Almanacco dei misteri d' Italia


Piazza Fontana
le notizie del 2001

(dove non e' citata un' altra fonte, la notizia e' tratta dall' agenzia Ansa)

10 gennaio - Il plenum del Csm decide di archiviare la procedura di trasferimento d'ufficio per incompatibilita' del giudice di Milano Guido Salvini che per anni ha condotto l' inchiesta sui movimenti eversivi coinvolti nella strage di piazza Fontana. Tuttavia il Csm ha stralciato una parte del fascicolo, quella sui "rapporti a dir poco difficili" che il magistrato avrebbe instaurato con i colleghi dell'ufficio gip di Milano. Si tratta di fatti sinora non contestati a Salvini , ma che secondo il plenum lasciano "dubbi sulla possibilita"' che il giudice "continui ad amministrare giustizia presso l'ufficio gip di Milano". L'archiviazione riguarda comportamenti tenuti da Salvini nell'ambito dell'inchiesta sulla destra eversiva coinvolta nella strage di Piazza Fontana e oggetto anche di un procedimento disciplinare che l'anno scorso si e' concluso con l'assoluzione del magistrato. Tra l'altro al giudice milanese veniva contestato di essersi attribuito abusivamente la competenza delle indagini su piazza Fontana, contro la volonta' dei magistrati cui era stata delegata l'istruttoria del procedimento; ma soprattutto gli veniva rimproverato di aver svolto attivita' investigative anomale. E in particolare di essersi servito nelle indagini di un ufficiale del Sismi e di aver chiesto al servizio di mettere a disposizione del neofascista Martino Siciliano 50 milioni di lire perche' collaborasse. Il plenum ha deciso di archiviare sia tenendo conto delle conclusioni del giudice disciplinare, sia considerando che per altri fatti contestati al magistrato, si trattava di vicende risalenti a piu' di cinque anni fa e quindi che hanno perso "quel minimo di attualita' che rappresenta una delle condizioni atte a legittimare un trasferimento d'ufficio".

10 gennaio - Secondo i deputati di An Enzo Fragala' e Alberto Simeone, e' "assolutamente pilatesca" la delibera del Csm sul caso del giudice Salvini e il Csm "ha di fatto deciso di non decidere sull'incompatibilita' ambientale del giudice Salvini, accusato di lavorare in maniera solipsistica, arrogante e autoreferenziale". "A noi pare che Salvini venga perseguitato dal Csm per motivi di contrapposizione lobbistica all'interno della corporazione dei magistrati - affermano i due parlamentari - mentre non si evita di fronire una valutazione chiara su metodi di indagine assolutamente inammissibili in uno Stato di diritto come quelli dell'uso giudiziario dei servizi segreti o delle dazioni di denaro a testimoni processuali".

15 gennaio - Processo per la strage di piazza Fontana: l' ufficiale dei carabinieri Massimo Giraudo dice che Carlo Maria Maggi nel 1994 era pronto a collaborare, ma improvvisamente cambio' idea e gli spiego' che c'era "un pericolo Zeta". In un colloquio investigativo i cui atti sono pubblici in un altro processo, nel '94 il medico veneziano Carlo Maria Maggi, responsabile di Ordine Nuovo per il Veneto, disse che per la strage di piazza Fontana "era stato scelto Delfo Zorzi perche' erano sicuri che non avrebbe parlato". Giraudo racconta anche che, mentre, tra il 1993 e il 1994, indagava negli ambienti di estrema destra e sulla strage di piazza Fontana, c'era chi oltre a raccogliere informazioni sul suo conto e sullo sviluppo delle indagini, pensava fosse giunto il momento di eliminarlo. "Tra il 1993 e il 1994 - ha ricordato il maggiore Giraudo - ho avuto diversi colloqui investigativi in carcere con Biagio Pittarresi, ex appartenente del gruppo la Fenice. Dopo una serie di incontri Pittarresi mi disse che, attraverso il figlio che andava a fargli visita in carcere, riferiva tutto a tale Carlo Rocchi, personaggio legato ai servizi segreti americani". Giraudo ha spiegato ai giudici di avere eseguito indagini su Carlo Rocchi, morto recentemente, presso il Sismi. "Al Servizio segreto militare - ha detto - mi venne spiegato che Rocchi era conosciuto come un agente al servizio degli americani fin dalla seconda guerra mondiale". Giraudo ha raccontato che venne intercettato un fax di Rocchi all'ambasciata americana contenente notizie sull'inchiesta del giudice Salvini e il suo indirizzo: "Il figlio di Pittarresi mi racconto' che Rocchi gli disse che era necessario eliminarmi". L'avvocato Antonio Franchini, difensore di Delfo Zorzi, ha insistito per sapere quali indagini erano state fatte per identificare David Carret e Teddy Richard, i due ufficiali americani in servizio alle basi Ftase e Setaf di Verona e Vicenza. Carlo Digilio, infatti, ha raccontato di avere avuto come referenti nei servizi americani proprio Carret e Richard. Il maggiore Giraudo ha ribadito che i due non sono stati identificati, ma l'avvocato Franchini ha depositato un indirizzo americano di tale Teddy Richard che chiamera' prossimamente a testimoniare, insieme a svariati cittadini statunitensi che si chiamano David Carret.

19 gennaio – Processo per la strage di piazza Fontana: Giancarlo Rognoni, responsabile del gruppo 'La Fenice', una sorta di cellula milanese di Ordine Nuovo, si e' difeso dall'accusa di essere uno degli autori della strage di piazza Fontana e ha detto:"Mi dichiaro estraneo ai fatti, non solo in forma cosciente ma anche incosciente". "Insomma - ha aggiunto - nessuno mi ha dato una valigia in mano senza che io sapessi cosa contenesse, facendo si' che diventassi inconsciamente autore della strage". Impiegato alla Comit dove il 12 dicembre 1969, giorno della strage alla Banca nazionale dell'agricoltura, venne rinvenuta una bomba inesplosa, Giancarlo Rognoni e' stato latitante in Spagna e condannato per l'attentato al treno Torino-Genova del 1973. Giudicato elemento di spicco dell'estrema destra milanese, secondo l'accusa ha dato un supporto logistico ai fascisti venuti dal Veneto con la bomba non ancora innescata. "Guardate - ha detto ai giudici - io per primo vorrei che su questa vicenda si facesse luce. Vorrei essere giudicato solo per questo fatto, non per idee politiche o altre vicende nelle quali sono stato coinvolto in un certo periodo della mia vita". Poi ha ricordato cosa fece dopo lo scoppio della bomba: "Come tanti altri milanesi andai in piazza Fontana. Ricordo che il figlio di un parlamentare comunista diede un pugno ad un ragazzo che era con me". Molti testimoni del processo hanno raccontato che in carcere, soprattutto negli anni 70, tra i terroristi di destra si sviluppo' un dibattito sulla stagione delle stragi. Tutti gli estremisti di destra hanno spiegato al processo che al loro interno era pacifica la convinzione che la strage di piazza Fontana era stata fatta da qualcuno al loro interno. Rognoni, oggi, ha invece spiegato: "Eravamo convinti che fosse stata la sinistra o gli anarchici. Non ci eravamo mai posti il problema delle deviazioni di cui oggi si parla. Quelli, per noi, erano dati acquisiti e non erano fonte di discussione". Cresciuto con il mito del comandante Junio Valerio Borghese, Rognoni ha confermato di avere avuto rapporti di amicizia con Carlo Maria Maggi, il medico veneziano, responsabile di Ordine Nuovo in Veneto, e con Delfo Zorzi con il quale ha anche partecipato a due campi per la formazione del "soldato politico". "Con Maggi - ha detto - ho avuto rapporti di amicizia oltre che di sintonia politica anche se mi sono reso conto che a Venezia era circondato da una sorta di corte dei miracoli". "Con Zorzi ci siamo incontrati in diverse occasioni: lo ritenevo una persona molto valida".

31 gennaio - Il settimanale "Diario" pubblica un articolo sul prof. Pio Filippani Ronconi, "Non solo un illustre orientalista, un soldato che in gioventu' si e' schierato dalla parte sbagliata, ma e' stato invece chiamato a rispondere, a verbale, sull' organizzazione delle stragi di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia". "Diario" ricorda anche la vicenda che ha visto protagonisti lo studioso e il "Corriere della Sera", con cui aveva una collaborazione, sospesa dal direttore Ferruccio De Bortoli dopo aver appreso del suo passato. Ex nazista, "combatte' con le Waffen-Ss durante l' ultima guerra", citato dal giudice Salvini nella sentenza ordinanza per Piazza Fontana, il prof. Pio Filippani Ronconi, scrive 'Diario', "e' ancora oggi sotto la lente della squadra di investigatori che indaga su eversione e stragi, sotto l' autorita' dei magistrati di Brescia che stanno per chiudere l' ultima inchiesta sulla strage di Piazza della Loggia. Vorrebbero sapere dal grande orientalista, teorico dell' organizzazione a piu' livelli, che cosa sa dei livelli operativi, dei ragazzi passati dalle 'nobili azioni dimostrative' a piu' utili e coordinate attivita' eversive. Cosa sa, per esempio, dei gruppi esoterici neonazisti, il circolo dei Krammerziano di Verona, il nucleo italiano della setta induista Ananda Marga".

16 febbraio – Al processo per la strage di piazza Fontana e’ in programma la testimonianza di George Bush, ex presidente degli Stati Uniti, ex direttore della Cia e padre dell'attuale presidente americano, che naturalmente non si presenta. Oltre a George Bush, infatti, non si sono presentati anche altri ex direttori della Cia che, nelle intenzioni dei difensori di Delfo Zorzi, avrebbero dovuto precisare chi erano gli agenti in servizio nelle basi Setaf e Ftase di Verona e Vicenza. Carlo Digilio, l'artificiere di Ordine nuovo, ha infatti sostenuto che gli uomini dei servizi segreti statunitensi in servizio nel Veneto erano stati da lui informati su come era stata organizzata la strage di piazza Fontana. L' avvocato Lodovico Mangiarotti ha spiegato al presidente che la Cia ha risposto all'invito della difesa appellandosi al trattato bilaterale Italia-Usa. "Chiederemo quindi alla Corte - ha detto il legale - di valutare la possibilita' di sentire i testimoni per rogatoria". Una via, quest'ultima, che sembra difficilmente percorribile in quanto potrebbe anche comportare il trasferimento della Corte negli Stati Uniti. Tra l'altro i testimoni americani citati dalla difesa di Delfo Zorzi sono moltissimi e soprattutto di difficile reperibilita'.

20 febbraio - "Il Corriere della sera" pubblica in prima pagina un fondo di Ernesto Galli della Loggia che polemizza con un' ennesima presentazione del libro del presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino.

20 febbraio - Alla presentazione del libro di Giovanni Pellegrino dal titolo "Segreto di Stato", il presidente del Consiglio Giuliano Amato dice che quella che noi abbiamo vissuto e' stata la storia di un "paese non normale", con due comunita' politiche con delle varianti estremistiche a sinistra e a destra, in cui esistevano "due patrie", una legata all'occidente, l'altra all'est comunista. Questo fatto consenti' la nascita di due Gladio, entrambe difensive, una bianca e una rossa. "Questa e' l'ipotesi che mette avanti Pellegrino, una ipotesi aspra da accettare: era comodo interpretare la storia - prosegue il premier - sostenendo che l'illegalita' stava tutta da una parte". "Io non sono mai appartenuto al Pci, anzi, ma capisco che digerire un libro di questo genere e' difficile. Il volume di Pellegrino rappresenta un controcanto che non si puo' leggere correttamente solo mettendo in evidenza le illegalita' di certi apparati come la P2. La lettura storica di quegli anni che riconduce tutto a Gladio suona poco credibile anche se altrettanto poco credibile suona il fatto che i gladiatori fossero solo 600". Secondo Amato, non si puo' pensare che tutte le stragi siano state figlie dell'anticomunismo. "Alcune si', ma ci furono anche le stragi della manovalanza estremista scaricata da certi apparati. E questa potrebbe essere una spiegazione per Piazza della Loggia". Amato, nel ricordare il suo "stupore" per gli attacchi ricevuti quando parlo' delle stragi inesplicate dell'Italicus e della stazione di Bologna, vede bene l'ipotesi di "coltivare" un dubbio, cosi' come fa Pellegrino, senza doverlo "appendere al grappolo delle stragi tutte uguali". Di qui, la distinzione che il premier fa tra le stragi di chiara finalita' anticomunista, quelle che nascono dalle rotture all'interno "dell'impasto eversivo" che si era creato nel nostro paese e, quelle che non si spiegano e per le quali la risposta non deve essere necessariamente "provinciale". Per Amato le stragi dell'Italicus e della stazione di Bologna "forse si collocano sul versante di un quadrante internazionale...E' bene fermarsi qua per l'incarico che momentaneamente ricopro, anche se gli stessi Papi quando parlano dei loro incarichi dicono 'pro tempore'". "La strage dell'Italicus, dice Pellegrino, rimane inesplicabile - ha tra l'altro detto il premier - e sono anch'io convinto di cio'. Non sappiamo la motivazione della strage di Bologna anche se conosciamo chi materialmente l'ha fatta". Di queste stragi si puo' anche ipotizzare una  matrice che non e' proprio 'provinciale'". Impostare cosi' queste vicende, ha ancora detto Amato riferendosi al libro di Pellegrino, consente di "coltivare un dubbio senza doverlo appendere al grappolo delle stragi tutte uguali". Amato ritiene inoltre plausibile l'ipotesi che l'eventuale presa del potere da parte del Pci potesse essere bloccata dall'Urss stessa per non avere fastidi dagli americani su altri fronti, "nello spirito di Yalta". Cosi' come, per quanto riguarda il periodo delle Brigate Rosse, il presidente del Consiglio parla di una infatuazione "irresponsabile" da parte di una certa borghesia, di cui facevano parte anche professori universitari: una infatuazione dunque che nasceva da "ruoli superiori" a quelli che erano i tradizionali elettori del Pci. "Gli incontri nella casa a Prati e le rivelazioni su Firenze sono di grande interesse. Mi hanno impressionato tanto da rendermi scettico sulla possibilita' che una soluzione politica possa permetterci di arrivare alla verita'". "Se uno era partecipe non lo dice, anche se puo' avere le garanzie che non sara' condannato. Nel libro ci sono episodi di grande rilevanza legati alle Brigate rosse, episodi legati alla vicenda Moro e caduti nel nulla. A Roma si sta indagando su due giovani in motocicletta che erano in via Fani - ha ancora detto Amato - ma non si e' ancora indagato su fatti acquisibili da altre procure e molto piu' rilevanti". Amato ha anche citato l'ipotesi del "doppio ostaggio" per quanto riguarda il caso Moro. "Si era capito - ha affermato nel commentare il libro di Pellegrino - che Moro stava dando informazioni alle Brigate rosse". Amato sostiene anche che abbiamo il dovere "di continuare comunque a cercare la verita"' sulle stragi. "E' un dovere che va al di la' di cio' che possono fare i giudici". "Anche su Ustica bisogna arrivare a capire quello che e' successo. C'e' un diritto alla verita'" senza porsi limiti del tipo "taci il nemico ti ascolta", ha ancora detto il premier sottolineando come Pellegrino nel suo libro cerca di uscire da una visione "manichea" di queste storie. Il presidente Ds Massimo D'Alema definisce "singolare" la polemica aperta da Ernesto Galli della Loggia sul "Corriere della Sera". "Scrivere libri non rappresenta una lesione per le prerogative del Parlamento. Non significa sottrarre al Parlamento doveri e prerogative. Questo libro e' una iniziativa di lotta politica e civile e documenta le difficolta' della commissione stragi di arrivare ad una chiave di lettura complessiva condivisa al suo interno. Una certa polemica che non ha senso da parte di chi professa liberalismo anzi se n'e' fatto cattedra. Speriamo che in futuro non ci vietino i dibattiti", ha detto sorridendo, aggiungendo poco dopo: "c'e' una ventata liberale inquietante nel paese". D'Alema ha condiviso pienamente il giudizio che esce dal volume, ma ora chiede "qualche elemento in piu"'. E si rivolge, direttamente e indirettamente, a Francesco Cossiga. "Una volta Cossiga mi riferi', e non e' un segreto, una sua valutazione conclusiva su questa vicenda: 'abbiamo difeso la democrazia possibile' nel quadro di un mondo che era quello. I margini di sovranita' erano quelli. Io sono disposto ad accettare questa conclusione, ma prima di arrivarci vorrei conoscere qualcosa sulla parte precedente. Per curiosita' di verita', non per malizia". D'Alema ha chiesto di conoscere "qualche altro passaggio", "pur avendo ben chiaro - ha rilevato - che la sentenza e' di assoluzione, sentenza che mi sento di condividere fin d'ora". Questo passaggio del presidente dei Ds fa riferimento alla "parte non scritta" del volume di Pellegrino, cioe' quella che non ha trovato dei riscontri tali per essere contenuta nel volume. Il libro puo' essere letto, secondo D'Alema, come "una sentenza". "C'e' pero' - ha concluso - un bisogno di verita', non per fare conti con il passato o per cercare le responsabilita' di Tizio o Caio, ma per liberare il futuro del Paese". Per questo D'Alema condivide l'invito ad uno scambio: verita' sulle stragi e la vicenda Moro in cambio della non punibilita' giudiziaria. Giunti a questo punto, dice l'ex presidente del Consiglio, non e' piu' il caso di andare a cercare le singole responsabilita' giudiziarie, ma si puo' ricercare la verita' garantendo una non punibilita'. "Quello proposto dal sen.Pellegrino - dice D'Alema - e' un obiettivo condivisibile".

