Almanacco dei misteri d' Italia


L' uccisione del commissario Calabresi
le notizie del 2001

(dove non e' citata un' altra fonte, la notizia e' tratta dall' agenzia Ansa)

12 gennaio – Il giudice milanese Guido Salvini, autore dell'inchiesta sulla strage di piazza Fontana, alla presentazione milanese del libro «Segreto di Stato» del presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino, rivela che il Sid negli anni '70 a Milano si era infiltrato nei vertici di Lotta Continua, arrivando a partecipare alle riunioni più riservate. I giornali ne parlano il 14 gennaio. Ecco l’ articolo pubblicato da “La Repubblica”.
“Nel 1971 tra i massimi dirigenti di Lotta Continua c'era un infiltrato del servizio segreto militare (che allora si chiamava Sid, Servizio informazioni difesa). Il suo nome in codice era "Lecco". Rivelava notizie su vicende molto delicate, delle quali si discuteva in gruppi ristretti. E' sua un'informativa che racconta d'una riunione, alla quale parteciparono sei persone, dove si ragionò su cosa fare nell'eventualità che Lotta Continua fosse stata messa fuori legge. A raccontare questa storia è stato, venerdì sera, a Milano, il giudice istruttore Guido Salvini, uno dei più profondi conoscitori delle vicende politiche degli anni '70. Salvini ha fondato il suo discorso su materiali originali, provenienti degli archivi del Sismi. Ma non si è limitato a un semplice resoconto: dopo aver fatto notare che un anno dopo quella riunione fu assassinato il commissario Luigi Calabresi, ha aggiunto: "Viene il dubbio che certe azioni siano state materialmente compiute dai militanti ma che alle spalle ci fossero interessi ben diversi". Il senso dell'affermazione di Salvini risulta più chiaro se si ha presente una storia rivelata da Repubblica poco più di un anno fa, quando stava per essere celebrato l'ennesimo processo contro Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani. Una storia che - come quella raccontata venerdì da Salvini durante la presentazione del libro di Giovanni Pellegrino, "Segreto di Stato" - emergeva da informative dei servizi segreti. Un confidente chiamato in codice "Dario" il 30 aprile del 1973 inviò all'Ufficio affari riservati del Viminale una nota dove raccontava che, pochi mesi prima di essere ucciso, il commissario Calabresi aveva scoperto un grosso traffico di armi tra la Germania e la Jugoslavia che passava attraverso Trieste. Parte di quelle armi, anziché giungere a destinazione, restava nelle mani dei neofascisti italiani. L'informativa di "Dario" alla fine del 1998 ha trovato un parziale riscontro: i familiari hanno infatti confermato che Calabresi, poco tempo prima di essere ucciso, aveva loro raccontato di aver individuato un grande deposito clandestino di armi nel Nord Italia. Se a questo si aggiungono le testimonianze (riprese da "Dario" nella stessa nota confidenziale) che raccontano di un Calabresi molto preoccupato, molto irritato col Viminale che l'aveva lasciato solo mentre Lotta Continua l'accusava d'essere stato il responsabile della morte dell'anarchico Pinelli, si capisce a quale ipotesi Salvini ha fatto riferimento: che il reale movente dell'assassinio di Calabresi sia stato un altro, o che comunque questo secondo movente abbia determinato l'isolamento del commissario, abbia in un certo senso consentito ai suoi assassini di agire senza troppi ostacoli. Nella sua nota confidenziale, la fonte "Lecco" fa sapere di essere stato uno dei sei partecipanti alla riunione, e fa anche il nome di un altro dei presenti: Giorgio Pietrostefani. Ma se - come ha sostenuto l'accusa del processo Sofri - i responsabili dell'omicidio vanno cercati all'interno di Lotta Continua, è possibile che un informatore di quel livello non avesse saputo niente dell'attentato? Appare improbabile. E, allora, delle due una: o, semplicemente (come sostiene la difesa di Sofri) l'omicidio Calabresi non fu deciso all'interno di Lotta Continua, o l'infiltrato (e i suoi committenti) decisero di "lasciar fare". Naturalmente c'è anche la possibilità che "Lecco" prima del 1972 avesse rotto i rapporti col Servizio, o che addirittura fosse (come ieri hanno ipotizzato alcuni degli ex dirigenti di Lc) un millantatore. Ma il tenore delle notizie che forniva, stando al resoconto che ne ha fatto Salvini, fa pensare a una fonte seria e credibile. Di certo, nel 1971, Lotta Continua rischiava veramente di essere messa fuori legge. Ed è anche certo (l'ha detto ieri uno degli ex leader di Lc, l'economista Guido Viale, e lo storico dell'eversione Aldo Giannuli conferma) che la organizzazione era abbondantemente infiltrata: "Dagli archivi del Viminale è emerso che c'erano venticinque informatori, ma si fermavano ai quadri intermedi. Escludo che ce ne fossero tra i dirigenti". "Eccessivo ma non completamente infondato" è, secondo un altro ex, il senatore Luigi Manconi, lo scenario disegnato da Salvini. Per Giuliano Pisapia, parlamentare e membro del collegio difensivo di Sofri, Bompressi e Pietrostefani, la presenza di un infiltrato nei vertici di Lc è "improbabile". In ogni caso, secondo Pisapia, è da escludere che un personaggio del genere possa aver influito sulle scelte politiche dell'organizzazione”. Ezio Menzione, avvocato difensore di Ovidio Bompressi , sostiene che la rivelazione di Salvini rende «ulteriormente poco credibile il racconto di Leonardo Marino». I deputati di An Enzo Fragalà e Alberto Simeone trovano «assai singolare che un magistrato di primo piano come Salvini commetta il grossolano errore di azzardare ipotesi dietrologiche e teoremi in base a un indizio di assoluta ovvietà quale quello dell'infiltrazione da parte dei servizi di elementi nei gruppi politici ed eversivi».

