marino e le sue nozioni giuridiche
sulla normativa premiale per i pentiti, la mancanza di autonomia delle
versioni di Marino e di sua moglie Antonia Bistolfi, la confutazione di
alcune parti del racconto di Marino e dell'originalita' di alcuni passaggi,
la diversa ricostruzione dell'azione omicidiaria anche attraverso le modalita'
di un incidente stradale, la provenienza dei proiettili, la prova d'alibi
di Bompressi. I giudici analizzano anche le prove ignorate dal giudicato,
le prove non ammesse e l'esame dei tre imputati: nelle dichiarazioni di
Bompressi e Pietrostefani, scrivono, "non v'e' alcun novum da commentare,
ne' in se' ne' in unione con altre prove; quanto agli apporti probatori
forniti da Sofri, la corte ne ha tenuto conto nei capitoli sui presunti
interessi economici di Marino e sulla mancata autonomia tra la sua versione
e quella di sua moglie.
11 aprile - "Adriano Sofri, una battaglia senza
fine": un'intera pagina del quotidiano "Le Monde" e' dedicata oggi all'ex
leader di Lotta Continua che - scrive il quotidiano - 'vuole provare
la sua innocenza di fronte alla giustizia italiana che, per spirito
di corpo, rifiuta di riconoscere i suoi errori'. Sofri 'non e' uomo
che si scoraggia', ha 'perso gia' molte battaglie' ma 'quella che conduce
oggi contro la giustizia del suo paese, la condurra' fino all'ultimo respiro'.
'Non ha cercato di scappare, come i suoi due compagni di sventura', Bompressi,
ora libero per motivi di salute, e Pietrostefani 'che senza dubbio ha ritrovato
il suo rifugio parigino, la dove viveva prima che si riaprisse questo caso
giudiziario'. 'Dopo sette decisioni contraddittorie - scrive 'Le Monde'
- la Corte d'Appello di Venezia ha concluso che non c'e' motivo di revisione,
e cio' nonostante le innumerevoli lacune nelle accuse di Marino e l'incredibile
dubbio che permane e che deve sempre risolversi a vantaggio dell'accusato'.
La giustizia italiana 'crede di avere in mano i responsabili di un processo
che ha insanguinato l'Italia e, per spirito di corpo, rifiuta di ammettere
i suoi errori'.
8 maggio - Al "Maurizio Costanzo show" Ovidio
Bompressi chiede un'amnistia nell'anno del Giubileo che raggiunga l'obiettivo
di alleggerire la situazione nelle carceri italiane "sia per i detenuti
che per le guardie peniteniziarie" e di "riconsegnare alla vita" chi oggi
e' dietro le sbarre per reati non gravi. Prima di lanciare la proposta,
Bompressi ha "espresso la sua solidarieta' ai detenuti del carcere di San
Sebastiano" e ha letto i numeri che "danno la vera dimensione della condizione
carceraria": dei 54 mila detenuti, l'80% ha meno di 39 anni, 18 mila hanno
una condanna con meno di 3 anni, 20 mila non hanno ancora subito una condanna
definitiva, 15.500 sono in attesa del giudizio di primo grado e, di questi,
2 mila hanno gia' passato in carcere gia' 18 mesi. "Si tratta di numeri
inammissibili per uno stato di diritto - ha detto ancora Bompressi - bisogna
intervenire".
12 maggio - Massimo d' Alema incontra Adriano
Sofri nel carcere Don Bosco di Pisa. L' ex presidente del consiglio e'
entrato nel penitenziario alle ore 10. D'Alema e' uscito dal carcere poco
dopo le 13, dopo aver trascorso circa tre ore nel penitenziario. "Ho voluto
visitare il Don Bosco - ha detto - anche per l'attualita' dei problemi
del mondo carcerario e per rendermi conto di questa realta' che mi e' parsa
positiva, anche per le sue limitate dimensioni". All'uscita, Massimo D'
Alema non ha risposto alle domande dei cronisti.