21 febbraio - E' presentata in Parlamento una relazione di An, firmata da Enzo Fragala' e Alfredo Mantica e redatta dal consulente Giam Paolo Pellizzaro sulla dimensione sovra-nazionale del fenomeno eversivo in Italia che ha tra i protagonisti centrali proprio l'editore Giangiacomo Feltrinelli, capo gappista, figura che si incrocia con molte realta': dal Kgb a Carlos, ai servizi segreti dell'Est, ai nascenti gruppi dell'eversione di sinistra tra cui le Brigate Rosse. La relazione e' uno studio ragionato e coerente sui collegamenti fra le organizzazioni terroristiche internazionali. Il documento era gia' stato depositato in Commissione insieme a molti altri elaborati ma e' stato aggiornato per l'arrivo a San Macuto di un ponderoso dossier su Feltrinelli. Tra l'altro si cita un rapporto elaborato dal Centro di controspionaggio del Sismi di Berna, risalente al 1982, secondo il quale nei campi di Cecoslovacchia dal '48 al '78, sarebbero passati circa 600 cittadini italiani. Dalle osservazioni e dai rilievi effettuati, sono state confermate le attivita' di supporto e addestramento degli apparati cechi (sottoposti alla supervisione degli istruttori sovietici del Kgb e Gru) nel campo dell'addestramento paramilitare a cellule di tedeschi, italiani, francesi, irlandesi, palestinesi, cileni, boliviani, cubani, venezuelani, argentini ed afgani (per questi ultimi, circa 1000, sarebbero stati esercitati alla guerriglia per il loro successivo utilizzo contro le sacche di resistenza formatesi in seguito all'invasione dell'Afganistan da parte dell'Urss). "Feltrinelli - ricostruisce la relazione - rappresenta un personaggio la cui statura, in termini di operosita', potenza, efficienza, influenza e pericolosita' per le istituzioni democratiche, corre di pari passo a quell'incredibile e schiacciante vulgata che lo ha descritto come una sorta di minus habens, un rivoluzionario mancato o incompiuto, un dandy decadente senza spina dorsale, un outsider maniaco-depressivo. Un fallito, insomma". Feltrinelli, invece e' stato "uno dei generali del terrorismo mondiale, un personaggio di altissimo livello che ha impresso il decisivo e forse definitivo impulso al progetto di integrazione (soprattutto al livello di vertici), dei vari movimenti e organizzazioni eversive internazionali. Il ruolo di Feltrinelli e' stato quello di ministro plenipotenziario, emissario ed ambasciatore del neonato comparto eversivo mondiale". An chiede che le molte relazioni finali presentate dai vari gruppi in Commissione stragi vengano discusse quanto prima altrimenti , se non verra' meno "un certo ostruzionismo", il gruppo si rivolgera' ai Presidenti di Senato e Camera. "Qualora il presidente Pellegrino non dovesse accogliere la nostra richiesta - ha spiegato l'esponente di An Enzo Fragala' - chiederemo ai presidenti d intervenire per sollecitare il Presidente della Commissione a tener fede ai suoi doveri istituzionali". E comunque - ha aggiunto - "riteniamo che nella prossima legislatura vada recuperata la Commissione Mitrokhin, gia' approvata da un ramo del Parlamento , che dovra' ereditare tutto l'archivio della Commissione per  approfondire l'intera questione e per proseguire un lavoro non certo esaurito in questi anni". Fragala' ha parlato di responsabilita' della maggioranza a non voler concludere il lavoro della Commissione con la discussione e la messa in votazione delle relazioni, "passaggi che danno conto dell'attivita' svolta in dieci anni di esistenza di questo organismo parlamentare d'inchiesta". Sul perche' cio' rischia di accadere  Fragala' ha una  idea: "faccio un cattivo pensiero: la maggioranza non e' certa di tenere sulle relazioni depositate, e teme che quelle della Casa delle Liberta' possano avere l'approvazione maggioritaria. E per la prima volta la Commissione Stragi si rivelerebbe un boomerang per la coalizione di governo".

22 febbraio - "Panorama" scrive che Martino Siciliano, l'ex terrorista nero che e' il testimone-chiave dell'accusa nel processo per la strage di piazza Fontana, ha ricevuto 4.200 dollari in 18 bonifici bancari. Secondo il settimanale in una lettera ricevuta dalla Corte d'Assise di Milano il 17 gennaio scorso Siciliano ha sostenuto che mittente del denaro era il giudice Guido Salvini e ha polemizzato con i magistrati: "mi era stato fatto credere che ero stato riammesso a un nuovo programma di protezione - ha scritto il testimone a quanto riferisce "Panorama" - mentre per persuadermi a rientrare in Italia per la testimonianza, il sussidio mensile mi e' stato personalmente e direttamente versato dal dottor Salvini oppure da persone da lui incaricata". Sentito da "Panorama" Salvini ha confermato di aver fatto lui quei bonifici, ma ha detto che si trattava del rimborso di un viaggio compiuto da Siciliano dalla Colombia in Italia nel marzo 2000 per essere intervistato per un libro. Circostanza confermata anche dall'autrice, la giornalista romana Patrizia Minta. Ma per "Panorama" resta il mistero: "perche' - si interroga il settimanale - Siciliano parla di un sussidio mensile, lasciando intendere che Salvini gli abbia personalmente pagato una specie di anticipo del programma di protezione?".

22 febbraio - A "Radio 24" il giudice milanese Guido Salvini definisce molto interessante la proposta del presidente della commissione parlamentare Stragi, il sen. Giovanni Pellegrino, di istituire una "commissione per la riconciliazione e la verita", una sorta di scambio: la verita' sulle stragi e la vicenda Moro in cambio della non punibilita'. "Non e' un colpo di spugna. Perche' oggi il problema non e' piu' la punibilita' in termini di carcere e di crimini insoluti - ha continuato Salvini - e una commissione che operi in questo senso, raccogliendo testimonianze, senza dover punire, e offrendo gli ultimi tasselli mancanti, sarebbe benvenuta, soprattutto per quanti ancora attendono la verita' per i propri morti".

27 febbraio - Il ministro della Giustizia, Piero Fassino, terminato il vertice del G8, incontra il rappresentante della Giustizia giapponese per ribadire la richiesta dell'Italia di estradizione di Delfo Zorzi, l'ex ordinovista veneto accusato della strage di piazza Fontana, per la quale e' in corso a Milano il processo in Corte d'Assise. "Noi siamo in attesa che da parte delle autorita' giapponesi si dia luogo all'estradizione di Delfo Zorzi - ha detto il ministro Fassino durante la conferenza stampa al termine del G8 -. Se necessario siamo pronti a fornire al Giappone ulteriore documentazione per testimoniare la necessita' dell' estradizione". Fassino ha quindi aggiunto: "Auspichiamo che il Giappone consegni Zorzi anche solo temporaneamente, al fine di consentire la celebrazione del processo nel quale lo stesso Zorzi possa difendersi". Al termine dell'incontro con la delegazione giapponese il ministro Fassino ha spiegato di avere chiesto l'accelerazione della pratica di estradizione di Delfo Zorzi "per l'accertamento di una verita' che da troppo tempo sta aspettando". Fassino ha anche spiegato che domani si svolgera' un incontro di natura tecnica tra esperti italiani e giapponesi per studiare la possibile soluzione del caso. L'estradizione di Delfo Zorzi, da molti anni ormai cittadino giapponese, in mancanza di un trattato bilaterale tra Italia e Giappone per questa materia, appare, infatti, di difficile esecuzione. "I colleghi giapponesi - ha detto Fassino - non si sono opposti alla nostra richiesta". A proposito della possibilita' di una consegna da parte del Giappone di Zorzi, affinche' venga al processo, in corso davanti ai giudici della seconda Corte d'assise di Milano, per l'interrogatorio, Fassino ha spiegato: "La presenza di Zorzi sarebbe importante per l'acquisizione di nuovi elementi e per consentire allo stesso Zorzi di difendersi nella sede propria". Quindi ha negato che, attraverso questa soluzione di consegna temporanea, si voglia fare un piacere all'ex ordinovista veneto, accusato della strage di piazza Fontana: "Non stiamo dando un salvacondotto a nessuno. La parola salvacondotto puo'ingenerare equivoci. Stiamo cercando di avere qui un imputato che, attualmente, e' a diecimila chilometri di distanza".

28 febbraio - Al termine del vertice dei Paesi del G8, due delegati giapponesi incontrano il Procuratore della Repubblica, Gerardo D'Ambrosio, e  l'aggiunto Angelo Curto, per acquisire nuova documentazione su Delfo Zorzi, l'ex ordinovista veneto, accusato della strage di Piazza Fontana e per il quale l'Italia chiede l'estradizione.

1 marzo - In una interrogazione al ministro della Giustizia, i senatori di An Antonio Serena, Alfredo Mantica e Paolo Danieli sollecitano “L'immediato avvio di una ispezione presso gli uffici del Gip e della procura di Milano dove i giudici Guido Salvini e Massimo Meroni, secondo quanto affermato dal settimanale 'Panorama', nell'ambito del processo per la strage di Piazza Fontana, si sarebbero resi responsabili, di aver rispettivamente, erogato e coperto le rimesse finanziarie al collaboratore di giustizia Martino Siciliano”. “E' - affermano in una dichiarazione congiunta - l'ennesimo mistero su evento tragico, che dopo oltre venti anni di indagine e un processo ancora in corso non cessa di suscitare ancora ombre e sospetti”. “Lascia in particolare sgomenti - ha detto il senatore Serena - apprendere che un magistrato, il giudice Salvini (oggi Gip di Milano), avrebbe pagato personalmente il 'pentito' Martino Siciliano effettuando ben 18 bonifici bancari in Colombia e, cosa ancor piu' grave, che un altro magistrato, l'attuale sostituto procuratore Meroni, sarebbe responsabile dello smarrimento dei documenti originali dai quali risultava la denuncia inoltrata alla magistratura sui fatti in oggetto”.

