Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2002 |
23 gennaio 2002 - SOFRI IN TV
In un' intervista a "Studio aperto la giornata", in onda alle 24.40, Adriano Sofri racconta la sua vita in carcere e spiega che, in cella, manca tutto. "Quando si dice tutto - spiega - si dice una cosa astratta ma per un detenuto, come per un malato sottratto alla normalita' della vita, tutto e' un elenco preciso come il bambino dei vicini, il mio cane, la possibilita' di andare a letto dopo l'alba, di andare a fare una passeggiata". Sulla grazia, Sofri commenta: "Quando la grazia viene data, un detenuto dovrebbe fare le barricate per non uscire... Ora io non penso di fare delle barricate per non uscire da un lunghissimo e penso penosissimo sequestro personale, non ammetto molte probabilita' a queste ipotesi. Non posso contare i giorni che mi separano dalla liberta', posso contare quelli che mi separano dalla fine della mia vita che ormai devono essere tantissimi". E aggiunge: "La sentenza che mi riguarda stabilisce statisticamente e anagraficamente che io muoia qua dentro". All' ipotesi di introdurre le telecamere come nel grande fratello in carcere, Sofri dice di si' e rilancia: bisognerebbe far entrare in prigione l'occhio delle persone, dovrebbero vedere un carcere "le scolaresche, i magistrati e gli avvocati ed essere reclusi almeno una notte nella loro vita per capire come respira un carcere di notte". E poi ancora Sofri racconta la sua giornata e risponde cosi' alla domanda sul momento piu' bello del giorno: "Viene da dire che non esiste nessun momento bello in carcere, ma noi animali umani cediamo a qualche allegria, persino nelle situazioni estreme, per me e' verso le 15.45, quando gioco a ping pong e spesso vinco, ma e' bello anche quando perdo". E spiega che il privilegio nella sua stanza e' quello di poter tenere tanti libri, perche' non si possono tenere piante. Ma racconta di quella piantina di basilico lasciata crescere in una bottiglia di plastica, quel basilico che cresce nell'acqua e, dice, "come tutti i detenuti cresce storto e anelante alla luce, alla liberta' e si arrampica tra le sbarre di ferro e diventa rampicante e prova a evadere...". Ma come si vive la solitudine? "Ci sono momenti - spiega - in cui l'assenza di un'altra persona (18 ore chiusi a quadrupla mandata) e' una consolazione, ma altri in cui c'e' bisogno di qualcun altro. I detenuti, come gli eremiti, parlano da soli non perche' sono matti ma perche' parlano con qualcuno che non c'e'. Quando si vede una tragedia come quella dell'11 settembre e la si vede direttamente, si soffre moltissimo di non aver qualcuno con cui condividere questa specie di pena". "A Marino -conclude Sofri- attribuisco una responsabilita' limitata. E' una persona di cui non voglio parlare ma e' una persona che ha mandato in rovina non la mia vita, ma la sua, mi chiedo spesso come si possa vivere dopo tutto cio'".23 gennaio 2002 - CASTELLI: IMPOSSIBILE GRAZIA SE SOFRI NON LA CHIEDE
Rispondendo ad una domanda dei giornalisti sul caso Sofri, a margine della seduta della Commissione Giustizia del Senato sulla riforma del Csm, il ministro della giustizia Roberto Castelli dice che il ministero non puo' inoltrare domande di grazia al presidente della Repubblica senza una esplicita e formale richiesta dell'interessato. Secondo notizie riportate oggi da "Repubblica" il Quirinale ha chiarito, attraverso il suo consigliere giuridico, che il capo dello Stato non puo' concedere grazia se la richiesta non gli viene avanzata, come prevede la legge, dal Guardasigilli.24 gennaio 2002 - MANIFESTO SU "BUCHI NERI" DEL CASO SOFRI
"Il Manifesto"
I buchi neri del caso Sofri
Il 24 gennaio di due anni fa Sofri e Bompressi entravano in carcere
GUIDO VIALE
Due anni fa, il 24 gennaio, Adriano Sofri entrava in carcere per la terza volta e in via definitiva, seguito a ruota da Ovidio Bompressi, che tra qualche giorno forse ci rienterà, condannati entrambi a 22 anni per l'omicidio del commissario Calabresi (1972). Gli restano ancora da scontare 18 anni. Siccome Sofri si fa spesso sentire - è un columnist de la Repubblica, di Panorama, de il Foglio; concede interviste, riceve delegazioni, scrive libri e ne introduce di altrui - o, forse, proprio per questo, ci siamo tutti abituati a trattarlo come una persona in libertà (dalla quale è anche facile dissentire), quasi che fosse finito in galera per sport o per un inutile puntiglio nel protestare con ostinazione la sua innocenza. Così abbiamo tutti rimosso il problema della sua carcerazione. Nessuno - io per primo - sa più che cosa dire in proposito, dato che tutto quello che c'era da dire è stato detto e scritto. Chi ha seguito la vicenda sa che in tutto quello che è stato detto dall'accusa e scritto nelle sentenze non c'è nulla di vero e che Sofri e i suoi compagni sono stati condannati non per delle prove, ma contro tutte le evidenze emerse in questa serie infinita di processi. Il manifesto, d'altronde lo ha documentato abbondantemente. Chi invece era già convinto o desiderava convincersi che Sofri è un criminale o, non sapendo neppure che Sofri esistesse, è stato contento che venisse richiamato dal semi-anonimato in cui viveva per addossargli tutte le "colpe" del '68 - vedi la requisitoria del Pg dell'ultimo processo di Venezia contro il Male Biblico incarnato da Sofri - ha già fatto sapere di essere favorevole a che venga gettata in mare la chiave della sua cella. In quell'acrimonia c'è un sentire antico: "Vorrei che fosse innocente, perché soffrirebbe di più!" aveva esclamato una signora in un salotto parigino a proposito della condanna di Dreyfus (Arendt, Le origini del totalitarismo, Il Mulino, p. 149); e mai come in questo caso il parallelo ricorrente tra queste due vicende è stato più calzante. L'invito peraltro è stato accolto anche da persone che all'epoca nemmeno sapevano come andava il mondo (per esempio il ministro Castelli) o erano in tutt'altre faccende affaccendate (per esempio il presidente Ciampi). Ciononostante il caso Sofri resta una cartina al tornasole per misurare il livello di acidità dell'Italia all'alba del ventunesimo secolo. Per molte ragioni, alcune delle quali cercherò di esporre per punti. Ce n'è per tutti:
1) Gli anni di galera destinati a Valpreda, colpevole pre-designato della strage
di Piazza Fontana - l'attentato terroristico che ha inaugurato in Italia la strategia della tensione e la cui responsabilità, trenta e più anni dopo, è stata attribuita, anche in sede giudiziaria (seppur con sentenza parziale e non definitiva) al connubio tra organizzazioni fasciste e servizi segreti denunciato a suo tempo dal libro La strage di Stato e da Lotta Continua - quegli anni li sta ora scontando Sofri, a nome e per conto di chi si era fin da subito adoperato a smascherare quel complotto e il programma che lo sottendeva.
2) Viceversa, alcuni compagni di fede e di partito, di pensiero e di azione - cioè camerati - dei responsabili di quella strage, e di molte altre che la hanno seguita, sono oggi ministri del governo in carica: cioè beneficiari finali del processo innescato allora con la strategia della tensione. Sono peraltro quelli - e chi potrebbe dargli torto! - che invitano periodicamente a gettare in mare la chiave della cella di Sofri.
3) Alcuni eminenti signori, che negli anni passati, in nome della "giustizia giusta" e della loro collocazione all'opposizione, si erano fatti paladini della libertà di Sofri, e della denuncia delle sconcezze giudiziarie perpetrate in quella interminabile vicenda giudiziaria, sono oggi per incanto ammutoliti - con la lodevole eccezione, in questo caso, di Giuliano Ferrara - impegnati, nel loro ruolo di avvocati, portavoce, portaborse, o vere e proprie colf del padrone, del governo, del padrone del governo, e del governo del padrone, a combattere con ogni mezzo le "anomalie" della giustizia: ma solo quelle che infastidiscono il loro datore di lavoro. Adesso qualcuno si è ricordato anche di Sofri e dell' indulto agli ex-terroristi: per coprire l'impunità del padrone (meglio di niente, essendo quest'ultima comunque garantita; con le buone o con le brutte).
4) Con l'eccezione di questo manipolo di galantuomini, la quasi totalità degli esponenti politici che negli anni passati si erano battuti per la difesa dei diritti dei carcerati, delle garanzie processuali e del buon senso in campo penale - e, in questo ambito, anche della denuncia delle violazioni della legge nella vicenda di Sofri - è stata "segata" e non ripresentata alle elezioni, nell'unica vera azione bipartisan messa in atto negli ultimi tempi.
5) In quel che resta della fu-sinistra c'è uno scheletro, lasciato a suo tempo nell'armadio dai suoi esponenti impegnati nell'"intermediazione" e nella difesa a oltranza delle confessioni plurime e contraddittorie di Leonardo Marino: un precipitato di astio anti-craxi e di risentimento anti-estremisti, la cui fortuna è durata poco, ma che si è trasformato rapidamente in un fardello gravido di veleni. Per esempio, è facile supporre un rapporto consequenziale tra la "sentenza suicida" del '92, che annullava un verdetto popolare di assoluzione, e la minaccia di una chiamata di correo: soprattutto dopo che l'avvocato Maris, che per anni si era sgolato a proclamare di non aver mai saputo niente di questa vicenda prima che il sostituto Pomarici lo chiamasse a sostenere la difesa d'ufficio di Marino, aveva improvvisamente dichiarato - dopo la prima sentenza di rinvio della Cassazione - di esserne stato invece informato per tempo dal senatore Bertone, oggi deceduto, ma allora primo destinatario ufficioso delle "confidenze" di Marino. Anche per questo, forse, l'ex-ministro della Giustizia e neosegretario diesse si è battuto e si batte come un leone per chiamarsi fuori in ogni modo da questo impiccio.
6) L'incriminazione e la condanna di Sofri, organizzate e sponsorizzate da un nutrito gruppo di carabinieri, che vi hanno lavorato "in rete", da Milano a Trapani, passando per Bocca di Magra e Bergamo (e, verosimilmente, per Roma), sono state perseguite con ostinazione dalla Procura della Repubblica di Milano al completo: a dispetto del buon senso, dell'andamento dei dibattimenti, e della stessa sentenza assolutoria con cui si era concluso il primo processo di rinvio; una sentenza che in qualsiasi paese civile avrebbe chiuso per sempre questa vicenda, e che invece in Italia è stata annullata con la frode. Anche le parti di questa vicenda giudiziaria che si sono svolte in altre città - a Torino, Aosta, Brescia, Venezia, Roma - sono state innanzitutto un pronunciamento pro o contro l'ufficio che aveva avviato questa pratica. Cioè quella Procura che pochi anni dopo - contemporaneamente agli sviluppi di questa vicenda - era balzata all'onore della storia con l'epopea di Tangentopoli e che ora si ritrova nella fossa dei leoni, assediata da un attacco di violenza inaudita ad opera dei difensori di Berlusconi e del suo entourage. La condanna di Sofri è dunque una spina nel fianco di chi ieri cavalcava trionfalmente e un po' ottusamente le fortune di Tangentopoli e oggi si ritrova asserragliato nella ridotta giudiziaria in cui la disinvoltura della passata legislatura ha confinato il problema del conflitto di interessi. Dunque, meglio parlarne il meno possibile.
