ALMANACCO DEI "MISTERI D'ITALIA"

Le notizie del 2000

(dove non e' citata un' altra fonte, la notizia e' tratta dall' agenzia Ansa)
 


 
 
 
 

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Calabresi 
4 gennaio - Processo di revisione per l'uccisione del commissario Calabresi: l' avv. Luigi Ligotti, che rappresenta la famiglia Calabresi, nella sua arringa che boccia una per una le sei nuove prove ammesse dalla Cassazione in revisione e assicurando che nel corso del nuovo processo sono stati esaminati solo "brandelli di illazioni". Ligotti e' partito dalla prima delle "cosiddette nuove prove", la testimonianza di Luciano Gnappi, "che nel '72, poche ore dopo l' omicidio, disse di aver visto e sentito tutto confermando il racconto del pentito Marino sulla successione dei colpi, nel '90 torno' a ripeterlo in dibattimento e nel '99 e' venuto qui per dire di aver distolto lo sguardo: e' un insulto all' intelligenza, un' infamia, una menzogna". Per Ligotti comunque e' vero che Gnappi riconobbe l' assassino in una foto segnaletica: "Gli mostrarono - ha detto - la fototessera di Deichmann, fisiognomicamente sovrapponibile al volto dell' imputato Ovidio Bompressi". E ancora la perizia balistica bollata dal rappresentante delle parti civili come "costruzione intellettuale estranea al concetto di prova: deve essere cancellata dalla revisione". "Negativa per la difesa" si e' rivelata inoltre, per Ligotti, la terza prova, la testimonianza di Margherita Desio che l' avvocato ha collegato alla ricostruzione cinematica tra i tempi dell' incidente che ebbe l' auto dell' assassino, secondo il racconto del testimone Musicco, e i tempi dell' omicidio. "Una ricostruzione - ha detto Ligotti - che fa acqua da tutte le parti, e' disancorata dai percorsi, dalle traiettorie e dai tempi". E proprio sulla perizia automobilistica, la quarta prova, Ligotti ha attaccato la difesa: "Prendo atto - ha detto - del vostro avvicinamento alle tesi dei periti d' ufficio: siete partiti nell' istanza di revisione con la ricostruzione di un incidente avvenuto a 15 gradi e siete arrivati fino a 60 gradi, come ricostruito dai periti d' ufficio". Una ricostruzione, quella dell' incidente, che, ammette Ligotti, non era mai stata fatta fino ad ora, "ma se fosse stata fatta prima - ha commentato - si sarebbe forse evitata la revisione". Nulla di nuovo per Ligotti anche nelle ultime due prove: le foto apparse su Panorama nel '72 e il diario della compagna di Marino, Antonia Bistolfi, che "non permette di giungere alla conclusione avanzata dalla difesa e cioe' che la donna fosse a conoscenza delle intenzioni del marito". "Le nuove prove - ha concluso - dovevano essere in grado di sgretolare le certezze raggiunte. E questo non e' accaduto".Ligotti ha riservato alla parte conclusiva della sua arringa la confutazione del presunto alibi di Bompressi, ossia il vigile urbano Roberto Torre che lo vide brindare per la morte di Calabresi, il giorno stesso del delitto, al bar Eden di Massa tra le 12.30 e le 13.00: orario ritenuto dalla difesa incompatibile con la sua partecipazione all' omicidio e la sua partenza da Milano alle 10 circa. La corte aveva ammesso il teste con riserva per utilizzarlo solo nel caso si formi almeno una nuova prova. Dopo aver sostenuto che Torre ricorda solo il brindisi ma nessun altra circostanza qualificante, Ligotti ha detto che il teste, "che doveva essere la carta risolutiva, aggiunge solo confusione alla confusione delle altre testimonianze di militanti di Lc e non le armonizza". Inoltre Ligotti, citando un atto processuale sullo stato viario dell'epoca, ha sostenuto che Milano-Massa era "un percorso tutto autostradale (A7 e A12) di 250 km copribile con una Fiat 127 ad una media di 80-90 km orari". Infine il legale ha sostenuto che "Bompressi, indicato come elemento di punta di Lc a Massa, non fu visto da nessuno in mattinata nella sede di Lc, dove fu preparato anche il volantino contenente la prima presa di posizione sulla notizia dell'omicidio avvenuto appena un'ora e mezza prima". Un volantino che, per Ligotti, avrebbe richiesto l'assenso di Sofri a Roma, anticipandone anche la linea dell'articolo uscito il giorno dopo. L'omicidio Calabresi, per l' avvocato Luigi Ligotti, maturo' nell'aprile '72 con il congresso di Rimini di Lotta Continua che fu, a suo avviso, "il congresso della svolta militarista, della necessita' di un salto della lotta politica e di un'occasione per coagulare il movimento e fargli ottenere un ruolo di avanguardia politica-militare nel paese". Tale occasione, secondo il legale, fu proprio l' omicidio del commissario il 17 maggio '72, preceduto fin dal 1971 - ha aggiunto Ligotti, citando anche alcuni scritti di Sofri - "dalla teorizzazione della violenza e dell'azione militare nella convinzione che nel '72 sarebbe avvenuto lo scontro generale". Ma gia' nell'ottobre '72, secondo Ligotti, LC "prese atto del suo fallimento dopo aver visto che l' omicidio Calabresi non aveva sortito gli effetti voluti". L'arringa dell'avv.Ligotti diventa storico-politica con un duro atto di accusa a LC, a Sofri, Pietrostefani e Bompressi, ma anche ad ex militanti di rango come Marco Boato ed Enrico Deaglio. Di questi ultimi il legale ha citato alcune telefonate intercettate che a suo avviso sono "espressione genuina di uno stato d'animo di preoccupazione che accompagnava la vita degli imputati o quantomeno di Sofri" per la vicenda Calabresi. Ligotti ha sostenuto che nel '71-'72 LC temeva "la concorrenza di altre organizzazioni e in particolare l'emorragia di militanti nelle Br di Curcio, cui Pietrostefani propose l'adesione a LC per diventarne il braccio militare". E nel '75, ha ricordato Ligotti, "da una filiazione di LC, in particolare i delusi del servizio d'ordine, nacque Prima Linea che rivendico' alla propria storia quattro omicidi, tra cui quello Calabresi, ma nel '72 Prima Linea non era ancora nata". Il legale ha anche ribadito che "LC aveva un esecutivo ed un servizio d'ordine clandestino autore di rapine, esercitazioni e anche di minacce, anche nei confronti della moglie di Marino e di don Attilio Regolo", il sacerdote cui Marino fece le prime confidenze. "Questa - ha detto Ligotti - e' la storia che si rinnega, la febbre da insorti di cui parlo' l'ex di LC Erri de Luca, la campagna feroce e scatenata contro un uomo che fu ucciso con un colpo alla nuca mentre voleva entrare nella sua Fiat Cinquecento". Concludendo Ligotti ha sostenuto che "non si puo' accettare che le vittime si confondano coi carnefici" e ha ricordato ai giudici, che sono stati "pazienti di sapere se tale pagina di storia giudiziaria deve essere riscritta", che la famiglia Calabresi attende "con pazienza e in silenzio che questa pagina venga confermata" per cui chiede "che sia dichiarata inammissibile o che venga comunque respinta l'istanza di revisione e che gli imputati siano quindi condannati". "Le sentenze - ha sostenuto il legale rivolgendosi alla Corte - non devono convincere, ma avere una motivazione convincente. Ci sara' sempre chi rimarra' insoddisfatto e chi soddisfatto di un giudizio, ma la sentenza non avra' mai come scopo l'omologazione delle convinzioni: questo e' il vostro compito, scontentare e contentare. Ci sono migliaia di imputati - ha aggiunto Ligotti - che vengono condannati e continuano a protestare la loro innocenza". In aula sono presenti tutti gli imputati tranne Giorgio Pietrostefani. 
5 gennaio - La vicenda processuale dell' omicidio Calabresi, secondo l' avv. Odoardo Ascari, legale della famiglia del commissario ucciso nel '72, e' stata contrassegnata da parte degli imputati da una serie di "frottole" e "infamie" distribuite con una crociata innocentista partita a scatola chiusa fin dal giorno dell' arresto di Sofri, Pietrostefani e Bompressi". Una campagna "capeggiata da Sofri" e che ha trovato un "coro consenziente" in molti mass media, ad avviso di Ascari, che ha citato anche alcune telefonate in cui un certo Carlo si raccomanda con Marco Boato per intervenire sugli allora direttori del TgUno e del TgDue, Fava e La Volpe, e sull' allora ministro della giustizia, Claudio Martelli. E' partito all' attacco, nella sua arringa di due ore, l' avv.Ascari, nella 21ma udienza del processo di revisione dell' omicidio Calabresi, chiedendo subito che l' istanza di revisione sia dichiarata inammissibile o che venga, comunque, respinta. Il legale ha criticato Sofri per "aver detto tutto ed il contrario di tutto e ha definito Pietrostefani, oggi unico assente, "il maggior responsabile", "il piu' intelligente e pericoloso", "uno capace di fare la rivoluzione finche' non trova un posto a tavola. Per Bompressi, invece, condannato >

Trasferimento interrotto.

voluto dire "una parola in suo favore", ricordando la frase attribuitagli da Marino dopo l' omicidio ("che schifo"): "Questo - ha commentato - e' un comportamento da uomo, dimostra che c' e' ancora una parvenza d' umanita'". Parlando delle singole nuove prove della difesa, Ascari ha parlato di un loro "rovinoso fallimento" e di "balle ignobili", difendendo i carabinieri e i giudici dall' accusa di complotto: "Ma sarebbe - ha detto - molto peggio di un complotto cio' che oggi si suppone, perche' il col.Bonaventura sarebbe un delinquente che ha indotto Marino a confessare un delitto che non ha commesso e a sostenere un' accusa calunniosa". Il pentito Leonardo Marino, il grande accusatore di Sofri, Pietrostefani e Bompressi, si penti' anche per i figli. E' la circostanza inedita rivelata oggi in una arringa di quasi tre ore dal difensore di Marino, l'avvocato Gianfranco Maris, che lo ha definito "un omicida, ma non un assassino" e "il primo ed unico pentito in Italia per un travaglio morale, anche se spero non sia l'ultimo". "Quando fu arrestato - ha riferito Maris - Marino mi disse che tra le ragioni del suo pentimento c'era anche il desiderio che i suoi figli non amassero un uomo che viveva nell'ipocrisia credendolo invece un uomo onesto; voleva che sapessero che cosa aveva fatto e che io spiegassi loro come era potuto accadere: in in quegli anni aveva creduto anche lui di accendere una luce e invece ne aveva spento una. Insomma voleva che i figli potessero scegliere in piena liberta' di non riconoscerlo come padre o di perdonarlo: quest'uomo ignorante aveva un cuor colto".  Riconoscendo a Marino "l'etica della responsabilita"', Maris ha detto di essersi assegnato in questo processo il ruolo della Marta evangelica che puliva la casa di Lazzaro: "Anch'io voglio ripulire la casa di Marino dai tentativi inutili, sbagliati e insani di lordarla". Cosi' ha cercato di spazzare le presunte nuove prove ("solo parole rinnovate" o "residui archeologici") e ha sostenuto che i giudici non hanno "raccolto nulla",invitandoli a confermare lecondanne. In particolare Maris ha difeso Marino dai sospetti di aver confessato per denaro ("nulla di anomalo dagli accertamenti patrimoniali, tantomeno sui 200 milioni di cui parlo' Sofri"), di aver inventato menzogne ("ricordi troppo precisi anche sui dettagli") e di essersi prestato a "trame" che avrebbero coinvolto, tra l'altro, magistrati e carabinieri: "Nessun magistrato - ha detto Maris - ha mai promesso nulla a Marino per la confessione di un reato da ergastolo, tantomeno la prescrizione; ne' io l'avrei mai consentito". Infine l'affondo su Sofri leggendo ed apprezzando un suo intervento in un convegno dell'85 a Milano tra i leader della sinistra extraparlamentare sulle "vere ragioni" degli anni '60-'70. Un intervento nel quale Sofri invito' ciascuno a "parlare delle proprie responsabilita"' ammettendo che "tra le cose molto belle" di quegli anni vi furono anche "delitti, misfatti, porcherie". Sofri disse inoltre che la magistratura "puo' accertare la verita' dei fatti" ma che la verita' di quegli anni "non puo' essere afferrata univocamente e in alcun modo" perche' "e' una verita' che puo' essere solo taciuta in pubblico" oppure "espressa da un romanzo". Infine, sempre con le parole di Sofri, Maris ha citato la storia di Edipo, al quale rimane solo la verita' di aver commesso un parricidio, uno stupro e un incesto quando pena invece di aver fatto tre cose bellissime. 

11 gennaio - Processo di revisione per l'uccisione del commissario Calabresi: l'avv. Alessandro Gamberini, della difesa, tiene la prima parte della sua arringa e sostiene che le nuove prove puntano a dimostrare come "le poche cose indovinate da Marino siano edite (pubblicate cioe' dai giornali dopo l'omicidio) e quelle non indovinate contraddicano i testimoni". Prima fra tutte la perizia sull' incidente che l'auto degli assassini ebbe con l'invalido di guerra Giuseppe Musicco. "La perizia che avete ordinato -ha detto Gamberini alla Corte - ha modificato radicalmente il quadro tecnico valutativo dell'incidente, non c'e' piu' un dato di incompatibilita' con la versione di Musicco, che tra l'altro e' un testimone del tutto disinteressato". E poi ancora la testimonianza di Margherita Decio che, per Gamberini, "ha formato una prova piu' clamorosa di quanto si aspettasse lo stesso difensore". Per non parlare degli altri testimoni dell' omicidio, sconfessati dalla sentenza di condanna: "ancora una volta -ha detto- la credibilita' di Marino deve passare sul cadavere della credibilita' di questi testimoni". Sconfessa Marino, per Gamberini, anche la nuova prova formata con la foto pubblicata su Panorama che mostra l'assenza di bloccasterzo sull' auto degli assassini:"Si vorrebbe -ha detto- che qualcuno che racconti un omicidio al quale ha partecipato qualcosa di originale lo dicesse...". Ma sulla vicenda dell'auto, per il legale, non sono poche le "lacune" nel racconto del pentito: Marino non ha saputo dir nulla dell'ombrello e degli occhiali da donna trovati nell'auto e non ha accennato alla radio trovata sotto il sedile "che era stata modificata per captare la polizia: si dice che tutto cio' e' casuale come se potesse essere verosimile che casualmente nella macchina utilizzata per uccidere un commissario di polizia sia stata trovata una radio cosi' modificata". Dopo quasi cinque ore, l'ultima prova alla quale Gamberini ha dedicato il pomeriggio (le altre le esporra' domani) e' il diario di Antonia Bistolfi: "dimostra che mente ed e' palesemente reticente", ha detto l'avvocato, che ha invitato la corte a "rivalutarne la credibilita' alla luce del diario, che dimostra menzogne e reticenze in alcuni casi eclatanti". E nel corso dell'arringa, oltre a quelle rivolte al Pg, Gamberini non ha risparmiato frecciate pure a Ligotti ("sulla perizia si e' mosso come un elefante in una cristalleria") e all' avvocato dello stato che, ha detto, "vi propone di cancellare i tanti dubbi che questo processo porta con se' ". "Marino non e' un collaboratore unto dal Signore e, quindi, il vaglio delle sue parole deve essere rigoroso". E' uno dei passaggi dell' arringa dell' avv.Alessandro Gamberini, secondo il quale tale rigore e' mancato nella vicenda processuale portando cosi' ad una "sentenza di condanna che grida vendetta per come e' motivata, per come fa spregio degli atti". Sostenendo che Marino ha fornito una versione dell' omicidio "travisata e falsa", il legale ha evidenziato le incongruenze tra le dichiarazioni del pentito e quelle di "vari testi oculari disinteressati, tra cui Giuseppe Musicco e Margherita Decio, che per la difesa costituiscono una nuova prova raggiunta. "Se non si vuole credere a questi testi - ha detto Gamberini - allora bisogna dire che il giorno del delitto, oltre che un convegno omicidiario, c' era un convegno di mitomani" costretti "a moltiplicarsi per far tornare la versione falsa di Marino". Il difensore ha attaccato la credibilita' del pentito anche sostenendo che la sua collaborazione maturo' "in un contesto ben diverso da quello descritto nella sentenza di condanna, che dipinge Marino come un uomo che conduceva una vita normale, inserito in un povero ma tranquillo contesto sociale, economico e familiare, con una condotta irreprensibile dall' '82 all' '88, fatta salva pero' una tentata rapina nell' '87. Il legale, infatti, ritiene che si sia formata, grazie alle dichiarazioni dell' avv.Annoni, anche la nuova prova "sull' avidita' di denaro di Marino, sulla sua passione per il gioco e sulla sua frequentazione dei casino', sul suo tenore di vita superiore alle possibilita"'. E ne ha criticato le "scelte volgari ed opportunistiche", nonche' "l' attitudine a mentire", a partire dalle date e dalla modalita' del suo pentimento, con una "opacita' di comportamenti" estesa anche ai Carabinieri. Alla pubblica accusa, invece, ha rimproverato le mancate cautele per salvaguardare i reperti giudiziari, andati distrutti poco dopo l' arresto di Sofri e compagni. "Non parlo di complotto - ha aggiunto - ma dell' ABC investigativo, di 'mala gestio'". Rivolgendosi ai giudici, inoltre, Gamberini ha sostenuto che "il tempo trascorso, che ha corroso anche la lucidita' dei testi, rappresenta una minorata difesa, perche' rende indistinto anche il ragionevole dubbio, che e' una piccola crepa sepolta dai rovi a trent' anni di distanza ma che puo' essere devastante per l' edificio accusatorio messo in piedi. Per questo - ha concluso - non dovete accettare le scorciatoie epidermiche e viscerali suggeritevi, ma rivendicare la logica del dubbio e calarvi umilmente negli atti". "Questa e' una vicenda che se avvicinata superficialmente porta alla condanna degli imputati, se avvicinata in modo analitico e rigoroso non puo' che portare al proscioglimento dei miei assistiti". Lo ha detto l'avvocato Alessandro Gamberini, che guida il collegio di difesa di Sofri, Bompressi e Pietrostefani, nel corso della sua arringa per il processo di revisione dell' omicidio Calabresi, iniziata subito all'attacco in un' aula bunker colma di pubblico, unico assente Leonardo Marino. "Parlero' con animo pacato - ha detto - nonostante i miei interlocutori abbiano ignorato il giudicato di condanna sostituendo la logica della suggestione alla logica della ragione, il luogo del verosimile al luogo del vero". Gamberini ha quindi subito rifiutato la tesi del complotto, spiegando che "deformare la richiesta di revisione traducendola in una teoria del complotto significa cancellarne il senso: la' dove i riscontri non vi sono, la' dove sono inverosimili, non spetta a me stabilire il perche', a me spetta indicare il dubbio che ne deriva". L'avvocato non ha risparmiato attacchi all' arringa del pg, definendola "retoricamente vergognosa" e considerando "blasfeme le citazioni bibliche con le quali si e' conclusa". Un approccio "irragionevole e devastato dal tempo", quello del pg, per Gamberini, convinto che la pubblica accusa non abbia formato il suo convincimento sulle carte processuali "che ha ignorato e forse ignora".