8 marzo - Al processo per la strage di Piazza Fontana, gli avvocati difensori di Delfo Zorzi, dopo essersi recati negli Usa ed aver identificato un ex ufficiale della Marina Usa negli anni '60 in servizio nelle basi Setaf e Ftase di Vicenza e Verona, hanno chiesto alla Corte di acquisire la documentazione o di disporre una rogatoria internazionale. Ma c'e' stata la netta opposizione del pm Meroni e i giudici si sono riservati di decidere. L'ex ufficiale era stato indicato da Carlo Digilio, l' artificiere di Ordine Nuovo nel Veneto, e ora pentito al processo per la strage, come David Carret, agente della Cia. Digilio lo aveva identificato su una fotografia con la moglie e altre due persone. Un testimone al processo, Giovanni Bandoli, aveva spiegato che l'uomo ritratto nella fotografia era tale Charlie Smith e non David Carret, come aveva sostenuto Digilio. Nel corso delle indagini preliminari, anzi, Bandoli aveva appunto fornito l' indirizzo americano di Charles Smith. Ora gli avvocati difensori di Delfo Zorzi si sono recati nel Kansas, negli Usa, dove Charlie Smith abita con la moglie Dolores. Sia Smith che la moglie hanno accettato un colloquio con i legali e hanno spiegato di essere rimasti in Italia fino al 1969, quando lui si reco' in Vietnam per servizio, poi in Germania. Da questa ricostruzione, quindi, emergerebbe che Carlo Digilio si sia sbagliato nell'identificare David Carret, l' agente Cia suo referente. La difesa di Delfo Zorzi, con l'avvocato Franchini, ha chiesto di depositare tutto il materiale raccolto negli Usa: dal videotape del colloquio avuto con Charles Smith e la moglie, alle fotocopie della patente e ad altri documenti che provano la loro identita'. Smith e moglie, tra l'altro sono citati come testimoni per lunedi' prossimo. I due non saranno pero' presenti in aula, in quanto non hanno rinnovato il passaporto e non possono venire in Italia. Per questo motivo la difesa di Zorzi ha chiesto alla corte di acquisire tutta la documentazione presentata oppure di disporre una rogatoria internazionale. A queste richieste e alla attivita' svolta dalla difesa di Delfo Zorzi si sono opposti il pubblico ministero Massimo Meroni e gli avvocati di parte civile. "Ho appreso - ha detto il pm - delle indagini eseguite dalla difesa leggendo questa mattina dei quotidiani. Credevo di avere instaurato un clima di collaborazione in questo processo. L'atteggiamento di slealta' della difesa di Zorzi mi amareggia anche sul piano personale". Il pm ha sostenuto che tutte le indagini sono state svolte "in dispregio del Codice di Procedura Penale". Meroni ha quindi chiesto alla corte di non acquisire la documentazione della difesa di Zorzi in quanto il codice prevede che, dopo l' ordinanza che dispone il giudizio, ogni altra attivita' investigativa puo' essere eseguita ma la parte che la esegue deve avvisare il pubblico ministero. Cosa che i difensori di Delfo Zorzi, in questo caso, non avrebbero fatto. Uno dei difensori, l'avv.Gaetano Pecorella, ha chiesto alla corte di acquisire un articolo del settimanale 'Panorama' in relazione al denaro che il pentito Martino Siciliano avrebbe ricevuto dal giudice Guido Salvini. La corte si e' riservata di decidere sulle richieste. Carlo Maria Maggi risponde all' interrogatorio del pm Massimo Meroni "Mi chiede se ho parlato della possibilita' di un golpe? Vede, quando si beveva, si parlava spesso di golpe". Maggi, ex ispettore di Ordine nuovo per il Triveneto, gia' condannato all'ergastolo per la strage alla questura di Milano, indagato per quella di piazza della Loggia a Brescia, al processo milanese e' ritenuto uno degli organizzatori dell' eccidio alla Banca Nazionale dell'Agricoltura. Lui, sofferente per un ictus e per un'operazione al polmone, ha cercato di accreditare un'immagine diversa. Quella dell'ordinovista poi rientrato nell'Msi che, al massimo, se ha parlato di violenza, lo ha fatto per prospettare un'organizzazione di difesa: "all'epoca - ha detto - giravano le spranghe come bruscolini. La moglie di Rognoni e' stata massacrata a sprangate e Ramelli e' stato ucciso". Lui non ha mai teorizzato lo stragismo: "Succedeva spesso - ha spiegato - che si beveva e allora si raccontavano puttanate". Eppure Carlo Digilio, l'artificiere di Ordine Nuovo, ora pentito, ha raccontato che Maggi teorizzava la strategia della tensione. "Io non lo so - ha detto Maggi - con Digilio ci siamo incontrati in questura, voleva che diventassi un infame, per usare un'espressione carceraria". Digilio, infatti, tra il '94 e il '95, aveva iniziato a collaborare all'inchiesta del giudice Guido Salvini e, in un incontro organizzato dal capitano dei Ros Massimo Giraudo, aveva cercato di convincere Maggi a seguirlo su quella strada. "Mi disse - ha ricordato in aula Maggi - che dovevo dire di conoscere alcuni agenti della Cia". Maggi ha ricordato i numerosi incontri avuti con il capitano Giraudo che gli disse che stavano emergendo elementi a suo carico in relazione all'indagine su Piazza Fontana. "Mi diceva - ha ricordato Maggi - che avrei fatto meglio a collaborare e raccontare cose penalmente rilevanti sul mio conto. Mi disse anche che se avessi collaborato sarei stato riassunto come medico in ospedale e che mi avrebbero dato del denaro". Denaro, Maggi, lo ricevette invece da Rudy Zorzi, fratello di Delfo Zorzi, il principale imputato al processo. "Alle fine del '94 - ha ricordato Maggi - Rudy Zorzi mi chiese se avevo bisogno di denaro. Mi fece avere 14 milioni, quattro a me e dieci a mia moglie. Perche' me li diede? Per aiutarmi perche' la mia era una situazione finanziaria disperata". Mentre pero’ gli avvocati Lodovico Mangiarotti e Barbara De Biasi depositano la loro "controindagine" che smentisce la pista della Cia, paradossalmente è proprio Maggi a riparlarne:"E' vero, il mio amico Soffiati sospettava che Digilio fosse un agente Cia: me lo disse in carcere". E su Amos Spiazzi, il colonnello della "Rosa dei venti" ora condannato per la strage in questura, addirittura non ha dubbi:"Lo capii quando lo assolsero in appello proprio perché era dei servizi... cioè, perché aveva fatto tutto per dovere. Poi Spiazzi stesso mi spiegò che era di una branca speciale dei servizi". Ma il personaggio Maggi, innocente o colpevole che sia, forse si riassume in un'esclamazione:"A Verona ho espulso da Ordine Nuovo uno che si vantava di essere un reduce delle SS, e invece non era vero!".
Sulla vicenda pubblica un articolo "Il Corriere della Sera":
“MILANO - "No, non mi chiamo David Carret. Io sono Charles Smith. Ecco i miei documenti". "No, io non sono la moglie di Carret. Mi chiamo Dolores Smith perché ho sposato proprio Charlie. Ecco i miei documenti". Una controindagine difensiva - culminata in un viaggio di due avvocati italiani negli Stati Uniti - mette in dubbio un passaggio centrale delle nuove tesi accusatorie sulla strage di piazza Fontana: il presunto coinvolgimento della Cia - in particolare di un ufficiale dei servizi americani - nell'"addestramento" dei neonazisti veneti accusati di avere eseguito l'eccidio del 12 dicembre 1969. Quel giorno, a Milano, scoppiò la prima delle bombe che insanguinarono un decennio di storia italiana: l'attentato provocò 16 morti e 84 feriti, ma è ancora senza colpevoli.
IL PROCESSO - Oggi, nel nuovo processo in corso a Milano, gli avvocati del principale imputato, l'ex ordinovista Delfo Zorzi (latitante in Giappone) consegneranno alla Corte d'Assise una controinchiesta che alla difesa sembra decisiva: le testimonianze di due coniugi statunitensi - documentate da una videoregistrazione di 80 minuti - smentirebbero non solo le dichiarazioni del più importante terrorista "pentito", Carlo Digilio, ma anche il "riconoscimento fotografico" dell'ufficiale americano da lui indicato come "il mio superiore nella rete Cia in Italia".
LA FOTOGRAFIA - L'ipotesi di una copertura americana ai terroristi neri italiani (in funzione anticomunista) nasce dalle rivelazioni raccolte fino al '95 dal giudice Guido Salvini. L'uomo-chiave, secondo il pentito Digilio, è "David Carret, ufficiale della Marina statunitense in servizio nella base di Verona dal '65 al '74". Nel rapporto sulla presunta "rete Cia", il capitano Giraudo, collaboratore di Salvini, sottolinea che "fu Carret a reclutare Digilio come informatore e ad addestrarlo" in una lunga serie di incontri. Il rapporto spiega che "non è stato possibile identificare l'agente Carret", ma rimarca che Digilio lo ha riconosciuto "in una foto fornita da Dario Persic", un simpatizzante di destra sentito come teste. L'immagine ritrae i coniugi Persic e una coppia di americani. Sul retro è annotata a penna la data del "23/12/72" con un'indicazione sgrammaticata che sembra contraddire Digilio: "Ciarly Smit e la moglie a casa di Giovanni". Ma per l'accusa il nome sbagliato è in realtà un riscontro: "Persic ha riferito - scrive infatti Giraudo - che la foto fu scattata a casa di Giovanni Bandoli, che usava indicare Carret e tutti gli americani con il nome di Charlie Smith". Anche Bandoli, secondo Digilio, era un "agente Cia".
IL TESTIMONE - Il 21 dicembre 2000, al processo su Piazza Fontana, Bandoli conferma solo di avere lavorato "dal '55 al '91, come autista, nelle basi Nato di Verona e Vicenza" e di avere "conosciuto Digilio e Maggi". Ma quando un avvocato di Zorzi gli mostra la foto di Carret, il testimone smentisce: "Questo è il mio amico Charlie Smith con sua moglie Dolores". Bandoli, a sorpresa, aggiunge: "Avevo fornito al giudice Salvini anche l'indirizzo di Smith, recuperato da una sua vecchia lettera". Il presidente della corte, a questo punto, chiede informazioni. E in breve il pm Meroni consegna la risposta di Giraudo: l'indirizzo fornito già durante le indagini da Bandoli e la precisazione che al capitano non fu chiesto di approfondire quella pista, ritenuta falsa. Quindi la difesa di Zorzi incarica due investigatori di convocare come teste l'ipotetico "Charles Smith detto Charlie". A sorpresa, l'atto risulta "notificato". E il 20 febbraio due avvocati degli studi Pecorella e Franchini partono per New York, da dove telefonano ai "coniugi Smith", che vivono in Kansas e, sorpresi dalla citazione già ricevuta, accettano di parlare. Il 24 febbraio scorso, nell'ufficio interrogatori della polizia ("Sheriff's Department") di Oskaloosa, nella contea di Jefferson, i due statunitensi rispondono alle domande tradotte dal loro legale, Michael C. Hayes.
IL VIDEO - Gli avvocati italiani videoregistrano tutto. Davanti al loro "vicesceriffo", i due testimoni si presentano come "Charles e Dolores Smith", fanno fotocopiare i loro documenti, confermano di avere vissuto in Italia "fino al 1968". E, soprattutto, si riconoscono nella stessa fotografia del '72 in cui il pentito Digilio, anche al processo, aveva invece identificato il capitano Carret. "Charles detto Charlie" aggiunge di avere lavorato alla base di Vicenza, "ma come magazziniere", e di essere partito per il Vietnam "nel '69". Sua moglie conferma: "Questi siamo io e mio marito". Entrambi dichiarano di avere conosciuto "Johnny Bandoli". E consegnano quattro fotografie degli anni '60 che li ritraggono proprio con quell'"amico italiano". E Carret? I coniugi Smith cadono dalle nuvole: "E' un nome che non abbiamo mai sentito".

9 marzo - I giudici della Seconda Corte d' Assise di Milano, davanti ai quali si celebra il processo per la strage di piazza Fontana, respingono le istanze dei difensori di Delfo Zorzi in relazione all' acquisizione agli atti di un colloquio investigativo avvenuto negli Stati Uniti con Charlie Smith, l' ex ufficiale della Marina degli Stati Uniti, identificato dal pentito Carlo Digilio come David Carret, agente della Cia. I giudici hanno anche respinto l' istanza dei difensori di produrre i bonifici bancari sui presunti versamenti di denaro a favore del pentito Martino Siciliano, che sarebbero stati fatti dal giudice Guido Salvini. I giudici hanno respinto l' istanza in quanto, hanno spiegato nella loro ordinanza, la vicenda non fa parte del processo in corso. I giudici hanno respinto l' istanza di deposito dell' intero materiale spiegando che il colloquio investigativo e' sostanzialmente avvenuto al di fuori delle regole processuali. L' ufficio del pubblico ministero, infatti, non era stato avvertito preventivamente dell' attivita' investigativa da parte delle difesa. I giudici hanno anche spiegato che sia Charlie Smith che la moglie Dolores sono citati in qualita' di testimoni e quindi devono presentarsi all' udienza. I difensori di Zorzi su questo punto, nell' udienza di ieri, avevano spiegato che i coniugi Smith sono privi di passaporto e che quindi non possono venire in Italia. La Corte, nella sua ordinanza, a questa osservazione ha replicato che la questione del passaporto e' facilmente superabile per cui ha convocato Charlie Smith e la moglie Dolores per l' udienza del 20 marzo.

12 marzo – Processo per la strage di piazza Fontana: il pm Massimo Meroni e gli avvocati di parte civile danno il consenso ad acquisire le fotografie e il video registrato di Charlie Smith, l'ufficiale della marina Usa, che sarebbe l’ uomo che il pentito Carlo Digilio aveva identificato come l' agente della Cia David Carret. L' avv. Sinicato, patrono di parte civile per i familiari delle vittime della strage, ha spiegato: “E' vero che Digilio ha sbagliato l' identificazione. Cio' non vuol dire che ha volutamente mentito. Lo stesso Charlie Smith quando gli e' stata mostrata la fotografia ha avuto difficolta' a riconoscersi”. I deputati di An Enzo Fragala' e Alberto Simeone dichiarano che “Se gli atti prima rifiutati e poi accettati dai giudici della Corte d'Assise di Milano riguardanti la deposizione dell'agente della Cia Charlie Smith confermeranno l' inattendibilita' di Carlo Digilio, il castello accusatorio crollera' e tutto il processo per la strage di piazza Fontana dovra' essere rivisto”. Si tratta di un processo - secondo i due esponenti di An - “nato male e finito peggio, sulla scorta di un teorema giudiziario creato dal giudice istruttore Salvini, diventato referente di due pseudo-pentiti: uno, il Martino Siciliano pagato con cento milioni del Sismi e poi beneficiato di un bonifico mensile da parte dello stesso Salvini; l'altro, lo stesso Digilio, totalmente incapace di intendere e di volere”. A questo punto - affermano Fragala' e Simeone - “dinanzi alla frana del castello accusatorio aspettiamo di vedere cosa fara' il ministro Fassino rispetto alla ventilata ipotesi dell'estradizione di Delfo Zorzi”.

16 marzo – Il settimanale "Tempi" presenta il libro “Piazza Fontana” di Pierangelo Maurizio, edito da Maurizio:
“È costretto a stamparsi i libri da solo, perché non trova un editore disposto a scommettere sulle sue scomode verità. Ma Pierangelo Maurizio non demorde. In "Morte di un eroe cristiano" ha raccontato la limpida testimonianza di fede del commissario Calabresi, e sollevato sulla sua fine inquietanti interrogativi, ben al di là della consueta pista LC. Ora l'indagine si è allargata, estendendosi ai silenzi, ai depistaggi, alle connivenze che hanno accompagnato le inchieste sull'attentato che ha cambiato la storia della Repubblica. Tutti con un denominatore comune: distogliere le indagini dai pesanti indizi che conducevano verso gli anarchici (e l'editore Giangiacomo Feltrinelli) e accreditare la pista nera. Che legittimava, in nome della "vigilanza antifascista", l'avvicinamento del PCI all'area del potere. Eccellente antidoto a libri come il recente Strage di Stato (Einaudi), che non fanno che riproporre i soliti cliché.”

19 marzo - "Le autorita' giapponesi dovranno valutare attentamente se questo individuo merita e ha le caratteristiche di onorabilita' per continuare ad essere un cittadino giapponese". E' quanto ha rilevato il ministro degli Esteri Lamberto Dini a proposito dell'estradizione di Delfo Zorzi dopo un colloquio con il ministro degli esteri giapponese Yohei Kono nel corso del quale e' stato toccato anche il caso dell'ex ordinovista veneto sotto processo a Milano per la strage di Piazza Fontana. "I contatti proseguono",ha detto Dini. "Dobbiamo trovare una soluzione che rispetti la legge giapponese ma che dia soddisfazione anche al governo italiano che ha posto questo problema ormai da anni". Il responsabile della Farnesina ha ricordato che contatti sono in corso anche tra i due ministeri della giustizia allo scopo di trovare una soluzione. "C'e' la questione dell'estradizione e della naturalizzazione" di Zorzi come cittadino giapponese, ha osservato ancora Dini.

19 marzo - Dopo un esilio in Sudafrica durato 21 anni, Gianadelio Maletti ha lasciato ieri sera Johannesburg per Milano dove e' arrivato in mattinata. L'ex capo del Reparto D del Sid, latitante da anni, ha accettato di tornare in patria e domani deporra' davanti alla Corte d'Assise di Milano sulla strage di Piazza Fontana. Il generale Maletti sara' in Italia per alcuni giorni, protetto da un salvacondotto previsto dall'articolo 728 del Codice di Procedura penale, che stabilisce come una persona che compare per deporre non possa essere sottoposta a restrizioni della liberta' personale. L'estate scorsa Maletti e' stato condannato a 15 anni per strage, al termine del processo per l'attentato alla questura di Milano del 17 maggio 1973. La condanna ha spronato Maletti, che in tutti gli anni di latitanza aveva mantenuto il piu' assoluto silenzio sul suo ruolo nella "strategia della tensione", a decidere di parlare. Dopo lunghi e delicati negoziati condotti dal suo legale di fiducia, avvocato Michele Gentiloni, con la Procura di Milano, il generale ha accettato di tornare in Italia per deporre. Considerazioni di natura personale hanno anche giocato un ruolo nella decisone di rientrare: Maletti, hanno fatto sapere fonti a lui vicine, non e' in buona salute e desiderava da tempo rientrare in patria, dove vive sua figlia. Dopo ventuno anni di silenzio, c'e grande attesa per le parole di Maletti, da molti considerato l'unico in grado di rivelare i retroscena e i segreti di uno dei periodi piu' bui della storia della Repubblica italiana. L'ex capo dell'Ufficio D del Sid Gianadelio Maletti, giunto stamani a Milano con un aereo proveniente Johannesburg rimarra' in Italia per cinque giorni. L'ex generale, che domani sara' sentito come imputato in procedimento connesso al processo per la strage di piazza Fontana, in corso a Milano davanti ai giudici della seconda Corte d'Assise, non potra' usufruire dell'intero salvacondotto di 15 giorni che gli e' stato accordato. Dal 24 marzo, infatti, sara' soppresso il volo diretto da Milano per il Sud Africa, sicche' l'ex generale dovrebbe imbarcarsi su altri voli e fare scalo in altri aeroporti europei dove, in teoria, potrebbe esser fermato e arrestato non essendo coperto dal salvacondotto. Dopo la deposizione di domani l'ex generale, giovedi', sara' sentito anche dai magistrati della Procura di Brescia che indagano sulla strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 (otto morti e un centinaio di feriti).

19 marzo - I deputati di An Enzo Fragala' e Nino Lo Presti criticano il ministro degli esteri Lamberto Dini, che si impegna per l'estradizione dal Giappone di Delfo Zorzi, estremista nero ricercato per la strage di piazza Fontana ma trascura, secondo i parlamentari, quella del brigatista rosso Alvaro Loiacono. Dini, accusano Fragala' e Lo Presti, "si da' un gran da fare come il suo collega Fassino per estradare Delfo Zorzi" nonostante il fatto che il "teorema accusatorio" contro di lui starebbe "crollando sotto le prove raccolte dalla difesa". Per contro, sempre secondo i deputati, Dini "finge di dimenticarsi della vicenda Loiacono", gia' condannato all' ergastolo per l'omicidio Moro e a 16 per quello dello studente greco di destra Mikis Mantakas. Fragala' e Lo Presti concludono lanciando un appello al capo dello stato, perche' solleciti i ministri "ad attivarsi per l'estradizione di Loiacono: e' una questione di civilta' giuridica e dignita` nazionale".