7) Gli esponenti dell'Arma dei carabinieri - quella che D'Alema ha promosso a quarta forza armata della difesa - impegnati direttamente nella gestione del "pentito" Marino sono tutti legati a fili che partono dal generale Francesco Delfino: un ufficiale il cui coinvolgimento nella strategia della tensione era stato a suo tempo smascherato da Lotta Continua, e che è inaspettatamente finito in carcere qualche anno fa per aver saldato i suoi debiti di gioco con uno o più riscatti abusivamente intascati, tra cui quello del rapimento Soffiantini (ma Delfino è anche indagato per la strage di Piazza della Loggia). Nel libro che il generale ha scritto per minacciare una generale chiamata di correo dei suoi colleghi "invidiosi", che lo avrebbero scaricato nel momento del bisogno (La verità di un generale scomodo, Iet edizioni, p. 181), si solleva anche questa questione: a Sofri, che gli compare in sogno e lo chiama "collega" (leggi: siamo entrambi vittime di un errore o di un complotto giudiziario), accusandolo di aver gestito Marino, Delfino risponde: "Marino? Io non ho gestito Marino. Anche questa volta ritengo trattarsi di un madornale errore di persona. Ho lasciato i servizi nel 1987!". In altre parole, Marino è stato sì "gestito" (per usare un eufemismo); ma non da lui: da un altro! L'argomento deve essere stato convincente. Chi ha più sentito parlare del processo Delfino? Hanno anche fatto un filmato televisivo su Soffiantini. Ma del generale si è persa ogni traccia.29 gennaio 2002 – BOMPRESSI: RESPINTA ISTANZA PER SOSPENSIONE PENA
Il Tribunale di sorveglianza di Genova respinge l' istanza di Ovidio Bompressi per la sospensione dell' esecuzione della pena. Bompressi, condannato a 22 anni per l' omicidio Calabresi insieme ad Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani, dovra' quindi rientrare in carcere. "La giurisprudenza - scrive il presidente Lino Monteverde - ha sino ad oggi affermato che per legittimare il rinvio dell' esecuzione della pena per grave infermita' fisica e' necessario che ci si trovi in presenza o di una prognosi infausta 'quoad vitam' oppure che il quadro patologico richieda cure che non possono essere prestate in regime carcerario". Bompressi oggi "non presenta alcuna grave malattia. I rinvii dell' esecuzione della pena gli hanno consentito di superare con esiti soddisfacenti la grave crisi nutrizionale e psicologica del marzo 2000". I periti del Tribunale hanno rilevato una personalita' "con aspetti disturbati, caratterizzata da tratti molto rigidi e maladattivi. Tale personalita', che non presenta alterazioni psichiche, e' la causa delle crisi psico-fisiche". Il condannato secondo i periti d' ufficio rifiuta il carcere e rischia di ricadere nell' anoressia se tornera' in cella. Tuttavia, sentenzia il giudice, "in assenza di una attuale grave infermita' fisica del Bompressi, la possibile - e non certa - ricaduta in condotte lesive non consente di concedere una nuova sospensione dell' esecuzione della pena". Bompressi era stato arrestato a Pisa il 24 gennaio 1997, dopo la sentenza della Cassazione. Il 20 aprile 1998 era stato liberato "per gravissimi motivi di salute" su decreto del magistrato di sorveglianza pisano, decisione confermata dal Tribunale di sorveglianza di Firenze. Bompressi in carcere soffriva di depressione ed era dimagrito di 13 chili. Alla scadenza dei termini della sospensione concessa da Firenze, il magistrato di sorveglianza di Massa concede una proroga, in attesa di una decisione definitiva del Tribunale di sorveglianza di Genova. Quest' ultimo e' competente perche' Bompressi, da quando e' libero vive a Massa, comune che rientra nel distretto di Corte d' Appello del capoluogo ligure. I giudici genovesi dispongono una perizia. I medici affermano che il detenuto non puo' tornare in carcere per le sue condizioni di salute, ma il Tribunale nel febbraio 2000 respinge l' istanza di sospensione. Bompressi intanto si e' reso latitante, dopo il rigetto dell' istanza di revisione del processo il 24 gennaio da parte della Corte d' appello di Venezia. Bompressi si costituisce il 7 marzo 2000 al carcere di Pisa. Il 27 marzo il magistrato di sorveglianza della citta' toscana dispone la scarcerazione per motivi di salute. Il detenuto in venti giorni ha perso otto chili. La scarcerazione e' confermata a maggio dal Tribunale di Sorveglianza di Firenze, per la durata di un anno. Bompressi nel luglio del 2000 chiede la grazia. Prima della scadenza del termine della sospensione, chiede una ulteriore proroga, in vista della decisione sul provvedimento di clemenza. Il magistrato di sorveglianza di Massa concede la proroga, in attesa di una decisione definitiva da parte del Tribunale genovese. Nel frattempo, nell' agosto dell' anno scorso il ministro della giustizia Castelli decide di non trasmettere al Presidente della Repubblica la richiesta di grazia. L' avvocato Ezio Menzione presenta una perizia medica in cui si afferma che Bompressi sta meglio, ma che se tornasse in carcere ricadrebbe nella depressione e nell' anoressia. I giudici genovesi commissionano una perizia ai medici Marcello Canale, Francesco Indiveri e Giovan Battista Traverso, che non escludono il rischio di una ricaduta in caso di carcerazione. Le perizie vengono discusse il 22 gennaio scorso. Oggi, la sentenza. Per gli amici di Bompressi, quello nei confronti di Ovidio Bompressi "e' un accanimento indegno di ogni altra causa" ed il suo rientro in carcere "e' solo nella direzione di fargli del male". "Che senso ha - aggiungono - una decisione del genere in rapporto allo scopo del carcere che dovrebbe essere quello di 'rieducare'? E soprattutto perche' non avergli dato almeno gli arresti domiciliari, anziche' farlo tornare in carcere dove rischia nuovamente di stare seriamente male, come ammesso nella stessa motivazione della decisione dei giudici?". Francesco Ceraudo, responsabile del centro medico del carcere Don Bosco di Pisa e presidente dei medici penitenziari che ha avuto in cura Bompressi per molto tempo durante la sua precedente detenzione, commenta:"Prendo atto rispettosamente della decisione del tribunale di sorveglianza di Genova: non vedo Bompressi da quando ha lasciato l' istituto. Certo mi addolora sul piano personale, ma sul piano tecnico-medico i magistrati si sono avvalsi di un collegio peritale che ha tratto delle proprie conclusioni. Mi auguro che Bompressi non incorra di nuovo in una particolare situazione psicologica che determina per lui un vero e proprio 'tilt' sul piano fisico: una situazione che rischia di potersi verificare in un arco di 30-40-50 giorni. Ripeto mi auguro che non accada, ma e' gia successo due volte, potrebbe succedere una terza volta". Quanto alla patologia di Bompressi, Ceraudo l' ha definita come uno "stato depressivo che determina una situazione di impermeabilita' nei confronti dell' esterno. L' ultima volta che e' accaduto - ha ricordato il medico - Bompressi era costretto su una sedia a rotelle e aveva una forte alterazione di tutti i valori". L’ avvocato Ezio Menzione, difensore di Bompressi, dichiara:"Spiace che i giudici non abbiano inteso il chiaro monito degli stessi consulenti medici da loro nominati, per i quali un reingresso in carcere di Bompressi comportera' sicuramente un suo nuovo scompenso e una nuova ricaduta nella grave patologia gia' manifestatasi. C' e' solo da augurarsi che questa fin troppo facile previsione non significhi un nuovo dramma, per cui solo quando Bompressi sara' nuovamente in fin di vita si prendera' in considerazione l' ipotesi della carcerazione domiciliare. Si tratta, in verita', di un' altalena estenuante ed ingiusta". L’ avvocato annuncia anche che Bompressi si costituira’ il 30 gennaio a Pisa.30 gennaio 2002 – BOMPRESSI TORNA IN CARCERE
Carabinieri e polizia vanno nell' abitazione di Ovidio Bompressi, a Massa, per notificargli il provvedimento di carcerazione. «E' arrivato una specie di esercito di polizia e carabinieri. Mio marito – dice la moglie – stava facendo le valigie per presentarsi in carcere a Pisa. Stiamo cercando di capire dove sara' associato. Non so che cosa dire». Bompressi viene portato nella caserma dei carabinieri di Massa, e viene poi portato nel carcere di Massa. Bompressi dovrebbe poi essere trasferito nel carcere di Pisa. «Sono sorpreso e amareggiato. Neanche si trattasse di Bernardo Provenzano» commenta l' avvocato Ezio Menzione, legale di Ovidio Bompressi, che ha potuto seguire tutta la vicenda dell' arresto solo via telefono: era impegnato in udienza a Pisa e non si aspettava che le forze dell' ordine andassero ad eseguire l' ordine di carcerazione per il suo cliente. Di fronte alle polemiche per l’ intervento in forze, da qualcuno ritenuto eccessivo, il comandante provinciale dei carabinieri di Massa Carrara, colonnello Antonio Stabile, dichiara:«Quando riceviamo un ordine lo eseguiamo». «Stamani - spiega il colonnello Stabile - da Milano e' arrivato l' ordine di carcerazione. Alle 9.30 siamo andati a casa di Bompressi per eseguirlo insieme alla polizia». L' ufficiale nega che ci sia stato un «dispiegamento di forze» e, sull' intervento anche della polizia, spiega: «Con la questura di Massa avevamo predisposto una serie di servizi per non farci trovare impreparati. Poi come sapete tutto si e' svolto regolarmente. Abbiamo agito in collaborazione». Sull' opportunita' dell' intervento delle forze dell' ordine dopo l' annuncio che Bompressi si sarebbe costituito a Pisa il colonnello risponde ancora: «Stamani abbiamo ricevuto un ordine. Non siamo tenuti a chiedere se il destinatario si presenta oppure no» e poi aggiunge, girando la domanda dei giornalisti: «Vi rispondo al contrario: e se stamani non si trovava cosa succedeva?». In serata Ovidio Bompressi arriva nel carcere di Pisa dove e' rinchiuso in una cella singola nella stessa sezione di Adriano Sofri.In una lunga cronaca delle ultime ore, pubblicata il 31 gennaio dal quotidiano "Il Tirreno", Bompressi ha ribadito "non so perche' abbiano voluto trovare in noi i colpevoli dell' omicidio Calabresi. Sono convinto, come Adriano, che abbia influito qualcuno dei carabinieri, una parte della magistratura e anche una certa sinistra". E, come aveva gia' fatto anche Sofri due anni fa, poche ore prima di entrare in carcere, ha poi rivolto un appello a Luciano Violante perche' "racconti quello che sa", poiche', ha spiegato, "e' uno che sa ed e' a conoscenza di particolari a noi poco chiari".31 gennaio 2002 - CALABRESI: DIGIUNO VERDI PER SOFRI-BOMPRESSI
I Verdi hanno avviato una 'staffetta' di digiuno di solidarieta' nei confronti di Adriano Sofri e Ovidio Bompressi. Franco Corleone, ex sottosegretario alla Giustizia e' giunto al quarto giorno di un digiuno che "vuole mantenere accesa la luce della speranza". Da lunedi' prossimo il consigliere comunale di Roma Silvio Di Francia prendera' il posto di Corleone e proseguira' il digiuno per tutta la settimana, poi subentrera' un altro consigliere comunale di Milano, Maurizio Baruffi. "La detenzione di Sofri e Bompressi - ricorda un comunicato - dovrebbe durare fino al 2017. Una data che equivale a un terribile fine pena mai. Il rischio di questa vicenda e' l'assuefazione e la convinzione dell'impotenza".4 febbraio 2002 - CORLEONE E REALACCI VISITANO BOMPRESSI E SOFRI A PISA
Franco Corleone e Ermete Realacci visitano nel carcere di Pisa Adriano Sofri e Ovidio Bompressi. "Le condizioni di Bompressi - raccontano l' ex sottosegretario alla Giustizia e il parlamentare della Margherita - a pochi giorni dal suo ritorno in carcere sono gia' preoccupanti. Non mangia nulla da mercoledi' scorso, prende solo caffe' e fuma". "Il suo - aggiunge Corleone - non e' ne' uno sciopero della fame, ne' un digiuno. E' il suo modo di vivere la condanna, e' la sua intollerabilita' al carcere e alla vista di persone chiuse in gabbia e private della liberta'. La sua situazione preoccupa molto anche Adriano Sofri con cui Bompressi e' tornato a dividere l'ora d'aria". Corleone e Realacci, dunque, chiedono che "la domanda di grazia avanzata dallo stesso Bompressi venga ripresa in considerazione e che finalmente il ministro della Giustizia, in tempi compatibili, la inoltri al Quirinale. Ci auguriamo che per Ovidio Bompressi non debba ricominciare la trafila gia' vissuta di grave malattia, arresti domiciliari, sospensione di pena e ritorno in carcere". Corleone ha anche cominciato uno sciopero della fame a cui si unisce anche il consigliere comunale di Roma Silvio Di Francia. "Con questa iniziativa - spiegano Corleone e Di Francia - intendiamo lanciare un messaggio di non rassegnazione”. "Se molte persone anche, soprattutto, non appartenenti alla storia politica degli anni '70 – dicono ancora Corleone e Di Francia - compiranno piccoli atti di attenzione, solidarieta' o semplice testimonianza e' possibile riaccendere la piccola e preziosa fiamma della speranza". A questo scopo e' stato anche attivato un indirizzo di posta elettronica per chi volesse aderire al digiuno o ad altre forme di solidarieta': peradrianosofri@libero.it e un numero di telefono: 0667102423.
5 febbraio 2002 - SOFRI: COMMENTATORE IN PROGRAMMA SETTIMANALE SU TV TOSCANA
Adriano Sofri commentera' gli eventi piu' significativi della cronaca regionale, nazionale ed internazionale in un programma settimanale che andra' in onda sull' emittente Rtv 38. La prima puntata della trasmissione, intitolata "Fuori dal coro", andra' in onda il 6 febbraio alle 22.45 e dalla sua cella del carcere don Bosco di Pisa Sofri commentera' la cronaca assieme alla giornalista Ilaria Ciuti. Il primo tema sara' il "caso Nanni Moretti".5 febbraio 2002 – PRESENTAZIONE LIBRO “DI LUNGA DURATA”
"Il Messaggero" edizione di Ancona
Esce oggi in libreria "Di lunga durata",
il libro che può diventare il caso letterario
marchigiano dell'anno. Il 22 febbraio
la presentazione in città con Agnoletto
di MARIA MANGANARO
ANCONA - Flashback sugli anni della contestazione. Con prefazione di Adriano Sofri. La prima opera di Sergio Sinigaglia, "Di lunga durata", ha tutti i crismi per diventare il caso letterario marchigiano dell'anno. Tanto che la libreria Feltrinelli ne ha richieste diverse decine di copie, il segnale che quest'opera non passerà inosservata. Un libro che riporta tutti quanti indietro di trent'anni, nel bel mezzo degli anni caldi della contestazione e della lotta di classe, per tendere in conclusione un filo di continuità con l'attuale movimento antiliberista del Social Forum.
"Di lunga durata" di Sergio Sinigaglia non è un'apologia dei fermenti rivoluzionari di quel periodo bensì un racconto necessario e autoironico del primo anconetano di Lotta Continua, allora 15enne, ora impegnato nel Marche Social Forum. Non per caso, la prefazione del libro, pubblicato da "affinità elettive", la società cooperativa presieduta Valentina Conti, è firmata da Adriano Sofri (in carcere da cinque anni). "Adriano Sofri era il nostro leader", così inizia il capitolo del volume intitolato "Adriano". Proprio durante il processo dell'89 a Sofri , Bompressi e Pietrostefani accusati dell'omicidio Calabresi, Sinigaglia sente l'urgenza di scrivere una breve memoria, "una testimonianza che evidenziasse gli aspetti migliori di quella stagione politica". E l'autore aggiunge: "Il tempo passava su ricostruzioni parziali e discutibili degli anni definiti di piombo, di violenza. Io sentivo la necessità di raccontare un'esperienza umanamente e politicamente ricca". Così, qualche mese prima dei recenti avvenimenti di Genova, conclude il suo scritto. In passato, "Sergino" per Sofri ha rappresentato le Marche che troncavano in "rivoluziò" la parola rivoluzione "per dialetto e per buon senso" (scrive oggi Sofri)."Sinigaglia è molto conosciuto ad Ancona - dice l'editrice Valentina Conti, - perché ha fatto parte della libreria Clua ed è coordinatore del Marche Social Forum. Il suo libro mi ha colpito perché a differenza di altri non si prendeva troppo sul serio e per me è questa la maniera giusta di continuare a parlare di quel periodo e dello stesso Sofri ancora oggi ingiustamente in carcere".
Un volume che parla del capoluogo dorico, dei suoi personaggi, del signor Sinigaglia che si sveglia inaspettatamente con tre figli "rosso fuoco", del terremoto che travolse la città in un secondo terribile sussulto dopo un "papa fascista sei il primo della lista!" urlato alla statua di Clemente XII in piazza Plebiscito (si diceva dell'ironia), della rete politica regionale e nazionale.
"Ancona - ricorda Sinigaglia, - era una città conformista che in gran parte è rimasta tale vivendo ancora un certo benessere. Allora, il Pci aveva una funzione di ordine e di controllo sociale delle contraddizioni nascoste, ma nel '73 ha vissuto momenti di contrasti".