12 gennaio - Processo di revisione per l'uccisione del commissario Calabresi: Perche' Leonardo Marino avrebbe dovuto mentire? Questa domanda non fa di questa vicenda un unicum e un precedente eccellente si puo' trovare nel processo contro la banda della Uno bianca dove 78 persone vennero inquisite o condannate sulla base delle false dichiarazioni di una prostituta che si autoaccuso'. E' il passaggio cruciale dell' arringa dell' avv.Alessandro Gamberini che, dopo due ore e mezza, ha concluso il suo intervento "senza appelli retorici": "Dalla vostra decisione - ha detto il difensore di Sofri, Bompressi e Pietrostefani - dipende la liberta' dei miei difesi e la pena inflitta, per la sua entita' e per l' eta' dei miei assistiti, significa quasi una condanna a vita. Con questa consapevolezza io ve li affido". Gamberini, nella 23ma udienza del processo di revisione per l' omicidio del commissario Calabresi ha quindi parlato della vicenda della Uno bianca, "una serie di crimini oggi addebitati ad un gruppo di agenti di polizia", ricordando come inizialmente la vicenda processuale avesse coinvolto una banda catanese. Una pista nata dalla confessione di "un' onesta prostituta bolognese" che si era autoaccusata sostenendo di essere l' autista della banda. "Successivamente - ha detto l' avvocato - solo grazie ad una registrazione si e' scoperta la mala gestio di questa collaborante, che aveva appreso i pochi indizi raccontati proprio dal funzionario di polizia". Un funzionario, quello che interrogo' la prostituta bolognese, certamente non mosso da malafede, assicura Gamberini, "ma magari semplicemente dallo zelo di scoprire un delitto rimasto ignoto". Nel corso del suo intervento Gamberini ha poi ripercorso analiticamente le nuove prove sulle quali puntava la richiesta di revisione partendo dalla testimonianza di Luciano Gnappi che in aula non ha riconosciuto il superiore di Calabresi, Antonino Allegra. "Se ci fu una commedia degli equivoci - ha detto - rimane il dato che Gnappi riconobbe l' assassino e che si trattava di una persona di tipologia bavarese in contrasto con la tipologia etrusca, un uomo del nord in contrasto con uno del centro Europa come Bompressi". Un testimone da non relegare al rango di mitomane: "di recente - ha detto Gamberini - mi ha chiamato una persona dicendo: sono l' assassino di Calabresi, le interessa?  Ecco, questi sono i mitomani". E poi la perizia balistica "una campana a morte che suona per l' accusa e non per la difesa" e che comunque, pur non essendosi formata come prova, dimostra l' assenza di riscontro a quanto detto da Marino. E poi ancora il testimone Roberto Torre, "indiscutibilmente prova nuova - ha detto Gamberini - e non si dica che e' un teste tardivo: era negli atti dal '90 ma nessuno lo ha ascoltato". Non solo sulle prove nuove si e' fondata l' arringa ma anche sulle "tante incongruenze" della sentenza di condanna. "Manca nel modo piu' assoluto la prova sul mandato omicidiario che Marino dice di aver ricevuto da Giorgio Pietrostefani, la cui responsabilita' resta appesa alle parole incoerenti del pentito". Lo ha sostenuto l' avv. Carmela Parziale, che difende Pietrostefani insieme al collega Luigi Vanni. Per quest' ultimo bisogna "rimediare ad una ingiustizia sostanziale che ha fatto di questo processo un unicum giudiziario, con un pentito, Marino, e certifica e conferma se stesso anche facendo racconti diversi", un "Leonardo Marino riscontro in quanto tale". "Un mostro probatorio - ha aggiunto Vanni - una morsa infernale fatti di superficialita' e approsimazione giuridica". Nella sua arringa di un' ora, l' avv. Parziale ha insistito sulle cinque differenti versioni fornite da Marino sul luogo in cui avrebbe ricevuto, pochi giorni prima del delitto, il mandato omicidiario da Pietrostefani, indicato inizialmente a Pisa - anche nel mandato di cattura - e poi spostato a Torino in una serie imprecisata di incontri tra l' autunno del 1971 e la primavera del 1972. Una versione via via modificata, secondo il difensore, dopo che Pietrostefani, all' epoca latitante per apologia di reato, provo' di non essere stato a Pisa. L' avv. Vanni, dal canto suo, ha sostenuto che Pietrostefani all' epoca "era una persona di spicco della politica milanese e faceva politica alla luce del sole come dirigente milanese di Lotta Continua", aggiungendo che "non sono mai emersi riscontri al ruolo, attribuitogli da Marino, di responsabile di un servizio d'ordine nazionale, rivelatosi evanescente, e di due colonne clandestine a Milano e Torino". "Reati associativi - ha detto - sempre dati per scontati ma mai contestati, forse per una scelta tattica semplificatoria dell' accusa allo scopo di rendere piu' rapido il processo dell' omicidio Calabresi". L' avv. Parziale ha inoltre sostenuto che: "ai fondatori delle Br Curcio e Franceschini si e' voluto far dire cose diverse da quelle che hanno detto" sulla presunta proposta avanzata da Pietrostefani di trasformare le Br nel braccio armato di Lc. Vanni ha infine attaccato Marino definendolo "un eroe nazional popolare ma in senso negativo" e "vorrebbe dalla sua la Chiesa e il Pci" grazie alle confessioni anticipate ad un Attilio Regolo e al sen.comunista Bertone. Concludendo Vanni ha chiesto una sentenza che rimetta in piedi i criteri ordinari della valutazione della prova e che, senza offendere minimamente la persone del commissario, permetta di assolvere gli imputati perche' la prova a loro carico e' miserrima, contraddittoria, una prova in base a cui non sarebbe stato condannato nessun altro. 

13 gennaio - Processo di revisione per l'uccisione del commissario Calabresi: Le nuove prove del processo di revisione per l'omicidio Calabresi "sono mazzate per il giudicato di condanna", "porte d'ingresso" nella sentenza che consentiranno ai giudici di "scardinarla" arrivando "a conclusioni diametralmente opposte". Lo ha sostenuto nella sua arringa l'avv. Ezio Menzione, difensore di Ovidio Bompressi, il militante di Lc condannato come killer a 22 anni di reclusione.  La "mazzata" piu' incisiva, "un vero e proprio pugno sul giudicato", secondo il difensore, e' la nuova prova d'alibi rappresentata dal vigile urbano Roberto Torre, che vide Bompressi brindare all'omicidio del commissario al bar Eden di Massa nella tarda mattinata del giorno del delitto, in orario incompatibile con la sua presenza a Milano. Una presenza, quella milanese, sulla quale, per il legale, "non c'e' uno straccio di prova, al di la' delle dichiarazioni di Marino, e questa e' la massima stortura giuridica e giudiziaria su cui l'accusa poteva attestarsi". Non solo. Per l'avv. Menzione "se Bompressi avesse veramente partecipato al delitto, e' difficile pensare che non si sarebbe costruito un alibi, magari con un certificato medico, e invece nel primo interrogatorio disse di non ricordare cosa avesse fatto quel giorno: questa e' la prova sicura, piu' certa che lui non e' l'assassino". Ma Menzione ha evidenziato anche varie illogicita'. Ad esempio "il fatto che Bompressi si fosse esposto con la sua attivita' politica nei due mesi precedenti il delitto, subendo sei denunce; che non assomigliava in alcun modo ne' al fotofit ne' all'identikit dell'epoca; che si fosse fatto biondo dopo il delitto assomigliando cosi' all'identikit". Circostanza, quest'ultima, definita dalla difesa un "teatrino', una "sceneggiata" offerta "dai due comprimari di questo processo, Marino e la moglie Antonia Bistolfi, per rafforzarsi l'un l'altro ma in realta' rendendo implausibile e contraddittorio cio' che si vuole riscontrare". Una confessione, quella di Marino, che per il legale "e' nata a quattro mani con sua moglie davanti al tavolo di cucina".  Concludendo dopo circa tre ore un'arringa dai toni sempre pacati, il difensore ha chiesto "non solo di riparare ad un errore giudiziario, ma di porre rimedio ad un errore giuridico" in quanto "una chiamata di correo senza adeguati riscontri non basta a condannare". Si e' conclusa con l'intervento dell'avvocato Luca Moser la terza ed ultima udienza dedicata alle arringhe della difesa di Sofri, Bompressi e Pietrostefani (un pool di cinque avvocati) nell'aula bunker di Mestre. La parola, martedi' prossimo, passera' al pg e alle parti civili per le repliche, poi nuovamente alla difesa e successivamente all'ex leader di Lc Adriano Sofri per l'intervento conclusivo, al termine del quale i giudici si riuniranno in camera di consiglio. Una arringa molto tecnica quella di Moser, che difende Bompressi insieme all'avvocato Menzione ed ha puntato a sconfessare l'avvocato dello Stato Giampaolo Schiesaro convinto che il diario di Antonia Bistolfi sia inutilizzabile perche' anonimo. "Laddove un documento contenga in se' elementi identificativi dell'autore non e' anonimo" ha detto l'avvocato senza risparmiare attacchi a Schiesaro. "Ci ha detto di aver visto il film 'Un cittadino al di sopra di ogni sospetto' - ha spiegato - ma credo che si trattasse invece di 'Sette spose per sette fratelli'. Ha infatti definito il giudicato di condanna un albero con radici profonde che la difesa non e' riuscita a segare. Ma e' incorso in un errore di diritto: si tratta di anelli di un'unica catena e basta sganciarne uno perche' tutto crolli". Moser ha quindi chiesto la revoca della condanna, perche' "fermamente convinto dell'innocenza degli imputati". 

