Almanacco dei misteri d' Italia


estremismo di destra
le notizie del 2005
18 gennaio 2005 - MARCELLO DE ANGELIS RACCONTA
"La Stampa"
LA TORBIDA STORIA DI QUATTRO FRATELLI NEGLI ANNI SETTANTA
Ex terrorista nero si confessa: "Così picchiavamo"
Leader di Terza Posizione, latitante all'estero, in carcere per 3 anni è oggi un intellettuale di An e racconta il neofascismo dall'interno
ROMA FRUGARE negli anni '70, ripercorrere i fili delle ideologie, degli scontri, dei lutti, delle illusioni, degli ideali, è come avventurarsi in una strada con mille diramazioni ognuna delle quali porta a una storia. Ce ne sono tante da raccontare, a destra e a sinistra, tra quelle che ormai il peso degli anni ha seppellito. Pietosamente alcune. Impietosamente, altre. Tra queste c'è quella di una famiglia "nera", cinque fratelli, quattro dei quali coinvolti in prima persona, o anche solo emotivamente, per amore, in quella stagione. Uno di loro, Marcello De Angelis, oggi è considerato un intellettuale della destra, direttore del mensile Area, fedele alla corrente di An che fa capo al ministro Alemanno. Un tempo le idee le "menava", oggi le scrive, come ha fatto nel suo ultimo libro, Otto anni in area di rigore, ossia la destra vista da destra. Un insieme dei suoi editoriali apparsi su Area che non risparmiano critiche ad Alleanza Nazionale. Del ragazzo che era, oggi, Marcello ha conservato gli occhi, mobili, attenti, nervosi. I capelli sono andati via insieme alla spensieratezza e a quella rabbia che lo ha fatto militare nella destra radicale, in Terza Posizione, insieme all'amatissimo fratello maggiore, Nazareno, detto Nanni, icona dei postfascisti, morto impiccato in cella a Rebibbia, il 5 ottobre del 1980, poche ore dopo essere stato arrestato dalla polizia. Il racconto in prima persona viaggia su binari nostalgici, ma la pacatezza delle parole e la valenza catartica del ricordo non possono sbiardire in chi ascolta il segno lasciato da quegli anni, la catastrofe di una generazione, la "peggio gioventù" come la chiama Morucci, che ha seppellito utopie e ideali sotto un manto di sangue. Marcello ricorda gli inizi di tutto questo, quando a Roma, nel suo quartiere, i Parioli, iniziava a seguire le orme di Nanni, dei cugini, degli amici di scuola. Non certo della famiglia, persone moderate, perbene, con un nonno liberale giolittiano. "Mai parlato di politica a casa", spiega oggi Marcello. Eppure in quella villetta incastonata nel verde di villa Savoia, sono cresciuti ragazzi che di politica estrema sono stati imbevuti. "La nostra militanza è iniziata al liceo, ai bordi di piazza delle Muse e di piazza Euclide", ricorda De Angelis. "Nanni certamente ha avuto un ruolo di trascinatore, era un ragazzone fiero, espansivo, che attirava bambini e ragazzi come una calamita". E infatti mentre da una parte consolidava la sua presenza negli ambienti extraparlamentari, dall'altra guidava i piccoli scout del San Luigi Gonzaga, la parrocchia a due passi da piazza delle Muse, il Roma 28, gruppo anomalo, politicamente nero, rispetto agli altri che si potevano definire cattolici di sinistra. "Catto-comunisti", specifica Marcello. "Erano le contraddizioni di quegli anni che, in quartiere come i Parioli esplodevano. Pensiamo, per esempio, al miscuglio di odio e affetto che legava molti di noi allora, cresciuti come compagni di giochi, sugli stessi banchi a scuola e poi divisi dalla scelta ideologica". I Parioli, considerati roccaforte della destra, sono in realtà - spiega De Angelis - divisi tra una borghesia intellettuale di sinistra e una conservatrice di destra. Ragazzi rossi e neri condividevano strade, palazzi, scuole, partite di pallone e botte politiche. "Ricordo quante volte con Nanni abbiamo protetto un nostro amico "rosso". Magari stavamo appiccicati al mare e poi ci trovavamo da nemici nelle piazze". Anche questo sono gli anni '70, un coacervo inestricabile in cui a parlare sono le vite. Quella dei De Angelis è da sceneggiatura. Tutto, si svolse, in meno di tre anni, il tempo in cui è sopravvissuta Terza Posizione. "Nel Fronte della Gioventù siamo stati pochissimo, poi dal 1973 abbiamo iniziato a girare in ambienti extraparlamentari". Nel 1977 Marcello e Nanni entrano in Lotta Studentesca, dalla cui costola poi nascerà, nel 1978, Terza Posizione, fondata da Roberto Fiore, Gabriele Adinolfi e Ciccio Mangiameli. Il terzo fratello, qualche anno più giovane, sta a guardare e anche lui, più tardi, sarà coinvolto. "Con i Nar i rapporti erano pessimi", spiega De Angelis. "Tanto che Giusva Fioravanti aveva deciso di fare fuori i nostri leader per prendere tutto il potere dell'area". E il 9 settembre del 1980 Mangiameli viene ucciso. Omicidio per cui Giusva si è preso un ergastolo. Sono tempi duri, di violenza e rabbia. Nella primavera del 1979 c'è una rissa tra fascisti e autonomi e Nanni De Angelis si prende una coltellata. Dall'altra parte della barricata c'era invece Valerio Verbano, autonomo, 19 anni che qualche mese dopo, nel febbraio del 1980, viene ucciso nella casa di Montesacro, davanti ai genitori. "Quella volta il padre di Verbano chiamò casa nostra e volle parlare con Nanni. Lo voleva vedere in faccia per riconoscerlo in uno degli assassini del figlio che avevano agito a volto scoperto. Nanni volle andarci da solo, un gesto in cui c'è tutto il suo carattere. Andò. E il padre capì che non era stato lui. Ancora oggi quell'omicidio non ha giustizia. Ma ce ne sono tanti a destra che non la hanno avuta. E io dico, a chi vuole cancellare quegli anni, che la giustizia non è la vendetta, ma verità. In carcere non ci deve andare nessuno ma i nomi di chi ha sparato devono essere scritti nei libri di storia". In quel tempo inizia a girare intorno a loro gruppo anche un ragazzino Luigi Ciavardini, 17 anni, che il 28 Maggio del 1980 davanti al liceo Giulio Cesare spara a Franco Evangelisti, un poliziotto che tutti chiamano Serpico. Questo omicidio e la strage di Bologna segnano la messa al bando di Terza Posizione. "Il 23 settembre del 1980 arrivarono i mandati di cattura per associazione sovversiva a banda armata ai leader del movimento e finiamo tutti latitanti. Inizialmente siamo a Roma a casa di amici. Ci nascondevamo ma lavoravamo per fare scappare all'estero, in Libano, Ciavardini. Per questo il 4 ottobre Luigi e Nanni andarono a un appuntamento a piazza Barberini con un amico che doveva aiutarli. Invece li vendette e furono arrestati. Mio fratello venne scambiato per Ciavardini e fu massacrato di botte in testa, con i tacchi delle scarpe, con le pistole. Lo portarono al San Giovanni, non riconosceva nessuno, era in assoluto stato confusionale. Da lì dovevano portarlo al centro clinico di Regina Coeli, ma l'ambulanza è stata intercettata ed è stato portato all'isolamento di Rebibbia dove dopo venti minuti lo hanno trovato impiccato con il lenzuolo. Ma come ha fatto, ci chiediamo ancora, a impiccarsi, se non si reggeva in piedi. C'è stata un'inchiesta, ma è stata archiviata subito. Ecco perchè dico che tutti i morti devono avere giustizia prima di seppellire quegli anni". Intanto Marcello parte per la Francia. "Venni a sapere che i miei amici latitanti a Londra sarebbero stati arrestati. Non sapevo come avvisarli e allora andai con il treno. E sono stato arrestato anche io". Cinque mesi nel carcere di massima sicurezza con terroristi dell'Ira e serial killer. "Quando il giudice ha negato l'estradizione sono uscito e ho iniziato a fare il grafico per un'agenzia di viaggi. Ma dopo nove anni volevo chiudere la partita e tornare in Italia così mi sono costituito per scontare la condanna a cinque anni e sei mesi per associazione sovversiva. Confidavo in un indulto, invece mi sono fatto tre anni". Quando torna in Italia, nel 1989, Marcello capisce di essere diventato una sorta di pop star nera. "Le cassette con le canzoni che componevo erano state duplicate ed erano diventate un cult negli ambienti della destra. Per questo, ancora oggi, a volte sorrido quando mi definiscono come cantante". In famiglia però, anche se il tempo, ha lenito qualche ferita, ci sono ancora, oggi, problemi da affrontare. "Mia sorella Germana si era innamorata di Luigi Ciavardini e adesso hanno tre figli. Ha aspettato che uscisse dal carcere, ma i guai non erano finiti. Si sono sposati e poco dopo è iniziato un nuovo capitolo, il più impegnativo: il processo per la strage di Bologna". Ciavardini è stato assolto in primo grado, condannato a 30 anni in appello per aver materialmente compiuto la strage. Sentenza annullata con rinvio dalla Cassazione. Il tredici dicembre scorso seconda condanna in appello. Tra poco la nuova pronuncia della Cassazione. Ma questa è un'altra storia.

28 gennaio 2005 - L'EROS DI DESTRA PROPOSTO DALLE EDIZIONI DI FRANCO FREDA
ANSA:
L'EROS DI DESTRA PROPOSTO DALLE EDIZIONI DI FRANCO FREDA
(NOTIZIARIO LIBRI)
Le Edizioni di Ar, di Franco Freda, hanno appena inaugurato, con la pubblicazione di una trilogia di Fiammetta Oselladori, una nuova collezione editoriale, 'Le librette di controra' (www.lelibrettedicontrora.it), dedicata alla letteratura erotica. L'iniziativa - spiega un comunicato - intende rappresentare i toni e i modi dell'eros di destra.
La collana, curata da Anna K. Valerio, non ospita testi di repertorio, ma inediti, a cominciare da quelli scritti da questa giovanissima autrice che, per ora, vista l'audacia del contenuto, preferisce lo pseudonimo.
I tre volumi della trilogia della Oselladori, dal nome evocativo, sono: 'Il sorriso di Lulla o del peccato di carne', novelle che sono, come le presenta l'editore, "una esortazione come poche al gusto del proibito. Scritte in uno stile sensuoso ma lieve, audacissimo ma elegante, inaugurano una erotica lucente, dove non trova spazio la grevita' del dubbio morale, del rimorso" - 'Scilp, la prigione del vizio' racconta di "una ricca e raffinata signora della Repubblica calvinista ginevrina, estenuata dalla fiacchezza degli amanti della sua classe, che un giorno esclamo': Solo i criminali sanno fare l'amore!. Di che altro si nutre, infatti, eros? Se non di coraggio, di orgogliose passioni, di lieta incoscienza? Una prigione che vibra di sensualità fa da sfondo a questo racconto lungo e... criminale, in cui la satira sociale duetta con la celebrazione del gioco lascivo" - 'I cinque sensi o le cinque forme del piacere' raccoglie un racconto per ciascuno dei cinque sensi. L'autrice ci mostra, con la mediazione di due giovani maschi nascosti sotto una grata a guardare i tesori delle femmine, la potenza e la seduzione della vista; in una studentessa stordita dai dialoghi erotici del vicino di casa, che le giungono attraverso la parete, l'imperio dell'udito, e cosi' via.

29 gennaio 2005 - A RISCHIO IL FILM SU MAMBRO E FIORAVANTI
"Il Messaggero"
A rischio il film su Mambro e Fioravanti
ROMA - A rischio il film prodotto da Bonivento sulla storia dei terroristi neri Francesca Mambro e Giusva Fioravanti diretto da Francesco Patierno con Giorgio Pasotti e Nicoletta Romanoff. Le riprese sarebbero dovute partire in marzo ma un esposto della coppia ex Nar preoccupata per la privacy della figlia di tre anni ha fatto arrivare ieri i carabinieri all'Istituto Luce. Il procedimento è stato però archiviato dal sostituto procuratore della procura dei minori di Roma, Simonetta Matone.

9 febbraio 2005 - IL PRODUTTORE: "NON GIRERÒ PIÙ LA STORIA MAMBRO-FIORAVANTI"
"Il Corriere della sera"
IL PRODUTTORE DOPO LE POLEMICHE
"Non girerò più la storia Mambro-Fioravanti"
Non si farà Banda armata , il film sui terroristi neri Francesca Mambro e Giusva Fioravanti diretto da Francesco Patierno, che avrebbe avuto come interpreti Giorgio Pasotti e Nicoletta Romanoff. Ad annunciarlo è Claudio Bonivento, dopo le proteste dell'Associazione dei Familiari vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980 e di via dei Georgofili. Ma è arrivato anche, a fine gennaio, un esposto della coppia ex Nar, preoccupata per la privacy della figlia di 3 anni, che ha portato a un intervento dei carabinieri all'Istituto Luce. "Si sono travisati parole e intenti - dice il produttore ( La scorta , Meri per sempre , Pasolini ) - si voleva raccontare un pezzo di storia italiana, ma evidentemente i tempi non sono ancora maturi. Mi sembra strano che questa legge valga solo per il cinema, mentre si possono scrivere libri e fare servizi tv su fatti recentissimi. Non c'era comunque nessuna intenzione di fare degli eroi dei due terroristi". Bonivento ha pronta la sceneggiatura del film tv su Pantani, Il Pirata-l'orgoglio ritrovato di cui dovrebbero partire le riprese a giugno-luglio prossimi e su Raiuno presto andrà in onda "Il grande Torino" di cui è regista.