Nelle Marche il libro sarà presentato in quattro città, a Fano il 14 febbraio ci sarà Erri De Luca e ad Ancona il 22 Vittorio Agnoletto. "Ho scelto persone a cui sono molto legato, - chiarisce Sinigaglia - con le quali condivido l'esperienza del movimento antiliberista". E Ancona come vive questo nuovo movimento non violento? "E' una visione più cultural-sociale che politica-sociale. La sinistra lo guarda con simpatia ma è un po' disattenta alla diffusa esigenza di partecipazione diretta".8 febbraio 2002 - CGIL: MEMBRO DIRETTIVO CHIEDE LIBERAZIONE SOFRI E BOMPRESSI
Andrea Montagni, membro del direttivo nazionale uscente e della segreteria regionale toscana della Cgil, a conclusione del suo intervento al congresso della Cgil a Rimini, ha chiesto la liberazione di Sofri e Bompressi, richiesta che e stata lungamente applaudita dai presenti. "Se molti di noi sono qui - ha detto Montagni - e' anche perche' negli anni Settata abbiamo militato nel movimento studentesco e operaio. Eravamo in molti e, da allora, ognuno ha preso la propria strada, ma due di coloro che erano allora giovani nostri compagni oggi sono in carcere".12 febbraio 2002 - BOMPRESSI PRONTO A FIRMARE NUOVA DOMANDA GRAZIA
Ovidio Bompressi e' pronto a firmare una nuova domanda di grazia, dopo che una precedente richiesta era stata respinta in fase istruttoria dal ministero della
giustizia. Lo ha annunciato lo stesso Bompressi in un'intervista pubblicata dal quotidiano "Il Tirreno". Bompressi aggiunge di non sapere se la domanda gia' presentata, "perfettamente istruita - sostiene - sia ancora valida o meno". Circa la posizione dei familiari di Calabresi che non hanno espresso contrarieta' alla grazia, Bompressi afferma che la famiglia del commissario ucciso "pur ritenendoci responsabili della morte del proprio congiunto, ha dimostrato la sua comprensione e generosita'". Quanto alla scelta di Pietrostefani di sottrarsi alla carcerazione, recandosi all' estero, "credo abbia fatto bene. Sono contento per lui e per la sua famiglia. Mi sembra importante che questa scelta gli permetta di dedicarsi alla sua bambina piccola, di fare il genitore e di occuparsi di qualcosa di costruttivo".12 febbraio 2002 - SCIOPERO DELLA FAME A STAFFETTA PER SOFRI E BOMPRESSI
Sono 62 le persone che finora hanno aderito al digiuno a staffetta per fare in modo che sulla carcerazione di Sofri e Bompressi non cada l'oblio. A terminare il digiuno a staffetta 'contro l'oblio' e' stato oggi il capogruppo dei Verdi in Campidoglio Silvio Di Francia, mentre al suo posto sono al secondo giorno di digiuno Maurizio Baruffi e Riccardo Varanini. Stanno digiunando anche Ettore Gobbato, consigliere comunale di Roma dei Ds, Ivana Della Portella, il capo redattore di Radio Radicale Emilio Targia e Maurizio Baruffi. Il Consiglio comunale di Massa, hanno fatto sapere gli aderenti al digiuno, ha approvato a maggioranza con 31 voti a favore e 2 contrari, un ordine del giorno a favore dell' accoglimento della domanda di grazia per Ovidio Bompressi.12 febbraio 2002 - SOFRI: BOMPRESSI NON E' IN GRADO DI VIVERE IN CELLA
In un'intervista a 'Primo piano', l'approfondimento quotidiano del tg3, Adriano Sofri ice: "Ovidio sta come uno che non si nutre affatto e che non lo fara'. E' una persona che non e' in grado di vivere un sol giorno in carcere". "Prospettive? Nel nostro caso non fanno che chiudersi -spiega- non si aprono mai. Continuano a chiudersi quasi fosse un gioco di prestigio delle chiusure". E poi, parlando di se', aggiunge: "Io non sono una persona che sta 'scontando' qualcosa. Penso di essere una persona che sta disobbedendo a una violenza compiuta contro il suo corpo, per preservare una sua integrita' mentale e della sua anima". E se uscisse dal carcere, Sofri, cosa farebbe? "Se uscissi di qui e il mio braccio me lo consentisse ancora -dice- andrei a tirare dei sassi piatti sull'acqua del mare per vedere quanti salti riesco a fargli fare, e non a fare un'attivita' politica o intellettuale". "La mia lucidita'? -conclude- Se una persona che da cinque anni e' chiusa in uno sgabuzzino di ferro e cemento fosse davvero ancora lucida e non semplicemente desse l'impressione di esserlo, significherebbe che non e' una persona normale. Io penso di essere matto!".12 febbraio 2002 - SOFRI; PROTESTA 'LIBERI LIBERI' A PADOVA
Arriva al dodicesimo giorno consecutivo l'azione di protesta, davanti al Palazzo di Giustizia di Padova, di Mario Breda, esponente di "Liberi, Liberi", l'associazione che si batte da anni a favore di Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Breda staziona ogni mattina per circa due ore davanti all' ingresso del tribunale con due cartelloni appesi addosso, una davanti e uno dietro, recanti la scritta "liberta' per Sofri e Bompressi"'. La protesta proseguira' fino al 15 febbraio. Gli esponenti di "Liberi, Liberi" di Padova chiedono che il ministro della giustizia Castelli e il Presidente della Repubblica Ciampi concedano la grazia ai tre condannati e si augurano che iniziative simili vengano prese anche in altre citta'.12 febbraio 2002 - BOMPRESSI RICOVERATO IN CARCERE DOPO MALORE
Ovidio Bompressi e' ricoverato nel centro clinico del carcere Don Bosco di Pisa, dove e' recluso, in seguito ad una crisi ischemica cardiaca. Un episodio simile lo aveva colpito gia' alcuni giorni fa, ma non si era reso necessario il ricovero. Bompressi praticamente non mangia da quando, circa 15 giorni fa, ha varcato di nuovo il portone del carcere pisano. Proprio la condizione fisica di Bompressi dovuta al digiuno e l' ultima crisi cardiaca ne avrebbero consigliato il ricovero nel centro clinico del carcere. Bompressi viene alimentato con le flebo.13 febbraio 2002 - BOMPRESSI, APPELLO SALVATO A CIAMPI
La presidente del Crs, Centro riforma dello Stato, Ersilia Salvato, ha rivolto un appello al Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, affinche' "dinanzi alle drammatiche notizie che arrivano dal carcere di Pisa riguardanti lo stato di salute di Ovidio Bompressi, Ciampi possa assumere rapidamente tutte le informazioni necessarie e sollecitare il ministro Castelli a compiere gli atti che sono di sua competenza per avviare l' istruttoria per la grazia al detenuto Ovidio Bompressi. E' del tutto evidente che dinanzi alla assoluta incompatibilita' di Bompressi con la detenzione, si tratta di un caso umanitario a cui bisogna dare rapidamente soluzione".13 febbraio 2002 - SERENA (AN), BASTA CON CONDANNATI (SOFRI) CHE DANNO LEZIONI
Il deputato di An Antonio Serena protesta per gli interventi in tv e sui giornali di chi, come Adriano Sofri, e' stato condannato. Per questo propone di limitare la possibilita' che persone che abbiano avuto anche solo una condanna in primo grado possano avere collaborazioni giornalistiche. Il ricavato di loro eventuali attivita', per Serena, dovrebbe essere "devoluto alle vittime del reato, ai loro eredi o allo stato". Serena ricorda che Sofri, condannato per l' omicidio del commissario Luigi Calabresi, ha una rubrica su Panorama ed interviene come commentatore in una trasmissione su una tv privata toscana. Per Serena, "e' offensivo e inaccettabile che autori di gesta efferate salgano in cattedra a pontificare sulle storture della societa' e ad indicare ai cittadini la retta via da seguire".14 febbraio 2002 - AVVOCATO DI BOMPRESSI CHIEDE CHE CIAMPI E CASTELLI INCONTRINO LA SUA FAMIGLIA
Il legale di Ovidio Bompressi, l' avvocato Ezio Menzione, chiede un incontro "non sul piano legale, ma umano" tra il ministro della giustizia Roberto Castelli e lo stesso Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ed i familiari di Ovidio Bompressi. "E' un incontro che non ho chiesto come avvocato, ma per ottenere il quale mi sono fatto tramite dei familiari di Bompressi. Credo che sarebbe utile per raggiungere l' obiettivo primario in questo momento: salvare la vita di Bompressi", ha detto Menzione aggiungendo che Bompressi e' dimagrito di 11 chili in 15 giorni e che un rapporto allarmato sulle sue condizioni di salute sarebbe stato inviato dai medici del carcere di Pisa al Dap. Quanto alla richiesta di grazia secondo Menzione e' ancora valida quella presentata da Bompressi, ma sulla quale grava il "no" espresso dal ministero nell' agosto scorso. Lo stesso Bompressi si era detto nei giorni scorsi disponibile ad una nuova richiesta di grazia ed era stata ventilata l' ipotesi che questa potesse essere firmata dalla moglie e dalla figlia. "Vedremo. Ma per ora, ripeto, l' importante e' salvargli la vita e secondo me - ha detto Menzione - e' solo questione di giorni, non dei mesi di cui ha bisogno l' iter di una domanda di grazia".18 febbraio 2002 - BOMPRESSI, 81 ADESIONI A DIGIUNO SOLIDARIETA'
Sono arrivate ad 81 le adesioni allo sciopero della fame per solidarieta' con Ovidio Bompressi e Adriano Sofri, lanciato da Franco Corleone e Silvio Di Francia. Lo annunciano gli stessi promotori dell'iniziativa. Tra le adesioni, Corleone e Di Francia annunciano quella del direttore del Foglio, Giuliano Ferrara, e dei sindaci di Pisa e San Giuliano Terme.18 febbraio 2002 – RUSSO SPENA E CENTO: SU BOMPRESSI IN GIOCO STATO DIRITTO
In una dichiarazione congiunta il vicepresidente del gruppo Prc alla Camera Giovanni Russo Spena e il deputato dei Verdi Paolo Cento affermano che "La vicenda, dolorosissima, di Bompressi, sta diventando una questione che attiene direttamente alla credibilita' dello Stato di diritto". "Bompressi sta male - proseguono - sta peggio di ora in ora. L'incompatibilita' del suo stato psicofisico con la detenzione non potrebbe essere piu' assoluta ed evidente. Il ministro Castelli non puo' far finta di nulla o trincerarsi dietro improbabili burocratismi. L'istituto della grazia allude proprio a casi gravi ed eccezionali come quello di Bompressi. Il tribunale di sorveglianza dovra' valutare, invece. La compatibilita' della detenzione con lo stato di salute in base al codice di Procedura penale. Non c'e' un minuto da perdere".18 febbraio 2002 – REALACCI E GIACHETTI IN SCIOPERO FAME PER SOFRI-BOMPRESSI
I deputati della Margherita Ermete Realacci e Roberto Giachetti cominciano uno sciopero della fame per la grazia ad Adriano Sofri e Ovidio Bompressi, aderendo all' invito dell'ex-sottosegretario alla Giustizia, Franco Corleone. Realacci ha anche visitato Bompressi nel carcere di Pisa e dice: "Non c'e un'ora da perdere e qualsiasi ritardo potrebbe rappresentare un pericolo per la salute fisica e psichica di Bompressi che ho trovato in condizioni gravissime. “La nostra adesione al digiuno di solidarieta' – sottolinea Giachetti - e' l'occasione per tornare a chiedere un atto di clemenza per Sofri e Bompressi; un piccolo gesto per non cedere alla rassegnazione e all'oblio".18 febbraio 2002 - PRESENTATA SECONDA DOMANDA GRAZIA PER BOMPRESSI
ANSA:
Secondo quanto si e' appreso, nei giorni scorsi sarebbe stata presentata una seconda domanda di grazia per Ovidio Bompressi, detenuto nel carcere di Pisa. Lo stesso Bompressi, in gravi condizioni di salute, aveva dichiarato nei giorni scorsi di non essere disponibile a presentare una seconda domanda di grazia, ma di non aver nulla in contrario a che lo facessero i suoi famigliari. Una prima domanda di grazia era stata respinta la scorsa estate dal ministro della Giustizia.19 febbraio 2002 - BOMPRESSI; AVVIATA ISTRUTTORIA PER GRAZIA
E' stata inviata agli uffici competenti per le valutazioni necessarie la domanda di grazia presentata in questi giorni dai familiari di Ovidio Bompressi, la seconda domanda di grazia dopo che la prima era stata respinta dal ministro della giustizia Roberto Castelli nell' agosto 2001.20 febbraio 2002 - BOMPRESSI COLPITO DA TERZA ISCHEMIA
Nel carecre di Pisa, Ovidio Bompressi e' colpito da un' altra ischemia cardiace. L' avvocato Ezio Menzione fa un altro appello perche' il suo assistito possa lasciare il carcere. "Cos' altro si attende - ha detto Menzione - per stabilire che le sue condizioni non sono compatibili con il carcere? Le sue condizioni non consentono alcun ottimismo. C'e' un calo ponderale di 14 chili, da 82 a 68, in 20 giorni, un altro episodio ischemico si e' verificato questa notte, la pressione e' 40 di minima e 60 di massima, Bompressi non puo' camminare, passa l'intera giornata a letto e per spostarsi viene portato in carrozzella. E' incapace di leggere, a stento interloquisce, chinando il capo e intercalando dice solo: 'Sto male, sto male'. Che altro si aspetta?".
Il Capigruppo dei Verdi Stefano Boco e il senatore Fiorello Cortiana, in una lettera rivolta a tutti i deputati e i senatori, scrivono:"Ovidio Bompressi e' stato colpito oggi, mercoledi' 20 febbraio, da un'ischemia cardiaca, la terza da quando e' tornato in carcere. Non mangia piu', non ha contatti con l'esterno perche' rimane rinchiuso nella sua cella immobile su un letto, ha un viso affranto. L'impressione e' che si lasci lentamente morire. E' in condizioni disperate e nonostante l'eco dei giornali nulla e' stato ancora fatto dal Tribunale di sorveglianza per porre rimedio a quello che e' stato giustamente definito un supplizio. Al di la' del riaprirsi di una possibile sensibilita' istituzionale sulla questione della grazia, desideriamo fare appello a quell'umanita' di cui siamo, spero, tutti capaci e chiediamo a tutti di agire secondo le vostre facolta' perche' si ponga fine a questo incubo. In nome della sopravvivenza di Ovidio Bompressi, siamo disponibili ad ogni iniziativa comune".20 febbraio 2002 - BOMPRESSI; CASTELLI, MAGISTRATO VALUTI SITUAZIONE
Il ministro della giustizia Roberto Castelli, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano della vicenda di Ovidio Bompressi, dice: "Auspico che il magistrato di sorveglianza competente valuti attentamente le condizioni di Bompressi".20 febbraio 2002 - GIANNI E MELANDRI DIGIUNANO PER BOMPRESSI
Alfonso Gianni (Rifondazione) e Giovanna Melandri (Ds) aderiscono allo sciopero della fame a sostegno della richiesta di grazia e scarcerazione per Adriano Sofri e Ovidio Bompressi. Gianni motiva cosi' la sua adesione al digiuno: "Anche se questa forma di lotta e' innovativa rispetto alla tradizione comunista, pratichero' un digiuno integrale di una settimana a partire da domani e fino a giovedi' prossimo, come del resto ho gia' fatto in passato, seppur in diverse circostanze". Secondo Gianni e' infatti "inderogabile battersi per una soluzione che porti alla liberazione di Sofri e Bompressi, facendo valere almeno in principio della evidente inutilita' della pena cui invece sono attualmente sottoposti. Mi auguro, anzi sono certo di contribuire cosi' ad una catena di solidarieta' civile e umana che dovra' continuare senza spezzarsi fino ad ottenere il risultato che ci proponiamo".21 febbraio 2002 - BOMPRESSI, DECISA SOSPENSIONE PENA
Il giudice di sorveglianza di Pisa decide la sospensione della pena per Ovidio Bompressi in considerazione delle sue condizioni di salute. La decisione di sospensione della pena per motivi di salute presa dal magistrato pisano e' un decreto provvisorio: sara' poi il tribunale di sorveglianza di Firenze, competente per territorio, a decidere in modo definitivo. L' ex esponente di Lotta Continua ha lasciato su una sedia a rotelle il carcere di Pisa dove era rientrato il 30 gennaio scorso dopo che il tribunale di sorveglianza di Genova aveva respinto la richiesta di una proroga di sospensione della pena per motivi di salute. Il suo amico David Guadagni l' ha portato in una abitazione circondata da riservatezza, ad un' ora di auto da Pisa, trasformata in una sorta di presidio sanitario ma lontana il piu' possibile da telecamere e cronisti. A meta' strada l' incontro con la moglie, Giuliana, e la figlia Elisabetta. "Possono fare di piu' le carezze di una moglie e di una figlia di una flebo di glucosio. E poi e' meglio evitare il passaggio da una struttura coatta, come il carcere, ad un' altra struttura coatta qual'e' l' ospedale", ha commentato uno degli accompagnatori di Bompressi, aggiungendo pero' di averlo trovato in condizioni peggiori rispetto a quando, due anni fa, ne era stata disposta la scarcerazione sempre per motivi di salute. Il quadro clinico fatto dal medico curante Franco Andriani e' di "Disidratazione ipovolemica, denutrizione, ipotensione e rallentamento psicomotorio". Andriani ha detto che Bompressi "ha iniziato un opportuno trattamento per il riequilibrio idroelettrolitico ed e'
monitorato da personale medico specializzato".22 febbraio 2002 - BOMPRESSI RICOVERATO D' URGENZA IN OSPEDALE
Ovidio Bompressi viene ricoverato d' urgenza nel reparto di nefrologia dell' ospedale di Massa in seguito ad una crisi di insufficienza renale acuta che lo avrebbe posto in pericolo di vita. La crisi si sarebbe verificata, sostengono i medici che lo hanno assistito in casa di amici da ieri, in seguito al "tracollo nutrizionale" che si e' innestato su una denutrizione cronica di Bompressi.23 febbraio 2002 - D' ALEMA VISITA SOFRI NEL CARCERE DI PISA
Il presidente dei Ds, Massimo D' Alema, visita il carcere Don Bosco di Pisa e incontra l' ex leader di Lotta Continua, Adriano Sofri.25 febbraio 2002 - BOMPRESSI MIGLIORA
Ovidio Bompressi, ricoverato nell' ospedale di Massa, sta meglio, ma si trova ancora nel reparto di nefrologia in attesa di ulteriori accertamenti cardiologici. Rispetto al giorno del ricovero la situazione e' migliorata, assicura il direttore del reparto di Nefrologia, che pensa di dimettere nei prossimi giorni l' ex esponente di Lotta Continua, il quale continuera' a casa la terapia a base di flebo resa necessaria dal suo stato di denutrizione prolungata.7 marzo 2002 - GRAZIA A SOFRI: BOSSI
Il leader della Lega Nord Umberto Bossi, intervistato da "Panorama", dice "Io non voglio tagliare la strada a Roberto Castelli perche' si parla di una materia di competenza del ministro di Grazia e Giustizia, pero'.... E' certo pero' che ci sono stati fatti avvenuti molto tempo fa, quindi ormai datati anche politicamente, che si chiudono. E' impensabile che gli opposti non trovino mai una sintesi: succede ovunque, dalla politica alla vita di tutti i giorni. Una sintesi ci deve essere, si deve trovare. Cioe': la verita' e la ragione non stanno mai da una sola parte, questo e' pacifico". Il verde Paolo Cento replica che la disponibilita' di Bossi e' un fatto "nuovo e importante", anche perche' riapre la discussione sul superamento di quelle stagioni attraverso provvedimenti piu' generali che la nostra Costituzione individua in amnistia e indulto e auspica che in questo ambito vi possa essere anche la grazia ai Serenissimi. "In questo quadro, infatti, che non e' di baratto ma di ragionamento politico, anche la grazia per i Serenissimi e' un fatto che deve trovare attenzione e disponibilita' nel centrosinistra. Dopo le parole in liberta' degli ultimi giorni di Bossi questa sua intervista e' una cosa seria e ragionevole su cui riflettere". Anche Michele Saponara, capogruppo di Forza Italia in commissione Affari Costituzionali, e Fabrizio Cicchitto, vicepresidente del gruppo di Fi alla Camera, sottolineando che pero' i due casi "non hanno nulla in comune", auspicano che "il ministro di Grazia e Giustizia dia parere favorevole alla grazia sia per Adriano Sofri sia per Luigi Maria Faccia, e conseguentemente inoltri le richieste con parere positivo al presidente della Repubblica". "Noi siamo garantisti nei confronti di Adriano Sofri - affermano i due esponenti 'azzurri' - per una ragione di principio che non riguarda solo lui, ma tutti: nessuno puo' essere condannato solo per la testimonianza di pentiti". Quanto al "teorico" dei "Serenissimi", Saponara e Cicchitto si augurano che Castelli "elimini dal Codice penale i diritti di opinione". La loro iniziativa, spiegano, intende "favorire una pacificazione sul terreno della giustizia in modo che si arrivi ad una profonda riforma e ad una amnistia che vada dagli anni '70 fino ai giorni nostri, cioe' che riguardi gli anni di piombo e tangentopoli. Anche questo - concludono - sarebbe un modo per far diventare l'Italia un paese normale e far cessare la guerra civile fredda che e' tuttora in corso e che puo' addirittura accentuarsi".8 marzo 2002 – PANORAMA: 1977, ALICE NEL PAESE DELLE P38
"Panorama"
1977 Alice nel paese delle P 38
A Roma il segretario della Cgil aggredito dagli autonomi, a Milano le rivoltelle ai cortei. E in una Bologna blindata, tra i girotondi degli indiani metropolitani, una piccola radio inventava un bizzarro modello di comunicazione. Ora libri e film rievocano quegli anni. Formidabili?