18 gennaio - Processo di revisione per l'uccisione del commissario Calabresi: "L' intervento del pg e' un' offesa alle ragioni profonde che hanno sempre animato questa difesa fin dall' istanza di revisione, un' offesa alla dignita' stessa della mia professione di difensore: non sono un istigatore per delinquere". Il duello nell' aula bunker di Mestre tra accusa e difesa e' proseguito con la dura controreplica dell' avv. Alessandro Gamberini nei confronti del pg, al quale ha contestato di aver concluso la sua requisitoria "con una scivolata retorica", "un' invocazione peronista".  "I giudici vanno lasciati liberi", ha aggiunto Gamberini, riferendosi all' invito, a suo avviso "ricattatorio", con il quale il pg aveva invitato i giudici a confermare la condanna "per non uccidere due volte il commissario Calabresi". Il difensore ha ribadito quindi la propria correttezza: "Credo di svolgere il mio compito anche con irruenza, quando serve, ma senza che venga mai meno il rispetto ne' per la persona ne' per le sue funzioni". Dall' accusa Gamberini ha detto che si aspettava "un modo diverso di chinarsi sulle carte, di leggere i documenti". "Il terreno del confronto con voi e' negli atti - ha concluso Gamberini rivolgendosi alla Corte - e dagli atti risulta che la confessione di Marino e' contraddetta piu' volte tanto da non giustificare una condanna a vita dei miei assistiti". "L' avv. Gamberini nella sua arringa ha usato parole pesantissime nei miei confronti, accusandomi di valutazioni blasfeme e conclusioni ricattatorie verso la Corte: la sua e' stata un' aggressione alla mia persona". Nella sua replica, la prima dell' ultima udienza del processo di revisione dell' omicidio Calabresi, il procuratore generale, Gabriele Ferrari, passa al contrattacco e, dando atto agli altri avvocati difensori di "assoluta correttezza", critica invece duramente l' avv. Alessandro Gamberini, legale di Sofri. "So - ha osservato il pg - che ci sono processi che dividono terribilmente e che si rischia a volte di andare sopra le righe ma l' intervento di Gamberini non e' stato esercizio del diritto di difesa o di critica, bensi' offesa bella e buona". Citando "I demoni" di Dostoevskij, il pg ha detto che "forse taluno sperava che io appartenessi a quella categoria di procuratori che, dovendo sostenere l' accusa, tremano di fronte al tribunale temendo di apparire troppo illiberali, come pure certi giudici, e ne e' rimasto deluso; e forse - ha aggiunto - qualcuno spera ancora che voi apparteniate a quella categoria di giudici, ma io so che non mi deluderete". Il rappresentante dell' accusa ha infine voluto "mettere qualche puntino sulle 'i' ", replicando alla difesa: cosi', a suo avviso, il tempo trascorso "non e' un handicap irrimediabile, anche perche' i vari processi sono stati serissimi e tutte le parti sono state tartassate, anche gli investigatori"; le parole degli anni di piombo comprese quelle di "Lotta continua" contro il commissario Calabresi, "non furono parole in liberta' come vorrebbe Sofri perche' alle parole seguirono i fatti"; del teste Luciano Gnappi, ha detto il pg usando un' espressione di Sofri, resta una "sferica organizzazione di balle", mentre il teste Roberto Torre "ha profili di inattendibilita' soggettiva clamorosi". Il pg ha difeso inoltre la scelta del silenzio della moglie del pentito Leonardo Marino, Antonia Bistolfi, sul proprio diario, criticando invece Sofri per non averlo utilizzato nei precedenti gradi di giudizio. Infine Ferrari ha sostenuto che la vicenda Calabresi, contrariamente a quanto sostenuto da Gamberini, "non e' minimamente omologabile alla vicenda della Uno bianca, non e' neanche lontana parente". In un' aula che e' tornata ad affollarsi di pubblico, sono quindi seguite le repliche delle altre parti. Prima che i giudici entrino in camera di consiglio Sofri ha annunciato che parlera' per circa un' ora, consegnando anche una memoria. "Siamo stufi e stanchi dei tentativi di eversione paragiudiziaria e dei tentativi di soppressione mass mediatica". Cosi' Luigi Ligotti, che rappresenta la famiglia Calabresi nel processo di revisione per l'omicidio del commissario, ha chiuso la sua controreplica nell' aula bunker di Mestre. Ed ha aggiunto che ormai la scritta "la legge e' uguale per tutti" ha perso il collegamento con la realta', proponendo di cambiarla in "per tutti la stessa legge". Accusando la difesa di "atteggiamenti furbeschi", si e' chiesto su cosa faccia affidamento "quando prospetta un fatto ingannevole: spera forse che i giudici non leggano i documenti e siano distratti?". Molto tecnica la controreplica dell' avvocato dello Stato Gianpaolo Schiesaro che e' tornato a chiedere l'inammissibilita' della revisione, mentre l'altro legale di parte civile Odoardo Ascari, ha fatto eco a Ligotti: "questo processo - ha detto - e' stata la conseguenza di una mastodontica campagna di giurisdizione alternativa". "Mi rifiuto di pensare - ha concluso - che la Corte possa restare vittima di quella che in una novella inglese viene definita l'invisibilita' dell' evidenza". Si e' chiuso con le dichiarazioni spontanee di Adriano Sofri, durate circa due ore, il processo di revisione per l'omicidio del commissario Calabresi e alle 16 in punto i giudici della Corte d'appello di Venezia sono entrati in camera di consiglio. Ha urlato la sua innocenza, promettendo che combattera' finche' avra' vita se la sentenza dovesse essere di condanna, si e' poi scusato con la Corte per aver perso le staffe, un mese fa, nel suo primo intervento, ma, anche se con toni piu' pacati, non ha risparmiato attacchi in particolare al Pg. Ed ha poi presentato la sua tesi su questa vicenda, escludendo complotti e congiure. Ha impostato cosi' la sua autodifesa Adriano Sofri, nell'ultima occasione a disposizione, prima della sentenza. Una sentenza che, se dovesse essere negativa, non fermera' l'ex leader di Lc: "Continuero' a combattere - ha promesso - con tutte le forze che ho, usero' fino all'ultima stilla di vita contro questa ingiustizia". Un intervento, quello di Sofri, partito subito all'attacco per criticare l'aspetto "aberrante della trasformazione di Marino in unico caso giudiziario di vero pentimento nella storia d'Italia" e la conseguente "beatificazione" del pentito che porta ad "identificarmi nell'incarnazione del male biblico": "Se Marino e' un santo, gli altri sono i Demoni di Dostoevsky, citati non a caso dal Pg, altrimenti non c'e' altra possibilita' di comparazione tra il giudizio su di lui e quello su di noi".  Una santificazione che ha portato a cercare "con morbosa fame" la confessione degli imputati piu' che le prove e anche "in questo processo si e' artatamente diffusa la voce, ridicola, che Bompressi stesse per crollare". Sofri ha quindi spiegato la sua tesi: non fu Marino ad andare dai carabinieri "in quella che e' stata definita la notte dell'innominato", ma furono il senatore del Pci Flavio Bertone (al quale Marino si rivolse) e l'ex senatore del Pci e legale di Marino Gianfranco Maris a mandarglieli "ed e' grave che non l'abbiano detto", inficiando cosi' la spontaneita' della dichiarazione di Marino. Solo cosi' infatti, per Sofri, si spiegano i 19 giorni di rapporti tra Marino e i carabinieri e le "tantissime notti dell'innominato, una lunghissima gestazione notturna". Un'idea, quella dell' omicidio legato a Lotta continua e in particolare a Bompressi, che nella testa di Marino e Bistolfi nasce da una chiacchierata con l'amica Vigliardi Paravia. E nei confronti di Marino, dice, "esito a usare parole grosse: mi ha accusato di essere il mandante di un omicidio, cosa si puo' dire di piu' ". Sofri non ha risparmiato attacchi al Pg criticandone gli strafalcioni e difendendo la propria coerenza: "non ho mai abiurato il mio passato", "non ho mai escluso che mi potesse capitare nella vita di essere un omicida, ma ho sempre escluso invece di poter essere un mandante", "ho sempre cercato di tenere la politica lontano da questo processo". L'intervento di Sofri, durato circa due ore, e' arrivato dopo le repliche, ancora una volta molto dure e infarcite di accuse personali, di Pg, difesa e parti civili. Il presidente Silvio Giorgio ha precisato di non poter "azzardare alcuna prognosi" sui tempi della decisione, ma la sentenza e' comunque attesa tra la fine di questa settimana e l'inizio della prossima. Giorgio, insieme al giudice a latere Umberto Zampetti e al relatore Antonio De Nicolo, prenderanno la loro decisione in un albergo lungo il terraglio tra Venezia e Treviso. 

18 gennaio - Gianfranco Maris, ex senatore del Pci e difensore storico di Marino, liquida come "priva di fondamento" l'ipotesi avanzata oggi da Sofri che il sen.  Bertone, non per un complotto, ma "per ragioni ritenute nobili", possa aver messo in moto la macchina investigativa della vicenda Calabresi dopo aver ricevuto le prime confidenze da Marino. Dopo aver affermato davanti ai giornalisti che Bertone "ne parlo' in un ambito ristretto, nella direzione del Pci, ai piu' alti vertici", Maris, incalzato dai cronisti, ha precisato che personalmente ne avrebbe "sicuramente parlato con la direzione del partito" e di "non escludere che anche Bertone possa averlo fatto, ma non lo so: in ogni caso - ha aggiunto - non sarebbe certo servito a chiudere il cerchio". Il legale ha comunque apprezzato il fatto che "Sofri, da persona intelligente, sensibile e capace qual'e', ha abbandonato la teoria del complotto, risultata infantile e ridicola, anche se ci hanno marciato per 10 anni". Per Maris comunque "da queste vicende storiche si esce con dignita' solo nella verita', anche perche' l'uccisione di Calabresi, se contestualizzata, pur restando un omicidio, diventava un errore politico". 

24 gennaio - Processo di revisione per l'uccisione del commissario Calabresi: questa la sentenza emessa dai giudici della quarta sezione della corte d'appello di Venezia: "La corte d'appello, visti gli articoli 544 terzo comma, 627, 629 e seguenti del codice di procedura penale, decidendo in sede di rinvio dalla Cassazione, rigetta l'istanza di revisione proposta da Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani ed Afdriano Sofri avverso la sentenza in data 11.11. 95 della corte d'assise d'appello di Milano. Condanna in solido i richiedenti al pagamento delle spese processuali relative alla presente fase di giudizio nonche' alla rifusione delle spese sostenute dalle parti civili. Indica in giorni 70 il termine per la stesura della motivazione della presente sentenza. Visto l'articolo 637 quarto comma cpp, rilevato che detta norma impone il ripristino dell'esecuzione della pena come conseguenza automatica del rigetto dell'istanza di revisione, dispone che nei confronti di Bompressi, Pietrostefani e Sofri riprenda l'esecuzione della pena irrogata con la predetta sentenza della corte d'assise d'appello di Milano - pena sospesa con ordinanza di questa corte in data 24 agosto 1999 - delegando per l'esecuzione il comandante della sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri presso la procura della Repubblica di Venezia con facolta' di sub delega". Con la sentenza che rigetta l' istanza di revisione, la corte ha condannato Sofri, Pietrostefani e Bompressi anche al pagamento delle spese processuali e alla rifusione delle spese sostenute dalle parti civili, rappresentate dal ministero dell'interno e dalla famiglia Calabresi. Quest'ultime sono state liquidate complessivamente in 237 milioni: 75 milioni a favore del ministero dell'interno (di cui 34 milioni per spese di consulenza) e in 162 milioni (di cui 31 per spese di consulenza) alla famiglia Calabresi, rappresentata dalla vedova Gemma Capra e dai figli Luigi, Paolo e Mario, difesi dagli avvocati Luigi Ligotti e Odoardo Ascari. Un ufficiale dei carabinieri, accompagnato da un maresciallo, e' arrivato alle 14:25 a casa di Adriano Sofri per notificargli quanto deciso dalla corte d'appello di Venezia e accompagnarlo in carcere. Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani non si trovano. Irreperibili, dicono per ora gli ordini di ricerca. Ovidio Bompressi stamani era a casa sua a Massa. E' uscito presto, con la sua Ford Fiesta, ad un amico ha detto che andava a fare una gita a Montignoso. Lontano da casa ha saputo della sentenza ed a casa, secondo quanto dicono la moglie e gli amici non e' piu' tornato. I carabinieri, dopo averlo cercato a Massa ed a Montignoso, hanno diramato un vero e proprio ordine di ricerca nel quale si faceva esplicito riferimento anche all'auto con tanto di numero di targa. L'ordine e' stato diramato tanto in fretta perche' alcuni amici avevano espresso preoccupazione circa lo stato di salute di Bompressi, non escludendo la possibilita' di un gesto estremo. In serata, pero', queste preoccupazioni si sono ridimensionate. Secondo alcuni amici, infatti, Ovidio Bompressi, uscito dal carcere Don Bosco di Pisa prima di Sofri e Pietrostefani per motivi di salute, vivrebbe con terrore la possibilita' di trascorrere anche solo un'ora in cella. Per questo avrebbe deciso di aspettare la decisione sull'istanza di sospensione della pena presentata dal suo avvocato, decisione attesa per domani. Non rendendosi forse conto che questo suo comportamento lo rende meno "affidabile" nei confronti del giudice che deve decidere. Piu' difficile capire dove si trovi Pietrostefani. Non e' da alcuni giorni a Cortona, non e' a Roma, all'indirizzo della moglie, non e' a Milano, dove si trovava sabato. "Giorgio non e' uno che fugge dalla realta"', dicono i suoi amici, ricordando il ritorno da Parigi, dove avrebbe potuto restare indisturbato, per raggiungere Sofri e Bompressi nel carcere di Pisa. Intanto, pero', non si trova e nella cella del carcere Don Bosco c'e' solo Adriano Sofri, che ha atteso sentenza e carabinieri nella sua casa di Tavarnuzze. L'unico che non sembra avere dubbi sull'irreperibilita' di Pietrostefani e Bompressi e' Leonardo Marino: "Hanno fatto bene a scappare - ha detto - perche' non si puo' fare giustizia dopo 30 anni". Adriano Sofri e' giunto alle 19:30 nel carcere Don Bosco di Pisa. L'ex leader di Lotta continua e' entrato nell'istituto pisano dalla porta carraia a bordo di un' auto sulla quale aveva lasciato poco prima il carcere fiorentino di Sollicciano. Secondo quanto appreso, nel carcere di Firenze ha trascorso poche ore per espletare le formalita' di rito e quindi e' ripartito per Pisa, dove e' stato rinchiuso dal 24 gennaio del 1988 al maggio scorso, quando venne scarcerato in seguito all' accoglimento dell' istanza di revisione del processo per l' uccisione del commissario Luigi Calabresi. Sofri era atteso dalle primissime ore del pomeriggio davanti al carcere di Pisa, dove si erano radunati alcuni amici pisani e diversi giornalisti che non hanno pero' potuto vedere l' ingresso dell' ex leader di Lc in carcere. Davanti al Don Bosco era giunto anche uno dei figli di Sofri, Luca. Sofri, secondo quanto appreso, dovrebbe occupare la stessa cella in cui e' stato rinchiuso durante il suo precedente periodo di detenzione: la numero 1, al primo piano del carcere Don Bosco di Pisa. Subito dopo l' ingresso nel carcere pisano, Sofri ha incontrato il direttore dell' istituto ed alcuni educatori che prestano servizio al Don Bosco. "Considero questa una ingiustizia cosi' enorme che non puo' essere commentata": e' la prima reazione di Adriano Sofri, peraltro calmo e sereno in apparenza, appena appresa dall' Ansa la notizia della sua condanna. "Nell'opinione generale immagino che la sentenza di oggi venga considerata una pietra tombale. Ma finche' avro' forza e lucidita' nessuna pietra tombale cadra' su di me. Perche' questa vicenda si chiuda dovro' non esserci piu' io. E forse neanche questo bastera".  Sono parole dette con pacatezza ma determinazione quelle che Adriano Sofri rivolge ai giornalisti accorsi a Tavarnuzze. Andare in cella, dice, "e' una tortura fisica". Ed e' con questo sentimento che si prepara a varcare la porta del carcere. Ci sara' ricorso in Cassazione? "Credo di si'. C'e' sempre un ricorso nella vita. Per me non esiste l' ultima parola in questa vicenda". Soprattutto, spiega, sulla presunta spontaneita' di Marino che Sofri ritiene di aver messo in crisi a proposito del ruolo che il senatore Bertone del Pci ebbe nella vicenda. "Da quel punto di vista ho stravinto il processo, ma i giudici non l' hanno pensata cosi"'. "Io continuero' a battermi, ma da un punto di vista piu' avanzato rispetto al passato", ripete ripercorrendo le fasi del "pentimento" di Marino. Per lui e' anche quella la nuova frontiera della sua asserita innocenza: "Quando ero piccolo ero gracile ed i ragazzi piu' grossi di me mi picchiavano e dicevano che avrebbero smesso se avessi detto 'mi arrendo'. Come allora io non mi arrendo". Un silenzio durato molti anni, da parte di alcuni protagonisti della complessa vicenda giudiziaria che lo vede oggi condannato nuovamente, ha reso credibile agli occhi dei giudici la versione data da Leonardo Marino e soprattutto la "spontaneita"' della sua confessione. Adriano Sofri non ha dubbi che i vertici nazionali del Pci nel 1988 ed i carabinieri sapessero bene come andarono le cose, ma per anni non lo abbiano detto. E cioe' che non fu Marino ad andare dai carabinieri a confessare, ma che furono i militari ad andare a cercarlo dopo che il pentito si confido' con l'ex senatore del Pci Flavio Bertone. Cio' di cui Sofri non sa darsi ragione e' perche' "le autorita' politiche ed i carabinieri abbiano taciuto questo fatto, consentendo di montare la tesi della spontaneita' di Marino e avviare la sua santificazione come unico vero pentito d'Italia". Sofri ricostruisce i passaggi, anzi la genesi del processo che oggi lo ha riportato in carcere, seduto ad un tavolo, attorniato dai giornalisti, sotto il portico della sua casa di Tavarnuzze, in attesa che i carabinieri vengano ad arrestarlo. "Ma in parte posso dire di averlo vinto, questo processo.  Perche' - spiega - e' ormai accertato che Marino, allora iscritto al Pci, ando' da Bertone. Anche l'avvocato Maris, l' avvocato di Marino, lo ha ammesso". Sofri, cosa accadde veramente? "Nel maggio 1988, circa un mese e mezzo prima della data da cui e' stato fatto risalire il suo pentimento, Marino racconto' a Bertone che aveva ucciso Calabresi e fece anche il mio nome. Era un boccone ghiotto, ma poteva essere anche avvelenato. Ecco perche' ritengo al di sopra ogni ragionevole dubbio che Bertone, oltre ai carabinieri, abbia informato anche i vertici del suo partito". Ed allora? "E' normale che Bertone lo abbia fatto. Cio' che mi pare grave e' che questo non sia stato detto per anni. Salvo poi ammetterlo molto tempo dopo e con una specie di rivendicazione, per cui Bertone avrebbe sostenuto la necessita' di non dire niente". Un silenzio che per Sofri avrebbe avuto come risultato la "costruzione" della sincerita' del pentimento di Marino: "Per questo invito i dirigenti del Pci di allora a dire come sono andate le cose". Chi potrebbe dirlo? "Credo che Bertone possa averne parlato ad esempio con il senatore Ugo Pecchioli, che era un po' il ministro degli interni del Pci. Ma, oltre a lui, che nel frattempo e' morto, credo che ci siano altri dirigenti che sanno qualcosa. Mi sembrerebbe strano, ad esempio, che non ne sapesse niente Violante, soprattutto per il suo passato nella lotta al terrorismo". Gli anni a cui si riferisce Sofri sono infatti quelli nei quali stretto era il rapporto tra Pci e gli apparti dello stato che combattevano il terrorismo. C'e' stato dunque un muro di omerta'? "No - risponde Sofri - direi piuttosto un muro di incomprensione. Per questo auspico che si dica come sono andate le cose, o almeno si ammetta che probabilmente sono andate come dico io: non e' vero che Marino ando' dai carabinieri, ma viceversa, e che la spontaneita' di Marino e' una balla". Perche' Marino lo avrebbe fatto? "Non sono un perquisitore di anime. Ma era in totale disperazione: e' andato a cercare qualche credito. Lo aveva fatto anche con me. Forse e' stato spinto dal risentimento. Ha parlato delle rapine e poi di Calabresi. Con la moglie hanno tentato cosi' di tirarsi fuori dalla loro situazione: visto come e' andata hanno fatto bene". C'e' quindi la politica sullo sfondo del processo? "Sono di sinistra per autocertificazione, ma non sono disponibile ad essere l'ultimo imputato dei processi di Mosca. Ho sempre rifiutato la politicizzazione del processo. Ma ho fallito e la condanna di oggi ne e' la prova. Cio' non toglie che io continui la battaglia, ma non intendo che la mia vicenda sia inghiottita dalla contesa politica. Ma e' evidente che nel processo sia entrata la politica: gli avvocati di parte civile erano gli stessi che al processo per Piazza Fontana chiesero la condanna di Valpreda e l'assoluzione di Giannettini. Siamo tutti vecchi in questa storia. E come i barboni ci portiamo dietro le scatole di cartone con le nostre cose". La grazia "e' un concetto diverso dalla giustizia e se noi facciamo ricorso in Cassazione si tratta di un percorso di giustizia che esclude quello della grazia". Cosi' ha risposto Adriano Sofri alla domanda di un giornalista sulla ipotesi di richiesta di grazia anche da parte degli amici dell' ex leader di Lotta Continua. Quindi lei non ha cambiato opinione sulla grazia? e' stato chiesto ancora a Sofri. "E' una delle poche cose su cui spero di non cambiare mai opinione", ha risposto. 

