Almanacco dei misteri d' Italia
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18 gennaio 2002 - BOMBA VENEZIA: ARRESTATO UNO DEGLI INDAGATI PER ESPLOSIVO
"Il Gazzettino" scrive che e' stato arrestato e portato in carcere Cristiano Rifani, uno dei due veneziani, simpatizzanti di estrema destra, indagati per detenzione di esplosivi nell'ambito delle indagini sulla bomba al Tribunale di Venezia, il 9 agosto scorso. Il provvedimento di custodia cautelare e' stato firmato dal gip di Venezia Licia Marino e non farebbe riferimento formale alla bomba a Rialto, ma esclusivamente alle tracce di tritolo e T4 (il primo e' il tipo di esplosivo usato per l'attentato) che i periti dell'accusa hanno trovato su un paio di pantaloni sequestrati nella casa di Rifani. I risultati della perizia chiesta dal pm Felice Casson sono stati contestati ieri a Rifani, durante un interrogatorio al termine del quale e' stato notificato al giovane l'ordine di custodia per il pericolo di reiterazione del reato. Il gip ha stabilito un termine di 30 giorni per la misura detentiva evidenziando nel suo provvedimento la micidialita' della miscela esplosiva nella disponibilita' dell'indagato e l'evidente esistenza di contatti di Rifani con persone, allo stato ignote, che gli hanno procurato gli esplosivi in questione. Secondo il gip non esiste agli atti alcun elemento che giustifichi quell"'intimo contatto" con la miscela avendo Rifani dichiarato di essere disoccupato e di prestare saltuariamente attivita' lavorativa nel locale dell' amico William Capriati, sui cui abiti non e' stata reperita alcuna traccia di materiale esplodente benche' egli avesse trascorso la serata e la prima parte della notte tra l'8 e il 9 agosto in compagnia proprio di Rifani. Secondo il gip, inoltre, Rifani, dopo essersi procurato l'esplosivo, non solo lo ha necessariamente trasportato ma deve averlo altresi' consegnato a terzi poiche' dell'esplosivo non si e' trovata traccia nella sua abitazione. Diversa, infine, la ricostruzione dei due amici sui loro movimenti la notte dell'attentato: entrambi concordano di averla trascorsa insieme bevendo una birra in un locale, ma Capriati ha sostenuto che passarono nei pressi del tribunale, mentre Rifani ha negato tale circostanza indicando un percorso, e un orario, diverso. Rifani, che ha un passato da simpatizzante di estrema destra, ha ipotizzato nell'interrogatorio di ieri, come ha riferito oggi il suo avvocato Mario D'Elia, che le tracce rinvenute sui suoi pantaloni siano spiegabili forse con il fatto che la mattina dopo l'esplosione si reco' sul luogo dell' attentato per curiosita'. "Lui comunque - ha detto il legale - si dichiara estraneo alla vicenda e mi ha riferito di aver iniziato lo sciopero della fame. E' paradossale - ha aggiunto l'avvocato - che lo si arresti, mettendolo pure in isolamento, dopo quattro mesi con la motivazione del pericolo di reiterazione del reato: vuol dire che per tutto questo periodo Venezia e' stata soggetta al rischio di altri attentati. Invece Rifani in questo periodo aveva anche iniziato a lavorare perche' il Comune gli aveva concesso la tanto sospirata licenza".21 gennaio 2002 - BOMBA VENEZIA: RIFANI A GIP, NON SO NULLA
Secondo il racconto del suo legale, avv. Mario D'Elia, Cristiano Rifani ha ribadito al Gip di Venezia Licia Marino di non avere nulla a che fare con l'attentato al tribunale di Venezia e di non spiegarsi come possa essere venuto in contatto con l' esplosivo, il T4, di cui sono state trovate tracce su una tasca sinistra di un paio di suoi pantaloni. Rifani, che e' mancino, ha ipotizzato che questo possa essere accaduto quando, il giorno dopo l'esplosione, e' andato a curiosare nei pressi del Tribunale di Rialto, e qui potrebbe aver toccato con la mano le strisce adesive di demarcazione della zona dello scoppio. L'avv. D'Elia, ricordando lo stato d'indigenza dell'uomo e la sua incapacita' nel ricordare con puntualita' e logica quanto accadutogli la sera dello scoppio, ha sottolineato come Rifani si vesta con abiti riciclati, frutto di donazioni parrocchiali se non addirittura attraverso il recupero tra le immondizie. Un fatto questo - secondo D'Elia - che potrebbe giustificare le tracce di esplosivo, maneggiato da un precedente possessore degli abiti. Il legale ha contestato - davanti al Gip - che non siano state messe a disposizione della difesa le perizie fatte effettuare dal Pm Felice Casson, ma anche l'arresto cautelare del suo assistito a cinque mesi dall'accaduto. "L'arresto non ha senso - ha detto d'Elia - se solo avesse temuto per se', Rifani avrebbe potuto comodamente fuggire ovunque, oppure avrebbe potuto commettere chissa' quanti altri attentati".4 febbraio 2002 - LIBRO "LO STATO INVISIBILE" DI GIANNI CIPRIANI
"La Repubblica"
LA POLEMICA Lo sostiene un saggio di Cipriani. Replica l'europarlamentare. "Io no, però in quegli anni..." Spionaggio, l'ultima rivelazione "Anche Martelli era uno 007" "Mai svolto quelle attività ma le notizie che leggo vengono dal nostro ambiente..." Sarebbe stato "Marte", fonte riservata del Sid Dal '72 al '78 avrebbe fornito 564 informative GIOVANNI MARIA BELLU
ROMA - Claudio Martelli, seduto a un tavolo del bar Canova, legge, anzi scruta, un fascicoletto di quattro pagine col timbro del servizio segreto militare. E' un'informativa riservata, datata 6 maggio 1972, dove si parla della morte dell'editore Giangiacomo Feltrinelli e dei rapporti tra il Partito comunista italiano e quello cecoslovacco. In alto, sotto la parola "Segreto", si legge il nome in codice dell'informatore: "Marte". E' perplesso, curioso, e un po' preoccupato il parlamentare europeo, l'ex ministro della Giustizia, l'ex vicepresidente del Consiglio, l'ex braccio destro di Bettino Craxi: ha appena saputo che in un saggio che da domani sarà in tutte le librerie si sostiene che "Marte", fonte riservata del Sid, era proprio lui: Claudio Martelli. E che per ben sei anni, dal 1972 al 1978, avrebbe collaborato con i nostri 007 fino a produrre 564 informative. Un record per quantità ma anche per qualità: è la prima volta che un politico italiano di alto livello viene indicato come informatore.
Il libro, edito dalla "Sperling & Kupfer" s'intitola "Lo Stato invisibile", storia dello spionaggio in Italia dal dopoguerra a oggi". L'autore, Gianni Cipriani, dedica al "caso Martelli" otto delle 539 pagine nelle quali - informatore dopo informatore, fonte dopo fonte - ricostruisce la rete occulta che dal dopoguerra ha tenuto sotto controllo l'Italia. Un lavoro che per buona parte si basa sui materiali acquisiti negli archivi dei Servizi durante le indagini giudiziarie sulle stragi. E' questo anche il caso dell'informativa che ora Martelli legge e rilegge sotto il sole di piazza del Popolo. L'unica attualmente disponibile: le altre 563, dopo essere transitate a Milano negli uffici dei giudici Antonio Lombardi e Guido Salvini, tornarono degli archivi del Sismi (erede del vecchio Sid) dove tuttora si trovano. I magistrati, infatti, le restituirono subito dopo aver constatato che non contenevano notizie utili alle loro inchieste sull'estremismo di destra.
"Mi riconosco nelle linee generali di quello che c'è scritto qua - dice Martelli - ma non in una serie di dettagli: si parla di dirigenti del Pci, come Di Giulio, di cui io allora non sapevo nulla. Facevo l'assistente universitario ed ero un dirigente del Partito socialista milanese. No, non sono io. Però...". Però? "Esisteva una fonte Craxi?", domanda. "Craxi?". "Sì - dice - perché se esistesse una fonte autonoma e diversa da questa e individuabile in Craxi, ci sarebbe la certezza che questo 'Marte' non è lui". Ma come, Martelli sospetta che il suo padre politico abbia fatto l'informatore dei Servizi? No, il senso della domanda è del tutto diverso. Dice: "Io non ho mai svolto un'attività di questo genere, ma le notizie che leggo qua vengono di certo dal nostro ambiente. Nelle notazioni sui rapporti tra Pc italiano e ceco riconosco quel che diceva Jiri Pelikan (uno dei protagonisti della primavera di Praga, eletto europarlamentare del Psi per iniziativa di Craxi, ndr) e che veniva pubblicato sulla sua rivista. Ma in questa storia - chiede - c'entra qualcosa Allegra?".
Antonino Allegra è un personaggio chiave della Milano degli anni della strage di piazza Fontana. Capo dell'ufficio politico della questura, e dunque superiore gerarchico del commissario Calabresi, aveva anche stretti rapporti con Bettino Craxi. Bene, Allegra, uomo del ministero dell'Interno, non può aver avuto alcuna relazione con la fonte "Marte", dipendente dal servizio segreto militare. Ma la domanda di Martelli chiarisce quanto era complessa, in quegli anni, la posizione del Partito socialista milanese e della ancora minoritaria corrente autonomista di Craxi. In Italia le stragi, i timori di golpe, la memoria ancora vicina del 'tintinnar di sciabole' denunciato nel 1964 da Pietro Nenni. Sul piano internazionale, la solidarietà verso i dissidenti dei paesi dell'Est. Insomma, era possibile avere sul fronte interno posizioni molto critiche verso i Servizi (Craxi, si legge in un'altra nota di "Marte", fu tra primi a avvertirne la presenza nella strategia della tensione) e contemporaneamente un rapporto di collaborazione per la politica internazionale. "Marte", infatti, era essenzialmente un analista di problemi esteri. Dice ancora Martelli: "Forse, se potessi leggere gli altri documenti, arriverei a capire come sono nati. Ma questa non è farina del mio sacco. Se fosse così, non avrei difficoltà a rivendicarlo. Anche se, certo, non sarebbe bello passare per informatore". "Marte" - era una prassi abbastanza consueta per tutelare la segretezza - dopo qualche anno cambiò nome (e divenne "Uranio"). Ma l'informatore, secondo Cipriani, fu sempre uno solo: Claudio Martelli. Nel negarlo, il diretto interessato avanza una ipotesi alternativa: che "Marte" fosse un "alias collettivo". Che cioè qualcuno, ben inserito nel Psi milanese, attribuisse a un unico soggetto notizie provenienti da persone diverse e le riversasse al Sid. In tal caso, a loro insaputa, Craxi, Martelli, Pelikan e altri sarebbero stati delle fonti informative. Ipotesi ammessa anche nel libro. "Questo - dice l'ex vicepresidente del Consiglio - non posso escluderlo. Ma comunque resterebbe un problema: chi raccoglieva le notizie per poi passarle al Sid? Insomma, "Marte" non sono io ma era uno di noi".Anche l' Ansa pubblica una serie di servizi sul libro di Cipriani:
SERVIZI SEGRETI: FORSE MARTELLI DIETRO INFORMATORE 'MARTE'
IN UN LIBRO, IL DELFINO DEL PSI ALLE DIPENDENZE DI MALETTI
Un personaggio speciale, un informatore di notevole spessore culturale, in grado non solo di riferire vicende e retroscena della vita politica socialista, milanese e nazionale ma anche di comprendere alcuni meccanismi della politica interna e internazionale. Questo e' stato, negli anni Settanta, per sei anni, la fonte 'Marte' per il Sid, un informatore alle dirette dipendenze del generale Maletti, dietro cui - secondo Gianni Cipriani - si nascondeva Claudio Martelli. Ma lo stesso Martelli, secondo quanto pubblicato oggi dal quotidiano La repubblica, nega di aver svolto una tale attivita'. Nel suo libro "Storia dello spionaggio in Italia", 538 pagine di analisi delle informative dei confidenti dei servizi segreti italiani negli ultimi cinquanta anni, Cipriani afferma che 'Marte' e' l'abbreviazione di Martelli, un nome in codice che verra' cambiato in 'Uranio' dopo un anno di collaborazione perche' "non offriva le garanzie di riservatezza necessarie per coprire l'identita' di una fonte di cosi' alto
livello". Il nome di 'Marte-Uranio' emerge per la prima volta, secondo Cipriani, nel corso delle indagini sulla strage alla questura di Milano. In quel caso l'informatore avrebbe prodotto una nota per riferire le impressioni di Bettino Craxi sull'attentato. L'informatore del Sid, il 29 marzo 1973, racconta che il futuro segretario del Psi e' convinto che dietro il falso anarchico Bertoli ci sia la Cia e che l'attentato fallito a Rumor voleva provocare una crisi istituzionale funzionale ad una successiva stretta autoritaria. In un altro lungo rapporto, scritto il giorno precedente alle elezioni politiche del 7 maggio 1972, 'Marte' affronta il rapporto Pci-Feltrinelli e piu' in generale i metodi di penetrazione dell'Unione Sovietica nell'Europa occidentale e in particolare in Italia. Tra le ipotesi che Cipriani tratteggia per spiegare il perche' una "persona di elevate qualita' intellettive, destinata a una brillante carriera politica" si sia trasformata in confidente del Sid c'e' quella dell'inconsapevolezza di Martelli le cui informazioni venivano girate ai Servizi da una terza persona, ma anche quella di un 'delfino' che lavora contro il Psi o una parte di esso.SERVIZI SEGRETI: MARTELLI, QUERELO IL GIORNALISTA CIPRIANI
DOPO LE ACCUSE DI ESSERE STATO UNA 'FONTE' DEL SISMI
Claudio Martelli annuncia una querela penale e civile per diffamazione aggravata da un fatto determinato nei confronti di Gianni Cipriani e della sua agenzia internet per quanto affermato nel volume "lo stato invisibile" e cioe' che l'ex vicepresidente del consiglio sia stato per diverso tempo un informatore dei nostri servizi segreti militari. "Con sperimentata tecnica il noto giornalista Cipriani e la sua agenzia mescolano a plateali menzogne notizie arcinote per rendere le prime almeno verosimili. Mi limito - dice Martelli - a rettificare le menzogne: non ho mai avuto rapporti di alcun genere con nessun servizio di informazione almeno fino a quando sono stato eletto deputato nel 1979. Nell'esercizio del mio mandato parlamentare, e dal 1989 in quello di vicepresidente del consiglio, ho incontrato quasi tutti i capi dei servizi che si sono succeduti. Non ho mai conosciuto nel corso della mia vita il generale Maletti, non ho mai svolto alcun compito di informatore ne' di analista di politica estera, ne' di alcun altro genere per conto dei servizi di alto spionaggio italiani in nessuna epoca della mia esperienza politica. Pertanto ho deciso di dare mandato all'avv. Benedetto, del Foro di Roma, di querelare Cipriani affinche' si possa chiarire tutta la vicenda in Tribunale oltre che in parlamento quando il ministro dell'interno verra' a rispondere alle interrogazioni parlamentari sul caso".SERVIZI SEGRETI: CIPRIANI, DECIDERA' IL TRIBUNALE
4 febbraio 2002 - "Il mio e' un lavoro che si basa su documenti e conseguenziali ipotesi; non 'e' la prima volta che i giudizi storici saranno in tribunale vedremo se la mia ricostruzione e' infondata o diffamatoria". Gianni Cipriani, il giornalista autore del volume "Lo stato invisibile" risponde cosi' a Claudio Martelli che annuncia nei suoi confronti, una querela civile e penale. "Il tribunale puo' essere la sede per verificare la fondatezza delle ipotesi e se la mia ricostruzione e' cosi' diffamatoria come sostiene Martelli".SERVIZI SEGRETI:NEL '79 INFILTRATO POLIZIA SVELA QUELLO CC
MA ANCHE LE SAM COLPITE GRAZIE AL TRAVESTITO 'MARCELLA'
E' successo di tutto ma proprio di tutto durante gli "anni di piombo" : anche che un infiltrato dei carabinieri in gruppi contigui alle Br venisse arrestato come conseguenza della "soffiata" di un infiltrato della Polizia. Oppure che una delle piu' temute sigle del neofascismo milanese, le Sam (Squadre d'Azione Mussolini) venissero sgominate con l'appoggio di uno dei primi travestiti della "piazza" milanese: 'Marcella'. O che uno dei principali giornalisti giudiziari milanesi passasse per anni notizie su magistrati e colleghi al Sid, o che una medaglia d'argento della Resistenza, esponente di primo piano del Pci, per decenni riferisse a Umberto Federico D'Amato delle polemiche interne ed anche dei pettegolezzi privati della nomenklatura comunista. Oppure che si fosse al contempo informatori del Sid, il servizio segreto militare ante-Sismi, e del Mossad, come il medico Bevilacqua, o che un informatore del servizio, dopo aver informato diligentemente sull'universo "rivoluzionario" passasse a ferimenti o uccisioni. C'e' un po' di tutto, perche' tutto e' successo nel libro "Lo Stato invisibile" che il giornalista Gianni Cipriani ha realizzato per la Sperling & Kupfer Editori. Il libro utilizza e sistematizza, con un ampio lavoro su fonti minori, la grande mole di informative emerse dagli archivi dei servizi segreti italiani nel corso di importanti inchieste come quella del giudice Salvini su piazza Fontana, del giudice Lombardi su Bertoli o quella del giudice Mastelloni su 'Argo 16'. Un tentativo riuscito, dopo altri libri dedicati all'argomento, di "leggere" in maniera unitaria il ruolo dell'informatore e quello dell'agente nelle complesse vicende italiane.