20 marzo - L' ex capo dell' ufficio del Sid, Gianadelio Maletti, arriva alle 9.45 all' aula bunker di piazza Filangeri, a Milano, dove si svolge il processo per la strage di piazza Fontana. Maletti, condannato a 14 anni di reclusione per depistaggio e a 15 anni di reclusione nel processo per la bomba davanti alla questura di Milano, ha ottenuto un salvacondotto di 15 giorni per poter deporre. Maletti da 21 anni vive in Sud Africa dove dal 1980 ha anche ottenuto la cittadinanza. Durante l’ interrogatorio Maletti dice che "E' probabile che la Cia abbia aiutato movimenti eversivi italiani che facevano comodo alla politica americana" e spiega i rapporti che esistevano all'epoca tra il Sid e la Cia. Rapporti sostanzialmente di "sudditanza" da parte del servizio italiano nei confronti di quello americano. A quanto ha raccontato Maletti, insomma, gli agenti della Cia poco o nulla riferivano ai nostri servizi, anche se indagavano sulle questioni italiane. Per fare un esempio, ha citato Edgardo Sogno. "Sogno - ha detto Maletti - ha avuto rapporti con uomini della Cia. Stava raccogliendo le fila per un golpe, di questo ne ha parlato con la Cia che pero' non ha informato i nostri servizi. Questa mi pare una politica scaltra tra alleati". Maletti ha anche spiegato che il servizio americano aveva avuto precise informazioni sulla vicenda della 'Rosa dei Venti'. All'inizio dell' udienza le difese di Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi hanno sollevato un' eccezione sulla possibilita' di sentire l' ex generale del Sid. Secondo gli avvocati delle difese, Maletti dovrebbe essere sentito come testimone e quindi giurare; secondo il pm, invece, Maletti doveva essere sentito come indagato in procedimento connesso. La Corte ha deciso di sentire Maletti in quest'ultima veste. Maletti racconta anche che il Sid aveva infiltrati in Ordine Nuovo e in Avanguardia Nazionale:”Avevamo infiltrati e informatori". Il generale ha spiegato alla corte che, per i servizi, era "normale" infiltrare le organizzazioni di estrema destra, e dice anche che "Il servizio americano contribuiva a finanziare a livello economico il Sid". "Il servizio americano –per Maletti - ha avuto anche una parte importante nella costituzione di Capo Marrargiu". L' ex capo del reparto D del Sid ha riferito che la Cia in Italia aveva molte basi, e tra queste erano operative anche le caserme della Setaf e della Ftase. "Nel 1971 ho appreso che anni prima, attraverso il passo del Brennero, era arrivato dell' esplosivo direttamente dalla Germania per una cellula veneta di destra" afferma anche l' ex capo del reparto D del Sid, spiegando di avere appreso questa notizia nel 1971 direttamente dal capo centro del servizio a Padova. Conversando con i giornalisti durante la pausa dell'udienza, Maletti dice anche:"Ho sempre avuto la sensazione che ci sia stata una matrice e un appoggio oltre frontiera. Certo, non penso ai tedeschi" ha detto ancora Maletti, aggiungendo "L'aiuto non poteva venire che da la'. Pensate che negli Stati Uniti ci sono tutt'oggi gruppi neonazisti". Maletti, che aveva parlato del suo trasferimento durante l' udienza, e' ritornato su questo punto conversando con i giornalisti: "Nel '75 sono stato trasferito. C'e' stato in me un senso di frustrazione, perche' per la strage di Piazza Fontana, come servizio non ci interessavamo piu', in quanto si occupava l'autorita' giudiziaria. C'erano pero' stati altri attentati e io stavo indagando su gruppi dell'eversione di destra e di sinistra". Sul ruolo della Cia e dei servizi militari statunitensi, Maletti ha un' idea chiara: "Aiutavano i movimenti eversivi italiani che facevano comodo alla politica americana". Lo facevano in modo prepotente, senza coinvolgere i servizi italiani: "Un esempio questo - ha detto Maletti - di sovranita' limitata. Loro sostenevano economicamente il Sid ma non davano alcuna informazione". Le basi degli agenti della Cia, proprio come ha detto Digilio, erano le caserme della Ftase e della Setaf di Verona e Vicenza. Anche su questo punto ha detto di non avere prove, ma ha aggiunto: "Io so che le cose stanno cosi' anche perche' ho fatto un corso di due anni negli Usa. Lo so per esperienza, lo so perche' sapere quelle cose era il mio mestiere". L'ex generale ha anche confermato che il servizio segreto italiano infiltrava le organizzazioni di estrema destra. "Tutti infiltravano tutti. Era un groviglio inestricabile". E ha anche ricordato che tra le fonti c'era quella denominata 'Tritone', ovvero l'ordinovista Maurizio Tremonte, ora indagato per la strage di piazza della Loggia a Brescia. Piu' reticente, invece, e' stato sulla riunione del 18 aprile del 1969 avvenuta a Padova, nel corso della quale, secondo Marco Pozzan, che ha poi ritrattato, vennero decisi gli attentati ai treni dell'estate. A quella riunione, secondo il primo racconto di Pozzan, oltre a Freda e Ventura era presente anche Pino Rauti. Su questa vicenda, Maletti non ha detto chi fu la fonte che lo informo' nonostante esista un suo manoscritto nel quale scriveva al capitano La Bruna che non avrebbe fatto quel nome. Di voler tornare in Italia per deporre, a certe condizioni, Maletti aveva parlato all' inizio di agosto del 2000, in un' intervista a “La Repubblica”. Maletti aveva detto:"Ripetero' tutto davanti all' autorita' giudiziaria, purche' ci siano le condizioni. E'chiaro che mi voglio tutelare, ho gia' pagato abbastanza per delle accuse infondate". Ottanta anni ancora da compiere, Maletti e' stato al centro di molte delle vicende piu' oscure della storia italiana. Nato il 30 settembre 1921 a Milano, da una famiglia piemontese di antiche tradizioni militari, finisce anche lui nell' esercito e poi nel Sid, che allora era l' unico servizio segreto italiano. Dirige l' ufficio "D" dal 1971 al 1975 quando il capo del Sid era il gen. Vito Miceli. I due erano divisi da una fiera rivalita', nonostante i nomi di entrambi comparissero poi nelle liste dei presunti iscritti alla loggia massonica P2, trovate nel 1981 negli uffici della Gio.Le. di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi. Quando scoppia lo scandalo P2 Maletti si trovava gia' in Sudafrica. Dalla carica nel Sid, secondo quanto scrisse allora Lino Jannuzzi sul settimanale "Tempo", Maletti fu destituito improvvisamente dopo un' intervista rilasciata allo stesso settimanale in cui parlava di una riorganizzazione delle Brigate rosse "sotto forma di un gruppo ancora piu' segreto e clandestino e costituito da persone insospettabili, anche per censo e per cultura, e con programmi piu' cruenti" e che "i mandanti restavano nell' ombra, ma non direi che si potessero definire 'di sinistra"'. Maletti era gia' stato arrestato per qualche settimana nel 1976, insieme al suo braccio destro, il cap. Antonio Labruna, nel corso delle indagini per la strage di piazza Fontana. Per la strage del 1969 alla Banca nazionale dell' Agricoltura il generale ebbe una condanna definitiva ad un anno per falsita' ideologica in atti pubblici (per il passaporto procurato a Marco Pozzan, all' epoca imputato di strage). Ma il gen. Maletti ha avuto anche altri problemi con la giustizia italiana. Nel 1996 e' passata in giudicato anche la condanna a 14 anni subita nel processo per l' attivita' della P2, per procacciamento di notizie riservate. Di un anno fa e' invece la condanna in primo grado a 15 anni nel processo davanti alla quinta Corte d'Assise di Milano sulla strage davanti la questura di Milano del 1973 per l' accusa di occultamento di notizie riguardanti la sicurezza dello Stato. Nelle motivazioni la sua responsabilita' viene definita "manifesta e gravissima". L'allora capo del reparto 'D' del Sid "seppe dei propositi di attentato a Rumor addirittura prima che venisse perpetrato", omise di riferirli alla magistratura e occulto' documenti e nastri magnetici importanti. Nel 1999 invece il generale era stato assolto nel processo per il disastro dell' "Argo 16", l' aereo dei servizi segreti precipitato nel 1973. Per lui il pm aveva chiesto una condanna a 8 anni per soppressione di atti concernenti la sicurezza dello Stato. Nel 1997, la commissione stragi va in Sudafrica per sentire Maletti (che era gia' stato interrogato a Johannesburg l' anno precedente dai giudici perugini del processo Pecorelli e nel 1991 dal giudice veneziano Casson, che indagava su Gladio). Nell' audizione, durata quasi tutto il giorno, Maletti delineo' un quadro di forte dipendenza dei servizi italiani da quelli americani, e disse di aver informato il ministro della Difesa sul "salto di qualita"' delle Br ma che il suo allarme non venne raccolto. Maletti avrebbe avvalorato anche l' ipotesi di una pluralita' di reti anticomuniste operanti in Italia e detto di aver ricevuto, fino a meta' degli anni ottanta, minacce riconducibili ad ambienti italiani. Maletti accuso' politici italiani di aver chiuso gli occhi, volontariamente e per fini politici, prima nei confronti del terrorismo di destra e poi, quando ne venne denunciata la pericolosita', anche verso le Br. "Ci sono stati episodi, non solo nel Sid - disse Maletti - che fanno pensare che alcune direttive venissero impartite nel senso di tollerare, e di chiudere gli occhi su avvenimenti molto gravi. Con cio' mi riferisco al ministro della Difesa, dell' Interno ed anche alla Presidenza del Consiglio". Piu' o meno gli stessi concetti, Maletti li ripete nell' intervista dell' agosto del 2000:"La Cia voleva creare attraverso la rinascita di un nazionalismo esasperato e con il contributo dell'estrema destra, Ordine nuovo in particolare, l'arresto del generale scivolamento verso sinistra. Questo e' il presupposto di base della strategia della tensione". L' ultima intervista rilasciata da Maletti e' del gennaio di quest' anno, dopo le rivelazioni di un pentito di mafia su un presunto collegamento dell' uccisione del giornalista Mauro De Mauro con il golpe Borghese.

20 marzo – Nel link potete trovare a confronto i resoconti di “Corriere della Sera”, “Stampa”, “Repubblica” e “Messaggero” sull’ interrogatorio del gen. Gianadelio Maletti, al processo per la strage di piazza Fontana.

20 marzo - "Fino ad ora mi pare che si sia scoperta l'acqua calda". Lo ha detto il giudice veneziano Carlo Mastelloni, commentando le dichiarazioni dell'ex capo del reparto D del Sid, gen. Gianadelio Maletti, sentito al processo per la strage di piazza Fontana come testimone indagato in procedimento connesso.

20 marzo - Al processo per la strage di piazza Fontana, il pm Massimo Meroni chiede la testimonianza di Anna Fusco, figlia di Matteo Fusco, ufficiale del Sid che il giorno della strage di piazza Fontana sarebbe dovuto essere a Milano per sventare l'attentato, e qulla di Paolo Emilio Taviani. La vicenda era emersa nel settembre dello scorso anno quando l'ex ministro Paolo Emilio Taviani, sentito dai Ros, aveva raccontato di avere appreso che un uomo del Sid era stato inviato da Roma a Milano per bloccare il piano stragista. In realta' Matteo Fusco, giunto all'aeroporto di Roma aveva appreso alla radio che una bomba era scoppiata alla Banca nazionale dell'Agricoltura, per cui aveva fatto marcia indietro. In questi giorni Anna Fusco, figlia dell'ufficiale del Sid morto qualche anno fa, e' stata sentita e ha sostanzialmente confermato questa versione. La donna, che e' molto malata, e che all'epoca era vicina al Movimento studentesco, ha confermato che il padre visse con il cruccio di non essere riuscito ad evitare la strage.

21 marzo - Il senatore Vincenzo Manca (FI), vicepresidente della commissione stragi, dichiara che la commissione ha condotto riscontri sulle affermazioni fatte nell' agosto dell' anno scorso dal generale Gian Adelio Maletti, gia' responsabile dell' Ufficio D del Sid, sul fatto che l' esplosivo utilizzato per la strage utilizzato per la strage di Piazza Fontana venisse dalla Germania. Questi riscontri sarebbero stati negativi e Manca accusa l' alto ufficiale di aver detto cose false e destituite di ogni riferimento e riscontro probatorio" "Va rilevato con amarezza - dice il senatore di Fi - che un personaggio delle istituzioni che ha indossato l' uniforme non puo' centellinare verita' a rate o, addirittura, affermando l' esatto contrario (arrivando a smentire se' stesso) cosi' come accaduto davanti alla commissione Stragi, durante la sua lunga audizione in Sud Africa nel marzo 1997". Manca afferma infatti che la Commissione ha verificato che l' unico elemento che conforta le affermazioni di Maletti sulla provenienza dell' esplosivo utilizzato per la strage del 12 dicembre 1969 e' contenuta in un appunto generico, datato 1974, relativo a presunte partite di armi ed esplosivo provenienti non gia' dalla Germania ma dall' Olanda. "Ma dalle cronache apprendiamo, inoltre, che il gen. Maletti avrebbe maturato il convincimento di venir a deporre al processo per 'amor di patria'. Dalle stesse apprendiamo che la sua latitanza in Sud Africa e' stata resa possibile oltreche' dalla pensione di ufficiale delle forze armate italiane, anche da un vitalizio versatogli dal Mossad, il servizio di sicurezza israeliano. La domanda e' questa: a quale amor di patria ha fatto riferimento ieri Maletti durante l' udienza in Corte d' Assise?".

22 marzo – Il gen. Gianadelio Maletti non si presenta negli uffici della Procura di Brescia per essere interrogato dai pm bresciani titolari dell'inchiesta sulla strage di piazza della Loggia. Si e' saputo, nel frattempo, che la difesa del generale dei carabinieri Francesco Delfino, indagato nell'inchiesta, ha chiesto che Maletti venga sentito con la formula dell'incidente probatorio. Il gip Francesca Morelli non ha ancora deciso se disporlo o meno. Maletti, che e' giunto in Italia con un salvacondotto dovrebbe pero' ripartire per il Sud Africa gia' domani. Pur avendo ottenuto un salvacondotto di 15 giorni, infatti, Maletti e' costretto ad anticipare il suo rientro in quanto poi sara' soppresso il volo diretto Milano Johannesburg. Il generale dovrebbe quindi fare scalo in altri aeroporti e, in teoria, essere arrestato. Della strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 (8 morti e un centinaio di feriti), l'ex capo del reparto D del Sid, Gianadelio Maletti, non ha mai detto nulla. Il 3 marzo 1997, davanti alla commissione Stragi che lo aveva sentito a Johannesburg, si era limitato a dire che non ricordava nulla. Eppure il generale Gianadelio Maletti era stato nominato capo del Reparto D del Sid nel 1971 ed era rimasto fino al 1975. Alla domanda del senatore Co' se poteva dire qualche cosa sulla strage di Piazza Loggia, Maletti aveva replicato: "No senatore, mi dispiace, ma non ricordo proprio piu' niente di questa questione di piazza Loggia. E' stata purtroppo una delle questioni molto serie e molto gravi, ma non e' stato uno degli elementi della sovversione sul quale noi abbiamo ottenuto successo, se non mi sbaglio: quindi non mi e' rimasto impresso granche' di quella vicenda". Il presidente Giovanni Pellegrino aveva sollecitato Maletti affinche' desse una spiegazione sul ruolo dell'Arma dei carabinieri in relazione alle inchieste sulla strage, sul Mar Fumagalli e sull'uccisione del neofascista Giancarlo Esposti a Pian del Rascino. "A distanza di tanti anni - era stata la risposta dell'ex capo del reparto D del Sid - direi che l'Arma dei carabinieri si e' sempre comportata bene e non so quanti e quali elementi avesse per poter intervenire in modo piu' efficace e se ci fossero state delle limitazioni politiche al suo intervento. Queste sono ipotesi che si possono formulare ma che hanno a mio parere, dette in questo modo da me come soltanto le posso dire, poco valore". A Paolo Corsini, all'epoca parlamentare Ds e membro della commissione Stragi, ora sindaco di Brescia, Maletti aveva risposto di non avere mai conosciuto il generale Francesco Delfino, all' epoca della strage capitano comandante del Nucleo operativo dei carabinieri di Brescia. Delfino, recentemente condannato per truffa in relazione al sequestro dell' imprenditore Giuseppe Soffiantini, aveva condotto le indagini oltre che sulla strage, anche sul Mar Fumagalli. Maletti aveva anche spiegato di non avere avuto conoscenza di eventuali rapporti di Delfino con i servizi italiani e stranieri. Quindi sull'uccisione da parte di Mario Tuti e Pierluigi Concutelli in carcere a Novara di Ermanno Buzzi, l'estremista di destra, condannato all'ergastolo al processo di primo grado per la strage, Maletti aveva replicato di non essersi fatto un'idea. All'insistenza di Corsini, Maletti aveva replicato di non avere seguito quelle vicende. Della strage di piazza della Loggia, l'ex generale, forse, aveva detto piu' cose in un' intervista giornalistica dell' estate scorsa. Parlando del ruolo della Cia nella strategia della tensione, aveva affermato: "La Cia ha cercato di fare cio' che aveva fatto in Grecia nel '67 quando il golpe mise fuori gioco Papandreu. In Italia le e' sfuggita di mano la situazione. L'effetto che alcuni attentati dovevano produrre e' andato oltre. Piazza Fontana, che io sappia, e' andata cosi'. Devo presumere anche per piazza della Loggia, per l'Italicus, per Bologna". E aveva aggiunto: "Riguardo ai politici voglio aggiungere una sensazione che per me e' quasi una certezza. A quel tempo, molti di loro, compreso il Capo dello Stato, Leone, furono costretti ad accettare il gioco".

