Almanacco dei misteri d' Italia


Piazza Fontana
le notizie del 2002
11 gennaio 2002 - NUOVO SITO "PORTALE DELLA MEMORIA"
Il Centro di Documentazione Storico Politico, costituito dall'Istituto Storico Regionale per la storia della Resistenza Ferruccio Parri e la Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna, hanno messo in rete il "PORTALE DELLA MEMORIA" che può essere visionato presso il suo sito Web: www.cedost.it . In questa sezione del sito - spiega un comunicato - è contenuto, fra l'altro, l'archivio elettronico "Cronologia italiana 1945-1999: cronologia  delle stragi, del terrorismo e dei progetti eversivi avvenuti in Italia dal 1945 ai giorni nostri". Questo strumento informatico è composto da circa 2000 schede informative sugli eventi relativi a stragi, attentati terroristici e trame oscure della storia dell'Italia repubblicana. Ad ognuna di queste "schede-evento" sono collegati: riferimenti bibliografici, indagini giudiziarie, quadro istituzionale e un dizionario delle organizzazioni citate. L'archivio sarà via via aggiornato fino ad arrivare ai giorni nostri. A breve sarà inserito un ulteriore archivio "Violenza politica in Europa 1969 - 1989", una cronologia dei fatti di terrorismo europeo correlata da bibliografia e documenti. Anche questa cronologia verrà costantemente aggiornata.

19 gennaio 2002 - PIAZZA FONTANA: DEPOSITATE MOTIVAZIONI SENTENZA
Le motivazioni della sentenza per la strage di piazza Fontana sono depositate in cancelleria della seconda Corte d'Assise. In 850 pagine i giudici spiegano i motivi per i quali hanno giudicato colpevoli i neofascisti Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, condannati all'ergastolo il 30 giugno dello scorso anno, per la strage, e Stefano Tringali, al quale sono stati inflitti tre anni di reclusione, per favoreggiamento. A distanza di 32 anni non si sa ancora chi fu a depositare la valigetta con la bomba che provoco' la morte di 17 persone e il ferimento di altre 84 all' interno della Banca Nazionale dell'Agricoltura in Piazza Fontana a Milano. I giudici non hanno pero' dubbi nel sostenere che la strage, che apri' la stagione del terrore in Italia, fu ideata, organizzata e materialmente eseguita dai fascisti della cellula veneta di Ordine Nuovo. Nelle 850 pagine delle motivazioni della sentenza, i giudici hanno sostenuto che il quadro delle prove raccolte "e' solidissimo", che la strage e' stata voluta e che i pentiti Carlo Digilio e Martino Siciliano sono credibili.
   DELFO ZORZI - Non c'e' la prova, scrivono i giudici, che sia stato lui a depositare la valigetta con la bomba all'interno della Bna ma non ci sono dubbi, anche grazie alle testimonianze di Digilio e Siciliano, che abbia ideato e partecipato alla fase esecutiva della strage. Per i giudici e' accertato che Zorzi, ora cittadino giapponese con il nome di Hagen Roi, teorizzo' la strategia stragista, che con Maggi assunse il ruolo di ideologo del gruppo e che nel 1969 partecipo' a diversi attentati. Non solo: i giudici spiegano anche che Zorzi, oltre a progettare un attentato contro Mariano Rumor, chiese a Vincenzo Vinciguerra, responsabile della strage di Peteano, di fare espatriare Franco Freda. Nelle motivazioni e' anche stato giudicato irrilevante che il 6 dicembre si trovasse a Napoli. La circostanza serviva alla difesa di Zorzi a negare l'incontro del giorno successivo dell'ordinovista con Carlo Digilio a Canal Salso a Mestre. Digilio ha raccontato che fu in quell'occasione che Zorzi gli mostro' l'esplosivo che con l'auto di Maggi stava trasportando a Milano.
   CARLO MARIA MAGGI - Secondo i giudici la definizione di mandante e' un'espressione sintetica e riduttiva sul ruolo dell'ispettore di ON per il Triveneto. Oltre ad aver teorizzato la strategia stragista, fu lui, secondo la Corte, a fornire l'auto per il trasporto, da Mestre a Milano, dell'esplosivo, cosi' come aveva fatto per gli attentati di Trieste e Gorizia dello stesso anno. I giudici sostengono anche che Maggi nei giorni immediatamente precedenti alla strage preannuncio' gli avvenimenti a Digilio, sollecitandolo ad avvisare i militanti veneziani perche' non tenessero armi in casa e perche' si precostituissero un alibi. Maggi, inoltre, scrivono i giudici, ribadi' a Digilio il suo coinvolgimento nell'attentato, giustificando con la logica politica le vittime della strage.
   GIANCARLO ROGNONI - I giudici si sono convinti della sua colpevolezza dalla testimonianza dell'estremista di destra Edgardo Bonazzi che ha riferito di avere appreso da Nico Azzi che Rognoni ebbe un ruolo di supporto logistico negli attentati del 12 dicembre, con particolare riferimento all'ordigno collocato nella sede della Banca Commerciale di piazza Scala, dove aveva lavorato. I giudici hanno comparato la metodologia degli attentati di Trieste e Gorizia dove, appunto, fu necessaria una base logistica. Tanto piu' serviva per la strage di piazza Fontana che richiedeva una coordinazione materiale con gli attentati di Roma e i militanti milanesi che conoscessero i luoghi. Certo il legame tra la Fenice di Rognoni e i veneti di On.
   CARLO DIGILIO - Accusato come gli altri della strage, ha collaborato con la giustizia per cui, per lui, il reato e' prescritto. Sicuramente Digilio ha collaborato per ottenere i benefici ma l'apporto dato alle indagini e' stato giudicato fondamentale. L'episodio piu' importante raccontato dal pentito, secondo i giudici, e' quello relativo all'incontro con Zorzi il 7 dicembre del '69 a Canal Salso quando verifico' l'esplosivo che doveva servire per gli attentati del 12 dicembre. Digilio ha detto il vero anche quando ha parlato dei servizi segreti americani, nonostante le molte incongruenze sui suoi presunti referenti David Carret e Teddy Richards. Secondo i giudici, tra l'altro, anche se fosse stata accertata la falsita' delle dichiarazioni di Digilio su questo aspetto, non venivano meno le dichiarazioni sulle responsabilita' di Zorzi e Digilio nella strage.
   FREDA E VENTURA - Non erano imputati in quanto la loro assoluzione a Bari e' passata in giudicato. I giudici hanno pero' recuperato quelle sentenze per dimostrare che, anche se non piu' processabili, Freda e Ventura avevano contatti con Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi. In particolare si sono soffermati sul particolare che Freda deteneva i timers serviti per diversi attentati. Freda, che e' stato sentito in aula, e' stato definito testimone "reticente e falso".
   STEFANO TRINGALI - Accusato di favoreggiamento e' stato condannato a tre anni di reclusione. Il suo ruolo, scrivono i giudici, e' stato quello di aiutare Zorzi nell'azione di depistaggio delle indagini.
Il presidente della Commissione giustizia della Camera, Gaetano Pecorella, difensore di Delfo Zorzi, commenta:"E' una sentenza che risponde ad aspettative politiche e ad aspettative della citta' di Milano che attendeva di avere un colpevole" anche se si riserva un giudizio meditato dopo la lettura delle 850 pagine delle motivazioni. "Sono curioso di vedere - dice Pecorella - come hanno fatto a ritenere credibile Carlo Digilio che ha fornito sette o otto versioni diverse e che si e' qualificato come agente della Cia". Per quanto riguarda Martino Siciliano, l'altro pentito, il legale ha proseguito: "Basterebbe dire che aveva dichiarato che l' incontro in cui Zorzi gli avrebbe fatto una confidenza sarebbe avvenuto all' ultimo dell' anno a casa di un amico. Questo amico pero', con i documenti alla mano, ha dimostrato che all' epoca era in Svezia". "Se queste sono le fonti di prova - ha continuato il legale - insisto nel dire che si tratta di una sentenza che non poteva che essere di condanna, che risponde a delle aspettative politiche, e della citta' di Milano che aspettava un colpevole. Secondo noi e' ancora tutto da discutere". Gaetano Pecorella, ricordando le sentenze passate "finite nel nulla", ha concluso: "non credo che i giudici di Milano valgano di piu' dei giudici dei processi a carico di coloro che sarebbero i complici di Zorzi e che sono arrivati a conclusioni diverse. Mi sembra che anche su questo punto ci sia una spaccatura della magistratura, come sempre, quando la politica entra nelle aule della giustizia".
Per Massimo Meroni, il pm del processo, invece e' una sentenza che "certamente non ha nulla di politico", per il tipo di processo fatto "dove la politica e' rimasta fuori dall' aula". Il magistrato ha negato che la citta' di Milano si aspettasse un colpevole. "Ma dov'erano i milanesi? Di questo processo e di questa sentenza non si sono nemmeno accorti. Tant'e' che questa strage e' stata dimenticata, anche perche' avvenuta trent'anni fa. E' normale che sia cosi'". Meroni ha aggiunto che si e' solo cercato di raggiungere le prove "con le nostre capacita' umane. Il processo si poteva prestare a uno sviluppo in una direzione, quella che in qualche modo vedeva implicati i servizi segreti americani. Eppure, questo aspetto e' rimasto ai margini perche' non aveva rilevanza nell' individuazione delle responsabilita'". Il giudice Guido Salvini non ha voluto commentare nel merito le motivazioni della sentenza per piazza Fontana ma ha tenuto a ricordare l' importanza per la storia italiana di quella strage alla Banca dell' Agricoltura a Milano. "L'importanza degli eventi descritti dalla sentenza - ha detto - e' testimoniata dalla proposta lanciata lo scorso dicembre dai sindaci di Brescia e Venezia e dai rappresentanti dei familiari delle vittime, di istituire il 12 dicembre come giornata della memoria delle vittime di tutte le stragi avvenute in Italia dal secondo dopoguerra in poi. Questa proposta sta per arrivare alla Camera ed e' certamente importante soprattutto per le generazioni piu' giovani. Perche' non dimentichino".

23 gennaio 2002 - BONIVER SU RICHIESTA ESTRADIZIONE ZORZI
Il sottosegretario agli Esteri Margherita Boniver, poco prima della partenza da Tokyo dove ha rappresentato l' Italia alla Conferenza internazionale dei paesi donatori per la ricostruzione dell'Afghanistan, dice che il giorno precedente, in un incontro con il viceministro degli Esteri giapponese Shigeo Uetake, ha sollecitato il governo giapponese a dare una risposta definitiva alla richiesta di estradizione di Delfo Zorzi. "Ho ricordato al viceministro che sabato scorso e' stata depositata la motivazione della sentenza di condanna di Zorzi e ho chiarito che l' Italia ha consegnato ormai tutta la documentazione richiesta. Spetta ora al Giappone dare una risposta". Boniver ha spiegato che gia' nell' ottobre 2001 aveva convocato, su richiesta dell'allora ministro degli Esteri Renato Ruggiero, l'ambasciatore giapponese a Roma consegnandoli un sollecito all'estradizione del ministro della Giustizia Roberto Castelli.

4 febbraio 2002 - LIBRO "LO STATO INVISIBILE" DI GIANNI CIPRIANI
"La Repubblica"
LA POLEMICA Lo sostiene un saggio di Cipriani. Replica l'europarlamentare. "Io no, però in quegli anni..." Spionaggio, l'ultima rivelazione "Anche Martelli era uno 007" "Mai svolto quelle attività ma le notizie che leggo vengono dal nostro ambiente..." Sarebbe stato "Marte", fonte riservata del Sid Dal '72 al '78 avrebbe fornito 564 informative GIOVANNI MARIA BELLU
ROMA - Claudio Martelli, seduto a un tavolo del bar Canova, legge, anzi scruta, un fascicoletto di quattro pagine col timbro del servizio segreto militare. E' un'informativa riservata, datata 6 maggio 1972, dove si parla della morte dell'editore Giangiacomo Feltrinelli e dei rapporti tra il Partito comunista italiano e quello cecoslovacco. In alto, sotto la parola "Segreto", si legge il nome in codice dell'informatore: "Marte". E' perplesso, curioso, e un po' preoccupato il parlamentare europeo, l'ex ministro della Giustizia, l'ex vicepresidente del Consiglio, l'ex braccio destro di Bettino Craxi: ha appena saputo che in un saggio che da domani sarà in tutte le librerie si sostiene che "Marte", fonte riservata del Sid, era proprio lui: Claudio Martelli. E che per ben sei anni, dal 1972 al 1978, avrebbe collaborato con i nostri 007 fino a produrre 564 informative. Un record per quantità ma anche per qualità: è la prima volta che un politico italiano di alto livello viene indicato come informatore.
Il libro, edito dalla "Sperling & Kupfer" s'intitola "Lo Stato invisibile", storia dello spionaggio in Italia dal dopoguerra a oggi". L'autore, Gianni Cipriani, dedica al "caso Martelli" otto delle 539 pagine nelle quali - informatore dopo informatore, fonte dopo fonte - ricostruisce la rete occulta che dal dopoguerra ha tenuto sotto controllo l'Italia. Un lavoro che per buona parte si basa sui materiali acquisiti negli archivi dei Servizi durante le indagini giudiziarie sulle stragi. E' questo anche il caso dell'informativa che ora Martelli legge e rilegge sotto il sole di piazza del Popolo. L'unica attualmente disponibile: le altre 563, dopo essere transitate a Milano negli uffici dei giudici Antonio Lombardi e Guido Salvini, tornarono degli archivi del Sismi (erede del vecchio Sid) dove tuttora si trovano. I magistrati, infatti, le restituirono subito dopo aver constatato che non contenevano notizie utili alle loro inchieste sull'estremismo di destra.
"Mi riconosco nelle linee generali di quello che c'è scritto qua - dice Martelli - ma non in una serie di dettagli: si parla di dirigenti del Pci, come Di Giulio, di cui io allora non sapevo nulla. Facevo l'assistente universitario ed ero un dirigente del Partito socialista milanese. No, non sono io. Però...". Però? "Esisteva una fonte Craxi?", domanda. "Craxi?". "Sì - dice - perché se esistesse una fonte autonoma e diversa da questa e individuabile in Craxi, ci sarebbe la certezza che questo 'Marte' non è lui". Ma come, Martelli sospetta che il suo padre politico abbia fatto l'informatore dei Servizi? No, il senso della domanda è del tutto diverso. Dice: "Io non ho mai svolto un'attività di questo genere, ma le notizie che leggo qua vengono di certo dal nostro ambiente. Nelle notazioni sui rapporti tra Pc italiano e ceco riconosco quel che diceva Jiri Pelikan (uno dei protagonisti della primavera di Praga, eletto europarlamentare del Psi per iniziativa di Craxi, ndr) e che veniva pubblicato sulla sua rivista. Ma in questa storia - chiede - c'entra qualcosa Allegra?".
Antonino Allegra è un personaggio chiave della Milano degli anni della strage di piazza Fontana. Capo dell'ufficio politico della questura, e dunque superiore gerarchico del commissario Calabresi, aveva anche stretti rapporti con Bettino Craxi. Bene, Allegra, uomo del ministero dell'Interno, non può aver avuto alcuna relazione con la fonte "Marte", dipendente dal servizio segreto militare. Ma la domanda di Martelli chiarisce quanto era complessa, in quegli anni, la posizione del Partito socialista milanese e della ancora minoritaria corrente autonomista di Craxi. In Italia le stragi, i timori di golpe, la memoria ancora vicina del 'tintinnar di sciabole' denunciato nel 1964 da Pietro Nenni. Sul piano internazionale, la solidarietà verso i dissidenti dei paesi dell'Est. Insomma, era possibile avere sul fronte interno posizioni molto critiche verso i Servizi (Craxi, si legge in un'altra nota di "Marte", fu tra primi a avvertirne la presenza nella strategia della tensione) e contemporaneamente un rapporto di collaborazione per la politica internazionale. "Marte", infatti, era essenzialmente un analista di problemi esteri. Dice ancora Martelli: "Forse, se potessi leggere gli altri documenti, arriverei a capire come sono nati. Ma questa non è farina del mio sacco. Se fosse così, non avrei difficoltà a rivendicarlo. Anche se, certo, non sarebbe bello passare per informatore". "Marte" - era una prassi abbastanza consueta per tutelare la segretezza - dopo qualche anno cambiò nome (e divenne "Uranio"). Ma l'informatore, secondo Cipriani, fu sempre uno solo: Claudio Martelli. Nel negarlo, il diretto interessato avanza una ipotesi alternativa: che "Marte" fosse un "alias collettivo". Che cioè qualcuno, ben inserito nel Psi milanese, attribuisse a un unico soggetto notizie provenienti da persone diverse e le riversasse al Sid. In tal caso, a loro insaputa, Craxi, Martelli, Pelikan e altri sarebbero stati delle fonti informative. Ipotesi ammessa anche nel libro. "Questo - dice l'ex vicepresidente del Consiglio - non posso escluderlo. Ma comunque resterebbe un problema: chi raccoglieva le notizie per poi passarle al Sid? Insomma, "Marte" non sono io ma era uno di noi".