14 gennaio - In un'intervista alla «Sueddeutsche Zeitung» di Monaco di Baviera, il più diffuso quotidiano tedesco, Adriano Sofri difende Silvio Berlusconi dicendo: «La richiesta di giustizia, di resa dei conti e di punizione, che ha caratterizzato in passato la cultura politica italiana, era in parte giustificata, in parte però esagerata in senso giustizialista - sostiene Sofri - Ma era, soprattutto, anche un clima politico. Il tentativo di colpire Berlusconi sul piano giudiziario aveva un'intenzione politica. In questo senso non è adesso che comincia la politica, perchè essa è arrivata alla fine, e Berlusconi ha vinto. Il gioco è fatto». E l’ex leader di Lotta Continua alla domanda se ora, dopo che per anni la giustizia si è sostituita alla politica, quest'ultima non assuma il ruolo della giustizia risponde: «Sì, è successo esattamente questo, ma lo si sarebbe potuto evitare. Quando si tende troppo l'arco, non ci si deve meravigliare se questo si rovescia». Dopo aver ricordato che anche in Francia e in Germania si sono verificati problemi analoghi tra giustizia e politica, Sofri prosegue affermando che «da nessuna parte, fuorchè in Italia, una parte dei giudici e soprattutto dei procuratori si sono sentiti nella funzione della politica. Si è trattato di una situazione paradossale, che sarebbe impensabile in uno stato ben funzionante in tempo di pace: un dualismo del potere, che nella sua forma è noto abitualmente in epoche prerivoluzionarie, che sbocca poi nella rivoluzione o nella restaurazione, vale a dire con la vittoria di un potere o dell'altro». L’analisi di Sofri diventa generale tanto da arrivare ad affermare che in Italia in alcuni anni ci sono state addirittura due Capitali. «Per fortuna - continua Sofri – ciò si è svolto in Italia sotto forma di farsa e senza spargimento di sangue. Così che per un certo tempo abbiamo avuto due capitali: Roma, con il suo palazzo del Parlamento, e Milano, con il suo palazzo di giustizia. È evidente che i giudici e i procuratori non volevano scardinare il Parlamento, ma volevano controllarlo. Si presentavano davanti alletelecamere e dicevano: «Volete varare questa legge? Questa non è una legge buona e noi non la vogliamo. Io esagero, naturalmente. Ma la giustizia ha perduto l'occasione di tornare sulle sue posizioni, che permettono un rapporto equilibrato delle forze. Ciò ha condotto come reazione alla vittoria della politica e, in aggiunta, al fatto che oggi una normalizzazione della giustizia appare impossibile. La giustizia è battuta e l'Italia ha perduto».

16 gennaio - Il leader del movimento Diritti civili, Franco Corbelli, presenta una “formale richiesta di grazia” per Adriano Sofri al presidente della Repubblica Ciampi e al ministro della Giustizia Fassino. Secondo Corbelli, occorre infatti che il Paese “si mobiliti per porre fine a questa clamorosa ingiustizia e inaudita crudelta' e per salvare la vita di quest' uomo”. “Ho scritto – ha detto Corbelli - che Sofri, che si e' sempre proclamato innocente, merita il provvedimento di clemenza per il suo comportamento esemplare e per il suo grande impegno civile, libertario e umanitario. Aspetto adesso che il capo dello Stato e il Guardasigilli si pronuncino ufficialmente sulla mia richiesta di grazia”.

21 febbraio - Sofri conferma la sua intenzione di non chiedere la grazia e afferma, in una intervista al Tg3:"sono da piu' di quattro anni in una cella singola e ferrata, ed e' ragionevolmente prevedibile che io muoia dove sono, in uno sgabuzzino murato e ferrato". "Ripeto che non chiedero' mai la grazia - ha spiegato - io sono loro grato di qualunque cosa facciano o non facciano". Nell' intervista Sofri torna a giudicare "preconfezionato" il processo che lo porto'  un anno fa in carcere. "Vivo questa mia detenzione - ha aggiunto - con quella specie di intelligente felicita' con cui vive una talpa chiusa in una gabbietta".

22 febbraio - La vicepresidente del Senato, Ersilia Salvato, Ds, ricorda di aver fatto nell' ottobre 2000 formale istanza di grazia per Adriano Sofri al capo dello Stato, insieme ai senatori Elvio Fassone (Ds) e Francesca Scopelliti (Forza Italia) e chiede di valutarla "quanto prima". Secondo Salvato "bene ha fatto Giuliano Ferrara a richiamare la politica e le istituzioni alle loro responsabilita' sulla detenzione di Sofri, che si protrae ormai da quattro anni senza piu' rimedi giudiziari in vista". "Ci auguriamo - ha aggiunto - che l'istanza di grazia possa essere valutata quanto prima, anche in queste settimane e in questi mesi difficili, al di fuori di ogni contesa politica, avendo a cuore solo il ristabilimento di un elementare criterio di giustizia. Infatti, senza entrare nel merito della tortuosa e contestata vicenda processuale - ha aggiunto la Salvato - la detenzione di Adriano Sofri contrasta con qualsivoglia legittima giustificazione dell'esecuzione penale e quindi merita di essere finalmente conclusa".

9 marzo - Adriano Sofri, detenuto nel carcere di Pisa, e' apparso molto dimagrito e debilitato a chi gli ha fatto recentemente visita in carcere. Sofri mangia sicuramente meno, ma non si tratta di uno sciopero della fame. Sofri, secondo quanto appreso, avrebbe anzi commentato abbastanza infastidito gli articoli pubblicati su alcuni quotidiani circa il suo stato di salute, rilanciando allarme e preoccupazione che si susseguono da diverse settimane anche dopo la pubblicazione di alcune sue foto, scattate da Oliviero Toscani, sul Venerdi' di Repubblica.

