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Esclusiva de La Stampa: gli appunti del leader Dc sul rapimento Moro
Fanfani: "ho cercato di salvare Moro"

di Filippo Ceccarelli

Terroristi e suore di clausura, crisi di nervi e organigrammi di Palazzo, veggenti, paranoia e dispetti tra potenti. Quante cose ancora non si conoscevano della più grande tragedia della storia repubblicana...
Da quanto si viene a sapere sulla base di una testimonianza d'eccezione la signora Moro e lo stesso leader rapito si aspettavano quello che poi accadde nel modo più feroce e sciagurato. All'interno della Dc le polemiche prima sull'unità di comando e poi sull'opportunità di convocare il Consiglio nazionale furono in realtà molto più intense di quanto apparve all'esterno. L'allora ministro Cossiga non nascose l'idea di dimettersi già durante il rapimento. Al presidente del Consiglio Andreotti fu richiesto riservatamente di venire in Parlamento a riferire sulla situazione, e disse di sì, sarebbe venuto «volentieri» alla prima occasione utile, ma poi non venne. Per Moro, nel caso fosse uscito vivo dal carcere brigatista, erano state prenotate delle stanze al Policlinico Gemelli. Il segretario dc Zaccagnini non sapeva letteralmente che fare e ricevette un autorevole invito a «superare problemi psicologici». Il presidente della Repubblica Leone appariva assai condizionato dalle critiche per esporsi in un gesto «umanitario». Attraverso l'avvocato Vassalli fu individuato nelle carceri un detenuto (non la Besuschio, di cui si sapeva) che avrebbe potuto essere graziato o messo in libertà provvisoria, aprendo così la trattativa con le Brigate rosse - ma era ormai troppo tardi. Quando infine Cossiga diede le dimissioni, secondo questo inedito documento, Andreotti pensò di sostituirlo immediatamente. Nella rosa dei prescelti c'era anche, al primo posto, Oscar Luigi Scalfaro. Ma poi il presidente del Consiglio, incalzato dai rischi di una crisi di governo, si «adattò» ad assumere lui stesso l' interim .
Il testimone di eccezione è Amintore Fanfani. E a 22 anni di distanza il caso Moro riprende vita nei diari tenuti dall'allora presidente del Senato, seconda autorità al vertice dello Stato, con una straordinaria forza, anche narrativa. Giorno dopo giorno, Fanfani appuntò diligentemente su un'agenda quello che accadeva e quello che pensava, oltre a quanto egli stesso riteneva meritevole di essere ricordato e forse, un domani, per la storia, anche letto e studiato.
Si va dalla formazione del governo della solidarietà nazionale (notevole il resoconto di un botta e risposta con Andreotti che Fanfani conclude con un punto esclamativo) ai terribili funerali senza salma, a San Giovanni in Laterano, con l'urlo straziante di Paolo VI. Nell'agenda ci sono anche biglietti (uno di Nenni, vecchio patriarca del socialismo italiano), copie e minute di lettere riservate, scalette di interventi politici, volantini Br debitamente analizzati e sottolineati.
Decifrare la grafia fanfaniana non è stato un lavoro facile, tutt'altro. E non solo perché le «s» assomigliano alle «f», le «p» si confondono con le «t» e le «d» tendono talmente ad assottigliarsi da scomparire. I testi, oltre tutto, abbondano di singolari abbreviazioni, curiose maiuscole in corsivo e altre parole non sempre immediatamente decrittabili (né in qualche caso, come dimostrano alcune oscurità del testo, decrittate). Soprattutto si capisce che Fanfani scriveva più o meno di getto, a seconda dei momenti e degli stati d'animo, spesso trasferendo sulla pagina quel piglio di solenne e sbrigativa essenzialità che ne faceva un personaggio unico e a suo modo indimenticabile.
Nel diario - va detto - non ci sono rivelazioni in grado di ribaltare quel che di tutta la vicenda si sa (o non si sa). Nessun accenno a possibili implicazioni internazionali nel rapimento, per intendersi, né alcun sospetto di natura spionistica o piduistica sull' affaire . Ma l'atmosfera da incubo che si respirava in quei 55 giorni nei palazzi del potere c'è tutta, senza svolazzi letterari: lui stesso è ripetutamente m inacciato (e in seguito fu anche scelto come bersaglio di attentati). Così come si ritrova la dolorante «inattività» di Zac, il «frenetico operare a vuoto» del ministro dell'Interno Cossiga, l'energia disperata di Eleonora Moro, nei confronti della quale Fanfani ha parole di toccante partecipazione, per certi versi anche sorprendenti.
A un certo punto, considerata la situazione di caotica debolezza in cui versa lo Stato, è proprio l'autore del diario a segnalarsi, insieme con Craxi, come l'uomo della trattativa. Eppure, specie in tempi un po' giocherelloni come quelli attuali, colpisce l'enorme dignità che Fanfani mostra di avere del suo ruolo e, in definitiva, la sua capacità di essere all'altezza di un passaggio drammatico. Dopo il quale, comunque, l'Italia non era più quella di prima.

 

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