Anche l' Ansa pubblica una serie di servizi sul libro di Cipriani:
SERVIZI SEGRETI: FORSE MARTELLI DIETRO INFORMATORE 'MARTE'
IN UN LIBRO, IL DELFINO DEL PSI ALLE DIPENDENZE DI MALETTI
Un personaggio speciale, un informatore di notevole spessore culturale, in grado non solo di riferire vicende e retroscena della vita politica socialista, milanese e nazionale ma anche di comprendere alcuni meccanismi della politica interna e internazionale. Questo e' stato, negli anni Settanta, per sei anni, la fonte 'Marte' per il Sid, un informatore alle dirette dipendenze del generale Maletti, dietro cui - secondo Gianni Cipriani - si nascondeva Claudio Martelli. Ma lo stesso Martelli, secondo quanto pubblicato oggi dal quotidiano La repubblica, nega di aver svolto una tale attivita'. Nel suo libro "Storia dello spionaggio in Italia", 538 pagine di analisi delle informative dei confidenti dei servizi segreti italiani negli ultimi cinquanta anni, Cipriani afferma che 'Marte' e' l'abbreviazione di Martelli, un nome in codice che verra' cambiato in 'Uranio' dopo un anno di collaborazione perche' "non offriva le garanzie di riservatezza necessarie per coprire l'identita' di una fonte di cosi' alto
livello". Il nome di 'Marte-Uranio' emerge per la prima volta, secondo Cipriani, nel corso delle indagini sulla strage alla questura di Milano. In quel caso l'informatore avrebbe prodotto una nota per riferire le impressioni di Bettino Craxi sull'attentato. L'informatore del Sid, il 29 marzo 1973, racconta che il futuro segretario del Psi e' convinto che dietro il falso anarchico Bertoli ci sia la Cia e che l'attentato fallito a Rumor voleva provocare una crisi istituzionale funzionale ad una successiva stretta autoritaria. In un altro lungo rapporto, scritto il giorno precedente alle elezioni politiche del 7 maggio 1972, 'Marte' affronta il rapporto Pci-Feltrinelli e piu' in generale i metodi di penetrazione dell'Unione Sovietica nell'Europa occidentale e in particolare in Italia. Tra le ipotesi che Cipriani tratteggia per spiegare il perche' una "persona di elevate qualita' intellettive, destinata a una brillante carriera politica" si sia trasformata in confidente del Sid c'e' quella dell'inconsapevolezza di Martelli le cui informazioni venivano girate ai Servizi da una terza persona, ma anche quella di un 'delfino' che lavora contro il Psi o una parte di esso.

SERVIZI SEGRETI: MARTELLI, QUERELO IL GIORNALISTA CIPRIANI
DOPO LE ACCUSE DI ESSERE STATO UNA 'FONTE' DEL SISMI
Claudio Martelli annuncia una querela penale e civile per diffamazione aggravata da un fatto determinato nei confronti di Gianni Cipriani e della sua agenzia internet per quanto affermato nel volume "lo stato invisibile" e cioe' che l'ex vicepresidente del consiglio sia stato per diverso tempo un informatore dei nostri servizi segreti militari. "Con sperimentata tecnica il noto giornalista Cipriani e la sua agenzia mescolano a plateali menzogne notizie arcinote per rendere le prime almeno verosimili. Mi limito - dice Martelli - a rettificare le menzogne: non ho mai avuto rapporti di alcun genere con nessun servizio di informazione almeno fino a quando sono stato eletto deputato nel 1979. Nell'esercizio del mio mandato parlamentare, e dal 1989 in quello di vicepresidente del consiglio, ho incontrato quasi tutti i capi dei servizi che si sono succeduti. Non ho mai conosciuto nel corso della mia vita il generale Maletti, non ho mai svolto alcun compito di informatore ne' di analista di politica estera, ne' di alcun altro genere per conto dei servizi di alto spionaggio italiani in nessuna epoca della mia esperienza politica. Pertanto ho deciso di dare mandato all'avv. Benedetto, del Foro di Roma, di querelare Cipriani affinche' si possa chiarire tutta la vicenda in Tribunale oltre che in parlamento quando il ministro dell'interno verra' a rispondere alle interrogazioni parlamentari sul caso".

SERVIZI SEGRETI: CIPRIANI, DECIDERA' IL TRIBUNALE
4 febbraio 2002 - "Il mio e' un lavoro che si basa su documenti e conseguenziali  ipotesi; non 'e' la prima volta che i giudizi storici saranno  in tribunale vedremo se la mia ricostruzione e' infondata o diffamatoria". Gianni Cipriani, il giornalista autore del volume "Lo stato invisibile" risponde cosi' a Claudio Martelli che annuncia nei suoi confronti, una querela civile e penale. "Il tribunale puo' essere la sede per verificare la fondatezza delle ipotesi e se la mia ricostruzione e' cosi' diffamatoria come sostiene Martelli".

SERVIZI SEGRETI:NEL '79 INFILTRATO POLIZIA SVELA QUELLO CC
MA ANCHE LE SAM COLPITE GRAZIE AL TRAVESTITO 'MARCELLA'
E' successo di tutto ma proprio di tutto durante gli "anni di piombo" : anche che un infiltrato dei carabinieri in gruppi contigui alle Br venisse arrestato come conseguenza della "soffiata" di un infiltrato della Polizia. Oppure che una delle piu' temute sigle del neofascismo milanese, le Sam (Squadre d'Azione Mussolini) venissero sgominate con l'appoggio di uno dei primi travestiti della "piazza" milanese: 'Marcella'. O che uno dei principali giornalisti giudiziari milanesi passasse per anni notizie su magistrati e colleghi al Sid, o che una medaglia d'argento della Resistenza, esponente di primo piano del Pci, per decenni riferisse a Umberto Federico D'Amato delle polemiche interne ed anche dei pettegolezzi privati della nomenklatura comunista. Oppure che si fosse al contempo informatori del Sid, il servizio segreto militare ante-Sismi, e del Mossad, come il medico Bevilacqua, o che  un informatore del servizio, dopo aver informato diligentemente sull'universo "rivoluzionario" passasse a ferimenti o uccisioni. C'e' un po' di tutto, perche' tutto e' successo nel libro "Lo Stato invisibile" che il giornalista  Gianni Cipriani ha realizzato per la Sperling & Kupfer Editori. Il libro utilizza e sistematizza, con un ampio lavoro su fonti minori, la grande mole di informative emerse dagli archivi dei servizi segreti italiani nel corso di importanti inchieste come quella del giudice Salvini su piazza Fontana, del giudice Lombardi su Bertoli o quella del giudice Mastelloni su 'Argo 16'. Un tentativo riuscito, dopo altri libri dedicati all'argomento, di "leggere" in maniera unitaria  il ruolo dell'informatore e quello dell'agente nelle complesse vicende italiane.
 Ecco, spigolando tra le pagine, alcune delle storie piu'
rappresentative di quel 'tutto e' successo':
- Informatore Polizia contro informatore Cc.
1979: Paolo Santini, informatore del colonnello Cornacchia dei carabinieri, infiltrato  in uno dei gruppi minori che ruotano ed hanno diretti contatti con le Br viene arrestato. Insieme a lui viene arrestato Marino Pallotto. Il colonnello rientra dalle vacanze per spiegare al magistrato Imposimato che quello e' un suo informatore. Poco dopo Santini scompare e Cornacchia spieghera' che il suo uomo, al pari di altri informatori dei Cc, era attivo anche durante il sequestro Moro. Pallotto, ingiustamente sospettato di essere la 'talpa' si uccide. Il risvolto paradassole della mai chiarita vicenda e' che a far arrestare l'infiltrato dei Cc e' un infiltrato della Polizia che riferiva direttamente alla Digos e che aveva  nel 'mirino' proprio Pallotto.
- La 'Fonte Tallone' d'Achille.
Fin al maggio del 1970 agisce sulla piazza milanese una "ottima fonte", 'Tallone', un giornalista milanese che lavora sulla giudiziaria soprattutto con il compito di 'controllare' e riferire sui magistrati considerati vicini alla sinistra. Dietro il nome di "Fonte Tallone" si nasconde - rivela ora Cipriani - Achille Maria Righini, giornalista di 'Avvenire' e poi della Rai a Milano. Righini per almeno 7 anni ha informato i servizi su quanto si muoveva a sinistra a Milano. Sue sono importanti note sulla nascita del libro inchiesta 'La Strage di Stato', cult della controinformazione di sinistra.  Due i suoi obiettivi principali: il giudice Ciro De Vincenzo, che si dimettera' dalla magistratura dopo essere stato denunciato (e scagionato) come filobrigatista e Marco Ligini, l'uomo che coordino l'equipe che realizzo "La strage di Stato", e Ibio Paolucci, cronista 'principe' delle pagine giudiziarie de l'Unita'. A ipotizzare gia' a suo tempo questa attivita' di informatore di Righini fu l'allora inviato del telegiornale Giancarlo Santalmassi.
- Le Sam sgominate da 'Marcella'
Dopo la strage di Brescia fugge Giancarlo Esposti, esponente di primo piano delle Sam, alleate del Mar (Movimento di azione Rivoluzionaria) di Carlo Fumagalli, ex partigiano 'bianco' alleato con i gruppi piu' oltranzisti della destra milanese. Esposti sara' ucciso a Pian del Rascino, vicino Rieti mentre altri due camerati verranno arrestati con modalita' e retroscena mai scandagliati e su cui per annni si e' questionato. Mar e Sam per vennero appoggiati da alcuni Cc della Pastrengo, gli stessi che ispirarono lo stupro a Franca Rame. Nel giro c'era anche Biagio Pitarresi - informatore dell'Arma a occasionalmente della polizia- e Angelo Angeli,'camerata-rivale' di Esposti. Sia Angeli sia Esposti pero', al di la' delle dichiarazioni di principio, avevano un  comune interesse: la frequentazione di travestiti e soprattutto di Marcella che permise di colpire il gruppo diventando uno dei principali informatori del servizio.
- La medaglia d'argento al servizio del Viminale
Marisa Masu, "Rosa" nella resistenza romana, medaglia d'argento e poi dirigente nazionale della Fgci diretta da Berlinguer. La Masu ha ricoperto importanti incarichi anche fuori il partito e da ultimo ha aderito a Prc ma per decenni a collaborato con il Viminale con il nome in codice "Stanislao". Le sue informative hanno una caratteristica: sono improntate al "piu' basso pettegolezzo" e intonate ad uno stile scandalistico. Obiettivo principale di "Stanislao" era la famiglia Amendola. La fonte riferiva spesso direttamente a Umberto Federico D'Amato, per anni mente palesa ed occulta dell'Ufficio Affari Riservati del Viminale.

SERVIZI SEGRETI: BIELLI, RENDERE PUBBLICO FASCICOLO 'MARTE'
UN LIBRO IDENTIFICA LA FONTE DEL SISMI IN CLAUDIO MARTELLI
Walter Bielli, esponente dei Ds, chiede che sia reso pubblico il fascicolo "Marte" intestato a uno degli informatori del servizio segreto militare, il Sismi, e che un libro appena uscito ("Lo Stato invisibile", di Gianni Cipriani) identifica in Claudio Martelli. "Le imbarazzate smentite - afferma il deputato riferendosi a quanto compare stamane su 'La Repubblica' - rivelano in ogni caso una situazione assai nebulosa e gettano altre ombre sulla storia di quel periodo. Attraverso un' interrogazione parlamentare chiedero' al governo di fornite tutte le informazioni perche' non abbiano ad avere spazio le illazioni ma, contestualmente, si conosca il massimo di verita'. Forse - aggiunge ancora - chi ha proposta la commissione Mitrokhin farebbe bene ad acquisire anche il fascicolo integrale con le 564 informative prodotto dalla fonte 'Marte-Uranio'. Continuo a pensare - conclude - che il libro di Cipriani e' la dimostrazione documentata e palese della presenza in Italia di un sistema perverso, intrigato e pericoloso fatto di spie e di informatori".

SERVIZI SEGRETI: FRAGALA', I DS VOGLIONO COPRIRE MITROKHIN
Enzo Fragala', di An, non crede all' importanza del fascisolo 'Marte', di cui Walter Bielli dei Ds chiede la pubblicazione, e all'ipotesi contenuta in un libro del giornalista Gianni Cipriani, secondo cui Claudio Martelli sarebbe stato un informatore del Sid. "I Ds - secondo Fragala' - cercano di intorbidire le acque accreditando la tesi della reciprocita'. Per cui se esisteva una rete di intelligence a sinistra non era al servizio di Mosca, come il dossier Mitrokhin ha ampiamente dimostrato, o per uso attivo, ma solo per difendersi da quella interna, deviata e stragista".
"L'ipotesi che Claudio Martelli fosse una spia del Sid non ci sconvolge", prosegue Fragala', per il quale questo in ogni caso "non cambia il diverso significato del dossier Mitrokhin che e' solo un estratto della rete mondiale di spie al servizio di Mosca". "La sinistra, dopo aver minimizzato e urlato alla 'bufala' - prosegue Fragala' - resasi conto che le verifiche ordinate dai Ros da poco terminate hanno dato riscontri inconfutabili, tenta ora con le prodezze lessicali di Cipriani e Bielli di accreditare, alla vigilia della commissione Mitrokhin, un contro-dossier che dovrebbe, nell'immaginario malato dei proponenti, controinformare e attutire l'impatto mediatico del Mitrokhin".

SERVIZI SEGRETI: IL PCI PRESTO' INFILTRATO A DALLA CHIESA
OPERAZIONE 'OLOCAUSTO' COORDINATA DA PECCHIOLI NEL '78
Il nome in codice non e' tra i piu' invitanti per una operazione dei servizi segreti: Olocausto. Un sacrificio che un quadro 'coperto' del Pci fece infiltrandosi in un gruppo contiguo alle Br  nel quadro di una intesa tra Ugo Pecchioli, ministro  dell'interno "ombra"  e il generale Dalla Chiesa. Un episodio che Pecchioli non inseri' nel suo libro di memorie (Segreti e verita') per ragioni di prudenza e per non esporre la fonte a eventuali rischi. Oggi il volume di Gianni Cipriani "Lo Stato invisibile", appena uscito, rivela qualche particolare in piu' dell'episodio a cui aveva accennato in una intervista l'ex presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino. Fu il vertice del partito a dare il "via libera" alla collaborazione del militante comunista con Dalla Chiesa. Prima di questo il Pci ottenne l'assicurazione che il loro uomo non avrebbe dovuto in alcun caso commettere reati di una certa gravita' e, nel caso, partecipare o lasciare che si portassero a compimento azioni armate, soprattutto omicidi e gambizzazioni. Fu Pecchioli a curare l'operazione e una volta ottenute le assicurazioni, l'iscritto si infiltro' nel gruppo clandestino, riferendo puntualmente ogni informazione al generale Dalla Chiesa o a uno dei suoi stretti collaboratori. Nulla di piu' nel libro sulla vicenda che Pecchioli non svelo' nonostante - nota Cipriani- le dure polemiche dell'epoca  nei suoi confronti sulla "Gladio Rossa". Ma questa operazione avvenuta " intorno al '78" non e' l'unica gestita dal Pci con un collegamento con Dalla Chiesa. In altre circostanze, su iniziativa della "vigilanza", cioe' dell'apparato di sicurezza del partito, quadri "coperti" si sono inseriti nell'Autonomia operaia organizzata e in altri gruppi radicali della sinistra exstraparlamentare . "Si tratto' spesso di iniziative autonome della direzione del Pci - scrive il giornalista nel libro edito da Sperling & Kupfer - volte soprattutto ad avere notizie che consentissero di prevenire incidenti di piazza in occasione delle manifestazioni. L'iniziativa era pensata anche a tutela delle sezioni, delle federazioni e dei dirigenti del partito. Solo in alcuni casi, come aveva ricordato Pecchioli nel suo libro, le notizie fatte arrivare dalle fonti del Pci furono girate alle forze di polizia e, in particolare, al generale Dalla Chiesa".