10 febbraio 2005 - GLI OMICIDI ZICCHIERI, CECCHIN, DI NELLA
"Il Giornale"
TRENT'ANNI DOPO
Le altre vittime "nere" rimaste senza colpevoli
La storia dei militanti di destra Di Nella, Zicchieri e Cecchin, uccisi dall'odio e dimenticati dalla giustizia
Non solo Primavalle
LUCA TELESE
"Pronto, buonasera...'Sono la madre di Mario Zicchieri. Devo fare una domanda all'assassino di mio figlio". Capita anche questo, nel 2005: può capitare - com'è successo ieri - durante una trasmissione, perchè le ferite della memoria e i conti della verità, a trentanni di distanza non sono ancora chiusi.
Non c' è solo il rogo di Primavalle, nella drammatica contabilità degli anni di piombo, ci sono morti e delitti a destra e a sinistra, e fra i tantissimi caduti missini degli anni Settanta. E ci sono tre storie appese, tre omicidi senza colpevoli e senza pena dopo tre decenni. Sono tre vite legate da uno stesso filo, tre storie di ragazzi assassinati giovanissimi, fra i 17 e i 23 anni. E alla incredibile storia di Mario Zicchieri, detto "Cremino", "giustiziato" brutalmente nel 1975 all'uscita di una sezione del Msi con un fucile a pompa, oggi vanno aggiunte la storia di Francesco Cecchin, suo coetaneo ucciso nel 1979 dopo essere stato gettato da un muretto a 17 anni. E poi quella di Paolo Di Nella, morto il 9 febbraio del 1983, dopo essere stato sprangato il 2, mentre affiggeva manifesti nel quartiere africano con Daniela Bertani, la ragazza che era con lui quella sera, altrettanto inerme, niente a che vedere con lo stereotipo dell'attacchino corazzato. Due ragazzi, senza scorte, un rotolo di manifesti intriso di sangue, sette giorni di coma drammatico. La storia non passa via come un soffio di vento, e ieri, nel nome di Di Nella, una folla di trecento ragazzi riempiva piazza Gondar, per un presidio iniziato alle undici del giorno prima: una veglia sit-in in cui si sono affacciati studenti quindicenni ed ex camerati oggi importanti: Teodoro Buontempo, Fabio Rampelli, Roberta Angelilli e Gianni Alemanno, che all'epoca era responsabile di quartiere del Fronte della Gioventù (amico sia di Cecchin che di Di Nella).
Di Nella a Roma fu l'ultimo della catena dei caduti; Zicchieri fu la prima vittima del brigatismo, forse il prezzo di un rito di iniziazione. E la persona a cui sua madre rivolgeva quella agghiacciante domanda era Valerio Morucci, l'ex brigatista rosso processato per il delitto (anche se assolto "per non aver commesso il fatto"). Ma i dubbi sulla vicenda sono tanti, fondati e legittimi, se è vero che un altro brigatista, Bruno Seghetti aveva coinvolto, in una chiamata di correità, se stesso, lo stesso Morucci e Bruno Maccari (tre nomi noti al grande pubblico per il delitto Moro) come autori dell'assassinio: "Siamo stati noi". Per quanto possa sembrare incredibile, Seghetti non fu creduto: il caso Zicchieri si legava al processo Moro, e in quel momento, contro chi si dissociava dalla lotta armata si usò il guanto di velluto. Oggi la signora Zicchieri dice: "O è stato Morucci, o Morucci sa chi è. E io lo dico, assumendomi la responsabilità di queste frasi. Di più: spero che Morucci mi quereli, perché io sono una madre che non aspetta altro per riaprire un caso sepolto nel silenzio. In anni e anni di udienze Morucci mi ha sempre guardato impassibile, non ho mai potuto fargli una domanda. Il guaio è...che non gliel'ha fatta nessuno. Oggi, prima che tutto sia prescritto, abbiamo il dovere di ripetere le domande che allora nessuno ha fatto: non per cercare vendette, ma per la verità che io devo a mio figlio". Morucci ha dato la sua versione, nel modo in cui poteva: "Non c'è una risposta per ogni singolo caso. Ci dev'essere una risposta storica". E sarebbe sciocco negare gli strappi che l'ex Br ha fatto con la sua storia quando ieri ha ammesso senza attenuare la sua responsabilità: "Io i fascisti li odiavo a morte, è evidente. Quell'odio era figlio di questa Repubblica, fondata sul sangue e lo scempio di piazzale Loreto".
Ecco, la grande storia e i casi individuali. Non si può fare la prima, se non si scava nei secondi. Anche coloro che furono accusati per il delitto Cecchin, sono stati assolti. E ancora oggi pare incredibile l'assoluzione di Francesco Marozza, accusato di essere l'uomo sceso da una 850 bianca che aveva tallonato e inseguito Cecchin. Per quanto possa sembrare strano, la Corte d'assise di Roma nel 1981 motivò così la sua scelta: "Marozza, se pure prosciolto con formula piena, non potrà mai scrollarsi completamente di dosso i dubbi ed i sospetti che aleggiano intorno alla sua persona". L'avvocato Vittorio Battista, legale della famiglia, dopo essersi battuto strenuamente perché reperti e perizie che provavano le percosse venissero acquisiti, disse alla madre di Cecchin: "Con questi verdetti di solito si motiva una condanna, non certo un'assoluzione". Non era una battuta. La stessa sentenza recitava: "Grave e singolare appare che i periti non abbiano approfondito l'indagine", "che abbiano dato una "scorsa" altrettanto superficiale ai rilievi effettuati dalla polizia scientifica". Di più: "È singolare che non abbiano tenuto in alcun conto i referti dell'ospedale". Anche per chiarire molte di queste zone d'ombra, il ministro Roberto Castelli sarà questa sera ospite di 'Punto e a capo' (Raidue ore 21.00) in una puntata dove Giovanni Masotti e un giornalista che conosce la storia della destra per averla vissuta, Gennaro Sangiuliano, hanno costruito un dossier intomo ai tanti punti interrogativi lasciati aperti dal caso. Ma quel che resta fuori dai fascicoli giudiziari è un incredibile oceano di dolore. Quello della signora Zicchieri e delle sue due figlie, certo. Ma anche quello di Maria Carla Cecchin, sorella di Francesco, che si ritrovò al fianco del fratello quella sera, quando gli uomini che scendevano dalla 850 bianca urlarono: "E lui prendetelo!". E quando Francesco le disse: "Va' via, scappa!". Non scappò, ovviamente: e gli corse dietro senza riuscire a raggiungerlo, né lui, né i killer. Anche sua madre, la signora Cecchin dice con un taglio di sorriso amaro: "Non voglio vendette, mi basterebbe la verità". E in quale contabilità va messa la morte di suo marito Antonio, stroncato dal dolore? Di fronte a prezzi così alti, si spiega l'ostinata memoria che ieri alla veglia faceva commuovere persino un vecchio lupo come Buontempo: "La metà di questi ragazzi, quando Francesco è morto non erano nati. Erano bambini quando è stato ucciso Paolo! Questa presenza, per collegamento ideale, e non diretto, è la pagina più bella della politica di oggi... l'esercizio della memoria, a destra o a sinistra, è l'unico antidoto contro il cinismo di questi tempi". la veglia per Di Nella si chiude con un "presente" a braccio teso. Un rito che Federico ladicicco, presidente di Azione Giovani (l'unico a parlare) racconta così: "Non è ostentazione, ma un tributo: una cerimonia privata... in luogo pubblico". Aggiunge Giorgia Meloni, la leader dei giovani di An: "Qualcuno ci accusa di ripeterci. Oppure ci chiede incuriosita: ma perché mai siete ancora qui a ricordare, ogni anno, tutti questi morti lontani? La risposta è semplice: ognuno di noi potrebbe essere stato uno di loro. E finché faremo politica lo faremo anche in loro nome". Su viale Libia, da anni, una scritta immensa:"Paolo vive", sotto cui - ieri - c'erano due bracieri accesi e due militanti in turno di veglia. Il primo di quei turni l'ha fatto anche Alemanno, nel cuore della notte, con i pantaloni militari, come quando era nel Fdg. Anche lui, oggi, spiega:"Vengo sempre, perché le morti di Paolo e Francesco mi hanno cambiato la vita". C'è una scritta che dice "Mario vive!" anche a via Erasmo Gattamelata, al Prenestino. "E in un quartiere dove da anni non tenevano più commemorazioni - spiega felice Luca Malcotti, consigliere comunale - da qualche anno si è ripreso il rito". Ci sono fiori tutti i giorni, ad Acca Larentia, e una piccola foto di Stefano Recchioni, nell'angolo in cui la sua vita incontrò una pallottola. E c'è il nome di Cecchin, dipinto nel muro, vicino al terrazzino da cui l'hanno gettato. Ci sono tanti segni sui muri di Roma, che bilanciano il bianco delle pagine delle sentenze e i vuoti di memoria dei protagonisti. Pippo Falvella, che ha perso il fratello Carlo dice: "A destra e a sinistra, dobbiamo chiudere la stagione del sangue, pagare tutti i conti. Allora sarà possibile un'amnistia". E Marcello De Angelis direttore di Area, e a sua volta fratello di Nanni, militante di Terza posizione "suicidato" in carcere, aggiunge: "Per rompere il muro degli Omissis serve il coraggio di un grande baratto: verità in cambio di libertà". Perché su questo ha ragione la signora Zicchieri:"Sa, io ora sto benissimo: perché non mi ricordo nemmeno cosa gli ho detto, al signor Morucci. Ma era trent'anni che glielo volevo dire".
Luca Telese

LA VICENDA
Tre vite spezzate
nessun perché
Mario Zicchieri. Detto "Cremino", ucciso nel 1975 a colpi di fucile pompa mentre usciva da una sezione del Msi.
Paolo Di Nella. Morì nel 1983 dopo una settimana di coma. Venne sprangato mentre affiggeva manifesti.
Francesco Cecchin. Morì a Roma nel 1979 dopo essere stato gettato da un muretto.

16 febbraio 2005 - PLINIO: RIAPRIRE IL CASO VENTURINI
"La Repubblica"
IL CASO
Il vicepresidente ligure su un militante del Msi morto nel ?70
"Genova, ucciso da estremisti riaprite il caso Venturini"
MASSIMO CALANDRI
GENOVA - Gianni Plinio, vicepresidente della Regione e leader storico della destra ligure, ha scritto una lettera al Procuratore generale di Genova chiedendo la riapertura dell´inchiesta per la morte di Ugo Venturini, giovane militante del Movimento Sociale che il 18 aprile 1970 fu colpito da una bottiglia piena di sabbia e pietre durante un comizio di Giorgio Almirante, e morì dopo 12 giorni di agonia. "La prima vittima dell´odio politico e degli anni di piombo", lo ricorda oggi l´esponente di An, legato al ministro degli Esteri Gianfranco Fini da una lunga e fraterna amicizia. "In direzione del palco arrivò una pioggia di oggetti lanciati da un gruppo di esponenti dell´ultrasinistra, Venturini cercò di proteggere Almirante e venne colpito. Tra quella gente si nasconde l´assassino, che a distanza di 35 anni gira tranquillo e indisturbato per le strade della nostra città", continua Plinio, sottolineando quelle che a suo parere sono le analogie con Primavalle e la recente decisione della Procura romana. "Io quel giorno c´ero, al comizio di piazza Verdi davanti alla stazione Brignole: da allora non mi sono mai dato pace, e con me tutte le persone che erano vicine ad Ugo Venturini. Non vogliamo alimentare rancori od odio, la stagione politica appartiene al passato: cerchiamo semplicemente giustizia". E sull´altare della giustizia offre alcune fotografie che ritraggono i lanciatori di pietre e bottiglie, poi parla di un misterioso filmato e testimonianze che "allora finirono chissà dove, perché le cose andavano così: ma oggi i tempi sono cambiati, chissà che non saltino fuori": si dice convinto, insomma, che i presupposti per una nuova indagine ci siano tutti. Domenico Porcelli, procuratore generale, forse già stamani passerà il fascicolo al capo della Procura, Francesco Lalla, cui spetterà la decisione.
Ugo Venturini era un operaio di 35 anni, viveva nel popolare quartiere di Molassana. Una moglie, Erica, un figlio di sei anni, Walter. "Due volte vittime di quella tragedia, che nonostante la solidarietà e l´amicizia di tutti noi segnò per sempre la loro esistenza. Lei è morta qualche anno fa, suicida. Il ragazzo purtroppo è finito nei guai con la droga, e oggi è detenuto nel carcere di Marassi. Donna Assunta, la vedova di Giorgio Almirante, ancora nella sua ultima visita a Genova mi ha subito chiesto notizie. I genitori di Ugo erano gente modesta, di origine toscana, sono scomparsi già da molti anni". Secondo Giorgio Bornacin, onorevole di An che all´epoca aveva 21 anni ed era segretario della Giovine Italia, fu un omicidio premeditato: "Saranno state centocinquanta, duecento persone al massimo. Si erano mobilitate da giorni, c´era Radio Gap - quella dei precursori delle Brigate Rosse, che s´infiltravano via audio nelle trasmissioni televisive - che chiedeva di impedire a tutti i costi che "quel boia fucilatore di Almirante prendesse la parola"". Sul palco cominciò a piovere di tutto, Venturini fu raggiunto alla testa: trasportato all´ospedale San Martino, entrò in coma e morì dopo una lunga agonia. "Allora l´omertà fu tremenda, oggi mi auguro che qualcuno si decida a parlare - dice Plinio - . Perché se questa Genova democratica vuole dedicare una targa a Carlo Giuliani, deve prima rendere giustizia a un caduto per la libertà di 35 anni fa".