22 marzo - All'unanimita' e dopo un confronto dai toni pacati la commissione di inchiesta sulle stragi e il terrorismo chiude i lavori, dopo 13 anni, con l'approvazione di un ordine del giorno che autorizza la pubblicazione immediata ed integrale di tutti gli elaborati prodotti dai gruppi o dai singoli commissari (18). Quindi nessuna votazione, nessuna trasmissione di documenti al Parlamento, ma solo la presa d'atto, la "fotografia" della situazione di stallo che si e' venuta a creare e che non ha permesso di arrivare ad un voto. Un verdetto di 'no contest' che chiude un confronto politico-storico aspro che non si e' concretizzato in un giudizio condiviso sui principali temi dei rapporti fra eversione e politica nella storia della Repubblica italiana. La scelta di pubblicare i 18 contributi presentati dai vari gruppi e' stata fatta "ritenendo indubbia l'utilita' e il senso complessivo della esperienza della commissione" dato che il materiale raccolto dalla Commissione "e' di notevole importanza per una valutazione complessiva della storia piu' recente del nostro Paese" Tutti i gruppi hanno condiviso, alla fine, l'ordine del giorno che prende atto della situazione politica che si e' venuta a determinare con l'impossibilita' pratica di esprimere un giudizio. "La mia sconfitta - ha detto al termine Giovanni Pellegrino - presidente della commissione - e il mio rammarico e di non aver potuto concludere con un risultato e giudizio condiviso ma questa commissione non e' niente altro che lo specchio del Paese. Un Paese ancora incapace di guardare al suo passato e di esprimere un giudizio maturo. Mi sarebbe piaciuto che la destra facesse la storia dei rapporti dell'Msi con An e Avanguardia nazionale e che la sinistra narrasse per intero la vicenda del Pci e i contributi dall'Est. Avremmo avuto una storia politica complessiva permeata di pietas. Ma cio' non e' stato possibile". Pellegrino si e' riservato di spiegare come si e' giunti a questo risultato di 'no contest' nella prossima e ultima relazione semestrale che inviera' ai presidenti delle Camere per illustrare il lavoro fatto. La commissione ha anche deliberato i criteri di pubblicazione degli atti. Saranno pubblicati, oltre ai 18 documenti finali, i resoconti stenografici delle sedute e le relazioni semestrali. La commissione ha deliberato la pubblicazione integrale, ma su cd-rom, di tutti i documenti che ha prodotto o che sono stati inviati a San Macuto o comunque che sono stati acquisiti nel periodo tra la X e la XIII legislatura. I documenti coperti da una qualche forma di segreto saranno pubblicati dopo aver verificato la presenza o meno di questa condizione. Sara' pubblicata anche la raccolta della rassegna stampa e gli elaborati prodotti dai collaboratori della commissione. Sono stati esclusi dalla pubblicazione gli scritti anonimi o quelli che sono stati inviati a titolo personale da soggetti privati o pubblici. Gli atti e i documenti originali, compresi quelli per i quali non e' consentita la pubblicazione, verranno versati all'archivio storico del Senato.
Nella X Legislatura la Commissione ha approvato quattro relazioni: Ustica, Caso Moro, Terrorismo in Alto Adige, Gladio; nella XI Legislatura la Commissione ha approvato tre relazioni (sull'attivita' svolta nel periodo giugno '93 - febbraio '94, relazione sulle stragi meno recenti, relazioni sugli ultimi sviluppi del caso Moro); nella XIII Legislatura la Commissione ha approvato una relazione sull'omicidio del professor Massimo D'Antona.
Queste sono le relazioni presentate e non messe ai voti nell' ultima legislatura:
   Sen. Follieri (Ppi) - "Gli eventi eversivi e terroristici degli anni tra il 1969 e il 1975";
   On. Fragala' (An) - "Il Piano solo e la teoria del golpe negli anni '60";
   Gruppo Ds - "Stragi e terrorismo in Italia dal dopoguerra al 1974";
   Sen. Mantica (An) - "Il parziale ritrovamento dei reperti di Robbiano di Mediglia e la 'Controinchiesta Br su Piazza Fontana";
   Sen. Mantica (An) - "Aspetti mai chiariti nella dinamica della strage di Piazza della Loggia - Brescia 28 maggio 1974";
   Sen. Mantica (An) - "Il contesto delle stragi. Una cronologia 1968-1975";
   Sen. Manca (Fi) - "Relazione sulla sciagura aerea del 27 giugno 1980' (Ustica)";
   Sen Manca (Fi) - "Il terrorismo e le stragi in Italia";
   Sen. De Luca (Verdi) - "Contributo sul periodo 1969-1974";
   Sen Mantica (An) - "Il problema di definire una memoria storica condivisa della lunga marcia verso la democrazia nell'Italia post-bellica";
   Sen. Mantica (An) - "Per una rilettura degli anni '60";
   On. Taradash (Fi) - "L'ombra del Kgb sulla politica italiana";
   Sen. Mantica (An) - "La dimensione sovra-nazionale del fenomeno eversivo in Italia";
   Sen. Bielli (Ds) - "Nuovi elementi concernenti il brigatista rosso Mario Moretti e la sua latitanza";
   Sen. Mantica (An) - "La strage di Piazza Fontana, storia dei depistaggi: cosi' si e' nascosta la verita' ";
   De Luca (Verdi) - "Il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro";
   On. Bielli (Ds) - "La controversa figura di Giorgio Conforto";
   Sen. Manca (Fi) - "Il terrorismo e le stragi impunite in Italia".

22 marzo – Per Enzo Fragala' (An) e il suo collega di gruppo Nino Lo Presti la Commissione stragi non ha piu' senso. Fragala’ annuncia l’ intenzione di battersi, nella prossima legislatura, qualora dovesse governare la Cdl, affinche' venga istituita un'unica 'Commissione Mitrokhin' che dovra' occuparsi di tutte le vicende riguardanti la guerra fredda. Per Fragala’ i lavori della Commissione sono stati "inconcludenti" per volonta' della sinistra e le conclusioni sono state "a coda di topo". Per quanto riguarda Pellegrino "riconosciamo il suo spessore umano e politico ma critichiamo il ruolo di 'arbitro parziale' recitato per salvaguardare la sinistra da quelle verita' storiche e giudiziarie pericolose per i post comunisti al governo".

2 aprile – Al processo per la strage di piazza Fontana, la difesa di Delfo Zorzi ha chiesto la testimonianza dell’ ex ordinovista siciliano Carmelo Cognitore, 55 anni, di Furci Siculo (Messina). Secondo Cognitore, fra il 6 e il 10 dicembre 1969 Zorzi si trovava a Napoli. Il 21 marzo scorso Cognitore ha scritto una lettera all'avv. Gaetano Pecorella, difensore di Zorzi, per comunicargli che aveva notizie importanti a favore del suo assistito. Il 26 marzo, sentito in base all'articolo 361 bis del Codice di procedura penale, che prevede l'interrogatorio investigativo della difesa, l'ex ordinovista siciliano e' stato sentito nello studio dell'avv. Franchin a Venezia. Ha raccontato di essere stato il 6 dicembre 1969 con Zorzi a una conferenza a Pozzuoli (Napoli). Inoltre ha detto di essere stato a cena con Delfo Zorzi o il 9 o il 10 dicembre a Napoli. Carlo Digilio ha sempre raccontato di avere incontrato Delfo Zorzi a Canal Sasso a Mestre il 7 dicembre. In quella circostanza Zorzi gli avrebbe mostrato l'esplosivo e gli avrebbe detto che lo doveva portare a Milano, dove il 12 dicembre ci fu la strage. I giudici della seconda Corte d' Assise di Milano respingono pero' tutte le richieste della difesa di Delfo Zorzi, compresa quella relativa al testimone che si sarebbe ricordato di essere stato a Napoli con l'ex ordinovista di Mestre, tra il 6 e il 10 dicembre 1969. La Corte, dopo una lunga camera di consiglio, ha respinto l' istanza di sentire in aula il testimone perche' avrebbe riferito “fatti non di rilievo”. I giudici hanno anche respinto tutte le richieste di rogatoria, compresa quella riguardante George Bush, ex presidente degli Stati Uniti e padre dell' attuale capo della Casa Bianca. Il processo e' aggiornato al 14 maggio prossimo per l' inizio della requisitoria del pm Massimo Meroni.

8 maggio - Esce in libreria il libro giallo "Quattro gocce d'acqua piovana" (editore Tropea) scritto da Piero Colaprico e Pietro Valpreda con protagonista il maresciallo Binda che, lasciata l'arma e morta la moglie Rachele, vive da pensionato in un paesino sui monti lombardi, leggendo libri di storia e ricordando le vecchie indagini, i casi insoluti. E' la Milano anni '80, da Brera a via Solferino, dai tangentisti ancora intoccabili all'anarchico rapinatore solitario che regala libri al maresciallo che lo ha arrestato, dalle scuole private ai condomini rispettabili, quella che raccontano il cronista che ha seguito Mani pulite per Repubblica ed il ballerino anarchico che ha conosciuto la macchina delle investigazioni dall'altra parte, arrestato per la strage di piazza Fontana. Gia' annunciato il prossimo titolo, "La nevicata dell'85".

14 maggio - Processo per la strage di piazza Fontana: comincia la requisitoria del pubblico ministero Massimo Meroni, che ha condotto l'inchiesta con la collega Maria Grazia Pradella. Il pm ha parlato per tutta la giornata e, secondo le previsioni, dovrebbe concludere il 17 maggio prossimo con le richieste di condanna. Meroni ha iniziato la requisitoria spiegando la genesi del processo che e' una sorta di naturale continuazione di quello di Catanzaro a carico di Franco Freda e Giovanni Venturi, assolti per insufficienza di prove. I due, dato che la sentenza di assoluzione e' passata in giudicato, non sono piu' processabili ma secondo il pm a loro carico in questo processo sono emerse nuove risultanze, soprattutto in ordine all'acquisto dei timers. Il pubblico ministero si e' quindi dilungato in modo puntiglioso, leggendo le dichiarazioni dei numerosi testimoni sentiti in aula, sui rapporti tra Freda e Zorzi, il principale imputato. Quindi ha descritto la strategia stragista e il possesso di esplosivo da parte di Ordine Nuovo.

17 maggio - Continua ancora e si concludera' domani con le richieste del pm Massimo Meroni la requisitoria al processo per la strage di piazza Fontana. Il magistrato, nell' udienza di oggi, ha approfondito il ruolo di Ordine nuovo e le responsabilita' dei cinque imputati. Dopo aver ripercorso la storia dei processi per piazza Fontana, il pm ha sottolineato che in quest'ultimo sono emersi nuovi importanti elementi a carico di Franco Freda e Giovanni Ventura, assolti per insufficienza di prove dalla Corte d' appello di Bari. "Dalle dichiarazioni di molti testimoni - ha detto - emerge inequivocabilmente che i timers appartenenti allo stesso lotto di cui facevano parte quelli usati per la strage erano nella disponibilita' di Franco Freda". Il pm ha ricordato le numerose testimonianze sul tentativo di depistaggio: come fare ritrovare i timers in una casa di Giangiacomo Feltrinelli per accusare la sinistra. Freda e Ventura non sono pero' piu' processabili essendo la sentenza di assoluzione passata in giudicato. Meroni ha quindi ricordato che tra gli anni '70 e '80 negli ambienti carcerari si era aperto un dibattito sulla stagione delle stragi e, citando i numerosi testi comparsi in aula, ha spiegato: "Dal dibattito era emersa la consapevolezza che i gruppi di estrema destra, ed in particolare i gruppi veneti, di cui facevano parte Freda, Ventura e Fachini, fossero responsabili della strage". Il pm ha anche illustrato l' ideologia stragista, a suo giudizio teorizzata da Pino Rauti nel libro 'Guerra rivoluzionaria'. E ha citato Claudio Bizzarri del Centro studi Ordine Nuovo, per il quale, scopo del movimento era di portare al potere una classe dirigente "con un senso quasi religioso dello Stato" con mezzi "diversi da quelli democratici". "All'interno della struttura di Ordine nuovo - ha spiegato il pm - Carlo Maria Maggi e' stato nel corso degli anni '70 uno dei piu' qualificati sostenitori della tesi stragista appoggiata anche da Giancarlo Rognoni". Nella sua requisitoria il pm ha quindi sostenuto attraverso la rilettura delle testimonianze che il gruppo veneto di Ordine nuovo ha sempre avuto disponibilita' di armi ed esplosivo. E ha ricordato gli attentati alla scuola slovena di Trieste, al cippo di confine a Gorizia, messi a segno da Delfo Zorzi, Martino Siciliano e da Giancarlo Vianello e quelli ai treni dell'agosto '69. Il magistrato ha quindi preso in esame le singole posizioni degli imputati a cominciare da Delfo Zorzi, ritenuto l'autore materiale. Contro di lui ci sono soprattutto le dichiarazioni di Carlo Digilio e Martino Siciliano. Quest'ultimo, che non si e' presentato a testimoniare, ha detto di avere raccolto confidenze di Zorzi sulla sua responsabilita' per piazza Fontana. Per il pm indizi di colpevolezza sono da considerare anche i comportamenti avuti da Zorzi durante le indagini preliminari quando, nel '95, e' stato sentito dai magistrati italiani. "Ha tentato - ha detto Meroni - di allontanare da se' il minimo sospetto della sua attivita' nella struttura illegale di Ordine nuovo. Ha negato che il gruppo avesse disponibilita' di armi ed esplosivo e gli attentati di Trieste e Gorizia. Ha negato di aver frequentato Rognoni, mentre quest'ultimo ha dichiarato di aver partecipato con Zorzi a un campo scuola di ON". Oltre alle dichiarazioni di Siciliano, contro Zorzi ci sono quelle di Digilio, noto come 'Zio Otto'. Quest' ultimo, artificiere di ON, ha raccontato che il 7 dicembre '69, a Mestre, incontro' Zorzi che gli fece vedere due casse contenenti esplosivo che doveva trasportare a Milano. Digilio ha sempre tentato di accreditarsi come testimone e mai come protagonista. Carlo Maria Maggi, ispettore di ON per il Triveneto, e' considerato dall'accusa l' ideologo e l'ideatore della strage ed e', tra l'altro, gia' stato condannato all'ergastolo per la strage alla questura di Milano. C'e' stato un momento,durante le indagini preliminari in cui Maggi e' sembrato pronto a collaborare con l'autorita' giudiziaria. Secondo il pm l'ex ispettore di ON in questi anni ha ricevuto a piu' riprese denaro da Zorzi e, per dare prova di fedelta', ha anche denunciato il maggiore dei carabineri Massimo Giraudo che indagava sull'eversione di destra e sulla strage di piazza Fontana. Per l'accusa il ruolo di Giancarlo Rognoni sarebbe stato quello dell' organizzazione logistica: "Vinciguerra - ha detto il pm - ha riferito che la Fenice era inserita organicamente in ON e quindi prendeva ordini da Maggi". Secondo il pm dietro gli autori materiali hanno agito servizi stranieri come la Cia. Lo ha detto lo stesso Carlo Digilio, che ha raccontato di essere un informatore della Cia e di avere avuto come referenti David Carret e Teddy Richiard, in servizio nelle basi Nato di Verona e Vicenza, ma la circostanza e' stata confermata anche dall'ex generale del Sid Gianadelio Maletti. Sentito in aula, Maletti aveva detto che i servizi di inelligence americani disponevano di informatori all'interno dei gruppi eversivi di destra e che "tali gruppi venivano incoraggiati e aiutati perche' perseguivano scopi che coincidevano con quelli della politica americana".