di VALERIA GANDUS
Indiani sì, ma niente assalto alla dirigenza
A differenza dei sessantottini, nessuna lobby e poco potere. Ma tanta fantasia
"La generazione del '77 è una generazione perduta. O è stata annientata dalla repressione o si è autoannientata con l'eroina. Non ha conquistato posti di potere, come quella del '68. Ma i sopravvissuti hanno fatto percorsi molto più interessanti". Sergio Bianchi, fondatore della casa editrice Deriveapprodi, è ancora innamorato della "fantastica creatività" di quegli anni. Della gente che scriveva fanzine, organizzava radio libere, faceva girotondi. Ma dove sono finiti costoro?
In genere fanno cose strane, poco istituzionali. Spesso nei new media. Basta vedere i fondatori di Radio Alice: "Bifo" Berardi fa controinformazione online con Rekombinant; Andrea Zenobetti è diventato un genio del "motion control" ed è stato chiamato dalla Playstation a Vancouver; Luciano Cappelli, l'inventore del "non palinsesto", vive in Costa Rica e gira documentari; Andrea Ruggeri è pubblicitario, Maurizio Torrealta giornalista a RaiSat.
E poi c'è Helena Velena: ai tempi di Radio Alice era un uomo, oggi è donna. Lesbica. Fondatrice del sito porno-politico Cybercore, scrive libri e tiene conferenze sul rapporto tra impegno militante e "dispiegamento delle proprie pulsioni estetico-godimentose di frociaggine orgogliosa".
"Anche sul fronte dell'identità sessuale il '77 ha rivendicato la più grande libertà di percorso" ricorda Pablo Echaurren, pittore, uno dei primi indiani metropolitani di Roma e d'Italia. Intorno alla fanzine Oaks c'erano con lui Carlo Infante, che oggi si occupa di teatro e web, "Gandalf il viola", che milita a Firenze nel Partito umanista, e "Beccofino" Grechi, che oggi vende enciclopedie. In un paesino fuori mano, marginale per scelta, vive Maurizio "Fanale" Gabbianelli, mentre Mario Canale ha diretto un corto sulle Brigate rosse e l'ha portato al Festival di Venezia nel '94. A produrlo è stato un altro reduce del '77, Sandrone Silvestri di Radio Città futura.
E gli altri? Ecco alcuni dei brutti, sporchi e cattivi di Zut e del Male, di Cannibale e Frigidaire: Vincino disegna per Il Foglio, Il Corriere, Panorama; Riccardo Mannelli per La Repubblica; Vauro per Il Manifesto e Nigrizia. Vincenzo Sparagna e Filippo Scozzari, sempre uguali a se stessi, fanno ogni tanto uscire un numero di Frigidaire. Mentre Angelo Pasquini è diventato regista (Santo Stefano) e scrive sceneggiature di successo (Il portaborse, Montalbano, Perlasca). Come produttore ha spesso avuto Carlo Degli Esposti, proprietario della Palomar, un altro che nel '77 era a Bologna.
Ma non parliamo di lobby, anzi. "Questa è una generazione dispersa. E che, per fortuna, ha conquistato poco potere" garantisce Enrico Ghezzi, situazionista mediatico a Raitre, padre di Blob. Negli anni 70 apparteneva all'ala "ludico-luddista" del Movimento a Genova. Oggi non rinnega nulla: nemmeno la mancata presa del potere. "Trovo che sia la cosa più positiva dei settantasettini".
Laura MaragnaniAdriano Sofri: "Non c'ero. E se c'ero, leggevo"
Il fondatore di Lotta continua dichiara la sua estraneità nei confronti di quel movimento Intervista
Lotta continua si era sciolta da pochi mesi (novembre 1976) quando esplose il Settantasette. Adriano Sofri, allora autodeposto leader di Lc, racconta come visse, da spettatore, quella stagione.
Lei non ha mai amato il Settantasette. Perché?
Per la stessa ragione, immagino, per cui un volontario della Bainsizza non avrebbe amato una battaglia della Seconda guerra mondiale.
Reduce di un'altra guerra, insomma.
Pensionato. Come oggi Borrelli. A parte gli scherzi, il Settantasette non mi coinvolse affatto perché sembrò significare, all'inizio, un forzoso richiamo alle armi. E, poi, un letterale richiamo alle armi. Che spuntarono, puntuali, nelle mani dei bambini.
Ma c'erano anche gli indiani metropolitani, Radio Alice...
Non mi interessavano: io ero un tipo serioso, appartato. Andai a qualche manifestazione, per senso del dovere. Ma ebbi la sensazione di una cosa che andava con una certa ineluttabilità verso lo sbaraglio. Con abbigliamenti, fisionomie, linguaggi che mi erano fortemente estranei. Dopo uno di quei sabati romani da sfida western fra Cossiga e il movimento, mi assentai. Questo non per dire che avessi ragione, ma perché mi sentivo grettamente estraneo.
Anche ai nuovi linguaggi, ai fumetti di Andrea Pazienza?
Non ero il tipo: quando ho smesso di fare politica, ho ricominciato a leggere i classici. E ho smesso di parlare ai funerali, funzione alla quale, purtroppo, ero chiamato spesso. L'ultima volta è stato a una cerimonia per Francesco Lorusso. Dissi che quello slogan, "è vivo e lotta insieme a noi", era finito, che non bisognava gridarlo più.
(V.G.)8 marzo 2002 - SOFRI; PER DIGIUNO A STAFFETTA 439 ADESIONI
ANSA:
Il digiuno 'a staffetta' avviato in segno di solidarieta' con Adriano Sofri e Ovidio Bompressi ha raccolto finora 439 adesioni. Lo rende noto Silvio Di Francia che insieme a Franco Corleone sta curando un bollettino che riporta notizie su questa iniziativa. Oggi e' il quinto giorno di digiuno, cominciato lunedi', per don Luigi Ciotti, fondatore del gruppo Abele, e per il giornalista Andrea Marcenaro. Da lunedi' prossimo - informa Silvio Di Francia - prenderanno il testimone del digiuno il giornalista Antonio Socci e il consigliere regionale del Lazio Giovanni Hermanin. Digiuneranno inoltre, a staffetta, per ogni giorno della settimana, l'intera segreteria nazionale della Fiom a partire dal segretario nazionale Claudio Sabattini.11 marzo 2002 - VASCO ROSSI, GUCCINI E BERGONZONI PER GRAZIA SOFRI
Vasco Rossi, Francesco Guccini e Alessandro Bergonzoni hanno aderito alla campagna per la grazia ad Adriano Sofri e Ovidio Bompressi.29 marzo 2002 - SOFRI: CASTELLI, GRAZIA? OMICIDIO BIAGI COMPLICA TUTTO
"Vedere una persona dietro le sbarre e' una sofferenza, ma l'omicidio di Marco Biagi complica tutto" dice il ministro della Giustizia Roberto Castelli in una intervista al "Secolo XIX" circa la possibilita' della grazia ad Adriano Sofri.6 maggio 2002 - CALABRESI: MILLE DIGIUNANO A STAFFETTA PER SOFRI E BOMPRESSI
ANSA:
Sono arrivati a quota 1.000 le persone che hanno aderito al digiuno a staffetta "contro l' oblio" e per "un atto di clemenza" nei confronti di Adriano Sofri e Ovidio Bompressi promosso dall' ex sottosegretario alla giustizia Franco Corleone e dal consigliere comunale di Roma Silvio Di Francia. "Si tratta di mille cittadini - affermano i due esponenti politici in una nota - che a turno stanno offrendo con il proprio digiuno un contributo sereno e consapevole alla decisione che, una volta terminata l' istruttoria della domanda di grazia da parte del ministero della giustizia spettera' al Capo dello Stato". Sofri, in carcere a Pisa, e Bompressi, la cui pena e' sospesa per motivi di salute, sono stati condannati con Giorgio Pietrostefani (latitante all' estero) a 22 anni di reclusione per l' omicidio del commissario Luigi Calabresi. Secondo gli organizzatori del digiuno a staffetta in 100 giorni di iniziativa sono state totalizzate per ora 1.565 giornate complessive di digiuno, a fianco delle quali ci sono anche mozioni e ordini del giorno votati da consigli comunali, provinciali e regionali in cui ci chiede la grazia per Sofri e Bompressi. Ma, osservano Corleone e Di Francia, "si registra "un ritardo di consapevolezza sull' urgenza di intervenire da parte del Parlamento e del governo". L' iniziativa del digiuno a staffetta, aggiungono, "non pone una richiesta ultimativa, ne' tantomeno un ricatto, ma vuole spingere alla consapevolezza per far cessare una detenzione senza significato anche rispetto ai principi costituzionali".16 maggio 2002 - D'AMBROSIO: CALABRESI NON C' ENTRA CON LA MORTE DI PINELLI
"SETTE", settimanale del "Corriere della sera"
Attualita' / parla il procuratore di Milano
CALABRESI CON PINELLI NON C'ENTRA
PAROLA DI GIUDICE PROGRESSISTA
Trent'anni fa veniva ucciso il commisario indicato come l'''assassino'' dell'anarchico morto in Questura. Ancora oggi c'e' chi ripete quell'accusa.
Gerardo D'Ambrosio ricorda perche' la sua inchiesta accerto' l'innocenza del poliziotto. E come lui, uomo di sinistra, fu contestato per quella sentenza.
Domani 17 maggio, sono trent'anni che hanno ucciso il commissario di polizia Luigi Calabresi, e c'e' da giurare che qualcuno, rievocando il fatto, scrivera' che fu l'inizio degli anni di piombo in Italia. Se davvero quel delitto segno' l'avvento del terrorismo, non e' facile dirlo. Molto probabilmente, segno' l'inizio di un terrorismo, quello ''rosso'': ma la stagione dell'orrore comincio' senz'altro prima, soprattutto il 12 dicembre 1969, giorno della strage di piazza Fontana. Anzi si puo' dire che lo stesso Calabresi fu anch'egli vittima di quella bomba che scoppio' alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano. A chi ha meno di quarant'anni, ricordiamo il perche'. La sera stessa di quella strage, la polizia fermo' decine di estremisti - di destra, ma soprattutto di sinistra - che si pensava potessero sapere qualcosa. Tra questi fermati c'era un ferroviere anarchico, Giuseppe Pinelli detto ''Pino''. Fu lo stesso Calabresi che con Pinelli era in rapporti cordiali, tanto che a Natale i due si erano persino scambiato i regali - a chiedere a Pinelli di seguirlo in Questura, in via Fatebenefratelli. Questura da cui, purtroppo, Pinelli non usci' vivo. Mori', precipitando dalla finestra dell'Ufficio politico, la notte del 15 dicembre. Come e perche' precipito'? In una conferenza stampa subito dopo il fatto, il questore Marcello Guida disse che Pinelli si era suicidato: ''Era fortemente indiziato per la strage di piazza Fontana, il suo alibi era crollato, il suicidio equivale a un'autoaccusa''. Non era vero. Pinelli, che era un uomo pacifico, con la strage non c'entrava nulla: le inchieste successive lo hanno accertato.
Ora: perche' diciamo che Calabresi - come Pinelli - fu anch'egli vittima innocente di piazza Fontana? Perche' dal giorno della morte di Pinelli si scateno' contro il commissario una violenta campagna di stampa, iniziata dal quotidiano del Psi Avanti! e da quello del Pci l'Unita', oltre che dal settimanale Vie Nuove, e proseguita soprattutto da Lotta continua. Si disse che Pinelli era stato ucciso, e che il colpevole era proprio Calabresi. Il commissario fu poi ammazzato, appunto, il 17 maggio del 1972: per quel delitto sono stati condannati l'ex leader di Lotta continua Adriano Sofri e altri tre militanti, Giorgio Pietrostefani, Ovidio Bompressi e Leonardo Marino. Solo quest'ultimo si dice colpevole, gli altri tre sostengono di essere innocenti, e sulla loro condanna e' aperta da anni una polemica che sembra destinata a non finire mai. Ma non e' della colpevolezza o meno di Sofri e compagni che oggi vogliamo parlare. Oggi vogliamo parlare di Calabresi e di Pinelli. Proprio Sofri, qualche settimana fa, ha criticato Bruno Vespa perche' rievocando le vittime del terrorismo si e' dimenticato di Pinelli. ''Qualche autorita' di questo Paese avra' mai bussato alla porta di casa Pinelli per chiedere: come va?''. Giusto. Ma e' anche giusto che, accostando il nome di Calabresi a quello di Pinelli, si ricordi anche un fatto accertato dalla magistratura: la campagna contro Calabresi fu un gravissimo errore perche' Calabresi non era responsabile della morte del ferroviere anarchico. Una verita' che, purtroppo, ancora oggi molti fingono di non conoscere. Una verita' che ricostruiamo ora con il procuratore di Milano Gerardo D'Ambrosio, che allora come giudice istruttore - indago' sulla morte di Pinelli concludendo che non si tratto' di omicidio, e che Calabresi non ebbe comunque alcuna responsabilita'.
- Dottor D'Ambrosio, lei concluse l'inchiesta dicendo che Pinelli era precipitato accidentalmente dalla finestra. Che era svenuto cadendo in avanti. Si parlo' di un ''malore attivo'', un'espressione che fu molto criticata - .
''Questa e' una leggenda che mi porto appresso da quasi trent'anni. Io non ho mai usato quell'espressione, ''malore attivo''. Io conclusi l'inchiesta escludendo per assoluta mancanza di indizi l'ipotesi di omicidio volontario. E scrissi che l'ipotesi piu' verosimile era un'altra: Pinelli, stremato da tre giorni di interrogatori, si era affacciato alla finestra per prendere aria, era svenuto ed era caduto in avanti''.
- La sua fu la seconda inchiesta sulla morte di Pinelli -.
''Si', c'era stata una prima inchiesta della magistratura, che si era conclusa con una rapida archiviazione. Ma era un'archiviazione che non convinceva. Che era stata molto contestata''.
