Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2003 |
12 gennaio 2003 - AGGRESSIONE IN DIRETTA A PSEUDO LEADER ISLAMICO
"L' Arena"
L'ingresso, gli insulti e infine le botte: tutto davanti alle telecamere
Cronaca di ordinaria inciviltà subita dagli spettatori in diretta
Una trasmissione televisiva, un dibattito sulla religione e Adel Smith, presidente dell'associazione musulmani italiani. Un ospite "scomodo", che non disdegna l'uso di termini forti ma che resta nell'alveo dell'aggressione verbale. Contestabile, ma rientra nella libertà di espressione. A Mario Zwirner il ruolo di conduttore di "Rosso e nero" la trasmissione su Telenuovo. Poi l'ingresso dei giovani: sembravano ospiti, nessuna violenza per entrare. Hanno aperto anche la seconda anta della porta dello studio per passare meglio. Tanti, più di una ventina almeno a giudicare dalle immagini. "Chi siete", "siamo di Forza Nuova". E in diretta si sono sentiti gli insulti, quel "è criminale invitare i criminali" ripetuto e condito con altri epiteti. Quindi l'invito di Zwirner ad uscire, "perché non si entra con il volto coperto in uno studio televisivo".
Mentre la stanza si riempiva alcuni degli ospiti si sono alzati (l'onorevole Bricolo, il giornalista del Gazzettino e l'avvocato Bellazzi) una scena irreale. Poi al grido "le uova" è partito il lancio, contro Smith e il segretario, Massimo Zucchi. Uova marce dappertutto.
Fino a quando sullo sfondo non si sono visti i movimenti di alcuni giovani, movimenti che lasciavano intuire un pestaggio. "Andate via prima che arrivi la polizia", l'invito, "Lo rifaremo" la promessa degli estremisti. Poi l'immagine di Massimo Zucchi, con lo zigomo tagliato e l'occhio gonfio, quasi chiuso. Il pestaggio era finito. (f.m.)"Brescia oggi"
Ventitre i militanti di estrema destra di Forza Nuova che hanno partecipato al blitz contro l'ultrà islamico Adel Smith. Che stasera torna in video
Verona, 6 arresti per l'aggressione in tv
Quasi unanime la condanna dell'accaduto. Il sindaco Zanotto: gesti ingiustificabili
Verona. Sono stati 23 i giovani di estrema destra di Forza Nuova che la scorsa sera hanno compiuto il blitz, durante una trasmissione tv di Telenuovo , contro il presidente dell'Unione islamici italiani Adel Smith e il segretario dell'Unione, Massimo Zucchi, reduci dalla nota scazzottatura in diretta con il prof. Carlo Pelanda negli studi di Serenissima Televisione . Il questore di Verona Armando Zingales, ha comunicato che sei degli aggressori sono stati arrestati e 17 identificati. Gli arrestati sono Alessandro Arboit, 20 anni, di Casier (Treviso), Mirco Carrozza, (24) di Albignasego (Padova), Emanuele Maci, (19) di Padova, Diego Fracasso (26) di Dolo (Venezia), Massimiliano Signoretti, (22) di Treviso e Giuseppe Zito, (21) di Treviso. Sono accusati di violenza privata e aggressione con motivazioni razziste. Gli altri 17 sono stati tutti identificati e denunciati. Secondo la ricostruzione eseguita dalla polizia, il gruppo si è presentato nella sede dell'emittente alla spicciolata, facendosi aprire il portone della palazzina da famiglie estranee alla redazione. Il blitz, durato 2-3 minuti e ripreso dalle telecamere, ha preso di mira Adel Smith e il suo collaboratore, fatti oggetto di contestazioni verbali ("sei un Talebano che predica il terrorismo") e lanci di uova. Poi la protesta è degenerata e i due sono stati presi a calci e pugni da alcuni militanti, mentre il conduttore Mario Zwirner e gli altri ospiti rimanevano immobili. I carabinieri hanno dato l'allarme esterno e tentato per primi di bloccare i partecipanti al blitz ma sono stati travolti dai giovani che tentavano di uscire. All'esterno sei di loro sono stati bloccati e arrestati mentre gli altri 17 sono riusciti a far perdere le loro tracce. Intanto è vasta la condanna dell'aggressione . Vasta, quasi unanime, a Verona, dove pure Forza Nuova ha avuto, nelle elezioni comunali del maggio 2002, un candidato sindaco nella persona di Roberto Bussinello. Il sindaco, Paolo Zanotto, ha espresso la condanna della città: "Non esistono opinioni - ha detto -, per quanto discutibili o addirittura aberranti, che possano anche minimamente giustificare il ricorso alla violenza, soprattutto se premeditata e organizzata".
Ma Forza Nuova difende i suoi giovani dicendo che non è stata un'azione squadrista premeditata, che c'è stata provocazione, minaccia addirittura, da parte degli esponenti islamici. Su una linea non dissimile si muove anche il senatore leghista Mario Borghezio, che ha compiuto una visita ai sei forzanovisti in carcere, osservando che "la severa lezione subita dal capo islamico Adel Smith è diretta conseguenza delle reiterate gravissime provocazioni dallo stesso poste in essere contro la nostra religione".
"Chi semina vento raccoglie tempesta" osserva Marco Follini, segretario nazionale Udc, che aggiunge "condanno ogni forma di violenza, anche quella verbale". E non sono teneri con Smith nemmeno gli ambienti islamici: pur condannando fermamente l'aggressione, l'Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii), si dice preoccupata - per bocca del suo segretario, Hamza Roberto Piccardo - per la strumentalizzazione di "certi organi di informazione". Adel Smith - afferma Piccardo - "rappresenta solo se stesso, o comunque una frangia assolutamente minoritaria".
Massimo Zucchi, dal canto suo, propone di cambiare il nome di Forza Nuova in "debolezza vecchia". "Perchè questi signori - dice - sono l'apice di tutta quella massa di persone che sono incapaci di controbattere alle argomentazioni razionali con altre argomentazioni razionali. Non avendo più nulla da fare tirano fuori le mani". E oggi Smith tornerà in televisione, e proprio a Serenissima Tv , dove tutto è cominciato."Il Corriere della sera"
Azioni dure per reclutare militanti, la strategia del mini-partito dell'ultradestra
ROMA - Per Roberto Fiore, che di Forza nuova è segretario nazionale e leader indiscusso, l'aggressione contro Adel Smith non è stata altro che una "vivace contestazione", degenerata "in qualche cazzotto, ma non certo per nostra responsabilità". Se la sua guardia del corpo, spiega, "non avesse alzato uno sgabello contro gli occupanti dello studio televisivo, tutto si sarebbe limitato al lancio di qualche uovo". E assicura: "Nessuna azione squadristica, nessuno spranga, nessuna molotov". Vorrebbe anche poter dire nessuna violenza, magari, ma le immagini in diretta dei volti tumefatti di Smith e del suo assistente Zucchi raccontano altro. E se si pianifica l'irruzione di qualche decina di persone in una trasmissione tv, forse la violenza bisogna metterla nel conto. Risposta di Fiore: "Non so che dirle, mi dispiace per i cazzotti... Però questo Adel Smith, quando descrive il crocefisso come "un cadaverino appeso a due legnetti", o quando insulta il cristianesimo in un Paese come il nostro, dovrebbe metterli nel conto. Ci possono scappare... E in fin dei conti gli è andata bene; se da noi applicassimo le leggi che vuole lui, magari avrebbe subito il taglio di una mano". Il giorno dopo l'aggressione in diretta tv, la reazione ufficiale di Forza nuova e del suo leader è questa. Nel sito Internet del movimento è arrivato a tempo di record un comunicato nel quale si definisce "grave" l'accusa mossa ai giovani arrestati in base alla legge Mancino che punisce gli "atti al fine di discriminazione per motivi religiosi"; "se Smith è stato contestato è per il suo odio nei confronti della nostra religione e della nostra civiltà - ribattono i "camerati" di quelli finiti dietro le sbarre - non per il suo essere musulmano".
Non ci sarebbe nulla di grave in ciò che è accaduto a Verona, insomma, a parte l'arresto e la denuncia di alcuni aggressori. Anzi, "contestatori vivaci" per riprendere la definizione di Fiore che è passato per le violenze e gli scontri degli anni Settanta (anche con una condanna caduta in prescrizione grazie alla lunga latitanza all'estero), e dunque "i cazzotti" di oggi devono sembrargli poca cosa. Ma nonostante ciò, al mini-partito che ha fondato nel 1997 capita spesso di finire sui giornali proprio per i cazzotti. Come quando il responsabile romano dell'organizzazione ne ammollò uno a un giornalista de La Stampa , dopo la bomba esplosa davanti alla sede del quotidiano il manifesto , vigilia del Natale 2000. Per quella bomba è stato condannato un amico di Fiore e di altri camerati di Forza nuova, Andrea Insabato, un "cane sciolto" dell'estremismo di destra che saltò sopra all'ordigno ma continua a proclamarsi innocente.
"Purtroppo è così - si lamenta Fiore -, si parla di noi solo in queste occasioni, mentre Forza nuova è un movimento in espansione perché rappresenta l'unica realtà politica esistente alla destra di Alleanza nazionale". Di recente se n'è parlato anche per via della partecipazione dell'eurodeputato leghista Borghezio alle manifestazioni forzanoviste, e Fiore spiega che non c'è niente di strano perché "una parte della base della Lega e di An, insieme a un certo mondo cattolico tradizionalista, fanno fronte comune con noi su alcune battaglie, come quella contro la minaccia fondamentalista".
Nelle ultime settimane se n'è parlato per via dell'inchiesta della Procura di Cosenza (la stessa che ha chiesto e ottenuto l'arresto dei No global di sinistra, poi scarcerati) per il reato di ricostituzione del partito fascista. Tra gli indagati c'è pure Fiore, che alla notizia degli avvisi di garanzia ha reagito attaccando: "E' un atto grave, e noi questi atti non li dimenticheremo mai. Anzi, ce li leghiamo al dito. I magistrati titolari dell'inchiesta si prenderanno le loro responsabilità, e stiamo già verificando la possibilità di denunciarli per attentato alle libertà costituzionali".
Se per Fiore il movimento è "in espansione", per la polizia che non ha mai smesso di controllarne le mosse ha invece forti problemi di visibilità. Al Nord, e in particolare del Veneto, Forza nuova conserva un certo seguito - a Verona, alle elezioni politiche per la Camera del 2001, ha ottenuto 1.846 voti, l'1 per cento -, mentre al centro il numero delle adesioni sarebbe in calo; per esempio a Roma, dove gli investigatori hanno assistito al passaggio di molti giovani neofascisti al gruppo chiamato Base autonoma, per via di alcune tendenze considerate "troppo legalitarie" di Forza nuova. Al Sud invece restano delle "isole di consenso" come a Napoli, dove qualche centinaio di disoccupati o "lavoratori socialmente utili" partecipa regolarmente alle iniziative del movimento. Comprese le manifestazioni che si concludono quasi sempre con la piazza che scandisce "Duce, Duce!". E Fiore che dal palco grida: "Abbiamo l'orgoglio di rifarci a quel movimento che ha sconvolto nel bene l'Europa e a Mussolini, che è ancora la spina nel fianco dei poteri forti dell'Europa".
Giovanni Bianconi12 gennaio 2003 - CHI SONO ADEL SMITH E MASSIMO ZUCCHI
"Il Corriere della sera"
I RITRATTI
Massimo l'ex rosso e il tipografo in affari coi neonazisti Quella strana coppia che adesso punta alle elezioni
MILANO - Strani tipi. Sempre insieme, come si conviene al presidente e al segretario di un partito che "vuole presentarsi alle elezioni". Quando lo fondarono, nel salone di un albergo romano, erano presenti loro due, tre signori in giacca, cravatta e sbadiglio stampato in faccia (servizi segreti, probabilmente), e tre camerieri. Eppure, di Adel Smith e del suo luogotenente Massimo Zucchi si parla, e parecchio. I motivi potrebbero essere i contenuti degli scritti di Smith. Qualche titolo: "Cento errori nella Bibbia" (è in preparazione una nuova edizione, gli errori salgono a 500), "Un Dio mai crocifisso", "Il Dio che non c'è", "I segreti scomodi dei Vangeli". Teorie anti cattoliche estreme, esposte con prosa non proprio pacata ("L'eucarestia è un rito satanico e blasfemo che consiste nell'ingestione conseguita dalla deiezione di ciò che si crede sia quanto resta della propria divinità").
Gli esponenti delle comunità islamiche li considerano ciarlatani, qualcuno sospetta che vengano usati più o meno inconsapevolmente per "oscurare" aspetti più pericolosi del radicalismo musulmano in Italia. Ma in tv, Smith e Zucchi vanno forte. Diventano famosi il 7 novembre 2001, comparsata a "Porta a porta". Smith definisce il crocifisso sui muri dei luoghi pubblici un "cadaverino appeso a due legnetti". Segue scandalo. Intanto, l'Italia si è accorta dell'esistenza di Smith e Zucchi.
C'erano anche prima. Emilio Adel Smith nasce ad Alessandria d'Egitto da padre scozzese, architetto da tempo residente in Italia, e da Mona, contadina egiziana. Il papà del futuro presidente del "Partito Islamico italiano" progetta i palazzi di re Farouk. Per sposarsi, si converte all'Islam, ma educa i figli al cattolicesimo. Quando Nasser prende il potere, torna in Italia. A Roma, suo figlio mette a frutto la conoscenza dell'arabo. Aiuta alcuni imprenditori islamici, diventa il loro factotum. Il suo odio per il cristianesimo inizia quando la moglie tunisina di un suo amico, un camionista egiziano, risponde al citofono. Sono i Testimoni di Geova: riescono a convertirla. Smith decide di fare qualcosa per "vendicare" l'amico. Definendosi uno "studioso", chiede incontri "amichevoli" con alcuni sacerdoti, e li copre d'insulti. Nel 1990 ha un incidente in moto. Ancora oggi, dovrebbe essere operato ad una gamba, ma rifiuta l'intervento per timore dell'anestesia. Nello stesso periodo ha qualche problema con la giustizia, perché tenta di rapire la moglie che voleva lasciarlo. Va in Albania, dove vive in un camper, noleggiato con i soldi di amici. Il camper non lo rivedrà più nessuno. Smith compra una tipografia vicino a Tirana.