21 febbraio 2005 - VELTRONI INCONTRA MADRE DI VALERIO VERBANO
ANSA:
TERRORISMO: VELTRONI INCONTRA MADRE DI VALERIO VERBANO
MILITANTE DI SINISTRA UCCISO IL 22 FEBBRAIO 1980
"In questa casa si e' consumato uno degli episodi piu' terribili della nostra storia, una storia agghiacciante quella che va dalla meta' degli anni '60 agli anni '80, quando i ragazzi potevano pagare con la loro vita le proprie idee". Sono le parole del sindaco di Roma Walter Veltroni che oggi pomeriggio ha incontrato la madre di Valerio Verbano, militante di estrema sinistra ucciso a 19 anni, il 22 febbraio del 1980, da tre persone proprio nel suo appartamento a Montesacro. E proprio in quella casa, questo pomeriggio il sindaco Veltroni ha parlato con Rina Zappelli, la mamma di Valerio che fra due mesi compira' 82 anni e che e' rimasta sola dopo la morte del marito.
"Quello di Valerio Verbano e' un caso abbastanza particolare: tre persone quel giorno nell'80 entrarono nell' appartamento, sequestrarono i genitori di Valerio, imbavagliandoli e legandoli al letto, e aspettarono che lui rientrasse a casa", ha raccontato il sindaco Veltroni. "C'e' stata una colluttazione violenta - ha aggiunto la mamma di Valerio -, lui ha tentato di disarmare gli aggressori che pero' hanno sparato due colpi. Uno ha raggiunto il muro, l'altro la schiena di Valerio che ha avuto un'emorragia ed e' morto sul divano del salone". E il divano sul quale ha perso la vita il giovane Valerio e' ancora li', sistemato nella stanza dell' appartamento. "Ci sono persone che hanno compiuto quell' assassinio - ha detto Veltroni - e che probabilmente non erano sole. Immagino che qualcuno le abbia aiutate. Dopo 25 anni ancora non si sa nulla. Bisogna ricostruire la memoria tutta intera, la storia di terrorismo e della violenza e in questa citta' cerchiamo di farlo con lo spirito degno di 25 anni dopo". Il sindaco ha inoltre ricordato le parole "belle" che la mamma di Valerio ha avuto per la famiglia Mattei: "Di fronte all'uccisione di figli - ha detto infatti la signora Rina - non si puo' altro che provare immenso dolore".
"Bisogna sapere cosa e' successo e scoprire chi ha fatto quegli atti allucinanti. E' per questa verita' - ha aggiunto Veltroni - che sono venuto a trovare la mamma di Valerio. Penso di poterlo dire a nome di tutta la citta', perche' questa e' una citta' che ha imparato sulla sua pelle il valore della liberta', della tolleranza, e del dialogo".
La mamma di Valerio ha detto di essere rammaricata perche' dopo la morte del figlio, tutti "si sono dimenticati di lui. Anche voi dove eravate ? - ha detto rivolgendosi alla stampa presente nel suo appartamento -. Non c'e' stata nessuna indagine. Perche' vi siete mossi tutti soltanto adesso?". La signora Rina Zappelli ha poi detto che secondo lei, "forse possono essere stati i fascisti ad uccidere il figlio. Prima di morire - ha detto la donna - vorrei vedere in faccia gli assassini di mio figlio. Mio marito non c'e' riuscito. Ricordo che quel giorno quando ero a letto imbavagliata speravo che mio figlio, uscito da scuola, avesse un incidente con la vespetta cosi' non sarebbe rientrato a casa. I tre sono entrati in casa col volto coperto dal passamontagna, hanno aggredito me e mio marito - ha detto Rina -. Poi e' tornato Valerio e ha tentato di bloccarli, lui che faceva judo e karate, ma gli hanno sparato addosso. Non hanno voluto indagare: forse c'era qualcosa di grosso sotto, hanno voluto insabbiare tutto. Io non mi sono mai interessata di politica, ma nel mio piccolo posso solo dire questo".
Rina Zappelli ha poi spiegato di non sapere, prima della morte del figlio, che Valerio facesse parte di Autonomia Operaia:
"Valerio diceva che voleva fare il giornalista - ha raccontato la donna -, amava fare fotografie. Ma io e mio marito non sapevamo del suo impegno politico. Aveva una camera oscura per stampare le fotografie nella sua stanza e un giorno vidi delle foto con dei palazzi. Gli chiesi cosa fossero, e lui mi rispose che erano delle abitazioni che dovevano essere sfrattate. E' stato preso tutto dopo la morte, le fotografie e i dossier che aveva mio figlio. E' stato ucciso anche il giudice Mario Amato che stava lavorando sul dossier di Valerio".
Presente oggi anche il deputato verde Paolo Cento, legato da amicizia a Valerio. "Quello di oggi e' un elemento di grande riconciliazione - ha detto Cento - dopo un silenzio che e' durato troppo anche da parte della sinistra ufficiale. E' un atto dovuto, perche' bisogna coltivare una memoria che e' politica e storica insieme". La signora Rina ha detto di avere tanti amici ma di essersi sentita abbandonata nel ricordo del figlio. "Qui a casa venne anche Nanni De Angelis di Terza Posizione a dire che non erano stati loro. Io e mio marito gli credemmo. A portare Valerio all'ospedale quel giorno fu un suo amico di destra che abitava qui vicino e che ebbe il coraggio di accompagnarlo".

23 febbraio 2005 - VITTIME STRAGE BOLOGNA SU MAMBRO E FIORAVANTI RADICALI
ANSA:
RADICALI: VITTIME STRAGE BOLOGNA, CON LORO MAMBRO E FIORAVANTI
TRATTATIVA ELETTORALE CON I POLI SVILISCE ETICA POLITICA
I familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna intervengono sulla trattativa per un accordo elettorale tra i Radicali e i due poli, Unione e CdL, e si dicono "attoniti di fronte ad una situazione che vede l'etica della politica svilita per qualche pugno di voti".
"All'interno del Partito Radicale - commenta il presidente dell'Associazione familiari, Paolo Bolognesi - hanno militato Francesca Mambro e Valerio Fioravanti; quest'ultimo nel 2003 figurava tra i componenti del Comitato Nazionale Radicale. Ricordiamo ad entrambi i poli che queste persone, terroristi fascisti dei Nar, sono gli esecutori materiali della strage alla stazione centrale di Bologna del 2 agosto 1980, che causo' 85 morti e 200 feriti, e di altri 13 omicidi".

28 febbraio 2005 - VERDI A VELTRONI, UNA STRADA PER ROBERTO SCIALABBA
ANSA:
TERRORISMO: VERDI A VELTRONI, UNA STRADA PER ROBERTO SCIALABBA
Intitolare una strada di Roma a Roberto Scialabba, giovane militante della sinistra ucciso nel quartiere Alberone da un commando neofascista, nel 1978. E' la richiesta che il coordinatore politico dei Verdi, Paolo Cento, ha fatto al sindaco della capitale, Walter Veltroni. Secondo Cento "il barbaro assassinio di Roberto Scialabba, di cui ricorre oggi l'anniversario, e' stato dimenticato in tutti questi anni da istituzioni e forze politiche. Ne' gli esecutori materiali, ne' i mandanti dell'omicidio sono mai stati perseguiti: abbiamo percio' la necessita'- ha proseguito il coordinatore dei Verdi - di ricostruire una memoria condivisa di quegli anni, di ricercare la verita' storica e politica su chi armava lo squadrismo fascista nella periferia romana, non per riaprire le pagine dell'odio ma evitare mistificazioni su quella fase della nostra vita. La nostra richiesta di dedicare una strada a Roberto Scialabba - ha concluso Cento - e' un gesto che puo' contribuire a rompere il silenzio su quell'assassinio".

28 febbraio 2005 - UCCISIONE MANTAKAS: 30° ANNIVERSARIO
"La Stampa"
La morte che scatenò gli Anni di piombo
Francesco Grignetti
ROMA
Ventotto febbraio 1975, trent'anni fa. A Roma, in piazza Risorgimento, c'è un ragazzo che si accascia a terra. Ha un proiettile in fronte. Si chiama Mikis Mantakas, iscritto al Fuan, studente greco fuorisede. Assieme ad altri giovani camerati, Mantakas è uscito da una porta posteriore della sezione del Msi di via Ottaviano e ora, con la cinghia dei pantaloni arrotolata sul pugno, sta andando all'assalto del gruppo di autonomi che li assediano con spranghe, molotov e bastoni. Ma trova sulla sua strada due coetanei che gli spianano contro le pistole. Sparano. Mantakas muore. Comincia così un'altra pagina buia di violenza politica. L'ennesimo anello della catena di eventi che porterà l'Italia dritta negli Anni di Piombo.
Una giornata da dimenticare, quel 28 febbraio 1975. O forse no: da ricordare anche nei minimi particolari. Si comincia male. Con un tafferuglio all'ingresso del Palazzo di Giustizia. E' cominciato da una settimana il processo per la strage di Primavalle (1973) e c'è Achille Lollo alla sbarra. I militanti del Msi hanno dato vita a manifestazioni dure fin dal primo giorno. Si lamentano aggressioni, danneggiamenti, botte. La risposta dell'ultrasinistra è scontata. Corteo non autorizzato da Primavalle fino a piazzale Clodio: primi incidenti con la polizia. Presidio davanti al tribunale: altri incidenti. C'è in prima fila a ostentare un'aria spavalda e aggressiva un certo Alvaro Lojacono, vent'anni, vestito alla moda del tempo con occhiali a specchio, cappello da marinaio e impermeabile bianco. Si accapiglia subito con uno di destra. Li dividono i carabinieri del maggiore Antonio Varisco, che è l'ufficiale responsabile dell'ordine pubblico a Palazzo di Giustizia, e che qualche anno dopo verrà ammazzato dalle Brigate Rosse.
All'ora di pranzo, terminata l'udienza, riprendono gli scontri. C'è l'assalto alla sezione del Msi di via Ottaviano. Nuovi tafferugli. La sortita dei giovani di destra. Il tiro al bersaglio in piazza Risorgimento. E' forse la prima volta che le pistole sparano in piazza. Un poliziotto di passaggio si butta coraggiosamente all'inseguimento dei due sparatori. Li rincorre. Riesce a catturarne uno, si chiama Fabrizio Panzieri, militante dell'Autonomia operaia. Qualche ora dopo, c'è già la prima perquisizione a casa del suo amico Lojacono. Lo hanno riconosciuto in diversi del Msi. Lui a casa non c'è; ai carabinieri apre la cameriera. Alvaro abita in un elegante appartamento a due passi da Campo dei Fiori con il padre, Geppo, noto economista che collabora all'Istituto per gli studi di programmazione economica, illustre iscritto del Pci dagli Anni Cinquanta.
Da quel momento, per un paio di anni, per Alvaro Lojacono è tutto un susseguirsi di indagini, processo, latitanza. Torna in circolazione solo dopo il marzo del 1977, quando il tribunale in primo grado lo assolve dall'accusa di omicidio. Nel frattempo è diventato un "eroe" del Movimento. E non solo: a sostegno del suo amico Fabrizio Panzieri, che è stato condannato a otto anni per concorso morale nell'omicidio, tre mostri sacri della sinistra, ovvero Vittorio Foa, Aldo Natoli e Antonio Landolfi, componenti del Comitato per la liberazione di Panzieri, si autodenunciano provocatoriamente. Un po' alla maniera del processo a Lollo, anche per Panzieri e Lojacono c'è stata una veemente campagna innocentista che ha mobilitato intellettuali e politici, soprattutto socialisti e pduppini.
Lojacono - si scoprirà poi - in quei due anni di latitanza non ha lasciato Roma. Tutt'altro. Assieme al suo più caro amico, Valerio Morucci, e tanti altri reduci dall'esperienza di Potere Operaio, ha cominciato la pratica della lotta armata. Prima il terrorismo minore delle Fac, Formazioni armate comuniste. Poi, nel 1977, il salto nella colonna romana delle Br. E qui c'è l'incredibile parabola, la doppia vita, l'esistenza parallela di Lojacono. Hanno raccontato diversi pentiti che Alvaro, nome di battaglia "Otello", partecipa all'assassinio del giudice Riccardo Palma (14 febbraio 1978), all'agguato di via Fani (16 marzo 1978), all'omicidio del giudice Girolamo Tartaglione (10 ottobre 1978). E' entrato da "irregolare" nella colonna specializzata in attentati a magistrati e poliziotti. Dipende da Adriana Faranda. Fa coppia fissa con il suo amico Alessio Casimirri. Pende dalle labbra di Morucci.
Intanto conduce l'apparente vita di sempre. Arriva il secondo grado del processo Mantakas: dibattimento dal 28 aprile al 31 maggio 1980. Il giovanotto è quasi sempre in aula. Se lo ricorda bene Filippo Mancuso, l'ex ministro della Giustizia, che oggi è un deputato di Forza Italia e all'epoca presiedeva la corte: "Sempre elegante, in abiti di velluto scuro da ragazzo di buona famiglia. Sfrontato. Sguardo duro. Ricordo anche il padre, affranto, sullo sfondo".
Al processo, a sorpresa, nonostante i dubbi dei testimoni d'accusa, militanti del Msi che erano con Mantakas a piazza Risorgimento e che ora ritrattano, lo condannano a sedici anni di carcere. Dice ancora Mancuso: "Lojacono non se l'aspettava proprio".
Fece ricorso in Cassazione e perciò rimase in libertà. Allo stesso tempo si diede da fare per sparire. Il padre bussò a tutte le porte finché non trovò aiuto da un vecchio amico, un parlamentare del Pci, che fece ottenere al figlio una buona accoglienza in Algeria. Oggi Lojacono ha la cittadinanza svizzera, non può essere estradato in Italia, ha scontato undici anni di carcere a Lugano per l'omicidio Tartaglione. Per la morte di Mantakas non ha fatto un giorno di carcere.