24 gennaio - "Come nel processo Andreotti l' accusa era tutta politica, cosi' in questo processo la difesa era soltanto politica". E' il commento di Odoardo Ascari, che insieme all' avv.  Ligotti che rappresenta la famiglia Calabresi, affidato in aula all' avv. Valeria De Biase, dopo la setenza di condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani. "Finalmente - ha concluso Ascari nel suo messaggio - la giurisdizione ordinaria ha avuto il sopravvento sulla giurisdizione alternativa. "Le prove esibite dalla difesa erano inidonee a travolgere il giudicato". Questo il commento alla sentenza del processo Calabresi da parte dell' avvocato generale dello Stato, Giampaolo Schiesaro. Quest' ultimo ha voluto comunque precisare che "il processo ha riguardato posizioni e responsabilita' individuali per un fatto preciso, l'omicidio di un commissario di Polizia: tutto cio' che sta al di fuori di questo e' materia che non riguarda il processo ma la storia". Alla domanda se era soddisfatto della sentenza, Schiesaro ha risposto: "Non e' una partita di calcio, prendiamo solo atto che sono state accolte le nostre richieste, anche sul piano patrimoniale, per la perdita di un funzionario di Polizia da parte dell' amministrazione dello Stato". "E' una sentenza sbagliata ricorreremo sicuramente in Cassazione". Alessandro Gamberini, che guida il collegio di difesa di Sofri, Bompressi e Pietrostefani ha commentato cosi' la sentenza di condanna nei confronti dei tre ex di Lc, annunciando anche che presentera' un ricorso contro l'esecutivita' della pena. "Non credo che in questa vicenda - ha proseguito l'avvocato - si possa scrivere una sentenza correttamente motivata ribadendo la condanna".
Secondo Gamberini, infatti, "il dubbio grave che pesa sulle dichiarazioni di Marino e' un dubbio ineludibile". Il difensore di Sofri, Bompressi e Pietrostefani ha escluso che quella emessa oggi possa essere definita una sentenza politica. "Non faccio politica - ha detto - dal punto di vista della politica giudiziaria e' una sentenza deludente, ma se si vuole parlare di sentenza politica nel senso di una decisione che si muove perche' guidata dal sistema politico, questo non e' credibile".  "Non credo - ha concluso - che la battaglia finisca qui".

24 gennaio - E' gia' stata presentata l'istanza di richiesta di sospensione della pena per ragioni di salute per Ovidio Bompressi. L'ha reso noto il suo difensore, Ezio Menzione al termine della decisione della Corte di confermare la condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani. La richiesta e' stata presentata al giudice di sorveglianza del tribunale di Massa che decidera' entro domani mattina. 

25 gennaio - Alessandro Mariotti, giudice di sorveglianza di Massa, ritiene inammissibili le due istanze presentate dalla difesa di Bompressi perche, ha spiegato lo stesso magistrato, si tratta di benefici applicabili a chi ha condanne definitive. Questo, ha aggiunto il magistrato, non e' il caso di Bompressi poiche' sono ancora aperti i termini per il ricorso in Cassazione (peraltro gia' annunciato dalla difesa dei tre ex di Lotta continua, ndr).  "Infatti - ha detto il giudice di sorveglianza - non ho rigettato le due istanze, quella di sospensione della pena per motivi di salute e quella di arresti domiciliari, ma le ho dichiarate inammissibili". 

25 gennaio - Leonardo Marino era stato in contatto con i carabinieri per almeno due mesi prima della sua confessione ufficiale avvenuta nel luglio 1988 sul del delitto Calabresi. E' quanto afferma in un' intervista pubblicata oggi dal "Tirreno" il parroco di Bocca di Magra, don Vincenzo Regolo. E' lo stesso parroco al quale Marino confesso' in chiesa le sue "verita"' sull' assassinio Calabresi nel maggio '88. "I carabinieri - afferma don Regolo - erano in contatto costante con Marino almeno da due mesi, forse di piu'. Parlavano con lui e lo aiutavano a parlare visto che la voce sul delitto era circolata a lungo in paese: ma quale segreto, prima di confessarlo a me Marino lo aveva detto all' amico e all' amico dell' amico". Il parroco rivela anche di appostamenti in borghese che i carabinieri avrebbero fatto nei pressi dell' abitazione di Marino a Bocca, dove gestisce un chiosco-creperie. La tesi del parroco e' che Marino avrebbe parlato con diverse persone del suo coinvolgimento nell' omicidio ("mezze parole, frasi sussurrate") e i carabinieri si sarebbero mossi: "Sono stato io a scoprire per caso - ha detto don Vincenzo - che lo stavano tenendo d' occhio". 

25 gennaio - Neppure dal carcere di Pisa Sofri rinuncia alla sua battaglia, rivelando nella sua rubrica che comparira' domani su 'Il Foglio' "la bugia o lo svarione" dell' avvocato Ligotti alla trasmissione 'Porta a Porta'. In Tv il legale aveva detto che non e' mai esistita la "sentenza suicida" che rovescio' l'assoluzione dei tre imputati. "Ligotti - scrive Sofri, come si legge in una anticipazione del quotidiano - ha spiegato che quella sentenza era stata oggetto di un'indagine bresciana, che per la prima volta nella storia i giudici popolari erano stati interrogati sul segreto della camera di consiglio, e che quella indagine senza precedenti si era conclusa con l'archiviazione. Falso.  L'indagine bresciana riguardo' un'altra sentenza, l'ultima, dopo che testimoni esterni e membri della giuria ebbero testimoniato di un pregiudizio del presidente, espresso prima del processo, e tramutato in pressioni durante il processo e al suo esito". Indagine conclusasi per Sofri "gravemente" con una richiesta di archiviazione, "benche' accompagnata da una deplorazione 'deontologica' del comportamento" del presidente da parte del Pm. Sofri ha osservato anche che l'arma dell' omicidio, proveniente secondo il pentito Marino da una rapina in armeria, come ha ricordato Ligotti, "sarebbe stata una bella prova" ma non esiste, come pure i proiettili, "persi o distrutti" come tutti i corpi di reato. 

26 gennaio - "Tornare in carcere per lui equivale ad una condanna a morte". Lo ha detto la moglie di Ovidio Bompressi, Giuliana, in un'intervista al Tg2, precisando subito pero' che suo marito "non ha alcuna intenzione di scappare", ma sta attendendo la decisione del magistrato di sorveglianza.  "Non si vuole sottrarre a nulla - ha detto ancora - ma d'altra parte l'unica volta che e' stato in carcere ne e' uscito in condizioni fisiche e psichiche disastrose". Giuliana Bompressi sta attendendo la nuova decisione del magistrato di sorveglianza con la speranza "che possa dargli almeno gli arresti domiciliari". E ad una domanda sul fatto che per la prima volta i tre ex compagni hanno scelto strade diverse, ha risposto: "Ognuno ha la sua vita, ognuno vive le cose sulla sua pelle e per Ovidio tornare in carcere equivarrebbe ad una condanna a morte". Non c'e' stata giustizia nei loro confronti, ha assicurato Giuliana: "Forse - ha detto - potevano leggere meglio nelle carte e vedere che le dichiarazioni di Marino e della sua compagna sono state una macchinazione contro di noi, e ci hanno rovinato la vita. Ormai sono 12 anni che facciamo una vita d'inferno...". E a chi li accusa di essere stati privilegiati, rispetto agli imputati normali, ha risposto "naturalmente se Adriano Sofri conosce molta gente e ha molti amici non e' certo una colpa". 

26 gennaio - L'avvocato di Ovidio Bompressi Ezio Menzione presenta al magistrato di sorveglianza di Massa la nuova istanza per chiedere la sospensione della pena per motivi di salute nei confronti dell'ex militante di Lc. La nuova richiesta e' stata presentata dopo la dichiarazione di inammissibilita' di ieri, dovuta, secondo la difesa, ad un equivoco. L' istanza presentata stamani dall' avvocato Menzione e' di revoca del provvedimento di inamissibilita' emesso ieri dal giudice di sorveglianza di Massa. "Ma mi auguro - ha detto il legale - che il giudice voglia entrare anche nel merito delle condizioni di salute di Bompressi e accogliere la richiesta di sospensione della pena.  Tra l' altro - ha aggiunto - si tratterebbe di un provvedimento di carattere provvisorio, perche' poi dovrebbe pronunciarsi nel merito il tribunale di sorveglianza di Genova". Il difensore di Bompressi ha anche ricordato che il giudice di sorveglianza di Massa, Alessandro Mariotti, conosce bene le condizioni di salute del suo assistito: "Ordino' una perizia, eseguita nel settembre scorso, che confermava la situazione di incompatibilita' con il regime carcerario. Poi la procedura - ha spiegato Menzione - si interruppe perche' nel frattempo sopravvenne la scarcerazione degli imputati per il processo di Venezia". Gia' ieri il legale non aveva escluso che Bompressi, irreperibile come Giorgio Pietrostefani, sia in attesa della decisione del giudice di Massa. Quanto all' ipotesi della grazia, ha poi detto rispondendo ad una domanda in proposito, "e' fuori luogo parlarne ora, perche' l' iter giudiziario non si e' ancora concluso".

26 gennaio - La competenza della procura generale di Milano per quanto riguarda le procedure di esecuzione della pena nei confronti di Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani e' stata confermata dal presidente della quarta sezione della corte d' assise d' appello di Venezia Silvio Giorgio. Secondo Giorgio, il principio della competenza della magistratura milanese riguardo all' esecuzione della pena - decisa con la sentenza emessa a suo tempo dalla corte d'assise d' appello di Milano - trova fondamento nel fatto che i giudici della revisione - la stessa quarta sezione veneziana - hanno qualche mese fa solo sospeso l' esecuzione della pena e al momento del rigetto dell' istanza di revisione "chiuso di fatto una parentesi e ripristinato  la situazione precedente".  Il magistrato ha sottolineato che,dopo la sentenza dei giorni scorsi, Venezia si e' spogliata della vicenda legata all' omicidio del commissario Calabresi che e' tornata di competenza milanese. Nessun commento invece sui contenuti della sentenza e sulle diverse prese di posizione a cui ha dato spazio.

27 gennaio - Il giudice di sorveglianza di Massa conferma l'inammissibilita' delle richieste di sospensione della pena e di arresti domiciliari per Ovidio Bompressi. Il provvedimento del giudice di sorveglianza di Massa, Alessandro Mariotti, ha detto il magistrato, e' "confermativo in toto del decreto di inammissibilita" da lui pronunciato martedi' nei confronti delle due istanze presentate dall' avvocato Ezio Menzione, difensore di Bompressi: una in cui si chiedeva la sospensione della pena, l' altra - in subordine - per gli arresti domiciliari dell' ex Lc, ora irreperibile come Giorgio Pietrostefani. Subito dopo il legale di Bompressi aveva presentato una istanza di revoca della inammissibilita' alla quale il magistrato ha risposto stasera con la conferma della sua precedente decisione. Il dottor Mariotti ha anche disposto l' invio degli atti relativi a quest' ultima istanza al tribunale di sorveglianza di Genova, competente per territorio, perche' vengano uniti a quelli da lui trasmessi martedi' insieme al decreto di inammissibilita'. Il giudice Mariotti aveva motivato l' inammissibilita' delle due istanze presentate subito dopo la sentenza di Venezia sostenendo che i benefici non erano applicabili a chi non ha condanne definitive. Questo, secondo il magistrato, non sarebbe il caso di Bompressi poiche' sono ancora aperti i termini per il ricorso in Cassazione contro la sentenza dei giudici veneziani. Una tesi contestata dai difensori di Bompressi, secondo i quali la sentenza di Venezia rende definitiva quella di condanna, e che il giudice di Massa ha invece oggi confermato. Il dottor Mariotti ha reso nota la sua decisione alle 21:30, poche ore prima che scadesse il suo mandato all' ufficio di sorveglianza di Massa. Da domani prendera' servizio all' analogo ufficio di Pisa: quello che nell' aprile del 1998 dispose la scarcerazione di Bompressi, allora detenuto nel carcere Don Bosco di Pisa, per motivi di salute. Il magistrato non ha voluto commentare la decisione di oggi rimandando alle motivazioni di essa contenute in una pagina e mezzo. Ovidio Bompressi non puo' accedere ai benefici della sospensione della pena o degli arresti domiciliari per motivi di salute perche' e' ancora imputato e non condannato definitivo. Sono queste le motivazioni con cui il giudice di sorveglianza di Massa, Alessandro Mariotti, ha confermato la sua decisione di due giorni fa con cui aveva dichiarato inammissibile tali istanze presentate dai difensori di Bompressi. Al contrario di quanto sostenuto da questi ultimi, scrive il giudice nelle motivazioni diffuse stasera, il titolo esecutivo della loro condanna "non puo' ritenersi irrevocabile, proprio perche', ai sensi dell' art.640 cpp, e' ancora possibile il ricorso in cassazione" contro la sentenza con cui e' stata rigettata l' istanza di revisione del processo, cioe' quella emessa dai giudici di Venezia. Con la decisione della Cassazione che disponeva la revisione del processo, spiega il magistrato, Bompressi ha "riacquistato la qualita' di imputato" che "si conserva in ogni stato e grado del processo, sino a che non sia soggetta ad impugnazione la sentenza di non luogo a procedere, sia divenuta irrevocabile la sentenza di proscioglimento o di condanna". "Il fatto che la corte d' appello di Venezia abbia dovuto disporre il ripristino dell' esecuzione della pena", secondo il giudice, "non e' ideoneo ad eliminare tale status di imputato", poiche' "l' esecutivita' di una sentenza non significa sempre di per se' l' irrevocabilita' della medesima". Infatti, aggiunge il giudice, "tutte le volte che l' ordinamento ha inteso attribuire la competenza al magistrato di sorveglianza in ordine a soggetti non definitivi, lo ha previsto espressamente, come nel caso in cui ha demandato al magistrato di sorveglianza il compito di disporre il trasferimento dell' imputato, dopo la condanna di primo grado, in luogo di cura esterno". Un caso, questo, tra quelli eccezionali "espressamente previsti", tra cui non rientra lo status di Bompressi, secondo il dottor Mariotti, e al di fuori dei quali "la competenza a provvedere del magistrato di sorveglianza concerne soltanto i condannati, da intendersi sempre come condannati definitivi, e non anche gli imputati per i quali non vi e' stata ancora sentenza o comunque la sentenza di condanna non e' divenuta irrevocabile". 