- A ragione? -
''Devo dire di si'. Le proteste contro l'archiviazione erano motivate. La morte di Pinelli era un fatto di enorme gravita'. Capisce? Una persona fermata dalla polizia che precipita dal quarto piano della Questura! E badi che Pinelli, cosi' come gli altri estremisti portati in Questura quella notte, erano stati fermati illegalmente. La legge prevede che una persona puo' essere fermata senza richiesta della magistratura solo in casi eccezionali; e comunque anche in quei casi la magistratura va avvisata entro 48 ore. E' la stessa Costituzione a prevederlo. Ma Pinelli fu fermato senza avvisare la magistratura''.
- Questo per quanto riguarda il fermo. Ma la prima inchiesta della naagistratura? Perche' dice che fu giusto contestarla? -
''Io penso che quell'inchiesta fu molto riguardosa nei confronti della polizia. Allora succedeva spesso: noi magistrati eravamo in soggezione nei confronti di polizia e carabinieri''.
- Qualche esempio di errore in quella prima inchiesta? -
''Non fu permesso ai difensori e ai periti della famiglia Pinelli di assistere all'autopsia. Una cosa assurda, che ovviamente alimento' i peggiori sospetti.''
- Cosi' comincio' la campagna di stampa contro Calabresi. -
''Calabresi era assolutamente estraneo alla morte di Pinelli, lo vedremo poi. E, oltre a sbagliare bersaglio, i giornali di sinistra e Lotta Continua in particolare scrissero cose non vere sulla morte di Pinelli. Ma debbo dire che se la magistratura avesse fatto subito gli accertamenti che avrebbe dovuto fare, i sospetti sarebbero morti sul nascere''.
- Ricorda il clima in cui avvenne quella campagna? -
''Credo sia stato il piu' teso del dopoguerra. La sinistra accentuava le sue istanze di cambiamento, e le forze conservatrici si sentivano minacciate. Nelle elezioni del '68 la Dc aveva registrato una grave flessione, che era stata attribuita alla sua apertura a sinistra. C'era una forte instabilita' politica, e dal maggio del 1968 al 1970 c'erano stati cinque cambi di governo: Leone, tre volte Rumor, Colombo. C'era stato il maggio francese. C'era stato l'autunno caldo, lo sciopero generale per la casa e per le gabbie salariali, a Battipaglia erano stati uccisi dei manifestanti... In questo clima cominciarono gli scontri di piazza. E le bombe: alcune messe da gruppi anarchici, altre da gruppi di destra che si spacciavano per anarchici. E si comincio' a temere un colpo di Stato''.
- Lei pensa che ci fu davvero un pericolo di golpe, in quegli anni? -
''Molta gente aspirava a un colpo di Stato sul modello di quanto era accaduto in Grecia, e non si preoccupava neppure di nasconderlo: quindi la paura era concreta. Dopo la strage di piazza Fontana molti politici di sinistra non dormivano piu' a casa temendo una retata''.
- Torniamo a Pinelli. Perche' fu' riaperta l'inchiesta? -
''Il 24 giugno 1971, dopo l'archiviazione della prima inchiesta, la signora Licia Rognini, vedova di Pinelli, aveva presentato una denuncia per omicidio volontario. II procuratore generale di Milano, Luigi Bianchi d'Espinosa, ordino' allora la riesumazione della salma e la riapertura dell'inchiesta. L'affidarono a me, e qualcuno mi disse di aprire un fascicolo per omicidio colposo. Io mi opposi. dissi: non ripetiamo l'errore fatto nella prima inchiesta: se la denuncia e' per omicidio volontario, partiamo dall'omicidio volontario. Il fatto e' che la magistratura non aveva ancora preso consapevolezza di avere il compito di indagare con autorevolezza su qualsiasi settore dello Stato''.
- La polizia come la accolse? -
''Avvertii subito di non essere gradito dalla polizia. Non capirono che, se uno non ha niente da nascondere, deve tenere un atteggiamento di apertura. L'accertamento della verita' puo' andare a favore di chiunque. E infatti le indagini provarono che le accuse alla polizia erano infondate''.
- Per esempio? -
''Si diceva che in Questura era stato iniettato a Pinelli una specie di siero della verita' per farlo parlare., e che questo siero lo aveva stordito o addirittura ucciso. La ''prova'' di questa iniezione sarebbe stata un'agopuntura visibile su un braccio. Cercai di scoprire a cosa fosse dovuta quell'agopuntura, e mi accorsi pensi! - che durante la prima inchiesta non era neppure stata sequestrata la cartella clinica. Andai dunque all'ospedale Fatebenefratelli e scoprii dalla cartella che Pinelli, quando arrivo' al pronto soccorso, era ancora vivo, e che gli era stata praticata una flebo. Trovai anche una foto che lo dimostrava. Cosi' si scopri' a cosa era dovuta quell'agopuntura''.
- Si disse anche che l'ambulanza era stata chiamata prima che Pinelli cadesse dalla finestra. Come se Pinelli fosse gia' morente prima di precipitare. -
''E anche questo risulto' non vero. Andai al comando dei vigili urbani, che con grande efficienza avevano registrato tutte le chiamate per le ambulanze. Poi, ottenni un'altra prova sulla innocenza di Calabresi''.
- Quale? -
''La testimonianza di uno degli anarchici fermati, Pasquale Valitutti: aveva visto Calabresi uscire dalla sua stanza prima che Pinelli cadesse''.
- Si puo' dire con certezza che Calabresi non fu responsabile della morte di Pinelli? -
''Assolutamente si'. Non lo fu in alcun modo. Ed e' anche certo che non fu responsabile neppure di maltrattamenti''.
- Lei era considerato gia' allora un uomo di sinistra. Eppure la sinistra l'attacco' per quella sentenza. Se lo aspettava? -
''Non mi aspettavo niente. Sapevo di avere fatto onestamente il mio lavoro. E poi in quegli anni mi diedero del socialista per le indagini su piazza Fontana, e del fascista per quelle su Pinelli. Quando uno e' attaccato da destra e sinistra, vuol dire che e' stato imparziale''.
- Ricorda qualcuna delle critiche che le furono rivolte? -
''Su Panorama usci' un documento di alcuni fisici, i quali sostenevano che' la traiettoria della caduta di Pinelli corrispondeva a quella di un corpo inanimato, morto. Qualche tempo dopo uno di questi fisici busso' alla mia porta per chiedermi scusa''.
- Ricevette miinacce? -
''No. Ci fu pero' un brutto episodio. Mia figlia faceva le medie, e qualcuno le scrisse sul diario: tuo padre e' un fascista. Lei ne rimase molto ferita''.
- Piazza Fontana e Pinelli: che cosa le e' rimasto di quelle due sue inchieste? -
''In quegli anni per la prima volta la magistratura ha dato l'impressione di saper indagare in tutti i sensi, senza soggezioni. Io credo che dopo quelle indagini la democrazia in Italia si sia rafforzata''.
L' anniversario dell' uccisione di Calabresi e' ricordata anche su "La Repubblica" in un servizio in prima pagina di Giuseppe D'Avanzo.16 maggio 2002 - CALABRESI: 30 ANNI DALLA SUA UCCISIONE
ANSA:
Domani, 17 maggio, saranno passati esattamente 30 anni dall' uccisione del commissario Luigi Calabresi. Ecco una cronologia delle tappe piu' importanti della vicenda, ormai conclusa dal punto di vista giudiziario, ma che si e' trascinata per decenni:
17 maggio 1972: Luigi Calabresi, commissario dell' ufficio politico della questura di Milano, e' ucciso davanti alla sua abitazione, in via Cherubini, con due colpi di pistola. Era stato al centro di una pesante campagna che gli imputava la responsabilita' della morte dell' anarchico Giuseppe Pinelli, caduto da una finestra della Questura, mentre veniva interrogato nelle indagini sulla strage di piazza Fontana.
20 settembre 1972: al valico di Brogeda sono arrestati Gianni Nardi, Bruno Stefano, estremisti di destra, e la tedesca Gudrun Kiess, su una macchina piena di armi ed esplosivo. Nardi somiglia moltissimo all' identikit dell' uomo che ha ucciso Calabresi. Nel febbraio 1973 i tre otterranno la liberta' provvisoria e usciranno poi dall' inchiesta.
13 aprile 1981: depositati al Tribunale di Torino i verbali degli interrogatori del pentito Roberto Sandalo che, riferendo confidenze di Marco Donat Cattin, attribuisce la responsabilita' dell' omicidio a una struttura clandestina di 'Lotta Continua'.
28 luglio 1988: su ordine della Procura di Milano sono arrestati Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani, Ovidio Bompressi e Leonardo Marino. L' arresto avviene in seguito alla confessione dello stesso Marino, che accusa Bompressi di essere l' esecutore materiale, Sofri e Pietrostefani i mandanti e lui stesso l' autista dell' agguato.
2 maggio 1990: Sofri, Bompressi e Pietrostefani sono condannati a 22 anni, Marino ad 11 anni.
12 luglio 1991: la prima Corte d' Assise d' appello conferma la sentenza di primo grado.
23 ottobre 1992: la Cassazione annulla la precedente sentenza e rinvia gli atti alla Corte d' Assise d' appello di Milano.
21 dicembre 1993: la seconda Corte d' Assise d' appello di Milano assolve Pietrostefani, Bompressi e Marino e per effetto estensivo anche Sofri che non ha presentato appello.
27 ottobre 1994: la Cassazione annulla la sentenza d' assoluzione.
11 novembre 1995: la terza Corte d' Assise d' appello condanna Sofri, Bompressi e Pietrostefani a 22 anni, mentre a Marino e' riconosciuta la prescrizione del reato.
22 gennaio 1997: la Cassazione respinge tutti i ricorsi.
18 marzo 1998: la Corte d' appello di Milano respinge la richiesta di revisione.
6 ottobre 1998: la Cassazione annulla l'ordinanza di Milano e rinvia alla corte d'appello di Brescia la decisione.
1 marzo 1999: anche la corte d'appello di Brescia respinge la revisione.
27 maggio 1999: la Cassazione annulla l' ordinanza di Brescia, rinviando la decisione alla Corte d' appello di Venezia.
24 gennaio 2000: Venezia rigetta la richiesta di revisione e conferma la condanna a 22 anni. Sofri torna in carcere, Bompressi, dopo una breve latitanza, si costituisce il 7 marzo e il 29 marzo ottiene il differimento della pena per motivi di salute; a luglio chiede la grazia. Pietrostefani resta latitante.
5 ottobre 2000: la prima sezione penale della Corte di Cassazione rigetta il ricorso e la condanna diventa definitiva.
8 ottobre 2001: il Ministero della giustizia, dopo la fase istruttoria, decide di non trasmettere al Presidente della Repubblica la richiesta di grazia di Bompressi.
29 gennaio 2002: il tribunale di sorveglianza di Genova respinge l' istanza di Ovidio Bompressi per la sospensione dell' esecuzione della pena. Il 30 gennaio Bompressi e' arrestato. Il 21 febbraio ottiene di nuovo la sospensione della pena.17 maggio 2002 – “IL PRIGIONIERO” DI MATTIA FELTRI: RITRATTO DI SOFRI IN CARCERE
ANSA:
(RIZZOLI; PP. 120) Il complesso sistema di porte e cancelli che separano lui ed i suoi compagni dalla liberta', i ritmi ed i riti del carcere, come le luci che si accendono quando non servono e si spengono nei momenti in cui ce ne sarebbe bisogno, o la periodica battitura dei ferri, cioe' delle sbarre delle finestre delle celle per verificare che non siano state segate nottetempo. E soprattutto un tempo «spezzettato» che scandisce la vita dei detenuti. Il libro di Mattia Feltri e' un ritratto del carcere che ospita Sofri, condannato a 22 anni per l' omicidio del commissario Luigi Calabresi, piuttosto che del suo detenuto piu' illustre. Frutto di diversi colloqui con Sofri nel carcere Don Bosco di Pisa, «Il prigioniero» raccoglie i testi pubblicati su alcuni paginoni del Foglio, il quotidiano del quale Feltri e' inviato. Il diario minimo dal carcere in cui Sofri continua, come puo', a leggere, scrivere e lavorare, diventa cosi' uno spaccato di vita quotidiana anche degli altri reclusi: le partite di calcio nell' ora d'aria, i piccoli o grandi, e spesso incomprensibili, divieti come quello - poi superato - di indossare giacche o cappotti, o di tenere una piantina in cella. Nel «Prigioniero» c'e' Sofri nel suo rapporto con gli altri reclusi (in un carcere dove «le cose futili diventano maniacalmente importanti: 'Qui e' come un albergo di Davos per tubercolitici»') e nel suo rapporto con gli altri «chiusi fuori», cioe' le persone libere. Proprio sul concetto di liberta' spesso si soffermano le riflessioni di Sofri. Ad esempio sul fatto che in molti abbiano sottolineato che lui, adesso, abbia molto «tempo libero». Un tempo, invece, «tutto occupato, scandito, eterno, spezzettato» dai ritmi carcerari di cui viene dato conto nel 'Prigioniero' con meticolosa precisione di orari e gesti. Ma c'e' anche il Sofri di prima della carcerazione, con i suoi lunghi periodi di permanenza in Iran dopo la rivoluzione degli ayatollah, in Cecenia durante l' insurrezione del 1996 contro i russi o a Sarajevo, durante l' assedio tra il '94 ed il '95, un periodo descritto da Sofri nelle sue corrispondenze giornalistiche raccolte nel libro Lo specchio di Sarajevo edito da Sellerio. Cosi' se la prima parte del libro e' fedele in tutto al titolo, «il prigioniero», la seconda e' stata ribattezzata nell' indice «il viaggiatore». Viaggi e carcere: un' antitesi testimoniata dalla grande carta geografica del mondo che quando Sofri dispiega occupa quasi tutta la sua cella tre metri e mezzo per due e dall' occasione in cui un visitatore regalo' a Sofri una guida del Peru'. «C'e' una Lima, dentro», disse il visitatore con una battuta di spirito. Una guardia del carcere senti' e la guida venne sequestrata.17 maggio 2002 - CALABRESI: MILANO LO RICORDA A 30 ANNI DALL'OMICIDIO
ANSA:
Con una cerimonia solenne, ma al tempo stesso molto composta, la citta' di Milano ha commemorato oggi il 30/o anniversario dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi e il 29/o della strage davanti alla Questura, quando, proprio nel giorno del primo anniversario della morte di Calabresi, la bomba lanciata da Gianfranco Bertoli uccise quattro persone, ferendone altre 45. Questa mattina, il Questore di Milano, Vincenzo Boncoraglio, ha accolto la vedova e uno dei figli del commissario, Gemma Capra e Mario Calabresi, ricevendoli per un breve colloquio privato nel suo ufficio. Quindi, all'arrivo del sindaco di Milano, Gabriele Albertini, e del prefetto, Bruno Ferrante, il corteo si e' raccolto in silenzio davanti al busto posto in ricordo del commissario al primo piano della Questura e alla lapide che quasi all'ingresso dell'edificio dal 1977 ricorda gli agenti caduti nell'adempimento del proprio dovere. Subito dopo la cerimonia si e' spostata all'esterno della Questura, dove un'altra corona e' stata deposta sotto la targa di marmo che riporta i nomi di Felicia Bartolozzi, Gabriella Bortolon, Federico Masarin e Giuseppe Panzino, uccisi dalla bomba lanciata da Bertoli il 17 maggio 1973. In omaggio alla memoria del commissario Calabresi e delle vittime della strage erano giunte questa mattina le corone di fiori del Comune e della Provincia di Milano, della Regione Lombardia, dell'Anpi, di Cgil, Cisl e Uil, del Prefetto, e dei Democratici di sinistra. Con una brevissima dichiarazione, la signora Gemma Capra ha voluto ricordare il marito, «un uomo dolcissimo, sempre vicino alla famiglia, che ha vissuto i suoi ultimi, difficilissimi mesi di vita, con un grande orgoglio, una grande dignita' e una grande buona fede». «Una tragedia - ha commentato poi il sindaco Albertini – che non va dimenticata e che infatti ricordiamo ogni anno. Una realta' lontana nel tempo, ma che non va dimenticata». Per il Prefetto di Milano, «non si puo' parlare di una ferita ancora aperta, ma - ha detto Bruno Ferrante - e' importante ricordare Luigi Calabresi e tutti coloro che si sono sacrificati per svolgere il proprio dovere. Esempi importanti che devono servire a farci riflettere per capire come le tensioni si possano trasformare in occasioni di conflitto, quando, invece, il solo modo di risolverle e' attraverso la dialettica democratica».18 maggio - CALABRESI DOPO 30 ANNI: UN COMMENTO DI FERRARA
"Panorama"
Trent'anni buttati al vento
Il 17 maggio 1972, al culmine di una feroce campagna di stampa, venne ucciso il commissario Calabresi. Fino a che punto ci siamo emendati da quella schifezza?
di GIULIANO FERRARA
Sono passati giusto trent'anni dall'uccisione del commissario di polizia Luigi Calabresi. Calabresi fu ammazzato al culmine di una feroce campagna di stampa di una parte della sinistra e di Lotta continua: indicavano in lui il sospetto assassino dell'anarchico Pino Pinelli, precipitato da una finestra della questura di Milano dopo tre giorni di interrogatorio all'indomani della strage di piazza Fontana. La giustizia ha detto la sua, dopo due inchieste su Pinelli e nove sentenze sull'omicidio del funzionario di polizia: Pinelli svenne e cadde in avanti, sporgendosi dall'orbita della finestra; il commissario non c'entrava, non era nemmeno presente al momento del "salto", e fu ucciso da Ovidio Bompressi, con Leonardo Marino che faceva il palo, su ordine di Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri.