18 maggio - Processo per la strage di piazza Fontana: il pm Massimo Meroni chiede la condanna all' ergastolo per Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Per un altro imputato, il pentito Carlo Digilio, il pm ha chiesto di non doversi procedere essendo il reato estinto in quanto all' imputato sono da concedere le attenuanti generiche. Per Stefano Tringali, accusato di favoreggiamento, il pm ha chiesto due anni di reclusione. Per Carlo Digilio, che e' accusato di strage, il Pm ha tenuto conto della collaborazione data durante le indagini preliminari e durante il dibattimento e ha chiesto che all' artificiere di Ordine Nuovo vengano concesse le attenuanti generiche prevalenti a quelle aggravanti proprio per la sua collaborazione. La pena, quindi, non e' dell' ergastolo, per cui, come e' accaduto anche al processo per la strage alla Questura di Milano, scatta la prescrizione del reato. Terminata la requisitoria sono subito iniziati gli interventi dei legali di parte civile. Nelle prossime udienze seguiranno le arringhe degli avvocati difensori degli imputati e, secondo il calendario, i giudici della seconda Corte d'Assise entreranno in camera di consiglio il 15 giugno. In aula erano presenti numerosi familiari delle vittime e dei feriti che hanno voluto seguire le ultime fasi della requisitoria con la richiesta delle condanne. Per tutti ha parlato Luigi Passera, presidente dell' Associazione Familiari delle Vittime. "Sono soddisfatto - ha detto Passera - per le richieste. Ma la nostra soddisfazione e' anche quella che finalmente il processo per la strage e' stato celebrato a Milano". Passera si e' anche detto convinto che i giudici della seconda Corte d'Assise di Milano decideranno per la condanna degli imputati. "Sono assolutamente convinto - ha detto - della colpevolezza di Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi. Purtroppo sono sicuro che Zorzi non tornera' piu' dal Giappone". Delfo Zorzi, l'ex ordinovista di Mestre, ritenuto l'autore materiale della strage del 12 dicembre '69 alla Banca Nazionale dell' Agricoltura, da molti anni ormai e' infatti in Giappone, dove ha anche ottenuto la cittadinanza. Zorzi, per il quale lo Stato Italiano ha chiesto l'estradizione, ha anche cambiato nome ed e' diventato il cittadino giapponese Hagen Roy. La requisitoria del pm Massimo Meroni e' durata complessivamente una ventina di ore in tre udienze. Stamane, prima di chiedere le condanne, il magistrato si e' dilungato su alcuni aspetti trascurati nelle udienze precedenti. In particolare, in ordine alle responsabilita' di Delfo Zorzi, oltre a descrivere i rapporti con Stefano Tringali per avere notizie sugli sviluppi dell'inchiesta, il pm ha ricordato la testimonianza di Giampaolo Stimamiglio. "Vecchio amico di Giovanni Ventura - ha ricordato Meroni - in occasione di un viaggio a Buenos Aires, dove vive tutt'oggi Ventura, Stimamiglio chiese notizie sulla strage di piazza Fontana. Stimamiglio ci ha riferito che Ventura rispose con fare ironico di chiedere a Delfo Zorzi come era stata organizzata la strage alla Banca nazionale dell'agricoltura". Il pm, che ha dedicato un capitolo della requisitoria ai servizi segreti italiani e americani, ha ricordato il ruolo dell'Aginter Press di Yves Guerin Serac. Pino Rauti l'ha descritta come agenzia giornalistica, in realta' dalle testimonianze di Pierluigi Concutelli, di Vincenzo Vinciguerra e dalle indagini del maggiore dei Ros Massimo Giraudo e' emerso che Aginter Press, che aveva sede a Lisbona, era una centrale del terrorismo di estrema destra. Anche un informatore dell'Ufficio affari riservati, Armando Mortilla, ha riferito di avere raccolto notizie sui rapporti tra Ordine Nuovo e Aginter Press fino al 1968. Secondo il pm "e' strano" che l'Ufficio affari riservati del ministero dell'Interno non abbia piu' raccolto notizie proprio quando "in Italia si manifestano in modo evidente gli effetti di un'azione ispirata agli scopi per cui quell'organizzazione internazionale risultava istituita", cioe' collaborare con movimenti in grado di determinare svolte autoritarie.

24 maggio - Processo per la strage di piazza Fontana: il Comune di Milano, che si e' costituito parte civile, chiede un miliardo di risarcimento provvisionale. La richiesta e' fatta in aula dagli avvocati Corso Bovio, Consuelo Bosisio e Caterina Malavenda, i tre legali che rappresentano Palazzo Marino. "Questo lunghissimo processo - ha detto l'avv. Bosisio - ha dimostrato l'esistenza di un gruppo di fuoco che si era organizzato e armato gia' dagli anni '65-'66 per mettere in atto una serie di operazioni dimostrative e provocatorie fino ad arrivare a veri e propri attentati propagandistici, come quelli a Trieste e a Gorizia". Secondo il legale, quegli attentati furono la prova generale della strage di Piazza Fontana che colpi' al cuore Milano.

7 giugno - Al processo per la strage di piazza Fontana, l'avvocato Gaetano Pecorella, al termine della sua arringa, chiede l'assoluzione di Delfo Zorzi. Pecorella ha sostenuto che il processo nato in seguito alle indagini del giudice Guido Salvini, proseguite dai pm Grazia Pradella e Massimo Meroni, e' "frutto dei tempi e non della ricerca della verita'". "Questo processo - ha detto il legale che al dibattimento davanti alla Corte d'assise di Catanzaro era patrono di parte civile per i familiari delle vittime - e' l'esempio di come troppe volte la politica abbia avuto incidenza su dove andavano svolte le indagini e sulle sentenze che andavano emesse". Secondo Pecorella la storia d'Italia puo' anche essere scritta seguendo le sentenze e le indagini del processo su piazza Fontana. "Con la prima indagine - ha spiegato il legale - si voleva colpire la sinistra per cui vennero scelti i piu' deboli e cioe' gli anarchici. Negli anni del compromesso storico si ravviso' nella destra non istituzionale la responsabilita' delle stragi. Il centralismo della politica individuo' poi la responsabilita' negli opposti estremismi ed ora le nuove vicende politiche portano a mettere sotto accusa la Nato e la Cia". Secondo l'accusa, infatti, i servizi segreti americani erano al corrente dei piani eversivi di Ordine Nuovo. Nella sua arringa, Pecorella ha cercato di smontare tutte le accuse di Carlo Digilio, il pentito che, secondo l'accusa, avrebbe confezionato le bombe. "Digilio - ha detto Pecorella - mente. Mente in continuazione". Quindi ha ripercorso tutte le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, sottolineando le imprecisioni e le contraddizioni e le autentiche "menzogne", come, per esempio, quella sull'identita' di David Carret, l'ufficiale della Cia per il quale Digilio lavorava come informatore. "Digilio - ha quindi detto il legale - in una prima parte dell'inchiesta ha affermato che fu Zorzi a dirgli che mise le bombe. In una seconda fase ha invece detto che lui le vide sull'auto di Zorzi. Credo che qualsiasi collaboratore di giustizia che da' due versioni contrapposte debba essere considerato privo di credibilita"'. Pecorella ha anche ricordato che Martino Siciliano, che non si e' mai sottoposto a contraddittorio con la difesa, "ha mentito a proposito della cena di capodanno dove Zorzi gli avrebbe parlato della sua responsabilita' nella strage". Quella cena - ha detto l'avvocato - non c'e' mai stata perche' il padrone di casa dove si sarebbe svolta, cioe' Vianello, era in Svezia". Nella parte finale dell'arringa ha quindi sostenuto che l'esplosivo che Digilio ha affermato di avere visto sull'auto di Zorzi e' incompatibile con quello che, secondo le perizie, e' stato usato per la strage di piazza Fontana. Pecorella, rivolto ai giudici ha quindi spiegato che anche la difesa avrebbe potuto condurre un "processo politico ma abbiamo preferito seguire la strada della valutazione delle prove. Quindi vi chiediamo di valutarle perche' se non vi sono responsabilita' penali al di la' di ogni ragionevole dubbio, nessuno puo' essere condannato". E ha concluso: "Vi lascio con una domanda: dopo avere letto gli atti, sentito i testimoni, ascoltato gli imputati davvero potete avere la certezza di avere raggiunto la prova della responsabilita' di Delfo Zorzi?".

9 giugno - "Il Manifesto"
Piazza Fontana, la zavorra dei pentiti
La difesa di Delfo Zorzi attacca: troppi pentiti. Ma trascura l'effetto boomerang
MANUELA CARTOSIO - MILANO
Il processo per la strage di piazza Fontana è in dirittura d'arrivo. Ancora qualche udienza per le repliche, poi la corte entrerà in camera di consiglio. Ieri e l'altro ieri è scesa in pista per ultima la difesa di Delfo Zorzi, che schiera due pezzi del calibro di Gaetano Pecorella e Antonio Franchini. Consumati professionisti capaci di far sembrare bianco il nero e viceversa, i due avvocati hanno attaccato là dove era previsto: la credibilità dei collaboratori di giustizia che indicano nell'ex ordinovista mestrino riciclato in Giappone l'esecutore materiale della strage alla Banca dell'agricoltura. La credibilità di Carlo Digilio, innanzi tutto, l'imputato-teste della corona. E, a seguire, quella di Martino Siciliano, di Maurizio Tramonte (la fonte Tritone), di Edgardo Bonazzi. Contro Delfo Zorzi non esiste solo ed esclusivamente la parola di questi poco raccomandabili signori. E' vero, però, che in questo processo indiziario a trent'anni dai fatti l'accusa, quando dallo scenario generale scende ai particolari, poggia in gran parte sulla parola dei cosiddetti pentiti. Nel mazzo dei collaboratori la difesa ovviamente ha scelto quelli per lei più vantaggiosi, i più facili da demolire. Perché hanno parlato a rate, aggiustato in corso d'opera le loro dichiarazioni sulla scia di colloqui investigativi o di notizie già finite sui giornali, spesso mossi dal bisogno di soldi o dalla speranza di sconti di pena. "Pentiti parassiti", li ha definiti Franchini, "rimasticatori", "bugiardi abituali", fantosiosi tessitori di "complesse storie di cappa e spada", "mercanteggiatori", "inquinatori" che prima di mettere a verbale pretendono d'essere considerati non testimoni, tenuti a dire la verità, ma imputati in procedimento connesso, autorizzati quindi a mentire. O che, è il caso di Martino Siciliano, si sottraggono alla prova dell'aula. Fatta la tara al mestiere, innegabile che le argomentazioni di Franchini sull'attendibilità di questi "pentiti" mordono. L'avvocato rischia, però, l'effetto boomerang quando invita la corte a espungere dal processo le dichiarazioni di Siciliano, "un inquinatore prezzolato che per denaro ha venduto la propria anima e la propria dignità". Già, ma se quello sparagnino di Zorzi voleva comprarselo lui Siciliano, una ragione ci sarà. In un analogo peccato di gola era scivolato l'altro ieri anche Pecorella quando, per dimostrare la curvatura politica delle varie piste su Piazza Fontana, aveva sostenuto che quella salviniana che chiama in causa Cia e Nato è stata "autorizzata" dalla caduta del muro di Berlino e, quindi, dallo sganciamento dell'Italia dall'area d'influenza della Nato. E sì, ci siamo a tal punto sganciati che sotto le bandiere della Nato abbiamo fatto persino una guerra! Su un altro punto Pecorella si spinto troppo oltre. Ha sostenuto che alcune menzogne Digilio le racconta per diminuire le proprie responsabilità. Fatto pacifico, riconosciuto obliquamente dallo stesso pm Massimo Meroni che, infatti, non ha chiesto per il teste-imputato attenuanti speciali, bastando quelle generiche per dichiarare estinto il reato ed evitare il carcere a Digilio. Ma se Digilio vuole sminuire il suo ruolo, significa che alla strage di piazza Fontana ha partecipato. E se l'ha fatto, la sua chiamata di correo contro Zorzi e Maggi non è per sentito dire, il che non giova alla difesa. Torniamo a Franchini che ha attaccato, lasciando il segno, il modo in cui il Ros e il giudice istruttore Guido Salvini hanno "gestito" i pentiti. Quest'ultimo, "ha operato un'inammissibile selezione degli atti processuali, non ha trasmesso alla procura della repubblica di Milano proprio quelli che smentivano i collaboratori". Corre l'obbligo di ricordare che delle presunte irregolarità procedurali di Salvini si è più volte occupato il Csm che non ha mai sanzionato il giudice istruttore. Memori dell'esperienza fatta al processo Calabresi, corre altrettanto l'obbligo di non usare due pesi e due misure. Ci siamo indignati - invano - per i notturni incontri non verbalizzati tra Leonardo Marino e i carabinieri. Direte: però Sofri, Bompressi e Pietrostefani li hanno condannati lo stesso, dunque facciano almeno il piacere di condannare questi fascisti. E invece bisogna dire no a un simile ed offensivo risarcimento incrociato. A titolo personale, l'impressione ricavata dal dibattimento che i manovali di Piazza Fontana sono stati "grosso modo" Delfo Zorzi e i suoi camerati. Ma sul raggiungimento della prova pesa l'ingombro dei "pentiti". Senza "pentiti" i processi - è il caso di quello per il Petrolchimico di Porto Marghera - danno molte più soddisfazioni. Là gli unici pentiti sono i consulenti che vent'anni fa stavano con gli operai e adesso militano dalla parte dei padroni. Li lasciamo volentieri alla difesa.