L'unico che gli affida delle pubblicazioni è un nome noto, Claudio Mutti. Parmigiano, uno dei principali "fari" del neonazismo italiano, dal '79 convertito all'Islam. Già fondatore dei comitati per la scarcerazione di Franco Freda, autore di "Nazismo e Islam", il testo di riferimento dei Murabitun, organizzazione per europei convertiti all'Islam che propugna una dottrina antisemita, Mutti diventa l'unico committente di Smith. E al suo ritorno in Italia gli fa conoscere Massimo Zucchi, ex responsabile romano dei Murabitun. Altro tipo particolare. Il 2 aprile 1985 viene arrestato per "appartenenza a banda armata denominata Brigate rosse" (poi sarà assolto). Il suo nome di battaglia era "Massimo". Entra in carcere con quello, ne esce chiamandosi "Abdul Haqq": il suo compagno di cella, estremista di destra, gli ha fatto scoprire "il grande complotto sionista contro il mondo". Quando conosce Smith abbandona il lavoro di materassaio e lo segue. Sembra sia Zucchi ad avere l'idea del partito. Cinquemila iscritti, dicono loro. Una lista ufficiale non esiste. Secondo molti esponenti della comunità islamica, Smith contrabbanderebbe per adesioni al partito le sottoscrizioni alla sua petizione per coprire il dipinto che ritrae Maometto all'inferno, nella basilica di San Petronio a Bologna . E per ora, sarebbe fermo a tre iscritti: lui, Zucchi, e un'infermiera dell'ospedale milanese di Niguarda, Rosa Fatima Petrone, nota per aver protestato contro la presenza del crocifisso in corsia.
La campagna contro il crocifisso è stata l'unica nella quale Smith abbia raccolto un parziale successo. A casa sua, Ofena (L'Aquila). Protestò con la maestra dell'asilo di suo figlio, e lei mise il crocifisso in un cassetto. Per tre giorni. Quando se ne accorse il parroco, don Innocenzo, "il pezzo di legno" (così continua a definirlo) tornò sul muro della scuola. Ma ormai Smith ha altro a cui pensare. Nel salotto di Bruno Vespa non ci è più tornato, ma nei mille "Porta a porta" delle tv private, lui e Zucchi sono una presenza fissa. Strani, soli, forse innocui. Ma pronti a spararle grosse, grossissime, quel tanto che basta per diventare graditi ospiti delle nostre televisioni.
"Stiamo pensando di fare un comunicato, a nome di tutti i centri islamici, per scomunicare Adel Smith". Abu Shwaima, medico, 52 anni, è l'imam della moschea di Segrate, la più alta autorità per 70 mila musulmani a Milano e dintorni. E non ne può più: "Condanniamo la violenza ma di più lui: tutti lo considerano un infiltrato, non prega, né digiuna né frequenta le moschee. Danneggia l'Islam, che è tollerante. Mentre i veri musulmani non trovano spazio per rispondere alle cretinate d'un provocatore isolato". E Hamza Roberto Piccardo, segretario dell'Unione delle comunità: "Chi semina vento... Smith è il musulmano dei leghisti". (g.g.v.)
Marco Imarisio17 gennaio 2003 - IL VENETO E L' EVERSIONE
"Panorama"
Veneto. Dove nasce l'antistato
di Marcella Andreoli
Le minacce dei neobrigatisti, i pestaggi in diretta dei neofascisti: tutto nel giro di soli tre giorni. Nella terra di Freda e Negri, di Casarini e dei Serenissimi, riesplode la stagione degli opposti estremismi. Un film già visto, dalle conseguenze imprevedibili
Si può dire, semplice casualità: prima si sono rifatti vivi i "rossi" poi, a seguire, i "neri". Tutto nel giro di soli tre giorni, da mercoledì a venerdì, dall'8 al 10 gennaio. Dal sottosuolo del terrorismo sono rispuntati i Nuclei territoriali antimperialisti, fulcro della nuova stagione brigatista, con la diffusione di un documento raccapricciante.
Nell'estrema visibilità di uno studio televisivo, invece, hanno fatto la loro apparizione, o irruzione, alcuni militanti di Forza nuova, epigoni di vecchie sigle del neofascismo. I primi, i "rossi", hanno minacciato azioni aberranti. I secondi, i "neri", hanno malmenato in diretta un estremista islamico e il suo collaboratore.
Si può dire, ancora, semplice casualità. Ma questa sincopata sequenza, che ricorda i vecchi e sperimentati opposti estremismi, si è snodata tra Verona e Trieste, nel laborioso Nord-Est, terra di grandi lavoratori, ma non solo. Era di queste parti Franco Freda, ideologo massimo dell'estremismo di destra. Insegnava all'università di Padova il professore Toni Negri, che partendo da posizioni di estrema sinistra teorizzava il ribellismo.
Era la fine degli anni Sessanta. Già allora il Nord-Est si stagliava come una fucina di analisi e azioni contro lo Stato. Negri e Freda, pur da fronti opposti, non solo lavoravano a un identico obiettivo, l'abbattimento dell'ordinamento, ma avevano rapporti di buon vicinato. "In quei tempi non c'erano steccati ideologici tra noi e il movimento studentesco" ha rivelato Freda.
Il principe dell'estremismo nero aveva dato alle stampe La disintegrazione del sistema, Negri Il dominio e il sabotaggio. Due titoli che si impongono per una singolare assonanza di linguaggio e poi passati alla storia come il vangelo della violenza.
Ora, a tanti anni di distanza, in questa regione ricca, operosa e gaudente, si ripropone la stessa sotterranea voglia di estremismo. Nonostante la floridezza del tessuto sociale, nel Nord-Est sono nati gruppi e gruppuscoli violenti e antistato. Qui è cresciuto un robusto Fronte veneto naziskin, qui ha le file più consistenti Forza nuova.
Ancora in questa regione sono emersi, da un vasto sottofondo di perbenismo e laboriosità, i Serenissimi, fieri propugnatori della Liga veneta e autori del famoso assalto al campanile di San Marco, a Venezia.
Verona è l'unica città in cui gli ultrà sono riusciti a impedire al presidente della squadra di calcio di acquistare un giocatore di colore. Sempre a Verona,15 anni fa e dunque in forte anticipo sui tempi, due giovani tifosi avevano svelato alla magistratura la ferrea organizzazione degli ultrà. "Non siamo spontanei come vogliono far credere. Siamo super- organizzati. Non è vero che compiamo le aggressioni senza ordini e istruzioni".
Tra il Friuli e il Veneto hanno avuto il loro battesimo i Nuclei territoriali antimperialisti. Obiettivo primo, le basi Nato che costellano la regione. Poi un'escalation verso il traguardo di federare le sigle del terrorismo rosso imponendo un dialogo serrato e ravvicinato con le Br. Sono i Nuclei che rivendicano, per primi, l'ultimo omicido brigatista, l'esecuzione a Bologna del professore Marco Biagi. Sono ancora i Nuclei che anticipano, con un invito alla discesa in campo, l'eliminazione a Roma del professor Massimo D'Antona, prima vittima del rinato terrorismo rosso.
Eppure, nel Veneto non c'è conflitto sociale che possa spingere verso azioni violente. Il reddito pro capite è uno dei più alti del Paese, la vecchia ideologia democristiana (una fabbrica per ogni campanile) ha avuto la sua più efficace realizzazione. L'occupazione è a livelli massimi, tanto che l'Associazione industriali sollecita l'ingresso di immigrati.
Sono passati davvero i tempi in cui Cesare Lombroso, anche lui di queste parti, aveva preso come campione per studiare la pellagra, flagello provocato da carenza di cibo, proprio una provincia del Veneto, il Veronese. Anche gli alti prelati hanno cambiato linguaggio. Se negli anni Cinquanta il vescovo di Verona sollecitava la presenza dei socialisti in giunta, forse per moderare una Dc dal potere e dalla maggioranza assoluti, oggi, invece, il capo della diocesi veronese, che è monsignor Flavio Roberto Carraro, invita a non pagare il canone Rai, trasformando il sacro pulpito in un avamposto antistato.
C'è un conflitto sotterraneo che attraversa il Triveneto, una volta regione di confine con il temibile Est comunista e dunque sotto stretta sorveglianza. Nel Nord-Est era stata arruolata la maggior parte dei gladiatori, civili impegnati nell'esercito antiinvasione della Nato. Nel Nord-Est, personaggi dei servizi segreti come Antonio La Bruna o Bruno Giannettini, implicati nelle inchieste sulla strategia della tensione, salivano da Roma per monitorare in loco la valenza delle organizzazioni terroristiche.
Da Padova e da Mestre partirono i dinamitardi della strage di piazza Fontana. Era nato a Venezia Gianfranco Bertoli, l'attentatore alla questura di Milano. È a Padova che le Br impugnarono per la prima volta le armi per uccidere due missini. È ancora Padova la città colpita dalle "notti di fuoco", attentati in serie firmati da Autonomia operaia. Storie vecchie, si dirà.
Ma oggi quel conflitto contro lo Stato riemerge con baldanza e si insinua a macchia d'olio prendendo a pretesto realtà diverse.
Hanno avuto il loro momento di euforia fan club di Pietro Maso, il ragazzo veronese che ha ucciso i genitori. Personaggi inquietanti come Wolfgang Abel e Marco Furlan, anche loro di Verona, esecutori negli anni Ottanta di orribili massacri in nome della purezza delle idee e della razza, sono stati riammessi con generosità come se il crimine fosse una normalità.
Non ci sono più in campo i "cattivi maestri" quali erano Freda e Negri. Al loro posto c'è un sottobosco di nuovi personaggi antisistema, minori e ben integrati. Personaggi che di giorno fanno gli imprenditori, pagano le tasse ovviamente lamentandosene, hanno moglie e figli. Luigi Faccia e Renzo Puschiavo, per fare due esempi. Faccia, padovano, 48 anni, leader dei Serenissimi, responsabile delle vendite dell'azienda di famiglia, prima di dirigere l'assalto al campanile di San Marco aveva segretamente progettato, già nel 1980, il Perl, Piano di emergenza per la rinascita del Leone.
Con i suoi adepti, Faccia parlava di "politica parallela", linguaggio singolarmente in voga anche tra i suoi corregionali della Rosa dei venti.
Puschiavo, vicentino, 37 anni, padre e marito premuroso, è il fondatore del Fronte veneto naziskin, sotto processo per odio razziale.
Di giorno dirige il suo mobilificio, 6 milioni di euro di fatturato e 22 dipendenti. Di sera lavora per la sua organizzazione il cui motto è: "Buttiamo a mare ebrei e negri". La sua bibbia si chiama Mondialismo.
Proprio in nome del mondialismo ha cercato inutilmente agganci con un personaggio che abita a pochi chilometri di distanza, Luca Casarini, leader delle Tute bianche antiglobalizzazione, l'ultimo movimento esploso in Veneto, autentico santuario dell'antistato. Semplice casualità?LA GALASSIA DEI SOVVERSIVI
NTA. Nuclei territoriali antimperialisti, nascono nel Triveneto. La loro prima azione dinamitarda risale al 1995 (a sinistra, l'ultimo volantino).
FORZA NUOVA. Mini- partito di stampo nazifascista fondato nel 1997. Nel Veneto ha la sua roccaforte. Alle ultime elezioni politiche ha raccolto, solo a Verona, 1.846 voti, l'1 per cento.
NAZISKIN. Viene alla luce alla fine degli anni Ottanta. Il suo leader è Renzo Puschiavo, vicentino, sotto processo per odio razziale insieme ad altri 42 militanti.
SERENISSIMI. Autori, nella primavera del 1997, dell'assalto del campanile di San Marco. Il loro leader, Luigi Faccia, padovano, aveva dato vita alla Liga veneta.
ORDINE NUOVO. Organizzazione di estrema destra. Punto operativo: Padova, Venezia, Mestre da dove partono gli attentatori della strage di piazza Fontana.
AUTONOMIA. Gruppo operante negli anni Settanta. Base operativa Padova, dove vengono compiuti una serie di attentati.
BRIGATE ROSSE. La colonna veneta delle Br si mette in luce eseguendo, nel giugno 1974, la prima esecuzione: l'omicidio di due funzionari della sede del Movimento sociale di Padova.