Ecco, spigolando tra le pagine, alcune delle storie piu'
rappresentative di quel 'tutto e' successo':
- Informatore Polizia contro informatore Cc.
1979: Paolo Santini, informatore del colonnello Cornacchia dei carabinieri, infiltrato in uno dei gruppi minori che ruotano ed hanno diretti contatti con le Br viene arrestato. Insieme a lui viene arrestato Marino Pallotto. Il colonnello rientra dalle vacanze per spiegare al magistrato Imposimato che quello e' un suo informatore. Poco dopo Santini scompare e Cornacchia spieghera' che il suo uomo, al pari di altri informatori dei Cc, era attivo anche durante il sequestro Moro. Pallotto, ingiustamente sospettato di essere la 'talpa' si uccide. Il risvolto paradassole della mai chiarita vicenda e' che a far arrestare l'infiltrato dei Cc e' un infiltrato della Polizia che riferiva direttamente alla Digos e che aveva nel 'mirino' proprio Pallotto.
- La 'Fonte Tallone' d'Achille.
Fin al maggio del 1970 agisce sulla piazza milanese una "ottima fonte", 'Tallone', un giornalista milanese che lavora sulla giudiziaria soprattutto con il compito di 'controllare' e riferire sui magistrati considerati vicini alla sinistra. Dietro il nome di "Fonte Tallone" si nasconde - rivela ora Cipriani - Achille Maria Righini, giornalista di 'Avvenire' e poi della Rai a Milano. Righini per almeno 7 anni ha informato i servizi su quanto si muoveva a sinistra a Milano. Sue sono importanti note sulla nascita del libro inchiesta 'La Strage di Stato', cult della controinformazione di sinistra. Due i suoi obiettivi principali: il giudice Ciro De Vincenzo, che si dimettera' dalla magistratura dopo essere stato denunciato (e scagionato) come filobrigatista e Marco Ligini, l'uomo che coordino l'equipe che realizzo "La strage di Stato", e Ibio Paolucci, cronista 'principe' delle pagine giudiziarie de l'Unita'. A ipotizzare gia' a suo tempo questa attivita' di informatore di Righini fu l'allora inviato del telegiornale Giancarlo Santalmassi.
- Le Sam sgominate da 'Marcella'
Dopo la strage di Brescia fugge Giancarlo Esposti, esponente di primo piano delle Sam, alleate del Mar (Movimento di azione Rivoluzionaria) di Carlo Fumagalli, ex partigiano 'bianco' alleato con i gruppi piu' oltranzisti della destra milanese. Esposti sara' ucciso a Pian del Rascino, vicino Rieti mentre altri due camerati verranno arrestati con modalita' e retroscena mai scandagliati e su cui per annni si e' questionato. Mar e Sam per vennero appoggiati da alcuni Cc della Pastrengo, gli stessi che ispirarono lo stupro a Franca Rame. Nel giro c'era anche Biagio Pitarresi - informatore dell'Arma a occasionalmente della polizia- e Angelo Angeli,'camerata-rivale' di Esposti. Sia Angeli sia Esposti pero', al di la' delle dichiarazioni di principio, avevano un comune interesse: la frequentazione di travestiti e soprattutto di Marcella che permise di colpire il gruppo diventando uno dei principali informatori del servizio.
- La medaglia d'argento al servizio del Viminale
Marisa Masu, "Rosa" nella resistenza romana, medaglia d'argento e poi dirigente nazionale della Fgci diretta da Berlinguer. La Masu ha ricoperto importanti incarichi anche fuori il partito e da ultimo ha aderito a Prc ma per decenni a collaborato con il Viminale con il nome in codice "Stanislao". Le sue informative hanno una caratteristica: sono improntate al "piu' basso pettegolezzo" e intonate ad uno stile scandalistico. Obiettivo principale di "Stanislao" era la famiglia Amendola. La fonte riferiva spesso direttamente a Umberto Federico D'Amato, per anni mente palesa ed occulta dell'Ufficio Affari Riservati del Viminale.SERVIZI SEGRETI: BIELLI, RENDERE PUBBLICO FASCICOLO 'MARTE'
UN LIBRO IDENTIFICA LA FONTE DEL SISMI IN CLAUDIO MARTELLI
Walter Bielli, esponente dei Ds, chiede che sia reso pubblico il fascicolo "Marte" intestato a uno degli informatori del servizio segreto militare, il Sismi, e che un libro appena uscito ("Lo Stato invisibile", di Gianni Cipriani) identifica in Claudio Martelli. "Le imbarazzate smentite - afferma il deputato riferendosi a quanto compare stamane su 'La Repubblica' - rivelano in ogni caso una situazione assai nebulosa e gettano altre ombre sulla storia di quel periodo. Attraverso un' interrogazione parlamentare chiedero' al governo di fornite tutte le informazioni perche' non abbiano ad avere spazio le illazioni ma, contestualmente, si conosca il massimo di verita'. Forse - aggiunge ancora - chi ha proposta la commissione Mitrokhin farebbe bene ad acquisire anche il fascicolo integrale con le 564 informative prodotto dalla fonte 'Marte-Uranio'. Continuo a pensare - conclude - che il libro di Cipriani e' la dimostrazione documentata e palese della presenza in Italia di un sistema perverso, intrigato e pericoloso fatto di spie e di informatori".SERVIZI SEGRETI: FRAGALA', I DS VOGLIONO COPRIRE MITROKHIN
Enzo Fragala', di An, non crede all' importanza del fascisolo 'Marte', di cui Walter Bielli dei Ds chiede la pubblicazione, e all'ipotesi contenuta in un libro del giornalista Gianni Cipriani, secondo cui Claudio Martelli sarebbe stato un informatore del Sid. "I Ds - secondo Fragala' - cercano di intorbidire le acque accreditando la tesi della reciprocita'. Per cui se esisteva una rete di intelligence a sinistra non era al servizio di Mosca, come il dossier Mitrokhin ha ampiamente dimostrato, o per uso attivo, ma solo per difendersi da quella interna, deviata e stragista".
"L'ipotesi che Claudio Martelli fosse una spia del Sid non ci sconvolge", prosegue Fragala', per il quale questo in ogni caso "non cambia il diverso significato del dossier Mitrokhin che e' solo un estratto della rete mondiale di spie al servizio di Mosca". "La sinistra, dopo aver minimizzato e urlato alla 'bufala' - prosegue Fragala' - resasi conto che le verifiche ordinate dai Ros da poco terminate hanno dato riscontri inconfutabili, tenta ora con le prodezze lessicali di Cipriani e Bielli di accreditare, alla vigilia della commissione Mitrokhin, un contro-dossier che dovrebbe, nell'immaginario malato dei proponenti, controinformare e attutire l'impatto mediatico del Mitrokhin".SERVIZI SEGRETI: IL PCI PRESTO' INFILTRATO A DALLA CHIESA
OPERAZIONE 'OLOCAUSTO' COORDINATA DA PECCHIOLI NEL '78
Il nome in codice non e' tra i piu' invitanti per una operazione dei servizi segreti: Olocausto. Un sacrificio che un quadro 'coperto' del Pci fece infiltrandosi in un gruppo contiguo alle Br nel quadro di una intesa tra Ugo Pecchioli, ministro dell'interno "ombra" e il generale Dalla Chiesa. Un episodio che Pecchioli non inseri' nel suo libro di memorie (Segreti e verita') per ragioni di prudenza e per non esporre la fonte a eventuali rischi. Oggi il volume di Gianni Cipriani "Lo Stato invisibile", appena uscito, rivela qualche particolare in piu' dell'episodio a cui aveva accennato in una intervista l'ex presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino. Fu il vertice del partito a dare il "via libera" alla collaborazione del militante comunista con Dalla Chiesa. Prima di questo il Pci ottenne l'assicurazione che il loro uomo non avrebbe dovuto in alcun caso commettere reati di una certa gravita' e, nel caso, partecipare o lasciare che si portassero a compimento azioni armate, soprattutto omicidi e gambizzazioni. Fu Pecchioli a curare l'operazione e una volta ottenute le assicurazioni, l'iscritto si infiltro' nel gruppo clandestino, riferendo puntualmente ogni informazione al generale Dalla Chiesa o a uno dei suoi stretti collaboratori. Nulla di piu' nel libro sulla vicenda che Pecchioli non svelo' nonostante - nota Cipriani- le dure polemiche dell'epoca nei suoi confronti sulla "Gladio Rossa". Ma questa operazione avvenuta " intorno al '78" non e' l'unica gestita dal Pci con un collegamento con Dalla Chiesa. In altre circostanze, su iniziativa della "vigilanza", cioe' dell'apparato di sicurezza del partito, quadri "coperti" si sono inseriti nell'Autonomia operaia organizzata e in altri gruppi radicali della sinistra exstraparlamentare . "Si tratto' spesso di iniziative autonome della direzione del Pci - scrive il giornalista nel libro edito da Sperling & Kupfer - volte soprattutto ad avere notizie che consentissero di prevenire incidenti di piazza in occasione delle manifestazioni. L'iniziativa era pensata anche a tutela delle sezioni, delle federazioni e dei dirigenti del partito. Solo in alcuni casi, come aveva ricordato Pecchioli nel suo libro, le notizie fatte arrivare dalle fonti del Pci furono girate alle forze di polizia e, in particolare, al generale Dalla Chiesa".SERVIZI SEGRETI: MALETTI, DI MARTELLI NON SO NULLA
A gestire le fonti erano direttamente i centri di controspionaggio. Il responsabile del servizio non ne conosceva direttamente la loro identita'. Cosi' Gian Adelio Maletti responsabile dell'ufficio D del Sid risponde al giornalista che lo raggiunge telefonicamente a Johannesburg per chiedergli se ha mai sentito parlare di una collaborazione di Claudio Martelli con i servizi segreti militari. "Non so se esistesse una fonte 'Marte', non lo potrei dire. Non sapevo che Martelli fosse un informatore. Sinceramente non ne so nulla".SERVIZI SEGRETI: PILLITTERI, MARTELLI 007? NON LO SO
"Francamente non lo so se Martelli fu un informatore dei servizi segreti. Qualche cosa si disse ma certo non emerse nulla per provare che ci furono contatti". Cosi' Paolo Pillitteri, ex sindaco di Milano e cognato di Bettino Craxi, ha commentato la notizia relativa a una presunta attivita' di informatore da parte di Claudio Martelli. "Per dare un giudizio - ha aggiunto Pillitteri – sarebbe necessario leggere le carte. Io, tra l'altro, in quel periodo ero iscritto al Psdi".26 marzo 2002 - ARRESTATO PER DROGA UNO DEI DUE INDAGATI DOPO BOMBA AL TRIBUNALE DI VENEZIA
ANSA:
Con l'accusa di aver ceduto cocaina durante alcune feste organizzate in casa o nel suo bar, e' stato arrestato oggi William Capriati, il giovane veneziano indagato tra l'altro insieme all'amico Cristiano Rifani per violazione della legge sulle armi nell'ambito delle indagini sulla bomba al tribunale di Rialto. Il provvedimento cautelare, eseguito dalla Digos, e' stato disposto dal Gip Licia Marzo su richiesta del Pm Felice Casson. Secondo l'accusa, Capriati, tra l'estate 2000 e il 31 dicembre scorso, avrebbe ceduto in piu' occasioni a titolo gratuito alcuni grammi di cocaina ad alcuni giovani, due dei quali minorenni, nel corso di festicciole organizzate a casa, durante l'assenza del padre, o nel locale di proprieta' della famiglia. Circostanze che sarebbero state confermate, tra gli altri, anche dallo stesso Rifani, detenuto dal 18 gennaio scorso per le tracce di esplosivo rinvenute sui suoi abiti, in particolare su un paio di jeans che lo stesso Rifani, in una delle sue differenti versioni, ha sostenuto di aver ricevuto in dono da Capriati. Agli atti dell'indagine ci sarebbe inoltre anche una cartolina inviata in carcere a Rifani da Capriati, da una localita' di montagna, con un messaggio ritenuto chiaramente allusivo dagli investigatori: "qui e' pieno di neve". Assistito dall'avv. Renato Alberini, Capriati, detenuto ora nel carcere di Treviso, verra' sentito dal Gip giovedi' prossimo.22 aprile 2002 - PROSSIMA USCITA NUOVO LIBRO BIACCHESSI SU TERRORISMO DI DESTRA
Esce il 13 maggio il nuovo libro d'inchiesta di Daniele Biacchessi. "Le ombre nere. Il terrorismo di destra da Piazza Fontana alla bomba al Manifesto". Mursia Editore. 205 pagine con postfazione del giudice di Milano Guido Salvini. Narrato come fosse un romanzo, il libro offre al lettore quattro storie tra passato e presente. Non é un saggio. Si rivolge invece alle nuove generazioni, quelle che la storia più recente stentano a conoscere.