9 giugno - "Il Gazzettino"
MILANO Al processo di Piazza Fontana requisitoria della difesa che solleva molti dubbi sulla credibilità dei pentiti
"Assolvete Zorzi, è innocente"
L'avv. Franchini è convinto che i verbali siano aggiustamenti, menzogne, falsificazioni
Milano
NOSTRO INVIATO
Un attacco vigoroso all'attendibilità dei pentiti che hanno reso possibile il terzo processo per la strage di Piazza Fontana. La scarnificazione impietosa di un'inchiesta che ha impiegato più di un lustro per arrivare al dibattimento, con tre imputati che rischiano la condanna all'ergastolo. Una rilettura, in chiave storica e politica, dei tentativi - fino ad oggi finiti nel nulla - di trovare un colpevole per la bomba che il 12 dicembre '69 uccise 17 persone e ne ferì un'ottantina. In due giorni la difesa di Delfo Zorzi ha giocato tutte le carte possibili per convincere la corte d'Assise di Milano che il mestrino divenuto un ricco uomo d'affari giapponese è innocente. Da giovane simpatizzava per l'estrema destra frequentava i circoli di Ordine Nuovo, ma non sarebbe lui l'esecutore materiale dell'attentato che segnò la storia d'Italia e tenne a battesimo la strategia della tensione. "Assolvete Zorzi da una strage che non ha commesso". La conclusione dell'avvocato Antonio Franchini ha solo l'apparenza della ritualità quando queste parole risuonano nell'aula-bunker di San Vittore dopo che per ore il penalista veneziano ha riletto le carte, gli atti, le deposizioni. E l'invocazione è l'epilogo di un percorso che toccherà ai giudici valutare, ma che comunque è riuscito a sollevare molti dubbi su ciò che hanno raccontato Carlo Digilio, Martino Siciliano, Edgardo Bonazzi, Maurizio Tramonte, perfino l'ergastolano Vincenzo Vinciguerra, ovvero i capisaldi dell'accusa.
Franchini è convinto che quell'insieme di verbali non siano altro che il frutto di aggiustamenti istruttori, menzogne belle e buone, falsificazioni dei fatti che alcuni personaggi hanno costruito nel tempo per ottenere benefici o per perseguire personalissimi obiettivi. "La requisitoria del pubblico ministero è stata un esercizio notarile, acritico, incapace di confrontarsi con l'altro processo che si è celebrato qui dentro, il processo della difesa" ha detto. Sono stati infatti proprio gli avvocati di Zorzi a mettere a segno i punti più favorevoli alla difesa, con un impegno investigativo assolutamente originale, come quando hanno scoperto che la presunta spia Cia Charles Smith, indicata da Digilio, in realtà è solo un barman militare in pensione che non poteva essere depositario di confidenze sullo stragismo per il semplice motivo che in quegli anni non era neppure in Italia.
A metterci il veleno della confutazione ci ha pensato Franchini che non ha trascurato nessuna delle posizioni cruciali del processo. Per ogni pentito ha cercato di dimostrare che non solo non vi sarebbero riscontri di attendibilità, ma addirittura le prove che non ha raccontato la verità. Ecco i "pentiti parassiti", ovvero Bonazzi ("Un vero calunniatore, parla e ottiene la liberazione condizionale") e Tramonte ("Non riferisce nessun particolare verificabile o soltanto cose già scritte sul giornale... ha perseguito un interesse economico chiedendo una fidejussione da 2 miliardi e poi un contributo da 400 milioni, senza peraltro ricevere nulla"). Martino Siciliano, invece, è un "pentito a rate", che incassa 50 mila dollari, va in Colombia, compera due taxi, si mangia tutto e torna in Italia a chiedere un lavoro. Ma secondo Franchini è "maligno, inaffidabile, psicolabile, mente per compiacere e poi si sottrae al contraddittorio del dibattimento, tanto che la difesa non gli ha mai potuto fare neppure una domanda".
L'avvocato confuta ciò che Siciliano ha raccontato. Disse di un casolare-fabbrica a disposizione dei fratelli Zorzi, quando questi lo affittarono dieci anni dopo. Parlò di una cena a causa del camerata Vianello in cui Zorzi avrebbe fatto delle confidenze sulle sue responsabilità per piazza Fontana, ma quella cena non si svolse il Capodanno dopo la strage ("Abbiamo esibito le prove che Vianello era in Svezia") bensì qualche anno prima. E il riferimento serve all'avvocato per attaccare il giudice Guido Salvini che avrebbe celato parecchie circostanze favorevoli alla difesa, appunti, biglietti, deposizioni. Nel pomeriggio tocca a Vincenzo Vinciguerra e alla sua teoria del complotto Cia, poi a Carlo Digilio.
Ma di quest'ultimo aveva già parlato giovedì l'altro difensore, Gaetano Pecorella. "Il racconto di Digilio è pieno di bugie e incongruenze, è un uomo privo di mezzi di sussistenza che quando sente che nel circuito carcerario si fa il nome dello "zio Otto", ossia di lui, come dell'artificiere di Piazza Fontana cerca di restarne fuori, poi diventa un pentito quando non può più farne a meno". E sull'esplosivo indicato da Digilio e asseritamente in possesso di Zorzi, Pecorella ha tentato di dimostrare che era incompatibile con quello usato a Piazza Fontana dagli attentatori.
Ma è soprattutto sullo scenario giudiziario che l'avvocato si è dilungato, insinuando che nell'arco di trent'anni le indagini abbiano risentito del clima politico. "Il processo è frutto dei tempi e non della ricerca della verità. Con il primo si voleva colpire la Sinistra nella sua parte più debole, incriminando gli anarchici". E si riferisce all'imputazione di Pietro Valpreda, poi assolto. Con Freda e Ventura, altra musica. "Con la nascita del compromesso storico ecco l'incriminazione della Destra più estremista. Poi il ritorno della politica centrista ha portato con sè l'ipotesi degli opposti estremismi, anarchici e fascisti assieme per distrugere lo Stato". E oggi? "Con lo sganciamento dell'Italia dall'area d'influenza Usa e la caduta del muro di Berlino, le stragi sono state ricondotte ai piani golpisti della Cia e della Nato". Osservazione finale: "Ma di ogni ipotesi politica le corti d'Assise hanno fatto giustizia: nel senso che dalla interpretazione ideologica dei fatti all'accertamento delle singole responsabilità c'è stato e ci deve essere un abisso".
Finirà così anche stavolta? La discussione è ormai all'epilogo. La camera di consiglio dovrebbe iniziare il 28 giugno.

15 giugno - Processo per la strage di piazza Fontana: gli avvocati difensori degli imputati completano i loro interventi di replica, ma i giudici si riservano un' altra udienza per le eventuali dichiarazioni spontanee degli imputati. Per ora solo Giancarlo Rognoni ha chiesto di poter fare una dichiarazione prima che i giudici si ritirino in camera di consiglio, il 28 giugno.

18 giugno -Il senatore a vita Paolo Emilio Taviani muore all'alba a Roma, nella clinica dove era ricoverato. Paolo Emilio Taviani, nelle sue ultime volonta', aveva precisato che sarebbero dovute rimanere distinte le cerimonie civili da quelle religiose ed aveva indicato nell' ex sindaco di Genova, Piombino, la persona che avrebbe dovuto tenere l' orazione funebre. L' ex sindaco di Genova Giancarlo Piombino sfuggi' per poco ad un agguato delle Brigate Rosse nel 1979. Un commando delle Brigate Rosse fece irruzione nel 1979 negli uffici della societa' Finligure, presieduta dall' avv. Piombino, con lo scopo di gambizzarlo. Come emerse dal processo nel quale furono condannati complessivamente a 35 anni di reclusione sette brigatisti, Piombino si salvo' perche' quella mattina non si era recato in ufficio per altri improvvisi impegni. Sentito piu' volte dalla Commissione stragi, Taviani si era rifiutato di rispondere su alcuni particolari relativi a piazza Fontana; interrogato il 7 settembre dello scorso anno dal maggiore dei carabinieri Massimo Giraudo, Paolo Emilio Taviani aveva invece fornito maggiori notizie, tra le quali quella che il Sid tento' all'ultimo momento di evitare la strage. "La sera del 12 dicembre 1969 - aveva raccontato l'ex ministro dell'Interno all'ufficiale dei carabinieri del Ros - il dottor Matteo Fusco, defunto negli anni '80, stava per partire da Fiumicino per Milano, era un agente di tutto rispetto del Sid con un ufficio in corso Rinascimento a Roma. Doveva partire per Milano recando l'ordine di impedire attentati terroristici. A Fiumicino seppe dalla radio che una bomba era tragicamente scoppiata e rientro' a Roma". Questa versione e' stata confermata anche da Anna Fusco, figlia dell'agente del Sid, che nel 1969 si trovava a Milano ed era vicina al Movimento studentesco. La donna, gravemente ammalata, sentita dal pm Massimo Meroni, aveva confermato che il padre, vicino alle posizioni politiche di Pino Rauti, visse il resto della vita con il cruccio per non essere riuscito ad evitare la strage. Taviani, nell'interrogatorio con il maggiore Giraudo, aveva spiegato di avere appreso la notizia relativa all'agente Fusco "in ambiente religioso" e di avere avuto la conferma dal questore Santillo e, forse, anche dal generale Vito Miceli. "Nel 1973, quando ritornai ad essere ministro dell'Interno - aveva spiegato Taviani - ebbi dal questore Santillo, che nominai ispettore per l'antiterrorismo, alcune certezze che vedo confermate dalle indagini della magistratura". Quindi aveva confermato di avere taciuto questi particolari alla Commissione stragi e aveva aggiunto che "un ufficiale del Sid, il tenente colonnello Del Gaudio, si mosse da Padova a Milano per depistare le colpe verso la sinistra". "Questi due dati - aveva spiegato a Giraudo l'ex ministro dell'Interno - sono indizi, se non prove, di atteggiamenti del tutto contrastanti all'interno dello stesso Sid. In alcuni settori del Sid e dell'Arma di Milano e Padova vi furono deviazioni. Fu l'Arma stessa, con la sua solida struttura, ad individuarle e correggerle". Nella sua testimonianza Taviani aveva spiegato all'ufficiale del Ros che per capire la strage alla Banca Nazionale dell' Agricoltura era necessario tenere presente un punto "fondamentale" e cioe' che "la bomba, nell'intenzione degli attentatori, non avrebbe dovuto provocare alcun morto ma avrebbe dovuto essere un atto intimidatorio come lo furono quelli contemporanei di Roma. Se non si accetta questa interpretazione, molto resta inintellegibile". Quindi, per spiegare in quale quadro politico doveva essere collocata la strage di piazza Fontana, aveva ricordato che l'apertura al Pci era vista con timore da molti settori politici e che lo scioglimento del Sifar era stato un errore perche' l'Italia, di fatto, rimase scoperta in quel settore. "Il Sid - aveva spiegato - nacque debole, senza una mano ferma che lo dirigesse. Il ministro della Difesa Tanassi non aveva ne' competenza, ne' prestigio adeguato per affrontare una situazione che si era molto aggravata per i problemi di ordine pubblico e per la invasione della Cecoslovacchia. Fu in quel clima che i gruppuscoli di estrema destra, che vivacchiavano agli inizi degli anni Sessanta, si gonfiarono fino a costituire una galassia distaccata dal Movimento sociale italiano". Il senatore a vita Paolo Emilio Taviani aveva annunciato lo scorso anno l' intenzione di pubblicare i suoi diari politici e di fare alcune rivelazioni sulle pagine oscure della storia d' Italia cominciare dalle stragi. Gia' la casa editrice Il Mulino ha pubblicato nel 1998 "I giorni di Trieste. Diario 1953-1954" e gli altri volumi che verranno si annunciano ricchi di retroscena e rivelazioni. La cosa emerge il 4 agosto 2000 in una intervista dell' allora presidente della commissione stragi, sen. Giovanni Pellegrino, che al Tg3 della Toscana, parlando delle cose dette dall' anziano senatore, soprattutto sugli attentati ai treni, afferma: "probabilmente, i mandanti e il contesto in cui maturavano quelle stragi non e' lo stesso in cui sono maturate le altre. Taviani non ci ha voluto dire niente di piu' e privatamente mi ha detto che avrebbe detto qualcosa di piu' soltanto da morto". Qualche giorno dopo, lo stesso Taviani, in un' intervista al "Secolo XIX", si diceva disposto a tornare ad essere ascoltato dalla Commissione stragi, ma precisava: "Devo peraltro precisare a scanso di future delusioni che le cose da me non dette non sono dati di fatto di rilevanza penale. I dati di fatto gia' li ho testimoniati in varie occasioni alla magistratura e alla Commissione" e aggiunge:"Si tratta di valutazioni e giudizi. Il riserbo era ed e' dovuto alla convinzione che i protagonisti della politica possano restare degni di rispetto anche quando alcune posizioni da loro assunte si rivelino poi infondate o erronee". Taviani nell' intervista annuncia anche che pubblichera' i suoi diari che riguardano 60 anni di vita politica, "ma li pubblichero' - sottolinea - dopo le elezioni". All' inizio di settembre del 2000, secondo cio' che scrisse a dicembre un quotidiano milanese, Taviani aveva poi affidato alcune testimonianze a un ufficiale dei carabinieri e i suoi racconti erano poi finiti agli atti del processo per la strage di piazza Fontana. Il verbale si aprirebbe cosi': "In Commissione stragi lasciai intendere che alcune cose riguardanti i precedenti lontani e vicini della strage di Milano del 12 dicembre '69, la madre delle stragi, non le avrei dette. Le dico adesso". Paolo Emilio Taviani aveva deciso che il suo diario politico fosse dato alla stampa dopo la morte. Nella sua ultima intervista riportata sul sito www.i-am.it, il senatore aveva spiegato, due mesi fa, di aver optato per una pubblicazione entro quest' anno. "Avevo deciso che il mio diario fosse dato alle stampe dopo la mia morte. Pero' i tempi si sono oltremisura allungati, quindi ho deciso che sara' pubblicato alla fine di quest' anno, passate le elezioni". Nell' intervista Taviani parla della guerra partigiana e del revisionismo. "Durante la Resistenza ci furono morti anche tra di noi. Una ventina di anni fa io e Boldrini abbiamo fatto una ricognizione retrospettiva: siamo arrivati a contare un totale di morti che non raggiunge la sessantina, appartenenti a bande di vario colore politico". E sul revisionismo Taviani dice che questo fenomeno storiografico ha avuto anche una sua utilita'; "quella di riconoscere che sono stati sottovalutati e rimossi alcuni crimini compiuti dai partigiani. Ma non c' e' mai stata guerra senza crimini. Occorre davvero molto coraggio per equiparare la criminalita' partigiana a quella del cosiddetto esercito di Salo' e dei mongoli, reggimenti dell' esercito russo che brutalizzarono le popolazioni civili, specialmente le donne. Dove il revisionismo e' completamente fuori strada e' nella rivalutazione del regime di Salo'. Molti dei richiamati alle armi dai repubblichini disertarono e parecchi di loro vennero da noi, portando con se' le armi". Solo dieci giorni fa Paolo Emilio Taviani aveva terminato di scrivere le sue memorie su 60 anni di vita politica italiana e venerdi' scorso avrebbe dovuto consegnarle alla casa editrice bolognese 'Il Mulino' nella loro versione definitiva. Ma l' ictus che lo ha colpito alla vigilia dell' incontro ha fatto saltare l' appuntamento gia' fissato a casa sua con il responsabile della sezione Storia della Casa editrice bolognese, Ugo Berti, al quale il senatore a vita avrebbe dovuto consegnare personalmente il dattiloscritto del libro intitolato "Politica a memoria d' uomo". Volume la cui uscita e' ora programmata per la fine dell' anno o al massimo entro la prima meta' del 2002. Lo ha raccontato lo stesso Berti, l' editor del libro che ha tenuto i contatti con Taviani. "Alcuni mesi fa mi consegno' una prima versione abbastanza smilza di circa 200 pagine che io gli chiesi di rimpolpare - spiega Berti -. Anche se segue la cronologia, il libro e' organizzato per tematiche, con un capitolo sulla Dc e quello finale di una trentina di pagine dedicato ai misteri d' Italia, sul quale Taviani mi disse poi che gli erano venute molte altre cose da aggiungere. In un primo momento voleva che il volume fosse pubblicato dopo la sua morte, ma poi cambio' idea e alle fine decise che doveva uscire solo dopo le elezioni per evitare che potesse essere usato a fini di polemica politica immediata". Si tratta di memorie inframezzate da pagine di diario che coprono l' intero arco della vita politica di Taviani, che non conterrebbero rivelazioni clamorose, anche perche' avendo deciso di pubblicarlo in vita, "nei giudizi e nelle considerazioni - spiega l' editor - si era aggiunta una misura di prudenza". Ma la versione finale, Berti non l' ha ancora potuta vedere: "Avrei dovuto andare a prendere il dattiloscritto venerdi', ma quando ho telefonato per la conferma mi hanno detto che Taviani si era sentito male. Il testo lo hanno i figli, ai quali so che il senatore ha dato tutte le disposizioni". Con Taviani era gia' in programma anche un incontro per discutere del lancio del libro.