NO GLOBAL. Sempre nel Veneto, Luca Casarini fonda il movimento delle Tute bianche. Obiettivo: la lotta alla globalizzazione.23 gennaio 2003 - FORZA NUOVA: CASO TELENUOVO; UDIENZA RIESAME PER 6 ARRESTATI
ANSA:
Il Tribunale del riesame di Venezia si e' riservato la decisione relativamente alla richiesta di revoca delle misure cautelari per i primi sei aderenti a Forza Nuova arrestati a Verona subito dopo l'irruzione negli studi dell'emittente Telenuovo e lo scontro con gli esponenti musulmani Adel Smith e Massimo Zucchi. La riunione del Tribunale del riesame, presieduto dal giudice Angelo Risi, si e' svolta nel palazzo di giustizia di Rialto, nel centro storico lagunare. La decisione, in base alla data di presentazione dell'istanza, dovra' comunque essere resa nota entro domani. I sei, tutti incensurati, dai 24 ai 19 anni, residenti nelle province di Padova e Treviso, sono attualmente agli arresti domiciliari per violazione del decreto Mancino per aver agito, secondo l'accusa, con finalita' di discriminazione religiosa, nonche' per lesioni volontarie aggravate dalla violazione dello stesso decreto e violenza privata. Gli arrestati sono assistiti dall'avv.Roberto Bussinello di Verona, il quale, annunciando la propria linea di sostegno alla richiesta di revoca, ha sostenuto la non sussistenza dell'accusa di violazione del decreto Mancino. Per la difesa, che ha portato come documentazione materiali relativi alle affermazioni del presidente dell'Unione degli Islamici Italiani Adel Smith, non vi sarebbe stata discriminazione religiosa, bensi' divergenza ideologica, in particolare in merito all'affermazione che gli attentati dell'11 settembre a New York non sarebbero stati opera delle organizzazioni terroristiche islamiche, ma un fatto interno all'America finalizzato a sostenere ipotesi di guerra contro stati islamici. Venendo meno la violazione del decreto, la difesa conta quindi di far decadere anche l'aggravante per il reato di lesioni, da cui - sempre secondo il legale degli arrestati - i sei sono discolpati dal video che ha ripreso lo scontro presso l'emittente televisiva, allegato agli atti all'attenzione del tribunale del riesame. Gli arresti erano stati decisi dal gip Sandro Sperandio, il quale non aveva ritenuto vi fossero elementi tali da far configurare invece l'ipotesi di violazione di domicilio, poiche' i forzanovisti erano entrati indisturbati nella sede dell'emittente televisiva. A carico degli imputati vi e', inoltre, l'accusa di ingiurie. Gli arrestati su cui si pronuncera' il Tribunale del riesame sono Alessandro Arboit, 20 anni, di Casier (Treviso), Mirko Carrozza, 24, di Albignasego (Padova), Giuseppe Zito, 21, di Treviso, Emanuele Maci, 19, di Padova, Diego Fracasso, 21, di Vigodarzere (Padova) e Massimiliano Signoretti, 23, di Treviso. La rissa di cui, secondo l'accusa, si sono resi protagonisti in concorso con altri militanti di Forza Nuova, il partito di estrema destra che alle ultime amministrative veronesi ha ottenuto l'1,6%, e' avvenuta il 10 gennaio scorso nella sede dell'emittente televisiva Telenuovo. "Bersaglio" di Forza Nuova era in particolare il presidente dell'Unione dei musulmani d' Italia, Adel Smith, protagonista a sua volta il sabato precedente di una lite con scontro fisico con l'opinionista Carlo Pelanda, durante una trasmissione presso un'altra emittente, Teleserenissima di Padova. A Verona Smith, nello scontro con Forza Nuova, ha riportato ferite guaribili in cinque giorni, mentre Zucchi, il segretario dell'Unione, in otto.23 gennaio 2003 - FORZA NUOVA: SCARCERATI SEI MILITANTI
ANSA:
Sono stati scarcerati dal Tribunale del Riesame di Venezia i sei militanti di Forza Nuova che erano stati arrestati lo scorso 10 gennaio dopo l' aggressione negli studi dell' emittente veronese Telenuovo. Lo ha reso noto il difensore degli indagati, l'avvocato Roberto Bussinello. L' ordinanza dei giudici e' stata depositata nel primo pomeriggio, e occorrera' aspettare domani per conoscere le motivazioni della remissione in liberta'. Il collegio del riesame, secondo quanto si e' appreso, non ha imposto alcun obbligo ulteriore agli indagati.24 gennaio 2003 - RICORDATI A EMPOLI I DUE AGENTI UCCISI DA TUTI
ANSA:
E' stata una cerimonia breve ma sentita quella celebrata in memoria del brigadiere Leonardo Falco e dell'appuntato Giovanni Ceravolo, i due agenti del commissariato di Empoli uccisi nel 1975 dal terrorista neofascista Mario Tuti. La Messa, nel santuario della Madonna del Pozzo, e' stata celebrata da Don Carmine Palumbo, parroco della polizia di Stato, che nell'omelia ha ricordato il sacrificio dei due agenti morti e del loro collega Arturo Rocca, rimasto gravemente ferito nella stessa tragica circostanza e deceduto per cause naturali lo scorso anno. Parole di cordoglio sono state pronunciate anche da Mario Ferraro, consigliere dell'Associazione nazionale della polizia di Stato. Al termine sono state deposte tre corone al commissariato, una del questore di Firenze Giuseppe De Donno, una dell' Anps e una del Comune, rappresentato alla cerimonia dal sindaco Vittorio Bugli.27 gennaio 2003 - GIP VERONA RIMETTE IN LIBERTA' 15 MILITANTI FORZA NUOVA
ANSA:
Il gip di Verona Sandro Sperandio ha rimesso in liberta' 15 militanti di Forza Nuova arrestati nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Verona sull' aggressione negli studi dell'emittente scaligera Telenuovo. Lo ha reso noto il difensore degli indagati, l'avvocato Roberto Bussinello. Per quattro degli indagati rimessi in liberta', due padovani e altrettanti veronesi, il magistrato ha disposto l'obbligo della firma. L'avv. Bussinello ha pertanto deciso di rinunciare al ricorso al Tribunale del Riesame di Venezia che avrebbe dovuto presentare domani mattina. Lo stesso Tribunale del Riesame, la scorsa settimana, si era espresso favorevolmente nei confronti di sei militanti di Forza Nuova arrestati poco dopo il blitz a Telenuovo, dove furono aggrediti Adel Smith e un altro esponente musulmano. Ad essere sottoposti all'obbligo di firma sono il segretario veneto di Forza Nuova, Paolo Caratossidis, il segretario veronese Yari Chiavenato e altri due militanti (il veronese Stefano Armigliato e il padovano Marco Bettin) che avrebbero, ha riferito l'avv. Bussinello, alcuni precedenti sanzionati con una multa. Per quanto riguarda i motivi che hanno indotto il gip di Verona a rimettere in liberta' i quindici militanti, Bussinello ha riferito che vanno ricondotti all'analoga decisione presa nei giorni scorsi, dal tribunale di riesame di Venezia, nei confronti dei primi sei arrestati subito dopo l'irruzione negli studi di Telenuovo. Nel dispositivo della sentenza i giudici veneziani avrebbero infatti ritenuto insussistente l'aggravante della discriminaziona religiosa, limitando cosi' i capi di imputazione alla violenza privata e alle lesioni volontarie: due reati, ha sottolineato il legale (esponente lui stesso di Forza Nuova), per i quali e' prevista la sospensione condizionale della pena. E' dunque prevedibile, ha concluso Bussinello, che i giudici del riesame si sarebbero pronunciati allo stesso modo anche per gli altri quindici agli arresti domiciliari. Il procuratore veronese Guido Papalia, che ha detto di non aver ancora avuto notizia ufficiale del provvedimento del gip, non ha voluto commentare. Quanto all'inchiesta da lui coordinata sull' episodio, ha detto che sono in via di completamento gli accertamenti volti a ricostruire le modalita' e la preparazione dell'aggressione. Nessun commento del magistrato sulle recenti manifestazioni di Forza Nuova in solidarieta' con gli arrestati, che ha definito come fatti "extraprocessuali".5 febbraio 2003 - LETTERA PIETRO MASO A GILBERTO CAVALLINI
"Il Gazzettino"
MILANO Il giovane veronese che uccise i genitori per impadronirsi dell'eredità aveva fatto amicizia in carcere con l'ex esponente dei Nar Permesso negato a Maso perché scrive a Cavallini "È due anni che mi fanno aspettare". Voleva andare a visitare una comunità di volontariato Milano
Uno sfogo perché da due anni sta aspettando un permesso premio non ancora arrivato: in sostanza è questo il contenuto della lettera che Pietro Maso, il veronese in carcere a Opera (Milano) per l'omicidio dei genitori, ha scritto a Gilberto Cavallini, l'ex Nar arrestato il 16 dicembre. Lettera che, assieme a un vaglia, ha portato i magistrati del Tribunale di Sorveglianza di Milano a negare ancora quel permesso premio di un giorno che Maso chiese per la prima volta due anni fa.Da quanto si è appreso in ambienti giudiziari, la lettera è stata letta in aula l'8 gennaio, quando c'è stata l'udienza davanti ai magistrati di sorveglianza di Milano. La missiva, recapitata alla fine di novembre a casa della madre di Cavallini, e ritrovata durante le perquisizioni assieme a un vaglia in cui, grazie a un prestanome (la moglie di un detenuto), l'ex terrorista inviava circa 250 euro a Pietro Maso, sarebbe stata di questo tenore: "Quanto tempo mi stanno facendo perdere per questo permesso: è da due anni che mi fanno aspettare...". Una protesta dove il giovane di Montecchia se la sarebbe presa anche con magistrati, periti e avvocati. Nonostante i periti del Tribunale con il consulente di parte, il professor Vittorino Andreoli, dopo un esame approfondito della lettera e ulteriore colloquio con l'omicida, abbiano ritenuto che si sia trattato di uno sfogo, il giudice di sorveglianza Vincenza Maccora ha negato il permesso premio di un giorno chiesto per andare a visitare una comunità di volontariato a Milano. Per periti e consulente, quanto scritto da Maso non avrebbe modificato i giudizi precedenti relativi ai progressi fatti in carcere dal giovane che, ritenuto non più socialmente pericoloso, pare si sia avviato sulla strada del recupero: grazie anche a un religioso che gli fa da tutor, Maso avrebbe cominciato ad andare a messa la domenica, a vivere il carcere come una punizione per quel che ha fatto e a lavorare con il computer. E proprio sulla base di questi giudizi, a luglio, un altro magistrato di sorveglianza, Andrea Pirola, aveva concesso a Maso le prime 36 ore di libertà. Provvedimento che è stato bloccato dal pm Fabio De Pasquale e che dopo ancora mesi di perizie e controperizie sempre favorevoli a Maso, con la scoperta della lettera a Cavallini e del vaglia, è stato ribaltato con un verdetto negativo. Quanto all'amicizia nata a Opera tra Maso e Cavallini, spiegano in ambienti giudiziari, sarebbe sorta perché gli unici a non avere pregiudizi verso chi ha ucciso i genitori a sprangate per l'eredità sono i detenuti politici. Da qui i contatti non solo con l'ex Nar Cavallini, ma anche con alcuni ex Br.14 febbraio 2003 - UNA STRADA INTITOLATA A VITTIME VIA ACCA LARENTIA
ANSA:
Il consiglio comunale di Roma ha approvato (con 19 si', 5 no e 2 astenuti) l'ordine del giorno che chiede di intitolare una strada della capitale a Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, i due giovani del Fronte della Gioventu' uccisi nell'attentato del 7 gennaio 1978 davanti alla sezione missina di via Acca Larentia, e a Stefano Recchioni, un altro ragazzo di destra rimasto ucciso poche ore dopo, negli scontri con le forze dell' ordine nelle manifestazioni di protesta che seguirono l'attentato. Il documento - sottoscritto da consiglieri della Casa delle liberta', primo firmatario Adalberto Bertucci (AN), ma anche da due consiglieri dei Ds, il capogruppo Lionello Cosentino e Enzo Foschi, e dal presidente del consiglio comunale Giuseppe Mannino (Lista civica per Veltroni) - impegna la giunta capitolina ad intervenire presso l'ufficio toponomastica, per attivare la procedura necessaria ad intitolare una via a queste tre "giovani vittime del terrorismo a duratura memoria dei tragici eventi avvenuti il 7 gennaio del 1978". Nell'ordine del giorno, nelle premesse, si ricorda che le indagini sull' agguato "erano incentrate sull'avvenuto ritrovamento durante una serie di operazioni delle forze dell'ordine contro i covi delle Brigate rosse di una mitraglietta Skorpion, la stessa che firmo' gli omicidi del sindaco di Firenze Lando Conti, del senatore Roberto Ruffilli e dell'economista Ezio Tarantelli e che le indagini non hanno mai permesso di risalire agli esecutori materiali degli assassini". L'approvazione dell'ordine del giorno e' stata apprezzata dal presidente della Regione Lazio Francesco Storace il quale ha detto che si tratta di "un gesto nobile, che rende onore a tre giovani di destra sacrificati dalla barbarie terroristica".22 febbraio 2003 - CONTESTATO INCONTRO RIFONDAZIONE SU STRAGI STATO E DESTRA EVERSIVA
"Liberta'"
L'iniziativa di Rifondazione contestata con scritte sui muri inneggianti a Ramelli
Blindato l'incontro sulle stragi
Decine di poliziotti e di carabinieri a Monticelli
Monticelli È stato un dibattito blindato quello che si è svolto ieri sera a Monticelli su "Le stragi di Stato e la nuova destra eversiva". Alcune decine di poliziotti in tenuta antisommossa, insieme ad alcuni colleghi in borghese e a numerosi carabinieri, presidiavano gli sbocchi di via Aldo Moro, dove si trova la sala che ospitava i relatori. E, sulla Corsana, un posto di blocco fermava le auto per controlli. Un vasto dispiegamento di forze, che in mattinata era stato preceduto da un sopralluogo del questore di Piacenza Piero Innocenti, che si era voluto rendere conto di persona delle numerose scritte politiche, di matrice di destra, tracciate durante la notte precedente per le vie centrali del paese.
Un segnale che aveva fatto temere il pericolo di incidenti, che fortunatamente non si sono verificati. Di fronte a un pubblico di una quarantina di persone, in gran parte giovani, la serata organizzata dalla federazione piacentina e dal circolo "Bassa Vallongina" di Rifondazione comunista si è aperta con la proiezione di alcuni brevi filmati sulle stragi che negli anni Settanta hanno sconvolto l'Italia. Poi le luci si sono riaccese e i tre relatori - Paolo Bolognesi, presidente dell'Associazione 2 agosto che rappresenta i familiari delle vittime per le stragi, Saverio Ferrari, dell'Osservatorio democratico sulle destre, e Francesco Barilli, della rivista on line Ecomancina, co-organizzatrice della serata - hanno esposto a turno le loro idee. Un incontro tranquillo che aveva tuttavia creato molte tensioni fin da ieri mattina all'alba, quando i monticellesi si sono alzati trovando le vie del centro tappezzate di scritte a spray. Presi di mira, tra l'altro, il Comune e la sede della Camera del lavoro. Le croci celtiche hanno fatto subito pensare al fatto che gli autori fossero simpatizzanti dell'estrema destra. Il riferimento era al presunto legame di Saverio Ferrari, uno dei relatori, con l'omicidio di Sergio Ramelli, uno studente di destra, militante del "Fronte della gioventù", preso a sprangate nel 1975 a Milano e deceduto dopo 48 giorni di coma. "Sergio lotta con noi", diceva una scritta; e un'altra recitava "Ramelli vivo"; mentre, per contro, su un altro muro si leggeva: "Ferrari raus". Una vicenda di un passato prossimo che oggi, tuttavia, suona quasi estranea, tanto che ieri mattina sul mercato molti si chiedevano chi fossero le persone a cui si riferivano le scritte, subito cancellate. "Non sono mai stato imputato per l'omicidio Ramelli", si difende Saverio Ferrari, ex militante di Avanguardia operaia e poi di Democrazia proletaria, ora membro del comitato politico nazionale di Rifondazione comunista. "Sono stato processato per una vicenda analoga - puntualizza - cioè per uno scontro con i fascisti al Bar di Largo Porto di Classe a Milano, ma io con la vicenda della morte di Ramelli non c'entro nulla. Chi mi indica come uno degli assassini del giovane dice semplicemente il falso". E, rispetto alle scritte sui muri, l'esponente di Prc commenta: "Sono semplicemente delle intimidazioni di un gruppo che ha nel proprio Dna una sottocultura di tipo squadrista, che con questi gesti pensa di poter spaventare me o altri esponenti della sinistra democratica".
Paolo Marino25 febbraio 2003 - STRADA A VITTIME VIA ACCA LARENZIA: IL BARBIERE DELLA SERA
"Il Barbiere della sera"
Chi ha paura dell'uomo nero?
di Der Kaiser
Roma: è polemica sull'intitolazione di una strada a tre giovani missini assassinati dai brigatisti rossi durante gli anni di piombo
Acca Larenzia. Alzi la mano chi sa cosa è e quale significato abbia avuto nella nostra storia. Storia, non mitologia: lasciamo stare Romolo e Remo.
Pochini, vero? Dunque: la sera del 7 gennaio 1978 Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta furono assassinati da un commando dei "Nuclei comunisti per il contropotere territoriale" mentre stavano uscendo dalla sezione del Msi del quartiere Appio-Tuscolano.
Bigonzetti, centrato da diversi proiettili sparati da una mitraglietta Skorpion, muore sul colpo. Ciavatta viene inseguito dai killer e freddato con una serie di colpi sparati da distanza ravvicinata.
I due militanti missini avevano 19 e 18 anni e non erano armati. Non portava armi nemmeno il diciannovenne Stefano Recchioni, colpito a morte poche ore più tardi durante gli scontri tra forze dell'ordine e giovani di destra, accorsi in via Acca Larenzia da ogni parte della città non appena si era sparsa la notizia dell'agguato.
Per i terroristi fu un allenamento. Quella che poi diventerà la colonna romana delle Brigate Rosse aveva fatto le prove generali per altri delitti che successivamente avrebbero impressionato l'opinione pubblica: da Aldo Moro a Ezio Tarantelli, a Roberto Ruffilli, a Lando Conti. Gli ultimi tre firmati proprio dalla Skorpion di Acca Larenzia.