"Processo alla storia", é il capitolo dedicato al dibattimento per la strage di Piazza Fontana terminato il 30 giugno 2001 con la condanna di alcuni esponenti di Ordine Nuovo. Nel volume viene ricostruita l'intera istruttoria, confrontati i documenti e gli atti giudiziari, sbobinate le audizioni testimoniali. Fino alle motivazioni della sentenza.
"Quel giorno che in cielo volò una bicicletta" é la storia dell'ultima inchiesta sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974). Vengono pubblicati i verbali di interrogatorio e analizzate le istruttorie e i processi precedenti. Si tratta di un capitolo inedito e di un processo ancor tutto da celebrare.
"Uno sparo nella notte" riguarda la storia dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Dagli omicidi degli anni Settanta alla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Il capitolo é aggiornato fino agli ultimi avvenimenti e inchieste.
"Ritorno al passato" è relativo alla bomba contro la sede romana del Manifesto del 22 dicembre 2000. Le testimonianze e le inchieste che hanno portato alla condanna per strage del neofascista Andrea Insabato.
Quattro storie scritte per non dimenticare.27 aprile 2002 - DOSSIER VIMINALE SU ESTREMA DESTRA
"Il Nuovo"
Il Viminale apre un dossier sulla nuova destra ultrà
Tornano a farsi vivi esponenti già inquisiti per la strategia della tensione. Attività nel quartieri "neri" della capitale. Dopo il 25 aprile segnalazioni da mezza Italia. Clima da strategia della tensione.
di Gianni Cipriani
ROMA - C'è un nuovo vento estremista di destra che sta preoccupando molto i poliziotti dell'antiterrorismo e i funzionari dell' "intelligence". Preoccupazioni che crescono di giorno in giorno fino alla decisione, proprio delle ore scorse, di analizzare centralmente una serie di dati che provengono dalla periferia, dal momento che gli indici di "aggressività" che si sono manifestati durante le celebrazioni del 25 aprile sono sembrati, ad una prima analisi, assai superiori alla media o - se si vuole - alla soglia fisiologica.
Segnali che dimostrano come la destra extraparlamentare abbia scelto in maniera sempre più decisa l'opzione della "piazza" e come, pur tra mille divisioni, stia trovando alcune parole d'ordine unificanti come l'acceso anticomunismo condito da un revisionismo a tutto tondo; la lotta all'immigrazione e la lotta anti-europeista e anti-mondializzazione. Obiettivi che sembrano trovare un rinnovato vigore dopo l'affermazione di Le Pen in Francia.
C'è dunque un pericolo eversivo immediato? Sembra di no. Ma solo al momento. Perché gli esperti hanno registrato alcuni fermenti che potrebbero entro breve tempo sfociare in qualcosa di concreto, nel senso negativo del termine.
Quali? Dalle questure sono arrivate una serie di segnalazioni in cui si parla di personaggi inquisiti per vecchie vicende di terrorismo o che, addirittura, hanno avuto un ruolo nel periodo della strategia della tensione, che si sono ripresentati nelle piazze, spesso al comando di manipoli di neo-fascisti dai modi piuttosto bruschi. Episodi che si sono manifestati proprio nel Triveneto, dove gli "skinheads" rappresentano lo zoccolo duro dei gruppi della destra radicale.
Uno scenario che, occorre dire, era stato anticipato dal Sisde nella relazione inviata al Parlamento, della quale si era parlato, però, solo in relazione ai pericoli brigatisti. Parlando degli skinheads gli 007 avevano infatti affermato: "Queste frange, seppur modeste sotto il profilo numerico, sono da tempo oggetto di interesse da parte dei settori maggiormente ideologizzati che tentano di attrarle nella propria orbita, in un disegno strategico teso a coagulare l'intera area e a potenziare il bacino di riferimento, anche attraverso il collegamento al mondo studentesco ed ai contesti sociali alle prese con problematiche occupazionali".
E ancora: "A rilievo, in proposito, il ruolo tuttora esercitato, quali interessati catalizzatori delle pulsioni dell'estrema destra, da ex terroristi ancora attivi sotto il profilo ideologico ovvero dediti ad attività delinquenziali".
Insomma, il 25 aprile è stato per gli esperti del Viminale il giorno in cui le analisi del Sisde hanno cominciato a manifestarsi concretamente. Da qui le paure ed i pericoli. Anzitutto per una "semplice" questione di ordine pubblico: entro breve potrebbero riprendere sulle piazze gli scontri tra estremisti di destra e movimenti di opposte idee. Poi per la possibilità di una vera e propria deriva eversiva di tipo terroristico, che potrebbe abbattersi anzitutto contro gli immigrati e le persone più deboli, poi contro i simboli della sinistra, a cominciare dal sindacato.
Fare parallelismi con gli anni della strategia della tensione è del tutto improprio. Anche perché i gruppi della destra extraparlamentare, al momento, sembrano più marginali di quanto lo fossero le vecchie organizzazioni degli anni Settanta. Tuttavia alcuni parallelismi preoccupano. Come le fin troppo accese manifestazioni anti-partigiane, che ricordano i mini-attentati ai sacrari e ai monumenti attraverso i quali si formò una generazione molto violenta di neofascisti. Al ministero dell'Interno sono arrivati una serie di segnalazioni e, a quanto pare, i manifesti, le manifestazioni e le scritte contro la Resistenza si sono moltiplicati. Iniziative cui faranno seguito, come è probabile, una serie di rapporti delle Digos per segnalare gli estremi di apologia di fascismo.
Altri motivi di preoccupazione? Un nuovo controllo del territorio che ha fatto sì che in alcuni quartieri (ad esempio al Tuscolano a Roma) siano comparse scritti e manifesti attraverso le quali far capire che alcune zone sono di nuovo diventate "nere". Esattamente come molti anni addietro, quando c'era una rigida divisione politica di vie e quartieri.
Poi la sempre più consolidata "sinergia" tra settori degli ultras del calcio e gruppi estremisti: la polizia romana, ad esempio, ha considerato non casuale che lo striscione di Forza Nuova sotto casa del giornalista Santoro sia stato affisso negli stessi giorni in cui uno striscione anti-Santoro è comparso sugli spalti dell'Olimpico durante la partita Lazio-Verona.
Per questi motivi, nonostante l' "emergenza" brigatista, al Viminale si stanno convincendo che anche a destra ci sia qualcosa in ebollizione. Qualcosa che va monitorato con attenzione, prima che la deriva eversiva prenda il sopravvento. Per questo gli analisti dei servizi segreti sono all'opera e stanno vagliando programmi, biografie e slogan.
Con una preoccupazione aggiunta: alcuni settori neofascisti (non tutti) stanno manifestando una sempre crescente attrazione per Bin Laden e per il fondamentalismo islamico. Ripercorrendo quel filone neo-fascista del quale Franco Freda è stato uno dei più seguiti interpreti. Anche in questo caso dal passato, all'attualità.15 maggio 2002 - ARCHIVIATA INCHIESTA 'SISTEMI CRIMINALI'
"La Gazzetta del Sud"
Palermo, archiviati "sistemi criminali"
PALERMO - Archiviata l'inchiesta della Procura di Palermo sui "sistemi criminali" dal gip Bruno Fasciana, che ha accolto la richiesta della stessa Procura, avanzata il 10 giugno dello scorso anno. L'indagine era relativa ad un presunto accordo tra mafia, massoneria e ambienti dell'eversione nera per organizzare, tra il 1991 e il 1993, il periodo delle stragi mafiose, un golpe che avrebbe dovuto dividere l' Italia in tre, con il Sud designato a dominio esclusivo di Cosa Nostra. Erano stati gli stessi Pm, peraltro a chiedere l'archiviazione perché, pur ritenendosi convinti della bontà della pista imboccata, il poco tempo a disposizione non avrebbe consentito loro di ottenere "prove certe" nei confronti dei 14 indagati: Licio Gelli, Stefano Menicacci, Stefano Delle Chiaie, Rosario Cattafi, Filippo Battaglia, Totò Rima, Giuseppe e Filippo Graviano, Nitto Santapaola, Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Giovanni Di Stefano, Paolo Romeo e Giuseppe Mandalari. Per gli inquirenti, comunque, in quel periodo Cosa Nostra "voleva farsi Stato" e avrebbe tentato di dar luogo ad "un golpe separatista". A pronunciarsi per il golpe sarebbero stati i capimafia Totò Rima, Bernardo Provenzano, Francesco Madonia e Nitto Santapaola che nel '91 avrebbero dato il via ad una "strategia della tensione" (omicidio di Salvo Lima, stragi di Capaci e via D'Amelio, gli attentati a Roma, Firenze e Milano), che sarebbe poi stata affiancata da un piano, proposto da Licio Gelli, Gran Maestro venerabile della loggia massonica coperta P2 e protagonista delle cronache politico-giudiziarie della seconda metà degli anni '70, Stefano Delle Chiaie, detto "il caccola", e Stefano Menicacci, animatori di formazioni para-fasciste dell'estrema destra derivate dal movimento Ordine Nuovo. Il piano di Gelli e degli estremisti di destra, secondo Gozzo, Ingroia e Scarpinato, avrebbe previsto un nuovo "progetto politico": la creazione di un movimento meridionalista e la nascita delle Leghe meridionali. Il progetto, però, alla fine del '93 si interruppe perché la mafia avrebbe sostituito i propri collegamenti con il mondo della politica e "furono dirottate tutte le risorse - hanno scritto i Pm - nel sostegno di una nuova formazione politica nazionale apparsa sulla scena". Il nome della "formazione politica nazionale apparsa sulla scena" non è stato indicato. Nel provvedimento di richiesta di archiviazione, il procuratore aggiunto Roberto Scarpinato e i sostituti Domenico Cozzo e Antonio Ingroia facevano riferimento anche ad un mandante occulto. Contro questa inchiesta insorse l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che venne espressamente a Palermo per incontrare il procuratore Grasso e affermò che nell'ambito dell'inchiesta "sistemi criminali" sarebbero state avviate indagini anche sul suo conto. La tesi dei pm sarebbe stata sostenuta anche dall'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, agli arresti domiciliari a Roma, secondo cui "è possibile che un autorevole esponente politico abbia potuto architettare quell'uccisione spettacolare (strage di Capaci), per bloccare l'elezione a presidente della Repubblica di Giulio Andreotti. Il primo tentativo, secondo Ciancimino, di impedire questa nomina al Quirinale, sarebbe stato fatto con l'uccisione di Salvo Lima. Dall'inchiesta "sistemi criminali", comunque, è stata stralciata la parte inerente la "trattativa" fra Cosa Nostra e pezzi delle istituzioni, in relazione al famoso "papello": ovvero l'elenco di richieste fatte da Riina, attraverso Ciancimino, agli ufficiali del Ros dei carabinieri Mario Mori e Giuseppe De Donno. (m.c.)24 maggio 2002 – “OMBRE NERE” DI BIACCHESSI
ANSA:
DANIELE BIACCHESSI - OMBRE NERE (MURSIA - PAG.200 - 14,30 EURO) - Sono lunghe e lastricate di sangue la strada e la storia dell' eversione nera in Italia e, almeno per quanto ha ritenuto la magistratura, segnata da episodi cruenti che hanno portato il Paese sul limite del baratro istituzionale, prima ancora che politico. Perche' taluni di quegli episodi (ma anche degli «altri», firmati dall' opposto ed estremo schieramento ideologico) hanno costretto a pensare che le regole della democrazia dovessero essere difese da misure che forse tradivano la motivazione stessa per le quali erano state adottate. Daniele Biacchessi, nel ricostruire la storia del terrorismo di destra in Italia, ricostruendo quattro vicende, la racchiude in due precisi momenti storici. Il primo e', ovviamente, la strage di piazza Fontana, il secondo, l' ultimo, e' la bomba che poteva fare una strage nella redazione romana del Manifesto e per la quale e' stato gia' condannato il neofascista Andrea Insabato. In 'mezzo' la strage di piazza della Loggia, a Brescia e la folle corsa nel terrore dei Nar. Chi ha tentato di ricostruire il cammino dell' eversione in Italia e' stato sempre attraversato dalla certezza che la rozzezza delle tematiche alla base del fenomeno nascondesse regie di menti piu' raffinate, aduse piu' d' altre alla sottile arte dell' inganno. Peraltro se per arrivare ad un ennesimo - per l' accusa definitivo - pronunciamento di una Corte d' assise sulla strage di piazza Fontana s' e' dovuto attendere il giugno del 2001, se si da' per scontato che tutti i magistrati e gli inquirenti hanno fatto per intero il loro lavoro, c'e' quantomeno da sospettare che chi ha orchestrato la stagione degli attentati neri l' abbia fatto forte di coperture e connivenze ai livelli piu' alti. Certo, chi appena un anno fa e' stato condannato per la bomba alla Banca dell' agricoltura parla oggi di una sentenza politica. Ma appare un copione scontato, ancorche' comprensibile. Biacchessi, nel suo «Ombre nere», non solo racconta, ma ricostruisce, fornendo elementi di riflessione (grazie a documenti processuali presssoche' sconosciuti) , anche quando tratteggia la storia personale dei mille personaggi che nel terrorismo di destra hanno agito, oppure soltanto vi hanno svolto compiti da comprimari.28 maggio 2002 – A TRIESTE SPETTACOLO SU STRAGI E MISTERI
"Il Piccolo"
TEATRO La pièce "Mai morti" di Renato Sarti messa in scena al Miela
Ricordi nostalgici, legati da un filo nero
Protagonista un Bebo Storti inedito e molto efficace
TRIESTE - Un filo nero collega i misfatti del fascismo in Africa e nella seconda guerra mondiale, la strage di Piazza Fontana a Milano, la morte dell'anarchico Pinelli, il tentato golpe di Borghese e, in tempi molto più recenti, i giorni del G8 di Genova.
Questo filo nero ha una sigla e un numero e da tempo aspetta la rivincita, con la pistola già carica e il colpo in canna, pronto a ripetere tutte le efferatezze del caso. È lo stesso filo che, il 22 aprile, al Teatro del Vascello di Roma, ha cercato di impedire la rappresentazione dello spettacolo "Mai morti", scritto da Renato Sarti e interpretato da Bebo Storti. E la pièce, con qualche apprensione, è approdata domenica anche al Teatro Miela.