16 maggio - Luigi Calabresi offri' una "singolare
e forse eroica testimonianza cristiana e civile". Lo afferma in un lungo
articolo sull'Osservatore romano il vescovo emerito di Arezzo, mons. Giovanni
D'Ascenzi, ricordando i 28 anni dall'assassinio del commissario. Il vescovo
ricorda i tempi in cui il futuro commissario frequentava la scuola superiore
di polizia e al termine delle lezioni "raccoglieva cibo, vestiario, offerte,
che la sera distribuiva alle famiglie povere delle borgate romane". E riferisce
una serie di testimonianze, tra cui quella di Enzo Tortora, che dipingono
il commissario come un ottimo cristiano, "un ragazzo di incredibile bonta'
e rigore morale, di scrupolo e umanita'". Recentemente Giuseppe Pucci Cipriani,
esponente del gruppo cattolico tradizionalista "Anti '89" di Firenze,
aveva avanzato la proposta della apertura di una causa di beatificazione
per il commissario ucciso.
17 maggio - Il sostituto procuratore generale
di Venezia Gabriele Ferrari dichiara:"Da un punto di vista generale, non
vedo alcun ostacolo per l'estradizione di Giorgio Pietrostefani". "Certo
- spiega il magistrato, pubblico ministero nel processo di revisione -
la nostra legislazione, come credo quella francese, distingue tra una strage
indiscriminata, come quella di Peteano, e un omicidio, anche se di natura
politica come quello di Calabresi, ma personalmente non vedo ostacoli all'estradizione
di Pietrostefani". Per Ferrari, tuttavia, "la conditio sine qua non, e'
che il provvedimento di custodia cautelare sia esteso anche all'estero:
un provvedimento che adotta il ministero di grazia e giustizia su imput
della procura generale di Milano, ma onestamente non so se sia stato emesso,
anche perche' io non ho piu' alcuna competenza sul procedimento".
18 maggio - E' depositato a Venezia il ricorso
in Cassazione contro la sentenza del processo di revisione per l'omicidio
del commissario Calabresi, il 17 maggio 1972. L'impugnazione e' stata avanzata
dai due ex dirigenti di lotta Continua Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani,
mentre il terzo imputato, Ovidio Bompressi, condannato come l'esecutore
del delitto, vi ha rinunciato, come del resto aveva gia' annunciato. L'atto,
di circa 270 pagine, e' stato consegnato alla cancelleria della quarta
sezione della corte d'appello, la stessa che ha confermato la condanna
a 22 anni di reclusione per Sofri, Pietrostefani e Bompressi e ad undici
per il grande accusatore Leonardo Marino. Le motivazioni della sentenza,
l'ottava della vicenda, erano state depositate il 31 marzo scorso ed oggi
scade il termine per eventuali impugnazioni. Il ricorso per Sofri e Pietrostefani
e' stato redatto dal collegio difensivo guidato dall'avvocato bolognese
Alessandro Gamberini. Sara' ora la suprema corte a decidere se confermare
la sentenza o se cassarla, riaprendo in quest'ultimo caso una tortuosa
vicenda processuale che si trascina da oltre dieci anni per un delitto
che risale a 28 anni fa. Il ricorso di Sofri e Pietrostefani si conclude
con la richiesta di annullare sia la sentenza del processo di revisione,
"rinviando ad altra corte d'appello perche' proceda ad un nuovo giudizio",
sia la carcerazione disposta in sentenza con un provvedimento definito
"abnorme". Una abnormita', secondo la difesa, legata a due motivi:
il primo consistente nel fatto che la sentenza, in quanto impugnabile in
Cassazione, non puo' considerarsi irrevocabile ed immediatamente esecutiva;
il secondo perche' un eventuale provvedimento di carcerazione sarebbe spettato
al rappresentante dell'accusa, procedura che, se "correttamente incardinata",
avrebbe consentito di evitare le complicazioni giuridiche nate poi dalla
richiesta di sospensione della pena per motivi di salute avanzata da Bompressi.