L'ALLORA VICESEGRETARIO DEL PSI: CON ME C'ERANO ANCHE TERRACINI, NATOLI, VITTORIO FOA
"Un comitato per garantire un processo giusto"
Landolfi: c'era sempre il sospetto che le imputazioni fossero affrettate
ROMA
E poi fu costituito un Comitato garantista a favore di Panzieri... Ne facevamo parte Umberto Terracini, Aldo Natoli, Vittorio Foa e anch'io". L'ex senatore socialista Antonio Landolfi, che oggi guida la Fondazione Mancini, ricorda bene gli anni in cui la sinistra ufficiale, dal '68 fino al '76-77 guardò con condiscendenza agli extraparlamentari.
Era il 1977. Il giovane Fabrizio Panzieri affrontava il processo per l'omicidio Mantakas. Il suo amico Alvaro Lojacono era scappato dall'Italia. Non soltanto i "gruppettari", ma anche voi prendeste partito a favore. Lei era vicesegretario del Psi.
"Guardi, negli ambienti socialisti-garantisti, che erano la maggioranza all'epoca, si distingueva tra Panzieri e Lojacono. Non so per quale ragione precisa, ma insomma si riteneva generalmente che Panzieri fosse meno implicato in quel delitto. Che fosse un delitto non c'è dubbio: lì spararono. Ma bisogna riandare a quegli anni... La sezione Msi di via Ottaviano era considerata di "guida" dal punto di vista degli scontri. Al vicino liceo Mamiani, soprattutto. E così nacque il Comitato garantista".
Un Comitato per fare che cosa?
"Mah, quello che si faceva in quei casi. Non una solidarietà politica, ma appunto garantista. Si chiedeva il rispetto delle regole. Andammo a parlare con i giudici. Ci facemmo ricevere dal ministro di Grazia e Giustizia, Bonifacio, un democristiano che era stato presidente della Corte Costituzionale, un gentiluomo garantista anche lui".
Temevate forzature nel processo?
"In effetti a quell'epoca c'era sempre il sospetto che le imputazioni fossero affrettate. D'altronde in Italia parliamo sempre di processi indiziari... Insomma, cercavamo di accertarci che Panzieri avesse un giusto processo. E così fu. La Prima Repubblica era abbastanza corretta nelle sue forme giuridiche. Le forzature sono venute dopo".
Panzieri sì, Lojacono no. Perché questa scelta di persona? Avevate già avuto indicazioni di non esporvi sul nome di uno che aveva fatto il salto verso la lotta armata? O era una ennesima questione politico-familiare?
"No, quale famiglia. Ricordo che Panzieri aveva una sorella che insegnava alla scuola media e cercava di aiutare con il suo affetto questo fratello in carcere... Il padre di Lojacono, mai visto. Ho letto poi che si è dato da fare per aiutare il figlio e che avrebbe trovato l'appoggio di un parlamentare del Pci. Ma quale padre non avrebbe aiutato un figlio, anche il più degenere? Comunque noi ci battemmo soltanto per Panzieri. Su Lojacono c'era come un non-detto, una tacita intesa che era bene non interessarcene. Per noi era una battaglia di garantismo e basta. Dai tempi di Pinelli, i giornali di estrema sinistra, e non solo, erano pieni di una diffidenza pregiudiziale, a volte immotivata, e a volte no, contro lo Stato. Questo era il problema. E per questo motivo nacque il nostro Comitato".

GENNAIO
Il 24 l'estremista di destra Mario Tuti uccide due carabinieri che stavano per arrestarlo.
FEBBRAIO
IL 28 Mikis Mantakas è ucciso durante uno scontro con militanti dell'estrema sinistra a Roma.
MARZO
Il 13 Sergio Ramelli, membro del Fronte della Gioventù, viene aggredito a Milano da militanti di estrema sinistra. Muore alcuni giorni dopo.
APRILE
Il 14 membri di Autonomia Operaia sequestrano, a Milano, Carlo Saronio, che muore a poche ore dal rapimento.
Il 16 Antonio Braggion, neofascista, uccide, a Milano, con un colpo di pistola, Claudio Varalli.
MAGGIO
Il 22, durante un'azione dimostrativa dei Nap al manicomio giudiziario di Aversa, un ordigno uccide il nappista Giovanni Taras
GIUGNO
Il 5, in uno scontro a fuoco per liberare l'industriale Vallarino Gancia prigioniero delle Br, è uccisa la moglie di Renato Curcio, Margherita Cagol e restano feriti due carabinieri.
Il 13 un militante di Lc, Alceste Campanile, è ucciso con un colpo alla nuca presso Reggio Emilia.
Il 17 neo fascisti lanciano molotov contro un corteo di militanti del Pci. Una delle molotov colpisce Jolanda Paladino che muore quattro giorni dopo.
OTTOBRE
Il 29 il militante del Msi Mario Zichieri viene ucciso a colpi d'arma da fuoco a Roma
NOVEMBRE
L'11, nel corso di une manifestazione della sinistra extraparlamentare, è ucciso dalla polizia, Pietro Bruno.

"Il Tempo"
Trent'anni fa moriva Mantakas
di ALFREDO VACCARELLA TRENT'ANNI. Sono passati trent'anni da quel 28 febbraio 1975. Chi quel giorno c'era, ricorda un pomeriggio di guerra civile, a Roma. La violenza esplode subito, il quartiere Prati è messo a ferro e fuoco, la sinistra extraparlamentare attacca e a farne le spese è un ragazzo greco, uno studente della Sapienza iscritto al Fuan, simpatizzante del MSI. Miki Mantakas frequenta la sezione di via Ottaviano, presa d'assalto: un colpo di calibro 38 in testa gli è fatale. Dopo due ore di agonia, il cuore di Mantakas cessa di battere alle 18,45 in punto. Un passo indietro, a questo punto. È un passo che torna ancora una volta a quegli anni maledetti e al rogo di Primavalle, alla strage, ai due fratelli Mattei bruciati vivi dai tre di Potere Operaio. I responsabili vengono individuati, ormai è storia arcinota, e tutti sanno che sono Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo, tornati ciascuno alla ribalta delle cronache in questi giorni per le ragioni ben note della prescrizione della pena e della riapertura del processo. Processo che però all'epoca è in pieno svolgimento. Il rogo è del 1973, le udienze penali contro Lollo e i suoi iniziano il 24 febbraio 1975. Per capire il clima basta uno slogan: "Achille Lollo c'è l'ha insegnato, uccidere un fascista non è reato" gridano le folle che danno l'assedio al palazzo di giustizia di piazzale Clodio. Siamo fra Prati e Delle Vittorie, quartieri di destra, lo scontro è inevitabile. E purtroppo non c'è solo la guerriglia urbana, le cariche contro le forze dell'ordine, gli scontri di piazza. No, c'è anche la caccia al fascista. Mantakas appunto, un bersaglio comodo. Il ragazzo muore poco dopo le revolverate, l'abbiamo detto. Ma anche qui per fortuna dare un nome ai colpevoli è facile. Quasi una beffa, visti gli sviluppi successivi. Gli assassini dello studente greco vengono individuati in due attivisti di sinistra, Alvaro Lojacono, ex Potere Operaio che poi entrerà nelle Brigate Rosse e sarà coinvolto nel sequestro Moro, e Fabrizio Panzieri, delle Unità Comuniste Combattenti. La sentenza di condanna a sedici anni di carcere - solo sedici anni - diventa definitiva nel 1981. In primo grado, Panzieri era stato condannato a nove anni per concorso morale in omicidio volontario, mentre Lojacono era stato assolto per insufficienza di prove. I due però nel frattempo hanno avuto modo di rendersi latitanti: Panzieri perché passato dalla libertà provvisoria alla fuga, Lojacono per via di quella assoluzione iniziale. Nessuno dei due aveva atteso il processo di appello, svoltosi contumacia. Sparito nel nulla Panzieri, di lui da allora non si è mai saputo più nulla. Quanto a Lojacono, bloccato in Corsica dalla polizia francese, in Italia non tornerà più perché non verrà conmcessa l'estradizione. Ma dalla Francia lancerà segnali inquietanti, spiegherà che "ho il sospetto che siano altri ad avere interesse a non affrontare i nodi di quegli anni, a cominciare dall'ex Pci, forse per la paura che esca qualche scheletro dall'armadio". Ad esempio, come nel caso di Lollo, Clavo e Grillo, il sistema usato per fuggire all'estero, sfruttando le credenziali fornite dal Partito. Trent'anni, tanto, tantissimo tempo. Troppo senza avere giustizia. E una storia che "potrebbe ora ripetersi con la prescrizione della pena - avverte l'avvocato Luciano Randazzo, difensore della famiglia Mattei - se facciamo tutti i conti vediamo che per la prescrizione della pena manca pochissimo, se non è già avvenuta". Il doppio della pena inflitta, dunque 32 anni. Non molto se si pensa a tutto il tempo trascorso senza avere più notizie. L'allarme insomma stavolta è stato lanciato per tempo. Resta da vedere se qualcuno vorrà raccoglierlo.

1 marzo 2005 - REGIONALI: RANDAZZO LASCIA DIFESA MATTEI, MI CANDIDO PER MSI
ANSA:
REGIONALI: RANDAZZO LASCIA DIFESA MATTEI, MI CANDIDO PER MSI
NON VOGLIO CHE ROGO PRIMAVALLE SIA STRUMENTALIZZATO
L'avvocato Luciano Randazzo lascia la difesa della famiglia Mattei, assunta dopo la riapertura dell'inchiesta sul rogo di Primavalle, e si candida alle elezioni regionali per l'Msi-Fiamma Tricolore, partito che appoggia la leader di Alternativa Sociale Alessandra Mussolini alla presidenza della Regione.
La decisione e' motivata "dalla volonta' dell'avvocato Randazzo - spiega il legale - di evitare che possano essere fatte speculazioni e strumentalizzazioni politiche di tale tragedia".