Sul piano giudiziario il discorso finisce qui, salvo sorprese della giustizia internazionale. Resta l'obiezione di coscienza di quanti (compreso chi scrive) non credono alla versione di Leonardo Marino e non accettano la parabola giudiziaria che essa ha originato, sebbene la rispettino sul piano formale. Più di tutti la rispetta Adriano Sofri, che è entrato in una cella con le sue gambe per due volte, e se ne sta lì rinchiuso da 1.788 giorni (compreso questo venerdì d'uscita di Panorama), dopo una lunga battaglia per il riconoscimento della sua non colpevolezza, condotta cavallerescamente da prigioniero e imputato "apolitico". Ma in fondo si tratta di questioni minori per la generalità dei lettori, che ha forse un'altra curiosità. Come è stato possibile che si sviluppasse una campagna aberrante contro Calabresi, un "nemico dell'umanità" nella cui eliminazione fisica un pezzo d'Italia vide un segno di giustizia? Fino a che punto ci siamo emendati da quella schifezza?
La mia ipotesi è semplice e disarmante. È stato possibile, ed è ancora possibile, perché l'uomo è un animale ideologico e da sempre ha secolarizzato, cioè trasportato nel mondo dei conflitti civili, la tensione religiosa ed etica tra bene e male. Non credo di dover offrire esempi di odio assassino tratti dalle cronache del conflitto di civiltà in corso, con particolare riferimento all'attentato suicida maturato in ambiente islamico, là dove è fragile se non inesistente la distinzione laica tra ideologia, religione e politica (è una variante particolare che conferma la regola generale). Le esecuzioni a freddo di Massimo D'Antona e Marco Biagi testimoniano la persistenza dell'odio politico e la sua capacità di trovare sempre nuove ragioni per durare anche in connessione con vecchi modelli ideologici occidentali (il "comunismo combattente" delle Brigate rosse). Perfino in Olanda, come ha dimostrato l'assassinio di Pim Fortuyn per mano di un ambientalista-animalista, l'odio politico nutrito del bene ideologico può caricare una pistola e far scattare il grilletto dopo secoli di pace civile opulenta, di utopismo irenista e di cultura della tolleranza. Se volete trasferire il bene dal cielo alla terra, preparatevi a una campagna di odio politico. E alla fine può arrivare o no una pistolettata. È probabile che arrivi.
Sarà troppo semplice, ma almeno non è troppo complicato. Più dura invece è la risposta alla seconda domanda, quella sulla capacità di emendarsi dalle conseguenze barbariche, e in certi casi delittuose, del bene assoluto che portiamo agli altri. La storia personale di Adriano Sofri, e in parte anche quella degli ex di Lotta continua, dimostra che una purificazione leale è possibile. Si può restare se stessi, per non abusare strumentalmente della dialettica consolatoria del rinnegamento, e cambiare pelle radicalmente. Si può rifiutare come un oltraggio inaudito un'accusa di omicidio, e contestare non senza ragioni una condotta processuale infinitamente tortuosa, ma restare legati a un processo "perinde ac cadaver". Si possono mantenere nel loro nucleo molte idee e speranze, ma dismettere senza pietà, e in tempi non sospetti, ogni legame con le degenerazioni violente di una stagione. Si può essere dignitosamente deferenti verso il dolore degli altri, quello della famiglia Calabresi in particolare, ma evitare ogni commercio del proprio buon diritto a dirsi non colpevoli. Si può essere prigionieri e viaggiare con la testa libera tra le cose del mondo, il paradosso che emerge dal libro straordinario di Mattia Feltri.
La sinistra intellettuale e politica che nei primi anni Settanta condivise il fulcro dell'odiosa campagna contro Luigi Calabresi può dire altrettanto di sé e della sua capacità di emendarsi? Sospetto di no. Basta vedere l'elenco dei firmatari del famoso appello contro il commissario firmato dal fiore di un establishment ideologicamente impazzito in quegli anni, riesaminarne il testo, e valutare i comportamenti successivi: chi può dire di avere fatto la sua parte per risarcire questo Paese (il dolore della famiglia, portato con un tratto encomiabile di umana pietà, non è risarcibile) del significato civile che ebbe quella campagna? Vedo poche mani alzate, molte mani che si ritirano e si nascondono. Vedo che la tendenza a portare nel mondo la eco infida della lotta tra bene e male non demorde.19 maggio 2002 - CALABRESI: ANNIVERSARIO OMICIDIO, MACABRI MANIFESTI A NAPOLI
ANSA:
Macabri manifesti con la foto del commissario Calabresi nella bara sono stati affissi a Napoli in coincidenza con il trentesimo anniversario del suo assassinio, avvenuto a Milano il 17 maggio 1972. I manifesti, in bianco e nero, stampati in formato meta' foglio, mostrano una foto in primo piano di Calabresi disteso nella bara, con il corpo semicoperto da una croce e la didascalia "il commissario Calabresi al suo funerale. In alto, a caratteri grandi, c' e' la scritta "Momenti indimenticabili". Manca qualsiasi firma ed indicazione della tipografia stampatrice. Affissi a decine nel centro storico di Napoli, i manifesti sono stati notati da alcuni cittadini in via Forno Vecchio, una traversa della centralissima via Toledo. Alcuni di essi sono stati strappati dagli stessi cittadini. La Digos di Napoli ha avviato le indagini sui manifesti anonimi che inneggiano all' omicidio del commissario Calabresi. Oltre che in via Forno Vecchio, la polizia ha accertato che un' altra decina di manifesti e' stata affissa nei pressi della facolta' di Architettura, in via Monteoliveto. L' affissione dovrebbe risalire - secondo fonti della polizia - alla notte del 17 maggio. La foto che ritrae Calabresi nella bara, ad un primo esame, sembra essere stata scattata nella camera ardente.20 maggio 2002 - MORTE PINELLI: VALITUTTI, CALABRESI ERA NELLA STANZA
ANSA:
Pasquale Valitutti, uno degli anarchici del circolo "Ponte della Ghisolfa" che e' presente nella questura di Milano nella notte in cui mori' Pino Pinelli conferma, a tanti anni di distanza, la sua testimonianza: "tutti quelli che erano nella stanza dove c'era Pinelli hanno mentito". Valitutti, intervistato da Gianni Cirone per il settimanale del Pdci "Rinascita", era nel corridoio che collegava la stanza dove era Pinelli e l'ufficio del commissario Calabresi. Da quel punto di osservazione non vide passare il commissario che per lui era quindi presente nella stanza quando Pinelli cadde dalla finestra. "Sono sicuro che Calabresi non sia passato; se il giudice avesse avuto dubbi avrebbe dovuto interrogarmi"; Valitutti aggiunge: "alcuni minuti prima che Pino voli giu' dalla finestra - afferma l'anarchico - succede qualcosa di eccezionale...qualcosa paragonabile a un trambusto, a una rissa, sembra che qualcuno stia rovesciando i mobili...avvertii le voci, concitate, alterate". "Lei sa che per lasciare quel piano, chiunque fosse a farlo, doveva passare dal mio naso? Calabresi era presente in quella stanza mentre avveniva tutto questo...sento un rumore stranissimo. Un rumore cupo...due o tre poliziotti escono dalla stanza. Puntano contro di me...ringhiano: 'si e' buttato, si e' buttato"'. Valitutti nell' intervista sottolinea di non essere mai stato interrogato sulla questione. "Voglio precisare che il fatto che Calabresi fosse o non fosse in quella stanza puo' avere una importanza relativa, anche se Calabresi, lo ripeto, c'era; cio' che e' importante dire e che tutti quelli che erano in quella stanza hanno mentito. Hanno mentito su Calabresi e hanno mentito sul fatto che non sia successo niente 15 minuti prima della morte di Pino...se sono un bugiardo, dovevo essere incriminato per falsa testimonianza, calunnia. Perche' cio' non e' accaduto?". "Ho una speranza e una certezza; la speranza e' che D'Ambrosio trovi la dignita' per denunciarmi; la certezza e' che, se lui non mi denuncera', risultera' chiaro che anch'egli e' perfettamente consapevole di non essere arrivato alla verita'".28 maggio 2002 - CALABRESI: GRAZIA BOMPRESSI; NEGATIVO PARERE PROCURA MILANO
ANSA:
La Procura generale di Milano ha trasmesso al Tribunale di sorveglianza di Pisa il parere sulla domanda di grazia presentata da Ovidio Bompressi, l'ex militante di Lotta Continua condannato a 22 anni di reclusione con Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani, per l'omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi, ucciso a Milano il 17 maggio 1972. Sul parere espresso viene mantenuto il piu' stretto riserbo. Ora il Tribunale di sorveglianza di Pisa dovra' inviare al ministero della Giustizia l'intera documentazione dell'istruttoria per la grazia che dovra' essere vagliata dal Capo dello Stato. A Ovidio Bompressi, a causa delle sue condizioni di salute, da alcuni mesi e' stata riconosciuta la momentanea sospensione della pena.
E' negativo il parere della procura generale di Milano sulla concessione della grazia a Ovidio Bompressi inviato al Tribunale di sorveglianza di Pisa, che deve decidere sull' istanza presentata dall' ex dirigente di Lotta Continua condannato per l' uccisione del commissario Luigi Calabresi. Lo ha reso noto l' avvocato di Bompressi, Ezio Menzione.
Un parere «frettoloso» e «immotivato»: questo il giudizio dell' avvocato di Ovidio Bompressi, Ezio Menzione, sulla decisione della procura generale di Milano per la concessione della grazia all' ex di Lotta Continua. Menzione si e' quindi augurato che «i livelli istituzionali e quelli politici non considerino questo parere negativo come vincolante». «Visto che la domanda - ha aggiunto il legale - non viene dal diretto interessato ma da altre persone e per motivi umanitari - meritava ben altra attenzione».14 giugno 2002 - GRAZIA A BOMPRESSI: PECORELLA PER AMNISTIA
"Il Corriere della sera"
L'esponente di FI: grazia a Bompressi e un atto di clemenza per chi non ha commesso stragi
Anni di piombo, Pecorella riapre il dibattito sull'amnistia
ROMA - Il varco lo apre il presidente della commissione Giustizia, il forzista Gaetano Pecorella: "Grazia a Bompressi e amnistia per i terroristi che non siano accusati di stragi". Parla di "atto umanitario", spiega che "si tratterebbe di chiudere i conti con il passato e riabilitare chi ha già pagato per il suo errore". Forza Italia si accoda, ma la proposta è più ampia: "Se clemenza deve essere, che sia per tutti. Anche per i reati di tangentopoli". Lo dice chiaramente il vicepresidente Fabrizio Cicchitto, lo ribadisce il deputato e avvocato Michele Saponara, rilancia la proposta il responsabile giustizia del partito, Giuseppe Gargani. "Non mi risulta che l'argomento sia all'ordine del giorno - chiarisce - ma di certo non può essere una questione legata esclusivamente a chi è accusato di reati di eversione". Saponara è più esplicito: "Un indulto generalizzato era stato chiesto anche dal Papa. Io sono perfettamente d'accordo". Per varare un'amnistia è necessario il voto favorevole dei due terzi del Parlamento e dunque un accordo che vada oltre lo schieramento di maggioranza. E sono in molti a ritenere, soprattutto nell'opposizione, che la proposta di Pecorella servisse a sondare la posizione degli alleati, ma anche della sinistra. Se il fine era davvero questo, il risultato sembra negativo. Un "no" deciso arriva da Alfredo Mantovano, sottosegretario all'Interno per Alleanza Nazionale: "In linea di principio sono contrario a provvedimenti di clemenza e in particolare lo sono nei confronti dei terroristi. In ogni caso, non mi sembra certo il momento opportuno per discutere una proposta del genere, visto che l'eversione interna è tornata a colpire e sono in corso indagini su soggetti detenuti che hanno rivendicato sia l'attentato contro Massimo D'Antona, sia quello che ha ucciso il professor Marco Biagi. Un conto è l'istruttoria affidata al capo dello Stato per la concessione della grazia a un singolo condannato, un altro è un provvedimento generalizzato".
Decisamente contrari i Ds. "La continuità tra la vecchia guardia brigatista e le nuove leve - dichiara il senatore Massimo Brutti - mi sembra evidente sia leggendo le rivendicazioni, sia ascoltando i proclami di chi è in carcere. E' discutibile proporre un provvedimento del genere e legarlo alla concessione della grazia a Bompressi". "La mia posizione - aggiunge il suo collega Guido Calvi - è negativa perché in questo modo si elude il processo e si aprono varchi nel controllo giurisdizionale oltretutto per reati che attengono all'integrità dell'ordinamento costituzionale". "Pienamente d'accordo con Pecorella" sono invece i Verdi. "Per chiudere gli anni di piombo - dichiara Paolo Cento - serve un provvedimento di carattere generale".
F.Sar1 luglio 2002 - IL 3 LUGLIO DIGIUNO IN TUTTA ITALIA PER SOFRI E BOMPRESSI
ANSA:
Saranno in piu' di 1300 a digiunare, mercoledi' 3 luglio, per chiedere un provvedimento di clemenza nei confronti di Adriano Sofri e Ovidio Bompressi. Dopo 2661 giorni di digiuno a staffetta, l'iniziativa voluta da Franco Corleone, ex sottosegretario alla Giustizia, arriva ad una svolta con una giornata nazionale. L'obiettivo e' quello di testimoniare la continuita' nel tempo e nello spazio di questa catena di solidarieta', che vede impegnate molte personalita' della politica e del mondo della cultura. Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele, il filosofo Gennaro Sasso, il sindacalista Claudio Sabattini, gli scrittori Antonio Tabucchi e Lidia Ravera, i giornalisti Gad Lerner e Giuliano Ferrara, i parlamentari Giovanna Melandri, Ermete Realacci, Maura Cossutta, sono solo alcune delle persone che parteciperanno al digiuno. Ma saranno moltissime, oltre al digiuno, le iniziative pubbliche organizzate. Sit-in, incontri con i sindaci nelle oltre 170 citta' che hanno aderito all'appello per la clemenza lanciato dal sindaco di Roma Walter Veltroni, e dibattiti. La giornata si concludera' in serata con una manifestazione dibattito a Roma in piazza S.Maria in Trastevere, cui parteciperanno Fabio Fazio, Gaetano Pecorella, presidente della Commissione Giustizia della Camera, Mattia Feltri, Luigi Manconi, Ermete Realacci e Franco Corleone.3 luglio 2002 - NUMERO TRIMESTRALE "L' EUROPEO" SUGLI 'SCANDALOSI'
"La Gazzetta di Mantova"
L'Europeo racconta gli 'scandalosi'
Un numero monografico che va da Fo a Padre Pio
TRIMESTRALE Oggi lo presentano Mieli, Brass, Rame
di Renzo Dall'Ara
L'Europeo, settimanale (parlo di carta stampata) diretto da Arrigo Benedetti, già al suo apparire nel settembre 1945, si mette subito fuori dal coro nazional popolare per rivolersi "ad un pubblico particolare - scriverà Paolo Murialdi nella sua Storia del giornalismo italiano - sia per la linea liberal-democratica sia per i contenuti un po' raffinati e un po' snobistici". Prodotto dunque notevolmente diverso per area-lettori e lontano dai numeri, raggiunti negli anni tra il 1950 e il '55, dalla Domenica del Corriere, da Oggi, Epoca, Tempo. Quel giornalismo d'inchiesta e d'assalto aveva il coraggio delle verità scomode, rischiose: è ormai consegnata alla storia della grande informazione la famosa inchiesta condotta nel 1950 da Tommaso Besozzi e da Nicola Adelfi sulla fine del bandito Salvatore Giuliano, che smentiva versioni ufficiali, a livello di governo.