Secondo la difesa, "la corte d'appello di Venezia confessa candidamente
di aver usurpato un potere-dovere che l'ordinamento affida ad altro organo
giudizirio. Si sforza di far credere di non aver emesso un formale ordine
di carcerazione: ma Adriano Sofri e' stato arrestato in forza dell'ordine
da loro pronunciato. Tutto cio' - prosegue il ricorso - in nome del timore
per gli inevitabioli ritardi burocratici l'inevitabile rimbalzo di competenze
e di documenti processuali con la procura generale di Milano potrebbe generare".
L'azione della corte, secondo il legale, sarebbe "espressione di una concezione
giurisdizionale nella quale gli scopi che il giudice ritiene meritevoli
di tutela, giustificano il travolgimento di un rigoroso rispetto delle
regole che la disciplinano". Tra le richieste conclusive, anche quella
della correzione di un errore materiale del capo di imputazione, che attribuisce
ad Adriano Sofri "condotte diversamente riconducibili invece ad un fantomatico
Luigi di Milano, che come e' noto non e' mai stato identificato". Condotte
consistenti in attivita' di preparazione materiale e di fiancheggiamento
in vista del delitto. Un errore formale che, secondo la difesa, "ha pero'
una valenza simbolica sostanziale clamorosa". Violazioni di legge nella
valutazione delle prova, vizi nelle modalita' della loro formazione, omissioni,
illogicita' e contradditorieta' della motivazione, ma anche, da parte della
corte, un "pregiudizio fortissimo" e "ostilita" nei confronti dell'istituto
della revisione, fino a celebrare il dibattimento "obtorto collo".
Sono i punti salienti del ricorso di 266 pagine firmato dall' avv. Alessandro
Gamberini, e depositato oggi, contro la sentenza della corte d'appello
di Venezia che ha confermato le pene per l'omicidio Calabresi. Una delle
tesi di fondo della difesa e' che la corte, pretendendo "di interpretare
la richiesta di revisione col filo conduttore della teoria del complotto",
abbia cosi' ribaltato a carico della difesa stessa l'onere delle prove,
confondendo "il dubbio sulla responsabilita' penale dei ricorrenti con
la prova dell' innocenza" e quindi dell' autocalunnia di Marino. Fino a
riabbracciare, prosegue, "quel moralismo del pentimento che aveva permeato,
contro ogni evidenza obiettiva, il giudicato di condanna". Eppure, aggiunge
il legale, benche' il delitto, secondo Marino, avrebbe coinvolto nella
sua preparazione e conoscenza moltissime persone, "non si e' trovato nel
corso di 30 qualcuno in grado di dare conferma specifica alle sue parole",
neppure oggi, "trascorso un termine prescrizionale ragionevole". Inoltre,
secondo la difesa, la corte avrebbe sbagliato nel far partecipare al processo
anche Marino come co-imputato, e non come teste, con conseguenze che si
rifletterebbero sia sul regime delle sue dichiarazioni sia sulla possibilita'
per sua moglie, Antonia Bistolfi, di avvalersi della facolta' di non rispondere.
Per l'avv. Gamberini, infatti, la revisione si applica solo a sentenze
di condanna e non puo' essere estesa a sentenze di proscioglimento, come
nel caso di Marino. Quanto alla Bistolfi, sempre secondo la difesa, la
corte non avrebbe dovuto riconoscerle la facolta' di astenersi, condizionando
cosi' "sia la formazione che la valutazione di alcune decisive prove nuove,
nonche' la valutazione di prove gia' acquisite". I giudici, stando al ricorso,
si sarebbero inoltre preoccupati di tutelare la privacy della donna - ritenuta
riscontro esterno a Marino - e non il diritto di difesa e il principio
del contradditorio. La parte centrale del ricorso passa in rassegna le
singole prove evidenziando le presunze carenze dell'impianto logico-giuridico
della motivazione e rimproverando alla corte di aver "sostituito alla valutazione
unitaria degli indizi e delle prove una sorta di approccio contabile",
travisando spesso l'oggetto della prova stessa o addirittura rivalutando
paradossalmente alcune "menzogne" di Marino, come i contatti avuti con
i carabinieri sin dal 2 luglio 1988.