Ma per i poveri martiri missini non ci fu il medesimo interesse mediatico. D'altronde in quegli anni nei cortei dell'estrema sinistra si gridava "uccidere un fascista non è un reato". Slogan che poi veniva messo in pratica in un clima che andava dall'indifferenza al linciaggio morale, passando per la connivenza.
Per diversi giovani di destra, Acca Larenzia significò la fine della legalità. Se i "rossi" sparavano e le forze dell'ordine pure, non c'era altra scelta che la lotta armata. Francesca Mambro ad esempio, quella sera era laggiù. Insomma, fu uno dei punti di svolta degli anni di piombo.
Per non dimenticare e "per chiudere con un atto di pacificazione la pagina del terrorismo", alcuni esponenti romani di An hanno dato il via a una raccolta di firme: vogliono intitolare una strada della capitale alle vittime di Acca Larenzia.
Dopo un primo consenso generale e un ordine del giorno approvato in consiglio comunale, Rifondazione non ha mancato di dimostrarsi una volta di più formazione politica legata a arcaici pregiudizi, giudicando l'iniziativa di An "inopportuna e in contrasto con la storia antifascista di Roma".
Ma c'è di più. Due diffusissimi quotidiani nelle cronache romane hanno dato la notizia spostando i fatti di dieci anni, al 1988. Anche se l'errore fosse dell'agenzia, cambierebbe poco.
Stupisce che giornalisti che magari saprebbero dirti il colore del giubbotto di Mario Capanna a quella data manifestazione o che saprebbero svelarti divertenti retroscena - nella stampa italiana c'è un retroscena per ogni circostanza -sugli indiani metropolitani, siano all'oscuro di un evento che negli anni ha prodotto una lunghissima scia di sangue. Nemmeno che Google e il Dea richiedessero un'abilità fuori dal comune.
La conclusione è scontata. Mentre Genova prima o poi avrà piazza Carlo Giuliani "ragazzo", Franco, Francesco e Stefano, "gli uomini neri", continuano e continueranno a fare paura. Anche da morti.
Der Kaiser27 febbraio 2003 - INTERVISTA A MARIO TUTI
"Il Corriere della sera"
L'INTERVISTA
Tuti: il terrorismo politico è morto, ora odio la violenza
LIVORNO - Mario Tuti, l'ex terrorista nero condannato a due ergastoli per tre omicidi (due giovani carabinieri ammazzati a sangue freddo e un detenuto strangolato in cella), da martedì è fuori dal carcere. Trenta ore di permesso, divise in tre giorni. Il 28 dicembre era uscito per la prima volta dopo 27 anni, per 4 ore. Ieri nella sede dell'Arci di Livorno ha presentare un Cd-rom multimediale, da lui realizzato, sul Museo Fattori. Oggi incontrerà la figlia, che non l'ha mai visto prima. Ha 56 anni, non si è mai pentito né dissociato. Ha scritto un saggio per il libro di imminente pubblicazione "La Bibbia dei non credenti", al quale hanno collaborato Massimo Cacciari, Luciano Violante e Francesco Guccini. Un anno fa è stato protagonista in carcere di uno spettacolo sul Vangelo. Dice di essere un altro uomo, di odiare la violenza, di temerla quasi.
"Oggi c'è tanta violenza, cieca, senza fini ideologici, ugualmente pericolosa come quella terroristica - dice -. Io la conosco la violenza, ne sono stato partecipe e artefice. Penso che forse potrei cercare di far capire ai giovani quanto sia pericolosa e inutile, convincerli a tenerla lontana perché ti può attrarre come un vortice. Però mi accorgo che la mia generazione parla una lingua diversa, incomprensibile ai giovani. Successe anche a me, trent'anni fa, quando incontrando un ex comandante della Repubblica sociale sperai in una sorta di investitura. Volevo sublimare la violenza che avevo dentro. Ma lui non capì, parlavamo lingue lontane".
E tutta questa violenza può trasformarsi in terrorismo come negli anni di piombo?
"No, secondo me in Italia non c'è allarme terrorismo, almeno di matrice politica. Anche i delitti degli ultimi anni non indicano un ritorno degli anni di piombo. Gli attentati recenti mi sembrano più atti teppistici, di violenza pura, lontani anni luce da quelli degli anni Settanta. La società è cambiata, le ideologie non esistono più. Semmai il pericolo può venire dal fondamentalismo, ma il discorso è completamente diverso. La violenza invece c'è. E contro la violenza c'è solo un antidoto: la cultura del sorriso e del gioco, il desiderio di affrontare la vita con allegria, come se tutto fosse un grande Carnevale. Ecco perché ai blocchi dei treni preferisco i girotondi, anche intorno a una base militare come Camp Darby".
Tuti, lei è in carcere da quasi 28 anni. Crede che sia una pena sufficiente per tre omicidi?
"Con la giustizia credo di aver saldato il mio conto. Il carcere cambia radicalmente le persone e, anche se non amo definirmi pentito, oggi non sono socialmente pericoloso e non mi ritengo neppure una persona malvagia. Con la mia coscienza, però, il conto è ancora aperto. Non ucciderei più, ma ciò non mi consola. Provo un dolore profondo e incancellabile per ciò che ho commesso".
Lei però non ha mai chiesto perdono ai familiari delle vittime. Perché?
"Se mi trovassi davanti a un parente delle vittime non gli potrei chiedere perdono. Non ne avrei il diritto. Non è orgoglio. Il perdono si dà spontaneamente, non si chiede per sentirsi meglio, per lenire il dolore interiore. Certo, se i familiari mi concedessero il loro perdono, ne sarei felice. Non solo per me, anche per loro. Vorrebbe dire che adesso soffrono meno".
Come sono state vissute in carcere le polemiche politiche sull'indulto?
"Male, malissimo. Non ci sono rischi di rivolta, chi lo dice sbaglia, è poco informato. Semmai, dopo la speranza, oggi c'è una grande delusione. Chi sperava di uscire è depresso. E questo si manifesta in un aumento di suicidi e tentati suicidi. Chi spera nell'indultino non è un carcerato come Tuti, non ha ucciso nessuno, ma deve scontare reati minori, come la stragrande maggioranza dei detenuti. Entra per reati di droga, furto, rapina. Ma per lui la galera non serve a niente. Esce, ma torna subito dentro perché commette altri reati e costa moltissimo allo Stato. Servono misure alternative".
Lei sta studiando. Crede di avere ancora un futuro da spendere fuori dal carcere?
"Io resterò sempre in carcere, anche se un domani otterrò la semilibertà. E' un problema psicologico. Dopo tanti anni la galera ti entra dentro. Mi sto per laureare in Scienze Forestali, mi manca la tesi. Sono iscritto al Conservatorio di Parma. Ironia della sorte, l'ho potuto fare grazie a una vecchia legge sui prigionieri di guerra. Trent'anni fa mi ritenevo anch'io un prigioniero di guerra. Oggi spero di poter aiutare la gente, di fare qualcosa di utile".
Marco GasperettiUna vita dietro le sbarre
CHI E' Mario Tuti , 56 anni, di Empoli è stato il fondatore del Fronte nazionale rivoluzionario
DUPLICE OMICIDIO
Nel gennaio '75 ha ucciso due carabinieri. Catturato in Francia, è stato estradato in Italia e condannato all' ergastolo
TERZO DELITTO
Nell'aprile '81, nel carcere di Novara, Tuti ha strangolato con il neofascista Pierluigi Concutelli, anch'egli detenuto, il presunto terrorista nero Ermanno Buzzi imputato per la strage di Brescia. Sei anni dopo ha guidato la rivolta nel penitenziario di Porto Azzurro
LA SVOLTA
Assolto definitivamente nel '92 per la strage del treno Italicus, Tuti è diventato un detenuto modello: studia Scienze forestali, suona la chitarra, dipinge, scrive e interpreta commedie teatrali11 marzo 2003 - MAMBRO: SONO 50 I TERRORISTI CONTRO I 5000 DEGLI ANNI DI PIOMBO
ANSA:
"Questo e' un Paese sano, da 5 mila che erano i terroristi oggi sono 50. E un Paese sano credo debba chiudere le fasi della storia drammatica con la pacificazione, che passa attraverso l'assunzione di responsabilita' dei protagonisti ma anche della classe politica". E' quanto ha detto Francesca Mambro, ex terrorista, che ora fa parte dell'Associazione "Nessuno tocchi Caino", nel corso della presentazione del libro "La rinuncia" di Gianfranco Formichetti, assessore alla Cultura del comune di Rieti, edito da "Pagine".
"Per moltissimi anni e' caduto il silenzio sulla lotta armata", ha detto Mambro. "In questo momento parlarne fa bene. E anche prima - ha aggiunto - forse parlare di piu', avere approfondito il dibattito in quegli anni, avrebbe aiutato ad avere oggi una situazione diversa. E all'epoca - ha proseguito - se ci fossero state risposte di giustizia sociale immediate forse non ci sarebbe stata una risposta armata".
Il libro racconta la storia di un ex fiancheggiatore delle Br, che, dopo aver partecipato all'attentato Moro, va esule per 23 anni a Parigi e rientra poi, grazie all'indulto, per 72 ore nella sua citta' d'origine. "E' la denuncia - ha spiegato l'autore delle illusioni di una generazione estremista".
Un personaggio "non simpatico" alla Mambro, come lei stessa ha sottolineato ricordando "i grandi drammi" di quegli anni e parlando con "difficolta"' della "esperienza tragica della lotta armata".11 marzo 2003 - SCRITTE RAZZISTE CONTRO MIELI
"Liberazione"
Le scritte contro Mieli e le "fughe di notizie" su Br e movimento Quel groviglio di minacce e disinformazione Annibale Paloscia Succedono cose strane, piccoli prodigi dell'arte di intossicare le regole della democrazia, in un periodo drammatico, forse alla vigilia di una guerra, col suo carico devastante sulle relazioni tra gli Stati, sull'economia, sulla situazione sociale. L'opinione pubblica è ragionevolmente turbata, ma non smarrita: la grande partecipazione alle manifestazioni pacifiste e i sondaggi dicono che c'è nel Paese un'assoluta chiarezza. Due cittadini su tre pensano che la guerra è una follia. Ma questa chiarezza a qualcuno fa paura. Una democrazia così ricca di autenticità e di partecipazione fa paura.
Chi fa scritte contro gli ebrei, chi fa crociate razziste contro gli immigrati, chi accusa il movimento pacifista di affinità strategiche con le Br, sa quel che vuole e sa come va fatto il gioco sporco. Ha gli strumenti per farlo. Riesce anche a fare in modo che gli effetti della disinformazione siano concomitanti con gli atti di provocazione. Chi è andato nottetempo a fare le scritte contro Paolo Mieli sui muri della sede Rai di Milano - "Rai agli italiani, no agli ebrei, Mieli Raus" con croce celtica, croce uncinata e firma dei Nar - non è un ingenuo, ma uno che sa quello che rischia: in corso Sempione c'è sempre un'auto della polizia e ciò che succede all'esterno della Rai viene ripreso giorno e notte da quindici telecamere.
Spray a Milano
La dimensione delle scritte eseguite con spray color oro e il fatto che siano ripetute a duecento metri di distanza l'una dall'altra indica che l'autore o gli autori non possono aver agito fulmineamente e conoscevano i punti morti che sfuggono al circuito delle telecamere. La sigla Nar - nuclei armati rivoluzionari - comparsa negli anni Settanta, è stata usata per rivendicare attentati ed omicidi mascherati come crimini di organizzazioni neonaziste a carattere spontaneistico, senza legami con i gruppi tradizionali dell'eversione nera, come Ordine Nuovo e Avanguardia nazionale.
Sotto i colpi dei Nar cadde il giudice Mario Amato che indagava sugli ideologi e i mandanti dello stragismo. Le relazioni dei Nar con i torbidi ambienti dei collaboratori dei servizi segreti furono uno dei tanti misteri sui quali si indagò dopo la strage di Ustica. Il 28 giugno 1980, 17 ore dopo l'esplosione in volo che fece precipitare il Dc9 dell'Itavia, arrivò una telefonata al Corriere delle Sera: "Qui siamo i Nar. Vi informiamo che sull'aereo caduto viaggiava il camerata Marco Affatigato. Era sotto falso nome. Doveva compiere un'azione a Palermo. Per riconoscerlo vi diamo un particolare: aveva al polso un orologio Baume Mercier". In realtà, Affatigato, che aveva rapporti con i servizi segreti francesi, era vivo e vegeto. Si fece lui stesso vivo da Nizza, con una telefonata, per dire che era in buona salute.
Qual era il vero motivo della telefonata fatta a nome dei Nar? I magistrati che si sono occupati della strage hanno sempre sospettato che sia stato orchestrato un tentativo di depistaggio, per far credere che l'aereo fosse precipitato in seguito all'esplosione di un ordigno messo a bordo da terroristi neri con lo scopo di uccidere Affatigato ritenuto un traditore. Ma avevano sbagliato il piano perché Affatigato su quell'aereo non c'era. Era un depistaggio, che poteva essere stato architettato solo in qualche ufficio dei servizi segreti interessato a coprire la verità: che l'aereo era stato abbattuto da un missile durante un'azione di caccia della Nato contro un mig libico.
Solo chi conosce e ha memoria di queste storie può aver escogitato di firmare le scritte antibraiche sulle facciate della Rai di Milano con una sigla che si incrocia con l'eversione nera e con i depistaggi dei servizi segreti. E' un messaggio in cui la sigla Nar potrebbe aver il significato di evocare minacce e pericoli.
Lo "scoop" di Libero
L'aspetto parallelo della provocazione contro Paolo Mieli è la disinformazione sull'inchiesta riguardante le Br, che ha preso nuovi sviluppi dopo la sparatoria sul treno Roma Arezzo. E' stato attivato un misterioso canale che fornisce alla stampa scampoli di atti giudiziari che ricostruiscono la biografia eversiva di Mario Galesi, il terrorista rimasto ucciso nel conflitto a fuoco in cui ha perso la vita anche l'agente della polizia ferroviaria Emanuele Petri. Tra questi scampoli, provenienti da un rapporto dei carabinieri dei Ros, che risale al 1997, quando Galesi e un altro giovane furono arrestati per una rapina, ce n'è uno in cui si dice che in quella circostanza fu trovato un foglietto in cui era scritto: "Bernocchi-ColliA: aspetto macchina per giro Rebibbia". I solerti carabinieri identificano Bernocchi con Piero Bernocchi, dirigente sindacale dei Cobas, lo pedinano, intercettano le sue telefonate e dopo due anni, sempre continuando a pedinarlo, lo vedono presente a un dibattito nel centro occupato "Rialto", al quale partecipano alcuni ex brigatisti rossi, in semilibertà tra i quali, Francesco Piccioni, Bruno Seghetti e Gerardina Colotti.