"Mai morti" è il racconto in prima persona di un nostalgico del Ventennio che ricorda i "bei tempi" e, con tanto di nomi e cognomi, collega gli eventi per mezzo del filo nero. Trieste è citata più volte nel testo di Sarti, che tra l'altro è uno dei tanti triestini che se ne sono andati a cercar fortuna altrove, in luoghi meno belli, ma più aperti e dinamici.
"Venire qui - ha detto Sarti alla fine dello spettacolo -, seguendo da Milano ciò che sta accadendo, è un'impresa molto dura. Speriamo soltanto che il clima e le inquietudini che Trieste sta vivendo siano solo degli incubi".
I segnali inquietanti - secondo Sarti - ci sono tutti: dal ritratto del podestà Pagnini, eletto dalle Ss, alla via intestata al "picchiatore" Grilz. "A quando, allora - esclama il personaggio interpretato da un Bebo Storti inedito e molto efficace -, una via Benito Mussolini o una piazza Borghese a Milano?". Nel frattempo il filo nero si snoda nel racconto del nostalgico che, svegliatosi dopo un lungo sonno, indosserà a poco a poco la grigia divisa della famigerata Decima Mas.
Con una punta di orgoglio snocciola nomi e misfatti: descrive la strage di Debra Libanos nel 1937 in Etiopia, assieme alle deportazioni degli intellettuali e l'uso dei gas contro i civili, che il giovane Montanelli negò e a cui lo storico De Felice dedicò appena un paio di righe. Si passa a Piazza Fontana, con un Bruno Vespa già allineato che annuncia per primo la colpevolezza dell'anarchico Pietro Valpreda, poi riconosciuto innocente, per giungere al "suicidato" Pinelli e a Guida, all'epoca questore di Milano poi promosso ad alto incarico, e Catenacci, specializzato in depistaggi, che fece sparire l'inchiesta.
Si arriva, infine, all'elenco impressionante di esecuzioni e di torture inflitte nel '44 dalla Decima Mas ai partigiani antifascisti a Conegliano, nel castello delle urla strazianti, e nel Canavese. Si chiude con le immagini agghiaccianti di Genova. Ma chi è quel tizio vestito di nero che sembra guidare i poliziotti...?
Stefano Crisafulli1 giugno 2002 - A VENEZIA ARRESTI E PERQUISIZIONI MILITANTI ESTREMA DESTRA
ANSA:
Un arresto, un fermo, sei perquisizioni, sequestro di armi e munizioni, simboli nazifascisti e la piantina della citta' di Venezia dove tre puntini rossi delimitavano il ghetto ebraico: e' il bilancio del blitz compiuto dalla Digos della Questura di Venezia, tra la citta' lagunare e il trevigiano, nell'ambito di un'inchiesta iniziata con le indagini su scritte di stampo razzista e antiebraiche trovate sui muri di alcuni comuni, Mira, Quarto d'Altino e Mogliano Veneto. Nell'inchiesta entrano anche le indagini collegate all'attentato al Tribunale di Venezia, il 9 agosto scorso, che hanno portato all'arresto di Cristiano Rifani, 26 anni, il 18 gennaio scorso, il giovane simpatizzante di estrema destra sui cui pantaloni sono state trovate tracce di tritolo e T4 (il primo e' il tipo di esplosivo usato per l'attentato). E' infatti il giovane arrestato, Andrea Nardo, 25 anni, di Chirignago (Venezia), e' un amico di Rifani. E' nella sua casa che gli agenti hanno trovata una santabarbara che, dagli accertamenti svolti, sarebbe stata fornita da Dario Vianello (29), di Venezia, sottoposto a fermo e con un passato di militante politico di destra. Oltre alla casa dei due, gli agenti della Digos hanno perquisito anche l'abitazione di un 36enne mestrino (che e' stato denunciato) e altri tre appartamenti, tra Venezia e Treviso, nelle pertinenze di persone che pero' al momento non risultano indagate. La polizia sta svolgendo approfondimenti nei confronti di uno dei soggetti perquisiti, sospettato di essere coinvolto nel traffico d'armi. Armi, come riferisce stamane la "Nuova Venezia", che fanno sospettare il rinascere del terrorismo nero nel Veneto. Nella casa di Nardo, nascoste in camera, la polizia ha trovato una mitraglietta cal. 22 LL, di fabbricazione austriaca, perfettamente funzionante, munita di silenziatore e due caricatori a rullo; un fucile da caccia cal. 32 monocanna, rubato a Mestre nel 1998, il cui calcio e la canna erano stati mozzati, una quarantina di cartucce e stemmi nazifascisti. Ma l'attenzione degli investigatori e' concentrata soprattutto su una piantina di Venezia dove tre puntini rossi delimitano la zona del Ghetto ebraico. Una scoperta ritenuta interessante anche alla luce delle dichiarazioni rese alla magistratura da conoscenti di Rifani, secondo i quali il giovane avrebbe progettato per un'azione dimostrativa nel ghetto di Venezia, servendosi di esplosivo piazzato sulle tubature di allacciamento del gas, situate all' esterno delle case. Rifani, e' emerso dalle indagini, era amico di Nardo e quest'ultimo pare conoscesse anche William Capriati, indagato come il primo dall'agosto 2001 per violazione della legge sulle armi, in un fascicolo aperto contestualmente, seppur separato, da quello sull'attentato al Tribunale di Rialto. Tutti i giovani coinvolti provengono dall'area di estrema destra, e sarebbero collegati a simpatizzanti di movimenti oltranzisti. Oltre al mitra e al fucile, nelle altre case degli amici di Nardo sono state sequestrate pistole giocattolo, manganelli in ferro, passamontagna, tirapugni e altri oggetti d'offesa, con materiale propagandistico. L'indagine, dei pm Felice Casson ed Emma Rizzato, e' all'inizio e promette sviluppi, in particolare per quanto riguarda l'accertamento di eventuali collegamenti di questo gruppo veneto con organizzazioni di estrema destra non solo italiane ma anche straniere.2 giugno 2002 - STRAGI; LA NUOVA VENEZIA SU PROTAGONISTI VENEZIANI
"La Nuova Venezia"
Eversione nera, stragi e terrore
I protagonisti veneziani, da Delfo Zorzi a Carlo Maria Maggi
g.c.
VENEZIA. Il Veneto è sempre stato culla di movimenti di estrema destra radicali. In particolare Venezia e la sua terraferma, nonostante siano città in cui la sinistra è forte e maggioritaria da tempo, ha dato i natali a figure di spicco della destra eversiva e bombarola. Grazie a Franco Freda da un lato e ad Angelo Ventura dall'altro spesso Padova e Treviso hanno conquistato le prime pagine sull'argomento, ma tirando le somme delle inchieste giudiziarie sugli attentati più gravi negli anni della strategia della tensione è spesso a Venezia o a Mestre che si finisce.
Per la strage della Banca dell'Agricoltura, il 12 dicembre 1969 a Milano, ci sono già le condanne di primo grado per coloro che vengono indicati come l'esecutore materiale e l'organizzatore dell'attentato: sono il mestrino Delfo Zorzi, da anni ormai latitante in Giappone dove è diventato un imprenditore affermato grazie ad uno dei marchi più noti della moda italiana, e il veneziano Carlo Maria Maggi, medico della Giudecca per anni responsabile di Ordine nuovo e braccio destro nel Veneto di Pino Rauti (tra l'altro era proprio quest'organizzazione poi disciolta per legge che utilizzava come simbolo una croce celtica).
Gli stessi nomi spuntano anche per l'attentato in piazza della Loggia a Brescia, cinque anni dopo la prima e traumatica strage politica della Repubblica. Mentre per l'attentato davanti alla Questura di Milano (1973) escono due nomi nuovi, almeno per l'epoca, quello del mestrino Gianfranco Bertoli, che lanciò la bomba che doveva uccidere Mariano Rumor (allora ministro degli Interni), e del lidense Giorgio Boffelli, accusato di aver ingaggiato e armato Bertoli. E naturalmente sono un veneziano e un mestrino anche i "pentiti" che hanno permesso di ricostruire queste vicende, Carlo Digilio e Martino Siciliano.
Non è una sorpresa, dunque, che anche 30 anni dopo quelle vicende, a Venezia e a Mestre continuino ad esistere persone che fanno riferimento alla destra eversiva: non sono tanti, ma spesso sono determinati.13 giugno 2002 - CIRCA 150 I TERRORISTI DETENUTI, 200 I LATITANTI
ANSA:
Nelle carceri italiane sono 128 i detenuti per reati di terrorismo di sinistra. Sono invece 25 i detenuti legati al terrorismo di destra. Tra i detenuti legati al terrorismo di sinistra, 60 sono i reclusi senza benefici di pena, 49 godono invece del regime di semiliberta', e 19 hanno applicato l' art.21 dell' ordinamento penitenziario, che permette il lavoro all' esterno dell' istituto penitenziario, mentre in serata devono tornare in cella. Sono poi circa 200 i latitanti, dei quali circa 170 legati al terrorismo di sinistra, e 30 legati alla destra. Tra i latitanti legati alla sinistra, un centinaio circa si sono rifugiati in Francia. Tra i latitanti di sinistra, 49 sono stati condannati per fatti di sangue, e 119 per fatti non di sangue. Per quanto riguarda invece i terroristi di destra, 10 sono ricercati perche' responsabili di fatti di sangue, e 15 perche' colpevoli di reati non di sangue.14 giugno 2002 - A PARMA CONVEGNO SUL TERRORISMO
"La Gazzetta di Parma"
SOCIETA'-Convegno all'Università Lotta al terrorismo: la ricetta del giudice Colombo e dell'ex ministro Rognoni La strage di Piazza Fontana, quella della Stazione di Bologna, gli omicidi D'Antona e Biagi, gli aerei che si schiantano sulle Torri gemelle a New York. E tanto altro. Il filo rosso sta in una parola che va declinata e sfaccettata a seconda delle situazioni: terrorismo. Di questo si è discusso ieri nell'aula magna dell'Università nel convegno "Il terrorismo e i terroristi, ieri e oggi", con personalità di rilievo che con il fenomeno hanno vissuto a stretto contatto: accanto al rettore Gino Ferretti e a Carlo Rossetti (docente di Sociologia del diritto a Parma e organizzatore dell'incontro) c'erano infatti Virginio Rognoni, ministro dell'Interno dal 1978 al 1983, della Giustizia dal 1986 al 1987 e della Difesa dal 1990 al 1992, il giudice Gherardo Colombo della Procura di Milano, già consulente della Commissione stragi e della Commissione di indagine sulla mafia, e Gianfranco Pasquino, docente universitario a Bologna, già senatore e membro della Commissione affari istituzionali e della Commissione stragi.
È stato Pasquino a delineare i contorni del tema, fenomeno complesso che è frutto di menti lucide: "il prodotto di un progetto elaborato da uomini e donne consapevoli, con finanziatori consapevoli e fiancheggiatori consapevoli", ha detto, inquadrando poi le due grandi aree del terrorismo italiano ("nero" e "rosso") e riferendosi infine al terrorismo internazionale. "C'è una risposta militare, di polizia, al terrorismo: e questo è giusto. Ma non si può pensare che basti una risposta di carattere repressivo: ne serve anche una culturale e politica. La risposta al terrorismo internazionale - ha osservato - deve essere di una vera politica internazionale, e deve innanzitutto mirare a introdurre la democrazia laddove non c'è".
Da parte di Gherardo Colombo, che ha vissuto da vicino il terrorismo sia come membro della Commissione stragi sia come collega e amico di tanti magistrati assassinati, in primo luogo la ferma convinzione dell'esistenza anche di "un terrorismo mafioso". Il magistrato ha poi ricordato "i depistaggi delle indagini da parte di servizi deviati dello Stato", ha fatto precisi riferimenti agli elenchi della P2 ("abbiamo potuto osservare come persone che avevano compiuto macroscopici depistaggi fossero accomunate in questa loggia") e ha sottolineato - riferendosi soprattutto ai casi di Ciro Cirillo e di Aldo Moro - l'esistenza di "interrogativi sulle relazioni intercorse tra certi settori dello Stato e i terroristi". Una riflessione di carattere internazionale, per Colombo, deve tener conto del quadro socio-economico: "Che queste organizzazioni criminali abbiano la possibilità di vedersi crescere intorno un humus fertile dipende molto dal fatto che il mondo sia così visibilmente diviso in una parte straordinariamente ricca e un'altra straordinariamente povera", ha affermato, facendo poi alcune puntualizzazioni sugli interventi di polizia: "Devono essere ben organizzati e ben misurati, perché il rischio di creare spirali da cui poi è difficile uscire è obiettivo".
Proprio del terrorismo internazionale, con particolare riferimento ad Al Qaeda, ha parlato Carlo Rossetti, mentre Virginio Rognoni ha ripercorso gli anni bui della Repubblica soffermandosi sulla "rimonta dello Stato": "Negli ultimi tempi c'è stata una insistita reiterazione di certi slogan come "il doppio Stato" o "il complotto". Sembra quasi che il nostro Paese sia il risultato di questi intrecci di complotti. Non è così: è il risultato di processi democratici difficili che hanno avuto momenti in cui sembrava che potessero arrestarsi, ma così non è stato. La vicenda democratica del nostro Paese è andata avanti", ha detto Rognoni, che ha parlato di "lotta al terrorismo condotta sui valori della Costituzione e sulla caparbia difesa della quotidianità della vita. Che noi si sia riusciti a combattere il terrorismo rimanendo democrazia - ha concluso - è un merito che va a tutti: una democrazia difficile, ma una democrazia che ha tenuto".
Lisa Oppici14 giugno 2002 - GRAZIA A BOMPRESSI: PECORELLA PER AMNISTIA
"Il Corriere della sera"
L'esponente di FI: grazia a Bompressi e un atto di clemenza per chi non ha commesso stragi
Anni di piombo, Pecorella riapre il dibattito sull'amnistia
ROMA - Il varco lo apre il presidente della commissione Giustizia, il forzista Gaetano Pecorella: "Grazia a Bompressi e amnistia per i terroristi che non siano accusati di stragi". Parla di "atto umanitario", spiega che "si tratterebbe di chiudere i conti con il passato e riabilitare chi ha già pagato per il suo errore". Forza Italia si accoda, ma la proposta è più ampia: "Se clemenza deve essere, che sia per tutti. Anche per i reati di tangentopoli". Lo dice chiaramente il vicepresidente Fabrizio Cicchitto, lo ribadisce il deputato e avvocato Michele Saponara, rilancia la proposta il responsabile giustizia del partito, Giuseppe Gargani. "Non mi risulta che l'argomento sia all'ordine del giorno - chiarisce - ma di certo non può essere una questione legata esclusivamente a chi è accusato di reati di eversione". Saponara è più esplicito: "Un indulto generalizzato era stato chiesto anche dal Papa. Io sono perfettamente d'accordo". Per varare un'amnistia è necessario il voto favorevole dei due terzi del Parlamento e dunque un accordo che vada oltre lo schieramento di maggioranza. E sono in molti a ritenere, soprattutto nell'opposizione, che la proposta di Pecorella servisse a sondare la posizione degli alleati, ma anche della sinistra. Se il fine era davvero questo, il risultato sembra negativo. Un "no" deciso arriva da Alfredo Mantovano, sottosegretario all'Interno per Alleanza Nazionale: "In linea di principio sono contrario a provvedimenti di clemenza e in particolare lo sono nei confronti dei terroristi. In ogni caso, non mi sembra certo il momento opportuno per discutere una proposta del genere, visto che l'eversione interna è tornata a colpire e sono in corso indagini su soggetti detenuti che hanno rivendicato sia l'attentato contro Massimo D'Antona, sia quello che ha ucciso il professor Marco Biagi. Un conto è l'istruttoria affidata al capo dello Stato per la concessione della grazia a un singolo condannato, un altro è un provvedimento generalizzato".