17 marzo - "La Repubblica" pubblica un servizio su un informatore dei servizi segreti infiltrato in Lotta Continua all' inizio degli anni '70:
"LA PRIMA informativa della "fonte Como" reca la data del 16 dicembre del 1970. Riferisce del contenuto di una riunione che quel giorno si è tenuta a Milano nella sede di Lotta Continua di via Spallanzani. Il primo nome citato è quello di Giorgio Pietrostefani. Gli viene attribuito un intervento di sostegno all'ipotesi di dare a Lotta Continua una struttura clandestina nell'eventualità che l'organizzazione fosse stata sciolta. L'argomento era diventato di attualità perché alcuni giorni prima il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, aveva accennato alla possibilità di adottare un provvedimento del genere nei confronti dei gruppi più estremisti. L'ultima informativa è del 26 settembre 1972 ed è una sorta di storia dei Comitati unitari di base della Pirelli-Bicocca. Altre note confidenziali sono dedicate alle prime azioni delle Brigate rosse, al servizio d'ordine del Partito comunista, e anche a normali attività sindacali. Ma il "settore di attività" (come precisano le schede del controspionaggio che precedono ognuna delle note di "Como") è Lotta Continua. E proprio Giorgio Pietrostefani è il personaggio più citato. Al punto che in una informativa su un'altra riunione se ne segnala l'assenza. Il reclutamento della "fonte Como" viene comunicato alla fine del dicembre del 1970 dal comandante del centro di Milano, maggiore Giorgio Burlando, al capo dell'ufficio D, che ha sede a Roma, Federico Gasca Queirrazza (il predecessore di Gian Adelio Maletti). Questi, il 30 dicembre, informa la prima sezione del controspionaggio militare. Il "periodo di prova" si conclude nel febbraio del 1971. Da quel momento in poi "Como" (che da quanto scrive appare come un operaio sindacalizzato della Pirelli, probabilmente iscritto al Pci) è arruolato a tutti gli effetti. Non c'è traccia, nella documentazione inviata dal Sismi alla magistratura milanese, del momento in cui la collaborazione s'interrompe."
Ed ecco la parte principale del servizio:
"C'era una spia in Lotta Continua ma non parlò mai di Calabresi
GIOVANNI MARIA BELLU
MILANO - Tra il dicembre del 1970 e il settembre del 1972 - e cioè prima e dopo l'omicidio del commissario Luigi Calabresi - il servizio segreto militare dell'epoca, il Sid, disponeva di un affidabilissimo spione nel vertice milanese di Lotta Continua. "Como", questo era il suo nome in codice, partecipava a riunioni su argomenti molto delicati, conosceva leader come Giorgio Pietrostefani e Mauro Rostagno e tutti i dirigenti delle lotte operaie alla Pirelli-Bicocca dove, con tutta probabilità, lavorava. Un informatore preciso, un osservatore attento, capace di cogliere e segnalare tempestivamente l'intera attività della sinistra extraparlamentare: dai primi vagiti delle Brigate rosse alle azioni dei Comitati unitari di base. Un solo tema, curiosamente, è ignorato nelle ventisette informative che il Sismi ha inviato alla magistratura milanese, proprio quello più importante: l'omicidio Calabresi. Probabilmente è per questo che della fonte "Como" non c'è traccia in alcuna delle indagini sull'assassinio del commissario. Né in quelle degli anni '70, né in quelle svolte dopo l'arresto di Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani. Nemmeno nei fascicoli, ancora aperti, dell'inchiesta-stralcio condotta dal sostituto procuratore Massimo Meroni. Peccato, perché se "Como" fosse stato individuato e interrogato tempestivamente, avrebbe potuto dire cose molto interessanti. Oggi ne dice solo una, ma chiara e allarmante: sull'omicidio Calabresi sono state svolte inchieste scollegate, settoriali, e "a tesi": i nuovi elementi che contraddicevano la pista più "alla moda" in un certo momento storico, venivano - e a quanto pare vengono ancora - accantonati. E' questa, del resto, la ricetta classica che ha prodotto la pozione velenosa dei "misteri d'Italia". Ma in questo caso c'è un ingrediente in più, dal sapore speciale, resistente: s'avverte all'inizio degli anni '70 ma perdura, come un retrogusto sgradevole, fino alla fine degli anni '80, quando Leonardo Marino decide di pentirsi davanti ai carabinieri della "Pastrengo", gli stessi che - tramite il centro di controspionaggio di Milano - vent'anni prima avevano gestito la preziosa "fonte interna". Le informative hanno giaciuto fino al 1993 negli archivi romani del Sismi, il servizio segreto che nel 1977 ereditò l'intera produzione del Sid. Nel giugno di quell'anno, il giudice istruttore milanese Guido Salvini, (che stava indagando su vicende del tutto diverse: l'eversione neofascista) chiese alla direzione del servizio segreto la trasmissione di "tutto il materiale prodotto" da una serie di fonti riservate nelle quali si era imbattuto. Per il giudice era quasi una operazione di routine, resa possibile dall'ottimo rapporto di collaborazione instaurato col Sismi. Una operazione, a volte, improduttiva: le richieste, infatti, venivano avanzate "al buio", senza conoscere il settore di attività della fonte. E, nel verminaio di quegli anni, non era raro che le fonti sull'estrema destra incrociassero quelle sull'estrema sinistra. Quando il fascicolo "Como" arriva nel suo ufficio, Salvini s'accorge rapidamente che quel materiale non è utile alla sua inchiesta. Lo mette da parte. "Repubblica" ha recuperato l'intera produzione di "Como" e l'ha mostrata a una quindicina di persone: ex dirigenti di Lotta Continua (Giorgio Albonetti, Luigi Manconi, Sergio Saviori), ex leader operai della Pirelli-Bicocca (Mario Mosca, tra i tanti), ex brigatisti come Alberto Franceschini. Con varie sfumature, tutti hanno concordato sul fatto che le carte prodotte dalla fonte non possono essere il frutto di un lavoro a tavolino: quelle riunioni effettivamente si svolsero, le persone citate nei documenti (anche marginali, note in cerchie molto ristrette) in quegli anni facevano effettivamente parte dei gruppi di estrema sinistra. Raffaello De Mori, per esempio: anni dopo sarebbe stato indicato da Renato Curcio come una sorta di padre spirituale, "Como" lo individua fin dal 1971 come vicino alle Br. Tutti i testimoni dell'epoca sono rimasti piuttosto sorpresi per l'assenza di notizie sul caso Calabresi. L'unica traccia della vicenda è in poche righe di accompagnamento (datate settembre 1972) a due documenti del dibattito interno a Lotta Continua che "Como" fa avere al Servizio: "La fonte informa - annota l'agente incaricato di tenere i contatti - che le due relazioni non hanno trovato consensi in quanto non lascerebbero sufficiente spazio di manovra alle bande rivoluzionarie armate". "Como", come si vede, era ben tarato sui sintomi eversivi, però tace sul più grave tra i fatti di eversione accaduti nel corso della sua attività di spia. "Sarebbe molto strana - commenta il sostituto procuratore Massimo Meroni - la mancata attivazione di una fonte di tale livello in presenza di un evento tanto grave". L'uso del condizionale nasce dal fatto che il pm Meroni ha appena saputo dal cronista dell'esistenza di "Como". Se, come comunicò il Sismi a Salvini quando nel '93 accolse la richiesta di trasmissione, le ventisette informative sono veramente "tutta" la produzione, si deve immaginare che sia accaduto questo: il 19 maggio del 1972 viene ucciso il commissario Calabresi. Immediatamente i sospetti cadono su Lotta Continua (anzi, come oggi ricorda Libero Riccardelli, titolare delle prime indagini sul delitto, "erano proprio i carabinieri della 'Pastrengo' a spingere verso quella pista") ma il controspionaggio di Milano, cioè gli stessi carabinieri, non attiva la fonte Un comportamento inspiegabile. Ed è stato proprio Salvini a porre l'interrogativo più inquietante. L'ha fatto a metà dello scorso gennaio, durante il dibattito pubblico nel corso del quale parlò per la prima volta (ma rispetto a uno solo dei ventisette documenti e indicando un diverso nome in codice) di questo infiltrato: "Viene il dubbio - osservò - che certe azioni siano state materialmente compiute dai militanti ma che alle spalle ci fossero interessi ben diversi". In parole povere: secondo il giudice milanese, l'infiltrato non ha detto nulla del delitto perché sapeva che il Servizio non era contrario a che fosse commesso. Un agente provocatore. D'altra parte "Como", in una delle informative, riferisce di essersi comportato come tale: "Io appoggio la mozione", fa sapere a proposito dell'intervento di un delegato di Bologna che aveva sostenuto la necessità che L.C. entrasse in clandestinità. L'ipotesi di un movente istituzionale nell'omicidio Calabresi non è nuova. E' una delle piste eterne, che ciclicamente ritornano, e che mai sono state seriamente coltivate. Di certo, dopo tanto tempo, le carte prodotte da "Como" non sono sufficienti ad accreditarla. La brusca interruzione della sequenza delle informative può essere spiegata in modo più banale: che il Sismi (tradendo la "lealtà" di cui Salvini dà atto nelle prime pagine della sua sentenza-ordinanza contro i neofascisti) abbia tenuto per sè una parte della documentazione. Questo proprio quando, dall'inchiesta sui neofascisti milanesi, emergevano nuovi elementi sulle deviazioni della "Pastrengo" negli anni '70. Un'omissione dolosa o un errore? Chissà. Che la produzione di un infiltrato nel vertice di Lotta Continua potesse avere qualche importanza nelle indagini sull'omicidio Calabresi, non poteva sfuggire né al Sismi né ai carabinieri. Se non altro perché il generale Umberto Bonaventura, l'uomo che nel 1988 raccolse la confessione di Leonardo Marino, entrò nella "Pastrengo" nel marzo del 1972, quando "Como" era ancora in attività. Ed era al Sismi di Roma quando le carte dell'informatore furono inviate alla magistratura. C'è una sola persona che può chiarire il mistero, ed è lo stesso "Como". "Ma - dice il sostituto Meroni - quella per l'omicidio Calabresi non è una indagine su un reato di strage, perciò il Sismi, se chiedessi di rivelare l'identità della fonte, potrebbe validamente opporre il segreto di Stato". Forse val la pena di tentare comunque: l' opposizione del segreto di Stato sull'identità della fonte "Como" sarebbe già una risposta.