1 marzo 2005 - UN EX NAR CANDIDATO A MILANO
"La Stampa"
TRA VECCHI CAMERATI, TERZA POSIZIONE E PALESTRE DI KICKBOXING, LA SFIDA DI GUAGLIANONE A MILANO
L'ex Nar in lista con An, il ritorno dell'ultra-destra
GLI anni settanta possono ritornare in tanti modi, rivelazioni con trent'anni di ritardo ma anche candidature politiche inaspettate e, diciamo così, scomode. An presenta in lista alle prossime regionali in Lombardia un ex dei Nar. La cosa fa un po' discutere, a Milano. Pasquale Guaglianone detto Lino l'altra notte ha subìto un brutto assalto da parte di un attivista dell'autonomia milanese, che ha tirato una molotov contro un suo stand elettorale in corso Lodi ed è stato subito fermato. Era da tempo, però, che la anche la sinistra riformista della città si interrogava su quella che considera una precisa strategia elettorale di An: strizzare l'occhio alla destra-destra, alla militanza storica della città nera, anche per contrastare la concorrenza da destra di Alternativa sociale, il trio Mussolini-Fiore-Tilgher. Pas d'ennemi à droite, che c'era di meglio che candidare come indipendente il vecchio Guaglianone? Lino, come lo chiamano gli amici, è un omone robusto da sempre fissato con la politica. Due storiche passionacce: per la destra radicale e la boxe francese, quella che si tira con calci e pugni, di cui è istruttore. Oggi, dopo un passato militante e qualche vicenda giudiziaria che lo ha lambito, gestisce un bar e una palestra di kickboxing molto frequentati anche da quel che resta della destra radicale milanese, rispettivamente il "Maya" e la "Doria". Di quel mondo hanno fatto parte anche uomini come Carlo Digilio e Gilberto Cavallini, uno dei leader dei "Nuclei armati rivoluzionari", coinvolto a vario titolo nelle stragi italiane e accusato infine di una quindicina di omicidi. Racconta però l'assistente di Guaglianone che "Lino può anche esser stato amico di militanti che hanno scelto forme estreme di lotta senza che noi lo sapessimo", "può anche esser stato coinvolto in un processo", "ma sono storie remote". Oggi è da tempo sulla linea di An, "pienamente integrato con le regole della democrazia". Per la precisione, informano quelli del suo staff elettorale, fa parte della corrente "Destra protagonista". Così, scurdammose o' passato, all'inizio di febbraio al Circolo della stampa di Milano c'è stata una piacevole serata tra amici di antica data. Invitati a un forum sul tema "Cultura, ideali e politica", un gruppo di vecchi sodali di attività politica ha presentato Le ragioni ideali della destra, interessante saggio scritto a più mani, tra le quali quelle di Cesare Ferri, Marco Valle, Pietro Cerullo, Maurizio Murelli. Con la presenza di Ignazio La Russa, che festeggiava il decennale di An, in platea c'erano anche volti celebri della stagione neofascista come Nico Azzi o Gabriele Adinolfi. Cosa c'entravano, per dire, Adinolfi, uno dei fondatori di Terza Posizione ora collaboratore della rivista Orion, con Pietro Cerullo, ex onorevole del Msi e animatore di quella corrente scissionista chiamata Democrazia Nazionale, al tempo benevolmente guardata persino dalla Dc? E che avevano in comune gli uomini moderatissimi del partito con Cesare Ferri, romanziere, prima incriminato e poi prosciolto dall'accusa della strage di Piazza della Loggia? Lino Guaglianone spiegò allora: "Lo scopo di questa operazione è offrire a questo mondo la possibilità di uscire dall'isolamento che lo aveva ristretto in una torre d'avorio, all'irrilevanza e alla disperazione". Dunque, nobilissimi propositi per riagganciare aree politiche altrimenti condannate alla fogna eterna. Nessuna spregiudicata operazione elettoralistica, per carità. In lista con An compare anche un Salvatore Umberto Almirante, la parentela con Giorgio esisterebbe ma è "lontana", e comunque basta a far scrivere sul bigliettino elettorale "torna a votare Almirante, la certezza dei valori". Naturalmente, su quei bigliettini non c'è nulla che ricordi neanche lontanamente gli antichi slogan di Nar e Terza Posizione.

2 marzo 2005 - ROGO PRIMAVALLE: AVVOCATO RANDAZZO INDAGATO PER CALUNNIA
ANSA:
ROGO PRIMAVALLE: AVVOCATO RANDAZZO INDAGATO PER CALUNNIA
CONTRODENUNCIA LEGALE NEI CONFRONTI DI PIPERNO, MORUCCI E PACE
L' avvocato Luciano Randazzo, ex legale della famiglia Mattei (si candida nelle file del Ms Fiamma tricolore alle prossime regionali), e' indagato dalla procura di Roma per calunnia nell' ambito delle querele presentate da Valerio Morucci, Lanfranco Pace e Franco Piperno dopo la denuncia che il penalista aveva presentato nei confronti dei tre ex dirigenti di Potere Operaio. Il legale, a sua volta, ha reso noto di aver controdenunciato per calunnia gli stessi Pace, Piperno e Morucci.
L' iscrizione costituisce un atto dovuto. Le querele erano state presentate direttamente nei confronti di Randazzo e non in qualita' di rappresentante legale della famiglia Mattei poiche' la denuncia di quest' ultimo era stata presentata in proprio da Randazzo e non in qualita' di rappresentante legale della famiglia.
Il fascicolo processuale, aperto dal procuratore Giovanni Ferrara, e' stato affidato al pubblico ministero Franco Ionta, lo stesso che indaga sul rogo di Primavalle e che a giorni inoltrera' la rogatoria per sentire in Brasile Achille Lollo, l' ex estremista di Pot.Op le cui dichiarazioni hanno determinato la riapertura dell' inchiesta sull' omicidio dei fratelli Virgilio e Stefano Mattei.
Dal canto suo l'avvocato Randazzo, che ribadisce le accuse formulate in merito alla vicenda del rogo di Primavalle, spiega che, ricordando un pronunciamento della Cassazione "in tema di reato di calunnia, il difensore non puo' essere chiamato a rispondere della sussistenza di fatti denunciati solo quando la prestazione professionale si limiti ad espletare il mandato nei limiti consentiti dalla legge".
"La presentazione dell'atto di denucia-querela, da parte del difensore - continua l'avvocato Randazzo - nell'esercizio del proprio mandato professionale, sulla base di argomentazioni oggettive, peraltro gia' note e in possesso dell'autorita' giudiziaria, e asserenti ipotesi di responsabilita' altrui, non sono in astratto idonee ad integrare la fattispecie del reato di calunnia".

4 marzo 2005 - FRAGALA' SU QUERELA MORUCCI E ALTRI A AVV.RANDAZZO
"L'Opinione"
L'esponente di An spiega perché chi ha ucciso i Mattei e Mantakas ha deciso di querelare l'avvocato Randazzo
Intervista, Fragalà: "I terroristi godono di coperture intellettuali, politiche e giudiziarie"
di Ruggiero Capone
Enzo Fragalà è il capogruppo di An in commissione Mitrokhin. Il rigurgito di coperture ad ex terroristi rossi e, soprattutto, il tentativo di dimostrare comprensione umana verso le nuove Br e gli autori della bombe anarchiche, ha spinto L'opinione ad intervistare Fragalà.
Ancora una volta va di scena il buonismo verso l'eversione marxista?
Persiste continuità e contiguità ideologica fra le aree eversive, costantemente nutrite da una campagna di odio. C'è un legame logico-temporale fra gli attentati anarchici firmati dal Fai e le sentenze emesse in questi giorni dalla magistratura di Roma nei confronti dei brigatisti rossi, assassini del professor Massimo D'Antona.
Ha visto che l'avvocato Luciano Randazzo è ore indagato per le denunce presentate dagli ex Potere operaio, gli stessi che hanno dichiarato, durante una puntata di Porta a Porta, che i fratelli Mattei sia sarebbero dati fuoco da soli?
Fa tutto parte della logica comunista del continuare a negare che vi sia un substrato nel quale una certa area eversiva cresce e si alimenta. Gli eversori di ieri e di oggi galleggiano anche grazie alle campagne di odio lanciate irresponsabilmente, e a più riprese, dalla sinistra. La stessa che nega, irresponsabilmente, il rischio che il paese possa ricadere in anni oscuri. In cui le Brigate Rosse erano, per la sinistra e per i suoi cantori le "sedicenti Brigate Rosse".
Quindi si corre il rischio di veder condannato l'avvocato Randazzo solo perché ha difeso la famiglia Mattei, cercando giustizia per il Rogo di Primavalle?
L'egemonia dell'estrema sinistra in ambienti politico-giudiziario c'è ancora tutta. Basti ricordare che Terracini guidava il corteo di Potere Operaio da cui si staccarono gli assassini di Mantakas. E sono penosi i tentativi di Piperno di coprire le responsabilità politiche e giudiziarie degli ex Pci. Piperno, ha querelato Randazzo, perché continua la sua opera di copertura della responsabilità, connivenze e complicità della sinistra tutta, Botteghe Oscure comprese. Una copertura che s'estende anche ad alcuni esponenti del partito socialista di allora, che garantivano l'impunità agli attivisti di Potere Operaio che si erano macchiati della strage di Primavalle.
E di Morucci che ci dice, anche lui ha querelato il legale dei Mattei?
La testimonianza resa da Valerio Morucci nel suo libro, rimarcata poi anche da Aldo Grandi nella storia di Potere Operaio, dimostra come la mistificazione, il depistaggio e, addirittura, la falsa controinchiesta
realizzata da alcuni giornalisti del Messaggero di proprietà di Ferdinando Perrone (padre di Diana) avevano tutte come obiettivo quello di assicurare l'impunità a Lollo, Clavo e Grillo. Per garantire, da una parte, l'impunità politica ai suggeritori ed ai registi di quel clima di terrore e, dall'altra, l'impunità giudiziaria agli altri tre autori della strage rimasti nell'ombra e di cui Lollo ha fatto finalmente i nomi.
Non le sembra che le colpe dell'allora Pci investano alcuni padri dei Ds?
C'è qualcosa di ancora più grave nelle rivelazioni di Lollo. Inchioda il Pci a responsabilità politiche ineludibili. Umberto Terracini, che andava a trovare Lollo in carcere per invitarlo al silenzio, è lo stesso Umberto Terracini che dirigeva il soccorso rosso per difendere tutti i coinvolti in atti di eversione e di terrorismo appartenenti alla sinistra extraparlamentare. Terracini guidava il corteo di solidarietà degli assassini dei fratelli Mattei, quando che fu compiuto l'omicidio dello studente militante di destra Mikis Mantakas: assassinato dal gruppo di Potere operaio staccatosi dal corteo a piazza Risorgimento.

5 marzo 2005 - POLEMICHE SU CANDIDATURA GUAGLIANONE
"Il Corriere della sera"
Accuse tra destra e sinistra Guaglianone: ho già pagato LE POLEMICHE Nessuno lo nomina. Nessuno lo accusa direttamente. Ma con l' irruzione nel centro sociale Vittoria il presente e il passato tornano a intrecciarsi. E il nome che nessuno pronuncia è quello del candidato di Alleanza nazionale alle prossime regionali, Pasquale "Lino" Guaglianone. Consigliere d' amministrazione delle Ferrovie Nord, titolare della palestra Doria e fino a un paio d' anni fa del bar Maya sui Navigli, Guaglianone è stato condannato a cinque anni per attività connesse con la tragica vicenda dei Nar di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro. Ma qual è il nesso tra Guaglianone e il Vittoria? Il ragazzo arrestato per aver gettato una bottiglia molotov contro un gazebo del candidato di An era legato proprio al centro sociale di via Muratori. Il consigliere regionale Umberto Gay (Prc) non usa mezzi toni: "Le autorità non dovrebbero avere difficoltà a individuare i mandanti e gli esecutori di questo atto". Perché "nell' ultima settimana due gazebo di An sono stati danneggiati. Uno era del consigliere Prosperini e io personalmente escludo che il consigliere Prosperini possa avere reazioni di questo tipo. Rimane il secondo". Quello, appunto di Guaglianone. Per la cronaca, in realtà, c' è stato un terzo danneggiamento contro An: quello contro il gazebo dell' ex assessore provinciale Paola Frassinetti. I consiglieri comunali del centrosinistra sono più felpati di Gay. Si limitano - nel condannare "i raid di una destra estrema che appaiono troppo indisturbati" - a trovare "inquietante" l' inserimento nelle liste elettorali di An "di un noto rappresentante delle frange estreme". Sempre lui. E Lino Guaglianone? Veste panni inattesi: "Non querelerò Umberto Gay, credo che abbia problemi seri, anche se mi fa un po' rabbia". Il punto è che "sono passati 25 anni dai fatti per cui sono stato condannato. Allora non ero, come si è scritto, il tesoriere dei Nar. Semplicemente, ho aiutato degli amici. Ma ho pagato. Oggi, come tutti quelli della mia età e col mio tipo di esperienze, sono una persona assai diversa da allora". Addirittura, Guaglianone sostiene si debbano "abbassare i toni. Penso a quel ragazzo che ha lanciato la molotov: tra vent' anni, per colpa di cattive letture e cattivi maestri, si porterà ancora il bollo di quel gesto". E la politica di oggi? È vero che Guaglianone rappresenta l' anti Mussolini? "Anti Mussolini io?". Alessandra Mussolini. "Ah, Alessandra... Guardi, io oggi voglio soltanto portare voti al mio partito e dare visibilità alla mia comunità di idee". Ignazio La Russa, il capo di An, appare infastidito: "L' unica considerazione politica che mi viene da fare, è che Alleanza nazionale si è aperta alla società civile, e a qualcuno questo dà fastidio". Silvia Ferretto, invece, lo dice con i fiori: ieri ha portato ai vicini di gazebo ulivisti un mazzo di rose: "Con quanto è successo negli ultimi giorni - spiega - si rischia un escalation di atti vandalici. Credo che entrambi gli schieramenti si debbano impegnare per un clima più distensivo, per un modo più civile di fare politica". Marco Cremonesi
Cremonesi Marco