Nel rapporto dei Ros si parla poi di un altro convegno a cui partecipa Bernocchi sulla guerra nei Balcani. E allora? Secondo Libero "è la dimostrazione che la galassia delle organizzazioni no-global, una certa frangia del mondo pacifista e quello dell'estremismo sovversivo armato, non sono distanti anni luce". Semmai potrebbe essere la dimostrazione che il Ros è andato a caccia di streghe e di farfalle, invece di cercare i veri brigatisti. Che cosa c'è di strano se Bernocchi discute con Seghetti e se Nicola Fratoianni ha avuto occasione di conoscere - così dice un altro scampolo della disinformazione - quel Luigi Fuccini, che era stato legato qualche anno fa a Nadia Desdemona Lioce?
Nella vita capita di far conoscenze di tutti i colori. Proprio Seghetti quando fu arrestato, dopo il sequestro Moro, con l'accusa di aver fatto parte della direzione strategica delle Br, aveva in un'agenda il numero del telefono di un addetto militare dell'ambasciata israeliana. Ma non dimostrava nulla, non c'era il Mossad nel caso Moro."Il Corriere della sera"
ANTISEMITISMO 1 / L'ex terrorista di estrema destra: un'esperienza sbagliata ieri e anche oggi
Fioravanti e la firma dei Nar: non c'entriamo con quelle scritte
ROMA - "A chi ha fatto quelle scritte usando quella sigla, chiediamo almeno di sceglierne un'altra. Non ci interessa rivendicarne la paternità, ma semplicemente riaffermare che i Nar, Nuclei armati rivoluzionari, sono morti e sepolti da vent'anni, con tanto di dichiarazione scritta e consegnata agli atti di un processo. E nessuno può strumentalizzare quel pezzo di storia per compiere un gesto di cui evidentemente si vergogna, visto che lo copre usando il nome di altri, agisce di notte e poi scompare". Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, gli ex-terroristi "neri" condannati a svariati ergastoli proprio per aver fondato i Nar e ucciso in nome di quella sigla, replicano così agli autori delle scritte anti-semite contro Paolo Mieli. "Non ci sono possibilità di clonazione né di continuità storica - dicono Mambro e Fioravanti - rispetto a una vicenda che era sbagliata vent'anni fa e naturalmente lo sarebbe ancora oggi. E poi, a volerla dire tutta, noi non siamo mai stati antisemiti, anzi. Molti dei nostri amici di allora andarono in Libano per combattere dalla parte di Israele". I due ex-terroristi aggiungono che "Paolo Mieli, assieme a Furio Colombo, tra gli intellettuali legati alla comunità ebraica è stato fra coloro che meglio hanno cercato di capire la nostra vicenda, scrivendo parole di cui gli siamo grati". Per Mambro e Fioravanti "siamo di fronte a un atto che non va ingigantito né strumentalizzato, una scritta con la bomboletta spray può farla chiunque. Ma pensiamo che su tutto si possa scherzare tranne che sull'Olocausto. E nel momento in cui il gesto di qualche sconsiderato finisce in prima pagina anche per via di una sigla che tragicamente abbiamo portato alla ribalta più di vent'anni fa, ci sentiamo in dovere di dire che con noi non ha proprio nulla a che vedere".18 marzo 2003 - OMICIDIO A MILANO
"Il Manifesto"
La notte fascista di Milano
Omicidio al bar, cariche in ospedale. Tre fermi per la morte di Davide
Ora la polizia minimizza la matrice politica dell'omicidio di domenica sera nella zona dei Navigli a Milano. Per l'accoltellamento di Davide Cesare, militante 27enne del centro sociale Orso, sono finiti in manette in tre, un padre di 54 anni e due figli (uno minorenne). Balordi, facce note alla ps, senz'altro fascisti ma a quanto pare estranei a qualunque formazione politica. Ed è finita sotto accusa anche la stessa questura per le violenze gratuite di carabinieri e poliziotti sul luogo dell'agguato e soprattutto all'ospedale San Paolo, dove i compagni di Davide cercavano notizie di lui e di un ragazzo che era rimasto ferito in modo grave, ma poi dichiarato fuori pericolo. Calci e manganellate anche a persone già ammanettate. Denti rotti. In mano alle forze dell'ordine sono state viste anche mazze da baseball. Verdi e Prc hanno chiesto al ministro dell'interno Beppe Pisanu di far luce sull'accaduto, che ricorda un po' troppo da vicino l'accanimento cieco del G8 di Genova. "E' successo tutto rapidamente - ha raccontato Fabio, che domenica sera usciva dal pub Tripotà dei Navigli insieme a Davide - Stavamo camminando quando a un certo punto sono saltati fuori due fascisti armati di coltello, uno sulla trentina e l'altro più giovane, quindi ne è salatato fuori un altro più anziano. I primi due avevano bomber e testa rasata, è volata qualche parola e senza motivo ci hanno accoltellati". Sulla premeditazione c'è qualche dubbio, sulla natura politica dell'aggressione nessuno.
Immediata la reazione dei centri sociali e del movimento antagonista, che ha organizzato assemblee, cortei e manifestazioni in tutta Italia. A Milano hanno sfilato in tremila dalla sede dell'Orso al luogo dell'aggressione. A Roma c'è stata forte tensione tra la stazione Termini e il Viminale, obiettivo di un corteo partito nel tardo pomeriggio da San Lorenzo. Un poliziotto ha sparato diversi colpi in aria, la Digos denuncerà un centinaio di attivisti."Liberazione"
Spinte razziste e malavita organizzata La Milano nera tra passato e presente Saverio Ferrari Tracciare una mappa della presenza neofascista a Milano non è difficile. I gruppi della destra radicale sono, infatti, soliti vivere in "branco" e in ambiti territoriali ben definiti. Le sedi, sotto questo aspetto, lasciano il più delle volte spazio ad altri luoghi di ritrovo. Così è certamente per l'anima tradizionalmente più radicale e violenta dell'universo nero milanese: i naziskins.
E' soprattutto nel nord della città, in zona Affori-Bovisa, tra Piazzale Maciachini e Via Cannero, che si tenta oggi, da parte dei gruppi di naziskins di tornare a marcare una presenza, dopo la chiusura nel 1993 (a seguito dell'intervento della magistratura sulla base della legge Mancino) della sede di Via Carabelli ed il fallimento della costruzione di una "zona nera", nel centro, tra Via Torino e le colonne di San Lorenzo. In particolare è attorno a due negozi (ambedue in Piazzale Maciachini), uno di articoli sportivi (il "Last Resort") e l'altro di tatuaggi (il "Nutty Tattoo"), che si cerca di dar corpo a questo nuovo tentativo.
A poche centinaia di metri, in via Cannero al 7, è anche ubicato una specie di centro sociale, divenuto negli anni luogo di ritrovo per le "teste rasate" anche di fuori Milano. Situato nella baracca di un ex-spedizioniere è però una realtà a termine, destinata nel giro di due anni a lasciare spazio ai lavori per la costruzione di una nuova stazione della metropolitana.
I naziskins milanesi, dopo gli sbandamenti dei primi anni '90, gravitano ormai tutti in Forza Nuova, costituendo anzi, nei fatti, la vera base militante di questa formazione. I dirigenti sono rimasti sempre gli stessi dai tempi di "Azione skinheads" e "Hammerskinheads" (Duilio Canu in particolare), le riviste d'area quelle di sempre ("L'Uomo libero" di Piero Sella), così le figure mitiche di riferimento come Sergio Gozzoli (presentato da Forza Nuova alle ultime amministrative di Milano alla carica di sindaco). Gozzoli è una vecchia figura della destra radicale milanese, già nota alle cronache fin da quando assaltò, nel giugno del 1960, una sede dell'allora Partito Radicale in via Pontaccio.
Anche se le sedi ufficiali di Forza Nuova si trovano da un'altra parte, in via Concordia 8 e in Piazza Aspromonte 31. E' qui, in conclusione, che si aggrega la propria base militante. Non casualmente l'11 novembre di due anni fa, fu proprio in questa zona (presso il dancing "De Sade" di via Valtellina, i cui gestori sono vicino ad Alleanza Nazionale) che Forza Nuova tentò un raduno nazionale. La manifestazione si risolse in pesanti scontri tra "forzanovisti", polizia e militanti di sinistra.
A riprova di quanto detto, nei mesi scorsi, le vie di questi quartieri sono state più volte teatro di scorribande notturne, con scritte e svastiche sui muri e le vetrine delle sedi dei partiti della sinistra.
Ma la realtà milanese non è solo legata a questo fenomeno. Alcune vecchie conoscenze dello squadrismo degli anni '70 sono riapparse recentemente, da Cesare Ferri a Mario Di Giovanni. Nel dicembre scorso, è stato anche nuovamente arrestato a Milano Gilberto Cavallini, in semilibertà dal giugno 2001, nonostante le diverse condanne all'ergastolo e una catena infinita di omicidi, tra militanti di sinistra, carabinieri, poliziotti e giudici. Tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80, Cavallini era stato con Valerio Fioravanti e Francesca Mambro alla testa dei Nar (i "Nuclei Armati Rivoluzionari"), autori in pochissimi anni di qualcosa come 104 tra attentati e omicidi. La sua prima vittima era stato il giovane compagno Gaetano Amoroso, studente lavoratore, ucciso a coltellate, proprio a Milano, la sera del 26 aprile 1976, mentre attaccava manifesti.
Gilberto Cavallini, finito nuovamente nella rete, arrestato dalla squadra mobile della Questura milanese, per una serie di rapine ai danni soprattutto di gioiellerie del centro, al momento del suo arresto, portava nello zainetto una pistola di grosso calibro. Il giro dei "vecchi amici" gli aveva anche trovato un finto lavoro, presso una palestra di Novate Milanese, dove mai si presentava. Ma questo connubio tra destra radicale e malavita comune percorre da sempre la storia del neofascismo milanese. Ancora recentemente, la settimana scorsa, alla conclusione in Corte d'Assise del processo d'appello per l'omicidio di un giovane militante dell'estrema destra, Alessandro Alvarez, assassinato con tre colpi di pistola la sera del 3 marzo 2000, in una stradina a ridosso della ferrovia, nella periferia industriale di Cologno Monzese, si è parlato con insistenza di traffico di armi e di stupefacenti. Lo stesso avvocato di famiglia ebbe a dire: "Alvarez era venuto a conoscenza di qualcosa che non doveva sapere. Forse gli si è voluto chiudere la bocca!".
Milano "nera", che negli ultimi anni ha anche visto il ferimento (senza la condanna dei responsabili) di un consigliere comunale di Rifondazione comunista (Davide Tinelli, il 10 aprile del 1997), vive con questo retroterra, divisa tra le pulsioni razziste di chi punta all'organizzazione di bande da strada per conquistare territorio, e chi non ha mai perso i propri rapporti con la criminalità organizzata.
Ma è un mondo non unicamente rintanato nei propri ghetti. Alcuni partiti avrebbero molto da dire circa i loro rapporti con la destra radicale milanese, da Alleanza Nazionale alla Lega Nord, sempre pronti a garantire i permessi per le loro manifestazioni, a volte, come nel caso dell'europarlamentare Mario Borghezio e dei "Volontari verdi", da tenersi in comune.
Una storia, questa, ancora tutta da scrivere, ma forse più importante di tante altre.21 marzo 2003 - BOMBA TRIBUNALE VENEZIA: IN UN PC ISTRUZIONI PER TELECOMANDO
ANSA:
Descrizioni di timer ad attivazione ritardata e comandabili a distanza, con i relativi circuiti elettrici, sono stati trovati fra i dati di un computer sequestrato a uno degli indagati in un filone d'inchiesta parallelo sulla bomba al tribunale di Venezia. Si tratta dell'antiquario Gianfranco Foti, di Vittorio Veneto (Treviso), fondatore del Movimento Italiano d'Azione, accusato dal pm Felice Casson di associazione sovversiva e danneggiamento, con le aggravanti previste dalla Legge Mancino.
L'elemento emerge dalle motivazioni con cui il Tribunale del riesame di Venezia ha respinto l'istanza di dissequestro del materiale trovato dalla Digos il 26 febbraio scorso nell'abitazione di Foti e in due suoi negozi a Conegliano e Venezia. Nel pc venne trovato anche materiale pedo-pornografico, con la conseguente apertura di un'ulteriore indagine a carico di Foti, il quale pero' ha sempre sostenuto che il materiale provenisse da un computer di un istituto di Vittorio Veneto. Nel corso dell'udienza al Riesame, il suo legale ha sostenuto che il pc in realta' sarebbe di proprieta' del nipote, A.M., ma per i giudici questo non impediva a Foti di servirsene.
Assieme ad altre sette persone Foti e' sospettato di aver tracciato scritte antisemite nel Ghetto di Venezia. Cio' sulla base di alcune intercettazioni telefoniche a carico di altri due indagati, Andrea Nardo e Carlo Trevisan, di Mestre. Il primo dei due e' stato a sua volta coinvolto in uno dei filoni d'indagine sull'attentato, ed e' stato condannato con rito abbreviato a cinque anni e quattro mesi di reclusione perche' trovato in possesso di un mitragliatore austriaco Lr calibro 22 e un fucile a canne mozze calibro 32.
Quanto a Foti, la procura veneziana sta inoltre svolgendo accertamenti su testimonianze che lo avrebbero segnalato nel centro storico lagunare la notte dell'attentato al Tribunale, il 9 maggio 2001. L'antiquario ha sempre respinto le accuse sostenendo di essere stato quella sera a cena con alcuni amici. Di fatto, la procura non l'ha mai inserito fra i sospettati per la bomba al tribunale, ma sta ricostruendo quella che potrebbe essere una cellula di estrema destra, chiamata "Gioventu' nazionale Venezia" con legami da accertare con il movimento di Foti.25 marzo 2003 - BOMBA TRIBUNALE VENEZIA: C'E' UN INDAGATO
"Il Corriere della sera"
C'è un indagato per la bomba esplosa la mattina del 9 agosto 2001 davanti al Tribunale di Venezia. Lo ha rivelato, ieri mattina, il sostituto procuratore Felice Casson, spiegando che il veneziano Cristiano Rifani risulta essere formalmente sotto accusa da mesi per strage e associazione sovversiva in relazione all'attentato di Rialto.
La notizia è uscita, a sorpresa, nel corso della prima udienza del processo che vede lo stesso Rifani imputato di detenzione di esplosivi per le tracce di tritolo e Rdx rinvenuti su un paio di pantaloni che indossava la notte precedente al "botto". Tracce per le quali, però, finora, non si è riusciti a trovare una correlazione diretta con l'esplosione.
Fino a ieri il coinvolgimento del ventinovenne simpatizzante di estrema destra nell'inchiesta sull'attentato era sempre stato smentito, e lo stesso difensore del giovane, l'avvocato Mario D'Elia, sostiene di esserne stato all'oscuro. Tanto che in apertura di dibattimento ha protestato per l'ennesima volta, sostenendo che i pantaloni con le tracce di esplosivo era stati sequestrati al suo cliente nell'ambito delle perquisizioni immediatamente successive alla bomba di Rialto, con l'obiettivo di scoprirne i responsabili. E che, dunque, Rifani non può essere tenuto all'oscuro degli esiti di quelle indagini.