19 giugno
- Ovidio Bompressi, durante una conferenza stampa organizzata dai radicali
sulla situazione delle carceri, dice:“Non ho ancora presentato la domanda
di grazia ma lo faro' al piu' presto”. Per quel che riguarda le proposte
di amnistia e l'indulto, Bompressi si e' dichiarato “d'accordo con tutti
i provvedimenti che possono ridurre la sofferenza nel carcere e restituire
la liberta' alle persone ingiustamente condannate”. In riferimento alla
sua personale vicenda giudiziaria ha rilevato:“e' conclusa: sono un condannato
con giudizio definitivo che ha rinunciato al ricorso in Cassazione e attualmente
sono in stato di detenzione domiciliare”. Quanto alla sua presenza accanto
ai radicali, l'ex di Lotta continua ha detto che e' “del tutto occasionale,
partecipo con chiunque voglia cambiare la situazione carceraria”.
19 giugno – A Parigi Giorgio Pietrostefani
ha scritto “La tratta atlantica, genocidio e sortilegio”, pubblicato da
Jaca Book nella collana “Saggi sul capitalismo”. Pietrostefani ha viaggiato
e soggiornato a lungo all'estero, soprattutto in Africa nera e nei paesi
arabi. Il libro ripercorre il commercio triangolare degli schiavi tra Africa,
Americhe ed Europa nel corso di quattro secoli, fra il Cinqucento e l'Ottocento.
20 giugno – Polemiche per la presenza di
Ovidio Bompressi al Senato per la conferenza stampa per illustrare l'iniziativa
del “digiuno pubblico” a favore dell'amnistia. E’ presente anche Francesca
mambro. Il presidente del Senato, Nicola Mancino, ha invitato i senatori
ad “evitare comportamenti che possono nuocere all' immagine e al prestigio
dell' istituzione parlamentare”. L' ufficio stampa di Palazzo Madama precisa
che le conferenze stampa, cui e' solitamente destinata una sala al piano
terra, sono promosse in piena autonomia dai gruppi parlamentari o dai singoli
senatori, i quali si assumono direttamente una responsabilita' delle affermazioni
rese e delle persone invitate a partecipare, senza che cio' possa coinvolgere
minimamente il Senato della Repubblica”.
21 giugno - Ovidio Bompressi, allo stand
allestito a Castel Sant'Angelo davanti all'ingresso della Fiera del Libro,
dove da mezzogiorno e' cominciato il “digiuno di solidarieta' con i detenuti
nelle carceri e per un provvedimento di amnistia-indulto” dice:“Non intendevo
certo offendere, con la mia presenza, ieri, alla conferenza stampa in Senato,
l' istituzione del Parlamento”. “La mia partecipazione all'iniziativa -
ha detto Bompressi, commentando le polemiche scoppiate ieri dopo la conferenza
stampa - era ed e' una testimonianza della condizione carceraria sulla
quale si voleva e si vuole richiamare l'attenzione per l'approvazione di
un provvedimento di indulto nel segno di quei valori di riconciliazione
e di umanita' che sono anche il messaggio di questo Giubileo. Mi dispiace
che qualcuno abbia usato pretestuosamente questa mia presenza e abbia voluto
cosi' ignorare il senso profondo dell'iniziativa”. Proprio stamane Bompressi
ha saputo che il tribunale di sorveglianza ha respinto la sua richiesta
di poter partecipare fino a mezzanotte al digiuno a Castel Sant'Angelo.
Bompressi puo' uscire alle 8 di mattina dalla sua abitazione romana in
cui e' agli arresti domiciliarie, e deve rientrarvi alle 19. Francesca
Mambro ha detto:“Sono da due anni impiegata dell' associazione 'Nessuno
Tocchi Caino' che ha aderito al digiuno. Ieri ero alla conferenza stampa
al Senato per lavoro. C' era tanta gente ieri, compreso l' intero ufficio
stampa e il segretario dell' associazione '"Nessuno tocchi Caino' - ha
detto - ma hanno notato solo me e Bompressi”.