SERVIZI SEGRETI: MALETTI, DI MARTELLI NON SO NULLA
A gestire le fonti erano direttamente i centri di controspionaggio. Il responsabile del servizio non ne conosceva direttamente la loro identita'. Cosi' Gian Adelio Maletti responsabile dell'ufficio D del Sid risponde al giornalista  che lo raggiunge telefonicamente a Johannesburg per chiedergli se ha mai sentito parlare di una collaborazione di Claudio Martelli con i servizi segreti militari. "Non so se esistesse una fonte 'Marte', non lo potrei dire. Non sapevo che Martelli fosse un informatore. Sinceramente non ne so nulla".

SERVIZI SEGRETI: PILLITTERI, MARTELLI 007? NON LO SO
"Francamente non lo so se Martelli fu un informatore dei servizi segreti. Qualche cosa si disse ma certo non emerse nulla per provare che ci furono contatti". Cosi' Paolo Pillitteri, ex sindaco di Milano e cognato di Bettino Craxi, ha commentato la notizia relativa a una presunta attivita' di informatore da parte di Claudio Martelli. "Per dare un giudizio - ha aggiunto Pillitteri – sarebbe necessario leggere le carte. Io, tra l'altro, in quel periodo ero iscritto al Psdi".

4 febbraio 2002 - PIAZZA FONTANA; PULITA LAPIDE IMBRATTATA
"Il Giorno"
Piazza Fontana: pulita la lapide imbrattata
Un gruppetto di anarchici del Circolo Ponte della Ghisolfa di Milano si sono ritrovati ieri pomeriggio in Piazza Fontana per cancellare con solventi e carta abrasiva le scritte in pennarello nero che da tre giorni deturpavano la lapide al ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, morto quattro giorni dopo la strage di Piazza Fontana precipitando da una finestra della Questura di Milano.
La lapide era stata posta nel 1977 da un gruppo di studenti milanesi in un'aiuola vicino alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, con questa scritta: "A Giuseppe Pinelli ferroviere anarchico ucciso innocente nei locali della Questura di Milano 16/12/1969". Il verbo "ucciso" è stato cancellato con un pennarello nero e sopra qualcuno ha scritto "Ma chi lo dice?", ed ha appoggiato anche un tricolore con una striscia rossa sul campo bianco, a simboleggiare il sangue.
"È già successo - ha detto Mauro De Cortes del Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa - che qualcuno abbia imbrattato questa lapide, ma bisognava segnalarlo. Si può ipotizzare che sia un gesto di gente di destra: è avvenuto in concomitanza con le scritte fasciste su simboli ebraici a Como".

11 febbraio 2002 - PIAZZA FONTANA: CSM PER ARCHIVIAZIONE PER PM MERONI
La Prima Commissione del Csm ritiene che non ci siano gli estremi per un trasferimento d'ufficio per incompatibilita' del sostituto procuratore Massimo Meroni, pm nel processo per Piazza Fontana, e chiede l'archiviazione del fascicolo aperto sul magistrato dopo quella presa di posizione sulla stampa. Il Csm ritiene pero' che le accuse di inerzia da lui rivolte alle autorita' italiane nel chiedere l' estradizione del neofascista Delfo Zorzi, vadano segnalate ai titolari dell'azione disciplinare e si pronuncia per l'invio degli atti al ministro della Giustizia e al procuratore generale della Cassazione.

18 febbraio 2002 - UNIONE FAMILIARI VITTIME PER STRAGI SU OSSERVATORIO
Comunicato delle Associazioni familiari vittime delle stragi di: Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Treno Italicus, Stazione di Bologna del 2 Agosto 80, Rapido 904, Via dei Georgofili Firenze:
Il 12 Aprile 2001 il Ministero della Giustizia insediava l' "Osservatorio sui problemi e sul sostegno delle vittime dei reati", strumento permanente chiesto con forza da diversi anni dai familiari delle vittime con il compito di
 1. dare esecuzione alla legge-quadro del Consiglio dell'Unione Europea del 15.03.2001 per adeguare  il  codice di procedura penale in favore di tutte le vittime dei reati;
 2. procedere alla ricognizione e alla rilevazione delle esigenze delle vittime, sia nel momento del loro coinvolgimento nell'azione giudiziaria, sia in riferimento alle diverse situazioni verificabili per effetto degli specifici programmi di assistenza per esse previste.
 L'Osservatorio, composto da rappresentanti di associazioni di vittime dei reati, esperti di vittimologia e rappresentanti del Ministero della Giustizia e del Ministero dell'Interno, deve provvedere alla individuazione dei problemi delle vittime e alla elaborazione di proposte organizzative e normative.
 Al 31 dicembre 2001 l'Osservatorio ha svolto 14 sedute di cui 4 plenarie, ha realizzato con la collaborazione del CENSIS un'"INDAGINE SULLE VITTIME DI REATO ORGANIZZATE IN ASSOCIAZIONI". Ha inoltre predisposto una bozza di "legge-quadro per l'assistenza, il sostegno e la tutela alle vittime dei reati", bozza di legge che tiene conto della decisione quadro del Consiglio della Unione Europea del 15.03.2001 e inviata al Ministro Roberto Castelli il 21 dicembre 2001 con richiesta di un urgente iter parlamentare.
 Per il 6 Febbraio 2002 era già prevista la prima seduta plenaria dell'anno, ma poiché il Ministero non ha ancora provveduto al rinnovo, i lavori sono bloccati.
 Questo "blocco" rischia di vanificare l'impegnativo lavoro svolto sino ad ora, impedisce la tutela alle vittime di reato e non ottempera al dettato dell'art. 17 della decisione quadro del Consiglio dell'Unione Europea di adeguare il codice di procedura penale entro il termine del 22.03.2002.
Il Presidente
Paolo Bolognesi
Il comunicato è inoltre sottoscritto da: Maria Falcone Presidente Fondazione Falcone; Avv. Michele Costa  Presidente Comitato Direttivo Fondazione Gaetano Costa; Rosanna Rossi Zecchi Presidente Associazione Vittime Banda della Uno Bianca; Franco Corazza Presidente Associazione Parenti Vittime "Istituto Salvemini"; Maurizio Puddu Presidente Associazione Italiani Vittime del Terrorismo.

26 febbraio 2002 - FAMILIARI STRAGI; VIA IL SEGRETO DI STATO PER DELITTI STRAGE E TERRORISMO
L' Unione familiari vittime per stragi, in una conferenza stampa a Montecitorio, annuncia la riproposizione di una legge di iniziativa popolare finalizzata proprio ad abolire il segreto di Stato da tutti i delitti di strage e terrorismo: "nessun documento deve essere sottratto al magistrato che indaga". "Questa legge venne gia' presentata nel 1984, corredata da 100.000 firme, ma non e' stata mai discussa dal Parlamento", ha spiegato Paolo Bolognesi presidente dell'Unione vittime per stragi, che raccoglie le associazioni delle stragi di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia, del treno Italicus, della stazione di Bologna, del rapido 904 e di via dei Georgofili. La proposta di legge e' composta di un articolo unico, con il quale si prevede di aggiungere alla legge n. 801 del '77 l'art. 15 bis. Questo stabilisce che "Il segreto di Stato non puo' essere opposto in alcuna forma nel corso dei procedimenti penali relativi: a) ai reati commessi per finalita' di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico; b) ai delitti di strage previsti dagli articolo 285 e 422 del codice penale". In conferenza stampa e' intervenuto anche Manlio Milani, presidente dell'associazione della strage di Piazza della Loggia, che ha ricordato di aver scritto nel novembre scorso una lettera al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi ("senza avere finora risposta"), in merito all'estradizione di Delfo Zorzi. Milani, in particolare, e' tornato a denunciare la "commistione tra funzione pubblica e attivita' privata di un'autorevole esponente della maggioranza: Gaetano Pecorella, da un lato presidente della Commissione giustizia della Camera, uomo delle Istituzioni, e, dall'altro, difensore di Zorzi, uno stragista che non vuole essere estradato". "Anche nelle stragi, come vedete, c'e' dunque conflitto d'interessi", ha commentato Paolo Bolognesi. Per Falco Accame, presidente dell'Anavafaf (l'Associazione nazionale dei familiari delle vittime arruolate nelle forze armate), chiedere l'abolizione del solo segreto di Stato non serve per arrivare alla verita' nei fatti di terrorismo e nelle stragi. "Ci sono infatti una gran quantita' di documenti, forse migliaia - ha detto - che vengono normalmente sottratti alla conoscenza del giudice, senza che su di essi sia opposto il segreto. Si tratta di quei documenti, classificati e non, che vengono sistematicamente distrutti, occultati, o che non figurano nemmeno nel protocollo. In questo caso - secondo Accame - il reato da perseguire dovrebbe essere quello di 'depistaggio', che pero' non esiste nel codice penale italiano".

3 marzo 2001 - INTERVISTA D' AMBROSIO AL CORRIERE DELLA SERA
Gerardo D'Ambrosio, procuratore della Repubblica di Milano, in un' intervista al "Corriere della sera" non vuole parlare dell'istanza di remissione del processo Sme presentata da Berlusconi e Previti, ma si limita a ricordare un altro spostamento di un processo che fece notizia, quello sulla strage di Piazza Fontana. "La corte di assise di Catanzaro - ricorda D'Ambrosio - fece un ottimo lavoro: l'unico processo  vero si chiuse con l'ergastolo per i nostri tre principali imputati". "L'iter processuale fu lento e complesso - precisa D'Ambrosio - comunque Catanzaro non porto' fortuna alle difese". Le sentenze definitive pero' hanno ribaltato i primi gradi di giudizio. "Il problema e' un altro - dice ancora D'Ambrosio - siamo l'unico paese del mondo con la corte d'appello. All'estero, se c'e' la giuria formata dal popolo il processo finisce con il primo verdetto. Solo noi abbiamo il popolo di secondo grado! Infatti per Piazza Fontana i problemi nacquero in appello,soprattutto con la scandalosa sentenza finale di Bari".

21 marzo 2002 - PIAZZA FONTANA: CSM ARCHIVIA FASCICOLO SU PM MERONI
Per il Csm non ci sono gli estremi per un trasferimento d'ufficio per incompatibilita' di Massimo Meroni, pm nel processo per Piazza Fontana per le accuse di inerzia da lui rivolte alle autorita' italiane nel chiedere l' estradizione del neofascista Delfo Zorzi. Il Consiglio superiore della magistratura archivia cosi’ un fascicolo che aveva aperto sul magistrato. A far finire Meroni all'attenzione del Csm erano state alcune dichiarazioni fatte alla stampa. Interpellato sulla mancata estradizione di Zorzi, il pm aveva detto:”il motivo piu' banale e' anche il piu' evidente: Zorzi ha lo stesso difensore del presidente del Consiglio ovvero l'avvocato Pecorella. Mi auguro davvero che non esistano ragioni politiche ulteriori altrimenti i familiari delle vittime avrebbero motivo di pensare che se il colpevole e' di estrema destra 16 italiani morti non contano nulla”.

23 marzo 2002 – IL GIORNO SU PIAZZA FONTANA
"Il Giorno"
LA BOMBA DI PIAZZA FONTANA DEL 12
La bomba di piazza Fontana del 12 dicembre del 1969, che doveva dare inizio alla grande stagione del terrorismo, lì per lì sorprese tutti, tanto che in un primo tempo si pensò allo scoppio di una caldaia. Sembrava un fatto isolato. Invece quella bomba era stata preceduta da un attentato alla Fiera di Milano, che non aveva fatto vittime, e da duecento episodi di terrorismo minore cui nessuno aveva fatto troppo caso. Anche l'assassinio di Marco Biagi non arriva, in realtà, come un fulmine a ciel sereno. E' stato preceduto dalla bomba al Viminale e da altri episodi minori cui, ora come allora, si è data forse troppo poca importanza. Nulla quindi esclude che la barbara esecuzione di Biagi possa preludere a un'escalation.
Le analogie però si fermano qui. Rispetto agli anni Settanta il contesto è molto cambiato. Nessuno, nemmeno nei settori più contestatari, come i No Global, afferma che i terroristi sono "compagni che sbagliano". Non c'è oggi nessun intellettuale che oserebbe dire "né con lo Stato né con le Br" come fecero Sciascia e Moravia. A quei tempi il terrorismo godeva di molte simpatie, più o meno inconfessate e inconfessabili. Innanzitutto negli ambienti della sinistra extraparlamentare, che allora esisteva e oggi non c'è più. Ma anche in partiti che sedevano in Parlamento e magari al governo, come certe frange del Psi legate ad ambienti contigui alle Brigate Rosse (Morucci, Faranda, Pace, Piperno). In tutta la sinistra "radical chic" che era estremamente ammiccante verso quello che chiamava con tenerezza "il movimento", vale a dire i ragazzi che percorrevano le strade seminandovi "violenza di massa" e, in qualche caso, con la P38 in pugno. E un intellettuale come Giampiero Mughini (nella foto) si vantava narcisisticamente, in un suo libro, che un certo comunicato dei terroristi era stato scritto con la sua "lettera 32".
Il terrorismo era poi molto popolare nelle fabbriche e negli ambienti degradati delle periferie metropolitane. Oggi non è più così. E non perché le situazioni di sperequazione sociale siano diminuite - ché anzi la forbice fra ricchi e poveri si è allargata - ma perché l'ideologia marxista-leninista, già in grave ritardo sui tempi negli anni Settanta senza che i suoi corifei se ne fossero accorti, ha fatto definitivamente naufragio e non è più uno strumento spendibile, perlomeno a livello di massa, e anche la retorica della Resistenza, che pure "nobilitava" in qualche modo il terrorismo, è molto sbiadita. Né si vede in giro alcun Sessantotto, perché ci vuole davvero un bello sforzo di immaginazione per scambiare i "girotondi", dove degli ultracinquantenni si riuniscono non per "abbattere il sistema", come gridavano i sessantottini, ma per chiedere più legalità, per fenomeni potenzialmente eversivi.
I terroristi, siano trenta o cento, si muovono quindi in un habitat assai ristretto. E si può quindi ragionevolmente sperare che debellarli sia, questa volta, solo una questione di polizia.