2 giugno - Il neodeputato Franco Grillini, presidente nazionale onorario di Arcigay, appena uscito dal carcere di Pisa dove ha visitato Adriano Sofri e gli altri detenuti del "Don Bosco", dice: "Voglio costituire un gruppo bipartisan per risolvere la questione della detenzione di Adriano Sofri e con atto unilaterale chiedero' che Ciampi con un atto unilaterale conceda la grazia". "Adriano - ha detto Grillini - e' molto magro e molto provato. Dice che sta bene, fin quando resistera'. Ma ha ragione quando afferma che chi va a trovare Sofri resta piu' provato di lui". Grillini ha comunque ribadito che e' sua intenzione chiedere al presidente della Repubblica la grazia "come atto unilaterale. Sofri mi ha detto che non crede che gli verra' concessa, ma io non gli ho chiesto se la vorra' accettare". Grillini ha poi ribadito la convinzione "dell' innocenza di Sofri. Io appartengo a quella storia e quindi so, come tutti quelli che vengono da quell' esperienza, che Adriano e' innocente. La pena che deve scontare e' una pena di morte e lo e' anche per coloro che negli anni '70 con onesta' e buonafede hanno combattutto senza commettere reati per le idee. Non e' possibile criminalizzare tutti noi". "Fare una battaglia per Adriano Sofri vuol dire battersi per tutti noi" ha concluso, annunciando l' organizzazione del primo "Sofri pride" da proporre in parlamento. Tra il neodeputato e Adriano Sofri c' e' stato un lungo colloquio: l' ex leader di Lotta Continua aveva appena terminato una partitella di calcio, dove tra l' altro ha segnato tre gol.

2 agosto - Il supplemento "Sette" del "Corriere della sera" pubblica un servizio dal titolo "I voltagabbana" in cui Claudio Sabelli Fioretti intervista Giampiero Mughini. Ad una domanda sulla vicenda giudiziaria di Sofri, Mughini risponde:"Io conosco Adriano da 30 anni e sono uno dei massimi specialisti di Adriano non essendo stato ne' suddito ne' fan ne' nemico. Molti fan di adesso sono dei poveretti. Adriano in quegli anni li' non era cosi' soave come e' adesso" e continua "Lotta Continua non era una congrega di gentiluomini. Alcuni commando facevano le rapine".
Cosa pensi dell' omicidio Calabresi ?
"Penso che un commando di Lc abbia ucciso Calabresi".
Pensi anche che qualcuno avesse dato un ordine ?
"No".
Che qualcuno sappia ?
"Ci sono dieci italiani che sanno chi ha ucciso Calabresi".
Sofri sa ?
"Questo e' un punto doloroso. Una volta mi disse:'se qualcuno mi dice che io so chi ha assassinato Calabresi io rompo i rapporti con lui'".
Tu cosa pensi ?
"Se tu fossi Dio e mi chiedessi:'E' piu' probabile che Sofri sappia o non sappia ?' io ti direi che e' piu' probabile che sappia".