24 giugno - Pierre Vidal-Naquet, storico,
direttore alla Scuola d'alti studi in scienze sociali, in un articolo pubblicato
con grande evidenza in una pagina di commenti del quotidiano francese “Le
Monde” si occupa di Adriano Dofri, lo “strano prigioniero”. “Come uscire
da questa situazione? Come tirarlo fuori da quella prigione?” si chiede
Vidal-Naquet, che si dice “vecchio dreyfusard”, cioe' sostenitore della
causa del capitano Alfred Dreyfus, vittima di un errore giudiziario alla
fine del XIX secolo, racconta una sua visita a Sofri, che prima non conosceva
di persona, nel carcere di Pisa e trova affinita' tra il caso dell'ex leader
di Lotta continua e l' 'affare Dreyfus'. Meravigliandosi delle circostanze
della condanna “senza prove” di Sofri e della sua detenzione, Vidal-Naquet
afferma:“E' chiaro che la detenzione di Sofri ha qualcosa d'assurdo”. E
passa in rassegna le possibilita': un'amnistia per gli Anni di Piombo?,
la revisione del processo?, la grazia?, un ricorso europeo? Un fatto e'
certo, per lo storico: “Questa storia e' gia' durata troppo”. L'auspicio
e' che il presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, accordi
la grazia, anche se Sofri non gliela chiede. “E' quel che mi auguro; e'
quel che siamo in molti ad augurarci, in Francia e in Italia, per Adriano
Sofri”.
4 luglio - E' stata fissata per il 4 ottobre
alla I sezione penale la data di udienza del ricorso presentato in Cassazione
dai legali di Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani contro la sentenza
con la quale la Corte di Appello di Venezia, lo scorso 24 gennaio, ha respinto
la richiesta di revisione del processo per l'omicidio del commissario Luigi
Calabresi e disposto la carcerazione degli imputati condannati a 22 anni
di carcere dalla Corte di Assise di Appello di Milano nel 1995. In particolare
la difesa di Sofri - patrocinato da Alessandro Gamberini - ha presentato
ricorso anche contro questa disposizione. Bompressi ha ritirato il suo
ricorso alla Suprema Corte e ha preannunciato di voler chiedere la grazia
al Presidente della Repubblica.
7 luglio – Il settimanale “L' Espresso”,
in un articolo intitolato "Censure/il
caso Bollati" sostiene che la morte di Mauro Rostagno non e' piu' solo
un omicidio insoluto, una giallo giudiziario dai risvolti politici, ma
anche un "caso editoriale". L’articolo spiega che l'editore Bollati aveva
in catalogo per il mese d'aprile l'uscita di un romanzo ispirato alla vicenda,
scritto da Aldo Ricci "ex sessantottino che vive da anni a New York dove
lavora nel mondo del cinema". “Il tonto”, questo il titolo, non e' pero'
mai arrivato in libreria ne' vi arrivera' piu' perche', dice al settimanale
l'addetta stampa della Bollati, "oltre ai problemi legali, abbiamo deciso
di modificare la fisionomia della collana e il 'Tonto' non rientrava piu'
nei nostri programmi". "Mi risulta che ci sia lo zampino di un noto lottatore
continuo, molto influente e amico della proprietaria. Non ho ancora le
prove e non posso farne il nome" ribatte, sempre sul settimanale, l'autore
che ricorda come, prima della Bollati, diversi altri editori abbiano detto
si' al romanzo per fare poi marcia indietro. A rendere indigesta la riscrittura
del delitto Rostagno "alla solita lobby di Lotta Continua, la P2 del sessantotto",
e' la tesi, ipotizzata anche dagli inquirenti ma naufragata, che Rostagno
piu' che alla mafia desse fastidio ai suoi ex compagni perche' sapeva troppo
dell'omicidio Calabresi.