27 gennaio - Leonardo Marino, l' accusatore di Sofri, Bompressi e Pietrostefani, dovra' lasciare l' area dei giardini di Bocca di Magra dove da tempo si trova il suo camper attrezzato in cui sforna crepes. Il Comune di Ameglia gli ha fatto sapere che nei prossimi giorni inizieranno i lavori per la sistemazione dell' area verde che corre lungo il fiume e il suo camper dovra' far posto al cantiere della ditta. Difficilmente Marino, a lavori eseguiti, potra' risistemarsi nel punto in cui si trova ora, una collocazione commercialmente strategica proprio all' ingresso di Bocca di Magra. Il Comune ha infatti messo mano al piano del commercio ambulante che non prevede punti vendita in quell' area. In passato gia' una volta Marino era stato sollecitato dai vigili urbani a cercarsi un' altra sistemazione. Erano intervenuti i carabinieri e avevano convinto gli amministratori a lasciarlo in quella zona per "ragioni di sicurezza".

27 gennaio - E' stata trovata l' auto di Ovidio Bompressi. La sua Ford Fiesta era parcheggiata in via delle Mura Est, nelle immediate vicinanze del centro della citta' toscana. Bompressi avrebbe lasciato parcheggiata la sua auto nella tarda mattinata di lunedi', poco dopo aver conosciuto l'esito della sentenza dei giudici di Venezia, e, secondo quanto pubblicato oggi dal quotidiano 'La Nazione', polizia e carabinieri avrebbero discretamente atteso - ma con esito negativo - che qualcuno, forse lo stesso Bompressi, si recasse a riprenderla. Il ritrovamento dell'auto, a bordo della quale Bompressi si era allontanato da casa la mattina di lunedi', vicino al centro di Massa confermerebbe anche la sua presenza, nella tarda mattinata, in un bar cittadino. L' auto di Bompressi, parcheggiata nei pressi di un cartello di divieto di sosta, secondo alcuni muratori che lavorano nei pressi sarebbe stata parcheggiata in via delle Mura Est dopo le 17 di lunedi'.  Gli operai impegnati in un restauro edile, infatti, hanno detto stamani di aver notato la vettura solo martedi' mattina, dopo aver ripreso il lavoro interrotto il pomeriggio del giorno precedente alle 17, quando l' auto ancora non sarebbe stata notata da loro in via delle Mura. L' auto, targata Massa e intestata al padre di Ovidio Bompressi, tra l' altro, ha le gomme anteriore e posteriore destra - quelle del lato affiancato al muro che costeggia la strada - a terra e senza i tappini dei pneumatici.

31 gennaio - La Corte d'Appello di Venezia stabilisce che e' competente la magistratura milanese per l'esecuzione della pena e la magistratura di sorveglianza di Massa e Genova per la sospensione della pena stessa per motivi di salute nei confronti di Ovidio Bompressi, condannato a 22 anni di reclusione insieme ad Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani per l'omicidio del commissario Calabresi. E' quanto hanno disposto oggi pomeriggio i giudici della quarta sezione della Corte d'Appello veneziana che hanno esaminato l'istanza avanzata dalla difesa di Bompressi per un incidente di esecuzione riguardante la pena stessa. I giudici, che hanno deciso dopo circa un'ora di camera di consiglio, respingono in sostanza ogni ulteriore competenza riguardante la pena, spogliandosi da qualsiasi ulteriore provvedimento. Per la sospensione della pena a Bompressi, il collegio, secondo quanto si e' appreso, rimanderebbe in prima battuta al magistrato di sorveglianza di Massa, competente a decidere in via provvisoria, e in seconda battuta al tribunale di sorveglianza di Genova, competente invece in via definitiva. Tesi condivisa nel suo parere anche dal Pg Gabriele Ferrari che, secondo quanto si e' appreso, avrebbe accolto addirittura fino in fondo le motivazioni della difesa. Il rappresentante dell'accusa, infatti, avrebbe suggerito alla corte un codicillo al dispositivo della sentenza per dichiararla valida ma non efficace fino al pronunciamento definitivo del tribunale di sorveglianza di Genova, che aveva dichiarato il non doversi deliberare su una precedente istanza dopo la sospensione della pena decisa nell'ambito del processo di revisione. Nel frattempo, quindi, secondo il Pg Ferrari, dovrebbe rimanere in vigore la sospensione della pena decisa provvisoriamente dal magistrato di sorveglianza di Massa prima della revisione. 

1 febbraio - Il quotidiano "Il Foglio" pubblica una lettera che Giorgio Pietrostefani avrebbe mandato via Internet al direttore del quotidiano per esprimere la sua soddisfazione perche' Il Foglio, a seguito della sua segnalazione, si puo' ora trovare nelle edicole di Cortona.  "Purtroppo - scrive Pietrostefani - non potro' beneficiare di questa mutata disponibilita'". La lettera prosegue con "un breve saluto" per Sofri: "Ciao Adriano - scrive inoltre l'ex di Lotta Continua -. Al momento sto bene, per quanto a giocare a nascondino a cinquantasei anni finiti, con l'ipertensione arteriosa e una lieve cardiopatia, non sia il massimo". La missiva si chiude con i saluti. "Salutami tutti gli amici del Bosco. Un fraterno abbraccio. Pietro". Dubita dell'autenticita' del messaggio inviato via Internet al Foglio da Giorgio Pietrostefani il suo legale, Luigi Vanni. "Non ho nessun elemento per ritenerlo autentico", spiega e aggiunge: "ipotizzo anzi che non lo sia, perche' non contiene alcun elemento in grado di verificarne l'autenticita'". L'unico modo per sciogliere il dubbio, per Vanni, potrebbe essere quello di parlare con il direttore del Foglio, Giuliano Ferrara, visto che l'ex dirigente di Lc nella sua lettera fa riferimento ad un colloquio con Ferrara; "in ogni caso -conclude- non riesco proprio a immaginarmi questo signore mentre scrive una cosa del genere...".

2 febbraio - La difesa di Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi presenta in Cassazione un ricorso contro la decisione della Corte di Appello di Venezia di disporre, dopo aver rigettato la richiesta di revisione, l'arresto dei tre ex compagni di Lc. Nel ricorso, che se accolto avra' effetti immediati solo su Sofri, visto che Bompressi e Pietrostefani sono tuttora latitanti, l'avvocato Alessandro Gamberini sostiene che i giudici veneziani hanno male interpretato l'esecutivita' della carcerazione. In sostanza, essendo ancora possibile il ricorso in Cassazione, la sentenza della Corte d'Appello di Venezia non puo' essere considerata definitiva. Per la difesa di Sofri, Bompressi e Pietrostefani, la Corte d'appello di Venezia ha agito in maniera illegittima dando immediata esecuzione alla sentenza che il 24 gennaio scorso ha disposto il rigetto dell'istanza di revisione del processo per l'omicidio Calabresi. E i giudici veneziani hanno agito anche in maniera abnorme, 'usurpando' un potere che spettava all'ufficio del pubblico ministero e 'sovvertendo' cosi' l'ordine processuale. Illegittimita' ed abnormita' sono i due rilievi mossi contro l' operato dei giudici veneziani nelle 14 pagine del ricorso in Cassazione, firmate dagli avvocati Alessandro Gamberini, Luigi Vanni ed Ezio Menzione. La Corte d'appello di Venezia, secondo i difensori, "ha confuso il profilo 'dispositivo' con il profilo 'esecutivo' della sentenza di rigetto della richiesta di revisione". La decisione dei giudici veneziani, per i difensori, "non e' irrevocabile" in quanto impugnabile in Cassazione e quindi non puo' essere ritenuta esecutiva. Il dispositivo della sentenza, sintetizzano i legali, "non possiede i crismi normativi per essere qualificato ne' irrevocabile, ne' immediatamente esecutivo e, conseguentemente, il giudice di merito dando esecuzione immediata al dispositivo ora impugnato, e' incorso in una violazione di legge". Quanto all' 'abnormita" della decisione dei giudici veneziani, i difensori citano un' ampia giurisprudenza della Cassazione per sostenere che la Corte si e' attribuita poteri che non le competono. E gli avvocati citano come controprova il caso di Ovidio Bompressi e della richiesta dei difensori al giudice di sorveglianza di Massa di sospendere l' esecuzione della pena per motivi di salute. Se la Corte avesse agito in modo corretto - sostengono i difensori - la sospensione dell'esecuzione sarebbe stata possibile, mentre invece e' stato impedito "l'esercizio di attivita' difensiva, che non ha avuto modo di essere attivato stante proprio l' abnorme irritualita' del decisum della Corte d'appello di Venezia". 

1 marzo - La corte d' Assise d' Appello di Milano respinge l' incidente di esecuzione proposto dai difensori di Ovidio Bompressi per ripristinare la decisione a suo tempo presa dal giudice di sorveglianza di Massa che aveva disposto, per motivi di salute, il differimento dell'esecuzione della pena a 22 anni inflittagli per l' omicidio del commissario Calabresi. I giudici si sono adeguati alle conclusioni del sostituto procuratore generale Giovanni Pescarzoli, secondo il quale l' unica strada per poter prendere in esame la richiesta e' la costituzione di Bompressi. Al momento, perdurando lo stato di latitanza di Ovidio Bompressi, appare infatti materialmente impossibile disporre un accertamento medico per fare luce sulle sue attuali condizioni di salute.

3 marzo - Da oggi Ovidio Bompressi e' a tutti gli effetti un condannato latitante. Il tribunale di sorveglianza di Genova ha infatti respinto la domanda di differimento dell' esecuzione della pena proposta per l' ex militante di Lotta Continua, considerato l' esecutore materiale dell' omicidio del funzionario della questura milanese Luigi Calabresi e condannato a 22 anni di reclusione. Secondo quanto ha riferito il presidente del tribunale di soveglianza Lino Monteverde la domanda e' stata respinta "dopo un accurato e puntiglioso esame di tutta la documentazione medica". "Non e' stata ravvisata l' infermita' fisica che consente il differimento stesso" ha spiegato Monteverde.  I difensori di Ovidio Bompressi, Ezio Menzione e Alessandro Gamberini, avevano chiesto il differimento provvisorio per consentire un accertamento peritale sulle condizioni di salute del loro assistito, ma il tribunale di sorveglianza di Genova non lo ha ritenuto necessario e, in ogni caso, ha spiegato il presidente Lino Monteverde, "non si puo' disporre il differimento dell' esecuzione della pena se non esiste una grave infermita' fisica e non una patologia psichiatrica". "La patologia fisica - ha spiegato Monteverde - puo' anche dipendere da una patologia psichiatrica e, in effetti, nei provvedimenti precedenti dei magistrati di Firenze, Pisa e Massa, erano stati evidenziati disturbi fisici dipendenti da una patologia psichica. Per questo era giustificato il provvedimento di rinvio dell' esecuzione della pena". "Oggi - ha aggiunto - questo intreccio tra patologia psichica e fisica non esiste. Abbiamo esaminato la perizia eseguita nel settembre scorso che si fondava solo sulla patologia psichica e non l' abbiamo condivisa. Secondo noi quella perizia non corrisponde alla norma perche' evidenzia il pericolo di una patologia fisica, ma il pericolo non e' sufficiente". Si hanno notizie di Bompressi? e' stato chiesto a Monteverde. "Per ora - ha risposto - non ci e' pervenuto alcun segnale. Comunque ora abbiamo perso la competenza. La potremmmo riavere solo in caso di arresto o di costituzione in Liguria". 

7 marzo - Ovidio Bompressi si costituisce nel carcere di Pisa. Ovidio Bompressi e' arrivato in auto, una Rover, al carcere Don Bosco di Pisa alle 12,35 accompagnato solo dal suo legale, l' avvocato Ezio Menzione, che era alla guida. Pochi minuti prima la vettura si era fermata davanti alla questura di Pisa (che dista 200 metri dal Don Bosco) da dove e ' subito ripartita, scortata da due auto della Digos, una davanti ed una dietro. Dopo 20 minuti dall' ingresso di Bompressi nel penitenziario e' uscito l' avvocato Menzione. Pantaloni e giaccone scuri, con indosso gli occhiali da sole, Ovidio Bompressi e' rimasto per pochi secondi, appena uscito dall' auto del suo legale, fuori dal carcere prima che i cancelli del Don Bosco si chiudessero dietro di lui. Il piccolo corteo di auto, partito dalla vicina questura, e' stato fatto arrivare ad un ingresso laterale del carcere, lo stesso dal quale erano stati fatti uscire, il 24 agosto scorso, Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani, scarcerati in seguito alla decisione della corte d' appello di Venezia di accogliere la richiesta di revisione del processo per l' omicidio del commissario Luigi Calabresi. Ovidio Bompressi e' stato affidato "alle cure del direttore del centro clinico del carcere, professor Francesco Ceraudo". Lo ha detto il difensore dell'ex militante di Lc Ezio Menzione, che ha accompagnato Bompressi al carcere Don Bosco di Pisa. "Ho chiesto - ha proseguito il legale - che venga attentamente esaminato dal punto di vista medico". Un esame per chiedere una sospensione della pena per motivi di salute? "Intanto verra' esaminato, poi sulla base della eventuale certificazione del centro medico del carcere si potra' pensare a formulare richieste. Certo - ha aggiunto Menzione - la sospensione e' chiedibile". Il giudice di sorveglianza di Pisa eventualmente chiamato a pronunciarsi, tra l'altro, potrebbe essere ora il dottor Alessandro Mariotti, che svolgeva lo stesso incarico a Massa quando, il 25 gennaio scorso, si dichiaro' incompetente a decidere sulle istanze di sospensione della pena e di arresti domiciliari di Bompressi. "Ma questo - ha aggiunto Menzione - non significa che in questo caso possa nuovamente dichiarare la propria incompetenza". Ovidio Bompressi si trova recluso in una cella singola del carcere Don Bosco di Pisa, con tutta probabilita' la stessa in cui ha trascorso il precedente periodo di detenzione. Al suo arrivo nel penitenziario, Bompressi e' stato accolto dal direttore del carcere, Vittorio Cerri e quindi subito sottoposto a visita medica dal direttore del centro clinico del Don Bosco, Francesco Ceraudo, il quale si e' limitato a definire "molto delicata" la situazione di Bompressi che, tuttavia, non e' stato per ora ricoverato al centro clinico. Ulteriormente dimagrito rispetto a quando ha partecipato alle udienze del processo di Venezia, Bompressi e' apparso molto provato a chi lo ha visto nei primi momenti della sua nuova carcerazione. Secondo quanto appreso l' ex militante di Lc e' stato salutato con affetto dagli educatori e dai detenuti del Don Bosco. Nella sala degli educatori e' anche avvenuto il suo incontro con Adriano Sofri, in carcere a Pisa dal giorno stesso della sentenza della corte d' appello di Venezia. Ovidio Bompressi non si e' mai allontanato dall' Italia durante la sua latitanza. Lo ha detto stamani l' avvocato Ezio Menzione, poco dopo essere uscito dal carcere di Pisa dove ha accompagnato l' ex militante di Lc. Nessuna indiscrezione, tuttavia, circa il luogo dove e' rimasto nascosto. "Cio' che mi ha detto - ha aggiunto Menzione - e' che ha sofferto molto durante questo mese, quasi fosse meglio il carcere. Bompressi e' molto provato da questa attesa costellata da dinieghi nei confronti delle varie istanze che erano state presentate per la sospensione della pena". Il gesto di oggi, ha spiegato il legale, "e' la conseguenza del fatto che Bompressi non si e' mai voluto sottrarre alla pena. Ha soltanto atteso che vi fossero dei segnali positivi, che non sono giunti, dalle sedi giudiziarie interpellate". Adesso cosa accadra'? "Non e' escluso nulla - ha risposto il legale -; tutte le strade sono aperte, dai ricorsi, appena saranno depositate le motivazioni delle sentenze, ad una nuova richiesta di sospensione della pena per motivi di salute". 