Decisamente contrari i Ds. "La continuità tra la vecchia guardia brigatista e le nuove leve - dichiara il senatore Massimo Brutti - mi sembra evidente sia leggendo le rivendicazioni, sia ascoltando i proclami di chi è in carcere. E' discutibile proporre un provvedimento del genere e legarlo alla concessione della grazia a Bompressi". "La mia posizione - aggiunge il suo collega Guido Calvi - è negativa perché in questo modo si elude il processo e si aprono varchi nel controllo giurisdizionale oltretutto per reati che attengono all'integrità dell'ordinamento costituzionale". "Pienamente d'accordo con Pecorella" sono invece i Verdi. "Per chiudere gli anni di piombo - dichiara Paolo Cento - serve un provvedimento di carattere generale".
F.Sar16 giugno 2002 - TUTI ATTORE NEI PANNI DI GIUDA
"Il Tirreno"
Nel carcere delle Sughere i detenuti del laboratorio teatrale si sono esibiti davanti al ministro Altero Matteoli
Mario Tuti si scopre attore nei difficili panni di Giuda
lu. dem.
LIVORNO. Fa un certo effetto vedere Mario Tuti nei panni di Giuda, il traditore per eccellenza. Vista la notorietà del personaggio, attorno a questo fatto potrebbe perfino nascere un caso. Ma non ci sono allusioni da fare: tutto è dovuto ad esigenze sceniche. E' accaduto alle Sughere, dove i detenuti del laboratorio teatrale hanno rappresentato proprio "Giuda", un dramma in tre atti scritto da Lucio Vannucchi, che ha curato anche la regia insieme ad Adriana Tabarracci e Gianfranco Venturi. Si è trattato di una collaborazione fra il carcere e gli studenti dell'Itc Vespucci che frequentano il corso sperimentale Sirio-Mercurio, con il sostegno di Arci Solidarietà e Caritas.
Musiche del laboratorio multimediale e costumi e scenografia curate dalla sezione femminile del carcere. Un lavoro costato impegno e fatica, apprezzato dal pubblico che ha riempito la sala polivalente del penitenziario livornese. In prima fila, accanto al direttore delle Sughere Oreste Cacurri, il ministro dell'ambiente Altero Matteoli, ma anche altri rappresentanti delle istituzioni, a cominciare dall'assessore al sociale del Comune di Livorno Alfio Baldi e dal consigliere comunale Marco Solimano.
Mario Tuti ha recitato proprio nel ruolo del protagonista, Giuda, diviso per la verità con un altro attore, Antonino Carollo. Il lavoro ha ripercorso la Passione di Gesù e si è dipanato seguendo, per i primi due atti, la traccia dei Vangeli, con l'aggiunta di un ipotetico dialogo tra Giuda e Gesù durante l'ultima cena. Il finale è invece frutto della fantasia dell'autore. Pura "dissertazione", la definisce lo stesso Vannucchi presentando l'opera. Ovvero, l'ipotesi di quello che può essere stato il "dopo", sia per Gesù che per Giuda, destinato per il suo atto al fuoco perenne dell'inferno, senza mai poter vedere la luce di Dio.
Barba bianca e portamento distinto, Mario Tuti non ha perso neppure in occasione di questa recita il suo tipico accento toscano. Sulla scena è parso a suo agio. D'altra parte "Giuda" non è la prima esperienza di questo tipo per il carcere livornese, che da anni collabora con le istituzioni locali e con numerose associazioni per progetti culturali e di spettacolo. La presenza di un ministro, per giunta con profonde radici nel territorio livornese, ha dato alla giornata un'importanza ancora maggiore. E prima dell'aprirsi del sipario, Matteoli non ha mancato di dire parole significative sulla positività di attività culturali all'interno dei penitenziari, nell'ottica del reinserimento graduale dei detenuti nella società, anche attraverso la semilibertà. "Magari - ha detto Matteoli - si commettono errori, ma può capitare. Se si sbaglia per uno e se ne recuperano mille credo sia importante praticare questo percorso, indipendentemente dalle posizioni politiche di ognuno di noi".28 luglio 2002 - BOMBA AL TRIBUNALE DI VENEZIA: SCAJOLA
"Il Gazzettino"
LA BOMBA A RIALTO Il ministro dell'Interno era stato convocato lo scorso 5 giugno come persona informata sui fatti per precisare alcune sue dichiarazioni successive all'attentato Scajola interrogato da Casson rinnega la pista Nta Ascoltato in gran segreto la mattina, aveva poi presieduto una riunione in Prefettura e si era fatto vedere in pubblico in piazza San Marco Venezia
Il ministro dell'Interno ascoltato come testimone nell'inchiesta sulla bomba al Tribunale di Venezia. Lo scorso 5 giugno, Claudio Scajola non arrivò in laguna soltanto per partecipare al vertice sull'emergenza relativa agli extracomunitari clandestini: il sostituto procuratore Felice Casson lo aveva convocato in gran segreto nel suo ufficio per avere chiarimenti su alcune sue dichiarazioni, rilasciate pubblicamente nei giorni successivi all'attentato. L'allora ministro - dimessosi il 3 luglio a seguito delle polemiche scoppiate attorno ad alcune sue dichiarazioni sull'omicidio Biagi - aveva sostenuto che per la bomba di Rialto vi erano "forti indizi" che portavano gli inquirenti ad attribuirne la responsabilità ai Nuclei territoriali antimperialisti (Nta). Circostanza che per Casson non ha alcun riscontro: l'unico elemento agli atti, il volantino di rivendicazione, è considerato infatti, inattendibile.
Nel corso dell'audizione davanti al magistrato, però, Scajola è stato costretto a fare un clamoroso dietrofront e ad ammettere che la polizia non è in possesso di alcun indizio che possa condurre agli Nta. Versione confermata anche da alcuni dirigenti dell'Ucigos, l'Ufficio centrale di investigazioni sul terrorismo.30 luglio 2002 - PRESCRITTA PENA, CAUCHI TORNATO UOMO LIBERO
ANSA:
In Italia puo' nuovamente entrare e uscire quando vuole, ma ormai, spiega il padre Loris, 85 anni, la vita di Augusto Cauchi, 51, e' in Argentina: ''Li' ha la sua famiglia e il suo lavoro. L' ho visto alcuni mesi fa, si e' fermato qualche giorno, ma poi e' tornato a Buenos Aires''. Latitante dal '75, dal dicembre scorso, come anticipato oggi dall' Unita', l' estremista di destra Augusto Cauchi e' tornato un uomo libero per prescrizione della pena. Cauchi aveva in sospeso una condanna a 5 anni per ricostituzione del partito fascista e una a sette anni e mezzo per associazione sovversiva e detenzione di armi. ''Augusto - spiega l' avvocato Maurizio Bianconi di Arezzo, che e' stato uno dei suoi legali - mi ha detto pero' di essere riuscito ad ottenere il cumulo delle pene e quando e' scattata la prescrizione perche' la condanna non e' stata eseguita, e' tornato. Me lo ha spiegato a gennaio scorso, quando mi e' venuto a trovare''. Dopo la fuga dall' Italia Cauchi fu rintracciato in Spagna nel settembre '76. Ma poi spari' nuovamente. Nel 1993 l' arresto a Buenos Aires. L' Argentina nego' pero' l' estradizione. Intanto in Italia si continuava ad indagare sul suo ruolo nel terrorismo nero. Venne anche coinvolto, ma poi prosciolto, per le indagini per la strage dell' Italicus. ''E' da diverso tempo che Augusto ha finito con le sue beghe - commenta il padre Loris -. Ha riavuto i documenti e il passaporto da diverso tempo''. ''Mi ha spiegato che ora in Argentina - prosegue l' avvocato Bianconi - ha un piccola ditta con cui commercializza la candeggina. La sua vita e' laggiu', ormai si sente argentino e fa fatica anche a parlare italiano''.1 agosto 2002 - DELLE CHIAIE IN UNA TV CALABRESE
"L' Espresso"
Tv/ Il ritorno di Stefano Delle Chiaie
Video nero
Guarda chi si rivede: Stefano Delle Chiaie ("Il Caccola"), estremista di destra coinvolto in tante inchieste stragiste, e' ancora operativo, non piu' in politica, ma nel mondo dei media. Si occupa di alcune trasmissioni di una rete televisiva calabrese, Vl7, fino a pochi anni appartenente al consorzio Cinque Stelle. Delle Chiaie arriva tre volte a settimana nella tv di Lamezia terme, dove coordina il lavoro della redazione come fosse un capostruttura.6 agosto 2002 - BOMBA TRIBUNALE VENEZIA: ASSOCIAZIONE SOVVERSIVA, 7 INDAGATI
ANSA:
Otto perquizioni con sequestro di materiale cartaceo e informatico, in parte di natura antisemita, e sette giovani di estrema destra indagati nell'ipotesi di associazione con finalita' di terrorismo e di eversione dell' ordine democratico: e' il risultato di un blitz della Digos di Venezia nell'ambito delle indagini coordinate dal Pm Felice Casson sulla bomba al tribunale di Venezia, esplosa il 9 agosto scorso, e su una presunta pista ''nera''. Il blitz risale alla scorsa settimana ma la notizia e' trapelata solo oggi, dopo l'interrogatorio di alcuni indagati che, da quanto si e' appreso, si sarebbero dichiarati estranei alla vicenda. Ma gli inquirenti avrebbero trovato alcuni riscontri definiti interessanti. Gli indagati sono tutti incensurati e alcuni di loro sono noti agli investigatori per la loro simpatia o militanza verso l'estrema destra. Si tratta di giovani di Venezia e Mestre, tutti lavoratori e appartenenti alla media borghesia. Al momento non sembrano riconducibili a qualche organizzazione precisa, ma secondo gli investigatori potrebbero essere le nuove leve dei movimenti di estrema destra. Durante le perquisizioni, una delle quali effettuata in una regione del centro nord, non sono stati trovati ne' armi ne' esplosivi ma documenti ancora all'esame degli inquirenti, tra cui materiale antisemita e materiale collegabile all'area di estrema destra, con riferimenti a manifestazioni svoltesi oltralpe. Il primo anello delle indagini e' rappresentato dall' arresto, lo scorso gennaio, di Cristiano Rifani, 26 anni, indagato in un fascicolo a parte per detenzione di esplosivo, inizialmente insieme ad un amico, William Capriati, entrambi simpatizzanti di estrema destra. Il Pm Casson dispose anche una perizia per accertare l'eventuale compatibilita' delle tracce di esplosivo trovate sui pantaloni di Rifani con quelle dell' esplosione, nell'ipotesi che il giovane possa aver maneggiato in qualche circostanza l'ordigno. Ma la perizia, depositata oggi, ha concluso che non e' possibile effettuare una comparazione per l'assenza di T4 sui reperti raccolti dopo l'esplosione, anche se gli esplosivi presenti sui pantaloni, T4 e tritolo, sono riconducibili al maneggio di due pezzi separati di tali specie esplosive. Assenti invece altre specie esplosive organiche. Ma le indagini sul giovane hanno portato nel frattempo ad altri sviluppi. Alcuni suoi amici, infatti, avrebbero fatto delle rivelazioni, tra cui una riguardante il progetto dello stesso Rifani di un attentato al ghetto ebraico di Venezia, tramite esplosivo piazzato sulle tubature di allacciamento del gas, situato all'esterno delle case. La Digos ha quindi compiuto un blitz con una serie di perquisizioni e ha arrestato a fine maggio un amico di Rifani, Andrea Nardo, 25 anni di Chirignago (Venezia), nella cui abitazione sono state trovate armi (una mitraglietta calibro 22 di fabbricazione austriaca e un fucile a canne mozze risultato rubato a Marghera nel '98) e una cartina del ghetto con evidenziati in rosso quelli che la polizia ritiene i possibili obiettivi di un'azione violenta. Nella sua casa sono stati rinvenuti anche una pistola giocattolo e un passamontagna, oltre a parecchi documenti, foto e materiale di propaganda dell'estrema destra italiana. In manette e' finito anche Dario Vianello, 29 anni, di Venezia, accusato di aver fornito a Nardo le armi, ricevute rispettivamente, a suo dire, da Giulio Fantoni, 50 anni di Venezia (indagato anche se nega la circostanza) e da due fratelli residenti in Lombardia ma di origini veneziane. Ulteriori indagini hanno portato all'ultimo blitz, dal quale sembrerebbe emergere una sorta di presunta cellula nera veneziana di matrice antisemita.7 agosto 2002 - BOMBA TRIBUNALE VENEZIA: LE INDAGINI
"Il Gazzettino"
LA BOMBA A RIALTO Le perquisizioni nelle abitazioni dei sette giovani di estrema destra indagati Un filo che porta alla rivendicazione Nelle mani della Digos materiale che si collegherebbe al documento della "Nuova falange" La polizia cercava armi ed esplosivo; si è dovuta accontentare di documenti e materiale informatico. Ma, ciò nonostante, le otto perquisizioni effettuate la scorsa settimana dalla Digos, nell'ambito dell'inchiesta sulla bomba di Rialto, non hanno deluso il sostituto procuratore Felice Casson. Gli atti finiti sotto sequestro, infatti, rafforzerebbero le convinzioni degli inquirenti sulla validità della pista nera in relazione all'attentato del 9 agosto dello scorso anno quando, davanti al Tribunale di Venezia, fu fatta esplodere una miscela di cinque chilogrammi di tritolo e T4.
In casa di qualcuno dei sette giovani veneziani e mestrini, tutti di estrema destra, indicati comeappartenenti all'area nazi-fascista, sarebbero stati rinvenuti elementi che potrebbe collegarlialla prima rivendicazione pervenuta sull'attentato, quella firmata "Nuova Falange Lex et Ordo", recapitata in busta chiusa al Gazzettino, spedita dalle Poste centrali di Venezia il pomeriggio successivo allo scoppio della bomba.
Altro materiale rinvenuto nel corso delle perquisizioni, invece, sarebbe di natura antisemita e gli investigatori pensano ad alcuni recenti atti verificatesi in provincia di Venezia e Treviso, dove nei mesi scorsi sono state rinvenute minacce e scritte contro gli ebrei nel ghetto di Venezia, nonchè a Mira, Quarto d'Altino e Mogliano Veneto.