Rievocazioni datate, di autore altrettanto datato, ma non andranno oltre, perché le eventuali nostalgie possono essere appagate da L'Europeo che si propone in versione 2002 con la cadenza trimestrale avviata l'anno scorso.
Il settimanale ha attraversato tutta la seconda metà del '900 non senza incidenti di percorso, alla fine purtroppo non superati, ma quale quota di rimpianti si sia trascinata lo dice, documentando, Daniele Protti, giornalista mantovano, ultimo a dirigerlo fino al '95: "Il numero speciale tra rievocazione delle firme famose e attualità, pure benissimo frequentata ha toccato le 300 mila copie".
Se erano vedovi o vedove inconsolabili, ora dunque potranno trovare ampi motivi di confronto godendosi: "Gli Scandalosi. Santi furfanti, geni, provocatori del nostro tempo", trimestrale appena arrivato in edicola e che verrà presentato oggi a Milano (Libreria Rizzoli in Galleria Vittorio Emanuele, ore 17.30) da Paolo Mieli, Tinto Brass, Dario Fo, Franca Rame, Sergio Cusani. Sul tasso di scandalosità dei presentatori, facciano lor signori.
Lasciamo che Protti spieghi da sé il suo lavoro: "È una particolare galleria di personaggi che, negli ultimi 50 anni, hanno destato scandalo, provocando polemiche e conflitti, riprovazioni e consensi".
Da un tale diorama della trasgressione, del fuori dell'ordinario, escono tutti in fila Carmelo Bene ed Enrico Mattei, Padre Pio non ancora Santo e Pier Paolo Pasolini, Gian Battista Giuffrè il "banchiere di Dio" e Lucio Fontana, don Lorenzo Milani ed Elza Martinelli, Indro Montanelli e Dario Fo, Giangiacomo Feltrinelli, Tinto Brass e Adriano Sofri. È soltanto un elenco, in assoluta casualità di accostamenti.
Ma ci sono anche ritratti di Roberto Benigni, Stefano Cusani, Frate Eligio, Moana Pozzi, Aldo Braibanti, Carlo Emilio Gadda, Curzio Malaparte, Otello Montanari, Leonardo Sciascia e per completare il premeditato patchwork la Comunità dell'Isolotto, Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, Nanni Moretti. Protagonisti, icone o testimoni della nostra epoca, ciascuno sul suo gradino.
Il fascino del corredo iconografico (subito la chicca di Tazio Secchiaroli, re dei paparazzi, paparazzato mentre balla con Anna Maria Moneta Caglio) non dovrà distogliere dal sottile piacere della lettura, nel gioco delle firme: scritti di oggi e di ieri, riletture o magari scoperte tardive.
Ne verrebbe un torrente di nomi, che cerco però di contenere a un lussuoso passato: Ennio Flaiano, Carlo Bo, Mario Soldati, Luigi Barzini, Gigi Ghirotti, Indro Montanelli, Arrigo Benedetti, Alberto Moravia, Achille Campanile, Marco Nozza. Occasione da non perdere per gli studenti di giornalismo e di scienza della comunicazione.
Le firme dei servizi, del resto, appartengono alla storia del giornalismo (e non solo). Ci sono Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Vitaliano Brancati, Luigi Barzini, Achille Campanile, Arrigo Benedetti, Vitaliano Brancati, Oreste Del Buono, Ennio Flaiano, Mario Soldati, Lietta Tornabuoni.
Protti alla direzione dell'Europeo ha già licenziato alle stampe "Cinquant'anni di gialli", i fattacci del dopoguerra; poi "Cinquant'anni di amori", sentimenti e lenzuola, poi, calcisticamente, "Un secolo di Nazionale", le imprese degli Azzurri. Degli imminenti "Scandalosi" s'è detto. Prossimo appuntamento? "Gli italiani e il sesso".3 luglio 2002 - PRESENTATO LIBRO DI MATTIA FELTRI SUL 'PRIGIONIERO' SOFRI
ANSA:
"Il nostro digiuno a catena non si ferma stasera, ma continuera' fino a quando non arrivera' un provvedimento di clemenza per Adriano Sofri e Ovidio Bompressi". Lo ha annunciato il consigliere comunale di Roma, Silvio Di Francia, promotore dello sciopero della fame a catena organizzato per solidarieta' dei due ex appartenenti a Lotta continua, nel corso del dibattito su 'Il prigioniero, storia breve di Adriano Sofri', il libro del giornalista Mattia Feltri, presentato questa sera a Roma in piazza Santa Maria in Trastevere. "Alla nostra iniziativa - ha detto Di Francia - hanno aderito 1430 persone per un totale di 2897 giornate di digiuno. Ma questi numeri non sono nulla in confronto ai 1860 giorni che Adriano Sofri ha passato finora in carcere". Il volume e' diviso in due parti: la prima e' dedicata al periodo trascorso da Sofri in carcere, la seconda ai tanti viaggi fatti quando era ancora libero. "La mia idea - ha detto Mattia Feltri - e' quella di considerare Sofri non solo come l'ex leader di Lotta continua e come il mandante dell'omicidio Calabresi. In questo modo, infatti, si umilierebbe ancora un uomo gia' abbastanza umiliato. Adriano ha fatto molte cose nella sua vita e se non fosse per quelle 14 porte che nel carcere Don Bosco lo dividono dalla liberta' non starebbe fermo un attimo neppure adesso". "Questo libro - ha aggiunto l'ex portavoce dei Verdi, Luigi Manconi - riporta alla nostra attenzione il problema del carcere, quella discarica sociale in cui rinchiudiamo non solo le persone che consideriamo colpevoli ma anche i nostri sensi di colpa. Feltri e Sofri ci fanno capire che quelle 57.122 persone detenute oggi in Italia sono esseri umani come tutti noi anche se escluse dalla societa' nella maniera piu' feroce". Infine il presentatore televisivo Fabio Fazio: "Non conosco personalmente Sofri - ha detto - ma lo frequento quotidianamente leggendo i suoi articoli e lo considero come un referente essenziale per capire le cose che ci accadono. Considero inutile e superata la sua detenzione e spero di averlo presto al nostro fianco, finalmente libero".24 luglio 2002 - SOFRI: MAURA COSSUTTA SOLLECITA GRAZIA
ANSA:
"Ci auguriamo che nel mese di agosto non cali l' oblio sulla vicenda di Adriano Sofri". Maura Cossutta (Pdci) auspica un gesto umanitario per l' ex leader di Lotta Continua e che Ciampi conceda la grazia. "Nel paese - afferma - sta crescendo un largo movimento di opinione pubblica affinche' il presidente della Repubblica conceda la grazia. Oggi vi e' stata la testimonianza di migliaia di cittadini, esponenti del mondo politico e della cultura, sindaci ed amministratori locali per avviare una battaglia di civilta' alla quale come Comunisti Italiani diamo la piena adesione. Non si tratta di entrare nel merito di una sentenza, ma non sarebbe saggio compiere un gesto umanitario che ponga fine ad un inutile accanimento punitivo e sia iscritto nel corso di una giustizia equa e rispettosa della dignita' delle persone".1 agosto 2002 - VELTRONI: "CLEMENZA PER SOFRI, OGGI SESSANTENNE"
ANSA:
"Oggi Adriano Sofri compie sessanta anni. Li compie in carcere, a Pisa". Walter Veltroni scrive una lettera al direttore di REPUBBLICA per ricordare la vicenda di Sofri, "per il quale mi sono convinto a promuovere un appello al Presidente Ciampi affinche' venga presa ogni iniziativa possibile per arrivare alla concessione della grazia. Un gesto che - aggiunge il sindaco di Roma - farebbe compiere un passo in avanti verso l'unita' civile e morale del nostro paese, verso la crescita di quel senso di appartenenza comune che proprio chi e' sindaco - conclude Veltroni - ha modo di cogliere in tutto il suo valore".7 agosto 2002 - UCCISIONE BIAGI: "RACCAPRICCIANTE" PER PIETROSTEFANI
"La Stampa"
Pietrostefani: raccapricciante uccidere Biagi Parla l´ex leader di "Lotta Continua", latitante a Parigi
inviato a PARIGI
COLORO che negli Anni 70 progettavano di prendere il potere indulgevano a volte, chi per svago e chi no, a discutere la lista dei ministri del loro governo. Edgardo Sogno, ad esempio, vagheggiava di assegnare gli Interni a un ex comunista, Eugenio Reale. Anche nei progetti (scherzosi) di Lotta continua gli Interni sarebbero andati a un ex iscritto al Pci, espulso nel '67 per deviazionismo. Per la sua durezza, Giorgio Pietrostefani era chiamato dai compagni Pietro, o anche Pietrostalin. Capace di dire a una delle future leader del femminismo italiano, entrata senza preavviso nella stanza delle riunioni: "Adesso esci, bussi, chiedi permesso ed entri". O di intimare a una scrittrice di successo di non presentarsi più in collants, "che così distrai gli operai". Finito il progetto della rivoluzione, l'attitudine al comando si è poi rivelata in altre forme: al momento del primo arresto per l'omicidio Calabresi, 14 anni fa, stava per essere nominato amministratore delegato di un'azienda dell'Iri. C'è però in lui anche qualcosa di giocoso e di disincantato. Le latitanze giovanili nelle case degli amici, l'ammirazione per gli irregolari, l'istinto della fuga che l'ha portato per dieci anni in Africa, poi a occuparsi di tossicodipendenti, ora a scrivere un libro sui pirati. Questa è la seconda intervista che Pietrostefani rilascia da quando, il 24 gennaio 2000, passò il confine francese alla vigilia della sentenza numero 9, quella della condanna definitiva. Quattro mesi dopo, "protetto da un cappello di feltro, imbacuccato in un giaccone forse troppo largo o forse troppo lungo", aveva detto a Giuseppe D'Avanzo: "La mia vita è ridicola. Ho 56 anni e gioco ancora a nascondino". Ora va per i 59: li compirà a novembre, quando festeggerà con una ventina di amici italiani con la consueta "cena degli Scorpioni". Lo scorso anno l'hanno fatta alla Closerie des Lilas, a Montparnasse. Vengono volentieri a Parigi, gli amici. Il dirigente editoriale. Il politico. Lo scrittore. Pietrostefani non ha più l'aria del fuggiasco, del braccato, del nascosto. Porta pantaloni bianchi, camicia azzurra, giacca blu. Occhiali di tartaruga. Fa il papà di una ragazzina di quasi 12 anni e di una donna di 31, che lo viene a trovare spesso. Scrive e studia alla biblioteca del Beaubourg. E' un uomo profondo e tormentato, convinto che "la verità storica non esiste". Si è avvicinato alla fede, si definisce "quasi credente", dice che "in Italia la sinistra, oltre che da Cofferati, è rappresentata solo dal Papa. Sono gli unici a occuparsi dei deboli". Ha appena pubblicato da Jaca Book, nella collana Saggi sul capitalismo, "La guerra corsara forma estrema del libero commercio", un libro che è anche la continuazione di un dialogo ideale con uno dei tre "santoni" che in gioventù lo iniziarono al marxismo, Toni Negri (gli altri erano Mario Tronti e Alberto Asor Rosa). "Con Negri ci siamo sempre scritti, anche se politicamente eravamo lontani. Quand'era ancora a Parigi e insegnava all'università andavo a trovarlo. Ho letto "Impero", il suo ultimo libro, e vi ho ritrovato alcune delle mie convinzioni: la fine della democrazia, l'uso autoritario delle nuove tecnologie. In America è un caso, in Francia già se ne parla, in Italia c'è chi l'ha liquidato con una battuta o con una velina. In realtà è il libro di un intellettuale vero, non provinciale, anche se su alcune cose non sono d'accordo". La tesi del libro di Pietrostefani è che la pirateria sia stata uno dei fattori della globalizzazione nei secoli scorsi, e possa esserne ora uno degli antidoti. "L'economia criminale ha sempre agevolato l'accumulazione, l'illegalità è motore dello sviluppo. Vale per la guerra corsara come per la droga, e forse valeva anche per Tangentopoli. La pirateria classica è ancora oggi fiorente; ma la sua forma moderna è la pirateria informatica. Uno dei rari modi per resistere al potere, violando i luoghi dove il potere occulta le informazioni. Le cose accadono all'insaputa di tutti. Chi è Bin Laden? Cosa succede davvero in Afghanistan? Per noi era più facile: c'erano il bene e il male, gli algerini e i francesi, i vietnamiti e gli americani. Oggi ci sono i kamikaze e l'intelligence, c'è "la guerra asimmetrica", per citare un altro libro importante, ed è molto più complicato. Per noi la Cia era il demonio, era il Male. Oggi è un posto di lavoro come un altro, un lavoro socialmente utile; qualche tempo fa ero a cena con un gruppo di giovani, uno di loro lavorava per la Cia, era una persona normale, non un nemico. Oggi un film come "La battaglia di Algeri", con le donne che portano le bombe al mercato dentro le ceste, sarebbe censurato per apologia di reato". L'Italia è un brutto ricordo, rinfocolato dai telegiornali. Pietrostefani ne parla malvolentieri: "Mi immalinconisce lo spettacolo del qualunquismo giustizialista. Quand'ero ragazzo, il manifesto del qualunquismo giustizialista era una rivista di destra che si chiamava "Candido" e attaccava Giacomo Mancini chiamandolo "lader". Non era una cosa di sinistra. Berlusconi? In Francia non sarebbe mai andato al potere. Per un imprenditore non sarebbe stato possibile, qui anche per fare il parrucchiere ci vuole il diploma". Dei leader dei nuovi movimenti, emersi dalle seconde file di quelli degli Anni 70, non ha opinioni: "Non li conosco. Di Potere operaio conoscevo Vesce e Scalzone, Negri e Piperno, che è stato espulso dal Pci insieme con me; Pancho Pardi non l'ho mai visto. Di Avanguardia operaia conoscevo Gorla, Vinci, Campi, Calamida, non Agnoletto. La lotta dei no global? Una testimonianza, forse neppure quella. Casarini l'ho visto in tv, ospite del mio compagno di scuola Bruno Vespa. E quando guardo Nanni Moretti penso che una volta avevamo Fellini e Antonioni". Una volta, anche i leader diessini stavano nel movimento. "D'Alema, sempre. In minoranza, magari, ma c'era: alle assemblee, alle manifestazioni". La molotov però non l'ha tirata, non c'erano molotov nel '68 a Pisa, assicura Pietrostefani. Fassino era più giovane, e "gli studenti di Lotta continua lo prendevano in giro, lungo e magro com'era. Anni dopo abbiamo atteso da lui la grazia per Bompressi, invano". Violante invece era già magistrato. I leader di Lc non amano né lui, né i suoi colleghi di un tempo. Appena una battuta: "Ora mi pare che si dedichino a perseguitare il campionato di calcio, e in particolare la mia squadra, la Juve". Dell'Italia lo disturba tutto, ma soprattutto l'incapacità di suturare le ferite, di chiudere le stagioni. C'è un tema che ricorre in questo e anche negli altri due saggi che Pietrostefani ha pubblicato dallo stesso editore, sulla droga e sulla tratta atlantica degli schiavi: il riconoscimento della violenza come levatrice della storia. "Io non la apprezzo e non la pratico, eppure la storia procede in questo modo. Non dico sia positivo; è così". In Italia però la violenza assume percorsi assurdi. "Penso a una cosa raccapricciante e stupida come l'uccisione di Biagi". La cifra del paese da cui è fuggito gli pare "la viltà". "La gente si adegua, non discute, è acritica. Non rischia, non gioca sulla propria pelle, se non in autostrada. Il prossimo libro lo vorrei scrivere sull'Italia che non c'è, sul Risorgimento mancato. Io sono stato fortunato, mi sono ritrovato molti amici attorno, però nella mia storia ho sperimentato un'altra viltà, la viltà delle istituzioni". Non tornerà, Pietrostefani. A chi gli ricorda di quando, cinque anni fa, lasciò Parigi per entrare nel carcere di Pisa accanto a Sofri, risponde: "Lo potrei ancora fare, se mia figlia avesse almeno 16, 17 anni. Oppure se accadesse qualcosa ad Adriano. Il carcere è un luogo molto duro, ma anche la società può essere una prigione". Con i fuoriusciti che vivono qui non ha contatti, anche se ritiene che "dopo trent'anni la pagina andrebbe finalmente chiusa, come hanno fatto tutti i paesi del mondo tranne l'Italia e forse la Germania". Del passato si ritrovano di tanto in tanto i segni. Si accende la tv, Arte, il canale culturale, e danno il documentario di Cavalli con Carlo Ginzburg che ricostruisce il caso Calabresi; si apre un libro di Dürrenmatt, "Il sospetto", e ci si accorge "che parla della morte di un commissario"; si va a una mostra di Morandi e pare di riconoscere la Natura morta che Giovanni Pirelli un giorno staccò dal muro per donarla a Lotta continua, "e se l'avessi tenuta, invece di darla a chi doveva venderla per la causa, avrei risolto i miei problemi". Viene Erri De Luca, capo del servizio d'ordine romano di Lc, a presentare il suo ultimo libro; viene Cohn-Bendit e si parla di quando Godard passò ai giovani ribelli i soldi ricevuti per girare un western ("eravamo a Trastevere e contavamo le banconote sul materasso, ma Daniel dice di non ricordare"). Oppure, lavorando tra le carte della biblioteca del Beaubourg, ci si imbatte nella storia di John Quelch, il pirata perduto dalla delazione dei compagni: lui impiccato, gli altri graziati; "ma questa non è viltà, è infamia". Diceva sempre Dürrenmatt ne "La morte della Pizia" che la verità esiste, e "resiste in quanto tale se non la si tormenta".31 agosto 2002 - SOFRI: VISITA DI COFFERATI
ANSA:
Una lunga chiacchierata durata circa due ore, a tutto campo, dalla politica alla musica lirica, nel primo incontro in assoluto tra il segretario della Cgil Sergio Cofferati e l' ex leader di Lotta continua Adriano Sofri che, prima di oggi, non avevamo mai avuto l'opportunita' di conoscersi. Insieme a Cofferati, alle 15,15 di oggi, hanno varcato la porta del carcere Don Bosco di Pisa, Enzo Brogi, sindaco di Cavriglia il comune che ha concesso al leader sindacale la cittadinanza onoraria ed Ermete Realacci, parlamentare dell'Ulivo e amico di Sofri da vecchia data. E' stato lui a creare il collegamento dopo che Cofferati aveva espresso il desiderio di compiere questa visita. "Sono venuto a scambiare con Sofri opinioni e valutazioni sulla situazione generale del Paese - ha detto Cofferati ai cronisti all' uscita dal carcere -. Sofri e' una persona di grande intelligenza e la sua opinione e' sempre interessante. Certo, interpretando un desiderio di molti, mi piacerebbe parlare con lui in un luogo diverso da questo: Cavriglia sarebbe il luogo ideale". "Abbiamo parlato di sindacato e di politica, ma anche di musica lirica, del tressette in carcere e dei lavoratori degli anni '70 alla Bicocca", ha raccontato Realacci. Ma la conversazione e' scivolata anche sui temi di attualita', sulla sinistra e sul futuro del leader sindacale: "E' chiaro - ha proseguito Realacci - che dovra' svolgere una funzione politica; con che ruolo e' presto per parlarne oggi". Con sottile ironia, Sofri, secondo quanto riferito ancora dal parlamentare dell' Ulivo, ha osservato che, certo, non invidia Cofferati per la responsabilita' scaturita dall'investitura che avrebbe ricevuto da una parte del Paese, dopo lo sciopero generale e le manifestazioni dei mesi scorsi. Intanto ai cronisti che lo attendevano fuori dal carcere, il segretario Cgil ha ripetuto ancora una volta che non si candidera' per il seggio senatoriale di Pisa lasciato libero da Berlinguer.6 settembre 2002 - CONCLUSA ISTRUTTORIA PER GRAZIA A BOMPRESSI ?