É a questo punto che Casson ha dichiarato che il ventinovenne è indagato da tempo per la bomba - pur senza precisare da quando - e che nel corso di un interrogatorio gli era già stata contestata l'ipotesi di strage. L'inchiesta è secretata e, riguardando ipotesi di terrorismo ed eversione, non vi è obbligo di comunicazione agli indagati delle proroghe.
Dopo la rivelazione, il processo per la detenzione di esplosivi è proseguito con l'audizione dei primi testimoni dell'accusa. Quelli richiesti dalla difesa, sono stati esclusi perchè la lista è stata depositata in ritardo. Tra loro, l'avvocato D'Elia aveva inserito anche il nome del ministro degli Interni Giuseppe Pisanu, al quale voleva chiedere conto delle ripetute dichiarazioni del governo in relazione ad una pista che, per l'attentato di Rialto, porterebbe ai Nuclei territoriali antimperialisti (Nta), ovvero a terroristi di sinistra.
I primi testimoni a comparire davanti al Tribunale sono stati il dirigente della Digos di Venezia, Vincenzo Ciarambino e alcuni suoi uomini, i quali hanno riferito in merito alla perquisizione effettuata a casa di Rifani nella notte del 18 agosto. I poliziotti hanno spiegato che, nei giorni successivi all'esplosione, furono fatte indagini a tutto campo, interrogatori, controlli di utenze telefoniche e, sulla base di un identikit, fu riconosciuto in Rifani il giovane che si era allontanato a passi spediti da Rialto dopo il "botto". A casa del giovane, alla Giudecca, fu trovato un calendario di Mussolini, un volantino della Fiamma Tricolore - Fronte Veneto Skinheads e furono sequestrati gli abiti da lui indossati la notte tra l'8 e il 9 agosto. Sul fianco sinistro dei pantaloni - regalati a Rifani parecchi mesi prima - sono state poi rinvenute tracce evidenti di tritolo e Rdx.
In merito alle analisi effettuate sugli abiti hanno riferito il capitano del Ris di Parma, Adolfo Gregori, e il colonnello Lucio Montagni, i quali hanno spiegato che quelle tracce possono essere state lasciate soltanto da qualcuno che ha maneggiato dei pezzi di esplosivo, escludendo la possibile contaminazione con il semplice trasporto della bomba o transitando casualmente nel luogo dell'esplosione il giorno successivo. Considerate le percentuali rinvenute, molto probabilmente tritolo e Rdx non erano stati mescolati, e chi li ha maneggiati ne possedeva due pezzi separati.
Lunedì 31 la prossima udienza.
Gianluca Amadori31 marzo 2003 - BOMBA TRIBUNALE VENEZIA: RIFANI, SONO UN CAPRO ESPIATORIO
ANSA:
"Mi sento usato come un capro espiatorio, il primo pollo da incastrare". Cosi', all'interno di una deposizione piena di esitazioni e di "non ricordo", Cristiano Rifani oggi ha respinto ancora una volta le accuse che lo vedono imputato davanti al tribunale per la detenzione di esplosivo, e lo coinvolgono per ora solo come indagato nell'inchiesta parallela per la bomba al tribunale di Rialto del 2001.
Rifani si e' sempre proclamato estraneo all'attentato, ma a farlo finire in carcere, sei mesi dopo l'esplosione, furono la testimonianza di una persona che disse di averlo visto nei pressi del tribunale la sera dell'esplosione e, soprattutto, il sequestro di un paio di pantaloni neri 'Versace' sul quale furono rinvenute tracce di tritolo e T4, una miscela simile a quella usata per la bomba al tribunale.
In aula l'imputato ha confermato che i pantaloni erano suoi, che gli vennero prestati da un amico, Williams Capriati, ma non ricorda se li indossasse la notte in cui ci fu l'attentato.
Tra dettagli di una vita difficile (la moglie invalida, lavori saltuari, bollette non pagate) e flebili proteste per "essere stato incastrato da qualcuno", Rifani ha ribadito di non sapere come su quei pantaloni - mai lavati per scarsita' d'acqua in casa - ci fossero tracce cosi' evidenti di tritolo e T4 incombusti, come evidenziato dalla perizia dell'accusa. Ha ripetuto anche di essere transitato nella zona dell'attentato il giorno dopo assieme a Capriati, e di essere entrato nel punto in cui si era verificata l'esplosione scavalcando transenne e recinzione. "Forse e' stato li' - ha detto - che mi sono appoggiato in qualche punto e mi sono sporcato...".
"Sono di destra - ha poi aggiunto, riguardo alle sue simpatie politiche - ma non ho alcun legame con partiti di estrema destra. E sono contrario al terrorismo o a cose del genere". Il pm Felice Casson ha prodotto due disegni trovati nella sua abitazione, uno raffigurante un mitragliatore, l'altro un candelotto di esplosivo. "Sono miei - ha ammesso Rifani - ma li ho fatti cosi', solo per passatempo. E poi mi piacciono le armi". Fra gli altri elementi ammessi dall'imputato anche il fatto di essere mancino, un indizio pesante per l'accusa, visto che le tracce di esplosivo sono presenti soprattutto sulla gamba sinistra dei pantaloni.
Il difensore di Rifani, l'avvocato Francesco D'Elia, ha insistito su alcune asserite mancanze nelle indagini, in particolare su mancati accertamenti su un ex convivente della figliastra di Rifani, un tunisino di cui si sono perse le tracce.
Nell'udienza di oggi hanno deposto anche Dario Vianello, 30 anni di Venezia, e Andrea Nardo (26) di Mestre, gia' condannati con rito abbreviato a sei e cinque anni e quattro mesi di reclusione, per aver l'uno procurato e l'altro detenuto in casa un mitragliatore austriaco Lr calibro 22 e un fucile a canne mozze calibro 32. Per questa stessa vicenda di armi e' imputato nello stesso processo Giulio Fantoni, 52 anni di Venezia. Entrambi hanno ripetuto la propria versione dei fatti: Nardo ha dichiarato di aver voluto acquistare le armi per suicidarsi, ma non ha saputo dire da dove provenissero; Vianello ha invece indicato Fantoni come colui che gliele procuro'. La discussione e la sentenza sono previste per il 14 aprile prossimo.8 aprile 2003 - NIENTE DIRETTISSIMA PER PROCESSO BLITZ FORZA NUOVA
"Il Mattino di Padova"
Il blitz di Forza Nuova a Telenuovo
niente direttissima per i 23 imputati
L'INCHIESTA Accolta la tesi della difesa: processo ordinario per l'aggressione a Smith
a.scu.
VERONA. Tempi lunghi per il processo ai 23 veneti, estremisti di destra di Forza Nuova, accusati di aver aggredito il 10 gennaio scorso, durante una trasmissione di Telenuovo, Adel Smith e Roberto Zucchi, presidente e segretario dell'Unione musulmani d'Italia. Il tribunale ha stabilito che il processo si dovrà fare con il rito ordinario e non per direttissima come aveva chiesto la Procura.
I giudici (presidente Sannite) hanno accolto la richiesta dei difensori degli imputati che hanno sostenuto la violazione del termine di quindici giorni per la citazione con rito direttissimo e hanno ordinato la ritrasmissione degli atti alla Procura perchè proceda con rito ordinario.
"Ora si dovrà ripartire da zero, con una nuova udienza preliminare e tutto il resto", ha commentato il procuratore della Repubblica, Guido Papalia, nel lasciare l'aula del tribunale tenuta "sotto controllo" da un cordone di polizia e carabinieri. Si temevano, infatti, incidenti per l'arrivo di Adel Smith. Ma il presidente dell'Unione musulmani d'Italia, (che è indagato per vilipendio alla religione) non si è presentato. Ma ha mandato un avvocato per costituirsi parte civile, insieme con il suo segretario. Stessa richiesta è stata fatta da un legale di Telenuovo. Erano presenti in aula solo alcuni dei 23 imputati, tra i quali, il segretario veneto di Forza Nuova, Paolo Caratossidis, e quello veronese, Yari Chiavenato. Per tutti l'accusa della Procura veronese nei loro confronti è aggravata dalla finalità della discriminazione religiosa, prevista dalla legge Mancino. Il movimento di estrema destra Forza Nuova, fondato nel 1997 a Londra, è presente nel Veneto con cinque sedi: Padova, Carmignano di Brenta, Verona, Isola della Scala e San Giovanni Lupatoto.
"Con la decisione del tribunale - ha detto l'avvocato veronese, Roberto Bussinello, dirigente nazionale di Forza Nuova e legale di gran parte degli imputati - è stato riconosciuto il diritto alla difesa di controbattere adeguatamente all'accusa. L'ordinanza dei giudici ci consente ora di tutelare meglio i nostri diritti, facendo anche indagini difensive". La difesa degli imputati, inoltre, aveva sollevato questione di illegittimità costituzionale dell'articolo 6 della legge Mancino nella parte in cui, per il rito direttissimo, non contempla lo stesso termine di 15 giorni al di fuori dei casi già previsti (arresto in flagranza e confessione).
Sui tempi del processo, nessuna previsione. Si sa soltanto che nella lista dei testimoni che la difesa chiederà al tribunale di sentire, ci sarebbero, tra gli altri, il conduttore televisivo Bruno Vespa, nella cui trasmissione "Porta a Porta" Adel Smith pronunciò frasi offensive contro il crocefisso. E poi, il cardinale Giacomo Biffi, vescovo di Bologna; il docente Carlo Pelanda, che litigò in diretta tv con Smith, una settimana prima del blitz di Forza Nuova, nel corso di una trasmissione su Teleserenissima; il parlamentare di Forza Italia, Gianni Baget Bozzo, la giornalista e scrittrice Oriana Fallaci e il sindaco-sceriffo di Treviso, Giancarlo Gentilini.14 aprile 2003 - PM CHIEDE NOVE ANNI PER RIFANI PER DETENZIONE ESPLOSIVO
ANSA:
Nove anni di reclusione: e' la richiesta avanzata oggi in tribunale a Venezia dal Pm Felice Casson al termine della sua requisitoria nel processo a Christian Rifani, 29 anni, il giovane simpatizzante di destra imputato per la detenzione di esplosivo in un procedimento parallelo a quello sulla bomba al tribunale di Rialto.
Procedimento, quest' ultimo, nel quale Rifani risulta indagato per strage e associazione con finalita' di terrorismo. Nel processo in corso, comunque, Rifani deve rispondere solo della detenzione di esplosivo perche' su un suo paio di pantaloni furono rinvenute tracce di tritolo e T4, una miscela simile a quella usata per la bomba al tribunale. Rifani, che era stato arrestato dalla Digos sei mesi dopo l' attentato, si e' sempre proclamato innocente. Nel processo che si sta celebrando oggi il Pm Casson ha chiesto nove anni di reclusione anche per Giulio Fantoni, 52 anni di Venezia, per un' altra vicenda legata alla cessione di due armi. La sentenza e' attesa nel pomeriggio.Con una decisione a sorpresa, il tribunale di Venezia ha deciso di sentire i due consulenti dell' accusa il 12 maggio prossimo prima di emettere la sentenza nei confronti di Christian Rifani, 29 anni, il giovane simpatizzante di destra imputato per la detenzione di esplosivo in un procedimento parallelo a quello sulla bomba al tribunale di Rialto, scoppiata il 9 agosto 2001.
I giudici intendono chiedere ai due consulenti - il cap. Adolfo Gregori dei carabinieri del Ris e il col. Lucio Montagni, ex responsabile a Mestre della direzione artiglieria dell' esercito - se e' possibile stabilire per quanto tempo puo' rimanere traccia di esplosivo incombusto su un indumento; in questo caso sui pantaloni ''Versace'' che hanno portato all' arresto di Rifani. L'imputato ha infatti sostenuto che quei pantaloni gli furono regalati diverso tempo prima dell'attentato da un amico inizialmente indagato e poi prosciolto, Williams Capriati, con cui trascorse la sera del 9 agosto 2001, e che ha confermato la circostanza precisando pero' di averli donati almeno sei mesi prima della bomba al tribunale.
La sentenza e' stata cosi' rinviata anche per l'altro imputato, Giulio Fantoni.16 aprile 2003 - FRATELLI MATTEI: DURANTE CERIMONIA PETARDO FERISCE POLIZIOTTI
ANSA:
Due agenti di polizia, in servizio di ordine pubblico, durante la cerimonia di commemorazione dei fratelli Stefano e Virgilio Mattei, figli del segretario della sezione del Movimento Sociale di Primavalle morti nel rogo appiccato al loro appartamento il 16 aprile del 1973, sono stati feriti da un petardo lanciato, probabilmente, dal balcone di uno dei palazzi che si affacciano su via Bernardo da Bibbiena, a Primavalle.
I due poliziotti, si e' appreso, sono feriti in modo lieve ad un ginocchio e ad un braccio. Ad altri due agenti, che erano accanto ai colleghi feriti, e' stata diagnosticata una "ipoacusia", dovuta al forte rumore del petardo, che era di quelli usati abitualmente allo stadio.
Secondo quanto si e' appreso la Digos avrebbe filmato i momenti del lancio del petardo che potrebbero portare alla identificazione degli autori.18 aprile 2003 - ROGO PRIMAVALLE: ANNULLATA MANIFESTAZIONE ESTREMA DESTRA
ANSA:
E' stata annullata la manifestazione in programma domani a Roma di vari gruppi di estrema destra in piazza Clemente XI, nel quartiere Primavalle, a poca distanza da dove furono uccisi in un attentato incendiario i fratelli Mattei, per rivendicare, come ha detto Forza Nuova, "il diritto a commemorare i nostri morti".
In un comunicato emesso oggi dalla federazione romana di Forza Nuova e' stato spiegato che "l'annullamento e' dovuto a problemi organizzativi e, soprattutto, alla volonta' che si faccia chiarezza sui fatti" di mercoledi' scorso, quando, come aveva detto ieri il movimento di estrema destra, appartenenti ad un centro sociale nel corso della commemorazione avevano lanciato una bomba carta contenente chiodi e petardi in direzione dei manifestanti, che avevano ferito alcuni poliziotti.
Forza Nuova ha detto di riservarsi di "scendere nuovamente in piazza Clemente XI, al momento che la situazione sara' chiarita. Il nostro diritto a commemorare i nostri caduti non puo' essere leso e verra' rivendicato nei tempi opportuni".12 maggio 2003 - ESCE NUOVO LIBRO PROVVISIONATO E BALDONI
dal "Supplemento alla Newsletter di Misteri d'Italia n.67"
E' in libreria il nuovo libro di Sandro Provvisionato e Adalberto Baldoni
A CHE PUNTO E' LA NOTTE?
Sinistra e destra: storia dell'estremismo politico in Italia
Edizioni Vallecchi - 538 pagine, 22 euro
Una ricognizione, senza veli e pregiudizi, tra le cronache, le rivelazioni, gli scheletri nell'armadio di un paio di generazioni che hanno pagato sulla loro pelle la strategia della tensione, architettata e messa in opera da chi aveva interesse a radicalizzare l'antagonismo politico-ideologico tra la destra e la sinistra.
