Intervista al vecchio ex dc, uscito
di prigione un anno fa.«Vigna tratta per far dissociare i boss? Io
il capo della Dna non lo conosco, per me non è lo Stato»
Ciancimino: «La mafia? E’
morta nel ’58»
L’ex sindaco di Palermo lancia
nuove accuse: «Le stragi sono state decise dai politici»
di MASSIMO MARTINELLI
ROMA - «Ciancimino? Sono esso».
Tossisce un po’, parla piano, si ferma a prendere fiato. Ma a 76 anni suonati,
l’ex sindaco di Palermo non ha perso l’aria sprezzante che aveva negli
anni Settanta, quando il suo appartamento di via Sciuti a Palermo era una
tappa obbligata per chi voleva fare l’imprenditore in città. Sono
lontani i tempi in cui poteva firmare anche 2.500 licenze edilizie in una
notte; oggi è un uomo che vive di ricordi, da solo, in un bell’appartamento
alle spalle di Piazza di Spagna. «Un’intervista? La possiamo fare,
la potremmo intitolare "Il gioco della verità", potrebbero venire
fuori un sacco di cose...ma poi non la scriverebbe, perché la stampa
italiana è la peggiore di tutto il mondo».
Nel frattempo, potrebbe dirmi cosa
pensa dell’ipotesi di dissociazione di alcuni boss mafiosi?
«Mi deve spiegare una cosa,
che significa dissociarsi? Io lo chiedo a lei. Già al fatto di pentirsi
ci credo poco, perché il pentimento è una cosa divina, non
quello di questi signori che lo fanno per soldi. Ma dissociarsi proprio
non capisco cosa significa».
Significa che ci sarebbe una trattativa
con lo Stato: dissociazione in cambio di benefici. Ne sa qualcosa?
«Bisogna essere in due per trattare.
E lo Stato chi lo rappresenta? Il dottore Vigna? Che io sappia lo Stato
non è rappresentato da Vigna. Mi hanno spiegato che è il
Procuratore nazionale antimafia, non sapevo chi fosse. Ma non ha titolo
per trattare per conto dello Stato. Capisco che con il consenso del governo
possa trattare Giuliano Amato, o forse possa trattare pure il ministro
Bianco, non altri. Ma continuo a non capire che si intende per dissociazione
dei boss: ho chiesto a tutti cosa significa la dissociazione da Cosa Nostra,
e nessuno me lo ha saputo spiegare, compreso lei».
Dissociazione dalle stragi, forse...
«Le stragi sono state ordinate
da chi sta in alto, ne sono stato sempre convinto»
In alto nella mafia?
«Molto in alto nello Stato,
non nella mafia»,
La mafia non c’entra?
«Quale mafia? La mafia, caro
signore, non esiste più dal 1958. E’ finita quell’anno, con l’uccisione
del mio concittadino corleonese dottore Michele Navarra. Perché
quel giorno, mi lasci un po' di fiato, il sistema cardiorespiratorio va
male, quel giorno assieme al dottore Navarra hanno ucciso un altro medico,
giovane, che aveva la moglie incinta. Ecco, quel giorno questi cosiddetti
mafiosi hanno ucciso un povero disgraziato che accompagnava il dottor Navarra.
Da qual momento finì tutto. Perché la mafia, me lo diceva
sempre mio padre, aveva dei canoni di giustizia e di correttezza che rispettava
e faceva rispettare. Certo, non poteva mettere in carcere nessuno, la mafia.
Ma quando qualcuno sbagliava, loro lo ammazzavano. Ma ammazzavano solo
quello».
Per la verità, la mafia
ne ha uccisi tanti altri di poveri disgraziati, da quell’anno a oggi...
«La chiami delinquenza, non
mafia. Hanno ammazzato Dalla Chiesa e con lui anche sua moglie. No, non
è mafia. questa è solo delinquenza».
E dopo Dalla Chiesa, la stagione
delle stragi. Delinquenza anche quella, e magari alleata con lo Stato?
«No. Non alleata con lo Stato.
Ma singoli elementi dello Stato si sono serviti di questa delinquenza per
fare le stragi. Quelle che secondo me sono unite da uno stesso filo: Salvo
Lima, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino».
Quale filo?
«Quelle stragi vennero ordinate
da organismi politici, la matrice è quella. Io l’ho anche spiegato
senza mezzi termini ad un procuratore della Repubblica. La matrice è
unica perché si doveva bloccare l’elezione di Giulio Andreotti a
presidente della Repubblica».
A chi la spiegò questa tesi?
«L’ho detto al dottore Piero
Grasso».
Quindi in tempi recenti?
«No, qualche anno fa, quando
il dottore Grasso non era procuratore capo ma era in un’altro organismo.
Venne mentre mi trovavo detenuto e gli parlai di questo».
Lei quando è stato scarcerato?
«11 marzo 1999. Ricordo che
i miei figli mi presero e mi fecero ricoverare una settimana alla clinica
Paideia a Roma, per farmi ristabilire».
Ammetterà che è difficile
sostenere che la mafia vera non esiste più...
«Lei sa cos’è la mafia
vera? Ora le voglio raccontare un episodio: nel 1907, 0 1908, a Corleone
era molto forte il partito socialista. Il sindaco di questo partito si
mise alla testa dei lavoratori per occupare le terre, che a Corleone erano
in mano ai baroni, cioè i proprietari terrieri, che erano i mafiosi.
Ora, questo sindaco aveva già subito un attentato. E allora i carabinieri
diedero ordine che doveva essere scortato. Le macchine non esistevano,e
questo sindaco camminava scortato da due carabinieri, uno a desta e uno
sinistra. Ebbene, la mafia decise di ucciderlo. Questo sindaco si chiamava
Bernardino Verro, e fu ucciso dalla mafia vera».
E i carabinieri pure?
«No, ecco il punto, i carabinieri
assolutamente illesi. Perché anziché sparare a lupara, i
mafiosi spararono a pallettoni. Colpirono il Verro, il quale cadde morto,
e i carabinieri non ebbero un graffio. Oggi è cambiato tutto. Oggi
spacciano cocaina, controllano le costruzioni, chiedono pizzi, e questa
la chiama mafia? Va bene, chiamatela mafia, perché conviene a voi
giornalisti, conviene ai politici e conviene alla magistratura. Ma è
solo delinquenza comune».
Perché conviene chiamarla
mafia?
«Perché così,
chi si occupa di queste cose ha più prestigio. La verità
è che la Commissione Antimafia dovrebbe cambiarsi nome e chiamarsi
Commissione anticrimine».
Cambiamo discorso. Ha sentito il
senatore Andreotti dopo la sentenza di Palermo?
«Non l’ho sentito nè
prima, nè dopo la sentenza. Quando facevo politica, a Palermo, appoggiavo
il gruppo di Andreotti che faceva capo a Salvo Lima, fino al ’76. Poi abbandonai
la Dc nell’83. Da allora la mia vita è passata tra il carcere, l’ospedale
e la mia casa».
Signor Ciancimino, lei era considerato
un uomo ricchissimo, tanto da avere dei prestanome come il conte Vaselli.
Lo è ancora?
«Quale conte? Vaselli? No, era
mio socio in alcune società di costruzioni. Ma da dieci anni non
ho più rapporti con lui. Da quando mi processarono nel ’90. Ora
non ne so più niente».