"Il Piccolo"
Lo dicono alcune indiscrezioni
Grazia a Bompressi: istruttoria completata?
ROMA. L'istruttoria per la concessione della grazia a Ovidio Bompressi sarebbe stato completata. Secondo indiscrezioni infatti gli uffici tecnici del Ministero della Giustizia avrebbero completato l'esame della domanda e dei pareri necessari dai vari uffici giudiziari che si sono occupati del caso. Tra questi, la procura generale di Milano, che lo scorso maggio diede parere negativo alla concessione del provvedimento di clemenza per Bompressi. Il fascicolo completo era stato trasmesso dal tribunale di sorveglianza di Pisa al Ministero della Giustizia lo scorso mese di luglio. Bompressi, condannato a 22 anni di reclusione insieme a Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi, ha avuto la pena temporaneamente sospesa per motivi di salute. Dallo scorso gennaio, su iniziativa dell'ex sottosegretario alla giustizia Franco Corleone e di Silvio Di Francia, si sta svolgendo uno sciopero della fame a "staffetta", per sollecitare la concessione della grazia a Bompressi e Sofri. Giunto al 220º giorno, alla sciopero della fame hanno finora partecipato 1.234 persone, con altre 346 pronte a subentrare."La Gazzetta del sud"
Calabresi / Sofri non la chiede. Il figlio: rispetto la sua decisione, ma spero
Bompressi verso la grazia
MANTOVA - "Rispetto e condivido la decisione di mio padre di non chiedere la grazia, ma sono molto grato all'Arci per la sua iniziativa". Così Luca Sofri, figlio di Adriano, ha ringraziato ieri a Mantova il responsabile Arci della campagna "Liberi Liberi", Fausto Bertoncini, e il presidente dell'Arci di Mantova, Mattia Palazzi, per l'iniziativa "Poesie per la grazia". Avantieri, i responsabili dell'Arci locale avevano avviato la distribuzione di 10 mila volantini con una poesia di Beckett per chiedere al presidente Ciampi la grazia per Sofri, Bompressi e Pietrostefani, condannati per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Inoltre, hanno fatto affiggere mille e cento manifesti per la città, dove è in corso il "Festivaletteratura". "La detenzione di mio padre - ha aggiunto Luca Sofri, parlando nella sala del Consiglio comunale alla presenza del sindaco Gianfranco Burchiellaro - è un problema la cui soluzione non può essere rinviata con l'alibi che lui non chiede la grazia". Luca Sofri ha detto che da quando abita a Milano vede suo padre una volta al mese: "Sta bene di salute, ed è combattivo. Parliamo del più e del meno, proprio come se fosse una conversazione fuori dal carcere: un aspetto che mi dà l'idea che la situazione si vada incancrenendo". Ma come figlio spera ancora nella liberazione del padre: "Spero ogni giorno, da quattordici anni, che si risolva - ha detto -. Una volta, forse, lo speravo con più determinazione, oggi sono più disincantato. Abbiamo fatto tutto quello che si poteva, per portare la situazione di mio padre alla conoscenza della stampa e del pubblico, ma la soluzione non sta nelle mie mani". Adriano Sofri, condannato, insieme a Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, alla pena di 22 anni di reclusione per l'omicidio di Luigi Calabresi, nel 1972, come si sa non ha mai voluto presentare domanda di grazia. Al contrario Ovidio Bompressi, ha già presentato due domande di grazia, la prima respinta lo scorso anno, e la seconda in via di esame: proprio avantieri è stata conclusa l'istruttoria per la concessione del provvedimento. Giorgio Pietrostefani invece, all'indomani della condanna definitiva, si è reso irreperibile, e si troverebbe, secondo indiscrezioni, a Parigi. Complessa la vicenda di Bompressi, per il quale è attualmente sospesa la pena per motivi di salute. È stato scarcerato il 21 febbraio scorso, dopo che era tornato in carcere il 30 gennaio, alla scadenza di un periodo di sospensione della pena per motivi di salute. Una nuova udienza per verificare le sue condizioni di salute è prevista il 22 settembre.7 settembre 2002 - UCCISIONE CALABRESI: CHIESTA ARCHIVIAZIONE PER MORUCCI
"Il Giorno"
Calabresi-bis, niente prove su Morucci
È destinata a finire in archivio l'inchiesta che vede indagato l'ex brigatista Valerio Morucci per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi, ucciso il 17 maggio del '72 a Milano (come responsabili del delitto sono stati condannati definitivamente i tre leader di Lotta Continua Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani).
Il pm Massimo Meroni ha chiesto infatti l'archiviazione del procedimento a carico di Morucci, nato nel '98 dalle dichiarazioni di un brigatista pentito, Raimondo Etro, davanti al pm di Roma Franco Ionta e Antonio Marini che indagavano sull'omicidio di Aldo Moro. Durante le indagini milanesi si scoprì, però, che il nome di Morucci come autore dell'omicidio Calabresi era già stato fatto nell'82 alla Commissione Parlamentare stragi da un'altra brigatista, Emilia Libera. Gli inquirenti milanesi non hanno mai potuto interrogare, in quanto le autorità del Nicaragua non l'hanno mai consentito, la presunta "fonte" di Etro: quel Massimo Casimirri condannato a 11 ergastoli per vari delitti degli anni di piombo e per la sua partecipazione al sequestro Moro e riparato in America Centrale.
Per due volte, la prima come indagato in procedimento connesso, la seconda come testimone i pm milanesi hanno cercato di interrogarlo senza riuscirci.16 settembre 2002 - CALABRESI: ARCHIVIATE ACCUSE CONTRO VALERIO MORUCCI
ANSA:
Finiscono in archivio le accuse contro l'ex brigatista Valerio Morucci, sospettato di essere implicato nell'omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi, ucciso a Milano nel 1973 (per l'omicidio Calabresi sono stati condannati definitivamente gli ex esponenti di Lotta Continua Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani). Il Gip di Milano, Claudio Castelli, ha infatti archiviato, su richiesta del pm Massimo Meroni, il procedimento a carico di Morucci nato nel 1998 dalle dichiarazioni, davanti ai pm di Roma, dell'ex brigatista Raimondo Etro. Questi racconto' di aver saputo da Alessio Casimirri, latitante in Nicaragua e condannato per il sequestro Moro, di un presunto coinvolgimento di Morucci nel delitto Calabresi. A questo si erano aggiunte le dichiarazioni, risalenti addirittura al 1983, dell'ex brigatista Emilia Libera. Il tentativo di interrogare Casimirri come indagato in procedimento connesso era andato a vuoto. A vuoto anche un secondo tentativo di interrogatorio di Casimirri, questa volta in veste di testimone, a causa dell' opposizione della Corte Suprema di Giustizia del Nicaragua, con una motivazione che il Gip giudica "del tutto inconferente" ("il Casimirri non puo' essere obbligato a fare dichiarazioni contro se stesso" e "i reati menzionati nella richiesta risultano prescritti ai sensi degli articoli 115 e 118 del Codice Penale Nicaraguense"). "Alla luce di tali elementi - conclude Castelli - nessun valido riscontro e' stato raccolto alle dichiarazioni rese da Raimondo Etro, ne' alcuna ulteriore indagine puo' essere condotta, dovendosi dare atto alla procura della Repubblica di aver seguito e esplorato tutti i possibili canali di investigazione con estremo scrupolo e cura". Emilia Libera, tra l'altro, era stata smentita nel corso delle indagini da Antonio Savasta, che la stessa Libera aveva indicato come sua fonte.8 ottobre 2002 - CALABRESI: BOMPRESSI, UDIENZA TRIBUNALE SORVEGLIANZA
ANSA:
Si sapra' nei prossimi giorni se Ovidio Bompressi, condannato a 22 anni di reclusione per l'omicidio del commissario Calabresi insieme a Adriano Sofri e a Giorgio Pietrostefani, dovra' tornare in carcere o potra' scontare a casa la detenzione. Stamani infatti si e' svolta l'udienza davanti al tribunale di sorveglianza di Firenze. Il legale di Bompressi, l'avvocato Ezio Menzione, ha chiesto la prosecuzione della sospensione della pena o la detenzione domiciliare, in considerazione delle condizioni di salute del suo cliente, leggermente migliorate, ma comunque incompatibili con il carcere, secondo la documentazione medica presentata ai giudici. Menzione ha anche spiegato che il suo cliente ha ripreso solo la meta' del peso perso durante l'ultima detenzione, durata 22 giorni, l'inverno scorso. Tornato in carcere il 30 gennaio, Bompressi ne usci' il 21 febbraio dopo la decisione del giudice di sorveglianza di Pisa proprio in considerazione delle sue condizioni di salute. Oggi, all'udienza davanti al tribunale di sorveglianza, il pg Daniele Propato, spiega Menzione, non si e' opposto alla detenzione domiciliare. La decisione del tribunale potrebbe arrivare gia' domani o forse giovedi'. I giudici potrebbero anche decidere per una nuova perizia medica.11 ottobre 2002 - UCCISIONE CALABRESI: ARRESTI DOMICILIARI A BOMPRESSI
"Il Nuovo"
Domiciliari a Bompressi
Il tribunale di sorveglianza di Firenze ha accolto le richieste del suo difensore e gli ha concesso quattro mesi di arresti domiciliari motivati dalle grave condizioni di salute in cui versa.
FIRENZE - Non tornerà in carcere Ovidio Bompressi. Il tribunale di sorveglianza di Firenze ha accolto le richieste del suo difensore e gli ha concesso quattro mesi di arresti domiciliari motivati dalle grave condizioni di salute in cui versa. L'uomo è stato condannato a 22 anni di reclusione per l'omicidio del commissario Calabresi.14 ottobre 2002 - SOFRI: DA DOMANI "SCIOPERO" DEL SILENZIO
ANSA:
"Abbiamo pensato di provare a farci sentire attraverso il silenzio. Da ieri mattina, per una settimana, stiamo zitti. Come se fossimo monaci di clausura, e non reclusi per forza". Lo scrive Adriano Sofri, in un articolo che sara' pubblicato domani su "Il Tirreno', annunciando l' avvio dello 'sciopero del silenzio" per i detenuti di Pisa, dopo le proteste "rumorose" delle ultime settimane. In carcere, sottolinea Sofri, ci sono "rumori che coprono e deformano le voci e i pensieri. Privati di voce, i prigionieri reagiscono per tradizione emulando e rincarando il frastuono. Battono scodelle e posate sui blindati e le sbarre, per farsi sentire fuori. Fracasso romantico e disperato. Da piu' di un mese in tante galere quel fracasso e' tornato a farsi sentire. Ora abbiamo pensato di capovolgerlo, come si faceva nel mondo del lavoro con gli scioperi alla rovescia. Abbiamo pensato di provare a farci sentire attraverso il silenzio. Da ieri mattina, per una settimana, stiamo zitti. Come se fossimo monaci di clausura, e non reclusi per forza. Come se fossimo muti, in fondo, e' una mezza fortuna, altri sono sordi e muti, e non per una sola settimana. Un digiuno della parola". "Un caso quasi allegro - continua Sofri - vuole che il ministro della giustizia sia ora un ingegnere acustico, che vuol dire, se ben capiamo, uno specialista nella neutralizzazione dei rumori molesti. Il carcere e' un giacimento di inquinamento acustico: laboratorio d' eccezione per le barriere antirumore. Nostalgia delle cose di legno, delle notti senza spioncini". "E poi, - scrive ancora Sofri - c'e' la visita del Papa alle Camere riunite il prossimo 14 novembre. Due anni dopo il Giubileo, e il vibrante appello di liberazione e di clemenza che allora Giovanni Paolo II pronuncio' per tutto il mondo, e ando' a ripetere dentro Regina Coeli. Ci furono molte riverenze, molte ipocrisie, e poi l'intera questione scivolo' via, come un' acqua sporca dal lavandino. E ora, inaspettata, un' appendice. Il Papa e' ancora vivo, piu' di due anni dopo: chi l' avrebbe detto, nemmeno lui, forse. I detenuti sono ancora detenuti, l' avrebbero dett