7 marzo - La Francia non arrestera' Giorgio Pietrostefani. Da quanto si e' appreso in ambienti bene informati, la Francia avrebbe inserito nella rete informatica di Schengen quello che tecnicamente si chiama rifiuto di arresto, dimostrando cosi' di non essere intenzionata ad eseguire il mandato di cattura internazionale emesso dall'Italia nei confronti dell'ex militante di Lc. Pietrostefani e' latitante dal 24 gennaio scorso, quando la corte di Appello di Venezia lo ha condannato, insieme a Bompressi e Pietrostefani, per l'omicidio del commissario Calabresi. 

8 marzo - Adriano Sofri conferma che non chiedera' mai la grazia per se', ma si e' detto pronto a farlo per i suoi amici. "L'ho detto gia' tante volte che non chiedero' la grazia, ma sarei pronto a farlo per i miei amici e per le persone che a loro vogliono bene. Sarei pronto a fare qualsiasi cosa per liberarli". Per l'ex leader di Lotta continua, intervistato in carcere dall'Ansa, "a distanza di 12 anni, penso che sia tutto sprecato, cioe' a fondo perduto, che noi ci impegnassimo in una infernale resistenza in tre persone: ne basta uno - ha detto Sofri - e quello sono io. Perche' la vera pietra di inciampo della vicenda sono io, soprattutto io". Perche' sacrificarsi in tre se puo' farlo uno solo? A questa domanda Adriano Sofri, tornato da poco piu' di un mese nel carcere Don Bosco di Pisa, dove e' stato ieri raggiunto da Ovidio Bompressi, ha gia' una sua risposta: "Ne basta uno solo e quello sono io, perche' sono io l'unica vera pietra di inciampo in questa vicenda". Non aggiunge altro se gli si chiede una spiegazione. Significa che lei era il vero obiettivo del processo? Oppure che sente di dover farsi carico anche della pena dei suoi compagni?. "Solo quello che ho detto. Ripeto: sono io l'unica pietra di inciampo, soprattutto io". Bompressi e' rientrato in carcere ieri, ha chiuso la sua esperienza di latitante ed il suo legale non ha escluso la richiesta di grazia. Giorgio Pietrostefani latitante lo e' ancora. Lui, Sofri, invece, la grazia - dice - "non la chiedero' mai. Quante volte devo ripeterlo". "Ma - aggiunge - sarei pronto a chiederla per i miei amici, per le persone che a loro vogliono bene. Sarei pronto a fare qualsiasi cosa per liberarli". "A distanza di 12 anni - dice ancora Sofri - penso che sia tutto sprecato, che sia a fondo perduto, il fatto di impegnarsi in tre persone in questa resistenza infernale. Ne basta uno e quello sono io". Nella saletta dove da sempre si svolgono i colloqui con i giornalisti, Adriano Sofri arriva con un cardigan grigio (piu' grigi sono diventati in un mese anche i suoi capelli) e subito si mostra sorpreso: "Ma Ovidio non c'e'?". Anche per lui resta un piccolo giallo il ping-pong che per tutta la giornata c'e' stato sulla possibilita' che anche Bompressi, dopo il silenzio scelto ieri, potesse parlare. Lui, si dice, sarebbe d'accordo, ma mancano le autorizzazioni. Sofri accetta comunque di rispondere ad altre domande, oltre a quella sulla grazia. Si aspettava che Bompressi sarebbe tornato in carcere? "Ero sicuro che non sarebbe mai andato via". E come lo ha trovato dopo 43 giorni di latitanza? "Sta come uno che entra in un posto non avendo nessuna intenzione di starci. E' come se si fosse buttato in un pozzo di cui non si vede il fondo". E mentre lo dice Sofri sembra esprimere, anche oltre le parole, il malessere profondo che affligge Bompressi e che spesso ha fatto paragonare all'ormai ex latitante la cella alla morte. E Pietrostefani? Crede che possa anche lui tornare in carcere? "Spero di no. Lui ha gia' dato abbastanza". Piu' di Bompressi? "Ovidio ha gia' dato troppo. Il suo problema e' di non farlo morire qui dentro". Per Bompressi l'ex leader di Lotta continua ha parole di affetto che testimonia anche raccontando come e' stato accolto al suo ritorno in carcere: "Tutti gli vogliono bene, dai detenuti alla polizia penitenziaria", dice Sofri e ricorda che Bompressi, nel periodo vissuto lontano dal Don Bosco, ha continuato ad occuparsi sempre dei detenuti. Ma questo affetto servira' a farlo soffrire meno? L'unica risposta di Sofri e' un'occhiataccia. Quanto a lui, ormai ha ripreso gli stessi ritmi di vita che sperava di aver interrotto quando il 24 agosto dello scorso anno fu scarcerato in seguito ala decisione dei giudici di Venezia di aprire il processo di revisione, poi conclusosi con la conferma dela condanna a 22 anni. Scrive, legge, e piu' che a calcetto, dice, gioca a basket nelle ore d'aria. Ancora una domanda sulla grazia. Se veramente Bompressi la chiedesse, cio' significherebbe una implicita ammissione di colpa? "Una sciocchezza. Chi lo dice spoglia la stessa nozione di grazia nella sua essenza. E poi - conclude, prima che la porta metallica verde della saletta si chiuda - trovo del tutto intempestiva questa discussione sulla grazia". 

13 marzo - Ovidio Bompressi, in un' intervista al Tg2 nella quale ha ribadito la propria innocenza e ha raccontato di aver trascorso i giorni della latitanza vicino Massa, afferma che chiedera' la grazia e conferma che Pietrostefani si trova a Parigi. "Credo sia venuto per me il momento di ritirarmi da questa vicenda giudiziaria" ha detto Bompressi, che ha escluso che dietro la sua richiesta ci sia un'ammissione di responsabilita': nessuna volonta' di "pietire una qualche forma di clemenza - ha spiegato -, ma il desiderio di pormi sul terreno che mi appartiene di piu': la riconciliazione, i buoni sentimenti". Bompressi ha detto di aver visto Pietrostefani durante la latitanza: "so che e' a Parigi e sono convinto che ha fatto la scelta migliore per un padre che ha una bambina piccola". E ancora: sull'omicidio Calabresi l'ex esponente di Lc ha detto di ritenere possibile che sia maturato "nell' area della sinistra" e ha spiegato l"'accanimento" contro lui e i suoi compagni con "l' incrociarsi di prese di posizioni e poteri ufficiali e non ufficiali che hanno sicuramente influito molto, a partire dal presunto pentimento di Marino". 

14 marzo - Ovidio Bompressi, in una intervista ad una emittente tv pisana dice: "Rinuncio al ricorso in Cassazione proprio perche' sia chiara la mia intenzione di non procedere oltre. Voglio che, attraverso questa mia rinuncia di proseguire nella via giudiziaria, sia chiara l' intenzione di aprire con le persone e con il mondo una fase di dialogo piu' ampia e piu' improntata alla capacita' di comprendere". Bompressi ha invece annunciato che, attraverso il suo legale, presentera' la richiesta di sospensione della pena alla magistratura di sorveglianza, in considerazione delle sue condizioni di salute "che, qui dentro - ha detto - non possono che peggiorare". "Aspetteremo che i medici del carcere Don Bosco chiariscano quale e' la mia condizione di salute", ha aggiunto Bompressi nell' intervista che andra' in onda stasera alle 19:30 e della quale e' stata diffusa un' anticipazione. "Sul caso Calabresi credo che processualmente sia fatta chiarezza, ma evidentemente - ha aggiunto Bompressi riferendosi alla sentenza di Venezia - qualcuno piu' forte di noi ha voluto il contrario". Bompressi ha confermato di avere vissuto la sua latitanza nelle vicinanze di Massa e di essere stato contento del rientro della figlia dagli Usa, dove si trovava per motivi di studio, proprio il giorno prima della costituzione in carcere. Sui suoi rapporti con Adriano Sofri, anche lui recluso a Pisa, Bompressi ha detto che vede l' ex leader di Lc "tutti i giorni e - ha aggiunto - parliamo di tutto".

18 marzo - Il comune di Ameglia interrompe l' erogazione dell' acqua a Leonardo Marino. E' l' ennesimo episodio della "guerra" che da tempo vede opposti da una parte l' amministrazione comunale e dall' altra l' accusatore di Sofri, Bompressi e Pietrostefani il quale ha piazzato il chiosco, dove prepara le sue crepes, vicino ai giardini pubblici di Bocca di Magra. La controversia in questi anni s' e' arricchita di carte bollate, ordinanze e ricorsi, ma Marino non s' e' mai voluto spostare da quel luogo di passaggio che gli garantisce una numerosa clientela. "Ci sono molte persone che vengono da queste parti solo per scambiare quattro chiacchiere con me. La verita' e' che con il mio chiosco ho incrementato il turismo da queste parti" celia Marino quando e' di buon umore. Questa volta il Comune ha deciso di privarlo dell' acqua per costringerlo ad andarsene. Hanno scoperto che Marino utilizzava senza autorizzazione dell' acqua proveniente da una bocchetta per l' innaffiamento e l' hanno sigillata. 

27 marzo - Ovidio Bompressi e' ricoverato nel centro clinico del carcere Don Bosco di Pisa. Il ricovero - ha spiegato il suo legale, avvocato Ezio Menzione - era gia' stato programmato per la necessita' di compiere una serie di analisi, ma si e' reso ancora piu' urgente negli ultimi giorni dopo il peggioramento delle condizioni di salute di Bompressi che ha continuato a perdere peso, oltre a soffrire di insonnia. Da quando si e' costituito, il 7 marzo scorso, Ovidio Bompressi, che si alimenta solo con brodo vegetale e succhi di frutta, ha perso otto chili.  Anche la famiglia, a Massa, teme per la sua salute. Egli stesso, poco prima di costituirsi, aveva sostenuto, proclamandosi innocente, di aver tentato di evitare il carcere "per non  morire". Gia' allora aveva detto di stare "malissimo e non solo psicologicamente". 

29 marzo - Il giudice di sorveglianza di Pisa, Alessandro Mariotti, accoglie l' istanza di differimento della pena di Ovidio Bompressi, per motivi di salute, presentata ieri dai difensori dell' ex militante di Lc. Ovidio Bompressi ha lasciato il carcere di Pisa alle 13:45 circa. E' stato portato davanti al portone del Don Bosco su una sedia a rotelle e poi, a piedi, ma sorretto dal suo avvocato Ezio Menzione, ha varcato il cancello dell' istituto penitenziario, fuori dal quale lo attendevano giornalisti e fotografi. Visibilmente sofferente, vestito con una camica azzurra, pantaloni scuri ed un maglione blu e' quindi salito a bordo dell' auto dell' avvocato. Poche parole prima di chiudere lo sportello: "Il mio primo pensiero e' rivolto a quanti sono ancora chiusi qui dentro", ha detto Bompressi che, anche durante i periodi trascorsi fuori dal carcere, si e' sempre occupato dei detenuti. Ovidio Bompressi ha potuto salutare Adriano Sofri, stamani, nel centro clinico di Pisa, poco prima di lasciare il carcere dopo la decisione del giudice di sorveglianza. Secondo quanto si e' appreso, l' incontro e' avvenuto perche' Sofri e' ricorso alle cure mediche per un problema odontoiatrico ed ha potuto cosi' vedere l' amico ricoverato nel centro clinico, per il quale aveva espresso preoccupazione, giusto per il tempo di un saluto. Sofri, dopo la decisione del giudice di sorveglianza che riguarda Bompressi, resta ora il solo condannato ancora in carcere per l' omicidio Calabresi. Giorgio Pietrostefani e' infatti latitante, probabilmente in Francia. Lo stesso Sofri, che si era detto pronto a chiedere la grazia non per se' ma per i suoi due ex compagni, si era definito "la vera e unica pietra di inciampo in questa vicenda". Ovidio Bompressi chiedera' la grazia per se', ma auspica che un provvedimento di clemenza possa raggiungere non solo i suoi ex compagni di Lotta continua, Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani, ma anche gli ex neofascisti Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Bompressi, parlando con i giornalisti poco dopo aver lasciato il carcere di Pisa, si e' detto "completamente d' accordo" con quanto sostenuto da Giuliano Ferrara in una intervista pubblicata oggi sul "Giornale nuovo", dove il direttore del Foglio confida in un "gesto di coraggio" da parte del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi in vista del suo ottantesimo compleanno, indicando proprio i nomi, oltre che di Bompressi, Sofri e Pietrostefani, anche di Mambro, Fioravanti e Maurizio Ferrari, il primo Br arrestato nel 1974. "Non posso che auspicare una soluzione per Fioravanti, per Mambro - ha detto Bompressi - e per chiunque abbia pieno diritto a quello che puo' essere considerato un intervento in qualche modo riparatorio di anni e anni di molta sofferenza e di un percorso giudiziario assolutamente non privo di grandi incertezze e di grandi falsificazioni". "Mi attendo di essere restituito ad una vita che mi consenta di dedicarmi alle cose che mi stanno a cuore, aiutare chi soffre, chi sta male": lo ha detto Ovidio Bompressi, appena uscito dal carcere di Pisa. Bompressi, che ha dato l' impressione di parlare a fatica, ha anche confermato che non solo rinuncia all' appello in Cassazione, ma che, come aveva gia' annunciato, chiedera' la grazia. Dove andra' adesso? "Prima a Massa, a casa, e poi - ha risposto - in ospedale". Poi una parola anche sull' incontro con Sofri. E' vero che vi siete incontrati? "Certo, ci siamo augurati ogni bene". "Io non so chi ha ucciso Luigi Calabresi": Ovidio Bompressi, che, subito dopo essere uscito dal carcere Don Bosco di Pisa, ha incontrato i giornalisti nello studio del suo avvocato Ezio Menzione, non esclude tuttavia che l' omicidio possa essere maturato negli ambienti della sinistra extraparlamentare e neppure che si sia trattato di un complotto. Contro il commissario Luigi Calabresi "c'e' stata sicuramente una campagna di linciaggio, di istigazione all' odio, alla vendetta, cosa questa detta e ripetuta da noi, e da Sofri in particolare, in varie occasioni anche nel corso delle nostre dichiarazioni processuali. Pertanto - ha aggiunto Bompressi - non potevo e non posso escludere che il disegno, l' idea, il progetto di eliminare Calabresi possa essere sorto addirittura all' interno di quella che era la cosiddetta sinistra rivoluzionaria, l' area extraparlamentare di allora". "Pero' anche questo e' un punto che viene spesso manipolato, viene travisato", ha aggiunto riferendosi soprattutto alle accuse verso Lotta continua. "Ripeto la cosa che e' sempre stata detta e vuole essere solo una pacata considerazione su come una campagna che allora sicuramente instillo' sentimenti di rivalsa e vendetta per la morte di Pinelli, nei confronti del commissario Calabresi abbia potuto poi provocare manifestazioni e reazioni nell' area extraparlamentare che avrebbe potuto anche tradursi in chissa' quali fatti concreti". "Io - ha proseguito Bompressi - non so chi ha ucciso Calabresi. Dovremmo continuamente dire: mah, chissa', forse un complotto. Ma non e' il caso di parlare di complotti, anche se il giudizio storico su quegli anni purtroppo e' un giudizio assolutamente carente". "Riconciliazione" e' la parola piu' usata da Bompressi nell' incontro con i giornalisti: la stessa usata nei giorni scorsi per annunciare la sua richiesta di grazia. Quanto ai rapporti con Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani, Bompressi ha smentito che vi siano dissapori tra loro: "Siamo tre persone che perseguono la propria innocenza ognuno mettendo in campo cio' che di piu' intimo e personale ha, nelle piena padronanza dei propri convincimenti". Ha ribadito poi di aver scelto la strada che lo porti fuori da quell' iter giudiziario che avrebbe solo prodotto un "inaridimento interiore" e rappresentato l' impossibilita' di perseguire l' obiettivo che si e' dato: aiutare gli altri, soprattutto i detenuti. "La mia - dice riferendosi al periodo in cui si e' sottratto alla cattura - non e' stata una latitanza, perche' sostanzialmente ho agito nello spirito della legge. C'e' stato un rimpallo di responsabilita' - ha detto  - e chi doveva decidere non ha deciso". Sofri adesso e' solo in carcere, gli e' stato fatto notare. "No, Sofri non resta solo perche' il mio cuore e' con lui e con Pietrostefani"."La nostra campagna fu tremenda, vergognosa, un vero linciaggio che avrebbe potuto, purtroppo, anche provocare l' idea di uccidere Calabresi": cosi', intervistato dal T3, Ovidio Bompressi, ricostruisce il clima in cui avvenne, nel 1972, l' omicidio del commissario Calabresi. Il riconoscimento della violenza di linguaggio di quella campagna e' stato peraltro ammesso - ha ricordato lo stesso Bompressi - in piu' occasioni anche dallo stesso Adriano Sofri. Intanto l' attesa dei cronisti dalla casa di Bompressi a Massa, in via dei Cedri, e' stata vana. L' ex militante di Lc, fino al tardo pomeriggio, non si e' fatto vivo. Secondo alcune voci si sarebbe recato a salutare alcuni amici prima di farvi ritorno per poi, come ha lui stesso annunciato, andare in ospedale per curarsi. 