15 marzo 2005 - RIAPERTO A GENOVA CASO DI MISSINO UCCISO IN PIAZZA NEL 1970
ANSA:
RIAPERTO A GENOVA CASO DI MISSINO UCCISO IN PIAZZA NEL 1970
SU ESPOSTO VICEPRESIDENTE AN REGIONE, INDAGHERA' PM DEL G8
La procura di Genova ha aperto un fascicolo sull' uccisione nel 1970 di un militante missino, Ugo Venturini, avvenuta nel corso di scontri durante un comizio di Giorgio Almirante. La riapertura del caso e' stata decisa a seguito di un esposto del vicepresidente della giunta regionale ligure, Gianni Plinio, di An.
Il delitto era avvenuto il 18 aprile del 1970 nei giardini di fronte alla stazione Brignole. Ugo Venturini aveva 35 anni e faceva l' operaio. Era sposato e aveva un figlio di sei anni.
Durante un comizio elettorale di Almirante, un gruppo di extraparlamentari di sinistra comincio' a lanciare oggetti contro il palco. Venturini cerco' di proteggere il segretario e fu colpito alla testa da una bottiglia piena di sabbia. Mori' all' ospedale il 1° maggio successivo.
I responsabili non furono mai individuati. Negli anni successivi, i missini parlarono dell' operaio genovese come della prima vittima degli anni di piombo.
Il 14 febbraio di quest' anno, dopo la riapertura dell' inchiesta sulla strage di Primavalle a Roma, il vicepresidente Plinio ha presentato un esposto al procuratore generale di Genova, Domenico Porcelli, chiedendo di riaprire anche l' inchiesta sul delitto Venturini.
Porcelli ha trasmesso l' esposto al procuratore della Repubblica Francesco Lalla, che ha aperto un fascicolo nel registro degli atti non costituenti notizie di reato, assegnandolo al sostituto Enrico Zucca (uno dei titolari delle inchieste sulle violenze alla scuola Diaz durante il G8).
"All' epoca - spiega Plinio - si parlo' di foto e filmati che riprendevano gli estremisti di sinistra a volto scoperto che lanciavano oggetti. Non si sa che fine abbiano fatto. A quei tempi, le inchieste sulle violenze contro la destra finivano in sordina. Forse, se queste immagini venissero esaminate con le tecniche odierne, potrebbero aiutare a scoprire i responsabili".
Per il vicepresidente della giunta ligure "nessuno vuole eccedere in istinti di rancore e vendetta. Ma credo che individuare i colpevoli dell' omicidio di Ugo Venturini sia nell' interesse superiore della verita' e della giustizia. Non e' bello pensare che i suoi assassini girano ancora indisturbati per Genova".

17 marzo 2005 - STRAGE BOLOGNA: INCHIESTA ANCORA APERTA, INDAGATO CAVALLINI
ANSA:
STRAGE BOLOGNA: INCHIESTA ANCORA APERTA, INDAGATO CAVALLINI
LE MOTIVAZIONI DELLA CONDANNA DI CIAVARDINI
C'e' ancora un fascicolo della Procura di Bologna, che vede indagato l'ex Nar Gilberto Cavallini, aperto per la strage alla stazione del 2 agosto '80.
Lo si evince dalle motivazioni della sentenza con sui la Corte di Appello di Bologna, sezione minorenni, il 13 dicembre scorso ha condannato a 30 anni l'altro ex Nar Luigi Ciavardini per la strage che quel 2 agosto provoco' 85 morti e 200 feriti. Nel 1980 Ciavardini era diciassettenne.
Cavallini era stato condannato per banda armata nel processo che aveva portato all'ergastolo di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro per la strage. Sulle sue spalle, ergastoli e diverse altre condanne. Cavallini fu protagonista tra gli anni Settanta e gli Ottanta della scia di sangue del terrorismo neofascista: diversi omicidi, tra cui quelli del giudice Mario Amato, dello studente di sinistra Amoroso (aggredito a caso per strada e ammazzato a coltellate davanti alla sede dell'Anpi di Milano), e di poliziotti e carabinieri tra Roma e Milano.
Cavallini venne arrestato in un bar di Corso Genova a Milano il
12 settembre 1983 assieme a un altro terrorista di destra
super-ricercato, Stefano Soderini. Cavallini un paio di anni fa e' stato accusato di aver compiuto una rapina in banca a Verona durante il 2002, mentre era in regime di semiliberta'.
Era stato il pm della Procura dei minori nel processo di primo grado a Ciavardini a inviare gli atti alla Procura della Repubblica di Bologna, "competente a trattare il caso di Cavallini, maggiorenne all'epoca del fatto", si ricorda nei motivi della sentenza. I giudici ricordano poi che "nulla si e' piu' saputo in merito allo sviluppo dell'iniziativa, fino alla memoria presentata dal difensore della parte lesa 'Comune di Bologna', che ha notiziato questo giudice della pendenza, nella fase delle indagini preliminari, di un procedimento penale per la partecipazione alla strage a carico di Gilberto Cavallini". "La pendenza di un procedimento a carico del Cavallini - dicono i giudici - non modifica il quadro probatorio nei confronti di Ciavardini, tanto piu' che non risulta emesso alcun provvedimento giudiziario con cui potersi confrontare (archiviazione o richiesta di rinvio a giudizio), per approfondire le ragioni dell'atteggiamento 'attendista' della Procura della Repubblica di Bologna sul conto di Gilberto Cavallini. Non spetta a questa Corte sindacare la strategia della Procura e dare giudizi su Cavallini".
L'atteggiamento definito 'attendista', verrebbe seguito dalla Procura per evitare che un eventuale processo con sentenza di assoluzione metta la parola fine definitivamente sulla posizione di Cavallini. Infatti, dopo un'assoluzione anche se emergessero nuovi elementi accusatori, non potrebbe piu' riaprirsi il processo.
Riguardo a Ciavardini, nelle 167 pagine di motivazioni si sottolinea che "nessun ostacolo si frapponeva alla partecipazione alla progettata strage, sia riguardo alla fase preparatoria, durante il quale il suo compito e' consistito nel permettere al Fioravanti di disporre di un documento di copertura valido e ancora utilizzabile, sia per quella esecutiva, dove la sua presenza era funzionale al miglior perseguimento dell'obiettivo, tenuto conto della tipologia e delle modalita' dell'azione terroristica e delle sue qualita' di organizzatore delle imprese criminali della banda". "D'altra parte si deve logicamente escludere che il Ciavardini, senza avere impedimenti di sorta, dopo aver acquisito un ruolo di tutto rispetto in seno alla banda, dopo averne condiviso lo spirito, le strategie e le finalita', dopo essersi trovato nello stesso luogo degli amici e sodali che stavano per compiere la strage, dopo essere stato dagli stessi informato dell'imminente atto terroristico, dopo aver rinviato un appuntamento fissato con la fidanzata e gli amici per il giorno dell'attentato quando dal Fioravanti non era stata ancora stabilita la data, se ne sia stato in disparte e non abbia partecipato alla fase esecutiva che rappresentava il punto cruciale del comune progetto politico, alla quale, come nelle precedenti imprese criminose, il suo intervento avrebbe potuto apportare un importante ausilio operativo".
Il processo a Ciavardini era tornato alla Corte d'Appello di Bologna dopo che la Cassazione, il 12 dicembre 2003, aveva annullato con rinvio la precedente condanna di secondo grado a 30 anni decisa nel marzo 2002 a Bologna. In primo grado il tribunale dei minori aveva assolto dal reato di strage Ciavardini, condannandolo solo per la banda armata a 3 anni e 6 mesi.

18 marzo 2005 - STRAGE BOLOGNA: INDAGATO CAVALLINI
"La Repubblica"
LA SENTENZA
Strage della stazione, Gilberto Cavallini indicato come "corresponsabile"
Nella sentenza di Ciavardini spunta un nuovo indagato
"Ma la pendenza del procedimento non modifica il quadro probatorio"
Scrivono i giudici nelle motivazioni: "Nulla si è più saputo di quell´iniziativa"
C´è una notizia nuova nelle 167 pagine delle motivazioni della sentenza che ha condannato l´ex Nar Luigi Ciavardini a 30 anni di carcere per la strage della stazione, il 2 agosto 1980. Nell´inchiesta su quel massacro c´è un "nuovo" indagato che ha un nome vecchio per le cronache, anzi vecchissimo. E´ Gilberto Cavallini, anche lui componente dei Nuclei armati rivoluzionari e della banda dei "sette magnifici pazzi" come si autodefinivano Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Egidio Giuliani, Giorgio Vale, Stefano Soderini e soprattutto lo stesso Ciavardini, sempre troppo spavaldo e ciarliero, secondo i camerati di allora. "Giova ricordare - scrivono i giudici dei minori - che ad esito del processo di primo grado riguardante Ciavardini era emersa a giudizio del pubblico ministero, la corresponsabilità nella strage di Gilberto Cavallini, maggiorenne all´epoca dei fatti". Per questo gli atti erano stati inviati alla Procura della Repubblica, ma "nulla si è più saputo in merito allo sviluppo dell´iniziativa, fino alla memoria presentata nel 2004 dal difensore della parte lesa ´Comune di Bologna´, che ha comunicato a questo giudice la pendenza, nella fase delle indagini preliminari, di un procedimento penale per la partecipazione alla strage a carico di Gilberto Cavallini". Poi incredibile ma vero, nell´udienza del novembre scorso "il Procuratore generale ha chiesto di acquisire agli atti la certificazione relativa a quel procedimento...ma la richiesta è stata respinta". Cavallini è stato arrestato nel 2002 a Milano per porto abusivo d´armi: aveva in tasca una Beretta 98 Sf con la matricola abrasa e una cinquantina di proiettili. "Ringraziate Dio che la pistola l´avevo nello zaino perché non vi avrei mai permesso di rimettermi in carcere per dieci anni", ha detto minaccioso ai poliziotti. L´ex primula nera era in semilibertà, malgrado alcuni ergastoli e diverse altre condanne per una lunga stagione di delitti.
"La pendenza di un procedimento a carico di Cavallini - scrivono i giudici - non modifica il quadro probatorio nei confronti di Ciavardini, tanto più che non risulta emesso alcun provvedimento giudiziario con cui potersi confrontare (archiviazione o richiesta di rinvio a giudizio), per approfondire le ragioni dell´atteggiamento ´attendista´ della Procura sul conto di Gilberto Cavallini. Non spetta a questa Corte sindacare la strategia della Procura e dare giudizi su Cavallini". L´atteggiamento definito ´attendista´, verrebbe seguito dalla Procura per evitare che un eventuale processo con sentenza di assoluzione metta la parola fine definitivamente sulla posizione di Cavallini. Infatti, dopo un´assoluzione anche se emergessero nuovi elementi accusatori, non potrebbe più riaprirsi il processo. Riguardo a Ciavardini, nelle 167 pagine di motivazioni si sottolinea che "nessun ostacolo si frapponeva alla partecipazione alla progettata strage, sia riguardo alla fase preparatoria, durante cui il suo compito è consistito nel permettere al Fioravanti di disporre di un documento di copertura valido, sia per quella esecutiva, dove la sua presenza era funzionale al miglior perseguimento dell´obiettivo".
(p. c.)