Dal movimento studentesco alla nascita dei gruppi della sinistra extraparlamentare; dall'avvento del partito armato al Caso Moro fino alla sconfitta delle BR; dalla strage di Acca Larentia allo spontaneismo armato della destra radicale e poi lo stragismo, il golpismo, i delitti politici, gli intrighi di Palazzo, le collusioni politica-mafia.
Dalla fine degli anni Ottanta ad oggi, molti angoli oscuri sono stati illuminati. Ma troppe sono le ferite ancora aperte. Numerosi i misteri da chiarire, come pure i passaggi, ancora in ombra, che hanno consentito la ripresa di un terrorismo spietato (i delitti D'Antona e Biagi). Inoltre due tragici eventi hanno lasciato il segno ache nel nostro Paese: il terribile attentato di matrice islamica dell'11 settembre 2001 e la seconda guerra del Golfo che ha cambiato gli equilibri mondiali.
E' davvero necessario chiedersi: a che punto è la notte?12 maggio 2003 - BOMBA TRIBUNALE VENEZIA: ACQUISITE INTERCETTAZIONI RIFANI
ANSA:
Cristiano Rifani, il giovane simpatizzante di destra sotto processo per la detenzione di esplosivo e indagato per la bomba al tribunale di Rialto del 2001, potrebbe aver tentato di lavare o di sbarazzarsi dei pantaloni in cui sono state rinvenute tracce della sostanza detonante. Lo si desume da alcune intercettazioni ambientali svolte dal marzo 2002 all'aprile scorso, alcuni stralci delle quali sono stati depositati oggi dal pm Felice Casson nel corso del processo per detenzione di esplosivo che vede imputato lo stesso Rifani.
In una delle intercettazioni, avvenuta in carcere nel marzo 2002, l'imputato avrebbe rimproverato la convivente di non aver buttato via i vestiti. Un'altra e' invece relativa ad un colloquio, sempre svoltosi in carcere, tra Rifani e Andrea Nardo, anch'egli processato per detenzione di armi. In quel colloquio si fa riferimento al fatto che Rifani avrebbe cercato di lavare i pantaloni, ma che non sarebbe andato via niente; i due continuerebbero poi a parlare della bomba scoppiata al tribunale, e farebbero riferimento ai possibili sistemi di innesco dell'ordigno.Slitta di altre due settimane le sentenza del processo per detenzione di esplosivo a carico di Cristiano Rifani, il ventinovenne veneziano coinvolto nelle indagini sulla bomba al tribunale di Rialto del 2001. Lo hanno deciso i giudici della seconda sezione penale, per permettere la trascrizione di alcune intercettazioni ambientali prodotte oggi dal pm Felice Casson, in cui l'imputato parla con la convivente e con altri indagati facendo riferimento ai pantaloni con tracce di tritolo e T4 che ne hanno determinato l'incriminazione.
Le trascrizioni sono spuntate oggi a sorpresa, dopo l' audizione dei due consulenti dell'accusa, il capitano dei Ris Adolfo Gregori e il colonnello Lucio Montagni, i quali avevano ribadito che le tracce di esplosivo sui pantaloni non potevano rimanere piu' di tre-quattro mesi. Dopo l'audizione, il pm Casson ha prodotto alcune note relative alle intercettazioni ambientali in carcere effettuate per circa 4 mesi, da marzo a giugno del 2002, e finora secretate su richiesta del pm nell' ambito delle indagini sull'attentato del 9 agosto 2001 e sulle attivita' di una presunta cellula eversiva di estrema destra in citta'.
Una delle intercettazioni riguarda un colloquio in cella tra Rifani e un altro indagato, Andrea Nardo, in cui si fa riferimento ai pantaloni. "Ma tu li hai mai lavati?", chiede Nardo. "Si', ma non e' venuto via niente", risponde Rifani, che in un altro punto della conversazione fa accenno a ipotesi sull' innesco della bomba, affermando che puo' essere un telecomando, che potrebbe essere stato gettato nel Canal Grande. Riguardo alla notte dell'attentato, a Nardo che gli domandava se qualcuno lo avesse visto realmente scappare via dalla zona di Rialto, Rifani dice: "ero a casa mia, a letto". In un altro brano delle intercettazioni, avvenuto sempre in carcere nell' aprile 2002, Rifani rimprovera la convivente di non aver buttato via i pantaloni assieme ad altri vestiti.
Il difensore di Rifani, l'avvocato Mario D'Elia, si e' dapprima opposto alla produzione delle intercettazioni, poi ha ottenuto che ne fosse fatta una trascrizione, limitatamente ai punti che interessano il processo in atto, cioe' solo nei punti in cui si accenna ai pantaloni o all'esplosivo. Il tribunale ha cosi' disposto il deposito della trascrizione entro la prossima settimana, quindi ha aggiornato l'udienza al 26 maggio prossimo per la discussione e la sentenza, che interessa un altro imputato, Giulio Fantoni, accusato di traffico di armi per la vendita di due fucili mitragliatori a Nardo.26 maggio 2003 - BOMBA TRIBUNALE VENEZIA: 3 ANNI E MEZZO RIFANI PER ESPLOSIVO
ANSA:
Il tribunale di Venezia ha condannato a tre anni e sei mesi di reclusione Cristiano Rifani, il trentenne veneziano accusato di detenzione di esplosivo nel processo parallelo alle indagini sulla bomba al tribunale di Venezia. I giudici della seconda sezione penale, presidente Roberto Izzo, hanno pronunciato la sentenza dopo circa tre ore di camera di consiglio.
La condanna riguarda il reato di detenzione dell' esplosivo, e non il capo relativo al porto del materiale. Il pm Felice Casson aveva invece chiesto, per entrambi i reati, una condanna a nove anni di reclusione.
L' altro imputato del processo, Giulio Fantoni, accusato di aver venduto armi da guerra ad alcuni presunti appartenenti a un gruppo di estrema destra, e' stato contestualmente condannato a cinque anni di reclusione.
Oltre alla condanna per la detenzione di esplosivo, a Rifani e' stata comminata una multa di 300 euro, e l'interdizione per cinque anni dai pubblici uffici. Dall' imputazione di porto di esplosivo, invece, i giudici lo hanno assolto per non aver commesso il fatto. Il difensore di Rifani, l'avvocato Mario D'Elia, si e' detto soddisfatto della sentenza. "Sicuramente - ha commentato - il mio cliente verra' assolto in appello, perche' gli indizi sono labili e le indagini sono state fatte male". Breve ma positivo anche il commento del pm Casson, per il quale "e' stato intanto accertato che e' stato maneggiato dell'esplosivo. Da qui bisogna ripartire con le indagini".
Le motivazioni della sentenza verranno depositate entro 90 giorni.Riparte dall'odierna sentenza contro Cristiano Rifani la pista che vede nell'estremismo di destra la piu' probabile genesi dell'attentato al tribunale di Venezia del 9 agosto 2001. Si tratta di un primo "mattone", ovviamente molto provvisorio, a un quadro investigativo ancora incerto.
Ma i giudici della seconda sezione penale lagunare hanno sentenziato oggi che Rifani avrebbe maneggiato dell'esplosivo "T4" intorno alla prima meta' del 2001, e proprio T4 e' il tipo di esplosivo con cui venne confezionato l'ordigno di Rialto.
Pur non essendo possibili al momento correlazioni dirette tra questi due elementi, appare chiaro che gli accertamenti del magistrato vanno in direzione dell'ambiente frequentato da Rifani, almeno negli ultimi tempi. Personaggio che ha attraversato tutti gli schieramenti, con una vita fatta di espedienti per tirare avanti, nel 2001 sarebbe venuto in contatto con un gruppo di militanti di estrema destra, legati al partito Fiamma Tricolore, sospettati di avere vergato scritte antisemite al Ghetto di Venezia e di progettare azioni piu' eclatanti, forse addirittura un attentato. Per due di essi, Andrea Nardo e Dario Vianello, sono state pronunciate condanne con rito abbreviato per un episodio di vendita di armi da guerra, finito nello stesso fascicolo processuale di Rifani e conclusosi oggi anche per l'ultimo degli imputati, Giulio Fantoni, presunto fornitore delle armi in questione.
La procura veneziana ha aperto un fascicolo per associazione sovversiva, in cui, con Rifani, Nardo e Vianello sono coinvolti il fondatore del Movimento Italiano di Azione, Gianfranco Foti, e un altro veneziano, Carlo Trevisan. Una serie di perquisizioni nelle abitazioni di costoro ha portato al rinvenimento - oltre che delle armi - di materiale propagandistico e, in particolare nel PC di Foti, anche di materiale tecnico relativo a timer e circuiti elettronici.
Non e' chiaro al momento il legame tra tutti questi elementi e la bomba di Rialto. Di tutti gli indagati, al momento solo Rifani e' stato iscritto con l'ipotesi di reato di strage: dai brandelli di conversazione intercettati in carcere tra lui e Nardo si parla di bombe, timer, e delle circostanze legate all'attentato. Il difensore di Rifani, l'avvocato Mario D'Elia, le ha bollate tutte come "scene da commedia goldoniana", "dialoghi surreali in dialetto tra persone che nemmeno si conoscono".28 maggio 2003 - BOMBA TRIBUNALE VENEZIA: INTERROGATO ESTREMISTA DI DESTRA
ANSA:
E' stato interrogato in relazione all'indagine sulla bomba al tribunale di Rialto, in qualita' di indagato in procedimento connesso, il giovane veneziano Carlo Trevisan, coinvolto nell'inchiesta per associazione sovversiva condotta dal Pm Felice Casson su una presunta cellula nera a Venezia. Lo si e' appreso oggi dopo un incontro tra il Pm e il difensore di Trevisan, l'avv. Maria Ralli.
Massimo riserbo sul contenuto dell'interrogatorio, avvenuto sabato scorso. Trevisan era gia' stato interrogato dal magistrato nei mesi scorsi ma forse nelle ultime settimane potrebbe esserci stata qualche novita' utile al fascicolo sulla bomba al tribunale di Rialto, di cui per ora si conosce il nome di un unico indagato: Cristian Rifani, condannato nei giorni scorsi a tre anni e mezzo per detenzione di un esplosivo simile (ma non uguale) a quello dell'ordigno piazzato a Venezia e del quale erano state rinvenute alcune tracce su un suo paio di pantaloni.26 giugno 2003 - ORDINE ARRESTO PER EX NAR CAVALLINI
"Il Nuovo"
Ordine di arresto per ex Nar Cavallini
Cavallini è stato accusato dagli investigatori di aver partecipato assieme ad un complice alla rapina, il 25 novembre scorso, ai danni di una banca. L'ex terrorista si trovava in semilibertà.
VERONA - Si trovava in regime di semilibertà Gilberto Cavallini, 52 anni, quando avrebbe compiuto la rapina all'istituto di credito assieme ad un complice. Per questo motivo la squadra mobile di Verona ha notificato in carcere all'ex terrorista dei Nar un ordine di custodia cautelare per rapina aggravata. La rapina è quella dei 25 novembre scorso, fatta ai danni dell'agenzia di Verona della Banca Popolare di Verona e Novara.
L'ex terrorista dal 20 giugno 2001 usciva dal carcere alle 9 per farvi rientro alle 23 e detenuto nel carcere di Opera (Milano). Ufficialmente lavorava come impiegato in una palestra di Novate Milanese (Milano), dove però pare non si recasse quasi mai.
Cavallini è stato accusato dagli investigatori di aver partecipato assieme a un complice alla rapina.Visionando i filmati registrati dalle telecamere della banca gli investigatori hanno notato una forte rassomiglianza di uno dei malviventi con Cavallini che è stato poi riconosciuto da tutti i sei testimoni.
Sulle sue spalle, ergastoli e diverse altre condanne. Cavallini fu protagonista tra gli anni Settanta e gli Ottanta di una terribile scia di sangue: una quindicina di omicidi, tra cui quelli del giudice Mario Amato, dello studente di sinistra Amoroso (aggredito a caso per strada e ammazzato a coltellate davanti alla sede dell'Anpi di Milano), e di poliziotti e carabinieri tra Roma e Milano.31 luglio 2003 - BARBIERE DELLA SERA: INTERVENTO IN TRE PUNTATE SU CIAVARDINI
"Il Barbiere della sera"
Fascista, terrorista e innocente (I)
di Der Kaiser
Un libro sulla storia di Luigi Ciavardini, il presunto bombarolo della stazione di Bologna
Ventitré anni fa lo scoppio alla stazione di Bologna. Ottantacinque morti e duecento feriti. Quasi cinque lustri di indagini, sentenze, depistaggi, pentimenti, congetture, morti misteriose. Migliaia di documenti processuali, articoli di giornale, libri, memorie, dossier. E non è ancora finita.
Primo perché la condanna degli ex Nar Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro - che si sono sempre dichiarati innocenti - non ha mai convinto pienamente.
Secondo perché c'è ancora un imputato, il presunto autore materiale del massacro, in attesa dell'ultimo grado di giudizio. È Luigi Ciavardini, all'epoca dei fatti diciassettenne e anch'egli militante dei Nar.
Il caso Ciavardini ha appassionato il giovane giornalista romano Gianluca Semprini tanto da farne un libro,"La strage di Bologna e il terrorista sconosciuto". L'opera, edita da Bietti, non è semplicemente un resoconto della parabola umana e terroristica di Ciavardini, ma anche l'occasione per rileggere un periodo della nostra storia che certa parte della magistratura, supportata da ampi spazi della cosiddetta società civile, ha voluto vedere più buio di quel che sia stato: lo stragismo in Italia è sempre stato "nero" per definizione e i terroristi, ben lontani da quel modello di "rivoluzionario duro e puro" che dicevano di incarnare, secondo i giudici, altro non erano che i burattini di qualche Grande Vecchio.
Bruta manovalanza dei servizi segreti deviati e dei poteri forti, con collusioni con la criminalità comune e perfino con la mafia.
A ciò si aggiunga che nella rossa Bologna, durante il settennato del presidente-partigiano Sandro Pertini, e sull'onda lunga dell'emozione del più sanguinoso attentato della nostra storia repubblicana, non potevano non mettere quella lapide sulla violenza "fascista".
Un aggettivo buono per tutte le stagioni e che il sindaco di Bologna, Giorgio Guazzaloca, assieme alla sua giunta ha timidamente proposto di togliere scatenando un putiferio tra gli antifascisti in servizio permanente ed effettivo.
Eppure, prima della caduta del Muro, certi apostoli del comunismo vagavano per il mondo con valigie colme di rubli ed esplosivo. Merito di Semprini è aver messo in luce attraverso interviste, atti giudiziari, e un'attenta selezione del materiale d'archivio, gli innumerevoli aspetti di questa intricatissima vicenda. Un puzzle ricomposto con pazienza che contiene tutti gli elementi quanto meno per scagionare Ciavardini dalla terribile accusa di aver messo la bomba a Bologna.