In un box interno all' articolo Paolo Liguori commenta:"Non sono d'accordo. Da sempre sono convinto che Lc non c' entri. Non so chi abbia ucciso Calabresi, ma sono certo che Sofri e Pietrostefani non c' entrino nulla". Di opinione diversa invece Claudio Rinaldi:"Sono sostanzialmente d' accordo che sia stato un commando di Lc a compiere l' omicidio anche se non ne ho le prove. Lo penso perche' gli articoli pubblicati dal loro giornale avevano il tenore di una rivendicazione. Invece non sono del tutto d' accordo che Sofri sappia chi e' stato. Credo che tutti quelli che sono in carcere siano innocenti, Marino compreso".

6 agosto – Nella intervista settimanale dai microfoni di Radio Radicale, Marco Pannella chiede: "Perche' il ministero di Grazia e Giustizia e il Quirinale non rispondono sulla domanda di grazia di Ovidio Bompressi?" "Mi risulta che da un anno e mezzo Ovidio Bompressi l'abbia fatta - rileva Pannella. - I ministri Diliberto e Fassino, hanno avuto al ministero la domanda di grazia fatta al Presidente della Repubblica. La grazia a Bompressi si giustifica pienissimamente avendo la non opposizione della parte civile. E io voglio sapere perche' questa domanda non viene accolta o respinta. Credo che sia una responsabilita' della Presidenza della Repubblica. E ritengo che possa evocare molto probabilmente una specie di ostruzione fatta dal ministero di Grazia e Giustizia con Diliberto o Fassino". Pannella annuncia poi che si rechera' personalmente di fronte al Ministero, in via Arenula se entro dieci giorni nessuno gli avra' dato una risposta in merito. "Se per il 18 non abbiamo soddisfacenti chiarificazioni - ha detto Pannella - saremo li' a chiedere conto delle ragioni. E dal 20 davanti al Quirinale".

8 agosto - "Il Corriere della Sera"
Mughini, Sofri e la verità su Calabresi L'ira degli ex di Lc: Adriano non sapeva
"Nei bassifondi non mi metto" dice Enrico Deaglio, direttore del Diario ; "Non rinnego la mia amicizia per Mughini ma quel che ha detto è un sottoprodotto", scuote la testa Marco Boato, parlamentare verde. E se la giornalista Franca Fossati accusa Mughini di fare "cinismo estivo" e gli ricorda che "il salotto sulla vita della gente non si fa", Gad Lerner, direttore del futuro Tg de La 7 , ritiene il suo intervento "un gioco d'agosto che acutizza sofferenze". Gli ex illustri di Lotta continua insorgono uniti alle parole di Giampiero Mughini, che su Sette aveva sostenuto sul delitto Calabresi: "Penso l'abbia ucciso un commando di Lc". E ancora: se Dio mi chiedesse se è più probabile che Sofri sappia o no risponderei "è più probabile che sappia". Ieri è intervenuto anche lui, l'ex leader di Lc Adriano Sofri. Dal carcere di Pisa dove sta scontando una condanna a 22 anni come mandante di quell'omicidio, ha scritto al Foglio che "Mughini è libero di dire la sua" e così l'ex direttore dell' Espresso Claudio Rinaldi che "oggi è "perplesso" sulla portata del mio mandato di omicidio in un colloquio che non è mai avvenuto". L'"imputato" Mughini non fa una piega e torna a gridare il suo no di fronte al "dogma della verginità della Madonna-Lotta continua". Poi fa una domanda: "Come mai in 20 anni non c'è una testimonianza, una lettera anonima che indichi un ambiente diverso da quello di Lc mentre conosciamo nomi e particolari degli omicidi Br?". Ribadisce la richiesta di grazia per Sofri e la convinzione che non abbia mai detto "a Marino "vai e uccidi"". Una cosa sola spera di aver chiarito: "Quelle mie e di Rinaldi non sono opinioni isolate in un mondo di innocentisti. Il fronte innocentista è porzione minoritaria della società intellettuale".
E. Ca.