29 marzo 2002 - "CAMPIONI D'ITALIA" DI BARBACETTO, 36 STORIE D'ILLEGALITA'
ANSA:
GIANNI BARBACETTO, "CAMPIONI D'ITALIA. STORIE DI UOMINI ECCELLENTI E NO" (MARCO TROPEA, pag.414, euro 15,80).
Il primo (il piu' attento) lettore e' stato un autorevole avvocato milanese, che ha sentenziato: forse qualche querela arrivera', ma le vinceremo tutte, si stampi. Cosi' arriva in libreria la settimana prossima 'Campioni d'Italia" di Gianni Barbacetto, che come dice il sottotitolo e' un insieme di "Storie di uomini eccellenti e no". Sono storie che l'autore, cronista di razza, ha scritto negli ultimi cinque anni per "Il Diario"; storie per lo piu' note ai lettori attenti dei giornali, ma che rilette (e riscritte) una di fila all'altra sorprendono come una inesauribile serie di gialli. E' esemplare fra tante la pagina del minaccioso colloquio segreto a quattro occhi fra Enrico Cuccia (che ne conservo' un appunto) e  Michele Sindona, il banchiere della mafia; o la caduta e la risalita di un uomo politico come il ministro Giuseppe Pisanu, che dieci anni fa dovette dimettersi da sottosegretario per i suoi rapporti con il faccendiere Flavio Carboni (ambiguo collaboratore di Guido Calvi) che gli aveva fatto conoscere l'imprenditore televisivo Silvio Berlusconi, per il quale stava comperando una tv privata in Sardegna. L'insieme delle storie raccontate nel libro e' vario: si va da Flavio Briatore a Roberto Formigoni, da Raul Gardini al brigatista Franco Marra. Un campionario di 36 personaggi, diviso in quattro gruppi: "Viva l'Italia", ovvero nomi della cronaca, qualche volta della moda; "Mani pulite e' finita", che mette insieme i sopravvissuti e riciclati di quei processi; "La mafia non c'e' piu"', che allude esattamente al contrario, poiche'la mafia la trovi anche dove meno te l'aspetti; "Innocenti eversioni", dove si incontra il Grande Burattinaio (Licio Gelli) ed anche uno (Delfo Zorzi), che dichiara "La bomba della strage di piazza Fontana l'ho messa io". L'insieme e' eterogeneo: o piuttosto il primo gruppo sembra lontano dagli altri tre, che rappresentano le grandi illegalita' della vita pubblica italiana (la Corruzione, la Mafia, il Terrorismo). "Lo so -  conviene Barbacetto - ma da una parte non volevo fare un libro che riguardasse solo la politica; dall'altra scie di illegalita' le trovi anche dove meno te le aspetti". Per esempio? "Per esempio in certe bombe che scoppiano e in certe ambigue telefonate nella vita di Briatore, che e' quell'uomo brillante, protagonista della Formula uno e fidanzato di Naomi Campbell. Oppure di quel Stefano Brandini, proprietario di locali alla moda a Miami, accusato dalla DEA di riciclare narcodollari: un uomo la cui storia incrocia quella di Mariano Fasano, ex direttore generale della banca off shore della Fiat, la Overseas Union Bank di Nassau. E cosi via". "Del resto - aggiunge - nessun campionario e' mai completo, nessun catalogo esaustivo. Mi basta aver disegnato un grande coro di facce e di storie italiane, di furberie, di codardie, porcherie e illegalita', e qualche eroismo". C'e' poi un capitolo in piu' chiude il libro: un capitolo incompiuto, dal titolo "Diario minimo del regimetto", ovvero una cronologia ragionata di quel che ha fatto Berlusconi, dal giorno della sua vittoria elettorale (13 maggio 2001) in poi. Barbacetto, del resto, non si ferma nemmeno davanti alle massime autorita' dello Stato. Uno dei capitoli piu' puntigliosi riguarda il presidente del Senato, Marcello Pera: c'e' - scrive l'autore - un "Pera 1", studioso e editorialista della Stampa, sulle cui colonne scriveva vibranti articoli di sostegno ai processi di "Mani pulite"; e, pochi anni dopo, un "Pera due", autorevole esponente di Forza Italia, che  bacchetta i giudici milanesi. Cosi' sono i 'Campioni d'Italia'". "Mani pulite" del resto e' un tema troppo appassionante perche' si concluda qui. E difatti Barbacetto e' autore, con Peter Gomez e Marco Travaglio, di un libro intitolato "Mani pulite'. "La Feltrinelli doveva mandarlo in libreria il 17 febbraio scorso, nel decennale di 'Mani pulite'. Ma poi ha tergiversato, chiesto tempo, cambiato idea. Forse per la materia, forse per le verifiche da fare, forse perche' parlavamo diffusamente anche dele 'tangenti rosse'. Sta di fatto che il libro uscira' in ritardo con un altro editore".

20 aprile 2002 - PIAZZA FONTANA: NUOVA VERSIONE PENTITO SICILIANO
ANSA:
Martino Siciliano, ex ordinovista veneto, che con la sua collaborazione ha indotto i magistrati a condannare all'ergastolo i presunti responsabili della strage davanti alla questura di Milano del maggio 1973 e della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, ha scritto un memoriale al suo avvocato nel quale dice di essersi pentito di avere collaborato con la giustizia italiana. Siciliano nel memoriale scrive: "Sono a completa disposizione per deporre e confermare queste mie dichiarazioni davanti all'autorita' giudiziaria italiana e autorizzo la consegna delle stesse ai difensori degli imputati nel processo e ai fini della mia eventuale deposizione". Dopo aver precisato di preferire un interrogatorio o in Colombia o in Francia, Siciliano aggiunge: "Non penso che sia reato fare sapere a chi di dovere quale sia la verita', ove poi lo fosse, e' preferibile pagare lo scotto di cambiare parere piuttosto che vedere degli innocenti in galera vita natural durante". Nel memoriale - il cui contenuto e' stato anticipato stamani dal 'Gazzettino' di Venezia - Siciliano, che vive in Colombia, nega che Delfo Zorzi (attualmente latitante e riparato in Giappone, paese del quale ha acquisito la cittadinanza) possa avere avuto un ruolo nella strage di piazza Fontana, per la quale e' stato condannato all'ergastolo. I legali di Zorzi, gli avvocati Gaetano Pecorella e Antonio Franchini, hanno depositato il memoriale alla Procura di Brescia che sta indagando sulla strage di piazza della loggia del 28 maggio 1974, per la quale sono indagati tra gli altri anche Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi, entrambi condannati al carcere a vita (per piazza Fontana il primo, per entrambe le stragi Maggi). Martino Siciliano nel memoriale sostiene di essersi deciso a raccontare la verita' per i sensi di colpa che gli sono nati dopo la lettura delle motivazioni della sentenza con la quale i giudici milanesi hanno condannato all' ergastolo per
piazza Fontana, Zorzi, Maggi e Giancarlo Rognoni. Siciliano, che nell'inchiesta ha sempre sostenuto di avere raccolto le confidenze di Zorzi sulla sua partecipazione alla strage, nel memoriale conferma cio' che la difesa di Zorzi ha sempre sostenuto e cioe' che l'ex ordinovista il 12 dicembre del 1969 era a Napoli. Siciliano, inoltre, rettifica le sue dichiarazioni in relazione ad una cena alla quale aveva partecipato a casa di Giancarlo Vianello, un altro ordinovista veneziano. Durante l'inchiesta aveva sostenuto che quella cena si era svolta nei primi giorni di gennaio del '70 e che fu in quell'occasione che Zorzi gli confesso' la sua partecipazione alla strage. Nel memoriale inviato al suo legale sostiene invece che quella cena, come disse al processo in Corte d'Assise, Giancarlo Vianello, avvenne un anno prima. L'ex pentito spiega inoltre che molte cose che ha raccontato in questi dieci anni, le ha raccontate dopo aver letto i verbali di interrogatorio di altre persone. Martino Siciliano era stato convocato come testimone nel settembre del 2000. Giunto in Italia dalla Colombia, dopo aver ribadito la sua intenzione a testimoniare, non si era mai presentato al processo in corso all'aula bunker di piazza Filangeri a Milano, davanti ai giudici della seconda Corte d'assise. In una lettera scritta al suo legale spiego' che non intendeva piu' collaborare in quanto lo Stato gli erogava "una miseria". I giudici della Corte d'assise che hanno condannato Zorzi, Maggi e Rognoni, hanno ritenuto tutte attendibili le testimonianze di Siciliano, acquisite al processo. Riguardo alla sua decisione di non presentarsi in aula hanno scritto che e' evidente che e' intervenuto "un fatto esterno" a determinare quella scelta e non lo sdegno per il compenso a suo giudizio inadeguato.

22 aprile 2002 - PROSSIMA USCITA NUOVO LIBRO BIACCHESSI SU TERRORISMO DI DESTRA
Esce il 13 maggio il nuovo libro d'inchiesta di Daniele Biacchessi. "Le ombre nere. Il terrorismo di destra da Piazza Fontana alla bomba al Manifesto". Mursia Editore. 205 pagine con postfazione del giudice di Milano Guido Salvini. Narrato come fosse un romanzo, il libro offre al lettore quattro storie tra passato e presente. Non é un saggio. Si rivolge invece alle nuove generazioni, quelle che la storia più recente stentano a conoscere.
"Processo alla storia", é il capitolo dedicato al dibattimento per la strage di Piazza Fontana terminato il 30 giugno 2001 con la condanna di alcuni esponenti di Ordine Nuovo. Nel volume viene ricostruita l'intera istruttoria, confrontati i documenti e gli atti giudiziari, sbobinate le audizioni testimoniali. Fino alle motivazioni della sentenza.
"Quel giorno che in cielo volò una bicicletta" é la storia dell'ultima inchiesta sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974). Vengono pubblicati i verbali di interrogatorio e analizzate le istruttorie e i processi precedenti. Si tratta di un capitolo inedito e di un processo ancor tutto da celebrare.
"Uno sparo nella notte" riguarda la storia dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Dagli omicidi degli anni Settanta alla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Il capitolo é aggiornato fino agli ultimi avvenimenti e inchieste.
"Ritorno al passato" è relativo alla bomba contro la sede romana del Manifesto del 22 dicembre 2000. Le testimonianze e le inchieste che hanno portato alla condanna per strage del neofascista Andrea Insabato.
Quattro storie scritte per non dimenticare.

3 maggio 2002 – ANTICIPAZIONI SUI DIARI DI TAVIANI
"La Stampa"
RIVELAZIONI SU TRAME EVERSIVE, STRAGI E MISTERI DELLA PRIMA REPUBBLICA NEI DIARI DEL LEADER DC, DA LUNEDÌ NELLE LIBRERIE. LI ABBIAMO LETTI IN ANTEPRIMA TAVIANI i giorni dell´Italia in nero
IL 27 giugno dello scorso anno, su ordine della Procura di Brescia, il reparto Antieversione dei Ros si presentò nella sede del Mulino, a Bologna, per sequestrare una copia dei diari di Paolo Emilio Taviani, morto nove giorni prima. Il senatore a vita - lo nominò Cossiga nel 1991 - aveva più e più volte, in diverse sedi, promesso rivelazioni sui misteri della Repubblica. Ne aveva in verità qualche titolo essendo stato grande capo partigiano, segretario della Dc, ras di corrente, ministro della Difesa e dell'Interno varie volte, nell'arco di un periodo cruciale, dagli anni cinquanta alla metà degli anni settanta. Ricevuta la visita dei Ros, il responsabile della sezione Storia del Mulino, Ugo Berti, dichiarò in ogni caso all'Ansa: "La pubblicazione procede regolarmente secondo i programmi. Nei prossimi mesi dell'anno prossimo il volume sarà in libreria". Eccolo, dunque: Politica a memoria d'uomo (445 pagine, 20 euro). In una delle ultime pagine, nel tirare le somme, Taviani scrive: "Fu guerra, calda o fredda, ma sempre guerra (...). Non sono sicuro di aver mai sbagliato. Per un uomo politico è già un successo salvarsi l'anima". Anche per mezzo dei diari. Per cui ecco subito quanto probabilmente interessava a magistrati e carabinieri. Taviani l'ha racchiuso in una quarantina di pagine. Piazza Fontana - di cui si occupò tornato al Viminale nel 1973 insieme con i vertici dell'Antiterrorismo (Santillo) e degli Affari Riservati (D'Amato) - offre la prima sorpresa. "La responsabilità della strage è interamente dell'estrema destra e in particolare di Ordine nuovo: uomini tecnicamente seri, collegati con settori deviati dei servizi segreti". La Cia non c'entra nulla, ma l'esplosivo, venne fornito a uomini di On da un "agente nordamericano" che proveniva dalla centrale tedesca e apparteneva al servizio segreto dell'esercito: "Assai più efficiente della Cia". In Italia qualcuno seppe e anzi cercò di evitare. Taviani racconta di un certo avvocato Fusco, con frequenti legami con il Sid, che la sera del 12 dicembre doveva andare a Milano per "recare il contrordine sugli attentati previsti". Ma a Fiumicino seppe della bomba. Poco dopo la strage, da Padova, un ufficiale del Sid raggiunse Milano "per sostenere il depistaggio sulla sinistra". La bomba non doveva, secondo Taviani, causare morti, come accadde a Roma. Lo deduce dal fatto che, "una volta verificato che nel crimine erano implicati anche alcuni uomini delle istituzioni, non è supponibile che essi cinicamente pensassero di uccidere tanti innocenti". A meno che gli esecutori abbiano poi "disatteso gli ordini ricevuti". A questa ricostruzione Rumor, Fanfani e Moro non vollero mai credere. Taviani al contrario, come "atto politico" e sulla base della sentenza ottenuta dal pm Occorsio, decretò lo scioglimento di Ordine nuovo. La fine della teoria degli "opposti estremismi" ebbe sanguinose conseguenze. Tornato al Viminale liquidò anche alcuni agenti e confidenti arruolati dal precedente ministro (Restivo); "servizi paralleli", si disse in seguito, erroneamente identificandoli con Gladio. Tali spezzoni divennero "schegge impazzite". Mario Tuti ne fu il tipico esponente. A questo ambiente para-golpista, Taviani imputa la strage dell'Italicus. Era il 1974. Ma pure sull'attentato di Bertoli il ministro ebbe il dubbio che l'"anarchico" venuto da Israele potesse essere stato aiutato dal Sid del generale Maletti, di cui ricorda che era "filo-israeliano" (mentre il generale Miceli era filo-arabo). Anche la strage di Brescia è collegata a On: "i carabinieri vi avevano infiltrato un informatore". La bomba era in realtà destinata all'Arma, per vendetta, ma per la pioggia i militi si erano spostati dall'area prescelta per l'esplosione.
Il padre di Gladio
Taviani si assume in pieno la responsabilità di aver fatto iniziare le indagini su Edgardo Sogno; e sostiene anche di aver duramente pagato la sua convinzione che le stragi fossero state "sicuramente ed esclusivamente di destra". Quando cadde il governo venne sostituito - e si riporta un vivace resoconto di come il sinedrio Dc, riunito a piazza del Gesù, distribuisse gli incarichi, con offerte, battute crudeli e sbattimenti di porta. Nel novembre del 1974 finirebbe in realtà il potere governativo di Taviani, l'uomo che in nome dell'atlantismo mise in piedi Gladio. Ma la sua influenza politica continua. Del tutto ingiustificata, la campagna contro l'organizzazione Stay Behind, a suo giudizio, venne aperta con l'obiettivo di contrastare Cossiga che aveva buone speranze di conquistarsi a picconate un secondo mandato presidenziale. In più - ed è una rivelazione - i comunisti sapevano non solo di Gladio, ma anche della base di Capo Marargiu: e questo perché l'aveva detto lui, Taviani, all'allora segretario Longo. Sulle Br, oltre a numerosi sospetti sui collegamenti con i seguaci di Secchia, è annotata una confidenza del generale Dalla Chiesa secondo cui nel 1977, e cioè pochi mesi prima del sequestro Moro, l'evasione di Prospero Gallinari "venne favorita con lo scopo di scovare Moretti". Sui servizi segreti esteri c'è un'abbondante aneddotica. Dall'idea di utilizzare la Stasi in funzione anti-Tito al Mossad che Taviani considera responsabile dell'attentato all'aereo Argo 16; dall'"ottusità" anticomunista della Cia all'"abilità" del Kgb, di cui pure nega che sia riuscito - come scritto nel dossier Mitrokhin - a mettergli una segretaria alle calcagna. Entrambi i servizi delle grandi potenze della guerra fredda, comunque, "convergevano a un medesimo risultato: mantenere l'Italia in tensione". Questo dunque - con inevitabile sintesi e conseguenti forzature di chi gli ha riservato una prima lettura - contengono più o meno le pagine più scabrose delle memorie tavianee. Un autentico tesoro per gli appassionati di trame e misteri. Ma i diari dei potenti, per fortuna, interessano anche gli storici e i normali lettori. E infatti sarebbe ingiusto ridurre questo volume, tra i più interessanti nella memorialistica della Prima Repubblica, a una sequela un po' paranoica di verità, sospetti, cospirazioni. Taviani si salva l'anima, infatti, anche raccontando in profondità il suo lungo tempo di leader e capocorrente democristiano. Gli anni avventurosi, ma indimenticabili della Resistenza, quelli che un giorno spingeranno Fidel Castro a rivolgerglisi come "colega en la experiencia guerrillera".
Affrancarsi dal Vaticano
Come pure l'austerità della Costituente, quel pasto di "pane, mele e un bicchiere di vino bianco" al primo congresso Dc. Le ramanzine di Sturzo, le "manovre" di Gedda, in sostanza la dura lotta sotterranea per liberarsi dalla tutela vaticana, la lettura tra le righe dell'Osservatore romano, il timore degli effetti che un certo discorso avrebbe suscitato sull'"Uomo Bianco", cioè il Papa. Timori a loro modo giustificati, e fino all'ultimo, se è vero che da Oltretevere non gli perdonarono di essere andato lui, come ministro dell'Interno, ad annunciare in tv i risultati del referendum sul divorzio. In più viene fuori il personaggio: gastronomo, amante della famiglia, celebre studioso di Colombo. Come ogni grande democristiano, è al tempo stesso spregiudicato e spirituale, per cui fa cose assai discutibili, le fa a fin di bene e le racconta pure. La volta che, da ministro, per far dimettere sul serio il tentennantissimo De Nicola da presidente della Corte costituzionale chiede ad alcuni suoi amici ex partigiani di appendere dei manifesti contro di lui nel quartiere di Napoli dove abita. Oppure la volta che per aggirare le difficoltà, si fa costruire dall'esercito un aeroporto a Lampedusa. O acquista - in Senegal! - un pacco di lettere (poi rivelatesi false) in cui Pio XII si rivolge chiaramente a una specie di fidanzata. Sfila nel diario tutto un mondo. De Gasperi pensoso, Dossetti irrequieto, La Pira ardente, Fanfani volitivo. E Nenni, e i comunisti. Ecco: a distanza di anni, davvero colpisce nei diari tavianei l'intensità con cui la Dc cerca a tutti i costi - e trova, non c'è dubbio - un rapporto di convivenza con il Pci. E di nuovo occorre tornare ai segreti rivelati se nel gennaio del 1955, in piena Guerra Fredda, i servizi italiani scoprono che l'Urss ha appena finanziato il pci con un cifra che corrisponde a 40 miliardi di oggi. Ebbene, in una riunione con Scelba e Martino, si decide di far finta di niente: "Abbiamo sempre detto che il Pci è pagato da Mosca. Ma dare pubblicità alle carte di quel finanziamento comporterebbe necessariamente mettere al bando il Pci. Dunque la guerra civile". Taviani arriva a corteggiare apertamente il Pci a metà anni settanta. Nel 1975 prova a convincere addirittura la Cia dell'affidabilità di Berlinguer; e l'anno dopo a Mosca sonda i sovietici se nel quadro della distensione sarebbero disposti a comprendere un governo che veda insieme Dc e Pci... Come poteva uno come lui, pure profeta inascoltato di Tangentopoli, comprendere quel che stava per accadere? Eppure "il nome di Di Pietro - scrive - è forse l'unico fra gli italiani degli anni novanta che rimarrà nella storia e non nella cronaca. Proprio come vi restò Giovan Battista Perasso detto Balilla. Con una differenza; che quest'ultimo, gettato il sasso, non pretese rimanervi nella storia, al punto tale che alcune balzane correnti storiografiche ne contestano l'identità". Riflessione tortuosa, ma efficace: molto democristiana.
 Filippo Ceccarelli