I RAGAZZINI CHE SPARANO. L'autobiografia di Ciavardini occupa un terzo del libro di Gianluca Semprini: l'ex terrorista - condannato a 14 anni di carcere per gli omicidi dell'agente di polizia Franco Evangelista e del giudice Mario Amato più una lunga serie di rapine -, abbraccia l'ideologia sin da giovanissimo.
La sua è una scelta legata al caso: le scuole romane che frequenta sono quasi tutte "rosse". Schierarsi apertamente a destra in quegli anni significa stare con i più deboli, con quelli che subiscono continue intimidazioni e aggressioni da parte degli studenti e umiliazioni dei professori.
Poi c'è Acca Larenzia, il punto di non ritorno. In quella sera di gennaio del 1978 i brigatisti rossi sparano sui "fascisti", il sistema anche. Viene sconvolta una generazione, la democrazia è riuscita a mettere le pistole in mano a dei ragazzini.
Chi, come Ciavardini non avrà la forza di seguire l'opzione legalitaria di Giorgio Almirante, decide di vendicare la morte dei camerati caduti, degli amici più cari, e si arruola per la guerra civile.
Mentre anche leader in erba come Gianfranco Fini, che ad Acca Larenzia fu ferito a una gamba da un lacrimogeno sparato dalle forze dell'ordine, ribadiscono che alla violenza si debba rispondere con le armi del dialogo, nelle strade italiane non si cammina più tranquilli. Soprattutto a Roma: nelle sedi più calde del Msi, - piazza Tuscolo e via Sommacampagna, ad esempio - c'è un emorragia di giovani. Siamo all'apogeo degli anni di piombo.
Der KaiserFascista, terrorista e innocente (II)
di Der Kaiser
Seconda puntata dedicata al libro sulla storia di Luigi Ciavardini, il presunto bombarolo della stazione di Bologna
ARRIVA LA BOMBA. Immediatamente dopo la carneficina del 2 agosto 1980 le indagini si indirizzano verso l'ambiente di estrema destra. Già alla fine del mese vengono emessi 47 ordini di cattura per strage e associazione sovversiva, destinati soprattutto a militanti di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale come Paolo Signorelli, Sergio Calore e Dario Pedretti.
Una rete a maglie larghissime dalla quale nel corso degli anni e dei processi si libereranno quasi tutti, anche quelli rimasti imprigionati più tardi come Stefano Delle Chiaie e Adriano Tilgher. Il teorema delle toghe, elaborato con una fretta a dir poco sospetta - ma l'opinione pubblica in quegli anni aveva bisogno di un immediato capro espiatorio -, non regge.
Alla fine gli unici a pagare saranno i Nar. O, meglio, Fioravanti, la Mambro e Ciavardini, considerati il braccio armato di qualcuno che, secondo i giudici bolognesi, non voleva "spostare a destra l'asse politico del Paese, ma mantenerlo su posizioni conservatrici di centro".
I fascisti assassini di Stato, insomma. Già sentito. Dei mandanti, però, neanche l'ombra. A dir la verità, anche lo stesso impianto accusatorio contro Fioravanti e la Mambro non sembra granitico.
Nessuno li ha visti a Bologna il giorno della strage e non esistono prove dirette del loro coinvolgimento. Ai due viene contestata una frase - "hai sentito che botto" -, riferita a un delinquente comune, Massimo Sparti, al quale avrebbero confessato anche l'orrendo crimine.
Nonostante un turbinio di dichiarazioni contraddittorie - le più sensazionali coincidenti, guarda caso, con i propri guai giudiziari - e una strana scarcerazione dal Don Bosco di Pisa nel 1982 per un micidiale tumore al pancreas rivelatosi poi una lieve patologia gastrica, Sparti viene creduto.
Mistero nel mistero, le cartelle cliniche di Sparti relative a quel periodo non sono mai state trovate. C'è di più: il medico del carcere pisano che osò sollevare dei dubbi sulla diagnosi dei colleghi, subì un periodo di sospensione. Anche Adriano Sofri, recluso anni dopo al Don Bosco, ha raccolto informazioni tali sull'attendibilità di Sparti da convincersi dell'innocenza della Mambro e di Fioravanti. O, per lo meno, da dubitare fortemente della loro colpevolezza.
Altro elemento decisivo per la colpevolezza dei Nar viene visto nell'esecuzione di Francesco Mangiameli, professore palermitano dirigente di Terza Posizione, considerato da Giusva e soci uno "scribacchino della Rivoluzione", un "demenziale profittatore".
Un regolamento di conti interno all'estremismo nero? Macché. Secondo le toghe Mangiameli sapeva troppo. Sapeva di Bologna e di un coinvolgimento dei Nar nell'omicidio del presidente della regione Sicilia, Piersanti Mattarella. E quindi anche dei loro legami con Cosa nostra. Ma soprattutto aveva la lingua lunga e si confidava con i servizi segreti. Tutto da dimostrare.
Ancora un tassello: una valigia piena di tritolo ritrovata il 13 gennaio 1981 a bordo dell'espresso Taranto-Milano. È un tentativo di depistaggio di due generali del Sismi, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, del capo della P2 Licio Gelli e del faccendiere Francesco Pazienza.
Non si capisce bene a favore di chi, tanto è oscuro l'episodio. Nella valigia c'è anche un mitra che si ritiene appartenuto a Maurizio Carminati, uomo della Banda della Magliana, nonché sodale di Fioravanti.
I magistrati ci vedono un elemento a sfavore di Giusva. E così via fino al 23 novembre 1995 quando, dopo cinque processi, Fioravanti e la Mambro sono condannati all'ergastolo per la strage e rispettivamente a 16 e 15 anni per banda armata. Inevitabile.
Der KaiserFascista, terrorista e innocente (III) (dell' 1 agosto 2003)
di Der Kaiser
Terza e ultima parte dedicata al libro sulla storia di Luigi Ciavardini, il presunto bombarolo della stazione di Bologna
PER SENTITO DIRE. Ciavardini, per la strage alla stazione, viene tirato in ballo con gli stessi sistemi della Mambro e di Fioravanti. Le accuse contro di lui arrivano dal carcere di Paliano - vicino Frosinone - dove alla metà degli anni Ottanta sono reclusi, tra gli altri, Angelo Izzo, il cosiddetto Mostro del Circeo, la torinese Raffaella Furiozzi e il Nar Cristiano Fioravanti, l'enigmatico fratello di Giusva. Colui che mezz'ora dopo il suo arresto si era già pentito, salvo ritrattare e pentirsi di nuovo.
Tutti e tre provengono da famiglie benestanti, hanno aderito all'eversione nera poco più che adolescenti e sono finiti dentro quando la maggior parte dei loro coetanei deve ancora laurearsi. Tutti e tre muoiono dalla voglia di pentirsi e di rifarsi una vita. A più riprese e con versioni contrastanti accusano Ciavardini.
Dicono che a mettere materialmente la bomba sono stati Massimiliano Taddeini e Nazareno De Angelis di Terza Posizione. Non è possibile: i due il giorno della strage giocavano a football americano. C'è addirittura un filmato che li riprende.
Ma Ciavardini è nei guai. Nonostante Izzo basi la sua accusa su una semplice deduzione - se c'erano Taddeini e De Angelis c'era anche Ciavardini: erano inseparabili - che, secondo logica, sarebbe dovuta cadere assieme all'accusa dei due militanti di Tp. Nonostante la Furiozzi riporti le parole dell'ex fidanzato Diego Macciò che non potrà mai confermare perché è stato ucciso in uno scontro a fuoco. Nonostante i pentimenti schizofrenici di Cristiano Fioravanti.
Che dire poi della statura morale dei pentiti che non solo accusano tre innocenti - due sicurissimi per la prova video - ma disonorano anche vecchio un camerata che non potrà più difendersi? Nazareno De Angelis, infatti, è morto in prigione il 5 ottobre 1980, subito dopo il suo arresto. "Suicidato".
Un aggettivo da circondare con metri di virgolette. Il ragazzo fu pestato a sangue dai poliziotti in via Sistina. Poi, portato all'ospedale e frettolosamente dimesso (era semincosciente). Lo sbattono in cella d'isolamento dove poche ore dopo viene trovato impiccato.
Poi ci sarebbe una telefonata di Ciavardini fatta alla fidanzata e a due amici i primi di agosto del 1980. I tre, tutti romani, sarebbero dovuti arrivare in treno a Venezia la sera del 2. Luigi li convince a rimandare la partenza: avrebbero rischiato di saltare per aria anche loro.
Tuttavia, nessuno si ricorda con precisione quella telefonata. Manca un'intercettazione, una prova sicura. Ma Luigi Ciavardini nel marzo 2002 viene condannato dalla Corte d'Appello di Bologna a trent'anni.
La sua colpa più grande, probabilmente è di aver dichiarato che quel 2 agosto si trovava a Padova assieme a Fioravanti e alla Mambro. E se loro sono colpevoli, anche Ciavardini lo deve essere.
Tre fascisti bombaroli sono tre mostri perfetti. Altrimenti bisogna riscrivere la storia giudiziaria della strage di Bologna e, probabilmente, della "strategia della tensione". Un tabù.
LO SCIACALLO. Chi potrebbe essere stato a mettere la bomba se non i Nar, allora?
In passato si è parlato di una pista libica che collegherebbe la strage di Ustica a quella di Bologna. Un sostenitore di questa tesi fu l'ex ministro dell'Industria, il democristiano Antonio Bisaglia che nel 1984 morì sulla sua barca in circostanze misteriose.
Un altro senatore Dc, Giuseppe Zamberletti, sull'argomento ha scritto un libro pressoché ignorato. È stato ipotizzato anche un ruolo dei servizi segreti israeliani e di quelli americani ma la vera sorpresa degli ultimi anni è Carlos, il superterrorista venezuelano detto lo Sciacallo per anni protetto dai paesi comunisti.
La Francia, paese in cui è detenuto Carlos, avrebbe in mano un rapporto della Stasi, la polizia politica dell'ex Germania dell'Est, che documenterebbe la presenza di una cellula di Carlos nei giorni della strage.
D'altronde, che l'Italia prima della caduta del Muro sia stata un crocevia del traffico internazionale di armi, non è un mistero. Lo stesso Carlos, che per un certo periodo di tempo sarebbe vissuto a Bologna dove frequentava i circoli della sinistra extraparlamentare, in proposito ha fatto delle mezze ammissioni. Una pista interessantissima.
La rogatoria, purtroppo è fallita e il primo a rammaricarsene è stato l'ex presidente della commissione stragi, Giovanni Pellegrino, secondo il quale "gli anni Ottanta e la strage di Bologna sono rimasti sostanzialmente inesplorati".
Pellegrino, ex senatore Ds, è il primo ad augurarsi prima o poi ci sia qualcuno che abbia il coraggio "di percorrere nuove piste investigative".
Ma bisogna fare in fretta: tra pochi mesi ci sarà la sentenza della Cassazione su Ciavardini. Intanto si fa un gran parlare delle concessione della grazia alla Mabro e a Fioravanti, ma non è la stessa cosa.
Quel "fascista" è destinato a rimanere a lungo sulla lapide della sala d'aspetto della stazione di Bologna: è una garanzia, un monito per le future generazioni.
Specialmente se la città sarà amministrata da Sergio Cofferati: allora saremo anche sicuri che l'espressione "Triangolo della morte" ai più giovani ricorderà qualcosa di simile a un'acrobazia circense.
Der Kaiser1 agosto 2003 - DELLE CHIAIE E PINOCHET: TOLTO SEGRETO A DOCUMENTI FBI
"Il Corriere della sera"
Interrogatori a Milano del giudice Salvini per ricostruire l'attività dei neofascisti italiani nel Sudamerica e in Spagna. Un appuntamento a Madrid con il generale
"Delle Chiaie al soldo di Pinochet", inchiesta in Argentina
Tolto il segreto da alcuni documenti dell'Fbi che confermano l'incontro nella capitale
Una macchina si dirige sicura verso il Palazzo reale. La città è Madrid, e il momento storico è molto delicato. È morto il dittatore Franco. Da poco più di 24 ore, o forse da qualche giorno. La data di questo "viaggio" è incerta: tra il 21 e il 25 novembre del 1975. Al volante dell'auto, Piero Carmassi. A bordo, il capo di Avanguardia nazionale, Stefano delle Chiaie. Sono italiani, neofascisti. Vanno a un appuntamento. E vanno rapidi perché conoscono la strada. A Madrid, loro sono di casa.
In Spagna c'è anche il dittatore cileno Augusto Pinochet. È venuto per i funerali del generalissimo. Con lui Manuel Contreras, "Mamo" nei messaggi in codice. È il capo della Dina, i servizi segreti di Santiago. Stefano delle Chiaie scende dall'auto e si dirige verso il luogo fissato per l'incontro. Non ha bisogno di presentarsi: Pinochet e Contreras lo conoscono, l'hanno visto con il principe Junio Valerio Borghese l'anno prima a Santiago.
È stato lo stesso Carmassi a confermare che l'incontro di Madrid è avvenuto, e che è stato proprio nei giorni del funerale di Franco (morto il 20 novembre). L'ex militante di Avanguardia nazionale l'ha detto in un nuovo interrogatorio ai magistrati Guido Salvini e Donatella Grieco. E non è stato l'unico neofascista italiano a essere ascoltato: la giudice argentina Maria Servini de Cubría sta indagando su un episodio del '74, l'omicidio a Buenos Aires del generale cileno Carlos Prats. Una vicenda che ha a che fare con il piano Condor, il patto di mutua assistenza tra i servizi segreti che legò le dittature latinoamericane negli anni Settanta e che in Europa potè contare sul sostegno degli estremisti neri. Anche italiani. Per ricostruire questi rapporti, la Servini de Cubría ha chiesto l'assistenza giudiziaria dei colleghi milanesi, e così, a distanza di trent'anni, emergono nuovi tasselli di una storia ancora poco conosciuta.
Sull'incontro di Madrid ulteriore conferma viene dall'esponente di Ordine nuovo Pierluigi Concutelli, che però dà una versione leggermente diversa: "Credo che fosse poco prima della morte di Franco - ha detto a Salvini - accompagnai delle Chiaie all'aeroporto di Madrid ove lui ebbe un incontro con Augusto Pinochet". Che l'appuntamento ci sia stato, ad ogni modo, non sembrano esserci dubbi. Se ne trova traccia anche in documenti dell'Fbi recentemente declassificati. Dicono che il generale è stato a Madrid nel '75 accompagnato da "Mamo" e in quell'occasione ha visto "Alfa", alias Stefano delle Chiaie.
Ma perché questo incontro? Che cosa avevano da dirsi i tre uomini?
Di spunti di discussione, ne avevano diversi. A partire dall'attentato a Bernardo Leighton, l'esponente della sinistra democristiana cilena che dal suo esilio italiano stava tentando di mettere insieme le diverse anime dell'opposizione a Pinochet. Un perso