31 marzo - Ovidio Bompressi, dopo aver trascorso le prime 48 ore dalla sua scarcerazione in un nascondiglio sicuro, accompagnato dalla moglie Giuliana, va all' ospedale di Massa per sottoporsi ai primi controlli clinici ed alle analisi mediche, in attesa di poter iniziare speciali terapie come richiede il suo grave stato di salute. Gli esami proseguiranno domani e forse anche per i primi giorni della prossima settimana. 

1 aprile - Sono depositate le motivazioni della sentenza del processo di revisione per l'omicidio del commissario Calabresi che il 24 gennaio scorso ha portato alla conferma delle condanne a 22 anni di reclusione per gli ex dirigenti di Lotta Continua Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi. Il documento di 487 pagine, redatto dal giudice Antonio De Nicolo e controfirmato dal presidente della quarta sezione della Corte d'Appello, Silvio Giorgio, e' depositato con tre giorni di anticipo sui 70 indicati per la scadenza. "L'omicidio Calabresi e' incontestabilmente riconducibile a matrice terroristica". E un' affermazione perentoria quella della corte d'appello di Venezia sulla natura del delitto che apri' gli anni di piombo in Italia. "Il terrorismo - scrivono nelle motivazioni - che fu capace d'infliggere pesanti tributi di sangue e gravi vulnerazioni alla credibilita' dello Stato, deve dirsi debellato da parecchi anni; e non vi ha dubbio che un contributo decisivo alla sua sconfitta sia provenuto dai tanti collaboranti che, in crisi morale ed ideologica, hanno sconfessato il proprio passato ed hanno consentito una ricostruzione pressoche' integrale dei delitti commessi in quel periodo dalle varie organizzaizoni estremistiche allora in vita". "Ebbene - concludono i giudici - al di la' della propalazione di Marino, nessuno dei tanti pentiti o dissociati o dichiaranti germinati dalla suddetta crisi ideologica, prodighi di notizie su vicende ben piu' efferate, ha mai azzardato una spiegazione diversa per quel delitto, del quale non vi sono state ne' rivendicazioni postume ne' altre confessioni". Considerazione, quest'ultima, che i giudici formulano come "elemento di riflessione", senza che questo, aggiungono, significhi aver accordato a priori a Marino una patente di credibilita'. Leonardo Marino, il grande accusatore di Sofri, Pietrostefani e Bompressi, non e' ne' un "pappagallesco ripetitore delle notizie di stampa" dell' epoca"' ne' un "docile strumento dei carabinieri per dare sfogo a ipotesi accusatorie presagite ma non provate". Anzi, scrive la corte d'appello nelle motivazioni della sentenza del processo di revisione, nel caso dell'incidente d'auto subito prima del delitto, la sua credibilita' e' uscita "accresciuta". E non consentono di incrinarla, scrivono i giudici, "ne' lo stile di vita disordinato della coppia Marino-Bistolfi, ne' la saltuaria commissione di rapine a scopo di lucro da parte del collaborante, ne' il rapporto da lui tenuto con i Deichmann, ne' l'evasione fiscale da lui successivamente compiuta" come venditore ambulante di crepes. Se la credibilita' di Marino viene confermata o rafforzata, le prove nuove ne escono invece demolite. A partire da alcuni testi oculari del delitto come Luciano Gnappi, "vittima - scrive la corte - di una sorta di 'sindrome da supertestimone"' che lo ha portato a rivivere la vicenda "in versione spy-story". Per i giudici, inoltre, sussiste "una perfetta corrispondenza tra i caratteri somatici di Bompressi e tutti i riferimenti forniti da Gnappi". La corte esclude, nel pentimento di Marino, anche il possibile calcolo dei benefici giudiziari e il movente economico. Per quest' ultimo aspetto, la corte rileva che "Marino non ha mai inteso accreditare un'immagine di se' migliore di quella effettiva" e "sempre ha avuto il coraggio di ammettere pubblicamente che la propria decisione di confessare era figlia non solo del rimorso, ma anche della disperazione economica". E' caduta anche la prova del diario della Bistolfi ("sfogo onirico") e quindi l'ipotesi che la donna, considerata riscontro esterno a Marino, conoscesse anticipatamente la sua intenzione confessoria o che quella confessione fosse nata da una concertazione tra i due: una prova che, anche se dimostrata, secondo la corte, non avrebbe travolto o reso dubbio il giudicato. Quanto alle due perizie, quella automobilistica "si e' risolta in un inaspettato supporto tecnico privilegiato" alla versione di Marino, mentre quella balistica si e' rivelata "una prova senza esito alcuno" che ha pero' "sovvertito fin dalle fondamenta" l'assunto dell'istanza di revisione, mentre la ricostruzione dell'iter burocratico dei reperti smentisce "quell'illazione difensiva della dubbia provenienza dei proiettili".Infine la corte ritiene non provato l'alibi di Bompressi, che il vigile urbano Roberto Torre disse di aver visto brindare alla morte di Calabresi, al bar Eden di Massa, verso le 13 del giorno del delitto: per i giudici nulla prova che il ricordo si riferisca proprio a quella data e, in ogni caso, tre ore bastavano per arrivare da Milano. Il rigetto dell'istanza di revisione del processo Calabresi si fonda "sul fallimento di ciascuna prova nuova". E' uno dei passaggi conclusivi delle motivazioni della sentenza, che conferma l'attendibilita' del pentito Leonardo Marino. Secondo i giudici, "i risultati delle acquisizioni probatorie nuove - valutate sia da sole sia in unione con le prove con cui sussistevano interrelazioni, raccordi ed integrazioni - non consentono ne' il sovvertimento ne' l'indubbimento del giudicato: invero, l'ipotesi dell' inquinamento iniziale delle indagini si e' dissolta; l'alibi di Bompressi per il momento del delitto non sussiste; l' attendibilita' di Marino non viene incisa in negativo (ed anzi, da taluna prova nuova viene ulteriormente avvalorata); la sua credibilita', infine, e' rimasta intatta". Nelle conclusioni si legge inoltre che "i piu' pregnanti riscontri esterni ad effetto individualizzante - quelli cioe' che hanno consentito la trasformazione, ratificata dal giudice di legittimita', della chiamata di correo di Marino da 'elemento di prova' a 'prova' - non sono stati nemmeno sfiorati dal presente giudizio"; in particolare le motivazioni fanno riferimento, per Bompressi "al suo inserimento nella struttura illegale armata di 'Lotta continua', nonche' alla sua compatibilita' fisionomica con le rievocazioni dei testi oculari", e in particolare di Luciano Gnappi. Per Pietrostefani tali riscontri sono legati al "suo comportamento post delictum in relazione al soggiorno romano di Marino nonche' alla dichiarazione Bertone", il senatore che raccolse una confidenza di Marino. Per Sofri, infine, le motivazioni alludono "alla sua adesione al movente del delitto nonche' alla dichiarazione Bertone". Le motivazioni affrontano dapprima il fatto, con tutto l'iter processuale, e poi, in modo analitico, i vari capitoli di prova secondo un ordine tematico: le anomalie nella prima fase delle indagini, l'interesse economico di Marino e le sue nozioni giuridiche sulla normativa premiale per i pentiti, la mancanza di autonomia delle versioni di Marino e di sua moglie Antonia Bistolfi, la confutazione di alcune parti del racconto di Marino e dell'originalita' di alcuni passaggi, la diversa ricostruzione dell'azione omicidiaria anche attraverso le modalita' di un incidente stradale, la provenienza dei proiettili, la prova d'alibi di Bompressi. I giudici analizzano anche le prove ignorate dal giudicato, le prove non ammesse e l'esame dei tre imputati: nelle dichiarazioni di Bompressi e Pietrostefani, scrivono, "non v'e' alcun novum da commentare, ne' in se' ne' in unione con altre prove; quanto agli apporti probatori forniti da Sofri, la corte ne ha tenuto conto nei capitoli sui presunti interessi economici di Marino e sulla mancata autonomia tra la sua versione e quella di sua moglie. 

11 aprile - "Adriano Sofri, una battaglia senza fine": un'intera pagina del quotidiano "Le Monde" e' dedicata oggi all'ex leader di Lotta Continua che - scrive il  quotidiano - 'vuole provare la sua innocenza di fronte alla  giustizia italiana che, per spirito di corpo, rifiuta di  riconoscere i suoi errori'. Sofri 'non e' uomo che si scoraggia', ha 'perso gia' molte battaglie' ma 'quella che conduce oggi contro la giustizia del suo paese, la condurra' fino all'ultimo respiro'. 'Non ha cercato di scappare, come i suoi due compagni di sventura', Bompressi, ora libero per motivi di salute, e Pietrostefani 'che senza dubbio ha ritrovato il suo rifugio parigino, la dove viveva prima che si riaprisse questo caso giudiziario'. 'Dopo sette decisioni contraddittorie - scrive 'Le Monde' - la Corte d'Appello di Venezia ha concluso che non c'e' motivo di revisione, e cio' nonostante le innumerevoli lacune nelle accuse di Marino e l'incredibile dubbio che permane e che deve sempre risolversi a vantaggio dell'accusato'. La giustizia italiana 'crede di avere in mano i responsabili di un processo che ha insanguinato l'Italia e, per spirito di corpo, rifiuta di ammettere i suoi errori'. 

8 maggio - Al "Maurizio Costanzo show" Ovidio Bompressi chiede un'amnistia nell'anno del Giubileo che raggiunga l'obiettivo di alleggerire la situazione nelle carceri italiane "sia per i detenuti che per le guardie peniteniziarie" e di "riconsegnare alla vita" chi oggi e' dietro le sbarre per reati non gravi. Prima di lanciare la proposta, Bompressi ha "espresso la sua solidarieta' ai detenuti del carcere di San Sebastiano" e ha letto i numeri che "danno la vera dimensione della condizione carceraria": dei 54 mila detenuti, l'80% ha meno di 39 anni, 18 mila hanno una condanna con meno di 3 anni, 20 mila non hanno ancora subito una condanna definitiva, 15.500 sono in attesa del giudizio di primo grado e, di questi, 2 mila hanno gia' passato in carcere gia' 18 mesi. "Si tratta di numeri inammissibili per uno stato di diritto - ha detto ancora Bompressi - bisogna intervenire". 

12 maggio - Massimo d' Alema incontra Adriano Sofri nel carcere Don Bosco di Pisa. L' ex presidente del consiglio e' entrato nel penitenziario alle ore 10. D'Alema e' uscito dal carcere poco dopo le 13, dopo aver trascorso circa tre ore nel penitenziario. "Ho voluto visitare il Don Bosco - ha detto - anche per l'attualita' dei problemi del mondo carcerario e per rendermi conto di questa realta' che mi e' parsa positiva, anche per le sue limitate dimensioni". All'uscita, Massimo D' Alema non ha risposto alle domande dei cronisti.

16 maggio - Luigi Calabresi offri' una "singolare e forse eroica testimonianza cristiana e civile". Lo afferma in un lungo articolo sull'Osservatore romano il vescovo emerito di Arezzo, mons. Giovanni D'Ascenzi, ricordando i 28 anni dall'assassinio del commissario. Il vescovo ricorda i tempi in cui il futuro commissario frequentava la scuola superiore di polizia e al termine delle lezioni "raccoglieva cibo, vestiario, offerte, che la sera distribuiva alle famiglie povere delle borgate romane". E riferisce una serie di testimonianze, tra cui quella di Enzo Tortora, che dipingono il commissario come un ottimo cristiano, "un ragazzo di incredibile bonta' e rigore morale, di scrupolo e umanita'". Recentemente Giuseppe Pucci Cipriani, esponente del gruppo cattolico tradizionalista "Anti '89"  di Firenze, aveva avanzato la proposta della apertura di una causa di beatificazione per il commissario ucciso. 

17 maggio - Il sostituto procuratore generale di Venezia Gabriele Ferrari dichiara:"Da un punto di vista generale, non vedo alcun ostacolo per l'estradizione di Giorgio Pietrostefani". "Certo - spiega il magistrato, pubblico ministero nel processo di revisione - la nostra legislazione, come credo quella francese, distingue tra una strage indiscriminata, come quella di Peteano, e un omicidio, anche se di natura politica come quello di Calabresi, ma personalmente non vedo ostacoli all'estradizione di Pietrostefani". Per Ferrari, tuttavia, "la conditio sine qua non, e' che il provvedimento di custodia cautelare sia esteso anche all'estero: un provvedimento che adotta il ministero di grazia e giustizia su imput della procura generale di Milano, ma onestamente non so se sia stato emesso, anche perche' io non ho piu' alcuna competenza sul procedimento". 