8 maggio 2002 - MINISTRO ALEMANNO PREME SU TOKYO PER CONSEGNA DELFO ZORZI
ANSA:
Il ministro delle politiche agricole Gianni Alemanno ha sollecitato oggi il Giappone a concedere l'estradizione di Delfo Zorzi, l'esponente di Ordine nuovo condannato all'ergastolo il 30 giugno scorso per la strage di Piazza Fontana. «Ho fatto presente in un incontro oggi con il vice ministro degli esteri giapponese Shigeo Uetake - ha detto Alemanno poco prima della partenza da Tokyo dopo una visita in Giappone cominciata sabato 4 maggio - che, pur comprendendo le difficili problematiche legate alla cittadinanza giapponese di cui gode Zorzi, e' indispensabile per l'Italia ottenerne l'estradizione, non solo dal punto di vista giuridico e processuale, trattandosi di una condanna per un reato grave come la strage, ma anche politico, per poter chiarire attraverso la sua testimonianza, una delle pagine piu' drammatiche e ancora misteriose della storia del nostro paese.». Uetake, secondo quanto riferito da Alemanno, ha risposto che «si tratta di una questione complicata ma che comunque il Giappone sta facendo il massimo sforzo per venire incontro alle richieste italiane. Potremo dire qualcosa di piu' non appena saremo in possesso della traduzione in giapponese della sentenza di condanna in primo grado». Dall'inizio dell'anno e' la seconda sollecitazione da parte italiana al Giappone perche' risponda alla richiesta di estradizione di Zorzi, dal 1989 cittadino giapponese con il nome di Roi Hagen. La prima era stata fatta a gennaio dal sottosegretario agli esteri Margherita Boniver. Zorzi-Hagen fino al 1997 aveva mantenuto e usato attivamente la cittadinanza italiana nonostante l'espresso divieto della legge nipponica che impone la rinuncia contestuale alla cittadinanza di origine. L'estradizione di Zorzi era stata chiesta formalmente nel marzo 2000 dall'allora governo di Giuliano Amato. Dopo un periodo iniziale di ottimismo su una risposta positiva, il Giappone ha dilatato i tempi richiedendo in continuazione nuovi documenti. Tra Italia e Giappone non esiste un trattato di estradizione, che Tokyo ha per ora solo con gli Stati Uniti (tra qualche settimana anche con la Corea del sud) con i quali e' prevista la consegna di cittadini giapponesi responsabili di crimini negli Usa. Nel resto dei casi, il Giappone non concede normalmente l'estradizione di suoi cittadini, anche se e' prevista in teoria la revoca della cittadinanza in casi di comprovata irregolarita' nel suo ottenimento. Nella richiesta, l'Italia ha fatto presente che Zorzi non ha rispettato due dei criteri previsti dalla legge nipponica per l'ottenimento della cittadinanza, la buona condotta (prima del 1989 Zorzi aveva gia' subito condanne in Italia) e la rinuncia alla nazionalita' d'origine.

9 maggio 2002 – APPELLO ALLA RAI PER RITRASMETTERE ‘LA NOTTE DELLA REPUBBLICA’
"L' Unione Sarda"
Alla Rai: "Ritrasmettetela" Appello per l'inchiesta "La notte della Repubblica"
Don Luigi Ciotti e Rita Borsellino sono i primi firmatari di un appello ai vertici Rai perché sia ritrasmesso, "magari nell'ambito di Rai Educational, o in orari meno penalizzanti", il programma di Sergio Zavoli "La notte della Repubblica", "un'inchiesta di grande profilo civile e culturale". L'iniziativa è stata presa dopo "i nuovi, barbari omicidi di stampo terroristico" come quello di Biagi. L'appello è firmato anche da Olga D'Antona, Rita Levi Montalcini, Mariapia Fanfani, Ermanno Olmi, Franco Zeffirelli, Vittorio Foa, Giano Accame, Pietro Scoppola, Folco Quilici, Mario Morcellini, Giovanni Bollea, Pasquale Squitieri, Lucio Villari, Francesco Rosi, Cecilia Gatto Trocchi, Gillo Pontecorvo, Dario Antiseri, Giuseppe De Rita, Paolo e Vittorio Taviani.

9 maggio 2002 - DIARI DI TAVIANI: IL MESSAGGERO
"Il Messaggero"
Diari/ Esce il memoriale dello statista. Da piazza Fontana a Gladio, un grande affresco del Paese e dei suoi misteri
Le stragi e i gialli d'Italia: la verità secondo Taviani
di PAOLO CACACE
LI conservava gelosamente. Ne distillava il contenuto con un sorriso ironico. Chi scrive ha avuto il privilegio di incontrare varie volte, a via Asmara, Paolo Emilio Taviani negli ultimi anni di vita e di interrogarlo sui grandi temi della politica estera nazionale. Ebbene, ogni volta che la conversazione toccava qualche tema "caldo" sui misteri d'Italia, egli tagliava corto: "Lo leggerà sui miei diari, quando non ci sarò più!". Eccoli ora questi documenti "segreti" pubblicati da "Il Mulino" sotto il titolo Politica a memoria d'uomo, (445 pagine, 20 euro). Ebbene bisogna dire che la lunga attesa non è andata delusa. Era giustificato il forte interesse che ha suscitato sin dal momento della scomparsa di Taviani, nel giugno dello scorso anno, la pubblicazione del libro. Si ricorderà, infatti, che in quella circostanza, la procura di Brescia fece sequestrare nella sede della casa editrice bolognese una copia dei diari proprio per le rivelazioni che essi contenevano. Ora il sipario si alza. E si comprende che cosa interessava magistratura e carabinieri. Taviani l'ha condensato nelle quaranta pagine finali del memoriale. Quelle in cui parla degli "anni bui" della Repubblica, delle stragi, dei gialli irrisolti. Ebbene, le rivelazioni più ghiotte si riferiscono a Piazza Fontana (12 dicembre 1969) la cui responsabilità - secondo Taviani - ricade sull'estrema destra, e precisamente su "Ordine nuovo" "con la corresponsabilità di elementi o di settori di servizi istituzionali deviati". "La bomba di Milano non avrebbe dovuto provocare morti", precisa l'autore, che difende a spada tratta lo scioglimento di "Ordine nuovo" e ricorda come "schegge impazzite" dell'organizzazione eversiva, come Tuti, furono responsabili di altri attentati che scossero il Paese negli Anni settanta. Anche la strage di Brescia - a parere di Taviani, avversario della teoria degli "opposti estremismi" - reca la firma di "Ordine nuovo". Naturalmente, ampio spazio è riservato anche agli attentati delle Br (tre volte lo stesso Taviani finì nel mirino dei brigatisti), ma con una precisazione: "le presunte interferenze della Cia e del Mossad sono pura fantasia". D'altra parte il giudizio complessivo sulla Cia è durissimo: "ottusa". Ben diversa dall'"abile" Kgb. Quanto al caso Moro, Taviani parla di una sola zona d'ombra: "i legami tra i brigatisti e i superstiti secchiani". Sulla strage di Bologna solo una frase, tacitiana, inquietante: "Questo è un autentico mistero". Sarebbe riduttivo, tuttavia, giudicare i diari tavianei soltanto con il metro delle rivelazioni, frutto dei contatti che, fino all'ultimo, l'autore ha avuto con l'apparato dello Stato. In realtà è un grande affresco dell'Italia post-bellica. La parte più interessante è forse quella della prospettiva storico-politica da cui parte lo stesso Taviani nel raccontare la sua vita: quella di due Italie, di una doppia politica estera, quella atlantica della maggioranza e quella dell'opposizione finanziata (fino al 1974) dall'Urss. Non c'è mai stato il rischio di una guerra civile nel nostro Paese - sostiene Taviani - ma il rischio di una guerra europea, sì. Almeno in quattro occasioni: nel 1950 (Corea), nel 1956 (Suez e Ungheria), nel 1962 (Cuba), nel 1968 (Cecoslovacchia). Questo spiega tante scelte. Come quella di dare vita all'organizzazione "Stay Behind" nell'autunno '56, altrimenti nota come "Gladio" che esplode come "caso" nel 1990 ("Una manovra per rovesciare Cossiga allora capo dello Stato" dice Taviani). Ma si comprendono anche tanti passaggi-chiave della lunga milizia politica di questo democristiano "doc", che ebbe un ruolo di assoluto rilievo, durante la Resistenza, nelle milizie partigiane cattoliche. "Gli ideali dei "resistenti"? Non due, ma dieci, venti, diversi", sottolinea Taviani che polemizza con il revisionismo storico, ragionando in modo non diverso da Ciampi. Schietto il ricordo del '48: "Sì eravamo armati, ma per ragioni di legittima difesa. Anche i comunisti lo erano". Poi comincia la lunga stagione europeista, che vede Taviani in prima fila in tutti i momenti decisivi prima come sottosegretario di De Gasperi, poi come ministro della Difesa. Nuovi tasselli si aggiungono alle rivelazioni di quel complesso tentativo diplomatico-militare, maturato alla fine degli Anni Cinquanta tra Italia, Francia e Germania, inteso a costruire una "bomba atomica europea". Tutti i personaggi della nostra storia recente (da Sturzo a Gedda, da Fanfani a Segni, da Mattei a Sogno, da Togliatti a Nenni) passano sotto una lente attenta e sagace. Di alcuni di loro, alla fine del libro, Taviani traccia brevi e sapidi medaglioni. A coronamento di un'opera che resterà come memoria di mezzo secolo di storia italiana.

10 maggio 2002 - DIARI DI TAVIANI: IL CORRIERE DELLA SERA
"Il Corriere della sera"
ARCHIVI Esce "Politica a memoria d'uomo" il diario al quale l'ex ministro dell'Interno ha lavorato fino agli ultimi giorni
Sogno, il Pci, le stragi: l'altra verità di Taviani
"Il progetto di golpe c'era. Perché tacemmo sui finanziamenti da Mosca"
E "un ministro non deve mai dire "Non ricordo": deve sempre ricordare qualcosa". Lo scrive Paolo Emilio Taviani in una pagina di Politica a memoria d'uomo , il libro molto atteso cui lavorava al momento della morte, ormai quasi un anno fa, in uscita oggi dal Mulino. Il precetto per il buon ministro, in verità, Taviani lo interpretò in ripetute e delicate occasioni - commissioni parlamentari, ad esempio - nel senso di aggirare abilmente domande imbarazzanti rimandando le risposte al futuro, appunto all'uscita postuma delle sue memorie. Uomo degli americani o sponda sicura per i comunisti dentro la Dc? Il politico che vide un vero pericolo eversivo solo nello stragismo di destra oppure uno dei promotori, nel corso del tempo, di reti segrete come Gladio e filiazioni varie?... È una figura chiave della storia repubblicana, Taviani, comandante partigiano nelle formazioni cattoliche, tra i fondatori della Dc, poi per 24 anni al governo, a lungo titolare di dicasteri chiave come Interni, Finanze, Difesa. Senza un preciso percorso cronologico, il volume affronta vicende ancora scottanti con resoconti di primissima mano, ricostruzioni inedite, versioni fondate su rapporti riservati. E senza troppe cautele diplomatiche. Come quando parla del periodo delle stragi e del terrorismo, vissuto in primissima linea dal ministero dell'Interno: "La responsabilità della strage di Milano è interamente dell'estrema destra e, in particolare, di Ordine Nuovo: uomini tecnicamente seri, collegati con settori deviati dei servizi segreti". Con una precisazione: "A mio parere, occorre fissare un punto: la bomba di Milano non avrebbe dovuto provocare morti... Da Fiumicino stava per partire, la sera del 12 dicembre 1969, l'avvocato Fusco, defunto negli anni '80... Suo compito era recare il contrordine sugli attentati previsti a Milano". Qui, Taviani affrontò contrasti duri: "La "strategia degli opposti estremismi" sbagliava, perché poneva sullo stesso piano da un lato le efferate azioni delle Br incapaci di generare una svolta dittatoriale di sinistra e, dall'altro, la galassia dell'estrema destra che - al contrario - rischiava realmente di portare a una svolta autoritaria". Netti anche i giudizi sull'"album di famiglia" del terrorismo rosso - "I dubbi che si riferiscono a interferenze Cia o Mossad sono a mio parere frutto di mera fantasia. C'è invece effettivamente una zona d'ombra: i legami fra i brigatisti e i superstiti secchiani, sparsi qua e là in Italia" scrive Taviani, parlando del caso Moro - e su Edgardo Sogno. "Nell'agosto del 1974 - si legge nel libro - arrivò sul mio tavolo al ministero dell'Interno un'informazione che raccontava di una presunta cospirazione per instaurare il regime presidenziale in Italia. Faceva, fra gli altri, i nomi di Pacciardi, Brosio, Sogno e Palumbo, comandante della Divisione Carabinieri Pastrengo. La rinviai al capo della Polizia con scritto "Indagare". Suppongo che l'informazione sia così giunta alla magistratura di Torino... Il pm convocò Sogno. E Sogno si rese latitante... Dalle confessioni postume di Sogno risulta oggi che le intenzioni di golpe sussistevano. Dai fatti risulta che il golpe abortì. Perché abortì? Innanzitutto perché il ministro della Difesa Andreotti trasferì alcuni generali che avevano aderito ai progetti di Sogno. In secondo luogo perché tutti coloro che avevano dato assenso o adesione a Sogno erano dei capi. Mancavano i subalterni, i sottufficiali, le truppe. Subalterni, sottufficiali, truppe erano invece a disposizione degli esaltati che dirigevano Ordine Nuovo. La terza ragione del fallimento dei progetti di Sogno è che non si collegò con Ordine Nuovo... Non riuscì o non volle? Forse non volle, perché quelli di Ordine Nuovo, dopo il decreto di scioglimento del novembre 1973, si erano dati alle tragiche follie degli attentati ai treni".
Spunti e rivelazioni abbondano nel volume. Merita attenzione, ad esempio, la certificazione tavianea alla discussa teoria del "doppio stato". Solo che non combacia con l'interpretazione "di sinistra" sul regime di legalità parallela alimentato dalla Dc con Gladio e manovre dei servizi segreti in funzione anticomunista. In "Politica a memoria d'uomo" c'è l'attestazione di una sorta di condizione extra lege garantita al Pci, ad esempio sui finanziamenti dall'Urss: "Abbiamo sempre detto che il Pci è pagato da Mosca. Ma dare pubblicità alle carte di quel finanziamento comporterebbe necessariamente mettere al bando il Pci. Dunque guerra civile". Attese e curiosità sull'opera non hanno riguardato solo storici e politici. Alla morte di Taviani, la magistratura di Brescia spedì i carabinieri ad acquisire copia di queste carte. Ci fu qualche disguido, qualche rimpallo fra la famiglia Taviani e gli editori del Mulino, passarono alcuni giorni prima che l'operazione venisse portata a termine. In più, sono circolate voci che hanno aggiunto un tocco finale di mistero alla pubblicazione. Intanto, riguardo i "diari" in sé. Non sono, va detto per sciogliere qualche equivoco, il libro che esce ora. Questo è la rielaborazione di appunti, note, promemoria, resoconti e carteggi che Taviani a lungo, anche se non con assoluta costanza, aveva conservato e archiviato. Dove si trovi attualmente il materiale originale non è chiaro.
Enrico Mannucci