8 agosto - Il ministro della Giustizia Roberto Castelli ha respinto la domanda di grazia per Ovidio Bompressi e ha quindi stabilito di non inoltrare la richiesta al presidente della Repubblica. “Ho ritenuto di non dare corso alla domanda di grazia per Bompressi - spiega Castelli - sulla base del parere negativo espresso dal magistrato di sorveglianza di Massa e dalla Procura generale di Milano. Ma non solo: ho ritenuto inopportuno, in un momento come questo, in cui le forze dell' ordine sono criminalizzate in modo indiscriminato per quanto accaduto nel corso del G8, proporre la grazia per chi e' stato giudicato colpevole, dopo ben 7 gradi di giudizio, di concorso in omicidio ai danni di un commissario di polizia". La richiesta di grazia per Ovidio Bompressi era stata presentata il 12 luglio dello scorso anno. Dopo l'acquisizione dei pareri da parte dei magistrati competenti due mesi fa il precedente ministro della Giustizia Piero Fassino aveva deciso, al termine della legislatura, di rinviare la decisione al suo successore. Il nuovo ministro, Roberto Castelli, esaminata la questione, ha deciso di non procedere con la presentazione della domanda di grazia al Capo dello Stato". Il difensore di Ovidio Bompressi, avv. Ezio Menzione, definisce la decisione di Castelli "pretestuosa e meschina" e commenta che in questo modo il governo ha fatto si' che il Quirinale "non esercitasse un suo diritto-potere". Menzione ha affermato di aver sentito telefonicamente Bompressi subito dopo che la notizia e' stata divulgata. Era "molto amereggiato - ha detto - rispetto ad una domanda di grazia che voleva essere anche di riconciliazione". "Trovo pretestuoso e meschino - ha affermato ancora - prendere i fatti di oggi, dopo gli avvenimenti del G8 di Genova, a metro di misura per un atto di clemenza relativo a fatti di 29 anni fa". Inoltre, ha aggiunto, la domanda di Bompressi era "tutta incentrata sulla necessita' di interrompere lo scontro politico durato un trentennio e andare ad una riconciliazione". In questo modo invece, secondo il legale, lo scontro "viene rinfocolato proprio dal Guardasigilli".Secondo Manzione, inoltre, la presa di posizione del ministro Castelli e' "quanto mai anormale": "non accade mai - afferma l'avvocato - che sia il ministro della Giustizia a dare risposta negativa, a meno che la pratica non sia male istruita". Il legale di Bompressi ha quindi precisato che "non e' vero che il magistrato di sorveglianza di Massa abbia dato parere negativo. Il parere - ha detto - era positivo da parte di tutti, eccetto che da parte della Procura generale di Milano e in particolare di Borrelli che, nel 1988, era procuratore capo del Tribunale e aveva pienamente sposato la tesi accusatoria". Inoltre, ha concluso, "nulla si dice del fatto che la famiglia della vittima avesse invece dato parere positivo per la grazia". Giuliano ferrara, direttore del “Foglio”, in un editoriale sul numero di domani, che viene anticipato alle agenzie, scrive che "C'e' un pensiero unico dei governi di ogni colore sul caso giudiziario piu' drammatico della storia repubblicana". "Certo che e' difficile e controcorrente - scrive Ferrara - istruire la pratica per la Grazia di Stato a Ovidio Bompressi, che l'ha chiesta (e a Adriano Sofri, che non l'ha chiesta). Piu' facile voltarsi dall'altra parte e insabbiare le carte per un anno intero, come ha fatto il Guardasigilli diessino Piero Fassino. Piu' facile dire un bel 'no' tondo tondo e motivarlo pretestuosamente con il malessere della polizia dopo i fatti di Genova, come ha fatto il ministro di Grazia e Giustizia del centro destra Roberto Castelli. C'e' un pensiero unico dei governi di ogni colore sul caso giudiziario piu' drammatico della storia repubblicana. E' un pensiero unico - continua Ferrara - fatto di rancore, di subalternita' alle fazioni piu' estreme di un'opinione pubblica carica di pregiudizio, un inchino al lobbysmo potente di corpi dello Stato e di magistrature che questi liberali di pronta beva osano sfidare solo quando si occupano dei fatti loro. Sono tutti d'accordo, da Silvio Berlusconi in giu', da Carlo Azeglio Ciampi in giu', da Luciano Violante in giu', e tutti subalterni alla vulgata secondo cui la Grazia sarebbe un ulteriore, inammissibile, grado di giudizio; sono tutti preoccupati per il tipo di messaggio che arriverebbe al paese da un provvedimento di questo genere. Chissenefrega - sostiene ancora - se l'incensato Indro Montanelli aveva chiesto la liberta' per i condannati del processo Calabresi, chissenefrega se l'aveva chiesta Vittorio Foa, chissenefrega se in Europa e' in moto una corrente d'opinione equilibrata, informata, puntigliosa e priva di superbia che accetta il verdetto dei tribunali ma preme perche' lo Stato sovrano eserciti il suo legittimo potere di Grazia in nome di ragioni forti. Il fatto che lo Stato possa non gia' smentire le sentenze, definitive come poche dopo essere state sottoposte a revisione, ma risolvere il problema che le sentenze non potevano risolvere non li sfiora. Vanno dritti per la loro strada, i governi della Repubblica e il suo Capo, visto che non costa niente. Un condannato vive a Parigi, nello spazio giudiziario europeo di cui l'Italia fa parte in quanto membro di un'Unione, e li' e' un uomo libero perche' la prescrizione dell'omicidio e' di vent'anni invece che di trenta. Un altro e' malato. Un altro e' in carcere, per scelta personale ribadita due volte, e invece di lagnarsi all'italiana continua a dare una testimonianza - conclude - di saggezza, di forza e di intelligenza. Sono passati trent'anni. Ma fa niente. Per dare un'interpretazione magnanima e liberale del diritto c'e' sempre tempo".  L’ ex ministro della Giustizia Piero Fassino spiega i motivi per i quali non ha sottoposto al presidente della Repubblica la proposta di grazia per Ovidio Bompressi. "Non l'ho sottoposta - ha detto Fassino - perche' l' attivita' istruttoria, da me avviata immediatamente dopo avere ricevuto la domanda di grazia, aveva registrato i pareri negativi della magistratura di sorveglianza e della procura generale di Milano. Ed e' regola generale che il ministro della Giustizia non inoltri proposte di grazia al Capo dello Stato quando tutte le autorita' giudiziarie interessate sono contrarie". "Considerando inoltre - ha aggiunto Fassino - che detti pareri sono giunti poche settimane prima della formazione del nuovo Governo e che Ovidio Bompressi e', in ogni caso, in regime di liberta' per ragioni di salute, ho rimesso ogni ulteriore valutazione al nuovo ministro".

9 agosto - Stefania Craxi, commentando la notizia della decisione del ministro Castelli di negare la grazia a Ovidio Bompressi, dichiara che questo "non e' ne' un atto di giustizia, ne' di saggezza". "E' stato detto che un'amnistia non e' nei programmi del governo, - continua - ma se non e' nei programmi dovrebbe essere almeno nel cuore e nella mente di coloro che si propongono di rinnovare l'Italia. Portandosi dietro asti, rancori, ingiustizie, dolori e' difficile andare lontano". "Chi ha ucciso il commissario Calabresi la sua pena l'ha gia' scontata - ha sottolineato Stefania Craxi - perche' non solo i tribunali, ma il tempo e la coscienza civile hanno negato a quell'omicidio ogni giustificazione. Ma quando la coscienza dei cittadini e' pacificata, la politica deve saper chiudere le ferite del passato, e di ferite del passato in Italia ce ne sono molte, non c'e' solo il terrorismo, c'e' anche la distruzione di un'intera Repubblica, di partiti, di uomini che certo non meritavano il crudele destino loro ingiustamente assegnato".

9 agosto - Al ministero di Grazia e Giustizia pende una domanda di grazia per Adrano Sofri. Lo ha detto a "Radio Radicale" il senatore Elvio Fassone (Ds) il quale nell'ottobre scorso inoltro' l'istanza al presidente della Repubblica Ciampi insieme alle senatrici Francesca Scopelliti (Fi) ed Ersilia Salvato (Ds). Fassone ha spiegato che "si tratta di una iniziativa assunta dalle senatrici Scopelitti e Salvato assieme a me. Piu' che una domanda di grazia -ha presisato il parlamentare- deve parlarsi di una sollecitazione, nel senso che, in quanto soggetti estranei, non siamo titolati a presentare una domanda. Pero' il codice prevede che anche le persone estranee al condannato, al difensore ed ai congiunti, possano farlo. E noi l'abbiamo fatto pochissimo tempo dopo la decisione che ha concluso irrevocabilmente la vicenda giudiziaria: il 10 ottobre". Fassone presume che la pratica "sia all'attenzione del ministro Castelli perche', pur avendola rivolta al capo dello Stato, gli uffici del Quirinale la trasmettono per istruttoria al ministro della Giustizia. Noi -ha aggiunto- abbiamo fatto leva proprio sulla peculiarita' della posizione di Sofri, illustrando la funzione della grazia come l'istituto residuo, quando i vari istituti penitenziari non possono funzionare, come in questo caso, e facendo leva sul lunghissimo tempo decorso dal fatto e soprattutto sul percorso di vita di Sofri in questi anni".