12 luglio - Ovidio Bompressi presenta domanda
di grazia alla presidenza della Repubblica, al ministero di Grazia
e Giustizia e alla magistratura di sorveglianza. L' avv.Sandro Gamberini,
che ha assistito Sofri, Bompressi e Pietrostefani nel processo di
revisione commenta che ''la domanda di grazia non significa in alcun
modo che si dichiari colpevole, ne' esplicitamente, ne' implicitamente,
ma e' l' affermazione coerente di uno stato d' animo e di una scelta che
Bompressi ha espresso piu' volte dicendo che non se la sente piu' di combattere
perche' vuole dedicare la propria vita agli altri.”. “Continuare a combattere
assorbirebbe totalmente le sue purtroppo gia' scarse energie al punto da
svuotarlo per la battaglia che invece vuol combattere a favore dei
piu' deboli - ha aggiunto Gamberini, per il quale la richiesta di grazia
- e' un modo per svincolarsi da una vicenda che ha pesato enormemente anche
sulla sua salute''. ''Mi sento il suo difensore anche in questa vicenda,
a testimonianza del fatto che non c'e' alcuna divergenza - ha precisato
- Mi ha mandato l' istanza, che ha scritto lui senza alcuna pretesa tecnica,
e l' ha concordata anche con me oltre che con l' avv.Menzione''.
13 luglio - In un'intervista
al quotidiano "La Stampa" Ovidio Bompressi spiega i motivi della sua richiesta
di grazia.
20 luglio - Mauro Pagani, il musicista
che coordina le iniziative estive del Comune di Firenze nelle quali sono
inserite le celebrazioni per i 700 anni della Divina Commedia, conferma
che Adriano Sofri leggera' la Divina Commedia "per i dannati della terra",
in piazza Signoria: i canti dovrebbero essere registrati nel carcere di
Pisa dove Sofri e' recluso dopo la condanna per l' omicidio del commissario
Luigi Calabresi. "L' invito a Sofri non ha niente a che fare con la sua
colpevolezza o innocenza. La Divina Commedia parla di uomini che sono stati
giudicati. Anche Sofri lo e' e sta espiando la sua pena e leggera' Dante
per se' e per tutti i dannati della terra", ha detto Pagani aprendo il
ciclo di letture dall' arengario di Palazzo Vecchio, inaugurato dalla voce
di Arnoldo Foa' per i primi tre canti ed il quinto canto dell' Inferno.
La lettura registrata di Sofri e' prevista per settembre.
23 agosto – Al Meeting dell' Amicizia di
Rimini, Leonardo Marino racconta della propria adesione a Comunione e Liberazione.
"I giornalisti mi hanno spesso detto come battuta che avevo fatto il salto
da Lc a Cl. Io posso raccontarvi che quando facevo le riunioni di Lotta
continua si parlava di odio, violenza, eliminazioni, botte, pestaggi; in
Comunione e liberazione (frequento la comunita' di La Spezia) si parla
di amore". "Il male che ho fatto – dice ancora Marino - non l' ho fatto
solo a Calabresi e alla sua famiglia, l' ho fatto alla societa' perche'
quell' omicidio e' stato preso ad esempio per altri fatti. Per questo ho
chiesto perdono alla vedova e ai figli (ed e' stato un grande sollievo
ottenerlo) ma dato che la societa' siete voi tutti chiedo perdono anche
a voi". Marino ha detto di non temere per se: "Se ancora qualcuno avesse
intenzione di compiere una ritorsione, la accetterei come spiazione delle
mie colpe come ho accettato le ingiurie e gli insulti. Con cristiana rassegnazione".
5 settembre - L' assessore alla cultura
del Comune di Firenze Simone Siliani inoltra al ministero di Grazia e Giustizia
la richiesta per una lettura dantesca di Adriano Sofri nell' ambito delle
letture dantesche previste dal programma dell' estate fiorentina, con voce
registrata e non dal vivo. Sofri, come del resto tutti gli altri invitati
a tenere letture dantesche (Lella Costa, Giorgio Albertazzi, Dario Fo)
scegliera' lui stesso il brano da leggere e la forma di presentazione,
cioe' se corredata da un commento iniziale o se intervallata da brevi commenti
durante la lettura. “L' ipotesi di una presenza dal vivo di Sofri non e'
stata neanche presa in esame - ha detto Siliani - il suo rifiuto di qualsiasi
trattamento privilegia