11 maggio 2002 - LIBRO MEMORIE TAVIANI: ANSA
Escono le memorie di Paolo Emilio Taviani a quasi un anno dalla sua morte: "Politica a memoria d'uomo" (Il Mulino, pp. 446 - 20.00 euro). Giulio Andreotti nel suo "I nonni della Repubblica", appena uscito, ricorda che l'ex ministro dell'interno e senatore a vita si riservava "di far pubblicare dopo la sua morte qualche pagina esplicativa su alcune complesse vicende dei retroscena italiani". E' cosi' il capitolo "Gladio e i misteri veri o presunti d'Italia" a attirare subito l'attenzione. Diviso per bervi capitoletti, si va dalla morte di Enrico Mattei a Gladio, di cui rivendica la paternita' sin dal '56, come organizzazione difensiva contro un'eventuale invasione dall'Est "senza alcun compito di ordine interno". Se sulla Strage alla stazione di Bologna si legge un sintetico e secco: "Questo e' un autentico mistero", su Mattei, quando era appunto al Viminale, Taviani afferma che "il cosiddetto attentato al cacciavite, verificatosi un anno prima, non fu un attentato" e che considera "fantasie gli interventi esteri o mafiosi", perche' "la mafia ha sempre agito in proprio" e "da mesi era in corso un riavvicinamento di Mattei agli americani, di cui io ero uno degli intermediari". In molte pagine pare esprimersi contro certe dietrologie. Anche sul rapimento di Aldo Moro si dice sicuro "che sia stato progettato e compiuto da uomini delle Brigate Rosse, senza interferenze di servizi segreti italiani o stranieri". Per Piazza Fontana a Milano e Piazza della Loggia a Brescia afferma invece che "la centrale organizzativa della strage e' stata Ordine Nuovo", ma in collegamento "con settori deviati dei servizi segreti". Aldila' di queste note, comunque "Politica a memoria d'uomo" e' l'autoritratto e la testimonianza di uno dei protagonisti della storia dell'Italia repubblicana. Tra ricordi e, fogli di diario e riproduzione di documenti, il racconto di Taviani parte dal suo precoce impegno, poco piu' che ventenne, nelle associazioni cattoliche negli anni '30 per arrivare alla nascita della Dc, va dalla Resistenza ("non guerra civile" ma "guerra di Liberazione dall'occupazione tedesca") alla Costituente, proseguendo con i momenti salienti del dopoguerra. In appendice al volume sono alcune "Istantanee' su uomini importanti, in cui, per esempio, accusa Guido Carli di "non poca responsabilita"' nello "sfascio del bilancio dello Stato" nei due ultimi governi Andreotti; paragona "la traccia deleteria" lasciata da Craxi a quella di Crispi di un secolo prima; definisce De Gasperi "un genio della politica", Gromiko "un bravo nazionalista russo", Filippo d'Inghilterra "non e' affatto un personaggio insignificante" e Fanfani e Andreotti erano politici con "una marcia in piu'". Il libro riproduce l'ultimo foglio di diario dello statista, datato Cavalese 15 agosto 1999, che ha una chiusa esemplare: "Della tragedia epocale che abbiamo vissuto.... uno e uno solo e' l'autentico figlio di Caino: l'antisemitismo. Sento il dovere di dichiararlo, prima di terminare questo libro in una stagione tutt'altro che tranquilla. Se rispunta, il ciuffo di Ario del figlio di Caino, si deve subito schiacciargli il capo".

20 maggio 2002 - MORTE PINELLI: VALITUTTI, CALABRESI ERA NELLA STANZA
ANSA:
Pasquale Valitutti, uno degli anarchici del circolo "Ponte della Ghisolfa" che e' presente nella questura di Milano nella notte in cui mori' Pino Pinelli conferma, a tanti anni di distanza, la sua testimonianza: "tutti quelli che erano nella stanza dove c'era Pinelli hanno mentito". Valitutti, intervistato da Gianni Cirone per il settimanale del Pdci "Rinascita", era nel corridoio che collegava la stanza dove era Pinelli e l'ufficio del commissario Calabresi. Da quel punto di osservazione non vide passare il commissario che per lui era quindi presente nella stanza quando Pinelli cadde dalla finestra. "Sono sicuro che Calabresi non sia passato; se il giudice avesse avuto dubbi avrebbe dovuto interrogarmi"; Valitutti aggiunge: "alcuni minuti prima che Pino voli giu' dalla finestra - afferma l'anarchico - succede qualcosa di eccezionale...qualcosa paragonabile a un trambusto, a una rissa, sembra che qualcuno stia rovesciando i mobili...avvertii le voci, concitate, alterate". "Lei sa che per lasciare quel piano, chiunque fosse a farlo, doveva passare dal mio naso? Calabresi era presente in quella stanza mentre avveniva tutto questo...sento un rumore stranissimo. Un rumore cupo...due o tre poliziotti escono dalla stanza. Puntano contro di me...ringhiano: 'si e' buttato, si e' buttato"'. Valitutti nell' intervista sottolinea di non essere mai stato interrogato sulla questione. "Voglio precisare che il fatto che Calabresi fosse o non fosse in quella stanza puo' avere una importanza relativa, anche se Calabresi, lo ripeto, c'era; cio' che e' importante dire e che tutti quelli che erano in quella stanza hanno mentito. Hanno mentito su Calabresi e hanno mentito sul fatto che non sia successo niente 15 minuti prima della morte di Pino...se sono un bugiardo, dovevo essere incriminato per falsa testimonianza, calunnia. Perche' cio' non e' accaduto?". "Ho una speranza e una certezza; la speranza e' che D'Ambrosio trovi la dignita' per denunciarmi; la certezza e' che, se lui non mi denuncera', risultera' chiaro che anch'egli e' perfettamente consapevole di non essere arrivato alla verita'".

21 maggio 2002 - LIBRI SUI MISTERI
"Il Piccolo"
LETTERATURA "Tutti i colori del giallo" di Luca Crovi: mafia, trame occulte e altre vicende di casa nostra
I misteri d'Italia: storie da romanzo
Carlotto racconta il G8, Valpreda e Colaprico la strage di piazza Fontana
La verità sui fatti del G8 ve la rivelerà l'Alligatore. No, non il nemico irriducibile di Capitan Uncino, ma il singolare investigatore creato da Massimo Carlotto. Nel "Maestro dei nodi", nuovo romanzo dello scrittore veneto in uscita a settembre, verranno a galla storie mai raccontate, episodi nascosti, testimonianze imbarazzanti. In un mix esplosivo di realtà e fantasia.
Sì, perchè da tempo, ormai, gli scrittori di gialli sono quelli che mettono il dito nella piaga dei misteri d'Italia. Parlano di mafia, come Andrea Camilleri e Domenico Cacopardo. Riportano alla ribalta la strage di piazza Fontana, nel romanzo "La primavera dei mai morti" di Piero Colaprico e Pietro Valpreda. Raccontano l'incarognirsi delle nostre città, del nostro vivere.
Snobbati da tanti critici, sottovalutati da troppi lettori, i giallisti di casa nostra hanno, adesso, l'onore di vedersi riuniti in una storia della letteratura poliziesca made in Italy che Luca Crovi ha scritto per Marsilio: "Tutti i colori del giallo" (pagg. 365, euro 17).
"Gli anni Settanta della Storia d'Italia sembrano un serbatoio inesauribile di misteri - dice Luca Crovi - pronto per essere scandagliato dagli scrittori di gialli. Basta leggere i libri di Carlo Lucarelli, Marcello Fois, Piero Colaprico e Pietro Valpreda".
Solo gli anni Settanta?
"No, quello è un filone. L'altro, >


Trasferimento interrotto.

nostro tempo. I romanzi gialli e noir, adesso, sono quelli che meglio sanno raccontare le trasformazioni della nostra società. E lo fanno in maniera lucida, senza tranciare giudizi".
Per esempio?
"Massimo Carlotto da tempo sta costruendo un'immagine dello sfascio dell'osannato Nordest. Ed è terrificante proprio perchè corrisponde alla realtà. Andrea Camilleri parla di mafia con una competenza che forse nessuno ha più"
Sono sassi gettati nello stagno?
"È un modo per costringere il lettore a porsi delle domande. Colaprico e Valpreda nel loro nuovo romanzo, "La primavera dei mai morti", non a caso raccontano la rivolta nel carcere di San Vittore del 1969 e la strage di piazza Fontana".
Vendono molto?
"Vendono bene. E fanno scoppiare d'invidia i loro colleghi. Ma io dico: se tanti narratori, invece di stare lì a guardarsi l'ombelico, si fossero sintonizzati con la realtà, forse la crisi del libro non sarebbe così profonda".
Ma il giallo italiano non era snobbato da tutti?
"La critica letteraria ha sempre trattato il giallo italiano come una sorta di Cenerentola della letteratura. Un genere da lasciare in cucina, mentre nel salotto buono si mettono in mostra i gioielli. In realtà, bravi scrittori capaci di inventare intrighi, misteri, li abbiamo sempre avuti".
A partire da chi?
"Per esempio, da Carolina Invernizio ed Emilio De Marchi. Sul finire dell'Ottocento, i loro romanzi "noir" vendevano già benissimo".
Quali?
""Il cappello del prete" di De Marchi in sei anni riuscì a bruciare sette edizioni. Uscì in contemporanea a Napoli e a Milano vendendo subito tutte le copie della prima tiratura"
Inventando la pubblicità libraria?
"Quello fu il primo romanzo italiano ad avere un notevole lancio pubblicitario. Inventarono dei cartelloni, disseminati per la città, con un gigantesco cappella da prete sopra".
Un po' criptico, no?
"Sì, ma prevedeva che, dopo una settimana, arrivassero altri cartelloni con la scritta: "Il cappello del prete, grande feuilleton di Emilio De Marchi". Non basta, vennero ingaggiati anche dei ragazzi-sandwich che giravano per Napoli con la stessa pubblicità".
Libri popolari?
"Popolari, perchè volevano coinvolgere il maggior numero di lettori possibile. Però, Emilio De Marchi, Carolina Invernizio, Matilde Serao, scrivevano storie poliziesche, con atmosfere noir, misteriose, stilisticamente di alto livello".
Letteratura, quindi?
"Senza dubbio. Una tradizione che, poi, è stata riscoperta dopo gli anni Venti del Novecento. Quando sono nati i mitici Gialli Mondadori. All'inizio, il fascismo ha aiutato questo settore, perchè il 15 per cento degli autori della collana doveva essere italiano".
Po>

Trasferimento interrotto.

chi, infarciti di omicidi, di indagini e colpi di scena, sono diventati indigesti per il regime. E allora, molti autori italiani si sono rifugiati nel filone "rosa". Ezio D'Errico e Giorgio Scerbanenco, tanto per fare due nomi, hanno trovato rifugio nei Romanzi della Palma. Narratori "noir" travestiti da piccoli Liala".
Il black-out è proseguito ben dopo la caduta del fascismo...
"Nel secondo dopoguerra, la narrativa s'è concentrata soprattutto sulla realtà italiana. Raccontando la Resistenza, la lotta la fascismo e la nazismo, la ricostruzione, i mutamenti della società. E, ovviamente, il dramma dei lager".
Gli scrittori di gialli sono scomparsi?
"No, qualcuno tentava di sopravvivere. Ma era durissima, perchè gli editori cercavano soprattutto dei buoni imitatori dei classici inglesi e americani. E Alberto Tedeschi s'imbarcava in crociate perdute quando giurava sulla bravura, per esempio, di Franco Enna".
Poi è arrivato un certo Giorgio Scerbanenco...
"Che con il ciclo dedicato a Duca Lamberti è riuscito a tracciare la strada maestra per il giallo italiano. Cioè, quella che ha iniziato a confrontarsi con la realtà del nostro Paese. Con i problemi sociali, politici, territoriali. Uno come Loriano Macchiavelli ha saputo raccontare le trasformazioni della sua Bologna e dell'Emilia in maniera straordinaria".
E non solo quello...
"No, perchè in coppia con Francesco Guccini ha costruito tre deliziosi romanzi storici, che ruotano attorno al maresciallo Santovito, posti tra il presente e il passato".
Alessandro Mezzena Lona

24 maggio 2002 – “OMBRE NERE” DI BIACCHESSI
ANSA:
DANIELE BIACCHESSI - OMBRE NERE (MURSIA - PAG.200 - 14,30 EURO) - Sono lunghe e lastricate di sangue la strada e la storia dell' eversione nera in Italia e, almeno per quanto ha ritenuto la magistratura, segnata da episodi cruenti che hanno portato il Paese sul limite del baratro istituzionale, prima ancora che politico. Perche' taluni di quegli episodi (ma anche degli «altri», firmati dall' opposto ed estremo schieramento ideologico) hanno costretto a pensare che le regole della democrazia dovessero essere difese da misure che forse tradivano la motivazione stessa per le quali erano state adottate. Daniele Biacchessi, nel ricostruire la storia del terrorismo di destra in Italia, ricostruendo quattro vicende, la racchiude in due precisi momenti storici. Il primo e', ovviamente, la strage di piazza Fontana, il secondo, l' ultimo, e' la bomba che poteva fare una strage nella redazione romana del Manifesto e per la quale e' stato gia' condannato il neofascista Andrea Insabato.  In 'mezzo' la strage di piazza della Loggia, a Brescia  e la folle corsa nel terrore dei Nar. Chi ha tentato di ricostruire il cammino dell'  eversione in Italia e' stato sempre attraversato dalla certezza che la rozzezza delle tematiche alla base del fenomeno nascondesse regie di menti piu' raffinate, aduse piu' d' altre alla sottile arte dell' inganno. Peraltro se per arrivare ad un ennesimo - per l' accusa definitivo - pronunciamento di una Corte d' assise sulla strage di piazza Fontana s' e' dovuto attendere il giugno del 2001, se si da' per scontato che tutti i magistrati e gli inquirenti hanno fatto per intero il loro lavoro, c'e' quantomeno da sospettare che chi ha orchestrato la stagione degli attentati neri l' abbia fatto forte di coperture e connivenze ai livelli piu' alti. Certo, chi appena un anno fa e' stato condannato per la bomba alla Banca dell' agricoltura parla oggi di una sentenza politica. Ma appare un copione scontato, ancorche' comprensibile. Biacchessi, nel suo «Ombre nere», non solo racconta, ma ricostruisce, fornendo elementi di riflessione (grazie a documenti processuali presssoche' sconosciuti) , anche quando tratteggia la storia personale dei mille personaggi che nel terrorismo di destra hanno agito, oppure soltanto vi hanno svolto compiti da comprimari.

3 giugno 2002 - PIAZZA FONTANA: ASSOCIAZIONE, NO AD ESPULSIONE DELFO ZORZI
ANSA:
Una "ferma presa di posizione" da parte del Governo giapponese nei confronti delle "indebite pressioni" per far revocare la cittadinanza nipponica di Delfo Zorzi, ottenendone l' espulsione, e' stata chiesta dall' Associazione Uomo e Liberta' in una petizione consegnata oggi all' ambasciatore giapponese Akira Hayashi. Zorzi, condannato all' ergastolo per la strage di Piazza Fontana, e' fuggito in Giappone, dove nel 1989 ha preso la cittadinanza del Paese asiatico, col nome di Roi Hagen. L' associazione parla di "ingerenze ingiustificate, tramite le quali si sta tentando di indurre lo Stato giapponese ad accettare un' inammissibile richiesta delle autorita' italiane, tesa alla revoca della cittadinanza nipponica e finalizzata ad ottenere l' espulsione di violazione delle garanzie giuridiche fondamentali ed universali della persona". Queste pressioni, prosegue, "oltre a configurare un' inaccettabile intromissione negli affari interni dello Stato giapponese, costituiscono altresi' una persecuzione caratterizzata dalla violazione dei principi dell' ordinamento giuridico ed internazionale".