10 agosto - Il ministero della Giustizia fa sapere che non e' stata nemmeno istruita la richiesta di grazia per Adriano Sofri presentata l'anno scorso dal senatore dei Ds Elvio Fassone e dalle senatrici Francesca Scopelliti (Fi) e Ersilia Salvato, cosi' come altre analoghe richieste. E questo perche' provenivano da soggetti non legittimati a presentare questa istanza. L' articolo 681 del codice di procedura penale stabilisce che la grazia puo' essere chiesta dal condannato, da un suo prossimo congiunto, dal convivente , dal tutore, dal curatore, da un avvocato o da un procuratore legale.

23 agosto - Giampiero Mughini, che in un’ intervista a 'Sette' aveva parlato del ruolo di Lotta Continia nella vicenda Calabresi, si dice "un po' offeso" dal commento del Foglio, che aveva definito quell'intervista "chiacchiere distratte". "Che cosa avevo detto in quell'intervista in cui Claudio Sabelli Fioretti mi aveva cosi' intelligentemente interrogato e incalzato? - scrive Mughini - Avevo reso esplicito quello che avevo adombrato in un mio libro di un paio di anni fa, 'Il grande disordine', un libro che si era guadagnato gli elogi di un Gad Lerner o di un Marco Boato. Dicevo che alla tesi secondo cui il 'pentimento' di Leonardo Marino e' stato architettato e inventato da carabinieri, magistrati e 'comunisti' io non credo minimamente. Nel mio giudizio e nella mia ipotesi - continua Mughini – Marino non e' un Richard Burton o un Vittorio Gassman, che recita innanzi a giurie e corti di tribunali, un ruolo che gli e' stato dettato in una caserma dei carabinieri o in un'aula istruttoria piu' ignobili che non la caserma di Bolzaneto, e dove un magistrato come Ferdinando Pomarici starebbe compiendo qualcosa di moralmente ignobile ne' piu' ne' meno che il Calabresi che avrebbe torturato a morte il povero Giuseppe Pinelli. A questa panzana io non ho mai creduto. Nove su dieci Leonardo Marino a via Cherubini il 17 maggio 1972 c'era davvero". Nel suo intervento, Mughini conclude sostenendo di non credere in un 'ordine' dall'alto: "E meno che mai - aggiunge - che i dirigenti di Lc si siano riuniti e abbiano alzato il ditino, chi a chiedere la morte di Calabresi chi no. Cosi' come non esistono prove, a parte la parola di Marino, che quel sabato pisano, e mentre stava smettendo di piovere (ero li', a poche decine di metri), Sofri sia sceso dal palco dove aveva commemorato Franco Serantini e gli abbia mormorato un 'Vai e uccidi!'. Questo mai lo credero’".

25 agosto - In una intervista pubblicato dal quotidiano livornese "Il Tirreno", Gemma Capra, vedova del commissario Luigi Calabresi, dice di non avere "Nessuna sete di vendetta" e, soprattutto, nessuna opposizione "ad un giudizio sereno preso in modo democratico" sulla grazia agli uomini condannati per l' omicidio del marito. "Questo non e' piu' soltanto il caso mio o della mia famiglia: e' diventato un caso italiano. Il carcere - aggiunge Gemma Capra - non ci appaga e non ci restituisce quel che ci e' mancato in questi anni. Ci rimettiamo alle decisioni del presidente della Repubblica, o del ministro, qualunque esse siano". Gemma Capra sostiene anche di essersi aspettata la decisione del ministro della giustizia Castelli di non trasmettere la richiesta di grazia di Bompressi al presidente della Repubblica: "Avevo letto le motivazioni della richiesta di grazia: ci sono giudizi sulla magistratura che non si possono accettare". Tuttavia la vedova del commissario, a proposito dell' opportunita' di non concedere la grazia dopo quanto avvenuto a Genova in occasione del G8, sostiene di non credere che "ci possa essere una relazione, un nesso, tra l' uccisione di mio marito - spiega -, avvenuta 30 anni fa, e quel che e' accaduto a Genova. Forse il ministro intendeva dire che in questo momento si avverte il pericolo seppur strisciante del terrorismo". Ad una domanda se vi sia, da parte sua, una diversa considerazione nei confronti di Sofri e Bompressi, la vedova del commissario ha risposto di non volere "fare classifiche": "Forse il mio avvocato, Ligotti, e' sembrato piu' disposto verso Bompressi. Ma che vuole: Sofri gli ha dato tanto filo da torcere".

25 agosto – Le dichiarazioni di Gemma Calabresi, che ha ripetuto di non essere contraria alla grazia per Adriano Sofri, "fanno onore" alla vedova del commissario assassinato nel 1972, secondo il ministro della Giustizia Roberto Castelli, "perche' e' molto importante, dal punto di vista umano, che la vittima perdoni il carnefice", ma per il ministro, a Cisano Bergamasco per l' inaugurazione di una statua di Papa Roncalli, continuano a non esserci "le condizioni politiche perche' venga concessa una grazia come questa". "E' necessario - ha detto Castelli - che il Paese prima sia riappacificato, che non ci siano persone che dicono cose come quelle dette da Casarini e non esplodano piu' le bombe". "Allora - ha concluso – si potra' parlare di una riappacificazione e di una eventuale grazia".