Gli indagati sono sette e l'ipotesi formulata nei loro confronti dal pm Casson è quella di associazione con finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine democratico, punita dall'articolo 270 bis del codice penale.
A portare gli inquirenti in questa direzione sono stati gli accertamenti successivi all'arresto di Andrea Nardo, 25 anni di Chirignago, e Dario Vianello, 29 anni, di Venezia, finiti in carcere in relazione alla detenzione di un fucile e di una mitraglietta rinvenuti a casa del primo, assieme ad una piantina del Ghetto di Venezia nel quale erano evidenziati in rosso quelli che, secondo la polizia, potevano essere i potenziali obiettivi di un attentato. I due giovani sono amici di Cristiano Rifani, il ventiseienne della Giudecca detenuto da gennaio perchè nei suoi pantaloni sono state trovate tracce evidenti di tritolo e T4, lo stesso esplosivo utilizzato a Rialto.
Per quanto riguarda Rifani, ieri il pm Casson ha depositato i risultati della perizia supplettiva disposta sull'esplosivo. I suoi consulenti, il colonnello Lucio Montagni e i dottori Giovanni Brandimarte e Renzo Cabrino, hanno concluso accertando l'impossibilità di effettuare una comparazione tra le tracce rinvenute sui pantaloni dell'indagato e quelle prelevate sul luogo dell'esplosione. Innanzitutto perchè le seconde sono molto meno evidenti e i campioni raccolti, analizzati per la comparazione a distanza di molto tempo dall'esplosione, hanno sofferto della volatilità di alcuni componenti: il T4, ad esempio, è risultato assente. Nelle analisi effettuate subito dopo l'attentato, invece, ne erano state rinvenute tracce.
I periti di Casson hanno poi rilevato come sui pantaloni di Rifani siano state riscontrate percentuali più alte di T4 (88 per cento) che di tritolo (12 per cento), mentre nelle normali miscele esplosive il tritolo deve essere presente almeno al 40 per cento. Ma spiegano tale anomalia con l'ipotesi che il giovane possa aver maneggiato "due pezzi separati di tali specie esplosive".
L'impossibilità di affermare che la miscela rinvenuta sui pantaloni è uguale a quella fatta esplodere a Rialto ha provocato l'immediata reazione del difensore di Rifani, l'avvocato Mario D'Elia, il quale ha annunciato l'immediata richiesta di scarcerazione del suo assistito. Ma per la procura la perizia conferma che Rifani ha maneggiato esplosivo, e che dunque è pericoloso.
Gianluca Amadori8 agosto 2002 - BOMBA TRIBUNALE DI VENEZIA: IL GIALLO DELLE RIVENDICAZIONI
"Il Mattino di Padova"
Nta e Falange, il giallo dei comunicati
Le opposte rivendicazioni e l'utilizzo dell'esplosivo per la bomba
g.c.
VENEZIA. Lasciando, per un momento, da parte prove e indizi, che ora portano ad indagare in direzione dell'estrema destra, e ragionando per ipotesi sono due le questioni difficilmente superabili che fanno guardare con scetticismo alla pista scelta dagli inquirenti veneziani per trovare chi ha piazzato la bomba in campo Bella Vienna. Proviano ad esaminarle e magari anche a smontarle.
Il 10 agosto, il giorno dopo lo scoppio, i Nuclei territoriali antimperialisti fanno trovare a Mestre un loro comunicato di rivendicazione. Parlano del Tribunale come "istituzione giudiziaria borghese" e di "strumento per l'esercizio selvaggio di feroci e sangunarie misure repressive" e fanno riferimento ai fatti di Genova, all'allora sottosegratrio Carlo Taormina e alle riunioni nell'aula bunker di Mestre tra magistrati che indagano sugli Nta. Tre mesi dopo, il 18 novembre, spediscono un secondo comunicato di ben sedici cartelle in cui "l'azione di Rialto" viene citate tra le numerose messe a segno dal gruppo. "Pur inserendosi invece in un'asse di lotta fra Classe e Stato, l'azione del 9 agosto scorso rappresenta senza ombra di dubbio il più alto raggiunto dagli Nta".
Il secondo documento è ritenuto attendibilissimo dagli esperti del Viminale e dei Servizi segreti, che lo citano soprattutto come quello che anticipa l'operazione terroristica che quattro mesi dopo sfocierà nell'omicidio del professore bolognese Marco Biagi. In quel documento, infatti, si parla abbondantemente del Libro bianco, del ministro del Lavoro Roberto Maroni e della "corrotta casta sindacale Cisl". Una risoluzione, dunque, che senza ombra di dubbio proviene dai terroristi dell'estrema sinistra e gli Nta, pur facendo capire che l'attentato del 9 agosto non è farina del loro sacco, lo rivendicano politicamente, lo fanno ricadere sotto la loro paternità.
Come è possibile, dunque, che un'attentato messo a segno da altri, addirittura da elementi di estrema destra, venga rivendicato dagli Nta? Una risposta si può dare. Non è escluso che gli organi dirigenti degli Nta pensino - senza avere prove concrete - che a compiere l'attentato, pur non essendo stati i loro militanti, sia stato comunque un gruppo a loro vicino, magari formato da anarchici e marxisti-leninisti atipici. E abbiano deciso di dare la loro copertura politica perchè sono in corsa per accreditarsi agli occhi degli operativi delle Brigate rosse, quelli che hanno ucciso D'Antona e Biagi, come interlocutori nella costruzione del Partito comunista combattente. Ma c'è un altro problema: "Ancora non sappiamo chi sono gli Nta" afferma un investigatore, facendo capire che si tratta di un mondo inesplorato che potrebbe riservare sorprese.
La seconda questione riguarda l'uso dell'esplosivo: i terroristi di sinistra, in Italia, hanno anche piazzato o spedito ordigni esplosivi, ma si è sempre trattato di cariche artigianali e comunque limitate. La bomba di Rialto, invece, conteneva oltre cinque chili di esplosivo e non c'era solo tritolo, che è più facile da trovare, ma anche delle sostanze difficilmente recuperabili anche nel mercato clandestino. Non solo: per confezionare la bomba del 9 agosto c'è senz'altro voluto un professionista, una persona con grande esperienza di esplosivi e inneschi.
E questa considerazione porta inevitabilmente a pensare che neppure la neonata cellula nera veneziana aveva le conoscenze e le capacità per assemblare quella carica, forse a prepararla è stato qualcun altro, poi i giovani neofascisti si sono limitati a piazzarla.8 agosto 2002 - BOMBA TRIBUNALE VENEZIA: LA PISTA NERA NON E' LA SOLA
ANSA:
Ad un anno esatto dall'esplosione della bomba al tribunale di Rialto, rimangono ancora aperte entrambe le piste investigative battute dagli inquirenti sul fronte del terrorismo, quella dell'eversione nera come quella degli Nta, i Nuclei territoriali antimperialisti, che per ben due volte hanno rivendicato l'attentato. Lo ha rilevato oggi il procuratore della Repubblica di Venezia Vittorio Borraccetti, osservando che non si puo' ancora parlare di un legame diretto tra l'ipotesi di una pista nera all'origine dell'attentato e le indagini della Digos sulle nuove leve dell' estrema destra veneziana, sfociate nei giorni scorsi in nuove perquisizioni e nell'iscrizione di sette persone nel registro degli indagati. Tant'e' vero che, come ha ricordato anche il magistrato, per quei sette si avanza l'ipotesi non di aver avuto un ruolo nell'attentato, ma di associazione con finalita' di terrorismo e di eversione dell'ordine democratico. Certo e' che, pur proseguendo le indagini sulla pista degli Nta, e' sull'estremismo di destra che si e' finora trovato - rileva ancora Borracceti - il maggior numero di possibili punti di convergenza con la bomba a Rialto. "Occorre in questi casi molta cautela - ha rilevato - anche se la rivendicazione degli Nta e' tale da originare varie perplessita'. "D'altra parte - aggiunge, dicendosi in questo d'accordo con quanto dichiara oggi sulla stampa il procuratore di Verona Guido Papalia - su questi gruppi noi sappiamo molto poco, mentre sull'altro versante paiono esserci elementi piu' consistenti. Una cosa sono le rivendicazioni, un'altra gli elementi concreti". Quanto al fatto che ad un anno dall'attentato poca luce sembra essersi fatta sulla vicenda, "le indagini sul terrorismo sono comunque molto difficili - sottolinea - e quello attuale e' molto piu' sfuggente, si mimetizza meglio, i gruppi sono piu' piccoli e anche questo e' un vantaggio per loro". E con cautela Borraccetti si esprime anche sulla consistenza effettiva della nuova cellula dell' eversione nera che si starebbe forse profilando dagli ultimi riscontri investigativi, relativi finora ad una quindicina di persone dell'area veneziana. "Una consistenza ancora tutta da verificare in concreto - precisa - con elementi che conducano non a valutazioni sociologiche, ma a concreti atti giudiziari". Fra i possibili punti di incontro, a livello di ipotesi di lavoro, tra l'eversione nera e la bomba di Rialto potrebbero esserci alcuni riscontri trovati tra il materiale sequestrato nell'ultimo blitz della Digos e la prima delle tante rivendicazioni giunte dopo l'esplosione al tribunale: quella firmata dalla sedicente "Nuova falange. Lex et ordo", e recapitata ad un quotidiano il giorno stesso dell'esplosione. Gli Nta, da parte loro, il giorno dopo l'esplosione avevano fatto trovare a Mestre un documento di rivendicazione. "I Nuclei territoriali antimperialisti per la costruzione del Partito comunista combattente-cellula Carlo Pulcini - si leggeva nel documento - hanno attaccato e distrutto il tempio dell'istituzione giudiziaria borghese, il tribunale". Ma il pm Felice Casson aveva gia' allora giudicato poco credibile il volantino con la stella a cinque punte, e un paio di settimane dopo le indagini sulla pista nera avevano condotto all'iscrizione di due giovani estremisti veneziani nel registro degli indagati, seppur non con l'accusa di strage, prefigurata nel fascicolo aperto con Emma Rizzato sulla bomba, ma di violazione della legge sulle armi per il presunto possesso di esplosivo. Per uno dei due, Cristiano Rifani, si e' registrato di recente un punto ritenuto a favore della difesa, con il deposito di una perizia secondo cui non e' possibile la comparazione tra le tracce di esplosivo trovate su un paio di suoi pantaloni e quelle rinvenute sui reperti raccolti sul luogo dell' esplosione. Le indagini su di lui hanno comunque nel frattempo portato ad altri sviluppi, ed in particolare al presunto progetto di un attentato al ghetto ebraico di Venezia. A fine maggio la Digos aveva cosi' arrestato un amico di Rifani, Andrea Nardo, nella cui abitazione erano state trovate armi e una cartina del ghetto con alcuni punti evidenziati in rosso, e Dario Vianello, accusato di aver fornito le armi in questione. Con loro risultavano indagate altre tre persone, fra cui il cinquantenne Giulio Fantoni, cui si sono aggiunti gli ultimi sette coinvolti nelle ultime perquisizoni della Digos. Perquisizioni in cui non sono stati trovati armi ad esplosivo, ma solo documenti. Materiali che pero' potrebbero appunto fare pensare ad una cellula nera veneziana di matrice antisemita, forse collegabile ad alcune scritte antiebraiche apparse recentemente nel ghetto veneziano e in altre localita' del veneziano.12 settembre 2002 - STRAGE CIRCEO: COLASANTI, MINISTRO INTERVENGA SU INADEMPIENZE
ANSA:
A 26 anni dal massacro del Circeo, costato la vita a Rosaria Lopez, Donatella Colasanti, la ragazza scampata alla furia di Angelo Izzo, Andrea Ghira (condannati all' ergastolo) e Gianni Guido (30 anni di reclusione) si rivolge al ministro della Giustizia chiedendogli di intervenire "sulle inadempienze avvenute nel corso di questi". "Attualmente - dichiara - uno degli assassini e' latitante e non si e' mai provveduto a catturarlo. Da almeno sei anni Angelo Izzo afferma di avere delle rivelazioni da fare sulla strage del Circeo, dicendo che si trattava di un' azione premeditata e che volevano mettere alla prova un quarto uomo. Questo quarto uomo deve essere identificato immediatamente". "Lo stesso Izzo - aggiunge Colasanti - ha dichiarato anche di aver commesso molti altri delitti. Chiunque non sia intervenuto deve farlo ora. Richiamo al proprio dovere il ministro della Giustizia".16 settembre 2002 - ASSOCIAZIONE FAMILIARI VITTIME STRAGE BOLOGNA SU PASQUALE BELSITO
COMUNICATO DELL' ASSOCIAZIONE TRA I FAMILIARI DELLE VITTIME DELLA STRAGE ALLA STAZIONE DI BOLOGNA DEL 2 AGOSTO 1980
VIA POLESE 22 40122 BOLOGNA ITALY
www.comune.bologna.it/iperbole/2agost80/
COMUNICATO STAMPA
Dal rapporto sulle attività di Polizia del 2001 si legge: "La ricerca di latitanti finalizzata alla cattura di soggetti, responsabili di delitti atroci e da anni irreperibili, ha portato all'arresto a Madrid di Pasquale Belsito, già militante di spicco dei NAR. L'operazione si è svolta in collaborazione con la Polizia spagnola".
E' il 30 giugno 2001 quando l'UCIGOS in collaborazione con la polizia spagnola individua e arresta a Madrid l'ultimo dei latitanti dei Nuclei Armati Rivoluzionari, Pasquale Belsito. Gli inquirenti lo cercavano dal 5 dicembre 1981. Belsito venne segnalato dai servizi di sicurezza in Francia, Inghilterra, Olanda, Libano, Croazia e vari paesi sudamericani.
Durante la sua lunga latitanza Belsito ha compiuto anche due vere e proprie "esecuzioni" nei confronti di estremisti di destra sospettati di aver collaborato con la polizia. Si tratta di Luca Perucci e di Mauro Menucci. Per entrambi gli omicidi, Belsito è stato condannato all'ergastolo. Un altro ergastolo è stato inflitto all'ex terrorista per aver partecipato ad un conflitto a fuoco a Roma, sempre nell'81, durante il quale persero la vita l'agente di polizia Ciro Capobianco e il terrorista Alessandro Alibrandi. Così come è stato condannato, in contumacia, al carcere a vita dal Tribunale francese per aver ferito gravemente un agente della polizia d'oltralpe durante una rapina. Sette anni di reclusione, invece, per concorso nell'omicidio del sostituto procuratore di Roma Mario Amato.
Fatti criminali attribuibili ai NAR, la cui sigla é responsabile della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.