18 maggio - E' depositato a Venezia il ricorso in Cassazione contro la sentenza del processo di revisione per l'omicidio del commissario Calabresi, il 17 maggio 1972. L'impugnazione e' stata avanzata dai due ex dirigenti di lotta Continua Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani, mentre il terzo imputato, Ovidio Bompressi, condannato come l'esecutore del delitto, vi ha rinunciato, come del resto aveva gia' annunciato. L'atto, di circa 270 pagine, e' stato consegnato alla cancelleria della quarta sezione della corte d'appello, la stessa che ha confermato la condanna a 22 anni di reclusione per Sofri, Pietrostefani e Bompressi e ad undici per il grande accusatore Leonardo Marino. Le motivazioni della sentenza, l'ottava della vicenda, erano state depositate il 31 marzo scorso ed oggi scade il termine per eventuali impugnazioni. Il ricorso per Sofri e Pietrostefani e' stato redatto dal collegio difensivo guidato dall'avvocato bolognese Alessandro Gamberini. Sara' ora la suprema corte a decidere se confermare la sentenza o se cassarla, riaprendo in quest'ultimo caso una tortuosa vicenda processuale che si trascina da oltre dieci anni per un delitto che risale a 28 anni fa. Il ricorso di Sofri e Pietrostefani si conclude con la richiesta di annullare sia la sentenza del processo di revisione, "rinviando ad altra corte d'appello perche' proceda ad un nuovo giudizio", sia la carcerazione disposta in sentenza con un provvedimento definito "abnorme". Una abnormita', secondo  la difesa, legata a due motivi: il primo consistente nel fatto che la sentenza, in quanto impugnabile in Cassazione, non puo' considerarsi irrevocabile ed immediatamente esecutiva; il secondo perche' un eventuale provvedimento di carcerazione sarebbe spettato al rappresentante dell'accusa, procedura che, se "correttamente incardinata", avrebbe consentito di evitare le complicazioni giuridiche nate poi dalla richiesta di sospensione della pena per motivi di salute avanzata da Bompressi. Secondo la difesa, "la corte d'appello di Venezia confessa candidamente di aver usurpato un potere-dovere che l'ordinamento affida ad altro organo giudizirio. Si sforza di far credere di non aver emesso un formale ordine di carcerazione: ma Adriano Sofri e' stato arrestato in forza dell'ordine da loro pronunciato. Tutto cio' - prosegue il ricorso - in nome del timore per gli inevitabioli ritardi burocratici l'inevitabile rimbalzo di competenze e di documenti processuali con la procura generale di Milano potrebbe generare". L'azione della corte, secondo il legale, sarebbe "espressione di una concezione giurisdizionale nella quale gli scopi che il giudice ritiene meritevoli di tutela, giustificano il travolgimento di un rigoroso rispetto delle regole che la disciplinano". Tra le richieste conclusive, anche quella della correzione di un errore materiale del capo di imputazione, che attribuisce ad Adriano Sofri "condotte diversamente riconducibili invece ad un fantomatico Luigi di Milano, che come e' noto non e' mai stato identificato". Condotte consistenti in attivita' di preparazione materiale e di fiancheggiamento in vista del delitto. Un errore formale che, secondo la difesa, "ha pero' una valenza simbolica sostanziale clamorosa". Violazioni di legge nella valutazione delle prova, vizi nelle modalita' della loro formazione, omissioni, illogicita' e contradditorieta' della motivazione, ma anche, da parte della corte, un "pregiudizio fortissimo" e "ostilita" nei confronti dell'istituto della revisione, fino a celebrare il dibattimento "obtorto collo".  Sono i punti salienti del ricorso di 266 pagine firmato dall' avv. Alessandro Gamberini, e depositato oggi, contro la sentenza della corte d'appello di Venezia che ha confermato le pene per l'omicidio Calabresi. Una delle tesi di fondo della difesa e' che la corte, pretendendo "di interpretare la richiesta di revisione col filo conduttore della teoria del complotto", abbia cosi' ribaltato a carico della difesa stessa l'onere delle prove, confondendo "il dubbio sulla responsabilita' penale dei ricorrenti con la prova dell' innocenza" e quindi dell' autocalunnia di Marino. Fino a riabbracciare, prosegue, "quel moralismo del pentimento che aveva permeato, contro ogni evidenza obiettiva, il giudicato di condanna". Eppure, aggiunge il legale, benche' il delitto, secondo Marino, avrebbe coinvolto nella sua preparazione e conoscenza moltissime persone, "non si e' trovato nel corso di 30 qualcuno in grado di dare conferma specifica alle sue parole", neppure oggi, "trascorso un termine prescrizionale ragionevole". Inoltre, secondo la difesa, la corte avrebbe sbagliato nel far partecipare al processo anche Marino come co-imputato, e non come teste, con conseguenze che si rifletterebbero sia sul regime delle sue dichiarazioni sia sulla possibilita' per sua moglie, Antonia Bistolfi, di avvalersi della facolta' di non rispondere. Per l'avv.  Gamberini, infatti, la revisione si applica solo a sentenze di condanna e non puo' essere estesa a sentenze di proscioglimento, come nel caso di Marino. Quanto alla Bistolfi, sempre secondo la difesa, la corte non avrebbe dovuto riconoscerle la facolta' di astenersi, condizionando cosi' "sia la formazione che la valutazione di alcune decisive prove nuove, nonche' la valutazione di prove gia' acquisite". I giudici, stando al ricorso, si sarebbero inoltre preoccupati di tutelare la privacy della donna - ritenuta riscontro esterno a Marino - e non il diritto di difesa e il principio del contradditorio. La parte centrale del ricorso passa in rassegna le singole prove evidenziando le presunze carenze dell'impianto logico-giuridico della motivazione e rimproverando alla corte di aver "sostituito alla valutazione unitaria degli indizi e delle prove una sorta di approccio contabile", travisando spesso l'oggetto della prova stessa o addirittura rivalutando paradossalmente alcune "menzogne" di Marino, come i contatti avuti con i carabinieri sin dal 2 luglio 1988. 

19 giugno - Ovidio Bompressi, durante una conferenza stampa organizzata dai radicali sulla situazione delle carceri, dice:“Non ho ancora presentato la domanda di grazia ma lo faro' al piu' presto”. Per quel che riguarda le proposte di amnistia e l'indulto, Bompressi si e' dichiarato “d'accordo con tutti i provvedimenti che possono ridurre la sofferenza nel carcere e restituire la liberta' alle persone ingiustamente condannate”. In riferimento alla sua personale vicenda giudiziaria ha rilevato:“e' conclusa: sono un condannato con giudizio definitivo che ha rinunciato al ricorso in Cassazione e attualmente sono in stato di detenzione domiciliare”. Quanto alla sua presenza accanto ai radicali, l'ex di Lotta continua ha detto che e' “del tutto occasionale, partecipo con chiunque voglia cambiare la situazione carceraria”.

19 giugno – A Parigi Giorgio Pietrostefani ha scritto “La tratta atlantica, genocidio e sortilegio”, pubblicato da Jaca Book nella collana “Saggi sul capitalismo”. Pietrostefani ha viaggiato e soggiornato a lungo all'estero, soprattutto in Africa nera e nei paesi arabi. Il libro ripercorre il commercio triangolare degli schiavi tra Africa, Americhe ed Europa nel corso di quattro secoli, fra il Cinqucento e l'Ottocento.

20 giugno – Polemiche per la presenza di Ovidio Bompressi al Senato per la conferenza stampa per illustrare l'iniziativa del “digiuno pubblico” a favore dell'amnistia. E’ presente anche Francesca mambro. Il presidente del Senato, Nicola Mancino, ha invitato i senatori ad “evitare comportamenti che possono nuocere all' immagine e al prestigio dell' istituzione parlamentare”. L' ufficio stampa di Palazzo Madama precisa che le conferenze stampa, cui e' solitamente destinata una sala al piano terra, sono promosse in piena autonomia dai gruppi parlamentari o dai singoli senatori, i quali si assumono direttamente una responsabilita' delle affermazioni rese e delle persone invitate a partecipare, senza che cio' possa coinvolgere minimamente il Senato della Repubblica”.

21 giugno - Ovidio Bompressi, allo stand allestito a Castel Sant'Angelo davanti all'ingresso della Fiera del Libro, dove da mezzogiorno e' cominciato il “digiuno di solidarieta' con i detenuti nelle carceri e per un provvedimento di amnistia-indulto” dice:“Non intendevo certo offendere, con la mia presenza, ieri, alla conferenza stampa in Senato, l' istituzione del Parlamento”. “La mia partecipazione all'iniziativa - ha detto Bompressi, commentando le polemiche scoppiate ieri dopo la conferenza stampa - era ed e' una testimonianza della condizione carceraria sulla quale si voleva e si vuole richiamare l'attenzione per l'approvazione di un provvedimento di indulto nel segno di quei valori di riconciliazione e di umanita' che sono anche il messaggio di questo Giubileo. Mi dispiace che qualcuno abbia usato pretestuosamente questa mia presenza e abbia voluto cosi' ignorare il senso profondo dell'iniziativa”. Proprio stamane Bompressi ha saputo che il tribunale di sorveglianza ha respinto la sua richiesta di poter partecipare fino a mezzanotte al digiuno a Castel Sant'Angelo. Bompressi puo' uscire alle 8 di mattina dalla sua abitazione romana in cui e' agli arresti domiciliarie, e deve rientrarvi alle 19. Francesca Mambro ha detto:“Sono da due anni impiegata dell' associazione 'Nessuno Tocchi Caino' che ha aderito al digiuno. Ieri ero alla conferenza stampa al Senato per lavoro. C' era tanta gente ieri, compreso l' intero ufficio stampa e il segretario dell' associazione '"Nessuno tocchi Caino' - ha detto - ma hanno notato solo me e Bompressi”. 

24 giugno - Pierre Vidal-Naquet, storico, direttore alla Scuola d'alti studi in scienze sociali, in un articolo pubblicato con grande evidenza in una pagina di commenti del quotidiano francese “Le Monde” si occupa di Adriano Dofri, lo “strano prigioniero”. “Come uscire da questa situazione? Come tirarlo fuori da quella prigione?” si chiede Vidal-Naquet, che si dice “vecchio dreyfusard”, cioe' sostenitore della causa del capitano Alfred Dreyfus, vittima di un errore giudiziario alla fine del XIX secolo, racconta una sua visita a Sofri, che prima non conosceva di persona, nel carcere di Pisa e trova affinita' tra il caso dell'ex leader di Lotta continua e l' 'affare Dreyfus'. Meravigliandosi delle circostanze della condanna “senza prove” di Sofri e della sua detenzione, Vidal-Naquet afferma:“E' chiaro che la detenzione di Sofri ha qualcosa d'assurdo”. E passa in rassegna le possibilita': un'amnistia per gli Anni di Piombo?, la revisione del processo?, la grazia?, un ricorso europeo? Un fatto e' certo, per lo storico: “Questa storia e' gia' durata troppo”. L'auspicio e' che il presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, accordi la grazia, anche se Sofri non gliela chiede. “E' quel che mi auguro; e' quel che siamo in molti ad augurarci, in Francia e in Italia, per Adriano Sofri”.

4 luglio - E' stata fissata per il 4 ottobre alla I sezione penale la data di udienza del ricorso presentato in Cassazione dai legali di Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani contro la sentenza con la quale la Corte di Appello di Venezia, lo scorso 24 gennaio, ha respinto la richiesta di revisione del processo per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi e disposto la carcerazione degli imputati condannati a 22 anni di carcere dalla Corte di Assise di Appello di Milano nel 1995. In particolare la difesa di Sofri - patrocinato da Alessandro Gamberini - ha presentato ricorso anche contro questa disposizione. Bompressi ha ritirato il suo ricorso alla Suprema Corte e ha preannunciato di voler chiedere la grazia al Presidente della Repubblica. 

7 luglio – Il  settimanale “L' Espresso”, in un articolo intitolato "Censure/il caso Bollati" sostiene che la morte di Mauro Rostagno non e' piu' solo un omicidio insoluto, una giallo giudiziario dai risvolti politici, ma anche un "caso editoriale". L’articolo spiega che l'editore Bollati aveva in catalogo per il mese d'aprile l'uscita di un romanzo ispirato alla vicenda, scritto da Aldo Ricci "ex sessantottino che vive da anni a New York dove lavora nel mondo del cinema". “Il tonto”, questo il titolo, non e' pero' mai arrivato in libreria ne' vi arrivera' piu' perche',  dice al settimanale l'addetta stampa della Bollati, "oltre ai problemi legali, abbiamo deciso di modificare la fisionomia della collana e il 'Tonto' non rientrava piu' nei nostri programmi". "Mi risulta che ci sia lo zampino di un noto lottatore continuo, molto influente e amico della proprietaria. Non ho ancora le prove e non posso farne il nome" ribatte, sempre sul settimanale, l'autore che ricorda come, prima della Bollati, diversi altri editori abbiano detto si' al romanzo per fare poi marcia indietro. A rendere indigesta la riscrittura del delitto Rostagno "alla solita lobby di Lotta Continua, la P2 del sessantotto", e' la tesi, ipotizzata anche dagli inquirenti ma naufragata, che Rostagno piu' che alla mafia desse fastidio ai suoi ex compagni perche' sapeva troppo dell'omicidio Calabresi.

12 luglio - Ovidio Bompressi presenta domanda di grazia alla presidenza della Repubblica, al  ministero di Grazia e Giustizia e alla magistratura di sorveglianza. L' avv.Sandro Gamberini, che ha assistito  Sofri, Bompressi e Pietrostefani nel processo di revisione commenta che ''la domanda di grazia non  significa in alcun modo che si dichiari colpevole, ne' esplicitamente, ne' implicitamente, ma e' l' affermazione coerente di uno stato d' animo e di una scelta che Bompressi ha espresso piu' volte dicendo che non se la sente piu' di combattere perche' vuole dedicare la propria vita agli altri.”. “Continuare a combattere assorbirebbe totalmente le sue purtroppo gia' scarse energie al punto da svuotarlo per la battaglia che invece vuol combattere  a favore dei piu' deboli - ha aggiunto Gamberini, per il quale la richiesta di grazia - e' un modo per svincolarsi da una vicenda che ha pesato enormemente anche sulla sua salute''. ''Mi sento il suo difensore anche in questa vicenda, a testimonianza del fatto che non c'e' alcuna divergenza - ha precisato - Mi ha mandato l' istanza, che ha scritto lui senza alcuna pretesa tecnica, e l' ha concordata anche con me oltre che con l' avv.Menzione''. 

13 luglio - In un'intervista al quotidiano "La Stampa" Ovidio Bompressi spiega i motivi della sua richiesta di grazia.

20 luglio - Mauro Pagani, il musicista che coordina le iniziative estive del Comune di Firenze nelle quali sono inserite le celebrazioni per i 700 anni della Divina Commedia, conferma che Adriano Sofri leggera' la Divina Commedia "per i dannati della terra", in piazza Signoria: i canti dovrebbero essere registrati nel carcere di Pisa dove Sofri e' recluso dopo la condanna per l' omicidio del commissario Luigi Calabresi. "L' invito a Sofri non ha niente a che fare con la sua colpevolezza o innocenza. La Divina Commedia parla di uomini che sono stati giudicati. Anche Sofri lo e' e sta espiando la sua pena e leggera' Dante per se' e per tutti i dannati della terra", ha detto Pagani aprendo il ciclo di letture dall' arengario di Palazzo Vecchio, inaugurato dalla voce di Arnoldo Foa' per i primi tre canti ed il quinto canto dell' Inferno. La lettura registrata di Sofri e' prevista per settembre.

23 agosto – Al Meeting dell' Amicizia di Rimini, Leonardo Marino racconta della propria adesione a Comunione e Liberazione. "I giornalisti mi hanno spesso detto come battuta che avevo fatto il salto da Lc a Cl. Io posso raccontarvi che quando facevo le riunioni di Lotta continua si parlava di odio, violenza, eliminazioni, botte, pestaggi; in Comunione e liberazione (frequento la comunita' di La Spezia) si parla di amore". "Il male che ho fatto – dice ancora Marino - non l' ho fatto solo a Calabresi e alla sua famiglia, l' ho fatto alla societa' perche' quell' omicidio e' stato preso ad esempio per altri fatti. Per questo ho chiesto perdono alla vedova e ai figli (ed e' stato un grande sollievo ottenerlo) ma dato che la societa' siete voi tutti chiedo perdono anche a voi". Marino ha detto di non temere per se: "Se ancora qualcuno avesse intenzione di compiere una ritorsione, la accetterei come spiazione delle mie colpe come ho accettato le ingiurie e gli insulti. Con cristiana rassegnazione". 

5 settembre - L' assessore alla cultura del Comune di Firenze Simone Siliani inoltra al ministero di Grazia e Giustizia la richiesta per una lettura dantesca di Adriano Sofri nell' ambito delle letture dantesche previste dal programma dell' estate fiorentina, con voce registrata e non dal vivo. Sofri, come del resto tutti gli altri invitati a tenere letture dantesche (Lella Costa, Giorgio Albertazzi, Dario Fo) scegliera' lui stesso il brano da leggere e la forma di presentazione, cioe' se corredata da un commento iniziale o se intervallata da brevi commenti durante la lettura. “L' ipotesi di una presenza dal vivo di Sofri non e' stata neanche presa in esame - ha detto Siliani - il suo rifiuto di qualsiasi trattamento privilegia