14 giugno 2002 - PIAZZA FONTANA: MARTINO SICILIANO, PENTITO 'PENTITO', ERA IN ITALIA
"La Stampa"
DICEVA DI ESSERE IN COLOMBIA, LO HANNO SCOPERTO VICINO A BRESCIA
Arrestato il "pentito" di piazza Fontana
Il latitante Zorzi lo avrebbe pagato per ritrattare le accuse
MILANO
Diceva di essere in Colombia, invece era vicino a Brescia. Scriveva di essere pronto a ritrattare le sue accuse su Piazza Fontana, per "un problema di coscienza". Invece, risulterebbe da un´intercettazione, la crisi di coscienza era stata pagata profumatamente dal suo ex amico Delfo Zorzi, condannato all´ergastolo per la strage alla Banca dell´Agricoltura del 12 dicembre `69, che costò la vita a 16 persone e aprì la stagione del terrorismo. I carabinieri del Ros lo hanno arrestato due giorni fa, vicino a Brescia, dove viveva nascosto frequentando un giro di trafficanti di opere d´arte. È Martino Siciliano, il principale "pentito" di Piazza Fontana, fuggito nel settembre 2000 dall´Italia a metà del dibattimento, il giorno prima della sua presentazione in aula per testimoniare contro Zorzi. Motivo: "Le 600 mila lire al mese che mi passa il ministero sono troppo poche", scrisse due giorni dopo da Zurigo al suo legale, annunciando che sarebbe ritornato in Colombia, dove già aveva trovato riparo negli anni `70 per sfuggire alle inchieste sull´eversione nera che lo vedevano come protagonista degli attentati di Trieste e Gorizia alla fine degli anni `60 e poi della strage davanti alla Questura nel 1974 (un reato per lui ormai prescritto). Una latitanza che s´interruppe nel 1994 quando, dopo essere stato contattato telefonicamente, decise d´incontrare il giudice Guido Salvini e il capitano dei carabinieri Giraudo a Tolosa, in Francia, per confessare le sue "verità". "Vado in Colombia", fece sapere a giudici e avvocati quando sacppò. Invece era rimasto in Europa, tornando più volte in Italia. Poco dopo l´arresto dell´altro ieri, Siciliano avrebbe tentato il sucidio, sventato però dai militari. Tra le accuse anche quella di contrabbando di opere d´arte. Ma ad aggravare la sua posizione ci sarebbero soprattutto delle intercettazioni nelle quali emergerebbe come Siciliano avrebbe ritrattato le sue testimonianze in seguito alle pressioni e ai soldi ricevuti da Delfo Zorzi. Non solo: dalle indagini sarebbe emerso anche che l´ex ordinovista, ufficialmente latitante in Giappone, dove da anni vive come ricco imprenditore della moda, sarebbe stato più volte in Europa anche recentemente, precisamente in Svizzera. E proprio in questo paese sarebbe avvenuta, secondo le accuse, la consegna dei soldi a Siciliano. Il quale, rimasto in silenzio per circa un anno, il 18 aprile scorso, si era rifatto vivo con un nuovo colpo di scena: in un altro fax (arrivato, si disse, dal Sud America), annunciava con un memoriale di essersi pentito di avere collaborato con la giustizia italiana e di voler scagionare Delfo Zorzi: "Sono a completa disposizione per deporre e confermare queste mie dichiarazioni davanti all´autorità giudiziaria italiana e autorizzo la consegna delle stesse ai difensori degli imputati". Una bomba giudiziaria in grado di mettere in crisi l´impianto accusatorio dell´inchiesta che il 30 giugno dell´anno scorso, dopo 32 anni di indagini, processi e depistaggi, era approdata finalmente a una sentenza mandando all´ergastolo, anche se solo virtualmente, lo stesso Zorzi e gli ex ordinovisti Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Non a caso i giudici milanesi, nel motivare la loro decisione avevano ritenuto tutte attendibili le testimonianze di Siciliano rese in istruttoria, acquisendole al processo. E riguardo la sua decisione di non presentarsi più in aula, scrissero che era evidente l´intervento di "un fatto esterno" in grado di determinare quella scelta e non tanto lo sdegno per un compenso a suo giudizio inadeguato. Adesso, con l´operazione portata a termine dai carabinieri del Ros, il sospetto dei giudici sembra diventato certezza. Il "fatto esterno" esisterebbe davvero e avrebbe un nome: Delfo Zorzi. Con l´arresto di Siciliano, che insieme a Digilio contribuì a far luce sulle stragi nere, si sparigliano nuovamente le carte. Paolo Colonnello

17 giugno 2002 - STRAGE DI PIAZZA DELLA LOGGIA: SICILIANO NON RISPONDE AI MAGISTRATI
ANSA:
Martino Siciliano, l'ex ordinovista veneto, pentito storico nelle inchieste sull'eversione nera in particolare per le stragi di piazza Fontana, della questura di Milano e di Piazza della Loggia, arrestato la scorsa settimana per favoreggiamento nei confronti di Delfo Zorzi, si e' avvalso della facolta' di non rispondere. Davanti al Gip di Brescia Francesca Morelli, che ha firmato l'ordine di custodia cautelare, e ai pm Francesco Piantoni, Martino Siciliano ha deciso di non parlare ma nei prossimi giorni quando con ogni probabilita' sara' fissato un altro interrogatorio potrebbe decidere di cambiare strategia. Per il favoreggiamento di Delfo Zorzi, l'ordinovista di Mestre condannato all'ergastolo per la strage di Piazza Fontana e da anni rifugiato in Giappone, dove ha ottenuto la cittadinanza, c'e' anche un altro indagato. Inoltre i magistrati starebbero valutando la posizione di altre persone. Sulla vicenda viene mantenuto il massimo riserbo ma i magistrati bresciani sarebbero certi di avere le prove che Siciliano si trovava a Milano (non a Brescia come sembrava nei giorni scorsi) dove e' stato arrestato in un albergo per ricevere la seconda tranche di una consistente somma di denaro da Delfo Zorzi. Siciliano quando ha capito che stava per essere arrestato ha cercato di suicidarsi buttandosi dalla finestra e i carabinieri lo hanno salvato per miracolo. I magistrati sono convinti insomma che il memoriale inviato da Siciliano per scagionare Zorzi sia stato scritto dietro pagamento. L'arresto di Siciliano e' arrivato praticamente alla vigilia dell'udienza di giovedi' prossimo in Corte di Cassazione per la decisione sull'arresto di Delfo Zorzi. I magistrati bresciani che indagano sulla strage di piazza della Loggia, infatti, lo scorso anno avevano chiesto l'arresto di Zorzi ma il Tribunale del riesame lo aveva negato. La Cassazione aveva pero' dato ragione alla procura bresciana e aveva rinviato ad una nuova sezione del tribunale del riesame che aveva deciso per l'arresto. Ora la Cassazione dovra' decidere sul ricorso dei legali di Zorzi.

19 giugno 2002 - PIAZZA FONTANA: PECORELLA, CON SICILIANO NESSUN RAPPORTO
ANSA:
Gaetano Pecorella, deputato di Forza Italia, presidente della commissione Giustizia della Camera e difensore di Delfo Zorzi, esclude di aver mai fornito, ne' direttamente ne' indirettamente, i recapiti di Zorzi ad alcuno, ne' di aver avuto mai alcun rapporto, "ne' personale ne' telefonico" con Martino Siciliano. Delfo Zorzi e' stato condannato all' ergastolo per la strage di piazza Fontana e vive da anni in Giappone. Oggi sono state rese note le motivazioni dell' arresto di Martino Siciliano, uno dei due pentiti che hanno portato alla condanna di Zorzi. Pecorella afferma al proposito: "Mi risulta soltanto che, prima dell' inizio della collaborazione di Siciliano, questi ebbe dai servizi segreti 50 mila dollari, e che ha ricevuto i bonifici in denaro dal giudice istruttore che ebbe a interrogarlo e inquisirlo. Proprio Martino Siciliano ha fatto avere alla Corte d'assise di Milano i documenti che attestavano questi bonifici, anche se la corte li respinse perche' 'irrilevanti'. Per quel che riguarda l'alibi di Delfo Zorzi a Napoli (nel giorno della strage, Ndr) preciso che la difesa, nel processo di Milano, indico' un testimone sulla presenza di Zorzi a Napoli il 12 dicembre, e che la Corte d'assise rifiuto' di sentirlo. Fu chiesto alla Corte d'assise anche di disporre una rogatoria per interrogare Siciliano in Colombia (dove viveva, Ndr) e anche in questo caso la richiesta fu respinta. Altro non mi risulta".

19 giugno 2002 - PIAZZA FONTANA: ZORZI E SICILIANO, PER I MAGISTRATI DI BRESCIA PROVATI I CONTATTI DIRETTI TRA I DUE
ANSA:
Delfo Zorzi, l' ex ordinovista veneto condannato all'ergastolo per la strage di piazza Fontana e da anni rifugiato in Giappone dove ha acquisito la cittadinanza con il nome di Hagen Roi, avrebbe costituito per il giorno dell' attentato un alibi falso con la complicita' di Martino Siciliano, il pentito storico nelle inchieste sull' eversione nera, arrestato la scorsa settimana dai magistrati di Brescia che indagano sulla strage di piazza della Loggia, con l'accusa di favoreggiamento. E' quanto emerge dalle intercettazioni ambientali che hanno consentito ai magistrati bresciani di arrestare Siciliano il quale, dietro pagamento, nei mesi scorsi aveva presentato un memoriale nel quale scagionava di tutte le accuse Delfo Zorzi. Una ritrattazione, quella di Siciliano, dettata dai sensi di colpa, ma dai soldi promessi da Zorzi: 500 mila dollari, una piccola somma (5 milioni delle vecchie lire) gia' incassata per le prime spese come il viaggio dalla Colombia all'Italia. I magistrati bresciani sono riusciti a scoprire il tentativo della coppia Zorzi-Siciliano grazie ad alcune dichiarazioni di un testimone e ad una serie di intercettazioni telefoniche e ambientali, che hanno permesso, come ha scritto il Gip, "di dare corpo al sospetto che la ritrattazione fosse dipesa da contatti avuti con Zorzi e finalizzati, da parte del Siciliano, all'ottenimento di denaro". Nel memoriale scritto ai magistrati di Brescia, Siciliano aveva scagionato l'ex camerata per quanto riguarda la strage di piazza Fontana, inoltre aveva scritto che per piazza della Loggia aveva inventato tutto dopo aver letto gli interrogatori di altre persone. I magistrati bresciani pero' sostengono di avere la prova che quel memoriale e' stato scritto dietro pagamento. Un testimone dell'inchiesta sulla strage di piazza della Loggia e' stato il primo a metterli sulla buona strada, raccontando loro di essere in contatto con Martino Siciliano il quale aveva fatto ritorno in Italia ed era intenzionato a recuperare denaro attraverso la compravendita di opere d'arte. Le intercettazioni ambientali non sembrano lasciare spazio a dubbi. Siciliano, infatti, ha confidato al testimone di avere avuto un contatto con Zorzi per chiedergli denaro in cambio della ritrattazione delle accuse e il 6 maggio scorso gli ha anche confessato che la presentazione del memoriale e' stato solo un primo passo al quale avrebbe fatto seguito' l'interrogatorio da parte dei legali di Zorzi in Colombia o in Francia per smentire tutte le accuse. "Prima di incontrare gli avvocati pero' - ha spiegato Siciliano - dovra' esistere un versamento in Svizzera pari allo stabilito". Ed e' in questa circostanza che ha spiegato al suo interlocutore di avere patteggiato la cifra di 500 mila dollari e di aver gia' ricevuto una somma pari a 5 milioni di vecchie lire. Siciliano e' stato anche intercettato il 18 maggio scorso in un colloquio telefonico con la moglie alla quale ha chiesto di mettersi in contatto con i legali di Zorzi per avvisarli del suo arrivo in Italia e delle sue condizioni economiche disperate. Il 21 maggio, Siciliano ha ritelefonato alla moglie per informarla di avere chiesto un colloquio diretto con Zorzi tramite i suoi legali e di essere pronto a ritrattare se non saranno soddisfatte le pretese economiche: "Ho detto - ha spiegato alla moglie -: guardate, come le ho fatte posso anche disfarle, perche' siccome non sono ancora valide per niente... state attenti che io aspetto 48 ore, 54 ore, ma non aspetto di piu'. Dopodiche' tiro il cappello in aria e buonanotte". Da un' intercettazione ambientale e' inoltre emerso che Siciliano e Zorzi avevano costituito un alibi falso per il 12 dicembre 1969, giorno della strage di piazza Fontana. Zorzi ha sempre sostenuto che il giorno della strage si trovava a Napoli dove studiava all' universita' e Siciliano nel memoriale ha scritto di ricordarsi che gli telefono' alla Casa dello studente. Alle domande insistenti del testimone sulla telefonata, Siciliano ha spiegato: "Io l'ho fatta la telefonata ma per costruire l'alibi". All'osservazione dell'interlocutore "Ovviamente dall'altra parte non c'era nessuno...", Siciliano ha replicato: "Bravo, bravo". E all'insistenza "La telefonata serviva per fare l'alibi a Zorzi..." la replica e' stata "Bravo, bravo, bravo". Il particolare della telefonata Siciliano lo aveva escluso quando il 10 settembre del 1997 era stato interrogato dal giudice Guido Salvini. Delfo Zorzi, invece, sentito a Parigi dal pm Maria Grazia Pradella nel 1995, aveva sostenuto il contrario. Ora nel colloquio intercettato, Siciliano ha spiegato al suo interlocutore: "Era un sistema che avevamo messo d'accordo, che ci eravamo messi d'accordo noi, all'epoca, torna benissimo... Torna". Nel colloquio Siciliano fa capire che che gli inquirenti sarebbero nell'impossibilita' di risalire alla telefonata "neanche se avessero i tabulati o andassero a rompere i c....". Tra le ritrattazioni di Siciliano c'e' anche la cena del tacchino del 31 dicembre del 1969 in casa dell'ordinovista Giancarlo Vianello, quando Zorzi fece capire che la strage alla Banca Nazionale dell'Agricoltura era opera sua e di Ordine nuovo. Durante un colloquio con il testimone intercettato dagli inquirenti, Siciliano ha spiegato in che modo avrebbe ritrattato: "Ecco... ha dichiarato che... praticamente ha fatto capire che che le cose erano state fatte ... da noi e, direttamente da lui. Adesso invece io dico... la cena, mi sono sbagliato, che a distanza di 30 anni e' anche comprensibile, che effettivamente non si e' svolta nel '69".

20 giugno 2002 - PIAZZA FONTANA: FALSO L' ALIBI DI ZORZI ?
"Il Mattino di Padova"
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Piazza Fontana
falso l'alibi di Delfo Zorzi
MILANO. Delfo Zorzi, ex ordinovista veneziano condannato all'ergastolo per la strage di piazza Fontana e da anni rifugiato in Giappone dove ha acquisito la cittadinanza con il nome di Hagen Roi, avrebbe costituito per il giorno dell'attentato un alibi falso con la complicità di Martino Siciliano, il pentito storico nelle inchieste sull' eversione nera, arrestato la scorsa settimana dai magistrati di Brescia che indagano sulla strage di piazza della Loggia, con l'accusa di favoreggiamento. E' quanto emerge dalle intercettazioni ambientali che hanno consentito ai magistrati bresciani di arrestare Siciliano il quale, dietro pagamento, nei mesi scorsi aveva presentato un memoriale nel quale scagionava di tutte le accuse Delfo Zorzi. Ora si sa perché l'ha fatto: Zorzi gli aveva promesso 500 mila dollari, una piccola parte già incassata per le prime spese come il viaggio dalla Colombia all'Italia. I magistrati bresciani sono riusciti a scoprire il tentativo della coppia Zorzi-Siciliano grazie ad alcune dichiarazioni di un testimone e ad una serie di intercettazioni telefoniche e ambientali, che hanno permesso, come ha scritto il Gip, "di dare corpo al sospetto che la ritrattazione fosse dipesa da contatti avuti con Zorzi e finalizzati, da parte del Siciliano, all'ottenimento di denaro". Nel memoriale scritto ai magistrati di Brescia, Siciliano aveva scagionato l'ex camerata per la strage di piazza Fontana e per quella di piazza della Loggia.