30 marzo 2005 - FIORAVANTI: LONTANO DALLA POLITICA DOPO I MIEI DISASTRI
"Il Corriere della sera"
Fioravanti: lontano dalla politica dopo i miei disastri
"Per noi e per ogni criminale che rientra nella società è un dovere rispondere alle domande sul passato" "Ho una concezione diversa rispetto al Cavaliere del volontariato e dell' aiuto al prossimo"
L' EX TERRORISTA / "Nell' invito a me e Francesca Mambro non si parlava di kermesse elettorale. Il nostro peccato non si cancella, ci siamo dati un codice"
ROMA - Nel piccolo ufficio senza finestre al piano rialzato della sede del partito radicale, Valerio "Giusva" Fioravanti mostra l' invito firmato da Maurizio Scelli e dice: "Avessimo saputo che c' era Berlusconi e che si trattava di una kermesse elettorale, avremmo rifiutato. Invece...". Invece nella lettera dell' ormai ex commissario della Croce Rossa è scritto che l' ex terrorista nero doveva raccontare la sua "drammatica esperienza" in un incontro sulla "violenza delle ideologie" con "diverse testimonianze sui temi che toccano la sensibilità dei giovani, guidate da un conduttore giornalista e intervallate da richiami musicali e video". Stop. Niente politica, niente Berlusconi, niente Forza Italia. Tanto che nella richiesta al giudice di potervi partecipare - per la cronaca: rigettata ieri mattina, a polemica esplosa - Fioravanti ha scritto di voler accettare l' invito "poiché l' iniziativa mi sembra seria, e nelle intenzioni mie e degli organizzatori dovrebbe mantenersi distante dai clamori della cronaca". Al contrario, i clamori sono scoppiati prima ancora che l' incontro avesse luogo. E per questo saltasse. Ma perché se avessero saputo che c' era Berlusconi, Fioravanti e la moglie Francesca Mambro - come lui ex terrorista dei Nar, come lui ergastolana per diversi omicidi, oltre che condannata come lui per la strage di Bologna con la quale ha sempre negato di avere a che fare, al pari del marito - avrebbero detto no? "Perché ricordo l' allegria con la quale Berlusconi ha raccontato il modo in cui da ragazzo vendeva le soluzioni dei compiti in classe, e dunque avrei dovuto spiegare che forse abbiamo una concezione diversa del volontariato e della disponibilità all' aiuto del prossimo. Perché politicamente non mi sento allineato con i giovani di Forza Italia, e a me interessava partecipare a un percorso che prospettasse un' idea di volontariato svincolata dalle formazioni politiche". Proprio voi che siete dei militanti radicali? "Iscritti e dipendenti a tutti gli effetti, se è per questo, ma militanti non è il termine più esatto. Pur essendo stati tra i più votati nelle elezioni online degli organismi dirigenti del partito, non abbiamo mai ritenuto di prendere la parola e di esprimere pubblicamente le nostre posizioni. Quello che abbiamo fatto e continuiamo a fare per l' unico uomo politico che ci ha sempre aiutato anche nei momenti di difficoltà, e cioè Marco Pannella, è sempre protetto da un certo grado di riservatezza". Dovuto a che cosa? "A una sorta di pena accessoria che ci siamo dati, che consiste nel non partecipare più alla politica attiva. Venticinque anni fa abbiamo combinato disastri per come abbiamo ritenuto di farla, attraverso scelte militari e criminali, ed è bene che ora ne restiamo lontani. Anche se la faremmo in modo diverso". Allora qual è il problema? "E' come se il tradimento consumato allora del confronto civile e democratico fosse un peccato originale che non si cancella più. Di qui la nostra scelta, anche se resta il lavoro nelle retrovie che facciamo con grandi motivazioni e grande impegno". Parlare ai giovani con diversi omicidi e altrettanti ergastoli sulle spalle invece va bene? "Io penso che non solo per noi ma per ogni criminale che usufruisce delle leggi sulla buona condotta per rientrare nella società, comune o politico non importa, sia un dovere rispondere quando gli viene chiesto conto del proprio percorso. Anzi, dovrebbe essere obbligatorio andare all' università una volta all' anno e sottoporsi a tutte le domande, anche le più scomode. Con la libertà per chi ascolta, naturalmente, di girarsi dall' altra parte, o pensare ciò che vuole delle nostre risposte. Insomma io ho un diritto di parola che nessuno può togliermi, ma penso anche di avere il dovere di rispondere a chi mi rivolge domande per conoscere meglio un passato che non riguarda solo me". Ma come ex terroristi di destra vi sentite più discriminati rispetto a quelli di sinistra? "Forse nei nostri confronti c' è un po' più del nervosismo che affiora ogni volta che si cerca di riaprire certe pagine, come quelle del terrorismo. Più a sinistra che a destra, mi pare, si cerca di evitare di ridiscutere alcune vicende oscure. Compresa la strage di Bologna. Forse noi paghiamo una leggera sovrattassa, ma è un destino che tocca a tutti gli ex-terroristi, di destra e di sinistra. Piuttosto negli ultimi tempi, per esempio con il dibattito sulla strage di Primavalle, s' è cominciato a capire che non tutti i buoni stavano da una parte e tutti i cattivi dall' altra, e sarebbe un peccato se questa polemica sui nostri nomi vanificasse quei passi avanti". Pare che Berlusconi, saputo della vostra presenza, abbia detto "o me o loro". "Ovvio, lo capisco, anche se avrebbe potuto usare toni meno scandalizzati. Del resto anch' io, quando ho saputo che c' era il premier, ho detto a Scelli "o noi o lui". Senza scandalizzarmi, ma semplicemente perché non intendevo portare il nostro carico di dolore, provocato e ricevuto, alla corte di Berlusconi. Non vogliamo usarlo, né essere usati da lui. E nemmeno dai suoi nemici".
Giovanni Bianconi
Chi sono
FIORAVANTI Giusva Valerio Fioravanti, ex terrorista dei Nar, viene condannato nel 1995 in via definitiva per la strage alla stazione di Bologna: si è sempre dichiarato innocente. Nell' aprile scorso ha ottenuto la libertà condizionale
MAMBRO Francesca Mambro, militante dei Nar, è ritenuta autrice con il marito Giusva Fioravanti (si sono sposati in carcere nel 1985) della strage di Bologna. Condannata, da quando è madre ha ottenuto la libertà
Bianconi Giovanni 
 

4 aprile 2005 - FURTO IN TRIBUNALE: QUATTRO ANNI A MASSIMO CARMINATI

"Il Messaggero"

IL PROCESSO

Furto in tribunale: quattro anni a Massimo Carminati

Sette condanne per il colpo al caveau della banca del palazzo di giustizia. Pena pesante anche per Stefano Virgili

di VALENTINA ERRANTE

Sette condanne e sei assoluzioni. Si chiude così il primo capitolo dell'inchiesta per il furto del '99 al caveau della banca di Roma nella cittadella giudiziaria di piazzale Clodio. Un colpo da oltre 50 miliardi di vecchie lire.

L'impianto accusatorio ha retto; e sabato il tribunale di Perugia ha accolto le richieste del pm Antonella Duchini. Quattro anni per furto e corruzione a Massimo Carminati, l'ex militante dei Nar legato alla banda della Magliana gia processato e assolto per l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli; ma la pena più alta è per Stefano Virgili, il "mago delle casseforti", con una condanna a cinque anni e tre mesi. Due anni e mezzo invece sono stati inflitti a Orlando Sembroni, ritenuto responsabile soltanto del furto. Tre anni e sei mesi a Giancarlo Puliga, mentre Vincenzo Facchini e Lucio Smeraldi, ritenuto un basista, sono stati condannati rispettivamente a quattro anni e a tre anni e sei mesi, infine a Piero Tomassi quattro anni e tre mesi di reclusione. Per tutti è invece caduta l'ipotesi di associazione per delinquere. Gli imputati sono stati condannati anche a pagare una provvisionale di 50 mila euro alla banca.

Sono stati assolti per non aver commesso il fatto invece Flavio Amore, carabiniere del Reparto Magistratura impegnato nella sorveglianza del palazzo di giustizia, che era stato rinviato a giudizio per non avere impedito il furto, e l'avvocato Antonino Juvara, accusato di istigazione alla corruzione. Stesse motivazioni anche per Manlio Vitale, difeso dagli avvocati Massimo Amoroso e Corrado Oliviero, per Vincenzo Cassetta, Claudio Bottoni e Mario Arciero.

Sarebbero stati in sette a organizzare "il colpo" nella notte tra il 16 e il 17 luglio '99, con tanto di bombole e fiamme ossidriche e alcune copie della chiavi. Su 997 cassette cassette di sicurezza, 174 furono aperte e altre 23 forzate senza che i malviventi riuscissero ad scassinarle. Un bottino da cinque quintali d'oro, due chili di cocaina e molti documenti riservati. Alcune cassette erano in uso a magistrati del distretto della Corte d'appello di Roma e per questo motivo, il fascicolo fu immediatamente trasmesso alla Procura di Perugia, competente su tutte i reati nei quali i colleghi della capitale sono parti offese o indagati.

I ladri erano riusciti a introdursi nella cittadella giudiziaria utilizzando un furgone camuffato: era identico a quello in uso ai carabinieri. Dagli accertamenti emersero anche le responsabilita dei basisti. Quattro uomini dell'Arma e un dipendente della banca sono stati condannati con rito abbreviato nel 2001.

6 aprile 2005 - FORZA NUOVA: NON LUOGO A PROCEDERE PER FIORE ED ALTRI 20

ANSA:

FORZA NUOVA: NON LUOGO A PROCEDERE PER FIORE ED ALTRI 20

LEADER E MILITANTI ACCUSATI DI RICOSTITUZIONE PARTITO FASCISTA

   Non luogo a procedere per insussistenza del fatto: e' la sentenza emessa dal gup del Tribunale di Castrovillari, Lidia Brutti, nei confronti di Roberto Fiore, leader di Forza Nuova, e di altri 20 militanti del movimento di estrema destra, accusati di ricostituzione del partito fascista ed apologia del fascismo.

   Tra gli imputati per i quali e' stato disposto il non luogo a procedere c' e' Giovanni Martino, che e' stato candidato al Consiglio regionale nella lista di Alternativa Sociale nelle elezioni di domenica e lunedi'.

   Il pubblico ministero, Livio Cristofano, aveva chiesto il rinvio a giudizio di tutti gli imputati.

   L' accusa contestata a Fiore ed agli altri militanti di Forza nuova traeva origine da alcuni episodi accaduti a Castrovillari nel 2002 nel corso della campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio comunale. In particolare, agli attivisti del movimento si contestavano comportamenti ed azioni segnalate dalle forze dell' ordine all' autorita' giudiziaria come ispirate dall' ideologia fascista.

29 aprile 2005 - PORTELLA DELLA GINESTRA: SPUNTA L'OMBRA NEO-FASCISTA

ANSA:

PORTELLA DELLA GINESTRA: SPUNTA L'OMBRA NEO-FASCISTA

DA ARCHIVI USA DOCUMENTI SU RAPPORTI BANDA GIULIANO E DECIMA MAS

   La strage di Portella della Ginestra non fu solo un affare di mafia, di fronde anti-comuniste e lobby terriere che contrastavano le lotte contadine, a muovere la mano del bandito Salvatore Giuliano, ritenuto l'autore dell'eccidio, furono anche reduci fascisti, in particolare i militanti della Decima Mas del principe Junio Valerio Borghese, spalleggiati da servizi neo-nazisti in un estremo tentativo di riaffermare il blocco 'nero'.

   A delineare il nuovo scenario, in cui sarebbe maturata quella che viene definita la prima strage di Stato, sono alcuni documenti inediti che escono fuori dagli archivi Usa di College Park, nel Maryland, e raccolti dallo storico Giuseppe Casarrubea che da anni si batte per la ricerca della verita' sulla strage del Primo maggio del 1947, protagonista in passato di alcune querelle storiche sulla vicenda.

   Casarrubea e' venuto in possesso di questi documenti lo scorso gennaio e li consegnera' alla Procura di Palermo, dove nel dicembre del 2004 ha gia' depositato un memoriale chiedendo la riapertura delle indagini. "Queste carte - sostiene lo storico - ci consegnano uno scenario nuovo e convincente. Gli archivi Usa confermano il coinvolgimento dei fascisti che fu denunciato, senza che nessuno pero' ne desse troppa importanza, dalla famiglia mafiosa di Monreale al processo di Viterbo".

   Tra il marzo e il maggio del 1945, il Servizio informazioni militari (Sim) e il controspionaggio angloamericano scoprono una pericolosa rete di "commandos" di Salo' che, fin dall'estate del 1944, opera tra Napoli, Reggio Calabria e la provincia di Palermo. E in Sicilia, a ricevere armi, denaro e addestramento alla guerriglia, secondo i documenti inediti fu la banda di Salvatore Giuliano che agiva a Montelepre.

   Le indagini partono per caso. Alla fine di febbraio del 1945 una pattuglia americana cattura sull'Appennino pistoiese due militi degli NP (Nuotatori-Paracadutisti) della Decima Mas di Junio Valerio Borghese: Pasquale Sidari e Giovanni Tarroni.

   I due confessano di aver trascorso vari mesi nell'Italia liberata per organizzare l'eversione armata del fascismo della RSI nelle regioni meridionali. Fanno nomi e cognomi, che permettono agli Alleati di identificare nel giro di poche settimane una complessa rete di spionaggio e di sabotaggio nazifascista. Sono decine gli arresti a Napoli e provincia. Qui operano Gino Locatelli e Bartolo Gallitto (Decima Mas) ed i fascisti del principe calabrese Pignatelli. Ma ben presto le indagini si estendono a Calabria e Sicilia.

   A Partinico, in provincia di Palermo, dal luglio 1944 e' attiva la "filiale" siciliana di Borghese, composta da tre militi della Decima Mas al comando di Dante Magistrelli. Oltre ad addestrare e ad equipaggiare la banda di Giuliano, Magistrelli si reca regolarmente a Napoli e a Roma per ricevere ordini e denaro dai neofascisti romani, a loro volta in contatto con i servizi segreti nazifascisti a Verona e a Milano.

   In un rapporto del '45 del maggiore dei carabinieri Camillo Pecorella si legge che "Dante Magistrelli ha ricevuto istruzioni per una missione da svolgere nell'Italia liberata ed e' da considerare un agente sabotatore al servizio del nemico.  Non vi e' il minimo dubbio che il soggetto appartiene ad una organizzazione di spionaggio e sabotaggio e che e' stato reclutato tra i militi della Decima Flottiglia Mas. In Sicilia, la banda Giuliano costituisce un fattore di grave disturbo dell'ordine pubblico, nell'interesse dei servizi segreti nazifascisti". "Ho deciso di rivelare solo ora la scoperta - afferma Casarrubea - perche' siamo alla vigilia del 58/0 anniversario della strage di Portella della Ginestra. Le decine di nuove carte dei servizi segreti statunitensi, provenienti in gran parte dagli scaffali desecretati dell'Office of Strategic Services, hanno un eccezionale valore storico: ci permettono, ad esempio, di retrodatare all'estate del 1944 i criminali contatti terroristici tra Salvatore Giuliano, i suoi emissari e la Decima Mas di Borghese, con importanti implicazioni storico-politiche che esporro' ampiamente in un nuovo libro".