Dal 30 giugno 2001, Pasquale Belsito é detenuto nel carcere di massima sicurezza di Madrid. Poche settimane dopo il suo arresto, ha fatto filtrare dal carcere la sua volontà di collaborare con gli inquirenti sui fatti avvenuti dal '77 all'81. Al momento non risulta che il Governo italiano abbia chiesto l'estradizione di Belsito nel nostro paese, nonostante i recenti accordi anti-terrorismo Italia-Spagna e Italia-Francia. Il ruolo di primo piano di Belsito nella galassia terroristica della destra eversiva, potrebbe svelare alcuni fatti rimasti ancora irrisolti. In particolare dopo la riapertura dell'inchiesta sull'uccisione dei due giovani milanesi Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, e le numerose inchieste e istruttorie ancora in corso sui mandanti della strage di Bologna e sugli esecutori e i mandanti sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia.
IL PRESIDENTE
PAOLO BOLOGNESI18 settembre 2002 - BELSITO SARA' ESTRADATO DALLA SPAGNA
"La Padania"
TERRORISMO
Belsito sarà estradato. Richiesta per Facchineri
ROMA - Pasquale Belsito, l'ex terrorista dei Nar, condannato all'ergastolo per una serie di omicidi e delitti, sarà consegnato dalla Spagna, il Paese dove è stato arrestato il 30 giugno del 2001, alle autorità italiane. Secondo quanto si apprende in via Arenula, le autorità spagnole hanno infatti concesso l'estradizione nel nostro Paese del militante dei Nar. La richiesta di estradizione era stata presentata il 31 luglio dello scorso anno. Proprio un paio di giorni fa l'associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980 aveva sollecitato il Governo a insistere sulla estradizione in Italia dell'ex terrorista.
E sempre a proposito di estradizioni, riferendosi ad un altro caso, quello del boss dell"ndrangheta, Luigi Facchineri, arrestato in Francia il 31 agosto scorso, al ministero della Giustizia si sottolinea che si sta preparando la richiesta di estradizione in Italia.
Ambienti di via Arenula spiegano infatti che, secondo quanto previsto nella Convenzione europea per l'estradizioni, si hanno a disposizione 40 giorni di tempo dal momento dell'arresto, per presentare la richiesta.23 settembre 2002 - BONFIETTI, QUANDO SARA' CONSEGNATO BELSITO?
ANSA:
La senatrice Ds Daria Bonfietti ha presentato una interrogazione al ministro della Giustizia, Roberto Castelli, per sapere quale impegno sta mettendo il suo ministero per rendere effettiva l' estradizione gia' concessa dalla Spagna a Pasquale Belsito, ex terrorista dei Nar, condannato all' ergastolo per una serie di delitti e omicidi. Belsito era stato arrestato in Spagna il 30 giugno 2001 e un mese dopo le autorita' italiane ne avevano chiesto l' estradizione, che e' stata concessa nei giorni scorsi. Daria Bonfietti rileva in particolare che la notizia della concessione dell' estradizione da parte delle autorita' spagnole e' del 17 settembre, ma "a questa notizia non ha fatto seguito quella dell' avvenuto trasferimento in Italia". La deputata chiede quindi "se corrisponde a verita' la notizia diffusa dal ministero di Giustizia".26 settembre 2002 - ASSOCIAZIONE FAMILIARI VITTIME STRAGE BOLOGNA: COSA BLOCCA ESTRADIZIONE BELSITO ?
ANSA:
L' associazione familiari vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 chiede al Ministro della giustizia Roberto Castelli "quali sono gli impedimenti burocratici che non permettono la consegna alle autorita' italiane" del latitante dei Nar Pasquale Belsito, arrestato il 30 giugno 2001 a Madrid. Chiede anche se "puo' diffondere i documenti che provano l' avvenuta richiesta di estradizione e la risposta della Commissione spagnola". Il presidente dell' associazione Paolo Bolognesi dice che "per le autorita' spagnole Belsito, arrestato dopo 20 anni di latitanza, era uno snodo della rete dei latitanti neri in Spagna. E per il nostro paese, e' una vecchia conoscenza. Gli investigatori lo definiscono 'la primula nera'. I suoi camerati lo chiamano 'il macellaio"'. Dopo aver ricordato le diverse condanne, anche ad ergastoli, per fatti di terrorismo, Bolognesi scrive: "Dopo il suo arresto, Belsito fa filtrare dal carcere la volonta' di collaborare su alcuni episodi della stagione di violenze dal '77 all' 81. L' avvocato Luigi Mariani che difende i familiari di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, uccisi dai Nar nel '78 a Milano, riapre l' inchiesta ormai archiviata sulla base della presunta collaborazione di Belsito. Il 2 luglio 2001, l' autorevole quotidiano spagnolo El Mundo evidenzia la possibilita' che i recenti trattati tra Italia e Spagna in materia di estradizione di terroristi ricercati possano condurre le autorita' a estradare Belsito 'in tempi rapidissimi'. Ma le cose non vanno cosi' celermente". "Il Ministero della Giustizia, interpellato dai giornalisti - si legge ancora nel comunciato - sostiene di aver chiesto l' estradizione il 31 luglio 2001, prima dunque dei 40 giorni previsti dalla Convenzione Europea. La Commissione sulle estradizioni spagnole avrebbe concesso l' estradizione tra giugno e luglio 2002. Ad oggi, Pasquale Belsito non e' stato ancora estradato in Italia nonostante le pressioni e dei familiari delle vittime delle stragi e le interrogazioni dei Parlamentari Walter Bielli, Paolo Cento e Alfiero Grandi".15 ottobre 2002 - CHI E' PAOLO STROPPIANA
"La Repubblica" di Torino
Testimone in due processi per stragi, si dissociò da Terza Posizione Emergono trascorsi politici e vecchie vicende processuali per l'impiegato della Bolaffi indagato per l'omicidio di Marina Di Modica
Stroppiana, un passato da camerata
ALBERTO CUSTODERO
Testimoniò al processo sulla strage di Bologna e in quello sulla strage di Piazza Fontana. Ex terrorista nero di Terza Posizione condannato e, poi, qualche anno fa, completamente riabilitato. Ora l'impiegato della Bolaffi è indagato per l'omicidio di Marina Di Modica: chi è Paolo Stroppiana? Fin da ragazzo, Stroppiana si è messo in mostra come attivista politico di destra distinguendosi, poco più che quindicenne in alcuni incidenti davanti ad una scuola. Diciottenne, entrò nel direttivo provinciale del Fronte della gioventù, senza restarvi a lungo. Sette anni dopo, infatti, il suo nome comparì in un ordine di cattura della procura di Torino accusato di appartenere al gruppo di estrema destra NarTerza Posizione. Negli anni Ottanta, comparve come testimone nel processo sulla strage di Bologna e, di recente, in quello sulla strage di piazza Fontana contro Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi. Scontò alcune condanne, alcune per il suo trascorso in Terza Posizione (partecipò a rapine per autofinanziamento), altre, per emissione di assegni a vuoto e lesioni. Nel libro di Giuseppe De Lutiis (Editori Riuniti), che ha pubblicato l'atto d'accusa dei giudici di Bologna contro gli autori della strage che costò la vita a 85 persone, Stroppiana è citato 13 volte. I giudici di Bologna definiscono lui e Mauro Ansaldi come due militanti che "fino a tutto il 1982, sono stati nel cuore della lotta armata, in collegamento con i maggiori esponenti latitanti di Terza Posizione, e quindi sono in grado di riferire cose apprese da fonti in un certo qual modo privilegiate". Un testimone attendibile, Stroppiana, dunque, al punto che i magistrati si lasciano andare in una sorta di complimento sulla sua attendibilità: "le dichiarazioni di Stroppiana e Ansaldi, rese in una serie di procedimenti penali, hanno sempre trovato riscontro". Nel capitolo intitolato "le dichiarazioni dei neofascisti", si elogia ancora il comportamento del duo StroppianaAnsaldi, "i quali hanno collaborato senza alcuna riserva ben decisi a rivelare tutto quanto a propria conoscenza una volta intrapresa la strada della dissociazione da ogni attività eversiva". Stroppiana, a proposito della strage di Bologna, il 9 maggio del 1983 ebbe a dichiarare: "nell'ambiente di Terza Posizione tutti ritenevano che la strage fosse opera di gruppi facenti capo a Signorelli, Fachini e altri, i quali avevano commesso il fatto su incarico di corpi separati e poteri occulti". Nel capitolo dedicato a "GelliPazienza, crimine organizzato, vecchia e nuova destra eversiva fra il 1979 e il 1981", a proposito dei legami fra terrorismo nero, Mafia e P2, Stroppiana, il 28 dicembre del 1984, al pm di Bologna così spiegò il retroscena dell'omicidio di un suo camerata, Francesco Mangiameli, detto Ciccio. "Avevamo accertato che Mangiameli, come noi esponente di Terza Posizione, era stato ammazzato per esclusiva iniziativa di Valerio (Fioravanti Giusva, ndr), poiché era venuto al corrente di rapporti 'strani' con Signorelli e con gli ambienti a lui facenti capo, che noi identificavamo in Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Lotta al Popolo, e Costruiamo l'azione. Signorelli non tollerava che un movimento come Terza Posizione si assumesse un ruolo autonomo sottraendosi al suo controllo". "Noi precisò Stroppiana eravamo schierati contro la vecchia destra filo stragista che aveva contatti con i servizi segreti".6 novembre 2002 - GUIDO PAGLIA DIRETTORE RELAZIONI ESTERNE RAI
"L' Unita'"
Se si volesse essere cattivi, si potrebbe dire che la nomina di Guido Paglia alle relazioni esterne della Rai racchiude in sé una serie di "prime volte". La prima volta di un ex militante di Avanguardia Nazionale; la prima volta di un giornalista indicato agli atti dei processi per le stragi di piazza Fontana e del treno Italicus come ex informatore del Sid, nome in codice "Parodi"; la prima volta di un ex cronista che risulta - sempre negli atti giudiziari - come uno di coloro che ebbe un ruolo nella cosiddetta "operazione Camerino", ossia uno dei più insidiosi tentativi di depistaggio della storia del terrorismo nostrano, messa in piedi dai vecchi servizi segreti pre-piduisti.
Ma soprattutto la prima volta di un ex avanguardista indicato in un documento custodito in commissione Stragi, come uno di coloro che, nel lontano 1970, presero parte al fallito golpe del principe Junio Valerio Borghese. E si potrebbe continuare con tante altre "prime volte". Perché, a ben vedere, negli atti della magistratura ed in quelli delle varie commissioni parlamentari d'inchiesta, il nome di Guido Paglia è tra i più ricorrenti.
Beninteso: nessuno responsabilità penale. Inquisito durante l'indagine per piazza Fontana è stato scagionato. Il suo ruolo di "braccio destro" di Stefano Delle Chiaie, quando i due erano i capi di Avanguardia Nazionale, non gli è mai valso un'accusa seria. E anche per il golpe Borghese è sempre rimasto "pulito". Certo, si potrebbe obiettare, il documento d'accusa era stato occultato per tantissimo tempo ed è spuntato fuori solo pochi anni orsono, fuori tempo massimo. Ma quel che contano sono le sentenze. E Guido Paglia non è mai stato seriamente sfiorato da nulla. Così da giornalista giudiziario del gruppo Monti, ha fatto carriera, fino ad approdare alla vice- direzione del Giornale ed infine a responsabile della comunicazione della Cirio e della Lazio, grazie al suo stretto legame con Sergio Cagnotti. Una grande carriera per uno che aveva il suo bel fascicolo nell'archivio dell' ufficio politico della questura di Roma. Che non a caso gli è valsa qualche parola acida dei suoi antichi camerati.
Come Vincenzo Vinciguerra, all'ergastolo per la strage di Peteano, anche lui in passato vicino a Stefano Delle Chiaie. "Normale appare, di conseguenza - ha scritto in un suo libro - che Guido Paglia continui indisturbato a fare il giornalista occupandosi con la malafede e la disonestà profuse senza risparmio quando partecipò all'operazione Camerino, di processi come quello di Peteano, nei quali non far emergere la verità è impegno ed interesse suo e dei suoi complici e padroni".
E Guido Paglia? Non ha mai gradito, ovviamente, che le luci rimanessero accese sul suo passato così ingombrante. E così quando i Ds pubblicarono la famosa relazione in commissione Stragi (che del neo-dirigente della Rai non diceva esattamente tutto il bene possibile) Paglia attraverso il suo avvocato fece scrivere al presidente Pellegrino, per chiedere una serie di rettifiche e, in sostanza, per lamentarsi: perché mi inchiodate al mio passato di ventenne?
Forse aveva ragione. Perché se in Italia nessuno ha mai pagato un prezzo politico per i suoi trascorsi, si doveva cominciare proprio da Guido Paglia? Se i piduisti di ieri sono i legislatori di oggi, che senso ha accanirsi contro una singola persona? Per cui è solo per dovere di memoria che è meglio far parlare un documento, assai eloquente. Una nota di Guido Giannettini, fascista e spia del Sid, che raccontò i retroscena del golpe Borghese.
Una relazione - per essere precisi - che è agli atti dell'inchiesta del giudice istruttore di Milano, Salvini ed è pubblicata, in originale, a pagina 3052 dell'ordinanza su Argo 16 del giudice Mastelloni: "La legione allievi carabinieri fornirà 50 mitra ai congiurati; mitra che non riuscirà più a farsi restituire dopo il golpe (...) un commando armato - di cui facevano parte tra gli altri il tenente dei paracadutisti (in congedo) Saccucci oggi deputato del Msi, e Guido Paglia - penetrava nei sotterranei del ministero degli Interni e lo occupava con la complicità di personale interno".
Quella relazione, come detto, fu fatta sparire dai vertici dei servizi segreti soprattutto perché, più di Paglia e Saccucci, bisognava "coprire" l'ammiraglio Torrisi, che la passò liscia e divenne addirittura capo di Stato Maggiore della Difesa. A leggere oggi quel documento, va detto, qualche brivido corre lungo la schiena. Però il passato è passato, anche se in troppi ancora non sono riusciti a mandare giù l'acqua di Fiuggi.