23 giugno 2002 - PIAZZA FONTANA; COINVOLTO IL PENTITO SICILIANO ?
"Il Gazzettino"
PIAZZA FONTANA Dopo l'arresto per favoreggiamento ecco i passi falsi compiuti dall'ordinovista mestrino. E un inedito sospetto Il pentito Siciliano sapeva della strage Dietro la telefonata-alibi a Napoli per salvare Delfo Zorzi, dubbi di complicità nell'attentato del '69 Brescia
NOSTRO INVIATO
Smarrito nel labirinto delle confessioni e delle ritrattazioni, dei falsi memoriali e dei benefici economici ricevuti prima dallo Stato e poi (forse) da Delfo Zorzi (condannato all'ergastolo per la strage di Piazza Fontana) il pentito Martino Siciliano, ora in carcere, rischia di ritrovarsi con qualche sospetto di complicità nella bomba fascista che nel dicembre 1969 sconvolse l'Italia. A rovinarlo sarebbero le sue stesse parole, che per il momento hanno portato a una sola imputazione per favoreggiamento nei confronti di Zorzi. Basta leggere le motivazioni che hanno portato una settimana fa al suo arresto e ripercorrere il lavoro investigativo condotto dai carabinieri che lo hanno pedinato e intercettato, utilizzando la collaborazione di un personaggio con cui era in contatto, dopo il suo rientro in Italia dalla Colombia. Sembrano le pagine di un giallo, sequenza di trappole e conversazioni-trabocchetto conclusa il 13 giugno dal fermo di Siciliano in un albergo di Milano.
La storia comincia parecchie settimane prima. Il 10 marzo Siciliano fa pervenire al proprio difensore, l'avvocato Fausto Maniaci di Milano, un memoriale in cui ritratta le accuse contro gli ex camerati. L'11 marzo il legale, eseguendo la richiesta del cliente, ne invia copia all'avvocato milanese Gaetano Pecorella che assieme all'avvocato Antonio Franchini di Venezia assiste Zorzi. I due difensori lasciano trascorrere un mese finchè il 9 aprile depositano il clamoroso documento di 10 pagine alla Procura di Brescia dove è in corso un'inchiesta sulla strage di Piazza della Loggia (anche Zorzi è sotto accusa, ma in questi giorni la Cassazione ha annullato l'ordinanza del Tribunale di Brescia che ne ordinava la cattura).
In quel lasso di tempo, tra marzo e aprile, è accaduto qualcosa di importante. Siciliano è in Italia, è venuto per la morte del padre, ha preso alloggio presso un amico, a cavallo tra le province di Milano e Bergamo. Ma, soprattutto, è in contatto con Giuseppe Fisanotti "al fine di reperire denaro con la vendita di opere d'arte, alcune delle quali forse false o di provenienza illecita", come scrive il gip. Infatti, Siciliano è senza soldi. È da autunno che cerca contatti con i giornali, adombrando clamorose rivelazioni, naturalmente a pagamento. Dieci giorni dopo aver scritto il memoriale con cui cerca di salvare Zorzi, Siciliano commette un errore. Si confida con Fisanotti. Gli dice di aver preso contatto con Zorzi, di avergli chiesto denaro. Fisanotti racconta in un memoriale ciò che è venuto a sapere, e lo consegna al capitano Massimo Giraudo, il carabiniere che ha collaborato con il giudice Guido Salvini nella difficile inchiesta sulla strage di Piazza Fontana che portò all'incriminazione, tra gli altri, di Zorzi (che ora vive in Giappone ed è un ricco uomo d'affari) e del medico veneziano Carlo Maria Maggi.
Dopo il 20 marzo, quindi, gli investigatori sanno del dietro-front di Siciliano. La Procura di Brescia fa convocare il pentito dai carabinieri del Ros, ma il colloquio "non sortisce alcun effetto". Siciliano torna in Colombia. Si rivede in Italia dopo alcune settimane. La trappola è già pronta. Perchè il gip di Brescia ha autorizzato intercettazioni ambientali e telefoniche (nell'albergo di Milano e sull'utenza di Fisanotti). Adesso la sequenza si fa frenetica. Ormai i giornali hanno riportato la notizia del memoriale di ritrattazione di Siciliano che fornisce a Zorzi un alibi (il giorno della strage gli avrebbe parlato per telefono, era a Napoli, quindi non poteva essere a Milano) e demolisce le versioni compromettenti fornite sulla confidenza ricevuta da Zorzi in merito all'attentato del '69 durante una cena di Capodanno.
Sono sei gli incontri o i colloqui che incastrano Siciliano, avvalorando la tesi - per sua stessa ammissione - di aver voluto aiutare Zorzi per denaro. Il 13 maggio incontra Fisanotti, ma si inceppa il sistema di registrazione e quindi non restano che le parole di questi a confermare la prima ammissione: Zorzi aveva subordinato la "sua disponibilità" solo se egli avesse ritrattato tutto. Il 16 maggio Siciliano spiega che dopo aver ricevuto 5 milioni di lire e depositato il memoriale, attende ora un versamento di 500 mila dollari a saldo, in Svizzera, quindi "seguirà l'interrogatorio da parte dei legali di Zorzi, in Colombia o in Francia...".
Due giorni dopo, il 18 maggio, Siciliano chiama la moglie in Colombia e le chiede di mettersi in contatto con i difensori di Zorzi, per informarli che non ha più una lira. Il 21 maggio spiega alla moglie che se non avrà i soldi, ritratterà tutto. E lo stesso ripete il 22 maggio a Fisanotti, che naturalmente lo sollecita con le domande. È con quelle risposte che Siciliano comincia a rischiare, facendo riferimento alla telefonata-alibi concordata nel '69 con Zorzi per farne figurare la presenza a Napoli. Ecco le parole precise di Siciliano: "Nel '96 a Parigi quando lui(Zorzi, ndr) ha parlato con la Maria Grazia Pradella(Pm, ndr)aveva già detto che era stato chiamato da me a Napoli(il 12 dicembre '69, ndr), però questo non lo sapeva nessuno che era avvenuto... però ce l'avevo qui perchè era un sistema che avevamo messo d'accordo, che ci eravamo messi d'accordo noi, all'epoca, torna benissimo. Torna...".
Il colloquio prosegue. Fisanotti: "Sta telefonata tu non l'hai fatta?". Siciliano: "L'ho fatta... ma per costruire l'alibi". F. "Ovviamente dall'altra parte non c'era nessuno...". S. "Bravo, bravo...". F. "Quindi l'alibi di Zorzi... allora Zorzi è più... di quello che pensassi, perchè ti ha mollato, è proprio un cretino. Allora!". Messa così, sembra un'ammissione di complicità, nel senso che Martino dice che nel '69 era al corrente del progetto stragista, al punto da aiutare Zorzi a crearsi un alibi. Il 4 giugno scorso, parlando ancora con Fisanotti, ammette di avere ricevuto 5.000 dollari (la cifra raddoppia rispetto a quanto detto in precedenza), ma di esser pronto a ritrattare se non riceverà il saldo pattuito. È su queste prove che sta rimuginando in carcere Martino Siciliano, il "pentito" che parlava troppo.
Giuseppe Pietrobelli

7 luglio 2002 - MORTO PIETRO VALPREDA
ANSA:
Pietro Valpreda, l'anarchico che fu accusato e poi assolto per la strage di Piazza Fontana, e' morto nella sua abitazione di Milano. Aveva 69 anni ed era da circa un anno malato di tumore. Valpreda si e' spento ieri sera, circondato dai familiari, dopo alcuni giorni di coma in seguito all'aggravarsi della malattia. Lunedi' scorso era stato riportato a casa dall'ospedale Fatebenefratelli. Gli erano accanto la moglie Pia, la sorella Maddalena, il figlio Tupac e il cognato. "L'ultimo anno e' stato travagliato e doloroso, ma Pietro si e' spento serenamente e senza sofferenze - ha detto la sorella - .In questi ultimi giorni, tra ospedale e casa, sono venuti in tanti a portargli l'ultimo saluto e commoventi testimonianze d'affetto". Negli ultimi anni Valpreda e' sempre apparso in prima fila quando c'era da manifestare, prendere posizione, commentare gli ultimi sviluppi dell'inchiesta e poi del processo per la strage di Piazza Fontana: un'inchiesta che all'inizio lo aveva visto 'inchiodato' dalla testimonianza del tassista Rolandi e che, oltre 30 anni dopo, che ha visto condannati gli esponenti neofascisti di Ordine Nuovo, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Sempre negli ultimi anni Valpreda, in gioventu' ballerino, si era dedicato soprattutto alla scrittura, in particolare assieme al giornalista Piero Colaprico. In precedenza aveva a lungo gestito un bar in Corso Garibaldi, e prima ancora era stato venditore di libri per l'Einaudi. I suoi funerali sono stati fissati per domani, alle 14.30, presso il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa.

7 luglio 2002 - MORTO VALPREDA: BALLERINO ANARCHICO CHE DIVENNE SIMBOLO
ANSA:
(di Paolo Barbieri)
Il 15 dicembre dello scorso anno Pietro Valpreda, con un gruppetto di giovani anarchici, e' arrivato in Piazza Fontana, e con la vernice nera e un pennellino, ha ritinteggiato la scritta sulla lapide che ricorda Pino Pinelli, l'anarchico precipitato dalla finestra del quarto piano della questura di Milano dopo tre giorni di interrogatori per la strage di piazza Fontana. Ripassare la scritta che dice "A Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, ucciso innocente nei locali della questura. Gli studenti e i democratici milanesi", scritta che a Milano in questi anni ha suscitato polemiche, e' stato l'ultimo gesto politico-militante di Pietro. Con lui, con l'ex ballerino anarchico arrestato come l'autore della strage di Piazza Fontana e poi assolto, scompare un altro testimone di quella tragica stagione di sangue, di morte e di misteri che ha caratterizzato la storia della Repubblica. Indicato all'inizio come il 'mostro', come 'la belva umana' che aveva messo la valigia con la bomba alla Banca Nazionale dell' Agricoltura il 12 dicembre 1969, causando 17 morti e un'ottantina di feriti, Valpreda era poi diventato un simbolo. Per lui, per la sua scarcerazione, il Parlamento aveva addirittura votato negli anni '70 una legge denominata appunto "legge Valpreda". Un intero movimento di opinione si era mobilitato per sostenere l'innocenza del ballerino anarchico. Dopo cinque processi, la sua assoluzione per insufficienza di prove dall'accusa di essere stato l'autore della strage era diventata definitiva il 27 gennaio del 1987. Personaggio estroverso e originale, Valpreda fin da giovane si era avvicinato ai circoli anarchici milanesi 'Sacco e Vanzetti', 'Ponte della Ghisolfa' e 'Bakunin'. Poi, in disaccordo con i vecchi anarchici, si era trasferito a Roma dove con Mario Merlino, fascista di Ordine Nuovo improvvisamente convertitosi all'anarchia, aveva fondato il Circolo 22 Marzo. Quando scoppia la bomba di piazza Fontana, Pietro Valpreda e' gia' nel mirino degli inquirenti per gli attentati del 25 aprile '69 alla Fiera Campionaria e alla stazione Centrale di Milano. Il 15 dicembre, tre giorni dopo la strage, viene convocato dal giudice Antonio Amati, che indaga su quegli attentati. A Palazzo di Giustizia si presenta con i suoi avvocati e con la nonna, Olimpia Torri. Ma intanto fervono le indagini sulla strage nella Banca e un tassista milanese, Cornelio Rolandi, si presenta dai carabinieri prima e dalla polizia poi per dire che il 12 dicembre aveva accompagnato un uomo con una valigia alla Banca nazionale dell'Agricoltura. Rolandi viene subito accompagnato per il confronto a Roma dove nel frattempo era stato trasferito Valpreda, dopo essere stato fermato a Milano. Il tassista non ha alcun tentennamento, e famosa restera' la sua espressione in milanese - "l'e' lu", e' lui - puntando il dito su Valpreda. Ma prima del confronto Rolandi aveva dichiarato: "L'uomo di cui ho parlato e' alto metri 1,70-1,75, eta' circa 40 anni, corporatura regolare, capelli scuri, occhi scuri, senza barba e senza baffi. Mi e' stata mostrata da carabinieri di Milano una fotografia che mi si e' detto doveva essere la persona che io dovevo riconoscere". Poi Rolandi indica Valpreda: "L'e' lu. E se non e' lui qui non c'e'". Per Valpreda e' la fine, nonostante il ballerino anarchico fornisca un alibi confermato anche dalla zia Rachele Torri, la quale ricordera' che il giorno della strage il nipote era a letto con la febbre. Sul riconoscimento di Valpreda da parte del tassista gravano ancora molti sospetti, e all'epoca si parlo' dell'esistenza di un sosia. In effetti in quei giorni era a Milano un sosia del ballerino, Nino Sottosanti, denominato dagli anarchici "Nino il fascista" per le sue simpatie di destra. Il 12 dicembre Sottosanti aveva trascorso parte del pomeriggio con Giuseppe Pinelli e il giorno dopo la strage s'era allontanato da Milano. L'inchiesta sulla strage di Piazza Fontana ben presto imbocca un'altra strada. Verranno arrestati i fascisti veneti Franco Freda e Giovanni Ventura, e saranno coinvolti i servizi segreti. Valpreda da 'belva umana', come qualche giornale aveva titolato al momento del suo arresto, diventa per tutti una vittima e un simbolo di ingiusta persecuzione, ma solo nel 1987, dopo un processo di primo grado a Catanzaro, uno d'appello, e un altro a Bari, la Corte di Cassazione lo scagionera' definitivamente.

7 luglio 2002 - MORTO VALPREDA: MI VOLLERO ARRESTARE,DISSE EX BALLERINO
ANSA:
Della strage di piazza Fontana, Pietro Valpreda, il ballerino anarchico morto la scorsa notte a Milano, fu ritenuto il responsabile, ma alla fine fu assolto. E non gli erano rimasti "ne' odio, ne' sentimenti di rivincita" - disse - per quei tre anni passati ingiustamente in carcere. Quella vicenda, che segno' cosi' profondamente la sua esistenza, per Valpreda era ancora tinta di giallo. In lui - disse tre anni fa, qualche giorno prima che fosse in libreria un suo libro, scritto insieme al giornalista Piero Colaprico, rimaneva una grande curiosita': "quella di mettere la parola fine a cio' che e' stata la strage di piazza Fontana. Non sul piano giudiziario,ma su quello della verita'". Uscito dal carcere - rispose Valpreda a chi gli chiese cosa gli era rimasto di quella esperienza - non aveva avuto bisogno di uno psicanalista per andare avanti. "Bene o male - disse - una certa base storica ed ideologica ce l'avevo. Avevo in mano un minimo di strumenti per dire: 'beh! stavolta e' capitato a me', e chiudere li' il discorso". Ma gli era rimasta una grande "sfiducia nelle istituzioni che va oltre l'anarchico. Non sono qui a piangermi addosso - spiego' - e a dire in continuazione che lo Stato mi deve qualcosa. Ho perso tre anni, e' vero! Ma io sono un settentrionale, quindi un pragmatico. Ho preso quell' esperienza ed ho cercato di ribaltarla a mio favore". "A distanza di 30 anni - aggiunse, parlando della strage - si sono trovati gli indizi che fanno capire che il mio arresto non fu un errore. Mi vollero arrestare. Prima si parlava di corpi dello Stato deviati, poi di schegge impazzite di corpi deviati dello Stato... Insomma, man mano si accusavano parenti sempre piu' lontani. Questo vuol dire che anche coloro che dovrebbero o potrebbero fare piena luce, lavorano per la continuita' dello stato e questo porta a salvare comunque le istituzioni". Questo atteggiamento, secondo Valpreda, era anche dimostrato dalle manifestazioni ufficiali previste per il trentennale della strage: "Postcomunisti e postfasciti - disse alla vigilia - celebreranno insieme l' anniversario. Vuol dire che il potere vuole porre la parola fine senza aver trovato la verita'".

7 luglio 2002 - MORTE VALPREDA: IL NUOVO
"Il Nuovo"
Quello strano ballerino fatto apposta per sembrare colpevole
Anarchico per passione, ballerino per professione. Valpreda per l'Italietta del tempo era lo stragista perfetto. Un solo difetto: con Piazza Fontana non c'entravano nulla. Per capirlo ci sono voluti 16 anni di processi.
di Gianni Cipriani
MILANO - La sua colpa era quella di essere un ballerino, per giunta anarchico, aderente al circolo XXII marzo, stracolmo - come tutti i circoli anarchici - di infiltrati di polizia, carabinieri e servizi segreti. Ma chissà se, alla fine, proprio il suo mestiere di "ballerino" fu considerato determinante perché proprio lu