19 giugno - Questa e' una piccola rassegna stampa degli articoli dedicati dai maggiori giornali (che hanno un' edizione online) alla morte del sen. Taviani:
"Il Corriere della sera"
Addio a Taviani, il partigiano tra i segreti del potere
Democristiano, inventò la corrente dei "pontieri". Fu tra i fondatori di Gladio. Guidò Viminale e Difesa. Oggi i funerali di Stato
Di lui, democristiano, capo partigiano (nome di battaglia Pittaluga) e genovese di nascita, don Gianni Baget Bozzo, suo concittadino e ai tempi amico di partito, diceva insolente: "Taviani è un buon uomo. Un buon uomo che ama solo due cose: la famiglia e il potere. Il potere è il suo adulterio". E il potere, sospettava qualcuno in quei tormentati primi anni Settanta, si conserva anche grazie alla conoscenza di qualche potente segreto. E il senatore a vita, scomparso ieri alla soglia dei novant'anni, forse ha lasciato scritto nei suoi diari risposta ai tanti (o pochi) misteri d'Italia. Uomo massiccio e imperioso, gran parlatore e studioso pignolo dei viaggi di Cristoforo Colombo, Paolo Emilio Taviani è stato alla guida di due ministeri chiave, la Difesa (1953-'58) e l'Interno (1962-'68), proprio negli anni più difficili e tormentati del dopoguerra. Nel libro La passione e la politica (Rizzoli), Francesco Cossiga ricorda che Taviani, suo "amico e protettore", in Italia fu tra i "padri fondatori" di Gladio. L'organizzazione paramilitare "coperta" Stay Behind costruita in funzione antisovietica. "...non facevo parte del giro ristretto delle persone più significative e importanti dal punto di vista della gestione di Gladio. Esse erano certamente Moro, Taviani e Andreotti...", rivela ancora l'ex capo dello Stato. Ma c'è di più. Il "Re di Bavari", tale lo definivano i diccì genovesi che si opponevano allo strapotere dei dorotei locali, arrivò al dicastero della Difesa senza insospettire troppo i comunisti. Anzi. Taviani era stato uno dei comandanti della Resistenza nel Settentrione. E partecipò in prima persona alla liberazione di Genova nell'aprile del '45. Nell'appellativo "Re di Bavari", paesino della Val Bisogno dove aveva la casa di campagna, è racchiusa tutta la vicenda democristiana di Taviani. Anche se l'"adultero" genovese sarà più uomo di governo che di partito. In una "velina" ingiallita del Viminale il ministro detta: "Coniugato con la Dr.ssa Vittoria Festa...Padre di sette figli. Professore nell'Università di Genova di Storia delle dottrine economiche. Ha tre lauree: in legge, in scienze sociali, in filosofia. Ha il diploma in matematica superiore e in paleografia... Deputato al Parlamento nazionale del 1945, sempre capolista della regione ligure". Già, sempre numero uno a Genova. Tre erano i princìpi che hanno regolato la vita di Taviani nella "sua" Dc: controllare il partito prima che l'elettorato; essere forti a Roma per contare a Genova; partire da posizioni di "sinistra" per fermarsi al "centro". Ecco da dove nasce la sua idea di dare vita ai "pontieri". La corrente dc prende corpo da una scissione con i dorotei alla vigilia del congresso di Milano (1967). Nella prospettiva di una alleanza di centrosinistra più avanzata. L'obiettivo dei tavianei è, appunto, "fare da ponte" tra sinistra e centro del partito. Il gruppo tornerà nella casa madre "dorotea" nel 1973. E il suo animatore tornerà a guidare il Viminale dal 1973-'74. Non senza qualche rovente strascico polemico. Che intaccherà la fama di insondabile conquistata da Taviani sin dai tempi di Gladio. Nel '74 rilascia una intervista a L'Espresso per dire di non credere più alla sua tesi degli opposti estremismi: "Quando ho cambiato parere? Poco dopo essere tornato su questa sedia di ministro degli Interni". Mentre, aggiunge, "l'organizzazione sovversiva va cercata a destra". Dieci anni dopo aver rinnegato quella teoria, il giornalista di destra e musicologo, Piero Buscaroli, pubblica i suoi diari su il Giornale . E rivela che Taviani gli avrebbe confessato che le bombe disseminate in quegli anni erano "operazioni targate Viminale". Lo scopo? Alimentare la strategia della tensione e favorire le ambizioni di Mariano Rumor. "Si tratta di un cumulo di falsità", replica risentito l'ex "Re di Bavari". Il 1974 sarà anche l'ultimo anno in cui Taviani, sessantadue anni, verrà chiamato a occupare incarichi di governo. Da capo partigiano a notabile di partito. Il passo è obbligato anche per l'uomo che era stato sottosegretario agli Esteri nel primo gabinetto De Gasperi. Nel '76 Taviani approda al Senato. Nel '91 Francesco Cossiga lo nomina senatore a vita. Tra i due amori evocati da don Baget Bozzo, la famiglia e il potere, ancora una volta Taviani sceglie la terza via: gli studi storici e la paleografia. Un ponte tra presente e passato.
Fernando Proietti

LE CONFIDENZE / L'ex ministro: Scajola è un mio figlioccio, voterei contro Berlusconi ma non contro lui
"Non parlai dei soldi di Mosca al Pci per evitare la guerra civile"
La sua principale preoccupazione politica, negli ultimi tempp, era evitare una scissione dell'Anpi, l'associazione nazionale partigiani d'Italia. Temeva che un settore di centrodestra potesse staccarsi per prendere le distanze dai comunisti e ha fatto il possibile per evitarlo. "Una spaccatura sarebbe deleteria", ripeteva. Ma Paolo Emilio Taviani, malgrado la sua età, non era un uomo con la testa rivolta all'indietro. Arrivato a 89 anni, i ricordi della Resistenza e della carriera governativa che aveva alle spalle alimentavano una parte delle sue giornate, come le ricerche e le letture su Cristoforo Colombo, sua vera passione. Tuttavia restava un uomo molto curioso sul tempo presente. Sui giornali leggeva perfino le notizie più nascoste e minute, ed era attualissimo uno dei crucci che lo accompagnava nelle settimane scorse. "Il governo Berlusconi no, non lo posso appoggiare. Voterò contro", ci aveva spiegato dopo le elezioni, in una delle ultime telefonate, mentre la lista dei ministri era ancora per aria. Benché fosse stato ministro per 26 anni, non lo turbava trovarsi all'opposizione da senatore a vita. Ad andare controcorrente, tutto sommato, ci era abituato. A dargli pensieri era come comportarsi verso un amico. "Se al Viminale mettono Claudio Scajola, non ho voglia di votare contro di lui. Non potrei. E' un mio figlioccio, nella Dc l'ho allevato io", raccontava. Da qui, la propensione verso una soluzione indolore: aveva intenzione di "trovare una scusa" per non presentarsi alla seduta. Risparmiandosi di votare, per quanto indirettamente, contro un proprio allievo. E' proprio un peccato che Taviani non abbia più bisogno di inventare una scusa. Quel signore che mancherà al Parlamento aveva maneggiato segreti di Stato, era stato uno degli artefici di Gladio, non faceva una grinza quando osservava che nel mondo dei servizi si possono far sparire in vari modi agenti ingombranti o che hanno sgarrato ("può esserci sempre un incidente stradale"), ma era un padre della Patria di indole buona. Non soltanto un padre di famiglia, un cattolico genuino, un nonno affettuoso. Se ci si incontrava per ricostruire con lui quei pezzi di storia dei quali conosceva i misteri, una sua preoccupazione era di non veder pubblicati dettagli privi di valore, anche se coloriti, che avrebbero potuto addolorare figli o mogli dei personaggi in questione. Fu il rispetto di queste sue richieste che aumentò la frequenza delle conversazioni. Nella casa di Roma o nello studio di Palazzo Giustiniani, l'ex ministro degli Interni descriveva i controlli non ortodossi ai quali i suoi uomini sottoponevano i dirigenti del Pci. Sosteneva che l'aereo di Enrico Mattei, presidente dell'Eni morto nel 1962, non era stato fatto esplodere con una bomba. Difendeva il generale De Lorenzo. E Taviani decise di raccontare uno dei modi nei quali uno come lui e Mario Scelba evitarono in Italia una guerra civile tra 1954 e 1955: applicando il realismo al posto della legge. "Mentre a capo del Sifar c'era Ettore Musco, in qualità di ministro della Difesa io ebbi la documentazione precisa del finanziamento di circa due miliardi di lire del tempo, attraverso Zurigo, al Pci", ricordò. Fondi sovietici. "Notificai la cosa al presidente del Consiglio del tempo, che era Scelba, e all'allora ministro degli Esteri Gaetano Martino", aggiunse. Il resto è qualcosa che altri definirebbero consociativismo. Taviani, che contro i cortei del Pci aveva mandato celerini non troppo formali, rivendicava di aver fatto benissimo: "Ci fu una riunione a tre al Viminale. Scelba prese nota dei nomi italiani delle persone coinvolte. Noi abbiamo sempre detto che il Pci era pagato da Mosca. Ma dare pubblicità alle carte di quel finanziamento avrebbe significato fare ciò che avrebbe voluto Clara Luce (allora ambasciatrice americana a Roma, ndr), avrebbe comportato mettere al bando il Pci. E dunque la guerra civile". Le carte rimasero riservate. Secondo il senatore, pure Martino e Scelba erano contrari a mettere al bando il Pci. Da un paio di anni Taviani stava scrivendo un libro, forse il suo libro. Aveva scelto di mettere in questo memoriale-diario, da pubblicare alla fine della sua vita, alcune cose che far stampare prima non voleva. Alla Commissione stragi ha fatto sapere che non autorizzava a rivelare gli omissis nel resoconto della sua audizione del 1° luglio 1997: è nel libro, "Politica a memoria d'uomo", che ne voleva trattare. L'editore della storia per il Mulino, Ugo Berti, doveva ritirare la versione finale del manoscritto venerdì scorso. Taviani non si fidava di mandare a mezzo posta roba del genere. L'ictus ha colpito prima dell'incontro. Ma quello che il senatore voleva dire sulla sua vita potrà essere conosciuto.
Maurizio Caprara

IL PROFILO
Terrorismo, fu il primo a denunciare la logica degli "opposti estremismi"
di DINO COFRANCESCO
Figura di altri tempi quella del senatore Paolo Emilio Taviani. Figlio di un direttore didattico, che, in gioventù, aveva recitato con Gilberto Govi, fu uno dei pochi uomini politici liguri ad acquisire un prestigio che andava ben oltre i confini nazionali. Lungo e ricco di allori il suo cursus honorum . Studente modello, trovò nel pensiero economico il punto d'incontro tra teoria e storia, tra filosofia e politica sì da segnalarsi, come borsista della Scuola Normale di Pisa, ai littoriali sulle tematiche corporative. Come molti universitari cattolici (e non solo), si era illuso che il regime avesse trovato il modo di conciliare la libertà d'impresa con la solidarietà sociale. La guerra e la china totalitaria dell'ultimo fascismo gli aprirono ben presto gli occhi: entrato nelle file della Resistenza, fu più volte decorato al valore. Il suo battesimo del fuoco, in politica, lo ebbe con l'elezione alla Costituente, nelle file della Democrazia Cristiana. Accanto ad Alcide De Gasperi il suo cattolicesimo sociale assunse un'impronta nettamente liberale. Non meraviglia, pertanto, che, intervenendo ai lavori dell'Assemblea Costituente, legasse inscindibilmente il diritto di proprietà alla libertà personale, facendo della prima un presupposto indispensabile della seconda e assegnandole solo in subordine una funzione sociale. Parlamentare tra i più autorevoli, in ben tredici legislature, Paolo Emilio Taviani - per un breve periodo segretario della Democrazia Cristiana tra il 1949 e il 1950) - svolse un ruolo di primissimo piano nella costruzione dell'unità europea; un ruolo che non sfuggì all'attenzione del più grande politologo francese del secolo, Raymond Aron. Il suo europeismo non nasceva dalla revanche del leader cattolico che, avendo ereditato lo Stato nazionale compromesso dalla dittatura fascista, tornava all'Europa carolingia come al porto sicuro contro le tempeste della modernità. In lui, infatti, gli Stati Uniti d'Europa erano il coronamento del progetto risorgimentale volto a ricongiungere l'Italia al Settentrione civile. In questo, era realmente affine ad altri "grandi vecchi" della sua generazione: Norberto Bobbio, Giovanni Spadolini, Leo Valiani. La sua genovesità, non a caso, si traduceva non solo negli studi (magistrali) su Cristoforo Colombo ma, altresì, nell'attenzione per figure come Goffredo Mameli che erano il simbolo del superamento della piccola patria ligure nella grande patria italiana. L'amore per gli uomini che fecero l'Italia, del resto, traspare in volumi come Problemi economici nei riformatori sociali del Risorgimento italiano , ancora oggi un indispensabile strumento di lavoro. Nella storia della Repubblica, Taviani resta, comunque, soprattutto per la fermezza e la competenza con cui resse i vari ministeri toccatigli in sorte: la Difesa (1953-'58) con i governi Pella, Fanfani, Scelba, Segni e Zoli); gli Interni (1962-'63 con Fanfani; 1963-'68 con Moro; 1974 con Rumor); il Tesoro (1960-'62 con Fanfani); le Finanze (1959-'60 con Segni) oltreché la vicepresidenza del Consiglio (1969-'70 con Rumor). Le polemiche sul ruolo svolto in momenti drammatici della storia del Paese - come Gladio, l'emergenza terrorismo ecc. - sono ancora oggetto di controversia. E tuttavia solo oggi forse siamo in grado di valutare la grande lucidità con cui, negli anni formidabili, aveva parlato, scatenando le ire della sinistra marxista e post-azionista, di "opposti estremismi". Quando persino sulle pagine di Panorama - lo ricorda il giornalista Michele Brambilla nel suo libro L'eskimo in redazione - emergeva soltanto "il concetto di un'unica regìa: il terrorismo è di Stato o ha coperture di Stato", lo statista genovese mostrava di non aver dubbi sui pericoli reali che minacciavano la democrazia. Nella solitudine di quegli anni, ricordava più che mai il suo grande, insuperato modello: Alcide De Gasperi.

19 giugno - "La Repubblica":
Quell'antifascista orgoglioso custode dei misteri della Repubblica
Cinquant'anni da protagonista: partigiano, parlamentare dal '46, segretario della Dc, ministro
MIRIAM MAFAI
Non so se davvero Paolo Emilio Taviani ha consegnato al suo editore un libro di memorie pronto per la pubblicazione. Se lo ha scritto evitando quella reticenza che contrassegna generalmente i diari dei politici, allora non c'e' dubbio che quelle pagine saranno fondamentali per la ricostruzione di molte vicende ancora oscure della nostra Repubblica. Paolo Emilio Taviani ha attraversato infatti almeno cinquant'anni della nostra storia da una posizione privilegiata, di grande autorevolezza, come vicesegretario e poi segretario della Dc tra il 1946 e il 1950, e poi come ministro in tutti i governi repubblicani per oltre venticinque anni. In anni difficilissimi fu ministro della Difesa e ministro dell'Interno e dunque in condizione di conoscere quelli che vengono generalmente chiamati "i segreti" o "i misteri" della Repubblica". Ne ha anche parlato, quando glielo hanno richiesto, con i giudici che su questi misteri e segreti hanno indagato. Nel 1991, deponendo di fronte al giudice Mastelloni, ha ammesso di aver saputo dell'esistenza di Gladio e di aver coperto politicamente l'iniziativa che riteneva necessaria per la sicurezza dell'Italia. Ma, da ministro dell'Interno, ha raccontato, si rifiutò di coprire politicamente il tentativo di golpe promosso, nel 1964, dal generale De Lorenzo su sollecitazione del presidente Segni: in quel caso avvertì Aldo Moro (allora segretario della Dc) e minacciò le dimissioni. Interrogato sulla strage di Piazza Fontana ricordò che all'epoca era ministro per il Mezzogiorno, ma, aggiunse, "oggi ritengo che la strage sia stata effettuata da elementi di destra con eventuali deviazioni dei servizi di sicurezza, penso al Sid". Ha sempre parlato con i magistrati, ma assai raramente, con i giornalisti. Era un uomo politico di vecchio stampo, che rifuggiva dal costume, oggi corrente, della indiscrezione, o del pettegolezzo cui far seguire, il giorno dopo una smentita. Con i giornalisti ha parlato, lo scorso anno, della tragedia di Cefalonia, ammettendo di aver contribuito, come ministro della Difesa, ad affossare quella vicenda, in accordo con Gaetano Martino, all'epoca ministro degli Esteri. "Un eventuale processo per l'orrendo crimine di Cefalonia" ammise Taviani "avrebbe colpito l'opinione pubblica impedendo forse per molti anni la possibilità per l'esercito tedesco di risorgere dalle ceneri del nazismo. Io sono stato uno dei precursori della necessità del riarmo della Germania. Non cerco alibi o scusanti. Dico come stanno le cose e a guidarmi fu la ragion di Stato". Era un uomo capace di assumersi, coraggiosamente, tutte le sue responsabilità. Come avevo fatto quando, a poco più di trent'anni, membro del Comitato di Liberazione Nazionale di Genova, sostenne, nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 1945, la decisione (presa a maggioranza) di dare il via all'insurrezione. Le forze armate tedesche firmarono la resa nelle mani del Cln e fu proprio il giovane democristiano Paolo Emilio Taviani ad annunciarlo alla radio. Pochi mesi dopo entrava a Montecitorio come Consultore. L'anno dopo, nel 1946 veniva eletto alla Costituente. E da allora, fu sempre rieletto, nelle file della Dc, prima