E così, si potrebbe dire facendo leva sulla notazione delle tante "prime volte, la nomina di Guida Paglia è davvero all'avanguardia. Un'avanguardia nazionale, visto che alla Rai di Baldassarre tutto si può dire, meno che sia una tv locale.29 novembre 2002 - VIOLENZA STADI: ALLARME SU INFILTRAZIONE ESTREMISTI DESTRA
ANSA:
"Attualmente l'infiltrazione ideologica delle tifoserie costituisce un duplice motivo di preoccupazione: per la difficolta' a prevedere e prevenire gli atti di gruppi e di soggetti tesi ad acquisire visibilita' e consensi, con azioni criminali eclatanti, e per la commistione tra delinquenti comuni, che notoriamente frequentano le curve piu' accese degli stadi, ed elementi che professano ideologie estreme". E' l'analisi del rapporto sulla sicurezza del Viminale, che dedica un paragrafo alla violenza negli stadi e spiega che l'estrema destra cerca consensi nel mondo degli ultra', "esponendo cosi' i propri militanti al coinvolgimento in attivita' violente". Il Viminale analizza il "radicalismo politico" di destra che, dice, "si identifica essenzialmente nelle organizzazioni 'Forza Nuova' e 'Fronte Nazionale Italiano', rinominatosi di recente 'Fronte Sociale Italiano'. Organizzazioni pero', secondo il ministero dell'Interno, a corto di consensi e che si sono quindi avvicinate al mondo della tifoseria. "Un parziale successo di consensi -dice la relazione- viene, invece inconsapevolmente colto da quell'area di devianza giovanile, costituita da gruppi abitualmente dediti ad atti violenti, diffusa essenzialmente negli ambienti dello stadio, nei circuiti musicali d'area e in alcune ristrette frange di emarginazione metropolitana, che costituisce la vera novita' nell'ambito di questa porzione di estremismo". Infatti, prosegue il rapporto, in piu' di un'occasione e' stato possibile verificare che le organizzazioni tradizionali, nel tentativo di una sorta di recupero di consensi hanno cercato di agganciare queste particolari forme di aggregazione, con cio' esponendo alcuni dei propri militanti, al coinvolgimento in alcune di quelle attivita' violente che normalmente contraddistinguono, a titolo di esempio, le tifoserie di ultras".6 dicembre 2002 - TUTI ASSOLTO PER RISSA IN CARCERE
"La Provincia Pavese"
Rissa in cella, assolto Mario Tuti
Voghera: botte durante l'ora d'aria, in 4 patteggiano
VOGHERA. L'ex terrorista nero Mario Tuti, ora detenuto a Livorno, è stato assolto ieri mattina in tribunale dall'accusa di rissa. Tuti era, contemporaneamente, parte lesa e imputato nel processo per il parapiglia scoppiato al carcere di Voghera nel febbraio di due anni fa, durante l'ora d'aria. Con lui, alla sbarra c'erano altri dieci detenuti, adesso trasferiti in altri penitenziari, sparsi per il territorio italiano. Tuti è stato giudicato con il rito abbreviato, una formula scelta da altri due co-imputati, mentre quattro hanno patteggiato la pena con il pubblico ministero. I restanti quattro, infine, sono stati rinviati a giudizio: il processo si aprirà l'8 aprile 2003, sempre a Voghera. Il dibattimento davanti al giudice monocratico Federica Ferrari si è svolto a porte chiuse. Notevole lo spiegamento di forze dell'ordine, necessario per garantire le indispensabili condizioni di sicurezza sia nel corso nell'udienza, che durante gli spostamenti per raggiungere il palazzo di Giustizia vogherese. Tuti era rimasto coinvolto nella rissa scatenatasi in uno dei cortili del carcere di via Prati Nuovi. Il pluriergastolano si è difeso sostenendo di non aver partecipato attivamente alla rissa, ma di essere stato, anzi, vittima di un'aggressione da parte di altri detenuti. Una tesi accolta, sostanzialmente, dal giudice.19 dicembre 2002 - ARRESTATO EX NAR GILBERTO CAVALLINI
"Il Nuovo"
Milano, in manette l'ex Nar Gilberto Cavallini
La polizia ha arrestato l'ex terrorista di destra mentre stava rientrando nella sua casa di Milano. Condannato all'egastolo, era in semi-libertà. Nella borsa aveva pistole e munizioni.
di Cristina Cimato
MILANO - Un ergastolano dal nome famoso l'uomo arrestato lunedì sera dagli agenti della Mobile di Milano. Gilberto Cavallini, pluriomicida, militante durante gli anni '80 nei nuclei eversivi di destra NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) insieme a Francesca Mambro e Cristiano Fioravanti, era in semilibertà da giugno 2001. La polizia ha iniziato le indagini perché ha avuto il sospetto che l'uomo potesse aver commesso alcune delle rapine perpetrate nei mesi di novembre e dicembre in diverse gioiellerie e banche di Milano.
L'ex militante milanese è stato arrestato nel 1980 per l'omicidio a Roma del giudice Mario Amato, assassinato da un killer a volto scoperto sceso da una moto guidata da un complice e avvicinatosi mentre il giudice attendeva l'autobus per recarsi al lavoro. L'indomani, i NAR fecero ritrovare, con una telefonata ad un quotidiano, un volantino di rivendicazione che affermava: "Oggi 23 giugno 1980 alle ore 8,05 abbiamo eseguito la sentenza di morte emanata contro il Sostituto Procuratore Mario Amato, per le cui mani passavano tutti i processi a carico dei camerati. Oggi egli ha chiuso la sua squallida esistenza imbottito di piombo. Altri, ancora, pagheranno". Sempre nello stesso anno a Milano, nella zona di Lambrate è stato arrestato per concorso nell'omicidio di un brigadiere e ancora prima, nel 1976 per l'assassinio di Gaetano Amoroso.
Dopo un pedinamento durato parecchi giorni in cui gli agenti hanno appurato che l'uomo, in semi-libertà, impiegato durante il giorno presso una palestra di Novate, non era mai andato al lavoro. Hanno scoperto poi che il malvivente girava in città a bordo di una Fiat Uno, di un ciclomotore e aveva in uso un appartamento (veicoli e casa di proprietà di altre persone) a Milano. La sera di lunedì lo hanno fermato sotto l'appartamento in via Momigliani e gli hanno trovano addosso uno zaino contenente una pistola calibro 9 con caricatore e colpo in canna, altri due caricatori, 50 proiettili di cui 15 sono utilizzati solo dalle forze dell'ordine perché proiettili da guerra. Nella casa la polizia ha trovato materiale cartaceo che sta analizzando per capire se ci siano lì prove delle rapine. Reati di cui, per ora, c'è solo il sospetto.
L'uomo è stato arrestato per detenzione e porto d'arma da fuoco e munizioni da guerra. C'è da chiedersi come mai un pluriomicida con condanna all'ergastolo, abbia avuto la semi-libertà e solo dopo un anno e mezzo sia venuto alla luce che l'uomo, che usciva dal carcere di Opera alle 9 di mattina e rientrava alle 23, non si è mai recato al lavoro.Cavallini, puricondannato per omicidi
Il primo arresto dell'ex terrorista risale al 12 settembre del 1983, in un bar di corso Genova a Milano. Ergastolano ha condanne a vario titolo nei processi per le stragi degli anni '70 e '80.
MILANO - Gilberto Cavallini è una delle figure più note del terrorismo di estrema destra tra gli anni Settanta e Ottanta: ergastolano, pluricondannato per omicidi, banda armata, armi e altri reati. Milanese, 50 anni, fu arrestato in un bar di corso Genova il 12 settembre del 1983. Era in compagnia di uno degli ultimi esponenti di alto livello dei Nar ancora in circolazione: Stefano Soderini. Accanto a loro un altro nome di spicco, Andrea Calvi.
Cavallini, al momento dell'arresto, era accusato degli omicidi del magistrato Mario Amato, del capitano di polizia Straullu e dell'agente Di Roma, dell'omicidio dell'agente Galluzzo davanti alla casa di un esponente dell'Olp. A questi delitti si aggiungono l'uccisione di due carabinieri a Padova, di un brigadiere dei carabinieri e di due poliziotti a Milano. Cavallini è accusato anche della morte di due neofascisti, Mangiameli e Pizzarri, condannati a morte perché considerati traditori.
Il terrorista è implicato a vario titolo nei diversi processi per le stragi che insanguinarono l'Italia negli anni Settanta e Ottanta. Il primo ergastolo di Cavallini risale al 12 gennaio 1984, quando venne condannato al carcere a vita assieme a Soderini per l'assassinio del brigadiere dei carabinieri Ezio Lucarelli a Milano. Ottenne anche un altro ergastolo a metà degli anni Ottanta, al processo contro i Nar.20 dicembre 2002 - ARRESTO CAVALLINI: DAI GIORNALI
"La Stampa"
VITA E CONDANNE DI UN PLURIPREGIUDICATO Sprezzante Primula nera Era chiamato il "giustiziere" Ha accumulato 3 ergastoli, processato anche per la strage di Bologna Di giorno usciva, la sera tornava in cella che da anni divide con Maso
MILANO TRE passi avanti e due indietro, secondo le regole - antiquate, ma sempre buone - dei terroristi in clandestinità, sempre in fuga e sempre sospettosi di chiunque, mamma con carrozzina o uomo in attesa dell´autobus, che d´un tratto ti ferma e ti dice che sei in arresto. Questa volta erano tre ragazzi che potevano anche essere suoi figli, per l´età. Faccia a faccia con uno dei nomi più noti del terrorismo di destra che finalmente gli si parava innanzi, in via Momigliano al civico 2, e di colpo cercava ancora di scappare. Ma scivolava, questo Cavallini forse davvero pronto a sparare, pur di fuggire. E cadeva per terra, batteva la testa e lì prontamente ammanettato, rifiutava di essere accompagnato al pronto soccorso. "No, andiamo pure, non ho bisogno di niente". Duro fino all´ultimo momento di libertà, e persino sprezzante, "ringraziate se non vi ho sparato". I ragazzi se lo sono portato in questura, ed ecco finita la carriera di Gilberto Cavallini, cominciata nel `76, a Milano, con l´uccisione - a coltellate - di uno studente della sinistra, Gaetano Amoroso. Per quell´omicidio meritò una condanna a 22 anni e mezzo di carcere. Ma evase quasi subito, perciò si guadagnò il romantico soprannome di "primula nera". Poi ci fu l´omicidio del procuratore Mario Amato, nel 1980. Poi quelli di due poliziotti, Straullu e Di Roma. E l´agente Galluzzo. E due carabinieri a Padova, un´azione portata a termine assieme ad altri neofascisti, compreso Valerio Fioravanti. E poi Milano. Un brigadiere dei carabinieri, e due poliziotti. E Roma, ancora: un poliziotto davanti al liceo Giulio Cesare, e due neofascisti - Mangiameli e Pizzarri - "giustiziati" perché ritenuti traditori. I blitz per prenderlo falliscono sempre, il suo nome resta sempre fisso nella lista dei terroristi rossi e neri ricercati, stilata dal Viminale nell´81, praticamente dimezzata nell´82. Cavallini è sempre libero, si finanzia la clandestinità facendo rapine con la sua banda, si muove tra Roma e il Nord senza che nessuno riesca a mettergli le mani addosso. Fino al 12 settembre `83. A Milano, grazie al tradimento di un camerata, dalle parti di Porta Genova, finisce la lunga fuga. Con lui sono arrestati Stefano Soderini e Andrea Calvi. Sono armati ma non fanno resistenza. Vengono accusati di una decina di omicidi, di banda armata, associazione sovversiva, porto abusivo di armi e munizioni, ricettazione, documenti falsi. Fine carriera, sembra. I Nar non ci sono più, Fioravanti e Mambro sono in galera, Cavallini viene condannato al primo ergastolo per l´uccisione del brigadiere Lucarelli. Alla fine ne colleziona tre. Nel frattempo viene condannato a 12 anni perché appartenente al gruppo "Terza posizione", sempre con Mambro e Fioravanti. Segue il processo per la strage di Bologna: Cavallini accumula un´altra condanna - per banda armata - che verrà confermata nei gradi di giudizio successivi. Così come al processo per la strage alla questura di Milano: 10 anni, pena confermata in appello nel maggio di quest´anno. Nonostante tutto questo (e neanche un mese dopo l´ultima condanna) il 20 giugno 2001 Cavallini viene giudicato meritevole del beneficio della semilibertà. Di giorno libero, la sera a Opera, nella cella che da anni divide con Pietro Maso, stragista anche lui ma dei suoi familiari. Cavallini approfitta alla grande dell´occasione. Nella casa di Porta Romana (che non poteva avere, a norma di legge) la Mobile ha trovato carte che ha subito passato ai colleghi della Digos e dell´Ucigos. Forse lì c´è qualcosa di nuovo, della vita da semilibero di Gilberto Cavallini. O forse faceva solo rapine. Ma questo lo sa solo lui, e chissà se lo dirà mai.
bru. gio.28 dicembre 2002 - PERMESSO PREMIO PER MARIO TUTI
"Il Nuovo"
Permesso premio per Mario Tuti
L'ex terrorista nero, dopo 28 anni in cella ha avuto un permesso premio. Ha visitato un museo di Livorno. Accompagnato dall'assessore Solimano, un trascorso in Prima Linea.
di Gabriele Masiero
LIVORNO - Scherzi di Natale, o forse no, perché i due si conoscono e si frequentano già da qualche anno. Ma per i più smaliziati vederli visitare un museo insieme, pranzare al ristorante e confabulare come vecchi amici deve aver fatto comunque uno strano effetto. Quei due sono Mario Tuti, due ergastoli sulle spalle, ex terrorista nero, recluso da oltre 27 anni, alcuni dei quali trascorsi nelle celle del carcere livornese, e Marco Solimano, un passato in Prima Linea, e oggi presidente dell'Arci livornese e consigliere comunale per i Ds. Li accomuna una storia di eversione e il fatto di essersi incontrati in prigione, pur con ruoli e compiti ben diversi. Tuti detenuto e Solimano assistente volontario. Ieri per l'ex terrorista empolese è stato un giorno che ricorderà a lungo: quattro ore di permesso premio per visitare il museo civico, per il quale sta realizzo un cd rom su incarico dell'amministrazione comunale. Le prime ore di libertà dopo quasi 28 anni di carcere. Ma ormai Tuti non è più quello dei saluti romani e quello che guidava la rivolta nel penitenziario di Porto Azzurro. E' un detenuto modello che si è finalmente guadagnato un permesso-premio in piena libertà e senza scorta. L'unica "scorta" è stata proprio quella di Solimano e dell'assessore alle politiche sociali del comune di Livorno, Alfio Baldi.
La politica e la storia degli anni Settanta non entra mai però negli incontri tra Solimano e Tuti. Ciascuno conosce perfettamente il passato dell'altro, ma non se ne parla. Come gli ex detenuti non parlano del carcere. La prima regola per dimenticare senza rinnegare. "Quella per me - spiega oggi Solimano - è una vicenda che appartiene al passato e con Tuti non ne abbiamo mai discusso. Del resto i miei incontri in carcere con lui avvengono con il detenuto Tuti, che da anni collabora con un progetto dell'Arci. Non parliamo di politica e non ce n'è bisogno. Lui sta facendo un importante e significativo percorso di reinserimento sociale e semmai discuteremo di quegli anni e di quelle vicende quando anche lui avrà riconquistato la libertà". Solimano poi parla della "straordinaria creatività e progettualità" dell'ex terrorista nero che "gli danno la forza di compiere un percorso rieducativo difficile e dentro il quale sta cercando una prospettiva per rivedere la libertà". "La visita al museo Fattori di ieri - conclude il presidente dell'Arci - ha questo significato e rientra inoltre in un progetto complessivo che vede Mario Tuti protagonista in prima persona, giacché sta realizzando un cd promozionale sul museo proprio su incarico dell'amministrazione comunale". Giornata grigia quella di ieri a Livorno, ma Tuti se la ricorderà magnifica. Quattro ore, dalle 11.30 alle 15.30 per vedere il mondo "fuori" senza il filtro di Tv e giornali. Così com'è. Molto diverso rispetto a quasi 28 anni fa.
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Altri misteri
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