29 agosto - In una intervista pubblicata dal quotidiano "Il Tirreno", Odoardo Ascari, uno degli avvocati della famiglia del commissario Luigi Calabresi, afferma che "la grazia per Bompressi ci potrebbe anche stare. Non sarei altrettanto disposto per Sofri e meno che mai per Pietrostefani", anche se Bompressi l'ha richiesta "nel modo sbagliato", dando giudizi sull'operato dei magistrati. Sofri, invece, aggiunge Ascari, "continua in un atteggiamento di sfida allo stato" e Pietrostefani e' latitante e, come responsabile del servizio d'ordine di Lotta continua, "e' il piu' colpevole di tutti, il vero organizzatore dell' agguato a Calabresi". Bompressi, prosegue Ascari, "e' stato trascinato in questa storia" e "dopo aver compiuto il delitto provo' subito un senso di ribrezzo". “E poi - aggiunge il legale - Bompressi e' l'anello debole, avrebbe confessato subito se non avesse ricevuto in carcere la visita di un paio di personaggi politici che lo dissuasero". Chi erano? "No - risponde l'avvocato - non e' giusto che faccia i nomi".

2 settembre - Jean Louis Comolli porta al festival cinematografico di Venezia (Nuovi Territori) "Il giudice e lo storico", tratto dall'omonimo libro di Carlo Ginzburg sul processo a Sofri, Bompressi e Pietrostefani e avverte: "e' destinato a chi non conosce la questione, come ero io fino a tre anni fa".
Il film infatti ha per lettore-protagonista proprio lo storico amico di Sofri perche', spiega Comolli, "non conoscevo il caso e il processo e dunque per onesta' potevo solo fare un documentario sul contenuto del libro". Con l'aggiunta di qualche filmato in bianco e nero, tratto da tg e trasmissioni tv di questi anni, il film sintetizza 'Il giudice e lo storico' grazie al suo autore che punta soprattutto su alcune "contraddizioni" di quella che resta, secondo Comolli e Ginzburg, la sola prova a carico di Sofri dopo tanti processi: la deposizione di Leonardo Marino. E Ginzburg parla di "ragione violentata" e accenna a particolari "grotteschi, che farebbero impallidire l'inquisizione" come quello secondo cui "siccome a Pisa, nel giorno in cui Marino dice di aver ricevuto l'ordine da Sofri, c'era poca pioggia, allora e' vero che il colloquio tra i due e' avvenuto". Dal carcere, Sofri ha mandato una lettera letta dal figlio, in cui, rivelando che, nonostante l'amicizia con Ginzburg, lo storico non gli aveva fatto leggere "una sola riga del 'Giudice e lo storico' e non a libro ultimato", dice di aver "riletto con nostalgia la preistorica semplicita' di quelle considerazioni in margine a un processo" scritte quando ne era stato fatto uno solo. "Voglia, caro Comolli - ha scritto Sofri - salutare per me le persone che partecipano a questa presentazione, che non vorra' essere troppo malinconica: e che avra' comunque, sia detto con verde invidia, il risarcimento di un'uscita sul lungomare veneziano. E' in quel punto, nel punto dell'uscita, che vi prego di sentirmi con voi". Alla presentazione del film, applaudito, e alla conferenza stampa, gremita, hanno partecipato, con l'autore del film e del libro, Giuliano Ferrara, Luca e Gianni Sofri. "Questa storia ormai e' finita, per noi male - ha detto Luca - permettetemi di dire che qualunque cosa avvenga, nulla sara' piu' come prima. La battaglia e' persa non solo da noi, ma anche sul piano  storico perche' ormai la retrodatazione del terrorismo al '68 e' gia' avvenuta. Resta solo un livello politico". Il fratello Gianni ha invece sottolineato quello che di "grave" e' avvenuto dopo la pubblicazione del libro di Ginzburg: "Il giudice furbacchione Della Torre ha scritto una motivazione della sentenza in modo da renderla coerente e non farla annullare dalla Cassazione. Ma per fare questo ha inventato, modificato o omesso dati e circostanze. Non solo: per esplicita ammissione della giuria popolare, ha fatto pressione su di loro con frasi come "non mi rovinate la sentenza", "non costringetemi a dargli le attenuanti, tanto poi io stesso chiedero' la grazia". Il produttore Dario Barone ("in Italia il film non si sarebbe potuto fare, non c'e' finanziamento per i documentari") ha ricordato infine la difficolta' di trovare i soldi per partecipare con i francesi: "Sia Rai che Mediaset ci hanno voltato le spalle, per fortuna abbiamo trovato Telepiu'".

19 ottobre - Elvira Sellerio spiegato perche' dona l' intero catalogo della sua casa editrice (63.400 volumi, valore commerciale un miliardo e mezzo di lire) alle biblioteche dei penitenziari italiani."Mi sono avvicinata all' universo dei detenuti perche' un mio carissimo amico, una delle persone che amo di piu', Adriano Sofri, e' in carcere. E' pensando a lui - ha aggiunto rivelando di esser andata piu' volte a fargli visita - che ho maturato l' idea di poter fare qualcosa di utile promuovendo la diffusione del libro nei penitenziari. E' terribile avere un amico in carcere e aprire gli occhi su un mondo di sconfinata sofferenza al quale in genere neppure si pensa". La donazione comprende numerose collane e volumi di narrativa, saggistica, storia e fantascienza che verranno distibuiti a partire da Palermo in 180 penitenziari italiani, con criteri di assegnazione basati sulle esigenze delle varie biblioteche. I 63.400 libri, 200 copie per ciascun titolo, sono attualmente nel carcere Pagliarelli, dove e' stato creato un centro di smistamento gestito da un gruppo di detenuti. In Sicilia resteranno circa 5.000 volumi divisi tra i penitenziari regionali. Elvira Sellerio ha espresso la volonta' di aggiornare la sua donazione con i nuovi titoli in uscita di anno in anno.

19 dicembre – Presentato a Roma il Calendario 2002 del Sap, il sindacato autonomo di polizia, sul tema “Per non dimenticare”, che ha per protagonisti personaggi come il commissario Luigi Calabresi, ucciso nel 1972 a Milano, l' agente Emanuela Loi, morta a 24 anni nella strage di Via D'Amelio, Boris Giuliano, il commissario ucciso dalla mafia. Per i rischi che corrono i poliziotti e per la memoria «delle vittime del passato di cui e' lastricata la storia della polizia di stato», il segretario del Sap Filippo Saltamartini e' tornato a chiedere «maggiori riconoscimenti per le forze dell'ordine, a cominciare da quelli economici» e investimenti sulla professionalizzazione e sulla preparazione della polizia.
 
 


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