30 aprile 2005 - ANGELO IZZO ARRESTATO IN BLITZ POLIZIA

ANSA:

ANGELO IZZO ARRESTATO IN BLITZ POLIZIA

CONDANNATO PER MASSACRO CIRCEO IN MANETTE PER TRAFFICO ARMI

   Angelo Izzo, uno dei condannati per la strage del Circeo, e' stato arrestato questa mattina a Campobasso. L'uomo e' finito in manette nel corso di un "blitz" della Polizia, coordinato dalla Procura della Repubblica, nell'ambito di un'indagine che riguarderebbe un traffico d'armi.

   Izzo si trovava a Campobasso in liberta' vigilata, dopo essere stato condannato all'ergastolo insieme ad Andrea Ghira e Gianni Guido (quest'ultimo a trent'anni di reclusione) per il massacro avvenuto nella villa del Circeo di Ghira il 1/o ottobre del 1975, nel quale venne uccisa Rosaria Lopez, 17 anni, mentre l'amica Donatella Colasanti rimase miracolosamente viva.  Con Izzo la Polizia avrebbe arrestato altre due persone di cui non si conoscono ancora i nomi.

  Intanto uomini della Polizia scientifica e del Servizio operativo (Sco) del Dipartimento centrale anticrimine (Dac) sono partiti da Roma alla volta di Campobasso per collaborare con gli investigatori locali all'indagine che ha portato agli arresti di oggi.

ARRESTATO IZZO: POLIZIA CERCA CADAVERI

SAREBBERO PERSONE UCCISE DA IZZO E DA ALTRI DUE ARRESTATI

   Gli uomini della polizia di Campobasso, in collaborazione con il magistrato della Dda, Caracuzzo, stanno perlustrando le campagne di Mirabello Sannitico alla ricerca di alcuni corpi di persone che sarebbero state uccise da Angelo Izzo insieme alle altre due persone arrestate questa mattina a Campobasso.

  Investigatori del Servizio centrale operativo, insieme ad alcuni biologi della Scientifica, sono in arrivo nella zona per coadiuvare le indagini.

ARRESTATO IZZO: DONNE UCCISE SONO MADRE E FIGLIA

   Sono madre e figlia le due donne trovate morte nel casolare di Mirabello Sannitico nell'ambito dell'operazione che ha portato all'arresto di Angelo Izzo. La figlia, secondo quanto si apprende, aveva 14 anni e la madre 57.  La ragazzina e' stata trovata nuda, ammanettata e con dello scotch sulla bocca. Sarebbero rispettivamente moglie e figlia di un pregiudicato della criminalita' pugliese detenuto nel carcere di Palermo.

  Nel corso dell'operazione la Polizia ha anche sequestrato due pistole, una delle quali, nascosta in un computer.  I corpi non sono decomposti, segno che il momento della morte e' piuttosto recente.

   Sul posto, una villetta immersa nel verde, stanno operando decine di uomini della Polizia.

ARRESTATO IZZO:CORPI DELLE 2 DONNE ERANO NASCOSTI SOTTOTERRA

   I cadaveri delle due donne scoperti dalla Polizia nell'ambito dell'operazione che ha portato all'arresto di Angelo Izzo erano stati sepolti nel prato antistante la villetta di contrada Colle Sant'Angelo. Gli investigatori li hanno trovati ed estratti dal terreno dopo aver scavato nei pressi di un albero.

   La casa, abitata solo d'estate, e' di proprieta' di una famiglia di Campobasso. Nei giorni scorsi, nelle vicinanze nessuno aveva notato nulla di strano.

   A quanto si e' appreso, Izzo, condannato per il delitto del Circeo, attualmente stava scontando la pena a Campobasso e aveva ottenuto il beneficio di poter trascorrere periodi fuori dal carcere. In questo regime di semiliberta', usciva di giorno dal penitenziario per lavorare in una comunita'.

ARRESTATO IZZO: DONNE SONO MOGLIE E FIGLIA GIOVANNI MAIORANO

   Le due donne uccise sarebbero la moglie e la figlia di Giovanni Maiorano, 49 anni, condannato all'ergastolo per un omicidio compiuto nell' ambito della guerra tra clan contrapposti della "Sacra corona unita". Nel 2004, approfittando di un permesso concessogli dal Tribunale di sorveglianza di Campobasso per le festivita' pasquali, Maiorano si era reso irreperibile ma era stato poi rintracciato dagli uomini della questura di Lecce. Ora sarebbe rinchiuso al carcere Pagliarelli di Palermo.

ARRESTATO IZZO: CATTURATI ANCHE DUE MOLISANI

   Nell'operazione della Polizia che ha portato alla cattura di Angelo Izzo, sono stati arrestati anche altri due uomini, Guido Palladino e Luca Pedicino, che sarebbero entrambi molisani.

   Sul luogo del ritrovamento delle due donne morte, intanto, sono intervenuti il sostituto procuratore di Campobasso, Rita Caracuzzo, e il gip Gianni Falcione. La villetta si trova in contrada Colle Sant'Angelo, nelle campagne tra i comuni di Mirabello Sannitico e Ferrazzano, alle porte di Campobasso.

   I residenti nelle altre case di campagna della zona hanno riferito che la villetta, in alcuni periodi dell'anno, restava disabitata.

ARRESTATO IZZO: POTREBBE ESSERE VENDETTA TRASVERSALE

    Non e' al momento chiara quale sia stata la relazione tra Angelo Izzo, detenuto nel carcere di Campobasso, e l'eliminazione delle due donne i cui corpi sono stati trovati oggi a Mirabello Sannitico. Secondo gli investigatori dello Sco, potrebbe trattarsi di una vendetta trasversale. Le due vittime, moglie e figlia di Giovanni Maiorano, in carcere perche' condannato all'ergastolo, erano originarie di Lecce ma vivevano a Gambatesa (Campobasso).   

  Entrambe sono state soffocate e chiuse in un sacco di plastica. La madre era vestita, la ragazza era nuda e questo fa pensare che potrebbe esserci stata violenza carnale. Il duplice omicidio risalirebbe al massimo a giovedi' scorso.

  L'operazione che ha portato al ritrovamento dei corpi e' iniziata la notte scorsa quando la Polizia ha fermato a Campobasso Guido Palladino e Luca Pedicino. I due avevano in macchina una pistola e sono stati poi loro, probabilmente intimoriti dai controlli della Polizia, a portare gli agenti nella villetta di campagna. L'abitazione, infatti, e' di proprieta' della nonna di Luca Pedicino.

ARRESTATO IZZO: PER INQUIRENTI SAREBBE KILLER DELLE 2 DONNE

   Secondo la prima ricostruzione fatta dagli investigatori, sarebbe stato proprio Angelo Izzo ad uccidere le due donne i cui corpi sono stati trovati oggi nella villetta presso Campobasso. Izzo sarebbe stato aiutato, anche se non e' ancora chiaro in che modo, dai due molisani arrestati, Guido Palladino e Luca Pedicino, entrambi di Campobasso. E' stato uno degli inquirenti, allontanandosi dalla villetta, a riferire l'ipotesi investigativa.

   Le due salme sono state rimosse e portate via dal posto del ritrovamento intorno alle 20. Gli investigatori dello Sco si sono ora recati alla Procura di Campobasso per un vertice con i magistrati.

ARRESTATO IZZO: DA SEI MESI IN SEMILIBERTA' A CAMPOBASSO

   Angelo Izzo era in semiliberta' da circa sei mesi: usciva la mattina dal carcere di Campobasso per vi tornava la sera. Durante il giorno - secondo quanto si e' appreso - Izzo lavorava per la comunita' di padre Dario Saccomani, un pastore evangelico conosciuto in carcere.

   Izzo e le altre due persone arrestate oggi assieme a lui sono state da poco portate nel carcere di Campobasso e sarebbero in attesa di essere ascoltati dall'autorita' giudiziaria.

ARRESTATO IZZO: SEMILIBERTA' AVUTA A CAMPOBASSO

GLI E' STATA CONCESSA DAL TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA

   A concedere la semiliberta' ad Angelo Izzo - secondo quanto si e' appreso - era stato il tribunale di sorveglianza di Campobasso. Proprio a seguito di questo provvedimento, Izzo era stato trasferito sei mesi fa dal 'Pagliarelli' di Palermo al carcere molisano, dove peraltro era gia' stato a lungo (circa cinque anni) nella sezione collaboratori di giustizia.

ARRESTATO IZZO: COLASANTI, PERCHE' NON ERA IN CARCERE'

ORA ESIGO DURI PROVVEDIMENTI DISCIPLINARI PER MAGISTRATI 30 APR - "E' incredibile...incredibile!  Perche' non era in carcere?". Donatella Colasanti, sopravvisuta al massacro del Circeo, non riesce a credere alla notizia dell' arresto di Angelo Izzo.

   "Come mai era libero'", continua a chiedere. "Ora basta - urla - che nessuno parli piu' del massacro del Circeo. L'unica titolata sono io, che in tutti questi anni ho lavorato da sola mentre tutti facevano finta di niente, dai magistrati, ai ministri, ai giornalisti che pur di fare uno scoop intervistavano Izzo".

   "Chi ha sbagliato - afferma Donatella Colasanti - ora deve pagare. Chiedo l'intervento immediato del governo e provvedimenti disciplinari durissimi per i magistrati che hanno considerato Izzo un collaboratore di giustizia mentre lui confessava altri ipotetici delitti. Ed ora, ecco il risultato...".

ARRESTATO IZZO: LAGOSTENA BASSI, UNA LIBERTA' POCO VIGILATA

QUESTA NOTIZIA RIPORTA GLI INCUBI E I FANTASMI DEL PASSATO

   "Evidentemente quella di Angelo Izzo era una liberta' poco vigilata". E' il commento di Tina Lagostena Bassi, legale di Donatella Colasanti al tempo del primo processo per il massacro del Circeo.

   "L'unica spiegazione 'tecnica' che mi posso dare - dice - e l'unica cosa che posso immaginare per valutare il fatto che Izzo godesse della liberta' vigilata, e' che aveva gia' scontato quasi tutti i 30 anni di reclusione che nel nostro ordinamento equivalgono temporalmente all'ergastolo".

   "Quando ho sentito la notizia - continua l'avvocato Lagostena Bassi - quasi non riuscivo a parlare. Mi sembra agghiacciante quello che e' accaduto, tornano gli incubi e i fantasmi del passato". Poi l'avvocato ricorda una circostanza che risale al 1983 quando prima del giudizio in Cassazione, stavano scadendo i termini di custodia cautelare. "Il presidente della sezione, il giudice Scopellitti - dice l'avvocato Lagostena Bassi - si era preso l'impegno di non farli uscire di galere e fisso' l'udienza il giorno prima della scadenza dei termini".

   "Voglio esprimere la mia solidarieta' a Donatella Colasanti - continua - e il mio cordoglio per i parenti delle due donne.

Izzo era ed e' stato sempre una persona violenta, aveva precedenti specifici gia' prima della vicenda del Circeo. L'ho visto soltanto una volta, durante una delle prime udienza al processo di primo grado a Latina. Lui e i complici avevano l'aria da bravi ragazzi. Poi in aula non ci mise piu' piede anche per la presenza costante del Movimento delle Donne tanto che Izzo non era presente neppure il giorno della sentenza".

   Un ultimo ricordo e' per Andrea Ghira, il terzo componente della banda, latitante da oltre 30 anni. "C'e' chi dice che sia stato visto anche a Roma - spiega Lagostena Bassi - altri mi hanno riferito che e' a Malindi, al sicuro".

ARRESTATO IZZO: MANTOVANO,MAI AMMESSO A PROGRAMMA PROTEZIONE

AUTORITA' GIUDIZIARIA NON L'HA MAI PROPOSTO

   "Angelo Izzo non e' mai stato ammesso al programma di protezione per i collaboratori di giustizia in quanto mai proposto dall'autorita' giudiziaria". A dichiararlo e' Alfredo Mantovano, presidente della commissione centrale sui programmi di protezione dei collaboratori e testimoni di giustizia del Viminale.

ARRESTATO IZZO: ERA UN COLLABORATORE DI GIUSTIZIA

   Angelo Izzo -secondo quanto si e' appreso - era arrivato cinque anni fa nel carcere di Campobasso come collaboratore di giustizia: per un lungo periodo, quindi, e' stato in carcere ma in una sezione diversa e separata rispetto a quella dei detenuti comuni. Successivamente e' stato trasferito nel carcere 'Pagliarelli' di Palermo, dove e' rimasto per circa sette-otto mesi. Nel penitenziario di Campobasso e' quindi tornato lo scorso novembre, quando ha beneficiato della semiliberta'.

   Seppure fosse classificato come collaboratore di giustizia, Izzo non beneficiava del programma di protezione, evidentemente perche' non considerato esposto a pericoli tali da essere necessaria una misura speciale di tutela nei suoi confronti.

ARRESTATO IZZO: AVVOCATO,LIBERTA' VIGILATA E' ITER GIURIDICO

E' RELATIVA AL NORMALE DECORSO